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  • Doppiatori di menare: storia delle "voci" del cinema marziale

    Donnie Yen in Rogue One: A Star Wars Story Photo by Jonathan Olley (© 2016 Lucasfilm LFL)

    Donnie Yen in “Rogue One: A Star Wars Story” (Photo by Jonathan Olley © 2016 Lucasfilm LFL)


    L’arrivo nei nostri cinema di Star Wars: Rogue One, lo scorso 15 dicembre, ma anche l’uscita il prossimo 19 gennaio 2017 di xXx: il ritorno di Xander Cage, costringerà il grande pubblico italiano a fare i conti con quell’attore cinese cinquantenne presente in entrambi i titoli in ruoli importanti, lo stesso attore che pare abbia fatto slittare l’uscita di Star Wars VII in Cina perché lui doveva presentare un proprio film e non voleva “dispersioni” di pubblico. L’Occidente l’ha scoperto tardi, e l’Italia più tardi di tutti, ma Donnie Yen è la più grande star marziale mai vissuta, ed ha stracciato ogni record imposto dai suoi “colleghi” precedenti.
    Il problema è che la prima volta che si è affacciato in Italia, nel 2001, ha subìto uno smacco che mai i precedenti divi marziali hanno avuto: è stato doppiato malissimo. Perché se da una parte il nostro Paese è tra i più distratti a livello cinematografico, e discutibili politiche di distribuzione fanno sì che si importino preferibilmente i prodotti più economici – cioè i peggiori, che rovinano il mercato e il gusto – dall’altra abbiamo un grande pregio: a livello di doppiaggio siamo stati fra i pochi al mondo ad avere una qualità altissima in campo marziale.
    Vi invito ad un viaggio alla scoperta del fenomeno marziale in Italia e di come le grandi star asiatiche di questo genere siano state doppiate.

    Doppiatori di menare


    Indice:


    Le cinque dita di Lo Lieh

    cinque-dita-di-violenza-1973-02-21Il 27 gennaio 1973 la cultura popolare italiana cambia per sempre. In un cinema di Roma, il Royal di San Giovanni, viene proiettato per la prima volta un film di genere totalmente inedito, qualcosa mai visto nel nostro Paese: Cinque dita di violenza (King Boxer, 1972). È un filmetto che sarebbe già dimenticato se non avesse infiammato il mondo con la sua violenza di grana grossa – rimarrà paradigmatica la scena dello strappo degli occhi – e un’altra particolarità che nessuno spettatore aveva mai visto prima: c’è gente che si picchia a mani nude usando strane mosse. (In realtà un altro film era già stato proiettato, ma ne riparlerò più avanti.)

    Le arti marziali orientali erano ben note in Italia sin dagli anni Sessanta ma erano viste come qualcosa di particolarmente violento e volgare: per i ben pensanti sono i criminali e i poco di buono ad alzare la mano verso qualcuno, non i gentiluomini, mentre per i giovani sessantottini era identificata come roba da fascisti. Si perdonava agli agenti segreti, da James Bond a Matt Helm, di usare ogni tanto tecniche marziali, per “esigenze di servizio”, le stesse che poi avrebbe usato il criminale a fumetti Diabolik per anni, così come era socialmente accettata la scazzottata virile che si vedeva nei film americani: tutt’altro discorso era usare tecniche “mortali” di karate o kung fu.

    «Con un cartello si avvisa lo spettatore facilmente influenzabile che l’imitazione del “Kung-Fu”, la forma di lotta in uso nell’Oriente e reclamizzata nel film, condurrebbe a gravi e irreparabili lesioni se non alla morte dell’avversario. La potenza didattica del cinema, la sua foza di convinzione!»
    da “L’Unità”, 27 gennaio 1973

    Disprezzato da ogni forma di comunicazione, con l’accompagnamento di cori indignati e di richieste di bando, il cinema marziale entra prepotentemente in Italia e il primo divo marziale della nostra storia è quello meno abile: Lo Lieh, divo assoluto di Hong Kong sebbene sia mono-espressivo ed abbia solo vaghe conoscenze marziali imparate sul set.

    cinque-dita-di-violenza-1973-03-17Il cinema di Hong Kong nel venir esportato negli Stati Uniti ha conosciuto un doppiaggio pieno di caratterizzazioni e scelte di cattivo gusto, però questo l’ha reso parte integrante della cultura popolare. Ancora negli anni Ottanta il comico Michael Winslow nel ciclo Scuola di polizia faceva la gag in cui imitava il doppiaggio fuori sincrono tipico dei film asiatici portati nel suo Paese (una gag che semplicemente non trovava molti appigli nella nostra cultura. NdR). Il folto gruppo rap Wu-Tang Clan – fondato da quel RZA che dirigerà L’uomo con i pugni di ferro (2012) – nel 1993 riversa la propria titanica passione marziale nell’ottimo album Enter the Wu-Tang (36 Chambers), in cui a remixaggi di veri brani originali – come lo straziante splendido tema di Boxer Rebellion (1976) – aggiungono campionature di dialoghi tratti da storici film di Hong Kong. Sono doppiaggi terrificanti ma dimostrano quanto siano entrati nella cultura popolare.

    Per fortuna nel nostro Paese, che non aveva problemi a caratterizzare eccessivamente i personaggi – si pensi all’immancabile vecchietto nel Far West – sin da subito il genere marziale viene trattato con i guanti, e la star Lo Lieh ottiene la voce di Michele Kalamera, autorevole doppiatore di grandi attori come Clint Eastwood, Michael Caine e tanti altri. Credo che nessun Paese “doppiante” abbia dedicato tanto ad un piccolo filmetto marziale.

    Malgrado Cinque dita di violenza sia pessimo, entra di prepotenza nell’immaginario popolare italiano. Nel dicembre di quell’anno esce al cinema Furto di sera, bel colpo si spera di Mariano Laurenti, dove il noto comico Pippo Franco, sentendosi minacciato di botte, esclama: «Ahò, che mi fai: cinque dita di violenza?» Questo fa sì che l’inespressivo Lo Lieh diventi un nome amato dagli italiani e diversi registi lo chiameranno ad interpretare prodotti nostrani spacciati per americani, affiancandolo addirittura a decani come Lee Van Cleef: non pago di aver introdotto il kung fu sugli schermi italiani, Lo Lieh si ritrova ad essere valido esponente dell’italianissimo kung fu western (o come lo chiamo nel mio saggio, “spaghetti marziali”) con un film come Là dove non batte il sole (1974) doppiato da Adalberto Maria Merli. Ma questa è un’altra storia…


    Il furore di Bruce Lee

    Il successo travolgente spinge i distributori nostrani a battere il ferro finché è caldo, così pressano Hong Kong per farsi mandare qualsiasi altro prodotto abbiano sotto mano. C’è la Shaw Bros, leader incontrastata del mercato che offre prodotti di altissima qualità ma a prezzi non economici, e poi c’è la neonata Golden Harvest, che cerca di sopravvivere all’ombra della titanica concorrente offrendo prezzi più abbordabili. Ovviamente i prodotti sono quello che sono, ma guarda caso è disponibile il nuovo film di quell’attore che non è riuscito a sfondare in America ed è tornato in patria con la coda tra le gambe: per caso interessa? Si menano come fabbri dall’inizio alla fine. Ok, andata. Il 1° marzo 1973 la Titanus presenta in ben tre cinema di Roma il film Dalla Cina con furore (Fist of Fury, 1972), e la mania per il cinema marziale raggiunge livelli inarrestabili.

    dalla-cina-con-furore-1973-03-11

    La recitazione di Bruce Lee è problematica. È un attore consumato, recita da quando aveva sei anni, ha provato a conquistare Hollywood ma ha capito che nessun colpo di kung fu può nulla contro il razzismo, così è tornato in patria a fare quello che la classe popolare adora: il bullo. È pieno di attori impegnati in commedie musicali o romantiche, ma nessuno sa fare lo smargiasso altezzoso come Bruce, così si veste dell’orgoglio nazionale e interpreta un cinese medio alle prese con i nemici più acerrimi e disprezzati: giapponesi ed occidentali. Nasce dunque un problema: come lo doppi un attore che volutamente fa espressioni contratte in continuazione ed esagera ogni gesto?

    Per fortuna in Italia si gioca una carta di altissima classe: Cesare Barbetti, che con la sua voce potente ma vellutata regala a Bruce Lee la migliore resa possibile e immaginabile. Lo studio romano di doppiaggio CD in generale dedica una particolare cura a tutti i personaggi del film, anche di quelli minori: quei caratteristi cioè che di solito il cinema di Hong Kong riserva per i momenti comici o buffoneschi. Ogni personaggio ha un’ottima voce, e per fortuna lo stesso studio viene coinvolto quando – dato l’enorme successo della pellicola – i distributori corrono a cercare qualsiasi altro film sia interpretato da quel tizio che fa le boccacce e i versi strani. Purtroppo, ne esiste solamente un altro.

    lurlo-di-chen-1974-04-04Stavolta l’eco mediatica è di livello basso, così quasi senza lancio pubblicitario il 14 aprile 1973 la Titanus presenta a Torino Il furore della Cina colpisce ancora (The Big Boss, 1971), che arriverà nei cinema romani solamente ad ottobre: la voce è sempre dell’ottimo Cesare Barbetti. Lo studio CD ha mandato di ribattezzare il protagonista Chen, perché per gli italiani Bruce Lee sarà sempre Chen su grande schermo, così un allievo di una scuola marziale di inizio Novecento e un contadino ignorante emigrato in Thailandia negli anni Settanta si ritrovano ad essere in pratica sempre lo stesso personaggio…

    Il 18 gennaio 1974 sempre la Titanus porta nei cinema romani L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente (Way of the Dragon, 1972), chilometrico titolo che ancora una volta ci fa credere che il protagonista sia quel Chen. Stavolta è Bruce Lee stesso il regista e aver girato alcuni esterni a Roma l’ha reso così simpatico… che ancora oggi i romani sono convinti che il combattimento finale sia girato davvero al Colosseo, dimostrando quanto gli abitanti della Capitale non conoscano quel monumento! Torna lo studio CD e anche qui abbiamo una splendida gestione del doppiaggio, con il consueto Barbetti che dà la voce a Lee. Per l’ultima volta.

    Il 20 luglio 1973 l’attore muore e il mondo cinematografico rimane orfano di un money-maker d’eccellenza. Sei giorni dopo la sua dipartita, esce l’ultimo film girato dall’attore: Enter the Dragon, evento storico perché per la prima volta una blasonata casa americana si è “abbassata” a co-produrre con una casa asiatica: la giovane ma già talentuosa Golden Harvest, che cerca di fare concorrenza alla blasonata Shaw Bros. Finora i film di Lee sono venuti via a due spicci, ma ora che c’è la Warner di mezzo il discorso cambia: questo film sarà ignoto agli italiani per decenni, semplicemente perché distribuito pochissimo in quanto più costoso degli altri.

    i-3-delloperazione-drago-1973-12-28Il 28 dicembre 1973 arriva a Torino come I 3 dell’Operazione Drago, un titolo meno “marziale” ma che si riallaccia a temi spionistici più in voga all’epoca, e in effetti il film è una martial spy story. Il doppiaggio è affidato stavolta alla storica SAS (Società Attori Sincronizzatori) che gestisce ottimamente la caratterizzazione dei personaggi di un film corale. Il cinese Lee ottiene la voce di Carlo Sabatini, l’italo-americano John Saxon quella di Pierangelo Civera e il nero superbad Jim Kelly quella di Pierluigi Zollo. Chiude il ciclo il perfido Han con la voce di Emilio Cigoli. Ognuno di questi doppiatori sa fornire al personaggio la giusta connotazione e la giusta differenza etnica senza mai esagerare né cadere nel luogo comune.

    Qui finisce il mito di Bruce Lee, ma un ultimo colpo di coda arriva a sorpresa il 25 agosto 1978, quando in alcuni cinema di Roma la Titanus presenta un curioso film: L’ultimo combattimento di Chen (The Game of Death, 1978). È una truffa bella e buona, che racconto con dovizia di particolari (anche inediti) in un lungo speciale che gli ho dedicato, ma per gli italiani quella baracconata firmata da Sammo Hung è davvero l’ultima prova attoriale di Lee. Per l’occasione arriva lo studio CVD e dà al protagonista… va be’, ai vari sosia cinesi che fingono di essere Lee, la voce di Luigi La Monica. Un’ottima voce per un pessimo prodotto.


    Le mani di Angela Mao

    Cinque dita di violenza a gennaio e Dalla Cina con furore a marzo fanno capire subito quali siano i gusti degli spettatori, e sebbene non esista organo di stampa che non si lanci in mille insulti verso questo cinema barbaro e traviante, i distributori vanno a “colpo” sicuro. Riescono addirittura a portare in Italia un prodotto impensabile ancora per i decenni a seguire: un film dove una donna picchia degli uomini! L’attenta Fida Cinematografica il 6 aprile 1973 porta sugli schermi romani Mani che stritolano (Lady Whirlwind, 1972) dove la brava Mirella Pace dona la voce alla mitica Angela Mao, in assoluto tra le prime donne a combattere a mani nude su schermo.

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    Forse è per attrarre il “sesso debole”, si chiede lo schifato recensore de “L’Unità” che racconta il film il 7 aprile successivo, facendo ben notare che ad ogni pellicola del genere si apra una nuova palestra di karate in città, in ambienti già fascisti. Al di là di questo immotivato giudizio personale – che comunque rappresenta perfettamente il sentire comune dell’intellighenzia dell’epoca – il critico fa notare che questo è il sesto film cinese di arti marziali dall’inizio dell’anno, ed in effetti i conti tornano: 1) Cinque dita di violenza; 2) Dalla Cina con furore; 3) La morte nella mano; 4) Le 4 dita della furia; 5) Da Hong Kong: l’urlo, il furore, la morte e 6) Mani che stritolano.

    Il critico però sbaglia, i film sono sette ma non si può fargliene una colpa: il titolo “dimenticato” lo rimarrà molto a lungo. Quello che già nel 1973 non si ricordava più era che il genere in Italia aveva avuto un inizio anni prima, con l’arrivo di uno dei più famosi wuxiapian del mondo, che solo i più appassionati degli spettatori nostrani hanno poi saputo apprezzare…


    Il braccio di Wang Yu

    Con un divieto ai minori di 18 anni, il 2 dicembre 1969 si affaccia timidamente nei cinema di Torino il film Mantieni l’odio per la tua vendetta (One-Armed Swordsman, 1967), storica opera del maestro Chang Cheh che lancia il personaggio di Fang, lo spadaccino monco, che anni dopo viaggerà fino in Giappone per incontrare… Zatôichi, lo spadaccino cieco! (Il personaggio di Fang è così affascinante che io stesso mi sono divertito a rielaborarlo, calandolo nel progetto narrativo “Risorgimento di Tenebra” e trasformandolo in Fango per il mio racconto lungo Fuoco e Fango.)

    Primo film marziale apparso in Italia, passato del tutto inosservato all'epoca

    Primo film marziale apparso in Italia, passato del tutto inosservato all’epoca

    Sicuramente il pubblico occidentale non era pronto a vedere un protagonista che, battuto in combattimento, è costretto a tagliarsi via da solo il braccio destro per poi imparare a diventare fenomenale con il sinistro, così da trovare redenzione. Né ha aiutato la distribuzione traballante, che ha misteriosamente cambiato il nome dell’attore protagonista in… Oswald Gis. Ma che nome è? Anni dopo, però, con Lo Lieh e Bruce Lee nei cinema l’Italia è pronta al vero eroe che nel ’69 era stato mascherato dietro quel ridicolo pseudonimo: Jimmy Wang Yu. (Doppiato in quel film da Massimo Turci.)

    con-una-mano-ti-rompo-1973-05-23L’attore riesce ad essere ancora più incapace di Lo Lieh, è forse la persona meno in grado di combattere che esista al mondo, è un campione di nuoto che un giorno si è trovato davanti alla telecamera e ha scritto da solo la storia della cinematografia di Hong Kong… semplicemente perché ha avuto la fortuna di lavorare per titani che hanno saputo mascherare la sua totale inettitudine. La casa distributrice italiana Astor non bada certo a questi particolari, così il 9 marzo 1973 – a soli otto giorni di distanza da Dalla Cina con furore – porta nei cinema di Roma La morte nella mano (The Chinese Boxer, 1970), non sapendo che si trattasse di uno dei grandi capolavori del genere: è probabilmente il primo film che mostra combattimenti a mani nude, cioè l’origine del genere gongfupian.

    La Nuova Linea Cinematografica porta nelle sale di Torino il 17 aprile successivo lo storico Con una mano ti rompo, con due piedi ti spezzo (One-Armed Boxer, 1972), con Wang Yu che interpreta sempre un monco ma stavolta non uno spadaccino bensì un semplice lottatore. L’attore diventa in breve tempo molto famoso, tanto che la Euro International Films porta nei cinema di Torino il 18 agosto 1973 Wang Yu l’imbattibile (The Invincible, 1972), mentre il 28 maggio 1974 la Cervino distribuisce a Roma Wang-Yu il violento del karate (Knight Errant, 1973).

    Purtroppo non sono riuscito a trovare informazioni sui doppiatori di questo attore: le rare edizioni italiane rimaste di questi film non hanno titoli esaustivi.


    La “y” di Jackie Chan

    L’Italia degli anni Settanta era un’altra Italia, oggi irriconoscibile, così dopo la morte di Bruce Lee addirittura i quotidiani si chiedono chi riempirà il vuoto lasciato dall’attore marziale, e il 15 marzo 1979 “La Stampa” fornisce la risposta: Jacky Chan, con la “y”.

    Scoperto da Sze-Yuan per alcuni suoi film, scopriamo che l’Italia del ’79 addirittura cita l’opera del decano Siu Tin Yuen, il mitico drunken master del film omonimo, il papà di quel Yuen Woo-ping noto ad Hollywood per le sue coreografie di Matrix e Kill Bill. Non pago di questa sorpresa, il giornale ci rivela gli ultimi due film girati da “Jacky”: La iena senza paura e Il serpente all’ombra dell’aquila. Entrambi i titoli sono rarità sconosciute: Fearless Hyena apparirà e scomparirà in Italia con la velocità del lampo, mentre bisognerà aspettare il 2003 per riscoprire il secondo titolo in DVD. Per poter apprezzare cioè qualcosa che nel 1979 era dato per scontato.

    Al di là di questo, l’Italia del dopo-Bruce Lee è pronta ad accogliere un nuovo “re del kung fu”, e quindi – per citare l’avv. De Marchis di Febbre da cavallo (1976) – basta «il primo stronzo che passa» per dargli la corona. In mezzo al guazzabuglio di nomi farlocchi e filmacci pencolanti che arrivano da Hong Kong, nella stragrande maggioranza wuxiapian (film fantasy con cavalieri svolazzanti) mascherati da gongfupian (film dove si combatte a mani nude), non c’è un solo nome che possa avere un minimo di attenzione: l’unico è Jackie… stavolta senza “y”.

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    Qual è il sistema italiano usato per lanciare Bruce Lee? Si prende il primo film che capita e lo si lancia come fosse un capolavoro, poi si prende un titolo precedente e lo si rimaneggia in attesa che l’attore produca qualcosa di nuovo. E così avviene… solo che il risultato è che l’attore non è stato lanciato bensì bruciato.

    Il 24 gennaio 1981 la PIC porta nei cinema torinesi Chi tocca il giallo muore (Battle Creek Brawl, 1980): «Jackie Chan, il kung-fu che fa morire dal ridere» è il titolo del pezzo che gli dedica “L’Unità” quando il film arriva a Roma, il 3 marzo successivo. Al di là del ridicolo titolo, in perfetto stile italiano, all’epoca ancora non si sa che la Golden Harvest, orfana di Bruce, sta provando a lanciare Jackie in America e che per farlo si affida al peggior regista dell’epoca: Robert Clouse. Tutti quelli che hanno lavorato con lui in Asia lo disprezzano, ma ha contatti con la Warner Bros e dopo il grande successo de I 3 dell’Operazione Drago e L’ultimo combattimento di Chen è il regista di Bruce Lee. (Non è vero, ma tutti lo pensano.) Clouse dirige una porcata inguardabile dove un gruppo di attori funamboli cinesi va in America a fare il verso agli americani: una roba da picchiare Jackie con un giornale arrotolato. Ok, il primo brutto film è fatto.

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    Gli italiani procedono spediti e la Medusa il 24 luglio 1981 porta su schermo Jacky Chan: la mano che uccide (1979), che verrà rilanciato con più enfasi dal 5 maggio 1982. Un classico gongfupian come ormai però ce ne sono tanti: così un altro bel buco nell’acqua l’abbiamo fatto. Malgrado Jackie sia famoso per aver recitato nel The Hand of Death di John Woo, stando ai credits italiani della locandina italiana del film – che va sempre presa con beneficio d’inventario – Jacky Chan: la mano che uccide è probabilmente la versione italiana (dimenticata) di Fearless Hyena (1979), ma è difficile stabilirlo con assoluta certezza e per il fumoso cinema asiatico i database occidentali non sono completamente affidabili.

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    Jackie non ha il successo sperato nei cinema italiani e viene in pratica quasi dimenticato. Nel 1985 prova di nuovo a conquistare l’America con Protector – che decenni dopo verrà ricalcato da Rush Hour – un filmetto da dimenticare, un finto poliziesco all’americana che arriva nei cinema romani il 23 maggio 1986: solamente nel 1995 Jackie riuscirà a sfondare, arrivando ad avere una buona distribuzione anche da noi. Solamente dopo che Van Damme dal 1989 avrà fatto esplodere una richiesta titanica di film marziali. Solamente con Terremoto nel Bronx (Rumble in the Bronx, 1995) Jackie diventerà quello che è oggi, dopo quasi vent’anni di gavetta.

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    Jackie è un attore che ha sempre recitato in cantonese e, per sua stessa ammissione, non si è mai sentito a proprio agio a recitare in inglese. Se dunque nelle versioni anglofone dei suoi film la parlata un po’ buffa aiuta nella recitazione gigionesca, in Italia ha avuto la fortuna di ricevere la voce di Giuliano Giacomelli, che lo doppia sia nei primi film che arrivano al cinema – Chi tocca il giallo muore e Jacky Chan: la mano che uccide – sia nei mitici film che hanno scritto il suo successo (quelli sì che andavano proiettati!) arrivati da noi solo in home video negli anni Ottanta e riscoperti poi nel 2000 in DVD – Il ventaglio bianco (The Young Master, 1980), I due cugini (Dragon Lord, 1982), Project A (1983) e via dicendo. Il doppiatore sa essere frizzante o serio all’occorrenza e dona a Jackie una splendida resa italiana, priva di qualsiasi inflessione o stortura.

    Quando poi finalmente Jackie sfonda in Occidente, al doppiaggio arriva Oreste Baldini che copre alcuni dei film di cassetta di quel periodo: Terremoto nel Bronx (1995), Thunderbolt (1995) e First Strike (1996). Il successo fa portare nelle nostre videoteche altri ottimi titoli, doppiati da Vittorio De Angelis: Drunken Master (1978), Supercop (1992), Mr. Nice Guy (1997, il mio film preferito di Jackie del periodo) e Senza nome e senza regole (Who Am I?, 1998).

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    Raggiunto il culmine, Jackie perde totalmente l’interesse italiano: sia perché negli anni Duemila comincia ad essere un po’ imbarazzante nel suo ripetere ossessivamente coreografie nate negli anni Settanta, sia perché sul finire dei ’90 nel mondo occidentale – e nel nostro Paese in particolare – si comincia a rifiutare violentemente ogni tipo di marzialità. Il genere “arti marziali” scompare dai cataloghi e il massimo consentito nei film è una scena fatta male, di pochi secondi, in un film d’azione: non di più. Il film più “marziale” di questo periodo è Matrix, con un legnoso e incapace Keanu Reeves che fa cose che farebbero morire di vergogna l’ultimo scarto di palestra, ma quello è il massimo che l’Occidente offre alle arti marziali.


    Il cinese Jet Li

    fist-of-legend-vhsPer fortuna esiste una Resistenza che, di nascosto, continua ad apprezzare i buoni prodotti. Così se il grande schermo è assolutamente vietato a chiunque sappia combattere… c’è sempre il mercato home video. Nell’indifferenza più totale e nel disinteresse più profondo arriva in Italia in questi anni la più grande star marziale dell’epoca: Jet Li. Ormai in Italia il genere marziale è prerogativa di pochi rivoluzionari isolati, a cui rimane solo la pessima Cecchi Gori che porta in videoteca film che in Asia sono considerati di culto.

    Jet Li – che da bambino si esibì in uno spettacolo marziale alla Casa Bianca davanti a Nixon – è dal 1980 che sforna film marziali di altissimo profilo nella totale indifferenza del nostro Paese. Quando però nel 2000 la Dimension Films compra alcuni spettacolari film che definire capolavori è riduttivo, l’Italia è lì che scalpita… Che facciamo, lo distribuiamo il più grande divo marziale dell’Asia? Però in Italia c’è il divieto assoluto di presentare film che abbiamo più di trenta secondi di marzialità: in questo curioso Paese si chiama “combattimento” la scena di Mission: Impossible 2 (2000) con Tom Cruise che fa le capriole sulla spiaggia… gli spettatori non sono pronti per un dio marziale come Jet Li. Alla fine, il compromesso arriva: i capolavori marziali arrivano nelle nostre videoteche nel 2001… ma in lingua originale sottotitolati!

    Perché la Dimension Films ha distribuito in Occidente un gruppo di film di altissimo livello di Jet Li? Semplice, perché nel 1998 gli spettatori occidentali hanno scoperto l’attore come cattivo di Arma letale 4. Il celebre produttore Joel Silver sta dicendo a tutti di aver “scoperto” un divo d’azione a cui affiderà prossimi titoli da protagonista (e purtroppo manterrà questa insana promessa) ma si sa che ad Hollywood esiste una legge ferrea per gli stranieri: prima muori, poi fai il protagonista. Jet Li non è MAI morto nei suoi film, addirittura ha girato il remake di Dalla Cina con furore – storico film dove il protagonista muore – ed è sopravvissuto alla fucilazione finale! Jet, come Jackie e come tanti altri attori, impone per contratto di non morire MAI… ma in quel 1998 Silver deve aver messo sul tavolo così tanti soldi che Jet prende e muore.

    lethal-weapon-4-engSubito dopo Arma letale 4 – dove ha la voce di Enrico Di Troia – i suoi film girano per i mercati occidentali e la Cecchi Gori va a raschiare il barile, portando in videoteca La vendetta della Maschera Nera (Black Mask, 1996), dove Jet è doppiato ottimamente da Vittorio Guerrieri. Purtroppo gli italiani devono assolutamente rimanere all’oscuro che c’è un divo marziale in circolazione, perché ufficialmente il genere non esiste più, così scatta un piano diabolico degno del Dottor Male: ogni film di Jet Li… deve avere un doppiatore diverso!

    black-mask-vhs-itaCosì nel 2000 si avvera la profezia di Joel Silver ed ecco il film da protagonista Romeo deve morire (Romeo Must Die, 2000) con la voce di Francesco Prando; Luc Besson, che c’ha l’occhio lungo e in Francia gli attori marziali sono molto amati (pensa che strano Paese…) chiama subito Jet e gli fa girare lo spy action Kiss of the Dragon (2001), con la voce di Francesco Pezzulli; visto che Romeo è stato un flop, Jet prova con la fantascienza e gira l’orripilante e sbagliatissimo The One (2001), con voce di Antonio Sanna – che lo doppia anche nell’ottimo C’era una volta in Cina e in America (Once Upon a Time in China and America, 1997), che la Cecchi Gori prontamente porta in videoteca – e dopo l’imbarazzante Amici X la morte (Cradle 2 the Grave, 2003), con voce di Gaetano Varcasia, per fortuna la carriera americana di Jet può dirsi conclusa.

    Nel 2002 gira quell’immenso capolavoro di storia falsa e revisionistica che è Hero, che alterna immagini potenti ad un revisionismo storico degno del peggior regime, in cui le poche battute dell’attore sono rese in italiano da Fabio Boccanera, lo stesso che doppia il fugace ritorno di Jet negli USA con Rogue Il solitario (War, 2007). Dopo il francese Danny the Dog (2005) con la voce di Riccardo Rossi, la carriera di Jet conosce l’apice e il pedice: Fearless (2006), con di nuovo Fabio Boccanera al doppiaggio, è sia il film più famoso di Jet che l’ultimo decente da protagonista. Possiamo dire che la sua carriera finisce qui.

    sette-spade-della-vendetta-dvd-itaIntanto in videoteca fa furore. Nel 2002 la Elleu porta Le sette spade della vendetta (The Evil Cult, 1993) con la voce addirittura di Claudio Capone; nel 2003 la Columbia esagera e presenta una tripletta di film in pregiate (e costose) edizioni DVD: il wuxiapian classicissimo La leggenda del drago rosso (Legend of the Red Dragon, 1994) con la voce di Vittorio De Angelis, la versione cinese di Die Hard Meltdown (1995) con Massimo De Ambrosis e Contract Killer (1998) con Simone Mori.

    Quasi ritirato, Jet pensa bene di provare a sparare qualche cartuccia facendo capolino nella saga degli Expendables di Stallone, giusto una comparsata inutile per farsi prendere in giro e finire in pernacchia un’onorata carriera. (Sempre meglio di Jackie, che continua a fare il clown nei suoi insopportabili filmetti invece magari di fare il produttore e scoprire altri Jackie, come fecero i suoi maestri negli anni Settanta.) Quando così il 1° settembre del 2010 I mercenari arriva in Italia, il direttore del doppiaggio scopre qualcosa che nei vent’anni precedenti era sfuggito a tutti: Jet Li è cinese…

    expendables-2-movie-poster-jet-liTutti i doppiatori sin qui citati hanno fatto un lavoro eccezionale, donando una voce perfetta all’attore e soprattutto rendendola adatta al personaggio: Jet Li nei suoi film interpreta sempre e solo e rigorosamente l’eroe sì buono ma risoluto se non proprio brusco, che combatte per il bene con la serietà e la seriosità di un maestro di arti marziali. La voce italiana si è sempre adattata alla perfezione a questo ruolo, anche negli inevitabili siparietti comici tipici di Hong Kong. Quando ha recitato con attori occidentali, e gli è capitato spesso, il doppiaggio italiano non ha fatto alcuna distinzione o discriminazione, guadagnandosi le lodi più sentite. Poi però…

    Siamo d’accordo, un omino di un metro e 68 stona un po’ in mezzo a cristoni “ammericani” cresciuti a steroidi, ma è proprio questo il motivo della sua presenza: farlo litigare con i due metri di Dolph Lundgren è appunto il contrasto che voleva Stallone. Siamo d’accordo, è cinese – non della anglofona Hong Kong, proprio della Cina comunista! – e sicuramente avrà un po’ di cadenza malgrado da trent’anni sia un divo del cinema internazionale… ma dargli la voce di Mino Caprio è stato davvero inappropriato. Con tutto il rispetto per il bravo doppiatore romano, il cui lavoro con Peter Griffin meriterebbe un Oscar, il risultato è un distacco troppo forte: sembra che attori veri stiano parlando con un cartone animato!

    Perché non chiamare uno dei tanti doppiatori che hanno donato splendida voce a Jet Li? Perché chiamare una voce così caratteristica per un personaggio che non meritava alcuna caratterizzazione? Quel che è peggio è che questa scena indecorosa può vantare un triste precedente…


    Il maestro Donnie Yen

    highlander-4-endgame-3Il 3 settembre 2001 la famigerata Cecchi Gori porta in DVD e VHS a noleggio un film funesto, il quarto terrificante episodio di una saga che non doveva conoscere assolutamente seguiti: Highlander: Endgame (2000). È comprensibile che gli allibiti spettatori, con gli occhi bruciati da un film tanto orripilante, non abbiano fatto caso che per la prima volta un film occidentale presentava la più grande star marziale asiatica…

    Dal 1984 Donnie Yen porta avanti una grande carriera come attore marziale attraversando tutti i generi che i suoi colleghi più famosi man mano lanciano. Negli anni Ottanta va la comedy kung fu alla Jackie? E lui la fa. Poi va di moda il police drama? E lui ci si specializza. Non dimentichiamo che Hong Kong vive sempre e costantemente di wuxiapian, e lui li fa. E qualsiasi cosa lui tocchi, diventa oro. Quale sarà mai il segreto di Donnie Yen? Credo che sia che non ha mai tentato di arruffianarsi gli americani, come hanno fatto tutti i suoi colleghi, da Bruce Lee in poi. Donnie lavora per i cinesi e l’Asia, e per popoli ultranazionalisti come quelli è un valore che non passa inosservato. Mentre Jackie e Jet si calano le brache davanti ai dollari americani, rovinandosi la carriera, Donnie va a testa alta sfornando film di qualità sempre maggiore, creando prodotti di altissimo livello impensabili per le altre stelle marziali: nessuno dei nomi sin qui citati sarebbe mai stato in grado di interpretare un piccolo gioiello come Dragon Tiger Gate (2006) senza sembrare ridicolmente fuori parte.

    seven-swords-4L’Occidente lo ignora finché non succede qualcosa di inspiegabile e Donnie, praticamente inedito, comincia a fare stupidi piccoli ruoli inutili: che i dollari americani comincino a piacere anche a lui? La vera domanda è: quanto lo hanno pagato per abbassarsi così tanto?

    Lo troviamo dunque nella immotivata comparsata in Highlander: Endgame al suo solito, cioè molto “figo”: Donnie non è un gigione sorridente come Jackie né un serioso taciturno come Jet. Donnie è un cazzuto protagonista che se la comanda ovunque, e piomba in scena come fosse il suo film. Peccato però… che poi apra bocca ed esca fuori la voce di Vittorio Stagni

    Siamo d’accordo, anche Donnie è cinese e sicuramente in un film con attori americani la sua cadenza si nota, ma dargli una voce così fortemente caratterizzata è una scelta discutibile, soprattutto perché poi l’attore assume atteggiamenti da duro che contrastano fortemente con la voce italiana.

    ip-man-1-8Per fortuna il suo piccolo ruolo successivo, lo spadaccino di Blade II (2002), è talmente inutile che l’attore non ha neanche una battuta, e poi nel suo piccolo (e parimenti inutile) ruolino in 2 cavalieri a Londra (Shanghai Knights, 2003) lo si nota appena, anche se ha la voce “normale” di Pasquale Anselmo. Per fortuna i rarissimi titoli di Donnie che arrivano in Italia hanno un trattamento migliore del primo, sebbene da noi vengano distribuiti solo i film in cui l’attore è particolarmente taciturno, tipo il wuxiapian da mal di testa Seven Swords (2005), con la voce addirittura di Pino Insegno. Purtroppo capolavori inarrivabili come SPL: Sha po lang (2005) non sembrano avere speranze di arrivare nel nostro distratto Paese.

    Per fortuna l’enorme clamore internazionale per Ip Man (2008) ha spinto anche i nostri sordi distributori a farlo arrivare in Italia, stupendoci con la scelta coraggiosa di lasciare lo stesso doppiatore – Vittorio Guerrieri – per tutti e tre i film del personaggio, nel 2008, 2010 e 2015.


    Le ginocchia di Tony Jaa

    ong-bak-1-nato-per-combattere-8Donnie Yen non è mai stato lanciato in Italia come star marziale, anche perché in pratica è stato scoperto solamente nel 2008 grazie ad Ip Man. Che finalmente i distributori nostrani abbiano capito che devono smetterla di etichettare “il nuovo Bruce Lee” chiunque abbia gli occhi a mandorla? Eppure ancora nell’estate 2004 i trailer televisivi usavano quell’espressione per lanciare il thailandese Tony Jaa.

    Portato in Francia da Luc Besson e in America dal citato RZA, tutto il mondo – me compreso – dal 2003 aveva gli occhi pieni delle incredibili qualità marziali di Tony Jaa, uno degli allievi del titanico e compianto coreografo Panna Rittikrai. Per un solo mese, quell’agosto 2004, i cinema italiani hanno proiettato il film che invece il resto del mondo ha considerato l’inizio di una nuova èra: Ong-bak. E siccome siamo italiani e siamo famosi per la nostra creatività, gli abbiamo aggiunto il sottotitolo più stupido e banale e sfruttato della storia: nato per combattere.

    Chi (come me) ha avuto modo di vedere già prima il film in lingua originale, sa che il thailandese è una lingua che suona davvero urticante alle orecchie occidentali: è una compilation di miagolii irritanti che mal si addicono ad un eroe marziale. Malgrado la pessima distribuzione italiana, è stato lo stesso da elogiare il nostro Paese per aver dato al protagonista l’ottima voce di Stefano Crescentini. Sa rappresentare perfettamente un action hero totalmente diverso dal solito, senza alcuna dote “americana” a cui siamo abituati, ma grintoso ed abilissimo.

    the-protector-la-legge-del-muay-thai-9Lo studio SEDIF del primo film viene sostituito dal SEFIT-CDC ma rimane Crescentini a doppiare Jaa nella seconda uscita italiana: lo spettacolare The Protector. La legge del Muay Thai (Tom yum goong, 2005), anche qui per il solo mese di agosto 2007.

    Malgrado l’Italia ci metta un po’ a carburare, Tony Jaa è un divo internazionale dal 2003 e gira il mondo organizzando spettacoli dove esegue dal vivo le complicate e pericolose coreografie acrobatiche che si vedono nei suoi film, anche per rispondere alle critiche di chi parla di cavi o di computer grafica. Questo nuoce alla sua carriera da attore e così i suoi film cominciano ad essere rari… e purtroppo sempre più approssimativi.

    Se Ong-bak 2. La nascita del Dragone (Ong-bak 2, 2008) è un esotico affresco della Thailandia ottocentesca – con la voce di David Chevalier per la Technicolor – Ong-bak 3 (2010) è già una traballante ripetizione di cose già viste e un po’ trite – non ho trovato il doppiatore. L’arrivo di The Protector 2 (Tom yum goong 2, 2013) – con la voce di Massimo Triggiani per la CDR – dove recita al fianco dell’ex rapper RZA, è la prova che non si riesce più a trovare qualcosa da far fare all’attore. L’orripilante Skin Trade. Merce umana (2014) – con la voce di Riccardo Scarafoni per Video Sound Service – è la tomba sulla sua carriera, e ormai il destino dell’attore è fare piccole gustose particine in grandi film: come in Fast and Furious 7 (2015) con la voce Massimo Corvo per la CDC SEFIT. Paradossalmente la sua scena di combattimento con Paul Walker, cioè un attore non marziale, ha una qualità molto più alta degli interi film marziali in cui si è lanciato negli ultimi anni.

    ~

    Rimaniamo tutti in attesa del “nuovo Bruce Lee” proveniente dall’Asia, e finora molti bravi atleti si sono attribuiti quella qualifica: peccato che l’aspetto migliore dei loro film… sia l’ottimo doppiaggio italiano.

    L.
    P.S.
    Se simili resoconti vi interessano, vi invito a venire a trovarmi anche sul mio blog Il Zinefilo: viaggi nel cinema di serie Z.

  • [Italian credits] Rosso sangue (1986)

    rossosangue_a
    Questa settimana recupero i crediti italiani dimenticati di un film che temo sia anch’esso dimenticato, eppure a me particolarmente caro: Rosso sangue (Mauvais sang, 1986), scritto e diretto da un Leos Carax in stato di grazia.
    Intitolare la pellicola “Sangue malvagio” o “Sangue cattivo” sarebbe stato forse più appropriato, ma poi come si fa a convincere gli spettatori ad andare a vedere al cinema un film che è squisitamente lirismo per immagini? È chiaro che bisogna mascherare il fatto che tutta la pellicola è costruita intorno alla coppia feticcio dell’autore – Denis Lavant e Juliette Binoche, infiniti e bravissimi – e che è una storia fisica, che si dipana seguendo i virtuosismi del corpo del giovane Lavant.
    No, questa roba non vende. Meglio puntare l’accento sulla trama da survival horror, mettere nel trailer una siringa che perfora un uovo – proprio mentre De Niro lo mangia, quell’uovo, in Angel Heart – e appiccicare un altisonante titolo orrorifico.

    Il titolo italiota

    Visto l’interesse dei lettori, amplio la sezione dedicata al titolo del film.
    Agli italiani piace questa particolare tonalità di rosso. Quando nel maggio 1975 arriva in Italia il thriller francese La chair de l’orchidée (1975) e diventa Un’orchidea rosso sangue, inizia una moda inarrestabile. Nel febbraio 1976 tocca a Black Christmas (1974) subire la trasformazione in Natale rosso sangue – grazie ad Andrea87 per averlo ricordato – e l’operazione piace così tanto che nascono almeno due casi “autoctoni”: Autostop rosso sangue (marzo 1977) di Pasquale Festa Campanile e Rosso sangue (1981) di Joe D’Amato nascosto dietro lo pseudonimo Peter Newton. (Anche se per quest’ultimo caso non ho trovato alcuna traccia di distribuzione prima della VHS AVO Film del 1984.)
    Nel settembre 1984 abbiamo il “battesimo” di Grano rosso sangue (Children of the Corn, 1984), ma bisogna attendere il 1989 per un “bagno di sangue”. A giugno arriva in TV Tusks (1988) e viene ribattezzato Safari rosso sangue, così come il 24 giugno viene trasmesso in un canale locale Un abito da sposa macchiato rosso sangue: lo so, il titolo ufficiale del film spagnolo è privo di quel “rosso”, Un abito da sposa macchiato di sangue (La novia ensangrentada, 1972), ma le TV spesso manomettono i “titoli italioti“.
    Infine il Festival di Venezia quel settembre si chiude con un film molto discusso, Rouge Venise, che viene presentato come Venezia rosso sangue – grazie a Mahatma K. B. per averlo ricordato – che però non è chiaro se e quando sia stato distribuito nelle sale italiane. (In realtà non esiste traccia italiana di questo film se non quella proiezione al Festival.)
    Meno usato, il rosso sangue continuerà comunque a imperversare in Italia. Nel 1994 arriva un nuovo film marziale di Don “The Dragon” Wilson e diventa Sole rosso sangue (Red Sun Rising, 1994), stavolta quasi rispettando il titolo originale.
    Il nuovo millennio inizia con vecchie mode. Nel 2002 arriva in DVD Un giorno rosso sangue (When Strangers Appear, 2001), nel 2007 Black Christmas. Un Natale rosso sangue (2006), remake del titolo del 1974, nel 2008 Wind Chill. Ghiaccio rosso sangue (Wind Chill, 2007) e nel 2011 Cappuccetto rosso sangue (Red Riding Hood, 2011).
    Insomma, il rosso sangue piace ed è un “acchiappa spettatori” di sicuro successo.

    L’edizione in VHS

    Le immagini che seguono sono tratte dall’edizione in videocassetta Domovideo purtroppo senza data. Il copyright del film distribuito dalla BiM è del 1987 ma la pellicola è arrivata nei cinema italiani il 24 gennaio 1988, girando – tra prime e seconde visioni, arene e cineclub – fino ai primi mesi del 1989: visto che il primo passaggio televisivo è del 26 aprile 1991, penso che l’edizione home video risalga al periodo tra il 1989 e il 1991.
    Io ho acquistato la videocassetta tra il 1994 e il 1995, perché ero già follemente innamorato dello stile di Carax dopo aver visto Gli amanti del Pont-Neuf, ma questa… è un’altra storia.

    Titoli di testa

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    Titoli di coda

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    L.

    – Ultimi post simili:

  • Videocommento a Trancers (1984) e alcune note sul titolo e sul doppiaggio

    Vi avevo promesso dei contenuti tappabuchi per il periodo estivo ed ecco il prossimo, un nuovo episodio della serie “i videocommentatori” che pubblichiamo su YouTube. In questo episodio, io e il mio compagno di visioni brutte, Petar, ci siamo visti Trancers (titolo originale Ninja III – The Domination), uno dei film più pazzi prodotti della Cannon di Golan-Globus.

    Due parole sul titolo e sul doppiaggio

    Come molti dei film della Cannon, anche questo ha un doppiaggio curato dal fu Claudio Razzi, già noto per scelte di adattamento piuttosto disastrose (THX-1138 e Space Vampires sono tra le sue vittime più note da queste parti) e sempre arricchite dal suo dipendente preferito, Claudio Capone, che ovviamente trova posto anche nel doppiaggio di questo film.
    Dal punto di vista dell’adattamento, per fortuna, non troviamo drammi degni di questo blog, perché con film non fantascientifici Razzi se la cavava abbastanza decentemente, l’unico elemento inconsueto che ricordo è un “campo da golf comunale” (che in America non trova proprio corrispettivi) e poi, ovviamente, l’invenzione del titolo Trancers!
    Non so quanto questa sia attribuibile a Razzi stesso ma l’alterazione dei titoli dà poco fastidio quando almeno si degnano di giustificarla all’interno del film, come per fortuna è avvenuto in questo caso. Difatti la narrazione apre proprio con la necessaria spiegazione del titolo italiano, dove “trancers” è il nome usato per descrivere una speciale setta di guerrieri ninja immortali che possono essere uccisi solo da altri trancers (e implicitamente si capisce che hanno anche la capacità di trasferirsi in altre persone qualora questi siano fisicamente uccisi da chiunque non sia un ninja come loro).
    “Trancer” era un termine abbastanza di moda all’epoca e deriva ovviamente dalla “trance“, lo stato psicofisiologico, che in quegli anni andava di moda associare anche allo spiritismo. In breve, trancer, stava ad indicare un individuo capace di trasferire sé stesso nel corpo di qualcun altro. La trama verte proprio intorno a questo e trovo che il titolo italiano sia anche più adatto di quello originale. Difatti, il titolo americano non ha mai avuto molto senso per il pubblico statunitense in quanto non esiste nessun film chiamato Ninja né tanto meno è mai esistito un Ninja II, bensì si tratta di un successore spirituale di altri due film a tema ninja della Cannon di Golan-Globus:
    enter the ninjaNinja_la_furia_umana_83
    L’Invincibile Ninja (Enter the Ninja, 1981) con Franco Nero, diretto da Menahem Golan stesso, e Ninja la furia umana (Revenge of the Ninja, 1983), dello stesso regista di Trancers.
    Lo stesso sottotitolo, the domination, non è chiaro a cosa voglia far riferimento… la dominazione di cosa? Una domanda che si sono posti ironicamente anche i ragazzi di Redlettermedia nell’episodio della serie “Best of the Worst” in cui compariva questo film (se capite l’inglese e vi piacciono i “film brutti”, vi consiglio caldamente di seguire l’intera serie).
    Indubbiamente avrebbe avuto più senso un Ninja III – The Possession, vista l’evidente ispirazione (per non dire “plagio”) dei film a base di possessioni demoniache (in particolare L’Esorcista) ma, come tutti i film Cannon, anche questo non prende ispirazione da un solo film ma fa un mix inedito di vari successi di quel periodo, di generi più disparati (in questo caso Flashdance, L’Esorcista e Poltergeist sembrano gli ingredienti principali).
    Se volete saperne di più della Cannon Films e del loro pazzo modo di produrre film, vi consiglio caldamente il documentario intitolato Electric Boogaloo: The Wild, Untold Story of Cannon Films, che potrete sicuramente trovare sottotitolato in qualche sito pirata di vostra preferenza. Solitamente sarei l’ultima persona al mondo a consigliare di rivolgervi alla pirateria ma purtroppo se non sapete l’inglese e necessitate di sottotitoli in italiano, al momento non c’è altro modo di vedere quello che secondo me è uno dei documentari sul cinema più interessanti mai realizzati, insieme a Jodorowsy’s Dune. Quando uscirà anche in italiano vi assicuro che vi consiglierò un acquisto legale, per ora non ci sono altre vie.
    Non posso non consigliarvi anche la lettura delle spassose recensioni di questi film sul blog Malastrana VHS di Andrea Lanza:

    Oggi sono in vena di consigli quindi aggiungo anche una lettura consigliata, un saggio essenziale (dal costo irrisorio di 0,99 euro) del blogger italiano Lucius Etruscus dedicato ai Ninja, tra cinema e realtà: NINJA – Un mito cine-letterario.
    Buona visione e buona lettura a tutti.
    enter the ninja2

  • Interceptor, il guerriero della strada – Un doppiaggio d'altri tempi per un film d'altri tempi

    mad-max-road-warrior-blu-ray

    Il secondo Mad Max si rivela un seguito essenzialmente diverso e migliore. È l’equivalente post-apocalittico de’ La Casa 2, ovvero contiene tutto ciò che il regista avrebbe voluto mettere nel primo film, ma finalmente con i soldi per poterlo fare!
    Gli diedero il budget più alto mai speso in Australia fino ad allora per un film. L’Australia non è Hollywood, quindi un budget simile rimane comunque nel limite del “ti aggiungiamo uno zero al costo del tuo primo film… e ci stiamo dissanguando”; il quale film, ricordiamo, era stato finanziato praticamente da Miller stesso attraverso turni extra di guardia medica (a quei tempi Miller era appena laureato in medicina). Ciononostante, anche quel solo zero in più sull’assegno permise a George Miller di fare tutto ciò che aveva in mente di fare.
    Basta(!) quindi con la retribuzione degli stuntmen non professionisti a suon di casse di Peroni gelate e mai più sarebbe ricorso al furto con destrezza di cartelli (e oggettistica varia) presi “in prestito” dai portici dei negozi dell’outback australiano prima dell’orario di apertura. Adesso Miller poteva permettersi un vero e proprio set futuristico costruito nel bel mezzo del deserto australiano (e di farlo poi saltare in aria alla fine del film), poteva permettersi anche dei veri costumi, un numero maggiore di veicoli da sfasciare, dei veri stuntmen… e con gli spiccioli avanzati, qualche scatolone su cui farli cascare.

    Speriamo abbiano messo abbastanza scatoloni

    Speriamo abbiano messo abbastanza scatoloni


    Le ossa rotte in questo film non sono mancate, ma sullo schermo si ripagano da sole! A certi voli che si vedono su schermo c’è da prendere il cellulare al volo e controllare Wikipedia solo per assicurarsi che non sia morto nessuno durante le riprese del film. Colonna sonora e fotografia di questo film sono a livelli inaspettati di spettacolarità. Non è un caso che il secondo capitolo di Mad Max sia il più amato dei tre a livello mondiale.
    Quello che nel 2015, agli occhi dei più giovani, potrebbe sembrare un film da poco, in realtà supera in azione (e in tensione) la maggior parte dei polpettoni “action” che sfornano oggi come il pane toscano: insipido e spesso già stantio.
    Addio lettori toscani, è stato bello avervi conosciuto.

    ___________________

    Vi piace la locandina rubata ad un altro sito?

    Vi piace la locandina rubata ad un altro sito?


    In un precedente articolo avevamo visto come il primo film di Mad Max, da noi intitolato Interceptor dal nome dell’auto “supercarburata” che guida il protagonista, contenesse alcune strambe scelte di adattamento, un paio di errori di traduzione (errare humanum est), alcuni nomi alterati accanto ad altri mantenuti in inglese – ma pronunciati in maniera curiosa. Tutto sommato però si trattava di un lavoro eccellente, recitato alla vecchia maniera (forse anche troppo alla vecchia maniera, secondo l’opinione di Carlo Marini che doppiava Mel), con frasi mai e poi mai tradotte pedissequamente… insomma un vero e proprio doppiaggio vecchio stile. Difatti nonostante le pecche ne consigliavo una visione esclusivamente in lingua italiana!
    Dopo aver conversato con Carlo Marini, voce di Mel Gibson, sono venuti alla luce dettagli fino ad ora non noti riguardo l’adattamento dei primi due film della serie (aspettate però che io pubblichi l’intervista completa con Carlo Marini prima di precipitarvi ad aggiornare Wikipedia e Antonio Genna come dei forsennati):
    in primis che la direzione del doppiaggio del primo film era in mano a Emilio Cigoli, classe 1909, noto come voce italiana di John Wayne e di molti altri eroi americani degli anni ’50-’60. Insomma, uno che non si sarebbe mai sognato di lasciare un vocabolo inglese ignoto in un film doppiato, ma che allo stesso tempo impediva a Marini di esprimersi liberamente nell’interpretazione di Mel Gibson, specialmente nelle scene del primo film in cui lo vediamo affaticato/disperato e ciononostante con una voce inflessibile, dato che, secondo Cigoli, “un eroe non si affatica mai!” citazione necessaria
    Neanche la scalinata di Pai Mei piegherebbe Mad Max in italiano.

    Neanche la scalinata di Pai Mei farebbe venire il fiatone Mad Max in italiano.


    Quindi anche se Mad Max dovesse correre la distanza da Maratona ad Atene sotto il peso di un’armatura, nella traccia italiana lo sentireste pronunciare “abbiamo vinto” in un bellissimo italiano, calmo e impostato. Inutile fu lo sforzo di Marini nel far notare al direttore, Cigoli, che Mad Max non è esattamente il prototipo di eroe senza macchia, in stile vecchia Hollywood. È un uomo accecato dalla vendetta nel primo film e indifferente alle sofferenze umane nel secondo, nel quale aiuta i “buoni” solo per suo tornaconto personale.
    Il ritorno, anche nel secondo film, di Carlo Marini su Mel Gibson consente alla serie di proseguire la strada e di far tesoro dell’eredità di Cigoli, con adattamento e recitazioni ancora in stile anni ’50-’60 (con tutti i pregi e i difetti che ne seguono) ma, se nel primo film questo tipo di adattamento altro non è che una piacevole aggiunta, è nel secondo che il doppiaggio in stile “vecchio western hollywoodiano” trova tutta la sua ragione d’essere!
    Awanagana!

    Awanagana!


    Difatti, mentre il primo “Mad Max” può ricordare più un road movie indipendente degli anni ’70, con il secondo capitolo vediamo una trama classicheggiante ripresa dall’Iliade e una caratterizzazione dei personaggi che sembrano invece presi direttamente dai western di Sergio Leone (il protagonista taciturno e solitario) e da quelli di John Ford (i barbari motorizzati come indiani pellirossa)… quale miglior connubio potevamo desiderare tra un film che richiama fortemente ad uno stile “classico” ed un doppiaggio italiano tipico proprio di quei generi che Mad Max ripresenta in chiave post-apocalittica?
    Amazzoni post-apocalittiche

    Amazzoni post-apocalittiche


    Il solo prologo di questo secondo film rasenta la poesia se confrontato con il testo originale, vi cito solo un piccolo frammento invitandovi a cercarvelo per intero su YouTube:

    Ordinary men were battered and smashed.
    I deboli scomparivano senza lasciare neanche il segno di una croce… su delle misere pietre.

    Questa sola frase ci ricorda come dovrebbe essere l’adattamento dei dialoghi di un film e di come invece non è più. Frasi che sembrano nate in lingua italiana e non la traslitterazione parola per parola, con costrutti anglosassoni, come ahimè accade sempre più spesso nei film doppiati di oggi! Questa è la chiave di un buon adattamento… e non il far dire a Captain America che c’è bisogno di un pararescue (a cui piace l’Ultimate Fighting) per bypassare il blade server di targeting e per fare il back-up dell’hard drive degli helicarrier Insight, grazie ad un software tracer.
    Ah, se solo questi fossero dialoghi di mia immaginazione e non la cruda realtà dell’adattamento moderno.
    Torniamo a noi.
    Il prologo appena citato, che apre il film Interceptor – Il guerriero della strada, è narrato da Mario Milita il quale, un decennio più tardi, sarebbe divenuto molto celebre come voce di nonno Simpson nell’omonima serie. Difatti, riguardando oggi quella scena di apertura di Mad Max 2, per quanto poetica, viene un po’ da ridere ripensando al personaggio di nonno Simpson che parla a vanvera.
    Proprio per questo vi ho preparato una chicca narrata dal nostro Leo:
    Nonno Simpson narra l’introduzione di Interceptor – Il Guerriero della strada
    copertina-blog
    Un’altra voce nota che compare all’inizio del film è quella di Claudio Sorrentino sul personaggio del pilota. Ironia vuole che Sorrentino sia poi diventato la voce “ufficiale” di Mel Gibson neanche pochi anni dopo, immortalandone i personaggi da Arma Letale in poi. È un po’ strano sentire la sua voce provenire da un personaggio che parla proprio rivolgendosi a Mel Gibson. Un po’ come quello che successe con La Febbre del Sabato Sera in cui Sorrentino doppiava l’amico di Travolta, prima che diventasse la voce “ufficiale” di Travolta stesso e finisse anche per doppiarlo nel ridoppiaggio per DVD/Bluray, facendo dimenticare così a tutti che la prima voce di Tony Manero fu del grande Flavio Bucci.
    Lo stesso personaggio del pilota ritorna nel terzo film di Mad Max con la voce, forse anche più adeguata, di Mino Caprio (oggi noto come voce del personaggio animato Peter Griffin).
    Mad Max Sorrentino
    Parliamo della versione italiana… ci sono errori degni di nota?
    In realtà… no! Una cosa che forse non è ben chiara in italiano, così come lo è in inglese, è l’omosessualità di molti dei barbari, pressoché impercettibile nella nostra versione.
    Difatti, mentre in italiano la voce del cattivo “Humungus” declama a ripetizione “io sono il grande Humungus. Per la gloria del grande Humungus, datemi la benzina“, nella traccia audio inglese sentiamo anche altro, ad esempio:

    Smegma crazies to the left!
    Gayboy berserkers to the gate!

    Una cosa che potrebbe tradursi molto liberamente con qualcosa come “ragazzi smegma, attaccate da sinistra! Checche isteriche ai cancelli!“.
    In realtà un qualche riferimento a quelle battute si trova anche nei dialoghi italiani ma le parole sono indistinguibili perché coperte dagli effetti sonori di quella scena. Quindi qualcosa c’è, ma non perviene.

    Le checche isteriche

    Checche isteriche post-apocalittiche


    Le eventuali differenze nella versione italiana non sono da imputare a errori, bensì a scelte di adattamento:
    Il Mostruoso

    Il Mostruoso “Lord Enorme”

    Nothing can escape! The Humungus rules the Wasteland!
    A noi non sfugge nessuno! I padroni delle terre perdute sono gli Humungus.

    There has been too much violence, too much pain.
    La vita degli Humungus è troppo preziosa.

    l’ll talk to this Humungus!
    Vado io a parlare con quel capo Humungus!

    Dai dialoghi italiani capiamo che la banda di barbari motorizzati si chiama “Humungus” e il tizio con la maschera da hockey è il loro Signore, Lord Humungus. In realtà tali barbari non hanno un nome in inglese, è solo il loro capo che si chiama Humungus (in inglese la parola “humungous” è un superlativo alla maniera fantozziana, che suona come “mostruosamente enorme”), un nome usato al modo di un titolo regale o militare (tipo Shogun), quindi la traduzione corretta di quella prima frase sarebbe dovuta essere “Lord Humungus è il padrone delle terre perdute“, e non “i padroni delle terre perdute sono gli Humungus“.
    Nel resto del film sentiamo parlare degli “Humungus” con riferimento a questo gruppo di vandali del dopobomba. Vista la coerenza con cui viene usata questa parola durante tutto il film doppiato, non lo considero un vero e proprio errore, quanto piuttosto una scelta di adattamento che conferisce un nome alla banda nemica (altrimenti senza nome).

    Sogni mostruosamente post-atomici

    Sogni mostruosamente post-atomici


    Altre alterazioni che non sono errori…
    Non menzionato in italiano (e a buon ragione), il capitano Valiant, leader del villaggio, che si chiama “Pappagallo”… quindi se leggete una recensione del film dove si parla di un tale “Pappagallo” vuol dire che l’hanno copiata da una recensione scritta in inglese; il bambino selvaggio (“feral kid” nei titoli di coda) viene nominato come “kid” nel doppiaggio italiano (“boy” in originale), ma considerando che Superman degli anni ’50-’60 in Italia si chiamava Nembo Kid, la cosa non mi sorprende. È uno di quei vocaboli inglesi adottati nella lingua italiana dei giovani del boom economico e poi caduti praticamente in disuso. Un po’ come “bounty killer“.
    Senza contestualizzazione storica, lo spettatore moderno occasionale potrebbe supporre che il nome del bambino sia “Kidd”, il che non creerebbe neanche troppi problemi, quindi funziona per qualsiasi generazione di spettatori.
    Il Parrocchetto

    L’uomo-parrocchetto


    Ci sarebbe da notare che nella scena del discorso di “Pappagallo”, una delle battute sembra essere tagliata e poi l’intera traccia audio va fuori sincrono. Questo credo sia da attribuirsi alla distribuzione Warner. Infatti, originariamente, al cinema arrivò una versione più lunga che poi la Warner tagliò negli Stati Uniti per la distribuzione home video. Il problema tutto italiano origina dalla brutta abitudine della Warner di distribuire in Italia le versioni americane dei propri film, su cui poi ci “appiccicano sopra” l’audio doppiato. Trovandosi per le mani dunque una versione americana più breve dell’audio italiano dalla versione cinematografica, avranno dovuto tagliare e appiccicare in malo modo frasi non nate per essere tagliuzzate, introducendo anche un fuori sincrono fastidioso che ancora oggi persiste nelle versioni DVD e BluRay.
    E i tanti nomi storpiati del primo film dove sono finiti? Scomparsi nelle terre perdute.
    Mentre il primo film era pieno di piccoli errori abbastanza curiosi, questo secondo capitolo è qualitativamente migliore dal punto di vista dell’adattamento. Difatti, data l’ambientazione post-apocalittica dove la vita non è data per scontata e i nomi importano poco (il cane di Mel in inglese era chiamato semplicemente “dog”, così come il bambino era chiamato “boy”), il film Mad Max 2 presenta pochi nomi stranieri e in generale pochi dialoghi (Mel Gibson apre bocca appena 16 volte), quindi anche meno occasioni di errori.

    “Dog” (personaggio che parla più di molti altri nel film)


    Voglio fare una piccola parentesi storica sull’adattamento e che deriva dalla mia conversazione con Carlo Marini:
    È imperativo sottolineare che, come mi raccontava Marini, ai tempi di Mad Max, il ruolo del direttore del doppiaggio era quello di ricordare a memoria le intonazioni e le intenzioni delle battute originali, in modo da dirigere al meglio la recitazione dei doppiatori, i quali leggevano le loro battute italiane su un copione tradotto ma non avevano alcun ausilio audio.
    Piccole variazioni sui concetti, sulla pronuncia dei nomi, etc… sono quindi da imputare, nel caso di film di quel periodo, non solo ad umani errori di chi traduce il copione originale, ma anche al fatto che non era disponibile l’audio originale da riascoltare prima di registrare la propria battuta. Gli anelli su cui registrare le battute doppiate difatti erano muti, stava al direttore “dirigere” gli attori su quella che si potrebbe definire una “tela bianca”, il tutto basato sulla memoria di ciò che era stato visto dal direttore in fase preliminare.
    Ovviamente rimando all’intervista con Carlo Marini di prossima pubblicazione. Abbiate pazienza, a Doppiaggi Italioti abbiamo la mente più veloce delle mani.
    Molto comici però rimangono due piccoli momenti segnalati da un mio lettore: 1) la voce del ragazzo che nella notte dei preparativi per la partenza risponde “Bene, non ti preoccupare”, non può essere un vero attore! A detta di chi me l’ha segnalata “pare un commercialista genoves”; 2) l’assistente di Pappagallo che scivola clamorosamente sul romanesco dicendo “abbiamo perso altri otto uomini STAMMATINA”.

    Conclusione

    Per concludere, Mad Max 2 è un altro film adattato bene, pieno di voci dal familiare allo stranoto anche su ruoli minori, praticamente senza errori di traduzione (qualsiasi incongruenza è attribuibile a scelte di adattamento) e in questo caso ne consiglio la visione in entrambe le lingue perché, al contrario del primo film, i dialoghi qui sono comprensibili anche in inglese. Tuttavia, quando lo vedrete in italiano, fatelo come se steste guardando un vecchio western hollywoodiano doppiato in italiano, il film ne guadagna.

    La faccia di Evit quando gli chiedete di parlare di Mad Max 2

    La faccia di Evit quando gli chiedete di parlare di Mad Max 2

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    TITOLO ITALIOTA BONUS

    Parlando di sequel apocrifi, nel 1983 qualche “indipendente regionale” ebbe la faccia tosta di prendere un film del 1977 chiamato “Speed Trap” e distribuirlo in Italia come SPEED INTERCEPTOR III (o “Speed Interceptor III°), cercando dunque di spacciarlo come il terzo capitolo della serie.
    speed interceptor III
    Confrontatelo con la locandina originale…
    interceptor
    Fate un po’ voi.
    Il vero terzo capitolo della serie con Mel Gibson sarebbe arrivato soltanto nel 1985 con il titolo di Mad Max – Oltre la sfera del tuono. Ma questa è un’altra storia.

  • TITOLI ITALIOTI: Suxbad – Tre menti sopra il pelo

    Superbad titolo
    Mentre il film ha le carte in regola per diventare, in futuro, un cult del genere “adolescenti in crescita” e “riti di passaggio”, il titolo italiano vorrei invece che venisse ripensato profondamente per una futura riedizione.
    Il titolo originale è “SUPERBAD“, inteso come “super badass”, qualcosa che in Italia, volendo necessariamente lasciare un titolo in lingua inglese, avremmo potuto trasformare in “super cool”, per aiutare la comprensione (scelta tra l’altro adottata da tantissimi altri paesi)… invece non è stato questo il caso.
    Per spiegare il titolo originale posso dirvi semplicemente che sono i protagonisti del film a considerarsi “super cool”… è ironico perché ovviamente sono tutto l’opposto ma alla fine del film riusciranno nei loro intenti, guadagnandosi tale titolo.
    In italiano invece si chiama…
    suxbad
    Per dimostrarvi che io non sono poi tanto sveglio, vi rivelo di non aver capito inizialmente perché in italiano si chiamasse SUXBAD. Pensavo al “SUX” equivalente di “sucks”, ovvero “fa schifo” in inglese, ma non capivo come potesse esistere un titolo simile in Italia, difatti in pochissimi lo avrebbero capito. L’illuminazione è venuta leggendo un articolo di Cineblog, Cineblog protesta: giù le mani da Superbad!!!, dove hanno scritto:

    in italiano vogliono trasformare Superbad in Suxbad (facendosi così contagiare dalla mania della scrittura da sms: x’ (perché), ke, ka22o, kikka, makkina e kuello ke v piace d +…) così qualcuno che non conosce questa malattia dell’adolescenza andrà alla cassa del cinema chiedendo “due biglietti per su-ICS-bad”

    Difatti io ho presentato questo film ad un mio amico chiamandolo “SA-CS-BAD”, non “SUPER BAD”. Evidentemente non sono stato abbastanza sveglio da capire che era scritto in “adolescenziesco”.
    inchesenso
    Mentre quelli di Cineblog si sono fatti venire una crisi spastica per via del sottotitolo di ispirazione moccescatre menti sopra il pelo“, un sottotitolo scelto, sembra, attraverso ad un un concorso indetto sul sito di MTV (un minuto di silenzio per la stupidità di tale iniziativa), io invece mi sono sconvolto maggiormente per il titolo “Suxbad” che ha causato un’estasi mistica nella quale l’arcangelo Gabriele annunciava la mia prossima maternità…
    …ma come si può scrivere il titolo di un film con il linguaggio abbreviato degli SMS? CANAGLIE!!!
    Una scelta lessicale che, neanche cinque anni più tardi, si sarebbe rivelata molto datata visto che la maggior parte degli adolescenti avrebbe poi adottato contratti mensili inclusivi di SMS gratuiti quasi illimitati, un cambiamento con ripercussioni anche culturali dato che ha reso ormai inutile l’utilizzo di abbreviazioni esagerate come “xké” e “cmq”, che avevano senso soltanto quando ogni messaggio costava soldoni ed aveva un limite di 160 caratteri, spazi inclusi. Questo film è del 2007 o del 1997?

    espressioni

    Tre espressioni rappresentative del sentimento che si prova dopo aver capito che SUXBAD si legge “suPERbad”


    Quando finalmente capii il “mio” errore, un po’ mi sentii stupido per averlo chiamato sà-cs-bad per giorni (pur non comprendendone la scelta dei titolatori, ma questo rientra nella ordinaria amministrazione dato che si tratta  spesso scelte dubbie ed incomprensibili, della serie “chissà che cosa stavano pensando in quel momento”), ma più che sentirmi stupido io, provai vergogna per la persona che se n’è venuta fuori con tale idea. L’anonimato nel settore pubblicitario talvolta è, come capite da questo caso, addirittura necessario.
    Be’ pensate che comunque poteva andare anche peggio. Come, vi chiederete voi? La prima scelta per il titolo fu: “Superbad – Maiali dietro ai banchi“… va bene, questo sottotitolo è atroce, ma almeno il titolo non era scritto come SuXbad! Maledetti maiali della distribuzione!
    superbad morite
    Cineblog continua dicendo

    Ma tornando a noi: abbiamo lasciato perdere l’orribile traduzione di “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” diventato “Se mi lasci ti cancello” sperando fosse uno sporadico caso di malattia mentale e distorsione della realtà, ma ora basta. Veramente basta.
    Cineblog protesta a viva voce. Non occorreva affatto mettere un sottotitolo. Superbad bastava.

    In realtà il titolo originale non bastava affatto, perché “Superbad” e basta, a qualsiasi italiano, non dice e non può dire assolutamente niente. Lo avessero cambiato in “Super Cool” allora anche io avrei sostenuto che un sottotitolo era superfluo, ma non con “Superbad”.
    A posteriori sono tutti bravi a sparare a zero dicendo “perché questi sottotitoli, lasciate il titolo originale e basta” ma la verità è che senza sottotitoli molti film non susciterebbero neanche l’attenzione minima richiesta, perché a noi italiani piace avere un indizio sulla trama del film (o perlomeno sul genere di film) già dal titolo. Una commedia demenziale non me la chiami “Meet the Spartans” (ti presento gli spartani) in Italia! In Italia la presenti come “3ciento – Chi l’ha duro… la vince” e, nel bene o nel male, ancora oggi, nel nostro paese, tale film rimane memorabile anche grazie al titolo.
    Un’altra osservazione è quella che, secondo alcuni, in Italia questo film sia sottovalutato per via del titolo. In realtà sarebbe stato sottovalutato anche lasciando soltanto “Superbad”.
    Io voglio come titolo “Super Cool – Tre menti sopra il pelo“, opinione personale.
    Superbad2
    Per concludere, il sottotitolo non mi dispiace, secondo me si abbina bene al tema e allo spirito del film, e poi, comunque, rimane soltanto un sottotitolo e i sottotitoli non li ricorda quasi mai nessuno dopo averli letti la prima volta.
    Il problema vero è quello del linguaggio da SMS che trasforma il titolo Superbad in SuXbad, che io leggevo SaCSbad perché boh, starò invecchiando e perdendo la mia elasticità mentale. In ogni caso trovo inaccettabile che, in un titolo, “per” possa essere trasformato in “x”, a maggior ragione in questi anni dove, comunque, in molti stanno perdendo l’abitudine ad abbreviare eccessivamente. Solo pochi fanatici continuano imperterriti a scrivere xké pur avendo 1000 SMS gratuiti al mese e uno smartphone con tastiera qwerty.
    Ci si augura sempre di non rivedere mai più alterazioni simili da parte dei distributori italiani ma, purtroppo, so che questo non sarà certo l’ultimo caso, né il più eclatante, quindi non posso che concludere parafrasando una battuta del film Ghostbusters
    walter peck

  • Interceptor (Mad Max, 1979) – Intercettatemi Mad Max

    buona la mela sana la pera
    Togliamoci subito di torno l’argomento titolo! Ne parlai brevemente (ma esaurientemente) agli esordi di questo blog, più di tre anni fa, nell’articolo TITOLI ITALIOTI (3^ PUNTATA) – La serie di Mad Max (Interceptor). Oggi parliamo del film… vale la pena guardarselo in lingua originale? Come sono doppiaggio e adattamento italiano? Risponderò a questa e ed altre domande. La cosa più stramba di guardarsi Mad Max in inglese è certamente l’accento australiano che per molti (me incluso) è così inusuale da rendere la visione in lingua originale un’esperienza molto alienante. Direte voi: vabbé Evit ma noi siamo italiani, ovvio che ci sentiamo alienati, è normale. L’accento australiano era alienante persino per gli americani a quanto pare, dato che, nel 1980, la casa distributrice ritenne indispensabile farlo RIDOPPIARE da attori americani (si avete letto correttamente, ridoppiare), alterando molto dello slang e dei termini locali come “Oi!” che diventava “Hey!“, perché “Oi!” non è abbastanza awanagana. I cittadini statunitensi non avrebbero mai visto la versione “originale” del film fino all’uscita dello stesso in DVD nel 2000, vent’anni dopo, Pensate un po’! Vi lascio solo immaginare il livello qualitativo del ridoppiaggio americano (noto solo per il suo “comedy value“, ovvero per il “fattore comico” non intenzionale), considerando che gli americani non doppiano mai niente se non i cartoni giapponesi e che questi siano così pessimamente recitati che qualsiasi statunitense amante degli anime vive secondo il motto: “solo lingua originale con sottotitoli in inglese, please“. Noi invece abbiamo ancora bravissimi attori di teatro e persino delle scuole di doppiaggio di tutto rispetto, pensa che stronzi (cit.).

    Attenzione ragazzi, siamo nel futuro!

    Attenzione ragazzi, siamo nel futuro post-apocalittico! Lo dicono i cartelli.


    Il primo film della serie Mad Max soffre di un budget così risicato che dovrete lavorare di fantasia per comprendere che si tratta di un film post-apocalittico e non semplicemente di un’eccentrica versione australiana di Hazzard dove i poliziotti vestono in pelle nera e si divertono a correre dietro a dei teppisti sulle autostrade del deserto australiano, a bordo di vecchie automobili pompatissime. Pensate, il budget era così risicato che alcune comparse venivano pagate a suon di familiari di Peroni gelate, e molti degli oggetti di scena (come i cartelli pubblicitari e le insegne) venivano “rubati” all’alba, dall’esterno di veri negozi, e rimessi al loro posto prima dell’apertura, ad insaputa degli esercenti locali. interceptorIl film è ovviamente il parto della crisi petrolifera del 1973 e solo nel secondo episodio si parla di un conflitto nucleare che, ci narra Mario Milita (nonno Simpson), è avvenuto cronologicamente tra il primo e il secondo film (ma di questo ne riparleremo in un prossimo articolo). Fosse stato per il regista, egli avrebbe inserito la storia del conflitto nucleare anche nel primo film, ma non c’erano i soldi per ricreare i costumi e le ambientazioni tipiche del filone post-apocalittico. La tematica della scarsità di carburante è tuttavia preservata dal primo all’ultimo capitolo della serie e nel terzo film si accenna persino ad energie alternative come unica via di salvezza per l’umanità. Vi ho già detto che adoro la serie di Mad Max? Vista la grande attenzione del film verso le automobili, chi lo ha distribuito in Italia ha pensato che il protagonista fosse non tanto Mel Gibson, all’epoca sconosciuto persino in America (figuriamoci in Italia), bensì la sua automobile da inseguimento, la “Interceptor”. Una scelta poco lungimirante vista la piega che avrebbe preso la trama nei successivi film: nel secondo la sfasciano nella prima mezz’ora, nel terzo film è solo un rottame trainato da cavalli… quindi praticamente scompare dalle scene relativamente presto. Interceptor è un film strano. Sulla carta è un film di vendetta (revenge movie), ma è fuori dai canoni dei filoni a cui fa capo. Non è sufficientemente “fantascientifico” da essere palesemente un film post-apocalittico, eppure lo è, le indicazioni in merito sono velate, mooolto velate. Non ha neanche la struttura tipica dei film di vendetta americani, difatti il nemico principale non è neppure l’ultimo ad essere ucciso. Inoltre il mondo rappresentato è così lontano dalla nostra cultura di base che risulta difficile distinguere quanto sia finzione fantascientifica e quanto invece possa ricadere nella normalità della vita delle piccole comunità rurali australiane. Per quanto ne so io dell’Australia (e per quanto ne sapevamo tutti noi nel 1979), poteva anche darsi che nell’arida campagna australiana vi fossero realmente delle prepotenti bande di motociclisti a fare il bello e il cattivo tempo! [Direte voi “ehh esagerato!” eppure tra le curiosità del film possiamo leggere che una vera banda di motociclisti, i Vigilantes, erano stati assunti per il film. Un po’ come furono assunte delle vere gang di strada per il film “I Guerrieri della Notte“] Ma qui a doppiaggi italioti parliamo di adattamento. Parliamo dunque di adattamento iniziando da…

    Le alterazioni degne di nota

    L’auto da inseguimento supercarburata

    V8 supercarburata

    – What’s he driving?
    – That’s what hurts. It’s one of our V8s. Pursuit Special on methane. Super hot!

    diventa:

    – Che macchina ha?
    – Qui sta la fregatura. Una nostra V8 veloce, supercarburata per inseguimento di emergenza.

    Questa delle V8 supercarburate la sentirete spesso durante tutto il film, pur non derivando da nessuna parola in particolare del copione originale. L’hanno aggiunta solo perché fa figo. Potrebbe essere la traduzione molto libera di quel “super hot!“. Per quanto poco ne sappia io, supercarburato non vuol dire assolutamente niente nel campo dei motori. Però fa figo, lo ammetto.

    Via dell’Anarchia… all’incrocio con piazza Libertà

    Anarchie Road

    We’re about half a mile off Anarchie Road. You’ll see him any minute now. Siamo a un chilometro da Via dell’Anarchia. Dovreste avvistarlo tra poco.

    via dell'anarchia
    Curioso che abbiano tradotto “Anarchie Road” (pronunciato ovviamente come “Anarchy road”) direttamente come “Via dell’Anarchia” ma non credo che si possa considerare un vero e proprio errore di traduzione! Sto scherzando… riprendete i monocoli che vi sono caduti. VIA DELL’ANARCHIA??? CANAGLIE!!! Seguendo la trama ci rendiamo conto che il governo australiano ha perso completamente il controllo dell’area in cui si svolge la storia e solo un gruppo di poliziotti, spericolati e molto “al limite della legge”, cerca di arginare la dilagante piaga delle bande di motociclisti che in quelle zone spadroneggiano. Ha senso, all’interno della trama, che la strada sia stata ribattezzata “Anarchie Road”. Non ha senso sentirla tradotta in italiano, in quanto solitamente i nomi delle strade non si traducono… per principio (a meno che non si tratti di un fantasy). Fosse stato un “nomignolo” informale avrei capito e avallato questa scelta di adattamento, ma lo vediamo scritto persino su un cartello stradale!
    I nomi? Li cambiamo tutti
    Teocotter

    Do you see me, Toecutter?
    Dove sei TEO-COTTER!?

    e qualche momento più tardi…

    Lo sa TEOCOTTER chi sono io? Io sono il Night Rider!
    (in originale: The Toecutter… he knows who I am. I am the Nightrider!)

    Sentire per credere. “Toecutter” è il soprannome del crudele capo banda di questi motociclisti nomadi, letteralmente significa “tagliatore di dita dei piedi” il quale, per estensione, potremmo ribattezzare “tagliapiedi”. In ogni caso è rimasto in inglese e va bene così… ma almeno pronunciatemelo bene! Chi è Teocotter? L’elicottero di Teo, il teocottero? Più tardi anche Mad Max dirà “tu e io dovremo fare un discorsetto su Teocotter“. È chiaro che ci dev’essere stato un tentativo di italianizzare un po’ quel nome per renderlo meno ostico alle nostre orecchie italiote (“tò-càrher” non il più immediato dei nomi da comprendere per l’orecchio italiano). Tanto valeva tradurlo con il mio “Tagliapiedi” e farla finita con queste vie di mezzo dove si tiene il soprannome originale ma lo si pronuncia in maniera più chiara, alterandone parte delle lettere. Un discreto abominio.
    Ma torniamo un attimo alla scena di prima:

    The Nightrider, that is his name. Il Night Rider, questo è il nome dell'eroe della notte.

    “The Nightrider, that is his name”.
    “Il Night Rider, questo è il nome dell’eroe della notte”.


    Il pazzo drogato al volante continua a canzonare i poliziotti via radio urlando:
    Nightrider

    (non udibile) Night Rider! L’eroe della notte, che passa alla velocità della paura! Statemi a sentire tutti… Sono io il Night Rider, l’eroe della notte. Sono una macchina suicida che ha fatto il pieno. Mi sentite bronzi? Mi sentite piedipiatti?
    In originale I am the Nightrider, cruising at the speed of fright! (non udibile)… I am the Nightrider and I ain’t never coming back! I’m a fuel-injected suicide machine! Do you hear me, pigs? Do you hear me, Bronze?

    Lo so che state per zompare al collo per quel “Night Rider” lasciato in inglese, ma rileggete bene la frase che avevo elencato prima, diceva “The Toecutter… he knows who I am“, ovvero “il Tagliapiedi” (da me ribattezzato). È chiaro che Nightrider e Toecutter sono soprannomi che si sono dati i membri di questa gang di teppisti come evidenziato anche da un telegiornale che (solo in originale) diceva: “Montazano, who called himself the Nightrider, …“. [letteralmente, Nightrider significherebbe, “colui che guida la moto nella notte”… il “motociclista della notte“] Il direttore di doppiaggio evidentemente scelse di lasciare questi soprannomi in lingua originale, una scelta lecita ma un po’ buffa quando poi nello stesso film mi traducono “Anarchie Road” come “Via dell’Anarchia”; posso solo dire che almeno sui soprannomi sono stati coerenti… o quasi, come vedrete dopo. Fossero almeno pronunciati bene però! Un altro soprannome pronunciato a caso infatti è “Mudguts” (pronuncia originale “madgats”) il quale viene pronunciato (leggete le vocali all’italiana): MUDGUT. “Mudguts” significa panzone ed è un appellativo ironico poiché il personaggio era mingherlino. Un altro membro della gang, Cundalini, diventa poi Cundilini e persino il cognome di Max, Rockatansky, lo sentiamo pronunciato Rockatesky dal capo della polizia… ma che gli avranno fatto di male quei nomi? Ma non è finita qui. Si continua con Bubba Zanetti, chiamato Bubba Zanovich in italiano, e “Johnny the Boy” che diventa “Johnny il ragazzo”. Ma come, avete lasciato tutti gli altri soprannomi in inglese ma “the boy” era da tradurre? Posso anche accettarlo, ma attenetevi alle vostre stesse regole!
    Il dialetto australiano che comunque non capirete mai…
    Un vantaggio della traccia italiana è che quasi tutti i dialoghi, specialmente quelli via radio, sono ben udibili. Cosa che non avviene sulla traccia australiana originale in cui spesso i rumori dei motori, della natura o la musica (insomma qualsiasi cosa) disturbano lo spettatore non permettendogli di udire bene, o affatto, molti dei dialoghi. Di questo se n’erano lamentati anche gli americani quando nel 2002 scoprirono che la traccia originale, pur essendo migliore dal punto di vista recitativo, aveva questo difettuccio (chiamatelo da niente!). Ma anche mettendo i sottotitoli potreste avere dei problemi di comprensione davanti a frasi come questa…
    aborto e mignotta

    Understand this. That scag and his floozy, they’re gonna die!

    Ovvero: “sia chiaro: quel drogato e la sua puttana moriranno!” ma reso in maniera più divertente in italiano da:

    Sia chiara una cosa. Quell’aborto e quella mignotta devono morire!

    In Australia non si bestemmia
    Come al solito poi, le frasi un po’ ambigue risultano essere sempre il parto degli adattatori nostrani che si allontanano dal testo originale, rendendo dubbie certe reazioni o certi scambi di battute. In questo caso un poliziotto urla al collega di fargli posto alla guida:
    tu spadroneggi sempre

    – E allora togliti dalle palle! – Tu spadroneggi sempre. Io non voglio avere a che fare con te.

    Non voglio avere niente a che fare con te“? La frase non aveva molto senso nel contesto. In originale infatti recitava altro:

    – For Christ’s sake, shove over! – You’re blaspheming again. I don’t have to work with a blasphemer.

    Ovvero: “Cristo santo, spostati!” / “Stai bestemmiando di nuovo. Non voglio lavorare con un bestemmiatore“.

    Errori umani

    Come in tutti gli adattamenti, possiamo trovare alterazioni che non sono dovute a scelte del direttore di doppiaggio, bensì a semplici errori nel processo di traduzione/adattamento/doppiaggio… ma qui, a Doppiaggi Italioti, sappiamo che errare è umano e perdoniamo le seguenti pecche:

    1) L’uomo del ministero degli interni in giacca e cravatta (e soprabito da samurai) parla di Max con il capitano di polizia:

    l'uomo del ministero (vestito da samurai)

    Originale: Your top pursuit man wants to quit the road and we have to seduce him with candy? People don’t believe in heroes anymore.
    Doppiato: Tu sei il più bravo di tutti ma vuoi andartene e me tocca sedurre quel moccioso con roba del genere. La gente agli eroi non ci crede più ormai.

    L’errore è probabilmente a monte, una svista. L’uomo del ministero avrebbe dovuto dire (riferendosi a Max e non al capo della polizia): “È il più bravo di tutti ma vuole andarsene e a noi tocca sedurlo con roba del genere?
    2) Un altro errore è:
    borgata gerusalemme

    We have incident at Wee Jerusalem.
    Segnalazione di rissa a via Gerusalemme.

    Purtroppo qui non si parla di una “via” bensì di un minuscolo centro urbano chiamato “Piccola Gerusalemme” che, essendo un nome di città, poteva anche rimanere “Wee Jerusalem” (“wee” è sinonimo di “little”, piccolo). Strano perché in una frase successiva la stessa voce alla radio parla di “borgata Gerusalemme”. Sebbene questa traduzione (borgata) lasci un po’ il tempo che trova, dà comunque l’idea che fosse stato capito il senso della battuta originale. Ma perché allora prima si parlava di “via” Gerusalemme? Fa niente, capita a tutti di fare errori. Io vi perdono
    I-Pardon-You

    __________________

    Considerazioni finali

    cotognata e miele

    Cotognata e miele” era davvero nella versione doppiata, al posto di “peanut butter and honey” (ovvero burro d’arachidi e miele). Adesso mi è venuta voglia di cotognata.


    In generale il film denota un livello di adattamento italiano di alta qualità tipico dell’epoca, dove anche gli attori secondari sono bravi attori, dove le voci sono ben associate ai volti (Carlo Marini è ottimo sul Mel Gibson degli esordi) e dove i testi non erano pedissequamente tradotti! Al contrario, venivano reinterpretati dove necessario (ciò che poi si chiama “a-dat-ta-mén-to”). Per farvi un esempio la battuta: “You’d better send a meat truck. Charlie’s been hurt bad” ovvero: “è meglio che mandiate il furgone della carne“, diventa in italiano… “mandate un’ambulanza subito, Charlie è stato ferito gravemente” …dimostrando che gli adattattori, all’epoca, avevano inteso il significato della battuta e, invece di tradurre alla lettera quel “furgone della carne“, hanno giustamente usato la parola “ambulanza“. Non mi sorprenderebbe se oggi giorno una battuta simile possa essere tradotta come “camion della carne“, con il supervisor che ordina “lasciate tutto alla lettera! TUTTO!” e con i traduttori che pensano “boh, dice così, lasciamolo così“.
    Curiosità: la battuta del furgone della carne origina dall’esperienza maturata dal regista nei suoi anni da studente di medicina, quando vedeva molte vittime di incidenti stradali arrivare senza molta speranza all’ospedale, diciamo che arrivavano perlopiù a pezzi. Un’altra battuta ben resa è l’ironica “odio le armi”:

    “I hate guns!”.
    “Ahh! Aborro i fucili!”.


    Vale la pena dunque vederselo in lingua originale? Secondo me… no! OK, via dell’Anarchia è abbastanza fastidioso ma lo slang australiano è piuttosto oscuro anche ai madrelingua di altre parti del globo, inoltre molti dei dialoghi si perdono, affogati dalla musica o dagli effetti sonori. Ad esempio, gran parte delle scene con il “Nightrider” in lingua originale sono quasi incomprensibili per questo stesso motivo; al contrario in italiano sono sempre chiare e piuttosto memorabili. Quindi, a meno che non stiate preparando una tesi sulla cinematografia australiana, non vedo perché complicarsi la vita ascoltandosi un film che solo sulla carta è in inglese, ma di cui non capirete molto. Se poi, per motivi tutti vostri, sapete già che in australiano “barbie” non è una bambola della Mattel, bensì il “barbecue”, e se sapete anche cosa significhino “scags” e “floozies”… allora questo film, in lingua originale, potrebbe fare per voi. E dunque non venitemi a dire “ma Evit, non hai ancora imparato che in originale è sempre meglio!?“.
    Bimbo
    Infine, come accennavo prima, la scelta dei doppiatori è stata, come è da aspettarsi, adeguata all’aspetto dei personaggi. In particolare Toecutter, in “australiano”, non ha una voce particolarmente minacciosa, nonostante l’aspetto da violento selvaggio e il corpo da vespasiano. Anzi, in originale suona più come una checca isterica. L’unica cosa che forse rimane un peccato è che non siano stati tradotti i soprannomi dei motociclisti nomadi, avessi avuto io la scelta avrei tradotto quelli in italiano, mentre avrei lasciato in inglese le varie “roads” e i nomi delle città.

    Nome pronunciato in italiano

    (con vocali da leggere all’italiana)

    Adattamento dei soprannomi proposto indicativamente da Evit
    Max Rockatansky Rockatesky
    “Toecutter” “Teocotter” Tagliapiedi
    Montazano “Nightrider” uguale “Eroe della notte” andrebbe anche bene
    Bubba Zanetti Bubba Zanovich
    Johnny “the Boy” Johnny “il ragazzo”
    Mudguts “Mudgut”  “Panzone” o anche direttamente “Smilzo”
    Cundalini Cundilini

    nomi alterati

  • Captain America 2: rompiamoci i coglioni insieme!

    L'arresto di Captain America
    INTRODUZIONE
    Qui a Doppiaggi Italioti il film Captain America 2 sta diventando un po’ l’emblema dei brutti doppiaggi degli ultimi anni, in parte per la stronzaggine di lasciare quel “Captain” non tradotto (causa tra l’altro di molti sputi in faccia al momento della pronuncia) e in parte per l’eccesso di termini che sono stati sciaguratamente lasciati in lingua originale. A molti, questo TERZO articolo potrà sembrare un vile accanimento su di un film che dopotutto è destinato ad essere dimenticato tra meno di un mese e forse lo è un accanimento… anzi nessun forse, è un accanimento a tutti gli effetti! Ne voglio punire uno per educarne tanti. Questo film rappresenta tutto ciò che non si dovrebbe fare con un adattamento italiano. Capito Disney Character Voices International Inc.? Capito Dubbing Brothers Inc.? Capito Marco Guadagno? A chi di voi dovrei rivolgermi?
    PREMESSA
    Nei film doppiati lo spettatore italiano non dovrebbe mai avere coscienza, neanche per un solo istante, di quale sia la lingua parlata dai personaggi. I concetti dovrebbero arrivare direttamente al cervello dando così l’illusione di sentire ciò che i personaggi di un altro paese dicono, pur non conoscendo la loro lingua. Questo non vale solo per l’Italia, se gli americani si guardano Schindler’s List sentiranno i personaggi che parlano inglese ma lo spettatore sa inconsciamente che i veri protagonisti avranno parlato polacco nella realtà. Nei doppiaggi fatti bene vi arrivano al cervello solamente i concetti, così come arrivano al pubblico parlante altre lingue in altre parti del mondo. Tutta questa fine illusione crolla quando si riempie il film di termini anglosassoni tanto inutili quanto fugaci, ci si perde a pensare “cos’è che ha appena detto?” oppure “e che significa questa parola?”. L’effetto è quello di una supercazzola alla Amici Miei: ti disorienta, fai finta di aver capito e vai avanti col tarapia tapioco.
    Mi spiego ancora meglio: pensate ad un qualsiasi film della vostra infanzia, prendo come esempio il target di quelli nati negli anni ’70-’80. Avrete quasi certamente visto La Storia Infinita e ricorderete il Fortunadrago. Quando il Fortunadrago si presenta come tale, non è che pensate “ah già, siamo in presenza di un film doppiato perché in tedesco il nome vero è Glücksdrachen“. Invece questo è esattamente ciò che accade in Captain America 2 (e molti altri film moderni) dove viene deciso di non tradurre alcuni termini, un esempio è quello della frase “Non mi avevi detto che era un Pararescue“. Questa frase è l’equivalente, nella Storia Fantastica, di sentire il Fortunadrago che dice “avere un Glücksdrachen con te è il solo modo di andare in missione, andrà tutto bene, non arrenderti e la fortuna verrà da te“.
    TUTTO CIO’ CHE TU FA È MALE
    Come abbiamo visto nei precedenti due articoli (Captain America 2: brrr… l’inverno dell’italiano e Captain America: non ci resta che piangere) questo film pecca nel suo adattamento italiano sotto ogni punto di vista, si salvano soltanto le interpretazioni dei doppiatori professionisti ma buone voci su un copione di merda finiscono soltanto per essere sprecate. Facciamo la spunta dei problemi prima di passare alle minuzie che non avevo trattato nei precedenti articoli:

    • Titolo lasciato in inglese
      Captain America
      c’è
    • Sottotitolo lasciato in inglese
      The Winter Soldier (che il 99% degli italiani pronunceranno così come lo vedono scritto)
      c’è
    • Rango militare lasciato in inglese
      “Captain” che sentiamo anche nei dialoghi italiani
      c’è
    • Parole lasciate in inglese nonostante ne esista una nota traduzione italiana
      Carrier al posto di portaerei
      c’è
    • Parole lasciate in inglese senza lo sforzo di trovare una traduzione italiana
      “Non mi avevi detto che era un pararescue
      c’è
    • Sigle anglosassoni non spiegate
      Come “bomba EMP”.
      c’è
    • Riferimenti alla cultura americana per noi sconosciuti
      il suggerimento scherzoso di iscriversi all’Ultimate Fighting.
      c’è
    • Incoerenza nella scelta tra termini inglesi e italiani
      A volte si parla di Capitano a volte di Captain.
      c’è

    TUTTI I PROBLEMI DI QUESTO ADATTAMENTO
    In questo ultimo articolo voglio proprio eviscerare l’adattamento di questo film una volta per tutte e dunque ecco a voi tutte le minuzie che non vi avevo detto sul doppiaggio italiano di Captain America: The Winter Soldier… e poi basta, non se ne parla più! Lo prometto. Per l’occasione mi prodigherò persino in suggerimenti per un adattamento migliore.
    I deboli di intelletto, i neo-snob italioti e gli impazienti si fermino qui e non leggano oltre. Per tutti gli altri… iniziamo:
    Tarapia tapioco, o scherziamo?
    ______________________
    Doppiaggio ufficiale:

    Captain America: In quale unità stai?
    Anthony Mackie: cinquattottesima pararescue.

    Le prima di tante supercazzole presenti nel film [la sua pronuncia è “pàra-rèschiu”]. Sparata poi in questo modo c’è da chiedersi se noi italiani dovremmo conoscere e capire questa parola? È certo che in molti non saprebbero neanche come scriverla. Già potete immaginarvi il pensiero di colui che adatta quando si viene a trovare davanti alla compagnia “Pararescue” dell’aviazione americana: “è il nome proprio di un corpo militare, va lasciato così“. Il problema è che, a differenza dei Marines, nessuno in Italia lo ha mai sentito nominare prima, ecco quindi che viene a crearsi inutile confusione dove l’orecchio italiano percepisce “pàra-” ma non lo intende come diminutivo di “paracadutisti” come farebbero gli americani, bensì come sinonimo di “pseudo-“. La parola “rescue” poi non è nota a nessuno a meno che non appia scritta, forse. Ecco dunque il mio suggerimento per un adattamento più comprensibile (in questo caso un suggerimento vale l’altro, basta che ci si faccia capire)
    Doppiaggio/adattamento suggerito:

    Captain America: In quale unità stai?
    Anthony Mackie: cinquattottesima aerosoccorritore.

    Avete visto? C’è una traduzione persino di “pararescue”. Passiamo oltre…
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    Doppiaggio ufficiale:

    Captain America: Che cosa fai?
    Scarlett Johansson: Un backup dell’hard drive. Sempre meglio avere delle copie.

    Vi ricordate che Captain America è stato scongelato di recente dagli anni ’40? Il capitano potrà sicuramente comprendere backup perché in inglese è un termine comune ma l’illusione svanisce quando lo sentiamo anche nei dialoghi doppiati in italiano. Per noi backup è un termine molto recente, copia o copia di salvataggio avrebbe risolto l’inghippo, invece no, meglio tenere sempre a mente che state guardando un film dove le voci sono state sostituite nella vostra lingua in uno studio di registrazione. Addio magia del cinema.
    Hard drive è anche peggio! Per anni questo componente è stato conosciuto come disco rigido, solo successivamente è divenuto noto nella sua abbreviazione anglosassone hard disk (da “hard disk drive” o HDD). Troppo inglese in troppe poche parole e rivolte alla persona sbagliata, ovvero uno che fino all’altro ieri combatteva contro i nazisti negli anni ’40 e gli spettatori che, in teoria, non dovrebero rendersi conto che il film è stato tradotto e doppiato (per i motivi spiegati nella premessa).
    Doppiaggio/adattamento suggerito:

    Captain America: Che cosa fai?
    Scarlett Johansson: Una copia di tutti i dati. Sempre meglio andare sul sicuro.

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    Doppiaggio ufficiale:

    Samuel L. Jackson: Questo è il progetto Insight. Tre helicarrier di nuova generazione sincronizzati con una rete di satelliti da rilevamento.

    Primo problema: dalle casse audio esce la parola insight e la mente italiana sente inside. Già qui sarebbe stato ideale tradurre/adattare il nome del progetto Insight dato che non si tratta di nessun progetto realmente esistente e quindi non ha necessità di rimanere in inglese.
    Il secondo problema sono gli helicarrier. Fino a “heli” ci arriviamo, del resto viene dal greco ἕλιξ [helix] che vuol dire spira, spirale, e lo troviamo in parole come “elicottero”. Carrier invece è la portaerei, termine fin troppo noto in italiano. Vi suona male “eliportaerei“? A me suona peggio “helicarrier“, guarda un po’! E vi garantisco che sentirete la parola “carrier” dozzine e dozzine di volte.
    Doppiaggio/adattamento suggerito:

    Samuel L. Jackson: Questo è il progetto Insight. Tre eliportaerei di nuova generazione sincronizzate con una rete di satelliti da rilevamento.

    (ho lasciato il nome del progetto Insight come in orignale ma, come dicevo, sarebbe ideale un suo adattamento.)
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    Doppiaggio ufficiale:

    Samuel L. Jackson: e credo che tu non potrai non rispettare il programma, Capitano.

    Ah, quando volete voi lo chiamate Capitano, in altri momenti invece è Captain? CANAGLIE!
    Doppiaggio ufficiale:

    Un simbolo per la nazione, un eroe per il mondo. La storia di Captain America è fatta di onore, coraggio e sacrificio.

    Questo è uno degli altri momenti. La regola generale, se di regola si può parlare, è che quando viene nominato come “personaggio/simbolo” allora è “Captain America”. Se ci si riferisce soltanto all’effettivo rango di Steve Rogers allora può essere tranquillamente “capitano“. L’idea più stronza mai sentita da tanti anni a questa parte.
    Basta supercazzole
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    Doppiaggio ufficiale:

    Anthony Mackie: tu vorresti congedarti?
    Captain America: No. Non lo so. A dire il vero non saprei cosa fare se lasciassi.
    Anthony Mackie: Ultimate Fighting?

    E gli spettatori italiani dissero: “eh? cosa?”
    Doppiaggio/adattamento suggerito:

    Anthony Mackie: tu vorresti congedarti?
    Captain America: No. Non lo so. A dire il vero non saprei cosa fare se lasciassi.
    Anthony Mackie: Wrestling?

    E gli spettatori italiani avrebbero almeno sorriso, i più avventurosi si sarebbero lanciati in adattamenti ancora più spinti tipo “lotta greco-romana” (sempre con in testa l’obiettivo di strappare una risata) ma Wrestling è già un buon compromesso. Invece ci becchiamo l’ennesima supercazzola, l’Ultimate Fighting. Il tempo che ci mettete per trovarla su Wikipedia e l’effetto della battuta è già svanito. Questo argomento è già stato sviluppato in un precedente articolo.
    ______________________
    Doppiaggio ufficiale:

    Voce computer: Sistema di propulsione offline.

    “…va bene, dai Evit, adesso esageri! “Off-line” fa parte anche dell’italiano”. Indubbiamente! È che a questo punto del film sono già così saturo di inglese inutile che anche offline mi infastidisce un po’. Fosse stato il solo termine anglosassone del film non avrei battuto ciglio. Invece adesso già pondero su alternative come “sistema di propulsione disattivo“. Quale significato profondo avrebbe stravolto un “disattivo” al posto di “offline”? Nessuno. Nessuno, cazzo!
    (Difatti nella versione ispanica era desactivados)
    ______________________
    Doppiaggio ufficiale:

    Scarlett Johansson: …siamo precipitati in un dirupo. Riuscì a salvarlo ma il soldato d’inverno era là.

    Ah quindi il Captain America del titolo rimane in inglese anche nei dialoghi mentre il Winter Soldier viene tradotto? Andiamo bene!
    ______________________
    Doppiaggio ufficiale:

    Scarlett Johansson: Il drive ha un reindirizzamento “livello 6”.

    Dedicato ai non-più-giovani: nel film ci si riferiva ad una banalissima “memory stick” o “penna USB”. Il termine italiano che traduce “drive” è “unità di memoria di massa”. Ovviamente, dato che “drive” è un termine importato dall’inglese e sempre più comune nella nostra lingua, direi che non è di uso improprio in questo caso, ma vista la esuberante abbondanza di termini in inglese durante l’intero film direi che si poteva optare per un approccio più nazionalistico. Quindi mi da fastidio anche drive perché si tratta dell’ennesimo caso di: “usiamo l’inglese che tanto anche in italiano si dice drive, c’è scritto su uichipidia, e poi è più cool“. Più in là nel film il Capitano Rogers dirà “cosa c’è sul drive?“. Forse sul drive c’è il dizionario inglese-italiano/italiano-inglese che avevate lasciato a casa!

    Scarlett Johansson: Lancio un programma tracer. L’ha sviluppato lo SHIELD per rintracciare dei software infetti ostili. Perciò se non riusciamo a leggere il file forse possiamo scoprire da dove è venuto.

    A tracer la vena sulla mia fronte potrebbe scoppiare quindi lo ignoro (la prima volta al cinema manco l’avevo sentita questa parola, l’ennesima supercazzola). Passiamo invece a software e file. Lo so, lo so, lo so! Sono termini ben noti anche in italiano ma l’abuso di inglese nel resto della pellicola rende fastidioso persino questi! Inoltre mi sarei aspettato una qualche battuta di Captain America (questo dalla sceneggiatura originale, non certo dai doppiatori) dove si evidenziava come egli non capisse niente di tutto questo gergo moderno, un po’ come John McLane in Die Hard 2 si trovava in difficoltà persino dinnanzi ad un Fax (data: 1990). Invece niente, possibilità comiche sprecate perché altrimenti i bimbiminkia di tutto il mondo non potrebbero identificarsi con il protagonista. Ma questo esula dal tema dell’adattamento italiano, ritorniamo a noi.
    Basta inglesismi inutili!
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    Doppiaggio ufficiale:

    Scarlett Johansson davanti ad un vecchio monitor di computer: vogliamo giocare? …Lo dicevano in un film molto popolare.
    Captain America: Lo so, l’ho visto.

    I traduttori evidentemente non lo hanno rivisto. L’allusione era a Wargames – Giochi di guerra (1983) e la battuta non era “vogliamo giocare?” bensì “vogliamo fare una partita?“. Ho controllato il labiale e ci poteva anche stare. Sospetto semplicemente che non abbiano capito quale film venisse citato in quella scena, ma la citazione di Pulp Fiction non l’hanno mancata, quella no.
    ______________________
    Doppiaggio ufficiale:

    Scarlett Johansson: non mi avevi detto che era un pararescue.

    Per i motivi detti sopra e in un predecente articolo il mio doppiaggio/adattamento suggerito è:

    Scarlett Johansson: non mi avevi detto che era un aerosoccorritore.

    (mi piace anche aviosoccorritore, fate vobis)
    ______________________
    Doppiaggio ufficiale:

    Captain America: Useremo lui per bypassare le scansioni DNA e accederemo agli helicarrier.

    Che fine hanno fatto termini come “eludere” ed “aggirare”? Specialmente quando non si parla né di un circuito elettrico (in quel caso parleremmo di una “derivazione” al posto di “bypass”) né di una sostituzione di un tratto di vaso sanguigno (bypass è noto soltanto in ambito medico praticamente). Inoltre quello “scansioni DNA” mi sembra troppo una traduzione diretta di “DNA scans”.
    Doppiaggio/adattamento suggerito:

    Captain America: Useremo lui per eludere le scansioni DNA e accederemo alle eliportaerei.

    ______________________
    Doppiaggio ufficiale:

    Scarlett Johansson: ho visto l’operazione, il cuore non batteva più.
    UOMO MISTERIOSO: Tetrodotoxin B, rallenta il battito fino a uno al minuto.

    Sapete, traduttori, la tetrodotossina è molto nota in medicina e in particolare in fisiologia. Detta così mi ricorda il fantomatico “Trioxin gas” del Ritorno dei Morti Viventi… Ah no, aspettate, perché persino quello era tradotto in italiano (come Triossina)! E pensare che quella era una sostanza immaginaria. Quindi perché non tradurla? Perché il supervisor americano avrà detto ai traduttori/doppiatori “awanagana, questa me la lasci alla americà“.
    ______________________
    Doppiaggio ufficiale:

    Donna qualsiasi: quando gli helicarrier raggiungeranno quota 900 metri, si triangoleranno con i satelliti Insight e diventeranno dei carri armati volanti.
    Samuel L. Jackson: dobbiamo intercettare quei carrier e rimpiazzare i loro blade server di targeting con i nostri.
    Donna qualsiasi: uno o due non basteranno, dobbiamo collegare tutti e tre i carrier perché funzioni.
    Samuel L. Jackson: dobbiamo neutralizzare tutti quelli a bordo dei carrier, inserire questi blade server e forse, dico forse, riusciremo a salvare…

    wat?

    Visto cosa avete combinato a lasciare tutti questi termini in inglese? Carrier, blade server, targeting… tutte queste parole anglosassoni in un’unica frase, sparate a mitraglietta sul pubblico italiota TA-TA-TA-TA-TA!!! Ma vi siete bevuti il cervello?
    Come dissi nella prima recensione, questa parte del film fu così veloce e piena di supercazzole in inglese che persino sul momento fu difficile fare il punto di ciò che era stato detto solo pochi secondi prima.
    Inoltre, da quando in quando targeting rimane all’inglese invece di essere tradotto in “puntamento”? Ma chi è che il responsabile (anzi l’irresponsabile) di queste scelte? Non voglio credere che sia Marco Guadagno, non voglio proprio crederlo! Qui c’è lo zampino pesante, anzi la zampa d’orso bruno marsicano di qualche supervisor americano che impone delle scelte insensate in sala di doppiaggio. Ma dategli un calcio in culo quando vi chiedono di recitare una frase dove su 5 parole 3 sono in inglese!
    [La frase originale era: we need to breach those carriers and replace their targeting blades with our own.]
    Eccovi dunque il mio doppiaggio/adattamento suggerito:

    Samuel L. Jackson: dobbiamo penetrare in quelle portaerei e rimpiazzare le loro unità di puntamento con le nostre.

    Ditemi se questa frase non vi sembra di più umana comprensione, pur senza detrarre niente dal significato originale della frase.
    ______________________
    Doppiaggio ufficiale:

    Uomo: molto presto un’arma radiologica distruggerà Mosca o una bomba EMP friggerà Chicago [EMP letto all’inglese, ovvero I-EM-PI]

    Dovremmo sapere cosa sia una bomba i-em-pi? Ve lo spiego io ma non dovrei perché questo è compito degli adattatori… la bomba EMP sarebbe una “bomba elettromagnetica” o “a impulso elettromagnetico” (dall’inglese ElectroMagnetic Pulse o in breve E.M.P. appunto).
    Vediamo cosa dicevano in Matrix (1999) di questo genere di dispositivo…

    TANK: Tutto spento. I.E.M. armato. E pronto.
    NEO: I.E.M.?
    TRINITY: Impulsi elettromagnetici. Distruggono ogni circuito elettrico nell'onda d'urto. L'unica arma che abbiamo contro le macchine.

    Tutto chiaro Trinity, grazie. Erano tempi in cui ancora si adattavano i dialoghi dei film per un pubblico italiano.
    ______________________
    Doppiaggio ufficiale:

    Uomo: siamo a 900 metri. Prossimità link satellitare.

    Oh davvero? Link satellitare? Collegamento satellitare è un termine vetusto? Avrete capito che a questo punto tutto ciò che è stato lasciato in inglese mi fa innervosire. Sapete tra l’altro cosa dicevano in inglese al posto di “prossimità link satellitare”? Dicevano “Satellite coming on-line now“, quindi questa parola “link” non c’era neanche nel copione originale. Si sostituisce inglese con inglese adesso? È l’inglese per il gusto dell’inglese? Qui sta il problema principale del film, un uso assolutamente smodato della lingua inglese che si intromette in un copione tradotto nell’ottica che se una cosa la dici in inglese fa più tendenza. Questa ingiustificabile filosofia di adattamento dovrebbe essere assolutamente bandita.
    Mi sono dimenticato di citare il caso del taccuino dove appare Vasco Rossi, i mondiali di calcio e le finali di Formula 1… i curiosi troveranno tutti questi scabrosi dettagli nel mio precedente articolo. Per quanto mi riguarda ho terminato con Captain America e con il suo non-adattamento… se alcuni miei punti di vista vi sono sembrati esagerati è perché questo film è esasperante a sentirsi, con i loro blade server e i loro carrier, e i Captain che a volte sono capitani altre volte no, i winter soldier, i tracer… (respiro profondo). Consideratelo uno sfogo di parte e niente di più.
    Adesso attendiamo Avengers 2 che, sono sicuro, non ci deluderà… purtroppo.

  • TITOLI ITALIOTI: Noah cioè Noè

    Noah
    Che ci sia un piano ben strutturato per far passare i supereroi nei cinema italiani con il loro nome inglese (Spider-man, Captain America, The Avengers, etc…) sembra essere cosa ormai consolidata. L’effetto di questi titoli lasciati in inglese (e lasciati in inglese sono spesso anche i nomi che sentiamo nel doppiaggio, disgraziatamente) è estraniante per lo spettatore italiano che l’inglese non lo sa.
    I neo-snob italioti in parte apprezzano il sentirsi vomitati addosso una valanga di vocaboli, lasciati in inglese forse per questioni di marketing (o perché in inglese è più cool), in parte però disprezzano il doppiaggio in sé, vivendo così in un mondo tutto loro dove gli piacerebbe che i film fossero sempre in lingua originale ma sottotitolati, altrimenti non capirebbero niente. (Nota: non sapere l’inglese è lecito, dire di saperlo quando invece non lo si sa è da capre ignoranti)
    I pochi che l’inglese lo sanno anche troppo bene, soffrono per gli improvvisi cambi di registro dove all’interno di una frase compare, in modo del tutto arbitrario, una parola in inglese laddove non se l’aspettavano minimamente; questo provoca un tilt di pochi millisecondi, quanto basta per far fallire l’illusione del doppiaggio ed estraendoli completamente dall’esperienza cinematografica. [è chiaro di cosa parlo?]
    Il resto degli italiani subisce e basta, senza sapere bene perché. Perché al cinema esce un film che parla di Noè e si chiama Noah? La risposta, tanto semplice quanto insensata, è questa: perché in inglese il film si chiama “Noah”, testoni!
    La stupidità di lasciare i titoli dei film sempre e comunque in inglese è palese quando poi una giornalista del TG1 ci presenta questo film chiamandolo “Noà”, a dimostrazione che è inutile lasciare i titoli in inglese se poi la gente comune non sa neanche come pronunciarli. Per vostra curiosità personale Noah si legge “nòa” e non “noà”.
    Resta da vedere se anche nel film doppiato avranno l’ardire di chiamare il personaggio con il nome di NOAH! In tal caso ne sentirete riparlare in questo blog.
    PICCOLA CURIOSITA’
    Luca Ward non doppia Russell Crowe nel film (nonostante lo abbia doppiato nel trailer); a detta sua non c’entra né la Universal, né lui, né Russell Crowe, ma qualche intrigo di palazzo qui in Italia. C’è anche da dire che come voce del drago nel film Lo Hobbit: La desolazione di Smaug Luca Ward era riuscito solo a metà, l’altra metà era mal recitata, amatoriale quasi… quindi boh, godetevi Russell Crowe con la voce di Fabrizio Pucci per ora. Luca Ward si sta adagiando troppo sugli allori, del resto il Gladiatore era pur sempre 14 anni fa e L.A. Confidential ben 17 anni fa!
     

  • Locandine all’Amatriciana (24) – Fuori in 60 secondi

    Gone in 60 seconds
    Nel 1974 usciva negli Stati Uniti “Gone in 60 seconds“, un film d’azione a grana grossa che Tarantino omaggia continuamente senza che a nessuno importi molto.
    In Italia lo stesso film sarebbe stato distribuito con un titolo che più italiota non si può: “Rollercar – sessanta secondi e vai!” e notate che il punto esclamativo fa parte del titolo, non lo aggiungo io per enfasi.
    Il film ebbe due seguiti inediti in Italia:
    The Junkman (1982) e il meta-film Deadline Auto Theft (1983) che fu essenzialmente realizzato con i ritagli dei precedenti due film in una sorta di “sulle ombre della Pantera Rosa” su quattro ruote. Sono film quasi fatti in casa, in cui molti degli attori non erano neanche attori professionisti (poliziotti, pompieri, sindaco etc… tutti interpretavano loro stessi). La copertina italiana come al solito è da capolavoro come tutti i poster italiani dell’epoca: un’esplosione fumettistica di pura azione concentrata, titolo a caratteri cubitali e l’inevitabile donna seminuda.
    rollercar_sessanta_secondi_e_vai
    Perché non li fanno più così i poster?
    Il remake del 2000, definito da Tarantino “quella cagata con Angelina Jolie!” (citazione di un personaggio di Grindhouse – A prova di morte), fu più appropriatamente intitolato “Fuori in 60 secondi” tuttavia facendo venire meno il legame con l’originale; mi domando se avrebbe funzionato altrettanto bene un titolo tipo “60 secondi e vai!” (con elisione di quel curioso rollercar). Non mi è neanche chiaro cosa potesse significare “rollercar” per gli italiani negli anni 70, forse un equivalente di “macchina autoscontro”? L’impatto culturale di Rollerball uscito solo un anno prima (1974) ha forse influito sulla scelta del titolo? Dubito che sia rimasto nessuno in vita che potrebbe rispondere a queste domande.
    A proposito della citazione da Grindhouse, purtoppo per Tarantino la battuta potrebbe facilmente ricadere sul suo stesso film; infatti potrei tranquillamente definire “Grindhouse – A prova di morte” come “quella cagata di Tarantino” che infatti considero un pessimo film. Pur capendone le origini, le citazioni, gli omaggi e lo stile… rimane a mio parere la peggior pellicola diretta da Quentin.

  • Captain America 2: brrr… l'inverno dell'italiano

     

    Poster "italiano"

    Il poster “italiano” del film


    Primo problema: il titolo.
    Vi ricordate quando tre anni fa parlai dell’oscenità di lasciare “Captain” in inglese sia nel titolo che nei dialoghi del film? Ce ne fu di cui lamentarsi all’epoca ma pensai che perlomeno il sottotitolo era stato tradotto in italiano da “first avenger” a “primo vendicatore”. Almeno qualcosa di italiano c’era nel titolo! Quello accadeva nel primo film.
    Captain America: The first avenger –> Captain America – Il primo vendicatore
    Captain America: The winter soldier –> Captain America – The winter soldier
    Con il secondo film si perde anche la continuità con il sottotitolo, adesso lasciato in inglese pure quello. I DVD/Bluray di questi due film avranno proprio un bell’aspetto sugli scaffali degli appassionati!
    In un mondo ideale, anzi negli anni ’80, lo avrebbero certamente intitolato “Capitan America e il soldato d’inverno“, ma siamo nel 2014 e i bimbiminkia poi se ne lamenterebbero sui social media. In inglese è più cool. Poi vanno a Londra con Ryanair e non sanno ordinare una Coca Cola, ma procediamo…

    _______________

    Secondo problema: ci risiamo con l’inglese ovunque!
    Nick Fury all'ospedale
    Sono al cinema con la mia partner Christine (nome di fantasia, la privacy inglese è sacra a Giove). Christine è una ragazza britannica, ormai capisce la nostra lingua abbastanza bene da non avere troppi problemi a vedersi film al cinema in italiano, inoltre le piace il doppiaggio italiano in generale e se la trama si complica troppo a livello linguistico le spiego brevemente cosa sta succedendo e il film prosegue senza problemi (praticamente l’opposto dell’esperienza di Leo Ortolani). Nei primi 20 minuti del film avviene la nostra prima interazione che non fosse a base di “cara, passami il paninazzo salsiccia-e-cime di rapa” oppure “vuoi che ti passi degli anacardi?” (perché io vado al cinema come ad uno stravagante picnic):

    crunch, crunch…
    [DALLO SCHERMO:
    – Tu vorresti congedarti?
    – No. Non lo so. A dire il vero non saprei cosa fare se lasciassi.
    ]

    crunch, crunch…
    [DALLO SCHERMO: Ultimate Fighting?]
    crunch cr…
    Evit: che ha detto?
    Christine: ultimate fighting.
    crunch… crunch…
    Evit: Christì… ma cos’è l’ultimate fighting?
    Christine: è tipo cage fighting.
    Evit: eh?
    Christine: immagina il wrestling, ma per davvero, in un gabbione.
    Evit: Ah, come nel film Virtuality con Russel Crowe?
    Christine: What film???
    Evit: Virtua…ehm Virtuosity.
    Christine: Mai sentito. Zitto che non mi fai capire niente, mangiati i pop corn and shut up!
    crunch, crunch…
    crunch, crunch…
    Evit (tra sé e sé): dopo me lo cerco su Wikipedia.
    crunch, crunch…

    In questa epoca lo spettatore medio italiano deve affidarsi alla presenza di uno straniero vicino a sé per capire i riferimenti che vengono vomitati in lingua inglese. OK, lo so che ci sarà qualche espertone di combattimento che mi verrà a dire “ma Evit… ma come? Tu quoque? Non sai cos’è l’Ultimate Fighting Championship? E’ un famosissimo evento sportivo trasmesso in tutto il m… etc“. Sì sì, adesso lo so anche io, grazie a Wikipedia. Il problema sta proprio qui! La battuta si perde perché il riferimento è poco noto al pubblico italiano in generale.
    Spiego la scena: Capitàn America riflette sulla possibilità di abbandonare il suo “lavoro” ma ha dubbi riguardo a che cos’altro potrebbe fare nella vita. Con la risposta “datti all’Ultimate Fighting” in pratica gli viene suggerito (per scherzo) di dedicarsi alla carriera di lottatore professionista. Tutto qui. Anche se avesse detto wrestling, per quanto errato rispetto alla frase originale, avrebbe portato a termine la battuta. Invece no, lasciate “ultimate fighting” che mio padre ultrasessantenne sicuramente capirà al volo.
    Del resto si chiama adattamento proprio perché si dovrebbero adattare riferimenti culturali in modo che le frasi abbiano lo stesso impatto nel pubblico italiano così come in quello americano pur senza stravolgere la battuta originale. Nel 2014 non c’è più bisogno di adattare niente a quanto pare, tanto ve lo cercate su wikipedia in diretta, sul vostro cellulare. Portatevi l’iPad al cinema, così leggete anche meglio. Ignorante tu, Evit, a non sapere cosa sia l’Ultimte Fighting.
    Me tapino!
    Chi avesse lamentele in merito (e ci sono in giro quelli che dicono “e ringrazia che te lo doppiano pure, Evit, non dovrebbero fare manco quello! Almeno così lasciano i riferimenti originali. Ignorante chi non li capisce. Solo in Italia stiamo messi così! Va che in Olanda sottotitolano tutto e tutti conoscono l’inglese!“) si vada a guardare Demolition Man in inglese quando Stallone va a mangiare da “Taco Bell”. Oh, scusate, dimenticavo… non conoscete “Taco Bell”!? Fa niente! Neanche la regina Elisabetta lo conosceva, infatti nel Regno Unito (e in altri paesi europei) se lo sono fatti doppiare con una battuta alternativa in cui si parla di “Pizza Hut” (battuta poi tradotta così anche in italiano, con tanto di Ferruccio Amendola che aggiunge “me la faccio volentieri una bella capricciosa” e noi italiani ce la ridiamo di gusto esattamente come gli americani con la loro versione). Se Demolition Man fosse stato tradotto adesso, nel 2014, avreste certamente udito il riferimento (non adattato) a “Taco Bell” e avreste quasi potuto percepire l’adattatore ai dialoghi che da dietro lo schermo vi fa l’occhiolino come a dire, sottovoce, “raga, siamo nel 2014… andatevelo a cercare su wicchipedia! Così dopo non mi devo sentire le lamentele dei marmocchi che se lo vedono in DVD e vanno sui forum a piangere dicendo che la battuta originale non era così e che li dovrebbero impiccare quelli che adattano i film in italiano“.
    Buon Dio, sono finito a parlare di Demolition Man. Ritorniamo a noi
    Pararescue
    Non avrete mica pensato che i termini in inglese si limitassero a “Captain” e all’Ultimate Fighting Championship… oh come siete ingenui!

    [DALLO SCHERMO: Non mi avevi detto che era un pararescue.]
    Christine: Un che?
    Evit: ha detto “un pararescue”.
    Christine: e che cos’è?
    Evit: immagino qualche reparto di paracadutisti che operano nelle operazioni di soccorso. Sono sicuro che wikipedia ci illuminerà… aspetta che guardo, ah ecco! GUARDA!
    Christine: Shhhhhh! E spegni ‘sto coso che dai fastidio agli altri!

    Il film prosegue con i soliti “Captain” alternato a “capitano”, sempre per ricordarci che siamo in mano a scelte linguistiche decise negli States e poi ad un certo punto mi è piombata addosso una scarica di inglese che non può non strappare lo spettatore fuori dall’esperienza cinematografica. Era una cosa del tipo:

    [DALLO SCHERMO: blade server… blà blà blà… carrier… blà blà blà… bersagli insight…]
    Christine: Blade server? Eh? Per un attimo mi sono dimenticata di stare guardando un film in italiano. Cos’erano tutte quelle parole inglesi una dopo l’altra?
    Evit: Mi hanno perso ad helicarrier. (che poi era la portaerei volante, ma lasciamo perdere.)

    Ho capito solo successivamente che “insight” si riferiva al nome di un certo progetto facente parte della trama anche se non viene mai presentato formalmente allo spettatore, il “progetto insight“, anzi scusate, in un attimo di defaiance stavo quasi per sostituirmi agli adattatori, il “project insight“. L’ho capito dopo ma solo perché appariva scritto fugacemente su un monitor, nel film. Riguardo alla lista di termini anglosassoni potrei sbagliarmi su alcuni, perché nel giro di pochi secondi ne sono stati sparati così tanti che un po’ confusione era inevitabilmente subentrata. Frustrato torno a guardare il film sperando di potermelo godere in pace senza dover sentire altre inutili nefandezze e per fortuna, per lungo tempo, questo non accade (salvo i soliti “Captain, aiutaci tu!“, in forte contrasto con altre frasi tipo “chiedetelo al Capitano!“)… poi verso la fine, quando stavo per rilassarmi, speranzoso che non ci sarebbero state altre parole in inglese… BOOM!]

    [DALLO SCHERMO: Una bomba EMP]
    Evit si alza dalla poltrona: QUESTA LA SO!!!
    Christine: Shhhhhhhhh!!!!!!! E siediti!
    Evit: EMP! Questa la so! L’hanno spiegata nel film Matrix.

    Nel 1999 ancora le spiegavano le sigle inglesi.

    _______________

    Concludiamo…
    Ebbene queste erano tutte le frasi non tradotte del film “Captain America 2 – La vendetta“, no scusate “Captain America – Il soldato d’inverno“… no, scusate ancora “Captain America – The winter soldier” ecco! Titolo che ovviamente nel trailer italiano per la televisione viene pronunciato in maniera maccheronica: “SOLDIER” invece di “SOLGER” (ˈsōl-jər); a riconferma che dovrebbero tradurli e basta che tanto poi non sanno neanche pronunciarli.
    Siamo molto lontani dai livelli di Pacific Rim, ma il problema persiste. Se distribuite i film in italiano, adattateli pure in italiano, altrimenti lasciateli in inglese e sottotitolateli per gli appassionati della lettura. Le vie di mezzo non funzionano.
    Riguardo la trama del film non voglio assolutamente dirvi niente, il rischio spoiler è troppo alto. Siamo molti passi avanti rispetto a quella patacca mostruosa e cartonesca del primo film con un nemico che usciva direttamente da I Dominatori dell’Universo, anche se purtroppo non mancano le scopiazzature da dozzine di altre pellicole e serie tv.
    Visivamente abbiamo scene che ricordano Brazil, Atto di Forza, Capitan Harlock, Eagle Eye, la serie televisiva Lost, Mission Impossible, etc. Poi abbiamo una trama rubata a piene mani dalla serie Person of Interest, per dirne una. Vuol dire che è un brutto film? Assolutamente no, l’antipasto in attesa di “Avengers 2” (altro titolo che poteva tranquillamente diventare “I Vendicatori“) è più che digeribile, il suo adattamento potrebbe rimanervi incastrato tra i denti però.
    Coincidenze?