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  • Gli Aristogatti, “note” sulla versione italiana

     

    Titolazione italiana del film Gli Aristogatti

    Prendo lo spunto delle feste appena trascorse – a proposito, tanti auguri! – e mi sostituisco ad Evit, l’autore del blog, per parlare di un film Disney tanto caro a noi appassionati del Topo, uno di quelli, per intenderci, della vecchia collana dei classici in VHS che mi auguro abbiate visto anche voi fino alla nausea: sto parlando de’ Gli Aristogatti (The Aristocats, 1970) di Wolfgang Reitherman.

    Antefatto sulla canzone di apertura

    Durante la messa in onda della sera di San Silvestro, il nostro caro Evit si ricorda di non aver mai visto prima questo classico d’animazione (sull’animazione Disney è orgogliosamente scarso, per questo mi tiene a portata di mano) e mi sveglia dal torpore del cotechino facendomi notare come la canzone d’inizio del film sia in lingua inglese. Ma negli anni ‘70 non le cantavano in italiano? – mi domanda – Si tratta del solito parto di sconsiderate edizioni home video moderne dove si perdono le canzoni italiane del maestro Pietro Carapellucci?

    Vignetta da Ghostbusters dove Peter Venkman dice "ben arguito ma errato"

    Sebbene tali dubbi siano solitamente più che legittimi, questa volta bisogna correggere la mira leggermente e tornare indietro. Siediti orsù, che ti racconto una storia di gatti jazzisti, scimmie, cantanti, pittori e compositori…

    Maurice Chevalier e la pensione interrotta

    Cartolina con foto di Maurice Chevalier. Proprietà di Paramount. Pubblicata da Ross-Verlag.Chevalier era un cantante e attore francese che ebbe un bel successo in Europa e negli Stati Uniti nella prima metà del ventesimo secolo. Interpretò numerosi film musicali entrando di diritto, paglietta in testa e accento francese, nella cultura popolare americana. In Monkey Business (1931) i fratelli Marx si spacciavano per lui dopo avergli rubato un documento; due anni dopo appare una sua caricatura a introdurre, cantando, Topolino in Mickey’s Gala Premier insieme agli stessi Marx e tanti altri attori Hollywoodiani; l’eco della sua fama si sente ancora agli inizi degli anni ‘80 in La Pazza Storia Del Mondo (1981) di Mel Brooks nel quale i personaggi del segmento sulla rivoluzione francese, in una delle tante battute meta-linguistiche del film, lamentano con accento “franscioso” che:

    – Siamo talmente poveri che hélas non abbiamo neanche una lingua! Sentite che stupido accento!
    – Ha ragione! Ha ragione! Parliamo tutti come Maurice Chevalier!! Hon Hon Hon!!”

    Rimanendo sempre in campo Disney, il personaggio di Lumiére nel La bella e la bestia degli anni ’90 è un chiaro omaggio a lui.

    Insomma il cantante con la paglietta in testa era il primissimo nome che sarebbe venuto in mente a un americano sul finire degli anni ‘60 se gli avessimo chiesto di nominare un famoso intrattenitore francese. Nella stessa epoca in Italia, alla stessa domanda, magari avreste avuto come risposta Charles Trenet, Aznavour oppure ancora Yves Montand… che però era di Monsummano Terme.
    Proprio al famoso Chevalier i fratelli Sherman, compositori storici di Walt Disney, chiedono di prendersi una piccola pausa dal pensionamento per cantare il tema di un film animato che parla di alcuni gatti parigini canterini!

    Non che Chevalier fosse sconosciuto alla famiglia Disney visto che proprio nel 1967 (quando Gli Aristogatti era già in produzione) uscì uno dei tanti mezzi flop della Disney con attori in carne e ossa, Scimmie, tornatevene a casa! (Monkeys, go home), che aveva Chevalier proprio come protagonista. Assicuratogli che non si trattasse di un altro film con le scimmie, Chevalier accettò di prendersi una piccola pausa dalla pensione per registrare la canzone “Les Aristochats”, sia in francese che in inglese “francioso”.

    Ora, evidentemente il contratto con Disney prevedeva che cantasse solo quelle due versioni (e chiedergliene di più suppongo sarebbe stato eccessivo visto come si è sforzato per decenni di onorata carriera a cantare in inglese con quel suo forte accento) perché le altre versioni della canzone nelle altre lingue di cui abbiamo testimonianza non sono cantate da lui. Quella tedesca infatti è cantata da un certo Paul Kuhn, cantante e pianista evidentemente molto noto in patria. Più di Chevalier? Forse. Fatto sta che in Germania la canzone ha pure il suo “credit” sotto al titolo del film. Nella versione italiana c’è scritto invece “La canzone dei titoli è cantata da MAURICE CHEVALIER” quindi si presume che ci fosse del prestigio associato al suo nome anche nel Bel Paese, sicché qualunque sostituzione con un cantante italiano (in un film così legato a Parigi, poi!) sarebbe stata fuori luogo.

    Titolazione italiana del film Gli Aristogatti, scritta che legge "Gli aristocratici"

    Maurice Chevalier citato nei titoli localizzati in italiano

    La versione italiana, dunque ha sì i titoli localizzati in italiano con i nomi dei doppiatori a grandi caratteri, ma la canzone è la versione francese cantata da Chevalier. Dunque per tornare alla domanda che mi faceva Evit, “hanno mandato in onda la sequenza sbagliata?”, sì, ma non per il motivo che credi: la canzone nella versione cinematografica italiana è sempre stata in francese e se vi capitasse di sentire una versione cantata in inglese con accento “francioso” (come quella che passa in TV) vuol dire che vi trovate davanti alle solite versioni rivedute e corrette dalla Disney.

    Titolazione tedesca di Gli Aristogatti con canzoni di Paul Kuhn

    Versione tedesca dei titoli di apertura dove viene nominato Paul Kuhn

    Vogliamo fare jazz” o “esser gatti”? Una questione di intenzioni.

    Ad opera del classico duo Maldesi-De Leonardis, l’adattamento italiano presenta alcune particolarità forse inattese per l’orecchio d’oggi.

    Salta immediatamente all’orecchio la presenza di dialetti italiani, in particolare su uno dei protagonisti del film, il gatto randagio Romeo, “er mejo der Colosseo”. Il nome e il nomignolo di “Thomas O’Malley “the swinging cat of the alley” (così descritto nella locandina statunitense) viene adattato in italiano come era tradizione dell’epoca per tutti i personaggi Disney… e non erano vezzi artistici dei direttori di doppiaggio italiani bensì la politica che la Disney applicava in tutto il mondo, ove necessario.

    In Italia la rima O’Malley/alley viene resa con Romeo/Colosseo, ma non finisce qui! Quel “catdi alley cat, come viene poi chiamato nel film (alley cat vuol dire gatto randagio), dovrebbe essere scritto tra virgolette così come tanti altri termini “felini” presenti nella pellicola perché l’intero film gioca molto con il gergo da jazzisti dove “cat” definisce un appassionato di musica jazz (sia egli musicista o semplice fruitore) che spesso si riconosce in alcuni dei seguenti tratti caratteristici: parla in gergo jazz, fa uso di cannabis, ha un atteggiamento rilassato, un humor sarcastico, è povero per scelta ed ha una condotta sessuale più libertina.

    La cannabis dei “cat” (o “hepcat” o “hipcat”) non è presente nel cartone perché siamo sempre nel regno della Disney ma per tutto il resto Romeo/Thomas è chiaramente quello che in gergo jazzistico (poi ereditato, insieme a tanti altri termini, dai beatnik di qualche tempo dopo) definiremmo un “cool cat”, che non vuol dire letteralmente “gatto ganzo” bensì un “tipo” ganzo o, più appropriatamente, “un tipo jazz”.

    La banda di Scat Cat dal film Gli Aristogatti

    gatti jazz, o meglio, tipi jazz

    Ed è proprio un jazzman che gli dà la voce in inglese, Phil Harris, già Baloo ne’ Il libro della giungla e in seguito Little John in Robin Hood, che qui come negli altri film interpreta un po’ se stesso, e il personaggio è quello del “cool cat”, il tipo “swing”, con un orecchio al ritmo (ricordate Baloo?) e un occhio alle “pupe”, che parla con i termini dei neri d’America poi entrati praticamente nel linguaggio di tutti: cool, hip, groovy, chick, square e cat sono solo alcuni di questi (a voi il gusto di ritrovarli nelle canzoni del film).

    Qui sta la simpatia di questo classico dell’animazione, approfittare del gergo swing con riferimenti “felini” e riproporlo in un film dove troviamo dei gatti jazzisti, si parla di gatti intendendo il jazz. Ecco quindi il senso di “Everybody wants to be a cat” che non è affatto tradito nella canzone italiana: “Tutti quanti voglion fare il jazz”. Il rispetto delle intenzioni viene anteposto alla traduzione letterale, come la Disney stessa ha sempre professato in quei decenni.

    Gatti che suonano e cantano "Tutti quanti voglion fare il jazz" nel film Gli Aristogatti

    Romeo, er mejo der Colosseo

    Abbiamo visto che il randagio irlandese diventa un randagio italiano, più specificatamente romano e l’origine viene giustificata anche all’interno della sua canzone interpretata dall’attore Renzo Montagnani:

    “Pe’ arivacce qui da Roma ho fatto l’autostop
    e ‘n Francia è già m’ber pezzo che ce sto…
    Ma pure da emigrato, mica so cambiato: io so’ Romeo, er mejo der Colosseo!”

    Rimane una sola domanda: perché proprio Roma? Qui entriamo nel regno delle supposizioni, le mie.

    Ci vedo una eco di cinema italiano, il personaggio ricorda vagamente quello del pappagallo romano, penso ai protagonisti di Poveri ma belli, o il Gassmann di I soliti ignoti, il classico giovanotto con le mani in tasca che racconta una barzelletta alla ragazza di turno e la conquista coi suoi modi magari rozzi, ignoranti, ma spesso sinceri. Un carattere che in fondo viene dalla vita reale e che ha trovato posto nell’immaginario collettivo/culturale italiano.

    Un parallelo più che accettabile per il nostro “cool cat” irlandese giramondo che invece non avrebbe corrispettivi culturalmente comprensibili (un conquistatore irlandese non ha basi in Italia). Quel “er mejo” può essere dunque una trasposizione di quel “cat” (spiegato prima) di “alley cat”.
    Inoltre il Colosseo è noto per essere casa di numerosi gatti randagi, quindi quale miglior provenienza per un gattone piacione? Romeo è il nome dell’innamorato per antonomasia, si adatta bene alla storia di due gatti che si conoscono e si innamorano e, per inciso, il nome Thomas non è scelto a caso, visto che tomcat (il gatto Thomas -> Thomas the cat -> tom-cat… l’avevate capita?) è il nomignolo che si dà in inglese al gatto maschio ma che in gergo significa anche, provate a indovinare… “sciupafemmine”.

    Romeo e Duchessa, gatti protagonisti di Gli Aristogatti

    Romeo, il gatto “pappagallo”.

    Doveva essere proprio romano? Non poteva essere semplicemente un gatto piacione doppiato “normalmente”? Potremmo rivolgere la stessa domanda all’originale, doveva essere proprio un gatto con cognome irlandese che parla come l’americano Phil Harris?

    La mia è una contro-domanda volutamente provocatoria perché se parliamo di accenti, da questo punto di vista la versione originale ha anche meno senso. Perché mai, difatti, Duchessa in lingua originale dovrebbe parlare con un accento ungherese se in teoria sono tutti parigini o in generale francesi? Semplicemente perché la doppiava Eva Gabor e lei parlava così. Per gli americani il discorso finisce qui (ma ci ritorneremo).

    Quei cani dei milanesi!

    Un altro dialetto presente nel film è quello milanese con cui parlano i cani di campagna Napoleone e Lafayette ed è probabile che si tratti di una scelta presa (rimanendo nell’ambito delle supposizioni) per assonanza. Ascoltando le voci americane infatti non è del tutto strampalato riconoscerci suoni e vocalità del dialetto meneghino.

    Cani Lafayette e Napoleone dal film Gli Aristogatti

    Lafayette e Napoleone nella nebbia padana

    Le voci in questione, nella versione originale, sono fornite da Pat Buttram (che poco dopo ritroveremo come Sceriffo di Nottingham in Robin Hood) e George Lindsey (anche lui tornerà in Robin Hood nel ruolo di uno degli avvoltoi) e le loro caratterizzazioni sono una continuazione dei ruoli che li hanno resi popolari in America.
    Il primo noto per il ruolo di Mr. Haney nel telefilm La fattoria dei giorni felici (dove ritroviamo Eva Gabor), il secondo noto per avere interpretato Goober, il cugino scemo nella serie The Andy Griffith Show (mai arrivato in Italia). Entrambi attori originari dell’Alabama, e quelli di voi che hanno qualche nozione del panorama statunitense sapranno già che è uno degli stati del sud dell’unione, orgogliosa patria di contadini, zotici, incesto, Forrest Gump, ma sopratutto di gente che lavora sodo. L’accento dell’Alabama, scherzi a parte, è da sempre percepito dai parlanti inglese come un accento “incolto”. Non a caso è anche il modo di parlare “da cowboy”.

    Trovare un corrispettivo italiano per l’accento incolto sarebbe stato di cattivo gusto per qualsiasi regione che si fosse sentita rappresentare in tal maniera, per questo (e qui siamo sempre nel regno delle supposizioni) si è puntato alla città d’Italia meno incolta per antonomasia, Milano. Il milanese su due zotici campagnoli fa ridere per contrasto e non offende nessuno… ma queste sono soltanto altre supposizioni, probabilmente era solo una questione di assonanza tra milanese e alabamanese, come detto prima. Del resto esisteranno anche Milanesi zotici, no? Chiedete al ragazzo di campagna.

    Dite che ha comunque poco senso far parlare i cani della campagna parigina come dei milanesi? È una domanda tanto lecita quanto l’idea di gatti che parlano e suonano il jazz.

    Raffigurazione di gatti che impugnano strumenti musicali

    “Gli Aristogatti” secondo i puristi

    Diciamocelo, in originale abbiamo il personaggio di Duchessa che parla con un accento ungherese semplicemente perché la Disney aveva assegnato tale ruolo a Eva Gabor, la quale avrebbe fornito al personaggio una dose di eleganza e, azzarderei, sensualità! Perché la sua voce era popolarmente associata a tali attributi. Come dice anche la linguista Rosina Lippi-Green nel suo English with an Accent: Language, Ideology and Discrimination in the United States:

    “la Disney probabilmente sperava che il pubblico associasse il personaggio [di Duchessa] con l’immagine pubblica dell’attrice, scavalcando qualsiasi considerazione logica”

    e sebbene all’epoca un critico poco perspicace (miope, direi io) fece notare proprio questa incongruenza logica della gatta parigina che parla con accento ungherese, possiamo dire che il resto del mondo anglosassone abbia accettato da subito l’associazione attrice-personaggio senza soffermarsi sulla coerenza, così come hanno accettato che i personaggi di Schwarzenegger possano parlare con un forte accento austriaco pur passando da eroi americani con nomi quali John Kimble, Howard Langston, Ben Richards e John Matrix. È il classico caso del personaggio definito dagli americani come “bigger than life”, il sopra le righe che per qualche motivo funziona lo stesso.

    Mettetevi dunque nei panni del pubblico americano adulto che portava i figli al cinema a vedere The Aristocats e sul poster del film vedeva nomi come Eva Gabor, Phil Harris, Pat Buttram e George Lindsey, tutti attori (e voci) a loro stranoti, sapevano già cosa aspettarsi. Nessuno si domanda quindi perché Duchessa abbia un accento ungherese o perché i cani francesi parlino come dei bifolchi dell’Alabama.
    Inutile dire che questo discorso vale per qualunque altro film animato dove recitano voci note al pubblico USA.

    Di tutti i casi storici in cui viene usato il dialetto nel doppiaggio questo è di sicuro uno dei film che più si presta a simili scelte. La linea editoriale della Disney di quegli anni era trovare un’equivalenza e la scelta degli adattatori italiani ha semplicemente seguito tale politica. Che vi faccia storcere il naso ora, da adulti, nel 21° secolo è lecito, ma non ci venite a dire che in originale era migliore o più sensato. Perché non lo è mai stato.

    Vignetta con i protagonisti del film "Gli Aristogatti" che dicono "miao"

    “Gli Aristogatti” secondo i puristi

    Nomi originali e nomi adattati

    Sempre seguendo la politica Disney, anche i nomi di altri personaggi animali sono “adattati” per la cultura italiana dell’epoca. Prima di, permettetemi di inventare un modo di dire, “lamentarsene Wikipedia alla mano” bisognerebbe forse considerare il contesto storico, cosa che facciamo sempre qui a Doppiaggi Italioti.

    Passiamo dunque in rassegna i personaggi con nomi alterati per la versione italiana:

    Micetti del film Gli Aristogatti: Matisse, Minou e Bizet

    Matisse, Minou e Bizet

     

    • La gattina Minou, che si ispira alla madre come esempio di eleganza, nella versione originale si chiama Marie.
      Gli
      sketch preliminari durante la lavorazione del film sembrano accennare all’origine del nome: Maria Antonietta! Chiaramente un nome francese che per gli americani è associato ad un’idea di aristocrazia, alle brioche e poco altro. Possiamo ipotizzare che, visto la fine che ha fatto Maria Antonietta, in Italia si sia optato per un più innocente Minou, che in francese sta per “micetto” per l’appunto. Erroneo pensare, come fanno molti, che il nome di Marie sia da ricercare in Maria Callas, questa diceria proviene da una voce senza fonti riportata impunemente su Wikipedia Italia (e dove altro sennò?) e regolarmente rimossa.
    Concept art per i gatti del film Gli Aristogatti

    bozze preliminari

    • Matisse è il gattino arancione con la passione per la pittura. Nella versione originale il suo nome è Toulouse, come il pittore e artista grafico (sue le celebri stampe del Moulin Rouge) Henri de Toulouse-Lautrec.
      Qui, come in altri casi, sono dell’idea che si sia andati per familiarità di un nome rispetto ad un altro. Perché sebbene Toulouse-Lautrec sia stato una importante figura nel panorama artistico di fine ottocento, evidentemente l’avanguardista Henri Matisse era un nome più immediato e familiare per l’orecchio italiano. E poi diciamocelo, non trovate che il ritratto di Edgar sia più assimilabile alla corrente dei fauves (di cui Matisse era esponente) che ai lavori di Lautrec?
    Gli aristogatti, dipinti di Matisse a confronto

    Matisse vs. Matisse

     

    • Veniamo adesso al micio di pelo scuro Bizet, il gattino con la passione del pianoforte. Il nome originale era Berlioz come il compositore francese Hector Berlioz, altro artista estremamente influente ma, si suppone, meno familiare allo spettatore italiano di un George Bizet, compositore di una piccola opera che forse avrete sentito parlare, una cosetta così chiamata Carmen… che, ehi, compare pure nel film!
    • Anche il topino Groviera, amico dei gatti d’alto borgo (d’altronde perché mangiare un sorcio quando in casa ti servono come un re?) ha un altro nome in inglese: Roquefort. Quanti di voi hanno mai sentito nominare questo formaggio? Qualcuno lo ha sentito nominare? Nessuno? Nessuno? Bueller? Bueller?
      Il formaggio dalla Svizzera francese ha sopperito ampiamente nell’adattamento del nome del topo. Per inciso, è Oreste Lionello a doppiare Groviera, un personaggio che ha in originale la voce di Sterling Holloway, veterano Disney, già Winnie Pooh di cui Lionello è voce storica italiana. A proposito… ehi, Disney! Che fine hanno fatto i doppiaggi di Winnie Pooh con Lionello? Escili!
      Il topolino Groviera e la gang di Scat-cat, dal film gli Aristogatti
    • I già citati cani da guardia mantengono i nomi di Napoleone e Lafayette, e voglio sottolineare come il nome di quest’ultimo sia rilevante anche per il pubblico americano (che apparentemente se ne dovrebbe sbattere della rivoluzione francese) perché il generale Lafayette combatté prima ancora nella guerra d’indipendenza americana.
    • Veniamo alle sorelle oche, Adelina e Guendalina Blabla, che nella versione originale del film sono interpretate dalle stesse attrici che interpretarono le sorelle Cecily e Gwendolyn Piccioni del film La Strana Coppia (The odd couple, 1968) con Lemmon e Matthau. Ve le ricordate? Se avevate notato delle somiglianze sappiate che sono assolutamente volute!
      Per le nostre oche animate, il cambiamento dei nomi da Abigail & Amelia Gobble a Adelina & Guendalina Blabla denota anche qui un voler proporre dei nomi più familiari e adatti al personaggio, come da tradizione Disney. I nomi di Adelina e Guendalina sono facilmente associabili all’idea di due vecchie zitelle (se tra le lettrici ce n’è qualcuna che porta uno di questi nomi chiedo umilmente scusa ma molti nomi di una volta che finiscono in “ina” ne sono presto diventati sinonimo), ottimi quindi per delle “oche” ficcanaso propense al riso “in ore stultorum”.
      Il cognome originale Gobble richiama l’onomatopea dell’animale da cortile (è più spesso associata al tacchino in verità), uno starnazzare, e Blabla è una sua giusta traslazione, in richiamo al carattere chiacchierone delle pennute inglesi.

      Le sorelle oche Adelina e Guendalina Blabla del film Gli Aristogatti

      Adelina e Guendalina

       

    • Zio Reginaldo dal film Gli AristogattiChiudiamo in bellezza con lo zio Reginaldo, il cui nome originale è Waldo.
      In un film dove si adatta tutto per familiarità culturale o almeno uditiva, non sorprende che la Disney all’epoca permettesse (o addirittura esigesse) che anche quei nomi che per noi non sono nomi (il nome Waldo nel 1970? Mai sentito) venissero “familiarizzati”. Da Waldo a Reginaldo è un attimo, non c’è da strapparsi i capelli per questo.

    Soltanto i nomi degli animali sono stati adattati. Trattamento diverso per personaggi umani come il maggiordomo Edgar, la padrona di casa Madame Adelaide Bonfamille ed il notaio George Hautecourt a cui sono riservati una parvenza di realismo, contestualmente alla città in cui vivono.
    È palese che in queste scelte ci sia una coerenza interna, il cambiamento dei nomi o la loro italianizzazione non avviene a caso ma è riservato agli animali parlanti, protagonisti della vicenda. La parvenza di realismo data agli umani del film non è una mera supposizione, se fate caso alle scene in cui gatti e umani appaiono insieme è possibile notare che i gatti sono disegnati in modo leggermente meno cartoonesco, meno antropomorfo.

    L’adattamento italiano (e il doppiaggio) semplicemente si adegua alla visione Disney. Quindi buona visione.

    Romeo degli Aristogatti che dice "se vedemio"

    Se vedemio, tigri.


    LETTURE CONSIGLIATE (tutte in inglese)

    From the US to Rome passing through Paris, accents and dialects in The Aristocats and its Italian dubbed version della Prof.ssa Silvia Bruti (Università di Pisa), un articolo fondamentale pubblicato sulla rivista Intralinea On-Line Translation Journal, 2009.

    Jive Talkin’: The Origins of Cool Dudes, Groovy Chicks and Hip Cats, articolo breve che esplora l’origine e il significato di alcuni dei termini del gergo jazzistico, molti dei quali oggi comunemente usati in America. Di Bill Demain, 2012.

    English with an Accent: Language, Ideology and Discrimination in the United States, della linguista americana Rosina Lippi-Green, 2011. Dall’estratto che ho letto on-line sembra davvero un libro fenomenale. Costicchia un po’, un bel po’, ma c’è anche una versione kindle leggermente meno costosa.

  • Ghostbusters II – Il sequel del Puzzaware

    Scena di Ghostbusters II dove i protagonisti dicono do-re-Egon ma nella vignetta alterato in do-re-Evit

    [Per i nuovi lettori, io sono “Evit” e questa è un’altra analisi d’adattamento cinematografico con vignette autoreferenziali.]

    Se siete tra i fan che amano Ghostbusters II tanto quanto il primo e non avete mai capito perché nel resto del mondo questo film venga bistrattato in tutti i modi, vi propongo la mia personalissima teoria: sono i dialoghi in italiano che lo migliorano. Potrei anche chiudere l’articolo qui.
    A ben vedere, il secondo film (in italiano) risulta citabile quasi quanto il primo e, per una commedia, la riuscita delle battute (ve ne cito una a caso, a memoria, senza sbirciare: “mio padre dice che vendete fumo e merda, è per quello che siete finiti zampe all’aria“) è forse ancora più importante della trama stessa, trama che difatti in “GBII” consiste nel riproporre in modo più o meno identico (o al massimo in modo speculare) gli stessi elementi del primo film, seguendone la struttura.

    ghostbusters 2 similarities

    E noi ci lamentavamo di Star Wars 7!

    Quindi capisco e accetto tutte le critiche che vengono mosse a questa pellicola, sono tutte lecite. Ciononostante, come commedia funziona molto bene a prescindere dall’essere un vergognoso clone del capostipite. Almeno in italiano. Se vogliamo partire proprio dalla frase da me citata a memoria:

    gb2_1

    doppiaggio:
    -Mio padre dice così, che vendete fumo e merda.
    -C’è molta difficoltà a credere nel paranormale.
    -No, lui dice che vendete fumo e merda, è per quello che siete finiti zampe all’aria.

    originale:
    -My dad says you’re full of crap.
    -Some people don’t believe in us.
    -He just says you’re full of crap, that’s why you went out of business.

    Oggi come ci verrebbe proposto un dialogo simile? Ma alla lettera, ovviamente! “Vendete fumo e merda” tornerebbe ad essere “dite solo stronzate” e invece di finire “zampe all’aria” avrebbero semplicemente “fatto fallimento”. Ammetterete che una traduzione diretta, benché più fedele (alla lettera ma non nelle intenzioni), risulti meno spassosa e ancor meno memorabile. Doppiato oggi questo film otterrebbe la stessa tiepida reazione che il film ha sempre ottenuto nei paesi di lingua inglese… fan sfegatati esclusi, s’intende. Quelli amerebbero anche uno spin-off sul criceto di Peter Venkman.

    Proprio per questo, Ghostbusters II è il film ideale per riproporre una domanda che da sempre accompagna gli adattamenti linguistici in ogni campo: quanto è lecito alterare il testo originale? Ed è lecito proporre (in una commedia) battute “migliori” di quelle in lingua originale?
    Mettete su il caffè, è una cosa lunga.

    ghostbusters 2 vigo

    La faccia di chi ha già capito che tipo di articolo sarà.

    Se oggi stesso poneste questa stessa domanda ad un qualsiasi professionista, questi vi risponderà che no, non è lecito alterare il testo originale! In parte perché, attualmente, nel mondo dell’adattamento per il cinema, salvo isolati casi, non vengono effettivamente concesse simili libertà (non è detto che questo sia un male ma neanche necessariamente un bene) e in parte per evitare che l’interlocutore si faccia un’idea sbagliata qualora non abbia familiarità con lavoro di traduzione e di adattamento. Difatti, rispondendo di sì, l’italiano medio andrebbe subito a pensare a cose come Flash Gordon con i suoi scioperi dei sindacati, l’uso dei dialetti in Fritz – il pornogatto e le battute dozzinali di Bombolo in Monty Python e il Sacro Graal. La verità è che tutti gli addetti ai lavori sanno benissimo che tradurre è un po’ tradire ma a domanda diretta non lo ammetterebbero mai pubblicamente, per evitare fraintendimenti.

    Quanto alla domanda se sia lecito nel genere comico/commedia proporre battute italiane più divertenti di quanto lo siano quelle originali per il pubblico di lingua inglese… credo che in risposta a questo ci sia la memorabilità delle tante commedie americane degli anni ’80 le cui versioni italiane, ancora oggi, non vengono rinnegate neppure dai tanti che si oppongono al doppiaggio a trecentosessanta gradi, quelli che “tutti i cinema dovrebbero proiettare solo in lingua originale sottotitolati” ma che poi Una poltrona per due se lo riguardano ogni santo Natale rigorosamente in italiano.

    “Ma quelli erano doppiati bene” è una delle giustificazioni più frequenti alle personalissime eccezioni alla regola, ma ciò che sfugge ai più è che, piuttosto, erano adattati molto bene! Perché, pur tradendo qui e là, erano riusciti a strappare la risata al pubblico negli stessi punti in cui ridevano gli americani e a volte anche in momenti inediti ma con battute comunque attinenti alla psicologia dei personaggi che le pronunciano… perché un Edgar Hoover citato in Ghostbusters (1984) non avrebbe avuto alcun impatto sugli italiani rispetto ad un Adolfo Hitler e l’impatto di una battuta in una commedia deve avere la priorità sulla fedeltà al testo; perché dire un bel twinkie invece che un bel plum cake non avrebbe suscitato una singola risata ma soltanto confusione; perché dire di essersi venduti la cassa del fondo cassa per indicare che gli acchiappafantasmi fossero al verde fa più ridere di aver speso quello che avanzava dal fondo cassa, così come “ma questa è la fiera del precotto!” è una soluzione più comica di “guarda quanto cibo spazzatura!” ed è comprensibile che questa battuta venga pronunciata proprio da un pagliaccio come il Dott. Venkman (Bill Murray). In sostanza, perché è così che si adattano i film e non fissandosi su una traslitterazione diretta di tutti i riferimenti a scapito dell’efficacia delle battute che, nel genere commedia, ripeto, sono basilari (Benvenuti a Zombieland, ce l’ho con te). Non siamo davanti ad un libro in cui si può mettere una nota a piè di pagina, da consultare a piacimento interrompendo momentaneamente la lettura… questo è cinema.

    ghostbusters 2 tribunale

    Ottimo Evit, non breve ma affossante.

    E dopo tutto questo bel discorso arriviamo a Ghostbusters II che in quanto ad adattamento è francamente un bel casino!
    Benché sia mia convinzione che i dialoghi italiani migliorino il film, non si può dire che il suo adattamento sia privo di difetti o di scelte bislacche. Non tutte le ciambelle riescono col buco, è vero, ma finché l’impasto è dolce, il tutto rimane comunque commestibile. I pregi di questo adattamento saranno sufficienti a coprirne le falle? A chi dare la colpa di eventuali mancanze?
    Puntiamo subito il dito su qualcuno…

    Ghostbusters 2 - lionello

    Per entrambi i film rimane il dialoghista Sergio Jacquier ma cambia il direttore di doppiaggio. A Maldesi del primo Ghostbusters succede Oreste Lionello che nel precedente film interpretava soltanto il vicino rompiscatole, Louis Tully (Rick Moranis).
    La bravura di Lionello dietro al microfono è assolutamente indiscussa, sia chiaro, ma in merito al suo lavoro come direttore di doppiaggio le mie sicurezze vacillano, a partire dalle scelte bislacche che sentiamo in diversi momenti, e dico bislacche perché sembrano essere alterazioni dei dialoghi prive di una comprensibile motivazione dal momento che non svolgono alcuna funzione di adattamento culturale ma sembrano solo fini a sé stesse. È chiaro che non è possibile determinare a posteriori chi tra dialoghista e direttore di doppiaggio sia responsabile di questa o quella singola scelta ma, essendo il direttore di doppiaggio colui che orchestra tutta l’opera e, pur nel rispetto dei ruoli da lui assegnati, mantiene (in teoria) il diritto di avere l’ultima parola sulle singole scelte finali, viene automatico identificare questa figura come la responsabile di qualsiasi guaio.

    I problemi con questo film iniziano dalla primissima battuta che udiamo nel film e che mi tormenta da tempo! La prima voce che sentiamo è quella di un signore che, adirato, si lamenta per una multa (ma la macchinaaaah!). La stessa voce la troviamo sul guardiano del museo che sostiene che il programma televisivo di Venkman fosse secondo soltanto a “Vermi preziosi, un programma di pesca” (aggiunta comica in sostituzione di Bassmasters dell’originale, da noi sconosciuto). La stessa voce ritorna chiaramente anche come il signor Fianella della compagnia dei telefoni che interrompe le operazioni di scavo degli acchiappafantasmi sulla First Avenue (ma che mi racconta-aaaah, i cavi telefonici sono là!), personaggio che poi ritroviamo nella scena del tribunale ma con un’altra voce, quella del tenente Colombo!

    ghostbusters 2 voce

    Non vi basta? Successivamente sentiamo la stessa identica voce sull’autista che impreca contro quel “salame” di Louis Tully che era rimasto imbambolato in mezzo alla strada. Se fosse stata una voce meno caratteristica sarebbe più difficile farci caso e invece, sotto la direzione di Lionello e con la stessa voce che appare su più personaggi anche di primo piano, la città di New York sembra essere improvvisamente molto molto piccola e questo è un po’ un peccato (per quanto quella voce sia molto comica, su questo non si discute).

    Ad oggi il nome del doppiatore non è reperibile né su internet né sui titoli di coda del film ma lo abbiamo ritrovato in tantissimi altri film (quasi tutti doppiati dalla CVD), quasi sempre nel ruolo di personaggi di sfondo con una o poche battute, da Scuola di Polizia (era il capo di Mahoney all’inizio del film) e Scuola di Polizia 3 (una voce dalla TV che dice “sei morto piedipiatti!” e il signore che si rifiuta di spegnere il sigaro dicendo “vai a cagare, lo spengo quando voglio”) a film italiani come Zucchero Miele e Peperoncino, fin’anche a Guerre Stellari! Il mio collaboratore Leo infatti lo ha riconosciuto anche come la voce dell’ammiraglio Ackbar nel Ritorno dello Jedi, anche questo non elencato su internet (o elencato erroneamente e non presente nei titoli di coda della pellicola 35mm), come dimostrato da queste recentissime schermate dei maggiori siti di riferimento sui doppiatori:

    Il pezzo mancante del puzzle ancora una volta ce lo fornisce un amico fraterno di questo blog, l’utente “Swann” del forum DVDessential che ne ha svelato l’identità “in esclusiva web”. Se avete idea di chi possa essere la voce misteriosa fatecelo sapere nei commenti. Proprio a questo proposito non perdetevi il concorsone “indovina il doppiatore” alla fine dell’articolo dove troverete anche una collezione di clip video da ascoltare per provare ad indovinare il nome del doppiatore misterioso. In palio una maglietta del blog Doppiaggi Italioti.

    ghostbusters 2 concorso

    Se al riciclo dello stesso doppiatore su QUATTRO ruoli diversi ci aggiungiamo anche quei momenti non doppiati, come nell’esclamazione “whoa!” di Dan Aykroyd in tribunale, le urla e le risate nella medesima scena (cose minori, s’intende), così come altri piccoli momenti simili, è comprensibile che qualche spettatore italiano possa avere l’impressione di un doppiaggio eseguito a risparmio, anche se probabilmente così non è stato, e questo è un po’ un peccato.

    Non che far doppiare ruoli molto piccoli allo stesso doppiatore sia di per sé un’operazione deprecabile a prescindere. Abbiamo già visto casi in cui questo era fatto in modo invisibile o quasi, come in Il silenzio degli innocenti dove Tonino Accolla si accollava (questo gioco di parole non morirà mai, abituatevi) ben tre ruoli, idem con Fabrizio Pucci che aveva tre ruoli in Trappola di cristallo, oppure come accadeva in Fuga da New York dove ci vuole un orecchio assai fine per accorgersi che alcune delle voci nella folla durante la scena della lotta sul ring appartengono al medesimo doppiatore (Carlo Valli) che dà la voce al protagonista! Insomma, che un doppiatore copra più ruoli non è cosa nuova, né strana. Lo diventa però se l’interpretazione è palesemente identica in tutti i ruoli interpretati. E questa in Ghostbusters II è così facile da riconoscere che adesso che ve l’ho fatta notare darà fastidio anche a voi! Non ditemi grazie tutti insieme.
    Proseguiamo dunque con le scelte bislacche, molte delle quali sono già stranote ai fan degli acchiappafantasmi ma che per alcuni potrebbero risultare nuove.

     

    L’eroe anni ’80 che tutti i bambini desiderano

    ghostbusters 2 triman

    TRI-MAN!

    Benché molti appassionati soffrano di pareidolia acustica quando si parla dei dialoghi dei film di Ghostbusters e sentano “He-Man” nella battuata “ma io credevo che venisse Tri-Man!” (in originale “I thought it was gonna be He-Man“), è anche vero che fenomeni simili si verificano quasi sempre in presenza di battute italiane senza senso, quindi non datevi la colpa, è il vostro cervello che, comprensibilmente, cerca di trovarne uno per correggere frasi insensate, e così vi fa udire “He-Man”.

    L’esempio più lampante di questo fenomeno è l’esultazione di Jim Carrey in The Mask, “spumeggiante!”, che si è scoperto poi essere in realtà “sfumeggiante!” (questo è stato confermato dal dialoghista italiano, non me lo invento io). È chiaro che l’origine del rifiuto mentale al sentire una effe in sfumeggiante sta nel fatto che sfumeggiante come esclamazione non ha alcun senso, così la mente di tutti gli italiani ha deviato sulla prima parola simile che nel contesto avesse più senso e nel nostro caso era solo questione di una consonante: spumeggiante! Che poi diciamocelo, spumeggiante è una scelta di gran lunga più sensata di sfumeggiante, parola che suppongo volesse collegarsi in qualche modo allo “smokin’!” di Carrey, che tradotto alla lettera vuol dire “fumante” ma essendo un’espressione idiomatica (vuol dire “da urlo!”), non necessita, anzi, non deve essere tradotta alla lettera, quindi non c’era bisogno di far nessun riferimento a fumi o a sfumi, qualunque cosa essi siano. La pareidolia acustica nel caso di The Mask correggeva ciò che per me è una discutibile scelta di adattamento e a volte basta una consonante diversa per trasformare discutibili scelte in ottimi e memorabili adattamenti.

    Nel caso di Ghostbusters II posso solo considerare fortunati coloro ai quali il cervello ha rielaborato l’informazione acustica da Tri-Man in He-Man perché vi permette di percepire una versione più corretta e sensata rispetto a noi altri. Vi invidio.
    Tale discorso vale a meno che i bambini alla festa non si aspettassero questo personaggio della Marvel…

    Copertina del fumetto Marvel TRIMAN, da Tri-man lives
    …ma ne dubito. O forse era l’uomo-albero, Tree-Man? Non lo sapremo mai.


    Le alterazioni di cui potevamo fare a meno

    Esempi di alterazioni altrettanto immotivate non mancano in questo film, a partire dal nome di Venkman che, senza alcun motivo apparente, in questo film diventa Vinkman (altri strascichi dalla serie animata o semplice scelta arbitraria? Non ho la pazienza di verificarlo) fino a Louis Tully (Rick Moranis) che propone di giocare a formica contro draghi invece che a Super Mario Bros., e qui siamo quasi alla stregua di un doppiaggio televisivo dove non si vogliono nominare prodotti commerciali i cui diritti magari sono in mano a canali concorrenti. Dunque dopo He-Man che diventa fantasiosamente Tri-Man, anche Super Mario viene cassato. Al contrario di alterazioni dei dialoghi mirate alla più vasta e immediata comprensione, come lo erano le battute su Hoover che diventa Hitler nel primo Ghostbusters, qui alcune delle alterazioni vengono a snaturare il copione originale senza apparente motivo: lo spettatore italiano si chiede infatti cosa possa essere il gioco “formica contro draghi” o chi sia mai questo agognato Tri-Man, mentre il pubblico americano di ragazzini all’epoca esultò internamente al grido di “ha nominato qualcosa che conosco!”. Forse Sergio Jacquier (ai dialoghi) non credette nella longevità del brand di Super Mario e si inventò un gioco inesistente e anche un eroe inesistente con la speranza forse di mantenere la battuta fresca nei secoli? Purtroppo oggi, nel 2017, stiamo ancora qui a chiederci cosa sia formiche contro draghi mentre per gli americani la battuta rimane comunque culturalmente attuale. Nel caso di He-Man forse ci ha visto bene, ma non è questo il punto.
    I guai di Ghostbusters 2 non finiscono qui. Rimaniamo con Louis e Janine…

    Ghostbusters 2 rita hayworth

    Evit, magna e zitto!

    Louis: No. That’s Rita Hayworth. She was married to Citizen Kane while they were doing this thing. Then right after they finished, she dumped him for some polo player. I don’t why beautiful girls love horses so much. Do you love horses?

    Doppiaggio: No, quella è Rita la rossa, che si sposò con Orson Kafka mentre lui girava Le Giarrettiere all’Atomica. Dopo che ebbero finito a Shanghai lo piantò per un giocatore di polo, non so perché le donne amino tanto i cavalli, tu ami i cavalli?

    Questa frase così adattata funziona soltanto sulla carta, quando la andiamo ad analizzare punto per punto (cosa che farò), ma in un dialogo veloce si trasforma in un delirio insensato di parole a caso e ciò che era di immediata comprensione in inglese diventa un pastrocchio di riferimenti difficili da seguire in italiano.
    Ghostbusters 2 rita hayworth2Si inizia con “quella è Rita la rossa” che descrive Rita Hayworth (effettivamente nota per i suoi capelli rossi benché castana di nascita), già qui il pubblico più giovane che non ha familiarità con la Hayworth potrebbe pensare che Louis stia descrivendo un personaggio del film alla TV e non che stia parlando proprio dell’attrice. Con un più semplice e diretto “quella è Rita Hayworth” il fraintendimento sarebbe stato facilmente scongiurato.

    Nella frase che segue Louis identifica Orson Welles chiamandolo “Citizen Kane” (Quarto potere in italiano), per il pubblico americano lo sforzo di comprensione non esiste visto che Quarto potere è radicato nella cultura popolare americana e penso anche i bifolchi che vivono con 2 dollari al giorno nel delta del Mississippi sanno che il “cittadino Kane” fosse interpretato da Orson Welles e a lui si riferisca. In italiano quel “citizen Kane” diventa “Orson Kafka“. Chi, per ragioni anagrafiche o culturali, non si era già perso per strada a quel “Rita la rossa”, avrà certamente qualche difficoltà ad intuire che “Orson Kafka” stia ad indicare proprio Orson Welles. Perché mai Kafka, vi chiederete? “Semplice”, per via del film Il processo (1962) diretto da Orson Welles! Le intenzioni di chi ha adattato il dialogo sono chiare, il risultato meno. Infatti, se i proletari della periferia di Detroit dall’alto della loro quinta elementare stanno seguendo senza problemi questo dialogo, comprendendone tutti i riferimenti, in Italia ci vorrebbe un esperto di cinema niente male per riuscire a cogliere tutte le strizzatine d’occhio di cui le sole due prime frasi sono infarcite… ma anche i più colti cascherebbero alla successiva quando “while they were doing this thing” (traducibile con: “quando stavano girando questo film“) diventa “mentre lui girava Le Giarrettiere all’Atomica“. Un titolo di pura invenzione che suppongo volesse aggiungere commedia ad una sequenza dalla traduzione già abbastanza confusionaria.

    Non contenti(!), nella frase successiva si aggiunge ulteriore marasma con quel “dopo che ebbero finito a Shanghai“. Il riferimento adesso è proprio al film che stavano guardando, La signora di Shanghai (1947), che ovviamente non fu girato a Shanghai quindi al massimo avrebbe dovuto dire “dopo che ebbero finito con Shanghai” o “sul set di Shanghai” (o anche meglio “dopo che ebbero finito di girare questo film”), tempi permettendo.
    Insomma, l’intera frase è puro lionellismo “a bischero sciolto”, come si dice a Firenze e come forse avrà anche pensato il dialoghista fiorentino Jacquier, sempre che non fosse proprio lui a proporre simili cambiamenti.
    Se vi sentite un po’ confusi è normale. Per la cronaca, adesso vi tradurrò io il testo di quella sequenza così potrete capire quanto era semplice e quanto invece è stato complicato inutilmente nel doppiaggio:

    No. Quella è Rita Hayworth. Si sposò con quello di “Quarto Potere” mentre giravano questo film. Poi, subito dopo la fine delle riprese, lei lo piantò per un giocatore di polo.

    diventato poi

    No, quella è Rita la rossa, che si sposò con Orson Kafka mentre lui girava “Le Giarrettiere all’Atomica”. Dopo che ebbero finito a Shanghai lo piantò per un giocatore di polo.

    (In realtà il matrimonio tra Orson Welles e Rita Hayworth non durò soltanto quei pochi mesi di riprese della Signora di Shanghai come crede Louis e la relazione con il giocatore di polo è in riferimento a Porfirio Rubirosa. Una piccola curiosità che elargisco gratis)

    Orson Welles e Rita Hayworth nel 1947 sul set di La signora di Shanghai. Nella vignetta Welles dice: Rita, ma che cavolo sta dicendo Oreste? Con riferimento a Oreste Lionello
    Infine, per finire la lista di alterazioni non giustificate, quando Sigourney Weaver viene bloccata da un tubo di plastica posseduto da Vigo, in italiano urla “tagliatemelo!” mentre in inglese ordina a Bill Murray di portare via il bambino (“Get him away!“), cosa che infatti fa subito, andandolo a nascondere. Difficile indovinare se ci fosse stato un errore di comprensione a monte del processo di traduzione oppure se si tratta di una scelta fatta in sala di doppiaggio. In ogni caso si tratta di un’altra alterazione inutile che non intacca il film ma che ho il piacere di farvi notare.


    Battute che forse non capirete

    “Brainiac” diventa “Crappenstein” (allora, Crappenstein?), parola inventata che unisce “crapa” (scherzoso per “testa”) e “Frankenstein”, tanto fantasiosa quanto bizzarra se ascoltata con orecchie moderne (so che i più giovani di voi avranno pensato subito alla parolaccia inglese “crap” e invece!). Ci saremmo accontentati anche di un semplice “geniaccio” ma tant’è! Più difficile da capire è il perché qualche esame ginecologico alla madre diventi il test dell’espansività alla madre. O meglio, lo si può capire “a posteriori”, conoscendo dove voleva andare a parare la battuta originale, molto più diretta: vorrei fare degli esami ginecologici alla madree chi no?. Nei dialoghi italiani si è optato per qualcosa di più sottile ma non altrettanto comprensibile e forse un pochino più spinto: io farei il test di espansività alla madre e chi no?.

    Uno scambio di battute fuorviante in italiano avviene poi quando gli acchiappafantasmi visitano il museo per misurare l’attività paranormale: Venkman interroga Janosz in merito alle sue origini ed egli risponde “the Upper West Side” (che in italiano diventa “Harlem alta“), a quel punto Egon interviene dicendo “ambiente estremamente attivo“. Ho sempre creduto, e non penso di essere il solo, che Egon si riferisse ad Harlem definendola come un’area urbana ad alta attività paranormale, e che quindi questo ponesse dubbi su Janosz stesso (in qualche modo). La scelta delle parole, il modo di recitarla e i tempi della battuta non lasciano molto spazio ad altra interpretazione… in italiano. Invece in inglese è chiaro che Egon stesse parlando della stanza del museo che stavano sondando con la loro attrezzatura: “the whole room’s extremely hot, Peter” (l’intera stanza ribolle, Peter).
    È certamente possibile che quel “ambiente estremamente attivo” non sia altro che la traduzione della frase originale, se accettiamo che la parola “ambiente” faccia riferimento a “the whole room” e che “estremamente attivo” sia la traduzione di “extremely hot”, ma queste sono tutte valide considerazioni che è possibile fare solo con il testo originale a portata di mano, confrontando parola per parola. Come accadeva nel caso di “Orson Kafka” però, anche qui si tratta di scelte che funzionano sulla carta ma che diventano fuorvianti nella loro messa in atto. A meno che non fosse effettivamente intenzione del dialoghista quella di cambiare l’intera battuta in modo che anche lo scambio con Egon ruoti intorno alle origini di Janosh.  Del resto la frase sull’origine di “Jangi” non era necessariamente alla portata di tutti, infatti gli americani ridono al fatto che Janosh dichiari di venire dall’Upper West Side perché conferma la nozione che New York sia un melting pot di culture diverse e che il pregiudizio di Venkman, il quale sospettava un’origine estera di Janosz solo in base al suo accento e nome, fosse infondato. Ultimo ma non meno importante, l’upper west side era anche il quartiere a maggiore diversificazione etnica, dove i nuovi arrivati in città che cercavano occupazione nel settore artistico prendevano casa ed era anche il quartiere con il maggior numero di bar per omosessuali. Per Venkman (e per gli spettatori) si abbatte un pregiudizio e se ne crea subito un altro: se Janosh è effettivamente newyorkese, dove altro poteva vivere se non nell’Upper West?
    Come avrete capito da questa lunga spiegazione di una battuta che dura 3 secondi, c’è molto dietro quello scambio di frasi che può arrivare ad un americano ed è proprio quello che c’è dietro che crea l’umorismo. Agli italiani, al nominare l’Upper West Side, di certo non sarebbero arrivati alle orecchie con così tanti sottintesi.

    Dunque è possibile intuire perché il riferimento geografico all’Upper West Side sia stato alterato verso uno più noto (la malfamata Harlem) ma rimane poco chiaro se quel “ambiente estremamente attivo” sia effettivamente un fuorviante adattamento di “l’intera stanza ribolle, Peter” oppure una continuazione della battuta su di una Harlem infestata dai fantasmi, un concetto che può fa ridere se chi lo dice è Egon il quale, con cotanta serietà, ce la descrive da un punto di vista inedito e insospettato. Forse ai troppi omicidi ad Harlem corrispondono troppi fantasmi in circolazione? Oppure è l’odio che c’è nel quartiere ad aumentare la melma psicomagneterica e conseguentemente i fenomeni paranormali nella zona?

    Il sindaco nel film Ghostbusters II che dice: psico-cosa?

    Psico-cosa?

    A proposito di melma psicomagneterica, in inglese entrambi i film presentano la parola “slime” (=melma, bava) ma, se nel primo “slime” e sue derivazioni descrivevano soltanto il residuo ectoplasmatico inerte lasciato dai fantasmi quando questi attraversavano la materia, nel secondo film viene anche usata per descrivere qualcosa di completamente nuovo, ovvero quel liquame generato da Vigo che aumenta di volume all’aumentare delle emozioni umane negative e che, superato un certo livello, porta al manifestarsi dei fantasmi. La parola “slime” in originale descrive dunque due concetti completamente diversi ma il doppiaggio italiano ci salva (forse involontariamente) da eventuali dubbi: se nel primo film si parlava di “inzaccheratori” e di “smerdare” (he slimed me! / mi ha smerdato!), nel secondo la distinzione tra residuo ectoplasmatico e il nuovo “slime” umorale è chiara ed inequivocabile proprio grazie alla scelta di far riferimento al nuovo “slime” con una parola inedita: “melma”. Una scelta forse dettata più dalla poca versatilità delle precedenti opzioni nel nuovo contesto ma che alla fine funziona meglio che in inglese. L’uso di “zacchera” ritorna brevemente solo sul finale quando Janosh, risvegliandosi, si domanda perché gocciolasse di zacchera (dripping with goo).


    Sul cast di doppiaggio

    Chi mi conosce sa che sul mio blog parlo prevalentemente di adattamento e raramente mi sbilancio a dare opinioni sull’interpretazione o la scelta di voci. Sarà probabilmente una blasfemia per qualcuno se vi dicessi che per molti anni (prima del mio interesse per il doppiaggio) non mi sono mai accorto che dal primo al secondo film fossero cambiati i doppiatori di ben due acchiappafantasmi su quattro (Egon e Winston), così come le voci di Janine, del sindaco e persino di Dana (Sigourney Weaver)! La sostituzione dei doppiatori, qualunque ne sia il motivo, evidentemente è stata svolta con una certa cura ed una buona dose di rispetto verso le precedenti interpretazioni.
    Alla luce delle tante sostituzioni, trovo singolare invece che la voce di Bill Murray sembri appartenere ad un film completamente diverso, tanto da aver creduto (da bambino) che potesse trattarsi di un doppiatore differente. La voce invece è sempre in mano ad Oreste Rizzini ma l’interpretazione ricorda molto più alcuni dei suoi Michael Douglas che quel Bill Murray di cinque anni prima. Qui parlo solo di impressioni personali ovviamente ma di tutti i personaggi, inclusi quelli che hanno subito un cambio di doppiatore, Venkman rimane l’unico “stonato” per me. Con questo non voglio dire che sia un’interpretazione inferiore, solo un po’ distante da quella del primo film.

    Rimanendo sul tema delle personalissime opinioni, prima di tornare a cose più concrete come traduzioni e adattamento, vorrei scagliare una pietra anche in favore di Janosh (o “Janosz” in inglese, prima ho usato entrambe le grafie volutamente), perché voglio sottolineare quanto Luca Lionello, figlio del direttore di doppiaggio, sia assolutamente azzeccato su questo personaggio e quindi sono ben disposto ad ignorare il fatto che sotto la direzione di Oreste ci sia mezza famiglia Lionello. Qualsiasi battuta di Luca diventa memorabile, l’accento di origine incerta è ideale nel contesto del film e la voce somiglia molto a quella originale… insomma, complimenti. Quando le raccomandazioni italiche funzionano!

    Scena di Ghostbusters 2 dove Ray abbraccia Janosz

    Io e Luca Lionello, se ci conoscessimo


    Alterazioni necessarie

    Ho voluto prima elencare gli esempi peggiori così da toglierceli subito di torno ma a questo punto devo anche sottolineare che i dialoghi di Jacquier non mancano di brillare in molti altri punti, specialmente in quanto a comicità di determinate scelte lessicali e nelle necessarie alterazioni di riferimenti culturali a noi sconosciuti.
    I riferimenti pubblicitari a noi ignoti facenti parte di battute umoristiche sono proprio l’esempio lampante di ciò che è necessario cambiare in un buon adattamento se non si vogliono tradire completamente le intenzioni del dialogo originale. Sembrerebbe un paradosso ma non lo è. Mantenere invece degli sconosciuti riferimenti alla cultura popolare americana fa sì che questi diventino un elemento di disturbo nei dialoghi italiani, cosa che ovviamente non erano per il pubblico di destinazione originario. Avremmo dunque spettatori di paesi diversi che percepiscono la medesima battuta in modo diametralmente opposto, questo è esattamente ciò che il doppiaggio non si propone di fare.

    Scena di Ghostbusters 2 momenti di melma

    Cin-cin!

    It’s slime time! (nel doppiaggio “momenti di melma!“) riprende lo slogan pubblicitario “it’s Miller time!” già usato nel primo film come celebrazione in seguito alla presunta sconfitta di Gozer (per gli americani è sinonimo di è tempo di festeggiare… con birra). Nel primo film era stato reso comicamente con la memorabile “ancora una volta venimmo, vedemmo… e senza indugio la fottemmo” che si rifaceva ad un’altra precedente e riuscitissima battuta del film (prima o poi parlerò anche del primo, non temete). Anche in Ghostbusters II si è badato prima di tutto al contesto e la nuova traduzione, “momenti di melma”, funziona altrettanto bene nel contesto. Vi ho già detto di quanto siano più importanti cose come IL CONTESTO e l’efficacia di una battuta in un film del genere commedia rispetto al preservare pedissequamente tutti i riferimenti pubblicitari che non fanno neanche parte della nostra cultura popolare? L’esempio dei “wonton” nei dialoghi italiani del recente Ghostbusters (2016) forse ci possono far immaginare una traduzione moderna della battuta qui presa in esempio: “È l’ora di farsi una Miller”.

    Sempre in tema di riferimenti pubblicitari modificati per un audience non americana, Venkman promette alla statua della libertà un weekend a Las Vegas con il Colosso di Rodi, invece del Jolly Green Giant dei dialoghi americani; sempre Venkman poi cita lo slogan pubblicitario “there’s always room for Jell-O” (=c’è sempre spazio per il Jell-O), slogan che dal 1964 è entrato nella cultura popolare americana così come qui è successo per alcuni slogan nostrani, ed è chiaro che non è cosa da tradurre alla lettera. Così in italiano Venkman coglie la palla al balzo per fare una rima dal sapore pubblicitario: – “Odio la gelatina. – Ma fa bene alla pancina e felice la mammina.”.
    Tradurre una battuta del genere alla lettera sarebbe un tradimento dei dialoghi originali ancora più grave, chi non capisce questo non ha capito assolutamente niente di che cosa sia l’adattamento. Non c’è sempre spazio per il Jell-O quando si parla di doppiaggio.

    Bill Murray in Ghostbusters 2 che dice: Ma fa bene alla pancina e felice la mammina

    Ma c’è sempre spazio per il buon Adattament-O

    Questo secondo film a ben vedere è stracolmo di prodotti pubblicitari, nominati o anche solo mostrati, che ad una visione in lingua inglese possono sembrare persino eccessivi. Del resto il film, triste a dirsi, è stato poco più che una bieca operazione commerciale per sfruttare l’onda di successo che la serie animata stava avendo già da diversi anni, una popolarità che faceva vendere giocattoli e gadget a non finire e che influenzò molte scelte del film: via i baffi di Winston perché nel cartone non li aveva, capelli rossi pazzi alla segretaria perché così era nel cartone, le gag di Slimer, etc…; trovo che sia un sollievo dunque che durante il pilotaggio della statua della libertà la frase I don’t think they make Nikes in her size diventi pantofole della sua misura non credo ne facciano, detto da Egon mentre tiene in mano un joystick della Nintendo. Come dicevo, il film è letteralmente la più vergognosa delle commercialate. Se non ve ne siete mai accorti è perché eravate troppo giovani, come me. Poi però si cresce e anche sentir citare “Super Mario Brothers” nei dialoghi originali comincia a sembrarci una scelta molto paracula. Forse è davvero meglio l’inaudito “formica contro draghi” dopotutto. Forse.

    Scena di Ghostbusters 2, Janosz in veste di fantasma rapisce il bambino

    Così Evit vi ruba l’infanzia

    Tornando ai prodotti commerciali sconosciuti, quando i due improbabili baby-sitter dichiarano di aver messo a dormire il bebè dopo avergli dato della “French bread pizza” fanno inorridire il pubblico americano che si immagina un infante alle prese con un simile alimento nocivo. Si tratta infatti di un terrificante cibo spazzatura che altro non è che un connubio tra una baguette e la pizza surgelata, da riscaldare al microonde e inutilmente dannoso per denti e gengive dato che la crosta della baguette diviene molto dura con la cottura. In Italia è stato sufficiente fargli dire che gli avevano messo un po’ di pizza nel latte per far inorridire qualsiasi mamma (e italiano in generale… quale umano metterebbe la pizza nel latte?). Il risultato finale è identico, si ride per lo stesso identico motivo (un alimento inadatto ad un infante somministrato da baby-sitter improvvisati) ma non per la stessa identica cosa (pizza nel latte al posto della “French bread pizza”). Cosa che non sarebbe stata possibile mantenendo “French bread pizza” nei dialoghi italiani come, ad errore, si tende a fare oggi nei prodotti doppiati che puntano più alla fedeltà delle singole parole a scapito dell’immediatezza delle battute. Questo è un chiaro esempio di adattamento vs. traduzione diretta.

    Testa di defunto nella scena della metropolitana in Ghostbusters 2

    Un consumatore abituale di “french bread pizza”

    Esempi simili sono disseminati un po’ ovunque in tutto il film. Quando Venkman chiede se il tostapane animato dalla melma sappia anche imitare Michael Jackson, in originale si riferiva ad Emmylou Harris. Capite che se avesse detto Emmylou Harris anche in italiano ci saremmo persi su riferimenti a noi non familiari, eppure ad un film doppiato oggi difficilmente sarebbero concesse simili libertà, tanto il pubblico può andarselo a controllare su Wikipedia e le rare volte che si fa uno strappo alla regola e si propongono alternative “localizzate” capita che magari si sia trattato di scelte pescate da un concorso indetto via Facebook che ci ha portato ad un “Captain America” che sfodera un taccuino dove ha annotato di andarsi ad aggiornare su Vasco e Valentino Rossi, o i mondiali di calcio Italia-Germania. L’apice massimo della deficienza.

    Qualcuno si chiederà perché allora io ritenga giustificata la presenza della parola “marshmallow” nel doppiaggio di Ghostbusters (1984). Fino ad ora ho precisato che stiamo parlando di una commedia, particolare essenziale per comprendere l’intero discorso, e che molti dei nomi e dei marchi alterati per il doppiaggio sono parte integrante di brevi battute volte unicamente a strappare una risata. La cantante Emmylou Harris, la “French bread pizza”, la gelatina instantanea “Jell-O”, il Jolly Green Giant, etc… sono tutti accomunati dall’essere parte integrante di battute che risultano tali soltanto se conosciamo il prodotto citato. Una battuta sul tostapane che balla come Michael Jackson fa ridere soltanto se sappiamo già chi sia Michael Jackson senza doverci pensare troppo su e, come abbiamo visto nel caso della birra Miller, il tipo di alterazione deve tener conto anche del contesto per funzionare. I marshmallow citati nel primo Ghostbusters non fanno parte di alcuna battuta e conoscere il prodotto dolciario a priori non è essenziale perché non deve strappare nessuna risata (a differenza del “Twinkie” ad esempio). I dialoghi di quel film ci dicono che lo “Stay Puft Marshmallow Man” è l’uomo della pubblicità dei marshmallow, quindi un personaggio immaginario di un prodotto che passa in TV. Altro non serve sapere per capire il perché della forma comica e amichevole del gigantesco mostro apparso per demolire New York.

    Contesto e scopo della frase sono le colonne portanti dell’adattamento. Al contrario di “Twinkie”, “Marshmallow” ha ragione d’esistere nei dialoghi italiani di Ghostbusters proprio per via di questi due capisaldi che spesso vengono ignorati da coloro che si lamentano superficialmente di questa o quella traduzione e che pensano all’adattamento per assoluti. “Tutti i riferimenti dovrebbero essere sempre tradotti” oppure “nessun riferimento dovrebbe essere mai e poi mai alterato”… sarebbe bello se il mondo fosse così semplice. Lasciare tutti i riferimenti culturali inalterati a priori è un modo di lavorare che può andar bene per chi sottotitola per DVD e Blu-Ray e non ha libertà artistica di “adattare” per il pubblico di destinazione, non certo per il doppiaggio di commedie in cui le battute devono essere tanto istantanee quanto quelle in lingua originale.

    Altri esempi di buone alterazioni riguardano i riferimenti geografici ignoti.
    La sensitiva ospite al programma di Venkman, Mondo medianico (The World of the Psychic), sosteneva che, come aveva già spiegato a suo marito, un alieno l’aveva avvicinata mentre era sola al bar dell’hotel Royal a Brooklyn e che l’aveva convinta, forse grazie ad un dispositivo di controllo mentale, a seguirla nella sua stanza d’albergo dove le fu rivelata la data della fine del mondo (“per San Valentino, mazzata!”). Lo sguardo comico di Bill Murray conferma ciò che tutti noi stavamo già pensando riguardo alla storia dell’alieno che abborda le signore al bar di un hotel e le porta nella propria stanza. Per gli americani c’è un piccolo dettaglio che rende il tutto ancora più palese: il bar non era quello dell’hotel Royal a Brooklyn bensì si trattava di un Holiday Inn a Paramus, nel New Jersey. Se già Brooklyn non era il top del romanticismo negli anni ’80, il nome “Royal” poteva per lo meno suggerire che si trattasse di un hotel di lusso, mentre per il pubblico americano un Holiday Inn nel New Jersey poteva solo far pensare, senza ombra di dubbio, al luogo ideale per un atto di infedeltà coniugale.

    Scena di Ghostbusters 2, Venkman guarda nella telecamera

    Lo sguardo che conferma il nostro presentimento

    L’alterazione italiana rimane comprensibile dal momento che negli anni ’80 nessuno conosceva gli Holiday Inn, né tanto meno Paramus in New Jersey, ma soprattutto non avrebbe avuto idea di cosa questi dettagli potessero implicare. Si suppone che “Royal” sia stato scelto come nome plausibile per un hotel e che entrasse anche bene nel labiale. Del resto la storia della signora era già comunque sufficientemente chiara a tutti.
    Se può interessarvi una scappatella nel New Jersey, sappiate che l’Holiday Inn dove potrete essere abbordati da un “alieno” al bar si trova su Prospect street, di fronte all’Ikea di Paramus. Google Maps vi aiuterà certamente nella vostra ricerca di vita aliena.

    Foto recente di Dan Aykroyd con dei dischi volanti alieni di sfondo

    Dan, li stai cercando nel posto sbagliato!

    Vogliamo tornare al discorso dei brand? Altro ottimo adattamento comico è quello della “serata buffet al Sizzler”. Il Sizzler era una catena di ristoranti che si elevava di poco sopra al fast-food e che, proprio per colpa della qualità dei loro buffet, assunse presto una pessima nomea per finire poi “zampe all’aria”; il messaggio implicito è che i nostri eroi fossero vestiti da poveri che vanno a mangiare spazzatura. Una battuta che sarebbe stata incomprensibile, così quel “all-you-can-eat barbecue rib night at the Sizzler” diventa “un déjeuner alla mensa stradini“.

    ghostbusters 2 mensa

    L’eleganza è per un déjeuner alla mensa stradini?

    Da applauso.
    Una battuta simile oggi sarebbe diventata quasi certamente “l’eleganza è per una cena buffet all’all-you-can-eat del Sizzler?”, ci scommetterei quello che volete (con le mie scommesse vinte però ci perdiamo tutti).
    Non dimentichiamoci anche il “povero Oscar”, a cui avevano “dato un nome da statuetta” (splendida battuta italiana) ma a cui in originale era “ti hanno dato il nome di un hot dog“. Se avete dovuto cliccare sul link per capirne il riferimento vuol dire che l’alterazione italiana era assolutamente necessaria.

    Altre piccole chicche sono ad esempio il negozio di libri dell’occulto di Ray, in inglese abbreviato in Ray’s Occult e che in italiano diventa l’occultoteca (tradotto oggi sarebbe banalmente “L’Occulto di Ray”), oppure il giudice soprannominato “the hammer” che in italiano diventa “il bisonte”, descrivendone la sua apertura mentale. Quando Ray parla della storia di Vigo “E neanche morì di vecchiaia! Fu avvelenato, pugnalato, impalato, impiccato, sbudellato, affogato e squartato.“, Peter risponde memorabilmente con “ed è guarito?” mentre in inglese diceva soltanto “ouch!” (equivalente del nostro “ahia!”).

    Successivamente, quando gli acchiappafantasmi vengono portati di forza in un ospedale psichiatrico, sentiamo le seguenti battute:

    – Well, it’s gonna come back!
    – Ma non conoscete il detto “Dio ripaga il sabato”?
    – All we wanna do is help!
    – Aiutatevi che noi vi aiutiamo!

    Scena in Ghostbusters 2, Peter Venkman e Ray in camicia di forza
    Il proverbio citato in maniera errata da Ray (quello corretto dovrebbe essere “dio non paga il sabato”) indica l’inevitabilità di una punizione (divina) che presto o tardi arriverà. Il riferimento ovviamente è all’imminente ritorno di Vigo e, sebbene si punti all’esagerazione rimarcata da Winston che tira fuori un altro pseudo-proverbio (“aiutatevi che noi vi aiutiamo”), le intenzioni finali della scena sono mantenute: è comico che gli acchiappafantasmi, pur dicendo il vero, peggiorino la loro situazione di TSO.
    Comunque, tutto questo parlare ma ancora non ho parlato di lui…

    Scena da Ghostbusters 2, il quadro di Vigo il carpatico e Janosz che lo invoca
    …di Viiiigo!

    “Ragazzi azzurri”, arlecchini e carpatici

    Take a look, it’s not Gainsborough’s ‘Blue Boy’ there. He is Vigo!
    Da uno sguardo, quello non è ‘Arlecchino’ di Picasso, lui è Vigo!

    In un’Italia stracolma di artisti memorabili, è facile che i nostri concittadini possano non aver mai sentito parlare del pittore inglese Gainsborough (1727-1788) e del suo dipinto “ragazzo azzurro“, eppure nella cultura anglosassone gode di una certa notorietà, grazie anche alle numerose ristampe che, già negli anni ’20 del ‘900, lo fecero diventare il fiore all’occhiello della National Gallery di Londra nonché uno dei ritratti più popolari nel Regno Unito! Tanto che quando nel 1921 venne acquistato da un magnate delle ferrovie americane per 700 mila dollari del tempo (il quadro più costoso dopo Madonna col bambino di Leonardo!), si levò un grido di protesta da parte del popolo britannico che non accettava che il proprio ragazzo azzurro abbandonasse la madrepatria. Ciononostante, nel 1921 arrivò negli Stati Uniti entrando a far parte della cultura americana, già nel 1929 diventa protagonista di un film di Stanlio & Ollio (Blue Boy, un cavallo per un quadro) e nel 1989 viene citato proprio in un prodotto della cultura popolare americana, Ghostbusters 2, dove Janosh fa notare che i nostri protagonisti non hanno a che fare con l’innocente ragazzo azzurro di Gainsborough, ma con Vigo, flagello della Carpazia e travaglio della Moldavia. Ironicamente ma non casualmente i due ritratti hanno una posa e uno sfondo praticamente identico e se volete un’altra curiosità, Django in una sequenza di Django Unchained vestiva proprio come il ragazzo azzurro! Tanto per farvi capire quanto, ancora oggi, quel quadro influenzi la cultura popolare americana.

    Essendo questa della ragazzo azzurro una battuta (anche ben riuscita) che affonda le radici nella cultura di lingua inglese, è chiaro che non poteva essere riportata tale e quale in italiano. Nella nostra versione si fa riferimento ad un “Arlecchino di Picasso“. Di Arlecchini di Picasso in realtà ce ne sono tanti, il dialogo doppiato dunque lascerebbe intuire che quello di Vigo non sia un quadro qualsiasi ma in realtà la battuta in italiano fa ridere proprio per la scelta del soggetto, Arlecchino, dal momento che Vigo è esattamente l’opposto dell’immagine mentale che potremmo farci pensando ad un “Arlecchino” qualsiasi, così come del resto l’innocenza del ragazzo vestito d’azzurro era l’opposto della figura del despota, quindi la battuta italiana funziona anche non avendo familiarità con i lavori di Picasso, né sapendo che ce ne sono più di uno, risultando così a portata di tutte le età e, curiosamente, funziona meglio della battuta originale visto che, per quanto parte della cultura popolare americana, comunque ci sarà pur sempre una fetta di America che non conosce Gainsborough e il suo ragazzo azzuro e che quindi non capirà quella battuta. Vi avevo già detto che questo film funziona meglio in italiano, vero? Questo mi porta al prossimo paragrafo…

    Alcune delle battute più riuscite in italiano

    È più bello terminare con delle note positive e quindi ecco alcune delle tante battute più riuscite in italiano come avevo suggerito dalla mia introduzione. Questa non è altro che una piccola selezione tra le tantissime che questo film ha da offrire.
    ghostbusters 2 short but pointless

    Ottimo, Louis. Breve ma affossante.

    (Originale: Very good, Louis. Short but pointless = breve ma inutile)

    ghostbusters 2 due in cassetta

    Due in cassetta. Siamo forti. Noi redivivi e loro redimorti.

    Questa battuta non solo riporta una rima ma è anche più attinente alla trama di quanto lo fosse la rima originale (two in the box, ready to go. We be fast and they be slow) dato che viene enunciata alla fine di una cattura che li avrebbe riportati in affari. A dirla tutta la battuta originale è piuttosto pietosa, poveri acchiappafantasmi, che cosa vi fanno dire!
    ghostbusters 2 birba

    Tocca a lei, birba!
    (originale: you’re next, bubbles!)

    Qui ho sempre pensato che Venkman incitasse il giudice a fare la prossima mossa (ovvero decidersi ad annullare la diffida che gli impediva di utilizzare gli zaini protonici e cacciare fantasmi), in realtà in inglese è chiaro che stesse terrorizzando il giudice dicendogli che sarebbe stato lui la prossima vittima, dal momento che l’avvocatessa dell’accusa era stata appena trascinata via dai fantasmi dei fratelli Scoleri a cui il giudice aveva “fatto dare la sedia”.
    La battuta in italiano in questo caso è divertente tanto quanto quella originale, il soprannome “bubbles” dovrebbe indicare l’irascibilità del giudice che “ribolle” come una pentola d’acqua sul fuoco. In quegli anni poi c’era anche Bubbles, la scimmietta di Michael Jackson che, come tutti gli scimpanzé, per via della sua crescita in cattività, era diventato aggressivo. In entrambi i casi “birba” sopperisce adeguatamente alla necessità di una parola breve che inizi per “b” e che stia ad indicare il carattere incazzoso del giudice.
    Ma non è tutto qui!

    Hold it right there, deadhead!
    You want a baby? Go ahead and knock up some willing hellhound, otherwise I’m giving you three to get back in that painting where you belong!

    Fermati lì, iettatore
    Vuoi un bambino? Ingravidati qualche diavolessa compiacente. Ti do tempo fino al tre per tornare in quel tuo brutto quadro da rigattiere.

    È proprio vero che sono le piccole cose a fare la differenza. L’offesa “dead-head” (letteralmente “testa di morto”, versione edulcorata di dick-head/testa di cazzo, probabilmente in riferimento alla leggenda delle ultime parole di Vigo, pronunciate prima che la sua testa morì) diventa “iettatore”; “hellhound” (un demone dalla forma canina come Cerbero – un invito di Ray a scoparsi un cane, né più né meno) diventa più sensatamente una “diavolessa” e, infine, il “quadro a cui appartieni” diventa comicamente “quel tuo brutto quadro da rigattiere”. Le intenzioni offensive di Ray sono pervenute ma in maniera più memorabile in italiano, iettatori e rigattieri infatti sono tutti elementi inconsciamente familiari e meno banali di “un quadro a cui appartieni” o di una qualsiasi offesa inventata sul momento, come “testa di morto”. Venkman poi continua le offese a Vigo apostrofandolo con l’offensivo “bonehead” (=tonto, idiota, testone) che si trasforma quasi fantozzianamente in un magnifico “coglionaccio!”. Quando mai sentirete offese così ben “localizzate” come queste?

    Quale soluzione elegante poi ci ritroviamo tra le mani quando “pitiful half-men” (letteralmente “miserabili mezz’uomini”) diventa “voi omuncoli”, oppure quando la metafora del “come poliziotto in una fabbrica di ciambelle” diventa per noi “come un piranha in una piscina affollata”, un adattamento che tiene conto dell’esistente distanza culturale nei modi di dire e nell’immaginario popolare tra Italia e USA (i nostri poliziotti non sono famosi per mangiare ciambelle, in America invece è praticamente una figura iconografica pop). Stesso per “does anyone speak English?” (usato per sottolineare ironicamente che nessuno capiva ciò che gli acchiappafantasmi stessero dicendo) che diventa “non c’è qui un interprete arabo?”. Chi tra un briefing ed un’apericena si è dimenticato l’italiano e i suoi modi di dire, vi ricordo che esiste un detto nostrano, “parlare arabo”, che significa parlare in modo incomprensibile (ed è spesso usato ironicamente). Anche qui, come in molti precedenti esempi, il contesto è essenziale.

    Poi ci sono le alterazioni che sulla carta non dovrebbero funzionare eppure funzionano:

    Suo padre puzza? Tuo padre era del Puzzaware?

    originale: Did his father stink? Daddy was smelly?

    Insomma, avevo iniziato a scrivere di questo film in modo un po’ alterato e mi sono addolcito man mano che riscoprivo le tantissime battute ben riuscite del doppiaggio italiano. Ciò che adoro da sempre dei lavori di Sergio Jacquier è la ricchezza e la ricercatezza dell’italiano usato nei dialoghi che ben si addice a personaggi come Egon e Ray con il loro linguaggio scientifico e para-scientifico, dove persino un “she’s twitching” (=sta fremendo. “Twitch” è un muoversi nervosamente) diventa “eppur si muove”, del resto erano pur sempre ex-docenti universitari. Così un precursory medical examination (alla lettera: “esame medico preliminare”) diventa un “esame clinico cursorio“; uno “stool sample” (campione di feci) diventa uno “scampolo delle feci” (i pratici link sono lì per arricchire il vostro vocabolario, a piacimento); lo Slinky (tipico giocattolo che ciascun americano ha posseduto almeno una volta nella vita) viene contestualizzato alla realtà italiana con un misirizzi (per i più anziani che mi leggono era il vostro “Ercolino sempre in piedi”) e, invece di aver “raddrizzato” la molla Slinky, Egon in italiano estrasse il piombo dal misirizzi. Sono entrambe a loro modo comiche, il riferimento va in entrambi i casi a giocattoli noti nei rispettivi paesi di riferimento e con cui lo spettatore del 1989 aveva familiarità. L’azione dell’Egon bambino in entrambe le lingue era volta allo sciupare un giocattolo che lui non percepiva come tale, così da sottolineare comicamente quanto anormale fosse stata la sua infanzia.

    Al contempo, i dialoghi di Jacquier risultano in alcuni punti troppo ricercati per il loro stesso bene, con le intenzioni di certe battute che risultano comprensibili solo dopo un’analisi testuale dei dialoghi originali (Orson Kafka), e a volte sono addirittura fuorvianti come abbiamo visto nella scena della Harlem estremamente attiva. Questo è un difetto già visto in alcuni momenti di altri suoi adattamenti, come ad esempio in Aliens, di cui ho già scritto in passato. Potrei estendere i miei dubbi persino sulla strumentazione tecnica degli acchiappafantasmi che è stata ovviamente tradotta. Abbiamo ad esempio il gigameter che diventa gargarometro (o garganometro? Boh) e lo spectral analyzer diventa lo spettronzolizzatore (???). È solo la mia impressione o c’era una volontà di inserire parole semi-comiche anche qui?

    Tutto ciò che tu fa è male. Voglio che tu sa ciò.

    Per concludere (complimenti a chi è arrivato fino in fondo!), come qualità di doppiaggio Ghostbusters II è in generale molto altalenante con dialoghi mediamente migliori e memorabili di quelli originali ma che in alcuni momenti sono appesantiti da scelte bislacche, da alcune battute forzate, Venkman che diventa Vinkman, pronunce insolite sebbene tecnicamente non errate (come il Tìtanič) e reinterpretazioni di difficile comprensione.
    Allo stesso modo procede la recitazione: impeccabile per gran parte del cast, con un gruppo di doppiatori che, opinione personale, sono stati sostituiti in maniera pressoché invisibile anche ad una visione ravvicinata dal primo film, con recitazioni eccezionali (a volte è anche solo il modo in cui viene detta una frase che fa ridere), affiancate però da un Venkman Vinkman che non sembra ritornare con la stessa interpretazione del primo film (qualcuno mi ha detto di aver avuto la stessa sensazione sul personaggio di Louis), oppure dalla voce riciclata 2-3 volte di troppo (a proposito di voce riciclata, non dimentichiamo il concorsone Doppiaggi Italioti a fine articolo!) con tanto di sig. Fianella che prima, in strada, parla come un vecchio rimbambito e poi successivamente, in tribunale, sfoggia la voce del tenente Colombo! (Non si erano accorti che era lo stesso personaggio? Boh.) Ed aggiungiamoci pure quei brevissimi momenti neanche doppiati (per risparmiare? Boh), avremo così il quadro completo. Se gran parte delle alterazioni sono benvenute, anzi, sono da annali della traduzione audiovisiva, per altre non possiamo che domandarci: perché? Boh.

    È un doppiaggio che, mi dispiace dirlo, un po’ puzza. È del Puzzaware. Da Doppiaggi Italioti per oggi è tutto. Bau bau!
    ghostbusters 2 bau bau

    .


    CONCORSO “INDOVINA LA VOCE”

    Nell’articolo ho puntato il dito contro una fantastica voce da caratterista che però viene riciclata un po’ troppe volte durante il doppiaggio di Ghostbusters II. Questa voce non è segnalata da nessuna parte perché prima d’ora nessuno si era preoccupato di indagare su chi fosse, eppure l’abbiamo sentita in svariati film, quasi sempre su personaggi con una sola o poche battute. Se ci tenete a vincere una maglietta del blog non vi resta che indovinare chi è. Troverete una clip video è in fondo all’articolo.
    Premio in palio: una maglietta ufficiale del blog Doppiaggi Italioti con banner stampato come quella che appare in questa foto.

    IMG_3452

    Fabrizio Mazzotta, nostro testimonial involontario dal 2014

    Regolamento: i partecipanti, senza limite di tempo, potranno scrivere nei commenti a questo articolo il nome del doppiatore che credono di aver riconosciuto. Potete tentare quante volte volete, sparatene il più possibile. Vince colui o colei che nella cronologia dei commenti ha nominato il doppiatore prima di tutti gli altri. Per praticità, faranno testo soltanto i commenti pubblicati in coda a questo articolo, non quelli su Facebook, Twitter o Google+.
    È consentito farsi aiutare da gente del mestiere. Anche doppiatori professionisti possono partecipare al concorso se proprio ci tengono ad avere una maglietta del blog.

    Consegna del premio: la t-shirt in palio verrà preparata e spedita entro due mesi dalla conferma del vincitore senza alcun costo per il ricevente. Il vincitore dovrà indicarci la taglia richiesta e fornirci un indirizzo per la spedizione. La combinazione di colori potrebbe variare in base alla disponibilità.

    Ecco una clip con tutti i momenti doppiati dalla voce misteriosa

    ________________
    AGGIORNAMENTO
    La voce jolly presente su questi quattro personaggi secondari di Ghostbusters è di FRANCESCO DI FEDERICO. Lo stesso doppiava anche l’ammiraglio Ackbar in Il ritorno dello jedi che non figura da nessuna parte sul web (che ne dite di questa esclusiva “doppiaggi italioti”?) ed era anche la voce di Hordak in He-Man come riportato su Antonio Genna. Era anche la voce del maestro nella serie animata “C’era una volta l’uomo” (nel primo doppiaggio CVD-RAI), come correttamente identificato dal nostro Leo. Francesco Di Federico era una abituale presenza nei doppiaggi CVD specialmente negli anni ’80. Questa una sua ricca scheda su un celebre archivio di doppiatori. Per l’occasione rispolvero il mio meme preferito…

    aggiornare-il-genna

  • Punto di non ritorno (Event Horizon, 1997) – Liberate tutemet ex VV.S. Andersonis

    event-horizon-core1
    Punto di non ritorno (Event Horizon, 1997) in italiano è un curioso assortimento di esempi positivi su come adattare bene i dialoghi per il cinema di fantascienza ed esempi negativi su come non si dovrebbe tradurre e adattare un copione, regalandoci così allo stesso tempo errori faciloni vecchio stile e perle per i posteri.
    Iniziamo con il dire che questo film rientra nei limiti di un’epoca nella quale ancora non era comune l’abuso di termini superflui in lingua inglese come maschera del provincialismo, del conformismo e sintomo di una scarsa conoscenza delle lingue (come ben spiegato in questo articolo in lingua inglese). Il suo adattamento italiano, sebbene non privo di errori e traduzioni dubbie, non pecca di un uso scorretto del linguaggio… la lingua parlata nel film è effettivamente “italiano” (oggi, 20 anni dopo, questa osservazione non è poi così ovvia) e da quel punto di vista caga in testa a qualsiasi The Martian, Captain America, Star Wars della Disney, etc… difatti we’re aborting non diventa “abortiamo” come accadeva in The Martianoverride e airlock non rimangono “override” e “airlock” anche in italiano come abbiamo sentito in Interstellar (una delle poche cose di cui peccava); persino offline non rimane all’inglese ma trova un suo corrispettivo funzionale alla trama con “non più attive”… eppure, guarda un po’, il film è riuscito a riportare ugualmente il loro significato nella nostra lingua con estrema naturalezza perché non sono elementi intraducibili come qualcuno potrebbe credere oggi, nel 2017, a neanche vent’anni di distanza.
    Stabilito dunque che in questo film doppiato si parli un italiano plausibile e non un calco dei dialoghi in lingua inglese, privo anche di termini lasciati in inglese con la scusa d’essere “tecnici”, vediamo quali sorprese ci riserva l’adattamento di Punto di non ritorno e cominciamo, come sempre, dal titolo.
    event-horizon_titolo

    Un titolo bivalente in entrambe le lingue

    Il titolo originale, Event Horizon, non è un nome casuale assegnato dagli sceneggiatori all'(astro)nave fantasma che funge da ambientazione per il film. Il nome fa riferimento ad un concetto della relatività generale riferita ai buchi neri, l’orizzonte degli eventi che su Wikipedia in lingua inglese viene descritto in parole povere (in layman’s terms) come the shell of “points of no return“, i punti oltre i quali l’attrazione gravitazionale diventa così grande da rendere la fuga impossibile, anche per la luce. I buchi neri sono l’argomento principe nel film dato che il motore della nave Even Horizon sfrutta proprio i buchi neri (creati artificialmente) per viaggiare oltre i confini della galassia. [È curioso notare che nei dialoghi originali qualcuno chieda a Sam Neill di spiegargli il concetto proprio in “layman’s terms”… richiesta che dopo porterà alla battuta “Fuck layman’s terms, do you speak English? / Parole povere un cazzo, potrebbe parlare come noi?”]
    event-horizon-singularityÈ adesso chiaro che la scelta del titolo non è così casuale come potrebbe apparire di primo acchito a molti ma, al contrario, è stata ben ponderata e mira a riportare un doppio senso nel titolo: se in originale questo includeva sia il nome della nave che il concetto fisico relativo ai buchi neri, in italiano (e direi molto appropriatamente) il titolo fa sia riferimento al concetto fisico dell’orizzonte degli eventi che ad un più generico “punto di non ritorno”, che ben si adatta al genere horror. Simili sforzi sono lodevoli se valutati oggi, nell’era di titoli sputacchieri alla CaPTain America. Direi che i paesi di lingua spagnola si siano impegnati molto meno con la loro nave de la muerte, sebbene abbiano ingarrato perfettamente il corretto sottogenere horror, cosa per altro ben spiegata in questo approfonditissimo articolo del nostro blog amico Il Zinefilo, vero ispiratore della mia analisi sull’adattamento.

    L’adattamento

    Seppur in generale molto buono e con dialoghi che non sono mai traduzioni letterali (nel 2017 questa sola frase potrebbe concludere la mia analisi), l’adattamento rimane un po’ altalenante purtroppo.
    A volte frasi secondarie e tutto sommato inutili vengono cambiate con altrettanta inutilità, come hats off in the tank (niente cappelli nelle vasche) – detto dal capitano prima di togliere il cappello ad un membro dell’equipaggio che lo stava ancora indossando mentre entrava nella “vasca ionica” – che diventa “apri il portello delle vasche“(?). Altre volte i dialoghi tendono alla semplificazione (probabilmente per questioni di tempi del labiale), già nei primi 5 minuti infatti troviamo espressioni colorite (molto comuni negli horror americani di quegli anni) che con una traduzione diretta avrebbero confuso lo spettatore: “I haven’t got more than my hand in weeks” (letteralmente: “non ho avuto altro che la mia mano nelle ultime settimane”) diventa più comprensibilmente “sei settimane senza sesso“.
    Altre volte ancora la presenza di battute è intuibile solo dalle espressioni degli attori, come quando la spalla comica di colore (altro elemento tipico degli horror di quell’epoca) dice ad un collega in procinto ad uscire in esplorazione: “oh, calmo, calmo, dimentichi la valigetta“, mentre invece in inglese recitava “caro, caro, dimentichi la valigetta” (honey, honey, don’t forget your briefcase!), una frase stereotipata da moglie casalinga anni ’50 che aiuta il marito a prepararsi ad andare a lavoro. E non si capisce infatti perché in italiano l’altro debba ridere visto che effettivamente poi gli viene passata una valigetta con la strumentazione.

    In generale l’adattamento se la cava bene con il gergo da piloti spaziali e, come ho già accennato, risulta privo di inglesismi superflui laddove anche “are off-line” diventa “non sono più attive” e dove non ci sono “airlock esterni” (outer airlocks) bensì “ingressi esterni” ma alcuni piccoli momenti offrono occasione di dire “eh, cosa?”:
    Originale: We have a lock on Event Horizon’s navigation beacon.
    Doppiato: Stiamo ricevendo il riflesso luminoso della Event Horizon.

    Eh, cosa? Avete tradotto navigation beacon come “riflesso luminoso” invece di “radiofaro”? Mai visto Alien e Aliens a cui questo film si ispira PESANTEMENTE, tanto da esserne quasi una fotocopia? (tranne nei momenti in cui diventa “Hellraiser in space” ovviamente)

    event-horizon-bridge
    Quando controllano le bombole di refrigerante ancora funzionanti (sempre ad emulazione di una scena in Alien) uno esclama “shot!” per tutte quelle che trova vuote o, suppongo, non funzionanti. In italiano esclama “chiuso” sebbene non ne capisca bene il motivo della scelta di questa parola, sarebbe stato più chiaro un “andato” (o “vuoto”) per ciascun cilindro che scarta gettandolo per terra. La parola shot era anche già stata utilizzata in una precedente frase dove si parlava di filtri di CO2 “the CO2 filters on the Event Horizon are shot” che in italiano era riportata come “i filtri di CO2 della Event Horizon sono saltati“, quindi dire “chiuso!” non ha proprio alcun precedente nei dialoghi.
    .
    L’allarme di prossimità, il proximity warning, viene enunciato come manovra di aggancio (eh, cosa?).
    .
    Ribadisco di non voler dare l’impressione che il gergo tecnico sia costantemente sbagliato, tutt’altro! Il film brilla in moltissimi momenti, è proprio per questo che le piccole sviste risaltano ancora di più.
    Quando in inglese viene accennata la “singolarità” (singularity), ad esempio, in italiano si parla di eccentricità (eh, cosa?). Non c’è dubbio che alla fine degli anni ’90 questo termine associato ai buchi neri fosse ancora sconosciuto ai più, difatti soltanto da pochi anni ha cominciato a farsi strada tra le masse anche in Italia, proprio grazie al cinema di fantascienza. Negli Stati Uniti il termine singularity è generalmente più noto e da molto più tempo ma di solito viene usato nei film quasi fosse una parola magica da buttare lì, in mezzo ai dialoghi, per fare linguaggio tecnico con poco e, sebbene non sia automaticamente sinonimo di “buco nero”, di solito nei copioni lo diventa. In questo film però il termine è usato volutamente come “parolone” quando Sam Neill (il fisico a bordo) deve fare la gag della spiegazione tecnica che nessuno degli altri personaggi (e degli spettatori) può capire:
     .
    “Si usa un trattenitore di campo magnetico per mettere a fuoco un fascio luminoso di gravitoni in modo che pieghino lo spazio tempo conformemente alla legge della dinamica tensiva di Weyl, finché la curvatura dello spazio-tempo non diventa infinitamente grande producendo un’eccentricità…”
    Insomma, non sappiamo a cosa si riferisca quell’eccentricità ma forse è proprio questo il punto… non serve saperlo, anzi, non DOVETE saperlo! Poco dopo infatti arriverà la spiegazione “per tutti” che nomina i buchi neri con l’esempio del foglio di carta piegato su sé stesso e attraversato da una penna (Interstellar, non pensavi mica di passarla liscia), quindi tutto sommato non perdiamo niente da questa curiosa sostituzione di singolarità con eccentricità, ma con la prima forse il film in italiano sarebbe risultato ancora più attuale oggi.
    event_horizon-explaintation
    .
    Continuando con le alterazioni degne di nota…

    Il “drive” che tanto fa fantascienza

     Il mio più grande problema con le scelte di adattamento di questo film ruota intorno al termine “drive” che, in generale, si riferisce ad un tipo di propulsione, letteralmente una spinta. Già dall’inizio, il film ci introduce al suo vocabolario fantascientifico e sentiamo parlare di astronavi normali spinte da una “ion drive” e della sperimentale “gravity drive” che invece spinge la Event Horizon attraverso buchi neri.
    Il problema è la scelta italiana di tradurre quel drive come trasferitore (eh, cosa?). Abbiamo dunque un trasferitore ionico (ion drive) ed un trasferitore gravitazionale (gravity drive)… ma cosa trasferisce esattamente? Potremmo dire che, trattandosi di fantascienza, trasferirà ioni (???) in una maniera a noi sconosciuta e quindi insondabile ma che in qualche modo fa funzionare quella tecnologia, praticamente l’equivalente di un motore a cosi ionici, è fantascienza… che ce ne frega, giusto? Ma il “drive” non è poi così insondabile e di difficile comprensione per gli americani, è semplicemente una “propulsione”. Ricordate la propulsione silenziosa (silent drive) di Caccia a Ottobre Rosso? Anche quella era tecnologia fantascientifica ma di significato immediatamente comprensibile e avrei preferito che lo fosse anche qui. Una propulsione ionica e una propulsione gravitazionale non sfigurerebbero affatto nei dialoghi italiani di Event Horizon. Peccato fu deciso di tradurlo con un “coso” invece.
    I fan del film mi potranno dire: e che dire delle grav tanks che diventano vasche ioniche? In questo caso non c’è un errore e, anzi, ci dimostra che chi ha lavorato alla versione italiana è stato molto attento alla trama. Le vasche nelle quali l’equipaggio dormiva durante tutto il viaggio, come viene spiegato nel film, servono ad annullare gli effetti dell’accelerazione dovuta alla spinta della propulsione ionica (scusate se non la chiamo “trasferimento ionico”) che altrimenti schiaccerebbe l’equipaggio alla partenza e all’arrivo. Quindi sono le vasche da usare durante la spinta ionica… “vasche ioniche”. È un’ottima trovata con un suo lato pratico: abbrevia ottimamente la frase italiana che altrimenti sarebbe dovuta essere con tutta probabilità “vasche gravitazionali”, di lunghezza veramente eccessiva per qualcosa di così breve come “grav tanks”
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    Ma passiamo alla vera supposta spaziale. Pronti? Occhio che arriva….
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    event-horizon-supposta
    Ahia!

    Il latinorum spaziale

    In un blog in cui parlo di traduzione dall’inglese all’italiano è curioso che mi ritrovi a parlare di latino. Nel film sentiamo una registrazione audio che inizialmente viene scambiata come richiesta di aiuto e solo successivamente viene correttamente interpretata come un messaggio di avvertimento (tutti i riferimenti ad Alien sono puramente casuali). In questo caso il messaggio non è alieno ma è in latino, quindi in teoria è il genere di situazione che dovrebbe facilitarci durante l’adattamento italiano… e non portare al suicidio della logica.
    Liberate me (ex inferis)“, sembra recitare il messaggio in inglese, molto disturbato e smozzicato anche dopo un’ardua pulitura tramite magici filtri audio. La rivelazione arriva dopo quando si scopre che in realtà il messaggio diceva “libera tutemet (ex inferis)“, salvatevi dall’Inferno. Sebbene la frase originale già fa discutere in quanto a correttezza del latino stesso, in italiano si va oltre.
    event-horizon-latino

    Un fan di Terenzio

    Nel doppiaggio italiano il messaggio dice chiaramente (e forse più correttamente) “liberate vos“, ma il nostro traduttore della domenica, il personaggio che riconosce il latino laddove nessun esperto sulla terra era riuscito nell’impresa, ci sente erroneamente “liberate me“, che poi traduce agli altri come salvatemi. Un momento di raccoglimento… Sicuri che non avrebbe dovuto sentirci “liberate nos” e quindi tradurlo con salvateci? Perché sarebbe giustificabile scambiare vos con nos in un audio disturbato e giustificare il colpo di scena che arriva a tre quarti del film.
    Questa è la situazione:
    MESSAGGIO REALE / MESS. PERCEPITO (lingua originale)
    Libera tutemet / liberate me
    ______
    MESSAGGIO REALE / MESS. PERCEPITO (doppiato)
    Liberate vos / liberate me
    ______
    Come sarebbe dovuto essere…
    MESSAGGIO REALE / MESS. PERCEPITO (doppiato)
    Liberate vos / Liberate nos
    Come nos/vos possa essere scambiato con “me” non è chiaro, la spiegazione secondo me è solo una: l’unico di loro che parlava latino era anche sordo come una campana… in italiano. Il labiale chiaramente NON era il problema principale visto che nella rivelazione finale il “liberate me” della traccia audio inglese diventa tranquillamente altro.
    .
    Insomma, al latino da cono in testa dietro la lavagna degli americani ci aggiungiamo anche del nonsenso tutto italiano? La frittata è completa.
    ____________________
    In conclusione, un adattamento decisamente interessante. Peccato solo per quella frase in latino e per qualche altra scelta dubbia, perché per il resto rimane veramente un lavoro esemplare con ottimi interpreti.
    .
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  • Un biglietto… in due, un doppiaggio… tutto d’un pezzo! (Un biglietto in due, 1987)

    John Candy nel film Un biglietto in due. La vignetta dice: ero sicuro che lo avrebbe recensito!
    Un biglietto in due è uno di quei film che sin dal titolo, solo apparentemente italiota, ha avuto un trattamento esemplare per la versione italiana. Personalmente lo considero come una delle più belle, se non la più bella, commedia mai realizzata. Molti darebbero questo appellativo a Frankenstein Junior o a qualche classico della commedia italiana, per me invece spetta al film di John Hughes perché non solo “fa ridere”, ma racchiude un senso di dolcezza misto ad amarezza in grado di toccare il cuore anche di coloro i quali alle commedie preferiscono film più impegnativi.

    Dietro il film un trio d’eccezione: John Hughes, un genio dietro la macchina da presa, qui faceva un salto in avanti rispetto alle commedie giovanilistiche per le quali era conosciuto. biglietto2taxiSteve Martin, re della commedia americana anni ‘80 e poi l’immenso (per talento) John Candy, anche lui voglioso di rimettersi in gioco in una commedia più adulta, meno demenziale di quelle al quale era abituato e che due anni dopo lo portò ad un ruolo di calibro simile in Io e zio Buck.
    Le risate nel film sono sempre genuine, mai gratuite. Parte del merito va ad un adattamento che, come dice spesso Evit, era tipico degli anni ’80. La ricercatezza nel rendere le battute appetibili al pubblico italiano lo rende addirittura superiore alla controparte originale. La versione americana, soprattutto nella fase centrale, rischia qualche tempo morto, mentre la visione in italiano non stanca mai. Non c’è alcuna storpiatura, il testo è quello, ma è la scelta dei vocaboli, la scelta di certe tipiche espressioni nostrane dal significato attiguo, l’uso di qualche parolaccia, l’intonazione nel doppiaggio che eleva l’adattamento ad uno standard che forse non vedremo ripetersi mai più.

    Solo in rari casi la battuta viene completamente stravolta, probabilmente per motivi culturali, ma non sono di quelle che fanno gridare allo scandalo e, cosa ben più importante, non si nota, a meno che non si faccia un confronto con traduzione a fronte. Se questo non è un complimento all’adattamento del film non so cosa lo sia.

    Le battute migliori

    Le due battute in italiano che si ricordano ancora oggi, hanno un equivalente americano divertente, ma non altrettanto memorabile:

    1) I piedi che abbaiano
    Del Griffith (John Candy), dopo un’intera giornata di cammino per New York, sull’aereo si toglie scarpe e calze e comincia a sventolarle in faccia al malcapitato Neal Page (Steve Martin).

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    Ora sì che si ragiona, ho i piedi che parlano da soli oggi”. In inglese è “My dogs are barking today”. Nella versione americana i piedi di Del Griffith vengono definiti cani e, per metafora, il fatto che siano doloranti rende i cani abbaianti. È un’espressione tipica del Sud degli Stati Uniti. Da noi la metafora non avrebbe mai funzionato. Ma l’allusione al cattivo odore e al dolore che fa addirittura “parlare” i piedi non ha rivali.

    2) Il bifolco
    Uno dei tanti tentativi di arrivare a Chicago prevede il passaggio da parte di un bifolco (N.d.R. in italiano doppiato da Tonino Accolla) che sprona la moglie “piccola e ossuta, ma forte” (short and skinny, but she’s strong) a dare una mano con il baule.
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    Il senso di prestanza viene espresso con “Il primo bambino l’ha cagato su un marciapiede!”, che in originale è “Her first baby came out sideways”. Qui è evidente il motivo di come l’espressione assurda americana di un bambino che esce di lato venga rimpiazzata da un’altra, più sconvolgente -il marciapiede anziché un ospedale o al massimo una casa- con l’aggiunta dell’uso della parolaccia per intensificare il messaggio.

    (NdR: Eccovi la scena intera (finché dura il video su YouTube), da notare come la sua voce al minuto 1:45 si spezzi a causa del muco che sta tirando su. Tanto disgustoso quando esilarante.)

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    Esempi di un adattamento non banale

    Tante frasi, anziché essere tradotte alla lettera, vengono rese con parole diverse che ne mantengano il significato. Un’espressione tipicamente americana come “You scared the Bejesus out of me” (Alterazione di by Jesus, per indicare una grande paura) viene resa con l’altrettanto efficace “Me la sono quasi fatta sotto”. A volte questo migliora la battuta stessa; un semplice “What happens next”, con l’aggiunta di qualche vocabolo ricercato, ha un effetto comico: “Smanio di sapere cosa succederà adesso”. “Annoying blabbermouth” (letteralmente un fastidioso chiacchierone) diventa “un noioso attaccabottoni”. Oggigiorno frasi di questo tipo verrebbero tradotte senza alcun estro immaginativo, impoverendo così non solo il doppiaggio, ma anche la lingua italiana.

    biglietto10_sixbucks
    Scommetto sei pezzi e il mio coglione sinistro che non atterrerà a Chicago”. Una frase come “Six bucks and my right nut” verrebbe facilmente tradotta come “sei dollari e il mio testicolo destro”, ma la scelta di usare “pezzi” (verdoni di solito è riservato a tagli più alti) e l’aggiunta della parolaccia non può che suscitare ilarità. Che l’attributo cambi posizione poi, è probabilmente dovuto al labiale.

    Quando Neal Page (Steve Martin) cerca termini di paragone per comunicare all’altro quanto sia noioso, gli dice di poter sopportare “any insurance seminar” che in italiano diventa “tribune elettorali”, entrambi noiosissimi! Qui si sceglie la prima cosa che possa venire in mente quando si parla di noia, a seconda del Paese.
    Have a point” diventa “Fai delle pause”. “Arriva al dunque” sarebbe stato più letterale, ma il fatto che Neal inviti Del a prendere fiato esprime al meglio come le sue storie fossero assillanti e di scarso interesse. Segue nella versione originale “It makes it more interesting for the listener” mentre in italiano, riallacciandosi al “fai delle pause”, questa diventa “Saranno la parte più interessante per chi ti ascolta”.

    vintage-60s-chatty-cathy-doll-strawberry-blonde-pull-_1Nello stesso discorso, Neal paragona Del a “quei bambolotti parlanti che c’erano una volta” affermando che “dietro la schiena hai la cordicella”, e subito dopo mima la voce gracchiante che esce dal petto della bambola (“Agh! Agh! Agh!”). Sta parlando (e in inglese la nomina) della “Chatty Cathy Doll”, una linea di bambole lanciata nel 1962 e presto diventata anche un’espressione idiomatica americana per descrivere qualcuno che non smette mai di parlare. Da noi arrivarono negli stessi anni Cicciobello e Michela, nomi che però non entrarono mai nella cultura popolare come sinonimi di persone loquaci.
    La frase sostitutiva “uno di quei bambolotti parlanti che c’erano una volta” adatta perfettamente la battuta rendendola anche senza tempo.

    gobble

    In America il tacchino fa “gobble gobble”

    Errori?

    Veniamo ora ai due casi in cui modifiche necessarie hanno cambiato il senso originale.
    I figli di Neal Page, in trepidante attesa del Giorno del ringraziamento si chiedono se l’arrivo dei nonni porti “hoogies”, reso come “gelatine”, e “Indian burns”, reso come
    “marzapane”. indian-burnL’intento americano era quello di nonni che fanno piccoli dispetti ai nipotini, mentre nella nostra versione, dove dei cari nonni non si può parlar male (al massimo di qualche zio), si trasforma la frase in dolcetti, seppur non particolarmente graditi.
    (NdR da notare che gli “Indian burns” nel Regno Unito si chiamano invece “Chinese burns”. In italiano dovrebbe tradursi con “fare gli spilli” o qualcosa del genere).
    Se di errore interpretativo si è trattato, è comunque un piccolo incidente di percorso sul quale si può soprassedere data la grande attenzione ai dettagli che spinge persino a doppiare (o meglio a remissare) i brani della colonna sonora, quando fanno riferimento a quello che accade sullo schermo (“Vi siete messi contro la persona sbagliata!”). Questi sono tutti esempi di come tempo a disposizione e voglia possano determinare un prodotto di qualità.
    La seconda modifica fa riferimento al colpo allo stomaco sferrato da Neal a Del, il quale esagera un po’ le conseguenze “That’s how Houdini died” (=è così che morì Houdini). In italiano viene addolcito aggiungendo anche un po’ di autocritica: “Io sono un ciccione, ma sono delicato”.

    Nota di Evit

    biglietto7-ero-sicuro

    Se dovessi scegliere un momento rappresentativo di come la recitazione italiana renda comici anche i momenti “minori”, sceglierei sicuramente la prima scena all’aeroporto dove Del Griffith (John Candy) riconosce Neal Page (Steve Martin) come la persona a cui ha precedentemente “rubato” il taxi e per scusarsi si propone di offrirgli qualcosa da mangiare (con una serie di cibi correttamente alterati per adeguarli al pubblico italiano, così come accadeva in Frankenstein Jr.), poi fa una pausa ed esclama “I knew I knew you!” / “Ero sicuro di conoscerla!“. Questa battuta, per come è recitata, non manca mai di farmi ridere.

    Finché durano i link a youtube vi ripropongo le due scene a confronto.
    In inglese:

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    e in italiano:


    A quanto ci fa sapere Antonio Genna, il doppiaggio fu eseguito dal Gruppo Trenta che al tempo aveva un po’ l’egemonia su prodotti americani di questo tipo e che grazie a Dio ci ha regalato un doppiaggio da annali. Spero che Evit tiri fuori la sua copia in VHS così da recuperare i titoli italiani e le informazioni mancanti su coloro che hanno curato l’ottima versione italiana di questo film.

    Se volete scoprire (o riscoprire) questo classico della commedia americana, oggi che in America si festeggia col tacchino è un giorno buono come un altro. Dalla mia mai innevata Los Angeles vi saluto e mi accingo ad unirmi ai festeggiamenti… marzapane e gelatine mi aspettano (sempre meglio delle gomitate dei nonni burloni). Glu-glu-glu!

    Michele “Michael” Traversa

    biglietto3devil

    Un film diabolicamente esilarante

     


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  • Mamma, ho perso l'aereo – Il film che nessuno sente il bisogno di chiamare "Home Alone"

    Vignetta di introduzione alla recensione dell'adattamento e doppiaggio italiano di Mamma ho perso l'aereo.
    Le feste natalizie sono sempre una buona occasione per rivedersi una di quelle commedie per famiglie che hanno segnato il Natale di un intero decennio e forse più: Mamma, ho perso l’aereo, visto di persona al cinema nel lontano 1991.
    Dopo l’adolescenza non lo rividi più, se non distrattamente in qualche passaggio televisivo. Nel frattempo, tra le tante cose, ho messo su un blog focalizzato sull’apprezzamento e sui rimproveri al doppiaggio italiano così ho pensato che fosse arrivata l’occasione giusta per rivisitarlo con occhi diversi, anzi, orecchie diverse.
    Con oltre un mese di ritardo, ecco la mia recensione dell’adattamento italiano di Mamma, ho perso l’aereo!
    Vignetta basata sulla scena dei due ladri del film Mamma ho perso l'aereo.
    Partiamo subito dal fatto che questo film del 1990 gode di un adattamento con i controcoglioni, dove le frasi non sono semplici traslitterazioni delle battute originali e dove il linguaggio dei bambini e degli adolescenti cerca (e trova) corrispondenze con quello degli italiani che all’epoca avevano la stessa età. Quindi non sorprendetevi se, mettendo a confronto le due versioni, potreste trovarci un “faccia di culo” che non corrisponde a nessuna offesa in inglese (e certamente non ad “ass-face”) mentre, poco dopo, un “puke-breath” (alito di vomito) viene semplicemente sostituito in italiano da un “Jeff”. In breve, nel doppiaggio italiano di questo film, le offese bambinesche sono state inserite laddove sembrava più appropriato, senza forzature nei dialoghi, senza che si trasformasse in una neo-lingua pseudo-adolescenziale derivativa dell’inglese ed inesistente in italiano (svegliati, Fright Night! Ti è arrivata una frecciatina).
    Inoltre, per la fortuna di tutti i posteri, questo film è giunto a noi in un periodo dove doppiare film dedicati ai più giovani non impediva di metterci espressioni come “porca puttana!” come espedienti comici, se la scena lo necessitava; tra l’altro erano gli stessi anni in cui anche nei Simpson comparivano battute piuttosto sboccate perché “faceva ridere”. Tale caratteristica non solo fa ridere ancora oggi ma ha sempre reso i film adolescenziali che venivano doppiati in quegli anni molto più realistici. Anche solo per questa caratteristica, il doppiaggio di Mamma, ho perso l’aereo resta memorabile. Idem per molti altri film partoriti sempre da John Hughes.
    Scena del film Mamma ho perso l'aereo, Babbo Natale che dice porca puttana. In inglese la battuta era: brutto figlio di
    Con questa premessa, vediamo tutte le alterazioni presenti nell’adattamento italiano, se e quanto fossero giustificate:

    La “cosina” delle francesi e altre alterazioni necessarie

    Il fratello Buzz, in italiano, chiede se è vero che le francesi si rasino la “cosina”. In inglese invece chiedeva se fosse vero che le francesi non si rasino le ascelle.
    Buzz, il fratello di Kevin McCallister
    È facile comprendere l’origine dell’alterazione. Anche in Italia, per le ragazze del 1990, era cosa abbastanza comune non rasarsi le ascelle, ma lo spettatore deve potersi immedesimare nella curiosità esotica di Buzz, buzzurro borghese americano, riguardo ad un trattamento estetico che per gli americani è cosa normale (rasarsi le ascelle) e nell’impatto culturale dello scoprire che non sia la norma in altri paesi. Così in italiano si è optato per far dire a Buzz che le francesi si rasano la “cosina”, che nel 1990 sembrava altrettanto esotico per noi italiani quanto lo era un’ascella pelosa per un americano.
    Lo zio di Kevin con citazione in lingua originale: look what ya did, you little jerk!
    Un elemento lessicale ricorrente nel copione originale è la parola “jerks” che in italiano varia sempre di traduzione adattandosi ai vari scopi, frase per frase. Da “per me quello è scemo” (he’s just being a jerk) al “guarda che cosa hai fatto, piccolo delinquente” (look what ya did, you little jerk!), oppure “quello fa sempre il cretino” (he’s acted like a jerk too many times). Ovviamente era difficile trovare un equivalente italiano che si adattasse univocamente a tutte le situazioni in cui jerk viene utilizzato, tuttavia questo non detrae dall’impatto di molte battute (come quella del “piccolo delinquente”/”you little jerk!”) che rimangono egualmente memorabili in entrambe le lingue.
    T-shirt con lo zio di Mamma ho perso l'aereo e la scritta look what you did, you little jerk!
    Altre alterazioni, che in un doppiaggio odierno sarebbero state probabilmente tradotte alla lettera (perché va di moda farlo), sono ad esempio la tardiva preoccupazione della madre quando sente di essersi dimenticata qualcosa e si chiede “ho spento il gas?” laddove in originale si chiedeva se avesse “spento il caffè”, oppure l’eggnog offerto a Joe Pesci (vestito da poliziotto) che in italiano diventa “un goccetto” e si adatta bene alla reazione stessa del personaggio che si sorprende che gli venga offerto. Possiamo anche aggiungerci i “wet bandits” che diventano “i banditi del rubinetto”, nomi che lasciano il segno in entrambe le lingue.

    Riferimenti che non avreste capito e che quindi sono stati cambiati

    mamma4
    Quando la madre di Kevin chiede se i bambini sono stati contati, la ragazza più grande risponde “11 inclusa me, 5 maschi, 6 femmine, 4 gentori, 2 autisti… e nessuno ha marcato visita“, quest’ultima affermazione è un tentativo di adattare in qualche modo una battuta altrimenti intraducibile “and a partridge in a pear tree“, che viene dalla canzone dei “dodici giorni di Natale” dove ogni strofa conta i regali ricevuti dall’amata(/o) e termina con il ritornello “e una pernice sul pero“. L’unica pecca è che “marcare visita” non si lega al Natale in alcun modo, né ad equiparabili filastrocche. La cosa che più si avvicinerebbe potrebbe essere “solo non si vedono i due liocorni”, ma lungi dal suggerire una battuta simile. Semplicemente non si può “rendere” tutto. È la dura legge della traduzione.
    [Una piccola curiosità aggiuntiva: al “secondo giorno di Natale”, la canzone conta due tortore (turtle doves) e proprio le due tortorelle saranno un elemento di rilievo nel secondo film. I riferimenti al Natale americano sono sparsi ovunque nei due Mamma ho perso l’aereo anche se, per via di una certa distanza culturale, ci è impossibile coglierli tutti, anche vedendo il film in originale. Sono i limiti intrinseci in cui si incorre guardando pellicole estere. Difatti consiglio la visione di questo film in lingua originale solo a coloro che hanno familiarità con la cultura americana altrimenti non ne trarrete alcun vantaggio aggiuntivo rispetto alla visione esclusivamente in lingua italiana. Sapere che gli americani dicono “fuck yeah!” e guardare The Walking Dead sottotitolato, ahimè, non qualifica.]
    mamma1
    Quando Babbo Natale si lamenta per la multa che trova sul tergicristalli, in inglese dice “what’s next? Rabies shots for the Easter Bunny?” (e poi che faranno, l’antirabbica al coniglio pasquale?) mentre in italiano è stata adattata in “e alla Befana che faranno, le sequestrano la scopa?“. Considerando che quella del coniglio pasquale è una figura giunta in Italia solo in anni recenti (grazie a Lidl?), la battuta fu intelligentemente “spostata” sulla Befana che, tra l’altro, è ben più natalizia del coniglio pasquale (e ovviamente nel 1990 non avevamo modo di sospettare che questo personaggio esistesse esclusivamente in Italia). Se volessi cedere ad un momentaneo ed atipico orgoglio nazionale, potrei dire che la battuta del sequestro della scopa alla Befana calza anche meglio (per quella che è la nostra cultura) dopo la multa all’auto di Babbo Natale, ben rappresentando un’immaginaria escalation di ritorsioni della polizia contro le figure tipiche del periodo natalizio.

    Riferimenti che non potevate capire in ogni caso

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    Durante la permanenza della famiglia McCallister in Francia, vediamo i bambini che guardano alla TV un film in bianco e nero in lingua francese e si annoiano a morte. I genitori che portarono i figli al cinema nel 1991 per vedere questo film avranno forse riconosciuto (ma forse neanche in molti) La Vita è Meravigliosa, di Frank Capra.
    Se per un italiano del 1990 può sembrare semplicemente che i ragazzi nel film si stessero annoiando per via del film in bianco e nero (quale bambino italiano negli anni ’90 guardava film in bianco e nero a Natale???) questa scena è molto più significativa per gli americani dove La Vita è meravigliosa è, sin dalla fine degli anni ’70, non “un” ma IL classico di Natale! Ora vi spiego perché.
    Questa pellicola venne più o meno snobbata quando uscì nel 1946 ed il mancato rinnovo dei diritti d’autore nel 1974 la fece cadere nel dominio pubblico, così verso la fine degli anni ’70 divenne il film più trasmesso della televisione americana nel periodo natalizio, acquistando una popolarità inaspettata, tanto che nel 1990 (anno di Mamma, ho perso l’aereo, tra l’altro), la Biblioteca del Congresso scelse di preservarlo nel suo archivio dedicato ai film “di importanza storica, culturale o estetica”. Per farla breve, è il film che qualsiasi famiglia americana si aspetta di vedere ogni Santo Natale… così si spiega l’espressione dei bambini in Mamma, ho perso l’aereo che sono costretti a vederselo in una lingua a loro sconosciuta (il francese), cosa che fa immedesimare anche meglio lo spettatore americano nelle disavventure natalizie dei McCallister, sapendo che si sentirebbe perso senza poter godere tale film a dicembre.
    Se dovessi riportare la loro situazione ad un equivalente italiano moderno, vi basti immaginare di ritrovarvi a Natale a vedere Una poltrona per due in una lingua straniera a voi sconosciuta (russo? Ceco? Fate voi).

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    (da “Mamma, ho riperso l’aereo”)


    Questo elemento culturale era ovviamente fuori dalla portata di qualsiasi doppiaggio e adattamento, in poche parola BISOGNA essere americani per percepire quella scena allo stesso modo. La cosa si fa ancora più comica quando, nel secondo film, in McCallister vanno in Florida e trovano l’attesissimo classico di Natale solo in spagnolo.
    A questo punto mi domando se in francese questa scena del primo film non abbia un impatto ancora minore!
    mamma_pizza
    Un’altra nota di cultura americana… il ragazzo delle pizze di “Little Nero” è minorenne, consegna la pizza in macchina perché negli Stati Uniti si può avere la patente dai 16 anni, età in cui gli adolescenti neo-patentati corrono a comprarsi le auto più economiche che possono permettersi (e quindi spesso le più sgangherate). Quella scena del fattorino auto-munito è l’equivalente di un adolescente italiano che porta le pizze col motorino, solo che quando ero più giovane (prima di Wikipedia, di internet e prima di aver visto Licenza di Guida) lo ignoravo ed il fatto che buttasse giù la statuetta dei McCallister ogni volta che veniva a consegnare una pizza lo attribuivo ad un atto di goffaggine del guidatore, non al fatto che avesse poca esperienza come autista.

    Tocchi di classe

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    Il finto film noirAngels with Filthy Souls (titolo parodistico sulla falsa riga di Angels with Dirty FacesAngeli con la faccia sporca), che Kevin si guarda in assenza dei genitori, ha un doppiaggio che ricorda quello degli anni ’50-’60 e che ben si adatta allo stile del film. In questo finto noir compare il personaggio di “Snakes”, italianizzato in un più familiare e funzionale “Cobra”, al quale il cattivo Johnny fa la conta da uno a dieci (one… two… ten!) per far sparire la sua brutta faccia gialla. In italiano mi è sempre sembrato che il doppiatore dicesse “uno, due, tie’!“, probabilmente per rimanere nel labiale del “ten” sebbene a scapito dell’ironia di una conta da uno a dieci composta da tre numeri. Sempre che non si tratti di un problema di missaggio audio in cui il suono del mitragliatore va a coprire il finale di “dieci” (die—).
    mamma_change
    Come tutti saprete sicuramente, la scena si conclude con l’immortale “tieni il resto, lurido bastardo!“, adattamento di “keep the change, ya filthy animal!“. Questa scelta memorabile purtroppo non funzionò altrettanto bene nel seguito quando la stessa frase veniva usata riferendosi ad una donna e quindi il “Merry Christmas, ya filthy animal!” torna ad essere più fedelmente “Buon Natale, maledetto animale“, ma adiós riferimento alla battuta del primo film.

    Sul titolo italiano…

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    Potrei forse associarmi alle più inutili lamentele sul web/gruppi Facebook e lagnarmi del titolo italiano? “Mamma, ho perso l’aereo” è un titolo anni ’90 che ancora oggi funziona alla perfezione. Al contrario di molti altri titoli dell’epoca, alterati unicamente per attirare gli spettatori al cinema in modo truffaldino, con scelte che non c’entravano niente con la trama (Balle Spaziali 2 – La Vendetta docet), “Mamma, ho perso l’aereo” dà al consumatore esattamente ciò che promette e non fa finta di essere un film diverso per poi tradire le aspettative di un qualsivoglia potenziale spettatore.
    Paradossalmente, un letterale “Solo in casa” avrebbe avuto un effetto diametralmente opposto, suggerendo un film potenzialmente sconsigliato ai minori. È logico che sia stato cambiato e non mi sorprende affatto scoprire che non siamo stati di certo l’unico paese a farlo (Maman, j’ai raté l’avion! / Mi pobre angelito / Kevin sam w domu). La vicinanza al titolo francese in realtà mi fa supporre che siano stati gli stessi produttori a suggerire titoli alternativi per il mercato estero, altrimenti quale incredibile coincidenza che entrambi i paesi, Francia e Italia, abbiano scelto per puro caso la medesima formula?

    Urla autentiche

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    Quasi tutte le urla (di dolore o di gioia) che sentiamo nel film sono state lasciate in originale e, vista l’eccelsa scelta degli interpreti, si nota relativamente poco se non fosse per quei “whoa!” di Kevin che certamente in Italia suonavano leggermente stravaganti nel 1990 ma, in ogni caso, attribuibili ad un modo di esprimersi di uno specifico bambino (il protagonista). Ricordo che all’epoca mi risultava molto curioso (e molto “americano”) quel modo di esternare estrema sorpresa.
    L’unica distrazione (mai notata in più giovane età ma palese adesso) viene dalla scena in cui Kevin corre per la casa dopo aver fatto “sparire” la famiglia e urla “I’m free! Free!” (sono libero). Per un orecchio italico impreparato può sembrare semplicemente che Kevin stia urlando di felicità (qualcosa come “iiiiiiii!”), col senno di poi ci sento benissimo “I’m free!!!” e mi sembra così strano che non sia stato doppiato che, memore di esperienze come l’audio 5.1 di Terminator, mi domando se non si tratti di una clip audio “perduta” nel missaggio per DVD. Non sarebbe la prima volta.

    Frasi più memorabili in italiano

    mamma11
    Come tutti i film della propria giovinezza visti in italiano, è facile avere delle battute rimaste impresse che poi, andandole a scoprire in lingua originale, possano risultare meno memorabili o di minor impatto.
    Questa è la mia personale lista:
    Il sale intacca i cadaveri e li trasforma in mummie.
    (The salt turns the bodies into mummies.)
    Le famiglie rompono!
    (Families suck!)
    Erano anni che mi perseguitava [il seminterrato].
    (It’s bothered me for years.)
    – Larry le vuoi parlare tu? C’è una signora che mi sembra un po’ suonata.
    (Larry can you pick up? There’s some lady on hold, sounds kind of hyper.)
    seguìto da:
    – Rose? La suonata sulla due.
    (Rose? Hyper on two.)
    [“la suonata” fa più ridere di “l’isterica”.]
    Poi ancora…
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    Quando la mamma di Kevin offre i suoi orecchini alla coppia di anziani, il marito le risponde che la moglie ne ha tanti che non sa che farsene, ne ha una scatola da scarpe piena, sembra un albero di Natale (mettendosi la mano all’orecchio e muovendo le dita). In realtà in inglese sottolineava soltanto come la moglie ne avesse già tanti di orecchini, inclusi quelli “a pendente” (dangley ones). Il gesto che il vecchio fa con la mano all’orecchio serviva a prendere in giro la gestualità della mamma di Kevin intenta a offrire i suoi orecchini (che erano del tipo “a pendente” per l’appunto).
    La battuta del “sembra un albero di Natale” la trovo più spassosa ed ispirata rispetto ad un banale “a pendente” (ed è anche a tema). Ovviamente è Mario Milita (nonno Simpson) che dà la voce al vecchio scorbutico, chi altri poteva essere? Sarà forse quello che l’ha resa memorabile.
    mamma5
    Un’altra piccola battuta viene adattata quando un presentatore televisivo legge delle comiche lettere indirizzate a Babbo Natale: “l’anno scorso ho avuto una sorellina, quest’anno preferirei un robot“, con robot in sostituzione di clay dough (quello che ai miei tempi si chiamava didò), trovo l’alterazione non soltanto leggermente più spassosa ma che sia rimasta anche più duratura, dal momento che in Italia quel materiale ha assunto nomi diversi a seconda delle varianti e dei periodi storici (DAS, pongo, plastilina…). Un robot sarà sempre un robot.

    Scelte di adattamento molto dubbie

    Queste le lascio sempre per ultime e stavolta si tratta di poca roba, ed il fatto che sia poca roba la dice lunga sulla qualità di adattamento di questo film in generale.
    Quando il “re della polka” (John Candy, doppiato dal sempre spassoso Paolo Buglioni) racconta di aver lasciato suo figlio alle pompe funebri, in italiano narra di come il bambino fosse rimasto chiuso dentro con la madre morta quando in realtà in inglese parla di un generico cadavere (si può supporre un parente, forse un nonno). L’errore deriva forse da una frase lasciata a metà nel momento in cui John Candy nomina la moglie (“the wife and I…”). Mi domando se non fosse anche in questo caso una scelta voluta per aumentare l’effetto tragicomico della storia che John Candy raccontava, in modo del tutto fuori luogo (come spesso accade ai personaggi comici di Candy), alla madre di Kevin “per farla sentire meglio”.
    mamma8
    Un’altra frase che mi lascia allibito (e che da giovane non avevo mai neanche capito perché non avevo familiarità col termine usato) è quella della madre che, tornata a casa il giorno di Natale, esclama:

    qualcuno corra al drugstore, non abbiamo nemmeno il latte.

    (in originale: someone has to find an open store. We don’t have milk.)
    Onestamente mi domando quale fosse il fascino perverso nei primi anni novanta per questa parola “drugstore” (tra l’altro pronunciata anche correttamente “dragstor”). Difatti, la stessa parola l’avevamo già trovata nel Silenzio degli Innocenti (1991) e si può dire che ad oggi sia effettivamente scomparsa dal vocabolario del doppiaggese, in netta controtendenza moderna a mantenere tutti i riferimenti possibili e immaginabili in inglese (a volte portando i dialoghi italiani al limite della farsa). Posso solo supporre che in quegli anni, “drugstore” identificasse, con una sola parola importata, un tipo di negozio che in Italia non aveva alcun corrispettivo: quelli che rimangono aperti tutta la notte e che vendono un po’ di tutto (oltre a fare da farmacia). Forse l’evoluzione delle attività commerciali italiane ha reso molto presto obsoleta questa parola d’importazione.

    Evit, giustifichi sempre tutti i doppiaggi “del passato”, non hai nessuna vera lamentela?

    Mettiamocele va’, sennò mi dicono che sono nostalgico (ignorando che mi sono già lamentato di grandi classici del passato).
    mamma_grinch1) Ho sempre trovato curioso, già dalle prime visioni di questa pellicola, che i classici di Natale che Kevin si guarda in TV siano tutti doppiati tranne il cartone animato del Grinch. All’epoca ovviamente non sapevamo cosa fosse il Grinch ma avrei apprezzato che anche quello comparisse doppiato (magari ricostruendo la canzone che sentiamo nel cartone animato, perché no!), giusto per non spezzare quella illusione che, eccetto in quella scena
    del Grinch, durante tutto il film non viene mai meno!
    (mi riferisco ovviamente all’illusione creata dal doppiaggio che ci permette di guardare un film straniero facendoci credere di star assistendo alle vicissitudini di persone che parlano altre lingue diverse dalla nostra ma che noi, “per magia”, riusciamo a capire e blah-blah, blah-blah, blah-blah…! Dai su, lo sapete già ormai, leggete questo blog da una vita, non mi fate dire sempre le stesse cose).
    Il cartone del Grinch torna anche nel secondo film e anche lì non è doppiato.
    mamma6
    2) La frase della sorella (o cugina?) preoccupata “ma è così piccolo, secondo te è un po’ picchiato?” mi è sempre sembrata stramba (sebbene il labiale sia sopraffino e forse ne è la sua unica giustificazione). In originale era “but he’s so little and helpless. Do you think he’s flipped out?” che significa “ma è così piccolo e indifeso. Secondo te è spaventato a morte?”. Capisco quale possa essere l’origine dell’errore, scambiare “he’s” come abbreviazione di “he is” quando invece lo è di “he has”, da questo assunto errato hanno presumibilmente interpretato “flipped out” come sinonimo di “impazzito”. Un errore a suo modo comprensibile, sebbene non giustificabile. Perché dovrebbe essere “un po’ picchiato” se la colpa è loro per averlo lasciato a casa? Ovviamente la domanda della ragazza non combacia poi molto bene con la risposta del fratello.
    mamma12
    3) C’è un’altra battuta che penso sia stata alterata per un errore umano in fase di traduzione, quando il vecchio incontra Kevin in chiesa e gli chiede se è stato buono. Kevin inizialmente dice di sì ma quando il vecchio incalza con un “puoi giurarlo?”, Kevin nega. Il vecchio allora gli risponde “yeah, I had a feeling” (letteralmente: “già, ne ho avuto il presentimento”, traducibile semplicemente come “già, lo immaginavo” o “lo avevo capito”). La risposta nel film doppiato invece riporta un “io mi sentivo triste” che poi continua con la storia di come la chiesa fosse il luogo ideale per chi è scontento di sé. È lecito pensare che abbiano voluto affrettare il discorso dato che nella frase successiva c’era effettivamente poco tempo per far entrare tutte le parole che il vecchio diceva in inglese, tuttavia mi domando se quel “I had a feeling” non sia stato mal interpretato a monte e quindi sia stato poi tradotto erroneamente come “io mi sentivo triste”.
    Tra parentesi, chi doppia il vecchio è il mitico Nando Gazzolo, di cui già parlai qui.
    Basta, ho parlato anche troppo…

    CONCLUSIONE!

    Mi resta solo da dispensare un paio di complimenti al gruppo che ha lavorato al doppiaggio di questo film, a partire dalla direttrice di doppiaggio Silvia Monelli e dalla sua scelta degli interpreti, all’incredibile prova di Ilaria Stagni su Macaulay Culkin, lei poco più che ventenne all’epoca (e famosa anche per Bart Simpson). Un complimentone anche a Mino Caprio che in questo film non solo è lontano da altri suoi personaggi (come Peter Griffin in cui sembra esserti fossilizzato di recente) ma, in generale, ci dona un’incredibile interpretazione comica che si integra anche molto bene con gli strilli non doppiati di Daniel Stern. In proposito, sarebbe carino vedere una versione doppiata da Caprio di questo video che Dainel Stern ha pubblicato su YouTube come risposta a quest’altro video di Macaulay Culkin (basta che non la faccia alla Peter Griffin, s’intende).
    Qualcuno faccia in modo in modo che accada.
    Ci rivediamo a New York.
    Kevin che si appresta a mangiare un piatto di macaroni cheese accompagnato da un bicchiere di latte. La vignetta dice: Macaroni cheese, m'hai provocato e io te distruggo adesso. Ad imitazione della famosa frase di Alberto Sordi.

  • Interceptor, il guerriero della strada – Un doppiaggio d'altri tempi per un film d'altri tempi

    mad-max-road-warrior-blu-ray

    Il secondo Mad Max si rivela un seguito essenzialmente diverso e migliore. È l’equivalente post-apocalittico de’ La Casa 2, ovvero contiene tutto ciò che il regista avrebbe voluto mettere nel primo film, ma finalmente con i soldi per poterlo fare!
    Gli diedero il budget più alto mai speso in Australia fino ad allora per un film. L’Australia non è Hollywood, quindi un budget simile rimane comunque nel limite del “ti aggiungiamo uno zero al costo del tuo primo film… e ci stiamo dissanguando”; il quale film, ricordiamo, era stato finanziato praticamente da Miller stesso attraverso turni extra di guardia medica (a quei tempi Miller era appena laureato in medicina). Ciononostante, anche quel solo zero in più sull’assegno permise a George Miller di fare tutto ciò che aveva in mente di fare.
    Basta(!) quindi con la retribuzione degli stuntmen non professionisti a suon di casse di Peroni gelate e mai più sarebbe ricorso al furto con destrezza di cartelli (e oggettistica varia) presi “in prestito” dai portici dei negozi dell’outback australiano prima dell’orario di apertura. Adesso Miller poteva permettersi un vero e proprio set futuristico costruito nel bel mezzo del deserto australiano (e di farlo poi saltare in aria alla fine del film), poteva permettersi anche dei veri costumi, un numero maggiore di veicoli da sfasciare, dei veri stuntmen… e con gli spiccioli avanzati, qualche scatolone su cui farli cascare.

    Speriamo abbiano messo abbastanza scatoloni

    Speriamo abbiano messo abbastanza scatoloni


    Le ossa rotte in questo film non sono mancate, ma sullo schermo si ripagano da sole! A certi voli che si vedono su schermo c’è da prendere il cellulare al volo e controllare Wikipedia solo per assicurarsi che non sia morto nessuno durante le riprese del film. Colonna sonora e fotografia di questo film sono a livelli inaspettati di spettacolarità. Non è un caso che il secondo capitolo di Mad Max sia il più amato dei tre a livello mondiale.
    Quello che nel 2015, agli occhi dei più giovani, potrebbe sembrare un film da poco, in realtà supera in azione (e in tensione) la maggior parte dei polpettoni “action” che sfornano oggi come il pane toscano: insipido e spesso già stantio.
    Addio lettori toscani, è stato bello avervi conosciuto.

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    Vi piace la locandina rubata ad un altro sito?

    Vi piace la locandina rubata ad un altro sito?


    In un precedente articolo avevamo visto come il primo film di Mad Max, da noi intitolato Interceptor dal nome dell’auto “supercarburata” che guida il protagonista, contenesse alcune strambe scelte di adattamento, un paio di errori di traduzione (errare humanum est), alcuni nomi alterati accanto ad altri mantenuti in inglese – ma pronunciati in maniera curiosa. Tutto sommato però si trattava di un lavoro eccellente, recitato alla vecchia maniera (forse anche troppo alla vecchia maniera, secondo l’opinione di Carlo Marini che doppiava Mel), con frasi mai e poi mai tradotte pedissequamente… insomma un vero e proprio doppiaggio vecchio stile. Difatti nonostante le pecche ne consigliavo una visione esclusivamente in lingua italiana!
    Dopo aver conversato con Carlo Marini, voce di Mel Gibson, sono venuti alla luce dettagli fino ad ora non noti riguardo l’adattamento dei primi due film della serie (aspettate però che io pubblichi l’intervista completa con Carlo Marini prima di precipitarvi ad aggiornare Wikipedia e Antonio Genna come dei forsennati):
    in primis che la direzione del doppiaggio del primo film era in mano a Emilio Cigoli, classe 1909, noto come voce italiana di John Wayne e di molti altri eroi americani degli anni ’50-’60. Insomma, uno che non si sarebbe mai sognato di lasciare un vocabolo inglese ignoto in un film doppiato, ma che allo stesso tempo impediva a Marini di esprimersi liberamente nell’interpretazione di Mel Gibson, specialmente nelle scene del primo film in cui lo vediamo affaticato/disperato e ciononostante con una voce inflessibile, dato che, secondo Cigoli, “un eroe non si affatica mai!” citazione necessaria
    Neanche la scalinata di Pai Mei piegherebbe Mad Max in italiano.

    Neanche la scalinata di Pai Mei farebbe venire il fiatone Mad Max in italiano.


    Quindi anche se Mad Max dovesse correre la distanza da Maratona ad Atene sotto il peso di un’armatura, nella traccia italiana lo sentireste pronunciare “abbiamo vinto” in un bellissimo italiano, calmo e impostato. Inutile fu lo sforzo di Marini nel far notare al direttore, Cigoli, che Mad Max non è esattamente il prototipo di eroe senza macchia, in stile vecchia Hollywood. È un uomo accecato dalla vendetta nel primo film e indifferente alle sofferenze umane nel secondo, nel quale aiuta i “buoni” solo per suo tornaconto personale.
    Il ritorno, anche nel secondo film, di Carlo Marini su Mel Gibson consente alla serie di proseguire la strada e di far tesoro dell’eredità di Cigoli, con adattamento e recitazioni ancora in stile anni ’50-’60 (con tutti i pregi e i difetti che ne seguono) ma, se nel primo film questo tipo di adattamento altro non è che una piacevole aggiunta, è nel secondo che il doppiaggio in stile “vecchio western hollywoodiano” trova tutta la sua ragione d’essere!
    Awanagana!

    Awanagana!


    Difatti, mentre il primo “Mad Max” può ricordare più un road movie indipendente degli anni ’70, con il secondo capitolo vediamo una trama classicheggiante ripresa dall’Iliade e una caratterizzazione dei personaggi che sembrano invece presi direttamente dai western di Sergio Leone (il protagonista taciturno e solitario) e da quelli di John Ford (i barbari motorizzati come indiani pellirossa)… quale miglior connubio potevamo desiderare tra un film che richiama fortemente ad uno stile “classico” ed un doppiaggio italiano tipico proprio di quei generi che Mad Max ripresenta in chiave post-apocalittica?
    Amazzoni post-apocalittiche

    Amazzoni post-apocalittiche


    Il solo prologo di questo secondo film rasenta la poesia se confrontato con il testo originale, vi cito solo un piccolo frammento invitandovi a cercarvelo per intero su YouTube:

    Ordinary men were battered and smashed.
    I deboli scomparivano senza lasciare neanche il segno di una croce… su delle misere pietre.

    Questa sola frase ci ricorda come dovrebbe essere l’adattamento dei dialoghi di un film e di come invece non è più. Frasi che sembrano nate in lingua italiana e non la traslitterazione parola per parola, con costrutti anglosassoni, come ahimè accade sempre più spesso nei film doppiati di oggi! Questa è la chiave di un buon adattamento… e non il far dire a Captain America che c’è bisogno di un pararescue (a cui piace l’Ultimate Fighting) per bypassare il blade server di targeting e per fare il back-up dell’hard drive degli helicarrier Insight, grazie ad un software tracer.
    Ah, se solo questi fossero dialoghi di mia immaginazione e non la cruda realtà dell’adattamento moderno.
    Torniamo a noi.
    Il prologo appena citato, che apre il film Interceptor – Il guerriero della strada, è narrato da Mario Milita il quale, un decennio più tardi, sarebbe divenuto molto celebre come voce di nonno Simpson nell’omonima serie. Difatti, riguardando oggi quella scena di apertura di Mad Max 2, per quanto poetica, viene un po’ da ridere ripensando al personaggio di nonno Simpson che parla a vanvera.
    Proprio per questo vi ho preparato una chicca narrata dal nostro Leo:
    Nonno Simpson narra l’introduzione di Interceptor – Il Guerriero della strada
    copertina-blog
    Un’altra voce nota che compare all’inizio del film è quella di Claudio Sorrentino sul personaggio del pilota. Ironia vuole che Sorrentino sia poi diventato la voce “ufficiale” di Mel Gibson neanche pochi anni dopo, immortalandone i personaggi da Arma Letale in poi. È un po’ strano sentire la sua voce provenire da un personaggio che parla proprio rivolgendosi a Mel Gibson. Un po’ come quello che successe con La Febbre del Sabato Sera in cui Sorrentino doppiava l’amico di Travolta, prima che diventasse la voce “ufficiale” di Travolta stesso e finisse anche per doppiarlo nel ridoppiaggio per DVD/Bluray, facendo dimenticare così a tutti che la prima voce di Tony Manero fu del grande Flavio Bucci.
    Lo stesso personaggio del pilota ritorna nel terzo film di Mad Max con la voce, forse anche più adeguata, di Mino Caprio (oggi noto come voce del personaggio animato Peter Griffin).
    Mad Max Sorrentino
    Parliamo della versione italiana… ci sono errori degni di nota?
    In realtà… no! Una cosa che forse non è ben chiara in italiano, così come lo è in inglese, è l’omosessualità di molti dei barbari, pressoché impercettibile nella nostra versione.
    Difatti, mentre in italiano la voce del cattivo “Humungus” declama a ripetizione “io sono il grande Humungus. Per la gloria del grande Humungus, datemi la benzina“, nella traccia audio inglese sentiamo anche altro, ad esempio:

    Smegma crazies to the left!
    Gayboy berserkers to the gate!

    Una cosa che potrebbe tradursi molto liberamente con qualcosa come “ragazzi smegma, attaccate da sinistra! Checche isteriche ai cancelli!“.
    In realtà un qualche riferimento a quelle battute si trova anche nei dialoghi italiani ma le parole sono indistinguibili perché coperte dagli effetti sonori di quella scena. Quindi qualcosa c’è, ma non perviene.

    Le checche isteriche

    Checche isteriche post-apocalittiche


    Le eventuali differenze nella versione italiana non sono da imputare a errori, bensì a scelte di adattamento:
    Il Mostruoso

    Il Mostruoso “Lord Enorme”

    Nothing can escape! The Humungus rules the Wasteland!
    A noi non sfugge nessuno! I padroni delle terre perdute sono gli Humungus.

    There has been too much violence, too much pain.
    La vita degli Humungus è troppo preziosa.

    l’ll talk to this Humungus!
    Vado io a parlare con quel capo Humungus!

    Dai dialoghi italiani capiamo che la banda di barbari motorizzati si chiama “Humungus” e il tizio con la maschera da hockey è il loro Signore, Lord Humungus. In realtà tali barbari non hanno un nome in inglese, è solo il loro capo che si chiama Humungus (in inglese la parola “humungous” è un superlativo alla maniera fantozziana, che suona come “mostruosamente enorme”), un nome usato al modo di un titolo regale o militare (tipo Shogun), quindi la traduzione corretta di quella prima frase sarebbe dovuta essere “Lord Humungus è il padrone delle terre perdute“, e non “i padroni delle terre perdute sono gli Humungus“.
    Nel resto del film sentiamo parlare degli “Humungus” con riferimento a questo gruppo di vandali del dopobomba. Vista la coerenza con cui viene usata questa parola durante tutto il film doppiato, non lo considero un vero e proprio errore, quanto piuttosto una scelta di adattamento che conferisce un nome alla banda nemica (altrimenti senza nome).

    Sogni mostruosamente post-atomici

    Sogni mostruosamente post-atomici


    Altre alterazioni che non sono errori…
    Non menzionato in italiano (e a buon ragione), il capitano Valiant, leader del villaggio, che si chiama “Pappagallo”… quindi se leggete una recensione del film dove si parla di un tale “Pappagallo” vuol dire che l’hanno copiata da una recensione scritta in inglese; il bambino selvaggio (“feral kid” nei titoli di coda) viene nominato come “kid” nel doppiaggio italiano (“boy” in originale), ma considerando che Superman degli anni ’50-’60 in Italia si chiamava Nembo Kid, la cosa non mi sorprende. È uno di quei vocaboli inglesi adottati nella lingua italiana dei giovani del boom economico e poi caduti praticamente in disuso. Un po’ come “bounty killer“.
    Senza contestualizzazione storica, lo spettatore moderno occasionale potrebbe supporre che il nome del bambino sia “Kidd”, il che non creerebbe neanche troppi problemi, quindi funziona per qualsiasi generazione di spettatori.
    Il Parrocchetto

    L’uomo-parrocchetto


    Ci sarebbe da notare che nella scena del discorso di “Pappagallo”, una delle battute sembra essere tagliata e poi l’intera traccia audio va fuori sincrono. Questo credo sia da attribuirsi alla distribuzione Warner. Infatti, originariamente, al cinema arrivò una versione più lunga che poi la Warner tagliò negli Stati Uniti per la distribuzione home video. Il problema tutto italiano origina dalla brutta abitudine della Warner di distribuire in Italia le versioni americane dei propri film, su cui poi ci “appiccicano sopra” l’audio doppiato. Trovandosi per le mani dunque una versione americana più breve dell’audio italiano dalla versione cinematografica, avranno dovuto tagliare e appiccicare in malo modo frasi non nate per essere tagliuzzate, introducendo anche un fuori sincrono fastidioso che ancora oggi persiste nelle versioni DVD e BluRay.
    E i tanti nomi storpiati del primo film dove sono finiti? Scomparsi nelle terre perdute.
    Mentre il primo film era pieno di piccoli errori abbastanza curiosi, questo secondo capitolo è qualitativamente migliore dal punto di vista dell’adattamento. Difatti, data l’ambientazione post-apocalittica dove la vita non è data per scontata e i nomi importano poco (il cane di Mel in inglese era chiamato semplicemente “dog”, così come il bambino era chiamato “boy”), il film Mad Max 2 presenta pochi nomi stranieri e in generale pochi dialoghi (Mel Gibson apre bocca appena 16 volte), quindi anche meno occasioni di errori.

    “Dog” (personaggio che parla più di molti altri nel film)


    Voglio fare una piccola parentesi storica sull’adattamento e che deriva dalla mia conversazione con Carlo Marini:
    È imperativo sottolineare che, come mi raccontava Marini, ai tempi di Mad Max, il ruolo del direttore del doppiaggio era quello di ricordare a memoria le intonazioni e le intenzioni delle battute originali, in modo da dirigere al meglio la recitazione dei doppiatori, i quali leggevano le loro battute italiane su un copione tradotto ma non avevano alcun ausilio audio.
    Piccole variazioni sui concetti, sulla pronuncia dei nomi, etc… sono quindi da imputare, nel caso di film di quel periodo, non solo ad umani errori di chi traduce il copione originale, ma anche al fatto che non era disponibile l’audio originale da riascoltare prima di registrare la propria battuta. Gli anelli su cui registrare le battute doppiate difatti erano muti, stava al direttore “dirigere” gli attori su quella che si potrebbe definire una “tela bianca”, il tutto basato sulla memoria di ciò che era stato visto dal direttore in fase preliminare.
    Ovviamente rimando all’intervista con Carlo Marini di prossima pubblicazione. Abbiate pazienza, a Doppiaggi Italioti abbiamo la mente più veloce delle mani.
    Molto comici però rimangono due piccoli momenti segnalati da un mio lettore: 1) la voce del ragazzo che nella notte dei preparativi per la partenza risponde “Bene, non ti preoccupare”, non può essere un vero attore! A detta di chi me l’ha segnalata “pare un commercialista genoves”; 2) l’assistente di Pappagallo che scivola clamorosamente sul romanesco dicendo “abbiamo perso altri otto uomini STAMMATINA”.

    Conclusione

    Per concludere, Mad Max 2 è un altro film adattato bene, pieno di voci dal familiare allo stranoto anche su ruoli minori, praticamente senza errori di traduzione (qualsiasi incongruenza è attribuibile a scelte di adattamento) e in questo caso ne consiglio la visione in entrambe le lingue perché, al contrario del primo film, i dialoghi qui sono comprensibili anche in inglese. Tuttavia, quando lo vedrete in italiano, fatelo come se steste guardando un vecchio western hollywoodiano doppiato in italiano, il film ne guadagna.

    La faccia di Evit quando gli chiedete di parlare di Mad Max 2

    La faccia di Evit quando gli chiedete di parlare di Mad Max 2

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    TITOLO ITALIOTA BONUS

    Parlando di sequel apocrifi, nel 1983 qualche “indipendente regionale” ebbe la faccia tosta di prendere un film del 1977 chiamato “Speed Trap” e distribuirlo in Italia come SPEED INTERCEPTOR III (o “Speed Interceptor III°), cercando dunque di spacciarlo come il terzo capitolo della serie.
    speed interceptor III
    Confrontatelo con la locandina originale…
    interceptor
    Fate un po’ voi.
    Il vero terzo capitolo della serie con Mel Gibson sarebbe arrivato soltanto nel 1985 con il titolo di Mad Max – Oltre la sfera del tuono. Ma questa è un’altra storia.

  • La trilogia del dollaro di Sergio Leone? Meglio guardarsela in italiano

    Christine (partner di Evit) proclama improvvisamente: “Evit, ci vediamo i western di Sergio Leone?“.
    Evit si commuove. “Ma certo!” – e corre a mettere il primo film.
    Christine dopo un po’: “ma non ce l’hai in inglese?
    Evit:

    Clint Eastwood che digrigna i denti e dice: in inglese non esistono

    Spesso sentiamo dire “i film, meglio in originale“, che “i sospiri degli attori americani sono mejo recitati dei sospiri doppiati” oppure cose tipo “vuoi mettere, sentire la veramente vera voce dell’attore americano?“, quando non si scade poi nei falsi miti che all’estero è tutto migliore (“in Italia siamo nel medioevo. Nel nord europa invece…“) e le solite cose già sentite milioni di volte…

    Mario Brega che fa il segno delle corna
    …poi tiri fuori nel discorso la trilogia del dollaro di Sergio Leone e qualsiasi teoria su cui si basano i soliti generici pregiudizi immaturi contro il doppiaggio crolla dalle fondamenta e diventa indifendibile (rivelando spesso un infondato fondamentalismo dei sostenitori).
    Infatti, nonostante gli attori principali di questi tre film siano americani, guardarsi la trilogia del dollaro di Sergio Leone in lingua inglese non ha alcun senso ed è anzi deleteria per lo spettatore, come vedremo a breve. Provo pietà e compassione per gli americani che non possono godersi questi film in italiano. Li amano tantissimo eppure, per una volta lasciatemelo dire, non possono goderseli appieno.

    I film di Sergio Leone ci ricordano sempre che la magia del cinema si compie solamente a film ultimato e, per “ultimato”, intendo dire inclusivo di adattamento e doppiaggio. Poco importa quale lingua parlino gli attori sul set, bensì importa il risultato finale alle orecchie dello spettatore, le emozioni che ne derivano. Questo è un messaggio che può arrivare solo da registi veramente capaci come lo erano Leone e Kubrick, i quali davano eguale importanza alle versioni internazionali dei propri film già a partire dalla fase di pre-produzione e non soltanto come un ripensamento dell’ultimo momento o delegandoli senza importanza a chiunque si offra di produrne una versione estera con il maggior risparmio di denaro.
    Sergio Leone dà consigli a Clint Eastwood sul set di Per un pugno di dollari. Nella vignetta che ironizza sul doppiaggio Leone dice: tu parla, parla. Parla come te pare, tanto ti aggiustiamo in italiano.
    Ma, mentre Kubrick si avvaleva di De Leonardis/Maldesi per le sue versioni italiane, sfruttando la ben rodata macchina del doppiaggio italiano negli anni ’60, le versioni in inglese dei primi film di Leone, seppur ben adattate, si sono scontrate con tanti problemi come ad esempio l’incapacità degli americani di fare un buon lavoro di doppiaggio e tanti altri di cui parlerò.
    Vediamo dunque i motivi per i quali guardarsi la trilogia del dollaro in inglese ha poco senso!


    Attori che doppiano sé stessi

    Come tutti i film italiani dell’epoca, anche questi erano girati senza suono, vuol dire che Eastwood and friends sono dovuti tornare in sala di registrazione a doppiare sé stessi. Doppiare, in generale, è una capacità in più che non tutti gli attori del cinema posseggono (le “guest star” italiane nella serie I Simpson dovrebbero darvene una vaga idea, voci totalmente su un altro piano rispetto a chi doppia di professione, oppure le fiction italiane a confronto con i film doppiati). Difatti per doppiare sé stessi bisogna saper ricreare l’emozione che da attori avevate espresso sul set… in questo caso però mentre si è davanti ad un leggìo, al buio, concentrati ad azzeccare i tempi giusti e magari s’è pure scassato il condizionatore (situazioni vere da sala doppiaggio, non mi invento niente).
    Non tutti lo sanno fare e spesso i risultati sono un po’ piatti. È il caso di Eastwood che, sebbene avesse già qualcosa sul curriculum, era alle prime armi come protagonista, e non aveva certo esperienza di doppiaggio. Per fortuna il suo personaggio era stato studiato ad hoc: parla poco e in maniera piatta. Così nessuno se n’è veramente mai accorto. Eli Wallach (il “brutto” del Buono, il brutto e il cattivo) si salva alla grande perché era un attore fenomenale, Lee Van Cleef rimane passabile, Gian Maria Volontè (in inglese) è di un’atrocità senza pari.
    mule1
    Quindi la recitazione degli attori americani in questi film di Leone, una recitazione che molti potrebbero definire “reale” o “vera”, non è altro che un prodotto registrato a posteriori in uno studio e non in presa diretta sul set. Per questo non ha senso parlare di “lingua originale” in un film di Leone, si parla invece di versione doppiata in italiano e versione doppiata in inglese… e se le mettiamo a confronto, quella doppiata in inglese ha moltissimi difetti.


    Alcune scene sono state doppiate in inglese solo dopo quarant’anni!

    Nel caso de’ Il buono il brutto e il cattivo, gli americani hanno sempre visto una versione ridotta, in cui mancavano certe scene. Queste scene sono state reinserite solo per l’edizione DVD del 2004 (ora disponibili anche su Blu-Ray) e doppiate ex novo perché all’epoca non ebbero la lungimiranza di doppiare l’intera pellicola. Questo vuol dire che gli americani, attualmente, si “godono” una versione del film dove, nelle scene aggiunte, i personaggi hanno voci incredibilmente invecchiate (se gli attori erano ancora vivi per doppiare sé stessi), oppure completamente nuove nel caso dei personaggi doppiati da imitatori degli attori deceduti.
    In questi casi le voci non solo soltanto nuove, sono palesemente nuove… sono tragicamente nuove!
    Copertina del Blu Ray di Il buono, il brutto e il cattivo, con aggiunta la scritta: edizione restaurata con voci completamente nuove


    Se sono doppiati a posteriori sia in inglese che in italiano, allora non è meglio scegliere il doppiaggio americano che include le “vere” voci degli attori? Cosa cambia?

    Cambia il fatto che in america i doppiatori fanno generalmente schifo perché non c’è una grande esperienza/storia/scuola. Non è una questione di “il mio paese è meglio del tuo”, perché negli Stati Uniti fanno bene tante altre cose, ma il doppiaggio non è una di queste e sono loro i primi ad ammetterlo.

    Nota: pensate ad esempio ai film di animazione americani che non hanno dei doppiatori”, bensì dei “voice actors“, ovvero interpreti vocali che recitano al microfono le loro battute e dalle quali poi i disegnatori sono in grado di far vivere i personaggi animati dotandoli di un accurato labiale e movimenti espressivi. Il lavoro di questi interpreti vocali è giustamente lodato, perché sanno creare delle performance a volte superiori (a livello recitativo ed espressivo) rispetto ai colleghi attori. Ma non sono doppiatori di post-produzione.
    I pochi prodotti doppiati disponibili sul mercato statunitense (classicamente i cartoni giapponesi) sono snobbati dagli stessi americani che preferiscono a quel punto la versione sottotitolata piuttosto che sentirsi le voci del calibro di un dipendente delle ferrovie che vi prenota un posto in treno da dietro lo sportello della biglietteria.

    Il risultato finale (nel doppiaggio americano) è un film con gli attori principali interpretati quasi decentemente (almeno quelli che hanno saputo ridoppiare sé stessi passabilmente) mentre tutti quelli di contorno sono dei cagnacci che in Italia potrebbero solo passare lo straccio per terra in sala di doppiaggio, oppure hanno modi di recitare piuttosto strani per gli americani, con voci tipiche da trasmissioni radiofoniche o interpreti di audiolibri.
    Per non parlare poi della quasi totale mancanza di sincronia labiale di molti personaggi, cosa che nella traccia americana assume connotati tragici, distraendo spesso lo spettatore, il quale penserà di aver acquistato una copia difettata del film.

    Scena da Per un pugno di dollari, pistolero che sputa prima di prepararsi ad uno scontro a fuoco. La vignetta legge: sputo d'autore

    20 anni di teatro dietro a quello scaracchio


    Al contrario, nel nostro paese, il doppiaggio di questi film è stato fatto non solo con cura di particolari, ma anche in un decennio dove il doppiaggio era ancora una vera e propria arte più che un mestiere. Quindi anche il rumore di uno scaracchio era certamente creato da qualche incredibile attore con anni di teatro alle spalle. Puah!
    Non solo!
    Come spesso accadeva all’epoca, in sala di doppiaggio in Italia si aggiungevano battute originariamente non in copione, al solo scopo di migliorare il prodotto finale, perché alla fine è solo il prodotto finale che conta quando si giudica un film, non le intenzioni. Prendiamo ad esempio questa battuta di Eastwood, la cui risposta del fuorilegge è assente nella versione americana:
    Scena da Per qualche dollaro in più, Eastwood chiede di scegliere vivo o morto e dei pistoleri alle sue spalle rispondono: sceglie vivo, buffone

    Nella versione americana manca completamente la battuta “sceglie vivo, buffone“.


    Aggiungiamoci poi il dramma di Gian Maria Volonté che non spiccicava una parola di inglese e si è doppiato per la traccia americana con l’ausilio di trascrizioni fonetiche (così almeno dice Wikipedia), il risultato ahimè è piuttosto tragico nella maggior parte delle sue battute e se dovessi scegliere tra un teatrale Nando Gazzolo che doppia Volonté in italiano ed un quasi incomprensibile Gian Maria Volonté che doppia sé stesso in inglese, indovinate chi preferirò?
    Questo non toglie niente a Volonté come attore, rimane un fantastico attore italiano, ma in italiano. Anche il più grande attore avrà difficoltà a dimostrare le proprie capacità se costretto a recitare in una lingua a lui sconosciuta. Sempre che si tratti di Volonté! Qualcuno ha posto dubbi su chi doppi effettivamente Volonté e per ora ci dobbiamo accontentare soltanto di resoconti tramandati fino ad arrivare su Wikipedia e difficilmente verificabili oggi. Chiunque sia a doppiare, la sua recitazione in inglese rimane pessima e il pesante accento non è giustificabile forse con l’origine ispanica del personaggio perché siamo anni luce da come si doppiava Eli Wallach nel Buono, il brutto e il cattivo, che pure era un personaggio messicano.
    Joseph Egger nei panni di Profeta, nel film Per qualche dollaro in piùAnche Joseph Egger (il “Piripero” del primo film, il “Profeta” nel secondo), in italiano è assolutamente eccezionale, divertente al solo sentirlo parlare. Chi lo ha doppiato in inglese, invece, credo non abbia mai sentito parlare di sincronia labiale, il suo doppiatore non riusciva ad ingarrare un tempo giusto manco a spararlo. Nella scena dei “dannati treni” non sembra neanche che le parole escano dalla sua bocca.
    La sua voce italiana è data dal padre del sopracitato Nando Gazzolo, tale Lauro Gazzolo, anche lui tra i membri della CDC, che all’epoca era il punto di riferimento del doppiaggio italiano. Nessun personaggio, insomma, è stato trascurato in fase di doppiaggio italiano e se pensate che mettere padre e figlio nel doppiaggio dello stesso film sia un’operazione tipicamente italiana dovreste ricredervi, sono entrambi così azzeccati nei loro ruoli che l’accusa di raccomandazione familiare è semplicemente impensabile.
    Gian Maria Volonté in Per qualche dollaro in più, sfida l'avversario con un orologio a carillon. La vignetta dice: quando faccio partire l'anello, cerca di andare a tempo... se ci riesci!
    Quindi per via di doppiatori americani diversamente competenti, la traccia in inglese di tutti e tre i film ha molte meno frasi memorabili. Gli americani infatti citano spesso il terzo film, Il buono il brutto e il cattivo, e qualche battuta dal primo mentre, in italiano, le frasi che rimangono impresse sono molte, molte di più, da qualsiasi film della trilogia. Questo è un vantaggio apportato da un buon doppiaggio.

    Mi sarebbe piaciuto caricare sul mio canale alcune clip ma non vorrei seccature con YouTube. Basta che vi cercate qualsiasi scena con Gian Maria Volontè doppiato da Nando Gazzolo per avere un’idea. Specialmente quella della parabola in “Per qualche dollaro in più”. Poi andatevi a cercare le stesse scene in lingua inglese e venitemelo a raccontare.
    Qui trovate la scena della parabola in inglese e in italiano (attenzione, i link potrebbero non durare in eterno).

    Scena dal film Per qualche dollaro in più, una vittima viene tenuta per i capelli davanti ad un orologio. Vignetta dice: lo vedi che la battuta parte prima?


    Un copione nato in italiano

    I copioni di questi film erano sempre scritti in italiano ed adattati in inglese e ci tengo a precisare che sono stati adattati in inglese benissimo perché molte battute funzionano ugualmente in entrambe le lingue… pur sempre con tutti i limiti del caso. Vediamo dunque il limite del caso, passando direttamente alla scena ESEMPLARE!
    Gli americani non sanno che l’ultima battuta in Il buono, il brutto e il cattivo combacia perfettamente con la colonna sonora di Ennio Morricone, un trucchetto che rende ancora più divertente la scena finale del film ma che ha meno senso in inglese.
    Mi riferisco a quando Tuco, sul finale, esclama:

    Scena finale del film Il buono, il brutto e il cattivo, quando Eli Wallach urla: Ehi Biondo, lo sai di chi sei figlio tu??? Sei figlio di una grandissima PUTTA-

    Scena in italiano (fate click per vederla)

    Ehi Biondo, lo sai di chi sei figlio tu??? Sei figlio di una grandissima PUTTA-****

    Da qui il pezzo di Ennio Morricone si lega alla “A” della parolaccia interrotta, proseguendola comicamente.
    Che questa scena fosse già stata ideata in questo modo, a priori, da Leone o che sia stata creata in post-produzione poco importa. Ciò che importa ai fini di questo articolo è che in inglese la battuta non si lega altrettanto bene alla colonna sonora e viene meno l’effetto comico. Il pezzo musicale suona piuttosto come un banale bip di censura, orchestrato.

    Scena finale del film Il buono, il brutto e il cattivo, quando Eli Wallach urla: Ehi Biondo, lo sai di chi sei figlio tu??? Sei figlio di una grandissima PUTTA-

    Scena in inglese (fate click per vederla)

    Hey Blondie! You know what you are? Just a dirty son of a…***

    Per aggiungere ingiuria al popolo anglofono, il labiale di quella scena, così in primo piano, funziona molto meglio (perfettamente direi) nella traccia italiana che in quella americana perché quel “hijo de puta” pronunciato da Eli Wallach mal si adatta alla battuta in inglese.
    Sulla carta posso capire come volessero unire l’urlo tarzaniano, con cui inizia il pezzo di Morricone, alla “a” di “son-of-a…“, ma questo sembra aver funzionato soltanto sulla carta. Nessun madrelingua inglese ha mai percepito che il pezzo di Morricone “proseguisse”, o in qualche modo si “legasse”, alla battuta “son-of-a…“; la scena in inglese risulta moderatamente divertente solo dal contesto, così come potrebbe risultare divertente una qualsiasi brusca interruzione o un bip di censura su una nota parolaccia.


    CONCLUSIONE

    Non pensavate che ci sarei arrivato, eh? Dunque cosa rende questi film degni di essere visti in inglese esattamente? L’interpretazione non in presa diretta dei protagonisti e le scadenti voci dei personaggi di contorno? Le battute adattate dal copione italiano e che, in un caso specifico, “sciupano” un finale perfetto o risultano sottotono? Le scene restaurate con voci in inglese palesemente diverse da quelle nel resto della pellicola? Una sincronia labiale in alcuni casi così sconnessa da distrarre lo spettatore? Attori italiani che doppiano sé stessi in un inglese incomprensibile?
    Purtroppo non riesco a trovare una buona ragione per consigliarvene la visione in inglese, semplicemente non ne trarreste alcun beneficio. Per questi principali motivi, secondo me, la visione in lingua inglese di questi tre film non ha alcun senso! Del resto queste opere di Leone non hanno una “lingua originale” in quanto nascono essenzialmente muti, e gli americani non sono in grado di fare un doppiaggio qualitativamente all’altezza del film.
    Se non concordate, attaccatevi!
    Scena di Il buono, il brutto e il cattivo. Eli Wallach guarda il cappio che lo aspetta


    Nota a piè di pagina: i nomi “americanati”

    Una cosa che fa infuriare dai forum americani (e che poi capita di ritrovare nelle pagine enciclopediche tradotte dall’inglese all’italiano) è la questione del nome del protagonista. Il protagonista non ha un nome e solo perché il vecchietto nel primo film lo chiama “Joe” (nome generico che si da agli americani, come “the average Joe“, ovvero “l’uomo qualunque”) non vuol dire che quello sia il suo “vero” nome. Né tanto meno lo è “manco“, vocabolo spagnolo equivalente al nostro “monco“, ovvero il nomignolo che aveva il personaggio di Eastwood quando faceva finta di essere storpio per avere un vantaggio sui nemici. È soltanto un soprannome, non il suo vero nome. Burini americani!
    Sono gli stessi che chiamano Leone: liòn, lione o lioni. Se sentite qualche un “esperto” di cinema storpiare il nome di Leone, fategli un favore e correggetelo.

  • Il grande Lebowski – l’ultimo dei grandi doppiaggi

    Il giornalista cinematografico Michele Traversa, italiano ma residente a Los Angeles, ha continuato a tartassarmi di piacevoli e-mail nelle quali ha dimostrato di essere una possibile risorsa per Doppiaggi Italioti e così ne ho approfittato subito chiedendogli di scrivermi una di quelle “cose” di cui parlava nelle sue e-mail, ma in formato articolo. Ed ecco la prima collaborazione “professionale”.
    L’autore si fa chiamare Michael soltanto perché altrimenti in Ammeriga lo chiamano Michelle col rischio poi di non buscare più donne durante i festini selvaggi di Hollywood. Perché mi piace immaginarmelo così il caro Michael, tra una premìere e un’altra, seduto a Starbucks con un “latte” in tazza grande mentre scrive recensioni di film che in Italia vedremo solo dopo sei mesi ed in attesa del quotidiano invito ad un party di neo-ricchi.
    Questa è la sua recensione di Il Grande Lebowski, perché ci tenevo tanto che condividesse con voi ciò che io stesso avrei voluto scrivere da tanto tempo… solo che non sarei mai riuscito ad essere altrettanto sintetico, come è chiaro da questa introduzione.
    Le vignette esprimono il mio sentimento personale.

    Evit

    Scena del film Il grande Lebowski con Jeff Bridges in estasi, la vignetta dice: lo hanno adattato come si deve.
    Il Grande Lebowski è stato l’ultimo doppiaggio ancora al pari con gli ottimi lavori degli anni ‘70 / ’80… ed eravamo nel 1998! Proprio nel pieno declino qualitativo del doppiaggio italiano spunta questa perla “retrò”. Il film è diventato un classico, è uno dei film più citati negli Stati Uniti e ci sarà un perché. Non era facile renderlo altrettanto memorabile in italiano. A parer mio il lavoro sull’adattamento dei dialoghi e sul doppiaggio è pari a quello di Arancia Meccanica, ecco l’ho detto!

    Drugo, Drughetto o Drugantibus

    Io sono Drugo, è così che deve chiamarmi, capito? O se preferisce Drughetto oppure Drugantibus oppure Drughino, se è di quelli che mettono il diminutivo ad ogni costo…

    Gif animata di una scena del film Il grande Lebowski, Jeff Bridges che dice: I'm the Dude, man.
    A qualcuno ha dato fastidio che The Dude diventasse Drugo, la rete è piena di lamentele in merito. Forse perché per sempre legati all’uso dell’appellativo in Arancia Meccanica, forse perché speravano in una traduzione più fedele, pedante. E come avrebbero dovuto chiamarlo? Tipo? Tizio? Non avrebbe fatto ridere neanche i polli. Ah si, lo dovevano chiamare Dudo (come in Easy Rider). Infatti già allora Jack Nicholson chiedeva: “e cos’è un Dudo? Un ballo?”.
    Come avrebbe detto Totò: ma mi faccia il piacere!

    Sono il solo da queste parti, meme dal film Il grande Lebowski con John Goodman che carica la pistola e dice sono il solo da queste parti a cui piaccia Drugo come traduzione di Dude?

    Un signor adattamento

    La cosa particolare de Il Grande Lebowski, ciò che reputo davvero un colpo di genio, è il fatto che spesso l’adattamento dica una cosa di significato diametralmente opposto per ottenere lo stesso effetto. Per esempio:

    “Duder or El Duderino, if you’re not into the whole brevity thing

    Una frase letteralmente traducibile come: “o il Duderino, se non sei il tipo da abbreviativi” che è stata invece tradotta come:

    “Drughino, se è di quelli che mettono il diminutivo ad ogni costo”.

    In inglese il diminutivo al signor Lebowski non piace, in italiano gli piace un sacco. Oppure:

    Scena dal film Il grande Lebowski, Philip Seymour Hoffman parla con Jeff Bridges

    “Racially he’s pretty cool?”

    traducibile come “non si fa problemi di razze eh?“, che diventa nel doppiaggio italiano:

    “Lui del razzismo se ne sbatte, mmm?”

    Il concetto viene ribaltato, ma la sostanza non cambia. Poi ancora:

    “Look, we all know who is at fault here”

    traducibile come “Guarda, sappiamo tutti di chi è la colpa” che invece diventa:

    “Guarda, lo sappiamo tutti da che parte sta la ragione”.

    Loro, gli americani, a puntare il dito sul colpevole, noi a farci belli di aver ragione. Geniale!

    Donny interpretato da Steve Buscemi che canta: sono il tricheco, nel film Il grande Lebowski
    Poi ci sono degli accorgimenti culturali sottili e necessari che dimostrano quanta attenzione sia stata dedicata al lavoro. Ce ne fosse un briciolo di questa passione negli adattamenti moderni. Durante una delle partite al bowling, Donny, il personaggio di Steve Buscemi, capisce una cosa per un’altra e continua ad interrompere il discorso sperando che qualcuno gli dia un po’ di soddisfazione. Così continua a ripetere/cantare “I am the Walrus”, che in italiano diventa “Obladì, obladà”. Entrambe sono canzoni dei Beatles, ma con I am the Walrus nessuno in Italia avrebbe capito che Donny alludeva a John Lennon. Obladì obladà invece la conoscono tutti, dai novantenni ai bambini di due anni. Si tratta, signore e signori, di un adattamento eccellente, che non traduce alla lettera e che trova equivalenti altrettanto efficaci e divertenti, senza snaturare il testo di partenza.

    Sono il solo da queste parti, meme dal film Il grande Lebowski con John Goodman che carica la pistola e dice sono il solo da queste parti che abbia a cuore la localizzazione delle battute?
    Qualcuno lo saprà già, qualcuno forse non lo ha mai notato, ma Drugo si esprime con delle frasi ripetute per sentito dire. Per esempio, sente alla tv il presidente Bush dichiarare: “This aggression will not stand”, “Questa aggressione non può essere tollerata”. Poco dopo usa la stessa espressione a colloquio con il signore Lebowski aggiungendo in coda il suo colloquiale “man!“. Walter poi gli dice: “She kidnapped herself”, “Si è rapita da sola”, ed ecco che Drugo la prende come verità assoluta, la fa sua, e la ripropone alla prima occasione.
    Era fondamentale, in fase di adattamento, trovare il giusto modo per rendere queste frasi, al fine di trasmettere il modo di Drugo di assorbire ciò che lo circonda. Obiettivo centrato! Chi c’è dietro a questo minuzioso lavoro? L’Immenso Carlo Valli. In suo onore andiamo a vedere alcune di queste frasi, entrate nel lessico americano e che, nella loro traduzione, hanno reso il film quell’oggetto di culto che è oggi:

    • “You are entering a world of pain” / “Stai per entrare in una valle di lacrime”.
    • “Shut the fuck up, Donny” / “Zitto e vaffanculo, Donny”.

    Meme dal film Il grande Lebowski con John Goodman con pistola in mano che dice in inglese: shut the fuck up Donnie, you're out of your element

    • “The bag man”/ “Il postino”, quando devono consegnare la valigetta con il denaro per il riscatto.

    …e forse la più bella di tutte, praticamente intraducibile:

    • “Sometimes you eat the bar, and sometimes, well, he eats you” / “A volte sei tu che mangi l’orso, e altre volte è l’orso che mangia te”.

    In America ancora si chiedono cosa volesse dire Sam Elliott con quel “bar”. E, no, non dice “bear”, dice proprio “bar”.
    sono il solo - Valli
    In breve, un adattamento magistrale, eco dei lavori di fino di 30-40 anni fa e che è riuscito nel non facile intento di rendere in pieno la memorabilità di dialoghi che, in lingua originale, sono già entrati a far parte della cultura popolare americana.

  • Frammenti di doppiaggio (13) – Robocop (1987)

    Chi mi segue da almeno qualche mese sa già qual è la mia scena preferita del film RoboCop doppiato in italiano. È una scena che avevo già condiviso facendo un confronto con la ben più piatta versione originale… una scena da Oscar del doppiaggio per via del labiale impeccabile e per la spassosità della battuta che la mette molte spanne sopra l’originale:

    Clicca per vedere il video

    Clicca per vedere il video


    Dietro il microfono c’era Luciano De Ambrosis, classe 1938. Ringraziamo De Ambrosis per questo momento indimenticabile. 😉

    SCENA BONUS

    Gianni Marzocchi che si incazza…
    boddicker
     

  • Frammenti di doppiaggio (12) – Wagon-lits con omicidi

    In questo film che in pochi ricordano c’è una battuta di Wilder doppiato da Oreste Lionello che fu il tormentone della mia giovinezza, forse il mio primo tormentone in assoluto della mia vita: lo stizzato “porca puttana!” di Wilder-Lionello ogni volta che Wilder veniva gettato giù dal treno. La prima scena è anche la più divertente ma dato che nel film ce ne sono ben tre, vi ho fatto una piccola compilation dei “porca puttana”!
    silver streak
    La battuta originale nella prima (e più memorabile) scena era:
    Goddamnit! Son of a bitch!
    laddove “goddamnit!” è stato sostituito dagli urletti stizzati ed il “son of a bitch!” ovviamente venne sostituito da “porca di puttana!“. Le successive due scene saranno solamente fatte di son of a bitch!/porca di puttana!.
    In inglese nessuno ricorda questa battuta; più che altro per i parlanti inglese è memorabile l’idea comica di Wilder che viene ripetutamente gettato giù dal treno.
    In italiano, grazie a Lionello e alla sua interpretazione, quella battuta diventa un vero e proprio tormentone, tanto che, mentre lavoravo a questo video a casa dei miei, mio padre lo sente da lontano e dice “ma quello è Gene Wilder in Wagon-lits? (risate) non lo sento da una vita!“.
    Chapeau!