Nico (1988): quando Steven Seagal lo doppiava Fonzie

    Steven Seagal action figure from Above the Law

    Una nota introduttiva: quando parlo dei “film di Seagal” mi riferisco ai suoi film fino al 2001, con Ferite mortali punto di non ritorno. E se già non apprezzavate niente della sua filmografia passata, vi auguro di non scoprire mai quella più recente.

    Non biasimo chi mi dice “non mi piacciono i film di Seagal” perché i film di Seagal sono tutti basati sullo stesso prototipo di personaggio e, purtroppo, sono tutti incentrati sul faccione del signor S.S. che è caratterizzato da due espressioni: quella accigliata che usa prima di uccidere e quella meno accigliata che usa per sfottere l’avversario (prima di ucciderlo). A volte ci sorprende con delle combinazioni: sfotte la sua vittima mentre è accigliato.
    Quindi se è proprio il personaggio a non piacere posso comprendere il voler ignorare i suo film a prescindere.

    All’inizio degli anni ’80 Seagal è uno dei tanti istruttori di arti marziali a Hollywood che lavora nei dietro le quinte di film mica male come L’ultima sfida (The Challenge, 1982) e Mai dire mai (Never say never again, 1983), quel film di James Bond senza licenza di chiamarsi 007. Proprio in quel film Seagal ruppe il polso a Sean Connery e corse subito a metterlo sul curriculum, qualche anno dopo arrivò il suo debutto cinematografico.

    Nico titolo italiano di Above the Law

    Rubo a piene mani da Wikipedia che a sua volta ruba da YouTube

    Come capitava a tanti atleti marziali degli anni ’80 a Hollywood, l’agente di Seagal (Michael Ovitz) lo convinse che poteva diventare una grande star. Ovitz lo diceva a tutti i suoi clienti ma Seagal ormai ci credeva e nel 1988 inciampò in uno scatolone che veniva usato come ferma porte negli uffici della Warner e recante l’etichetta in Comic Sans “sceneggiature troppo generiche per essere utilizzate”, chiese se ci poteva dare un’occhiata dentro. Da quella scatola tirò fuori quello che sarebbe diventato “Nico”.
    Ovviamente non è andato tutto esattamente così ma quasi tutto… sul Comic Sans non ho trovato conferme.

    Sono quel genere di sceneggiature che possono sperare di far soldi solo se i ruoli da protagonista vengono assegnati ad attori già noti, tipo Clint Eastwood – e si vocifera che anche Eastwood l’abbia scartata. Si vocifera, eh! – ma perfette per nuovi volti in cerca di un film con il quale farsi notare o con il quale interrompere la propria carriera sul nascere. “Make or break”, come si dice a Hollywood.

    locandina italiana di Nico con Steven Seagal

    Perché lo smalto bianco sulle unghie, Nico?

    Non si sono neanche preoccupati di trovargli un titolo originale visto che al cinema in America arriva come Above the law, cioè “al di sopra della legge”, un titolo che sprizza originalità da tutti i pori e che rappresenta perfettamente il genere di personaggio che Seagal avrebbe interpretato per i successivi 30 anni. In Italia, così come in dozzine di altri paesi, arriva invece come Nico, dal nome del protagonista, Nicola “Nico” Toscani, poliziotto italo-americano cattolico con parenti mafiosi. Vabbè. Mi piacerebbe dirvi che in questo film Seagal è anche cuoco e suona il mandolino ma queste sono due caratteristiche che arriveranno solo in film successivi della sua carriera.

    Cameriere? C’è dell’aikido nella mia trama

    I produttori e il regista vanno sul sicuro e fanno interpretare a Seagal il ruolo di se stesso e così, in un prologo che adoro, vediamo Nico-Steven in un dojo in Giappone che sfoggia mosse di un’arte marziale che fino a quel momento in America e in Europa praticamente non si era mai inculato nessuno, l’aikido.

    Seagal fu il primo occidentale ad essere autorizzato ad aprire un dojo di aikido in Giappone. Di sicuro avrà aiutato essere sposato con la figlia di un maestro giapponese ma diamo per scontato che la raccomandazione, così come la intendiamo in Italia, non esista in Giappone e Steven Seagal in Nico una prova delle sue capacità ce la regala eccome. Lo dico non da profano ma da ex aikodka, quindi dannatamente di parte. Paradossalmente la cosa più frustrante di tutti i film di Seagal è che di mosse di aikido ne ha sempre fatte pochissime, ma quel poco di aikido che c’è nel film, come dicono in Giappone, è ganzō.

    L'aikido di Steven Seagal in Nico, titolo originale Above the Law

    L’aikido è una di quelle arti marziali che se la vedi su YouTube dici “è tutto falso, cadono apposta, falzi!!1!” poi a provarlo scopri davvero di poter far volare gli attaccanti 2 metri in avanti dopo movimenti (apparentemente) minimi. Se le cadute degli assalitori sembrano troppo belle per essere vere è soltanto perché viene insegnato prima di tutto come cadere senza farsi male, spesso rotolando, nessuno vuole farsi male cadendo durante la pratica. Nella vita reale l’assalitore volerebbe lo stesso ma rovinando a terra senza grazia.

    Al contrario di altre arti marziali, in aikido non esistono “mosse” di attacco, solo di difesa, per entrare in conflitto con un aikidoka qualcuno deve necessariamente attaccare per prima. Quindi non esistono campionati, né competizioni. Per questo nei suoi film vedete spesso Seagal che sfotte l’avversario per invitarlo ad attaccare. Seagal ha trovato il modo di aggirare la regola non scritta dell’aikido che è quella di evitare il conflitto a tutti i costi, quindi nelle sceneggiature ci mette sempre avversari che hanno una grande autostima e non resistono alle provocazioni.
    Questo quando non li picchia e basta, senza arte. (Una cosa che nei suoi film avviene il più delle volte purtroppo.)

    Il fatto che Seagal usasse quelle “nuove” mosse per difendersi da un tipo di aggressioni di strada di cui chiunque potrebbe essere vittima, sicuramente ha contribuito all’immediato interesse da parte del pubblico più generalista. I film a base di arti marziali fino a quel momento erano prevalentemente incentrati sul far combattere degli atleti tra loro, magari in campionati, su ring, in gabbie, oppure era roba da agenti segreti da usare in situazioni ben al di là dell’esperienza comune.
    Seagal degli esordi ci tiene a mostrarne il realismo e fa in modo di avere sempre una scena in cui il suo personaggio si trova in situazioni di delinquenza comune: rapinatori nel drugstore, assalitori con coltelli, mazze, maceti, etc… ben diversi da sfide in campionati tailandesi di kick-boxing o da missioni segrete alla James Bond. Chiunque può essere vittima di rapine e aggressioni e vorrebbe potersi difendere in modo efficace. Come “arma letale” Segal era certamente più convincente di Mel Gibson che nel primo film dice di essere campione di ogni sorta di arti marziali e poi in tutti e quattro gli Arma letale le piglia e basta.

    Nico portò nuovi clienti alla palestra di Seagal a Los Angeles che fino ad allora avevano sentito parlare solo di pugilato (da Rocky), di karate e di quello che sembrava l’unione dei due: la kickboxing. Anche in Italia l’arrivo dei film di Seagal fece nascere l’interesse verso l’aikido in un mercato dominato da karatè e judo (gli accenti li mettete un po’ dove vi pare).

    Nico, così come tutti i personaggi futuri di Seagal, è il bullo buono: quando non investiga sul narcotraffico, si ferma a risolvere piccoli problemi quotidiani come la cuginetta che è scappata di casa per stare (di sua spontanea volontà) con un ragazzo poco di buono a cui Nico-Seagal spacca la faccia (niente aikido qui) soltanto perché non è un buon partito per la sua giovane parente. È lei stessa a sottolineare la fallacia del personaggio: “sei un prepotente!”. Con la stessa prepotenza intima la ragazza di tornare dalla mamma che le vuole bene, mai curandosi di affrontare il problema alla radice della fuga da casa (possiamo supporre che lo rifarà) ma, si sa, quando la famiglia (italiana e mafiosa) ti vuole bene e la mamma sta in pensiero, scappare di casa è sicuramente un capriccio giovanile che non nasconde nessun problema domestico. Sono i giovani ad avere torto.

    Seagal prende a ceffoni

    Per salvarsi dalle percosse e dalla galera (ma soprattutto dalle percosse), lo spacciatore rivela che c’è un grosso carico di droga in arrivo. Seagal giura che sarebbe tornato ad ucciderlo se l’informazione si fosse rivelata falsa. Indubbiamente un ottimo poliziotto. Per fortuna del ragazzo l’informazione è vera. È così che Seagal incappa nella trama del film, quella di un traffico di droga che porta a un traffico di esplosivo militare, che porta a un traffico di immigrati clandestini, che porta all’assassinio di un senatore, etc etc… tutto gestito da una sua vecchia conoscenza dei tempi del Vietnam, un sadico agente della CIA incontrato per 30 secondi 15 anni prima. A Seagal gli fai uno sgarro una volta, sei segnato a vita.

    Se ci tenete ad avere una trama raccontata un po’ meglio vi consiglio l’articolo di Cassidy “Nico (1988): Trent’anni sempre con la stessa faccia” sul blog La bara volante.

    A proposito di curiosità: Henry Silva, che nel film interpreta il sadico agente della CIA, ruppe il naso a Seagal durante le riprese del combattimento finale mandandolo all’ospedale e vendicando così Sean Connery. Insomma tutto è bene quel che finisce bene.

    Steven Seagal che spezza il braccio a Henry Silva in Nico

    A Connery gl’ho fatto così… SCHIÒ!

    Segal avrebbe partecipato a veri film per una decina d’anni prima di arrivare a rompere le palle a ogni singolo individuo nell’area di Hollywood per via delle sue smanie da divo unite all’intelligenza di un criceto e a incassi sempre più deludenti. E mo si magna le carotine con Putin.
    Ma non posso bruciarmi tutti i particolari comici della vita di Seagal in un colpo solo, me li devo tenere per eventuali futuri articoli.

    L’edizione italiana di Nico

    Above the Law riceve l’OK della censura italiana il 20 luglio 1988, pronto a sbancare i botteghini italiani nel periodo notoriamente più proficuo dell’anno: agosto. IMDb dice che uscì nelle sale il 19 agosto. La Warner insomma ci credeva tanto. Il visto arrivò giusto in tempo per l’anteprima al Festival del Cinema di Taormina alla quale si presentò Seagal stesso esordendo con un “Io non conosco mafiosi”. E già lì si poteva capire che avevamo a che fare con un pirla. Il detto “augurati di non incontrare mai i tuoi eroi” vale per quasi tutti gli attori a Hollywood e Seagal non fa eccezione. Altri dettagli imbarazzanti del suo tour siciliano potete trovarli nell’articolo di Lucius Etruscus su Il Zinefilo (un articolo carico di insofferenza verso il pirla, siete avvertiti).

    Il mio primo contatto con Segal fu proprio con Nico, in TV d’estate su Rete4, in una delle sue milioni di repliche annuali. Mi venne presentato come “lo stesso personaggio di una serie di film”, cosa poi rivelatasi non vera: Seagal una volta è Nico Toscani, un’altra volta è Gino Felino, ma posso capire il perché della confusione. La faccia è la stessa e i nomi scemi si confondono tra loro.

    Il doppiaggio (riporta Antoniogenna) è della OMEGA srl, che io sappia una delle aziende di Carlo Marini, anche se in questo caso non ci troviamo Carlo alla direzione, il film è diretto da Bruno Alessandro con dialoghi di Alberto Vecchietti.
    Seagal qui è doppiato da Antonio Colonnello, forse più noto al pubblico italiano come la voce di Fonzie in Happy Days (e nel suo film apocrifo Happy Days la banda dei fiori di pesco). Antonio Colonnello sarà la voce di Seagal per altri due film successivi targati Warner Bros (Duro da uccidere nel 1990 e Giustizia a tutti i costi nel 1991) prima di essere rimpiazzato da Michele Gammino in tutti i suoi film anni ’90, con l’eccezione di Massimo Corvo in Programmato per uccidere (uscito sempre nel 1991).

    Essendo stato Nico il mio primo di Seagal, do un’opinione puramente personale quando dico che Antonio Colonnello sembra essere l’abbinamento più riuscito e quello che personalmente preferisco. Per quanto abbia sempre adorato Michele Gammino (elogiato anche in questo articolo su 5 attori che la voce dei nostri se la sognano), ho sempre pensato che quello stesso Gammino che all’epoca era LA VOCE di attori come Harrison Ford avesse troppa classe per doppiare una faccia di baccalà come Seagal.

    la faccia di Steven Seagal in Nico 1988

    Quel cane mi sta fissando

    Inutile dire che in ogni caso tutti i doppiatori italiani hanno sempre superato la recitazione sospirata del nostro sensei S.S., una voce che rispecchia perfettamente la sua faccia diversamente espressiva e che in patria è fonte di prese in giro sin dagli inizi. Quindi o Colonnello o Gammino… è tutto grasso che cola.

    Ospite curioso invece è l’attrice Cinzia Leone, che non si sa cosa ci faccia in questo film, al doppiaggio di Pam Grier… che non si sa cosa ci faccia in questo film. Ah, in Nico c’è anche Sharon Stone che incarna la tipica bellezza italiana. Per anni non ho mai sospettato che il suo personaggio dovesse essere quello di un’italoamericana, Sara Toscani.

    Il cast di doppiaggio

    Antonio Colonnello: Nicola “Nico” Toscani
    Cinzia Leone: Delores “Jax” Jackson (che in italiano non chiamano mai Jax)
    Dario Penne: Kurt Zagon
    Bruno Alessandro: det. Lukich
    Piero Tiberi: Tony Salvano

    Tra gli inediti mai segnalati prima c’è Giorgio Lopez su “Schifezza”, cioè il proprietario del locale malfamato interpretato da Ronnie Barron e poi Mario Milita sul personaggio elencato su IMDb come “Federal Clerk” e interpretato da Ralph Foody. Il nome di questo attore non vi dirà molto ma lo conoscete benissimo, era quel “Johnny” che diceva tieni il resto, lurido bastardo.

    Ralph Foody in Nico, Above the Law del 1988

    Un altro nonno Simpson

    Curiosità sull’adattamento italiano

    Guardandolo per la prima volta in inglese ho scoperto cose a me ignote, tipo che gli americani possano avere familiarità con la parola schifo. Nico appella il proprietario di un locale malfamato chiamandolo “schifo”, “Hey, Schifo, how you doing?“. Perfetta la traduzione italiana “Ciao, schifezza“.

    Non conoscevo neanche l’espressione “chemical interrogation” (reso in italiano come “interrogatorio speciale”), gergale per un interrogatorio condotto usando il cosiddetto “siero della verità”, tanto amato dalla CIA. Durante questo interrogatorio muore un prigioniero e ci viene detto che “è un pezzo di merda. È allergico alla droga“. Per quanto sia certamente possibile essere allergici a sostanze chimiche e farmaci, la frase sembra assai sospetta, anche per il tipo di reazione della vittima, molto diversa da come viene solitamente mostrata al cinema una reazione allergica. Da quello che vediamo sembra piuttosto che gliene abbiano dato semplicemente troppa. In inglese infatti la frase era “This pussy, he just can’t hold his liquor” (è una femminuccia, non regge l’alcool). Tutto qui.

    Nico è anche uno di quei film dove “you speak English” diventa un “parli la mia lingua“. Una soluzione abbastanza ovvia che, chissà com’è, oggi fa impazzire tutti e viene associata unicamente all’adattamento italiano di Pulp Fiction, come se fosse stata inventata nel 1994. Ma come è possibile verificare con questo film del 1988, è uno stratagemma usato da tempo nel doppiaggio senza che nessuno ci facesse più di tanto caso. Continuerò ad elencare casi simili ogni volta che spuntano fuori così da sfatare questo mito di Pulp Fiction come caso unico di “English” trasformato in “la mia lingua”. Di questo argomento ho già parlato ampiamente nell’articolo su Le Mans ’66 – La grande sfida con altri esempi.

    Il cattivo del film usa il proverbio inglese “All work and no play makes Jack a dull boy“, lo stesso che ritroviamo anche battuto a macchina in Shining. In Nico, in italiano, diventa “Il lavoro senza gioia fa della vita una noia“. Qui ovviamente non c’era Kubrick a suggerire frasi alternative come “il mattino ha l’oro in bocca” e quindi è stata tradotta… “regolarmente”. Il proverbio è addirittura del ‘600, con prima traccia scritta databile al 1659.

    Queste erano tutte curiosità sull’adattamento di Nico, non ci sono dei veri e propri errori di traduzione o di adattamento in questo film, anzi, molte soluzioni del copione italiano sono eleganti per rimanere nei tempi delle battute o del labiale, ma la conclusione del film ci regala una piccola perla finale.

    Il film finisce con la classica “sega seagaliana”, il grande messaggio finale che è l’antesignano del moderno “meditate, gente, meditate!”. In questo primo film la sega segaliana fa più ridere che in altri perché, mentre in originale Seagal fa un discorso su coloro che si pongono al di sopra della legge (con riferimento agli affari sporchi della CIA), dialogato in modo da avere “above the law” (titolo originale) come ultima frase del film, la versione italiana sbarella completamente e ci porta una frase che fa ridere anche solo a trascriverla:

    Signori, tutte le volte che un gruppo di persone sfugge al controllo della legge e riesce a manipolare la stampa, la giustizia e gli stessi membri del parlamento, incomberà sempre sui cittadini il pericolo di essere sopraffatti, sottomessi… e sfruttati.

    In italiano praticamente abbiamo Seagal eroe del popolo…

    Communist Steven Seagal

    È la parola “sfruttati” che in bocca a un americano sembra fuori luogo e svela una qualche licenza di troppo, volta a italianizzare la frase di chiusura. Questa è la battuta originale, è Nico che parla al Congresso degli Stati Uniti…

    Gentlemen, whenever you have a group of individuals who are beyond any investigation, who can manipulate the press, judges, members of our Congress… you’ll have within our government those who are above the law.

    …che qui vi traduco un po’ alla lettera per capire il senso:

    Signori, tutte le volte che abbiamo un gruppo di persone che non possono essere indagate, che riescono a manipolare la stampa, i giudici e i membri stessi del parlamento… avremo all’interno del nostro governo delle persone che sono al di sopra della legge.

    Essenzialmente si lamenta di quello che noi chiameremmo “uno Stato nello Stato”. Con questa espressione poteva finire la versione italiana.

    Già in questo primo film Seagal pianta i semi di una moralistica balzana da americano orgoglioso dove i poliziotti sono tutti buoni e onesti lavoratori, enti superiori invece si trovano in gironi sempre più malefici: l’FBI è corruttibile, la CIA invece porta direttamente il male su questa terra. Sebbene quest’ultima cosa sia vera, il dipingere le forze dell’ordine come buoni assoluti è sempre stata una cosa un po’ risibile della narrativa seagaliana. È la stessa scemenza che ritroveremo di sottofondo nelle varie “trappole” (in alto mare e sulle montagne rocciose) dove la marina è fatta di santi e uomini d’animo puro, con ammiragli giusti e onorevoli, mentre la CIA è losca e subdola, manda a morire i soldati buoni e crea dei mostri. Ebbene, l’uomo in canottiera nera a tutto questo dice BASTA! Nessuno può essere sopra la legge. Laggente onesta non ne può più!

    29 anni dopo, questo tweet di sostegno a Trump ci sorprende per davvero?

    Tweet di Seagal in sostegno a Trump

    Seagal che casca nella vecchia beffa del miliardario che si preoccupa del popolo

    Conclusione

    Nico rimane un polizieschino il cui unico gusto sta nel vedere Seagal che sfoggia mosse all’epoca mai viste prima. Il suo adattamento italiano è ottimo se non per quel discorso finale, che posso capire si sia cercato di dargli un qualche significato comprensibile agli italiani perché il “c’è gente al di sopra della legge. Mediate, gente, meditate” risultava certamente fiacchino e irrilevante nel paese che ha inventato la parola “raccomandato”. Solo Seagal e il tizio con la bandiera sudista appiccicata sul paraurti se ne stupiscono.

    Trasformare Nico sui titoli di coda in un eroe del popolo in difesa dell’oppressione (di chi non si sa) rimane l’unica vera scemenza comica del film e strappa facilmente una risata… quella, e la corsa di Seagal. Seagal che corre fa sempre ridere.

    Seagal che corre in Nico

    Adda venì correndo, baffone

  • Quando Michelangelo diventò azteco, il caso curioso di Mosca a New York (1984)

    Di doppiaggi che cambiano la nazionalità o la cultura di alcuni personaggi per renderli “italiani” ne abbiamo avuti fin troppi, soprattutto in televisione. Viene subito in mente la serie La tata ovviamente, che trasformava una famiglia di ebrei americani in una famiglia di italo-americani, ma anche Pappa e Ciccia (titolo originale: Roseanne, arrivato in Italia nel 1990) in cui la protagonista viene chiamata Annarosa e ha un accento napoletano. Più raro invece il contrario, quando viene cambiata la nazionalità di personaggi dichiaratamente italiani. Avevamo visto un caso simile in Rosemary’s Baby, nel piccolo ruolo della ragazza salvata dalla vita di strada. Nel film del 1984 Mosca a New York (Moscow on the Hudson il titolo originale) non si tratta però di un cambiamento su personaggio minore bensì di uno dei ruoli principali nel film: quella Lucia di cui si innamora Robin Williams, che da ragazza abruzzese diventa una messicana di Chihuahua.

    Locandina italiana di Mosca a New York 1984 con Robin Williams

    Il caso curioso del doppiaggio dove gli abruzzesi diventano messicani

    Sicuramente non tra i film più noti di Robin Williams (qui doppiato da Massimo Giuliani), Mosca a New York è la storia di Vladimir Ivanoff, un musicista del circo russo che approfittando della tournée a New York, decide di chiedere asilo politico in una delle più venerate istituzioni americane: i grandi magazzini Bloomingdale’s. La terra delle opportunità però non è il paradiso che si aspettava e la libertà tanto agognata si rivela un concetto effimero. Per quanto si senta fuori posto però, Vladimir scopre che a New York tutti vengono da qualche altra parte (“tutti che io conosco sono di altri posti”) e stringe da subito amicizia con Lucia, un’ambiziosa ragazza messicana di cui presto si innamora.

    È proprio la “messicana” Lucia l’unica vera curiosità nell’adattamento (altrimenti impeccabile) di questo film: Lucia in lingua originale è italiana, ma non italo-americana… proprio italiana d’Italia, come dice lei stessa.

    Scena da Mosca a New York dove Lucia da italiana diventa messicana

    originale: I’m Italian. From Italy, from Abruzzi. It’s a village called Casoli.

    doppiato: Io sono messicana, dello Stato del Chihuahua, di una cittadina che si chiama Las Crosis.

    Il motivo di questo cambiamento è ignoto ma possiamo immaginare il ragionamento che c’è stato dietro.

    Il doppiaggio, ribadiamolo, è un’illusione e per funzionare non deve creare troppi dubbi nella testa dello spettatore. Nel doppiaggio, personaggi di altri paesi parlano per noi un italiano standard, pulito, e come spettatori accettiamo che quell’italiano standard rappresenti la lingua parlata nel luogo in cui è ambientata la vicenda. Di conseguenza quando in un film ci ritroviamo degli italo-americani, nella versione doppiata li facciamo parlare con un accento campano o siciliano, o addirittura in dialetto, per distinguerli chiaramente da quelli che parlano italiano standard, ovvero i madrelingua americani. Queste sono convenzioni comuni e largamente accettate dallo spettatore italiano da più di 50 anni.

    E quando i personaggi non sono i tipici italo-americani ma proprio italiani d’Italia, che fare? Come distinguere i momenti in cui si esprimono in inglese (che diventa italiano standard nel doppiaggio) da quelli in cui parlano davvero l’italiano? È lo stesso problema che aveva Bastardi senza gloria di Tarantino nella scena degli italiani: personaggi americani doppiati in italiano che improvvisamente per esigenze di trama… devono parlare italiano.

    Doppiare gli italiani… in italiano

    Una soluzione possibile (e perfettamente valida se le situazioni viste nel film lo consentono) potrebbe essere quella di trasformare tutto in italiano standard (equivalente dell’inglese originale) e di ignorare i momenti in lingua italiana così come solitamente ignoriamo gli accenti irlandesi, scozzesi, britannici, etc…. Una cosa non facile in un film come questo Mosca a New York, dove era importante sottolineare come New York sia essenzialmente una città di immigrati e minoranze.

    Pablo nella serie Friends che nel doppiaggio italiano è diventato Paolo

    Pablo/Paolo in Friends

    Un’altra soluzione è quella di cambiare la nazionalità del personaggio in questione. Come nel caso di Paolo nella serie TV Friends, che in italiano abbiamo conosciuto come Pablo, amante caliente. A qualcuno potrebbe sembrare assurdo ma è a ben pensare la scelta più sensata quando abbiamo scene in cui gli americani parlano italiano e arriva questo tizio, anche lui parlante italiano ma che nessuno capisce.

    Stesso discorso per Un pesce di nome Wanda dove l’italiano diventa spagnolo, in quel film il personaggio Jamie Lee Curtis si eccitava sentendolo parlare. Anche questo è una di quelle scelte di adattamento quasi obbligate dato che lasciarlo in italiano quando tutti nel film già parlano italiano (doppiato) non avrebbe avuto molto senso.

    Questo immagino essere stato il ragionamento che ha portato alla scelta di trasformare Lucia da ragazza abruzzese in attesa di ottenere la cittadinanza a immigrata messicana. Di conseguenza, nei momenti in cui i dialoghi originali usano parole italiane, queste vengono trasposte in un loro equivalente spagnolo: i ciao diventano adios e le lasagne, beh, diventano tortilla…

    originale: “Buona giornata”, Lucia, darling! (What a piece of lasagna.)

    doppiato: “Hasta la vista, niña”! (Buona come una tortilla.)

    Il fatto che Lucia sia interpretata dall’attrice Maria Conchita Alonso (nata a Cuba) potrebbe aver influito in questa scelta di trasformare l’italiana in una messicana. Per gli americani la Alonso potrebbe tranquillamente passare per italiana dopotutto, meglio di quanto Schwarzenegger passi per un americano (coincidenza: entrambi erano in L’implacabile, nel 1987). In un’intervista del 1984 Maria Conchita Alonso disse che al suo accento naturale (da persona cresciuta in Venezuela e da poco giunta negli Stati Uniti) è bastato aggiungere un po’ di “musica” per renderlo italiano. Mh, ooooookay, Maria.

     

    Da Michelangelo agli aztechi

    La scelta di cambiare la nazionalità di Lucia si porta dietro anche una serie di problemi, come spesso capita in questi compromessi, non tantissimi a dir la verità e in pochi forse li noteranno. Per esempio i gesti delle mani, tipicamente italiani (anche se fatti da chi non li capisce ma questa è un’altra storia)…

    Mani a puparuolo o a peperone, a carciofo, il gesto italiano nel film Mosca a New York

    Si capisce che è messicana dal gesto delle mani a “puparuolo”

    In questo caso elogiava Magic Johnson dicendo “Dio, che paio di mani, eh!”, una situazione in cui nessun italiano userebbe il gesto delle mani “a carciofo” (o “a borsa”, o “a peperone”, o “a pigna” o “a grappolo”… dovremmo veramente trovargli un nome ufficiale!).

    Un altro momento arriva quando Lucia e il collega Lionel sparlano l’una degli antenati dell’altro e sentiamo questo scambio:

    doppiaggio: Lionel, ti devo ricordare che mentre i tuoi antenati pestavano sui tamburi in Africa e andavano a caccia a piedi scalzi, nel mio Messico c’era una grande civiltà, c’erano gli aztechi. E altro che scarpe, facevano!

    in originale: Lionel, I might remind you that while your ancestors were beating drums in Africa and chasing animals in barefoot, my people were giving the world Michelangelo. We invented style!

    La risposta di Lionel:

    doppiaggio: Sì, le ho viste le feste messicane. Non ci sono che teschi di zucchero e tori di cartapesta.

    originale: You ever been to Little Italy? All I see if plastic fruit and fat guys in tiny hats.

    Questa è la battuta più sospetta di tutte e possiamo dire con certezza quasi assoluta che sia una tradizione più tipicamente italiana che messicana quella di sentirsi migliori degli altri solo perché seicento anni fa un pugno di artisti ha dato il via al Rinascimento. Stesso discorso del campare di rendita sui successi degli antichi romani.

    Per riassumere la risposta originale, Lionel non accetta lezioni di stile dagli italiani se questi sono gli stessi italiani che conosce lui, quelli di Little Italy, grassi, con cappelli piccoli e che decorano le loro case con frutta di plastica.

    Scena da Mosca a New York dove la ragazza messicana parla di aztechi nel doppiaggio italiano

    Questa scena deve diventare un meme per i pipponi che partono sui social ogni volta che un americano mette un pezzo di ananas su una pizza

     

    Il peso dell’accento pesante

    Nonostante Lucia in originale abbia un forte accento durante tutto il film, nella versione doppiata parla invece in un perfetto italiano da doppiatrice che la rende indistinguibile da tutti gli altri americani madrelingua visti nel film. Questa caratteristica (l’assenza di un accento), ancora più del cambiamento da nazionalità italiana a messicana, è forse l’unico vero disservizio al film. La storia infatti presenta New York come una megalopoli fatta da immigrati, il legame che nasce tra il protagonista russo (lui sì, parla con accento) e l’italianissima messicana Lucia (o messicanissima italiana Lucia, scegliete voi) nasce anche in virtù del fatto che entrambi si sentano ancora ospiti del paese in cui si trovano e di cui vorrebbero far parte. E non appena Lucia ottiene la cittadinanza, il loro rapporto si incrina, lei non vuole stare più con un “immigrato”. No, Lucia non è proprio una brava persona.

    Guardando il film solo in italiano però, Lucia sembra già perfettamente integrata, un’americana come un’altra, che parla un “italiano” perfetto, cioè un inglese perfetto. Per quanto sia sempre bello sentir recitare Emanuela Rossi, questa scelta è un po’ un remare contro le intenzioni stesse di un film che parla essenzialmente di integrazione.

    Quando poi Lucia offende Vladimir usando la lingua della sua terra (“un figlio di troia, un imbecille! Ma vaffanculo!” dice nella traccia inglese, che in italiano diventa “sei un disgraziato, un imbecille! Ma vaffanculo!“), tutto questo sarebbe dovuto diventare spagnolo nel nostro doppiaggio, invece è rimasto italiano standard come se stesse continuando a parlare in inglese. L’idea che lei sia un’immigrata come lui è proprio lontana dalla percezione dello spettatore italiano.

    Lucia che offende Vladimir in italiano nella versione originale di Mosca a New York

    [Cries in Italian]

    Questo è lo stesso problema di Scarface doppiato in italiano, dove Tony Montana (doppiato da Ferruccio Amendola) parla semplicemente italiano, senza lo sforzo di dargli il benché minimo accento spagnolo. Non dico che così facendo questi personaggi vengano appiattiti… ma vengono appiattiti.

    Nel film compare anche la famiglia di Lucia ma siccome tra italiani e popoli di origine spagnola non corre poi questa grande differenza, l’illusione di una famiglia messicana funziona lo stesso. Piuttosto sarebbe interessante vedere la versione cinematografica italiana di questo film (qualcuno ha la VHS?), visto che nei titoli di coda compare anche il cognome di Lucia e lì scopriamo che si chiama (poco messicanamente) LOMBARDO.

    Titoli di coda del film Mosca a New York dove compare il nome Lucia Lombardo

    C’è da chiedersi se nella versione italiana questo cognome non sia stato cambiato. Durante tutto il film infatti, il cognome Lombardo non viene mai nominato ma l’adattamento di Jacquier è così curato che non mi sorprenderebbe scoprire un cognome diverso per Lucia Lombardo nei titoli di coda andati al cinema.

    Difatti non ho sottolineato a sufficienza quanto sia veramente ottimo l’adattamento di questo film, fatto di tante piccole scelte sensate che a nominarle singolarmente potrebbero sembrare cosa da poco. Eccellente ad esempio la soluzione adottata in sostituzione di “boy”, una parola molto offensiva per gli afroamericani ma che a noi, tradotto come “ragazzo”, direbbe poco (e quindi è stata resa diversamente, potete immaginarvi come); oppure nei riferimenti resi più comprensibili al pubblico italiano del 1984 come General Hospital che diventa Dottor Kildare. Nel complesso l’adattamento di Mosca a New York potrebbe essere una buona scuola per chi si occupa o vorrebbe occuparsi di traduzione e adattamento di audiovisivi.

    Altri piccoli momenti dubbi nel doppiaggio di Mosca a New York

    Un paio di piccole curiosità, non sarei io se non le trovassi. Durante un ricevimento pieno di russi una donna chiede un “russo nero” (cioè un “black russian“), che io sappia questo cocktail non è mai stato chiamato “russo nero” in Italia ma è probabile che si tratti di una licenza “artistica” del dialoghista per preservare l’ironia della scelta alcolica:

    doppiato:
    – Senta, mi dà un russo nero, per favore?
    – Il russo che ha chiesto.

    originale:
    – Waiter, I’ll have a Black Russian, please.
    – Your Black Russian.

    E mi diranno i pallacanestrofili tra voi se la frase “Magic Johnson è il più grande pivot che ho mai visto” sia una buona traduzione di “Magic Johnson was the best guard I ever saw“. Immagino che la frase “è la più grande guardia mai vista” avrebbe potuto confondere dato che lo sta dicendo proprio alle guardie del centro commerciale. Ma non so, magari era una scelta dovuta al labiale e ai tempi della battuta, o a una maggiore familiarità con il termine “pivot” rispetto a “guardia”.

     

    Questi sono ovviamente solo piccoli dettagli in un copione italiano brillante nel quale si potrebbe contestare la scelta di cambiare la nazionalità di Lucia da italiana a messicana, ma dopotutto non è che ci fossero queste grandi soluzioni alternative. Piuttosto ne contesto l’assenza di un accento spagnolo, assolutamente funzionale al film. Tutto qui. Per il resto, TUTTI, dai doppiatori, al dialoghista Sergio Jacquier, al direttore di doppiaggio (al momento sconosciuto, Maldesi forse?) hanno fatto un lavoro splendido. Un po’ melenso sul finale ma consigliato almeno una volta nella vita, anche in italiano.

    Alla prossima, grandi americani, ok?

    Robin Williams che fa il gesto dell'ombrello nel film Mosca a New York

  • Howard e il destino del mondo (1986): Curiosità sul doppiaggio italiano

    “All’inizio c’era… Orestolo Howard!”, e il destino del mondo. Era il 1986 e di George Lucas ci fidavamo ancora troppo…

    Howard e il destino del mondo titoli di inizio

    Howard the Duck (Howard e il destino del mondo in italiano) è un costoso film su uno scorbutico papero antropomorfo che finisce sul nostro pianeta e si ritrova a doverlo salvare dalla minaccia di altri alieni che si fanno chiamare Occulti Supersovrani (sì, lo so, fa ridere anche me). Con questo film George Lucas, qui produttore esecutivo (cioè quello che ci mette i soldi), sperava di ripagarsi la costruzione del costosissimo Skywalker Ranch e invece è finito per floppare così tanto al botteghino che George si trovò costretto a vendere a Steve Jobs (sì, quello Steve Jobs) la divisione di computer grafica, poi diventata la Pixar. Sì, quella Pixar. Ma sono certo che i lettori appassionati di Howard il papero conoscano già questa storia.

    Niente flop di Howard The Duck nel 1986, niente Toy Story nel 1995. Grazie Howard!

    Non si può proprio dire che il flop non fosse giustificato, tutti i difetti che la critica e il pubblico gli hanno attribuito più che opinioni sono un dato di fatto, l’effetto finale è quello di un film della Cannon con un budget un po’ più alto del solito. Questo però non ha impedito a Howard di conquistare una sua fetta di pubblico, cioè nei fan che lo hanno conosciuto quando erano bambini. Il film, riferimenti sessuali a parte, era indubbiamente per loro.
    L’unico vero difetto che gli posso imputare è che dura 15-20 minuti di troppo, con una seconda parte dove l’umorismo si fa troppo scemo per il suo stesso bene. È a esattamente un’ora di film che iniziano le battute imbarazzanti (qualcuno direbbe “cringe“), le scene ridicole (pure per un film con un papero antropomorfo) ed è lì che il film collassa completamente. Ma per una recensione di tutti i meriti e i limiti del film rimando all’articolo dell’amico Cassidy (uno dei “bimbi di Howard“) che lo ha recensito su La bara volante: Howard e il destino del mondo (1986): La Marvel dei vostri padri.

    Howard il papero con un disintegratore a neutroni in spalla

    Paperoni con laseroni!

    In Italia Howard arriva col razzo missile! Nel dicembre 1986 ottiene il visto per la distribuzione nei cinema, a soli cinque mesi dall’uscita americana, ovvero lo stesso tempo di attesa di Ghostbusters e altri film di successo dell’epoca, per intenderci.

    Il doppiaggio finisce in mano alla CDC, una società di doppiaggio che era un vero e proprio punto di riferimento, quindi non sorprende che nel film ci ritroviamo alcune tra le migliori voci dell’epoca, tra tutti Vittorio Stagni sul papero Howard è la scelta più azzeccata di sempre (la stessa voce di Lord Casco in Balle spaziali per intenderci), sentirlo urlare è sempre uno spasso.
    Anche l’adattamento è di qualità, a cura di Giorgio Piazza che ne è anche direttore di doppiaggio (così almeno riporta Antoniogenna.net), ciononostante ci sono alcune battute che hanno subito delle “modifiche” nella versione italiana, vediamo insieme questi cambiamenti degni di nota.

    I cambiamenti degni di nota nell’adattamento italiano di Howard e il destino del mondo

    Prendetele come semplici curiosità perché non sciupano in alcun modo la visione del film. A quello ci pensa il film stesso, potrei aggiungere malignamente. Ma è un film difficile da odiare.

    Sisma cosmico o spoiler cosmico?

    Howard the duck it's a quake

    All’inizio del film la noiosa routine quotidiana di Howard viene interrotta bruscamente da quello che sembrerebbe un terremoto, è qui che “it’s a quake!” (=è un terremoto!), che esclama Howard in inglese, diventa “è un sisma cosmico!” in italiano. Pochi istanti dopo Howard viene strappato dal suo pianeta a forma di uovo per finire scaraventato sulla terra.

    Vogliamo credere che l’aggettivo “cosmico” sia stato scelto volutamente come iperbole per indicare un terremoto di entità fuori dal normale… e non che Howard nella versione italiana ci anticipi la trama. Non sarebbe la prima volta del resto: in Abyss di James Cameron c’era almeno una battuta che anticipava un colpo di scena, sciupando l’effetto (qui l’articolo su Abyss). Vogliamo invece credere che Howard usi semplicemente un linguaggio “anni ’80”, il decennio in cui le cose potevano essere “cosmiche”, “galattiche” o anche solo “mega”.

    Il fatto che la narrazione successiva prosegua con “Il cosmo…” certo non aiuta a fugare i sospetti che qualcuno ai dialoghi, conoscendo già la trama, l’abbia anticipata un minuto di troppo.

    La Dynatechnics

    Il “laboratorio di astrofisica alla Dyna-Technics” (astrophysics lab at Dyna-Technics), ovvero nell’azienda dove si trova lo spettroscopio laser responsabile dell’arrivo di Howard sulla Terra, diventa in italiano il “laboratorio di astrofisica e tecno-dinamica” (qualunque cosa essa sia), forse scambiando il nome per una materia di studio. Come se poi non lo vedessimo scritto poco dopo:

    Scena dal film Howard e il destino del mondo, ingresso alla Dynatechnics

    Come se poi non lo vedessimo scritto anche una seconda volta:

    Scena dal film Howard e il destino del mondo, ingresso alla Dynatechnics

    Come se poi non lo nominasse anche il computer centrale nelle scene finali del film! È qui infatti che sentiamo la sua voce elettronica dire: “Benvenuti alla Tecno-Dyna” (pronunciato “tecnodaina”), ennesima variante. Insomma c’è tanta coerenza nel nome di questa azienda! Che poi è l’unico caso di nome che cambia durante il film.

    Lo scienziatucolo è meno scemo in italiano

    Phil lo scienziato in Howard e il destino del mondo

    In una scena in cui vengono mostrate le riprese di un incidente nei laboratori della Dynatechnics, Phil, lo scenziato scemo che aiuta i protagonisti esclama: “Radical!” (equivalente del nostro “che figata!”) che in italiano diventa “basilare!“. Questa espressione (che ricorda l’elementare di sherlockiana memoria) sembra quasi sottolineare come per lui adesso tutto abbia un senso, come se ci avesse capito qualcosa insomma, quando invece si trattava solamente di un’espressione giovanile (e decisamente poco “scienziatesca”) di stupore, a sottolineare che Phil sia davvero un po’ scemo e infantile, che si esalta a vedere qualcosa che esplode.
    Ci saremmo accontentati di un “pazzesco!” ma anche più semplicemente di un “incredibile!”. È dopotutto un giovane assistente non troppo sveglio al quale i veri scienziati fanno pulire il laboratorio. La stessa espressione (radical!) verrà usata in una scena successiva quando una cameriera (anche lei apparentemente non molto sveglia) vede Howard ed esclama: “il costume di suo figlio è davvero eccezionale” (Your kid’s costume is really radical!).

    Tra l’altro è sempre Phil che poco dopo nomina il mensile Scienze Digest che nel doppiaggio italiano diventa “la rivista della scienza”, come se ce ne fosse una sola, la rivista della scienza per antonomasia! Ah, quanto ci piace generalizzare in Italia. In questo caso passa più da scemo in italiano che in inglese. Se non altro non hanno puntato a italianizzazioni tipo “Quark”, il genere di cosa che invece abbiamo visto succedere per altri film tipo Flash Gordon (1980) in cui si faceva riferimento a Mike Bongiorno e a scioperi dei trasporti.

    Modi di dire tradotti ma non adattati

    Doppiaggio: “Se non sopportate il calore venite fuori da quella cucina

    Originale: “If you can’t take the heat, get out of that kitchen!”

    Occulto supersovrano in Howard e il destino del mondo

    Howard e il destino del mondo nella battuta del venite fuori dalla cucina

    Un luogo chiamato “Joe Roma’s Cajun Sushi” lo avrei fatto saltare in aria anche io

    Un’espressione idiomatica che piaceva tanto agli americani negli anni ’80. L’avevamo già trovata in Robocop (1987), anche lì tradotta praticamente alla lettera come “se il caldo non vi piace, non state in cucina“. Come scrissi nell’articolo su Robocop si tratta di una vecchia frase idiomatica statunitense (attribuita al Presidente degli Stati Uniti Truman) il cui significato è riassumibile così: chi non sa reggere sotto pressione nel ruolo in cui si trova dovrebbe togliersi dai piedi. L’aforisma, storicamente, è stato tradotto come “se non tolleri il calore, stai alla larga dalla cucina” ma questo modo di dire non ha mai attecchito in Italia.

    Normalmente i modi di dire vengono sempre adattati in italiano poiché tradurli alla lettera vanifica il loro stesso scopo, il fatto che questo modo di dire sul “calore in cucina” sfuggisse a molti film doppiati all’epoca (che finivano per riportarlo alla lettera) potrebbe far pensare che nessuno lo abbia mai identificato correttamente come modo di dire ma, almeno in questo caso, semplicemente come una delle tante battutacce del film Howard the Duck. Del resto Internet non esisteva e solo un autentico americano avrebbe riconosciuto quell’espressione che ad oggi continua ad essere sconosciuta in Italia, perché nel frattempo è passata di moda e nei film americani non lo dice più nessuno.

    Nella scena in questione, non avendo una frase idiomatica italiana equivalente si poteva tranquillamente optare per una battutaccia semplice ma almeno sensata, qualcosa nello stile di “fa un po’ caldo in quella cucina…” (prima di farla esplodere), roba così, tanto una più una meno. Il film è già su quel tenore.

    Tradurre espressioni idiomatiche alla lettera in rari casi può diventare la scelta più sensata, è il caso di…

    battuta dell'alieno non autorizzato nel doppiaggio italiano di Howard e il destino del mondo

    – Qual è l’accusa, signore?

    Alieno non autorizzato.

    Si tratta del solito “illegal alien“, che gli americani usano per definire gli immigrati clandestini. Non si tratta in realtà di un modo di dire ma di una vera e propria definizione legale che quando viene tradotta alla lettera crea sempre grandi problemi (l’abbiamo incontrata in Aliens – Scontro finale (1986) dove la battuta era stata memorabilmente stravolta per dargli un senso, e l’abbiamo vista tradotta in modo incomprensibile nel film 2001 – Un’astronave spuntata nello spazio con Leslie Nielsen) ma in questo film trova ragione d’essere. Uno di quei rari casi dove la situazione esige una traduzione letterale per funzionare.

    Una risposta più burocratica (ma corretta) poteva essere “immigrazione clandestina”, questa però non avrebbe spiegato l’ammiccamento all’altro poliziotto che ci fa capire che, chiaramente, c’era qualcosa di spiritoso in quell’accusa, inoltre nel 1986 non avrebbe avuto l’immediatezza che avrebbe oggi, difatti l’immigrazione clandestina è diventata reato soltanto con la Bossi-Fini del 2002. Quella di “alieno non autorizzato” è una scelta elegante.

    Non altrettanto elegante il “police brutality!” che Howard esclama quando viene arrestato e che diventa in italiano “polizia brutale!” quando poteva tranquillamente diventare: “questo è abuso di potere!”. Non è che un pupazzone ponga grandi sfide del labiale dopotutto.

    Altri piccoli cambiamenti degni di nota

    Quando lo scienziato scemo viene arrestato dirà: “Conosco i miei diritti! Dov’è il mio casco da baseball?”. In realtà parla semplicemente del suo cappellino (“baseball cap” nei dialoghi originali). Sta parlando del cappellino dei Cleveland Indians che gli vediamo indossare nelle scene precedenti.

    Scena da Howard e il destino del mondo, lo scienziato Phil indossa un cappello dei Cleveland Indians

    L’improvviso riferimento ad un “casco” da baseball è un riferimento completamente incomprensibile nei dialoghi italiani, Phil era scemo sì ma non vaneggiava. A tutti gli effetti questo è un errore di traduzione dovuto ad una svista, probabilmente tradotto fuori contesto. Capita. Il casco da baseball è quell’elmetto rigido che usano i battitori come indumento protettivo.

    Sul finale del film Lea Thompson è legata al “laserone” in attesa che un altro Occulto Supersovrano (no, non smetterà mai di essere comico questo nome) prenda possesso del suo corpo e le sentiamo dire: You’ll never get away with this che diventa in italiano È inutile, non ci riuscirai mai, ma sarebbe dovuto diventare Non la passerai liscia. La scena è ripresa da lontano, senza vedere la bocca quindi il labiale non era un problema. Un cambiamento ininfluente ma comunque curioso. Non capisco perché dovrebbe pensare che non ci sarebbe riuscito, l’Occulto Supersovrano sembrava sapere esattamente quello che stava facendo. Occulto Supersovrano. Sì, fa ancora ridere.

    Che poi perché Dark Overlords of the Universe sono diventati OCCULTI supersovrani dell’universo e non OSCURI supersovrani dell’universo? Cos’hanno di occulto? Boh. E perché “Occulti supersovrani” e non “supersovrani occulti”? Non che cambiando l’ordine degli addendi il risultato sembri meno scemo, è il film a essere “stylistically designed to be that way” per citare sempre George Lucas (cit.). Il film è scemo di proposito, e piace anche per questo.

    Occulto supersovrano dal film Howard e il destino del mondo

    Poteri degli occulti supersovrani dell’universo: alito cattivo

    Differenze giustificatissime per il 1986

    Altre varianti nel copione italiano sono facilmente comprensibili vista l’epoca in cui è arrivato il film in Italia.

    Come on, let’s watch David Letterman” diventa più genericamente “Su, vieni. C’è un bel programma in TV“, anche perché David Letterman chi cacchio lo conosceva nel 1986? Per gli americani invece era un riferimento che avrebbero colto anche i bambini.

    One of those TV-Evangelists or something” diventa “Uno di quelli che predicano il futuro o qualcosa del genere“, che ha più che senso per il pubblico di destinazione, il fenomeno dei tele-evangelisti è sì americano degli anni ’80 ma in Italia parole come “telepredicatore” hanno avuto un picco tardivo, soprattutto alla metà degli anni ’90. Quindi con un po’ di ritardo rispetto all’uscita di Howard. L’unico televangelista di cui ci ricordiamo davvero in Italia è il personaggio di Snack, il divulgatore della dottrina della «Chiesa presbite intercostale», interpretato da Corrado Guzzanti nella trasmissione L’ottavo nano nel 2001. Guzzanti parodiava uno dei telepredicatori americani più celebri, emerso appunto negli anni ’80 in America. Anche Mai Dire TV ce ne ha fatti vedere diversi prendendoli dalle televisioni regionali italiane, ma sempre negli anni ’90 (1991-1993).
    Tutto questo perché l’Occulto Supersovrano aveva detto “tu stai per assistere alla fine del vecchio mondo e alla nascita di quello nuovo”.

    Il riferimento alla festa di Halloween viene cambiato in carnevale, più giustificatamente qui che in tanti altri casi:

    “C’era un uomo alto, una ragazza e un ragazzino. Sì, quello che credevo fosse un ragazzino. Poi all’improvviso ho avuto come un lampo: carnevale non comincerà che il mese prossimo.”.

    È la cameriera del ristorante che lascia una deposizione alla polizia successivamente all’incontro con Howard.

    Finiamo la lista con “Take it easy, Conan” che diventa “Calmati, Rambo“.

    Howard il papero che vola con un ultraleggero nel film Howard e il destino del mondo

    Lo stunt di volo acrobatico più pericoloso al mondo… e purtroppo anche il più noioso.

    Un linguaggio meno bambinesco in italiano

    Pur essendo chiaramente un film per bambini, il linguaggio in italiano è in molti punti del film leggermente più realistico, con personaggi che esclamano “brutta stronza!” (you creep! in inglese) oppure “è un’altra delle sue stronzate!” (che in inglese è più bambinesca: a bunch of bull-pukie, usato per non dire bullshit che si traduce come “stronzate” per l’appunto), oppure ancora… “schifoso scienziato di merda!” (anche qui era più infantile in origine: you filthy scum bucket, “secchio di feccia”, letteralmente). E quanto stanno bene sul labiale è da non credere!

    È pur sempre un film con tentativi di stupro, maltrattamento di (presunti) bambini e zoofilia. Il “bull-pukie” dei dialoghi originali stride un pochino.

    Insegnare ai posteri quanto fa ridere il razzismo (spoiler: per nulla)

    Cuoco nero nel ristorante del film Howard e il destino del mondo

    Negli anni ’80 potevano forse resistere alla tentazione di dare al cuoco nero del diner Joe Roma’s Cajun Sushi un “comico” accento da straniero appena arrivato in Italia? Ovviamente no. Avrà mangiato il mio chili, dice il cuoco con una voce da “fedele Venerdì”. Nel 1986 l’Italia era ancora ferma a “bongo bongo stare bene solo al Congo” e purtroppo lo sarebbe stata ancora per tanti anni.

    In lingua originale il cuoco è semplicemente un americano con una voce profonda che parla normalmente. Ma non siamo mica razzisti in Italia, noooooooo! È che ci fanno taaaaaanto ridere quelli che parlano l’italiano con un accento straniero…

    La battuta era già scema di suo (in risposta alla trasformazione del dottor Jennings in un essere mostruoso), ma curiosamente in inglese fa un po’ più ridere proprio perché detta in modo non particolarmente ironico dal tipico personaggio pragmatico della “classe operaia”.

    Versioni home video e TV censurate?

    Howard e il destino del mondo esiste in DVD e Blu-Ray, pubblicato dalla Pulp Video e mi segnalano che in queste uscite mancano alcune frasi di dialogo sui titoli di coda, in cui sentiamo le voci in lingua originale. Questo potrebbe far pensare a un qualche tipo di censura dal momento che proprio in quella scena il papero bacia Lea Thompson e fa capire che ora sono una coppia.

    copertina DVD di Howard e il destino del mondoIl fatto è che al cinema il film è arrivato senza alcun taglio o censura dichiarata (fonte Italiataglia.it), è chiaro quindi che un doppiaggio completo e “senza buchi” dovrebbe esistere e che la scomparsa di quei dialoghi finali sia da imputare ai primi passaggi televisivi in cui i titoli di coda venivano tagliati prematuramente per dar spazio alla pubblicità (come sempre capita). Sul sito Bloopers.it qualcuno ne segnalava la mancanza già nel 2003 (il primo DVD italiano è del 2011).

    Se l’origine dei buchi audio è televisiva allora perché ritroviamo l’audio con frasi mancanti anche su DVD e Blu-Ray? Beh, la casa che lo ha pubblicato è la Pulp Video, già nota alle cronache per edizioni raffazzonate e non sarebbe la prima volta che un’azienda che distribuisce film in home video in Italia usi una fonte audio “televisiva”. Cioè, stiamo parlando della stessa azienda che scrive “un film di George Lucas” sulla copertina del DVD (poi successivamente cambiato in “George Lucas presenta”).

    Mi confermano che l’audio completo è presente in VHS.

    Conclusione

    Non c’è adattamento italiano che salvi un film veramente scemo (e dico “scemo” con massimo affetto che si può provare nei confronti dell’innocuo Howard e il destino del mondo) eppure quello italiano ci prova. Nel complesso il film doppiato in italiano tende ad essere un pochino meno bambinesco  e un pochino più sensato, pur mantenendo lo spirito dell’originale e al netto dei pochi errori che ora conoscete. Ma è l’espressività di Vittorio Stagni che doppia il papero che mi porta a consigliarne a chiunque una visione italiana.

    howard il papero in concerto

    Chissà come si chiama la versione papera di Ritorno al futuro…


    Il videocommento al film

    Pare che Lucas nel 1986 abbia detto “tra 20 anni sarà considerato un capolavoro”, ebbene per la nostra serie I VIDEOCOMMENTATORI ce lo siamo rivisiti nel 2016 per festeggiarne i 30 anni e capire se intanto il film ha fatto il salto di qualità che sperava Lucas. Qui l’episodio completo:
    (I videocommentatori è una serie di svago cinematografico basata sui nostri commenti a film solitamente “brutti”.)

     

  • Titoli italioti: Rosemary’s Baby e i suoi fratelli apocrifi

    Rosemary's Baby locandina italiana con sottotitolo Nastro rosso a New York

    Nel 1968, quando un film di Roman Polanski in cui una ragazza viene drogata e stuprata non destava ancora sospetti, fu di grande impatto Rosemary’s Baby, arrivato in Italia direttamente con il suo titolo originale e un sottotitolo di cui presto si sono dimenticati tutti (“Nastro rosso a New York“). Come capita per molti film di culto, la sua trama è nota anche a chi non l’ha mai visto: la giovane Rosemary (Mia Farrow) aspetta un figlio che potrebbe essere il figlio de lu dimonio (!!!) e i suoi vicini impiccioni sono parte di una congrega di streghe e stregoni… oppure è tutto nella testa di Rosemary, complottista ante-litteram? Se non lo avete mai visto vi basteranno 2 ore e 16 minuti per scoprirlo.

    I bambini de lu Diavolo, certo, fanno paura, ma che dire dei loro nipoti? E della nuora? E dell’attrice Mia Farrow stessa??? Dopo il successo del film Rosemary’s Baby (e per i successivi 16 anni) la distribuzione italiana ha campato sulla notorietà del titolo e lo ha usato come base per inventarsi i più spudorati seguiti apocrifi.
    Sì, questo è un altro episodio di titoli italioti, ma prima una parolina sull’adattamento di Rosemary’s Baby.

    L’adattamento italiano di Rosemary’s Baby

    Scena in Rosemary's Baby dove compare il gesto delle corna

    Facciamo le corna

    Il film di Polanski è stato adattato per la C.D.C. da Roberto De Leonardis, che nello stesso anno curò anche il ridoppiaggio di Bambi e da lì a poco molti altri film di animazione Disney. Come in tutti i lavori di De Leonardis, anche qui è possibile apprezzare dialoghi naturali e generalmente ben fatti. Una cosa non facile in un film dove si parla molto e velocemente, quasi una pièce teatrale.
    Ci sono però alcuni punti degni di nota. Primo tra tutti, l’alterazione di un paio di nomi.

    Nomi alterati

    All’inizio del film Rosemary è in lavanderia e incontra una vicina che scambia per un’attrice di nome Vittoria West; nei dialoghi in lingua originale in realtà si parla di una Victoria Vetri, che poi è proprio il nome dell’attrice che interpreta il personaggio della vicina. Nel film in lingua originale questa si presenta poi come Terry Gionoffrio, ma il nome diventa Terry Gulliver nella versione italiana.
    Quando successivamente verrà chiesto a Rosemary come si chiamasse la donna, Rosemary dirà che aveva un cognome italiano (“an Italian name”), mentre nel doppiaggio dice più semplicemente “il cognome non lo ricordo”.

    È chiaro a questo punto che il cognome italiano sia stato rimosso intenzionalmente dal copione della versione doppiata, al punto da cambiare anche il nome dell’attrice a cui dovrebbe somigliare (non più un’attrice con un cognome italiano). Non è invece chiaro il motivo di questo tabù sull’uso dei cognomi italiani, come se nel 1968 non ci fossero italo-americani a New York! Ma poi se bisogna inventare un cognome… perché proprio ‘Gulliver’? È così scemo.

    Victoria Vetri, chiamata Vittoria West nel doppiaggio italiano di Rosemary's Baby

     

    Doppiaggi che odiano le donne

    Sempre rimanendo su Guy, quando egli si arrabbia con Rosemary trova occasione di sfogarsi con un tipico errore di traduzione, quello di “bitch” tradotto come “puttana” invece che “stronza” o altri sinonimi:

    “Questo ti dicevano quelle PUTTANE delle tue amiche?”

    La vera frase pronunciata ovviamente non era così “spinta”. Guy, per quanto visibilmente alterato, non sembra il tipo da scadere così in basso. Usando quella parola con la “p” esce molto dal personaggio.

    – They’re my friends, don’t call them bitches.
    – Non chiamarle puttane, sono mie amiche.

    – They’re a bunch of not-very-bright bitches.
    – Ma sono un branco di luride puttane, idiote!

    Improvvisamente, da thriller dal retrogusto hitchcockiano sembra di ritrovarsi in La signora ammazzatutti di John Waters. Forse in quel pendente regalato a Rosemary non c’era “radice di Tannis” ma, piuttosto, un succhione di salice! (Una battuta dedicata a chi ha visto entrambi i film)

    Rosemary's Baby vs La signora ammazzatutti

    “SUCCHIONE DI SALICE!”

    Come capita sempre con questi casi di mal interpretazione della parola “bitch”, l’uso di “puttana” involgarisce eccessivamente il personaggio che qui arriva addirittura a dire anche “luride puttane”, un’espressione di misoginia totalmente inesistente nei dialoghi originali (quel “not-very-bright bitches” era letteralmente “stronze non molto intelligenti”). Ancora più stonato è il sentirlo uscire dalla bocca di Rosemary stessa quando dice “non chiamarle puttane”, da brava ragazza cattolica del 1968, Rosemary non ripeterebbe mai e poi mai quella parola.

    Per questo chiamare le donne “puttane” con così tanta leggerezza, anche a costo di tradire le intenzioni originali e la psicologia dei personaggi, diamo anche a Rosemary’s Baby un caloroso benvenuto nella mia collezione di doppiaggi che odiano le donne! Non c’è posto migliore.

    Gli occhi de lu dimonio

    I dialoghi finali della versione italiana (attenti che qui arrivano spoiler!) sembrano non essere sufficientemente chiari riguardo la stranezza che caratterizza il figlio di Rosemary, che poi è ciò che la fa trasalire alla vista del neonato. Sono proprio gli occhi del bambino infatti a terrorizzare Rosemary che chiede ai membri della setta “che cosa gli avete fatto?” per poi specificare in inglese “cosa avete fatto ai suoi occhi” (questo dettaglio omesso in italiano).

    La reazione di Rosemary alla vista del bambino figlio di Satana, dal film Rosemary's Baby

    Le frasi he seguono continuano a non essere abbastanza chiare come invece lo sono in inglese:

    – Ha gli occhi di suo padre, Rosemary.
    – Che cosa stai dicendo? Non è vero!

    In inglese lei risponde “Che cosa stai dicendo? Gli occhi di Guy sono normali!” e la frase successiva “what have you done to him, you maniacs!” (= cosa gli avete fatto?) diventa “che cosa volete fargli, brutti mostri!”, come se si trattasse di piani futuri della setta e non di una caratteristica peculiare che il bambino già possiede (appunto, gli occhi da Satanasso).

    Il capostregone a questo punto spiega la questione degli occhi: “Satan is his father, not Guy.” (È Satana suo padre, non Guy), che nel doppiaggio italiano diventa: “Tuo figlio appartiene a Satana.“.

    In breve, in inglese Rosemary crede che qualcosa sia stato fatto agli occhi del suo bambino, le viene rivelato invece che al bambino non è stato fatto niente, quelli sono semplicemente gli occhi del padre, Satana. E per farceli immaginare senza mostrarci mai il pargolo, Polanski inserisce un breve momento in cui alla scena si va a sovrapporre in trasparenza il volto di Satana con gli occhi da serpente.

    Occhi del diavolo da Rosemary's Baby

    Occhio malocchio…

    Nella versione italiana non è altrettanto chiaro che l’aberrazione sia limitata agli occhi, questi vengono nominati soltanto nella frase “ha gli occhi di suo padre” (che nel contesto sembra più di frase circostanza che altro), si punta invece su un generico “cosa gli avete fatto?” seguito da “cosa volete fargli?”, e la sovrapposizione del volto di Satana a questo punto rischia più facilmente di essere interpretata come rappresentazione delle mire future di Satana sul bambino (“tuo figlio appartiene a Satana”), piuttosto che esserne letteralmente il padre come dimostrato dagli occhi di serpente.

    Non che tutto questo renda il finale meno di impatto, né credo che questa ridotta chiarezza fosse intenzionale, ma degna di nota sì. In inglese, semplicemente, questi dialoghi risultano più immediati.

    E sapete una cosa? Esiste un doppiaggio alternativo di questa scena che riporta una traduzione più fedele di quelle battute. Ma non si tratta di un ridoppiaggio del film. La fonte è “Terrore in sala” (Terror in the Aisles, 1984), uscito nelle sale italiane nel luglio 1987, un documentario che mostra il meglio del cinema horror e dove le scene di dozzine di film erano doppiate ex novo, probabilmente per non sbattersi eccessivamente all’inseguimento di diritti sulle tracce audio italiane. Grazie all’amico blogger Lucius Etruscus posso farvi vedere questa clip con dialoghi fedeli al copione originale, un rarissimo caso di “e se l’avessero adattato così invece?”…

    Adesso si capisce che il problema è con gli occhi. Semplice, no?

    Ultime osservazioni

    Come ultime osservazioni vi lascio con un “softner” che diventa “il candeggiante” invece di “ammorbidente” (forse l’ammorbidente non era ancora così diffuso nel 1968?), la città di Baltimora che viene pronunciata all’inglese (bàltimor) senza un valido motivo tranne forse che veniva nominata in una lista di altre città, tutte dal nome molto… americano. Inoltre Rosemary parla di un “primo giorno del mio periodo” (in inglese “my period”), ovvero le mestruazioni, che per pudore sono più comunemente dette “il ciclo” o “le mie cose”. La linguista Licia Corbolante inserisce quel period tradotto come periodo tra i “falsi amici”.

    Tweet di Licia Corbolante sulla parola period tradotta erroneamente come periodo

    Nel film il significato si capisce anche dal contesto ma se “periodo” era effettivamente in uso nel 1968, sembra essere invecchiata molto male come espressione. A naso parrebbe una traduzione troppo diretta, fatta da qualcuno a cui il ciclo non viene e non ne parla. Lascio però ampio beneficio del dubbio sulla terminologia usata 52 anni fa.

    Aggiunta: sulla questione viene in mio soccorso Cinzia Andrei (assistente al doppiaggio e lettrice amica del blog già intervistata qui) scrivendo che “periodo non era comune neanche del ’68, ma non stona affatto in una conversazione di una donna giovane con anziane estranee. Tieni conto che, più che chiamare la cosa col proprio nome, era epoca in cui si ammiccava, si alludeva, si usavano parole senza senso e senza nesso. [La variante “le mie cose” ad esempio] era molto in uso, ma implicava una lieve confidenza che in quel caso non c’era”.
    Grazie Cinzia per aver portato luce su un argomento di linguistica che non lascia facilmente una traccia scritta.

    Per concludere, in questo film c’è anche il classico di un “Douglas” pronunciato “Doglas”. Dico ‘classico’ perché fino agli anni ’80 in Italia questo nome diventava Dùglas o Dòglas a seconda dei casi. Mai capito che problema avessero con “Dàglas”. A educare l’orecchio italiano ci sono voluti “solo” 50 anni!

    Titoli di inizio di Rosemary's Baby da trasmissione televisiva

    Tra le poche linee e tanto fruscio anaogico potreste intravedere i rari titoli di inizio cinematografici con il sottotitolo NASTRO ROSSO A NEW YORK (dalla collezione privata di Roberto Greco)

    I figli apocrifi di Rosemary

    Il film Rosemary’s Baby è entrato da subito nella cultura popolare italiana con il suo titolo originale anche per coloro che non avevano grande familiarità con l’inglese, il titolo dopotutto è facilmente intuibile: baby = bambino/figlio/infante e Rosemary è un nome di persona. A “il figlio di Rosemary” si arriva dunque anche senza conoscere davvero l’inglese, né le regole del genitivo sassone. Lo capiva anche chi all’epoca studiava solo francese.

    Potrebbe forse essere uno dei primi casi di titoli in inglese che hanno avviato gli italiani a percepire come “più spaventosi” quegli horror dai titoli in inglese? Alien (1979) Fog (1980) e Nightmare (1985) — che non è più “un incubo in via degli Olmi” ma semplicemente Nightmare con sottotitolo dal profondo della notte — questi solo per citarne alcuni comparsi nei due decenni successivi a Rosemary’s Baby.
    Quante volte abbiamo detto o pensato “il titolo in inglese suona meglio” senza poterne spiegare davvero il perché?

    Gli italiani spesso arrivano ad avere a che fare con l’inglese molto prima di averlo imparato in un percorso di studi ed è facile che questo tipo di esposizione porti ad associazioni di idee legate al suono della parola o della frase straniera più che al suo semplice significato. Mi riferisco a casi come “Alien” ad esempio, che potrebbe essere percepito da molti italiani come più spaventevole di “Alieno” (Alieno come titolo vi suona più “moscio” di Alien, ammettetelo!), e così se un film intitolato “Rosemary’s Baby” fa paura, allora probabilmente faranno paura anche altri film con una formula simile, perché si va a feticizzare un suono o la disposizione delle parole nel titolo, più che fermarsi al semplice significato. Ed ecco dunque che arrivano per il mercato italiano titoli completamente inventati come Sharon’s Baby.

    Sharon’s Baby (1975)

    Per il pubblico italiano del 1978 un titolo come “Sharon’s Baby” è un chiaro e immediato rimando a Rosemary’s Baby, quando il film in realtà è intitolato I Don’t Want to Be Born o in alternativa The Devil Within Her. La “3B Produzioni Cinematografiche” che lo ha distribuito in Italia nel 1978 aveva certamente compreso bene gli intenti di questo film di pura “exploitation” che, dicevano i critici del tempo, miscela in modo incompetente Rosemary’s Baby con L’esorcista [se chiedete a me sembra tanto quella commedia horror di Larry Cohen: Baby Killer], ma siamo l’unico paese dove il titolo è direttamente scopiazzato sulla formula di Rosemary’s Baby. Non mi è neanche chiaro se c’è qualcuno che si chiami Sharon nel film, immagino di sì, spero di sì! Purtroppo non sono riuscito a recuperare il film in italiano, ma dai commenti che trovo sul web sembrerebbe non esserci alcuna Sharon, il retro di copertina del DVD italiano parla di una Lucy Carlesi. Ma come ci suggerisce un lettore, Andrea Smedile, era probabilmente un riferimento a Sharon Tate, la moglie di Polanski assassinata dalla “famiglia Manson” nel 1969, mentre aspettava un bambino. Se non è abietto questo come titolo, non so proprio cosa lo sia!

    Locandina di The Devil Within Her

    Il sito IMDb riporta il titolo Sharon’s Baby anche per qualche distribuzione americana ma non ho trovato tracce di questo titolo in lingua inglese, né una VHS, né un flano, niente. La spiegazione più semplice è che qualche contributore di IMDb abbia visto la locandina con il titolo italiano e che, scambiandolo per statunitense, l’abbia aggiunta alla lista senza le verifiche del caso.

    Sembra che il film goda di una certa notorietà tra gli appassionati di film brutti involontariamente divertenti: il sito web British Horror Films lo recensisce dicendo che ci sono film impossibili da descrivere (“There are some films that just defy description”). Insomma, da recuperare solo per farsi una risata. Tra l’altro sembra che per interpretare il bambino di Satana abbiano trovato l’infante più pacioccone del mondo. Sembro io da piccolo, dai!

    Sharon's Baby

    Evil Evit

    Rosemary’s Killer (1981)

    A volte non è neanche colpa della distribuzione italiana, The Prowler (1981) di Joseph Zito è stato distribuito in molti paesi come Rosemary’s Killer, inclusa l’Italia (nel 1983) e figuriamoci se non si lasciavano sfuggire questa occasione ghiotta. Del resto in questo film c’è davvero un personaggio di nome Rosemary (Francis Rosemary per essere precisi) e non ci sono più bambini di Satana, bensì è un tipico slasher. È letteralmente “l’assassino di Rosemary”, nessun legame con quella Rosemary.

    Locandina italiana di Rosemary's Killer

    E quando le occasioni non vengono suggerite, tocca inventarsele. Sto parlando di…

    Compleanno in casa Farrow (1981)

    In originale Bloody Birthday del 1981, arrivato in Italia nel 1984 con palese riferimento a Mia Farrow, un nome inequivocabilmente associato al film Rosemary’s Baby, che evidentemente ancora faceva tanta pauuuva! Manco a dirlo, non c’è nessuna persona chiamata Farrow nel film, non nella versione originale almeno. Quella doppiata resta da verificare. In tal caso si tratterebbe di nomi alterati per il doppiaggio italiano.

    Da dove gli sarà venuta l’idea? Semplice: il film inizia con la nascita di tre bambini durante un’eclissi di sole. I bambini sono particolarmente intelligenti e malvagi, ovviamente. Tutto qui.

    Sempre fenomenali (e un po’ tutte uguali) le locandine di Enzo Sciotti.

    Locandina di Compleanno in casa Farrow

    Ma la Farrow lo sa?

    Il vero seguito di Rosemary’s Baby

    Ironicamente, Rosemary’s Baby ha avuto un vero e proprio seguito girato per la TV americana e intitolato Guardate cosa è successo al figlio di Rosemary (Look What’s Happened to Rosemary’s Baby, 1976), dall’ignota distribuzione italiana (non è arrivato al cinema e vista la cornucopia di titoli alternativi riportati su Wikipedia posso immaginare che sia arrivato almeno in TV) e definito —da chi lo ha commentato su YouTube— come “stupido oltre ogni limite” (this is beyond stupid) mentre qualcun altro suggeriva che “quelli che dicono che L’esorcista II: L’eretico di John Boorman sia il peggior seguito mai concepito dovrebbero essere obbligati a guardare questo”. IMDb lo riporta con i seguenti titoli italiani: Guardate cosa è successo al figlio di Rosemary e Cosa è successo a Rosemary’s baby?. Quest’ultima in particolare, con “Rosemary’s baby” lasciato in inglese è certamente la più scema.

    Look What's Happened to Rosemary's Baby

    Ma quanto so’ frignoni sti figli di Rosemary?

    I discepoli di Rosemary

    Alla distribuzione italiana sono persi una buona occasione con Necromancy (1973) con Orson Welles, che in Italia è arrivato al cinema nel 1976 come Il potere di Satana ma all’estero ha avuto anche il titolo di Rosemary’s Disciples (i discepoli di Rosemary), a riprova che la titolazione furbastra non è solo cosa nostra. Le curiosità su questo film non si fermano qui visto che nel 1983 il film fu rimontato completamente e gli venne dato un nuovo titolo, The Witching. Questa versione, è riportato su Wikipedia, è arrivata in Italia nel 1992 su VHS Mondadori con un nuovo titolo e un nuovo doppiaggio: Magia nera. Evidentemente negli anni ’90 ormai era tardi per un altro titolo apocrifo a base di rosmarino.

    Locandina originale di Necromancy con Orson Welles

    Ah, la necromachia! (semi-cit.)

    Nota: l’utente ‘dag68’ nei commenti ci fa notare come nella locandina americana di Necromancy siano usati degli apostrofi per mettere in evidenza il nome Roman: “NEC’ROMAN‘CY”, altro sottile riferimento a Polanski inserito a martellate.

    Conclusione

    Forse il più illegale di tutti (moralmente parlando) resta quello di Compleanno in casa Farrow, è uno dei pochi casi in cui nel titolo viene usato il nome di un attore per ingannare lo spettatore italiano. Ma non è il solo. A costo di allontanarmi dall’horror, impossibile non nominare L’ultima follia di Mel Brooks, noto in patria come Silent Movie. Originariamente presentato alla censura italiana semplicemente come “L’ultima follia” (fonte Italiataglia.it), ma i furbacchioni della Fox devono essere stati ben consci che poi sarebbero andati a ingrandire quel “di Mel Brooks” collocato sotto al titolo della locandina per farlo diventare parte integrante del titolo stesso, e presentarono in questa forma anche alla stampa (ne avevamo già parlato per i titoli italiani dei film di Mel Brooks).

    Con questo concludo. Il periodo di Halloween era occasione troppo ghiotta per non trattare qualcosa di genere horror e questi fratellini apocrifi del figlio di Rosemary mi hanno proprio preso per la gola.

    Scena dal film Compleanno in casa Farrow

    I figli della Farrow più che posseduti da Satana mi sembrano dei cagacazzi!