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  • Spiritika, la trilogia che spaventika (Witchboard 1986-1993)

    locandina italiana del film Spiritika, Witchboard

    Suppongo che Spiritika si debba leggere come la parola “spirìtica” di “seduta spiritica” ma io non riesco a non chiamarlo “spiritìca”… come si pronuncia non si sa mika. Questo titolo con la “k” non so da dove se lo siano tirati fuori Carlo Verdone e Vittorio Cecchigori quando il 23 luglio 1987 la loro neonata azienda Giulia Vittoria Audiovisivi porta Witchboard di Kevin Tenney al cinema in Italia. La data è quella dell’anteprima romana ma si comincerà a parlare di questo film solo a ottobre dello stesso anno.

    Flano di giornale per il film Spiritika

    “Abbiamo deciso di dedicare alle nostre figlie Giulia e Vittoria – ha precisato Verdone – la società con la quale stiamo operando dall’anno scorso con due interessanti film: “Cavalli di razza” e “Spiritika”. Ho deciso di reinvestire i miei guadagni nel cinema perché, dopo la famiglia, è la cosa che mi piace di più ed è quella alla quale tengo maggiormente nella vita. Certo ci vuole molta dedizione ed oculatezza ma io ho la fortuna di avere un socio molto esperto e bravo come Vittorio Cecchi Gori”.

    Da “Carlo Verdone imprenditore“, Repubblica 31 ottobre 1987

    Okay, Carlo. L’importante è fidarsi.

    Il vero protagonista della pellicola è un oggetto di proprietà intellettuale della Parker Brothers (attualmente della Hasbro) e, da quando nel 1973 è comparso nella veramente vera storia vera ispirata a storie ancor più vere e certamente accadute veramente nella vita reale, L’esorcista, terrorizza gli italiani anche solo a guardarla o sentirne parlare. “Uh, attento a giocarci che non si sa mai…”. Sto parlando ovviamente della tavoletta “Ouija”, che come la nomini lo spirito capitalista della Parker Brothers compare e ti chiede di pagarne i diritti di sfruttamento. Gli autori del film narrano che il timore di ripercussioni legali sia stato il motivo del cambio di titolo, da Ouija (titolo sulla sceneggiatura e anche durante le riprese) a quello definitivo arrivato nei cinema americani, Witchboard, che per ammissione degli autori “suona anche più figo”.

    E così perché non farci un film sopra, avrà pensato l’appena trentenne Kevin Tenney? Dire che Spiritika sia un film derivativo dell’Esorcista è quasi scontato perché tutti i film horror dopo il 1973 ne sembrano essere stati influenzati nella stessa misura in cui Dante ha influenzato la Chiesa Cattolica con la sua iconografia dell’aldilà.

    Scena della tavoletta ouija da film L'esorcista del 1973

    Scena dal film L’esorcista (1973)

    A parte la tavoletta spiritica (di origine ottocentesca ma con picco di popolarità negli anni ’20, quando erano tutti molto forti in sumerìa. Cit.), Witchboard ruba a L’esorcista anche il concetto di “intrappolamento progressivo“, cioè se la usi in solitaria più ti ci trastulli e più lo spirito comincia a possederti e ti fa bestemmiare (bella scusa, veneti e livornesi!) fino ad arrivare alla possessione vera e propria che, in questo caso, ricorda più un furto di identità che altro. Parlando di furti, un’altra idea rubata all’Esorcista è quella di diffondere leggende su misteriosi avvenimenti durante le riprse del film. Anche quelli avvenuti veramente veramente. Del resto lo sanno tutti che se a Hollywood non giri un horror con spiriti veri non sei nessuno.

     

    UGIA, OUGIA, UIGIA, BAUGIGIA… ma come si pronuncia “Ouija”?

    tavola ouija dal film Spiritika

    “in un clima di ritorno all’esorcismo impiega come gioco di società un tabellone alfabetico, iellatore e criminale
    (Repubblica, 10 ottobre 1987)

    I dubbi sulla sua pronuncia sono più che leciti perché derivano dall’improvvisa comparsa nella nostra lingua di un oggetto nuovo dal nome strambo. Infatti, per quanto oggi sembri famosa a molti, la tavola ouija è cosa relativamente nuova in Italia, dove non c’è mai stato un vero e proprio “fenomeno” di massa che l’abbia popolarizzata come invece è avvenuto nel mondo anglosassone e per fare un resoconto di ciò mi sono dovuto districare tra dozzine e dozzine di frescacce nate da storici passaparola e leggende infondate. Non sono qui per ricostruire la storia completa di questo “tabellone alfabetico, iellatore e criminale” ma voglio dargli un po’ di contesto limitandomi ai fatti (“fatti, non pugnette!” cit.), così da capire perché ogni film di questa trilogia finisca per pronunciare “ouija” un po’ come cazzo gli pare.

    Prima degli anni ’80 io non esistevo e agli inizi del secolo nemmeno voi, quindi per parlare di incidenza di una parola nel passato mi devo basare sul numero di volte in cui questa parola compare nella letteratura e in generale nella carta stampata, con tutti i limiti che ne conseguono visto che non tutto nella cultura popolare lascia tracce scritte. Questa mia analisi è stata svolta con l’ausilio di uno strumento di Google chiamato Ngram Viewer grazie al quale è stato possibile verificare che la presenza della parola “ouija” nella carta stampata registrò un boom di presenze in tutto il mondo anglosassone negli anni ’20 del XX secolo, e di riflesso se ne trovano tracce anche in Italia e in altri paesi europei, seppur molto limitate.

    La tavoletta ouija nella cultura americana

     

    Grafico della presenza delle parole ouija e witchboard su ngram viewer con picco negli anni '20

    “ouija” e “witchboard” in inglese americano, da Ngram Viewer di Google

    Curiosità: L’unico articolo veramente documentato sulla storia commerciale della “tavoletta parlante” lo trovate sul sito The Big Game Hunter, a cura dello storico dei giochi da tavolo Bruce Whitehill il quale, invece di copiare e incollare informazioni false lette altrove, narra di ben altre vicende paurose avvenute per davvero… come ad esempio dei tentativi di vendere la tavola Ouija evitando la tassazione statunitense. Che oggetto mistico!

    Dopo il picco di popolarità degli anni ’20, questa tavoletta per mettersi in contatto con gli spiriti rimane una presenza costante nella cultura popolare americana grazie non solo alla furba commercializzazione che la collocava sugli scaffali dei negozi insieme ad altri giochi da tavolo, ma anche grazie alla cultura americana stessa che, come dice Linda Rodriguez McRobbie nell’articolo The Strange and Mysterious History of the Ouija Board (2013, Smithsonian Magazine), portava a non percepire alcun conflitto tra spiritualismo e fede cristiana, quindi era accettabile per gli americani farsi una seduta spiritica il sabato sera con gli amici e poi andare a messa la mattina dopo senza scrupoli di sorta (non a caso nel film Spiritika sentiamo questa frase “avrò amici per il fine settimana e vogliamo usarla“). Si trattava di un’attività ricreativa compatibile con la vita religiosa, almeno fino all’arrivo nel 1973 di The Exorcist che ha terrorizzato i timorati di Dio cambiando completamente la percezione di quel gioco da tavolo; da quel momento in poi, tutti i successivi horror in cui compare questa tavola non hanno fatto che rinsaldare l’idea che usandola si possano inavvertitamente spalancare le porte dell’inferno, oppure che possa portare all’ottavo stadio Yoga che permette la torsione della testa di 360°.

    Retro della scatola contenente il gioco Ouija della Parker Brothers

    Prodotto in serie in una fabbrica di Salem, in Massachusetts, da streghe tenute al minimo sindacale (e quindi ancora più vendicative)

    A prescindere da come sia cambiata la percezione di questo spiritico gioco da tavolo, gli americani lo conoscono “da sempre”. Non a caso sul finale del film Witchboard l’anziana padrona di casa trova la tavola ouija ed esclama: “una “uiglia”, ma guarda! Non ne avevo viste più da quando ero bambina“, la nipote adolescente le risponde “non sapevo che esistessero da tanto tempo“. Ebbene sì, i giovini anni ’80 non sanno che la First Lady Mary Todd Lincoln ne usò una per una seduta spiritica spiritika tenutasi alla Casa Bianca nel 1862 dopo la morte del figlio William Wallace Lincoln (nome vero, giuro!). Purtroppo la ouija non le diede la chiaroveggenza necessaria (cit.!) per prevedere l’assassinio del marito, appena tre anni dopo.
    Ah, ci saranno tanti “cit.” nell’articolo, vi avverto.

    La tavoletta ouija in Italia

    grafico della comparsa della parola ouija in Italia, da ngram viewer di Google

    “ouija” in italiano, da Ngram Viewer di Google

    A differenza degli Stati Uniti, in Italia questa parola “ouija” dopo qualche fugace apparizione negli anni ’20 fa perdere tracce di sé fino a molti decenni dopo, negli anni ’70, quando comincia a ricomparire successivamente all’uscita di (provate a indovinare da soli…) l’Esorcista, nel 1974, ovviamente! Nel film non veniva nominata direttamente (solo mostrata) ma immagino che il film avrà portato su questo oggetto un’attenzione “transmediale” di cui vediamo un riflesso nella carta stampata italiana; una presenza che arriverà a picchi significativi durante i successivi anni ’80 e ’90 quando i film sulle possessioni in cui compare questo giocattolo cominciano ad essere sempre più numerosi.

    Grafico con film anni '80 e '90 in cui compare la tavola ouija per sedute spiritiche

    Film anni ’80 e ’90 in cui compare la tavola ouija, le date sono quelle di uscita in Italia

    La vera e propria notorietà per la parola ouija esplode però nella seconda metà degli anni 2000 dove fioccano film e film sull’argomento, fino al 2014 dove la parola “ouija” comincia a comparire addirittura nel titolo del film, a dimostrazione che ormai il nome è dato per conosciuto (almeno per chi si è tenuto aggiornato sugli horror degli ultimi 10 anni) e non c’è più bisogno di “farlo arrivare” al pubblico con l’ausilio di concetti più familiari come ad esempio quello della seduta spiritica, o… spiritìka, se preferite. Ma perché la kappa? C’entra qualcosa la Perestrojka forse? O la paprika? Boh.

    Non sorprenderà quindi lo scoprire che nel doppiaggio italiano della trilogia Witchboard qui presa in esame, la pronuncia della parola “ouija” cambi essenzialmente da film a film, visto che nell’Italia post-Esorcista ce la siamo trovata tra capo e collo, con quello spelling strano e nessun parente degli anni ’20 appassionato di spiritualismo a cui chiedere.

    Scena dal film Witchboard Spiritika, mani sulla tavola ouija

    Lo spirito di Evit vi detta OUIJA ma la pronuncia rimane ignota

    Leggenda vuole (e sottolineo leggenda) che il nome Ouija nasca dall’accostamento di “sì” in francese e “sì” in tedesco, quindi oui+ja. Questa almeno è la spiegazione che ci viene fornita nel primo film:

    – Anch’io ne ho evocato qualcuno.
    – Come, con una tavola “ui-ii“?
    – Ui-ia. Si chiama “ui-ia”, non “ui-ii”, È l’unione del vocabolo “sì” in francese e in tedesco: ouija. “Ui-ia”. E questa… è una planchette.
    – Perché usi tante parole difficili, bello? È solo un gioco, come dama o scacchi.

    (dal doppiaggio italiano di Spiritika, 1987)

    Secondo questa spiegazione, la pronuncia italiana (che suona tanto come uìglia quando pronunciata da alcuni doppiatori nel film e uìa per altri) non fa una piega: uì+ja. Del resto la i lunga è stata a lungo presente nel nostro vocabolario, è quella di jella, jena, Jena Plissken, juta, fidejussione, etc… cioè una i semiconsonantica che si avvicina molto a “gl” ma che nello scritto è andata a perdersi in tempi più moderni, nonostante sia ancora prevista come alternativa dalla grammatica italiana (jena o iena).
    In lingua originale l’interlocutore che veniva corretto dall’appassionato di spiritismo nella scena sopracitata parla di “uìggi” e gli viene detto che si pronuncia “uigia”, non “uigi”.

    Di chi fidarsi? Secondo il DiPI Online, il dizionario di pronuncia italiana del fonetista Luciano Canepari pubblicato da Zanichelli dal 1999, “ouija” si pronuncia uˈiʤa, cioè quello che avevo ignorantemente trascritto come “uigia”. Questa è la pronuncia sulla quale avranno fatto affidamento anche i doppiatori del film Le verità nascoste visto che nel 2000 Michelle Pfeiffer diceva in italiano: vuole che vada a comprare una di quelle tavole uìgia?.
    Insomma, Zanichelli si affida alla pronuncia americana, o almeno ad una delle pronunce possibili ma gli altri dizionari? Il DOP (Dizionario italiano multimediale e multilingue d’ortografia e di pronunzia), la cui prima edizione risale al 1981, neanche riporta “ouija” tra le sue voci e a dir la verità questa parola non è riportata da nessuno dei principali dizionari italiani, probabilmente proprio perché visto come marchio registrato di un gioco da tavolo. La pagina dedicata alla tavola ouija su Wikipedia Italia riporta questa come pronuncia inglese: [ˈwiːdʒə], ma la pronuncia anglosassone in realtà è lontana dall’essere così semplice. Basta andare sulla pagina Wikipedia in inglese infatti per trovarne almeno tre! /ˈwiːdʒə/, WEE-jə e /-dʒi, quindi approssimativamente: uiggia, uiigia e uiiggi.

    L’unica traccia sonora che ho ritrovato online si trova sul Dizionario Olivetti datato 2003, che la legge “uii-ia” e che riporto direttamente qui nel caso possa scomparire o essere sostituito in futuro (sì, gliel’ho rubato il file! È questa la pirateria che ci piace!):

    oui–jà
    pronuncia: /wiˈja/
    sostantivo maschile

     

    parapsicologia: tavoletta di legno a rotelle che, posta su un cartone recante le lettere dell’alfabeto, era utilizzata in passato dagli spiritisti per ricevere i messaggi dell’aldilà

    E così la pronunciano nel film Spiritika, che Dio li maledika. Curioso che questo dizionario parli di sostantivo maschile visto che verrebbe naturale parlarne al femminile piuttosto, non tanto per la a finale ma perché è facile associare questa strana parola all’idea di tavola o tavoletta, quindi la tavoletta ouija… la ouija. L’esempio stesso del dizionario Olivetti poi ne parla al femminile quando dice “era utilizzata”. Boh, valli a capire. Ad ogni modo negli anni 2000 abbiamo due diversi riferimenti per quanto riguarda la pronuncia. Ma negli anni ’80?(??)

    Ho il presentimento che nel decennio ’80 la ouija sia arrivata prima in forma scritta che parlata, e immagino che al momento di doppiare Spiritika – se ci giochi poi non sai mika – non avendo riferimenti italiani “storici” sulla pronuncia di questa parola avranno fatto tesoro della presunta origine del nome spiegata nel film stesso (dico presunta perché anche sulla sua origine le leggende non mancano), ottenendo così una pronuncia italiana che viene dall’unione del “uì” francese e il “jà” tedesco, quindi uì-ia, che è quasi uìglia. E come fargliene una colpa?

    spartito della canzone Weegee Weegee 1920

    Spartito della canzone “Weegee Weegee”, del 1920

    La scena iniziale del primo film, in cui viene spiegata la pronuncia della parola Ouija, serve uno scopo specifico per il pubblico americano: è il regista, dichiaratamente appassionato dell’argomento, che attraverso un personaggio educa il pubblico americano a non chiamarla “uìggi” (pronuncia più usuale negli USA) ma “uì-giah”, presumibilmente la pronuncia corretta, sempre secondo il regista. Un articolo molto divertente pubblicato nel 2016 sul sito Bloody-disgusting.com (‘Witchboard’ Turns 30 Today and It’s Still a Campy, Creepy Classic! di Daniel Kurlan) sottolinea come nell’intera trilogia di Witchboard tutti i personaggi chiameranno la nostra amata tavoletta sempre usando la sua pronuncia più inusuale “ui-giah”, anche nei due sequel dove nessuno dà alcuna giustificazione per questa scelta di pronuncia, bislacca e poco familiare per l’orecchio americano.

    Nella versione italiana, tale coerenza interna alla serie, come spesso capita con i doppiaggi curati da aziende diverse e persone diverse, non esiste! Il doppiaggio di Spiritika 2 ad esempio se ne frega del precedente film e qui ouija viene pronunciata “ùgia” , con una bella g pronunciata alla firoentina (chiedete a un fiorentino  come si pronuncia “la giostra”, la “gente”… è quella “g” lì! È la J del nome francese Jean).

    Non contenti di questa vasta gamma di pronunce, nel terzo capitolo della trilogia si parla di lo uìgia, al maschile, ma poi nello stesso film sentiamo anche parlare di “tavola ouìgia” e “oùgia“, pronunciati così come li ho scritti, quindi Spiritika 3 se ne frega della pronuncia della parola ouija addirittura all’interno dello stesso film!

    Ma allora come si pronuncia OUIJA in italiano???

    Visto la novità della parola nella lingua italiana e lo scarso impatto culturale che la Ouija ha avuto nel nostro paese, non penso si possa parlare di una pronuncia italiana “ufficiale” e per poter rispondere alla domanda “come si pronuncia ouija in italiano?” mi trovo costretto ad esprimere un’opinione personale, cioè che la parola in italiano possa essere pronunciata come “uìgia“, come diceva anche Emanuela Rossi diretta da Manlio De Angelis nel film Le verità nascoste (2000) e come propone anche l’autore della trilogia Witchboard in lingua originale, oppure che si possa optare direttamente per riportare anche in italiano la pronuncia più comune e più familiare per il mondo anglosassone, quella di “uìggi“.

    Come indicazione ai colleghi dialoghisti e adattatori del doppiaggio cinetelevisivo, se dovessi scegliere, io opterei per la prima, uìgia, che in ogni caso è contemplata tra le pronunce anglosassoni possibili ed è più facilmente accettabile dal pubblico di lingua italiana che, vedendo scritto “ouija” sulla tavola stessa o addirittura nel titolo del film, troverebbe più naturale accettarne una pronuncia che termina per -gia piuttosto di una che termina per -ggi. Ripeto e sottolineo, opinione personale.

    Penso sia è giunta l’ora di affrontare uno ad uno i film della serie Spiritika… che Dio la benedika.

    Spiritika (Witchboard)

    seduta spiritica intorno alla tavola ouija, una scena del film Spiritika

    “Comincia con R. / Rinoceronte!” (cit. anni ’90)

    Trama breve: ad una festa, Linda viene invitata a giocare con una tavola ouija, è attraverso questa che entra in contatto con lo spirito di un bambino, David. Nei giorni successivi continuerà a utilizzare la tavola da sola (e questo è male! cit.) ed è qui che amici e conoscenti cominciano a morire a destra e a manca mentre Linda, da ragazza a modo, diventa sempre più volgare: “Cristo santo, non farmi mai più uno scherzo del genere. Fottiti! Merda!” – dice alla prima persona che le compare silenziosamente alle spalle. ““Oddio” e “accidenti” erano le parole più forti che ti avevo sentito usare“, le dice il fidanzato. Sono i sintomi di un galoppante “intrappolamento progressivo” (progressive entrapment), o almeno così ci spiega il film senza usare la parola galoppante.

    Ma Linda sta contattando solo lo spirito del piccolo David o c’è di mezzo qualche altra entità più malefica? Ovviamente è la seconda che ho detto. Lo spirito che si è intromesso è un qualche portoghese di inizi novecento che sembra la copia sputata di Giuseppe Ferlini [il tombarolo italiano che nell’800 fece saltare in aria tutte le 40 piramidi del Sudan e qualcuno ancora definisce “archeologo”. Come? Non sapete che il Sudan era pieno di piramidi? Ora sapete chi ringraziare], dotato di barba alla Capitano Nemo e che nella mia testa è letteralmente lo spirito di uno scaricatore di porto, questo spiegherebbe il linguaggio colorito di Linda e… sì, il nome della protagonista è solo un altro dei tanti riferimenti all’Esorcista. Insomma mi stai dicendo che io vivo con Linda Blair?” è una vera frase del film, giuro!

    A sinistra Malfeitor, il portoghese bestemmiatore. A destra quel farabutto di Giuseppe Ferlini. Dai che è lui!

     

    L’adattamento italiano di Spirtika

    Quello di Spiritika– spirito, non mi freghi mika – è indubbiamente un buon adattamento, datato 1987. Doppiatori adeguati e dialoghi naturali nonostante la sfida di scene in cui sentiamo lo spelling delle parole in inglese che gli spiriti dettano attraverso la tavola ouija. Questo ostacolo linguistico è superato facendo sì che i diretti partecipanti poi traducano al volo per noi queste parole dettate in inglese (evidentemente i personaggi sono tutti provetti traduttori!):

    Di, erre, a, i, enne… “drain” … vuoi dire in un tubo? Il tubo di un lavandino?

    Menomale che sapeva l’inglese sennò…

    L’unica alternativa possibile a questo stratagemma sarebbe stata quella di leggere lettere diverse da quelle che vengono evidenziate sulla tavola ouija. Ovviamente si tratterebbe di un qualcosa di insensato e ancora più straniante. Lo stratagemma adottato invece nel doppiaggio italiano del film, cioè quello di far fare ai personaggi lo spelling a voce alta, leggere la parola completa in inglese e poi enunciarne la traduzione italiana, funziona meglio di quanto possa sembrare dall’esempio che ho trascritto.

    Il resto del film non è degno di alcuna nota particolare riguardo l’adattamento italiano, eccezion fatta per una sequenza che coinvolge una medium new age chiamata Zarabeth; è da questa porzione del film che spuntano fuori battute che in italiano sono addirittura più sensate di quelle originali. Ad esempio il protagonista che dice della medium: “con quella testa sembra una gallina spennacchiata“, una frase che funziona molto meglio della battuta originale che qui traduco per voi: “ha i capelli color arcobaleno!“. Sì, i capelli di Zarabeth sono tinti ma siamo ben lontani dai capelli multicolore della Cyndi Lauper di quegli stessi anni.

    La medium new age Zarabeth dal film Spiritika o Witchboard

    Spennacchiata o color arcobaleno?

    Diciamo che quella dei capelli color arcobaleno è un tipo di battuta che risuona di più nel pubblico di lingua inglese, così come noi troviamo più familiare il concetto di una capigliatura che possa far sembrare “spennacchiato” qualcuno. Anche in queste piccole cose si assaggia il vero significato di adattamento. Amanti delle traduzioni dirette al limite della traslitterazione fatevi da parte, questo film non è per voi.

    Quando poi le viene chiesto se durante la seduta spiritica i partecipanti debbano tenersi per mano, la medium alla moda risponde che quello “succede solo nei psico-film brutti“, mentre in lingua originale diceva che succede “solo nei film di vampiri“. Eh? Nghe senso, scusa? (cit.). Non ricordo film di vampiri con sedute spiritiche in cui la gente si tiene per mano, ma se mi è sfuggito un intero sottogenere horror fatemelo sapere che vado a recuperare. La battuta italiana fa riferimento ai film in cui compaiono i medium (“psico-film”) e sottolinea quelli “brutti”, che poi era anche il senso della battuta originale, negli anni ’80 infatti i “film di vampiri” erano ancora associati all’idea di film spazzatura (trash diremmo oggi) dopo decenni di abuso di quel genere da parte della Hammer. Poche le eccezioni, la vera redenzione del genere vampiresco sarebbe arrivata a breve.

    Le battute italiane di questa porzione del film hanno generalmente un po’ più senso e c’è anche lo slang anni ’80 alla quale in qualche modo si è voluto dare risposta: “bitchin’!” diventa “rimarchevole!“. Oggi forse rimarrebbe bitchin’ anche nel doppiaggio italiano, con buona pace di chi l’inglese non lo mastica.

    Insomma un buon adattamento, da guardare in italiano senza timore e senza dubbi. Anche le battute più strambe tipo “ma che, per caso c’è scritto “spastico” da qualche parte” (indicando la maglietta che indossa) purtroppo sono anche nel copione originale (“oh, please, do you see “spaz” written on this anywhere?” ). Gli anni ’80… quando c’era un offesa proprio per tutti!

    Malfeitor spirito malefico del film Spiritika Witchboard

    Niente accettate di Evit questa volta.

    Il cast di doppiatori di Spiritika

    Sul web nessuna traccia del cast di doppiaggio di Spiritika – chi lo doppia non si sa mika – né alcun tipo di informazione su chi lo abbia diretto o adattato in italiano. L’azienda di Verdone e Cecchigori nei pochissimi anni in cui è stata attiva sembra essersi avvalsa dello studio di doppiaggio Open che faceva largo uso di doppiatori della CDC, quindi per un eventuale riconoscimento dei doppiatori bisognerebbe confrontarli probabilmente con quelli che solitamente lavoravano per la CDC. Per chi non conosce il nome, CDC è il sinonimo di un doppiaggio di alto livello. Tra le voci note troviamo un Michele Gammino sul personaggio del tenente Dewhurst e mi sarebbe piaciuto identificarne tante altre ma siccome sono una scarpa in queste cose ho chiesto ai soliti noti, le orecchie del blog Doppiaggi italioti per così dire, cioè il mio braccio destro Leo e il mio orecchio sinistro Francesco Finarolli che avevo già sfruttato per un’operazione simile su Il ritorno dei morti viventi), e così ancora una volta siamo riusciti a dare un nome alle voci. Ecco dunque il cast di doppiaggio di Spiritika – se ha coraggio lo ridika! – per la prima volta sull’internet!

    Sandro Acerbo: Jim (riconosciuto da Leo)
    Serena Verdirosi
    : Linda (riconosciuto da Finarolli)
    Stefano Mondini: Brandon (riconosciuto da Finarolli, questo era arduo!)
    Massimo Corizza: Lloyd (riconosciuto da L.)
    Michele Gammino
    : tenente Dewhurst (riconosciuto da Evit)
    Anna Rita Pasanisi: la medium Zarabeth (F.)
    Manlio De Angelis: ospite baffuto alla festa, la prima voce che sentiamo nel film (F.)
    Francesco Pannofino: Roger, l’ospite alla festa seduto sul divano (L.)
    Franca Dominici: la signora Moses, la padrona di casa (F.)
    Vittorio De Angelis: il collega di cantiere di Jim che lo avverte di una telefonata (F.)
    Alessandro Rossi: la voce di Malfeitor (F.)
    Eleonora De Angelis: la nipote della padrona di casa (E.)

    Rimangono ignoti per il momento: il prete che sposa i protagonisti (a 1h33m58s), l’ospite alla festa che dice “sì, ci sono stato anch’io” e l’altro ospite che subito dopo dice “dovevi vederla, era ubriaca fradiscia” (2m30s), la Dott.ssa Gelineau (a 1h2m39s e 1h14m35) e il giornalista che annuncia la morte della medium (54:34). I tempi segnalati si riferiscono ad una versione che gira su YouTube e finché dura il link la potete trovare qui. Legalmente potete vedere Spiritika in italiano su Amazon Prime e, in teoria, a breve dovrebbe tornare disponibile anche in DVD dopo anni di “fuori catalogo”.

    Un sentito grazie al mio “gruppo di ascolto” di Doppiaggi italioti per l’identificazione di tutte queste voci.

    Scena dell'accetta dal film Spiritika

    AAAH! Ecco dov’era la mia accetta! Giusto in tempo per parlare del 2.

     

    Spiritika 2 – Il gioco del Diavolo (Witchboard 2: The Devil’s Doorway)

    Se Spiritika se la cava egregiamente con i suoi interpreti e con il suo adattamento italiano di cui c’è veramente ben poco da dire, è con Spiritika 2 – Il gioco del Diavolo (arrivato grazie a Medusa direttamente in VHS senza passare dal via cinema) che ci facciamo le grasse risate.

    Witchboard 2 ouija board

    Oh, sveglia! Sei l’attore in un film.

     

    Trama e adattamento italiano

    Ritorna ovviamente la tavoletta ouija e l’intrappolamento progressivo, anche qui di una ragazza innocente, Paige (Amy Dolenz), appena trasferitasi in un loft in città per fare l’artista bohemienne (ma non era anche la trama di un Amytiville o mi confondo? Dai che è lui! È Amityville: A New Generation…  pure dello stesso anno, 1993, quando a Los Angeles i loft te li tiravano dietro evidentemente). È in cima ad un armadio a muro del nuovo appartamento che Paige trova proprio la nostra amata tavoletta. tavola ouija da Spiritika 2Nessun legame con quella del precedente film anche se appaiono essere identiche. Ma dopotutto si ispira pur sempre ad un prodotto sfornato in serie in un impianto industriale del Massachusetts.

    Se nel primo film capivamo dagli improperi fuori luogo che l’intrappolamento progressivo stava gradualmente trasformando la personalità di una ragazza latte-e-miele in quella di uno scaricatore di porto, nel corso del secondo film non abbiamo mai la sensazione che alcun cambiamento sia in atto, questo perché nel doppiaggio italiano la dolce e sorridente (ingenua quasi! cit.) Paige chiama PUTTANA chiunque! Anzi, per essere precisi, tutti i personaggi in Spiritika 2 dicono “puttana” gratuitamente a chicchessia, anche senza alcun intervento spiritico spiritiko… perché ovviamente si tratta della traduzione errata di “bitch” (stronza). Allora se una collega ti fa un dispetto nascondendoti il lavoro è subito “quella puttana!” e se il fantasma di una donna assassinata si impossessa del corpo di della tua amica, tu le dici “eri una puttana, e lo sei ancora“, anche se quella non era la sua professione da viva. Quanta misoginia interiorizzata! Spiritika 2, benvenuto nel mio catalogo di doppiaggi che odiano le donne!

    Amy Dolenz in Witchboard 2

    Quella che chiama tutte le donne “puttana”

    Mi sa proprio che chi ha tradotto e adattato Spirtika 2 in italiano lo abbia fatto sotto l’influenza dello spirito di uno scaricatore di porto, solo che non ho idea di chi possa averlo evocato. Infatti, anche in questo caso, dell’azienda che ha doppiato il film e dei suoi interpreti vocali non sembrano esserci tracce scritte da nessuna parte.

    Lo spirito che si è impossessato del traduttore o della traduttrice di Spiritika 2, oltre a chiamare tutte “puttane” al posto di “stronze” (e c’è una bella differenza!) ogni tanto si dimentica dei congiuntivi, che vengono a mancare e poi ricompaiono anche a distanza di pochi secondi l’uno dall’altro. Ad esempio scompare il congiuntivo da “volevo assicurarmi che tu stavi bene“, detto al citofono, per poi ricomparire al posto giusto nella stessa frase ripetuta dallo stesso personaggio appena 5 secondi dopo quando sale su in casa! Lo avrà ritrovato per le scale, il congiuntivo?

    Vignetta sul doppiaggio italiano di Spiritika 2: sono gloria ho lasciato il congiuntivo in cucina accanto alla frutta

    Prima di continuare con gli errori scemi di traduzione voglio ammettere qui ed ora che questo secondo film, scritto e diretto dallo stesso regista del primo Witchboard, non è poi così lontano in qualità e stile dal primo capitolo, se vi era piaciuto quello potreste apprezzare anche il secondo. Solo che intanto sono arrivati gli anni ’90 e quindi le capigliature sono meno epiche del precedente e anche il budget è ancora più risicato. Salta all’occhio però un uso virtuoso della cinepresa che si infila in spazi improbabili per gli anni ’90, come l’intelaiatura di una finestra o il parabrezza di un veicolo. Spazi in cui non ti aspetteresti possa passare una cinepresa dell’epoca. Piuttosto sorprendente per il 1993.

    Tutto bello insomma (o, se non bello, accettabile) se non fosse per un doppiaggio che chiamarlo “da videocassetta” è fargli quasi un complimento. Gli interpreti vocali sono al più decenti, ma generalmente mediocri, e chiunque sia il doppiatore che dà la voce al personaggio di Russel è da codice penale, DA CO-DI-CE PE-NA-LE! (cit.) ed un bene che non conosca i loro nomi.
    A giudicare da certi momenti in cui scappa un’apertura sbagliata sulle vocali, posso dire con una certa sicurezza che si tratti di un doppiaggio del nord Italia, di una delle tante ditte che doppiavano a prezzi concorrenziali per il mercato delle videocassette e alle quali si affidavano spesso distributori come 20th Century Fox. Perché spendere di più quando puoi spendere meno, no? Beh, magari per non sentire “Mitch ha trovato il tuo corpo, ora sta andando sul pÒsto“, con una bella “o” aperta, fonica.

    tavola ouija lettera e

    E-V-I-T… I-N-C-A-Z-Z-A-T-O

    Ma fosse solo quello! L’adattamento dall’inglese all’italiano è dilettantesco.

    – Da dove cominciamo?
    – Lei ha detto Park Wood 217, significa qualcosa.
    – Credi che troveremo un cartello con su scritto 217 con una grossa X che segna il posto?

    Segna il posto? Che posto segna? X marks the spot è un’espressione di lingua inglese, nota nella cultura popolare, associata alla caccia al tesoro piratesca dove la X indica sempre il punto dove è nascosto il tesoro. È a tutti gli effetti un modo di dire, un idioma, e in quanto tale non è da tradurre alla lettera (regola base della traduzione da quando esiste la traduzione nella storia dell’umanità). Nel film Indiana Jones e l’ultima crociata, questa espressione diventa il fulcro di una gag dove a lezione il Professor Jones istruisce i suoi alunni sulla vera archeologia, dove la X non indica mai il punto dove scavare, salvo poi trovare l’accesso alle catacombe a Venezia proprio sotto una enorme X (il 10 in numeri romani) e si vede costretto ad esclamare “la X è il punto dove scavare“. Notare che in tutti questi casi viene chiarito cosa sia quel punto (spot), perché non essendo un idioma anche in italiano non ne possiamo dare per scontato il significato implicito. Chi ha adattato Indiana Jones (Roberto Rizzi, per la CDC, azienda seria) sapeva di non poterla tradurre direttamente in “la X segna il posto.” (il posto di che?), gli ignoranti invece si fermano alle traduzioni dirette e non scavano mai oltre. Piaciuta la battuta? “Scavano”? Vabbè.

    Witchboard 2 Russel

    Russel che vuole sparare al suo doppiatore

    E perché tradurre “assuming that” con “assumendo che” quando abbiamo una cornucopia di traduzioni italiane più valide? Ipotizzando che, supponendo che, partendo dal presupposto che, posto che… tre le prime che mi vengono in mente; dobbiamo proprio ipotizzare che lo abbia tradotto qualcuno con poca familiarità con la lingua inglese… ma anche con quella italiana.

    Ovviamente con cotanta dimestichezza nella traduzione, non è una sorpresa trovare in questo film anche battute in un italiano irreale, cose come “tu devi avere una dannata pila di multe non pagate” (helloooo-o, doppiaggese?) oppure ancora “Lo stesso tipo di dannata relazione che avevo con mio padre“. Chi era il padre, uno stregone? Quando poi si parla del distintivo di un poliziotto qualcuno deve aver proprio capito fischi per fiaschi: “Venticinque zero cinque, giusto? Il tuo numero di targa. Volevo assicurarmi di averlo visto bene“. Ma in italiano la targa è quella automobilistica, non certo la traduzione di “badge number“, cioè il numero di distintivo.

    Malfeitor aiutami tu!

    Malfeitor spirito malefico del film Spiritika Witchboard

    Anche in questo film torna lo stratagemma (l’unico veramente sensato) di leggere ad alta voce le parole che lo spirito detta in inglese attraverso la tavoletta per poi farle tradurre al volo in italiano per la nostra comprensione. Il livello di sfida linguistica però aumenta molto con questo secondo film e va ben oltre le capacità di chi già traduce “una X che segna il posto” e “numero di targa“.

    La sfida è dovuta alla dislessia palese di cui soffre lo spirito in questo Spiritika 2 e quando detta parole attraverso la tavoletta ouija non ne azzecca mai una! Solo che, anche se le parole che vengono fuori durante la seduta spiritica non hanno uno spelling perfetto, lo spettatore italiano non ci fa caso perché vengono comunque tradotte dai protagonisti in un italiano corretto, e quando lo spirito detta parole incomprensibili, a noi spettatori italiani cominciano a sorgere seri dubbi. Com’è infatti che “riflecape” (parola inesistente che sembra composta di “rifle” e “cape” ) ci viene tradotta al volo come “minecatto“? Da dove viene fuori questa parola inventata?

    Ciò che il fantasma voleva scrivere in realtà era FIREPLACE, cioè “camino”, o CAMINETTO, ma siccome lo spirito è dislessico è venuta fuori come RIFLECAPE, che la protagonista inizialmente pensa possa essere un nome o una parola di cui non conosce il significato. Ma se non lo capisce lei come può tradurlo al volo con una inesistente parola italiana (minecatto)… che per puro caso funzionerà perfettamente anche come anagramma? Boh.
    Chiaramente una sfida linguistica che andava ben oltre le possibilità del traduttore/traduttrice di questo secondo capitolo di Spiritika – cominci a stare un po’ antipatika – e possiamo dire che non ci hanno provato nemmeno.

    Questa scemenza del “riflecape” (o “minecatto”) sarà alla base dell’anagramma più telefonato della storia del cinema. Driiin driiin, Spiritika? Mi dika!

    Verdone da Un sacco bello che dice Caminetto, non minecatto

     

    Il cast di doppiatori di Spiritika 2

    Laura Lenghi: Paige, la protagonista
    Giuliano Santi
    : Jonas, il padrone di casa
    Stefania Romagnoli: Elaine, moglie di Jonas
    Toni Orlandi: il sig. Morris, il negoziante esperto di occulto

    Per quanto scarna, se questa lista esiste è merito dell’orecchio di Francesco Finarolli, di cui dovrei fare un action figure targato Doppiaggi italioti, del nostro Leo che per qualche oscuro motivo conosce molto bene la voce di Toni Orlandi (di Leo da anni ho già il soggettone appeso alla parete, la sua faccia ritagliata e appiccicata sul poster di Rambo 2, tanto per rimanere in area Carlo Verdone), e di chi ha contribuito nei commenti, come ‘Alex’ che ha riconosciuto nella protagonista la voce di Laura Lenghi. Mancano all’appello la voce di Mitch, il fidanzato della protagonista, quella del fotografo Russel, del fantasma di Susan, della collega gelosa e dei due netturbini sul finale. Sono difficili da identificare perché alcuni di questi (e non starò a dire quali), mi dispiace dirlo, sono davvero al limite dell’incapace. Ma dico io… ci sono tanti pomodori da raccogliere al sud, perché insistere proprio nella carriera di doppiatori?

    Finché dura potete trovare il film su YouTube a questo link. Il DVD della Cecchi Gori è invece fuori catalogo da anni e per comprarne anche una copia usata dovreste dissanguarvi. Quindi per il momento non c’è modo di vederlo legalmente.

    Copertina DVD di Spiritika 2Il titolo italiano: il gioco del Diavolo

    Per finire, il sottotitolo italiano “il gioco del Diavolo”, così come quello originale (“The Devil’s Doorway”), fanno riferimento ad un Diavolo che in realtà non metterà mai piede nella trama. Lo spirito “possessore” (la conio io qui e ora) è quello di una donna morta, Susan, di cui non conosciamo le intenzioni ma siccome è un film di pauuuuva potete già immaginare che le sue intenzioni non siano benefiche. Per la titolazione di questo film, il Regno Unito si è buttato su un più generico ma forse più appropriato “il ritorno” (Witchboard 2: The Return). Il Diavolo con la D maiuscola sarà invece protagonista solo nel terzo film.

    Spiritika 2 – Il gioco del Diavolo sarà anche l’ultimo capitolo a chiamarsi “Spiritika”, spavento non fai mika.

     

    A letto con il demonio (Witchboard III: The Possession)

    Diavolo in A letto con il demonio witchboard 3

    LU DIAVOLO!

    Witchboard III: The Possession (del 1995) arriva in Italia in VHS nel 1998 per mano della Fox in combutta con la Eagle, queste due aziende di certo non avranno voluto far alcuna pubblicità ai precedenti due “Spiritika” che invece erano in mano alla concorrenza Cecchi Gori-Berlusconi e così questo terzo capitolo viene spacciato come film a sé con il titolo A LETTO CON IL DEMONIO. Qualche pubblicitario con ancora in testa “A letto con il nemico” del 1991 deve essersi compiaciuto molto di questa scelta.
    Anche le VHS però devono riportare il titolo originale da qualche parte sulla copertina e quindi l’acquirente italiano non si sarebbe poi accorto di quel numero romano in “Witchboard III” ? Presto fatto, togliamo il numero romano dalla copertina della videocassetta, et voilà:

    VHS di A letto con il diavolo, titolo italiano di Witchboard 3 del 1995 e seguito di Spiritika

    Il terzo film non viene penalizzato realmente da questa dipartita tutta italiana dalla trilogia Witchboard visto che comunque si distanzia sostanzialmente dai precedenti due capitoli, incluso il totale cambio di look della tavoletta ouija e anche della sua planchette accessoria (cioè quel puntatore di legno a forma di goccia con un foro al centro): adesso questi sono addirittura un qualche reperto maya! Seh, vabbè.
    “A letto con il demonio” è effettivamente un titolo molto appropriato per la trama del film visto che il protagonista viene posseduto nientepopodimenoche da lu diavolo in persona, ma in tempi moderni forse è ora di far tornare questo Witchboard a casa con un nuovo titolo italiano, dai che viene facile… Spiritika 3: a letto col demonio. Perché separare le famiglie? Non è una cosa bella (cit.). Se mai esisterà un cofanetto di questa trilogia, dovrebbero rititolarlo così.

    Witchboard 3 ouija board

    Trama e adattamento italiano

    L’introduzione del film parla subito di una “tavola della strega“, la traduzione diretta di “witchboard” (semmai delle streghe… al plurale, no?), perché si dice che “la tavola fosse usata dalle streghe“, insomma la stessa storia già sentita nel precedente capitolo. Qui in realtà la sparano anche più grossa: “lo o-uìgia esiste sin dai tempi di Pitagora“.
    Seeeh, vabbè, dall’uomo di Similaun!

    scena da Witchboard 3

    fate partire la Unchained Melody

    La trama: Julie è una docente universitaria ed è l’unica che porta soldi a casa perché suo marito Brian è un “broke” broker, un broker finanziario rimasto senza lavoro che passa tutto il giorno in vestaglia, non si pettina, i colloqui gli vanno male, l’ufficio di collocamento non lo richiama nemmeno più… insomma vive come un trentenne italiano di oggi, solo che per i parametri anni ’90 Brian è in un momento molto brutto della propria vita. Il proprietario del palazzo in cui si sono appena trasferiti però lo invita nel suo appartamento dove, grazie a un’antica tavoletta ouija, gli dimostra che si possono sfruttare gli spiriti dell’aldilà per fare soldi in borsa. Oh, finalmente un’idea intelligente in tutta questa serie!

    Vi chiederete: perché svelare ad uno sfigato il segreto del proprio successo? Perché il proprietario del palazzo è posseduto da LU DEMONIO!!! Ma lu demonio si è impossessato (spoiler eh) del corpo di un impotente (il suddetto proprietario) e non ha mai potuto generare un erede, quindi è ora di suicidarsi per passare nel corpo di Brian, che ha anche la moglie carina e in salute. Il vecchio dunque regala un anello merovingio a Brian e si getta con nonchalance giù dal balcone. È da questo momento che Brian ha libero accesso alla tavoletta che, come nella tradizione di questi film che copiano le dinamiche dell’Esorcista, inizialmente si dimostra di grande aiuto, così da portare Brian alla possessione. Al contrario dei precedenti però, questa possessione non avviene tramite “intrappolamento progressivo”, bensì Brian viene folgorato, il suo spirito attraversa l’occhio della planchette e da quel momento si ritrova intrappolato nel mondo degli specchi. Il corpo resuscitato invece è un nuovo Brian, più figo, che usa il gel per buttare i capelli all’indietro, che veste in pelle nera, mangia mele e fa ‘n sacco de sordi giocando in borsa, ora vuole anche un figlio con Julie… IL FIGLIO DE LU DEMONIO! Mammamija!

    Lo spirito del vero Brian cerca di avvertire Julie comparendo negli specchi di casa e berciando come un disperato ma lei non può vederlo né sentirlo, quindi il Brian intrappolato nella zona fantasma (se non è cit. questa non so cosa lo sia!) dovrà mettersi in contatto con lei attraverso la tavoletta ouija. Riuscirà Brian a salvarla dal lu demonio e riprendere possesso del proprio corpo???

    tavola ouija con la planchette che indica il sì, dal film a letto con il demonio

    Dei tre film, Witchboard III è quello che più facilmente svanisce dalla memoria, forse per una trama non freschissima, dal diavolo che vuole un figlio (da quando esiste questo tòpos? Dall’anno 1000 almeno!) all’idea di un doppelgänger, cioè il sosia malvagio che minaccia di sostituirsi al protagonista, in questo caso si tratta di una possessione ma il concetto è lo stesso. Witchboard III potrebbe ricordare qualcuno degli episodi più noiosi di X-Files che andava in onda in quegli stessi anni, sia per le tematiche sia per il look del film. Si fa guardare e si fa anche dimenticare, sopravvivendo nella sua mediocrità da produzione televisiva, ma la sua esistenza non offende. Se il link perdura, lo trovate su YouTube seguendo questo link.

    devil in Witchboard 3

    LU DIAVOLO IN CGI!

    Cast di doppiaggio

    Francesco Prando: Brian
    Antonella Baldini: Julie
    Barbara De Bortoli: Lisa, l’amica di Julie
    Germano Longo: Francis, il proprietario
    Alberto Caneva: reporter in TV

    Ancora una volta è Francesco Finarolli che ha aiutato nel riconoscimento degli interpreti. Rimangono ignote le voci del banchiere usuraio Sig. Finch, della vedova Dora, della conduttrice del TG, oltre ad altri brevissimi ruoli di poche parole come quelle del tirapiedi del Sig. Finch, Ronald, di un’altra reporter del TG che commenta dalla sala delle contrattazioni della borsa, e le voci dei due paramedici.

    Come nella tradizione di questa trilogia, ignoti sono il direttore, l’adattatore e l’azienda di doppiaggio (in base ai nomi potrebbe essere la Tecnosound o Cast Doppiaggio Srl) ma posso affermare con sicurezza che A letto con il demonio sia stato doppiato e adattato decisamente meglio di Spiritika 2. Rimane comunque un prodotto quasi televisivo nel quale non riconosco nessun interprete vocale (se non era per il Finarolli, boh!) ma neanche palesi errori di traduzione. L’unica nuova stramberia rimane la pronuncia di ouija che qui diventa ouìgia e oùgia, a volte al maschile e a volte al femminile… ma il capitolo veramente comico rimane comunque il secondo Spiritika – recensire questa trilogia è stata una fatika.

    Tavola ouija con planchette che indica la parola bye

  • STAR WARS Episodio II (2002) – Toccateci tutto ma non R2!

    vignetta introduttiva con Anakin che promette di recensire l'adattamento di tutti i film di Star Wars inclusi prequel, sequel e originali

    Con la mia maratona Star Wars come Lucas comanda”, comprendente videocommenti ai film e articoli sull’adattamento italiano della saga più famosa di Gesù, eravamo rimasti a George Lucas che in un fine settimana scrive da solo e in fretta e furia quella che sarà la sceneggiatura di Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma.

    Se il primo episodio era stato scritto in fretta e furia, all’ultimo momento prima della data di inizio delle riprese, questo episodio II non è certo da meno.

    La seconda gravidanza isterica di George Lucas

    George Lucas che scrive la sceneggiatura di Star Wars Episodio II L'attacco dei cloni su un quaderno

    Nella gravidanza isterica (o pseudociesi) una donna crede di essere incinta malgrado non sia avvenuto un reale concepimento. Nella gravidanza isterica di George Lucas, George ha creduto di essere il creatore di un nuovo episodio di Star Wars nonostante non abbia mai concepito una reale sceneggiatura.

    Su Wikipedia è ben riassunto il secondo travagliato parto immaginario di Lucas (ho controllato le fonti, è tutto vero):

    Nel marzo 2000, appena tre mesi prima dell’inizio delle riprese, Lucas riuscì a completare una bozza preliminare dell’Episodio II. Il regista continuò poi a lavorarci su, producendo una prima ed una seconda bozza definitive [NdA: cosa ci sarà di “definitivo” in una seconda BOZZA che poi ne richiede una terza? Boh. Qui qualcuno su Wikipedia non sa tradurre l’inglese]. Per avere un aiuto con la terza bozza, che sarebbe poi diventata la sceneggiatura vera e propria, Lucas chiamò Jonathan Hales, che aveva scritto per lui diversi episodi della serie televisiva Le avventure del giovane Indiana Jones, ma aveva limitata esperienza di scrittura di film cinematografici. Lo script finale fu completato solo una settimana prima dell’inizio delle riprese.

    Quando si dice partire col piede giusto. Potremmo sorprenderci davvero di trovarci dentro le peggiori frasi da telenovelas inserite in scene di gente seduta in salottini vuoti? Quella definizione di “space opera” non è mai stata più vicina a “soap opera” prima di episodio II. Chissà chi di loro (Lucas o Hales) avrà scritto “tu mi sei entrata nell’anima… che si tortura per te!” oppure ha messo in bocca al generale Yoda perle di strategia militare come “concentrate tutto il fuoco sull’astronave più vicina“. Lawrence Kasdan, sceneggiatore della trilogia classica, era troppo impegnato per tornare a lavoro sui nuovi episodi della saga oppure non voleva avere niente a che fare con Lucas e i suoi prequel?

    Geroge Lucas intervistato

    George Lucas che racconta balle… spaziali.

    È Kasdan stesso che riconferma ciò che avevo già raccontato per Episodio I, cioè che George non ha mai avuto una storia per tutta la saga come invece va raccontando in giro, a stento aveva 15 paginette di appunti scritte nel 1976 riguardanti il passato dei personaggi e che poi ha deciso di ignorare completamente quando è andato a scrivere i prequel. In un’intervista, Kasdan riassume con poche frasi la figura di George, Grande Procrastinatore, e le sue —è proprio il caso di dire— leggendarie sceneggiature prequel che nelle interviste di fine anni ’90 diceva di stare scrivendo già dal 1994, mentre nei documentari autocelebrativi degli anni 2000 queste quattro paginette diventano addirittura una saga di 12 film già scritta per intero da prima di girare Guerre stellari nel 1976! (leggende che sento già dal 1999, prima che uscisse Episodio I al cinema). Qui a Firenze uno come Lucas lo avremmo subito soprannominato i’ bomba. La dura realtà dei fatti è che a due settimane dall’inizio delle riprese Lucas non ha ancora finito di scrivere un bel niente (niente che si possa portare davanti ad una cinepresa almeno) e si affida a sceneggiatori televisivi per aiutarlo, perché i veri professionisti, suppongo, non vogliono averci niente a che fare.

    Riguardo ai prequel, infatti, il 30 maggio 2018, Kasdan al New York Times dichiarò [e qui ve lo traduco]:

    Volevo andare avanti. Stavo girando molti film e lo facevo regolarmente. Negli anni seguenti ci sono state molte volte in cui George mi ha chiesto di essere coinvolto in tutti e tre i prequel. Mi diceva: “Ehi, ti piacerebbe scrivere questa o quella cosa?”. Gli dissi: “George, ma le riprese non iniziano tra due settimane in Australia?” e lui: “Sì, ma non è troppo tardi“.
    Ero alla prima proiezione di “La minaccia fantasma” ed era così diverso [dai precedenti film] che non sapevo davvero cosa pensare al riguardo. Non aveva alcun legame, secondo me, con quello che avevamo creato.
    Mentre lo guardi pensi: aspetta, come? Ma che c’entra?

    George Lucas insieme a Christopher Lee sul set di Star Wars Episodio II l'attacco dei cloni, vignetta sul copione ancora da scrivere

    Dove eravamo rimasti con il doppiaggio italiano della saga?

    La storia della nascita di La minaccia fantasma narrata in quel mio primo articolo era semplicemente un prologo per arrivare poi all’analisi completa del suo adattamento italiano, forse il più indegno di tutta la saga, strapieno di errori di traduzione, mancati riferimenti e scelte linguistiche dubbie. Sarà un caso che al momento di doppiare Episodio II questo non sia stato assegnato agli stessi di Episodio I? O meglio, cambia la società di doppiaggio, cambia il direttore di doppiaggio, cambia il dialoghista, restano invariati invece i doppiatori. Chissà che vorrà dire!

    Il sito antoniogenna.net riporta tra le curiosità di Episodio I questo stralcio.

    Il doppiaggio italiano ha suscitato molte polemiche, soprattutto per alcuni errori di traduzione. Nel gennaio 2002 è stata persino organizzata una petizione per richiedere una cura maggiore per l’episodio successivo.

    Sebbene non sia citata la fonte dell’informazione (e quando mai!), il riferimento è ad una petizione del 12 dicembre 2001 avallata da Cloud City Italian Star Wars Fan Club e Guerre Stellari.Net. La pagina web per la petizione non esiste più ma potete trovare una copia del testo originale su Internet Archive [un grazie a chi nei commenti mi ha aiutato a ripescarla]. I fan se ne sono lamentati, e anche duramente, sottolineando che gli appassionati e persino gli spettatori occasionali hanno trovato imperdonabili i gravissimi errori in lingua italiana presenti nel doppiaggio, indegni di un adattamento professionale. L’adattamento di Episodio I ha problemi innegabili, addirittura nella pronuncia dei nomi… alla faccia dei doppiaggi moderni che dovrebbero essere iper-controllati dal committente estero! In quel caso Fox o Lucasfilm evidentemente erano completamente assenti oppure troppo impegnati nell’imporre il ritorno ai codici originali dei robot R2D2 e C3PO (fu-C1P8 e fu-D3BO), tanto da non esprimere dubbi quando il senatore Palpatine veniva chiamato “Pàlpatain” in italiano, invece del corretto “Pàlpatin”, né quando Jar Jar si esprimeva in europanto che mischia in modo insensato inglese, spagnolo e francese. Ma per tutto questo e molto altro si rimanda all’articolo su Episodio I.

     

    L’adattamento italiano di Star Wars Episodio II

    R2D2 che vola a razzo in Star Wars Episodio II l'attacco dei cloni

    Con questo doppiaggio si vola

    Come se l’è cavata questo secondo episodio con il suo adattamento italiano? Meglio. Molto, molto meglio. La direzione e dialoghi vengono dati adesso a professionisti distinti (già questo un buon segno): Claudio Sorrentino come direttore del doppiaggio, Mauro Trentini dialoghista [scomparso pochi anni dopo, nel 2006], e se paragonato alla qualità delle traduzioni degli episodi più recenti, quelli in mano alla Disney per intenderci, ci sarebbe quasi da urlare al miracolo per questa versione italiana di Episodio II. Nonostante la qualità alta però, degli appunti da fare ci sono.

    Voci robotiche, quanto ci piacciono!

    L’assassino in subappalto, ovvero l’alieno mutaforma ingaggiato per assassinare la senatrice Amidala, in italiano parla in maniera quasi robotica, spezzata, elemento inesistente in lingua originale e che per un breve momento dà al film quel gusto da doppiaggio commissionato nell’Europa dell’est. Una cosa simile l’avevamo vista proprio su Boba Fett nel film L’impero colpisce ancora (1980), al suo personaggio era stata data, senza un vero valido motivo, una voce robotica. Era il primo anno degli ’80, Boba Fett era interamente mascherato e quindi, per quanto ne sappiamo, poteva anche essere un robot, o un cyborg; in più all’epoca il doppiaggio aveva libertà creative oggi impensabili. Se la scelta di una voce robotica completamente inventata è criticabile in un film del 1980, è del tutto inaccettabile in un film del 2002, e paradossale in un doppiaggio dove la regola numero uno è “tutto deve essere come Lucas(film) comanda”. Oh, però i nomi dei robot sono tornati ad essere quelli originali, vuoi mettere?

    Assassina in Star Wars Episodio II l'attacco dei cloni

    Ti conosco, mascherina!

    La pronuncia dei nomi

    Nella scena in cui il conte Dooku fa visita a Obi Wan imprigionato in un campo magnetico abbiamo questa sua frase (la trascrivo così com’è pronunciata):

    È un gran peccato che le nostre strade non si siano mai incontrate, Obi Wan. Quai Guun parlava sempre con molta stima di te.

    Non sappiamo chi sia questo nuovo cavaliere Jedi, Qui-Goon, mai sentito prima, ma ricorda molto quel Qui-Gon interpretato da Liam Neeson in Episodio I! Sono ironico, si tratta ovviamente proprio di Qui-Gon, che nel precedente episodio era pronunciato correttamente come Quaigòn. Certo che per essere una serie che ci tiene a riportare i nomi dei robot ai nativi R2-D2 e C-3PO anche a costo dell’incoerenza con gli altri (precedenti) film, il controllo qualità è barzellettistico. I robot devono tornare ad avere i codici originali, ma la pronuncia dei nomi rimane al gusto personale dei doppiatori? È chiaro che non sto dando la colpa né ai doppiatori né al direttore di doppiaggio, le sviste capitano. Fa solo sorridere tanta fissazione sull’adattamento dei nomi (Han/Jan, R2-D2/C1-P8, Leia/Leila…), da parte della Lucasfilm e dei nuovi fan della serie, quando poi nessuno si preoccupa di tutto il resto.

    In Episodio I c’era “Palpatain“, adesso c’è “Quai Guun“. Non ci possiamo aspettare che i doppiatori, professionisti che nel corso della loro carriera forniscono la propria voce a centinaia, che dico, migliaia di film(!), abbiano la stessa attenzione maniacale che potrebbero avere i fan di Star Wars, ma i supervisori Fox/Lucasfilm che fanno, dormono? Dove sono quando c’è davvero bisogno di loro? [Ironie e frecciatine a parte, quella di “Palpatain” in Episodio I era un errore “sistemico”, tutti i personaggi lo chiamavano così quindi è evidente che non si tratta della svista di un singolo doppiatore in una singola battuta (come invece è Qui-Guun), bensì di un’imposizione di chi ne ha diretto il doppiaggio e una scelta deliberata di inventarsi una pronuncia inedita, quindi di ben altra gravità per un’analisi come la mia e, scherzi a parte, è bene dare il giusto peso alle giuste cose.]

    Per finire di prendere un po’ in giro il conte Dooku, è sempre Dooku che in quella scena parla del pianeta “Gìonosis” ma poi quando nomina i suoi abitanti li chiama geonosiani. Il pianeta Geonosis in inglese si pronuncia “gìonosis”, è vero, ma in italiano che senso ha questa pronuncia estera quando poi gli abitanti sono (correttamente) chiamati geonosiani? Boh.

    Piccola nota aggiuntiva: potremmo contestare che il nome della regina Jamillia venga pronunciato dal capitano Typho come “Jamilla” (a 8 minuti e 28 secondi di film, segnalatomi da Giovanni De Bonis, autore su Star Wars Libri & Comics ed esperto del mondo di Star Wars) ma a dir la verità viene pronunciato così anche in inglese, quindi possiamo supporre che in sala doppiaggio andassero più dietro alla pronuncia originale che al nome scritto sul copione. Quindi diciamo… errore sulla carta.
    Un po’ meno comprensibile il fatto che il cacciatore di taglie Jango Fett venga chiamato “gengo” da Obi Wan e non “giango”, visto che non è “gengo” neanche in inglese, quindi perché dovrebbe esserlo in italiano? A maggior ragione vista la sua italica origine (quel Django di Corbucci).

    Spaccacervelli e altri trucchi grammaticali Jedi

    Scena degli spaccacervelli da Star Wars Episodio II

    – Vuoi comprare dei spaccacervelli?
    – Tu non vuoi vendermi dei spaccacervelli.
    – Io non voglio venderti dei spaccacervelli.

    Molto carino quel “death sticks” (letteralmente “bastoncini della morte”) adattato in “spaccacervelli“, un qualche tipo di droga che viene offerta a Obi Wan sotto forma di bastoncini fosforescenti… la grande domanda qui è perché, sia lo spacciatore sia Obi Wan, debbano dire dei spaccacervelli e non degli spaccacervelli? Può sembrare una cosa da poco ma la grammatica italiana esige che si usi “degli” in questo caso e mi sembra anche più faticoso e innaturale dire “dei spacca-“, così come risulterebbe più faticoso e innaturale dire “dei squali”. Poco importa che la parola composta finisca con “-cervelli” e che normalmente diremmo “dei cervelli”, la scelta tra dei e degli viene determinata dalle prime lettere della parola successiva a “degli”, nel nostro caso quel “sp” di “spacca-“.

    Tiriamo fuori la grammatica per bambini (c’è anche Garfield illustrato, vi piacerà):

    Illustrazione di GarfieldUN, DEI, DEGLI: si usa un davanti ai nomi maschili che cominciano per consonante (un bambino, un gatto, un triangolo, …) o per vocale (un amico, un insetto, un oste, …).
    Davanti alle consonanti il plurale corrispondente è dei (dei bambini, dei gatti, …), mentre davanti alle vocali è degli (degli amici, degli osti, …).

    UNO, DEGLI: si usa uno davanti ai nomi maschili comincianti con s impura [NdA cioè una s che precede un’altra consonante], z, x, pn,ps, gn, sc. i semiconsonante (uno screzio, uno zufolo, …). Il corrispondente plurale è degli (degli screzi, degli zufoli, …).

    Spaccacervelli è una parola composta maschile che inizia con s impura, quindi si deve dire “degli spaccacervelli” e non “dei spaccacervelli.

    Un’ulteriore considerazione: la parola italiana sceglie di perdere il riferimento al contenitore di questo stupefacente (quei bastoncini della morte, death sticks del testo originale) e punta piuttosto sul nome dello stupefacente contenuto in essi, lo spaccacervelli, non avrebbe più senso fargli dire “vuoi comprare dello spaccacervelli? / Tu non vuoi vendermi dello spaccacervelli. / Io non voglio venderti dello spaccacervelli“. Volendo poteva essere anche al femminile dando per sottinteso che ci si riferisca ad una droga chiamata spaccacervelli, la spaccacervelli. È una delle tante soluzioni possibili, tutte valide tranne “i spaccacervelli”, che non si può proprio sentire.

    Una curiosità sullo spacciatore di spaccacervelli che ci viene ancora una volta da Giovanni De Bonis, esperto dell’universo di Star Wars: il nome ufficiale dello spacciatore (mai pronunciato nel film per fortuna) è Sleazebaggano, dall’espressione americana di “sleazebag”, cioè un debosciato o depravato, di solito anche intrallazzone. Uno di quei nomi scemissimi che popolano l’universo espanso di Star Wars, come del resto lo sono anche i “death sticks”. Per intenderci, è come se in italiano lo avessero chiamato “Intrallazzonio”. Proprio dei testi aulici!
    Spaccacervelli è un ottimo adattamento, sembra effettivamente il nome di una droga pur rimanendo allo stesso livello di semplicità dei “bastoncini della morte” e se vi lamentate di questo nell’adattamento di Episodio II vi siete proprio bevuti dei spaccacervelli. Ma vedete come suona male!?

    Spaccacervelli tradotto da Death Sticks nel film Star Wars Episodio II l'attacco dei cloni

    A proposito di strane cose offerte a Obi Wan, nella tavola calda di Dexter Jettster la cameriera robot offre a Obi Wan un boccale di “ardis”, o almeno così pare di sentire nella versione italiana, mentre in lingua inglese si parla di “Jawa juice“, succo di Jawa. Non so se a Coruscant spremano i poveri Jawa visti su Tatooine così da farne un succo o si tratta semplicemente di una ricetta Jawa (ovviamente scherzo, è la seconda che ho detto), e quella del boccale di “ardis” potrebbe sembrare un’invenzione bella e buona del copione italiano finché non scopriamo su Wookiepedia che “Jawa juice” è anche chiamato “Ardees“, apparso per la prima volta con questo nome ben 13 anni dopo l’uscita del film, sul libro Star Wars: Absolutely Everything You Need to Know (DK Children, 2015), così almeno sostengono persone sicuramente più esperte di me. Quindi il nome Ardees era certamente nel copione originale, poi cambiato per gli americani in “succo Jawa” durante le incisioni post-produzione ma lasciato inalterato per i copioni di doppiaggi esteri, o perlomeno quello italiano. La mia è una supposizione ma non vedo altre spiegazioni.

    Passando ai gingilli, nel film abbiamo un dardo introdotto prima genericamente come “dardo avvelenato” (toxic dart) e successivamente identificato con più precisione come “saberdardo di Kamino“. Saberdart in inglese è una parola composta (saber+dart) che fa pensare a un dardo con lame incorporate. Che sia un “dardo con lame” risulta evidente anche a occhio nudo, il film lo mostra chiaramente per ben due volte.
    “Saber” in inglese vuol dire sciabola ma nella mente di Lucas chiaramente non è una parola da prendere alla lettera visto che la “lightsaber”, la sciabola laser, non è nemmeno una spada curva, né il dardo è in qualche modo associato ad una “spada” propriamente detta. Se a Lucas piace il suono di una parola la usa anche se non ha molto senso, questa è una cosa ben nota agli americani già dai tempi di THX-1138 dove nei dialoghi compare un “wookie” senza che questo già intendesse un gigantesco cane alieno che pilota navi da carico, e nel suo universo stellare “saber” è l’equivalente di “lama”, per estensione questo diventa anche l’equivalente di “spada” (nel caso delle spade laser).  Sull’argomento ritornerò in occasione di Episodio IV.
    In italiano “saberdart” è stato tradotto a metà, lasciando “saber” in inglese (che in italiano non significa niente) ma traducendo “dardo”. Quindi per il copione italiano è essenzialmente un “coso-dardo di Kamino”, mentre in lingua originale entrambe le parole hanno senso immediato. Immagino che non si fosse riuscito a trovare un valido equivalente che traducesse anche “saber” (lama-dardo? Forse già pensate ad un lama che sputa un dardo. O, ancora più buffo, “spadadardo”) e ci teniamo questo curioso misto inglese-italiano. Poteva andarci peggio, poteva essere una “droide armata” .

    Vignetta sul saberdardo di Kamino da Star Wars Episodio II l'attacco dei cloni

    Le cose positive: il rispetto dei riferimenti

    Dopo un Episodio I adattato ignorando qualsiasi riferimento ai precedenti film (tanto da far sparire persino la parola “iperguida” che qualunque appassionato conosce, o frasi come “ho un gran brutto presentimento”) è un piacere ritrovare l’attenzione per i piccoli dettagli nei dialoghi di Episodio II.

    Power couplings” ad esempio è una parola esistente nella saga già da L’impero colpisce ancora e torna ad essere tradotta per coerenza come “giunti di potenza“, così com’era comparsa nel doppiaggio di Impero. In Episodio I invece era un altro dei tantissimi riferimenti alla vecchia saga completamente ignorato dall’adattamento italiano che lo traduceva arbitrariamente come “accoppiatore di energia” (e forse questo dettaglio mi era anche sfuggito quando ho scritto l’articolo su Episodio I).

    Ritorna anche radiofaro come traduzione di homing beacon. Dettagli oggi non scontati visto che si tende a non tradurre più niente (esemplare il blaster lasciato in inglese nei nuovi film della Disney)

    C3PO e i vaporatori di condensa

    Vaporatori di condensa nello sfondo

    C’è un caso però dove forse si poteva fare un passettino in più (e qui vado a spaccare il proverbiale capello). Quando Watto rivela ad Anakin di aver venduto la madre anni addietro dice “io venduta a estrattore di umidità di nome Lars“, in originale “I sold her to a moisture farmer named Lars“.
    Con “farmer” stiamo parlando del lavoro da “contadino” che abbiamo già incontrato in Guerre stellari nel 1977, dove lo Owen Lars, lo zio di Luke, estraeva condensa (quindi acqua) usando quelli che chiamava “moisture vaporators” e che nell’adattamento italiano erano stati tradotti come “vaporatori di condensa” (“Quello di cui ho bisogno è un droide che conosca il linguaggio binario dei vaporatori di condensa“, da Guerre stellari, 1977). È chiaro che sarebbe molto strano tradurre quel “farmer” alla lettera trasformandolo in “contadino di condensa”, sembrerebbe un contadino di una città chiamata Condensa, né ha senso “contadino” in generale perché l’acqua non si coltiva né si alleva, e l’idea di usare “estrattore” come equivalente di farmer è particolarmente azzeccata visto che il primo significato di “estrattore” è proprio: “Chi è addetto a lavori o operazioni di estrazione (minerali o prodotti chimici, alimentari, ecc.)” (fonte Treccani).

    Per avere un legame con i già noti “vaporatori di condensa” però, avremmo forse preferito “estrattore di condensa“. “Estrattore di umidità” non è sbagliato, è ciò che fanno questi “vaporatori di condensa” nell’universo di Guerre stellari, però un rimando più diretto al primo adattamento del ’77 sarebbe stato ideale. Del resto il personaggio che parla è animato in computer-grafica quindi i problemi con il labiale sono irrilevanti.
    Dopo si parlerà di “funghi che crescono sui vaporatori” quindi non penso che quel “vaporatori di condensa” del 1977 fosse ignoto come riferimento.

    Come dicevo, stavo a spaccare il capello e niente toglie da tutto il resto!

    yoda che combatte contro Dooku dal film Star Wars Episodio II l'attacco dei cloni, la vignetta legge un adattamento che fa i salti mortali

    Potrebbe sembrare un errore o almeno un’incongruenza C3PO (ex-D3BO) che chiama Anakin “signorino Ani” (“Master Ani“, in originale) invece di “padron Ani”, cioè così com’era stato “padron Luke” in Guerre stellari del 1977, ma l’uso di “signorino” è altrettanto storico e accurato perché fa riferimento a L’impero colpisce ancora dove, appunto, compariva anche il simpatico “signorino Luke”. Del resto, a quel punto della storia, Luke non era neanche più il suo legittimo proprietario, così come non lo è Anakin adesso che C3PO appartiene ai Lars. Infatti la frase successiva è “Padron Owen?” (Master Owen? in inglese), ed è intuibile la distinzione tra legittimi proprietari e tutti gli altri. Il copione italiano in questo senso è molto più chiaro di quello originale.

    Errato invece Episodio I (e quando mai!) che usava “mastro Anakin“, ovviamente un altro dei tanti errori di traduzione di quell’adattamento in quanto l’appellativo mastro (definizione Treccani) non era usato né per sottolineare la qualifica professionale del piccolo Anakin né come “titolo generico di rispetto riferito a persone di media condizione” (Anakin era uno schiavo!). È uno dei piccoli dettagli che forse mi erano anche sfuggiti nell’articolo su La minaccia fantasma, che invece si riconferma l’adattamento peggiore di tutta la serie.

    Jar Jar Binks in Star Wars Epsiodio II l'attacco dei cloni

    Sì, ce l’ho con te Jar Jar!

    Ovviamente giustissimo che si parli di “cloni” e non di “quoti” in questo Star Wars Ep. II L’attacco dei cloni, dal momento che con Episodio II quei cloni hanno assunto un significato tangibile. Non si creda dunque che io non abbia alcuna critica all’adattamento italiano del capostipite del 1977. Ma anche questa storia è per un’altra volta.

    Le cose positive: i dialoghi

    Considerati gli esempi di bei dialoghi come questi (e non sono ironico), mai tradotti alla lettera, attenti quanto basta al labiale ma anche al significato…

    • We live in a real world. Come back to it Non viviamo nel mondo dei sogni. Guarda in faccia la realtà.
    • Is she dead yet? È morta o non è morta?
    • Now I am complete Ora mi sento appagata.
    • You’re impossibly outnumbered Siete pochi, vi schiacceremo. / I don’t think so. Dovrai ricrederti.

    …ci tengo a sottolineare che, al netto delle “annotazioni” (in molti casi chiamarli “errori” sarebbe un’esagerazione) elencate in questo articolo, non solo l’adattamento risulta estremamente curato nella resa italiana, ma anche la direzione dei doppiatori e le loro stesse interpretazioni diventano un valore aggiunto per il film (tranne la voce robotica dell’assassino, quella è scema); un esempio tra tutti lo abbiamo nella celeberrima scena del “Non mi piace la sabbia. È granulosa e ruvida, e irrita la pelle” che risulta molto meno ridicola recitata in italiano. Il testo è identico, ma i doppiatori (Francesco Pezzulli in questo caso specifico) la “vendono” molto meglio di quanto non faccia Hayden Christensen nella sua lingua nativa. Opinione personale.

    Vignetta della scena della sabbia in Star Wars Episodio II l'attacco dei cloni

     

    Conclusione

    Forse dieci anni fa sarei stato più duro nei confronti di questo adattamento ma sapendo che oggigiorno, nei nuovi film di Star Wars della Disney (e purtroppo non solo in quelli), molti dialoghi suonano spesso come terribili traslitterazioni dirette fatte da chi non riesce proprio a creare dialoghi che sembrino nati in lingua italiana, come posso non dare punti di merito in più ad Episodio II quando, ascoltandolo, ci ritroviamo davanti ad un testo con dialoghi naturali, invisibili, creati da qualcuno che lo fa di professione? E non indugerò sull’argomento direttori di doppiaggio che si improvvisano traduttori/dialoghisti (oggi pratica fin troppo comune), perché certamente non riguarda questo film.

    Tornando a Episodio II e concludendo, è curiosa la scelta di riadattare solo parte dei nomi: se i robot Ciunopiotto e Ditrebiò devono tornare alla loro versione originale di R2-D2 e C-3PO senza se e senza ma, perché così vuole Lucas, va bene invece ripescare “sprinter” come traduzione italiana di “speeder” ? È importante capire la logica di un adattamento, peccato che questa logica dopo il 1983 sia cambiata da film a film, per le ragioni più diverse. Una cosa la possiamo supporre però: se non fosse stato per quel disastroso, irrispettoso e, francamente ignorante adattamento di Episodio I, adattato come se prima non fosse mai esistito alcun Guerre stellari, alcun L’impero colpisce ancora o Il ritorno dello Jedi (questi sì con un loro coerente adattamento italiano), non ci saremmo certo ritrovati con un Episodio II che eredita suo malgrado nomi diversi per i droidi, in forte contrasto con un rispetto quasi assoluto di tutti gli altri riferimenti “storici” (incluso sprinter per speeder)… e come poteva non farlo a questo punto? La strada nel 2002 era ormai aperta ad una serie di incongruenze mai sanate [è stato tentato con Episodio III ma Lucasfilm disse di no], anzi, esasperate poi con i sequel Disney.

    Tra le tante, ancora non è chiaro perché Ciubecca sia rimasto sempre Ciubecca e non Chewbacca, pronunciato “ciubàca”, (sia chiaro, la mia è solo una provocazione, la pronuncia all’americana in un film in italiano non ha mai molto senso) ma siamo ancora all’Episodio II e il tappeto ambulante più amabile della galassia ancora non è comparso nella serie prequel. Ricomparirà per mettersi in imbarazzo solo con Episodio III ma questa è una storia per un’altra volta.

    Jedi che combattono con spade laser nel film Star Wars Episodio II l'attacco dei cloni

    e ora botte da orbi da Jedi nella sezione commenti!

     


    In attesa dell’articolo sull’adattamento di Episodio III (magari se ne riparla per l’anno prossimo, troppi prequel tutti insieme fanno male), vi lascio con l’episodio della nostra serie di svago cinematografico “i videocommentatori” che raccoglie i commenti tra me e l’amico di visione (Petar) durante Star Wars: Episodio II – L’attacco dei cloni. Non c’entrano niente con il doppiaggio ma fanno parte dell’auto-imposta tortura maratona “Star Wars come Lucas comanda” dove andiamo alla scoperta di tutti i film di Star Wars nell’ultima versione autorizzata da Lucas. Quella rispettosa della visione del creatore, finché al creatore non gli viene in mente di cambiarla ancora.

  • 2001: Un’astronave spuntata nello spazio… aridaje col silicio!

    Leslie Nielsen star child da 2001 un'astronave spuntata nello spazio

    Leslie Nielsen: un nome, una garanzia. Almeno lo è stato fino alla prima metà degli anni ‘90. La carriera dell’attore canadese, come molti sanno, è iniziata in maniera serissima con film come Il pianeta proibito (1956), e dopo esser diventato volto noto al pubblico americano per drammi e soap opera, il film L’aereo più pazzo del mondo (1980) cambiò per sempre la sua carriera e il modo in cui oggi percepiamo il suo personaggio.
    La felice collaborazione con i fratelli Zucker continuò per qualche annetto ma ben presto il loro filone giunse al termine. Questo non impedì, però, ad altri registi di utilizzare(/abusare di) Nielsen in film comici con il preciso scopo di scopiazzare, a volte anche spudoratamente (come nel caso qui in analisi), i film de La pallottola spuntata (ma più spesso Hot Shots!), nel vano tentativo di replicarne il successo.

    Tra i tentativi più tristi in assoluto c’è il film canadese 2001: Un’astronave spuntata nello spazio di Allan A. Goldstein, l’acclamato regista di… Il giustiziere della notte 5. Dopo un giro di festival iniziato nell’ottobre del 2000, Un’astronave spuntata riesce ad arrivare negli Stati Uniti soltanto in DVD, a marzo 2002; e in Italia soltanto nel 2008, direttamente in TV. Già questo un segno di altissima qualità!

    Titolo italiano 2001 un'astronave spuntata nello spazio, in originale 2001 a space travesty

     

    2001: Un’astronave spuntata in canna 33 e lascia spiare part deux

    Immediatamente dal titolo italiota ecco l’ammiccamento allo spettatore, con quello “spuntata” che ci sta proprio come il ketchup sugli spaghetti. Il titolo originale è 2001: A Space Travesty, ovvero una farsa spaziale. Mai titolo fu più adatto.
    Richiamo spudorato davvero quello del titolo italiota, ma sempre meglio delle Filippine dove (IMDb dice) arriva come “Il figlio della pallottola spuntata”. E non a caso! Il film ce la mette davvero tutta a cercare di farci credere che stiamo guardando un film della serie della pallottola spuntata, fin dai primi minuti che iniziano con una narrazione fuori campo del personaggio di Nielsen (vestito col costume di Frank Drebin, il suo personaggio in Una pallottola spuntata), e una negoziazione con dei sequestratori.

    Qui spezzo una lancia, una sola, a favore del doppiaggio di questo film: il bravissimo Adalberto Maria Merli dà la voce a Leslie Nielsen. Non è Sergio Rossi, ma è molto adatto al volto. A dire il vero un talento sprecato su questo filmaccio.
    Il nome del personaggio principale, nella versione originale, è Richard “Dick” Dix, e il cognome è omofono di “dicks”, ovvero “CAZZI” (e Dick Dix è come Cazzo Cazzi. Non guardate me, questo è il livello di commedia), quindi altra piccola lode, e l’ultima, al doppiaggio italiano, è la trovata di chiamarlo Dick Hudson, ovvero DIC AZZO(n), che quando chiamato per cognome fa semplicemente ‘AZZOn (“è così, vero? “Azzon”? O ha dimenticato una “c”?”, il film, tristemente, non manca di sottolineare la gag del nome, tanto era riuscita! Sigh.).

    L’adattamento italiano che neanche ci prova

    copertina DVD di 2001 a space travesty

    DVD QUOTE: “Il film che non piacerà a nessuno”

    Ecco, a partire da qui, ed elogiato ciò che c’era da elogiare, è letteralmente impossibile parlare in termini positivi del film o del suo adattamento italiano. Detto in due parole, la pellicola è imbarazzante e volgare, ma soprattutto completamente “a caso”. Forse il peggiore film con Leslie Nielsen mai visto, secondo solo a Riposseduta del 1990 (altro adattamento italiano terrificante, magari in futuro ne parlerà il nostro Evit). “Astronave spuntata” è confusionario, senza senso, con gag che vanno avanti all’infinito senza mai tirare fuori una risata dallo spettatore, il quale aspetta con dolore il termine di questi 99 minuti di tortura.

    L’adattamento italiano, curato da Mario Cordova e realizzato dalla Multimedia Network, non riesce a salvare questa poveracciata, e non ci prova nemmeno!
    L’esempio più lampante di “non ci hanno neanche provato” lo abbiamo quando sullo schermo arriva il personaggio di Ezio Greggio (sorpresa, co-produttore!). Greggio interpreta un Capitano della polizia di nome Valentino Di Pasquale, questo il suo nome nella versione originale (con tanto di cognome pronunciato alla napoletana, pasc-quale, per farlo capire meglio agli americani). Nel doppiaggio italiano (in cui, come sempre, Greggio si doppia da sé… e a modo suo) si presenta invece come Valentino Fumagalli, e inizia subito una supercazzola in dialetto lombardo che nessuno al di sotto di Mantova sarà in grado di comprendere. Dopo questa scena il doppiaggio si dimentica del Fumagalli, ritornando a chiamarlo Di Pasquale come se niente fosse. Uno svarione che non è sfuggito a nessuno di quel centinaio scarso di persone che in Italia hanno visto il film, difatti è l’unica curiosità che viene riportata ovunque. E qui ci sento proprio lo zampino pesante di Greggio che (plausibilmente) si inventa battute in sala doppiaggio, con dei “pirla” e dei “testa” messi a caso nel resto del film ogni volta che compare il suo “Di Pasquale”, senza farsi mancare “O’ mia bela Madunina” cantata ben due volte, di cui una da DARTH MAUL (oh, yes! Proprio lui). Lo stesso Darth Maul dice anche “forza Milan!” perché ha la faccia dipinta… rossonero.

    Parodia di Darth Maul in 2001 un'astronave spuntata nello spazio

    C’è da dire anche che nella versione originale Darth Maul fa il verso a Sammy Davis Jr (morto nel 1990) senza alcuna ragione, quindi quale versione fa più schifo? A voi l’ardua sentenza.

    Questo momento rende “l’astronave spuntata” l’unica vera parodia cinematografica dei prequel di Star Wars (anche se per pochi fugaci secondi), ma arrivata in Italia con nove anni di ritardo. Non che Episodio 1 avesse bisogno di parodie, ma lasciamo perdere.

    Valeva davvero la pena di far la gag di Greggio che parla in dialetto brianzolo se poi lo stesso film se ne dimentica neanche 5 minuti dopo? I neri di L’aereo più pazzo del mondo non dimenticavano di parlare napoletano nelle scene successive del film (se ne dimenticheranno solo nel secondo film ma questa storia è per un’altra volta).
    È solo la punta di un iceberg di monnezza. Si dice in brianzolo “monnezza”?

    Errori storici

    Veniamo all’errore più classico di tutti, quasi un marchio di fabbrica – si potrebbe dire – delle traduzioni fatte male, tanto che non ci si crede che nel 2008 potesse ancora arrivare alle nostre orecchie. Sto parlando dell’amatissimo silicio che diventa silicone, e già ci sentiamo a casa! Per altro ripetuto più volte all’inizio del film e apparentemente parte essenziale della trama, almeno finché il film non si dimentica di aver bisogno di una trama.

    Homer Simpson che dice sifilone mi pare, invece di silicone

    Questo svarione sul silicio è come un buon vino e qui questo delicato rosso acquista ulteriori note di incompetenza quando vediamo Leslie Nielsen che, come parte di una gag, soffia via della sabbia da alcuni oggetti sul set… il silicio per l’appunto! E lo fa per ben due volte nella stessa scena. Non c’era nessuna scusa per sbagliare questa traduzione e non ne è risultata neanche una battuta sulle tette rifatte al silicone, che sembrava quasi arrivare. Così come non arriva mai quella del “ménage à trois”, visto che la protagonista femminile si chiama (senza particolare motivo) Menage, Cassandra Menage. Ma questa è una colpa da attribuire agli sceneggiatori americani, il nome infatti non se l’è inventato il doppiaggio italiano. E in questo frangente ci vediamo tristi scopiazzature di un film di più ampio successo, Austin Powers (1997 il primo, 1999 il secondo), che aveva le sue Ivona Pompilova e Annabella Fagina, come qui abbiamo la signorina Granbel Passer (Yetta Pussel in inglese). Già da questo esempio è chiaro che “l’astronave spuntata”, non riesce neanche a copiare bene.

    Cercando di ricalcare la formula dei film parodistici, anche “l’astronave spuntata” ogni tanto si ricorda che in una parodia bisogna fare il verso ai film del momento così come facevano gli Hot Shots! e i loro terribili imitatori. Solo che “del momento” c’è assai poco qui. Ad esempio, il film perde tempo facendo il verso ad una famosa scena di True Lies, con 6-7 anni di ritardo. In ritardo è anche su Atto di forza (1990) di cui ci mette l’arrivo sulla base lunare, per non parlare di Mr. Crocodile Dundee, di ben 14 anni prima, e ovviamente 2001: Odissea nello spazio (1968). Non contento, il film arriva addirittura ad emulare sfacciatamente una gag da Una pallottola spuntata (di 12 anni prima). Potete chiamarli omaggi se vi fa sentire meglio con voi stessi, tra questi ci mettiamo anche la musica “d’amore” presa direttamente da L’aereo più pazzo del mondo.
    Queste cosiddette parodie e i rimandi durano però solo il tempo di chiedersi “ma perché stanno parodiando questo adesso?”.

    Testa di Leslie Nielsen tra un paio di gambe, scena dal film 2001 un'astronave spuntata nello spazioQuando non “parodieggia”, il film “stronzeggia”, ed è anche peggio. Le gag create appositamente per questo film vanno dalla defecatio a gravità zero proprio dopo il valzer di Strauss (povero Kubrick!), a una discesa in ascensore con distorsioni facciali generate al computer che il mio falegname etc, etc… fino ad arrivare a gag che oggi andrebbero addirittura spiegate, come quella che ruota intorno ad un esame dermatologico per identificare le voglie sul pene del presidente “Klinton” così da distinguerlo dal suo clone. Klinton è palesemente Bill Clinton, già non più in carica quando il film è cominciato ad uscire nel mondo nel 2001, e la visita dermatologica era uno dei tanti dettagli del processo in cui era coinvolta anche Monica Lewinsky. Se quello delle voglie era già un riferimento datato nell’America post-torri gemelle, figuriamoci all’uscita italiana nel 2008! Questa gag è resa ancora più confusionaria da insert di donne in filmati di repertorio in bianco e nero che urlano disperate ogni volta che si parla della pelle del Presidente. Il montaggio analoggico di questo film mi ha completamente sconvolto.

    A questo punto ritengo che gli autori del film abbiano preso l’altro significato della parola “gag” in inglese: quello di “conato di vomito”. È anche difficile tenere il conto dei tantissimi momenti inutili o assurdi come la presenza del monolite di 2001 che volteggia nello spazio tanto per giustificare il titolo del film: del resto simili dettagli tendono a sfuggire quando il cervello è intasato di domande come: PERCHÉ QUESTA SCENA COI TIROLESI DURA COSÌ TANTO???

    Clandestini alieni, il Piper Club e la grammatica un po’ così…

    L’adattamento italiano era l’unica cosa che avrebbe potuto risollevare (di poco) questo film, eppure fa il minimo indispensabile (come biasimarli!?), anzi, come già detto, a volte non ci prova neanche. Oltre al già menzionato silicio che diventa silicone (e lo sentirete tante volte nei primi 20 minuti!), ci sono battute che avrebbero dovuto essere reinventate completamente e invece vengono riportate quasi alla lettera in italiano, come quella degli “alieni”.

    Capo – “La signorina Menage si occupa delle relazioni fra umani e alieni.”
    Nielsen – “Una specie di agenzia matrimoniale.”
    Capo – “No, supervisiona i nostri delicati rapporti con gli alieni.”
    Nielsen – “Oh, non c’è niente di delicato, servono più uomini, soprattutto al confine messicano.”
    Capo – “Hudson! Sto parlando di altri alieni.”
    Nielsen – “Aah, altri alieni! Certo, certo….. Quelli provenienti dallo spazio?”

    Se non lo aveste già letto in altri articoli precedenti, per gli americani “illegal aliens” vuol dire “immigrati irregolari”, con particolare riferimento ai centro- e sud-americani ovviamente. Il binomio alieni = immigrati è una di quelle associazioni che in lingua italiana non abbiamo mai avuto, né importato, quindi gag del genere per essere tali dovrebbero essere necessariamente stravolte, come ci insegna Aliens – Scontro finale (1986), altrimenti non hanno alcun senso:

    In originale:
    Hudson: “Somebody said “alien” she thought they said “illegal alien” and signed up!”
    In italiano:
    Hudson: “qualcuno ha detto “salviamo i coloni“, lei ha capito “vi diamo i coglioni” e si è arruolata subito”

    Proseguiamo con gli errori di adattamento. Il riferimento ad un modellino dell’aeroplano Piper J-3 Cub diventa nei dialoghi italiani il modellino della famosa discoteca Piper Club di Roma. Voglio credere che sia stato un cambiamento intenzionale e non dall’aver preso fischi per fiaschi.

    in originale: Doctor, the next time you’re on Earth I’ll show you the Piper Cub model plane that I made.

    doppiaggio: Dottore, la prossima volta che verrà sulla Terra le mostrerò il modellino del Piper Club che ho fatto.

    E non ci sono possibili fraintendimenti di sorta, perché Cub è pronunciato “cab” da Nielsen, mentre il suo doppiatore Merli dice chiaramente “cléb”, intendendo quindi un locale.

    La battuta italiana sembra essere più logica, dopotutto era la risposta di Nielsen alla visione di un complesso modellino della base lunare Vegan, quindi una costruzione per un’altra costruzione, ma per essere appunto una battuta, non dovrebbe essere “più logica”! In originale, alla vista di un elaborato modellino dell’intera base lunare, Nielsen si proponeva di mostrargli in cambio qualcosa di molto meno impressionante, il modellino più popolare e quindi più banale messo in commercio negli Stati Uniti, classica battuta “nonsense” alla Leslie Nielsen. In italiano avrebbe dovuto dire qualcosa come: “Dottore, la prossima volta che verrà sulla Terra le mostrerò un aeroplanino che ho fatto io”.

    Leslie Nielsen in 2001 un'astronave spuntata nello spazio

    C’è confusione anche sul nome della base lunare “Vegan” (altro nome-gag che non va da nessuna parte) quando i personaggi ogni tanto se ne escono con frasi come “vuol dire che il presidente è prigioniero su Vegan” oppure “ogni cosa eretta su Vegan ha bisogno della mia approvazione”. Uno spettatore distratto potrebbe pensare che si tratti di un pianeta chiamato Vegan. Avrebbero dovuto dire “è prigioniero qui a Vegan” così come faceva (ehi, tiriamolo fuori!) il doppiaggio di 2001: Odissea nello spazio quando nominava la base lunare di Clavius (“ultimamente sono accadute delle cose stranissime a Clavius.”, “hanno negato il permesso di un atterraggio di emergenza a Clavius.”, “Qualunque sia il motivo del suo viaggio a Clavius”). Dettagli? Chiedetelo a Evit, che guardava distrattamente il film in diretta TV insieme a me e fino alla fine ha creduto che la trama si svolgesse su un pianeta chiamato Vegan invece che sulla Luna.

    Mettiamoci pure qualche congiuntivo non pervenuto (“sono convinto che il presidente è qui“) e un bel “formerly” tradotto come “formalmente” invece che “precedentemente” (altro classico false friend) ed è chiaro che il copione avrebbe avuto bisogno di una revisione in più, a dir poco. Anche se il film non se la merita.

    È LUI O NON È LUI? Purtroppo è lui

    Leslie Nielsen e Ezio Greggio

    Che dire di Greggio? L’abbiamo visto recitare (o provarci, almeno) in altri frangenti, no? È, per fargli un complimento, estremamente limitato come attore, e questo film fa uso di lui molto meno di quanto farebbe credere la guida TV, che lo elenca come secondo nome tra gli attori protagonisti dopo Leslie Nielsen. Il suo stile recitativo è unico nel suo genere, in inglese a momenti è appena comprensibile per via del pesante accento mentre in italiano la recitazione è resa ancora più legnosa dal fatto che si doppia da solo. Come se non bastasse, ai fini della trama le sue scene sono completamente inutili! Si potrebbe benissimo tagliarle ed assegnare l’unica battuta importante al personaggio del Tenente Shitzu (sì, come il cane… lasciamo perdere) e il film sarebbe risultato certamente più snello e scorrevole.

    Vedendo le scene in cui si ritrova da solo a recitare con Leslie Nielsen capiamo che alla fine sono state scritte proprio con lo scopo di essere scene in cui recita con il suo idolo, e nient’altro. La più inutile? Quella in cui Di Pasquale/Fumagalli, sedicente maestro dei travestimenti, prepara una maschera aliena per Hudson, che egli non metterà MAI! La più appagante? Quella in cui Di Pasquale si ritrova suo malgrado dentro un gabinetto con un alieno che espleta i suoi bisogni corporali una volta ogni anno.
    La scena che invece non avremmo mai voluto vedere? Quella del (presunto) pompino che Ezio Greggio riceve dalla bionda di turno. Tranquilli, era solo la schiuma del caffelatte, però quella scena è ora marchiata a fuoco nel mio cervello.

     

    In conclusione, doppiaggio con un adattamento realizzato in maniera abbastanza superficiale per un film assolutamente da dimenticare, quindi nulla di valore è andato perso. Viste le imitazioni di personaggi a caso, che nel film in lingua originale si sprecano, direi che una visione in inglese risulterebbe ancora più confusionaria e, ancora una volta, inutile. Ma non temete, se siete fan di Leslie Nielsen non mancheranno altre occasioni per riscattare il suo buon nome anche qui su Doppiaggi italioti. Per il momento vi è toccato questo. Ringraziate Mediaset che programma ‘sti filmacci e suscita curiosità malsane. “Ehi, questo film con Leslie Nielsen non l’ho mai visto, né mai sentito nominare!” sono sempre parole che precedono il disastro.

    Verdetto finale sul film: 1 scorreggia a gravità zero su 5 e premio speciale al doppiaggio italiano per aver rimosso almeno un peto dal missaggio audio.

     

    vignetta sulla traduzione di 2001 un'astronave spuntata nello spazio

  • Il ritorno dei morti viventi (1985)… un doppiaggio senza cerveeello!

    artwork Return of the living dead 1985

    Nel 1985 il New York Times lo descrisse come una pungente commedia punk (“mordant punk comedy”), dall’altra parte dell’Atlantico, lo storico del cinema Mario Guidorizzi, senza apprezzare la palese ironia del film, lo descriverà invece come “Squallido seguito del film di Romero: ripugnante, repellente, cannibalistico, volgare, scemo“. Per me invece che lo vidi da una registrazione televisiva del 1990, Il ritorno dei morti viventi di Dan O’Bannon era e rimane il film horror più divertente mai realizzato.

    In Italia viene distribuito dalla Titanus nel aprile 1985 (primo paese al mondo!) con una piccola differenza: alla distribuzione non ne percepiscono o forse semplicemente non ne apprezzano il tono ironico, magari credendolo davvero un seguito del film di Romero, un horror “serio” insomma. Via dunque la locandina comica (di cui vedete un ritaglio all’inizio dell’articolo) in favore di una molto più seriosa (e anonima) e via anche il cartello iniziale che sostiene che tutti gli eventi rappresentati in questo film sono fatti reali e con “i veri nomi di vere persone e di vere organizzazioni“.

    cartello iniziale dai titoli di Il ritorno dei morti viventi 1985

    La veramente vera storia

    Il primo fotogramma del film è quindi un cartello parodistico che farebbe ridere anche oggi, ma è assente nella versione cinematografica italiana di cui potete avere testimonianza soltanto in formato VHS e nelle prime trasmissioni di Italia 1. Questa mancanza di ironia italica si riflette anche nella scomparsa dell’espressione (mondialmente famosa in lingua inglese) “braaaaains!” (cervelli!) che i morti viventi del film esclamano alla vista di esseri umani. Volutamente comico, volutamente ignorato nella versione italiana. Il Blu-Ray italiano va a sottotitolare questi momenti, il che è anche più strano visto che nella traccia audio italiana gli zombi sono muti, quindi chi non conosce la versione originale sarà certamente perplesso nel veder apparire la scritta “cervelli” sotto ad uno zombi che non parla.

    Braaains gioco per cellulari

    Un videogioco tra migliaia

    Una piccola nota su questo braaains! (ceerveeeelli!): nel mondo anglosassone è diventato un vero e proprio tormentone, ricorrente nella cultura popolare, si ritrova infatti in cartoni animati, videogiochi e anche altri film… al punto che in molti consumatori oggi ne vengono esposti ancor prima di aver visto il film, e su Internet i più giovani si chiedono da dove origini questo “braaaains!” che ritrovano praticamente in bocca agli zombi di qualsiasi prodotto di consumo.
    L’origine è questa, questo gioiello comico/horror intitolato Il ritorno dei morti viventi, del 1985.

    E purtroppo in italiano questa espressione “brains!” è completamente assente. Gli zombi non lo dicono. Nella traccia audio italiana si può sentire “braaains” (in inglese) soltanto nella scena in cui gli zombi assaltano i paramedici, ma per puro caso, perché rimasto come “rumore” di scena insieme alle urla delle vittime, ma in tutti gli altri casi gli zombi in italiano emettono solo suoni che, suppongo, in fase di missaggio audio, avrebbero dovuto essere accompagnati dal nostro equivalente: “cerveeeeeelli!”. A questa mancanza fa riferimento il titolo del mio articolo, non alla qualità del doppiaggio in generale che invece è ottima.

     

    L’adattamento italiano

    Il ritorno dei morti viventi è un doppiaggio C.D.C. del 1985 quindi ci sono dialoghi che si preoccupano più di sembrare naturali che di essere fedeli alla lettera. E questo è un bene. Se il punk chiamato “Suicidio” (“Suicide” in inglese) si offendeva quando veniva appellato come “spooky” (= spaventoso o inquietante) per via del suo look “estremo”, in italiano invece gli dicevano che è “un cesso“. E come lo dicono nel film fa ancora più ridere, il labiale è perfetto.

    I ragazzi punk in una scena dal film Il ritorno dei morti viventi 1985

    How come you guys come ’round only when you need a ride someplace?
    – Come mai vi fate vivi solo quando avete bisogno di un passaggio?

    ‘Cause you one spooky motherfucker, Suicide.
    Perché per il resto sei un cesso, Suicidio.

    La battuta ritorna poco dopo:

    Nessuno che mi capisce, lo sai? Mi faccio un mazzo tanto per tutti voi e che cosa mi si dice? “Sei un cesso”. Ma vaffanculo, capito? Vaffanculo!
    A me piaci, cesso.

    Quanto sarebbe stato di minor impatto un “perché fai spavento, Sudicio”. Doppiato oggi poi avremmo sentito qualcosa di insensato tipo “fai un fottuto spavento”, tradotto cioè in lingua doppiaggese.

    Non mancano poi cose come “I was kidding” che diventa “ma che, gli rode il culo?“. Sono messe in bocca ai ragazzi “punk” ovviamente. Nel film ogni personaggio parla con il proprio lessico e non sembrano scritti tutti dalla stessa persona; anche questa è una cosa non scontata di questi tempi.
    A volte le battute italiane sono anche più inventive, come all’arrivo dei ragazzi nel cimitero abbandonato e pieno di sporcizia dove in lingua originale uno dei punk dice all’altro this looks like your pad (sembra casa tua) e l’altro gli risponde I heard that! (ti ho sentito!), mentre nel doppiaggio italiano la risposta è “no, questa è meglio!“. Oppure in frasi banali come “a girl like you and a guy like me” (cioè “una ragazza come te con un ragazzo come me…”) che in italiano si fanno più creative:  “Un confettino come te e un mandrillaccio come me” (seguita dalla risposta “buttati al fiume!”).

    Una scena dal film Il ritorno dei morti viventi 1985

    Uno sfigato un mandrillaccio e il confettino

    I soprannomi dei ragazzi sono in parte tradotti e in parte lasciati in inglese. “Suicide” in italiano diventa “Suicidio” e anche “Scuz” è stato alterato, nel film in italiano viene nominato una sola volta e sembra che lo chiamino Coss, o forse Cosz (non piaceva il suono di “Scosz”? Impossibile saperlo). “Trash” e “Spider” rimangono così anche in italiano, probabilmente perché parole facilmente riconoscibili/comprensibili anche nella nostra lingua. Nomina speciale: il colonnello Orazio Glover (Horace Glover in originale, ovviamente). Così lo chiama la moglie quando una telefonata li sveglia nel bel mezzo della notte: “Orazio, che succede?.”

    Le battute migliori in lingua originale

    Sebbene non ci sia alcun errore nell’adattamento italiano ed eventuali differenze siano da imputare solo alla ricerca del labiale o dell’efficacia delle battute, ci sono delle frasi che adoro nella versione originale in inglese e che purtroppo non risultano altrettanto memorabili in italiano, ma questo succede per qualsiasi film.

    Una di queste arriva dopo la fuga di gas che resuscita i morti quando Freddy, il ragazzo neo-assunto nel magazzino di forniture medicali, dà dello stronzo al suo capo Frank per aver causato la fuoriuscita di gas che li ha investiti:

    I personaggi di Frank e Freddie in una scena del film Il ritorno dei morti viventi 1985

    Freddy e Frank

    originale
    Stupid asshole!
    Watch your tongue, boy, if you like this job! (bada a come parli, ragazzo se ci tieni a questo lavoro!)
    LIKE THIS JOB?!? (se ci tengo?!?)

    doppiaggio
    Brutto stronzo!
    Bada a come parli, ragazzo, sennò ti spacco la testa.
    È tutta colpa tua!

    Un’altra battuta più divertente in inglese (e assente in italiano) è meta-cinematografica:

    doppiaggio:
    Ma in quel film quando gli spaccavano la testa morivano.
    Sì, nel film andava in questo modo.
    Ma questo non vuole morire!
    Continua a muoversi!

    In inglese finiva con comico “you mean the movie lied?!“, cioè “vuoi dire che il film mentiva?!”, che potrebbe essere resa in maniera naturale con un “allora il film mentiva!”. Del resto si sa, i film non mentono mai. 😉
    Sono tutte battute che troverete tradotte nei sottotitoli e che compaiono anche sui titoli di coda, quando queste scene vengono riproposte a fine film come una sorta di selezione tra le più divertenti.

    Altre piccole differenze nel copione italiano

    Il “give me the bone saw” (= prendimi il seghetto per ossa), che chiude una scena lasciando presagire cosa avrebbero fatto dell’irrequieto cadavere, diventa un “adesso ci penso io“. A loro discolpa, la frase è brevissima ed è su un primissimo piano, sicuramente il tempo e il labiale qui hanno influito. In realtà questa piccola omissione funziona anche meglio quando scopriamo solo nella scena successiva che il cadavere adesso si trova in tanti piccoli sacchetti di plastica che si dimenano, inizialmente spacciati per “gatti idrofobi” (rabid weasels, donnole idrofobe in originale) quando presentati a Ernie, l’amico imbalsamatore.

    Personaggio dell'imbalsamatore Ernie Kaltenbrunner (Don Calfa), dal film Il ritorno dei morti viventi 1985

    Che???

    Un po’ meno comprensibile è la frase dell’imbalsamatore che in italiano chiede se corre dei rischi a lasciargli usare il suo forno crematorio per sbarazzarsi dei pezzi del cadavere. In inglese in realtà chiedeva cosa ci avrebbe guadagnato lui a farglielo usare. Il resto della frase prosegue nello stesso modo e il senso rimane sottinteso quando dopo l’imbalsamatore ribadirà più volte del grosso favore che gli deve, ma cambia un po’ la psicologia del personaggio (e anche la reazione degli altri a quel “e io cosa ci guadagno?”). Chiaro che stiamo parlando di sfumature ma c’è da dire una cosa sul personaggio dell’imbalsamatore interpretato dall’attore Don Calfa, sebbene non venga detto chiaramente nel film, tanti indizi sembrano suggerire che sia un ex-nazista nascostosi in America: ha una pistola Luger sempre al fianco e la punta su chiunque gli arrivi alle spalle, opera un forno crematorio (volutamente creato in modo da ricordare quelli di Auschwitz, ammette candidamente il regista nel commento audio al film), si chiama Ernie Kaltenbrunner e in una scena in cui osserva la pioggia fuori dalla finestra dice “It’s coming down like einen getrunken soldat” (“viene giù come einen getrunken soldat”, cioè come un soldato ubriaco), una frase il cui significato gli americani possono anche intuire (getrunken è vicino a drunken) ma che gli italiani a digiuno di tedesco non avrebbero inteso, quindi è stata rimossa in cambio di un più regolare (ma sinistro) “Sta diluviando. Che strano, è cambiato il tempo“.
    Era la pioggia innescata dai fumi della cremazione del cadavere, quello rianimato dal gas militare che nel film è la causa di tutti i guai. Nome in codice: “Triossina 204” (“2-4-5 Trioxin”, in originale).

    Una scena celebre di questo film è quella dello zombi che dopo aver mangiato il cervello di due poliziotti ne richiede altri per radio con una frase cult per i fan di lingua inglese: “send more cops“. In italiano diventa, ovviamente, “mandate rinforzi“, ma anche qui viene meno un po’ di ironia del linguaggio comicamente semplificato dei morti viventi: buoni i poliziotti, mandatene altri; essenzialmente questo è il senso che passa in inglese. In una scena precedente infatti, un altro morto vivente dalla radio dell’ambulanza aveva già usato una formula identica: send more paramedics, resa bene in italiano con “servono altri infermieri”.

    send more cops, send more paramedics, from Return of the Living Dead 1985

    send more paramedics / send more cops

    Chiudo con una piccola differenza di nessuna importanza: quando si parla di dissolvere un cadavere in inglese nominano “aqua regia” che in italiano diventa “vetriolo”. Che io sappia non sono la stessa cosa, ma immagino che “vetriolo” suonasse più familiare, così come suonavano più familiari i gatti idrofobi al posto delle donnole idrofobe. In più, il pubblico italiano probabilmente l’avrebbe scambiata per acquaragia, che è un’altra cosa. Insomma, l’immediatezza e la comprensibilità hanno chiaramente la priorità in questo adattamento.

    Queste sono tutte le piccole differenze tra il copione originale e quello italiano. Le ho volute elencare per completezza, aiutato dal fatto di conoscere questo film a memoria, ma non è mia intenzione far passare l’idea che quello italiano sia un brutto adattamento, tutt’altro, ci sono un paio di battute che non passano in italiano, è vero, ma l’adattamento nel complesso è fenomenale, e così il doppiaggio. Renato Mori tra tutti sembra fatto per il personaggio di Frank.

    Cast di doppiaggio di Il ritorno dei morti viventi

    La lista di doppiatori del film Il ritorno dei morti viventi dal sito Antonio Genna

    dal sito antoniogenna.net

    doppiatori già precedentemente identificati

    Cesare Barbetti: Burt Wilson
    Renato Mori: Frank
    Giorgio Lopez: Ernie Kaltenbrunner
    Massimo Giuliani: Freddy
    Sandro Acerbo: Chuck
    Piero Tiberi: Spider
    Isabella Pasanisi: “Trash”
    Carlo Cosolo: sergente Dan Jefferson dell’artiglieria mobile
    Angelo Nicotra: “Suicidio”
    Silvio Anselmo: lo zombi alla radio che dice “Okay centrale, servono altri infermieri”

    Oltre a confermare questi doppiatori già in precedenza riconosciuti, sono andato oltre per identificare altre voci del film doppiato in italiano.

    doppiatori mai identificati prima d’ora

    Con l’aiuto di alcuni collaboratori abituali del blog (il nostro Leo e Francesco “Orecchiofino” Finarolli) ci siamo messi ad ascoltare ogni singola voce di questo film (ve l’ho detto che adoro questo film, no?), arrivando così a colmare (per la prima volta in assoluto) molte delle lacune riguardanti il cast di doppiatori, anche per quei personaggi che hanno letteralmente una o due battute e che dal 1985 ad oggi non erano stati mai identificati. Ed eccoveli in esclusiva con tanto di attribuzione su chi le ha riconosciute, come è giusto che sia:

    Silvia Tognoloni Tina (riconosciuta da Finarolli)
    Stefanella Marrama
    – Casey (riconosciuta da Finarolli)
    Enrico Di Troia – “Scuz” o “Coss” in italiano (confermato da Giacomo nei commenti)
    Alessandro Rossi
    – paramedico con la barba (riconosciuto da Evit)
    Teo Bellia – il paramedico senza barba (riconosciuto da Leo)
    Silvio Anselmo – Poliziotto alla radio nella prima pattuglia (riconosciuto da Finarolli)
    Claudio Fattoretto – poliziotto con i baffi al volante della pattuglia (riconosciuto da Finarolli)
    Gianni Marzocchi – il colonnello Orazio Glover (riconosciuto da Leo)
    Isa Bellini – Ether, la moglie del colonnello (riconosciuto da Finarolli)
    Sergio Matteucci – il capitano di polizia alla radio sotto la pioggia prima dell’ondata zombi (riconosciuto dal lettore Giacomo, nei commenti)
    Silvio Anselmo
    – il centralinista militare da Wichita (riconosciuto da Leo)
    Roberto Pedicini – l’operatore di Denver a cui viene inoltrata la chiamata (suggerito da “Vasquez” nei commenti)
    Miranda Bonansea (forse) – torso parlante della donna zombi (suggerito da Giacomo e “Weird Ed” nei commenti)
    Franco Aloisi – La voce al megafono dell’elicottero della polizia (rarissima voce riconosciuta da Paolo D’Alessandro, nei commenti)

    doppiatori ancora non identificati

    Rimangono dubbi su chi doppi gli altri personaggi, mancano infatti all’appello il torso della donna zombi (una voce probabilmente impossibile da riconoscere al 100% perché eccessivamente “effettata”, però se ci volete provare, ecco anche per lei il video), la centralinista della polizia e la voce maschile che risponde alla pattuglia via radio.

    Se vorrete cimentarvi nel riconoscimento dei doppiatori, fateci sapere nei commenti chi pensate che possano essere, se abbiamo modo di confermarli li aggiungerò all’elenco.

    Questi invece sono i cartelli dai titoli di coda della versione cinematografica italiana (da VHS “Creazioni Home Video e gli stessi passati su Italia1):

     

    I titoli vengono dalla prima VHS “Creazioni Home Video” e potete trovarli per intero insieme a tante succose curiosità sul film in questo precedente articolo firmato dall’amico blogger Lucius Etruscus: [Italian credits] Il ritorno dei morti viventi (1985).

    direttore del doppiaggio

    Giorgio Piazza

    dialoghi

    Curiosa nota sui dialoghi, nella pellicola sono attribuiti ad un James Alexander (parente di Jane Alexander forse?) mentre sull’archivio SIAE l’adattamento è accreditato invece ad Alberto Piferi. Forse il primo ne ha realizzato la traduzione mentre il secondo l’adattamento? Non so in che misura entrambi abbiano contribuito ma il lavoro finale è stato ottimo.

    E questo è tutto quello che si sa al momento dei doppiatori, direttori e dialoghisti coinvolti nel doppiaggio di Il ritorno dei morti viventi. A questo punto non posso che aggiungere il mio affettuoso meme diretto ai lettori che sono anche contributori del sito antoniogenna.net e che, dopo aver letto i risultati delle mie ricerche, corrono (giustamente) a segnalare i nuovi dati.

    Scena da "Quei bravi ragazzi" con vignetta che legge "adeso va' ad aggiornare il Genna, che manca roba" in riferimento al sito antoniogenna.net

    Certo non guasterebbe se venissero citate anche le fonti ogni tanto, una pratica molto apprezzata ma raramente applicata. Wikipediani ce l’ho soprattutto con voi.

     

    La versione cinematografica italiana

    Titolo di apertura di Il ritorno dei morti viventi 1985 da pellicola italiana

    Oltre alla scomparsa del cartello iniziale sulla “veramente vera storia” che il film dovrebbe rappresentare, la Titanus porta Il ritorno dei morti viventi nelle sale cinematografiche italiane anche con una scena finale leggermente diversa, dalla quale viene tagliata per intero la parte dello scheletro che emerge dalla tomba (anche questo molto comico a vedersi) sostituendogli un brusco fermo immagine su una delle croci del cimitero, è su questa e non sullo scheletro che partono i titoli di coda dello Studio Mafera. Il perché di questa modifica non mi è chiaro ma lo posso intuire: dopo il fermo immagine sullo scheletrino che esce dalla tomba, i titoli di coda americani scorrevano poi sopra ad una raccolta dei momenti più divertenti del film (con tanto di dialoghi), che non solo è un modo inusuale di chiudere un horror ma ne sottolinea anche una volontà di far ridere fino alla fine, addirittura sui titoli di coda. “Far ridere in un horror? Che è ‘sta stramberia? Togliere tutto! E poi costa di più ricreare tutte quelle sequenze di cui non abbiamo una copia senza scritte, un tradizionale sfondo nero e titolazione in bianco costano meno“. E così fu.

    scheletro finale dei titoli di coda di Il ritorno dei morti viventi (1985)

    It’s party time!

    Con un Blu-Ray italiano basato visivamente sulla versione americana del film e che prende invece l’audio italiano dalla nostra versione cinematografica (senza le scene sui titoli di coda), finisce che i titoli di coda presentino scene recitate in inglese, un nuovo strambo effetto collaterale dell’home video italiano che fa un copia-incolla tra video e audio senza pensarci su più di tanto. Nel Blu-Ray queste scene sui titoli di coda sono sottotitolate in italiano e tali sottotitoli traducono fedelmente ciò che gli attori dicono in inglese senza curarsi dell’adattamento italiano, quindi alcune battute differiscono, aggiungendo così anche un effetto “ma io questa battuta non me la ricordo”. Prendiamolo come un invito a vederlo anche in lingua originale, va’!

    Per concludere sulle differenze con la versione cinematografica italiana, ho trovato una piccola differenza audio nella scena in cui Burt, il proprietario magazzino, va a bussare alla porta delle pompe funebri dirimpetto: nella traccia audio italiana mancano i suoi colpi sulla porta (che l’imbalsamatore non sente a causa della musica che stava ascoltando in cuffia), sembra così che Burt entri come un ladro, senza bussare. Nell’audio americano invece il toc-toc alla porta è chiarissimo mentre in italiano manca completamente, probabilmente sfuggito in fase di sonorizzazione (o rimosso volontariamente? Boh).

    Locandina italiana del film Il ritorno dei morti viventi 1985

    La locandina italiana “no fun allowed” dove la morte ti trasforma in zebra

     

    L’edizione home video italiana è “un cesso” (ma nessuno se n’è accorto)

    Il Blu-Ray italiano della Midnight Factory porta la stessa versione già uscita in America per la Shout Factory, che è effettivamente la versione migliore e “definitiva” di questo film: stesso il master video (come potete notare da questo mio contributo al sito Caps-a-holic) e stessi i corposi contenuti speciali, documentari, interviste e chi più ne ha…! Inoltre, e per fortuna, nel nostro caso la traccia italiana rimane quella cinematografica, non essendo stata vittima dei rimaneggiamenti che invece hanno afflitto la colonna sonora americana dai primi anni 2000. Nella traccia audio in inglese infatti sono cambiate un paio di canzoni per questioni di diritti, sono cambiati anche degli effetti sonori e hanno ridoppiato le voci dei morti viventi. L’unica testimonianza del missaggio audio americano del 1985 si trova in un Blu-Ray britannico della Second Sight, e l’audio in quel caso è ricavato da un collage di varie fonti (non tutte in alta qualità). Unica vera pecca della versione britannica con traccia audio in inglese originale è la qualità video, molto inferiore.

    Blu-Ray di Il ritorno dei morti viventi, edizione limitata della Midnight Factory

    Copertine a caso Part Deux

    L’edizione Blu-Ray italiana se non altro ha un audio italiano che non è mai stato vittima di revisioni ed è, dal punto di vista video, il meglio che si possa desiderare, ma la nostra fortuna termina qui. Sul costoso Blu-Ray in edizione limitata della Midnight Factory (Koch Media), a livello tecnico la traccia italiana è stravolta in modo catastrofico, cosa che ovviamente non ha notato nessun esperto italiano del settore, dato che tutte le recensioni tecnicheggianti che si trovano in giro non ne fanno assolutamente parola e mi viene da chiedere se ascoltino veramente (e per intero) i film che recensiscono (e chissà che non corrano ad aggiungere qualche nota dopo questo articolo, me lo auguro).

    Prima di addentrarmi nell’argomento, che sfocerà anche nel tecnico, voglio sottolineare questo: che non se ne accorga l’acquirente qualunque è normale. Che sia invece elogiato dagli esperti… no.

    L’origine della traccia audio italiana usata nel Blu-Ray della Midnight è quasi certamente la MGM stessa, che detiene i diritti del film. La stessa traccia audio italiana, infatti, la MGM l’aveva già usata per il DVD uscito nel nostro paese il 23 febbraio 2005. Ebbene, ad un confronto diretto tra tracce audio contenute nel Blu-Ray è possibile osservare che l’audio italiano del Blu-Ray non ha la stessa tonalità dell’audio originale in inglese, una cosa particolarmente evidente sulle canzoni durante le quali, se con il telecomando cambiate dalla traccia inglese a quella italiana, sentirete che quest’ultima si abbassa di tono, è meno acuta, come se rallentasse.
    Non solo, la traccia italiana si mangia anche le parole!

    Cosa è successo? Da troppi anni, troppe mani incompetenti. Per spiegarvi qual è il problema con l’audio del Blu-Ray italiano, e quindi cosa sia successo, devo fare una premessa un po’ tecnica sulla “velocità” dei film.

    L’origine di tutti i guai: il DVD della MGM

    vignetta sull'edizione home video di Il ritorno dei morti viventi, analizzata da Evit di Doppiaggi italioti

    Possiamo datare l’origine di tutti i mali della traccia italiana al 2005 quando la MGM realizza il DVD europeo contenente le tracce audio inglese, italiana e spagnola. In Europa i DVD, così come le VHS (e tutt’ora anche le trasmissioni televisive), sono legati al sistema televisivo in PAL e viaggiano a 25 fotogrammi al secondo (25 FPS), un po’ più veloce rispetto ai 24 FPS delle pellicole cinematografiche e dei Blu-Ray. Per tutta la vita insomma, in VHS, in DVD e ancora oggi in TV, avete sentito le voci dei doppiatori e anche le canzoni della colonna sonora dei film velocizzate del 4% e con un tono più acuto. Ve ne accorgereste immediatamente mettendo a confronto la fanfara di inizio di Guerre stellari presente sul DVD con quella del CD della colonna sonora oppure con il Blu-Ray (che ovviamente vanno alla velocità giusta), la musica nel DVD risulta più acuta proprio perché accelerata ma, tranne gli audiofili e gli appassionati di musica con un buon orecchio, pochi sono gli spettatori che si accorgerebbero di questa accelerazione. Ciononostante è tra le cose che gli americani più detestano dei DVD europei.

    So che potrebbe sembrare che vi abbia appena fatto una supercazzola di tecnicismi audiovisivi, ma se mettiamo a diretto confronto il formato americano NTSC (pressoché equivalente a quello cinematografico di 24 FPS) e il formato europeo PAL a 25 FPS che troviamo in televisione, VHS e DVD, la differenza di quel misero 4% diventa evidente anche all’orecchio meno raffinato.

     

    Lo sentite ora come stuzzica, e brematura anche?

    E se la versione PAL (25 FPS) vi sembra più familiare è perché siamo abituati ai formati VHS e/o DVD europei, cioè con film che non solo vanno un po’ più veloce del normale ma sono anche più acuti. La tonalità e la velocità audio del sistema PAL non sono però le stesse che avreste sentito al cinema. I film per il cinema vengono sempre doppiati a 24 fotogrammi al secondo, lo standard cinematografico in tutto il mondo.

    Nei primi anni 2000 alcune aziende (prima tra tutte la MGM) pubblicarono in Europa dei film in DVD che vanno alla obbligatoria velocità PAL di 25 fotogrammi al secondo, ma con un tono (pitch) modificato digitalmente per essere quello corretto, da cinema. Quindi il suono in questi DVD andava sì più veloce del 4% ma senza essere anche più acuto (se il concetto vi è poco familiare immaginate le avvertenze nelle pubblicità dei farmaci, il parlato finale va velocissimo perché è accelerato, ma senza effetto Chipmunks, perché viene “aggiustato” per preservare il “tono”). Questi DVD sembrano essere stati rari casi isolati, anche se non posso dirvelo con certezza assoluta perché manca una vera documentazione in merito, pochi hanno l’orecchio abbastanza fine, un catalogo DVD abbastanza ampio e, diciamocelo, l’interesse per stilare un elenco di questi titoli.Copertina DVD MGM del film Il ritorno dei morti viventi 1985 Tra i DVD PAL con tono “corretto” abbiamo avuto: Il signore degli anelli (edizione Regno Unito), Rocky IV (DVD della MGM, come segnalatoci dal lettore Antonio L. De Tomaso) e, indovinate un po’… Il ritorno dei morti viventi (DVD sempre della MGM).

    Questi titoli in DVD, ribadisco, hanno la peculiarità di essere accelerati secondo i dettami del sistema PAL, ma corretti nel tono, che risulta essere lo stesso di quello cinematografico. Di per sé uno sforzo anche apprezzabile ma essendo una pratica inusuale, direi anzi anomala, rispetto a tutti gli altri DVD venduti in Europa (che invece sono sia accelerati in velocità sia più acuti nel tono), ha portato ad uno dei due grossi problemi audio del Blu-Ray di Il ritorno dei morti viventi pubblicato dalla Midnight Factory.

    I danni aggiuntivi della Midnight Factory

    Alla Midnight Factory devono aver preso la traccia italiana che la MGM aveva già usato per il DVD senza neanche ascoltarla una sola volta, sono quindi cascati nell’automatismo del rallentare la traccia audio del 4% in velocità e in tonalità, pensando così di portarlo ai valori giusti, quelli “cinema”. Così facendo hanno sì riportato l’audio alla velocità giusta (da 25 a 24 FPS) ma hanno abbassato anche la tonalità che invece era già corretta, rendendola più grave del normale. A questa tonalità, una delle voci più profonde in Italia, Alessandro Rossi (la voce del paramedico con la barba), sembra egli stesso uno zombi. Sto esagerando, ma non più di tanto.
    Lo stesso problema (mi segnala sempre il lettore Antonio) si trova nel Blu-Ray di Rocky IV. Velocità giusta, tono sbagliato.

    Alla Midnight, avrebbero dovuto rallentare l’audio PAL del 4% mantenendo invece il “pitch” (tono) invariato. E questione di fare un click in più con il mouse, non è che ci vuole chissà quale genio o strumentazione avanzata, ma questo vorrebbe dire far attenzione al prodotto finale. Invece nessuno si è accorto di niente, nessuno ha notato che, così facendo, la traccia italiana ha canzoni che “sembrano più lente” e che le voci risultano “più profonde”. Da dove arriva la risata gracchiante di Renato Mori, dall’oltretomba?

    Sottolineo che questo non è un problema della MGM, è la Midnight Factory a non aver fatto i dovuti controlli. Bastavano pochi secondi per mettere a confronto la traccia americana con quella italiana in un segmento del film con musica. La differenza di tono nelle canzoni a quel punto la sentirebbe anche un sordo, così come l’avete sentita voi nell’esempio di Guerre stellari di prima. Ma evidentemente nel settore sono troppo abituati a “fai click qui, CONVERTI e manda 1500 copie in stampa”, questo perché nel 99% delle volte, è vero, basta fare solo quello.

    Questo è un Blu-Ray che su Amazon vendono a 40 euro.

    Tanto lo so che c’è chi mi dirà, “beh, io non lo sento, a me non da fastidio”. Si chiama razionalizzazione post-acquisto. La psicologia ha già previsto il vostro commento, ve lo potete risparmiare. Il tono errato del film può tranquillamente essere non notato dallo spettatore qualsiasi, ma che non lo abbiano notato gli addetti ai lavori (e poi “esperti” recensori di prodotti home video di lusso) è assai più grave. Ed è ancora più grave che sia arrivato in commercio così, quando bastava un click in più in fase di creazione per evitarlo.

    Se l’errore sul tono della traccia italiana non vi turba, forse l’altro grande problema potrebbe farlo.

    zombi che richiede altri fonici, vignetta ricavata usando una scena del film Il ritorno dei morti viventi

     

    Danni ereditati della MGM: gli attori si mangiano le parole, noi le mani

    Come se non bastasse, oltre alla traccia audio italiana del Blu-Ray che va alla velocità giusta ma con tono sbagliato, cioè con voci più profonde (gravi) di quelle che avreste sentito al cinema, ci ha già pensato mamma MGM ad includere nuovi problemi. In troppi punti la traccia italiana si mangia le parole! Anche in questo caso torniamo alla loro traccia audio di inizi 2000, sempre quella, ‘a malament.

    Da quando esiste il formato DVD, esistono le grandi aziende di distribuzione che dei doppiaggi se ne battono proprio il cazzo. È parte integrante della storia dell’home video. Nei loro software da decine di migliaia di dollari mettono le tracce audio una sull’altra e con un click le allineano basandosi sopratutto sull’aggancio e sulla fine delle battute. È tutto il più possibile automatizzato perché farlo a mano e farlo bene costa tempo ed è una discreta fatica. È così che nascono i DVD e i Blu-Ray con pezzi di frasi mancanti. Il ritorno dei morti viventi è uno di questi, già dal primo DVD.

    Oggi le battute doppiate per i film e per le serie TV devono rispettare rigidamente i tempi delle battute originali, non per un qualche tipo fedeltà artistica ma semplicemente perché semplifica enormemente il lavoro di missaggio audio di tutte le tracce internazionali. Gli addetti ai lavori che nascono professionalmente in questo sistema moderno, non possono che finire per commettere errori quando poi si ritrovano a sincronizzare con questo metodo anche le tracce audio italiane di film doppiati nei decenni precedenti al 2000, quando i direttori di doppiaggio potevano sfruttare controcampi o attori di spalle per finire una battuta che in italiano risulta necessariamente più lunga di quella originale.

    È così che ci siamo ritrovati con DVD di Terminator (guarda caso MGM pure lui), Batman (della Warner), insieme a svariati film della Disney… tutti con buchi audio, pezzi di frasi o intere battute mancanti, e audio non perfettamente in sincrono con il labiale… perché l’allineamento dell’audio non viene fatto a mano, controllando minuto per minuto, ma tramite software che automatizza l’allineamento delle tracce basandosi sui tempi delle battute della traccia audio originale, e siccome questi lavori li fanno a Londra o negli Stati Uniti, non si accorgono nemmeno se alcune parole vengono fuori “smozzicate”… e probabilmente in molti casi neanche gliene frega molto. Loro seguono il manuale, la battuta dura così? Al massimo velocizziamo quella italiana per farcela stare nei tempi di quella inglese. Abbiamo da sfornare 200 titoli l’anno, mica possiamo rallentare tutto per ‘na mezza battuta, no? Certo, nella grande mole di lavoro che devono svolgere le aziende distributrici per portarci il film in home video, a loro sembrerà una cosa da niente, mentre l’utente finale potrebbe incazzarsi notevolmente o comunque percepirlo per quello che è, un prodotto fatto senza cura. Spendete e zitti!

    In questo scenario, il premio “Not my job” del 2005 può tranquillamente andare all’addetto MGM che deve aver fatto un taglia-e-cuci impressionante per far combaciare la traccia italiana con quella inglese. E così nella traccia italiana di Il ritorno dei morti viventi ci perdiamo dei piccoli pezzi per strada che nelle versioni VHS e televisiva erano perfettamente integri, ad esempio parlo del salto di audio che sentiamo nella scena dei punk nel cimitero:

    Suicidio e Trash, personaggi di Il ritorno dei morti viventi 1985

    Suicidio: Nessuno che mi capisce, lo sai? Mi f/cio un mazzo così per tutti voi e che cosa mi si dice… “sei un cesso”.

    Oppure quando l’imbalsamatore dice:

    Se qsti sono gatti idrofobi, dai retta a me, portali al comune.

    O ancora quando il ragazzo portoricano chiede aiuto ai compagni per bloccare una porta:

    Ma dove scappate, venite qui! Aiutatemi con la porta, br’ti stronzi!

    Questi sono alcuni dei casi più lampanti ma la traccia audio italiana è piena di sillabe “smozzate”.

    Questa stessa traccia audio del DVD MGM del 2005 la ritroviamo nel Blu-Ray italiano del 2018 che la Midnight Factory vende a 40 euro. Quella era la traccia che MGM ha dato alla Midnight Factory, e quella hanno usato. Quindi nel Blu-Ray non solo ci becchiamo un audio italiano alla tonalità errata, ma è anche piena di piccoli salti generati da un software di inizi 2000.

    40 euro.

    Oltre a questo, c’è anche da dire che molti momenti del film non sono neanche bene in sincrono, non solo per via del furioso taglia e cuci che ci dev’essere stato, ma anche perché chiaramente chi ci ha lavorato (ai tempi del DVD) non aveva riferimenti su come era sincronizzata la traccia italiana originariamente. Io come riferimento ho la VHS che è un riversamento diretto da pellicola cinematografica italiana e posso confermarvi che una volta portato l’audio alla velocità giusta (da quella PAL della VHS alla velocità del Blu-Ray) la traccia va in sincronia che è una bellezza, discostandosi frequentemente da quella ufficiale del Blu-Ray della Midnight Factory che invece va continuamente fuori sincrono.

    Ad esempio tra le prime scene la frase “quel Burt, che tipo!” nel DVD/Blu-Ray arriva 1-2 secondi dopo perché hanno usato come riferimento il parlato della traccia americana dove la battuta inizia effettivamente dopo. Per poterlo fare, hanno raddoppiato il suono di passi dell’inquadratura precedente e si sono mangiati del silenzio che invece viene dopo. Nessuno se ne accorgerà perché i personaggi che parlano non sono troppo vicini alla cinepresa ma se guardate il labiale con più attenzione vi accorgerete che qualcosa non quadra. Uno o due secondi di ritardo sembrano poco sulla carta ma sono un’enormità sul labiale e non è certo l’unica scena che ne soffre, tante sono quelle che non vanno perfettamente in sincrono.

    Pensate ai professionisti (doppiatori, il direttore di doppiaggio, i fonici dello studio di doppiaggio, etc, etc…) che nel 1985, quando non esistevano computer e software per automatizzare la sincronia, hanno passato ore e ore per creare un labiale perfetto per poi vederlo macellato così, oggi, in home video.

    Lo vendono a 40 euro.

    Scena dal film Il ritorno dei morti viventi 1985

    CANAGLIE!!! (semi-cit.)


    I seguiti e nota finale

    Il ritorno dei morti viventi ha avuto un indegno seguito, Il ritorno dei morti viventi 2. Chi mi conosce personalmente sa che quel film non va mai nominato in mia presenza, non se ne parla, non se ne riconosce la sua esistenza. Come disse Alberto Farinanon fa ridere, non fa paura, è soltanto una cosa deprimente” e io concordo. Tanto ho amato il primo quanto ho odiato il secondo, impossibile ricreare la magia e il giusto bilanciamento tra horror e commedia che era il primo film di O’Bannon. L’unico pregio che gli posso concedere è che il doppiaggio italiano riporta al microfono il cast del primo film (sempre dello studio CDC), dando una qualche continuità “sonora” al precedente. Nel 1994 c’è stato anche un Il ritorno dei morti viventi 3 (di Brian Yuzna), anche questo presentato per la prima volta al mondo… in Italia(!), al “Dylan Dog Horror Fest” (così dice IMDb), presumibilmente in lingua inglese, e poi scomparso (almeno a quanto mi risulta) fino ad un mercoledì 25 aprile 2001 alle ore 22:55, quando passò su  TMC (il canale sostituito poi da La7), e almeno una seconda volta su Rai Movie. Nel 2008 arriva in DVD pubblicato dalla Eagle, con un ridoppiaggio peggiorativo (qui un confronto grazie sempre al nostro Finarolli).
    Entrambi i film sono esistiti per breve tempo in DVD ma ormai sono soltanto dei costosi fuori catalogo. In breve, l’intera serie ha avuto una vita sfortunata nell’home video italiano.

    Tralasciando i seguiti fuori stampa (che comunque come film lasciano il tempo che trovano), le edizioni home video italiane del primo Ritorno dei morti viventi rimangono tutte problematiche, l’unica con un audio veramente completo è quella in VHS ma purtroppo ha il limite di un audio non Hi-Fi con un forte rumore di fondo che affoga alcuni effetti sonori, mentre le successive incarnazioni digitali, per quanto partano da un master molto più pulito, presentano tutte degli odiosi buchi non riparabili a posteriori. Un film del genere necessiterebbe di un serio lavoro di recupero audio, che non può venire né dai precedenti disastri di inizi 2000 della MGM, né tanto meno da una VHS, ma da un ritorno al materiale in pellicola, così da cancellare 20 anni di accumulata incompetenza.
    Ma dopotutto, perché i distributori home video dovrebbero fare tanta fatica e spendere tanti soldi quando le recensioni del cofanetto Blu-Ray sono già entusiastiche ovunque? In sostanza ce lo ritroveremo storpiato per sempre. Il tono dell’audio potrebbero sistemarlo facilmente ma le sillabe mancanti non torneranno più.

    Del film non ho voluto svelare le gag e le battute migliori, ce ne sono tante e le adoro tutte, mi sono dovuto trattenere. A chi non lo ha mai visto lascio il gusto di scoprirlo per la prima volta; a chi non lo vede da tanti anni, è giunta l’ora di una riscoperta. A prescindere dalla mia valutazione tecnica sui difetti delle edizioni home video italiane (che comunque probabilmente non noterete), la versione italiana di questo film è fenomenale, il cast di doppiatori perfetto, l’adattamento splendido (e non so chi ringraziare, se Piferi o Alexander!). Eventuali differenze come la mancanza dell’espressione “cervelli!” o qualche battuta non pervenuta e le tante piccole cose nominate nella mia analisi, sono derubricabili a semplici “curiosità”, non intaccano la godibilità del film in italiano. A chi conosce bene l’inglese ovviamente ne consiglio anche una visione in lingua per quelle poche cose in più e per capire l’origine di molti elementi tuttora ricorrenti nella cultura popolare.

     

  • Grosso guaio a Schifohamish. Il doppiaggio Netflix “fatto in casa” di L’altra metà (2020)

    Cartellone della cittadina di Squahamish dal flim L'altra metà (2020)

    Benvenuti a Squahamish, dove la gente è doppiata male

    Il 1 maggio compare su Netflix il film L’altra metà (The half of it, 2020), una reinterpretazione del Cyrano de Bergerac in salsa adolescenziale con una variante inedita, l’avere un protagonista di sesso femminile (Ellie, ragazzina nerd snobbata da tutti) al posto di un Cyrano maschio. Così, come nella commedia del 1897, la nostra Cyrano, aiuta l’amico impacciato (qui Paul, compagno di scuola che gioca nella squadra di football) a conquistare una ragazza, Aster, grazie ad una serie di lettere che possano far innamorare questa ragazza popolare in cerca di una via di fuga intellettuale. L’innamoramento epistolare scatterà invece tra le due ragazze. Sì, è uno di quei film impietosamente etichettati “LGBT”, quindi, omofobi, state alla larga.

    A parte la reinterpretazione del Cyrano de Bergerac, L’altra metà è dopotutto uno dei tanti racconti di formazione dalle premesse forse un po’ trite, come quella gli adolescenti americani in attesa di andare al college per fuggire da una piccola città di provincia, Squahamish (o come dicevano a scherzo nel film Schifohamish), e forse questo film di Alice Wu non rimarrà nella storia del cinema, né rimarrà troppo a lungo nella memoria degli spettatori, ma di certo non si meritava niente di male. Arriva invece con un doppiaggio da subito lamentato, giustamente ridicolizzato e spernacchiato, ben al di sotto degli standard di decenza. E subito la memoria torna al recente caso di Summer ’84, sempre doppiato nel 2020. Ma che è quest’anno?!

    Reazione del pubblico su Twitter al doppiaggio di L'altra metà 2020

    Netflix, al contrario di alcuni distributori nostrani (LuckyRed ce l’ho con te), non è sordo alle lamentele del pubblico e il 14 maggio quel primo doppiaggio viene sostituito da un nuovo doppiaggio italiano, questa volta professionale. Un ridoppiaggio sostitutivo per cancellare la memoria di quel primo disastro che, mi dispiace per Netflix, non è andato perduto per sempre ma rimane conservato nei miei archivi, memento dell’ennesimo tentativo americano di prendere in mano le redini di un mestiere che richiede una professionalità che spesso diamo per scontata e che certamente non si può improvvisare. Non basta essere attori decenti per essere anche doppiatori decenti.

    Su questo blog (non lo dirò mai abbastanza) è raro che mi metta a parlare o a giudicare la qualità delle interpretazioni. La traduzione di audiovisivi e l’adattamento linguistico sono gli argomenti di mia competenza, non la recitazione. E ci sono tanti doppiaggi, tra quelli televisivi e quelli dell’home video, che personalmente reputo mediocri o che non reggono il confronto con quelli più “cinematografici”, ma salvo rari casi questi argomenti non trovano grande spazio su questo blog, perché si tratta comunque di doppiaggi professionali e l’argomento “questo doppiatore è più bravo di quest’altro” è materia da forum di appassionati, se non da salotto, e lì possono rimanere per quanto mi riguarda.
    Tuttavia, questo è uno dei rari casi in cui mi trovo a infrangere la regola non scritta. Con il primo doppiaggio di L’altra metà, così come con il doppiaggio di quel Summer of ’84, già recensito, ci immergiamo purtroppo nel regno del dilettantesco e non ci vuole un esperto per poterlo affermare.

    Anche questa volta lascio che delle clip dal film parlino da sole. Il video dura una quindicina di minuti e raccoglie alcune delle parti “migliori”.

    Concorderete che peggio di così c’è solo un rutto nel microfono. Un’iperbole? Mica tanto. Sentire questo genere di cose è svilente per i professionisti del settore, per gli spettatori e anche per le persone coinvolte (potrei mai prendermela con un lavoratore che accetta un ingaggio per tirare a campare? Certo che no!). Il problema è nella testolina dei distributori americani che ancora oggi, nel 2020, credono che sia pensabile doppiare film a casina loro, spendendo il meno possibile. Basta prendere gente che sa parlare italiano, no? Che ci vuole. È successo esattamente ciò che accadeva nei primi tempi della storia del doppiaggio e ancora oggi ogni tanto ci provano, con i risultati appena sentiti. Cos’è quest’anno, un qualche anniversario della nascita del doppiaggio italiano? Netflix voleva celebrarlo così?

    Reazione del pubblico su Twitter al doppiaggio di L'altra metà 2020

     

    Il cast del primo doppiaggio Netflix

    Una breve ricerca sui nomi che comparivano nei cartelli finali della prima versione è stata una tappa obbligata per cercare di sbrogliare la matassa del “che cosa è successo con questo doppiaggio?”. I nomi dei doppiatori comparivano nei cartelli di coda del film, questo fino all’arrivo del secondo doppiaggio, quello definitivo, che ovviamente ha portato alla sostituzione anche dei cartelli finali. Qui riporto i nomi del primo cast di doppiatori, con una breve descrizione basata su informazioni pubbliche e liberamente accessibili, quali pagine Linkedin, profili di agenzie di casting e pagine IMDb. Noterete forse un filo conduttore che li lega tutti:

    Chi sono i doppiatori

    • Ellie Chu è Iaeli Anselmo, di Roma, attrice, in produzioni americane almeno dal 2017, attualmente vive e lavora a Los Angeles.
    • Il nostro Paul Munsky è Roberto Aurelio Cerletti, musicista, batterista, vive e lavora a Los Angeles. Non ho trovato informazioni biografiche ma suppongo che sia italiano anche lui, o forse lo sono i genitori? In questo sito potete sentire anche delle clip audio in tre lingue diverse: French, German e Italian (“le strade di Pariggi e di Giggibbuffon si separano dopo una sola staggione…“).
    • Aster Flores è Daria Sarmientos, italiana, nata e cresciuta a Milano, presente in produzioni USA almeno dal 2017, attualmente vive e lavora a Los Angeles.
    • Edwin Chu è Andrea Iaia, suppongo questo Andrea Iaia, attore italiano.
    • Trig Carson è Francesco Capussela, altro attore italiano che vive e lavora a Los Angeles.
    • il Diacono Flores è Peter Arpesella, attore italiano, di Bologna, lavora da una vita a Los Angeles (ed era comparso anche in Le Mans ’66 – La grande sfida ad interpretare un membro dello staff Ferrari).
    • La professoressa Geselchap è Barbara Magnolfi, attrice italiana, vista anche in Suspiria di Dario Argento. Ultimi lavori attivi in produzioni americane. A giudicare dal suo profilo Instagram vive in California e fa anche “voice over“.
    • Solange è Enrica Manni, di Sondrio, attrice, vive e lavora a Los Angeles almeno dal 2015.
    • Amber è Denise Faro, cantante e attrice italiana, compare in produzioni a Los Angeles almeno dal 2015.

    Nel cast aggiuntivo troviamo inoltre:

    Max Pregoni, altro attore con agente a Los Angeles; Gaia Passaler di Milano, anche lei attrice che lavora da anni a Los Angeles;  Gabriele Martinelli, nato a Napoli e trasferitosi da adolescente in America, anche lui lavora come attore a Los Angeles; Massimiliano Frongia, italiano, con produzioni internazionali in curriculum. Per finire: la direzione del doppiaggio è di Gabriele Di Sazio, italiano, regista, con alcuni corti all’attivo, girati indovinate dove? Los Angeles.

    Doppiaggio e sonorizzazione a cura della Igloo Music Corporation, di Burbank, una contea di Los Angeles. È una delle aziende del programma di post-produzione NP3 di Netflix in cui è classificata con un bollino “argento” (silver) ma considerata idonea soltanto per la lingua inglese (nello specifico “inglese americano”) secondo il sito di Netflix.

    igloo music partner post produzione Netflix

    Avete già trovato il filo conduttore? Il cast è composto da italiani che vivono e lavorano nella città di Los Angeles. Quello di L’altra metà è un doppiaggio americano realizzato utilizzando attori italiani che Netflix aveva a disposizione in zona, con l’aggiunta di un musicista (che spero si sia almeno fatto qualche risata a doppiare Paul) ed un regista, che in inglese si dice director, quindi a Netflix avranno pensato vabbè, director, dubbing director… è a stessa cos’!
    Sono assolutamente certo che siano tutti dei veri professionisti nel loro campo, a prima vista il loro CV lo dimostra senza ombra di dubbio (Cerletti ad esempio è percussionista per Disney, Fox e altre aziende famose), e anche se molti di loro lavorano regolarmente con la propria voce in quanto attori, chiaramente non sono doppiatori professionisti. Nessun professionista direbbe mai “Poll, ma ti ci stai sposando co’ a spazzatura?” (voce fuori campo in romanesco che chiama Paul, a esattamente 1 ora e 57 minuti). Fa ridere ma fa anche piangere.

    Signorina silvani che dice ah, anche doppiatore. Variante del meme ah anche poeta. Dal film Fantozzi 1975

    Che non si offendano dunque gli attori menzionati, del resto anche tanti attori italiani bravissimi e famosissimi non sono poi così bravi in sala di doppiaggio, quando devono andare a ricreare emozioni altrui o addirittura le proprie. Aggiungiamo a questo il fatto che i doppiatori della prima versione italiana di L’altra metà, di fatto, non erano diretti, e che le voci da abbinare ai personaggi siano state scelte seguendo un criterio essenzialmente “geografico”, questo è il quadro. Di quel cast, l’unica persona con un curriculum attivo nel mondo del doppiaggio sembra essere la dialoghista Carolina Quitadamo. La direzione delle voci invece è virtualmente inesistente! Da qualche “hey” pronunciato all’americana (invece di “ehi”), a vari errori di pronuncia incluso un “tu” detto “tiù”, tipo Stanlio e Ollio… e buona la prima! Anche quegli attori che sono stati bravini al microfono ogni tanto pronunciano frasi o recitano in modi che un direttore di doppiaggio professionista non approverebbe neanche con una pistola puntata alla testa.

    Ad esempio quando la protagonista (Ellie) legge ad alta voce la lettera scritta dal ragazzo imbranato (Paul) sentiamo:

    “Dicono che sia il più carino della mia famiglia, cioè, lo pensa mia nonna… che è morta adesso.”

    Qui non c’è nessun errore di adattamento, ancora una volta è il doppiaggio che fa danno. L’errore è nel modo in cui questa frase viene recitata [più precisamente nell’appoggiatura, mi suggerisce Mauro Stoppa, conduttore radiofonico, esperto sull’argomento recitazione], infatti nel primo doppiaggio la ragazza sembra dire che la nonna sia morta in questo momento, cioè mentre legge la lettera (o meglio, mentre Paul la scriveva), cosa che ovviamente non ha alcun senso (“who is dead now” in originale, cioè la nonna “che ora è morta”). Come cambia radicalmente la stessa frase nel secondo doppiaggio! Il copione infatti rimane identico ma si capisce chiaramente dal mondo in cui viene recitata (cioè appoggiando non più su “adesso” come nel primo doppiaggio ma su “è morta”) che la nonna invece è già morta in un non ben determinato passato. Il confronto tra un doppiaggio professionale, “diretto”, e uno “arrangiato” non può che essere impietoso in questi casi.

    Facce sbalordite degli attori nel film L'altra metà (2020)

    La reazione del pubblico italiano

    Il cast del ridoppiaggio

    Per completezza riporto anche il cast del secondo doppiaggio Netflix, effettuato dalla VSI Rome, un’altra azienda della lista Netflix, anche loro con bollino “silver”, evidentemente c’è silver e silver. I cartelli finali di questo nuovo doppiaggio sono solo due, quindi l’elenco riportato con personaggi e loro corrispettivi doppiatori è limitato.

     

    Direzione del doppiaggio: Maura Cenciarelli
    Assistente al doppiaggio: Francesca Vichi
    Dialoghi: Carolina Quintadamo

    Ellie Chu: Emanuela Ionica
    Paul Munsky: Marco Briglione
    Aster Flores: Erika Necci
    Edwin Chu: Emilio Barchiesi
    Trig Carson: Manuel Meli
    Diacono Flores: Sergio Lucchetti

     

    L’adattamento italiano di L’altra metà

    Tesoro? Taco Time. Un dialogo dal primo doppiaggio del film L'altra metà, 2020, Netflix

    “Tesoro? Taco time!”

    L’adattamento è in generale decente ma non manca di momenti in cui avrebbe giovato una revisione in più, oppure la supervisione competente di figure normalmente presenti (e non a caso!) in un doppiaggio professionale ma che sicuramente gli americani potrebbero vedere come ridondanti, inutili costi in più.
    Molti dei casi elencati qui di seguito sono stati poi corretti con il secondo doppiaggio. Quasi tutti almeno.

    Non è questo il caso di Liberal Arts diventato “arti liberali” (“Sta lontana dalle arti liberali“) invece di scienze umanistiche/materie umanistiche/”lettere e filosofia”/studi umanistici, la scelta è vasta prima di buttarsi su un “arti liberali”, sconosciute al pubblico di lingua italiana, a meno che in America non abbiano piani di studi di stampo medievale.

    Da wikipedia: Arti liberali era l’espressione con la quale, durante il Medioevo, s’intendeva il curriculum di studi seguito dai chierici prima di accedere agli studi universitari. Più in generale le arti liberali erano quelle attività dov’era necessario un lavoro prettamente intellettuale, a fronte delle “arti meccaniche” che richiedevano lo sforzo fisico.

    Questo “arti liberali” è rimasto anche nel secondo doppiaggio, quello “correttivo”. Ma cosa studiano nei college americani? Andiamo avanti.

    Il padre richiama l’attenzione della figlia dicendo: “Tesoro? Taco time!” (e io posso dire “cazzo”?). Nel secondo doppiaggio questa battuta è stata trasformata giustamente in “Tesoro? È l’ora dei tacos“, a riprova che dopotutto i tempi delle battute non sono un limite così invalicabile se poi deve costringere a lasciare delle frasi in inglese (solo perché cool?). Cos’è che esprime esattamente “taco time” che non esprime anche la frase “è l’ora dei tacos”? E chi direbbe “taco time” in italiano? Perché il film… è doppiato in italiano, no?
    [NdA: che poi dovrebbe dire che è l’ora dei taco, non dei tacos, perché parole importate rimangono sempre al singolare in italiano, ma lasciamo perdere]

    Scena dal film L'altra metà del 2020, in cui la panna montata spray Readdi-wip diventa nel doppiaggio italiano una panna commerciale invece che industriale

    All’appuntamento a base di patatine e frappè, Paul il sempliciotto non sa cosa dire e così esclama: “They use Reddi-whip” (cioè “Usano la Reddi-whip”, una marca di panna montata spray). Nel primo doppiaggio italiano questo diventa:

    È una panna commerciale.

    Buona la decisione di abbandonare una marca, ignota in Italia (altre note anche da noi invece sono rimaste)… ma che cavolo è una “panna commerciale“? Voleva una panna spray… di pregio? O forse una panna con qualità artistiche? Insomma ‘sta panna è ‘na commercialata, non ci sono più le panne di una volta.
    Il secondo doppiaggio parla più correttamente di una panna industriale.

    Nessun copione viene sfornato perfetto, per carità, e piccole rifiniture arrivano sempre in fase di revisione da parte di un supervisore competente, o anche in fase di doppiaggio, al microfono, sotto suggerimenti di attori o del direttore del doppiaggio. Questo almeno è ciò che avviene o che può avvenire in una normale filiera del doppiaggio audiovisivo, ma evidentemente viene meno in un doppiaggio arrangiato alla meno peggio a Los Angeles, quando si ha a che fare principalmente con persone che non hanno esperienze specifiche nel settore. È logico poi trovare anche nel copione piccoli errori o frasi poco chiare, che nessuno ha avuto l’ardire di “aggiustare”.

    Un’altra frase poco chiara arriva all’inizio, quando Paul, riceve la prima lettera di risposta e la fa leggere alla sua “ghostwriter” Ellie:

    Lettera di Aster: “Anche a me piace Wim Wenders, non l’avrei copiato però.”

    Paul: Chi è Wim Wenders? E perché l’hai copiato?

    Ellie: Non l’ho copiato.

    Paul: Sì che l’hai copiato, l’ho pure cercato!

    Ditemi voi… cosa può aver cercato Paul? Ha forse cercato chi sia Wim Wenders? Direi di no, perché all’inizio chiede “chi è?”. Forse ha cercato la frase o citazione copiata? In tal caso non dovrebbe dire “cercata”, al femminile? Capirlo da questo testo è impossibile. Il secondo doppiaggio cerca di attenuare l’effetto e cambia in “Sì che l’hai copiato, l’ho cercato!“. Ancora però non si capisce cosa abbia cercato. Ok, l’italiano evidentemente non ci viene in aiuto.

    In lingua originale la parola usata è “plagiarized” lì dove il testo italiano parla di “copiare”, la battuta gioca sul fatto che Paul è un sempliciotto ignorante e non conosce un parolone come PLAGIARIZED. È quella la parola di cui Paul aveva cercato il significato. Purtroppo il nostro “copiare” non è così inarrivabile e nessuno in italiano avrebbe dubbi sul suo significato, quindi è impossibile pensare che quel “l’ho cercato” voglia dire “ho cercato il significato della parola copiare“, né si lega ad altri elementi del dialogo. Cosa abbia cercato, in italiano non si capisce. Questa frase andava cambiata leggermente. Insomma, rifiniture. Il copione aveva bisogno solo di qualche aggiustatina in più, impossibile quando risparmi così tanto che ci sono più assistenti al doppiaggio che doppiatori.

    Diamo la colpa al COVID-19?

    messaggio di Netflix sul ritardo nei doppiaggi per via del coronavirus

    Netflix ha cercato di cancellare la memoria di quel primo doppiaggio eliminando dai propri profili social qualsiasi post che parlasse del film, così da far sparire anche la cornucopia di infamate che, a buon ragione, riempivano la sottostante area commenti. In loro difesa, poi il film lo hanno fatto doppiare una seconda volta e in tempi rapidissimi (del resto il copione è rimasto quasi lo stesso). C’è da chiedersi dunque: non si poteva avere un doppiaggio decente da subito? Tante serie sono ancora in attesa di doppiaggio, con episodi disponibili soltanto sottotitolati, che fretta c’era di sfornare questo film con un doppiaggio così imbarazzante?

    Reazione del pubblico su Twitter al doppiaggio di L'altra metà 2020

    Certo possiamo dare la colpa al COVID-19 e al blocco delle attività, ma se è stato possibile farlo doppiare in Italia una settimana dopo, quella del virus è davvero una scusa valida? O piuttosto è stata l’occasione per riproporre una vecchia abitudine americana, quella di cercare di doppiare in proprio i film, per risparmiare sui costi di post-produzione… come se doppiare in italiano volesse dire semplicemente “far parlare gli attori in italiano”.

    Insomma, bella scusa quella del virus, sembrava quasi plausibile! Certo che agli occhi di un distributore americano il pubblico italiano sembrerà una manica di sofisticati snob a cui non va mai bene niente e che rompono i coglioni su cose che a loro sembrano fatte pure bene. Chi doppia sono italiani, no? So’ pure attori! Che volete deppiù?!
    Pensa che stronzi che siamo, a esigere doppiaggi recitati bene, in maniera “invisibile” e che rappresentino correttamente il prodotto originale. Siamo proprio stronzi.

     

    Meme di aldo giovanni e giacomo non sono doppiatori professionisti, sono presi dalla strada

  • Adattare un film scemo: The Predator (2018)

    Doppiaggio e adattamento di The Predator (2018)

    Ad una recente rivisitatina di The Predator di Shane Black, ho fatto un grande sforzo mnemonico per cercare di ricordare se lo avessi visto addirittura al cinema, ma esistono dei miei post sui social che, sì, dimostrano senza ombra di dubbio che ci sono stato. Di solito questo non sarebbe un buon segno, ma mentirei se vi dicessi che il nuovo capitolo della saga non mi ha divertito. Per un motivo o per un altro ormai sono arrivato alla terza visione e, pur ammettendo che non si tratta di un film memorabile, né particolarmente intelligente, non mi sento di detestarlo, né mi diverte meno ogni porca volta che me lo vado a rivedere (cit.). Fa già ridere il solo fatto che esista.

    Ammetto però che nel formulare questa opinione sul film potrebbe aver influito anche un mio gusto perverso. Infatti il 16 ottobre 2018 andai al cinema già sapendo che questo The Predator (uscito nel resto del mondo già un mese prima!) aveva fatto incazzare fan e appassionati in tutto il mondo, e deluso gli altri. Quindi ogni scemenza presente nel film mi portava a ridere internamente di chi, nell’anno del Signore 2018, aveva addirittura delle aspettative per un seguito di Predator. Per aiutarvi a bollarmi come nemico pubblico, forse dovrei anche ammettere, qui e ora, che Predator 2 è il mio film preferito della serie, soprattutto nella sua versione italiana con Paolo Buglioni come voce del protagonista. È quello che riguardo più spesso e più volentieri. Il primo Predator (1987) lo riguardo se mi capita in TV mentre Predators del 2010 l’ho visto una volta sola e non lo rivedrò mai più finché campo, non so neanche chi lo abbia diretto, forse un software della 20th Century Fox. Non era brutto, semplicemente non era di alcun interesse. Per me, s’intende. Ma ai fan piace tanto, sembra.

    Quindi potete immaginare le mie aspettative davanti a poster con uno slogan come questo:

    locandina italiana del film The Predator (2018)

    Lo slogan pubblicitario più spaventoso del mondo: “darà ai fan ciò che vogliono

    The Predator del 2018 altalena tra il serio e il comico, e secondo me dovrebbe essere un caso di studio perché non fa ridere quando vorrebbe far ridere… e proprio per questo fa ridere. Mi seguite? Bene. Va visto con lo spirito giusto, insomma. È l’effetto che avremmo se un film degli anni ’80 venisse girato e presentato oggi, con sceneggiatori e regista ignari del fatto che intanto siano passati 40 anni da quel decennio e il linguaggio del cinema (e anche le aspettative del pubblico) sono cambiate, tornare indietro è impossibile, come dimostra anche il fatto che la locomotiva dei Lumière non ci fa più scappare dalla sala cinematografica.

    Le visioni cinematografiche per me sono sempre l’occasione per saggiare anche l’adattamento ovviamente, e se The Predator (2018) ha fatto incazzare tutti gli spettatori per via del suo umorismo (a tratti sembra una parodia dei precedenti), come se la sarà cavata con il doppiaggio?

    Armiamoci e partiamo alla sua esplorazione.

    Predator su un blindato, scena tagliata dal film The Predator (2018)

     

    L’adattamento di The Predator (2018)

    In un confronto diretto tra testo originale e battute doppiate potrebbe subito saltare all’occhio che la versione italiana non è una traduzione alla lettera, non ha paura a cambiare le battute mantenendone il senso e lo spirito, e gran parte di queste alterazioni sono sensate. Se seguite questo blog da qualche tempo avrete già capito che questa è cosa buona. Se la battuta “fucking you up is their idea of tourism” (letteralmente: “farci il culo è la loro idea di turismo”) diventa “e spaccarci il culo è il loro sport preferito“, ci possiamo sentire subito il sapore di un buon adattamento. E da quand’è che non sentivate un “porca troia!” in un doppiaggio italiano? (“Holy shit!” in originale). Il film ce ne regala ben due. Certo, un’espressione misogina che oggi può far storcere il naso, ma indubbiamente vicina ai doppiaggi degli anni ’80 anche sul piano linguistico, e quindi in linea con il gusto del copione di Shane Black, che, come il pesce ratto, può piacere o può non piacere. Il doppiaggio italiano di The Predator, insomma, è fedele alle intenzioni del copione originale, che vi piaccia o no.

    Le parolacce sono sempre un buon punto di partenza per valutare un adattamento e in questo film di certo non mancano, sempre naturali e mai sembrano traduzioni troppo dirette, dal “maledetti stronzi” che traduce semplicemente un “fucking” messo in mezzo ad una frase, al “avete rotto il cazzo alla famiglia sbagliata” (“you fucked with the wrong family”). E tante altre ce ne sono.

    La maledizione dei buoni adattamenti è che sono invisibili, quindi è anche difficile fare liste di battute ben riuscite e renderle anche interessanti, quindi mi limiterò ad un paio di casi sui quali voglio aggiungere una qualche nota.

    Il predator combatte, una scena del film The Predator (2018)

    Te li do io gli anni ’80!

    Dialoghi anni ’80

    Alla domanda “che cazzo è quello, capitano?” (what the fuck is that, Cap?), il protagonista risponde:

    Originale: It’s above our pay grade.

    Doppiaggio: Non siamo pagati abbastanza per questo.

    La battuta originale sarebbe più strettamente un “è al di sopra delle nostre competenze”, che non ha proprio la stessa sfumatura ma, dopotutto, chi lo direbbe mai in italiano? La versione italiana “non siamo pagati abbastanza per questo” ci è familiare e sa molto di anni ’80. Alzi la mano chi non ha pensato almeno per un attimo al “sono troppo vecchio per queste stronzate” di armaletaliana memoria! Una frase scritta da Shane Black (autore di Arma letale, 1987), resa popolare proprio da Danny Glover, protagonista anche di Predator 2 (di cui un giorno dovrò assolutamente parlare). Quante connessioni attinenti in una sola battuta! Per tutto ciò che ha a che fare con Shane Black, che possiamo tranquillamente dire essere uno dei creatori del cinema anni ’80, vi consiglio caldamente la rubrica del blog La bara volante di Cassidy che ne ha esplorato la carriera in questa serie di articoli.

    Se le battute non fanno ridere, è colpa del doppiaggio?

    Sono certo che ad una prima visione qualche spettatore italiano avrà ingiustamente accusato il doppiaggio di aver portato battute non particolarmente divertenti o efficaci. Del resto il pensiero che viene a tutti oggi è: forse era più divertente in inglese, perché dare automaticamente colpa al doppiaggio senza vedere il film in originale è ormai lo sport nazionale. Invece ad un confronto diretto è chiaro che sono stati tenuti con estrema eleganza anche gli stessi giochi di parole. Un esempio tra tutti lo troviamo nei dialoghi di presentazione sull’autobus, quando un “Maker” (Creatore) diventa “make her” (me la faccio) o, più precisamente, quando “before your Maker” (= davanti/dinanzi al Signore) viene trasformato goliardicamente in “before I make her” (= prima di farmela), sottolineato da un volgare fischio finale e un movimento del bacino.

    Originale
    When you’re standing at attention before your Maker
    I always stand at attention before I make her.

    Doppiaggio
    Quando sarai sull’attenti davanti al Signore
    Sono sempre sull’attenti davanti alle signore.

    Se comunque non vi ha fatto particolarmente ridere… non è certo colpa dell’adattamento italiano.
    Il film comunque non manca di battute effettivamente spassose, ogni tanto ce la fa a strappare una risata.

    Sapeva dire anche baule, Aurelia, aiuola e Palaia…

    Essere in grado di capire qualcosa

    Per quanto abbia elogiato una traduzione non diretta del testo originale in favore di una maggiore naturalezza, il testo non manca di classici (la conio qui ed ora) “doppiaggesismi” che tradiscono traduzioni un po’ più artificiose. Come spesso capita, alcune vengono da esigenze di labiale o dei tempi della battuta, altre forse potevano godere di un’alternativa più efficace. E capisco che qui sto per spaccare il pelo in quattro, ma senza molto togliere al resto dell’opera.

    Quando la madre propone al figlio una scelta tra due maschere da indossare durante la notte di Halloween, il bambino si preoccupa dei bulli:

    I ragazzi, ecco… loro saranno in grado di capirlo.
    Capire cosa?
    Che sono io.

    La frase che suona un po’ artificiosa è quella che contiene il “saranno in grado di” che, a naso, direi che si tratta del classico “will be able to”+verbo, cioè semplicemente il modo in cui in inglese si costruisce il futuro di “can” (potere), da non tradurre letteralmente come “essere in grado di”. In realtà il “can” in questi casi non si traduce nemmeno.
    Non molto sorprendentemente scopro che la frase originale era la seguente:

    The guys will… they will still be able to see. / See what? / That it’s me.

    Bene tradurre “see” (vedere) come “capire”, ma non era più naturale dire “i ragazzi lo capiranno lo stesso“? Cito un sito che riporta questo stralcio di grammatica inglese: “Canè utilizzato [anche] con i verbi di percezione. In questo caso spesso non viene tradotto in italiano. (es. Can you hear that noise? / Lo senti quel rumore?). “Riuscire” o “essere in grado di” hanno invece sfumature diverse.

    Non è neanche una battuta che necessita del labiale perché chi la dice è praticamente di spalle.

    I ragazzi… lo capiranno lo stesso. / Capire cosa? / Che sono io.

    L’unica ragione che, intuisco, giustifichi una tale scelta è la ricerca di una risposta concordante: in questa scena, la risposta “capire cosa?” ha un labiale fin troppo visibile che non dà spazio ad un “capiranno cosa?”, né a un più semplice “che cosa?”. Ma ritengo che sia più naturale sentire “Lo capiranno lo stesso. / Capire cosa?”, invece di forzare un “saranno in grado di capirlo” che sa proprio di doppiaggese, cioè una di quelle frasi che sentiamo nei film doppiati ma che nessun italiano userebbe in quella stessa situazione, men che mai un bambino.
    Mi rendo conto che si tratta di un tipo di frasi che per pubblico passano pressoché inosservate, un po’ perché comunque “si capisce lo stesso” e un po’ perché si tratta di quel tipo di frasi già familiari a molti, le hanno sentite migliaia di altre volte nei doppiaggi moderni finché non sono diventate “invisibili”. Ma questo tipo di espressioni sono tra i difetti principali di gran parte dei doppiaggi di questa era, in cui è più importante la durata di una battuta che la naturalezza delle frasi, anche se queste sono dette di spalle.

    Siete in grado di capirlo? 😉

     

    “Uccide le persone, così puoi fare il postino”. Eh? cosa???

    The Predator 2018, scena del postino

    All’inizio del film, il postino consegna tutta la posta arretrata a casa del protagonista, gli apre la porta il figlio autistico con il quale instaura il seguente dialogo:

    I pagamenti della sua casella postale sono scaduti. Dipartimento della Difesa. Lavora per il governo, giusto?
    1-1-3-B-3-V-W-3. (originale: “MOS 1B3VW3“)
    – ???
    Il suo incarico militare. (originale: “Military designation“)
    Ah!
    Uccide le persone… così puoi fare il postino. (originale: “He kills people… so you can be a mailman“)

    Quest’ultima frase può lasciare confusi ad un primo ascolto. È una di quelle frasi patriottiche molto americane dove si dà a intendere che il duro lavoro dei soldati in guerra permette ai civili in America di condurre una vita pacifica nel loro paese. Purtroppo, una traduzione diretta, per quanto comprensibile sulla carta, lascerà sempre perplessi ad un primo ascolto perché non è un genere di frase con la quale abbiamo familiarità. Nessuno in Italia direbbe mai “mio padre combatte in Afghanistan, così puoi fare il postino”, le due porzioni della frase non cascano automaticamente in una sequenza logica, ed è difficile capirne il senso vista la rapidità della battuta. Forse andava ripensata un po’. Anche la sola aggiunta di un semplice “tu” (così TU puoi fare il postino) avrebbe forse portato qualche perplessità in meno. Facendo un giro nei forum di Wordreference.com ho notato che un utente indiano (che l’inglese lo conosce ma non ha familiarità con i modi di esprimersi degli americani) si chiedeva addirittura cosa significasse la frase originale in inglese, sentita appunto in questo film.

    Nell’articolo intitolato The Predator’s Biggest Flaw Is That It Thinks It’s a Comedy (titolo traducibile come: “Il difetto più grande di The Predator è che si crede una commedia” ) pubblicato su Vulture.com, l’autore dimostra come questa scena, che si conclude con la frase “così puoi fare il postino” dopo una pausa significativa, sia chiaramente progettata come gag comica, con tanto di battuta finale messa lì per far sghignazzare il pubblico. Sembra però che abbia fallito nei suoi intenti persino nei confronti dello spettatore americano che ha familiarità con questa espressione. In sala infatti sembra che non abbia reagito nessuno.

    E allora posso forse prendermela con il doppiaggio se il film in italiano ottiene il medesimo non-effetto? Nell’adattare un film che semplicemente non funziona e non raggiunge i suoi intenti, o si reinventa tutto (e giù questioni etiche sul doppiaggio che non dovrebbe “inventare” niente!) oppure si ottiene esattamente quello che abbiamo visto anche nelle sale italiane. Scene che lasciano punti interrogativi, spettatori perplessi. “Cosa? Ma che vuol dire”. Boh. Magari faceva ridere in inglese. Purtroppo no.

    Però “così tu puoi fare il postino” l’avrebbe resa almeno più comprensibile, secondo me. Non che il film sia completamente privo di battute efficaci, lungi dall’affermare questo.

    Passando ad una frase potenzialmente fraintesa…

    Scena dello psicologo dal film The Predator (2018)

    Lo psicologo che interroga il nostro protagonista, sfogliando un fascicolo, dice:

    So che lei passa la maggior parte del suo tempo in missione, lontano da sua moglie e da suo figlio.

    In inglese sembrerebbe essere una frase di significato opposto:

    You spend most of your time now in-country… estranged from your wife and son?

    Che per adattarvela direttamente in italiano potrei tradurla così: “So che adesso passa la maggior parte del suo tempo in patria…  ed è separato da sua moglie”. Ho omesso “figlio” perché a questo punto del film abbiamo già visto che il figlio vive con la moglie, ma ancora non sapevamo che moglie e marito erano separati. Ci viene rivelato solo in questo momento, molto prima di vederlo tornare a casa, dove la moglie infatti gli dirà che non dovrebbe trovarsi lì (“Ehi, questa non è più la tua casa!”). Capisco che possano esserci esigenze di labiale e di tempi, molte volte queste sono l’origine di alterazioni quasi obbligate ma, essendo lo spettatore lontano dai dietro le quinte dell’adattamento, viene sempre da domandarsi se sia stata effettivamente compresa la frase originale al momento della traduzione.

    Le piacerebbe incontrare un Predator?

    Il film The Predator (2018) gode nell’abbattere la famosa quarta parete, ammiccando più volte agli spettatori, con scelte che sono sicuro avranno lasciato perplesso più di uno spettatore. Una di queste colpisce quando per la prima volta nella saga cinematografica di Predator, qualcuno li chiama letteralmente “Predator”, e non con la p minuscola per definire questa razza aliena come generici predatori! No, no… dicono proprio “il Predator”, “un Predator”, con la P maiuscola e il simbolo ™ alla fine. Che è un po’ come se nel film Tremors, qualcuno chiamasse i mostri “Tremors”. Non so se mi spiego. È il tipo di ammiccamento che in un certo modo è presente anche in Ghostbusters II, dove il nuovo logo degli acchiappafantasmi è lo stesso fantasma della locandina del film che fa il “due” con le dita della mano. Siamo a quel genere di stranezza.

    le piacerebbe incontrare un predator? Scena dal film The Predator (2018)

    originale: Would you like to meet a Predator?

    doppiaggio: Le piacerebbe incontrare un “Predator”?

    il che fa doppiamente strano in italiano, dove il nome rimane (giustamente e soprattutto giustificatamente) in lingua inglese: “Predator”. A differenza del simbolo dei Ghostbusters o di altri esempi simili, qui lo sceneggiatore Shane Black se la gioca meglio nel creare una spiegazione del perché la razza viene chiamata Predator anche NEL film, giustificandolo quindi nel film stesso, e la spiegazione funziona anche per la versione italiana. Quindi è cosa buona.

    Traeger: Avrà parecchie domande.

    Dott.ssa Casey Brackett: Solo due veramentePerché lo chiamate “il Predator”? (Why do you call it “the Predator”?)

    T: Ehm, un soprannome. (It’s a nickname)
    Sa’, i dati ci dicono che traccia le sue prede. Sfrutta le loro debolezze. Sembra che… be’, si diverta. Come un gioco.

    B: Non è un predatore, caccia per sport. (that’s not a predator, that’s a sports hunter)

    T: Scusi?

    B: Un predatore uccide le sue prede per sopravvivere, ma quello che descrive è un pescatore di branzini.
    (A predator kills its prey to survive. I mean, what you’re describing is more like a bass fisherman).

    T: Beh, è già deciso. “Predator” è più figo, giusto, cazzo? Già.
    (Well, we took a vote. “Predator” is cooler, right? Fuck, yeah.)

    Colleghi in coro: Sì.

    [Per intenderci il “bass fisherman” è il pescatore sportivo che si fa la foto con il pesce catturato. Molto divertente quella del “cacciatore di branzini“]

    Trovo che sia una spiegazione più che degna e che funzioni molto bene anche in italiano: lo hanno soprannominato “Predator” perché è più figo, cazzo! Non penso che abbiamo bisogno di sapere altro. Che poi, se ci pensate, è anche il motivo per il quale hanno lasciato il titolo originale nel 1987, quando c’era il fascino delle parole inglesi che finiscono per -TOR, solitamente associati a film di fantascienza/horror e con Terminator probabile apripista (uscito nel 1985 in Italia). Predator in particolare è ancora più comprensibile, gli manca solo una “e” per essere “predatore”, ma preserva quel fascino fanta-horror dei titoli in inglese che finiscono per -or.

    Insomma, nel 2018 come nel 1987, chiamarlo “Predator” è più figo, cazzo.

    I riferimenti ai precedenti film

    Sei un bel mostro schifoso. / You’re one beautiful motherfucker.

    La protagonista fa il verso allo Schwarzenegger che nel primo film diceva “you’re one… ugly motherfucker!” con il suo accento austriaco, e che in italiano diventò “mio Dio! Sei un mostro schifoso!“. Quella di appellare l’alieno con “ugly motherfucker” possiamo dire a questo punto che sia una pratica legata indissolubilmente alla serie di Predator. Se in Predators (2010) qualcuno diceva “What an ugly face you have!” solo in riferimento alla battuta di Schwarzy, in Predator 2 (1990) la battuta era ripresa pari-pari dal primo (omaggio per i fan), anche se in italiano era diventata “brutto figlio di puttana!” e quindi per anni non ho mai sospettato che fossero legate in alcun modo. In questo senso, The Predator del 2018 con il suo “Sei un bel mostro schifoso” fa meglio di Predator 2 nel citare le sue fonti e nel fare i suoi ammiccamenti… almeno quando può farlo. E non sempre può.

    Sto parlando ovviamente di un’altra battuta di Schwarzenegger dal primo Predator del 1987, il celebre (in lingua originale) “GET TO THE CHOPPA!” (“get to the chopper”, cioè “raggiungi l’elicottero”, ma pronunciato alla Schwarzy), battuta divenuta celebre più per il modo in cui viene urlata dall’attore austriaco che per il suo reale messaggio. Nel primo film questa frase era urlata dal protagonista ferito per esortare la donna a raggiungere l’elicottero e mettersi in salvo. Nella versione italiana la battuta “Run! Go! Get to the choppa!” diventa “Scappa! Corri all’elicottero! Scappa!“. Il labiale di “scappa” su “choppa” è assolutamente perfetto, sebbene non particolarmente memorabile, e se ci pensate, non poteva proprio esserlo. In The Predator (2018) Shane Black ha riutilizzato questa battuta “get to the chopper” ma con riferimento ad un altro tipo di veicolo, un tipo di motocicletta chiamata proprio “chopper” (quella di Easy Rider per intenderci). È chiaro che questo riferimento auto-ironico non era possibile preservarlo in alcun modo.

    Scena delle motociclette choppers in The predator (2018)

    “Get to the choppers!” è diventato semplicemente “Andiamo alle moto!“. Non si poteva usare né la parola elicottero, né tanto meno “scappa!”. Di meglio, insomma, non si poteva fare. Nessuno ha mai detto che la traduzione non abbia i suoi limiti. Anche questa voleva essere una gag, un po’ tristarella onestamente. Non è che ci siamo persi chissà quale grande omaggio.

    C’è anche un bel “contatto!” urlato ripetutamente durante lo scontro nella foresta, un’espressione che sicuramente Shane Black ha messo lì come rimando alla famosa scena della devastazione di un intero angolo di giungla nel Predator del 1987, in questa scena Bill Duke avvistava il Predator e urlava “contatto!” prima di radere al suolo la foresta con la sua mitragliatrice a canne rotanti. Certo, “contatto” fa parte di un gergo militare che ritroviamo in milioni di altri film e sicuramente lo avrebbero tradotto in questo modo anche senza preoccuparsi dell’accuratezza dei riferimenti a precedenti film, ma visto il livello generale, dubito che sia un caso fortuito. “Contact” vuol dire che un bersaglio è stato avvistato e ci si prepara ad attaccarlo. In entrambi i film (1987 e 2018) infatti viene urlato dopo aver avvistato l’alieno e prima di mettere mano al grilletto. Insomma, il doppiaggio italiano di The Predator 2018 è accurato anche nelle piccole cose e non si perde neanche i riferimenti più invisibili.

    Il “Predator Killer”

    Il predator killer, scena da The Predator 2018

    Tutto bello insomma, almeno fino alla battuta finale, quando una misteriosa capsula, contenente un dono dei Predator buoni all’umanità, comincia ad aprirsi per rivelare il contenuto.

    – Quindi questo è il suo regalo per il genere umano? […] Rory, cosa c’è in quella capsula?

    – Oh, wow! Oh, cavolo! Ha un nome!

    – Un nome, che nome?

    – Io… credo che lo chiameresti… il Predator killer.

    Se uno spettatore italiano guarda un film in lingua italiana è lecito pensare che interpreterà le battute del film in quella stessa lingua, una lingua dove “killer” è un sinonimo comune per assassino e dove il significato di “Predator” ci è già stato spiegato (anche se questo fosse il primo film della saga che vediamo e fossimo entrati ad occhi chiusi in sala senza guardare il titolo sul poster), quindi un “Predator killer” non può che essere interpretato come un “Predator assassino”, un nome molto pleonastico visto che durante tutto il film i predator non hanno fatto che uccidere persone. Del resto, “Predator killer” come altro potremmo interpretarlo? Se in italiano diciamo uno squalo killer, parliamo di uno squalo che ha ucciso esseri umani, cioè uno squalo “assassino”. È un uso fin troppo familiare, come ci conferma anche la Treccani: “Nel linguaggio giornalistico, anche con funzione appositiva, chi o che provoca la morte, assassino: in Africa la malaria è un killer spietato; squalo, zanzara killer.“.

    Senza farla troppo lunga, la battuta originale era proprio “I guess you’d call it… the Predator Killer!” che tradotto vuol dire letteralmente “il killer di Predator“. Già subito chiaro, no? Italiano e inglese dopotutto invertono la posizione dell’aggettivo, non possiamo dire “squalo killer” e pensare che si tratti di un “killer di squali”. Questa è grammatica inglese di base. E allora posso dirlo…? Posso dire quanto sarebbe stato più appropriato, più immediato e comunque in linea con il film, se avesse detto:

    Io… credo che lo chiameresti… l’ammazza-predator.

    Semplice, applicabile a qualsiasi cosa possa uscire dalla capsula, sia esso un’arma, un animale, un essere umano, maschio o femmina. “Il Predator Killer” è un errore bello e buono che poteva facilmente essere evitato.

    Predator che punta il dito, dal film The Predator 2018

    Visto il resto del copione, non mi sento di dare la colpa a chi si è occupato dei dialoghi, qui ci sento tantissimo lo zampino della supervisione della Fox che probabilmente esige che certi nomi rimangano in inglese per una qualche ragione di marketing, come del resto era sicuramente successo anche con Independence Day: Rigenerazione dove trovavamo navi “harvester” e una regina “harvester”… Ma che vor di’? Mbò, è un nome come n’artro! Sicuramente un marchio registrato e quindi dichiarato immodificabile; la mia è una supposizione ma sembra essere quasi un modus operandi della Fox, visto che questo genere di scelte le ritroviamo in qualsiasi loro titolo facente parte di un “franchise”.

    Qualcuno alla Fox potrebbe dirmi che Predator Killer è un nome “tra virgolette”, quindi rimane in originale, cioè scritto così: Lo chiameresti, il “Predator-Killer”. Beh, scusate se ad una prima visione non ho sentito il suono del trattino o delle virgolette! Chissà che suono fa il marchio “™”? Ricorda molto la droide-armata di Star Wars – Episodio I: La minaccia fantasma, che era un film adattato in modo tragicomico (già esplorato nella mia recensione). La Fox evidentemente ci tiene tanto ai marchi registrati, non sia mai che un dialoghista di un paese estero li adatti valutando il contesto del film e non i copyright! Ci fosse mai un seguito, un fumetto o un videogioco, dove torna questo nome “Predator killer”, il consumatore lo potrà così riconoscere all’istante, in qualunque paese del mondo. Questo genere di ragionamento ha però senso soltanto negli uffici del marketing, durante la visione del film invece lascia solo confusi e disorientati. Ancora più ironico il fatto che, molto probabilmente, questo The Predator non avrà alcun seguito diretto, visto che la direzione presa da Shane Black non è piaciuta praticamente a nessuno ed ha recuperato appena il doppio del budget speso per girare il film, che in termini di Hollywood vuol dire un non-successo.

    Se in alcuni casi, traduttori improvvisati necessitano di una supervisione capace, questo chiaramente non era il caso di The Predator, in cui i dialoghi generalmente godono di una traduzione attenta, ma sono le imposizioni dall’alto che introducono l’unico errore veramente degno di nota, ed è meglio che queste logiche da marketing applicato all’arte restassero fuori dalla sala di doppiaggio. Se poi è stata una scelta voluta e non imposta, che vi devo dire, “Predator-killer” è una scemenza!

    La lingua dei predator

    Prima di concludere non posso non nominare la presenza di alcuni momenti che per me sono stati a dir poco stranianti. Questi arrivano ogni qual volta i predator comunicano tra loro e noi vediamo dei “sottotitoli” nella loro lingua a ideogrammi, che vengono poi tradotti nella nostra.

    Qui un esempio che viene dalla pellicola in versione americana.

    la lingua dei predator tradotta nei sottotitoli di The Predator 2018

    L’effetto di per sé è già abbastanza strano, è la prima volta che vediamo dei sottotitoli al linguaggio degli alieni in un film di Predator, e che per di più si traducono da soli mantenendo il colore e lo stile, come se ci fosse un dispositivo alieno che li traduce per noi seduti in sala. Che dire… è certamente una scelta curiosa che va contro molti canoni del linguaggio cinematografico e potrei farci un articolo intero solo per spiegare perché secondo me sono una scelta stravagante (tranquilli, non lo farò). Ad aggiungere un effetto ancora più straniante è il fatto che al cinema, in Italia, questi si traducevano, ovviamente, in italiano. Troppi cortocircuiti nella mia testa. Spero di non essere stato il solo ad averli trovati un tantino strani. Il classico “bianco e centrato”, che fine ha fatto?

    Do per scontato che la versione italiana del film non la vedremo mai più, quindi sul Blu-Ray (correggetemi se non è così) ci saranno questi sottotitoli arancioni su schermo che si traducono da soli in lingua inglese, e poi sotto, al centro, la traduzione italiana degli stessi. Un eccesso di testo. Vogliamo metterci pure un libro di testo che scorre a fianco del film?

    Conclusione

    Per quanto sia stato fatto un lavoro più che decente sull’adattamento italiano di questo The Predator, purtroppo non c’è modo di trasformare la merda in oro, i limiti del copione italiano sono gli stessi del copione originale, di cui la versione italiana fa una fedele trasposizione. Qualche frase poco chiara qui e là è possibile incontrarla (piccole cose, non sono stato neanche a nominarle) ma in generale sembra esserci stata molta attenzione nel rendere i dialoghi il più possibile naturali, dialoghi che denotano una vera comprensione del testo ed un attento rispetto dei riferimenti al film del 1987, ove possibile. Sarà contento l’amico Lucius del blog Il Zinefilo che nella sua recensione, arrivata in anticipo di un mese sull’uscita italiana, temeva che il doppiaggio potesse non essere all’altezza. Per fortuna si è dimostrato più rispettoso di molti altri.

    Peccato che sul finale si siano intromesse figure che impropriamente chiamerò “quelli del marketing” della Fox, con le loro regole su quali nomi debbano rimanere “in inglese”, perché il “Predator killer” è l’unica battuta che stona con tutto il resto. Per favore, sistematela, non fateci sentire “il Predator Killer” e dateci piuttosto “l’ammazza-Predator” che ci meritiamo. Shane Black apprezzerebbe sicuramente.

    Pollice in su all'adattamento italiano e al doppiaggio di The Predator 2018

     

  • Summer of ’84 arriva doppiato… malissimo, ma Rai4 si scusa e poi lo ridoppia

    locandina del film Summer of 84 con vignetta che dice dev'essere l'estate del famoso sciopero dei doppiatori

    In questo blog di solito non parlo mai delle voci del doppiaggio, preferendo l’argomento adattamento linguistico di cui sono competente, ma certo fa strano trovarsi in prima visione TV su un canale Rai un film del 2018, Summer of ’84, che fa sollevare persone da ogni luogo d’Italia per lamentarsi di un doppiaggio definito da molti “amatoriale”… per non dire di peggio. È ciò che è avvenuto il 10 febbraio 2020 durante la sua prima TV italiana.

    Il doppiaggio di Summer of ’84 – Che diavolo è successo?

    La recitazione da parte di molti membri del cast di doppiaggio di questo film, inutile negarlo, non è a un livello che dovrebbe essere consentito in televisione, ma neanche ricorda i doppiaggi rumeni che sono comparsi in passato su Netflix ad esempio, piuttosto siamo ai livelli di adolescenti che per passione si dilettano su YouTube a doppiare scene di film famosi: alcune battute sono passabili, altre sono terribilmente amatoriali. È brutto da dire di chi magari è agli inizi e si affaccia a questo mestiere ma da osservatore esterno del doppiaggio vedo un grosso problema all’orizzonte quando società di doppiaggio che sfornano prodotti da far storcere il naso anche allo spettatore qualunque ottengono lavori dalla Rai, e che questa poi ne consenta la messa in onda. Una situazione allarmante in un’Italia dove i doppiaggi vengono fatti all’insegna del risparmio sempre più estremo. Perché pagare 100 quando qualcuno dice di poterlo fare a 10? Forse una risposta a questa domanda potrebbe essere: magari per non avere spettatori che da casa pensano “lo facevo meglio io”.

    commenti sulla pagina Facebook di Rai 4 in risposta alla messa in onda di Summer of '84

    Un doppiaggio commissionato da Rai4

    In occasione del Lucca Comics & Games 2019, la Rai stessa annunciava un’anteprima nazionale del film Summer of ’84:

    Anche quest’anno, Rai4 è a Lucca Comics & Games […] L’Area Movie del popolarissimo festival ospiterà l’anteprima nazionale del film Summer of ’84, una novità esclusiva del palinsesto Rai4 2020. Appuntamento a ingresso libero, fino a esaurimento posti, venerdì 1° novembre alle 18.00, presso il cinema Centrale. Scritta da Matt Leslie e Stephen J. Smith, e diretta a tre mani da François Simard e dai fratelli Anouk e Yoann-Karl Whissell, Summer of ’84 è una scatenata black comedy, che traspone il soggetto del grande classico La finestra sul cortile su uno sfondo anni ’80, sicuramente caro al pubblico di Lucca: una spericolata sintesi tra Hitchcock e I Goonies, che attinge a piene mani dall’immaginario nostalgico di Steven Spielberg, come da quello a tinte forti di John Carpenter.

    Ufficio stampa Rai

    Sorvolando sulla definizione di black comedy usata completamente a caso, posso intuire che al cinema lo abbiano visto in pochi, vista la concorrenza che c’era al Lucca Comics in quella giornata e nello stesso orario.

    Anteprima nazionale di Summer of '84 al Lucca Comics and Games

    Da un lato Gualtiero Cannarsi che presenta qualcosa da lui adattato e la gente italica ormai va ad assistere a queste presentazioni anche solo per la curiosità di vedere con i propri occhi il personaggio, dall’altra il convegno “di menare” del blog i400calci. Insomma, di scuse per non andare a vedere Summer of ’84 ce n’erano tante quel fatidico venerdì 1° novembre. Il resto dei siti che riportano la notizia non hanno fatto che copiare-e-incollare il comunicato stampa Rai quindi non è stato facile trovare traccia di qualcuno che lo abbia visto per davvero, ma nei commenti a un articolo a tema pubblicato sul blog Moz o’clock, scopro che in occasione della proiezione lucchese il film è arrivato al cinema in lingua originale sottotitolato in italiano. Mi rincuora sapere che questo doppiaggio non abbia mai visto una sala cinematografica.

    In un altro comunicato del sito della Rai, datato 19 novembre e intitolato Wonderland racconta Lucca Comics & Games, pochissime parole sono spese sul film, si conferma semplicemente che “Rai4 ha portato a Lucca il film Summer of ’84, una novità esclusiva del palinsesto Rai4 2020”. Non è né un film di Netflix, né è arrivato precedentemente su altri canali italiani, quindi è più che lecito ritenere Rai4 pienamente responsabile della distribuzione e del doppiaggio di Summer of ’84, poco importa chi abbia effettivamente eseguito il doppiaggio.

    commenti sui social del canale Rai4 dopo la trasmissione di Summer of '84 doppiata in italiano

     

    Le scuse di Rai 4 e la promessa di un ridoppiaggio

    Certo, la rete Rai4 si è scusata e ha dichiarato che avrebbe considerato di farlo ridoppiare per le future messe in onda, ma il perché sia andato in onda un prodotto di simile qualità in primo luogo rimane comunque un mistero. Questo doppiaggio sub-professionale andava benissimo così a Rai4 solo finché non sono arrivate le prime lamentele? Eppure qualcuno deve averlo ascoltato prima di mandarlo in onda.
    Che un ridoppiaggio possa effettivamente arrivare in futuro è tutto da vedere e terremo le orecchie attente in occasione delle prossime messe in onda. Io intanto ho registrato il film come testimonianza di un doppiaggio che potrebbe scomparire per sempre.

    Non ci è dato sapere quale società di doppiaggio abbia lavorato al film perché, come sempre, Rai 4 taglia di brutto i titoli di coda, né hanno voluto rispondere a questa domanda tramite i canali social dove sono comunque attivi. Quindi ovviamente non si sa niente sui doppiatori e su chi abbia lavorato al film e forse è meglio così, non avere nomi rende il mio lavoro di analisi del suo adattamento molto più facile, e quante ce n’è da dire sull’adattamento italiano di questo film!

     

    Fischi per fiaschi: l’adattamento italiano di Summer of ’84

    Se il doppiaggio di Summer of ’84 non passa inosservato, potrebbero invece passare inosservate alcune dubbie scelte di traduzione e di adattamento che non sono sfuggite a me. Dico “alcune” ma in realtà è quasi l’intero copione (tra errori gravi e di poco conto) e qui lo analizzo in dettaglio, come d’abitudine su questo blog. Mettetevi comodi, ci vorrà un po’. Delle gustose clip dal film doppiato in italiano faranno da intermezzo tra un argomento e un altro.

    Primi minuti, primi errori

    Si parte subito dai primi minuti con una cosa abbastanza tipica, la frase I’m an amateur photographer, tradotta come sono un fotografo amatoriale, invece di “fotografo dilettante”. Mi direte: ma come, “fotografo amatoriale” si dice! È vero, oggi si dice anche “fotografo amatoriale”, è una di quelle espressioni che originano dall’inglese e che si sono diffuse nel nostro paese in virtù di una loro facile comprensione (un fotografo dilettante potrà certamente essere anche “amatore” di questo hobby), ma cose come fotografo amatoriale restano comunque calchi dall’inglese, che potrebbero passare nel caso di un film ambientato nel presente e doppiato oggi, ma non proprio le più adatte da ritrovare nel doppiaggio di un film ambientato nel 1984, come dimostrato da questo grafico sull’incidenza delle due definizioni. Questa mostra come “fotografo amatoriale” sia comparso in Italia essenzialmente solo dagli anni ’90 e 2000, e comunque la sua presenza è poco significativa rispetto al più usuale “fotografo dilettante”.

    google ngram viewer, grafico a confronto per le parole fotografo amatoriale e fotografo dilettante

    Chi ha lavorato ai testi di questo film dunque è un adattatore amatoriale o un adattatore dilettante? Oggi si possono certamente usare entrambi i termini, ai posteri l’ardua sentenza.

    La frase immediatamente successiva in realtà è la più interessante poiché cambia senza un vero motivo il contenuto del discorso tra il protagonista adolescente e il suo vicino di casa che si sospetterà essere un serial killer di bambini. Questa alterazione è cosa un po’ strana di questi tempi, quando la fedeltà assoluta al testo originale è considerata uno standard verso cui puntare (con i pregi e difetti che ne conseguono).

    dialoghi originali
    doppiaggio italiano
    Sig. Mackey: So I’m an amateur photographer. Sono un fotografo amatoriale.
    Davey: Yeah, it’s cool. I’m sort of an amateur videographer, so I get it. Oh, figo. Anche io sono un fotografo amatoriale.
    Sig. Mackey: Just like the old man. Abbiamo qualcosa in comune.

     

    Nei dialoghi originali, il ragazzo, Davey, invece di dilettarsi con le macchine fotografiche, si diletta con le videocamere, uno strumento che sul finale diventerà elemento chiave nella trama. Non è dunque egli stesso un fotografo “amatoriale” come dice il doppiaggio italiano, bensì ha la passione della videocamera, proprio come suo padre (“just like the old man”) che, scopriremo presto, lavora come cameraman. Non hanno qualcosa in comune come dice in italiano. E temo che a monte ci sia stata un’incomprensione su quel “old man”, forse chi ha tradotto pensava che il signor Mackey si stesse riferendo a se stesso, cioè come dire “proprio come me”. Partendo da questa incomprensione, non è difficile che una pareidolia (illusione uditiva) possa aver fatto credere al traduttore di aver sentito davvero la parola “photographer” al posto di “videographer”, così da dare un senso al resto della frase.

    Da quella che era una battuta che giustifica o anticipa cose che vedremo successivamente nel film (una videocamera professionale che comparirà più avanti in mano ai ragazzini, il padre con il furgone da giornalista etc…), è diventata invece la tipica versione italica all’insegna del ma sì, facciamogli dire qualcosa che poi non avrà alcuna conseguenza o riscontro futuro nella trama! I dialoghi di questo film non sono da Oscar ma neanche così inutili.

    I casi sono due: sturarsi le orecchie o familiarizzare meglio con la lingua inglese. Se fosse l’unico errore del genere non lo avrei neanche nominato, purtroppo non si tratta di un caso isolato. È la punta dell’iceberg.

     

    Fraintendimenti e limitata conoscenza dell’inglese

    In molti altri dialoghi del film vengono omesse informazioni in maniera apparentemente arbitraria. Come ad esempio la domanda “lanes tomorrow?” cioè “domani bowling?” che nel film doppiato diventa un più semplice “ci vediamo domani?” e i successivi riferimenti alla sala da bowling vengono rimossi di conseguenza. Ora, l’alterazione non è da punire automaticamente, ma deve avere il suo senso, una sua necessità. Di tutti gli esempi accennati in questo articolo, di esigenze non ne ho trovate. Difficile giustificarle con il labiale degli attori perché in questo film non c’è un’abbondanza di primi piani ed è girato prevalentemente in ambienti con scarsa illuminazione. Come è possibile saggiare dalle clip in questo articolo del resto, è evidente che le voci risultano completamente scollate dai personaggi in ogni caso, quindi anche eventuali scuse di labiale e tempi della battuta lasciano proprio il tempo che trovano. Viene da pensare che alcuni dialoghi non siano stati proprio capiti.

    Il doppiaggio di una qualità discutibile sta diventando il secondo dei nostri problemi, la traduzione e l’adattamento mostrano lacune ancor più gravi. Per esempio, prendiamo in analisi i dialoghi di questo (apparentemente semplice) scambio di battute dove il figlio deve ripulire i bidoni della spazzatura:

    [NdA: La mia traduzione diretta potrebbe essere più lunga del necessario ma è per far capire il senso della battuta originale anche a chi non conosce l’inglese, così da poter confrontare quanto sia cambiata nella versione doppiata.]

    dialoghi in inglese
    traduzione diretta
    doppiaggio italiano
    Can you at least make mom double- bag her meatloaf next time? It smells like werewolf crap. Almeno potresti dire alla mamma di usare un doppio sacchetto con il polpettone? Puzza di escremento di licantropo Potreste chiudere bene la spazzatura la prossima volta? C’è una puzza tremenda.
    Well, if you would have remembered to put the cinder blocks back on the garbage cans like I told you, we wouldn’t have this mess. Be’, se ti fossi ricordato di mettere i blocchetti di cemento sopra i secchi dell’immondizia come ti avevo detto, non avremmo questo casino. Be’, se la mamma l’avesse coperta bene, questo casino non sarebbe successo.
    I hate raccoons. You should do an exclusive, get pest control in here. I could film it Detesto i procioni. Dovresti farci un servizio, chiamare il controllo animali. Potrei filmarlo io. Odio i procioni. Dovresti fare un servizio per sterminarli. Posso filmarti io.

     

    Vada l’abbandono di cose puerili come la cacca di lupo mannaro, che sono ridicole pure in inglese, ma qui il padre dà la colpa alla mamma perché non aveva coperto bene la spazzatura invece di dare, come fa in inglese, la colpa al figlio per essersi dimenticato di mettere dei mattoni di cemento sui bidoni della spazzatura così da evitare che i procioni li rovesciassero. Lo so che in Italia non abbiamo esperienza diretta con i procioni che rovesciano i bidoni dell’immondizia ma la situazione ci è già familiare da almeno 50 anni di film americani.

    Cast del film Summer of 84

    Sento odore di Topexan in questa stanza

    A volte è la stranezza di una frase che ci può far sospettare una traduzione fuori luogo. Quando i ragazzi giocano a nascondino (in inglese giocano a “manhunt”, cioè caccia all’uomo, ma pur sempre nascondino è) ritroviamo questa battuta.

    He’s close. I can practically smell the Noxell on him.

    Sento che è vicino, sento il suo profumo schifoso.

    Noxell non è un profumo ma un prodotto antibrufoli, crema o sapone che vogliate chiamarlo. Qualcosa come “È vicino. Sento l’odore del suo sapone antibrufoli” avrebbe avuto più senso, senza ovviamente dover nominare un prodotto a noi ignoto come il Noxell e senza usarne uno chiaramente troppo italiano come il Topexan. Del resto quale adolescente si profuma? Al massimo poteva parlare di deodorante, ma non sarebbe stato comunque la giusta traduzione. Siamo solo al minuto 5.

    Scena dal film Summer of '84

    L’estate Super8 dei ragazzi di Stranger Things alla finestra sul cortile del ’84

    Ci sono poi ragazzini che scompaiono in Hazelton e in Freeport, ma queste sono città, non aree geografiche, quindi dovrebbero essere scomparsi a Hazelton o a Freeport, non in Hazelton o in Freeport. Direste mai che sono scomparsi dei ragazzi in Roma, o in Torino? Queste sono carenze in italiano, non in inglese.

    Scambiare “sculacciate” per “seghe”

    Devo tornare a casa altrimenti scoppia la terza guerra mondiale.
    Buona idea, altrimenti mi prendo due scappellotti in testa.
    Siete degli animali.

    Perché vengono accusati di essere animali per volersene andare a casa? Perché ovviamente la frase degli scappellotti in testa è completamente inventata, probabilmente per un’incomprensione della frase in inglese in cui l’adolescente dichiarava la sua intenzione di tornare a casa per masturbarsi. Il modo in cui viene detto in inglese è con una battuta a doppio senso come solo gli adolescenti dei film possono inventarsi:

    I’m gonna go make a withdrawal from the spank bank.

    Cioè, vado a fare un prelievo dalla “spank bank”. Spanking è sinonimo di masturbarsi, e “spank bank” è un repertorio mentale di immagini pornografiche (i ragazzi fino a quel momento stavano proprio guardando delle riviste pornografiche), ma se andate sul dizionario troverete la definizione “sculacciare”. Quindi invece di capirne il modo di dire, è stato interpretato come un “prelievo dalla banca degli scapaccioni”, cioè che il ragazzo sapeva che avrebbe preso le botte una volta tornato a casa.

    Potevano esserci molti modi di rendere questa frase, a patto di capire che cosa volesse dire in origine. Queste sono carenze proprio nella conoscenza dell’inglese, e non parlo della conoscenza grammaticale della lingua, parlo del suo vero uso nella cultura americana (già diversa ad esempio da quella britannica). Il lavoro del traduttore e adattatore non si improvvisa solo perché si pensa di “sapere l’inglese”.

    Anche quando osservano la vicina di casa che si denuda alla finestra, uno dei ragazzi dice “bank it and spank it, boys”. Cioè invita gli amici a memorizzare per… uso futuro. ‘Sti ragazzi non è che siano proprio delle promesse della società civile, eh.

    cast di Summer of '84

    Nel 1984 “w la figa”, nel 2020 chiederanno “foto piedini” alle ragazzine su FB

     

    Ho accennato prima a tante ingiustificate omissioni e al gioco “manhunt” a cui i ragazzi giocano di notte, nascondendosi tra i cespugli delle case del quartiere. Questa è una cosa che capireste guardandolo però in inglese, perché in italiano quasi tutti i riferimenti a questo gioco notturno sono omessi dal doppiaggio, che non li nomina proprio. Infatti non si capisce che ci facciano sempre in giro di notte con le torce in mano. Al punto che, quando il protagonista usa quella del gioco a nascondino come scusa dopo essere stato pizzicato fuori la finestra del vicino, in italiano sembra una scusa un po’ strana e improbabile. Nel film in inglese è chiaro che tutti i ragazzi del quartiere ci giocassero costantemente. Il piano per incastrare il vicino poi, “Operation Manhunt”, diventerà in italiano “Operazione incastra Mackey” (dal cognome del vicino). Quel “manhunt” proprio non piaceva.

     

    Quando Google Translate è l’opzione migliore…

    Quando il serial killer invia la prima lettera alla stampa firmandosi come l’assassino di Cape May (the Cape May Slayer), in TV annunciano che

    Questo squilibrato si è assunto la responsabilità per la morte di 13 ragazzi e due adulti

    (in originale: claiming responsibility for the deaths of at least 13 teenaged boys along with two adults)

    il termine usato (“si è assunto la responsabilità”) sembra un po’ inconsueto. Quanto sarebbe stato più naturale usare “sostiene di essere il responsabile della morte di…” o quello ancora più comune nel giornalismo: “ha rivendicato…”. A volte basta così poco per passare da dialoghi invisibili a dialoghi che invece si fanno notare per i motivi più sbagliati o che lasciano una sensazione strana, come di non aver capito.

    Anche Google Translate concorda e traduce claiming come rivendicando.

    testo tradotto con google translate

    Google Translate non è più la barzelletta dei primi tempi, valuta anche il contesto. Che è più di quanto hanno fatto le persone che hanno tradotto questo film. Quando Google Translate fa meglio di te, una domandina me la farei.

     

    Rosso, rossiccio, o roscio?

    Nel film troviamo che la parola “ginger” (dispregiativo usato per definire persone dai capelli rossi) è stato tradotto come “rossiccio” per differenziarlo da “redheads” che invece è stato tradotto (correttamente) come “i rossi”. Sebbene ogni regione avrà sicuramente il suo modo di parlar male di persone dai capelli rossi, c’è un modo offensivo di farlo che accomuna tutta l’Italia: pel di carota, dal romanzo breve di Jules Renard (prima edizione italiana 1915) che ha lasciato il solco nella cultura popolare ed ha avuto trasposizioni cinematografiche, tra cinema, televisione e teatro, praticamente in ogni decennio dalla sua pubblicazione fino agli anni 2000. Negli anni ’80 ancora se ne parlava e ricordo anche io che negli anni ’80 ci veniva fatto leggere a scuola. Pel di carota è esattamente come avremmo tradotto ginger all’epoca.

    Invece il doppiaggio di Summer of ’84 ci propone questo “rossiccio“, che vuol dire “tendente al rosso” quindi lo si può dire della barba al massimo, o di un oggetto di una tonalità di rosso non ben definita (un libro con una copertina rossiccia, cit. Treccani), non di una persona che ha effettivamente i capelli rossi. Certo potremmo nasconderci dietro un inventato linguaggio giovanile… magari quei ragazzi di quel posto dicevano così anche se non completamente corretto o sensato (lo sono mai i nomignoli dispregiativi?) e magari qualcuno ci dirà “dalle mie parti si dice”, ma il “ginger” usato nei diaoghi originali non è una parola inventata, reinterpretata, o ricercata, è un termine (purtroppo per i rossi) molto comune, riconoscibile in tutti i paesi di lingua inglese, banale quasi nella sua cattiveria. Quindi nel tradurlo o si opta per un semplice “rosso” o “pel di carota”. Invece ci becchiamo “il rossiccio scomparso”.

    foto del bambino scomparso sul cartone del latte, scena dal film doppiato in italiano Summer of ''84

    er roscio

     

    Perdersi TUTTI i riferimenti di cultura pop anni ’80, ma proprio tutti eh!

    La prossima piacerà molto ai fanatici di Star Wars! In una scena del film, i ragazzi stanno parlando del film Il ritorno dello Jedi e hanno opinioni avverse sull’intelligenza degli ewoks (fino al 1999 sono stati la lamentela più grande tra i fan, prima che arrivasse Episodio I):

    originale: You think a bunch of glorified Care Bears in hoods could take down the Empire?
    doppiaggio: Pensi davvero che gli orsetti del cuore possono combattere l’Impero?

    originale: They are aliens and they’re highly intelligent! I mean, did you see how fast that one learned to drive a speeder bike, and then ditch it without even being spotted? – Whatever, dude.
    doppiagio: Sono degli alieni e sono super intelligenti, ma non hai visto come hanno imparato velocemente ad andare in bicicletta per poi scomparire, eh? – Chi se ne frega!

    I ragazzi fanno riferimento alla scena in cui gli ewoks rubano ai soldati imperiali uno dei loro “motosprinter” (questa la traduzione di “speederbike” nel doppiaggio de’ Il ritorno dello Jedi).

    Speederbike pilotato da un Ewoks, scena dal film Il ritorno dello Jedi

    Chiaramente non una bicicletta. Chi ha lavorato al copione è arrivato facilmente a tradurre Care Bears come Orsetti del cuore ma non ha catturato il senso del discorso. Era un riferimento di cultura popolare che andava oltre le competenze del traduttore evidentemente. Peccato. Altri riferimenti di cultura pop (essenziali in questi film che rivangano gli anni ’80) che vengono abbandonati, a questo punto, penso, perché non compresi. Forse pensavano davvero che i ragazzi stessero parlando degli Orsetti del cuore.

    Una traduzione corretta poteva essere questa:

    Pensi davvero che quella specie di Orsetti del cuore possano sconfiggere l’Impero?
    Sono alieni, e super intelligenti! Ricordi quello che ha imparato subito a pilotare un motosprinter e poi se n’è sbarazzato senza farsi vedere? – Sì, vabbè.

    Chi ha visto il Ritorno dello Jedi sa di cosa parlano, la frase adesso ha senso, sembra scritta in italiano, ed è della stessa lunghezza di quella originale, ma soprattutto non include orsetti del cuore che “imparano ad andare in bicicletta”. Sento il suono del palmo delle vostre mani mentre vi colpite la fronte.

    Summer of '84 una scena del film

    ZITTO che fai più bella figura!

    Continuiamo con i riferimenti perduti? Quando uno dei ragazzi sospetta che l’assassino abbia un “lair”, una parola usata per indicare un nascondiglio segreto da cattivo di James Bond, l’amico scettico lo prende in giro per la scelta di quella parola:

    Forse ha, che ne so, un nascondiglio segreto da qualche parte?
    Un nascondiglio? Cos’è, un militare d’assalto?

    Nascondiglio segreto… militare d’assalto. Mmh… Non ha alcun senso logico! Infatti in inglese non era un militare d’assalto bensì Cobra Commander, cioè il cattivo della serie G.I. Joe e da noi tradotto come “Comandante Cobra”.

    He could have, uh, like a lair or something. Somewhere.
    A lair? He’s Cobra Commander now?

    Cobra Commander o comandante cobra, dal cartone di G.I. Joe

    Zittite subito quei ragazzi!

    È vero, è vero, G.I. Joe in Italia è arrivato solo nell’ottobre 1987, anni dopo rispetto al 1984 in cui è ambientato il film, quindi scartarla o meno come citazione perché anacronistica rispetto al pubblico italiano è opinabile. Ma che c’entra “un militare d’assalto”? Questa scelta mi fa pensare all’ennesimo fraintendimento, ci hanno letto un qualche tipo di “commando” ed ecco che viene tradotto i militari d’assalto. Se non si voleva puntare per Cobra Commander, la scelta sarebbe dovuta ricadere certamente su qualche personaggio popolare all’epoca noto per possedere un nascondiglio segreto… questo si poteva esprimere ad esempio con la frase “Nascondiglio? Chi è, un cattivo di James Bond?”, vi piace? I dialoghi di solito dovrebbero avere anche un senso, no? Boh.

    Dopo che Stranger Things e prodotti simili ci hanno fatto un quadro falsato degli anni ’80, con fintissime ricostruzioni nostalgiche che ripescano solo quello che vogliono loro, potrebbe non sembrare, ma James Bond in quegli anni era una presenza importante nella cultura popolare (5 film solo in quel decennio), di grande attrattiva soprattutto per i ragazzi, ed era l’unico personaggio veramente noto a tutti per avere cattivi in basi segrete (lair, in inglese). Quindi se non era il caso di usare un anacronistico Comandante Cobra, Bond rimaneva l’unica alternativa. Che cazzo c’entra un militare d’assalto?

    Vi piacciono i riferimenti culturali? Che dire di quanto propongono di farsi i pop corn e guardare, e vi giuro che lo dicono per davvero, Racconti ravvicinati al posto di Incontri ravvicinati? Si parla ovviamente del film Incontri ravvicinati del terzo tipo, cioè uno dei film di Spielberg più famosi all’epoca (Close Encounters of the Third Kind, 1977). Poteva essere anche stato un lapsus del doppiatore ma il bello è che in sala di registrazione nessun altro se n’è reso conto. Buona la prima.

    Vicino poliziotto nel film Summer of '84

    Tranquilli, la polizia del doppiaggio è qui

    La rimozione dei riferimenti anni ’80 da questo film sembra essere quasi sistematica. Quando il protagonista dice agli amici che la sera precedente, Nikki, la vicina per la quale prova attrazione, è venuta a bussare alla sua porta, uno di loro risponde incredulo:

    There is a parallel universe with butt-fucking Wookies where Nikki showed up at your house last night.

    Letteralmente: “esiste un universo parallelo popolato da wookie inchiappettatori, dove Nikki si è presentata a casa tua ieri notte“. E cosa ci arriva invece dal doppiaggio del film?

    C’è un universo parallelo dove magicamente Nikki ti viene a bussare alla porta?

    Ancora una volta si abbandonano i riferimenti di cultura pop, i wookie sono una razza aliena ben nota a chiunque abbia visto anche una mezza volta un film di Star Wars. L’uso della parola “magicamente” al posto di “wookie che inchiappettano” fa intuire che il senso generale della battuta sia stato compreso, cioè quello di incredulità espressa con l’idea di un universo parallelo impossibile, e potremmo anche supporre che in questo caso ci fosse un limite imposto dai tempi della battuta, ma non solo viene meno un certo linguaggio scurrile dei ragazzi (che comunque rimane nei limiti dell’adolescenziale), continuano a non comparire i riferimenti “anni ’80” che tanto piacciono agli autori di questo genere di film. Fosse solo questo il caso di omissione, poco male, non sarebbe neanche da sottolineare, ma qui manca tutto!

    E Guerre stellari niente, e G.I. Joe niente, e i film di Spielberg niente… qui le cose sono due, o chi ha tradotto/adattato non ha mai visto un film in vita sua, oppure era parecchio sordo. In ogni caso non si doveva trovare lì a fare questo lavoro, di sicuro non per questo film intriso di nostalgia anni ’80 e riferimenti pop.

    vecchio usciere sordo dal film Le dodici fatiche di Asterix

    Il dialoghista del film

    Non mi sorprendo per niente quando poi un “però non voglio guardare L’isola di Gilligan” (“but I’m not watching Gilligan’s Island”) diventa “ma scelgo io cosa guardare”.

     

    Censura preventiva?

    Ho anche il lieve sospetto che l’adattamento di questo film possa aver subito una sorta di censura preventiva. Essendo un prodotto destinato a Mamma Rai, forse i dialoghi sono stati pensati per un pubblico di prima serata? Non solo per l’omissione del riferimento ai wookie sodomiti, ma anche per tante altre piccole battute “alleggerite” come ad esempio:

    in originale: We catch this fucker and become heroes.
    (traduzione: “becchiamo il bastardo e diventiamo degli eroi.”)

    doppiaggio: Lo becchiamo sul fatto e diventiamo degli eroi.

    E non mi parlate di tentativi aderenza al labiale che mi metto a ridere.

    Altro esempio:

    in originale: He has dinner alone every night at 8:30- ish, then probably wanks it, and cries himself to sleep. Loser.
    (traduzione: Ogni sera cena da solo intorno alle 8:30, poi probabilmente si fa una sega e si addormenta piangendo. Sfigato.)

    doppiaggio: Cena sempre intorno alle 8:30, per poi andare a dormire da solo. Che sfigato.

    E scomparso il riferimento alla masturbazione. Tempi ristretti della battuta? Forse, chissà.
    Oppure quando protagonista sul walkie-talkie esclama: “Guys, shit! He switched cars.” e questo diventa “Ragazzi, ci siete? Ha cambiato macchina”.
    Il mio è solo un sospetto personale rinforzato soltanto da tanti micro-esempi, ma comunque personale, prendetelo con le pinze. Era anche una scusa per inserire altre differenze tra versione originale e versione doppiata.

     

    Non sapere né l’inglese, né l’italiano

    In italiano la frase “avevamo finito la merenda” vuol dire inequivocabilmente: avevamo finito di fare merenda. Nel film viene usata come traduzione di “we ran out of snacks”, che invece vuol dire che erano finiti gli spuntini o le merendine, era finito ciò con cui fare merenda. È la scusa che i ragazzi usano con un poliziotto loro conoscente quando questo li ferma alla guida di un’auto (senza patente).

    in originale:
    Does your mother know you stole her car?
    No. We, uh, we were just borrowing it. We ran out of snacks and she was asleep so I just-

    doppiaggio:
    Hai rubato la macchina a tua madre?
    No, avevamo finito la merenda e mamma sta dormendo, e per non svegliarla abbiamo-

    In italiano sta letteralmente dicendo un’altra cosa, anche se immagino che cercava di essere una traduzione fedele. Ma chi è che dice “ho finito la merenda” per intendere dire che ha finito “cose” con cui fare uno spuntino/una merenda? Questo film doppiato in italiano è costantemente assurdo. Vi propongo una mia traduzione che mi auspico vi suoni un po’ più naturale:

    Tua madre sa che le hai rubato l’auto?
    No. L’abbiamo presa solo in prestito. Avevamo finito le merendine e lei dormiva, così ab-

    Non contenti, il poliziotto gli dice di avere le mani legate. Davanti a un’affermazione simile si presume che lo avrebbe punito in qualche modo, seppur controvoglia perché le loro famiglie si conoscono. Invece il poliziotto li lascia andare, questo perché la sua frase “ho le mani legate, sai?” non è la giusta traduzione di “You got me in quite a bind” che invece è traducibile come “mi metti in seria difficoltà”.

    La frase che segue in italiano rinforza l’idea che il poliziotto non avrebbe chiuso un occhio:

    Come faccio a chiudere un occhio, per poi incontrare tua madre in chiesa la domenica?

    mentre in inglese è tutto l’opposto

    I just can’t bust you because ’cause then how am I gonna look your mother in the eye at church?

    (traduzione: non posso arrestarti perché poi in chiesa con che coraggio potrei guardare tua madre negli occhi?)

    Quel “mani legate” dell’inizio deve aver sviato la comprensione dell’intera conversazione (bind vuol dire legare ma in a bind è un modo di dire). Non un grave delitto al film ma comunque è rappresentativo della qualità del lavoro di traduzione. Gran parte di questo dialogo avviene poi senza vedere la bocca di chi lo pronuncia, quindi le scuse stanno a zero. Qui o non si conoscono i modi di dire della lingua inglese, o non si conosce il significato di quelli italiani. Non so cosa sia peggio. Manco avessimo a portata di click un patrimonio di dizionari facilmente accessibili e gratuiti per verificare qualsiasi informazione in 0,38 secondi…

    Ah, vi piacciono le traduzioni a caso? Che ne dite di “Alla centrale sono tutti nel panico“. Non proprio qualcosa che vorreste sentir dire a un poliziotto. Infatti non lo diceva. In inglese dice che al municipio (town hall) sono tutti nel panico, non alla centrale di polizia.

    vecchio usciere sordo dal film Le dodici fatiche di Asterix

    Incominciate a seccarmi col vostro porto

    Situazione simile (dire l’opposto nel doppiaggio italiano) quando il presunto serial killer dice al protagonista:

    Capisco. È lo stesso motivo per il quale sono entrato in polizia. […] Vuoi aiutare gli altri, è fantastico. Ma devo dirti che le tue prove verso di me non avevano senso. Sei bravo però con queste cose.

    In originale non gli diceva che le sue prove non avevano senso, non esattamente almeno. Diceva che avevano senso, se prese fuori contesto:

    I get it. That’s the whole reason I became a cop […] you wanna help, and that’s great. And I’ll admit that the stuff that you thought was proof looks pretty bad out of context. You got a pretty good brain for this kind of work.

    Una frase che io avrei tradotto così:

    Capisco. È lo stesso motivo per il quale sono entrato in polizia. […] Vuoi aiutare gli altri, è fantastico. E ammetto che le tue prove sembravano schiaccianti, se prese fuori contesto. Hai la stoffa per questo genere di lavoro.

     

    Dialoghi al limite del comprensibile

    Il film ne è costellato, e molti non sono neanche abbastanza significativi da riportarli qui altrimenti questo articolo da pamphlet fa il salto a tesi di laurea. Ne riporto soltanto alcuni dunque, uno di questi è della serie “motivare gli amici con minacce incomprensibili”:

    e allora… se dicessi a Eats che gli hai rubato il giornalino?

    Ma che giornalino? Dialoghi per niente chiari. In originale era:

    What if I told Eats about that Hustler magazine we have, that you stole?

    (traduzione: e se dicessi a Eats di quel Hustler che abbiamo e che tu gli hai rubato?)

    Ahhh, una rivista pornografica! Ora è chiaro. Poteva essere facilmente trasformato in “quel Playboy” o una più generica “rivista porno”. Ma lo sanno cos’è un “giornalino”? Facciamo una verifica su internet, ci vogliono 0,38 secondi…

    definizione di giornalino dal sito della treccani

    Forse volevano dire “giornaletto”?

    Altri momenti “cringe”, come dicono i giovani (cioè momenti imbarazzanti), non mancano ma direi che l’umiliazione possa fermarsi qui. Concludiamo.

    Ve lo buco ‘sto doppiaggio

    La sensazione che si ha, sia sentendo il doppiaggio sia analizzando l’adattamento dei dialoghi di questo Summer of ’84, è quella di un lavoro approssimativo, amatoriale, anzi, dilettantesco, ma solo perché, essendo un prodotto audiovisivo, viene automatico confrontarlo mentalmente con migliaia di altri prodotti dello stesso tipo. In realtà è della stessa identica qualità che potevamo ritrovare nei videogiochi doppiati in italiano negli anni ’90, quelli dove traduttori e doppiatori, po’racci, dovevano lavorare senza un prodotto finito davanti, spesso traducendo e doppiando senza conoscere bene il contesto. Erano tutti doppiaggi bolognesi e milanesi e, suppongo che lo sia anche questo. Torinese al massimo, ma non dei migliori.

    Il film è uscito in America nel 2018, non mi possono certo dire che siano stati costretti a doppiarlo come si doppiano i film della Marvel, con soltanto la bocca dell’attore visibile e tutto il resto oscurato. Né ci potranno mai pienamente convincere che con tempi anche strettissimi non si possa capire che Close Encounters sia Incontri ravvicinati di Spielberg, non è un riferimento così ricercato da dover necessitare tempo extra per fare ricerca.

    L’adattamento dei dialoghi di Summer of ’84 è tanto problematico quanto la recitazione di molti dei suoi doppiatori.

    Pochi dialoghi hanno traduzioni veramente azzeccate e poche sono le interpretazioni che si salvano per intero (il presunto assassino per esempio non sbaglia una frase e tiro a indovinare che sia anche il direttore di doppiaggio, l’unico che sembra avere della vera esperienza dietro al microfono). È insomma un disastro su tutti i fronti questa versione italiana di Summer of ’84.

    Tutto male-male male, dunque? No ovviamente, ma è la prima volta che, invece di pescare singoli errori da un copione altrimenti ottimo, mi tocca fare il contrario. In questo caso sorprendono le frasi non sbagliate. Per esempio mi è piaciuto che alcune espressioni americane fossero per una volta contestualizzate. Un “Oh, fuck!” che ad esempio mi diventa “che figura di merda” in un momento contestualmente adatto è il genere di alterazione benvenuta, che raramente oggi troviamo nei doppiaggi di alto livello, dove si preferisce invece un diretto “oh, cazzo!”, e così tutte le imprecazioni si riducono a “cazzo” e “merda”, dimenticandoci che, in quanto a parolacce e offendere il prossimo, in Italia non siamo secondi a nessuno. Nel doppiaggio italiano si sta perdendo ad esempio “coglione”, perché gli americani non hanno un diretto corrispondente, visto che “asshole” diventa sempre e inderogabilmente “stronzo”. Ma questa è un’altra storia.

    il serial killer in Summer of '84

    Se la ride perché è l’unico doppiato decentemente, noi invece “piagnamo”

    Visto il numero esiguo di “cose fatte bene” potremmo anche sospettare che siano venute bene per puro caso. Statisticamente non puoi topparle proprio tutte, anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno. Malissimo per Rai4 però, la pessima figura e la vergogna non devono ricadere su chi, in maniera molto coraggiosa, spavalda direi quasi, si propone come società di doppiaggio pur non potendone dimostrare competenze e professionalità dei propri collaboratori, ma alla Rai che commissiona a un’azienda simile un doppiaggio che si rivela poi essere ciò che è stato descritto in questo articolo… e nonostante tutto decide che tutto sommato è di qualità accettabile per una messa in onda!?

    Per aver voluto risparmiare dal principio, adesso finiranno per doverlo far doppiare una seconda volta, doppia spesa per lo stesso film, quindi dove sta veramente il vantaggio risparmiare sempre al massimo? Se a Napoli si dice che il risparmio non è mai un guadagno, qui a Firenze, vista questa loro furbata di dubbio vantaggio economico,  si potrebbe quasi dire che Rai4 con questo film l’ha fatto i’guadagno d’i’ Licache lo pigliava in culo per pagarsi la fica.

    Scena dal film Summer of '84 dove si invita a seppellire il doppiaggio

     


    Aggiornamento 3/9/20: il nuovo doppiaggio Rai ruba il mio adattamento

    In data 3 settembre 2020 il canale Rai4 ha trasmesso nuovamente il film Summer of ’84 con il promesso nuovo doppiaggio professionale. A mio modesto parere il nuovo cast di doppiatori assegnati ai personaggi adulti non è proprio ideale, dalle voci sembrano coetanei dei loro stessi figli… ma almeno sanno recitare. E che sorpresa! Non si tratta solo di un nuovo doppiaggio ma anche di un nuovo adattamento riparatore che palesemente fa tesoro delle osservazioni riportate in questo articolo e include anche alcune delle mie correzioni, PAROLA-PER-PAROLA.

    Ne cito alcune: Ginger tradotto come Pel di carota, dire di aver “finito le merendine“, l’intera frase “non posso arrestarti perché poi in chiesa con che coraggio potrei guardare tua madre negli occhi?” (che omette solo “in chiesa” per stare nei tempi della battuta), ma anche l’esatta frase “Pensi davvero che quella specie di Orsetti del cuore possano sconfiggere l’Impero?” (seguìto però da un “motospider” detto al posto della corretta parola “motosprinter”, errore di trascrizione?) sono tutte traduzioni già proposte da me lo scorso febbraio. Anche altre frasi risultano identiche a quelle suggerite nel mio articolo ma sono così generiche che chiunque con una conoscenza dell’inglese le avrebbe tradotte allo stesso modo.

    old man yells at cloud meme da i simpsonLe soluzioni linguistiche e le frasi identiche (o quasi) adottate dal nuovo doppiaggio di Summer of ’84 sono dunque tutte coincidenze dovute semplicemente a una corretta e indipendente traduzione del testo originale? Come no, infatti chi non tradurrebbe “Cobra Commander” come “James Bond“? “Chi è, un cattivo di James Bond?” era l’adattamento che avevo immaginato io e che ritroviamo identico nel nuovo doppiaggio. La mia era una proposta alternativa a quel “Cobra Commander” dei dialoghi in inglese, un mio omaggio a un tipo di adattamento che oggi certamente non si fa più.

    Sono contento che alcune delle mie proposte siano piaciute, tanto da finire in un doppiaggio Rai, e per quanto questo sia un buon servizio al film, lasciatemi dire che è una mossa un po’ bassa da parte di un collega dialoghista che non ha avuto il tatto di contattarmi. Sì, anche io sono dialoghista da un po’ di tempo a questa parte, e forse per aziende molto più rinomate di quelle che usa Rai4, ecco, l’ho detto. Bastava anche un informale: “oh, ci piace la tua soluzione, abbiamo deciso di usarla”, ma ben volentieri! Temevano che gli avrei chiesto un compenso? Tanto lo so che in Rai4 l’hanno letto tutti questo mio articolo.

    Cast del ridoppiaggio di Summer of ’84

    L’identità della nuova squadra di doppiaggio è stata nascosta ancora una volta tagliando immediatamente i titoli di coda per mandare la pubblicità, ma a Doppiaggi italioti abbiamo le nostre fonti (vogliono rimanere anonime) che ci comunicano il seguente cast di doppiaggio per la seconda versione italiana di Summer of ’84 andata su Rai4 per la prima volta il 3 settembre 2020:

    Doppiatori:
    Mosè Singh – Davey (Graham Verchere)
    Ezio Vivolo – Tommy “Eats” (Judah Lewis)
    Simone Lupinacci – Curtis (Cory Gruter-Andrew)
    Simone Marzola – Woody (Caleb Emery)

    Direzione doppiaggio: Simone Marzola
    Studio: Arkadia di Firenze

    Insomma me l’hanno fatto sotto casa. Ora vediamo come anche questa informazione verrà “rubata” dal mio blog senza ringraziamenti. Continuano a rimanere ignote le voci del primo doppiaggio di cui non sappiamo assolutamente niente. Io intanto metto in curriculum: “consulenza adattamento dialoghi per film Summer of ’84“, mica no. Dimostratemi che non è vero!

     

    Rai4 ridoppiaggio di Summer of 84 adattamento rubato a doppiaggi italioti

  • Lei ha mai visto un vampiro? L’adattamento italiano di Vampires (1998) di John Carpenter

    Vignetta di apertura sulla recensione del doppiaggio di Vampires di John Carpenter: regola numero uno, non lasciate i film in mano alla Cecchi Gori

    Non ricordo come e quando sentii parlare per la prima volta di Vampires di John Carpenter, ma la sua versione DVD della Cecchi Gori rimarrà in eterno nella mia memoria per una caratteristica detestabile: quella della traccia audio inglese selezionabile solo insieme ai sottotitoli in italiano, e niente sottotitoli in inglese. Per coloro che, come me nei primi anni del 2000, arricchivano lo studio dell’inglese con la visione di film in lingua originale, questo genere di DVD erano ad un livello di inutilità secondo solo ai DVD senza la traccia audio inglese.

    Nel 2018, dopo 20 anni e a grande richiesta di pubblico (me incluso), la Cecchi Gori è ritornata a pubblicare questo film, stavolta in formato Blu-Ray che (e a questo punto non so se ridere o piangere) presenta lo stesso identico problema, ovvero non ha i sottotitoli in inglese (quanto costerà aggiungerli? Ve li faccio io gratis, cazzo!), né si può scegliere la traccia audio a piacimento semplicemente premendo un tasto del telecomando, no! Nel 2019??? Che sono questi lussi sfrenati da consumatori viziati! La scelta (da effettuare esclusivamente dal menu principale interrompendo così la visione del film) è solo tra “italiano con o senza sottotitoli in italiano” e “inglese con o senza sottotitoli in italiano”.

    Per fortuna nei 20 anni trascorsi da quel primo DVD il mio inglese è migliorato, un pelo eh, quanto basta da potersene fregare dell’assenza di sottotitoli in inglese, ascoltarlo con orecchie da bilingue e mettere finalmente a confronto la versione italiana con quella originale. I sottotitoli in inglese sarebbero stati comunque comodi per alcuni “screengrab” da includere in questo articolo ma grazie di niente, Cecchi Gori!

    Come ne è uscito Vampires da questo confronto? Bene, ma non benissimo. In pochi (pochissimi) momenti inaspettati infatti il film doppiato prende strade tutte sue, in compenso le interpretazioni rimangono da primo premio e in generale rimane forse un po’ più godibile dell’originale.

    John Carpenter's Vampires. Fotogramma del titolo del film Vampires di John Carpenter

    Un cognome, una garanzia.

    Il peso dei dialoghi nei film di Carpenter

    Come scrissi nell’articolo sull’adattamento italiano di 1997: Fuga da New York, nei film di John Carpenter il budget è spesso limitato ma l’immaginazione rimane sconfinata grazie alla cosa più economica dell’intero processo di produzione cinematografica, una cosa che invece viene spesso spesso considerata di secondaria importanza: la sceneggiatura.
    Frasi buttate lì, come l’accenno ad una “brigata europea” di altri cacciatori di vampiri, ci fanno pensare a chissà quali altre possibili avventure che, di sicuro, in mano a gentaccia come i markettari della Disney sarebbero sufficienti per pianificare un vastissimo “cinematic Universe” di 40 film privi di trama, come dimostrato da Star Wars e altri. Con Carpenter invece siamo piuttosto ai livelli degli esordi di George Lucas, quando i soldi erano scarsi e venivano nominate en passant cose tipo le “guerre dei Quoti“, che non avevano certo bisogno di essere mostrate né esplorate, perché era chiaro che servivano solo per condire la storia di sfondo, così da portare la mente dello spettatore ben oltre quei 10 m² di un tugurio tunisino.

    Stessa cosa con Vampires, in mano a persone meno capaci sarebbe stato fin troppo chiaro che la scelta di girarlo nel deserto e in villaggi desolati serviva a nascondere il fatto che non ci fossero i soldi per fare molto altro. Quelli bravi invece, in mancanza di soldi, investono in qualche battuta in più che possa espandere il mondo che vediamo e che magari dia piccoli indizi sulla trama che deve ancora svolgersi.

    Tutta questa magia deriva spesso da poche battute e semplici frasi, quasi invisibili ad una prima visione, e appena cambi qualcosa di queste piccole frasi magiche hai già smontato interi pezzi di film senza rendertene conto. Un esempio (per fortuna ce ne sono pochissimi) ci viene dai primi minuti del film, quando il protagonista Jack Crowe (James Woods) ci spiega le regole della sua squadra di ammazzavampiri.

    Foto sul set del film Vampires di John Carpenter. James Woods nei panni di Jack Crowe con la sua squadra di cacciatori di vampiri

    Le regole di casa Crowe

    Le regole pleonastiche di Jack Crowe

     

    Regola numero 5: Se trovate il covo e trovate il maestro, state attenti perché è pericoloso.

    Se la regola numero cinque è essenzialmente uno stai attento perché il maestro dei vampiri è pericoloso, non vedo l’ora di sentire le altre! È chiaro che c’è qualcosa che non va in questa frase. Per quanto bene la interpreti Francesco Pannofino, niente può nascondere che si tratta di una frase scema e non sorprende scoprire che in inglese sia tutt’altro:

    Rule number 5: If you find the nest, you find the master. Usually he won’t leave it on its own.

    La regola numero cinque originale dice quindi: “se trovate il covo, trovate anche il maestro. Di solito non se ne allontana mai da solo“. Sembra una cosa da poco ma in realtà ci fornisce un indizio per interpretare una scena successiva: quando il maestro non viene trovato nel covo insieme ai suoi vampiri (chiamati goons in inglese, cioè scagnozzi) e vediamo che ha evitato la retata perché riposava a debita distanza, anche noi non professionisti della caccia ai vampiri possiamo intuire che la squadra si trova davanti ad un maestro speciale, che non si comporta come gli altri visti finora dal gruppo di “giustizieri” (slayers).

    Davanti a questa situazione Jack Crowe è giustamente perplesso perché contraddice la regola n°5 che non stabiliva di stare genericamente attenti, ma che insieme ad un covo di vampiri si trova solitamente anche un maestro. In italiano invece rimane solo un ridondante “state attenti” (ma va?!), che è il tipico “non correre papà” che piace tanto in Italia, ce lo ritroviamo in dialoghi a caso già dal 1969, durante la famosa diretta RAI dell’allunaggio.
    Eppure bastava togliere una “e” per sistemare l’impiastro e mantenere la “magia”: se trovate il covo, trovate il maestro. State attenti perché è pericoloso.

    A volte basta veramente poco per non dire scemenze.

    Scena dal film Vampires di John Carpenter in cui i cacciatori di vampiri stanno per fare irruzione nel covo, nella vignetta il leader dice al gruppo: regola numero 6, non correte con le forbici in mano

     

    Testine per pompini

    Vampires, diciamocelo, non è il film ideale da guardare insieme a vostra madre. Al me adolescente nell’anno 2000 era venuta questa brutta idea di coinvolgere genitore 1 non solo perché quello era l’anno del nostro primo lettore DVD (e quindi ogni nuovo film in questo formato era percepito come una gioia dei sensi da mostrare a parenti e amici), ma anche perché alla stessa erano già piaciuti Fog, Essi vivono, e non dispiaciuti 1997: Fuga da New York, Fuga da Los Angeles, La cosa, Starman, Pericolo in agguato, praticamente l’intera filmografia di Carpenter. Ma bastano pochi minuti di Vampires e senti già di aver commesso un errore madornale perché è proprio in quei minuti lì che iniziano i vari “puttana qui, puttana lì”. Sempre negli stessi minuti passano su schermo vari squartamenti ben più truculenti della media carpenteriana e morsi di vampiri che portano a orgasmi.

    Il “bello” è che ciò che sentiamo nel doppiaggio non è che una versione in alcuni casi edulcorata. Infatti credo che guardandolo in italiano non si abbia una chiara idea di quanto siano volgari i membri della banda di cacciatori di vampiri di Jack Crowe.

    Scena da Vampires di Carpenter, James Woods prima di impalare una vampiressa dice: open wide, baby.

    Jack Crowe dice alla vampiressa di spalancare bene (la bocca) prima di arpionarla, con abbondanza di doppio senso. In italiano è stato cambiato in “fatti sotto!”, probabilmente “apri bene” sarebbe stata una dubbia espressione mentre in inglese è immediata: è quello che dicono dentisti e pervertiti.

    Certo, li vediamo ubriacarsi e fare baldoria con delle prostitute in un motel a spese del Vaticano, ma la loro bassezza intellettuale la saggiamo a pieno in alcuni momenti specifici, ad esempio quando i due protagonisti (James Woods e Daniel Baldwin) rapiscono una delle suddette prostitute (la Sheryl Lee di Twin Peaks) che era stata morsa dal maestro Valek e non ci risparmiano un’abbondanza di frasi in cui si fa riferimento a “questa” o “quella puttana” e a volte “troia”, per variare un po’. Fortunatamente in italiano sono stati calati un po’ i toni in accordo con la nostra percezione della volgarità (culturalmente molto diversa da quella degli statunitensi, inutile negarlo) e se l’eccesso di ceffoni che si becca “quella puttana” rimangono una scelta narrativa, per lo meno nella versione italiana quella puttana viene chiamata “quella puttana” un po’ meno spesso. Se avete trovato sgradevole il mio eccesso di “quella puttana”, allora apprezzerete di certo la riduzione di volgarità nel doppiaggio italiano di Vampires, che non è una forma di censura bensì è parte essenziale dell’adattamento culturale, tappa fondamentale prima del doppiaggio vero e proprio.

    Scena dal film Vampires di John Carpenter, Montoya (Daniel Baldwin) vicino ad una pila di scheletri carbonizzati

    In questo contesto troviamo una battuta del cacciatore di vampiri Montoya (Daniel Baldwin) che tira fuori un cranio carbonizzato e fumante dalla pila di vampiri esplosi al sole e dice al prete:

    Nothing like a little head, eh, Padre?

    In italiano…

    Le piace la testina arrosto, Padre?

    Tradotto alla lettera (mai tradurre alla lettera!) verrebbe fuori un “niente di meglio di una piccola testa”, ma è una frase che non ha alcun senso. Head oltre che per “testa” è usato in inglese anche per esprimere una volgarità, infatti la traduzione corretta di quella frase sarebbe “niente di meglio di un (bel) pompino”, che in italiano avrebbe ancora meno senso nel contesto. L’intenzione di Montoya era quella di sfottere il prete, già disgustato alla vista dei corpi carbonizzati, con un’allusione sessuale, la stessa strategia che userà il protagonista con il successivo prete. Questo fa capire già dai primissimi dialoghi che i nostri protagonisti al soldo del Vaticano sono così abituati alle peggiori atrocità da scherzarci su, ma ci dice qualcosa anche sulla loro intolleranza nei confronti dell’autorità, una caratteristica di tutti i “buoni” di Carpenter. Quante cose si capiscono da dei “semplici” dialoghi, eh?

    Con lo sfottò della “testina arrosto” si perde il sottotesto ma fa ridere lo stesso, se non altro. È dopotutto una testa carbonizzata quella che mette in mostra compiaciuto. Chissà che non si potesse giocare su un “lavoro di testa” o simili, e chissà se i tempi della battuta lo avrebbero consentito, anche quello è spesso decisivo nelle scelte di adattamento.

    Con questo ho sottolineato alcune delle cose che potreste perdervi guardando il film solo in italiano; in questo blog però non parlo solo di ciò che potreste non notare nella versione doppiata in italiano, ma anche di ciò che risulta migliore nel nostro doppiaggio, e questo ci porta al prossimo argomento.

     

    Adattare la memorabilità

     

    Daniel Baldwin che dice: e Montoya va, nel film Vampires di John Carpenter

    Vai, Montoya!
    E Montoya va!

    La voce di Montoya (Daniel Baldwin) è di Vittorio De Angelis che nella sua carriera sembra aver doppiato tutti e tre i fratelli Baldwin. È lui che ci regala la prima battuta che tutti i fan italiani del film riconoscono (“e Montoya va!”), che a vederla semplicemente scritta senza aver visto il film potrebbe dire poco ma, sarà per come è costruita (Montoya che parla di sé in terza persona), sarà per com’è recitata (Vittorio De Angelis non è nuovo alla commedia essendo stato anche la voce di Robin Hood un uomo in calzamaglia e il personaggio di Joey nella serie Friends), insomma sarà come sarà ma è quella battuta che fa subito amare il personaggio e stabilisce il tono del film.

    E se vi dicessi invece che una delle battute più memorabili di questo film è semplicemente data dalla parola “muori” ripetuta dieci volte in rapida successione? Anche da questo esempio è palese che trascrivere le battute del doppiaggio italiano di James Woods ha poco senso, perché non sono le battute in sé ad essere memorabili quanto piuttosto il modo in cui vengono recitate dal suo doppiatore, Francesco Pannofino che, con quella voce un po’ roca, si abbina benissimo al personaggio del nostro cacciatore di vampiri in jeans, t-shirt nera e giacchetta in pelle, tra lo spietato e lo sfottitore. È perfetta.

    Ehi, sta’ attento! Guardami! Muori! Muori! E Muori! Muori! Muori! Muori! Muori! Muori! Muori! Muori! Ah, era duro a morire questo figlio di puttana, mamma mia!”.

    Non mi sorprende che anche Cassidy, l’autore del blog La bara volante, abbia inserito proprio questa come citazione di chiusura del suo articolo Vampires (1998): Il buono, il Baldwin e il Vampiro, senza introdurla, né spiegarla. È bella così com’è. Il nostro inusuale e per niente politically correct eroe crociato Jack Crowe mena preti, mena le donne, mena gli amici, mena tutti! E mentre lo fa dice frasi memorabili. Risultano memorabili e divertenti anche in italiano perché chi si è occupato dei dialoghi (tale Pompilio Bisogni. Chi è? Mai sentito prima. Uniche sue tracce in serie TV doppiate dalla RAI. Da ringraziare.) si è assicurato che questi funzionassero. Una cosa possibile soltanto quando il committente non impone traduzioni alla lettera o tempi di lavorazione incompatibili con un lavoro che, in fin dei conti, è artistico.
    Lo guardi in italiano e i dialoghi semplicemente funzionano, non c’è miglior complimento per un adattamento.
    (La direzione è di Michele Gammino, quindi i complimenti vanno anche a lui.)

    Anche nei momenti in cui i dialoghi si discostano dall’originale, questi rimangono verosimili e sembrano tutte cose che potrebbe dire davvero quel personaggio in quella specifica situazione, alcune alterazioni sono funzionali a battute che devono far ridere anche in italiano. Il solo fatto che qualcuno si sia preoccupato di questo ci rincuora.

    Scena del film Vampires di John Carpenter dove James Woods chiede al prete se ha avuto un'erezione

    Padre, permette una domanda? Quando prima l’ho presa a calci… ha avuto un’erezione?
    Come ha detto?
    Eh? Le ha fatto piacere? Ci ha provato gusto? Avanti, me lo dica.

    Da notare l’espressione “give you wood” per dire “ti ha provocato un’erezione”, il legno in inglese è un suo sinonimo gergale.

    La battuta ritornerà in chiusura. Una chiusura degna dei migliori film con una coppia spaiata di protagonisti: gli eroi che si allontanano continuando a fare battute tra loro, e poi titoli di coda.

    Voglio farle una domanda, quando stamattina ha impalato quella vampira, ha avuto un’erezione?
    Non glielo dico.
    Mi scusi?
    È un segreto!
    Come?
    Era… molto più di un’erezione.
    Non esageri, padre. Non esageri.
    [musica di chiusura]

    “Linguaggio!”… non disse la versione italiana

    Chi andasse a controllare la versione originale (non negli inesistenti sottotitoli Cecchigori, ovvio) noterebbe sicuramente una battuta differente, in inglese il prete fa riferimento alla sua erezione (“wood”) definendone la durezza come “mogano”, “teak”, etc… (trasformati nella frase italiana “molto più di un’erezione”), la novella spigliatezza di padre Adam spiazza Jack Crowe il quale gli risponde: “language, Padre! Language!“. Entrambi stanno usando battute stabilite in precedenza (sia “language!” sia la domanda sull’erezione venivano da precedenti conflitti, ora evidentemente risolti), mentre in italiano viene inventato un nuovo scambio di battute. Ma non è il caso di ricorrere agli usuali cinque o sei punti esclamativi di sdegno, né lanciare anatemi sul doppiaggio in generale. Chi ha adattato il copione in italiano ha semplicemente scelto di far appello alla stessa battuta dell’erezione e di ignorarne un’altra (quella sull’invito alla moderazione del linguaggio) che in italiano infatti è assente.

    Quel “language!” emergeva a metà film, quando il giovane padre Adam, all’ennesimo “fuck you!” di Jack Crowe, gli chiede di moderare il linguaggio con un comico “language!”. Comico perché è un modo di esprimersi usato per sgridare i bambini che dicono parolacce o che rispondono male, sicuramente un rimprovero da catechismo (“Sunday school” per gli americani), ci mostra che il nuovo prete imposto al gruppo di cacciatori di vampiri non aveva ancora capito con chi aveva a che fare. Per farglielo capire meglio, Jack Crowe gli ripete quella sua esclamazione “linguaggio!” prima di pestarlo con la cornetta del telefono.

    Qui c’è la scena a confronto. Nei sottotitoli il dialogo in inglese, nelle didascalie i dialoghi doppiati:

    E qui il trascritto a confronto per vedere dove sparisce quel “language!” di rimprovero:

    doppiaggio italiano
    in originale
    traduzione diretta
    Padre: Dobbiamo eseguire gli ordini, signor Crowe. Padre: We have orders to follow. Padre: abbiamo degli ordini da seguire.
    Jack: Io me ne frego. Jack:  Fuck you, Padre. Jack:  Fanculo, Padre.
    Padre: Le ricordo, signor Crowe, che se lei non rispetta gli ordini dovrò chiamare il cardinale Alba. Padre: Language! If you’re not going to follow orders, I’ll call Cardinal Alba. Padre: Linguaggio! Se non rispetta gli ordini dovrò chiamare il cardinale Alba.
    [Il prete va al telefono e comincia a comporre un numero. Jack Crowe si avvicina con molta tranquillità, prende la cornetta dalle sue mani.]
    Jack: Permette? Ascolti. Jack:  Excuse me. Language. Jack: Permette? Linguaggio.
    [lo colpisce in faccia con la cornetta del telefono]
    Jack: Allora, stabiliamo una cosa… se non le va bene me lo dica. Jack: Let’s have a chat about language. See if this syntax works Jack: Facciamo un discorsino sul linguaggio. Vediamo se questa sintassi funziona…

    La battuta sul linguaggio, per quanto divertente a vederla scritta in una traduzione diretta, probabilmente è stata alterata perché non funzionava altrettanto bene nel doppiaggio, un doppiaggio moderno l’avrebbe invece tradotta alla lettera come ho fatto io, pur rischiando di farci ritrovare con dialoghi un po’ goffi.

    In lingua originale la riappacificazione finale tra i due protagonisti, Jack Crowe e padre Adam, passa dunque dal ripescare quell’espressione “linguaggio!”, mentre nel copione italiano viene sostituita da un altrettanto efficace “molto più di un’erezione. / Non esageri, padre, non esageri“, che è ugualmente divertente e rispecchia perfettamente il personaggio.

    L’intero copione italiano, se preso frase per frase, si discosta spesso da quello originale, ma è difficile trovare battute che non portino comunque un significato equivalente, la stessa essenza. I cambiamenti non sono tali da alterare la trama, la comprensione della trama, o i personaggi… per quanto, a volte, sembra allontanarsi più del necessario. È chiaramente un copione che si preoccupa prima di tutto di funzionare in italiano e, salvo per quel “non correre papà” in apertura del film e pochissime altre cose così irrilevanti che non sono stato neanche a prenderle in considerazione, il film non ha errori veramente degni di tale nome, solo scelte di adattamento, per lo più discrete.

    Valek, il vampiro di Vampires di John Carpenter

    Quel singolo errore!!!

    Lei ha mai visto un vampiro? Per prima cosa sono doppiati bene…

    Mi sento dunque di concludere con un complimento ad un doppiaggio il quale, nonostante alcune comprensibili differenze e poche sviste, rimane comunque più citabile (e Montoya va!), un pochino meno volgare (e tanto comunque ne resta!), dialogato in modo “naturale” e che, dopotutto, fa ridere là dove deve far ridere… se non è questo il segno di un buon doppiaggio, non so proprio cosa lo sia. Lode anche a Francesco Pannofino, penso di non averlo mai apprezzato tanto come l’ho apprezzato in questo film, e infatti vi lascio con il “suo” discorso sui vampiri, cioè il discorsetto che sembra fatto a posta per poterlo mettere nel trailer per le sale cinematografiche. Il film Blade, anche lui del 1998, ne aveva uno simile, ma Vampires è uscito nelle sale americane qualche mese prima, quindi reputo Jack Crowe di John Carpenter il primo vero caso di protagonista che stabilisce le regole del gioco smontando il mito dei vampiri romantici che in quegli anni era più vivo che mai (Dracula di Coppola è del ’92, Intervista col vampiro del ’94).

    Lei ha mai visto un vampiro? Per prima cosa non sono romantici, chiaro? Non assomigliano affatto a un branco di transessuali che se ne vanno in giro in abito da sera a tentare di rimorchiare tutti quelli che incontrano, con un falso accento europeo. Dimentichi quello che ha visto al cinema. Non diventano pipistrelli, le croci non servono a niente. L’aglio? Vuole provare con l’aglio? Si metta una treccia d’aglio intorno al collo e quei vigliacchi le arrivano alle spalle e glielo mettono allegramente a quel posto mentre intanto le succhiano il sangue senza cannuccia.
    Non dormono in bare di lusso foderate di seta. Vuole ammazzarne uno? Gli pianti un paletto di legno direttamente in mezzo al cuore.”

    Il trailer la fa più breve.


    Altre recensioni carpenteriane su questo blog:
  • Vroom, vroom! Scansatevi, arriva l’adattamento di Le Mans ’66 – La grande sfida

    Le Mans '66 - La grande sfida, locandina orizzontale del film

    Alcuni film dovrebbero servire da esempio su come si adatta e come si traduce anche l’intraducibile. Le Mans ’66 – La grande sfida, titolo per il mercato europeo in sostituzione dell’originale Ford v. Ferrari, è uno di questi… e del titolo italiano ne riparliamo alla fine. Sembra strano che un film del 2019 possa insegnare ancora qualcosa ai doppiaggi del passato (più precisamente dovrei parlare di adattamenti del passato) eppure è così. Infatti, i dialoghi di Le Mans ’66 presentano due delle più classiche sfide del doppiaggio: la prima è la presenza di qualcuno che chiede di “parlare inglese” per chiarezza. Ok, questa forse non è una grandissima sfida ma sicuramente un argomento che piace molto agli appassionati (per qualche strana ragione). La seconda è la presenza di personaggi che parlano italiano e le loro parole vengono tradotte da un interprete. Questo sì cruccio di molti, moltissimi doppiaggi, e che qui viene affrontato come si deve.

    Insomma è un articolo di apprezzamento.

     

    La mia lingua la sai parlare? “Parlare inglese” per “parlare chiaro”.

    Il pubblico italiano ha una strana passione per i dialoghi in lingua inglese dove qualcuno chiede di “parlare in inglese”, che nella gran parte dei casi è sinonimo di “parlare chiaro”. Celebre il caso di Pulp Fiction del 1994 (o meglio, l’unico caso che conosce il pubblico) dove la domanda-tormentone di Samuel Jackson, “English, motherfucker, do you speak it?” nella versione doppiata diventa “la mia lingua, figlio di puttana, tu la sai parlare?“, perché ovviamente avrebbe avuto poco senso fargli chiedere se parlasse inglese in un film doppiato in italiano o, ancora peggio, se parlasse l’italiano! Sebbene io non ritenga che sia poi questa grande sfida linguistica degna di essere citata in continuazione, è certamente uno di quei casi che sentirete nominare un po’ ovunque, su Facebook, nei forum… ovunque! Tra poco ne parla anche mia nonna.
    Indubbiamente quello del “parli la mia lingua?” è un ottimo stratagemma di adattamento che non traduce alla lettera pur portando essenzialmente lo stesso significato, eppure sono quasi certo che non sarà stato un caso così speciale per Francesco Vairano (dialoghista di Pulp Fiction), già abituato a creare dialoghi naturali e degni adattamenti.

    Doc Brown spiega le linee temporali alternative in Ritorno al futuro 2

    Doc lo spiega “in inglese”

    Il “problema” del tradurre frasi del tipo “do you speak English?” non è certo nuovo nel panorama del doppiaggio e Pulp Fiction non è certamente l’unico caso in cui, davanti ad una frase simile, si è dovuti ricorrere ad uno stratagemma per trasformarla in una battuta sensata nella sua versione doppiata. Per rimanere su film noti al grande pubblico, in Ritorno al futuro – parte II (1989, direzione e dialoghi di Manlio De Angelis), la spiegazione del dottor Brown sulle linee temporali alternative porta il protagonista Marty ad esclamare “English, Doc!“, che in italiano diventa un altrettanto divertente “che lingua è, Doc?!“.

    Eppure non si può proprio dire che in tutti i casi della storia del doppiaggio sia stato trovato uno stratagemma efficace, o sensato. È il caso, ad esempio, della miniserie in due puntate It, del 1990 ma arrivata in Italia nel 1993, quindi solo un anno prima di Pulp Fiction. In questa troviamo una battuta simile che però è stata tradotta in modo inatteso:

    It (1990), dialogo originale doppiaggio italiano
    That’s not empirically possible.
    In English: ain’t no such thing.
    Queste cose sono empiricamente impossibili.
    Tradotto in italiano: non esistono.

     

    Ehm, che lingua dovrebbero stare parlando? La prima regola del doppiaggio di prodotti simili dovrebbe essere quella di non sottolineare che i protagonisti americani stiano parlando in italiano. Questa battuta in It infrange l’illusione del doppiaggio ed è a suo modo un abbattimento della proverbiale quarta parete, come se l’attrice avesse ammiccato agli spettatori.

    English motherfucker, do you speak it? Scena da Pulp Fiction

    Vendimi un corso di inglese.

    Entrambi i doppiaggi, (sia quello di It sia quello di Pulp Fiction) sono della Gruppo Trenta ma con persone diverse ai dialoghi e alla direzione. Casi come quello di It ci insegnano che niente è mai da dare per scontato, quindi consentitemi un piccolo elogio a Le Mans ’66 dove un “You wanna run that by me in English?” (traducibile come: vuoi provare a ripetermelo in inglese?) è stato adattato come si deve.
    All’inizio del film, infatti, vediamo un meccanico Ken Miles (Christian Bale) spiegare ad un suo cliente che l’automobile da corsa che ha comprato non ha niente che non vada.

    – L’auto non ha niente, è il modo in cui la guida.

    – Il modo in cui la guido?

    – Troppo carburante e scintille non sufficienti. Questo la ingolfa.

    E tradotto che cosa significa?

    Quanto sarebbe stata sbagliata una traduzione alla lettera tipo “vuoi provare a ripetermelo in inglese?” oppure quella ancora meno sensata alla It: “tradotto in italiano cosa significa?“. Per i professionisti del settore potrebbe sembrare una banalità eppure il mondo doppiaggio non è nuovo a errori simili e quindi una sua versione sensata non è proprio da dare per scontata. Le Mans ’66, dialogato da Massimo Giuliani, lo adatta come si deve.

    I don’t speak Italian, but he ain’t happy.

    Mi sbaglierò ma non mi sembra per niente contento.

    Noi invece siamo contentissimi di questo adattamento.

     

    Tradurre l’intraducibile: gli interpreti italiani nei film doppiati

    Nel film in lingua originale abbiamo scene in cui attori italiani parlano italiano. Sono quelli dell’azienda Ferrari che, all’inizio del film, viene visitata dai lacchè della Ford interessata ad acquistarla, approfittando del suo imminente fallimento. Questa situazione porta ad una conversazione tra il signor Ferrari e i dipendenti della Ford, una conversazione che viene ovviamente tradotta grazie ad un’interprete lì presente. Questo genere di scene sono da sempre le più difficili da trasporre nel doppiaggio di un film.

    Infatti, in decenni passati, situazioni simili hanno portato a soluzioni a volte insensate, spesso forzate. Nel 2009 abbiamo avuto i soldati americani in Bastardi senza gloria che, dal parlare un italiano standard nel doppiaggio italiano, si mettono a parlare in dialetti del sud quando i loro personaggi si improvvisano “italiani” in una scena che rasenta l’assurdo e che è stata già discussa nel mio articolo “Traduttori senza gloria”. Se andiamo indietro nel tempo troviamo difficoltà simili anche negli anni ’70, quando Al Pacino nel film Il padrino (1972) si ritrova in una Sicilia dove tutti parlano in italiano con accento del sud mentre il suo inglese rimane doppiato in un italiano standard e lo spettatore italiano riesce a comprendere entrambi, quindi a maggior ragione risultano forzati i momenti in cui l’italiano standard di Al Pacino viene “tradotto” da un interprete che semplicemente ripete gli stessi concetti in un “siciliano” comunque comprensibile, anzi semplificandoli.

    Lee Iacocca della Ford stringe la mani a Enzo Ferrari nel film Le Mans '66 - La grande sfida

    Dirigente marketing Lee Iacocca della Ford incontra Enzo Ferrari

    Nella versione italiana di Le Mans ’66 – La grande sfida viene fatta l’unica cosa veramente sensata, nella scena con l’interprete i dialoghi vengono cambiati e, invece di avere qualcuno che traduce per il signor Enzo Ferrari (e l’insensatezza che questa scelta si porterebbe dietro), il personaggio dell’interprete viene trasformato in quella che potrebbe essere una consulente legale di Ferrari, o forse una sua assistente, e le sue battute aggiungono nuovi contenuti pur non alterando il succo della scena. Non solo, si sfrutta anche il labiale silenzioso dell’interprete della Ford per poter realizzare un botta e risposta realistico, evitando così situazioni assurde viste in film come Il Padrino.

    Vediamo i dialoghi a confronto, tra quelli del film in lingua originale e quelli del film doppiato. Nella colonna dedicata ai dialoghi del doppiaggio italiano userò la definizione di “assistente di Ferrari” e poi più brevemente di “assistente”, al posto di “interprete” che invece è la definizione che userò nella colonna dei dialoghi originali, visto che il personaggio a tutti gli effetti cambia di ruolo nella versione nostrana. In un colore diverso sono evidenziate quelle battute che risultano alterate in maniera sostanziale per rendere questa scena sensata a chi lo guarda in italiano.

    dialoghi originali
    doppiaggio italiano
    E questo è il dipartimento delle macchine da corsa. The racing department.

    _______________

    Iacocca: This merger between our companies will form two entities.

    Interprete: Questa fusione tra le nostre aziende formerà due entità.

    Iacocca: Ford-Ferrari. 90% owned by Ford who controls all production.

    Interprete: Ford-Ferrari, al 90% proprietà di Ford che controllerà l’intera produzione.

    Iacocca: Secondly, Ferrari-Ford, the race team. 90% owned by Ferrari.

    Interprete: Secondariamente, Ferrari-Ford, la squadra di gara al 90% di proprietà di Ferrari.

    Iacocca: In order to secure this Ford will pay the sum…

     

    Interprete: Per assicurarsela Ford pagherà la somma di…

    Iacocca: Dieci milioni di dollari.

    Ferrari: Avrò bisogno di un po’ di tempo per leggere.

    Interprete: He will need some time to read this.

    Iacocca: Please.

    _______________

    Ferrari: Signori, ho solo una piccola domanda riguardo al mio programma delle corse.

    Interprete: Only one small question. It concerns my race program.

    Ferrari: Se io voglio correre a Le Mans e voi non volete che io corra a Le Mans, io ci vado o non ci vado.

    Assistente di Iacocca: If I wish to race Le Mans and you do not wish for me to race Le Mans, do we or do we not go?

     

    Iacocca: In that unlikely scenario, if we just can’t agree, then, yes. I mean, no. You are correct. You do not go.

    Interprete: In quel caso se non doves-…

    Ferrari: Grazie, ho capito.
    La mia dignità di costruttore, di uomo, di italiano, è profondamente offesa dalla vostra proposta.

    Traduttore: My integrity as a constructor, as a man, as an Italian is deeply insulted by your proposal.

    Ferrari: Tornatevene in Michigan.

    Traduttore: Go back to Michigan.

     

    Ferrari: Tornate alla vostra grossa, brutta fabbrica.

    Traduttore: Back to your big ugly factory.

    Ferrari: A costruire le vostre brutte e insignificanti macchine.

    Traduttore: Back to your big ugly factory, making its ugly little cars.

    Ferrari: E dite a quel porco del vostro padrone che i suoi arroganti dirigenti sono solo una massa di figli di puttana da quattro soldi.

    Traduttore: Tell your pig-headed boss that all his smug executives are worthless sons of whores.

    Ferrari: Tell him he’s not Henry Ford. He is Henry Ford II.

    E questo è il dipartmento delle macchine da corsa. Il nostro orgoglio.

    _______________

    Iacocca (che parla per Ford): La nostra proposta, come vedrà, è chiara e dettagliata.

    Assistente di Ferrari: Si parla di una fusione tra le aziende che formerebbe due entità.

    Iacocca: Ford-Ferrari. Il 90% delle azioni alla Ford che controllerà la catena di montaggio.

    Assistente: Nel contratto è specificato che la prima entità sarebbe destinata solo allo sviluppo e alla produzione.

    Iacocca: La seconda, Ferrari-Ford la squadra corse, al 90% della Ferrari.

    Assistente: Sì, la seconda entità è a maggioranza Ferrari che gestirebbe la squadra corse autonomamente da Maranello.

    Iacocca: Per chiudere questa operazione, Ford pagherà una somma importante.

    Assistente: Sulla bozza di contratto non era ancora quantificata la cifra.

    Iacocca: Dieci milioni di dollari.

    Ferrari: Avrò bisogno di un po’ di tempo per leggere.

    Assistente: Beh, credo che non avrete problemi ad accettare.

    Iacocca: Prego.

    _______________

    Ferrari: Signori, ho solo una piccola domanda riguardo al mio programma delle corse.

    Assistente di Iacocca: Se è solo sulle corse vuol dire che tutto il resto va bene.

    Ferrari: Se io voglio correre a Le Mans e voi non volete che io corra a Le Mans, io ci vado o non ci vado.

    Assistente di Iacocca: Non lo so… l’obiettivo di Le Mans è assolutamente fondamentale per il signor Ford. Non credo sia possibile dargli il via libera.

    Iacocca: Ascolti. Nel caso di uno sgradevole scenario, se non riuscissimo a metterci d’accordo, allora sì. Voglio dire, no. Ha detto bene lei, voi non ci andate.

    Assistente: Loro non vorrebbero che…

    Ferrari: Grazie, ho capito.
    La mia dignità di costruttore, di uomo, di italiano, è profondamente offesa dalla vostra proposta.

    Assistente di Iacocca: Onestamente siamo sorpresi, non ci sembrava che la nostra proposta potesse suonare offensiva.

    Ferrari: Tornatevene in Michigan.

    Colletto bianco Ford ad un collega: Sta diventando sgradevole.

    Ferrari: Tornate alla vostra grossa, brutta fabbrica.

    Assistente di Iacocca: evitiamo di rispondergli.

    Ferrari: A costruire le vostre brutte e insignificanti macchine.

    Assistente di Iacocca: non cadiamo nella provocazione, dammi retta.

    Ferrari: E dite a quel porco del vostro padrone che i suoi arroganti dirigenti sono solo una massa di figli di puttana da quattro soldi.

    Assistente di Iacocca: noi le abbiamo semplicemente portato una proposta. Non penso che siano insulti meritati. Riferiremo al signor Ford.

    Ferrari: E ditegli che lui non è Henry Ford. È Henry Ford secondo.

    Come è possibile notare, nessuno ha tirato fuori improbabili scene dialettali, cambi di nazionalità (impossibili visto che si parla dell’italianissima Ferrari) né persone che ripetono gli stessi concetti una seconda volta solo perché non si sapeva che cosa far dire all’interprete che parla italiano nella versione doppiata. La scelta di Massimo Giuliani è stata elegante, una boccata di aria fresca dopo decenni di forzature e insensatezze. Aiutato dalle dinamiche (fisiche, di gesti e di sguardi) tra interprete e persona tradotta (che ben si adattano a quelle che intercorrono tra un consigliere fidato e la persona consigliata), aiutato anche da qualche frase detta da persone non inquadrate e da altre frasi che in originale sono solo bisbigliate e non udibili allo spettatore, il direttore di doppiaggio di Le Mans ’66 è riuscito a dare sensatezza e soprattutto naturalezza ad una scena altrimenti quasi impossibile da adattare in italiano. Complimenti.

     

    Sviste minori

    Non sarei io se non trovassi qualcosa. Facciamoci un giro tra le osservazioni lessicali per cui questo blog è noto, vi va?

    Henry Ford secondo piange, scena dal film Le Mans '66 - La grande sfida

    Si parte

     

    “Pops” e paparini

    Nell’introduzione al personaggio di Carroll Shelby (Matt Damon) e al suo collaboratore abbiamo questa battuta di Damon:

    (originale) Early bird gets the worm, Pops.

    (doppiaggio) Chi dorme non piglia pesci, Pops.

    Il problema non sta nel “pigliare pesci” ovviamente, il detto sull’uccellino mattiniero che cattura i vermi è essenzialmente l’equivalente del nostro “chi dorme…”, come evidenziato anche dalla linguista Licia Corbolante nel suo blog Terminologia etc…

    In inglese non è mattiniera solo l’allodola ma anche l’early bird, la persona che arriva o inizia a fare qualcosa molto per tempo, prima di tutti gli altri.
    The early bird catches the worm è un modo di dire simile a chi prima arriva meglio alloggia o, da un’altra prospettiva, è anche paragonabile a chi dorme non piglia pesci.

    Confezione dei Coco Pops, cereali della Kellogs

    La colazione dei campioni

    Il problemino invece è su quel “Pops” che in inglese è un modo informale per chiamare il proprio padre o, come in questo caso, per chiamare a scherzo (con affetto o scherno) una persona più anziana, ed è certamente trasformabile in papà, a volte lo si è anche sentito tradotto come paparino, solitamente viene fuori proprio in frasi ironiche dove si parla del “proprio vecchio” (altra definizione sentita in vari doppiaggi di film americani). In italiano “Pops” non vuol dire niente, lo troviamo nei Coco Pops (dove il “pop” è l’onomatopea dello scoppiettio, cioè il rumore tipico di quei cereali nel latte) e a qualcuno ricorderà quello delle classifiche “Top of the Pops”, dall’omonimo programma televisivo britannico con le canzoni più popolari del momento, poi anche importato dalla Rai nel 2000. Posso capire che il labiale di quella scena non lasciasse molto spazio, ma dire “Pops” in un copione in italiano è una di quelle cose che, non cogliendola al volo, sfuggirà a molti. Qualcuno penserà possa essere un nome di persona o un suo abbreviativo.

    Torna anche successivamente quando Matt Damon dice “Pops, incorniciala.” e così lo chiama anche Christian Bale (“fammi ripartire, Pops!”). A questo punto Pops sembra proprio il nome del personaggio, difficile intuire che si tratti del nomignolo di un collaboratore che è quasi un membro di famiglia. Per molti spettatori italiani sarà il “signor Pops” o forse l’abbreviativo di un qualche nome a noi ignoto. Popeye? Poppo? Popovich? Si tratta dell’ingegnere capo Phil Remington, collaboratore di lunga data di Shelby (Matt Damon).

    È sempre Matt Damon che tira fuori questo Pops anche in un altro contesto, durante il discorso pubblico per la Ford:

    When I was 10 years old, my Pops said…

    Che in italiano diventa

    Quando avevo 10 anni, Papà mi disse…

    La presenza di un Pops tradotto correttamente come papà fa intuire che la scelta di lasciare “Pops” nelle battute viste in precedenza sia stata deliberata e avrà avuto i suoi motivi, ma come fa il pubblico italiano a capire che “Pops” e “papà” sono equivalenti quando lo stesso film doppiato li tratta differentemente? Potreste pensare che sia un nomignolo lasciato in inglese per accuratezza storica e invece la figlia di Phil Remington specifica che nessuno lo ha mai chiamato così (anche se possiamo ammettere che il direttore di doppiaggio questo non lo poteva sapere):

    Benché onorata di vedere suo padre in un ruolo così prominente nel film, la figlia [di Phil Remington], Kati Blackledge, non ha potuto fare a meno di notare di come egli sia stato rappresentato diversamente da com’era realmente. Remington – sempre chiamato “Rem” da colleghi e amici – era sulla quarantina d’anni quando Ford partecipò a Le Mans e non ha mai avuto la barba in vita sua, tantomeno i baffi. Nel film, McKinnon interpreta un Remington molto più anziano e con i baffi, che risponde sia al nome di “Phil” che di “Pops”. “Mia madre era l’unica a chiamarlo Phil, e ricordo di aver riso la prima volta che lo hanno chiamato ‘Pops’ nel film” – dice la Blackledge. – “Potevo sentire la voce di papà nella mia testa che diceva ‘You calling me Pops?! I’ll give you a pop!’ [Traduzione di Evit: ‘Se mi chiami papà ti do una papagna‘], alzava gli occhi al cielo e si allontanava. Era davvero divertente e aveva sempre un ghigno da sfottitore stampato in faccia.

    da ‘Motorsports HoF takes a bow in ‘Ford v Ferrari’’ su Racer.com
    (traduzione di Evit)

    Insomma “Pops”, per quanto non storicamente accurato, anzi, proprio in virtù di questo, poteva rimanere “papà”. La scena introduttiva non lascia dubbi sul fatto che non si tratti letteralmente del padre di Shelby.

    Ray McKinnon intervistato sul set del film Le Mans '66 - La grande sfida in cui viene chiamato Pops

    Papà Evit che vi spiega le cose

    Contaminazioni linguistiche: absolutely tradotto come assolutamente

    Tanto per essere chiari, siamo al verde?

    Assolutamente.

    In inglese la risposta “absolutely!” corrisponde al nostro “assolutamente sì“, quindi un sì deciso e inequivocabile. In italiano un “assolutamente” senza altre aggiunte è più ambiguo perché è un rafforzativo neutro, quindi richiederebbe l’aggiunta di un “sì” o “no” finale  perché, senza uno di questi, non solo rimane ambigua come risposta ma in alcuni casi potrebbe essere facilmente intesa come una risposta decisamente negativa, un “no” categorico, come riassunto dall’Accademia della Crusca nella pagina su l’uso di assolutamente dove viene riportato che nel 2003, il Sabatini Coletti. Dizionario della lingua italiana spiegava così l’uso del solo avverbio come risposta:

    Per ellissi della negazione [“assolutamente”] ha acquistato anche il significato di “no”, “per niente”, specialmente nelle risposte: “Sei stanco?” “Assolutamente”». Sembra quindi che, almeno in alcune zone d’Italia, l’avverbio abbia subito una deviazione di significato simile a quella che ha colpito affatto, che originariamente ha il significato di ‘del tutto’ ma viene spesso impiegato con valore negativo, in luogo di niente affatto.

    Passano gli anni e sempre più l’italiano viene “contaminato” dall’inglese ma già nel 1989 in Grammatica italiana. Italiano comune e lingua letteraria della UTET, veniva fatto notare come l’uso di assolutamente in senso positivo potrebbe risentire dell’influsso dell’inglese (absolutely). Un uso certamente andato ad aumentare nell’ultimo decennio, per quanto La Crusca concludeva la questione semplicemente consigliando di usare assolutamente “sempre in unione con sì o no”.

    Certamente, in un testo recitato (e non solo scritto) ci si può permettere di far dire al doppiatore la parola “assolutamente” in modo che si capisca se la risposta è positiva o negativa ma, così come La Crusca, anche io avrei consigliato di accompagnare quel “assolutamente” con un “sì”, soprattutto visto che il labiale in questa scena non lo precludeva. Dopo “absolutely”, infatti, la bocca rimaneva aperta e un “sì” ci poteva stare tranquillamente. Per quanto mi riguarda, “assolutamente” senza un “sì” o un “no”, rimane in gran parte dei casi una traduzione influenzata dall’inglese e da evitare se possibile nei film doppiati, ancora di più nella letteratura.

    Per fortuna sono i dialoghi originali stessi a portare subito chiarezza, la frase successiva è: as in “totally?” tradotto correttamente con: nel senso di “totalmente”?.

    I personaggi di Shelby e Ford nel film Le Mans '66 - La grande sfida

    – Vuole che rallenti?
    – Assolutamente.
    – Assolutamente sì o assolutamente no?

     

    Sformati di maiale, maledette guerre, beatnik e altre piccole cose

    Pork pies tradotto come “sformati di maiale” è la prima volta che lo sento dire, rispetto al più comune “pasticcio di (carne di) maiale”, e da non confondere con il cappello pork-pie che prende il nome dalla forma del pasticcio di carne di maiale. Niente labiale in questa scena, non capisco perché si sia puntato per  questo inusuale”sformato di maiale”. A ben pensare, un qualsiasi “pasticcio di carne” sarebbe stato sufficiente, perché specificare di maiale in una battuta detta di spalle? Non un delitto, solo una scelta curiosa.

    “Una” maledetta guerra diventa “quella” maledetta guerra (“Because you fought in a bloody war!” ⇒ “perché hai combattuto in quella maledetta guerra!“). Sembra una cosa da niente presa fuori contesto ma cambia il significato implicito della frase, sembra infatti che la moglie ce l’abbia con quella guerra in particolare (la seconda guerra mondiale) ma non è lo stesso effetto che dà la frase originale.
    Il contesto, in breve, è il seguente: Ken Miles (Christian Bale), avendo ormai 45 anni, si lamenta di aver iniziato troppo tardi la sua carriera da pilota e quindi non diventerà mai un professionista, la moglie invece sottolinea il vero motivo con la frase “Because you fought in a bloody war!“, che tradurrò come “(è) perché eri in guerra, dannazione!”. Entrambi i personaggi sono britannici, usano “bloody” come gli americani usano “fucking”, un’imprecazione. [NdA: Quel “bloody” in bocca ad un britannico infatti non vuol dire letteralmente “sanguinosa”, come qualcuno ingenuamente potrebbe credere.]
    Ma l’imprecazione “bloody war” non è rivolta alla guerra in sé, la moglie non sta maledicendo la seconda guerra mondiale né la partecipazione del marito come soldato, usa “bloody” per sottolinare in maniera forte la parola “guerra” come legittima giustificazione per una carriera iniziata tardivamente. Per riportare correttamente il significato e il senso della battuta, l’imprecazione (dannazione, maledizione… quella che preferite) sarebbe dovuta arrivare alla fine della frase. Capirete infatti che dire “perché sei stato in una maledetta guerra” oppure dire “perché sei stato in guerra, maledizione!” non siano proprio la stessa cosa.
    Tra parentesi, ammettendo pure che tutte le guerre siano brutte, un cittadino britannico non definirebbe mai la Seconda guerra mondiale come una “maledetta guerra” perché nella loro ottica è stata una guerra di difesa dall’invasione nazista, ben differente da guerre americane come quella del Vietnam che spesso abbiamo sentito definite come “maledette”.

    Il personaggio di Lee Iacoca nel film Le Mans '66

    Vi torna tutto fin qui?

    “Good to see you.” (è bello rivederti) diventa “Quanto tempo!” anche se i due personaggi (quello di Matt Damon e il figlio del pilota) si erano visti solo pochi giorni prima. Forse era il personaggio di Matt Damon che voleva essere simpatico con una battuta, ma tale comicità non è presente nell’originale e lo spettatore più disattento potrebbe essere portato a pensare che sia passato effettivamente tanto tempo dall’ultimo incontro. È comunque un momento simpatico, fedele al personaggio, quindi anche qui nessun grave delitto.

    “Senior creatives” (i dirigenti del settore marketing) diventano “i creativi della vecchia guardia” e quanto cavolo mi piace questa traduzione! Nel film è esattamente ciò che sono, la vecchia guardia del reparto marketing della Ford che mal vedono i più giovani con idee nuove (e odiano i beatnik) e gli mettono i bastoni tra le ruote. Le dinamiche dello scontro tra i colletti bianchi e i colletti blu, che poi sono il fulcro e la parte migliore del film, sono meglio riassunte da Cassidy del blog amico La bara volante nella sua recensione del film.

    Shelby (Matt Damon) difende la scelta del pilota Miles (Christian Bale) che non è ben visto dai dirigenti bacchettoni della Ford: “un beatnik? Quell’uomo è sbarcato con un carro armato sulla spiaggia al D-Day e lo ha portato fino a Berlino“. So che non c’era spazio per inserirci ulteriori parole ma in originale non aveva semplicemente portato un “carro armato” (tank) dalla spiaggia in Normandia fino a Berlino, bensì un “busted tank“, ovvero un carro armato già “rotto” alla partenza, il che attesta ulteriormente la sua capacità di meccanico oltre che di pilota, ma quella battuta serviva a far capire ai colletti bianchi della Ford che il personaggio di Christian Bale non fosse per niente un beatnik, quindi niente di sbagliato nell’abbandonare questo dettaglio per farci entrare il resto della frase. Purtroppo certe parole in italiano sono necessariamente più lunghe (tank = carro armato) e riducono i tempi utili delle battute.

    Nella lista delle cose che sono andate storte con la prima gara viene detto “E si sono rotte tante cose, in effetti le uniche cose che non si sono rotte sono i freni“. Sfugge il senso di quel “in effetti” (corretta traduzione di “in fact”), la non rottura dei freni come conseguenza logica delle tante altre rotture…? In inglese è una battuta consequenziale perché “break” come verbo (rompere) è la stessa parola usata al sostantivo plurale per i freni (breaks). La frase originale infatti è la seguente: “And a lot of stuff broke. In fact, the only thing that didn’t break was the brakes“. Non si può rendere tutto ma forse “in effetti” poteva essere sostituito da qualcosa di più appropriato o addirittura eliminato completamente. Lo so, direte e mi diranno “ma il labiale etc etc…”. Parafrasando Mark Twain: le preoccupazioni sul labiale, per quanto lecite, sono decisamente esagerate.

     

    Perché Ford v. Ferrari arriva in Italia come Le Mans ’66 – La grande sfida?

    ford v ferrari e Le mans 66 - la grande sfida, titolo e locandine poster a confronto

    Titoli e locandine a confronto

    È necessario specificare che l’Italia non è l’unico paese in cui il filmFord v. Ferrari” è arrivato con il titolo “Le Mans ’66. La Fox ha distribuito questo film come “Le Mans ’66” praticamente in tutti i paesi europei (con o senza l’aggiunta di un sottotitolo), incluso il Regno Unito, mentre è rimasto Ford v. Ferrari per Stati Uniti, Canada (sia nel titolo in francese che in quello inglese), Australia, Brasile, India, Israele, Nuova Zelanda, Russia, Vietnam. Nei paesi di lingua spagnola del Sud America arriva invece come Contra lo imposible.
    Nonostante abbia etichettato questo articolo nella mia rubrica “titoli italioti“, è chiaro che non si tratta di una scelta limitata alla distribuzione italiana, né di una scelta della divisione italiana della Fox, ma di una precisa scelta di marketing presa a più alti livelli della 20th Century. Quella del sottotitolo invece, “la grande sfida”, può effettivamente essere una scelta della divisione italiana della Fox e la ritroviamo anche nella titolazione di altri paesi dove ritorna spesso l’idea di un duello o di una sfida. Per quanto possa personalmente piacere o non piacere, è chiaro che non si tratta della solita titolazione “a caso”, che invece abbiamo visto tante altre volte per il mercato italiano.

    Le motivazioni della Fox per questo cambio di titolo per il mercato europeo non sono state rese note ufficialmente, ma questo limite geografico, così specifico, può farci immaginare il motivo. Il sito Screenrant la mette così:

    Considerando che la 24 ore di Le Mans si svolge in Francia ed è una gara immensamente popolare in Europa, ha senso che il film prenda il nome da un evento che gli europei – inclusi quelli che non sono appassionati delle corse automobilistiche – possano in qualche modo riconoscere.

    Pur non essendo in alcun modo appassionato di motori, anche un ignorante come me ha sentito parlare di “Le Mans”, l’idea di una versione europea del titolo è dunque un cambiamento più che comprensibile ma chi ha visto il film potrà concordare con l’autore di quello stesso articolo quando nel paragrafo successivo indica il titolo di Le Mans ’66 in qualche modo fuorviante, in quanto mette l’attenzione sulla gara (che è sì rappresentata nella porzione finale del film) invece che su quello che è il vero soggetto e motore della storia, ovvero la sfida quasi impossibile della Ford nel costruire un’auto da corsa che potesse competere con la Ferrari, e le persone che vi hanno contribuito. Non è Rush di Ron Howard, tanto per intenderci.

    Un sito americano dedicato all’industria automobilistica riporta le perplessità sulla scelta del titolo “Le Mans ’66” per il mercato britannico e riassume brevemente altri possibili motivi del cambiamento di titolo per il mercato europeo, tutte ipotesi in attesa di una spiegazione ufficiale che forse non arriverà mai.

    Non riesco a trovare nulla che indichi il motivo per cui il titolo sia stato modificato per l’uscita britannica. Forse per qualche problema di copyright. Forse il titolo “Ford batte Ferrari” è a un tale livello di orgoglio americano che la 20th Century Fox avrà pensato non avrebbe risuonato altrettanto bene con il pubblico britannico. O forse qualcuno da quelle parti [nel Regno Unito] avrà pensato potesse sembrare il titolo di film in cui la Ford fa causa alla Ferrari, e ha deciso che era stupido, proprio come Batman V Superman era stupido.

    da ‘Weirdly Ford V Ferrari is called Le Mans ’66 in the UK’ su Jalopnik.com
    (traduzione di Evit)

    Il problema del titolo italiano (e in generale europeo) è che potrebbe dare delle false aspettative. Personalmente non ho trovato di alcuna attrattiva il titolo “Le Mans ’66” perché rifuggo l’argomento motori come la peste, ed è stato solo il titolo americano (oltre alla visione del trailer) a farmene invece interessare, essendo il titolo originale (Ford v Ferrari) più diretto, immediato, più rappresentativo e più appetibile anche ai non appassionati: una sfida tra marchi noti dove è implicito che sia la Ford a dover faticare per sfidare Ferrari. Chiarissimo.
    A prescindere dai miei interessi personali, nominare Le Mans ’66 fa pensare invece soltanto ad una sfida in pista alla famosa (per me solo di nome) gara automobilistica di Le Mans, argomento di interesse più limitato per un pubblico generalista.

     

    L’adattamento Le Mans ’66 – La grande sfida ha vinto la gara?

    Come è possibile intuire dall’oggetto delle mie “lamentele”, marginali e di poca importanza, il copione di Le Mans ’66 non è adattato bene, è adattato benissimo! E per quanto ne capisca io di automobili, lo è anche nelle parti più tecniche dei dialoghi. Dopotutto nei titoli di coda è citata la consulenza tecnica di un ingegner Ireneo Germani. La traduzione messa a confronto con il copione in inglese attesta la competenza con la quale è stato tradotto, non ci sono mai inglesismi superflui né parole che stonerebbero in un film ambientato negli anni ’60 (team player, pork pie, termini del marketing etc… sono stati tutti adattati, e neppure “sandwich” è rimasto in inglese sebbene avrebbe potuto) e i dialoghi non soffrono di traduzioni troppo dirette (“finer than frog fur“, ad esempio non è diventato “più fine del pelo di rana” ma “più prezioso di una perla rara”) e denotano una comprensione tutto sommato profonda del testo originale.

    Se un lavoro simile poteva non essere degno di nota in un’epoca diversa, nel 2019, cioè nello stesso anno di altri film doppiati con dialoghi che inciampano nella comprensione e quindi della traduzione delle frasi più semplici, oppure le forzano al punto da essere anacronistiche o innaturali, questo lavoro su Le Mans ’66 diventa qualcosa da sottolineare e da applaudire.

    Christian Bale che fa il segno dell'OK nel film Le Mans '66 - La grande sfida

    È andata

  • CHIAMAMI DOLEMITE, UOMO! (Dolemite is my name, 2019)

    Eddie Murphy in Dolemite is my name che mostra un disco di Rudy Ray Moore e dice metti questo disco, uomo

    È fatta! Netflix è riuscita nell’impresa, quella di riportare Eddie Murphy ai fasti di almeno 20-25 anni fa, quando non faceva solo commedie leggere per la famiglia. “Dolemite is my name” è infatti il primo film di Murphy in vent’anni a meritarsi una classificazione “R” dalla MPAA, ossia “restricted” (minori solo se accompagnati). L’ultimo degno di tale lettera era stato “Life” nel 1999.

    A Netflix è stato sufficiente offrire all’attore carta bianca e spazio, e il nostro è riuscito a realizzare un progetto che aveva in testa da molto, molto tempo. Una biografia in stile scanzonato e spiritoso di uno dei suoi idoli della comicità, Rudy Ray Moore.
    Quello di Moore è un nome che in Italia non dice nulla: a differenza di Richard Pryor (altra grossa influenza per Eddie Murphy) non è mai stato protagonista in film noti al pubblico italico (è già di nicchia negli USA) né ha avuto particine in cose come “Superman 3” tali da portare un comico nero a un numero ancora più grande di spettatori.
    Rudy Ray Moore nasce figlio di un contadino ma ben presto è chiaro che la vita nello spettacolo è roba per lui. Le ha fatte tutte, da ballerino a cantante R&B a cabarettista e infine star del cinema nero della blaxploitation, nonché influenza fondamentale per tanti rapper della prima ora. I suoi film a basso budget ma ad alto contenuto di divertimento sono diventati dei cult già negli anni ’80 con le prime VHS.

    Una vita colorita e colorata, una divertente ascesa alla vetta che Eddie Murphy ha voluto raccontare prendendosi qualche piccola libertà ma rimanendo rispettoso del suo idolo. Ecco dunque “Dolemite is my name”, film ispirato ad una storia vera che vede lo stesso Murphy nei panni di Moore, affiancato da talenti come Wesley Snipes e Keegan-Michael Key. Il film racconta i tentativi di Rudy Ray Moore di pubblicare i suoi album comici molto spinti, nonché la travagliata produzione e il debutto nelle sale della sua prima pellicola “Dolemite” (1975) con protagonista il pappone omonimo che sarà la star di una manciata di altre simili avventure negli anni a venire.

    Il debutto in lingua italiana del film arriva in contemporanea mondiale, come avviene per queste produzioni Netflix, ed è a cura della 3Cycle di Marco Guadagno. Il titolo per il pubblico italiano rimane quello originale (in inglese), anche se non è stato così per tutti i paesi (rimane in inglese in Francia mentre per la Spagna Yo soy Dolemite e in brasile Meu Nome é Dolemite).

    Dolemite is my name poster brasiliano

    Locandina brasiliana di “Dolemite is my name”

    Una piccola premessa: la persona che scrive questo pezzo guarda zero film contemporanei, semplicemente per poco tempo e/o interesse. Il risultato purtroppo è la scarsa preparazione allo stile recitativo di oggi ma soprattutto al tipo di adattamento che si fa di questi tempi, e non essendovi avvezzo c’è da mettere in conto un minimo di shock culturale nell’entrare in contatto con certi doppiaggi quando le mie sensibilità sono praticamente ferme agli anni ‘90. Riguardo Eddie Murphy nello specifico, l’ultima volta che vidi un suo film risale al 2003 con “L’asilo dei papà”, ovvero 16 anni fa, un’era geologica per il mondo del cinema doppiato. Il ritorno alle scene di Eddie, di nuovo sorridente ed in piena forma, ha risvegliato una curiosità che “Tower Heist” (2011) non era riuscito a destare. Rimaneva un’unica incognita però: l’adattamento italiano.

    Quelle frasi non doppiate che distraggono

    Come è stato detto fino allo svenimento, il doppiaggio è un artificio necessario in cui la pratica dell’adattamento ci permette di fruire di un film straniero camminando una sottile linea tra il letterale e l’accessibile, restando sempre consci che spezzare l’illusione è maledettamente semplice. Frasi come “parli la mia lingua?” (Pulp Fiction, 1994) ad alcuni potrebbero sembrare goffe o forzate ma sono di gran lunga una migliore alternativa al letterale “parli inglese?” che demolirebbe completamente l’illusione del guardare un film in cui gli attori parlano la nostra lingua.

    Se stiamo guardando un film originariamente in inglese ma doppiato in italiano e sentiamo una frase lasciata intatta dalla colonna sonora originale, a meno che non sia una voce alla radio completamente nello sfondo e del tutto slegata dalla trama, il risultato sarà straniante. Perché, ci si può domandare, quella voce è rimasta non doppiata? Peggio ancora se i personaggi doppiati in italiano reagiscono ad essa! Qualunque sia la ragione e per quanto buona essa sia, il risultato purtroppo è sempre lo stesso: abbiamo potenzialmente perso la concentrazione, ci siamo distratti, ci siamo ricordati che stiamo guardando un film! È un po’ come se al cinema ci passasse davanti qualcuno all’improvviso, avrà avuto i suoi buoni motivi per alzarsi ma ha distolto la nostra attenzione dallo schermo e dalla storia.

    Questo in “Dolemite is my name” avviene due volte: prendiamo in esame la prima.

    Il disco comico di Redd Foxx, beato chi ci capisce qualcosa

    All’inizio del film Rudy e il suo collega del negozio di dischi ascoltano un album di Redd Foxx, un comico noto per monologhi audaci che recitava nei night club per soli neri. Nella versione italiana l’audio del disco rimane in lingua originale, sottotitolato. I sottotitoli sono lontani da quello che dice Foxx, e bisogna qui ammettere che ciò che sentiamo nel film si tratta di uno sketch (intitolato “All’ippodromo”) non semplice da rendere in un’altra lingua senza stravolgerlo, basato com’è su giochi di parole e doppi sensi piuttosto spinti per l’epoca. Appurata la difficoltà del compito, il fatto che subito dopo uno dei personaggi doppiati ripeta una parola dello sketch, ed essa non coincida affatto con quello che indicavano i sottotitoli… è spiazzante.

    “Signore e signori, vorrei riportarvi in pista un’ultima volta, ecco un ultimo struscio. Si sono strusciati addosso ad Anna. Non è la prima volta che si strusciano, ma la scorsa è stata un peccato perché avrei voluto vedere il suo culo contro la mia Asta.”

    Così recitano i sottotitoli italiani nella scena in questione. Da qui il film riprende doppiato con questo scambio di battute:

    – Quanto mi fa ridere…
    – Non fa ridere, sono solo un mucchio di parolacce.
    – Non sono parolacce, è… brillante, non so, è… ecco: “Il mio uccello” non è il suo uccello, “Il mio uccello” in realtà è il suo cavallo!

    Scena di Dolemite is my name, l'ascolto dell'LP di Redd Foxx

    Ci avete capito qualcosa? Dov’erano le parolacce? Cosa c’era da ridere in quella registrazione di Redd Foxx? Allo spettatore non è stato dato alcun contesto, né sul comico che parla, né sul disco che stanno ascoltando, questo perché in lingua originale, anche non conoscendo Redd Foxx, si presume che lo spettatore capisca i giochi di parole al volo. Ed eccovi il contesto:

    Lo sketch “All’ippodromo” gioca su doppi sensi al limite del legale in una radiocronaca di una corsa di cavalli dai nomi molto ambigui, fino a chiamarne uno “My Dick”, che in un ambito innocente potrebbe essere “Il mio Riccardo”, ma affiancato a verbi come “spingere” e “allungarsi” è chiaramente “Il mio cazzo”.

    Well ladies and gentlemen I’d like to take you to the race track, one more time… And here’s the late scratch ladies and gentlemen, “Anna’s Ass” has been scratched! And it’s not the first time “Anna’s Ass” has been scratched, this last one was a shame because I’d have loved seeing “Anna’s Ass” up against “My Dick” today!

    Questo il pezzo che sentiamo nel film, lo sketch intero è un po’ più lungo ed è molto carino. Ma analizziamo ciò che nel film doppiato sentiamo solo in inglese e di cui proporrò io una traduzione tra parentesi:

    Well, ladies and gentlemen, I’d like to take you to the race track, one more time

    The Both Sides of Redd Foxx, copertina del vinile

    (Signore e signori rieccoci in pista ancora una volta)

    And here’s the late scratch

    (Ci arrivano adesso le informazioni sull’ultimo scarto.)
    “Scratch” in ippica è semplicemente un cavallo che avrebbe dovuto correre ma è stato, appunto, scartato. “Scratch” nell’inglese comune è anche una grattata (di culo? di palle?). E cosa arriva dopo…?

    “Anna’s Ass” has been scratched!

    Ed ecco un perfetto esempio di double entendre o doppio senso. Se la intendiamo in un contesto ippico trattasi di un cavallo di nome “Anna’s Ass”, ovvero “Il ciuco di Anna”, che è stato scartato. Ma il doppio senso volgare è che “Il culo di Anna” è stato grattato.

    This last one was a shame because I’d have loved seeing “Anna’s Ass” up against “My Dick” today!

    Ed è un peccato che sia stato scartato/grattato anche questa volta perché, dice il personaggio del commentatore della corsa, avrei voluto vedere “Anna’s Ass” contro “My Dick” (cavallo che era stato già introdotto prima, nel disco, ma noi nel film non lo sentiamo), ovvero veder gareggiare “Il ciuco di Anna” e “Il mio Riccardo”… o vedere “il culo di Anna” contro “il mio cazzo”.

    Vedete bene che è praticamente quasi impossibile rendere questo pezzo senza riscriverlo daccapo in italiano e di sana pianta. I sottotitoli forniti da Netflix hanno provato a dare un senso a modo loro, senza che però sia poi del tutto chiaro perché chi sta ascoltando il disco ride come un matto, per poi fare riferimento a un fantomatico “Il mio uccello” che nei sottotitoli non c’era.

    Ribadiamo ancora che il pubblico americano che vede questo film ha buone chance di conoscere già quel pezzo, e ad ogni modo in inglese quei giochi di parole funzionano e quindi non hanno bisogno di troppe spiegazioni. Sono immediati.

    Dolemite is my name, sottotitoli di Andrea Guarino per Netflix

    Il fatto che chi lavora ai sottotitoli non comunichi con chi lavora al doppiaggio è evidente ed è da accettare come dato di fatto in questa era di lavoro a camere stagne, tempi ristretti e di distributori stranieri terrorizzati da possibili fuoriuscite “pirata” di materiale. I direttori di doppiaggio e i doppiatori stessi commentano sempre più frequentemente con rammarico di come non riescano a vedere il film, a volte, finché non esce nei cinema, visto che molti distributori li fanno lavorare con copie “censurate” in cui sono visibili solo le bocche dei personaggi. Chi sottotitola poi solitamente ne sa anche meno oppure non gli viene dato abbastanza tempo per saperne (e così si finisce per rimpiangere i “fansub” amatoriali).

    Accettando questa amara realtà, bisogna guardare in faccia il risultato che ci ritroviamo nella versione italiana del film: avere parti che rimangono in inglese non funziona.

    Per quanto possa sembrare un dettaglio insignificante (abbiamo appena disquisito di una scena che dura circa 20 secondi) è un momento importante per la trama perché i personaggi presenti in quella scena vi fanno riferimento, è una fonte di ispirazione per il protagonista, forse il motore del film… e in italiano lascia semplicemente perplessi.

    Per fare una parentesi e allontanarci un attimo dal film che stiamo analizzando, non è che questa pratica di lasciare parte dei dialoghi originali inglesi sia del tutto novella. Se andate a vedere “Contact” del 1997 con Jodie Foster, lì ci sono un paio di scene in cui compare l’allora presidente Bill Clinton (inserito nel film in maniera anche un po’ truffaldina) che nel doppiaggio italiano mantiene il suo audio in inglese. Perché? Presumibilmente ha a che fare col fatto che i suoi siano filmati di repertorio presi fuori contesto, e forse vuole evidenziare anche nella versione italiana che, sì, stiamo vedendo il presidente vero, autentico, ed è la sua voce che sentiamo. Scene accompagnate da sottotitoli, d’accordo. Resta comunque un momento bizzarro (in un film già particolare)? Eccome!

    L’Examiner diventa un Esaminatore (e Walter Matthau dice “cazzo”)

    Scena della proiezione di Prima pagina, nel film Dolemite is my name

    Scena della proiezione di Prima pagina, nel film Dolemite is my name

    Tornando a “Dolemite is my name”, veniamo all’altro esempio di immersione falsata, e cioè una scena in cui i protagonisti, tutti neri, vanno al cinema a vedere “Prima pagina” (The Front Page, 1974) di Billy Wilder con Matthau e Lemmon, per svagarsi un po’. Loro malgrado si annoiano a morte perché è un film “bianco” realizzato per un pubblico “bianco” e uno di loro si lamenta appunto di come non ci siano “fratelli” sullo schermo.

    Nella versione italiana di “Dolemite is my name” i neri vanno al cinema a vedere un film completamente in inglese, e l’effetto bizzarro che ne deriva è quasi l’impressione che siano proprio disorientati dalla lingua straniera e non riescano a seguire la storia!

    “Prima pagina” uscì nei cinema italiani nel 1975 e fu doppiato dalle voci della C.D. – Cooperativa Doppiatori. Jack Lemmon ha la sua voce ufficiale Giuseppe Rinaldi; Walter Matthau parla invece con la voce di Ferruccio Amendola, al posto del più consueto Renato Turi, insolita ma funzionante scelta.
    Il doppiaggio di questo film non è perduto ma per ragioni che possiamo immaginare (costi, diritti, eccetera) non è stato possibile risentirlo in questa occasione, né abbiamo avuto l’alternativa, cioè che fosse ridoppiato ad hoc come accade a volte.

    Ci siamo dovuti accontentare invece di sottotitoli in italiano, che non rispecchiano i dialoghi del suo doppiaggio del 1975 (sebbene siano in un piccolo punto più fedeli), e introducono alcuni errori:

    Scena della proiezione di Prima pagina al cinema, nel film Dolemite is my name. Examiner diventa L'esaminatore

    – Non parli dell’Esaminatore? Non ci danno crediti?
    – È nel secondo paragrafo.
    – E chi mai leggerà il secondo paragrafo? Sono 15 anni che cerco di insegnarti a scrivere a comando! Devo fare tutto io? Trovare la storia e scriverla?
    – Senti, Sapientone, è meglio quel che mi esce dal cu… dal naso, di quello che scrivi tu.
    – Che dilettante del cazzo. Forse Philadelphia fa per te. Puoi scrivere battute per gli spot!
    – Ah sì? Chi è che ha scritto Le ultime confessioni di Banducci Tre-dita?

    E da qui in poi ritorna il doppiato. Ma chi è questo Esaminatore? E che crediti dà? Ed è mai possibile che in un film “pulito” del 1974 con Walter Matthau qualcuno dica “del cazzo”? Possibile che chi traduce oggi conosca solo “cazzo” e “merda” a cui ricondurre il 99% delle espressioni americane? Sfumature, eufemismi, questi sconosciuti.
    Vediamo com’era lo stesso dialogo tradotto nel 1975:

    – Ferma! Non hai nominato l’Examiner! E non è tutto merito nostro?
    – Oh sì questo l’ho messo nel secondo paragrafo.
    – Sono 15 anni che cerco di insegnarti come si scrive un articolo, devo sempre fare tutto da solo? Trovare la notizia, e dopo averla trovata scrivere anche l’articolo, forse?
    – Senti, testone, anche se io scrivo un articolo col sedere, scusa cara, è meglio d’uno tuo!
    Piccolo dilettante, forse il tuo posto è proprio Philadelphia, a scrivere slogan per le creme da barba!
    – Ah, davvero?? E allora chi scrisse la confessione in punto di morte di Balducci, detto “Tre dita” ? Chi scrisse il diario di Roxy Hart? E dell’alluvione al Dayton? Persino il telegrafista si mise a piangere!

    L’Esaminatore non era un misterioso professore universitario con crediti da elargire, ma come correttamente riportato nel doppiaggio d’epoca si parlava dell’Examiner, un giornale, la testata di Chicago per la quale i personaggi di “Prima pagina” lavorano!

    Ora, non si può pretendere, come detto sopra, che le cose funzionino “come una volta”. Non si può pretendere nemmeno che gli incaricati ai sottotitoli su Netflix si vadano a cercare “Prima pagina” e leggano di che si tratta e cosa sia l’Examiner per scrivere 10 secondi di sottotitoli (o si può? Ditemi voi).
    Ma comprese le possibili ragioni di queste ed altre scelte… tutto questo continua a non funzionare!

    Non adattare “uomo”, uomo!

    Parliamo adesso di una scelta nei dialoghi che potrà più facilmente saltare alle orecchie di chi segue il film, anche quelle meno attente, ovvero il fatto che Rudy, in italiano, chiami “uomo” praticamente chiunque, per tutto il film.

    Scena del film Dolemite, negozio di dischi, qualcuno dice: metti il disco giusto, uomo!

    Una vera battuta del film

    In inglese è normale che un nero chiami altre persone “man”, e la cosa è nata in reazione a chi li chiamava “boy” in maniera autoritaria, quale che fosse la loro effettiva età, prima e dopo la schiavitù —e purtroppo è un comportamento che ancora oggi persiste seppur in piccola parte— in virtù di una presunta superiorità razziale. I neri americani hanno dunque reagito introducendo “man” nel loro linguaggio perché loro non sono dei “ragazzi”, subordinati, loro sono degli “uomini”!
    Compresa questa premessa storica, si può intuire forse perché “man” sia stato lasciato come “uomo” nella versione italiana di questo film.

    È italiano scorrevole? No, per niente. Risulta curioso che per tutto il film si senta questo “uomo” a destra e a manca usato come appellativo, qualunque sia il motivo che ha portato a tale scelta di adattamento.
    Come regola generale (almeno secondo i metodi “di una volta”) un buon adattamento si vede quando si riesce a rispondere di sì alla domanda: diremmo così nella vita di tutti i giorni, in italiano?

    Come si traduce “motherfuckers”? Dipende…

    Questa domanda va posta anche e soprattutto quando si mette in ballo il turpiloquio, che l’adattamento di questo film tratta in maniera scostante: ci sono momenti in cui viene omesso, sono i punti in cui la sua presenza suonerebbe male in italiano. Questo è bene. Viceversa momenti in cui viene tradotto pedissequamente, e mai come nel caso dei dialoghi del protagonista del film che parla costantemente di “motherfuckers“, tutti traslati indifferentemente in “figli di puttana” fino ad arrivare a momenti di assoluta cacofonia.

    Giusto, sì, che si voglia tenere il più possibile la volgarità del personaggio, perché questo attributo lo contraddistingue. Meno giusto invece che si metta in secondo piano la scorrevolezza della lingua, il cui suono non deve essere artificiale o artificioso ma deve sembrare il più possibile la voce italiana di una persona reale, per quanto stravagante possa essere il personaggio!

    Nei primi secondi del film sentiamo queste parole, pronunciate dalla nuova voce di Eddie Murphy, Fabrizio Vidale:

    È così, uomo, la gente mi adora! Ehi, tu metti questo e i figli di puttana cominciano a dimenarsi e a contorcersi. Quando suonavo questo disco dal vivo, i figli di puttana svenivano! Te li ritrovavi sul pavimento e ci voleva l’ambulanza per farli rimettere in piedi, okay? Anzi, quando suonavo questo chiamavano prima l’ospedale, e gli dicevano “C’è Rudy che suona stasera, tenetevi pronti a portare via i figli di puttana dal locale”.

    Chi sono questi figli di puttana? Pensate che si riferisca a un gruppo specifico di persone che conosce, che sa essere letteralmente figli di buona donna o più semplicemente persone poco gradite?
    No, “figli di puttana” qui è usato come equivalente della parola “motherfuckers” che, per quanto possa sembrare assurdo, non solo non vuol dire figli di puttana (questo si sapeva già, se ricordate dall’articolo di Evit su Die Hard, Maldesi lo aveva trasformato in “pezzi di merda” ad esempio, e in un altro sottolineava proprio l’impossibilità di una traduzione univoca della parolaccia americana) ma non è necessariamente un insulto in situazioni come questa!

    Dolemite is my name - Scena fuori dal cinema

    Nel linguaggio afroamericano “mothafucka” è usato con disinvoltura per riferirsi a chiunque, in senso negativo e positivo. Qualunque giudizio di carattere è dato da altre cose, contesto, tono di voce… ma di per sé la parola “motherfucker” in questo frangente è praticamente appellativo neutro. Per fare un paragone forse un po’ azzardato si può scavare nella storia europea e rammentare come anticamente si chiamava “cristiano” chiunque, e la parola era usata come useremmo oggi “persona” o “essere umano” perché si riferiva ai battezzati. La cosa è sopravvissuta in parte in espressioni antiquate tipo “parlare come un cristiano” o addirittura rimane tale e quale a se stessa nel sud Italia, nella sua accezione originale.

    Dunque ci sta che potremmo anche dire a un nostro amico “motherfucker, chill!” per dirgli di star calmo e non si offenderà perché non lo abbiamo chiamato — letteralmente — un fotti-madre.

    Riporto il testo originale per riferimento:

    I ain’t lyin’, man, people love me! Hey, if you play this song I guarantee you mothafuckas start hoppin’ and squirmin’. When I used to play this record live, mothafuckas would actually faint. They would faint on the floor, I had to call an ambulance to pick all these mothafuckas up, okay? Everytime I played, in fact they’d start calling the hospital in advance and tell them “Rudy gon be singin’ tonight, make sure you’re ready cause we finna be carryin’ mothafuckas out the club”.

    Quelli di voi che conoscono un po’ di inglese noteranno che l’ambulanza non serviva per “farli rimettere in piedi”, come dice l’adattamento italiano del film, ma per “portarli via”… in barella (NdR: vedi che guai a tradurre “pick up” alla lettera?), e chi ha un po’ di familiarità col vernacolo dei neri americani riconoscerà che usano certe parole come “motherfucker” e “shit” come punteggiatura nonostante siano parolacce, in maniera analoga a come un siciliano usa la parola “minchia”, per esempio.

    Vediamo una possibile alternativa all’adattamento sentito su Netflix, questa è una proposta:

    Non ti prendo in giro, la gente mi adora! Se metti questo disco è matematico, qualunque stronzo salta e si dimena. Quando suonavo dal vivo questo pezzo, credimi, la gente sveniva. Finivano in terra e mi toccava chiamare l’ambulanza per portare via tutti quegli stronzi, chiaro? Anzi, ogni volta che suonavo, chiamavano in anticipo l’ospedale e dicevano “Stasera canta Rudy, preparatevi perché qui tra poco svuotiamo il locale”.

    L’adattamento italiano di questo film invece sembra concentrato solo a rendere pari-pari molte di queste espressioni che in americano hanno senso, ma in italiano non diremmo mai. E quindi sentiamo frasi tipo “ma che è quella merda?” o “vanno pazzi per quella merda”.

    Ecco un esempio di una frase riportata così com’è e che avrebbe forse giovato di un ritocchino. Se Wesley Snipes nel film, stizzito d’essere stato schizzato da una pozzanghera, dice…

    “I’m brown sugar, I melt!”

    …questa frase non va tradotta letteralmente con:

    ”Sono zucchero di canna, mi sciolgo!”

    per quanto divertente sia recitata da Pino Insegno (bravissimo in quel ruolo). La ragione è che “brown sugar” è una espressione idiomatica legata agli afroamericani, vuol dire sì “zucchero di canna” ma vuol dire anche “donna nera molto attraente”. Nel caso vi chiedeste perché è detta da Wesley Snipes, nel film interpreta il regista D’Urville Martin, un personaggio un po’ eccentrico e quantomeno ambiguo (in tutti i sensi). Il fatto che sia un’espressione idiomatica dovrebbe dissuadere immediatamente dall’idea di tradurlo alla lettera, tra l’altro in italiano il concetto di “zucchero di canna” in quella battuta non è altrettanto immediato, la prima cosa che viene in mente dello zucchero non è il fatto che si sciolga ma che sia dolce; “caramello”, invece, è una parola molto più evocativa, immediatamente fa pensare a qualcosa del colore giusto, che in acqua si squaglia e che è anche possibile associare all’erotismo (di certo più dello zucchero), sarebbe stata un’azzeccata alternativa per questa simpatica gag. Zucchero di canna è una traduzione, caramello è un adattamento. Per fortuna la battuta “Sono zucchero di canna, mi sciolgo!finisce per far ridere lo stesso grazie alla recitazione di Pino Insegno.

    A proposito, questo è il cast di doppiaggio di Dolemite is my name, con Fabrizio Vidale, Domitilla D’Amico, Pino Insegno, Roberto Gammino, Mauro Gravina, Massimo Bitossi, Francesco Cavuoto, Antonio Palumbo.

    cast doppiaggio dolemite is my name con fabrizio vidale

    Dolemite molto piacere, fare il culo ai figli di puttana è il mio mestiere!

    Sempre in tema di linguaggio e ancora una volta circoscritto al protagonista, ecco la frase ricorrente che dà il titolo al film:

    “Dolemite is my name, and fuckin’ up mothafuckas is my game!”

    Che viene resa letteralmente in

    “Dolemite molto piacere, fare il culo ai figli di puttana è il mio mestiere!”

    E per quanto si possa apprezzare il fatto che questa ed altre frasi siano rimaste in rima, perché parte del personaggio, ancora una volta sembra valere questa equivalenza “motherfuckers” = “figli di puttana” che non funziona perché ignora, come già detto, l’uso indiscriminato che ne fanno i neri più sboccati con tanta disinvoltura.

    Senza contare poi che come tanti altri omaggi, il fatto che Moore dica quella frase, data senza contesto e quasi come se fosse la catchphrase del personaggio, in realtà è un richiamo a una scena del suo film “Dolemite” in cui fa un discorso d’incoraggiamento alle sue ragazze. Qui la scena da cui origina la frase:

    “Girls, we gonna give one of the damndest parties this city has ever seen! Queen Bee is gonna send out invitations to all of our friends and associates from all over the country. And I’m gonna let em know that Dolemite is back on the scene!
    I’m gonna let ’em know that Dolemite is my name and fucking up mothafuckas is my game!”

    Che adattato potrebbe essere reso più o meno così:

    “Ragazze, daremo una delle feste più toste che questa città abbia mai visto! Queen Bee manderà inviti a tutti i nostri amici e conoscenti in tutto il paese. E io dimostrerò loro che Dolemite è tornato in pista!
    Dimostrerò loro che Dolemite è il mio nome e rompere il culo a tutti è il mio cognome!

    Scelta che sacrifica a prima vista un po’ dei toni del linguaggio colorito, ma all’improvviso sembra già qualcosa che una persona vera potrebbe dire nella nostra lingua. L’idea nell’adattamento italiano di fare la rima molto piacere / il mio mestiere in sostituzione di my name / my game è buona ma non tiene conto del contesto perché quando Dolemite la dice non si sta presentando a degli sconosciuti, sta ribadendo chi è alle sue prostitute.

    Il fatto che il nuovo film la usi a iosa come se fosse una catchphrase è una scelta degli sceneggiatori che tiene conto dei tanti appassionati del film originale: essi hanno sentito la frase in contesto, la riconoscono e magari pensano “ah, ecco la dice sul palcoscenico e poi la userà nel film!”. Sono chicche buttate lì per i fan che le sapranno apprezzare, come la comica scena di sesso in cui finisce per crollargli il soffitto in testa e che in realtà appartiene al seguito (The Human Tornado, 1976), o la scena in cui Rudy propone di inserire una possessione demoniaca nel copione ma rinuncia subito al pensiero di dover ripulire il vomito verde, e nondimeno aggiunge: “il demonio lo metteremo in un altro film” alludendo al film intitolato Petey Wheatstraw (1977) che produrrà qualche anno più tardi [nessuno di questi film è mai arrivato in Italia].

    Adattare frasi ricorrenti ex novo è, giocoforza, un rischio perché se non si conosce l’argomento o un eventuale contesto pregresso si rischiano incomprensioni come questa. Poi mettiamoci in mezzo l’uso di un linguaggio forzato, come si è già detto, ed ecco una frase che risulta bizzarra ogni volta che la si sente.

    Dolemite molto piacere

    fare il culo ai figli di puttana è il mio mestiere

    Brodo di topi e chi se lo mangia

    Rudy ha un particolare insulto per la gente che disprezza, e che utilizza più volte nel film: “rat soup-eatin’ mothafucka”, ed è anche questo preso direttamente dal suo film “Dolemite”, è praticamente la prima battuta che il personaggio omonimo pronuncia sullo schermo. Gli sceneggiatori di Dolemite is my name hanno scelto di fargliela ripetere più volte per far intendere che era la “sua” frase e che l’avesse inserita nel suo film perché era una cosa che diceva nella vita reale.

    Nel doppiaggio italiano viene resa pedissequamente con “mangia brodo di topi” all’interno di discorsi o stringhe di epiteti anche abbastanza lunghi, con risultato non proprio ottimale.

    “Stronzo mangia brodo di topi”

    (in originale: “Rat soup-eatin’ mothafucka”.)

    “Stronzo buono a nulla mangia brodo di topi cacasotto nato per sbaglio!”

    (in originale: “No business-born, rat soup-eatin’, insecure mothafucka!”. Tra l’altro l’unico caso in cui mothafucka diventa stronzo invece di figlio di puttana, perché non c’è modo di farcelo entrare in una frase già così lunga)

    E così via con un paio di variazioni simili. Il senso di quella battuta è il seguente: avendo Moore visto coi propri occhi cosa vuol dire fare la fame, l’essere tanto poveri e malmessi da accontentarsi (idealmente) di un brodo di topi! Un po’ classista forse come insulto da parte di uno che dal fango ci è venuto ma ahimè questi atteggiamenti sono quelli di chi ha una paura matta di tornarci, e per un uomo nero negli anni ‘70 la paura fa novanta. Il film sembra voler accennare che fosse il modo in cui il padre lo chiamava da bambino per sminuirlo e quindi riutilizzava questa frase con la stessa rabbia covata verso la sua figura paterna.

    Che sia una cosa che dice solo lui nel film è stabilito, serve però un modo fluido e originale di renderlo in lingua italiana. Mangia-ratti? Mastica-ratti? Ciuccia-ratti? Qualunque sia la soluzione si potrà far meglio di questo “mangia-brodo-di-topi” detto ogni volta per intero. Alle volte girare attorno a un concetto è meglio dell’essere letterali a discapito della naturalezza.

    Si scrive Moore, si pronuncia “Mor” ma diventa… Mur (?)

    È a questo punto della discussione sull’adattamento italiano di “Dolemite is my name” che bisogna puntualizzare: il cognome del protagonista del film, Moore, fa rima con la parola inglese door, o con la parola italiana amor. Non si pronuncia “Muur” come invece sembrano essere convinti tutti i personaggi nella versione doppiata, incluso il diretto interessato.

    Ora, errori di pronuncia sui nomi dei personaggi di un film non sono novità, esistono dalla preistoria del doppiaggio, e perfino in un film la cui versione italiana è tanto carina e ben fatta come quel “Prima pagina” sopracitato dove c’è un grosso errore su “Earl” pronunciato “Irl” (la pronuncia corretta è “Erl”). Ma, mentre potremmo passare con molta clemenza sugli errori del passato perché non tutti parlavano l’inglese una volta, né avevano a disposizione gli strumenti che abbiamo oggi, adesso siamo nel 2019: abbiamo tutti uno smartphone in mano al quale possiamo chiedere, volendo, anche come si pronuncia il nome di un personaggio davvero esistito, o tirar fuori in 0,38 secondi circa un migliaio di video su YouTube nel quale tale nome si sente chiaro come il canto del gallo al mattino.

    Com’è che un doppiaggio che mira ad una fedeltà anche troppo alla lettera poi non si cura della pronuncia dei nomi e Moore (pronunciato Mor) può diventare arbitrariamente Muur? Strane scelte di doppiaggio per un film che mira ad essere biografico.

    Eddie Murphy in Dolemite is my name

    Ti ho pizzicato sul nome, eh?

    La scimmia lingualunga

    Il film inoltre accenna vagamente al concetto di “Signifyin’ Monkey” che è una figura della tradizione afroamericana dalla quale attinge a piene mani Rudy Ray Moore. Egli ha praticamente preso una sorta di Pulcinella (per fare un altro paragone azzardato) e l’ha vestito con abiti moderni, facendolo suo.

    Il termine è menzionato di sfuggita in una scena soltanto, nella quale i protagonisti, dopo aver sentito un barbone declamare dei versi volgari, ne hanno riconosciuto l’origine in delle rime popolari della loro tradizione orale: sono le rime di Dolemite e anche di “the Signifyin’ Monkey” (a breve vedremo che cos’è) e in italiano questa lista di personaggi viene resa con la frase “Dolemite, scimmia insensata”. Sembra che Dolemite sia definito “scimmia insensata” ma sono personaggi distinti.

    La leggenda della “Signifyin’ Monkey”

    È un concetto legato al folklore dei neri americani che non sembra avere una traduzione in italiano, e se esiste è affogata in qualche polveroso tomo chissà dove. La storia di questa “signifyin’ monkey”, trasudata negli anni anche in brani musicali come “The Signifying Monkey” di Smokey Joe del 1955 (chicca, Smokey Joe era bianco!), racconta di una scimmietta che prende in giro il leone, re della foresta, dandogli a bere che l’elefante abbia sparlato di lui.
    La scimmia dice al leone “ho saputo che c’è un tale che dice peste e corna di te e della tua famiglia” e il leone si arrabbia tanto che va a minacciare l’elefante, ma le prende di santa ragione. Tornato il giorno dopo tutto ammaccato, il leone subisce ancora le spiritosaggini della scimmietta impertinente che però, dopo averlo sfidato, non riesce a scappare e le prende a sua volta.

    È una storia raccontata in tanti modi diversi e discendente da vere tradizioni africane. Alle orecchie di Rudy Ray Moore arrivò grazie ai senzatetto che per due spiccioli ripetevano queste filastrocche volgarissime piene di insulti in rima tanto originali quanto elaborati.

    La scimmia “insensata” è una traduzione corretta?

    La scimmietta del racconto viene dunque definita “insensata” dall’adattamento italiano. Alla luce di tutto questo, “Signifyin’” potrebbe forse significare più qualcosa come “spiritosa”, “spaccona”, “furba” o addirittura “lingualunga” che sembra racchiudere tutte queste sfumature. Dando per certo che in Italia nessuno ha familiarità con questa figura della Signifyin’ Monkey, quanto sarebbe stato comunque più significativo o almeno evocativo fargli dire “Dolemite, la scimmia lingualunga”! È un nome che ha del fiabesco, capiamo che fanno riferimento ad una qualche leggenda e non che stiano dando della scimmia a questo Dolemite.

    Aggiungiamo anche che sul forum del sito wordreference.com, interessante risorsa linguistica, degli utenti spagnoli che si chiedevano la stessa cosa sono arrivati a simile conclusione:

    US informal (among black Americans) exchange boasts or insults as a game or ritual.

    Me inclinaría por los dos que provees: “choteo” / “vacilón“.

    da Wordreference.com

    Cioè che prende in giro / spiritosa. Non insensata.

    Altre cose lasciate così come sono

    La grande, irreprensibile Sandy Duncan…

    Nella già menzionata scena in cui il gruppo di amici di Rudy va al cinema a vedere “Prima pagina”, i ragazzi sono perplessi da quello che vedono perché il film è lontano dalle loro sensibilità e si mettono a sussurrare. Finché dalla fila davanti una ragazza con i capelli biondi si gira e fa “ssshhhhh”, infastidita. Al che Jimmy Linch, interpellato, risponde con un “Ehi, non fare sshh a me… Sandy Duncan!

    Donna al cinema che invita a fare silenzio, una scena di Dolemite is my name

    Sshhh!

    E chi diamine è Sandy Duncan?

    Beh, Sandy Duncan era un’attrice all’epoca nota per la sitcom “The Sandy Duncan Show” (già “Funny Face”) andata in onda sulla CBS dal ‘71 al ‘72. La scelta di questo nome è emblematica del ragazzo nero di inizi anni ‘70 che percepisce uno show TV come quello della Duncan come “roba per bianchi”, blanda e insipida, e quindi il nome dell’attrice protagonista ne diventa sinonimo. Non importa nemmeno che la ragazza a cui è rivolto “l’insulto” non assomigli lontanamente a Sandy Ducan.

    Cast del Sandy Duncan Show

    Per noi, pubblico italiano, è un nome che ha rilevanza? No. Non quanto in America, dove la conoscono per la televisione, su Wikipedia in italiano difatti a stento ha una sua scheda. E allora perché è stato lasciato intatto nella versione italiana del film? Fedeltà assoluta al copione ma a che pro se la battuta non ci colpisce per niente? Una sostituzione con un nome come quello di Doris Day, per esempio, avrebbe già fornito il risultato sperato: stesso periodo storico, attrice e cantante bianca di successo con i capelli biondi. Voilà! È un nome più noto al pubblico italiano del 2019, per il quale stiamo adattando un film.

    Esempio già collaudato: in Ritorno al futuro (1985) il personaggio di Doc Brown nel 1955 chiede sarcasticamente a Marty McFly chi sia il presidente degli Stati Uniti nel futuro e sentendosi dire “Ronald Reagan”, che all’epoca era attore del cinema, rincara la dose dicendo “suppongo che la first lady allora sia Jane Wyman” (perché era stata la prima moglie di Reagan). Ah, non ricordate la battuta su Jane Wyman? Questo perché la versione italiana del film menziona invece Marilyn Monroe, che nella memoria collettiva (anche in quella italiana) era associata al presidente Kennedy già dai primi anni ‘60 pur senza essere anacronistica visto che l’attrice era già stranota in quel 1955 in cui si svolge il film.

    Ma niente, in “Dolemite is my name” apparentemente è importante che vengano lasciate in inglese cose come “party record”. Che cavolo è un party record, vi chiederete?

    Il party record

    Sì, nei dialoghi italiani si sente un scambio di battute dove viene nominato un party record.

    – Perché diamine c’è la fila? Avevi detto che andavamo a un party.
    – Stiamo andando a un party. Registriamo un party record.

    E se la parola “party” è entrata nel dizionario italiano, ormai anche da prima degli anni ’70, non si può dire lo stesso di “record” nella accezione che si intende qui, né allora né oggi né mai! In italiano quando parliamo di “record” ci riferiamo a un primato registrato (record viene appunto dal verbo registrare in inglese) in una disciplina sportiva o nel famoso libro sponsorizzato da una birra irlandese.

    In inglese per “record”, in questo contesto, si intende un disco in vinile! Che è quello che appunto Rudy Ray Moore si prepara a registrare in quella scena. Per chiarire, un party record era un album di genere comico proprio come quello del sopracitato Redd Foxx. Erano detti “party records” quei dischi comici che contenevano materiale un po’ più audace rispetto ai più comuni “comedy records”, che invece erano registrazioni di monologhi dal vivo di materiale comico non vietato ai minori.

    Si sarebbe capito di lì a poco cosa fosse un “party record”? Sì, perché viene svelato pochi secondi dopo. È lingua italiana corrente? Mille volte no! In italiano non esiste l’espressione “party qualcosa” (su Google a stento compare qualche risultato pertinente se lo limitiamo alla lingua italiana) e con queste frasi calcate dall’inglese senza ricordarsi il contesto, il destinatario e la fruibilità, siamo al limite della lobotomia ormai.

    Era strettamente necessario riportare anche questo concetto, così, (lasciatemelo ripetere) pedissequamente, dall’inglese? A conti fatti, no. Si poteva benissimo inserire una frase qualunque invece di menzionare “party record”, come si è fatto tante volte nella storia del doppiaggio proprio per evitare che rimanessero discorsi insensati.

    Hipster nei dialoghi anni ’70?

    In una scena viene pronunciata la frase “Lo ascolta ogni hipster nero”, e in inglese la parola hipster ha motivo di esistere negli anni ‘70, ma non in italiano. Pur essendo una parola che ha origini negli anni ‘30 del secolo scorso, è entrata nel nostro vocabolario solo l’altro ieri, e nel frattempo dalla sua nascita ha cambiato significato tre volte. Negli anni ‘70 avremmo detto che un ragazzo era “in” per indicare che era parte di una cerchia “speciale”.

    Sold-out nei dialoghi anni ’70?

    Come non è italiano dire che un cinema è “Tutto sold-out per le dieci e mezzanotte” come esclama un organizzatore alla prima di “Dolemite”. Si è sempre detto “tutto esaurito”, qual è la ragione di questo bizzarro “sold-out” in una frase in italiano messa in bocca ad un personaggio di un film ambientato negli anni ‘70? Per non parlare della sciocca ripetizione mettendo un altro “tutto” davanti a “sold-out”, è proprio TUTTO TUTTO esaurito. Non c’è ombra di dubbio.

    Grafico con l'incidenza delle parole "sold out" e "tutto esaurito"

    “Sold out” versus “Tutto esaurito”, nel 1972

    Aggiungiamoci pure che sentiamo parlare di una “registrazione live” che negli anni ’70, mmmh.

    “Stiamo per fare un album, stasera. Una registrazione live

    Vediamo l’incidenza di questa definizione rispetto a “registrazione dal vivo” nei primi anni ’70.

    Grafico a confronto dell'incidenza tra le chiavi di ricerca "registrazione live" e "registrazione dal vivo"

    Direi letteralmente inesistente.

    Qualche complimento finale, mothafuckas!

    Che dire? Il film visto in inglese è molto divertente, Moore nella vita reale non ha fatto dei capolavori ma si è meritato di essere ricordato perché è stato d’ispirazione per comici come Eddie Murphy, che ha creduto tantissimo in questo progetto, e per rapper come Snoop Dogg, il quale interpreta nel film il disc jockey del negozio in cui lavora Rudy, e che ha affermato: “Senza Rudy Ray Moore, Snoop Dogg non sarebbe mai esistito”. Sul finale del film, Moore viene accreditato come “Padrino del Rap”.

    Della versione italiana posso dire che mi sono piaciute le rime che il personaggio di Dolemite decanta sul palcoscenico. Si sente che chi le ha composte si è divertito, e riescono a rendere bene tono e intenzione di quelle originali. Fare questo lavoro in rima non è cosa da niente. Apprezzo che, dove possibile, quando i personaggi menzionavano un altro film, sia stato riportato il suo titolo italiano e non lasciato in inglese (né inventato di sana pianta, come abbiamo visto in tanti prodotti doppiati). Anche questo non è scontato e rivela che è stato prestato un minimo d’attenzione.

    Pollice in su anche per la voce di Eddie Murphy in questo film, Fabrizio Vidale, ha fatto un buon lavoro nello star dietro all’attore facendo per conto suo pur non disprezzando di replicare (benissimo!) la famosa “risata” che Tonino Accolla aveva inventato tanti anni fa. Un simpatico omaggio ad un artista non dimenticato e indimenticabile.

    Eddie Murphy risata primo piano da Dolemite is my name

    Sapete di quale risata sto parlando!


    Letture consigliate

    “Dolemite Is My Name,” the Signifying Monkey and the Black Comedic Tradition, del giornalista Joshua Adams [in inglese]