Rise of… come l’Italia traduce i titoli delle origini, da Minions 2 a L’alba del pianeta delle scimmie

    Minion 2 come gru diventa cattivissimo, locandina italiana

    La recente uscita al cinema di Minions 2 – Come Gru diventa cattivissimo ha portato l’amico ‘Cassidy’ del blog La bara volante a domandarsi quale sia il problema dei titolisti italiani nel tradurre il verbo “rise”. Senza conoscere il titolo originale ho indovinato subito che si trattava di Minions – Rise of Gru, letteralmente l’ascesa di Gru. Non che i titoli dei film debbano essere tradotti alla lettera, ci mancherebbe, e “Rise of” è una formula molto comune nei titoli americani che può essere adattata correttamente in tanti modi diversi. Nel caso di Minions 2 è comprensibile l’idea di volerci infilare la parola “cattivissimo”, essendo uno spin-off di Cattivissimo me, tuttavia, la domanda di Cassidy mi ha fatto involontariamente ripensare alle tante traduzioni italiane di quei titoli contenenti “rise of” che in un caso isolato hanno creato danni e ovviamente sto parlando del Pianeta delle scimmie (la serie di film iniziata nel 2011), dove il titolo italiano del primo capitolo va addirittura a confondere l’ordine dei film.

    Iniziamo proprio da lì.

    Casus belli: Rise of the Planet of the Apes

    Locandina italiana e originale di L'alba del pianeta delle scimmie a confronto. Titolo originale Rise of the planet of the apes

    Nel 2011 arriva nei cinema di tutto il mondo Rise of the Planet of the Apes, il primo capitolo di una nuova saga che vuole ri-raccontare il Pianeta delle scimmie ma partendo da molto lontano. Questo primo capitolo infatti parla dello scienziato alla ricerca di una cura per l’Alzheimer che invece crea un virus in grado di uccidere gran parte della popolazione umana ma anche di far evolvere le scimmie fino a farle parlare.

    È evidente che un'”ascesa” del pianeta delle scimmie non è il vocabolo ideale per tradurre in questo caso “rise of”. Francia e Spagna hanno optato per “le origini” (La Planète des singes: Les Origines e El origen del planeta de los simios) mentre la Germania è stata più creativa puntando ad una pre-evoluzione: Planet der Affen: Prevolution. In Italia il discorso sarà andato più o meno così: “ascesa” no, non c’entra niente “ascesa”. Allora a-, a-, a-? Parola con la a-?… alba!!! Genio! Non avremo mai a pentircene!

    Destino beffardo vuole che il film seguente si chiamerà proprio Dawn of the Planet of the Apes, letteralmente traducibile come L’alba del pianeta delle scimmie. Ma la frittata ormai è fatta.

    Facepalm dal film Una pallottola spuntata

     

    E mo? I titoli da qui in avanti cambiano stile e si fanno più… brutti, non c’è altro modo per descriverli. Insensati è un’altra parola che viene in mente. Composti rigorosamente dall’inusuale formula di un titolo in lingua inglese seguito dall’etichetta “Il pianeta delle scimmie”. Quindi Dawn of the Planet of the Apes (2014) diventa Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie e questo fa da stampo anche per il terzo (e per il momento ultimo) capitolo, War for the Planet of the Apes (2017), che invece di arrivare sensatamente come “La guerra per il pianeta delle scimmie”, in Italia verrà distribuito come The War – Il pianeta delle scimmie. “The War”? “The War”? La guerra? Cioè la guerra con la G maiuscola? La guerra di tutte le guerre? È vero che l’inglese in Italia allevia sempre tutte le pene e molti spettatori non ci avranno neanche badato, ma per capire quanto siano scemi questi titoli basta ritradurli nella propria testa: “La guerra – Il pianeta delle scimmie”? Che razza di titolo sarebbe? Come dire: Phantom Menace – Guerre stellari.

    La “colpa” sicuramente risiede in quel primo “rise of” tradotto come “alba del” che all’arrivo del secondo film, cioè all’arrivo della “vera” alba, ha costretto la Fox ad adottare una soluzione draconiana insensata, quella di dare a tutti i successivi film un titolo formato da “parole in inglese + etichetta italiana invariabile”, così da evitare confusioni con futuri capitoli.

    L’ordine in cui guardare la nuova trilogia del Pianeta delle scimmie

    Per praticità, questo è l’ordine di visione della nuova trilogia delle scimmie:

    1. L’alba del pianeta delle scimmie (2011) [Rise of the Planet of the Apes]
    2. Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie (2014) [Dawn of the Planet of the Apes]
    3. The War – Il pianeta delle scimmie (2017) [War for the Planet of the Apes]

    E quanto sarebbe stato più sensato avere una nascita o un’origine, seguita da un’alba del pianeta delle scimmie e poi da una guerra per il pianeta delle scimmie.  Purtroppo con questa serie ci è andata male e in questi tempi di film pensati come brand e facenti parte di progetti molto più grandi, il caso del pianeta delle scimmie è certamente bizzarro. Davanti a prodotti pensati in serie, il dubbio “e se poi ci fanno un Dawn?” deve venire agli addetti ai lavori. Perché magari non succede, ma se succede che uno dei sequel te lo chiamano proprio “dawn of” poi dove vai a nasconderti? Con Planet of the Apes è successo l’improbabile (ma era poi così improbabile???) e la toppa è peggio del buco.

    Da qui la domanda provocatoria: che problemi hanno i distributori italiani con il verbo “rise” dei titoli americani? In realtà non molti, ma investigare sulla traduzione dei titoli di questo tipo mi ha fatto scoprire una piccola curiosità inedita: la loro origine “recente”.

    L’origine recente di “rise of” nei titoli americani

    In uso nei fumetti fin dagli anni ’50 e nei videogiochi dagli anni ’90, i titoli con “rise of” o “rising” sono cosa relativamente recente nel cinema, avendo avuto una vera e propria esplosione solo dagli anni 2000. È la formula adottata da chiunque voglia raccontare una storia delle origini e voglia farlo capire al pubblico già a partire dal titolo. Il primo caso più popolare è certamente Terminator 3: Rise of the Machines del 2003, il tanto atteso seguito di T2 nonché cocente delusione cinematografica ma che all’epoca fece parlare di sé.

    Locandina americana di Terminator 3 le macchine ribelli

    L’idea di voler raccontare l’origine dell’insurrezione delle macchine di Terminator avrà sicuramente guidato la scelta di adottare la formula “rise of” che adesso, dopo vent’anni, ci fa ancora compagnia. Nella versione italiana di Terminator 3 questa insurrezione è stata resa con l’aggettivo “ribelli” del titolo: Terminator 3 – Le macchine ribelli.

    Vediamo dunque come sono stati tradotti i tanti “rise of” e “rising” nel cinema importato in Italia. Ci interessano ovviamente i “rise of” o i “rising” nell’accezione di “origine di” o di “ascesa” (non letterale) di qualcuno o di qualcosa. Quindi niente accezioni astronomiche o astrologiche delle tante ascese di un qualche astro, come nel gioco di parole del titolo “Mercury Rising” (Codice Mercury in italiano) o in quello di “Black Moon Rising” (Il giorno della Luna Nera in italiano) e neanche nelle sue accezioni più letterali di “risalita” (es. Deep Rising – Presenze dal profondo, dove un mostro risaliva dalle profondità marine). Ci interessano solo i “rise of” delle origini.

    Oltre 20 anni di ascese, origini, nascite, destini… e omissioni nella titolazione italiana

    Dopo Terminator 3: Rise of the Machines (2003) i titoli contenenti un’ascesa intesa come storia delle origini non sono certo mancati, ne ho contati una media di almeno uno l’anno, che detto così sembra poco, ma considerando che prima del 2003 non esistevano proprio, possiamo dire che quel film scemo dove il terminator indossa occhiali buffi almeno in qualcosa ha lasciato il segno, iniziando un vero e proprio trend. Anche se nessuno ci ha mai fatto caso.

    Terminator con gli occhiali di elton john

    Che c’è?

    Dello stesso anno di T-3 è Hitler: The Rise of Evil (2003) intitolato in Italia Il giovane Hitler (nel 2004), ma è tra il 2006 e il 2009 che arrivano i titoli che nel cinema americano consolideranno “rise of” e “rising” come titoli ideali per i racconti delle origini, anche se in italiano la formula non sarà mai univoca e il fenomeno è meno evidente.

    Behind the Mask – Vita di un Serial Killer (Behind the Mask: The Rise of Leslie Vernon, 2006)
    Arrivato in Italia solo nel 2009 in home video e purtroppo quasi ignoto da queste parti, Behind the Mask è un film girato in stile documentaristico dove un troupe di studenti segue la routine quotidiana di un serial killer che vuole diventare il prossimo Jason Voorhees (il nome Leslie Vernon ne fa il verso). Questo spiega la scelta italiana di “vita di un serial killer” al posto di una traduzione più diretta come potrebbe essere “l’ascesa di Leslie Vernon”, che avrebbe anche fatto sorgere la lecita domanda: e chi ca**o è Leslie Vernon?

    Hannibal Lecter – Le origini del male (Hannibal Rising, 2007)
    Come immaginabile dal titolo (sia in italiano che in inglese), il film parla dell’adolescenza di Hannibal Lecter. Là dove gli è saltato il grillo di cominciarsi a mangiare le persone.

    I Fantastici 4 e Silver Surfer (Fantastic 4: Rise of the Silver Surfer, 2007)
    Sicuramente il film che ha più diritto di qualunque altro di usare “rise of” vista l’abbondanza di questa formula nei titoli dei fumetti americani. In Italia si opterà per un titolo più semplice e diretto che però potrebbe far pensare a Silver Surfer come un alleato e non un antagnista (del resto la formula con la congiunzione “e” è più comune per descrivere un’alleanza, come in Batman e Robin). Il film invece inizia proprio facendoci credere che Silver Surfer abbia intenzioni ostili verso il pianeta Terra, quindi possiamo forse dire che il titolo italiano è un po’… spoiler? [ROMBO DI TUONI]

    Maial College 2 (Van Wilder 2: The Rise of Taj, 2006)
    Sequel incentrato su un personaggio secondario comparso nel primo film, di nome Taj per l’appunto. Maial College 2 arriva in Italia nel 2008 e, sebbene non sia una storia delle origini, è curioso come il titolo italiano (con effetto volutamente demenziale dato dal finto inglese di “maial”) si sia rivelato più flessibile del titolo originale Van Wilder, dal nome del protagonista interpretato da Ryan Reynolds. Ebbene, in Van Wilder 2 Van Wilder neanche compare! Esiste anche un terzo film, un prequel, intitolato Van Wilder: Freshman Year (2009) che in Italia esiste con il solo titolo Niente regole, siamo al college, perdendo totalmente il “maial college” che, nel bene o nel male, identificava chiaramente i primi due film. Ma quanti strati di scelte italiote ci sono in questi titoli?

    Il re scorpione 2 – Il destino di un guerriero (The Scorpion King 2: Rise of a Warrior, 2008)
    Forse un po’ più chiaro in lingua originale che si tratta di un racconto delle origini. Destino è tuttavia un’altra delle tante alternative in cui può aver senso tradurre “rise of”.

    Nessun adattamento invece per il “rising” di Valhalla Rising di Refn, del 2009. Refn è uno di quei registi a cui i titoli non glieli cambiano praticamente mai, rimangono in inglese e al massimo ci appiccicano un sottotitolo in italiano, come in questo caso: Valhalla Rising – Regno di sangue.

    Underworld: la ribellione dei Lycans (Underworld: Rise of the Lycans, 2009)
    Anche in questo caso il titolo originale fa subito capire che si tratta di un racconto delle origini, narrando dell’origine medievale della faida tra vampiri e i loro schiavi di un tempo, i lycan. Gli altri Underworld si svolgono invece in epoca moderna. In questo caso dunque c’è anche una rivolta, quindi si tratta di un “rise of” che include anche il suo altro significato, quello di insurrezione. E il titolo italiano, pur mancando del doppio significato, ha senso che abbia puntato su “ribellione”. Piuttosto non ha senso che i “Lycans” del titolo tengano la “s” plurale anche in italiano, visto che si tratta di una parola estera importata. La grammatica italiana impone che si parli di “Lycan” anche al plurale e infatti nei dialoghi del film la “s” è assente.

    Sempre del 2009 è anche G.I. Joe – La nascita dei Cobra (G.I. Joe: The Rise of Cobra, 2009).

    Locandina di Underworld Rise of the lycans

    Negli anni successivi si sono susseguiti “rise of” e “rising” come se non ci fosse un domani. In ordine di uscita italiana abbiamo avuto Il cavaliere oscuro – Il ritorno (The Dark Knight Rises, 2012), titolo forse più sensato in italiano visto che il Batman di Nolan ha già avuto i suoi inizi con Batman Begins nel 2005 e una continuazione con Il cavaliere oscuro (The Dark Knight) nel 2008, quindi al terzo film cos’abbia ancora da risollevarsi non si sa, piuttosto Bruce Wayne torna dal suo esilio quindi a maggior ragione ha senso “il ritorno”. Poi il film d’animazione Le 5 leggende (Rise of the Guardians, 2012), con nessun riferimento ad un’ascesa (non che ce ne fosse bisogno), Rise of the Zombies – Il ritorno degli zombie (Rise of the Zombies, 2012) arrivato in Italia direttamente in home video nel 2013 e non sono certo che qui “ritorno” abbia completamente senso, ma è evidente che in qualche modo abbiano voluto “spiegare” il titolo originale con un sottotitolo.

    Nel 2014 arriva al cinema 300 – L’alba di un impero (300 – Rise of an Empire), il primo caso di rise of tradotto come “alba di”, in questo caso sensatamente (a meno che in futuro non ci faranno un “300 – Dawn of the Empire” 😉 ). Vari documentari storici hanno titoli simili e quando si parla di nascita di imperi “l’alba” è sempre dietro l’angolo. Sempre nel 2014 arriva The Amazing Spider-Man 2 – Il potere di Electro, che in America si chiama semplicemente The Amazing Spider-Man 2 ma ha anche il titolo alternativo di The Amazing Spider-Man 2: Rise of Electro.

    Arriviamo così ad anni più recenti, con titoli che fanno prima tappa in America dove acquistano il “rise of” che poi ci ritroviamo anche nel titolo italiano: Rise of the Legend – La nascita della leggenda (2014), dal titolo USA di Huang feihong zhi yingxiong you meng, arrivato in Italia nel 2017. E vorrei capire che senso ha avere titoli mezzi in inglese in un film che non è nemmeno americano!? Questo genere di film dimostra quanto la scelta di lasciare l’inglese in molti titoli sia semplicemente di “marketing” e senza senso, perché tutto in inglese è più “cool”. L’anno successivo (nel 2018) inizia la serie animata Rise of the Teenage Mutant Ninja Turtles – Il destino delle Tartarughe Ninja (Rise of the Teenage Mutant Ninja Turtles) che nel 2022 ha anche il suo film dedicato e che in Italia si chiamerà Il destino delle Tartarughe Ninja: il film (Rise of the Teenage Mutant Ninja Turtles).

    Impossibile non nominare Star Wars: Episodio IX – L’ascesa di Skywalker (Star Wars: Episode IX – The Rise of Skywalker, 2019) che tanta agitazione aveva generato nel mondo quando fu annunciato il titolo italiano, visto che in inglese non si capisce di quanti Skywalker parliamo quando diciamo “of Skywalker” mentre in italiano bisognava necessariamente chiarire se si trattava dell’ascesa di (uno) Skywalker o di più Skywalker. Ad oggi non so quale Skywalker sia asceso e a cosa si riferisce quel titolo.

    Nei nuovi anni ’20 abbiamo avuto Trollhunters – L’ascesa dei Titani (Trollhunters: Rise of the Titans, 2021) e il recente Minions: The Rise of Gru (2022) con la sua formula italiana, la più inusuale vista finora, e molti altri “rise of” simili arriveranno (nel 2023 è previsto Transformers: Rise of the Beasts ad esempio). Chiaramente questa ascesa di titoli contenenti “rise of” non accenna a fermarsi e ormai ce la teniamo. Ha anche senso che si sia resa necessaria proprio a partire dagli anni 2000, dopo che George Lucas ha sdoganato l’idea di blockbuster che sono dei seguiti ma allo stesso tempo dei prequel.

    Minions 2 – Come Gru diventa cattivissimo

     

    Locandina di Minions 2

    Minions 2 – Come Gru diventa cattivissimo (Minions: The Rise of Gru, 2022) è sicuramente il titolo più creativo delle tante varianti internazionali. Nel mantenere il riferimento diretto a Cattivissimo me (da cui i film dei Minions originano) ricalca le versioni sudamericane che sono state intitolate Minions 2: Nace un villano. Infatti Cattivissimo me in quella parte del mondo è stato intitolato Mi villano favorito.

    Insomma non è privo di logica e rimane un titolo simpatico. Una creatività oggi abbastanza rara e forse poco apprezzata, ma che non mi sento assolutamente di criticare. Come tutti i film degli ultimi 20 anni, la prima parte del titolo rimane in inglese, con “Minions” con la “s” del plurale. Ma questa è una brutta abitudine ormai consolidata: il titolo di un franchise resta in inglese, anche se non c’è alcun motivo perché non debba essere tutto in italiano: Minion 2: Come Gru diventa cattivissimo.

    Per concludere, è un bene che in Italia si continui a tradurre questi titoli “delle origini” caso per caso, seguendo il senso che il titolo ha per il film e senza una formula standard rigidamente imposta, che non avrebbe senso. Ma bisogna anche imparare dalla lezione del pianeta delle scimmie, tenendo presente che dopo un’alba… può sempre capitare che te la pigli nel culo.

    Scena da Apes Revolutions

    Italiani che aspettano di sapere il titolo del prossimo Pianeta delle scimmie

  • Giustizia a tutti i costi (1991) – Il Seagal da evitare a tutti i costi

    Locandina italiana di Giustizia a tutti i costi

    Se oggi cercate il nome di Steven Seagal su Google vi comparirà questa descrizione: Rappresentante speciale per le relazioni umanitarie tra Russia e Stati Uniti. Neanche Google lo identifica più come attore, né come artista marziale, né musicista (sì, è stato tutte e tre queste cose), ma nel 1991 era un nome che ancora portava gente al cinema quindi alla Warner sopportavano tutte le sue smanie da divo, come ad esempio mettersi a piangere per una lampadina fulminata nella sua roulotte (curiosità trovata su IMDb e a cui credo ciecamente, mi sembra proprio il tipo).

    Steven seagal come appare su una ricerca google

    Lo screenshot sennò non ci credete

    Giustizia a tutti i costi sarà forse ricordato più per i suoi retroscena, tipo Seagal che vantava di essere immune allo strangolamento grazie al suo addestramento in aikido e sentita questa leggenda che Seagal andava raccontando in giro, lo stuntman Gene LeBell gli propose di metterla alla prova. Seagal da vero gallo accettò e finì per svenire cagandosi e pisciandosi addosso davanti a trenta persone. A volte la vita da stuntman regala soddisfazioni.

    Con un nuovo nome scemo, quello di Gino Felino, Seagal torna a spacciarsi per poliziotto italoamericano con una pessima imitazione dell’accento di Brooklyn (tranquilli, col doppiaggio ve lo risparmiate). Il cast di contorno è composto da tanti volti noti, più decenti di quanto meritasse il peggior film anni ’90 di Seagal (opinione personale).

    Questo è il film che negli anni ’90 faceva vacillare ogni certezza anche a un fan di Seagal come me. Quello che mi faceva domandare “perché mi piace Seagal esattamente?”. Poi mi riguardavo il successivo Trappola in alto mare e mi tornava in mente. Ho posseduto Giustizia a tutti i costi in VHS solo per completare la collezione ma era tra quelli da non rivedere mai. Infatti ho spezzato questo mio voto quasi trentennale solo per portarvi questa recensione. Quindi adesso vi leggete il mio riassunto delle avventure del detective Gino Felino (non c’è niente da fare, farà sempre ridere questo nome).

    La trama di Giustizia a tutti i costi

    Il film inizia con Seagal che manda a monte un’operazione di polizia volta a impedire un colpo “da 3 milioni di dollari” (in italiano “per una faccenda molto più importante”) solo perché non sopportava la vista di un pappone che menava una prostituta in strada. Salva la donna e infila la testa del pappone nel parabrezza di un’automobile. Ordinaria amministrazione seagalesca insomma.

    Titoli di inizio di Giustizia a Tutti i costi, la faccia di Seagal accanto al suo nome

    La cosa non ha conseguenze, non lo cacciano dalla polizia, non lo rimproverano, niente. Serviva solo a farci capire che è un buono, altrimenti sentendo quello che seguirà nella trama potreste pensare che Seagal interpreti l’antagonista piuttosto.

    Piccola nota prima di proseguire con la trama: solo io trovo involontariamente comica l’introduzione di Seagal? Dopo aver fatto volare il pappone attraverso un parabrezza, arriva un fermo immagine della sua faccia ed è qui che compare il nome enorme accompagnato dalla colonna sonora che praticamente gli fa “zan-zan!”.

    Ma a quanto pare Seagal ha personalmente approvato la colonna sonora del film, quindi dev’essere un uomo con una dose di autoironia.

    Il giorno stesso, un mafiosetto scoppiato, Richie Madano (William Forsythe), con la sua micro-banda di balordi, fa fuori Bobby Lupo, collega del detective Gino Felino. Immagino con quale serietà abbiano scelto tutti questi cognomi italo-americani. Felino poi è un cognome così raro che non pensavo nemmeno esistesse (se vi chiamate Felino vi chiedo scusa), probabilmente l’ha scelto Seagal, dizionario di italiano alla mano, pensando che fosse un cognome “cool”, perché Seagal è agile e svelto, come un gatto, uhh! No. Ti sei solo inventato un nome scemo e la rima in -ino aumenta solo questo effetto. Diciamo che anche esistendo il cognome Felino [alcune tracce in Puglia mi dicono], nessuno che conosce la cultura italiana lo avrebbe usato come nome “fico” per il protagonista di un film. Ancora una volta, mi scusino i Felino d’Italia.

    L’assassinio del collega di Gino Felino è l’evento che mette in moto il film. Seagal richiamato all’appello si presenta sulla scena del crimine con un berretto militare da mitomane e una vestaglia nera (tattica?) senza maniche. La polizia di Brooklyn opera così.

    Steven Seagal con berretto militare nel film Giustizia a tutti i costi

    Steven Seagal con berretto militare nel film Giustizia a tutti i costi

    Professione: mitomane

    Seagal a questo punto passa i prossimi quaranta minuti andando in giro a dire a tutti “io lo uccido”. Al suo capo dice che avrebbe ucciso Richie e chiede un’auto in borghese e un fucile a pompa. Con la nuova auto va fino al ristorante del capo dei capi, tale Don Vittorio, o Don Vito, a seconda della lingua in cui lo vedete, per dirgli “io lo uccido”. Poi va a casa dei genitori di Richie per dire “io lo uccido”. Poi va dal fratello di Richie e gli dice “lo troverò e gli piscerò in bocca”, giusto per non annoiare lo spettatore con la stessa battuta. Poi va dalla sorella, la offende in tutti i modi possibili e immaginabili per sapere dove si trova Richie promettendo che lo avrebbe ucciso. E io ancora mi sto chiedendo perché ce ne dovrebbe fregare qualcosa di questo Gino Felino (Seagal) accecato dalla rabbia e della sua voglia di uccidere Richie. E il film se ne rende conto perché nei primi quindici minuti gli sceneggiatori fanno piovere dal cielo (letteralmente a caso) un cucciolo di pastore tedesco che Seagal decide di adottare e portarsi dietro per tutto il resto del film. Ora sì che possiamo capire che è un buono. Nessuna persona malvagia potrebbe mai amare un pastore tedesco, giusto? Come lo chiamerà, “Blondi“? No, lo chiama “Coraggio”. Tipico nome che gli italiani danno ai loro cani.

    Seagal con in mano un cucciolo di pastore tedesco mentre guida l'automobile nel film Giustizia a tutti i costi

    A questo punto potrei fare QUALSIASI battuta su Seagal attore-cane!

    Tra un “io lo uccido” e un altro, Seagal trova sempre del tempo da dedicare ai topoi del suo genere: lo scontro in un negozio di alimentari dopo un inseguimento in auto, il tormentare gli avventori di un bar losco, la presenza di qualcuno che gli dice che fa il bullo solo perché ha la pistola, Seagal la mette via e lo punisce fisicamente, etc…; scene già straviste a questo punto della carriera cinematografica di Seagal e sempre condite da 1/10 aikido, 9/10 di manate in faccia, pugni nelle palle e sgraziati spintoni… le tipiche seagalate insomma. Per fortuna che a breve abbandonerà il genere poliziesco per passare al genere “diehardo”, così la dose di pipponi moralistici calerà drasticamente, almeno per un paio di film.

    Mamma mia che dolooore! (cit.)

    Il film è tutto un girovagare alla ricerca di Richie che intanto continua a fare il prepotente per Brooklyn sapendo che la sua ora sta per arrivare. E pensare che in fase di montaggio abbiamo “perso” addirittura trenta minuti di film. Si dice che siano stati tagliati per dare meno spazio all’antagonista, William Forsythe, perché essendo un bravo attore stava facendo sfigurare Seagal. È una leggenda alla quale posso credere tranquillamente. Forse anche molte scene con il cucciolo di pastore tedesco sono state accorciate perché il cane recitava meglio del protagonista.

    Se in Nico e Duro da uccidere (già recensiti) c’è ancora tanto con cui potersi divertire, Giustizia a tutti i costi è blando e triste, di arti marziali è quasi completamente a secco (pure per gli standard di Steven Seagal, il che la dice lunga!) ed è pieno di volgarità gratuite su prostitute e omosessuali (ovviamente non colpa dell’adattamento, che anzi, cerca di mitigare un po’ la situazione). Lo so che erano i primi anni ’90, ma mi è sembrato eccessivo anche per gli standard dell’epoca. Rivisitarlo oggi mi ha fatto comprendere perché non l’ho mai apprezzato neanche all’apice del mio interesse per Seagal: è un film privo di gioia. La scena più rappresentativa è forse quella del cattivo che costringe una ex-prostituta a stare con lui. Non vediamo niente di scabroso, ma le intenzioni bastano e avanzano. Trissssctezza proprio!

    La trisssssctezza!

     

    Il titolo: Out for Justice / Giustizia a tutti i costi

    Gran parte dei titoli dei film di Seagal sono sempre stati così generici in inglese che non biasimo la distribuzione italiana per essersi inventata spesso qualcosa di completamente diverso. Da Above the Law (=al di sopra della legge) che è diventato Nico (dal nome del protagonista) a Marked for Death che è diventato Programmato per uccidere, titolo ruffianissimo che ribalta completamente il significato originale per renderlo simile al precedente successo Duro da uccidere, che tra l’altro era l’unico tradotto praticamente alla lettera (Hard to Kill). Sono film di cui ho già parlato nei precedenti articoli di questo mio “ciclo di San Seagalino“, così è stato ribattezzato nei commenti della pagina Facebook di Doppiaggi italioti dopo che per pura coincidenza pubblicai una di queste recensioni il 14 di febbraio. In realtà la battuta era “Buon Seagalentino!” [Nota: San Seagalino è il protettore di mitomani e molestatori.]

    Locandina italiana di Giustizia a tutti i costi

    Locandina cinematografica

    Out for Justice (la traduzione potrebbe essere qualcosa tipo “in cerca di giustizia”) è l’ennesimo titolo generico di come li potrebbe sfornare un generatore automatico di titoli d’azione. E Giustizia a tutti i costi è un suo buon equivalente. Si dice che con “Out for Justice” la Warner abbia imposto un titolo di tre parole per imitare i precedenti film di Seagal. Si sa, a Hollywood sono molto scaramantici. Potrei sbagliarmi ma ho la sensazione che l’intenzione della Warner fosse anche quella di fare l’occhiolino ai giustizieri della notte. E non mi riferisco nello specifico ai vari capitoli de’ Il giustiziere della notte con Charles Bronson, ma anche di tutti i suoi cloni basati su un vendicatore solitario. La locandina stessa ricorda un film della Cannon appartenente a quel filone, Exterminator, con un tizio fotografato su sfondo nero. Tristissima e veramente svogliata.

    Locandina di Exterminator del 1980

    Non ne avevate una migliore?

    La locandina di Exterminator viene dall’articolo del blog Il Zinefilo che ha dedicato un ciclo ai (genericamente detti) giustizieri della notte. Chiaramente Exterminator non c’entra una mazza con questo film, ma in Giustizia a tutti i costi gli ammiccamenti ai giustizieri non mancano. Ad esempio, qui Seagal usa una palla da biliardo avvolta in un fazzoletto per spaccare la faccia alla gente, uno stratagemma non lontano dai dollaroni infilati nel calzino dal primo Il giustiziere della notte con Bronson. E gli dev’essere piaciuto così tanto che lo stratagemma delle palle da biliardo che lo ritroveremo in almeno un altro film del Sensei “S.S.”.

    Piccola curiosità: lo slogan della locandina di Giustizia a tutti i costi viene ritradotto una seconda volta per l’uscita home video, quindi da È un poliziotto. fa un lavoro sporco… ma qualcuno deve fare pulizia. presente sulla locandina cinematografica, in VHS arriverà con lo slogan: Quello del poliziotto è un mestieraccio… ma qualcuno deve pur eliminare la spazzatura…. Entrambe sono traduzioni dello stesso slogan: He’s a cop. It’s a dirty job… but somebody’s got to take out the garbage. Anche qui, le allusioni ai film sui giustizieri non mancano, ma nella sostanza non c’entra niente con quel filone. La Warner voleva solo attirare il pubblico con concetti familiari.

    William Forsythe che si punta la pistola alla testa in una scena del film Giustizia a tutti i costi

    Io quando mi sono ricordato che toccava rivedersi Giustizia a tutti i costi

    La versione italiana

    Dopo la parentesi toninoaccollana di Programmato per uccidere dove il protagonista era doppiato da Massimo Corvo, i film di Seagal tornano nuovamente in mano al team “storico” già visto in Nico e Duro da uccidere, cioè quello con la voce di Antonio Colonnello (per gli amici Fonzie) su Steven Seagal e Bruno Alessandro alla direzione. I dialoghi stavolta sono del veterano Mario Paolinelli (Jackie Brown, Parenti, amici e tanti guai, Caccia a Ottobre Rosso etc…) mentre i precedenti erano stati di Antonio Vecchietti. Del cast principale non posso non adorare e menzionare Luca Dal Fabbro nei panni del cattivo, Richie (William Forsythe), una scelta particolarmente indovinata. Un anno dopo avrebbe interpretato un altro criminale, Steve Buscemi nel film Le iene diventandone poi praticamente la voce ufficiale. L’intero cast è strapieno di voci note. Lascio che gli appassionati dell’argomento scoprano i nomi alla fine, nella scheda di doppiaggio in fondo all’articolo.

    Nel forum di Antoniogena.net il doppiatore Bruno Conti è intervenuto in un thread aggiungendo informazioni non note in precedenza (e tuttora non aggiornate). È grazie a lui infatti che conosciamo l’identità del direttore del doppiaggio e sempre grazie a lui abbiamo scoperto che l’attrice italo-americana Jo Champa doppiò se stessa per l’occasione.

    “La Champa venne a doppiarsi. Io facevo un delinquente nero all’inizio” (Bruno Conti)

    Di sicuro qualcosa di non abituale nel panorama del doppiaggio italiano. Per Jo Champa Giustizia a tutti i costi casca tra una partecipazione in un film di Damiano Damiani e quella nel Piccolo Buddha di Bertolucci, quindi magari per puro caso si trovava da quelle parti e ha avuto senso assegnare a lei il doppiaggio del suo stesso personaggio? Per quanto possa sembrare sensato sulla carta, un’operazione simile è molto rara nel panorama italiano ed è certamente una curiosità di questo doppiaggio. Non sorprende che la sua interpretazione “spicchi”, purtroppo in negativo. Non tutti gli attori, per quanto bravi nel loro mestiere, si prestano bene anche al doppiaggio, abbiamo un centinaio di anni di storia del doppiaggio che lo dimostrano e questo film del 1991 ne è l’ennesima conferma.

    Steven Seagal e Jo Champa in una scena di Giustizia a tutti i costi

    Seagal ci va a prendere anche il gelato vestito così

    Comunque, lo dico subito: la versione italiana è in tutto e per tutto migliore dell’originale, anche perché ci evita molti momenti imbarazzanti. Tra questi, Seagal che parla italiano.

    Seagal che parla “italiano”

    Con il doppiaggio italiano vi “perdete” le tante scene in cui Seagal parla italiano/siciliano con dei mafiosi, facendo finta di essere un italo-americano figlio di immigrati cresciuto a Brooklyn. A questo riguardo, in un’intervista a William Forsythe per AV Club, l’attore ricorda che Seagal aveva dubbi sull’accento di Forsythe, reputandolo non autentico e gli disse che avrebbe dovuto lavorarci su. Non sapeva che Forsythe è nato e cresciuto a Brooklyn e semmai era quel montato dell’Illinois Steven Seagal che avrebbe dovuto lavorare molto di più sul suo poco convincente accento “broccolino”. Per tacere poi del suo “italiano”. Anzi, non tacciamo, parliamone.

    Inutile dire che Steven Seagal non è Robert De Niro. Il “siculo” che sentiamo in Giustizia a tutti i costi è la fiera dell’approssimazione con parole buttate lì, frasi che non direbbe nessuno e qualche pronuncia “alla spagnola”. Senza girarci tanto intorno, Seagal che parla italiano fa ridere. Soprattutto quando gli altri interlocutori sono chiaramente attori italo-americani che almeno la parlata dialettale dell’immigrato la sanno fare perché è la loro o è quella dei loro genitori. Basti vedere i vari cognomi nel cast (Maccone, Russo, Ciarfalio, Bongiorno, DeSando, Spataro, Corello e questi sono solo alcuni) per capire che l’unico fasullo qui è Steven Seagal e il suo trapianto di capelli.

    Tutto questo ovviamente non traspare nella versione italiana dove Seagal parla con un italiano standard e i mafiosi parlano semplicemente con un’inflessione dialettale, come è lecito aspettarsi in questi casi. La rozzezza di Seagal nell’approcciarsi a un film ambientato a Brooklyn ha portato anche a un errore grossolano che ci siamo evitati nel doppiaggio italiano per fortuna: quello di Don Vittorio che viene chiamato da Seagal “Don Vito“.

    Scena di Giustizia a tutti i costi dove Seagal chiama Don Vittorio Don Vito

    Posso solo ipotizzare che sul copione ci fosse scritto Don Vitto’, ma che Seagal nato in Illinois non abbia capito che si trattava di un’abbreviazione. Con un precedente stranoto come quello di Don Vito Corleone del Padrino di Coppola, è molto probabile che Seagal abbia visto scritto DON VITTO’ e pensato che quello fosse lo spelling di “Don Vito”, senza porsi altre domande. Quindi nel film in inglese i sottotitoli riportano DON VITTORIO mentre Seagal dice DON VITO.

    Ma che, forse si chiama Don Vito Vittorio?

    Tra slang e ‘maleparole’

    Dello slang italo-americano standardizzato in italiano per il doppiaggio ci perdiamo cose come “this mamaluke” (americanizzazione di mammalucco) tradotto come “questo stronzo piedipiatti”, ma capisco che nel semplice tradurle in italiano esempi simili passerebbero dall’essere colorite offese “etniche” a offese sceme. Troppo sceme per dei criminali assassini. Quando si dice adattare e non semplicemente tradurre, eh? Altre espressioni rimangono se hanno senso per il personaggio e per la situazione in cui vengono usate, come “finooks” che diventa “finocchi” che Seagal usa durante una delle sue scene di prepotenza. Come dicevo, non è un protagonista particolarmente piacevole in qualunque lingua lo guardiate. In lingua originale non mancano anche cose come “citruls” in riferimento agli scagnozzi scemi. La parola viene da “citrullo” del dialetto napoletano, ovvero “cetriolo”, una persona sciocca.

    Anche questo film ha un “You understand English? Teach this guy some English.” e viene tradotto in modo simpatico: “Hai letto il vangelo? Spiegaglielo tu il vangelo” (niente “parli la mia lingua?” stavolta). E c’è anche un altra frase classica: “I’m too old for this shit” rubata direttamente ad Arma letale e qui resa con “Mi sento troppo vecchio per questo scempio“.

    Il film, non lo ripeterò mai abbastanza, è superiore all’originale sia nei dialoghi che nel cast di doppiatori. Antonio Colonnello continua ad essere un attore migliore di Seagal (forse la voce più adatta al suo volto in questo genere di film) e quello di Mario Paolinelli è un copione che cambia quello che è lecito cambiare e migliora quello che è lecito migliorare. Innumerevoli sono le battute scritte meglio in italiano. È il film che purtroppo ha i suoi limiti. Ci sono alcune sfumature però che mi piacerebbe analizzare. Ad esempio il fatto che in italiano il nostro poliziotto protagonista sembri un po’ più retto di quello originale.

    Faccia buffa di Steven Seagal in una scena del film

    Fai le faccette, le faccette! (cit.)

    Un poliziotto più retto, in italiano

    Qui analizzo quelle che sono semplicemente delle sfumature.

    – If one of your people gets this guy, he gets what? Seven to ten, maybe?
    – Yeah, maybe, if we’re lucky.
    – You know our ways, it must be dealt with by us.

    – Se tu o uno dei tuoi arresta Richie, e lui quanto piglia? Da sette a dieci. Pure pure.
    Magari anche venti.
    – Conosci le nostre regole, dobbiamo sistemarlo noi.

    Sembra una piccola cosa ma mentre in inglese Seagal conferma l’argomentazione del mafioso (“Forse, quando ci va bene!”), dove una pena prevista dalla legge sarebbe troppo poco per punire Richie, in italiano sembra comunque una risposta da poliziotto retto che essenzialmente sostiene che magari Richie si potrebbe beccare anche molti più anni di galera e quindi sembra portare avanti la tesi del rispetto delle regole e della legge. Ovviamente non torna con il successivo “se questa volta lo trovo prima di voi, lo ammazzo io”.

    In un altro caso simile, un mafioso dice al nostro detective Gino Felino “di fronte a tanti colleghi tuoi, io mi posso considerare un chierichetto” e Seagal risponde “ma che mi dici?“. Ora, questo potrebbe essere interpretato con ironia, ma io non ce ne sento abbastanza. In inglese era “ain’t it the truth“, che potrebbe essere tradotto con un semplice “quanto è vero”.

    Insomma di questo poliziotto fuori dalle regole nella versione italiana ci ritrovo una versione un po’ più “ripulita” di quella originale. Ripeto, stiamo parlando di piccole sfumature in un adattamento ottimo che non mi fa neanche sforzare a inventarmi delle gag, ci pensa il film stesso a servirmele:

    “Lo sbirro scassatutto viene a scassare le palle, eh?”

    Scena dal film

    Lo sbirro scassatutto viene a scassare le palle, eh?

    In originale: Hey, Officer Big Shot, come to bust my balls? Traducibile come: “l’agente Pezzo-Grosso è venuto a rompermi le palle?” e possiamo facilmente immaginare un adattamento moderno di questo tipo, molto fedele all’originale, ma artefatto e privo di gioia e naturalezza. Li conoscete bene gli adattamenti così, li sentiamo letteralmente tutti i giorni e siamo praticamente abituati alla loro presenza.

    Ho accennato ad un alleggerimento delle volgarità ma per carità non lo scambiate per censura, come ho già detto molte volte in passato non tutte le frasi volgari in lingua inglese possono essere trasposte talis qualis in un dialogo italiano perché l’uso della volgarità non è sempre equiparabile nelle due lingue. Questo ad esempio è un caso dove l’italiano invece le aggiunge (per motivi comici):

    – E tu che ci fai qui? Non sei amico di Don Vittorio?
    – C’ho tanti amici.
    Passi dalla cacca alla merda. [In originale: You jump around a little bit]

    All’opposto altre battute ci fanno anche il piacere di essere meno volgari, come “I can’t believe you can still eat with that mouth” (trad. Incredibile che ci riesci ancora a mangiare con quella bocca) che diventa in italiano: “A sentirti parlare sembri una monaca di clausura“. Oppure la prostituta che chiede a Seagal “you wanna fuck?” che diventa “Ehi, bello, lo facciamo un capriccio?”.

    Ci sono tante belle frasi in questo copione italiano, purtroppo sprecate in un film che non consiglio di vedere assolutamente a nessuno. Ma so che ha i suoi fan, c’è chi addirittura lo considera il migliore dei suoi film. De gustibus. A vostro rischio e pericolo.

    Scheda di doppiaggio di Giustizia a tutti i costi

    Direttore di doppiaggio: Bruno Alessandro. [fonte Bruno Conti]

    Dialoghista: Mario Paolinelli [fonte SIAE]

    Società di doppiaggio: [ignota]

    Il cast di doppiatori

    Antonio Colonnello: Detective Gino Felino (Steven Seagal)
    Luca Dal Fabbro: Richie Madano (William Forsythe)
    Sergio Rossi: Capitano Ronnie Donziger (Jerry Orbach)
    Jo Champa: Vicky Felino (Jo Champa)
    Silvia Pepitoni: Laurie Lupo (Shareen Mitchell)
    Michele Kalamera: Frankie (Sal Richards)
    Paolo Buglioni: Bobby Arms (Jay Acovone)
    Riccardo Rossi: Vinnie Madano (Anthony De Sando)
    Franco Zucca: “Tatuato” (Sonny Hurst)
    Paolo Vivio: Tony Felino (Julius Nasso Jr.)
    Carlo Valli: Chas “la sedia” (Jorge Gil)
    Bruno Conte: Pappone (???) [Fonte: Bruno Conte]
    Paolo Lombardi: “Station Wagon Tough Guy” (Sonny Zito) [riconosciuto da Leo]

    Altre voci nel film: Ambrogio Colombo, Franco Chillemi. [Fonte: Antoniogenna.net]

    Al momento rimangono sconosciute le doppiatrici di Gina Gershon – link alla clip audio – (nel ruolo di Patti Madano) che su Wikipedia è erroneamente segnalata come voce di Paila Pavese (e vorrei proprio sapere chi diffonde certe panzane) e Julianna Marguiles (nel ruolo di Rica), oltre a una moltitudine di altri personaggi, ciascuno con una o poche battute.

    Consigli finali

    Dell’esordio anni ’90 di Seagal, questo è il suo film più fetente. Un adattamento ottimo, un cast vocale eccellente e interpretazioni spesso anche divertenti ahimè non bastano a garantire una mia raccomandazione. Di sicuro è arrivato al pubblico italiano nel miglior modo possibile, ma il film è quello che è. I limiti di avere un protagonista di legno li accusiamo tutti e gravemente quando la trama non ci regala niente dal punto di vista dell’intrattenimento. E poi vorrei sapere come si fa a finire il film su un fermo immagine simile? Gli addetti al montaggio volevano prenderlo in giro, non ci sono altre spiegazioni.

    Fotogramma finale del film


    Gli altri articoli del mio ‘ciclo di San Seagalino’:

  • TITOLI ITALIOTI: Weekend con il morto e i suoi sequel, veri e non

    weekend con il morto, locandine italiana e americana a confronto

    La rubrica TITOLI ITALIOTI oggi ci porta al mare con WEEKEND CON IL MORTO (Weekend at Bernie’s, 1989). Il titolo originale fa riferimento al weekend che i protagonisti passano nella casa al mare del loro capo, Bernie Lomax, che però viene assassinato. I due, per non essere incolpati dell’omicidio, si “godranno” il fine settimana facendosi vedere in compagnia di Bernie e fingendo che sia ancora vivo. Basteranno un paio di occhiali da sole e notevoli capacità da burattinai.

    Letteralmente traducibile come “Weekend a casa di Bernie” (o “Weekend da Bernie”), ho sempre trovato leggermente più efficace il titolo italiano, perfetto per il genere di film (commedia ovviamente). Ma sia in italiano sia in lingua originale, è indiscutibile che il titolo abbia una sua immediata riconoscibilità. Arrivato in Italia nel settembre 1990 per la Pentafilm (tenetelo a mente perché è importante) con una locandina che ricalca quella di altre versioni europee, è stato un successo anche nello stivale italico e questo non poteva non tentare la distribuzione italiana, sempre pronta ad inventarsi titoli ammiccanti (o dovrei piuttosto dire “freganti”) pur di portare il pubblico in sala. E così nei primi anni ’90, insieme a Weekend con il morto arrivano in Italia anche una serie di sequel apocrifi e… “occhiolineggianti”.

    Scappatella con il morto (Sibling Rivalry, distribuzione Penta, settembre 1991)

    Scappatella con il morto, locandina italiana e americana a confronto

    Esattamente un anno dopo Weekend con il morto arriva Scappatella con il morto, titolo originale Sibling Rivalry (1990) di Carl Reiner, sempre distribuito dalla Pentafilm e sempre a settembre (visto censura: 9 settembre ’91). Nel film Kirstie Alley, insoddisfatta della sua vita sessuale con il marito, decide di mettergli le corna con un baffone in là con gli anni (Sam Elliott) che però le muore durante l’atto. Se ve lo domandate no, non metterà un paio di occhiali da sole al cadavere per potarlo a zonzo e far finta che sia ancora vivo, perché ovviamente non ha niente a che vedere con Weekend con il morto. Ma siccome c’è un morto ed è una commedia, perché non spacciarlo come tale ai meno attenti, così tentando di ripeterne il successo? Hanno usato anche lo stesso identico set di caratteri per il titolo! Non è truffare, è “ingannare con stile” (semi-cit.).

    Il titolo originale significa letteralmente “rivalità tra fratelli” o, in questo caso anche tra sorelle. Non voglio sciuparvi qualche sorpresa del film dicendo altro, vi basti sapere che la rivalità del titolo originale vale per entrambi ed è una vera rogna linguistica il fatto che in italiano non abbiamo una parola generica che indichi fratelli e sorelle indistintamente come in inglese con “siblings”. In questo caso scegliere tra l’uno e l’altro (“rivalità tra sorelle” o “rivalità tra fratelli”) sarebbe stato un errore, perché avrebbe ignorato metà del significato del titolo originale. Ma andare a scomodare “i morti” è una mossa molto paracula, come piace dire a me.

    E se il morto non c’è?

    Weekend senza il morto (Only You, distribuzione Penta, settembre 1992)

    Weekend senza il morto locandine italiana e americana a confronto

    Se il morto non c’è, è ancora più facile: si fa il weekend senza il morto! Un titolo associabile letteralmente a qualsiasi film ambientato in un fine settimana. Anche questo è della Penta. Cominciate a vederci un filo conduttore dietro tutti questi “morti” che la Penta si tira fuori ogni settembre per replicare il successo di Weekend col morto?

    Commedia romantica su un triangolo amoroso la cui unica connessione con Weekend con il morto è l’attore principale. La locandina cinematografica ci parla infatti di un altro esilarante “finesettimana” e giustifica anche il titolo italiota: “ritorna il protagonista di Weekend con il morto Andrew McCarthy“, che in realtà più che una scusa è una prova di colpevolezza. Ritorna ovviamente il font usato per tutti i precedenti “morti”. La Penta voleva spacciarlo per un vero e proprio sequel, in attesa di quello vero. A questo proposito, si sono persi un’occasione d’oro di usare una locandina alternativa che invece vedeva i protagonisti palesemente su una spiaggia!

    Only You, locandina film del 1992 con protagonista sulla spiaggia attorniato da ragazze

    Almeno freghiamoli bene questi spettatori, no?

    La versione italiana è a cura della CDC, dialoghi di Marco Mete e diretto da Roberto Chevalier. Cioè lo stesso team del vero primo film.

    Non mi è chiaro perché alla Penta abbiano deciso di usare la stessa locandina americana con quello sfondo nero che risulta pesante e che di solito si associa alle commedie nere o comunque condite con dramma, oltre ai film d’arte. Sì, ci sono le sdraio in bambù, ma si capirà mai cosa sono se non avete già letto la sua trama su una vacanza in Messico? Ricorda piuttosto la locandina del “film-teatrale” Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante, ma i primi anni ’90 erano tempi strani. Anni in cui Weekend con il morto 2 arriva praticamente come quarto film!

    Weekend con il morto 2 (Weekend at Bernie’s II, distribuzione Gruppo Bema, gennaio 1993)

    weekend con il morto 2 locandina italiana e americana a confronto

    Dopo due finti seguiti inventati dalla Pentafilm (che all’epoca fondeva insieme Cecchi Gori e Fininvest), il seguito UFFICIALE di Weekend con il morto arriva in Italia in una data ben poco estiva, gennaio del 1993, distribuito non più dalla Penta ma dal duo Achille Manzotti / Angiolo Stella (che ne ha l’esclusività). Alla Pentafilm si saranno mangiati le mani, erano tre anni che lo aspettavano!

    Che dire, stavolta è il VERAMENTE VERO seguito e, ironia della sorte, è l’unico che arriva con un “font” diverso. La scritta in locandina infatti ricalca quella originale, abbandonando completamente lo stile usato dalla Penta per il primo capitolo e per i suoi finti sequel settembrini.

    titolo italiano weekend con il morto 2 da VHS

    Occasione mancata per chiamarlo “Un altro weekend con il morto”, ma temo che si sarebbe confuso con i sequel fasullissimi che giravano quegli anni. Sarebbero stati anche gli anni giusti per sfornare un doppio sequel apocrifo: Mamma, ho fatto il weekend con il morto, ma non è mai successo. [non vi perdete il precedente episodio sui finti Mamma ho perso l’aereo]

    La versione italiana di Weekend con il morto 2 è della Video2, diretta e dialogata da Tonino Accolla, con un cast di doppiatori completamente nuovo rispetto al precedente. Nel film, Tonino Accolla finisce per dare la voce persino a una capra. Arriverà in VHS nel marzo 1993, a soli due mesi dall’uscita cinematografica, tempi simili sarebbero un record anche oggi. Per il 1993 voleva dire che al cinema aveva floppato come pochi altri prima di lui. Mi sa che la passione italiana per i weekend necrofili era già scemata. In italiano non è mai uscito in DVD o Blu-Ray. La Manzotti Home Video evidentemente non ha mai fatto il grande salto al digitale.

    Nonostante vari tentativi di produrre un Weekend at Bernie’s III, il 2 sarà l’ultimo weekend con il morto, ma non per gli italiani.

    In Porsche con il morto (Dream Machine, prima TV italiana luglio 1994)

    In porche con il morto, locandina vhs italiana a confronto con la locandina americana

    Uno di quei film sciagurati che hanno come protagonista lo sfortunato Corey Haim, che dopo alcuni riuscitissimi titoli di fine anni ’80 (Ragazzi perduti, Licenza di guida) è finito per ritrovarsi nel decennio successivo in una cornucopia di filmacci dimenticati dalla storia. Dream Machine è uno di questi. Inutile dire che siamo l’unico paese ad averlo associato a “Weekend con il morto” perché nel film, sì, c’è un cadavere (nel bagagliaio dell’auto). Come abbiamo visto dal weekend “senza” il morto, per i distributori italiani bastava anche meno.

    La VHS di In Porsche con il morto è datata 1994, stesso anno dei passaggi televisivi (PRIMA TV Italia1 mercoledì 20 luglio 1994 alle 20:30 per il ciclo “mercoledì si ride”. Fonte Radiocorriere n°29 del 1994). Nel 2004 è stato pubblicato anche in DVD per la Mari Distribuzione, questa edizione adesso è un costosissimo fuori catalogo.

    La settimana dopo ne arrivava un altro, sempre in TV! Quando si dice un periodo morto.

    Vacanza con il morto (Lena’s Holiday. Prima TV italiana luglio 1994)

    Locandina americana di Vacanza con il morto

    Una donna viene coinvolta in una valigia di contrabbando quando il suo bagaglio viene scambiato accidentalmente con una valigia identica…

    Date le scarse informazioni presenti online (lo riporta solo FilmTV) suppongo che questo film sia passato pochissime volte in televisione e non abbia mai neanche visto una misera uscita in VHS. Il figlio di Jack Lemmon non attirava abbastanza attenzione evidentemente.

    Radiocorriere n°30 del 1994

    La prima TV italiana è del luglio 1994 su Raidue alle 20:40 (ma vi ricordate quando la prima serata iniziava a quell’ora???), probabilmente OFFUSCATO (oggi diremmo ASFALTATO) da Giochi senza frontiere (ma vi ricordate quando guardavamo GSF???) che iniziava a quello stesso orario su Raiuno. [Fonte Radiocorriere. Grazie Federico per la dritta].

    Una calda estate per i “finti morti”, quel luglio 1994.

    Morti bonus

    Vediamoci stasera… porta il morto (Mystery Date, 1991/1992)

    Locandina del film Vediamoci stasera porta il morto

    Mi è stato suggerito dall’utente gigiofrappola su Twitter e lo voglio mettere tra i morti “bonus” perché, per quanto questo titolo non abbia la formula tipica vista negli altri casi, quella che include un “weekend” o “con il morto”, certamente fa sorgere qualche sospetto quando vediamo quel “morto” in un titolo italiano molto diverso dall’originale (Mystery Date) e che viene presentato al tavolo della censura nel dicembre 1991, ovvero proprio durante l’ondata di finti “weekend con il morto”. Diciamo che Vediamoci stasera… porta il morto è un po’ sospetto. Il mistero si infittisce andando a vedere gli archivi dei visti censura, perché è stato presentato ben due volte (il 30 dicembre 1991 e poi il 6 febbraio 1992) ed è registrato solo con il suo titolo originale “Mystery Date”, senza un titolo italiano dunque. Mi viene da pensare che l’idea del titolo con morto sia arrivata successivamente al visto censura. Il film arriverà anche in VHS.

    Un caso molto curioso invece ci viene dall’archivio dei visti censura ed è il seguente

    Assassino senza colpa (Rampage, visto censura 1991)

    visto censura di Assassino senza colpaSebbene penso che si tratti semplicemente di un errore di inserimento, non posso non elencare anche questo caso. Il catalogo di Italiataglia.it (il sito che raccoglie tutti i visti censura, che, ricordo, vengono inseriti “a mano”) elenca il film Rampage di William Friedkin con il titolo Assassino senza colpa (con cui è uscito al cinema e in VHS) ma anche con il titolo alternativi di Weekend con il morto 2 (“WEEKEND CON IL MORTO 2, ORA ASSASSINO SENZA COLPA”) due anni prima del seguito ufficiale (visto censura è del 19 dicembre 1991). Rampage è stato distribuito in Italia dal solito conglomerato CecchiGori-Fininvest esistito come Penta o Cecchi Gori Group – Fin.Ma.Vi, e le alternative per spiegare questo caso curioso sono due:

    1) Volevano effettivamente proporlo come Weekend con il morto 2 nonostante non si tratti assolutamente di una commedia, anzi, ha ottenuto un VM14!

    2) Chi si occupa dell’inserimento dei dati su Italiataglia ha commesso un errore, lasciando parte delle informazioni di una scheda compilata immediatamente prima (non sarebbe la prima volta che noto qualcosa del genere). Questa la ritengo l’opzione più probabile, anche vista la presenza di un altro refuso, cioè una modifica datata “9 aprile 1912”.

    Di certo è degno di nota e ringrazio Francesco Finarolli per averlo portato alla mia attenzione insieme a questo episodio di Perry Mason (del ’94) intitolato Serata con il morto (in originale The Case of the Lethal Lifestyle). Ma visto il genere “giallo” non lo si può certo incolpare di voler ingannare gli spettatori con questo morto nel titolo.

    Perry Mason serata con il morto


    Con la metà degli anni ’90 sembrano sparire i derivati di Weekend con il morto, la necrofilia non tirava più evidentemente, fatta eccezione per un tardivo omaggio nel 2017.

    Crazy Night – Festa col morto (Rough Night, Warner Bros. 2017)

    Crazy night notte col morto locandina italiana e americana a confronto

    Descritto come “Una notte da leoni al femminile”

    Il titolo originale (Rough Night) ovviamente non è un rimando a Weekend at Bernie’s, ma in Italia continua a essere viva la tradizione di dare ai film, specialmente le commedie, un titolo che ammicca a precedenti stranoti. Del resto è successo anche nel 2019 con Knives Out distribuito in Italia dalla Leone Film Group con il titolo Cena con delitto – Knives Out, chiaramente ispirato a “Invito a cena con delitto”.

    C’è da dire che in America l’uso di “NIGHT” è diventato caratteristico di commedie che si svolgono nel corso di una notte di follie: Rough Night (2017), Game Night (2018) — entrambi della Warner —, Date Night (2010), Amateur Night (2016). Inoltre lo slogan americano ammicca direttamente a Una notte da leoni (The Hangover) quando dice che “la sbornia” (the hangover) sarà l’ultimo dei loro problemi.

    L’uso di “night” nel titolo fa leva sullo stesso meccanismo di immediata riconoscibilità di genere/tipo di film che in Italia ha portato a titoli “col morto” o “con delitto”. Non lo facciamo soltanto noi insomma, ma i nostri casi sono sempre i più pittoreschi. Per intenderci, nessuno in America ha ancora prodotto un “Weekend without Bernie” (weekend senza Bernie).

    Anche per oggi, dal mondo dei titoli italioti è tutto. E come vedete, il sottoscritto, Evit, non è morto. Orsù, ora torniamo a goderci l’estate, che la vita è breve. Ciao gente!

  • TITOLI ITALIOTI: Tutti i seguiti di Mamma ho perso l’aereo, veri e non

    TITOLI ITALIOTI: Tutti i sequel di Mamma, ho perso l’aereo, veri e apocrifi

    Ispirato dall’articolo sul blog On the Rock: Storie del Rock and Roll e del cinema, che a sua volta si era ispirato alla mia storica rubrica TITOLI ITALIOTI, mi sono reso conto di non aver mai esplorato la pletora di “seguiti” di Mamma ho perso l’aereo, una serie che ha i suoi sequel ufficiali e una valanga di sequel apocrifi o titoli che “omaggiano” e occhiolineggiano (la invento qui e ora) al capostipite. Film insomma che hanno voluto campare del suo successo.
    Ecco quindi la lista dei tanti “genitore, ho fatto qualcosa”, che è più lunga di quanto avessi inizialmente sospettato.

    locandina di Mamma ho perso l'aereo

    L’unico e inimitab– ah, no.

    Il precursore del titolo Mamma, ho perso l’aereo

    La formula “persona”+”ho fatto qualcosa”, ha teorizzato Tommy del blog sopra citato, potrebbe originare da Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi (Honey, I Shrunk the Kids, nullaosta gennaio 1990), distribuito dalla Warner Bros. Italia, che esattamente un anno prima di Mamma ho perso l’aereo aveva ottenuto successo anche nel nostro paese.

    Locandina di Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi

    E si sa, quando un titolo “funziona” definisce anche il genere. Da quel momento l’espressione “persona+ho fatto/è successo qualcosa” sembra diventare una buona idea per le commedie per ragazzi. E per una volta l’idea non viene da biechi distributori italiani ma (presumo) direttamente dall’America. Infatti il titolo Mamma, ho perso l’aereo, (Home Alone, nullaosta gennaio 1991, distr. 20th Century Fox), come già scritto nel mio approfondimento sull’adattamento italiano del film, non è esclusiva italiana, la Fox ha proposto un titolo simile anche in altri paesi, ed è impossibile immaginare che francesi e canadesi possano essere arrivati indipendentemente allo stesso identico titolo (Maman, j’ai raté l’avion).

    Da questo momento in Italia è successo quello che era già successo negli anni ’60 con la formula “per favore, non…” che dai tempi di Per favore non mangiate le margherite (Please, Don’t Eat the Daisies), Per favore non toccate le vecchiette (The Producers) e Per favore non mordermi sul collo! (Dance of the Vampires) aveva definito il genere comico per l’intero decennio. Esagero ma non più di tanto.
    Ogni decennio dunque ha la sua piaga di titoli italiani derivativi e negli anni ’90 è stata la volta di “Mamma, ho…” e delle sue infinite varianti. Una piaga che, sorprendentemente, si è protratta praticamente fino ad oggi.

    I derivati di Mamma ho perso l’aereo (1991 – 2021) – La lista completa

    Ho cercato di elencarli tutti tutti tutti e di essere il più completo possibile. A questo proposito ho usato le locandine cinematografiche anche a costo di rubarle da eBay in qualità discutibile, perché fanno parte della narrazione di una distribuzione che cerca di ingannare lo spettatore. La lista, in ordine cronologico di uscita in Italia, inizia con un titolo che solo apparentemente non c’entra niente: Gli AcchiappaRussi!

    Gli AcchiappaRussi (Russkies, nullaosta novembre 1989, distr. Cecchi Gori Group Fin.Ma.Vi)

    Locandina del film Gli acchiapparussi, in originale Russkies, poi intitolato Mamma ho preso un russo

    Sembrerebbe un titolo sulla formula di Ghostbusters – Acchiappafantasmi, del resto era proprio di quell’anno Ghostbusters II, quindi a suo modo un titolo italiota per motivi completamente diversi ma che non c’entra niente con Mamma ho perso l’aereo. Arriva poi in VHS Vivivideo datata 1990 con lo stesso titolo della locandina cinematografica. Tuttavia il film è anche noto come: “MAMMA, HO ACCHIAPPATO UN RUSSO“!

    Mamma ho acchiappato un russo, titolo televisivo da Rete4 del film Gli Acchiapparussi

    Schermata presa da Tommy G. da uno spot pubblicitario del 23 marzo 1993

    Un cambio di titolo creato evidentemente per la TV e successivo al gennaio del 1991, cioè quando Mamma, ho perso l’aereo, il capostipite, arrivò in Italia. ‘Fonte YouTube’ sostiene che il film Mamma ho acchiappato un russo arrivò in prima visione TV su Italia1 il giorno seguente alle 20:30 (24 marzo ’93).
    E si sono dimenticati di mettere la virgola dopo “mamma”, se vogliamo dirla tutta.

    Papà, ho trovato un amico (My Girl, nullaosta gennaio 1992, distr. Columbia Tri-Star)

    Locandine a confronto Papà ho trovato un amico a fianco della locandina originale intitolata My girl

    Non credo proprio che nelle intenzioni della sceneggiatrice di questo film ci fosse l’idea di sfruttare il successo di Mamma ho perso l’aereo, ma era certamente il momento propizio per gli Studios per sfruttare Macaulay Culkin, l’attore-bambino del momento. E in Italia ci piace strafare, infatti siamo i soli ad aver dato un titolo che omaggia al più famoso “mamma, ho…”. In molti altri paesi è arrivato con un titolo identico all’originale (My girl) o nella variante “il mio primo bacio”. Quindi Papà, ho trovato un amico è a tutti gli effetti un titolo italiota. Se vi piace vedere il mondo bruciare sappiate che “Il mio primo bacio” è invece il titolo italiano del seguito, My Girl 2 (1994). Confusi? Vi capisco. In questo non c’era Macaulay, quindi il film non si è meritato la formula “genitore, ho…” ed è stato spacciato come un film completamente nuovo e slegato al primo My Girl. Bello il mercato italiano, eh? I fan di questi due film ovviamente sanno dell’inghippo, ma non lo rende meno paraculo.

    Mamma, mi compri un papà? (The Maid, nullaosta febbraio 1992, distr. Delta)

    Locandina del film Mamma mi compri un papà accanto alla locandina originale intitolata The Maid

    Jacqueline Bisset, single parigina in carriera con una figlia di 6 anni, incontra Martin Sheen, uno scapolo americano e tra i due adulti è colpo di fulmine (ci raccontano su Wikipedia). Per starle vicino, Martin Sheen decide di fare da baby-sitter. C’è una bambina, c’è una mamma, è il 1992… il titolo “mamma, qualcosa” vien da sé. Direte, vabbè Evit, ma ora non si può più usare “mamma” in alcun titolo senza che tiri fuori Mamma, ho perso l’aereo? Posso solo dire che visto la scelta del titolo, l’aspetto stesso del titolo in locandina e l’anno di uscita… la cosa puzza.

    Mamma, ci penso io! (di Ruggero Deodato. Nullaosta giugno 1992)

    Locandina francese di Mamma ci penso io di Ruggero Deodato, Les Petites Canailles

    Nel 1992 anche Ruggero Deodato si dedica ai bambini e qui c’è pure un aeroplano! Copio e incollo la trama confusionaria presente sul sito del Giffoni Film Festival dove fu presentato (fuori concorso) per poi essenzialmente scomparire dalla faccia della Terra. Infatti non ho trovato nemmeno una locandina italiana, soltanto una francese (Les petites canailles).

    Mentre attendono all’aeroporto di Caracas l’aereo che li riporterà negli Stati Uniti, Jane Morris e i suoi figli Danny, di 11 anni e Pearl, vengono coinvolti in una drammatica avventura. Un artigiano locale che si serve di bambole fatte a mano per contrabbandare diamanti, regala a Pearl una bambola; ma quando questa casca per terra, i diamanti si spargono sul pavimento sotto gli occhi della polizia. Jane viene arrestata e i bambini affidati a un funzionario dell’Ambasciata americana. Ma Danny fugge perché vuole ritornare all’aeroporto e rintracciare l’artigiano che ha donato la bambola. Si imbatte invece in una gang di giovani che lo derubano di tutti gli abiti; viene anche picchiato da Miguel, ma finisce con l’unirsi a loro; attraverso una serie di disavventure, attraverso le quali si crea una amicizia fra Miguel e Danny, i ragazzi finiscono col trovare il contrabbandiere e a consegnarlo alla polizia, di modo che la mamma di Danny possa essere liberata.

    Mamma, ho riperso l’aereo – Mi sono smarrito a Caracas

    Mamma, ci penso io! è stato distribuito in pochissimi paesi e dubito che ne vedremo presto un Blu-Ray. Il titolo italiano è sensato rispetto alla trama e non sospetto necessariamente a una trovata per spacciarlo come seguito apocrifo del nostro capostipite. Di sicuro il “mamma” negli anni ’90 era di forte richiamo per il genere, quindi che la scelta del titolo sia stata influenzata da quello che l’aereo l’aveva perso ci può stare, senza dover gridare necessariamente alla truffa. Certo ce n’erano di mamme nelle videoteche degli anni ’90!

    Mamma, ho trovato un fidanzato (VHS Hollywood Video datata 1993)

    mamma ho trovato un fidanzato

    Nel 1993 ci inzuppa il biscotto anche la Hollywood Pictures Home Video che porta direttamente in videocassetta il film Son in Law con questo titolo italiano per niente truffaldino MAMMA, HO TROVATO UN FIDANZATO (si capisce che sono ironico?). È una commedia, quindi mettici “mamma, ho…” e sei a posto. A questo punto siamo fortunati che Forrest Gump non si sia intitolato Mamma, ho trovato una scatola di cioccolatini.

    Su questa stessa formula la Disney sarà più furba quando nel 1994 porterà in Italia Blank Check con il titolo Ho trovato un milione di dollari. E lo sappiamo benissimo che la prima idea sarà stata “Mamma, ho trovato un milione di dollari“, ma poi qualcuno avrà pensato che non era una mossa degna del marchio Disney. Il bambino “furbetto” in copertina completa l’opera da solo senza bisogno di essere così ovvi.

    Mamma ho trovato un milione di dollari, locandina a confronto con l'originale Blank Check

    Qualcuno lo ricorda con il titolo di “Mamma, ho trovato un milione di dollari” ma è un falso ricordo creato dall’ovvia associazione mentale con il più famoso “mamma, ho…”, alimentata dalla locandina stessa, in puro stile film Disney per ragazzi. Dopo Culkin infatti, negli anni ’90, esplose la moda “bambini furbi” e la Disney è quella che ha cavalcato questo modello più di tutti, portandolo anche nei film d’animazione fino agli anni 2000. Tutti col sopracciglio sollevato e l’aria impertinente, with an attitude come si dice in inglese (con la spocchia). Io c’ero, me lo ricordo.

    Le follie dell'imperatore, sopracciglio alzato

    In America si diceva cool, a Napoli strunz.

    Ritornando al nostro Ho trovato un milione di dollari, a meno che non mi portiate prove incontrovertibili che evidenziano il contrario, ribadisco con certezza assoluta che questo film non è mai esistito con il “mamma” nel titolo. Oh, e a proposito di mamacitas, che dire di questa Disney risqué anni ’90?

    Scena del bacio tra bambino e donna adulta in Ho trovato un milione di dollari disponibile su Disney Plus

    Scena del bacio tra bambino e donna adulta in Ho trovato un milione di dollari disponibile su Disney Plus

    Uauauiua! Se siete interessati alla ρεdοfiliα, Disney Plus ha il film perfetto per voi in catalogo.

    A proposito di film mancati, stupisce che Bushwhacked del 1995 con l’attore che in Mamma ho perso l’aereo interpretava il ladro Marv (Daniel Stern) non sia stato intitolato Mamma, ci ha rapito il capo-scout! Invece è arrivato come Un furfante tra i boyscout. Occasioni perse che non ritornano.

    Mamma, ho riperso l’aereo – Mi sono smarrito a New York (Home Alone 2, nullaosta dicembre 1992, distr. 20th Century Fox)

    locandina italiana di Mamma ho riperso l'aereo mi sono smarrito a New York

    Di questo film ho già parlato approfonditamente, ma avevate mai visto quel TV sorrisi e canzoni nella locandina cinematografica? Non l’ho modificata io, è la locandina ufficiale che ho pescato su eBay e non è mai stata riproposta per le successive edizioni home video. In originale il titolo del giornale riportava semplicemente “WET BANDITS ESCAPE!” (che possiamo tradurre come “Evasi i banditi del rubinetto!”). In italiano invece hanno fatto spazio al logo di TV sorrisi e canzoni riducendo il titolo semplicemente a “evasi di notte!”. Un omaggio a Totò e alla sua battuta sugli ‘evasi da notte‘? Boh.

    Home Alone 2 poster

    Qualcuno un giorno dovrà spiegarci l’affiliazione con Sorrisi TV e Canzoni.

    Mamma ho riperso l’aereo – Mi sono smarrito a New York — uff! Ci vogliono quindici minuti a scriverlo per intero — è ovviamente il seguito ufficiale che per qualche motivo non vidi al cinema nel ’92 ma solo l’estate successiva in un’arena estiva, quindi nel ’93. Macaulay era inarrestabile e i distributori italiani non avevano ancora sparato tutte le loro cartucce.

    Papà, ti aggiusto io! (Getting Even With Dad, nullaosta agosto 1994)

    Locandina italiana di Papà ti aggiusto io con l'originale getting even with dad

    Nella prima metà degli anni ’90 i film con Macalay Culkin ormai arrivavano col razzo-missile in Italia. La trama di Papà ti aggiusto io così riassunta “Il figlio di un ladro convince il padre a passare più tempo con lui” giustifica certamente il titolo, ma non lo rende meno paraculo. Il “getting even with dad” del titolo originale può essere tradotto alla lettera come “pareggiare i conti con papà” e “Papà, ti aggiusto io” non è una brutta scelta titolistica. La formula discorsiva col genitore nel titolo continuava a essere di maggiore attrattiva e immediata riconoscibilità. Che dici, Macalay, lo approviamo?

    Macaulay Culkin che fa il gesto dell'okay

    Belli capelli ha detto sì

    Mamma, i ladri! (Remote, VHS Paramount datata 1994)
    Locandina di Mamma i ladri a confronto con l'originale Remote, film del 1993

    (locandina italiana dalla mia collezione VHS)

    Un tredicenne ossessionato dai giocattoli radiocomandati (negli anni ’90 voleva dire un bambino straricco, anche se nel film la madre piange miseria) rimane intrappolato nella soffitta di una casa da esposizione quando tre scemi scappati di prigione occupano la casa stessa in attesa che la polizia smetta di cercarli. Grazie ai giocattoli radiocomandati riuscirà a farli arrestare. Dalla Full Moon Entertainment di Charles Band (e una spintarella della Paramount) non poteva non arrivare un clone di Home alone negli anni d’oro per quel genere. In Italia, per essere più ovvi possibile, dovevano farcelo capire già dal titolo mettendoci la mamma. Poi dicono italiani mammoni. Dei tanti film di questa lista, Remote è sicuramente uno di quelli che più si merita un titolo italiano ammiccante. Ovviamente nessun altro paese ha un titolo simile (O Super Controle Remoto, La télécommande magique, Control remoto, etc…).
    Come lo hanno definito sul sito Mutant Reviewers: “Un Mamma ho perso l’aereo, solo con più giocattoli radiocomandati.”

    Mamma, ho preso il morbillo (Home Alone 3, nullaosta gennaio 1998, distr. 20th Century Fox)

    Mamma ho preso il morbillo home alone 3 locandine a confronto

    Da questo momento i sequel ufficiali non sono più legati all’aver perso un aereo, quindi il non aver scelto in origine un titolo italiano con una formula più diretta incentrata sull’essere rimasto “solo a casa” torna a morderli nelle chiappe. L’unica soluzione è tenere la formula “Mamma, ho…” e cambiare l’azione, esattamente come facevano già tutti i sequel apocrifi da quasi un decennio a questo punto. Come distinguere i seguiti veri da quelli falsi? Impossibile! Quindi meglio cavalcare l’onda a costo di puntare su eventi sempre più insignificanti: dal prendere un morbillo all’allagare una casa. “Mamma, ho trovato una caramella tra i cuscini del divano” ancora non l’hanno sfornato.
    Arrivando nel 1998, Mamma, ho preso il morbillo non poteva non confondersi con la marea apparentemente inarrestabile di sequel fasulli e titoli truffaldini. In più, questo seguito ufficiale neanche fa uso del personaggio di Kevin McCallister ma si concentra su una famiglia completamente nuova. Sarà anche l’ultimo seguito ufficiale ad arrivare nelle sale cinematografiche. Da qui in poi si va solo in discesa. Ma i distributori italiani continuano a essere insaziabili e faranno spuntare mamme in ogni dove!

    Curiosità: in questo film c’è Scarlett Johansson e questo vuol dire che la stessa attrice è comparsa sia in un seguito ufficiale che in un seguito apocrifo di Mamma ho perso l’aereo.
    [Inoltre, ‘Andrea87’ nei commenti ci ricorda che il protagonista nel film in realtà non ha neanche il morbillo (measles in inglese), bensì la varicella (chickenpox).]

    Mamma, ho allagato la casa (Home Alone 4: Taking Back the House. DVD del 2003)

    Mamma ho allagato la casa locandina a confronto con l'originale intitolato Home Alone 4

    Per il quarto capitolo ufficiale della “saga”(?) torna la famiglia McCallister, almeno sulla carta, perché ovviamente nessuno è interpretato dagli attori dei primi due capitoli. In questo in cui s’allaga la casa, i genitori di Kevin sono divorziati e il ladro Marv si è sposato. Come cambiano i tempi. Visto il ritorno dei personaggi (Kevin, i genitori, Buzz, Marv… etc) poteva essere l’occasione per dargli almeno in italiano una continuità “vocale” ma i doppiatori, così come i membri cast, sono completamente diversi da quelli dei primi due film. Marv da Mino Caprio passa a Marco Guadagno ad esempio, e Kevin da Ilaria Stagni è passato a Jacopo Bonanni. Non che ci sia niente di strano in questo, ma sarebbe stato curioso ritrovare le stesse voci sugli stessi personaggi. Almeno qualcosa sarebbe stato familiare. Mi direte: ma Kevin è cresciuto ormai, non può avere la stessa voce! Invece no, in Home Alone 4, uscito 13 anni dopo Home Alone 1, Kevin ha ancora 8 anni e non penso che sia ambientato nel passato. Sono semplicemente personaggi immortali, un po’ come i personaggi dei Simpson.

    Il sottotitolo originale “taking back the house” sembra preso da un film con Charles Bronson. Inutile sottolineare quanto sia poco interessante “ho allagato la casa” anche per uno spettatore meno smaliziato. Ma non erano i banditi del rubinetto che allagavano case?

    Ormai alla Fox non ci provano neanche più a farli arrivare al cinema e Home Alone 4 sbarca direttamente in TV nel 2002. In Italia arriverà in DVD l’anno successivo.

    Mamma, io vengo da un altro pianeta? (Can of Worms, prima TV italiana 22 ottobre 2005, Rai2)

    Mamma io vengo da un altro pianeta, locandina italiana da Disney Plus

    La trama da Movieplayer.it: Un ragazzino è convinto di provenire da un’altra galassia, perciò costruisce un trasmettitore di onde radio e lancia messaggi agli extraterrestri. Quando però li vede arrivare per davvero, ovviamente la sua sorpresa è davvero grande. Ma prima di partire, deve risolvere un problema.

    Can of Worms, film 1999Se nel film c’è almeno una mamma, è certamente possibile usare il titolo “Mamma, etc etc” e far finta di avere un titolo completamente originale. Per fugare ogni dubbio lo mettiamo in forma di domanda così nessuno potrà dirci che è troppo simile a “Mamma, ho perso l’aereo”! Eppure sono certo che il film televisivo Can of Worms del 1999 non avrebbe avuto questo titolo italiano se nell’inverno del 1990 non fosse saltata la corrente in casa McCallister. Certo il 2005 sembra un po’ tardino per continuare a sfornare titoli ispirati a Mamma ho perso l’aereo, ma se la Fox continua imperterrita a sfornare seguiti (il 4 era arrivato appena due anni prima di questa prima TV), come possiamo negargli altri titoli fasulli ispirati? Nell’anno 2090 staranno ancora a dare titoli “Mamma, ho…”, ma nessuno ricorderà più perché.

    Attualmente è possibile guardarlo sul Disney Plus, ma nessuno potrà mai rimpiazzare il titolone a ‘effetto wow’ fatto in WordArt dalla Rai

    Mamma io vengo da un altro pianeta? Fotogramma del titolo da un passaggio televisivo su Rai Due

    Uuuuaaaaaaaaao! Spaziale!

    In lingua originale abbiamo una performance vocale di Malcom McDowell (il protagonista di Arancia meccanica, per chi non riconoscesse il nome). Questo non sarà l’unico titolo apocrifo di Mamma ho perso l’aereo in cui è coinvolto. Quindi anche lui, come Scarlett Johansson si sono ritrovati in più “Mamme” loro malgrado.
    Mi rimane una sola domanda: quel “io” non è superfluo in questo titolo?

    Papà ha perso l’aereo (Min søsters børn i Ægypten, prima TV Canale 5, luglio 2006?)

    Locandina danese di Papà ha perso l'aereo

    Bisognosi di altri capitoli apocrifi, si va a disturbare anche la Danimarca! La trama da FilmTV parla di un viaggio in Egitto di una famiglia danese e sì, c’è un padre che rimane a terra lasciando i figli da soli sull’aereo. Arrivati al Cairo una vicina di casa si offre di fare loro da guida. Segue “scontro” tra culture diverse, etc, etc… un film che avete già visto anche se non l’avete mai visto. La locandina originale è da film di Vanzina, ma questo i danesi non lo possono sapere. Chi ha deciso il titolo italiano deve aver visto i primi minuti del film con l’espressione di chi sta risolvendo un complicato calcolo matematico e appena il padre ha “perso l’aereo” ha schioccato le dita, puntato il dito verso lo schermo ed esclamato: “Papà ha perso l’aereo!”. Strette di mani, pacche sulle spalle, scatto di carriera, dittafono e poltrona in pelle umana.

    Il sito FilmTV riporta una prima data televisiva al 17 luglio 2006 su Canale 5. Non so se sia mai stato trasmesso in precedenza ma non esiste in home video. L’idea del titolo presumo sia nata negli uffici Mediaset. Il titolo originale Min søsters børn i Ægypten è traducibile come: “I miei nipoti in Egitto” (letteralmente “i figli di mia sorella in Egitto”), nella trama infatti parte tutto da uno zio.

    Mamma, mi sono persa il fratellino! (My brother, the pig. DVD Terminal Video del 2010)

    Mio fratello maialino copertina DVD

    Una baby-sitter di origine messicana, esasperata dalla vivacità di un ragazzino, lo trasforma – senza volerlo – in un maialino“, come riassume qualcuno sul sito Davinotti. My brother, the pig è un film del 1999, in Italia arriva in un DVD (della Prism) nel 2004 con il titolo “Mio fratello maialino“. Ma nel 2010 lo stesso film viene pubblicato in DVD dalla Terminal Video e per l’occasione si guadagna il suo titolo paraculo Mamma, mi sono persa il fratellino!, che gli rimane anche nel 2012 quando verrà ristampato dalla Stormvideo. Perché evidentemente nel 2010 Mamma, ho perso l’aereo tirava ancora(???).

    Mamma mi sono persa il fratellino locandina DVD

    Sicuri che non sia Piccola peste?

    Presumo che entrambe le edizioni abbiano lo stesso doppiaggio, ma non possedendo né l’una né l’altra non ho modo di verificare. Nella seconda copertina vengono letteralmente incorniciate le due attrici famose all’epoca della sua pubblicazione per metterle in bella mostra mentre il bambino in copertina è letteralmente rubato al film Piccola peste, che forse è un’idea più sensata rispetto al tentativo di associarlo a Mamma ho perso l’aereo, ma alla distribuzione italiana si sono fissati solo su “Mamma, qualcosa” e questo dettaglio gli sarà sfuggito completamente. Anche nel 2010 tirava più un pelo di mamma che… no, aspè, com’era?

    My brother the pig DVD cover

    Nessuna delle due locandine italiane supera quella originale che almeno non sembra il risultato di 4 ore di corso di Photoshop per principianti assoluti. La locandina originale l’hanno fatta dopo il corso di 8 ore.

    Mamma, ho perso il lavoro (Smother, prima TV Canale5, 23 agosto 2010)

    Mamma ho perso il lavoro, titolo originale smother, locandine originali

    Volevano Woody Allen per girare questo film ma un produttore è arrivato e ha detto “ragazzi, ho trovato di meglio!”. Vince Di Meglio dirige Diane Keaton e Liv Tyler (!) in questa commedia romantica del 2008 su una madre opprimente. Da qui il titolo originale “Smother“! Un gioco di parole tra mother (madre) e smothering (asfissiante), una madre asfissiante è dunque la nostra “smother”. Ma abbiamo capito ormai che tira più un pelo di Mamma ho perso l’aereo che un carro di buoi, quindi in italiano diventa Mamma, ho perso il lavoro. Anche in questo caso dev’essere stata un’operazione “televisiva” (di nuovo Canale 5!) perché il film non esiste in home video. Non ufficialmente almeno!

    DVD italiano pirata di Mamma ho perso il lavoro

    N’affare!

    Se volete una registrazione TV messa su un DVD-RW in “buone condizioni”, l’utente jollypollymaria su eBay ve ne vende una copia pirata alla modica cifra di 48 euro. Spedizione inclusa però. Anche la locandina italiana che si trova su Google è fasulla, è la stessa che troverete su questo autenticissimo DVD.

    Mamma, ho visto un fantasma (Home Alone: The Holiday Heist, prima TV italiana SkyCinema, 3 dicembre 2014)

    Locandine di Mamma ho visto un fantasma, in originale Home Alone 5: The Holiday Heist

    Anche intitolato Holiday Heist – Mamma, ho visto un fantasma, è il QUINTO capitolo ufficiale del franchise di Home Alone e il secondo a non avere neanche il personaggio di Kevin McCallister. La famiglia protagonista infatti è quella dei Baxter che si trasferisce dalla California al Maine (quindi l’Illinois dei primi film neanche lo sfiorano per sbaglio) e il bambino di turno crede che la nuova casa sia infestata, da qui il titolo “ho visto un fantasma” inventato solo per poter iniziare con “Mamma, ho…“. Per la cronaca The Holiday Heist del titolo originale sarebbe traducibile come “il colpo di Natale”, ma evidentemente si attaccava male a “Mamma, ho…”. Sì, ovviamente ci sono anche dei ladri nel film (tra questi Malcom McDowell che poverino deve aver avuto forti debiti di gioco) e nessun fantasma. In Italia non si sono neanche degnati di portarlo in DVD.
    Prodotto originariamente dalla Fox TV, è praticamente la Fox stessa che continua a sfornare i propri sequel apocrifi. Come la chiamiamo, operazione auto-apocrifa? Non ci stupiamo più di tanto che la Disney si sia poi mangiata la Fox. Ormai tra veri e finti la distinzione è soltanto burocratica.

    Mamma, ho perso il cane (Alone for Christmas, Minerva Pictures 2 dicembre 2014)

    Alone for Christmas locandina DVD italiano di Mamma ho perso il cane

    Dopo 15 anni di sequel di Mamma ho perso l’aereo (veri e apocrifi) con attori cani, alla Asylum (quella di Sharknado) avranno pensato perché non girarne uno direttamente con i cani? Ed ecco che nel 2013 sfornano il rifacimento di Home Alone con dei cani che rimangono soli in casa a Natale e devono difenderla dai ladri (uno di questi è un altro cane, Kevin Sorbo, quello della serie Hercules). Ah, e i cani parlano muovendo la bocca in CGI. Questo è Alone for Christmas. Non è un caso che il titolo originale usi la parola “alone” come in Home Alone, e nel Regno Unito è stato intitolato “Bone Alone“, dal nome di uno dei cani parlanti (‘Bone’ per l’appunto). Un altro cane invece si chiama Columbus. Capito? Come Chris Columbus, il regista di Mamma ho perso l’aereo. Spiritosoni.

    Insomma Alone for Christmas è uno di quelli che si merita decisamente il titolo italiano ammiccante. Eppure, quanto è poco ispirato quel “Mamma, ho perso il cane“! E credo che ancora una volta si tratti di un titolo televisivo perché in DVD il film è uscito con il suo titolo originale (in catalogo su Amazon dal 2 dicembre 2014) mentre in TV secondo FilmTV è arrivato sul canale TV8 il 19 dicembre 2015 come Mamma, ho perso il cane.

    Mamma, ho scoperto gli gnomi (Gnome Alone, Netflix, 18 ottobre 2018)

    Mamma ho scoperto gli gnomi locandina italiana di Gnome Alone

    Lontanissimi i fasti delle uscite cinematografiche e lontano anche il mercato videotecaro dei “direct-to-video” (e se per questo anche quello televisivo), ci pensa Netflix nel 2017 a sfornare titoli “omaggianti” Home Alone che evidentemente tra due secoli sarà ancora fresco nella mente dei distributori, italiani ed esteri. E Gnome Alone (gioco di parole tra Home Alone e gnomo ovviamente) è proprio questo, un omaggio al titolo e nient’altro, che si riflette anche nella scelta italiana. Se non fosse chiaro dalla locandina, c’è “Gnome” nel titolo perché il film parla di nani da giardino, che in inglese si chiamano “garden gnomes”.

    Gli americani adorano i giochi di parole a base di gnomi e in questa sede voglio ricordare Gnomeo & Juliet del 2011 (Gnomeo e Giulietta in italiano), Sherlock Gnomes del 2018 e l’indimenticabile (per me) A Gnome Named Gnorm del 1990 (titolo italiano: Lo gnomo e il poliziotto) ingiustamente ignorato in home video anche negli USA, forse è rimasto intrappolato in qualche disputa sui diritti.

    Home Sweet Home Alone – Mamma, ho perso l’aereo (Home Sweet Home Alone, Disney Plus 2021)

    Locandina Netflix di Home sweet home alone mamma ho perso l'aereo

    Remake/reboot ufficiale di Home Alone prodotto per la piattaforma di streaming Disney+, perché adesso la Disney possiede il franchise ereditato dalla Fox e va fatto fruttare in qualche modo. Peccato che non abbiano acquistato anche la saggezza di lasciare in pace una serie morta nel 1992. Posso solo immaginare che tutti quei sequel ufficiali siano stati prodotti per non far scadere i diritti sul franchise, e lo stesso varrà per Home Sweet Home Alone.

    Il titolo originale fonde “Home Alone” con l’espressione “home sweet home” (casa dolce casa) e sarebbe stato di difficile traduzione anche se la Disney avesse ereditato un titolo italiano più “diretto” (Da solo in casa?) e meno fantasioso di Mamma ho perso l’aereo. Avremmo forse avuto “Da solo in… casa dolce casa”? Mmh. Rimane comunque molto stramba la scelta di usare il titolo inglese “Home Sweet Home Alone” abbinato al sottotitolo “Mamma, ho perso l’aereo” perché sembra esattamente quello che è, un copia-e-incolla senza fantasia del titolo storico, rimasto invariato solo per poter dare un’immediata riconoscibilità al prodotto che, come dissi nel mio primo articolo, nessuno sente il bisogno di chiamare Home Alone.

    I titoli porno di Mamma ho perso l’aereo

    reazione schifata del bambino di Mamma ho perso l'aereo

    Adesso mandate a letto i bambini, entriamo nella zona pericolo. Il genere pornografico ha sempre avuto ottimi titoli parodistici, i più riusciti sono arrivati anche alle orecchie di un pubblico più vasto, semplicemente perché fa ridere che possano esistere in commercio titoli simili. Sono certo che molti di voi avranno sentito nominare un titolo leggendario come L’albero delle zoccole (del 1995, qui un po’ di storia) e Biancaneve sotto i nani, anche senza averli mai visti neanche in copertina. Ovviamente anche Mamma, ho perso l’aereo ha avuto le sue varianti pornografiche. Molte di queste non ho neanche idea se siano realmente esistite o se si tratta piuttosto di titoli immaginari ideati per fare listoni di titoli porno “plausibili” ma mai realmente esistiti (non è poi così difficile inventarseli dopotutto).

    • Mamma, ho perso l’uccello
    • Mamma, ho preso l’uccello
    • Mamma, l’ho preso in aereo
    • Mamma ho perso la verginità
    • Mamma l’ho preso nel culo [qui il DVD]

    Questi sono i titoli che si trovano riportati in rete, quasi tutti senza fonti, senza locandine, senza niente che ne possa confermare l’esistenza (tranne in un caso). Non dubito che possano essere esistiti, ma finché non ne ho prove certe li lascio nella leggenda popolare da amici che sparano fregnacce per sentito dire. Uno dei pochi casi di cui ho trovato traccia certa è il seguente:

    Mamma, ho perso l’uccello (Teenage Masseuse, nullaosta settembre 1991, distr. Azzurra cinematografica). [fonte Italiataglia]

    Come si può sospettare dal titolo originale, Teenage Masseuse, il titolo italiano ammiccante sarà stato semplicemente appiccicato sul primo prodotto porno da distribuire in sala, senza che si trattasse effettivamente di una parodia o che ricordasse in alcun modo Home Alone. Negli anni ’90 ve lo sareste potuto godere insieme ad altri titoli porno-parodistici come Total Rectal e Total Reball (?), ovviamente ispirati a Total Recall di Paul Verhoeven (Atto di Forza in italiano), Mary Pompins, Penetrator, Sperminator, e tanti altri. Come vedete anche al giornale L’Unità si divertivano a fare queste liste:

    Lista di titoli parodistici pornografici incluso Mamma ho perso l'uccello, dalla rivista Unità del 2 ago 1993

    Da L’Unità, 2 ago 1993

    Di Mamma ho perso l’uccello al momento è impossibile trovare la locandina cinematografica ma in una recensione del sito Quinlan.it si afferma che tale locandina compare nel film Libera (1993) di Pappi Corsicato.

    La rete autoreferenziale si sorregge talvolta a scelte più dirette (Aurora vede Cleopatra con la Taylor in tv; una delle discussioni tra i due amanti si svolge davanti a un muro di città tappezzato di manifesti porno, di cui merita speciale menzione Mamma ho perso l’uccello). [fonte]

    Grazie al collezionista Francesco Finarolli posso farvi vedere fotogrammi della scena in questione ed è proprio vero, questo film è l’unica testimonianza del manifesto italiano dell’unico titolo porno realmente confermato che fa la parodia di Mamma ho perso l’aereo.

    Locandina di Mamma ho perso l'uccello film porno in una scena del film Libera del 1993 di Pappi Corsicato

    Locandina di Mamma ho perso l'uccello film porno in una scena del film Libera del 1993 di Pappi Corsicato

    Locandina di Mamma ho perso l'uccello film porno in una scena del film Libera del 1993 di Pappi Corsicato


    Finisce così la lunga lista di titoli italiani ispirati alla nostra versione di Home Alone, sfociati perfino nel genere pornografico. A più di 30 anni dal capostipite, sorprende che continuino a pensare titoli apocrifi basati su quegli unici due successi di inizi anni ’90, e  probabilmente questo sfruttamento non vedrà mai una fine perché a quanto pare nella distribuzione italiana niente tirerà mai come un pelo di Mamma ho perso l’aereo!

    Faccia scioccata della mamma di Mamma ho perso l'aereo