• Home
  • Tag Archives:  Valerio Piccolo
  • Doctor Sleep: adattare alla perfezione, spiegato dal dialoghista Valerio Piccolo

    Tre locandine italiane del film Doctor Sleep del 2019

    Cosa non facile proseguire sulle tracce di Shining di Stanley Kubrick e ancora meno facile proseguire sulle tracce della sua versione italiana diretta dalla squadra storica scelta da Kubrick stesso: Mario Maldesi (alla direzione), Riccardo Aragno (alla traduzione) e, nel caso di Shining, Simona Izzo ai dialoghi (lei inventò il termine “luccicanza”). Per fortuna Doctor Sleep, seguito di Shining e basato sull’omonimo romanzo di Stephen King del 2013, è stato dato in mano a persone competenti che non solo hanno portato dialoghi in italiano che oserei definire perfetti, ma che si ricollegano anche senza soluzione di continuità a quello Shining adattato nel 1980, quasi quarant’anni fa. Oggi giorno una caratteristica non affatto scontata.

    Doctor Sleep insomma è un altro splendido adattamento di Valerio Piccolo, sempre attentissimo ai riferimenti storici, mai una parola fuori posto, dialoghi naturali e, soprattutto, nessun inglesismo superfluo, insomma un adattamento invisibile, come dovrebbe essere sempre. È proprio questo che caratterizza ciò che ho definito “dialoghi perfetti”. La saggista e critico cinematografico Daniela Catelli (Comingsoon, Ciak), anche lei intransigente per quanto riguarda adattamenti dall’italiano stentato o forzato, concorda in un suo tweet con la mia impressione definendolo: “uno dei pochissimi doppiaggi che non mi hanno dato fastidio“.

    Dal libro "Tradurre: una prospettiva interculturale" di Pierangela Diadori.

    Definizione di traduzione. (Foto di © Fabrizio Scuderi dalla pagina Facebook “Gualtiero Cannarsi, cambia lavoro”)

    Da anni, pur essendo il suo un lavoro che lo tiene nell’ombra, Valerio Piccolo lavora sodo e lavora bene, firmando i dialoghi di tanti film che hanno il pregio di essere così invisibili (nel suo campo è un complimento) da non finire mai tra le lamentele di questo blog. Nel 2015 lo avevo già intervistato per i dialoghi di Mad Max: Fury Road (ricordate la “blindocisterna”? Roba sua e approvata dal regista) e in questi anni tante altre sono state le occasioni in cui ho apprezzato silenziosamente il suo lavoro (Blade Runner 2049, The Hateful Eight, Pacific Rim – La rivolta… sono solo alcuni, qui una lista completa sul sito dell’Accademia Nazionale del Cinema), arrivando ogni volta a fine visione senza una singola obiezione sul lavoro di adattamento per poi, sui titoli di coda, poter esclamare: “ah-ha! È di Piccolo, lo sapevo!“. [NdA: non mi informo mai su chi adatta e doppia un film prima di entrare in sala, così da evitare bias personali, lo scopro soltanto arrivato ai titoli di coda]

    Avendo la possibilità di intervistare Valerio, non mi sono lasciato sfuggire questa occasione, perché dopo la visione di Doctor Sleep le domande che frullano per la testa sono tante, eccovi dunque la seconda conversa di Doppiaggi italioti a Valerio Piccolo. Una conversazione, anzi. La prima la trovate qui.

    L’intervista al dialoghista Valerio Piccolo

    Evit: Anche se ci scambiamo qualche “like” sui social e ogni morte di Papa ci scriviamo in privato, sono ben quattro anni dall’ultima volta in cui abbiamo fatto un’intervista, cosa è successo nella tua vita lavorativa nel frattempo?

    Valerio: Diciamo che non è cambiato molto, più che altro gli impegni sono aumentati e con loro anche le responsabilità. Ho avuto il privilegio di lavorare a grandissimi film, di creare parole per opere di registi del calibro di Spielberg, Scott, Polanski, Tarantino, Villeneuve eccetera, e di godermi film di eccelsa qualità. Per me questo lavoro, dopo 20 anni, non è ancora disgiunto dal piacere e dalla mia passione di cinefilo per cui, ogni volta che mi chiamano per assegnarmi un bel prodotto, il primo a essere felice è il Valerio amante del cinema.

    E: Scopro adesso che non solo sei il dialoghista per il film Doctor Sleep ma hai curato anche i dialoghi anche della versione estesa di Shining che è uscita di recente in home video anche in Italia con un nuovo doppiaggio nei 24 minuti che originariamente furono tagliati. Per Doctor Sleep e per la versione estesa di Shining sono state coinvolte società di doppiaggio diverse e direttori di doppiaggio diversi, l’unica costante sei tu. Come sei diventato essenzialmente il curatore dell’opera di Maldesi?

    V: Non c’è una “strategia” comune dietro tutto questo, come hai detto tu sono lavori arrivati da due committenti diversi. Adattare Doctor Sleep è stata (credo) una conseguenza abbastanza naturale del mio adattamento di “The Dark Tower”, altra opera cinematografica tratta da un libro di King su cui avevo messo le mani nel 2017. Le scene tagliate-e-poi-rimesse di “The Shining” sono state curate, per la direzione del doppiaggio, da Rodolfo Bianchi, con cui collaboro pressoché stabilmente da diversi anni, e quindi penso che alla base della società di doppiaggio (e della distribuzione) ci sia stata la volontà di affidarsi a questa “coppia artistica” già ben collaudata.

    Warner Bros presenta, titoli di inizio del film Doctor Sleep

    I titoli di inizio tradotti in italiano (foto scattata al cinema)

    E: Una gran fortuna per lo spettatore. Ci puoi raccontare i retroscena della lavorazione a Doctor Sleep (e anche alla versione estesa di Shining)? Che genere di libertà vi vengono concesse? Chi supervisiona il lavoro? Chi ha l’ultima parola sulle scelte di adattamento?

    V: L’ultima parola – di regola – spetta sempre al Capo Edizioni della società di distribuzione (la Warner Bros. Italia, nel caso di “Doctor Sleep”), che è anche colui/colei che supervisiona il lavoro, partendo dai dialoghi fino ad arrivare al doppiaggio e al mix del film. Il concetto di libertà è un concetto molto delicato e pieno di sfumature. Io, in quanto traduttore, sono dell’idea che, quando si lavora a un adattamento, è bene pensare in assoluto di non concedersi troppe libertà e di rimanere invece “incollati” il più possibile al testo originale. Ma è un discorso molto complesso, questo. Il caso di “Doctor Sleep” è uno di quei casi in cui bisogna affrontare la questione di una traduzione italiana del libro già esistente, e di eventuali decisioni legate al diritto d’autore, laddove – come appunto nel caso di “Doctor Sleep” – si decida di tradurre anche i “nomignoli” dei personaggi. Quando il doppiaggio di un film viene fatto seguendo tutti i passaggi, c’è sempre a monte una linea editoriale che viene discussa e decisa in primis tra capo edizioni e adattatore, e poi di conseguenza anche con il direttore di doppiaggio. Impostata quella linea, è ovvio che poi il dialoghista ha piena libertà di “ricreare” l’opera come meglio crede.

    Sottotitoli della versione cinematografica italiana di Doctor Sleep

    Sottotitoli descrittivi (foto scattata al cinema)

    E: Sicuramente potrà essere un po’ diverso da film a film ma è possibile dire che, generalmente, se in un adattamento italiano troviamo parole o nomignoli lasciati in inglese solitamente è per scelta del capo edizioni che segue una linea editoriale dettata dalla società di distribuzione?

    V: Sì, è possibile. Ed è anche giusto – credo – che un capo edizioni detti la linea editoriale. Poi, ovviamente, se ne discute insieme. In questo lavoro, a mio modo di vedere, il confronto è una grande chiave. È un lavoro di squadra, e le sfumature soggettive sono milioni. Quindi è giusto che se ne discuta, ed è giusto che ci siano anche più voci a cantare, ovviamente sempre restando nella linea editoriale dettata dall’alto.

    Scritte alla lavagna sottotitolate in italiano nella versione cinematografica di Doctor Sleep

    Foto dalla proiezione cinematografica

    E: La cosa più bella dei tuoi dialoghi è che sembrano sempre nascere direttamente in italiano, senza forzature, quindi quando parli di rimanere “incollati” al testo originale intendi dire, suppongo, che non vai ad inventarti niente di sana pianta, ma neanche si può dire che traduci mai “alla lettera”. È una distinzione che mi preme sempre di sottolineare visto che, come conseguenza di un accresciuto interesse e attenzione da parte del grande pubblico verso l’argomento traduzioni, serpeggia l’idea, un po’ ignorante, che fedele voglia dire alla lettera.
    Quasi anticipando questo trend recente, il traduttore italiano del romanzo Doctor Sleep, in una conversazione del 25 febbraio 2014 avvenuta in diretta streaming sul canale YouTube Libro martedì e intitolata Giovanni Arduino e Doctor Sleep, ad esempio, diceva che “la traduzione letterale non è una traduzione letteraria”:

    La traduzione letterale non è una traduzione letteraria. Quindi ogni traduzione letteraria è un’interpretazione, giocoforza. Quindi, voi non leggete Stephen King, voi leggete Stephen King tradotto da Giovanni Arduino, che questo sia chiaro. Ma questo è vero per qualsiasi cosa, soprattutto poi quando c’è un autore con una voce particolarmente forte, io seguo la sua voce ma naturalmente la filtro attraverso la mia esperienza, la mia sensibilità e tutto il resto. […] Si tratta semplicemente di capire dove King ha preso alcuni termini — perché non è che li abbia inventati dal nulla, niente si inventa dal nulla — e cercare un riferimento simile italiano e reinventarlo, naturalmente basandosi sulle origini della scelta di King. […] Non è un lavoro facile, è un lavoro lungo, però si fa. Le famose note piè di pagina sono il traduttore che si arrende, dal mio punto di vista in un romanzo di narrativa le note a piè di pagina sono praticamente inammissibili.

    Quella del reinventare basandosi sulle origini della scelta dell’autore mi ricorda un po’ il caso della tua blindocisterna di Fury Road. Ti ritrovi nelle parole di Arduino?

    V: Sì, molto. È esattamente questo il lavoro di un traduttore. Ed è quello che, secondo me, si nota di più negli adattamenti fatti da chi ha anche tradotto il testo. Cosa che, almeno per i prodotti di lingua inglese (ma anche spagnolo e francese, direi, considerando quello che arriva sul nostro mercato), dovrebbe essere di regola. Ma purtroppo non è così.

    E: Potremmo dire che questa regola di evitare di tradurre alla lettera si applichi ancora di più al cinema dove non ci possono essere note a piè di pagina?

    V: Sicuramente. Le note a margine, secondo me, in alcuni casi le potremmo traslare in intonazioni/interpretazioni dei doppiatori. Ovvero: aggiungere una sfumatura dove la lingua può rivelarsi leggermente ambigua o non esattamente “dritta”. Ma, ovviamente, i punti critici sarebbe meglio risolverli sempre a monte, ovvero in fase di adattamento.

    Shining extended edition versione 4k UHD e Blu-Ray

    La versione estesa di Shining in 4K e Blu-Ray, disponibile su Amazon

    E: Della lavorazione alla versione estesa di Shining cosa mi dici?

    V: Posso dire solo che è stato un grande onore, esclusivamente un grande onore, mettere le mani su qualcosa del genere. Non lo considero nemmeno un vero lavoro, ma una specie di regalo che mi è stato fatto. 

    E: Originariamente quella ventina di minuti era stata tradotta, adattata e doppiata ma non è mai arrivata al cinema, e nessuno quindi l’ha mai potuta sentire, ora è stata ridoppiata in occasione del suo recente restauro. Tu che hai lavorato alla nuova versione di quei 24 minuti, sai qualcosa di più di quei pezzi doppiati nel 1980 e, al momento, dati per dispersi? La Warner per l’occasione ha mai tirato fuori del materiale inedito legato al doppiaggio dell’epoca?

    V: No, io ho lavorato solo su materiale attualmente esistente e disponibile, ovvero le due versioni (originale e doppiata), in modo da potermi uniformare al meglio al doppiaggio dell’epoca.

    E: Ho notato che sei sempre accreditato come dialoghista mentre altri tuoi colleghi ricevono il nome di adattatore. C’è una differenza tra la definizione “dialoghi di” e “adattamento di” che vediamo nei titoli di coda dei film doppiati in italiano?

    V: Che io sappia, no. La definizione del nostro ruolo (e del nostro mestiere) è intercambiabile: dialoghista o adattatore. Adattatore è senz’altro quella più formale. Ufficiale, diciamo.

    E: So che oltre a musicista e dialoghista adesso sei anche docente. Vuoi chiudere l’intervista facendo un po’ di sana pubblicità al corso di adattamento dialoghi in cui ti hanno chiesto di insegnare, il Master Lab di adattamento dialoghi? Ogni quanto si tiene? Dove si tiene? Chi lo organizza? Chi sono i tuoi studenti tipici? Perché un interessato a questo mestiere dovrebbe iscriversi al corso (oltre all’ovvio fatto che ne sei tu il docente)? Vendimi il tuo corso.

    V:  Vendertelo è molto facile, perché il mio laboratorio si tiene in una città stupenda (Bologna) e in una sede ancora più bella, un palazzo stupendo in pieno centro dove questa struttura pazzesca e super-professionale (l’Accademia del Cinema) tiene corsi di qualsiasi tipo legati al cinema (da trucco a hairstyling, a regia/montaggio e perfino sound engineering) tenuti da tutti docenti di massimo livello (fioccano David di Donatello e premi Oscar). Il mio lab è un percorso in otto incontri, diretto e molto pratico, per impostare la figura dell’adattatore e renderlo pronto quanto meno a misurarsi con le sue stesse capacità: alla fine del lab, cioè, credo di poter sempre capire (e far capire agli allievi) se una persona può o non può cimentarsi in questo mestiere che – ci tengo a sottolinearlo – non è da tutti. Questo è un mestiere dove essere ottimi traduttori è fondamentale, ma a volte può non bastare, perché tecnica, ritmo e musicalità (queste due ultime, a mio avviso, sono requisiti imprescindibili per un adattatore) sono doti che non sempre si riescono a possedere del tutto. Il mio lab mette quasi subito alla prova l’allievo, e cerca di rispondere presto alla domanda fondamentale di chi si iscrive: è il lavoro che fa per me? Classi piccole (massimo 16 persone) e quindi interazione reale. Basta? 🙂

    E: Direi di sì, e sottolineiamo che non becco l’ombra di un quattrino per averne parlato. Se però dovessi consigliare di approfondire la conoscenza di questo mestiere da qualcuno, quello di Valerio Piccolo è certamente tra i primi nomi che mi vengono in mente.
    Speriamo di rivederlo sempre più spesso, specialmente su opere “delicate” come questa.

     

    Titoli di coda di Doctor Sleep

    Titoli di coda di Doctor Sleep

  • Italioti al cinema 2015

    Anche quest’anno venimmo e vedemmo. Sebbene non abbia avuto tempo di scrivere approfonditamente (in bene o in male) di tutti i film di lingua inglese arrivati nei cinema italiani quest’anno e da me visti, voglio farne una piccola lista prima che il 2015 giunga al termine. E non mi lamenterò soltanto, prometto!

    ilpontedellespieLa settimana scorsa sono stato all’anteprima gratuita (lode a tutti i Dei) dell’ultimo film di Spielberg (scritto dai fratelli Cohen), Il ponte delle spie (Bridge of Spies), dialoghi e direzione doppiaggio di Fiamma Izzo. Devo dire, un ottimo lavoro che, a quanto è possibile leggere nella scheda su Antonio Genna, si è avvalsa di numerosi consulenti. L’unica parola lasciata in inglese che io ricordi è stata “check-point”, in riferimento ad un posto di controllo americano al confine di Berlino Est, durante la costruzione del muro. Insomma, uno splendido lavoro su un thriller politico a sfondo storico a mio parere molto azzeccato, la cui sfortuna è quella di uscire oggi 16 dicembre, insieme al nuovo Star Wars.

    Di solito non commento sulla performance dei doppiatori, ma ho trovato Angelo Maggi (doppiatore ufficiale di Tom Hanks dai tempi di Cast Away) abbastanza irriconoscibile, almeno nella prima mezz’ora, tanto che nei primi minuti del film ho dovuto verificare chi fosse al doppiaggio di Hanks. Magari mi saprete dire se anche voi avete avuto questa sensazione. Niente da dire sulla sua recitazione, bravissimo come sempre. Solo la voce mi è sembrata difficile da identificare, eppure credevo di avere familiarità con essa.
    Chi non è appassionato della guerra fredda o dei thriller politici con zero azione può tranquillamente saltare questo film, Batman Vs. Superman arriverà presto in vostro aiuto.

    madmax-furyroad1Il 2015 ha fornito un’occasione rara per riscoprire i fasti dell’adattamento italiano di qualità con Mad Max: Fury Road, in occasione del quale sono venuto a conoscenza di un ottimo adattatore di dialoghi per il cinema, Valerio Piccolo. Parlammo dell’adattamento di questo capolavoro in un’intervista di qualche mese fa (intervista a Valerio Piccolo).
    Cari detrattori del doppiaggio italiano, sappiate che Valerio concorda con voi sul criticare l’esistenza stessa di film doppiati, eppure ciò non gli impedisce di realizzare adattamenti italiani privi di inutili anglicismi e con dialoghi che sembrano essere nati in lingua italiana.

    A riconferma della sua bravura, sempre quest’anno è uscito Black Mass – L’Ultimo Gangster, che mi aveva lasciato ancora una blackmass1volta positivamente sorpreso per l’assenza di parole inglesi inutili nel doppiaggio italiano, cosa che invece sembra quasi la norma in moltissimi film odierni (tanto che sono arrivato a sorprendermi quando non ne trovo nemmeno uno!). Quando torno a casa e cerco su internet, chi ti ritrovo all’adattamento e ai dialoghi? Sempre lui, Valerio Piccolo.
    Credo che continueremo a sentir parlare di lui qui a Doppiaggi Italioti e a questo punto spero che gli tocchino film sempre più importanti. Che su Tarantino possa lavorarci lui? Speriamo.

    Quando leggerete “Dialoghi italiani: Valerio Piccolo” saprete di avere un certificato di garanzia, dato che ormai è diventato il nuovo punto di riferimento per gli adattamenti moderni fatti bene.
    Valerio Piccolo, da me contattato dopo la visione di Black Mass ebbe da aggiungere soltanto:

    Un film “classico”, quindi per certi versi facile dal punto di vista dell’adattamento, anche se tutti quei primi piani sono sempre difficili da affrontare per il sync… e poi, come al solito, diretto molto bene da Rodolfo Bianchi.

    avengers-ageofultron1Sempre rimanendo nelle lodi, mi ha fatto piacere notare che Avengers – Age of Ultron (mi raccomando, non traducete più i titoli manco per sbaglio!) non avesse un adattamento italiano demenziale come invece era successo con Captain America 2, di cui ho sparlato in più occasioni. Tale film è diventato su questo blog l’emblema del doppiaggio italiano moderno fatto male. Voglio credere che le mie critiche e il mio ridicolizzare quei dialoghi indegni di Captain America 2 abbiano dato una mano a Marco Guadagno (ai dialoghi e alla direzione doppiaggio di tutti i film Marvel) nel poter controbattere i suggerimenti malsani dei “supervisor” americani, i quali sembrano fiatare sul collo dei direttori di doppiaggio affinché quasi ogni parola rimanga in lingua inglese, anche contro ogni logica e buon senso. Insomma, in Avengers – Age of Ultron sono scomparsi gli helicarrier e non ricordo di aver sentito frasi insensate.

    Inutile rivangare le mie critiche a The Martian – Il Sopravvissuto che colpivano sia il titolo, presentato in un “formato” poco sensato, sia l’adattamento stesso, principalmente per un solo aborto di traduzione. Qui trovate l’articolo completo.

    Quest’anno abbiamo visto anche il ritorno non richiesto di Terminator con Terminator Genisys (articolo qui), un film con un adattamento italiano molto sopra le mie aspettative sebbene non esente da errori evitabili con una semplice ricerca su internet, cosa che certamente era impossibile nel 1985 per il primo Terminator, come discusso in questa mia dissezione.

    Per il resto, posso solo ricordare a spizzichi e bocconi altre scelte discutibili nei film di quest’anno: da Run All Night – Una Notte per Sopravvivere, dove veniva citato “un Applebee’s” (elemento che richiede una ricerca su Google durante la visione del film, perché chi non ha vissuto all’estero difficilmente ne avrà sentito parlare) e di cui abbiamo un commento video su YouTube, a Mission Impossible: Rogue Nation, dove si parlava di un sindacato che non era quello dei lavoratori (non avendo visto il film mi limito a citarlo con la speranza che tale nome sia giustificato nella trama, anche se ne dubito) e, per finire, 50 sfumature di grigio nel quale si è deciso di lasciare la parola “safeword” anche nei dialoghi italiani (cosa accennata anche nel nostro video), come se le pratiche sadomasochistiche fossero solo di importazione e facciano unicamente appello ad un vocabolario estero che in Italia non trova corrispondenti.
    Schiocco di frusta su questa mentalità!

    Ora vediamo se Star Wars entrerà nella lista delle lamentele prima della chiusura dell’anno. Lo saprete presto!
    Mi sono dimenticato di citare qualche film? Quali adattamenti italiani del 2015 vi hanno infastidito?

  • “AMMIRATELO!” – Una conversazione col dialoghista Valerio Piccolo

    AMMIRATELO!!!

    Il grande Piccolo

    Evit: Piacere di conoscerti Valerio e benvenuto. Come forse avrai avuto modo di notare, il blog Doppiaggi Italioti è un blog di critica al doppiaggio italiano condito da una vena comica e con la parola “critica” intesa nel senso più neutrale possibile, difatti elogiamo sempre i doppiaggi ben fatti con la stessa energia con cui critichiamo quelli meno riusciti.
    Nel mio blog (e qui parlo al plurale estendendolo anche ai miei lettori e pochi collaboratori) siamo i cultori dei dialoghi tradotti che sembrano nati in lingua italiana e non di quelli pedissequamente tradotti dall’inglese, a volte direttamente con costrutti anglosassoni, conditi da parole non tradotte e altamente estranianti. Questa mia fissazione per i doppiaggi ben fatti mi ha portato a trovare te, Valerio, dato che sono molti anni che ritrovo il tuo nome nei titoli di coda di film di cui ho apprezzato molto i dialoghi italiani (lista dei suoi lavori → qui).
    Ci racconti le tue origini professionali e come sei entrato nel mondo dell’adattamento dei dialoghi per film doppiati? Perché mi pare di capire dal tuo sito web che questa attività di dialoghista sia secondaria rispetto alla tua vera professione.

    Valerio: Diciamo che la mia vita si divide a metà, tra musica e doppiaggio. Sono infatti anche un cantautore e chitarrista con 3 dischi alle spalle e vari progetti musical-teatrali in piedi tra Italia e Stati Uniti. Professionalmente però “nasco” traduttore, e dopo anni di lavori in campo letterario, nel 2000 ho avuto un’occasione per cimentarmi nel mondo del doppiaggio. Casualmente, quasi. Un amico, che all’epoca lavorava da fonico di doppiaggio e che sapeva del mio lavoro di traduttore, mi disse che una società cercava traduttori/adattatori “giovani”, e allora pensai: “Perché no?”. Era un società coraggiosa, che evidentemente credeva in me e non ebbe paura di lanciarmi sul mercato: contrariamente alla gavetta classica di un dialoghista, il mio sesto adattamento in assoluto fu già un film di circuito!

    Valerio Piccolo con Suzanne Vega

    Valerio Piccolo con Suzanne Vega

    E: come si diventa dialoghista di professione e a quali regole non scritte ti attieni per produrre ciò che ritieni un buon dialogo adattato?

    V: Come forse saprai, a tutt’oggi non esiste un vero e proprio iter “ufficiale” per diventare dialoghisti. Non esistono diplomi o lauree “ufficiali” e i vari master e corsi di cui sento parlare lasciano (almeno per la mia piccola esperienza) il tempo che trovano. Nel mio caso si è trattato praticamente di un percorso da autodidatta, e ho imparato quasi tutto sul campo. Dopo quella “chiamata” da parte della società di doppiaggio di cui parlavo prima, ho avuto un paio di “lezioni” da una dialoghista, e poi ho dovuto fare da solo. Secondo me, resta un lavoro in cui le regole non scritte sono maggiori di quelle scritte. E non è per forza un male, se lascia spazio alla creatività individuale. Certo è che ci vogliono alcuni requisiti di base che, a mio parere, sono indispensabili: la conoscenza dell’inglese, almeno, e un’ottima proprietà dell’italiano. Ma anche ritmo, musicalità e cultura cinematografica, indubbiamente.

    E: Spesso che chi dirige i doppiaggi è anche responsabile dell’adattamento, nel tuo caso invece possiamo dire che tu sia uno specialista di soli dialoghi e adattamento. Quanto fedelmente viene rispettato il lavoro di traduzione e adattamento dal direttore del doppiaggio?

    V: Io mi aspetto che un direttore di doppiaggio rispetti il lavoro di un dialoghista, soprattutto per quanto riguarda la fedeltà all’originale e il registro stilistico. Per il resto, però, penso che il doppiaggio sia un vero e proprio lavoro d’equipe, per cui ben vengano i cambiamenti in sala, se in quel momento si trovano soluzioni più felici. Il copione che io adatto poi passa l’esame di tanti altri occhi: i cambiamenti sono inevitabili e, nella maggior parte dei casi, scelte che migliorano il prodotto finale.

    E: La casa di distribuzione (e per estensione la celeberrima figura del supervisor americano) ha una qualche influenza su colui o colei che adatta il copione in italiano oppure questa interagisce soltanto con i direttori di doppiaggio in sala?

    V: Da una seria società di distribuzione mi aspetto sempre un confronto sui dialoghi, ancor prima che il copione da me adattato entri in sala di doppiaggio. Per fortuna, ho a che fare con responsabili delle edizioni italiane molto professionali, e quindi questo succede quasi sempre. Più un copione arriva in sala “perfetto”, più il lavoro del direttore di doppiaggio sarà facilitato. Poi, certo, supervisor e responsabili hanno il compito (il dovere?) di relazionarsi con il direttore, e ovviamente assistere in sala ai turni di doppiaggio, per intervenire dove sia necessario.

    E: hai mai avuto conflitti creativi in merito ad un tuo lavoro? E come si sono risolti, se si sono risolti?

    V: È successo, può succedere, e probabilmente succederà ancora. A volte i conflitti si risolvono costruttivamente e, come ho detto prima, possono anche portare ad un migliore prodotto finale. A volte, invece, una delle due parti deve abbozzare, magari. Ma questo vale per tutti i lavori, no?

    E: Molti italiani si lamentano, spesso motivatamente (ma non sempre), dell’alterazione dei titoli e sappiamo che l’ultima parola ce l’hanno i pubblicitari dell’ufficio marketing della distribuzione italiana il cui lavoro è attirare al cinema il maggior numero di persone. Tu, come dialoghista e adattatore, proponi titoli tuoi?

    V: No, mi sarà successo al massimo un paio di volte di essere interpellato al riguardo. I titoli restano una prerogativa del marketing. E a volte – in questo do ragione ai “molti italiani” – non è una buona notizia.

    Valerio Piccolo in concerto

    Valerio Piccolo quando non è impegnato a creare dialoghi per il cinema

    E: Cosa ne pensi in generale di chi si pone a favore di una distribuzione cinematografica straniera esclusivamente sottotitolata, volendo abolire il doppiaggio completamente?

    V: In linea di principio sono favorevole. Personalmente mi piace vedere i film in lingua originale, e penso che una distribuzione in tal senso sottolineerebbe tra l’altro un miglioramento linguistico degli italiani. Chi però è favorevole a questo “estremo” troppo spesso dimentica che per una “rivoluzione” del genere non basta portare al cinema i film in lingua originale. Il primo passo va fatto in televisione, a mio parere. Se non abitui un popolo QUOTIDIANAMENTE a vedere le cose in lingua originale, non puoi aspettarti poi che sia favorevole ad andare al cinema e trovarsi improvvisamente a dover leggere i sottotitoli. Chi fa questo pur giusto discorso spesso dimentica che il doppiaggio dei film di circuito rappresenta solo una piccola percentuale di tutto il settore. Cambiamo pure, sono assolutamente d’accordo. Ma partiamo dalla base, non dalla punta dell’iceberg.

    E: mi sorprende che questa presa di posizione venga da un dialoghista così bravo come te. In un epoca in cui i film in TV vengono trasmessi con l’opzione della lingua originale e in cui nei multisala delle grandi città trovi sempre qualche proiezione in lingua originale (solo a Firenze abbiamo almeno 4 cinema che lo fanno regolarmente), non pensi che ipotizzare una “rivoluzione” che inizi dai salotti di casa sia non solo controproducente (dato che i sottotitoli stessi sono adattati, talvolta difficili da seguire e comunque sempre molto riduttivi, tanto per dirne alcune) ma ormai fuori tempo massimo?

    V: Forse non mi sono espresso bene. La mia non è una presa di posizione. E il discorso è molto, molto complesso. Perché va a toccare internet, lo streaming, la fruizione ormai facilitata di opere in lingua originale, e tanti altri piccoli aspetti. Poi andrebbero fatti anche degli altri distinguo, perché una cosa è parlare dell’inglese, un’altra è pensare a prodotti cinesi, coreani, ecc. Insomma, ci vorrebbero pagine e pagine per analizzare la questione. Io dico soltanto che la mia preoccupazione principale è che non vengano fatte delle rivoluzioni “cialtrone”. Vogliamo abolire il doppiaggio? Per me può andare bene, a patto che si faccia una riforma strutturale, che tocchi tutti i settori, per una transizione concreta e corretta. È vero che, come dici tu, a Firenze ci sono cinema che programmano regolarmente film in lingua originale. Ma per una rivoluzione del genere non si può fare l’esempio di Firenze, e neanche di Roma (dove comunque non abbondano i film in lingua originale). Io ad esempio so che già a Milano non è facile trovare proiezioni in lingua originale. Ma, a prescindere da questo, non è a Firenze e a Roma che bisogna pensare quando si fa un discorso del genere. Penso a Caserta (dove sono nato), a Catania, a Forlì. Quanta gente – soprattutto quella di una certa età – in queste città è davvero disposta a pagare euro per vedere una proiezione in lingua originale, se non viene prima “abituata” quotidianamente dalla tv? E siamo sicuri che in queste città tutti vedano film trasmessi dalle pay-tv e usino l’opzione doppio audio? Ti faccio un esempio: le amiche di mia madre, che ovviamente hanno una certa età ma amano cinema e teatro, andrebbero a vedere “Youth” di Sorrentino in lingua originale? Io ho dei dubbi. E allora chi glielo spiega al gestore del cinema, con tutti i soldi che è costretto a pagare per avere una prima visione, che perde il gruppo delle amiche di mia madre? Ecco, lo dico solo per considerare tutti gli aspetti di una vicenda molto, molto complessa. In cui a volte si perde il senso di quello che succede davvero nelle piccole città con, ad esempio, UN SOLO cinema per tutti. 

    Ace Ventura che si gira per dire c'è solo un piccolo particolare

    C’è solo un piccolo particolare…

    E: Qui però tocchi uno degli argomenti che mi stanno più a cuore, ed apriti cielo [i lettori che mi conoscono staranno già facendo roteare gli occhi]. Dici che saresti favorevole ad una abolizione del doppiaggio, se questo fosse unito ad una rivoluzione culturale “non cialtrona”. Il problema è che tale rivoluzione, da alcuni anelata (specialmente membri di certi gruppi Facebook), non potrà che essere (in mancanza di miglior temine) cialtrona, anche per i motivi che hai correttamente elencato tu stesso.

    Ribadisco che oggi giorno tra DVD/Bluray e canali free-view (in qualsiasi parte d’Italia) non è che manchi la scelta di potersi vedere film in lingua originale, se si desidera farlo. Ovvio che le sale cinematografiche con proiezioni in lingua originale siano limitate alle grandi città, perché comunque interessano una ristretta percentuale della popolazione, che in un centro urbano minore sarebbe sovra-rappresentata anche con un solo cinema dedicato (il caso di Firenze è particolare perché abbiamo molti istituti di lingua inglese e turisti americani).

    _______APERTE PARENTESI_______

    (i non interessati all’argomento “doppiaggio in Italia” possono scorrere fino al segnale di chiusura parentesi)

    E: Ti spiego il motivo principale perché una rivoluzione in tal senso non la trovo auspicabile: semplicemente trovo che il prodotto “originale”, nelle sue intenzioni, arriverebbe allo spettatore anche più difficilmente, e sarebbe ancora più snaturato che in qualsiasi doppiaggio italiano.
    Prendo l’esempio dei film giapponesi: potrei anche pensare “che bello sentirli in lingua originale” (sottotitolati); potrei supporre che vedendomeli in originale possa “arrivarmi” di più rispetto ad una versione doppiata ma, non conoscendo né la lingua né la cultura giapponese, per me e per le mie orecchie ignoranti di giapponese, qualsiasi emozione esprimano gli attori nipponici verrà percepita solo come frasi di rabbia più o meno contenuta. La prosodia di quella lingua, come di qualunque altra, non corrisponde alla mia e vice versa, e questo è un altro fattore da non trascurare dello straniamento dell’ascoltare una lingua diversa dalla propria.
    Quindi mi sto vedendo un prodotto sì in lingua originale ma delle cui intenzioni originali non mi arriva assolutamente niente dato che l’espressività degli interpreti è per me incomprensibile; a questo aggiungici pure che i sottotitoli che leggo (e che ci auguriamo siano tradotti e adattati sempre alla perfezione) sono immancabilmente e necessariamente riduttivi…
    Insomma, già da questo semplice esempio puoi capire perché trovo incredibilmente improbabile che avvenga alcuna rivoluzione che porti la lingua originale nelle case di tutti gli italiani a scapito delle versioni doppiate, ora, nel 2015.
    Chi non è già a suo agio con la cultura del paese di origine del film (o programma TV che sia), potrà solo guardarsi un prodotto le cui intenzioni originali arrivano ancora più difficilmente, se arrivano. Quantomeno con il doppiaggio hai la comodità di un prodotto culturale adattato (ci si augura) in maniera adeguata, mutatis mutandis, per la cultura di destinazione, recitato da attori che forniscano interpretazioni vocali equivalenti.
    E ti parlo da bilingue quindi, vista la predominanza americana nella distribuzione cinematografica, io personalmente sarei proprio l’ultimo a soffrire per un simile cambiamento. Ma solo perché io personalmente mi trovo a mio agio con la lingua del 90% dei film importati in Italia, non mi sentirei di augurarlo ad altri. Il mio pensiero va a mio padre, ad esempio, il quale adesso non ci vede più molto bene e i sottotitoli non li riesce a leggere in tempo; per il “Trono di Spade”, di cui è un grande appassionato, deve necessariamente attendere che venga trasmesso doppiato perché, semplicemente, non riesce a seguirlo con i sottotitoli.
    Non si può augurare un cambiamento totale, a scapito di coloro che non sono interessati ma soprattutto che non possono leggere i sottotitoli (un numero non indifferente, tra difficoltà visive e dislessici), specialmente perché non c’è modo di fare una simile rivoluzione in un modo che non sia cialtrona.
    Difatti, l’unica alternativa “non cialtrona” a questa rivoluzione sperata da alcuni sarebbe che tutti gli italiani imparassero prima tutte le lingue presenti sul mercato cinematografico, lo stesso discorso che poi vale anche per la letteratura: per leggere I fratelli Karamazov dovremmo imparare prima il russo ed apprezzarne le scelte lessicali e le intenzioni originali dell’autore.
    In un paese dove la lingua ufficiale è l’italiano… scritto.

    _______CHIUSE PARENTESI_______

    Comunque, tornando a noi [sospiro di sollievo dei miei lettori], il tuo primo grosso film mi risulta che sia stato Mulholland Drive di Lynch (2001) e da lì in poi è stato un alternarsi di titoli più o meno noti: Il mistero dei templariA Scanner DarklyTerminator SalvationGrindhouse di Tarantino e tanti, tanti altri! Ce n’è qualcuno di cui sei più orgoglioso e altri di cui lo sei meno?

    V: Sì, mi ritengo molto fortunato a poter mettere mano ogni anno a tanti film importanti di registi che amo. Ci sono sicuramente tanti film che ho amato, tra quelli che ho adattato, e anche tanti in cui penso – senza falsa modestia – di aver fatto un buon lavoro. Un film che ancora mi piace guardare oggi è il mio primo lavoro su film di circuito, “Y tu mamà tambien” di Alfonso Cuaron, con un giovanissimo Gael Garcia Bernal (con il quale, tra l’altro, mi ubriacai clamorosamente di tequila alla festa della produzione del film dopo la proiezione al Festival di Venezia). È un film che mi resta nel cuore e che, quando lo rivedo, mi sorprende per il “realismo” e la veridicità dei dialoghi, nonostante fossi chiaramente alle prime armi.

    E: Quando ti trovi davanti a film con origini letterarie come, ne prendo uno a caso, A Scanner Darkly, o comunque film che derivano da famosi precedenti (Terminator SalvationIl Grande e potente OzA-Team etc…) vai a ricercarne la versione italiana del libro, o film originario che sia, per assicurarti di mantenere una certa continuità nell’adattamento? Ne hai il tempo e soprattutto ne senti la necessità?

    V: Cerco sempre di risalire alle origini, certo. Ma queste cose – fare ricerche, documentarsi, spulciare la rete in cerca di curiosità e riferimenti – fa parte di una predisposizione che tutti noi traduttori coscienziosi abbiamo. In questo, credo, il mio passato di traduttore letterario mi aiuta. Mi aiuta nell’inseguire una ricerca a tutto tondo e una profondità che, con i tempi stretti del doppiaggio, non sempre sono facili da ottenere.

    E: Quanto tempo richiede un buon adattamento dei dialoghi e quanto tempo effettivamente ti danno?

    V: Partiamo da quanto effettivamente ci danno: 15 giorni per un film. Che purtroppo a volte – e sempre più di frequente – diventano anche meno. 15 giorni a buoni ritmi quotidiani possono forse essere anche sufficienti, se sei sufficientemente veloce. Ma è vero che ci sono film più complicati che hanno sicuramente bisogno di un tempo che si avvicina ai 20 giorni.

    E: La tua esperienza nel campo della musica ti avrà aiutato in titoli come Sweeney Todd di Tim Burton, ma anche film più inaspettati come Una Notte Da Leoni in cui uno dei protagonisti improvvisava un pezzo al pianoforte che descriveva le loro disavventure. Quanto è importante e quanto è utile, nel campo dell’adattamento dei dialoghi, una preparazione a tutto campo, musicale, teatrale… etc?

    V: Sicuramente la musica e la musicalità sono importantissime per il mio lavoro. Questo perché il ritmo è uno degli aspetti tecnici FONDAMENTALI del lavoro di dialoghista. Per essere efficace in quella che io chiamo “mostruosità innaturale” (far parlare in italiano un uomo che, di fatto, sta parlando UN’ALTRA LINGUA!!!), devi entrare nel ritmo dell’attore e incollarci un ritmo identico fatto di parole italiane. Un’impresa non sempre facile. Più ti incolli all’attore, meno lo spettatore farà caso alla manipolazione. E per fare questo, la musica aiuta eccome.

    E: ma ti permettono di vedere il film in anticipo? Prima di iniziare l’adattamento intendo.

    V: Spesso, ma non sempre, si organizza una proiezione con i responsabili della distribuzione, il direttore del doppiaggio e il dialoghista, di modo che si possa subito fare una riunione per decidere gli aspetti generali del film in questione. 

    Scena doppiata dal film Role Models del 2008

    Role Models (2008) – Click sull’immagine per vedere la scena

    E: Dal 2009 ti vengono assegnati anche alcuni titoli di quel genere che io personalmente definisco la nuova commedia americana, sto parlando della sopracitata serie di Una Notte Da Leoni (Hungover) e, ad esempio, Role Models di cui sei sempre l’autore dei dialoghi.
    A mio parere questi film sono particolari per la resa comica dei dialoghi in italiano, non è solo mio parere ma anche della mia partner britannica che ha scoperto tali film proprio in lingua italiana trovandoli “brillanti” e sottolineando come non sempre siano altrettanto divertenti nella versione originale.
    Vuoi dire qualcosa in merito al genere commedia/comico da te adattato? Quanta libertà di manovra hai nell’inventarti battute? Ti diverti con questi lavori? Il nome “Artonio” ti dice niente?

    V: La commedia di regola lascia a noi dialoghisti un margine maggiore di “creatività”. Bisogna stare attenti, però, perché se ti fai prendere la mano poi tendi a snaturare l’idea originale del film. E invece – non mi stancherò mai di dirlo – la fedeltà al testo e al registro originali sono sempre da rispettare. Mi spiego: se un film, in originale, pur essendo etichettato come “commedia”, fa sorridere MA NON ridere, dev’essere così anche nella versione italiana, e non bisogna snaturare il prodotto originale cercando di far sganasciare di risate lo spettatore laddove il regista magari cercava un più elegante sorrisetto. In effetti, però, come dici tu, mi è capitato di vedere film da me adattati e accorgermi che facevano ridere di più nella versione italiana che in quella originale. Ma se questo succede, non è detto che sia per forza un bene. Almeno nel senso del rispetto dell’idea originale del film.

    E: Non dico che si debba cambiare registro comico, ma se è possibile migliorare un prodotto trovando una soluzione lessicale che sia più memorabile in italiano (pur rispettandone le intenzioni originali), non credi che sia lecito farlo?

    V: Come in tutte le cose della vita, è una questione di buon senso, di misura. Se non si esagera, tutto è lecito. Senza mai dimenticare che la nostra è una “forzatura”, un procedimento innaturale che già di per sé, inevitabilmente, stravolge l’opera originale.

    E: Più che “stravolgere”, a me piace dire semplicemente che si “adatta” l’opera originale, credo che in questa parola sia racchiuso il vero significato, scevro da connotati elogiativi o negativi. Del resto lo si fa anche nella traduzione letteraria.
    Questo mi porta anche al recente Mad Max: Fury Road di cui hai creato i dialoghi italiani e che mi ha spinto originariamente a contattarti. Devo ammettere che ero molto in apprensione prima di andarlo a vedere in italiano, visto l’andazzo sul doppiaggio di grossi film come ad esempio quelli della Marvel, ed ero pronto al peggio. Sorprendentemente ho trovato un adattamento veramente ben fatto, dove praticamente tutto è stato adattato e non solo “tradotto” (scavengers -> saprofagi; war rig -> blindocisterna; “witness me!” -> “ammiratelo!” etc…) e dove solo il minimo indispensabile è rimasto in lingua originale: i luoghi (come “Bullet Farm” e “Gas Town”), alcuni nomi (es. “Immortan Joe”), un paio di parole di slang australiano. Del resto l’ambientazione non è fantasy ma si tratta di un’Australia post-apocalittica dove ha senso che persone e luoghi abbiano nomi propri in lingua inglese.
    Scelte di adattamento, tra l’altro, in linea con il precedente film dove avevamo Bartertown, Master-Blaster, eccetera. Che goduria nel sentire tutto il resto ADATTATO! Perché nel doppiaggio moderno si sta quasi perdendo il senso di questa parola, adattamento. Vuoi parlarci di come hai affrontato questo film, dal punto di vista dei dialoghi e dell’adattamento?

    V: Su questo film è stato fatto un lavoro splendido da tutti (primo fra tutti Massimiliano Alto, che ha sfoderato come sempre una grande direzione), ed è stato un film che, per una volta, ha avuto giusti tempi di lavorazione (più dei famosi 15 giorni, per intenderci) e anche tanti confronti con la distribuzione sui termini da utilizzare. In più, caso davvero unico, George Miller ha mandato a noi adattatori di tutto il mondo un suo “commentary” di tutto il film, pezzo per pezzo, con le spiegazioni delle origini di ogni termine che era stato inventato per il film. Un’esperienza stupenda che – almeno credo – ha dato un notevole valore aggiunto alla versione italiana del film.

    Mad Max Fury Road vignetta che splendido adattamento
    E: Un valore che si percepisce e ci possiamo considerare veramente fortunati (noi, pubblico italiano) se la tua presenza e una simile (ed inaudita) attenzione da parte della distribuzione e del regista hanno portato al prodotto che poi abbiamo visto al cinema! Di questi tempi è cosa rara per film simili.
    Voglio concludere ribadendo quanto apprezzi il tuo lavoro, nei film visti fino ad ora in cui tu hai lavorato mai mi è capitato di storcere il naso, mai! Ed è un peccato che in siti come Antonio Genna tu (così come molti altri dialoghisti) non abbia una scheda personale perché, ancor prima dei doppiatori, ciò che rende un film ben realizzato nella sua versione italiana sono proprio l’adattamento e i dialoghi.

    V: Grazie davvero di questi complimenti. Faccio questo lavoro da 15 anni, e lo faccio ancora con l’entusiasmo del primo giorno. La traduzione, la manipolazione della parola, sono il mio pane quotidiano. Posso quasi dire che, dopo 15 anni, pur lavorando mediamente 10 ore al giorno, ancora non mi sembra un “vero” lavoro, non so se mi spiego.

    E: Chiarissimo! Hai consigli da dare per chi volesse diventare dialoghista di audiovisivi?

    V: Consigli per chi vuole fare questo mestiere? Trovare un dialoghista che sia molto bravo, e che sia anche molto disposto a insegnarvelo. O almeno a spiegarvi le basi, per poi farvi trovare un metodo che per voi funzioni.

    E: Hai avuto modo di dare un’occhiata al blog, cosa ne pensi?

    V: Penso che sei pazzo! [ride] E che le cose fatte con passione sono quanto di meglio si possa trovare in questo mondo così difficile. Per cui ben venga un posto come questo dove interagire con gli appassionati innanzitutto di cinema.

    Scena di Mad Max Fury Road adattato da Valerio Piccolo

    Continua così Piccolo, nel Valhalla dei dialoghisti già ti attendono.