Skip to content

Doppiaggi perduti – Fritz il gatto (1971)

by

Locandina italiana di Fritz il gatto

Fritz il gatto, anche noto come Fritz il pornogatto, è per molti appassionati l’emblema dei danni che può fare un direttore di doppiaggio a cui viene lasciata massima libertà creativa di sconvolgere l’opera che dirige. So che qualcuno di voi sta già annuendo ed è inutile dirvi che tali stravolgimenti in realtà sarebbero spesso da imputare alla distribuzione italiana e non necessariamente a chi adatta e dirige il doppiaggio ma poco importa, il risultato finale è ciò che conta e Fritz il gatto è considerato, a ragione, uno dei peggiori adattamenti italiani mai realizzati, con un pesante uso di dialetti nostrani in sostituzione dello slang americano e battute alterate che stravolgono lo scopo stesso dell’opera, dal nominare Mike Bongiorno (già sentito in Flash Gordon) al lamentarsi dell’IVA.

Ma se vi dicessi che la “versione dialettale” tanto aborrita di cui tutti si lamentano non è altro che un ridoppiaggio?

Locandina pubblicitaria italiana di Fritz il gatto (1972), distribuzione Medusa

Un ridoppiaggio “d’epoca”

Quello di Fritz il gatto sembrerebbe essere un caso più unico che raro nella storia del doppiaggio italiano. Chi lo vide alla sua uscita, nel 1972, testimonia un doppiaggio ben diverso, fedele alle intenzioni del regista Ralph Bakshi, senza dialetti e con il titolare protagonista doppiato da Giancarlo Giannini, come lo stesso Giannini confermò nel 2009 in un’intervista a La7 nel programma Niente di personale (al momento non più reperibile). Questo doppiaggio “normale” non fu mai più udito dal 1972.

Infatti, già nel 1973, quando la versione che definiremo “normale” ancora girava per le sale italiane, alla stampa arrivavano le prime segnalazioni di un nuovo doppiaggio demenziale che abbandonava la denuncia e qualsiasi parvenza di impegno sociale in cambio di un uso spropositato dei dialetti italiani e battute italiote mirate evidentemente ad un pubblico meno intellettuale.

Riporto qui un trafiletto de’ “L’Unità” del 1 febbraio 1973 dove il giornalista che si firma “g. f. p.” fa un preciso resoconto di ciò che stava accadendo alla distribuzione di Fritz il gatto sulla base di un’indagine del critico cinematografico Vittorio Albano de’ “L’Ora” di Palermo:

 

Per « Fritz il gatto » versione manipolata

Dalla nostra redazione
PALERMO, 31

Della edizione italiana di Fritz il gatto, il lungometraggio a disegni animati dello americano Ralph Bakshi, circolano sul mercato due diverse e praticamente opposte versioni: l’una (adoperata per le prime visioni) che ricalca correttamente la colonna sonora originale, rispettando l’ironia del velleitario inventore del cosiddetto « pornogatto »; e l’altra invece (rifilata al circuito secondario) che stravolge completamente il senso del film e appiattisce ogni cosa a livello dei peggiori sottoprodotti cinematografici, offendendo ogni criterio di buon gusto.

L’esistenza di due differenti doppiaggi – evidentemente realizzati dalla casa distributrice per giocare la carta « culturale » senza precludersi la possibilità più grossolana di imporre a settori di pubblico relegati in una sorta di lager del sottosviluppo mentale – è stata accertata dal critico cinematografico dell’Ora di Palermo, Vittorio Albano, sulla base della segnalazione di un lettore. Albano ha quindi effettuato un sommario raffronto tra le due colonne sonore, traendone una impressionante ed emblematica misura della opera di travisamento, di mistificazione e mercificazione clandestina del distributore su Fritz il gatto.

Nella edizione originale (e nel doppiaggio numero uno) il personaggio di Bakshi è una sorta di «contestatore » che nei bassifondi di New York viaggia attraverso droga e conflitti razziali, antisemitismo e violenza poliziesca, ipocrisie e mistificazioni in un universo assurdo e decadente che, secondo l’autore, costringe inevitabilmente alla evasione, all’erotismo appunto come fuga.

Nel doppiaggio numero due tutto questo sparisce (quindi via, ad esempio, tutte le battute più pungenti di Nixon, sul problema negro, sulle altre scottanti realtà USA), tutto tranne il sesso naturalmente, che viene condito di qualunquismo, di razzismo, di incredibili volgarità « comiche ». Così, i membri del Black Power sono trasformati in immigrati meridionali che si lamentano per l’IVA («che non è la Zanicchi, come la Vanoni non è l’Ornella »!), i poliziotti parlano in siciliano o in napoletano, la gatta-ragazza di Fritz è una piemontese nostalgica di Torino, la prostituta negra parla in emiliano, una cavalla in calore parla come Sofia Loren stile « pizzaiola », (e quando lo amante la sevizia, lei sbotta in un: « Carletto, abbiamo rotto i… ponti »), eccetera.

Insomma, a prescindere dal valore dell’originario Fritz come di qualsiasi altro film, c’è proprio da chiedersi con Vittorio Albano « in che modo gli autori di cinema vengano tutelati in Italia, se un intellettuale qual è Ralph Bakshi, velleitario finché si vuole, ma con pieno diritto di esprimere le proprie opinioni, può passare tranquillamente per un autentico imbecille »

g. f. p.

Le ragioni (presunte) del doppiaggio dialettale

Quando negli uffici del distributore Medusa si sono trovati Fritz il gatto tra le mani qualcuno avrà sudato freddo; essere il primo cartone per adulti garantiva di non poter attingere al salvadanaio e alle paghette dei marmocchi, quindi a chi venderlo… e come? Gli spettatori italiani maggiorenni di quel periodo storico erano divisi in due gruppi agli antipodi: gli intellettualoidi e i gonzi. Il guaio è che generalmente un gruppo ignorava i film destinati all’altro e ciò voleva dire previsioni di guadagni ulteriormente dimezzati.

Chissà chi avrà avuto l’idea geniale (se spuntasse fuori il nome vorrei stringergli la mano) di creare da subito due versioni diverse per soddisfare il maggior numero di spettatori italiani; due doppiaggi, uno destinato agli intellettuali, l’altro per gonzi!

Un’idea diabolica e persino comprensibile per l’epoca, solo che a noi, ai posteri, è arrivata solo la versione per gonzi!

Scena dal film Fritz il gatto, l'orgia degli animali nel bagno

Cosa sappiamo sul primo doppiaggio?

Della versione “normale”, destinata al pubblico intellettualoide degli anni ’70, si sa ben poco ma alcune cose possiamo supporle con cognizione di causa. Certa è la presenza di Giancarlo Giannini che all’epoca lavorava con la C.V.D., la stessa società di doppiaggio in cui lavoravano anche Mario Maldesi, Fede Arnaud e Oreste Lionello. Purtroppo oggi rimangono in vita pochissime persone che nel 1972-73 lavoravano per la CVD.

In un articolo intitolato La radicalizzazione di Fritz il gatto (The radicalization of Fritz The Cat, Den of the Geek, 2016) l’autore Tony Sokol scrive:

c’è un aspetto di Fritz che mi ricorda Mimì in Mimì metallurgico ferito nell’onore, uscito lo stesso anno, il 1972, e diretto da Lina Wertmüller dove Mimì, interpretato da Giancarlo Giannini, si imbatte nella rivolusione ma ne esce corrotto.

Che un personaggio doppiato da Giannini possa ricordare il personaggio interpretato in un altro film… quando si dice le coincidenze!

Riguardo all’adattamento, in base alle reazioni riportate anche dalla stampa possiamo dire con assoluta certezza che la prima versione non facesse uso di dialetti alla ricerca di effetto comico spicciolo e che fosse quindi più fedele alle intenzioni originali del regista.

Al momento non ci sono prove dell’esistenza di versioni home video con questo doppiaggio.

Dove si trova adesso il doppiaggio originale di Fritz il gatto?

Tutte le riedizioni note di Fritz il gatto hanno il doppiaggio dialettale. Lo ritroviamo nella prima VHS Domovideo (data imprecisata ma stimabile tra il 1985 e il 1990), lo ritroviamo nella ristampa cinematografica del settembre 1994, quando tornò al cinema per il 25° anniversario con lo slogan “il ritorno del pornogatto” insieme ad un nuovo visto censura (non più VM18 ma abbassato a VM14), idem nella VHS datata dicembre 1995 della RCS che fa uso della locandina del 1994.

Del doppiaggio originale possiamo supporre che in qualche garage privato si stiano decomponendo le ultime rara copie in formato 35 mm di quelle prime visioni del 1972-1973 destinate ad un pubblico meno volgare. Non so se esistono riduzioni 16 mm e Super8 per questo film, se esistono può sempre darsi che siano state fatte a partire dalla seconda versione, quella dialettale.

Foto di una pellicola cinematografica deteriorata

Probabile situazione attuale dell’originale Fritz il gatto

È possibile che Medusa conservi un master della colonna sonora con doppiaggio originale nei propri archivi, ma più probabilmente è stato tutto gettato nel fuoco o è marcito. Mi dispiace concludere gli articoli con queste note di pessimismo ma le probabilità che esista ancora da qualche parte in buono stato di conservazione sono onestamente basse e non voglio darvi illusioni. Se volete assillare Medusa affinché le vada a cercare ditegli pure chi vi manda.

La versione per gonzi

Il doppiaggio dialettale di Fritz il gatto le spara grosse da subito quando, nel primo minuto di film, in cima ad un grattacielo di New York sentiamo questo scambio di battute tra un operaio barese ed uno toscano:

Scena di apertura di Fritz il gatto con degli operai in pausa pranzo
– Sai chi è arrivato dall’Europa? Ti ricordi Romeo, il gatto del Colosseo? Adesso si fa chiamare “il gatto Fritz”.
– Ma cosa tu mi racconti?

Invero, cosa mai ci stanno raccontando!? Vien da sé che Fritz parla in romano (con la voce di Oreste Lionello) e non so quanto seriamente fosse lanciato quel riferimento a Gli aristogatti – che potremmo quasi additare come istigatore di malsane trovate, avendo sdoganato l’idea che un gatto che parla romano possa far colpo sull’immaginario collettivo italiano (dell’uso dei dialetti ne’ Gli aristogatti ne abbiamo già parlato). Ogni altro personaggio newyorchese di Fritz il gatto è proposto in chiave italica, sfruttando tutti i dialetti esistenti con la scusa di aver spostato la trama a Little Italy e non più ad Harlem. Ma i dialetti non sono il vero problema.

 

Scena di Fritz il gatto, poliziotti maiali che si avvicinano alla folla

Il problema è l’adattamento “comico” che punta a far ridere con quel genere di battute disarmanti da comici dilettanti. Perché, dopo tutto, il Fritz the cat originale di comicità non ne ha poi tanta, o per lo meno niente che vada oltre il farci sghignazzare in specifici momenti. Magari può far ridere (internamente) che i poliziotti siano letteralmente dei maiali, proprio negli anni in cui venivano chiamati “pigs” dai sessantottini americani, oppure possono far ridere delle singole battute, ma in generale i dialoghi di Fritz the cat non mirano mai a strappare alcuna facile risata. Di prettamente “comico” non ha nulla.

La versione per gonzi di Fritz il gatto invece decide di sfruttare le immagini che scorrono su schermo per creare un prodotto tutto ad uso e consumo del Bagaglino, così a tutti gli effetti diventa “il film animato del Bagaglino” perché l’adattamento sembra essere scritto dagli stessi autori di quel gruppo comico (presumibilmente Lionello stesso), un esperimento che poi verrà ripetuto pochi anni dopo per il film Monty Python e il Sacro Graal, già tristemente famoso proprio per il suo copione, adatto più alle routine “comiche” italiane di terz’ordine che ai rinomati comici inglesi.

Fritz il gatto corvo che fa un facepalm

il “facepalm” che ci accompagnerà per tutto il film

Se non vi foste ancora convinti che Fritz sia in realtà Romeo il gatto del Colosseo degli Aristogatti, il doppiaggio dialettale ce lo ribadisce una seconda volta quando Fritz, in un fuori campo, intona uno stornello

Lassateme passa’ / io so’ un Romeo / Sto qua perché me stava / pe crolla’ sopra er Colosseo

La vera trama (in breve)

Nella versione originale, Fritz è uno studente universitario in una New York della metà degli anni ’60 che, invece di studiare, preferisce spassarsela con droghe leggere e ragazze. Le sue peripezie da bianco privilegiato alla ricerca (mai molto sincera) di una qualsiasi causa sociale da combattere lo portano a indurre una rivolta ad Harlem e ad essere coinvolto in un’azione terroristica ad opera di sadici criminali neonazisti.

La trama gonza

Romeo, il gatto del Colosseo del film Gli Aristogatti, 50 anni dopo aver conosciuto la gatta Duchessa a Parigi, è sbarcato a New York dove si fa chiamare Fritz. È visibilmente invecchiato perché adesso il suo pelo si è ingrigito e non più arancione, ma riesce comunque a spacciarsi per uno studente universitario e fa strage di pollastrelle ingenue. Non sappiamo perché, ma negli oltre 50 anni che sono passati dagli eventi degli Aristogatti gli umani sono stati sostituiti dagli animali, che adesso lavorano in tutti gli strati della società – ma questi sono dettagli intuibili dalla battuta di apertura e mai esplorati veramente nel film.

Scena da Fritz il pornogatto, Fritz in macchina con la fidanzata torineseNelle sue avventure da studente svogliato, Fritz si rende conto di aver speso troppo per una prostituta e va ad incitare una sanguinosa rivolta per chiedere l’abbassamento dei prezzi delle prestazioni sessuali e la riapertura dei casini. Per scappare dagli sbirri che lo cercano, la fidanzata torinese gli propone di tornare in Italia (in automobile) promettendogli un posto alla FIAT ma Fritz fugge dalle sue responsabilità e, facendo l’autostop, finisce in una gang di motociclisti nazisti (ex-SS con tanto di accento teutonico che più ovvio non si può), questi useranno Fritz per un atto terroristico che consiste nel piazzare dei botti di capodanno in una centrale elettrica per farla saltare. Al risveglio in ospedale viene visitato da tutte le sue ex con le quali inizia un’orgia. Potremmo considerarla quasi una scena parallela al finale di Arancia Meccanica se Malcom McDowell cominciasse improvvisamente a strillare come Gene Wilder in Frankenstein Junior.

L’adattamento gonzo

Sentir parlare di “scioperi, scioperi, scioperi” nelle prime battute del film potrebbe dare l’illusione che con l’adattamento italiano di Fritz il gatto si vogliano contestualizzare i dialoghi alla situazione nostrana di inizi anni ‘70, il problema è che non basta dire “scioperi” per rendere i dialoghi intellettuali.

Il film, in lingua originale, apre in realtà con il monologo di un operaio (una registrazione “vera” catturata dalla strada dal mangianastri di Bakshi) che si lamenta di come sia inutile educare i propri figli alla vecchia maniera visto che alla fine la figlia ti si presenta comunque a casa con “un tizio”. Il pensiero semplice di un uomo qualunque che in italiano viene sostituito da un logorroico tentativo di ironizzare sul fatto che la notizia dei tanti scioperi è data da un programma che si chiama “Italia che lavora”. Cioè si va a cambiare le parole semplici dell’uomo comune, non sofisticato, in battute certamente artefatte ma più pedestri del discorso originale che quantomeno sembrava essere genuino. In altre parole la vera mediocrità dell’uomo della strada diventa l’accidentale mediocrità del comico “impegnato”.

Il target, dal film originale all’adattamento dialettale, è cambiato radicalmente, se il target è l’italiano medio che ride alle battute del Bagaglino.

Scena di Fritz il gatto con doppiaggio dialettale, il gatto Fritz al bar

“Secondo me i vaffa si sprecheranno”

La triste realtà è che i dialoghi italiani di Fritz il gatto fanno leva sulle peggiori banalità di cui il popolo disquisiva al bar dopo aver sentito di sfuggita il telegiornale. L’impegno politico in gran parte dei casi si limita a nominare più volte Settembre Nero, che in realtà serve da scusa solo per sottolineare la bruttezza di Golda Meir (per ben due volte) e far ridere il popolo dei baretti. Una donna brutta, ahah, che risate! Da qui a “culona inchiavabile” di berlusconiana memoria è proprio un attimo.

Tanto per rimanere su discorsi ad alta levatura, Fritz non si fida della pillola anticoncezionale (“vedi a fidasse della pillola?”) e poi, attaccato al culo di una donna, canta…

“tuppe tuppe marescia’, arapite so’ n’amico”

Scena da Fritz il gatto, Fritz attaccato al culo di una donna gigante

Questo per farci capire la finezza dell’adattamento italiano che cerca (e sottolineo cerca!) di far ridere in ogni singola battuta, aggiungendone di inedite e fuori campo anche quando in originale non ci sono dialoghi.
Ebbene, se farci ridere è lo scopo dell’adattamento italiano, esploriamo tutte le battute di Fritz il gatto per verificare quanto sia efficiente nel farlo. Se non lo faccio io in questo blog, non lo farà mai nessun altro. E quindi…

La dubbia comicità del Bagaglino

Le battute (completamente inventate di sana pianta) del doppiaggio dialettale di Fritz il gatto si possono dividere in due grandi categorie: quelle del tipo “non state ridendo?” e quelle del tipo “ma perché!?” ed eccovi le migliori. (Vi ricordo che sono battute inventate di sana pianta.)

 

Scena di Fritz il gatto con poliziotti maiali che salgono le scale

– Fai le scale!
– Do, re, mi, fa…
– E non fare lo spiritoso!

Non state ridendo?


Scena dal film Fritz il gatto, un personaggio parla con accento siciliano elogiando l'hashish

Evviva l’hashish! Evviva la Shishilia! (con cadenza siciliana)

Non state ridendo?


Scena di Fritz il gatto con doppiaggio dialettale, il gatto Fritz spara al cesso dopo aver rubato la pistola al poliziotto Scena di Fritz il gatto con doppiaggio dialettale, il gatto Fritz spara al cesso Scena di Fritz il gatto con doppiaggio dialettale, il gatto Fritz spara al cesso

Ho fatto centro! Ho fatto centro! Che sur-cesso!

Non state ridendo?


Scena dal film Fritz il gatto, Fritz in sinagoga si nasconde nella barba di un rabbino

Vuoi vede’ che so’ carabinieri? Si travestono sempre!

Ma perché?


Scena dal film Fritz il gatto, i poliziotti maiali in una sinagoga

Scena dei poliziotti in una sinagoga

Trattali bene, questi sono clienti.

Ma perché?


Scena di Fritz il gatto con doppiaggio dialettale, scena dell'incendio all'università

– Oh, qua s’è incendiato tutto. Quanto me dispiace… che m’è annato a fuoco pure l’indirizzo della casa squillo. Mejo chiamare li pompieri. Pronto?
– Pronto! (sempre Lionello, con accento “napoletano”)
– 
Accorete prontamente.
– 
Adesso non abbiamo macchine.
– Allora mandate qualcuno che c’ha freddo.

Non state ridendo?

Scena di Fritz il gatto con doppiaggio dialettale, discorso al bar tra due corvi

Io non posso mollare questa città… perché non riesco ad attraversare la strada.

Mi sa che abbiamo trovato l’autore delle battute del Cucciolone.

Scena da Fritz il gatto, Fritz in viaggio in auto con la fidanzata

Soli come uno scaracchio su un tombino.

La famosa solitudine degli scaracchi sui tombini (?). Mah.

Scena di Fritz il gatto con doppiaggio dialettale, scena violenta della mucca pestata a sangue
Vieni dalla tua Sofia […] Carletto, guarda che a questo punto abbiamo rotto… i ponti.

Il riferimento è a Carlo Ponti, produttore cinematografico sposato con Sofia Loren. Ma perché?

Scena di Fritz il gatto con doppiaggio dialettale, battute del Bagaglino sulla FIAT

Quando me ne sono venuto via dall’Italia, la FIAT era in crisi. E sapete perché? Perché dalla catena di montaggio era uscita una macchina uguale alla precedente.

Arriva dopo un po’ ma comunque non fa ridere. Non state ridendo?

Scena di Fritz il gatto con doppiaggio dialettale, corvi che discutono al bar

Tu lo sai perché mettono tanti semafori? Perché hanno capito che con i semafori è l’unico modo per aumentare il verde in città.

Questa non la accetterebbero neanche per il Cucciolone.

Scena di Fritz il gatto, corvi al bar

– Ma te, scusa, hai capito la faccenda dell’IVA?
– Che dici dell’IVA?
– In CU-alche maniera sarà la diminuzione
– In CU-alche maniera sarà l’INCU-l’aumento
– Ma ci sarà qualcuno che ha capito la faccenda dell’IVA?
– Un sistema facilissimo. Mi’ zio c’è morto.
– In fatto de tasse io ho capito solo che l’IVA non è la Zanicchi… e l’Ornella non è la Vanoni.
– 
Ma che vuol dire IVA?
– Secondo me iva…
– Imposta sul valore aggiunto.
– Secondo me iva…
– Imposta sul valore aggiunto?
– E ME FATE FINI’??? Secondo me… i vaffa se sprecheranno!

 

Se non l’avete ancora capito, nel 1972 l’IVA era l’argomento caldo del momento, preda di facili battute, perché era stata appena introdotta! L’Unione Europea l’aveva suggerita in sostituzione della precedente e più complessa IGE anche se l’IVA è stata percepita come più ingiusta dal popolino. E l’autore dell’adattamento di Fritz il gatto era così compiaciuto da queste battute da bar che neanche quattro anni dopo le ripropose anche nel copione di Monty Python e il Sacro Graal.

Estratto dal copione italiano di Monty Python e il Sacro Graal, battuta sull'IVA

E si suppone che l’autore sia proprio Oreste Lionello che in questi copioni riciclava il materiale dei suoi sketch comici del cabaret e ne era tanto affezionato che dal ‘72 ha continuato a riproporli per più di una decade visto che nel 1983 al programma “Al Paradise” ancora ritornava la medesima battuta:

Più IVA. Che IVA? I va’ a morì ammazzati li devi mettere in conto

Quand’è che il troppo è troppo?

Ma torniamo al nostro adattamento per gonzi che inventa battute su battute mettendo completamente da parte il copione originale ed è così afflitto da horror vacui che, anche quando non ci sono dialoghi, la traccia italiana ne vomita in continuazione. Facessero mai ridere, ne avremmo guadagnato qualcosa, ma è un copione pe’ fa’ ridere i gonzi e quindi giù di battute su donne brutte e froci. E come te sbagli?

‘Ndo stanno le femmine? Non è che poi arriva un frocio? Aò, mica voglio infrocia’ un frocio.

L’epifania rivoluzionaria post-canna che Fritz ha durante il rapporto sessuale con una prostituta di colore viene sostituita da Lionello con un…

Scena da Fritz il gatto, Fritz ha un'epifania mentre fa sesso con una prostituta
Oh! Ora che me ricordo… a’mo pagato un sacco de sordi per ‘sta budellona.

Che classe quando la satira politica sui borghesi che si fanno prendere da smanie rivoluzionarie del momento cede il passo al denigrare le prostitute che si fanno pagare più di ciò che valgono! Ma ai gonzi fa ridere. E così invece di unirsi alla causa “nera” come nella trama originale, la rivolta del Fritz gonzo ruota intorno al prezzo delle prestazioni:

Scena da Fritz il gatto, Fritz sul tetto di un'automobile incita la folla a rivoltarsi
Rivolta! Rivolta! Popolo, basta con le battone da 120 a botta, e così che s’arza il costo de la vita. Qui come s’arza il pesce cresce la carne. Alla rivolta! Rivoluzione! Aprimo le case e chiudemo li marciapiedi. È ora de finlla di mantene’ i papponi. So’ loro che succhiano il sangue a ‘ste povere creature, alle mignotte. Essi sono mignatte, le mignatte delle mignotte!

Che sia un copione moderno e all’avanguardia ce lo ricorda anche la canzone del coro Cetra quando canta “tutte uguali queste donne, al momento di incastrarti sono sempre pronte a farti la promessa più solenne, ma poi quando hai detto sì, vedi che non è così. Tutte uguali queste donne, per avere da te tutto ti mentiscono di brutto, queste figlie di N.N., ma poi quando hai detto oui, cambian da così a così, ma poi quando hai detto ja hai finito di campa’, ma poi quando hai detto OK sono cavoletti tuoi”.

Scena da Fritz il gatto, cavalla Sofia viene pestata a sangue

U Maronna miiij!

Quando la donna di un membro della gang di terroristi neo-nazisti viene pestata a sangue dal suo compagno e dagli altri membri della gang, la crudezza della scena (sangue a fiotti) viene smorzata dall’accento napoletano, e le offese originali rivolte alla gang sull’essere froci nazisti e omosessuali repressi (mentre loro la colpiscono a suon di catene di ferro) diventano “ricchione fallito”, “fetentone” e “voi non sapete come si tratta una donna”.
Questo non è adattamento, è istupidimento.

A questa scena segue Fritz/Lionello che canta (fuori campo) “fior di mimosa, si lui te mena nun fa’ a scontrosa. Tanto vedrai che prima o poi te sposa” per rincuorare la donna picchiata a sangue… e quando le mette una giacca sulle spalle per non farle prendere freddo non perde occasione (sempre e solo in italiano) per commentare sulla sua stazza: “mettiti ‘sta giacchetta. Ammazza che spalle! E quanto porta, 84?”. La cosa che rende gravi queste battute è che non hanno alcun corrispettivo in inglese, sono letteralmente aggiunte in momenti privi di dialoghi dell’originale. Dalle battute aggiunte è evidente la destinazione del prodotto, sono sicuro che molti gonzi hanno riso alla ridicolizzazione della donna corpulenta pestata a sangue. Porta la taglia 84 e il ragazzo l’ha menata…

Scena dal film Quei bravi ragazzi dove il protagonista Ray Liotta ride in maniera esageratamente finta

Quando sul finale Fritz viene sfruttato per piazzare una bomba e salta per aria, all’ospedale dove viene ricoverato lo va a trovare la napoletana di prima che parla dell’annosa questione dei “botti” a Napoli.

Insomma, questo film doppiato l’ho passato a setaccio ma di comicità non ne ho trovata. Le battute che ho riportato qui non sono che la punta dell’iceberg perché i dialoghi italiani in realtà sparano una cazzata al minuto, l’ho cronometrato facendone poi la media su un campione di minuti, è un vero record!

Doc Brown dal film Ritorno al futuro che guarda l'orologio e dice: bontà divina, una cazzata al minuto

Doppiatori italiani di Fritz il gatto

Il cast di doppiaggio della versione dialettale di Fritz il pornogatto è scarsamente documentato (neanche una scheda sui principali siti enciclopedici sul doppiaggio) quindi abbiamo approfittato dell’occasione per confermare quel poco che era già noto da Wikipedia (4 voci) e per espandere la lista degli interpreti. Questa fin’ora è la scheda più completa mai realizzata sul doppiaggio di questo film.

Oreste Lionello: Fritz il gatto

Solvejg D’Assunta: prostituta (Big Bertha)

Giampiero Albertini: Ambrogio (Duke)

Renato Turi: poliziotto #1

Vittorio Di Prima: agente Nicolino (Ralph)

Claudio Capone: pappone di Bertha (Sonny)

Isa Di Marzio: corva che parla dell’IVA

Renato Cortesi: rabbino orbo/ “mandrillo” (formichiere) / “Carletto” (Blu il coniglio)

Willy Moser: corvo magro nel bar

Se volete segnalarci altri interpreti saremo felici di verificarli per voi, se possibile.

Conclusione

Che questo film animato sia stato usato come mezzo per riciclare battutine e battutacce destinate al cabaret del Bagaglino è cosa ben più grave della semplice scelta stilistica di adoperare i dialetti italiani. Fritz il gatto e Monty Python e il Sacro Graal sono una pietra tombale su Oreste Lionello come dialoghista e adattatore (sempre che si tratti effettivamente di lavori suoi) che certo non intacca la sua meritata fama di interprete (tanti sono stati gli elogi a Lionello come doppiatore su questo blog) ma spinge a domandarsi: quali altri danni non documentati avrà fatto? I primi sospetti erano già venuti dalle tante scelte bislacche nel copione italiano di Ghostbusters II e sono certo che abbia curato anche adattamenti “normali” ma se ne stanno accumulando troppi di tragici a suo nome.

Curioso poi che lo stesso Oreste Lionello si sospetti possa essere stato il dialoghista per entrambe le versioni, quindi sia del doppiaggio dialettale sia di quello “ufficiale”, come sospettano alcuni doppiatori che ho contattato alla ricerca di maggiori informazioni su questo film. Questa rimane al momento una mera supposizione.

Non ci sono mezzi modi per dirlo, Fritz il gatto va visto esclusivamente in lingua originale, se proprio vi interessa (di per sé non è proprio un capolavoro) perché il suo secondo doppiaggio, l’unico arrivato fino a noi, ci porta un film completamente diverso che ha solo le immagini in comune, nient’altro, e che al massimo potrei consigliare come un film di incoraggiamento per comici in erba, così che anche i peggiori possano dire: perfino io posso fare meglio di Fritz il gatto!

 

Joker che dice: ho dato un nome al mio dolore... e il nome è Oreste. Battuta alterata dal film Batman 1989

Ringraziamenti

Per le ricerche voglio ringraziare Francesco Finarolli (cinefilo e studioso di cinema), Leo (collaboratore di questo blog), Anton Giulio Castagna (direttore di doppiaggio), Melina Martello (doppiatrice e direttrice di doppiaggio), Antonio Luca De Tomaso (collezionista), Mauro Ferrari (collezionista).

[Italian credits] SPY (The Long Kiss Goodnight, 1996)

Questa sera (venerdì 30 gennaio 2018) il canale CineSony trasmetterà alle 21.00 un film molto particolare, che merita di essere riscoperto: Spy (The Long Kiss Goodnight, 1996) di Renny Harlin.
Stando ai passaggi precedenti sullo stesso canale, la versione del film sarà quella “originale” (cioè con la titolazione in inglese) quindi ne approfitto dunque per rispolverare la mia VHS Cecchi Gori – recuperata nell’angolo polveroso di un mercatino dell’usato, al prezzo di 50 centesimi! – che invece sfoggia un perduto trasferimento da pellicola italiana.


«Sono sempre franco e onesto con le donne.
A New York sono Franco…
A Chicago sono Onesto!»


Copertina dell'edizione VHS italiana del film Spy, marchio CecchiGori

VHS Cecchi Gori 1997

Un film da riscoprire, dicevo, sia perché alla regia c’è il comunque bravo Renny Harlin – lo sfortunato finlandese che dopo la gavetta con filmacci come Prison (1987) e dopo il quasi successo di Die Hard 2 (1990) e Cliffhanger (1993) non ne ha più azzeccata una, fino all’imbarazzo de Il passo del diavolo (2013) – ma soprattutto perché alla sceneggiatura c’è il più controverso (e all’epoca il più pagato) sceneggiatore di Hollywood: Shane Black.

Se tutto va bene dopo l’estate finalmente uscirà The Predator (2018), con cui Shane Black torna alle origini: aveva 26 anni quando il suo personaggio è il primo ad essere ucciso dal mostro del film Predator (1987) di John McTiernan, e dopo essere stato professionalmente morto più volte, Shane torna idealmente alle origini, stavolta scrivendo e dirigendo nel 2018 lo stesso cacciatore alieno che l’aveva ucciso trent’anni prima.
Per l’occasione sto approfondendo la conoscenza di questo autore incredibile – che è passato da stipendi faraonici all’ostracismo totale, dagli onori della cronaca all’oblio professionale – traducendo in esclusiva alcune sue interviste, come quella su Fangoria nel 1987, ad inizio carriera, e quella sull’The Hollywood Reporter nel 2016, al momento della rinascita.
Infine vi ricordo che il blogger “Cassidy” sta ripercorrendo l’intera carriera di Black per il ciclo “Back in Black” sul sito La Bara Volante dove oggi anche lui recensisce il film in contemporanea!

banner del ciclo di recensioni dedicate allo sceneggiatore Shane Black

Il ciclo dedicato all’autore che porta il pulp al cinema


Un titolo marlowiano

Copertina del libro di Raymond Chandler intitolato Il lungo addioIl cuore di Black batte per l’hardboiled d’annata, per quei romanzi in edizione tascabile pieni di eroi “duri” (come Mike Shayne) ai quali ha dedicato quello splendido omaggio che è il film Kiss Kiss Bang Bang (2005), purtroppo un nuovo flop al botteghino nella sua carriera. Proprio come quest’ultimo film è diviso in capitoli intitolati usando celebri romanzi di Raymond Chandler, anche The Long Kiss Goodnight è un titolo che palesemente strizza l’occhio al romanzo del 1953 The Long Goodbye (in Italia, Il lungo addio), con il celebre Marlowe di Chandler: l’inspiegabile rititolazione italiana rovina a prescindere questo gioco. (Magari Il lungo bacio d’addio sarebbe stato più adeguato, ma quanti italiani conoscono Philip Marlowe così tanto da capire il richiamo?)

Se già il titolo non bastasse a far capire la strizzata d’occhio, ad un certo punto vediamo il personaggio interpretato da Jackson guardare in TV una replica de Il lungo addio (The Long Goodbye, 1973) di Robert Altman, con un Elliott Gould fuori dal normale nel ruolo di Philip Marlowe, cioè che in inglese viene definito larger-than-life. Vediamo la TV trasmettere la scena in cui Marlowe è al supermercato a cercare un specifico cibo per il suo gatto e un inserviente di colore gli risponde in modo divertito:

— A che mi serve un gatto? Ho la ragazza.
— Tu hai una ragazza e io ho un gatto.

Al che si inserisce Samuel L. Jackson a parlare sopra a Marlowe, e all’inserviente che dice di avere una ragazza risponde:

— Sì, e lei ha la micia.

Si sente il divertito Shane Black che porta in video l’usanza che tutti noi abbiamo: storpiare le battute dei film in diretta. Anche se nella versione italiana si perde la battuta originale: «Yeah. Pussy’s pussy».

Tu hai la ragazza, io ho una gatta: entrambi abbiamo una pussy


La sceneggiatura più costosa di sempre

Non resisto a presentare un delizioso brano dal romanzo Scusate il disturbo (One Fine Day in the Middle of the Night, 1999; in Italia, Meridiano Zero 2003) dello scozzese Christopher Brookmyre:

Copertina del libro di Christopher Brookmyre intitolato Scusate il disturbo— Visto che hai un termine per tutto, come chiami questo tipo di situazione?
— Di solito la chiamo un film di Renny Harlin. Il peggior regista di film d’azione del cazzo […] Non ne capisce niente. Fa saltare un po’ di roba e collega le esplosioni a sequenze di dialogo maldestramente girate e sempre male illuminate. E la cosa più tragica è che fa soldi, perciò gli permettono di continuare a girare.
— Non ricordo mai troppo bene i nomi dei registi. Chi è?
— Renny Harlin. L’imperdonabile autore di 58 minuti per morire, il sequel di Trappola di cristallo. Talmente indegno che John McTiernan ci ha scherzato su, ha detto che non era mai stato presente durante le riprese di Duri a morire, la vendetta, che poi è uscito ed è iniziato a circolare con il titolo di Duri a morire 3. Tra i crimini di Harlin, la resurrezione della carriera di Stallone con Cliffhanger e il peccato mortale di avere rovinato una sceneggiatura di Shane Black con Spy.
— Oh, dai, quello l’ho trovato divertente.
— Sì, è vero, però il merito è di Shane Black. Come thriller era uno schifo, e lì il merito è di Renny Harlin. Diavolo, Shane Black vale parecchio. Non si svende a chiunque. Dovrebbe esistere un elenco approvato di registi per le sue sceneggiature.

(Traduzione di Vittorio Curtoni)

Geena Davis in una scena del film Spy dove viene legata alla ruota di un mulino e immersa in acqua

Prova sottana: superata!

Il caso di Shane Black sembra uscire da una di quelle storie edificanti, del tipo “l’America è la patria delle opportunità”. Aveva circa 24 anni quando abitava in un bungalow di Los Angeles insieme a futuri sceneggiatori come Ed Solomon (Men in Black) e Jim Herzfeld (Ti presento i miei). Poco più che ventenne si fa conoscere nell’ambiente vendendo la sceneggiatura di Arma letale, un’esplosione nei botteghini di tutto il mondo e un film che da solo riscrive le regole di un intero genere, superando se stesso quando nel 1989 vende la sceneggiatura de L’ultimo boyscout per 1,75 milioni di dollari: la cifra più alta pagata all’epoca per un copione. Questo record viene infranto da Shane stesso, che il 20 luglio 1993 vende la sceneggiatura di Spy alla New Line Cinema per 4 milioni di dollari (altre fonti riportano 4,6), una cifra all’epoca impensabilmente alta.

Con l’avvento del Duemila, M. Night Shyamalan vende il suo Unbreakable per 5 milioni, segno che all’epoca l’asticella non si è ancora alzata di molto rispetto a Shane, infatti il Guinness Book of Records del 1999 riporta ancora Shane come autore della sceneggiatura più pagata. Curiosamente però specifica che l’idea del soggetto è venuta in realtà alla fidanzata, che per questo ha ricevuto solo 20 mila dollari di compenso.

Per una qualche beffarda legge del contrappasso le sceneggiature che più gli hanno fruttato a livello economico, che l’hanno reso il più noto sceneggiatore di Hollywood, sono anche quelle che gli hanno distrutto la carriera. L’ultimo boyscout delude ma è niente in confronto al terremoto di Spy: costato 65 milioni di dollari, in totale ne guadagna giusto una trentina. È la fine della carriera di Shane Black.

Copertina del New York Magazine dove venne recensito SpyPer capire la reazione che il film ha suscitato all’epoca della sua uscita, ecco la recensione del “New York Magaine” del 18 novembre 1996:

«Lo spettacolo è avvincente ma emozionalmente insignificante. Il cinismo è straordinario (agenti della CIA che fecero esplodere il World Trade Center [nel 1993] per spaventare il Congresso così da aumentare i fondi all’antiterrorismo) e il sadismo non conosce sosta (c’è gente sventrata, congelata, bruciata, affocaga, incatenata e presa a parolacce).
The Long Kiss Goodnight è in parte salvato dal suo umorismo vecchio stampo: Geena Davis come super assassina e Samuel L. Jackson come suo compare sono divertenti insieme. Lo sceneggiatore Shane Black scrive ottimi dialoghi e turpiloquio d’effetto [gaudily effective profanity]: l’insolenza ha sempre il suo fascino. Ma a parte le battute, questo è un film assolutamente disperato, con così tanti cambi di sceneggiatura e sparatorie che anche un ragazzo di 14 anni diventerebbe irrequieto in sala e lo si potrebbe sentir chiedere quando mai finirà quella roba. Il problema è che non finisce mai.»

Geena Davis e Samuel Jackson in una scena del film Spy

Una coppia affiatata, ma destinata al flop


L’assassina senza memoria

Non so quanto sia voluto, ma il personaggio di Samantha Caine / Charly Baltimore è la versione femminile – nonché la reinterpretazione alla Shane Black – del tema dell’“assassino senza memoria”, reso celebre dal romanzo Un nome senza volto (The Bourne Identity, 1980, prima avventura di Jason Bourne) di Robert Ludlum e dal longevo fumetto XIII del belga Jan Van Hamme, iniziato nel 1984 e diventato in seguito anche (dimenticabilissima) serie TV.

Entrambi questi due personaggi condividono con Samantha/Charly l’amnesia seguita ad un’operazione sporca firmata da un’agenzia governativa fin troppo solerte.

Geena Davis in veste da assassina in una scena del film Spy

Geena Davis in una rielaborazione del tema “Assassino senza memoria”


The Nice Buddy Guys

Il giornalista Zach Baron nel 2016 ha definito Shane Black «king of alpha-male-one-liners» – re di quelle che io chiamo “frasi maschie” – e in effetti nella storia dell’umanità ci sono solo due film che possono essere considerati distributori automatici di “frasi maschie”, Commando (1985) e L’ultimo boyscout (1991), e uno è firmato da Shane. Questi però è in realtà specializzato in un elemento più comune ai suoi film, che non sempre sparano battute da applauso: Black è specializzato in buddy movies, storie con due protagonisti diametralmente opposti che si ritrovano costretti a lavorare insieme.

Da Arma letale (1987) – bianco pazzo e nero sconsolato – a L’ultimo boyscout (1991) – bianco sgualcito e nero ordinato – da Kiss Kiss Bang Bang (2005) – bianco fallito e gay risolvi-tutto – a The Nice Guys (2016) – bianco magro e bianco grasso. Il forte di Black è il dialogo frizzante fra due protagonisti agli antipodi, come appunto la “killer smemorata” Samantha Cain (Geena Davis) e Mitch Henessey (Samuel L. Jackson).

Geena Davis e Samuel L. Jackson insieme in una scena del film Spy

Geena Davis e Samuel L. Jackson: stessa accoppiata di “colori”, ma coppia diversa rispetto ad “Arma letale” (1987)


L’angolo di Evit

So che il “padrone di casa” ha in antipatia una battuta pronunciata da Geena Davis in questo film, che invece fa parte di uno scambio di battute che secondo me andrebbe rivalutato.
Quando la casalinga si è trasformata in assassina, dovendo togliere una medicazione a Jackson mette in atto una tecnica curiosa: si apre l’accappatoio da vanti a lui, e mentre l’uomo fissa lo spettacolo gli strappa di getto la benda.

Samuel: Fa un male cane.
Geena: Lo so, per questo ti ho distratto. Come quando si deflora una vergine. L’ho letto in un libro di Harold Robbins: lui le morde l’orecchio per distrarla dal dolore. Mai provato?
Samuel: No, io ci vado di gancio destro e urlo «Vai col tango”!» [possibile citazione da Febbre da cavallo con cui il doppiaggio italiano ha tradotto l’originale «Pop goes the weasel»?]

A me sembra un dialogo divertente, ed è curioso ritrovarlo cancellato – insieme ad ogni altra “firma di Shane Black” – dalla novelization ufficiale firmata da Randall Boyll, che ha fatto in modo di togliere ogni frizzante umorismo dalla storia. (Curiosamente i titoli di coda italiani del film danno per edito in Italia da Sperling & Kupfer detto romanzo, di cui in realtà non esiste la minima traccia.)


Una curiosità sugli stunt

Il film vanta la presenza della stuntwoman Dana Lynn Hee, oggi nota solo come Dana Hee, in alcune scene come stunt double di Geena Davis. Medaglia d’oro di Taekwondo alle Olimpiadi di Seoul del 1988 poi speaker motivazionale, Dana diventa “cascatrice” per il cinema nel 1993, e prima di Spy appare in un alto numero di film di alto profilo, da L’uomo ombra (1994, stunt double di Penelope Ann Miller) a Batman Forever (1995, stunt double di Nicole Kidman). Nel 1996 è stunt double di Pamela Anderson in Barb Wire… probabilmente con l’uso di qualche protesi pettorale!

Quando arriva sul set di Spy ha appena lavorato a Independece Day (1996), ha indossato i panni della creatura gigeriana protagonista di Specie mortale (1995) ma soprattuto ha sostituito nei combattimenti Kitana (Talisa Soto) in Mortal Kombat (1995).

Intervistata dalla rivista “Femme Fatales” (volume 9, n. 1, giugno 2000), Hee ricorda la sua partecipazione a Spy:

«Sono finita al pronto soccorso due volte in quel film. Mi sono rotta una mano in un incidente davvero stupido. È stato durante la scena in cui Geena esce fuori dalla cabina di un’autocisterna rovesciata, poi si lancia mentre la cisterna colpisce un’auto e viene catapultata via: il mio incidente è accaduto allora. Era una notte piovosa, c’è stato un problema di comunicazione ed io finii per cadere fra la cabina e la cisterna, rompendomi una mano.
Mi sono anche ferita la testa mentre cadevo all’indietro in uno scivolo del carbone. Dopo una caduta di un metro e mezzo sono caduta sulle mie spalle e poi sulla schiena. L’impatto è stato così forte che ho sbattuto la testa, con una brutta commozione cerebrale. Ho avuto così tante commozioni cerebrali – alcune dovute alle arti marziali altre agli stunt nei film – che mi accorgo subito quando ne subisco una.»

Una scena dal film Spy dove Geena Davis sta per eseguire un salto ad alto rischio

Ora arriva Dana Hee a sostituire Geena… e a rompersi una mano!


La distribuzione italiana di Spy

Presentato l’11 ottobre 1996 in contemporanea sia negli Stati Uniti che in Canada, The Long Kiss Goodnight arriva nelle sale italiane il 4 dicembre 1997 con il misterioso ed immotivato titolo Spy, nuova tacca sulla pistola fumante della creatività italiana per i titoli idioti.
La sua vita italiana è targata Cecchi Gori e al di là di una VHS nel 1997 e un DVD nel 2002 non c’è altro, il tipico trattamento CecchiGori che, per minimizzare le perdite, attende l’acclamazione popolare sui social media (ciò che loro chiamano “startup“) prima di considerare la pubblicazione in alta definizione, mentre all’estero il Blu-Ray di Spy esiste già dal 2011. Dubito però che questo film in Italia raccoglierà mai abbastanza fan da convincere CG a pubblicarlo in HD, quindi potrebbe rimanere in bassa definizione ancora per molto, molto tempo.


Titoli di testa italiani di Spy

Titoli di coda italiani del film Spy

L.

P.S.
Se simili resoconti vi interessano continuate a seguirci ogni due venerdì qui su Doppiaggi Italioti e vi invito a venire a trovarmi anche sul mio blog Il Zinefilo: viaggi nel cinema di serie Z.

– Ultimi post simili:

DISC INFERNO: L’Esorcista (Blu-Ray Warner 2010)

by

disco DVD avvolto dalle fiamme con scritta "DISC INFERNO"

Disc Inferno è la rubrica breve che vi porta in un mondo di copertine DVD e Blu-Ray tradotte a cazzo di cane sciattamente e a volte comicamente. Fate partire la colonna sonora!

Se già la Warner Home Video non brilla per la qualità delle sue copertine, metterci pure degli errori di traduzione sarebbe un infierire da far girare la testa, a 180°. E quale film migliore del L’esorcista di William Friedkin per mettere in pratica un infierire così diabolico?

retro di un DVD della Warner

Il retro burocratico di un qualsiasi cofanetto Warner

Chi possiede un DVD o un Blu-Ray di questa marca avrà certamente notato che il retro sembra qualcosa di preparato da un notaio più che da un addetto del marketing: con la parte legale stampata in piccolo a piè di pagina che occupa più spazio di qualsiasi altro elemento della copertina, quei riquadri fatti in MS Word ’97 contenenti lista di tracce audio e sottotitoli redatta con “il copia-e-incolla di chi non ha voglia“, dove anche gli accapo improvvisamente diventano un lusso mai sospettato prima.

Insomma un vero e proprio capolavoro di sciatteria che si perpetua ormai da 20 anni, visto che è stato proposto tale e quale anche nelle copertine dei formati in alta definizione. Del resto, se hanno venduto per così tanto tempo, perché cambiare qualcosa? Quel riquadro in Word ’97 va benissimo così com’è!

Se poi a queste copertine Warner di fine anni ’90 ci aggiungiamo anche una traduzione ridicola arriviamo a L’esorcista nella sua edizione Blu-Ray, quella che comprende sia il montaggio cinematografico originale sia la cosiddetta extended director’s cut.

La copertina Blu-Ray di L’Esorcista

Il retro del Blu-Ray dell’Esorcista esordisce con

LA PiU’ SPAVENTOSA ESPERIENZA IN BLU-RAY!

traduzione di “experience blu-ray at its scariest!” con il tocco di creatività dato da una “i” minuscola. La scritta è in rosso scarsamente leggibile per via dello sfondo su cui è stato inserito. Il testo prosegue con la seguente descrizione che qui vi trascrivo fedelmente, maiuscole e punteggiatura inclusa:

Controverso e popolare sin dalla sua uscita nelle sale, L’esorcista debutta in Blu-ray con questa straordinaria Edizione a 2 Dischi, che include la versione Cinematografica Originale del 1973 e la versione Extended Director’s Cut del 2000. La spaventosa e realistica storia di una ragazza innocente posseduta da un’entità terrificante e della madre che con la sua risolutezza salva lei e i due sacerdoti – da una parte il dubbio, dall’altra la fede – si uniscono nel combattere il male ultimo che lascia ogni volta senza fiato gli spettatori. Questo grande thriller soprannaturale stupisce e sconvolge  come nessun altro film.

Retro della copertina Blu Ray del film l'Esorcista

Il notaio che ha preparato questo testo chiaramente non ricordava le basi dell’ortografia italiana e per sicurezza ha lasciato le maiuscole ovunque le abbiano usate gli americani, quindi la 2-Disc Edition del testo originale è diventata una straordinaria Edizione a 2 Dischi, così come the Original 1973 Theatrical Version è diventata la versione Cinematografica Originale del 1973 e a questo punto ci potremmo domandare perché “versione” sia stato lasciato in minuscolo.

Potremmo sospettare un uso troppo libero delle maiuscole di rispetto da parte di chi è avvezzo ad un italiano burocratico (il mio sospetto che le copertine le prepari un notaio aumenta sempre di più) ma purtroppo temo che si tratti semplicemente dell’ennesimo caso di maiuscolite (segnalata spesso dal blog Terminologia etc.) che affligge sempre più italiani, è il lato ridicolo della globalizzazione. Uno scimmiottare la lingua inglese (spesso inconsciamente) che costringe a premere il tasto shift molto più spesso del dovuto e che affligge a vari livelli gran parte di noi, me incluso visto che in tutto l’articolo ho scritto L’esorcista con la E maiuscola nonostante la regola vuole che solo la prima parola di un titolo (in questo caso l’articolo determinativo) sia scritta in maiuscolo.

Vorrei sapere qual è l’impatto ambientale di questa crescente abitudine. Quanta CO2 immessa in atmosfera per premere quel tasto shift per maiuscole non necessarie?

Retro della copertina in inglese di L'Esorcista

Nella sua ignoranza, la traduzione italiana è anche incostante: se la 2-Disc Edition diventava una Edizione a 2 Dischi (senza il trattino), la frase NEW 3-PART DOCUMENTARY mantiene inspiegabilmente il trattino anche in italiano con NUOVO DOCUMENTARIO IN 3-PARTI. Perché?

Ma la frase in assoluto più divertente e da ritiro della licenza elementare è questa:

La spaventosa e realistica storia di una ragazza innocente posseduta da un’entità terrificante e della madre che con la sua risolutezza salva lei e i due sacerdoti – da una parte il dubbio, dall’altra la fede – si uniscono nel combattere il male ultimo che lascia ogni volta senza fiato gli spettatori.

Una frase così composta denota gravi lacune di italiano ancor prima di parlare di scarsa traduzione. Non si capisce se è la madre che salva i preti o sono i preti che salvano la bambina, infatti l’eccesso di congiunzioni ci porta alla storia di “una ragazza posseduta e della madre e due sacerdoti”. Incomprensibile poi quel “da una parte il dubbio, dall’altra la fede”, a che cosa dovrebbe far riferimento? Insomma, ogni singolo elemento di questa copertina è sbagliato oppure molto sbagliato. Janosh aiutaci tu!

Scena da Ghostbusters 2: Janosh dice "tutto ciò che tu fa è male"

“Tutto ciò che tu fa è male”

Chiaramente si è perso qualcosa per strada quindi per capirci qualcosa dobbiamo tirare fuori il testo originale, perché è palese che si tratti di una traduzione diretta o quasi:

The frightening and realistic tale of an innocent girl inhabited by a terrifying entity, her mother’s frantic resolve to save her and two priests – one doubts-ridden, the other a rock of faith – joined in battling ultimate evil always leaves viewers breathless.

Ve ne propongo una mia traduzione al volo:

La spaventosa, realistica storia di una ragazza innocente posseduta da una terrificante entità, di una madre determinata a salvarla e di due sacerdoti – uno in crisi spirituale, l’altro dalla fede incrollabile – che si uniscono nel combattere il male supremo. Lascia ogni volta gli spettatori senza fiato.

Ci ho messo più a cercare le immagini contenute in questo articolo che a tradurre quel testo. Cioè, alla fine basta non darlo in pasto al traduttore di Bing per fare qualcosa di decente, o evitare di darlo in mano a gente che quando traduce risulti indistinguibile dal traduttore di Bing. (La versione tradotta da Bing è comunque più comprensibile, provare per credere)

È proprio strano, è quasi come se alla Warner non gliene fregasse assolutamente niente dei propri clienti! Tanto, se volete L’esorcista, in catalogo lo posseggono solo loro e quindi, se non vi va bene la storia della madre determinata a salvare sia la figlia che i due preti, diciamo che vi potete tranquillamente attaccare al tram, stracciacazzi!

The Shape of Water (2017) La rivincita di Roger Corman

by

Un mio articolo pubblicato sul blog “Il Zinefilo – Viaggi nel cinema di serie Z”.

Il Zinefilo

Se lo scriverai, lui verrà. Rimaneggiando la celebre frase de “L’uomo dei sogni” (1989) presento con orgoglio un guest post davvero particolare. Ieri ho evocato Evit il cui commento mi ha spinto a vedere un film che non avrei mai visto di mia spontanea volontà, “La forma dell’acqua“, tanto che non ho resistito a recensirlo in modo dissacrante. Non mi ero reso conto che mentre scrivevo la recensione ho sfregato le dita sulla tastiera fino a comporre una Lament Configuration: la scatola di Lemarchand ha fatto sì che evocassi Evit in persona, atterrato su questo blog appositamente per dare la sua versione dei fatti.
Spero sia solo il primo di tanti altri chiodi con cui il nostro Pinhead sevizierà il cinema!
L.


The Shape of Water (2017)
La rivincita di Roger Corman

di Evit
del blog Doppiaggi Italioti

Henry Fielding Henry Fielding

Nel 1741, lo scrittore inglese Henry Fielding pubblicò…

View original post 1.713 altre parole

[Italian credits] Sette spose per sette fratelli (1954)

Ecco un altro grande classico del cinema con splendida localizzazione italiana: le immagini che presento mi sono state inviate dal sempre atteno lettore javriel, che ha donato splendido materiale che pian piano sto presentando, come nel caso de Il grande cielo (1952) e Frankenstein (1931). (Dopo il successo di Via col vento ho ricevuto molti contributi di lettori diversi, e sto cercando di mettermi a paro.)

Il classicone è Sette spose per sette fratelli (Seven Brides for Seven Brothers, 1954) di Stanley Donen, Premio Oscar 1955 per la miglior colonna sonora in un musical. (All’epoca si distingueva la musica dei film “normali” da quella per i musical.)

Non resisto a presentare il film traducendo il delizioso lancio apparso sulla autorevole rivista “LIFE” del 26 luglio 1954:

La più piacevole delle sorprese arriva da un gaio capriccio boscaiolo anticonformista chiamato “Sette spose per sette fratelli“. È basato su un soggetto vecchio di duemila anni, la storia di Plutarco del ratto delle Sabine per mano dei soldati romani, che Stephen Vincent Benét ha trasformato in un delizioso racconto folkloristico della valle del Tennessee chiamato “The Sobbin’ Women. [Apparso su “The Country Gentleman” nel maggio 1926, in Italia il racconto è contenuto nell’antologia “La valle delle Sabine“, Longanesi 1948 ristampato poi nel 1954 in onore del film: in seguto è stato del tutto dimenticato. Nota etrusca.] La MGM ha spostato l’ambientazione di Benét nell’Oregon, arricchito tutto con la colonna sonora orecchiabile di Gene de Paul, testi adulti di Johnny Mercer e un’ispirata serie di numeri di danza curati dal coreografo Michael Kidd. In una felice scelta di casting hanno chiamato Howard Keel e Jane Powell nei ruoli protagonisti. E così si ritrovano un successo di mezza estate fra le mani.
Malgrado tutte le modifiche, la storia classica è ancora lì, ma stavolta è il racconto dei fratelli Pontipee, sei montanari rossi di capelli che sono così presi dalle deliziose ragazze che il loro settimo fratello ha portato in casa da seguire l’antico precedente e sposarsele tutte.

Dal saggio Musicals in Film: A Guide to the Genre (2016) di Thomas S. Hischak scopriamo che per cinque anni il produttore Joshua Logan ha tentato di trasformare questa storia in un musical di Broadway, senza riuscirci. Solo allo scadere di questo tempo la MGM è potuta rientrare in possesso dei diritti e mettere in lavorazione il film The Sobbin’ Women.

Il produttore Jack Cummings pensava che la storia necessitasse di reali canzoni folk americane, quindi passò mesi ad ascoltare dozzine di registrazioni prima di rendersi conto che c’era bisogno di una colonna sonora originale.

Trovando The Sobbin’ Women (“Le donne singhiozzanti”) un titolo terribile per un musical, la MGM optò per A Bride for Seven Brothers: il reparto censura dello studio fece però notare che “Una sposa per sette fratelli” era un titolo fuorviante e decisamente troppo allusivo, così fu meglio specificare che si intendevano “Sette spose per sette fratelli”. Ognuno la sua.

Intervistato per il saggio The Dancer Within (2008) di Rose Eichenbaum, Russ Tamblyn – il piccolo Gideone del film – ricorda la sua esperienza dell’epoca:

Sette spose per sette fratelli” mi ha donato visibilità e dopo l’uscita del film “Dance Magazine” ha cominciato a mettermi in copertina. Trovo la cosa buffa, visto che io in realtà mi considero più un attore drammatico che un ballerino.
Michael Kidd, il coreografo del film, voleva sette grandi ballerini ad interpretare i fratelli, mentre lo studio disse che Howard Keel, che interpretava il fratello maggiore, se da una parte non era un gran che nella danza era però un bravo cantante. Inoltre la casa ha insistito sull’utilizzare almeno due attori che aveva già sotto contratto: alla fine permisero a Kidd di gestire liberamente solo quattro ruoli. Kidd venne da me e disse “Qualcuno mi ha detto che sai fare le capriole in avanti e indietro”. “Sì”, e gli feci una capriola all’indietro proprio di fronte a lui. “Splendido, la useremo in uno dei numeri”, disse. “Ehi, aspetta un momento”, intervenni. “Vuoi farmi ballare con Jacques d’Amboise, Tommy Rall, Matt Mattox e tizi del genere? Non credo di esserne capace”. “No, no, no”, rispose lui, “non preoccuparti, interpreteranno boscaioli e faranno la quadriglia”. Credo di essere stato l’unico dei fratelli a non provenire dalla danza professionale. Ma alla fine funzionò e andò a mio favore, facendomi ottenere uno degli assolo del film.
C’era questa scena in cui Jane Powell doveva insegnare ai fratelli come danzare. Be’, è davvero difficile per un ballerino di scuola classica fingere di non saper danzare. Ma visto che io non ero un ballerino, il mio ruolo sembrò decisamente reale.

Jane Powell insegna a danzare. Russ Tamblyn è quello in alto a sinistra

Presentato in anteprima a Houston (Texas) il 15 luglio 1954, arriva in Italia abbastanza in sordina nel giugno 1955 ma in compenso rimane almeno un decennio a girare le sale di tutto il Paese, grandi e piccole. In home video si conoscono solo due edizioni in VHS: MGM (“Gli Scudi”) e Panarecord, entrambe di datazione ignota.
Risale al 2002 la prima edizione DVD, targata Warner Home Video e ristampata nel 2010: la stessa casa nel 2005 presenta un’edizione speciale due dischi.

Una curiosità

Malgrado Russ Tamblyn sia ancora oggi attivo come attore, la sua partecipazione a questo film non è mai stata dimenticata, così quando nel 1986 partecipa ad un episodio della serie TV Saranno famosi il suo ruolo è ovviamente quello di un talentuoso coreografo. E durante l’episodio viene proiettato proprio il suo assolo alla sagra paesana di Sette spose per sette fratelli, con le sue evoluzioni in aria.

E sì che ce l’ha messa tutta per scrollarsi di dosso la fama di ballerino, interpretando i ruoli più disparati: dalla storia di fantasmi Gli invasati (1963) fino addirittura a ricoprire il ruolo di un perfido assassino leader di una diabolica banda di motociclisti in Satan’s Sadists (1969). Niente da fare: rimarrà sempre il piccolo Gideone che fa le capriole con l’accetta…

Titoli di testa

Titoli di coda

Selezione video

Guarda il film a € 2,99

L.

P.S.
Se simili resoconti vi interessano continuate a seguirci ogni due venerdì qui su Doppiaggi Italioti e vi invito a venire a trovarmi anche sul mio blog Il Zinefilo: viaggi nel cinema di serie Z.

– Ultimi post simili:

[VIDEO] Speciale SCATOLA DELLA VIDEOTORTURA n°5

by

Due film entrano nella scatola, solo uno ne viene estratto. Questa la semplice regola della scatola della videotortura, un episodio speciale della nostra serie di svago cinematografico, i videocommentatori, dedicato ai film che mai riusciremmo a vedere volontariamente
In questo nuovo episodio il sorteggio è tra Nukie (il film preferito da Nelson Mandela) e Esorcista II – L’eretico (nel suo doppiaggio originale), due film legati da un fortuito filo conduttore: l’Africa.

Le magliette di Doppiaggi Italioti

by
t-shirt con il logo del blog Doppiaggi Italioti

t-shirt con il logo del blog Doppiaggi Italioti

In un momento molto alla Balle Spaziali, una piccola comunicazione di servizio per annunciarvi l’arrivo delle t-shirt sfiziose di Doppiaggi Italioti! Mettiamo il nome su tutto (cit.). Non tarderanno ad arrivare anche: il libro da colorare, il cestino da pranzo, il lanciafiamme e la bambola, me.

Alcuni di voi mi avevano chiesto da molto tempo qualcosa del genere e finalmente, dopo anni, mi sono deciso a far stampare alcune magliette con il logo del blog, in tiratura molto molto limitata.
Fruit of the Loom nere, 100% cotone, taglie: M, L e XL.

Disponibili ora! Sulla nostra pagina Patreon.