Io aborto, lui lei aborte…? Estraneo a bordo (Stowaway, 2021)

    Locandina di Estraneo a Bordo, film Netflix del 2021

    Da quando Netflix ha scoperto che i film ambientati in una navicella nello spazio costano poco perché c’è un unico set da costruire, è iniziata la mia rovina perché, scemo, continuo a cascarci e me li vedo tutti pensando che il prossimo sarà avvincente o almeno interessante. “Estraneo a bordo” (Stowaway in originale) tecnicamente l’ho visto, così come avevo visto The Midnight Sky di Clooney, aggiungendomi così alla statistica dei milioni di “spettatori” che li hanno visti per intero, numeri di cui probabilmente Netflix si vanta.
    Questi film ambientati nello spazio sono tutti simili: attori noti, look realistico ma su premesse scientifiche che farebbero arrossire Michael Bay, lentezza cronica spacciata per profonda scelta artistica… sono tutti film che stazionano da subito sui 5 su 10 di IMDb, appena sotto la sufficienza. Brava ma non si applica.

    Scena dal film Estraneo a bordo, 2021 su Netflix. Protagonista che guarda da un oblò

    Guardo il mondo da un oblò, mi annoio un po’

     

    Estraneo a bordo, ovvero l’inglese nell’adattamento italiano

    Dalle solite ditte internazionali messe su da Netflix (la SDI in questo caso, dal 2018 con sede anche a Roma) ci arriva quello che ormai comincio a definire “il solito doppiaggio Netflix”, e probabilmente sto facendo un’ingiustizia a tanti altri che non soffrono dello stesso problema, insomma sto parlando del vecchio caro eccesso di inglese nei dialoghi italiani! Oh, yes.

    Good check?
    Good check.

    Se Prime Video di Amazon continua a sorprendere con adattamenti di qualità (no, non mi pagano per dirlo, magari!), Netflix continua a tirare fuori dei piccoli aborti. Perché come altro chiamare un dialogo dove sentiamo fuori campo:

    “buona fortuna, Godspeed e ci rivedremo qui tra due anni”

    Scena dal film Estraneo a bordo

    Reggetevi…

    Godspeed con questo adattamento!

    Perché qualcuno in un dialogo tradotto in italiano dovrebbe dire “godspeed”? Sì, è un augurio che viene ancora oggi fatto prima dei lanci della NASA nella formula “good luck and Godspeed”, e allora? È una buona ragione per lasciarlo nei dialoghi di un film adattato per l’Italia? Neanche Apollo 13 (1995) che raccontava una storia vera, di veri astronauti, si prodigava tanto a riportare addirittura i saluti di auguri in inglese per una qualche veridicità storica. Perché un film di fantascienza ambientato nel futuro dovrebbe? I sottotitoli in italiano infatti lo omettono, il “buona fortuna” bastava. Tanto più che lo sentiamo solo per radio, nessuna esigenza di labiale.

    A riprova che non sono contro le parole in inglese “per sé”, dico subito di non aver nessun problema con i tanti “go” che sentiamo nel film, è un segnale di verifica non solo stranoto ma anche di facile comprensione visto che lo sentiamo in frasi come “segnale di go” o “per me è go“. Non solo era usato in Apollo 13 del 1995 ma già dieci anni prima lo diceva anche Ray in Ghostbusters (1984) “Pronti al mio segnale di go! Spengler, da te voglio un raggio di circonfusione, okay? Go! Okay! Tienlo lassù! Si muoverà! Tienlo su! Go!”. Un qualcosa sicuramente reso riconoscibile da una certa diretta nel luglio del 1969.

    Lasciare “Godspeed” in italiano non ha senso. Dovessimo ragionare in questo modo, quasi tutte le parole nei film dovrebbero rimanere in inglese e allora a quel punto che senso ha continuare a doppiare?

    Il diritto all’aborto nello spazio è garantito

    Non è la prima volta che lo incontriamo (The Martian, hello??) e di certo non sarà l’ultima. I film di fantascienza nello spazio sempre più spesso parlano di “abortire” (dal comando “abort”) una missione invece del suo annullamento, come prevede il dizionario e il buonsenso. Questa scelta di traduzione si fa ancora più ridicola quando si usa la parola “aborto”, come in questo film dove sentiamo la domanda secca “aborto?”.
    Il vantaggio di questa forzatura nei dialoghi italiani di molti film ambientati nello spazio? Che sul labiale ci sta ‘na bbellezz’! È l’unico vero motivo per cui in molti film viene imposto e piano piano si fa strada nella mente degli spettatori che in breve si abituano a tutto e sicuramente nei commenti vengono a dire “si dice” o “ormai ci sono abituato”. Ma è doppiaggese, puro e semplice, amplificato da un uso tipicamente settoriale da parte di astronauti italiani intervistati dalla televisione e che, ovviamente, usano quelle parole.

    – Abbiamo appena superato il punto di non ritorno. Aborto?
    – L’aborto è negativo.

    Io aborto? Lui, lei aborte? È congiuntivo, ragioniere. Aborti lei.

    Vediamo cosa dicevano i sottotitoli (che su Netflix hanno una traduzione slegata dal doppiaggio):

    Scena dal film Estraneo a bordo dove nel doppiaggio abort è tradotto come aborto invece che annullamento Scena dal film Estraneo a bordo dove nel doppiaggio abort è tradotto come aborto invece che annullamento

    Ah, ecco.

    Aggiornamento

    La dialoghista del film, da una risposta su Facebook, assicura che la scelta non fosse “aborto” ma proprio “abort”, il comando detto in inglese:

    “Posso assicurare che in fase di doppiaggio è stato detto chiaramente abort. Non è la prima volta che un fiato finale o un verso puó dare l’impressione di suono vocalico. E qui l’effetto è accentuato dalla forma interrogativa. Queste sono cose che chi si occupa di doppiaggio sa bene.”

    Antonella Giannini

    E questo conferma il problema con la scelta di tenere molti di questi termini in inglese, se l’effetto indesiderato è poi quello di sentirci “altro” (perché non ci aspettiamo queste parole in un film in italiano) direi che comunque c’è un problema con ciò che arriva al pubblico, un problema di fruizione. Arriva qualcosa di non inteso.

    Free drift, attenti a non derapare nello spazio

    “MTS in free drift” (detto fuori campo)

    Free drift è un termine settoriale usato dagli astronauti in lingua inglese e che poi viene riportato tale e quale in vari forum di appassionati italiani dove ha anche senso tenere TUTTE le definizioni in inglese, specialmente quando sono trascritti di comunicazioni ufficiali della NASA che gli appassionati traducono (è lì che ci troviamo abort, free drift, etc… spesso in corsivo), gli appassionati sanno cosa sono e cosa significano, li usano con cognizione di causa, volendo essere più possibili precisi e comprensibili con altri appassionati di un argomento che ha sempre fonti americane o comunque di lingua inglese. Eppure anche in questi forum di appassionati gli utenti sentono la necessità di specificare il significato di free drift, magari tra parentesi, come in Tuttovola.org, punto di incontro per gli amanti del volo, dove un utente riporta, traducendole in italiano, le notizie comunicate da un centro missione dello SpaceX:

    Ore 23:20
    La dimostrazione di abort comandato della Dragon, con accensioni sia prolungate che pulsate dei suoi thruster Draco è stata completata in giornata. Il veicolo ha anche dimostrato la sua modalità di free drift (volo alla deriva, N.d.R.), in cui i thruster di controllo attitudinale vengono spenti..

    Da notare come anche i “thruster” rimangano in inglese, in qualsiasi settore specifico è normale comunicare mantenendo definizioni in inglese. Non vuol dire che fuori, per un vasto pubblico, si debba parlare così.

    L’Associazione Nazionale Ufficiali Aeronautica lo riporta con le virgolette

    A questo punto la capsula della Orbital ha dis-attivato i propri propulsori ponendosi in modalità “free drift; di seguito Parmitano ha guidato il Canadarm2 fino ad af-ferrare Cygnus e poco meno di due ore dopo ha portato a termine la manovra di aggancio con il nodo Harmony.

    Addirittura Luca Parmitano nel blog dell’ESA nel suo blog ce lo traduce tra parentesi come “volo libero

    Questa sarà infatti la prima volta che un astronauta europeo sarà ai comandi del CanadArm per la “cattura” di un veicolo in free drift (volo libero).

    Virgolette, corsivi, parentesi, traduzioni… e questo da siti ufficiali o comunque di settore, chiaramente neanche loro danno per scontato che tutti capiscano “free drift”.  Tutto questo dovrebbe essere un grande allarme rosso per chi adatta i dialoghi di un film di fantascienza. Ha senso tenere il termine in lingua originale? È comprensibile in un dialogo fuori campo? Quanto è comprensibile?

    Chi invece ha lavorato ai sottotitoli evidentemente lo riteneva traducibile… visto che lo ha tradotto.

    Scena dal film Estraneo a bordo dove l'adattamento italiano dice free drift nel doppiaggio e deriva libera nei sottotitoli

    Ah, tanta attenzione ai termini “originali” e poi la sorella Ava può tranquillamente diventare “Eva” in italiano. Boh

    Cos’è che beviamo, Calboni? Tre BET-CH-s

    Questo è il betch 62

    Così sentiamo pronunciare “batch 62”, altra parola lasciata inspiegabilmente in inglese. Nella stessa frase però “row 2” diventa la “fila 2” e “section B” diventa “sezione B”, ma batch no, batch rimane in inglese e pronunciata “betch”.

    “Nessun’alga del secondo BETCH è sopravvissuta”

    La pronuncia tra l’altro è un’italianizzazione errata o se non altro obsoleta (dei tempi del batch processing, dell’informatica degli anni ’70). Sia gli americani che gli inglesi dicono batch con la “a” come conferma questo dizionario di pronuncia che li include tutti e due. Treccani ce lo dà come <bäč>, proprio dell’informatica. Ma pronuncia a parte, da dove viene l’idea di lasciare “batch” in inglese? È quasi come se non avessimo una parola italiana che traduca “batch”… mmh, sì, dev’essere un termine spaziale intraducibile…

    Ancora una volta, sottotitoli, aiutateci voi!

    scena dal film Estraneo a bordo dove qualcuno pronuncia batch in modo errato nel doppiaggio italiano mentre nei sottotitoli è tradotto come lotto

    Grazie, tutto molto chiaro adesso.

    In italiano è un termine legato unicamente all’informatica come conferma Treccani:

    Nel linguaggio scientifico e tecnico, termine usato per caratterizzare operazioni compiute in modo intermittente. In informatica, modalità di elaborazione secondo la quale le richieste di servizio non vengono assolte immediatamente, ma sono accodate per essere soddisfatte quando lo consentirà la disponibilità delle risorse (in contrapp. alla modalità di elaborazione «in tempo reale» e a quella interattiva).

    Quindi, per quanto “tecnicamente” corretto, visto che si riferisce alle colture a sistema chiuso (colture in batch) dei bioreattori usati in microbiologia, l’uso in una frase simile non aiuta la comprensione, anzi, è controproducente alla fruibilità del dialogo. La scelta di lasciare “batch” vuol dire non capire cosa arriva al pubblico per il quale si traduce. Lì dove un “lotto” sarebbe stato certamente comprensibile, o dove “coltura” avrebbe risolto la frase senza dire niente di tecnicamente sbagliato.

    Fammi il backup di benzina alla macchina

    “E i contenitori di backup?”

    Traduzione di “backup canisters”. L’ossigeno può avere un “backup” a quanto pare.
    In italiano la parola backup è associata a un salvataggio di dati informatici, non certo a riserve di gas, come confermato non solo dall’uso comune ma anche dai vocabolari (che non contemplano altri usi):

    backup ‹kp› s. ingl. (propr. «sostegno, rinforzo»), usato in ital. al masch. – In informatica, procedura con la quale si realizza una copia di sicurezza (detta anch’essa backup o copia di b.) di un certo insieme di dati: la biblioteca conserva su nastro magnetico il b. degli schedarî informatici contenuti nell’elaboratore centrale.

    fonte Treccani

    Aiutoooo, sottotitoli!

    Scena da Estraneo a bordo dove si parla di contenitori di backup nel doppiaggio italiano

    Grazie. Molto meglio.

    Ma possibile che frasi così semplici debbano essere complicate da intromissioni non solo superflue ma anche errate?

    Conclusione

    Insomma come avete capito, in questo Estraneo a bordo, l’unico vero estraneo a bordo è l’inglese, una presenza che ha ancora meno senso del tizio ferito che nella trama del film qualcuno aveva sigillato dietro ad un pannello di un’astronave in partenza per Marte (???), cosa che il film non spiegherà mai. Sì, il film è stupido, ma l’adattamento di questo doppiaggio urta. E dispiace tanto perché per il resto i dialoghi sono tutti molto naturali. Mi sa tanto di intromissione dall’alto, dall’estero, perché non posso pensare che a una persona italiana venga in mente di dire “contenitori di backup” parlando di contenitori di gas. Né parlare di bet-ch-s.

    Calboni che ordine tre batches, invece che tre scotches, una gag per l'adattamento italiano di Estraneo a bordo

    Aggiornamento

    E invece, a quanto pare sbagliavo nell’immaginare interventi dall’estero o intromissioni esterofile dell’azienda Netflix. Flora Staglianò, che su Facebook si è presentata come “la traduttrice di Estraneo a bordo” (da non confondere con la dialoghista che invece ha il nome nei titoli di coda), difende tutte le scelte e ci tiene a specificare che Netflix in realtà avrebbe preferito una traduzione più “tradizionale”:

    “No, non c’è stata nessuna intromissione dall’alto. Anzi. Netflix aveva dato la direttiva di tradurre tutto in italiano, anche le sigle iniziali usate nel lancio. Ma è stata inviata una mail in cui è stato fatto presente che in italiano sarebbe stato ridicolo.”

    Flora Staglianò

  • Nico (1988): quando Steven Seagal lo doppiava Fonzie

    Steven Seagal action figure from Above the Law

    Una nota introduttiva: quando parlo dei “film di Seagal” mi riferisco ai suoi film fino al 2001, con Ferite mortali punto di non ritorno. E se già non apprezzavate niente della sua filmografia passata, vi auguro di non scoprire mai quella più recente.

    Non biasimo chi mi dice “non mi piacciono i film di Seagal” perché i film di Seagal sono tutti basati sullo stesso prototipo di personaggio e, purtroppo, sono tutti incentrati sul faccione del signor S.S. che è caratterizzato da due espressioni: quella accigliata che usa prima di uccidere e quella meno accigliata che usa per sfottere l’avversario (prima di ucciderlo). A volte ci sorprende con delle combinazioni: sfotte la sua vittima mentre è accigliato.
    Quindi se è proprio il personaggio a non piacere posso comprendere il voler ignorare i suo film a prescindere.

    All’inizio degli anni ’80 Seagal è uno dei tanti istruttori di arti marziali a Hollywood che lavora nei dietro le quinte di film mica male come L’ultima sfida (The Challenge, 1982) e Mai dire mai (Never say never again, 1983), quel film di James Bond senza licenza di chiamarsi 007. Proprio in quel film Seagal ruppe il polso a Sean Connery e corse subito a metterlo sul curriculum, qualche anno dopo arrivò il suo debutto cinematografico.

    Nico titolo italiano di Above the Law

    Rubo a piene mani da Wikipedia che a sua volta ruba da YouTube

    Come capitava a tanti atleti marziali degli anni ’80 a Hollywood, l’agente di Seagal (Michael Ovitz) lo convinse che poteva diventare una grande star. Ovitz lo diceva a tutti i suoi clienti ma Seagal ormai ci credeva e nel 1988 inciampò in uno scatolone che veniva usato come ferma porte negli uffici della Warner e recante l’etichetta in Comic Sans “sceneggiature troppo generiche per essere utilizzate”, chiese se ci poteva dare un’occhiata dentro. Da quella scatola tirò fuori quello che sarebbe diventato “Nico”.
    Ovviamente non è andato tutto esattamente così ma quasi tutto… sul Comic Sans non ho trovato conferme.

    Sono quel genere di sceneggiature che possono sperare di far soldi solo se i ruoli da protagonista vengono assegnati ad attori già noti, tipo Clint Eastwood – e si vocifera che anche Eastwood l’abbia scartata. Si vocifera, eh! – ma perfette per nuovi volti in cerca di un film con il quale farsi notare o con il quale interrompere la propria carriera sul nascere. “Make or break”, come si dice a Hollywood.

    locandina italiana di Nico con Steven Seagal

    Perché lo smalto bianco sulle unghie, Nico?

    Non si sono neanche preoccupati di trovargli un titolo originale visto che al cinema in America arriva come Above the law, cioè “al di sopra della legge”, un titolo che sprizza originalità da tutti i pori e che rappresenta perfettamente il genere di personaggio che Seagal avrebbe interpretato per i successivi 30 anni. In Italia, così come in dozzine di altri paesi, arriva invece come Nico, dal nome del protagonista, Nicola “Nico” Toscani, poliziotto italo-americano cattolico con parenti mafiosi. Vabbè. Mi piacerebbe dirvi che in questo film Seagal è anche cuoco e suona il mandolino ma queste sono due caratteristiche che arriveranno solo in film successivi della sua carriera.

    Cameriere? C’è dell’aikido nella mia trama

    I produttori e il regista vanno sul sicuro e fanno interpretare a Seagal il ruolo di se stesso e così, in un prologo che adoro, vediamo Nico-Steven in un dojo in Giappone che sfoggia mosse di un’arte marziale che fino a quel momento in America e in Europa praticamente non si era mai inculato nessuno, l’aikido.

    Seagal fu il primo occidentale ad essere autorizzato ad aprire un dojo di aikido in Giappone. Di sicuro avrà aiutato essere sposato con la figlia di un maestro giapponese ma diamo per scontato che la raccomandazione, così come la intendiamo in Italia, non esista in Giappone e Steven Seagal in Nico una prova delle sue capacità ce la regala eccome. Lo dico non da profano ma da ex aikodka, quindi dannatamente di parte. Paradossalmente la cosa più frustrante di tutti i film di Seagal è che di mosse di aikido ne ha sempre fatte pochissime, ma quel poco di aikido che c’è nel film, come dicono in Giappone, è ganzō.

    L'aikido di Steven Seagal in Nico, titolo originale Above the Law

    L’aikido è una di quelle arti marziali che se la vedi su YouTube dici “è tutto falso, cadono apposta, falzi!!1!” poi a provarlo scopri davvero di poter far volare gli attaccanti 2 metri in avanti dopo movimenti (apparentemente) minimi. Se le cadute degli assalitori sembrano troppo belle per essere vere è soltanto perché viene insegnato prima di tutto come cadere senza farsi male, spesso rotolando, nessuno vuole farsi male cadendo durante la pratica. Nella vita reale l’assalitore volerebbe lo stesso ma rovinando a terra senza grazia.

    Al contrario di altre arti marziali, in aikido non esistono “mosse” di attacco, solo di difesa, per entrare in conflitto con un aikidoka qualcuno deve necessariamente attaccare per prima. Quindi non esistono campionati, né competizioni. Per questo nei suoi film vedete spesso Seagal che sfotte l’avversario per invitarlo ad attaccare. Seagal ha trovato il modo di aggirare la regola non scritta dell’aikido che è quella di evitare il conflitto a tutti i costi, quindi nelle sceneggiature ci mette sempre avversari che hanno una grande autostima e non resistono alle provocazioni.
    Questo quando non li picchia e basta, senza arte. (Una cosa che nei suoi film avviene il più delle volte purtroppo.)

    Il fatto che Seagal usasse quelle “nuove” mosse per difendersi da un tipo di aggressioni di strada di cui chiunque potrebbe essere vittima, sicuramente ha contribuito all’immediato interesse da parte del pubblico più generalista. I film a base di arti marziali fino a quel momento erano prevalentemente incentrati sul far combattere degli atleti tra loro, magari in campionati, su ring, in gabbie, oppure era roba da agenti segreti da usare in situazioni ben al di là dell’esperienza comune.
    Seagal degli esordi ci tiene a mostrarne il realismo e fa in modo di avere sempre una scena in cui il suo personaggio si trova in situazioni di delinquenza comune: rapinatori nel drugstore, assalitori con coltelli, mazze, maceti, etc… ben diversi da sfide in campionati tailandesi di kick-boxing o da missioni segrete alla James Bond. Chiunque può essere vittima di rapine e aggressioni e vorrebbe potersi difendere in modo efficace. Come “arma letale” Segal era certamente più convincente di Mel Gibson che nel primo film dice di essere campione di ogni sorta di arti marziali e poi in tutti e quattro gli Arma letale le piglia e basta.

    Nico portò nuovi clienti alla palestra di Seagal a Los Angeles che fino ad allora avevano sentito parlare solo di pugilato (da Rocky), di karate e di quello che sembrava l’unione dei due: la kickboxing. Anche in Italia l’arrivo dei film di Seagal fece nascere l’interesse verso l’aikido in un mercato dominato da karatè e judo (gli accenti li mettete un po’ dove vi pare).

    Nico, così come tutti i personaggi futuri di Seagal, è il bullo buono: quando non investiga sul narcotraffico, si ferma a risolvere piccoli problemi quotidiani come la cuginetta che è scappata di casa per stare (di sua spontanea volontà) con un ragazzo poco di buono a cui Nico-Seagal spacca la faccia (niente aikido qui) soltanto perché non è un buon partito per la sua giovane parente. È lei stessa a sottolineare la fallacia del personaggio: “sei un prepotente!”. Con la stessa prepotenza intima la ragazza di tornare dalla mamma che le vuole bene, mai curandosi di affrontare il problema alla radice della fuga da casa (possiamo supporre che lo rifarà) ma, si sa, quando la famiglia (italiana e mafiosa) ti vuole bene e la mamma sta in pensiero, scappare di casa è sicuramente un capriccio giovanile che non nasconde nessun problema domestico. Sono i giovani ad avere torto.

    Seagal prende a ceffoni

    Per salvarsi dalle percosse e dalla galera (ma soprattutto dalle percosse), lo spacciatore rivela che c’è un grosso carico di droga in arrivo. Seagal giura che sarebbe tornato ad ucciderlo se l’informazione si fosse rivelata falsa. Indubbiamente un ottimo poliziotto. Per fortuna del ragazzo l’informazione è vera. È così che Seagal incappa nella trama del film, quella di un traffico di droga che porta a un traffico di esplosivo militare, che porta a un traffico di immigrati clandestini, che porta all’assassinio di un senatore, etc etc… tutto gestito da una sua vecchia conoscenza dei tempi del Vietnam, un sadico agente della CIA incontrato per 30 secondi 15 anni prima. A Seagal gli fai uno sgarro una volta, sei segnato a vita.

    Se ci tenete ad avere una trama raccontata un po’ meglio vi consiglio l’articolo di Cassidy “Nico (1988): Trent’anni sempre con la stessa faccia” sul blog La bara volante.

    A proposito di curiosità: Henry Silva, che nel film interpreta il sadico agente della CIA, ruppe il naso a Seagal durante le riprese del combattimento finale mandandolo all’ospedale e vendicando così Sean Connery. Insomma tutto è bene quel che finisce bene.

    Steven Seagal che spezza il braccio a Henry Silva in Nico

    A Connery gl’ho fatto così… SCHIÒ!

    Segal avrebbe partecipato a veri film per una decina d’anni prima di arrivare a rompere le palle a ogni singolo individuo nell’area di Hollywood per via delle sue smanie da divo unite all’intelligenza di un criceto e a incassi sempre più deludenti. E mo si magna le carotine con Putin.
    Ma non posso bruciarmi tutti i particolari comici della vita di Seagal in un colpo solo, me li devo tenere per eventuali futuri articoli.

    L’edizione italiana di Nico

    Above the Law riceve l’OK della censura italiana il 20 luglio 1988, pronto a sbancare i botteghini italiani nel periodo notoriamente più proficuo dell’anno: agosto. IMDb dice che uscì nelle sale il 19 agosto. La Warner insomma ci credeva tanto. Il visto arrivò giusto in tempo per l’anteprima al Festival del Cinema di Taormina alla quale si presentò Seagal stesso esordendo con un “Io non conosco mafiosi”. E già lì si poteva capire che avevamo a che fare con un pirla. Il detto “augurati di non incontrare mai i tuoi eroi” vale per quasi tutti gli attori a Hollywood e Seagal non fa eccezione. Altri dettagli imbarazzanti del suo tour siciliano potete trovarli nell’articolo di Lucius Etruscus su Il Zinefilo (un articolo carico di insofferenza verso il pirla, siete avvertiti).

    Il mio primo contatto con Segal fu proprio con Nico, in TV d’estate su Rete4, in una delle sue milioni di repliche annuali. Mi venne presentato come “lo stesso personaggio di una serie di film”, cosa poi rivelatasi non vera: Seagal una volta è Nico Toscani, un’altra volta è Gino Felino, ma posso capire il perché della confusione. La faccia è la stessa e i nomi scemi si confondono tra loro.

    Il doppiaggio (riporta Antoniogenna) è della OMEGA srl, che io sappia una delle aziende di Carlo Marini, anche se in questo caso non ci troviamo Carlo alla direzione, il film è diretto da Bruno Alessandro con dialoghi di Alberto Vecchietti.
    Seagal qui è doppiato da Antonio Colonnello, forse più noto al pubblico italiano come la voce di Fonzie in Happy Days (e nel suo film apocrifo Happy Days la banda dei fiori di pesco). Antonio Colonnello sarà la voce di Seagal per altri due film successivi targati Warner Bros (Duro da uccidere nel 1990 e Giustizia a tutti i costi nel 1991) prima di essere rimpiazzato da Michele Gammino in tutti i suoi film anni ’90, con l’eccezione di Massimo Corvo in Programmato per uccidere (uscito sempre nel 1991).

    Essendo stato Nico il mio primo di Seagal, do un’opinione puramente personale quando dico che Antonio Colonnello sembra essere l’abbinamento più riuscito e quello che personalmente preferisco. Per quanto abbia sempre adorato Michele Gammino (elogiato anche in questo articolo su 5 attori che la voce dei nostri se la sognano), ho sempre pensato che quello stesso Gammino che all’epoca era LA VOCE di attori come Harrison Ford avesse troppa classe per doppiare una faccia di baccalà come Seagal.

    la faccia di Steven Seagal in Nico 1988

    Quel cane mi sta fissando

    Inutile dire che in ogni caso tutti i doppiatori italiani hanno sempre superato la recitazione sospirata del nostro sensei S.S., una voce che rispecchia perfettamente la sua faccia diversamente espressiva e che in patria è fonte di prese in giro sin dagli inizi. Quindi o Colonnello o Gammino… è tutto grasso che cola.

    Ospite curioso invece è l’attrice Cinzia Leone, che non si sa cosa ci faccia in questo film, al doppiaggio di Pam Grier… che non si sa cosa ci faccia in questo film. Ah, in Nico c’è anche Sharon Stone che incarna la tipica bellezza italiana. Per anni non ho mai sospettato che il suo personaggio dovesse essere quello di un’italoamericana, Sara Toscani.

    Il cast di doppiaggio

    Antonio Colonnello: Nicola “Nico” Toscani
    Cinzia Leone: Delores “Jax” Jackson (che in italiano non chiamano mai Jax)
    Dario Penne: Kurt Zagon
    Bruno Alessandro: det. Lukich
    Piero Tiberi: Tony Salvano

    Tra gli inediti mai segnalati prima c’è Giorgio Lopez su “Schifezza”, cioè il proprietario del locale malfamato interpretato da Ronnie Barron e poi Mario Milita sul personaggio elencato su IMDb come “Federal Clerk” e interpretato da Ralph Foody. Il nome di questo attore non vi dirà molto ma lo conoscete benissimo, era quel “Johnny” che diceva tieni il resto, lurido bastardo.

    Ralph Foody in Nico, Above the Law del 1988

    Un altro nonno Simpson

    Curiosità sull’adattamento italiano

    Guardandolo per la prima volta in inglese ho scoperto cose a me ignote, tipo che gli americani possano avere familiarità con la parola schifo. Nico appella il proprietario di un locale malfamato chiamandolo “schifo”, “Hey, Schifo, how you doing?“. Perfetta la traduzione italiana “Ciao, schifezza“.

    Non conoscevo neanche l’espressione “chemical interrogation” (reso in italiano come “interrogatorio speciale”), gergale per un interrogatorio condotto usando il cosiddetto “siero della verità”, tanto amato dalla CIA. Durante questo interrogatorio muore un prigioniero e ci viene detto che “è un pezzo di merda. È allergico alla droga“. Per quanto sia certamente possibile essere allergici a sostanze chimiche e farmaci, la frase sembra assai sospetta, anche per il tipo di reazione della vittima, molto diversa da come viene solitamente mostrata al cinema una reazione allergica. Da quello che vediamo sembra piuttosto che gliene abbiano dato semplicemente troppa. In inglese infatti la frase era “This pussy, he just can’t hold his liquor” (è una femminuccia, non regge l’alcool). Tutto qui.

    Nico è anche uno di quei film dove “you speak English” diventa un “parli la mia lingua“. Una soluzione abbastanza ovvia che, chissà com’è, oggi fa impazzire tutti e viene associata unicamente all’adattamento italiano di Pulp Fiction, come se fosse stata inventata nel 1994. Ma come è possibile verificare con questo film del 1988, è uno stratagemma usato da tempo nel doppiaggio senza che nessuno ci facesse più di tanto caso. Continuerò ad elencare casi simili ogni volta che spuntano fuori così da sfatare questo mito di Pulp Fiction come caso unico di “English” trasformato in “la mia lingua”. Di questo argomento ho già parlato ampiamente nell’articolo su Le Mans ’66 – La grande sfida con altri esempi.

    Il cattivo del film usa il proverbio inglese “All work and no play makes Jack a dull boy“, lo stesso che ritroviamo anche battuto a macchina in Shining. In Nico, in italiano, diventa “Il lavoro senza gioia fa della vita una noia“. Qui ovviamente non c’era Kubrick a suggerire frasi alternative come “il mattino ha l’oro in bocca” e quindi è stata tradotta… “regolarmente”. Il proverbio è addirittura del ‘600, con prima traccia scritta databile al 1659.

    Queste erano tutte curiosità sull’adattamento di Nico, non ci sono dei veri e propri errori di traduzione o di adattamento in questo film, anzi, molte soluzioni del copione italiano sono eleganti per rimanere nei tempi delle battute o del labiale, ma la conclusione del film ci regala una piccola perla finale.

    Il film finisce con la classica “sega seagaliana”, il grande messaggio finale che è l’antesignano del moderno “meditate, gente, meditate!”. In questo primo film la sega segaliana fa più ridere che in altri perché, mentre in originale Seagal fa un discorso su coloro che si pongono al di sopra della legge (con riferimento agli affari sporchi della CIA), dialogato in modo da avere “above the law” (titolo originale) come ultima frase del film, la versione italiana sbarella completamente e ci porta una frase che fa ridere anche solo a trascriverla:

    Signori, tutte le volte che un gruppo di persone sfugge al controllo della legge e riesce a manipolare la stampa, la giustizia e gli stessi membri del parlamento, incomberà sempre sui cittadini il pericolo di essere sopraffatti, sottomessi… e sfruttati.

    In italiano praticamente abbiamo Seagal eroe del popolo…

    Communist Steven Seagal

    È la parola “sfruttati” che in bocca a un americano sembra fuori luogo e svela una qualche licenza di troppo, volta a italianizzare la frase di chiusura. Questa è la battuta originale, è Nico che parla al Congresso degli Stati Uniti…

    Gentlemen, whenever you have a group of individuals who are beyond any investigation, who can manipulate the press, judges, members of our Congress… you’ll have within our government those who are above the law.

    …che qui vi traduco un po’ alla lettera per capire il senso:

    Signori, tutte le volte che abbiamo un gruppo di persone che non possono essere indagate, che riescono a manipolare la stampa, i giudici e i membri stessi del parlamento… avremo all’interno del nostro governo delle persone che sono al di sopra della legge.

    Essenzialmente si lamenta di quello che noi chiameremmo “uno Stato nello Stato”. Con questa espressione poteva finire la versione italiana.

    Già in questo primo film Seagal pianta i semi di una moralistica balzana da americano orgoglioso dove i poliziotti sono tutti buoni e onesti lavoratori, enti superiori invece si trovano in gironi sempre più malefici: l’FBI è corruttibile, la CIA invece porta direttamente il male su questa terra. Sebbene quest’ultima cosa sia vera, il dipingere le forze dell’ordine come buoni assoluti è sempre stata una cosa un po’ risibile della narrativa seagaliana. È la stessa scemenza che ritroveremo di sottofondo nelle varie “trappole” (in alto mare e sulle montagne rocciose) dove la marina è fatta di santi e uomini d’animo puro, con ammiragli giusti e onorevoli, mentre la CIA è losca e subdola, manda a morire i soldati buoni e crea dei mostri. Ebbene, l’uomo in canottiera nera a tutto questo dice BASTA! Nessuno può essere sopra la legge. Laggente onesta non ne può più!

    29 anni dopo, questo tweet di sostegno a Trump ci sorprende per davvero?

    Tweet di Seagal in sostegno a Trump

    Seagal che casca nella vecchia beffa del miliardario che si preoccupa del popolo

    Conclusione

    Nico rimane un polizieschino il cui unico gusto sta nel vedere Seagal che sfoggia mosse all’epoca mai viste prima. Il suo adattamento italiano è ottimo se non per quel discorso finale, che posso capire si sia cercato di dargli un qualche significato comprensibile agli italiani perché il “c’è gente al di sopra della legge. Mediate, gente, meditate” risultava certamente fiacchino e irrilevante nel paese che ha inventato la parola “raccomandato”. Solo Seagal e il tizio con la bandiera sudista appiccicata sul paraurti se ne stupiscono.

    Trasformare Nico sui titoli di coda in un eroe del popolo in difesa dell’oppressione (di chi non si sa) rimane l’unica vera scemenza comica del film e strappa facilmente una risata… quella, e la corsa di Seagal. Seagal che corre fa sempre ridere.

    Seagal che corre in Nico

    Adda venì correndo, baffone

  • Quando Michelangelo diventò azteco, il caso curioso di Mosca a New York (1984)

    Di doppiaggi che cambiano la nazionalità o la cultura di alcuni personaggi per renderli “italiani” ne abbiamo avuti fin troppi, soprattutto in televisione. Viene subito in mente la serie La tata ovviamente, che trasformava una famiglia di ebrei americani in una famiglia di italo-americani, ma anche Pappa e Ciccia (titolo originale: Roseanne, arrivato in Italia nel 1990) in cui la protagonista viene chiamata Annarosa e ha un accento napoletano. Più raro invece il contrario, quando viene cambiata la nazionalità di personaggi dichiaratamente italiani. Avevamo visto un caso simile in Rosemary’s Baby, nel piccolo ruolo della ragazza salvata dalla vita di strada. Nel film del 1984 Mosca a New York (Moscow on the Hudson il titolo originale) non si tratta però di un cambiamento su personaggio minore bensì di uno dei ruoli principali nel film: quella Lucia di cui si innamora Robin Williams, che da ragazza abruzzese diventa una messicana di Chihuahua.

    Locandina italiana di Mosca a New York 1984 con Robin Williams

    Il caso curioso del doppiaggio dove gli abruzzesi diventano messicani

    Sicuramente non tra i film più noti di Robin Williams (qui doppiato da Massimo Giuliani), Mosca a New York è la storia di Vladimir Ivanoff, un musicista del circo russo che approfittando della tournée a New York, decide di chiedere asilo politico in una delle più venerate istituzioni americane: i grandi magazzini Bloomingdale’s. La terra delle opportunità però non è il paradiso che si aspettava e la libertà tanto agognata si rivela un concetto effimero. Per quanto si senta fuori posto però, Vladimir scopre che a New York tutti vengono da qualche altra parte (“tutti che io conosco sono di altri posti”) e stringe da subito amicizia con Lucia, un’ambiziosa ragazza messicana di cui presto si innamora.

    È proprio la “messicana” Lucia l’unica vera curiosità nell’adattamento (altrimenti impeccabile) di questo film: Lucia in lingua originale è italiana, ma non italo-americana… proprio italiana d’Italia, come dice lei stessa.

    Scena da Mosca a New York dove Lucia da italiana diventa messicana

    originale: I’m Italian. From Italy, from Abruzzi. It’s a village called Casoli.

    doppiato: Io sono messicana, dello Stato del Chihuahua, di una cittadina che si chiama Las Crosis.

    Il motivo di questo cambiamento è ignoto ma possiamo immaginare il ragionamento che c’è stato dietro.

    Il doppiaggio, ribadiamolo, è un’illusione e per funzionare non deve creare troppi dubbi nella testa dello spettatore. Nel doppiaggio, personaggi di altri paesi parlano per noi un italiano standard, pulito, e come spettatori accettiamo che quell’italiano standard rappresenti la lingua parlata nel luogo in cui è ambientata la vicenda. Di conseguenza quando in un film ci ritroviamo degli italo-americani, nella versione doppiata li facciamo parlare con un accento campano o siciliano, o addirittura in dialetto, per distinguerli chiaramente da quelli che parlano italiano standard, ovvero i madrelingua americani. Queste sono convenzioni comuni e largamente accettate dallo spettatore italiano da più di 50 anni.

    E quando i personaggi non sono i tipici italo-americani ma proprio italiani d’Italia, che fare? Come distinguere i momenti in cui si esprimono in inglese (che diventa italiano standard nel doppiaggio) da quelli in cui parlano davvero l’italiano? È lo stesso problema che aveva Bastardi senza gloria di Tarantino nella scena degli italiani: personaggi americani doppiati in italiano che improvvisamente per esigenze di trama… devono parlare italiano.

    Doppiare gli italiani… in italiano

    Una soluzione possibile (e perfettamente valida se le situazioni viste nel film lo consentono) potrebbe essere quella di trasformare tutto in italiano standard (equivalente dell’inglese originale) e di ignorare i momenti in lingua italiana così come solitamente ignoriamo gli accenti irlandesi, scozzesi, britannici, etc…. Una cosa non facile in un film come questo Mosca a New York, dove era importante sottolineare come New York sia essenzialmente una città di immigrati e minoranze.

    Pablo nella serie Friends che nel doppiaggio italiano è diventato Paolo

    Pablo/Paolo in Friends

    Un’altra soluzione è quella di cambiare la nazionalità del personaggio in questione. Come nel caso di Paolo nella serie TV Friends, che in italiano abbiamo conosciuto come Pablo, amante caliente. A qualcuno potrebbe sembrare assurdo ma è a ben pensare la scelta più sensata quando abbiamo scene in cui gli americani parlano italiano e arriva questo tizio, anche lui parlante italiano ma che nessuno capisce.

    Stesso discorso per Un pesce di nome Wanda dove l’italiano diventa spagnolo, in quel film il personaggio Jamie Lee Curtis si eccitava sentendolo parlare. Anche questo è una di quelle scelte di adattamento quasi obbligate dato che lasciarlo in italiano quando tutti nel film già parlano italiano (doppiato) non avrebbe avuto molto senso.

    Questo immagino essere stato il ragionamento che ha portato alla scelta di trasformare Lucia da ragazza abruzzese in attesa di ottenere la cittadinanza a immigrata messicana. Di conseguenza, nei momenti in cui i dialoghi originali usano parole italiane, queste vengono trasposte in un loro equivalente spagnolo: i ciao diventano adios e le lasagne, beh, diventano tortilla…

    originale: “Buona giornata”, Lucia, darling! (What a piece of lasagna.)

    doppiato: “Hasta la vista, niña”! (Buona come una tortilla.)

    Il fatto che Lucia sia interpretata dall’attrice Maria Conchita Alonso (nata a Cuba) potrebbe aver influito in questa scelta di trasformare l’italiana in una messicana. Per gli americani la Alonso potrebbe tranquillamente passare per italiana dopotutto, meglio di quanto Schwarzenegger passi per un americano (coincidenza: entrambi erano in L’implacabile, nel 1987). In un’intervista del 1984 Maria Conchita Alonso disse che al suo accento naturale (da persona cresciuta in Venezuela e da poco giunta negli Stati Uniti) è bastato aggiungere un po’ di “musica” per renderlo italiano. Mh, ooooookay, Maria.

     

    Da Michelangelo agli aztechi

    La scelta di cambiare la nazionalità di Lucia si porta dietro anche una serie di problemi, come spesso capita in questi compromessi, non tantissimi a dir la verità e in pochi forse li noteranno. Per esempio i gesti delle mani, tipicamente italiani (anche se fatti da chi non li capisce ma questa è un’altra storia)…

    Mani a puparuolo o a peperone, a carciofo, il gesto italiano nel film Mosca a New York

    Si capisce che è messicana dal gesto delle mani a “puparuolo”

    In questo caso elogiava Magic Johnson dicendo “Dio, che paio di mani, eh!”, una situazione in cui nessun italiano userebbe il gesto delle mani “a carciofo” (o “a borsa”, o “a peperone”, o “a pigna” o “a grappolo”… dovremmo veramente trovargli un nome ufficiale!).

    Un altro momento arriva quando Lucia e il collega Lionel sparlano l’una degli antenati dell’altro e sentiamo questo scambio:

    doppiaggio: Lionel, ti devo ricordare che mentre i tuoi antenati pestavano sui tamburi in Africa e andavano a caccia a piedi scalzi, nel mio Messico c’era una grande civiltà, c’erano gli aztechi. E altro che scarpe, facevano!

    in originale: Lionel, I might remind you that while your ancestors were beating drums in Africa and chasing animals in barefoot, my people were giving the world Michelangelo. We invented style!

    La risposta di Lionel:

    doppiaggio: Sì, le ho viste le feste messicane. Non ci sono che teschi di zucchero e tori di cartapesta.

    originale: You ever been to Little Italy? All I see if plastic fruit and fat guys in tiny hats.

    Questa è la battuta più sospetta di tutte e possiamo dire con certezza quasi assoluta che sia una tradizione più tipicamente italiana che messicana quella di sentirsi migliori degli altri solo perché seicento anni fa un pugno di artisti ha dato il via al Rinascimento. Stesso discorso del campare di rendita sui successi degli antichi romani.

    Per riassumere la risposta originale, Lionel non accetta lezioni di stile dagli italiani se questi sono gli stessi italiani che conosce lui, quelli di Little Italy, grassi, con cappelli piccoli e che decorano le loro case con frutta di plastica.

    Scena da Mosca a New York dove la ragazza messicana parla di aztechi nel doppiaggio italiano

    Questa scena deve diventare un meme per i pipponi che partono sui social ogni volta che un americano mette un pezzo di ananas su una pizza

     

    Il peso dell’accento pesante

    Nonostante Lucia in originale abbia un forte accento durante tutto il film, nella versione doppiata parla invece in un perfetto italiano da doppiatrice che la rende indistinguibile da tutti gli altri americani madrelingua visti nel film. Questa caratteristica (l’assenza di un accento), ancora più del cambiamento da nazionalità italiana a messicana, è forse l’unico vero disservizio al film. La storia infatti presenta New York come una megalopoli fatta da immigrati, il legame che nasce tra il protagonista russo (lui sì, parla con accento) e l’italianissima messicana Lucia (o messicanissima italiana Lucia, scegliete voi) nasce anche in virtù del fatto che entrambi si sentano ancora ospiti del paese in cui si trovano e di cui vorrebbero far parte. E non appena Lucia ottiene la cittadinanza, il loro rapporto si incrina, lei non vuole stare più con un “immigrato”. No, Lucia non è proprio una brava persona.

    Guardando il film solo in italiano però, Lucia sembra già perfettamente integrata, un’americana come un’altra, che parla un “italiano” perfetto, cioè un inglese perfetto. Per quanto sia sempre bello sentir recitare Emanuela Rossi, questa scelta è un po’ un remare contro le intenzioni stesse di un film che parla essenzialmente di integrazione.

    Quando poi Lucia offende Vladimir usando la lingua della sua terra (“un figlio di troia, un imbecille! Ma vaffanculo!” dice nella traccia inglese, che in italiano diventa “sei un disgraziato, un imbecille! Ma vaffanculo!“), tutto questo sarebbe dovuto diventare spagnolo nel nostro doppiaggio, invece è rimasto italiano standard come se stesse continuando a parlare in inglese. L’idea che lei sia un’immigrata come lui è proprio lontana dalla percezione dello spettatore italiano.

    Lucia che offende Vladimir in italiano nella versione originale di Mosca a New York

    [Cries in Italian]

    Questo è lo stesso problema di Scarface doppiato in italiano, dove Tony Montana (doppiato da Ferruccio Amendola) parla semplicemente italiano, senza lo sforzo di dargli il benché minimo accento spagnolo. Non dico che così facendo questi personaggi vengano appiattiti… ma vengono appiattiti.

    Nel film compare anche la famiglia di Lucia ma siccome tra italiani e popoli di origine spagnola non corre poi questa grande differenza, l’illusione di una famiglia messicana funziona lo stesso. Piuttosto sarebbe interessante vedere la versione cinematografica italiana di questo film (qualcuno ha la VHS?), visto che nei titoli di coda compare anche il cognome di Lucia e lì scopriamo che si chiama (poco messicanamente) LOMBARDO.

    Titoli di coda del film Mosca a New York dove compare il nome Lucia Lombardo

    C’è da chiedersi se nella versione italiana questo cognome non sia stato cambiato. Durante tutto il film infatti, il cognome Lombardo non viene mai nominato ma l’adattamento di Jacquier è così curato che non mi sorprenderebbe scoprire un cognome diverso per Lucia Lombardo nei titoli di coda andati al cinema.

    Difatti non ho sottolineato a sufficienza quanto sia veramente ottimo l’adattamento di questo film, fatto di tante piccole scelte sensate che a nominarle singolarmente potrebbero sembrare cosa da poco. Eccellente ad esempio la soluzione adottata in sostituzione di “boy”, una parola molto offensiva per gli afroamericani ma che a noi, tradotto come “ragazzo”, direbbe poco (e quindi è stata resa diversamente, potete immaginarvi come); oppure nei riferimenti resi più comprensibili al pubblico italiano del 1984 come General Hospital che diventa Dottor Kildare. Nel complesso l’adattamento di Mosca a New York potrebbe essere una buona scuola per chi si occupa o vorrebbe occuparsi di traduzione e adattamento di audiovisivi.

    Altri piccoli momenti dubbi nel doppiaggio di Mosca a New York

    Un paio di piccole curiosità, non sarei io se non le trovassi. Durante un ricevimento pieno di russi una donna chiede un “russo nero” (cioè un “black russian“), che io sappia questo cocktail non è mai stato chiamato “russo nero” in Italia ma è probabile che si tratti di una licenza “artistica” del dialoghista per preservare l’ironia della scelta alcolica:

    doppiato:
    – Senta, mi dà un russo nero, per favore?
    – Il russo che ha chiesto.

    originale:
    – Waiter, I’ll have a Black Russian, please.
    – Your Black Russian.

    E mi diranno i pallacanestrofili tra voi se la frase “Magic Johnson è il più grande pivot che ho mai visto” sia una buona traduzione di “Magic Johnson was the best guard I ever saw“. Immagino che la frase “è la più grande guardia mai vista” avrebbe potuto confondere dato che lo sta dicendo proprio alle guardie del centro commerciale. Ma non so, magari era una scelta dovuta al labiale e ai tempi della battuta, o a una maggiore familiarità con il termine “pivot” rispetto a “guardia”.

     

    Questi sono ovviamente solo piccoli dettagli in un copione italiano brillante nel quale si potrebbe contestare la scelta di cambiare la nazionalità di Lucia da italiana a messicana, ma dopotutto non è che ci fossero queste grandi soluzioni alternative. Piuttosto ne contesto l’assenza di un accento spagnolo, assolutamente funzionale al film. Tutto qui. Per il resto, TUTTI, dai doppiatori, al dialoghista Sergio Jacquier, al direttore di doppiaggio (al momento sconosciuto, Maldesi forse?) hanno fatto un lavoro splendido. Un po’ melenso sul finale ma consigliato almeno una volta nella vita, anche in italiano.

    Alla prossima, grandi americani, ok?

    Robin Williams che fa il gesto dell'ombrello nel film Mosca a New York

  • Howard e il destino del mondo (1986): Curiosità sul doppiaggio italiano

    “All’inizio c’era… Orestolo Howard!”, e il destino del mondo. Era il 1986 e di George Lucas ci fidavamo ancora troppo…

    Howard e il destino del mondo titoli di inizio

    Howard the Duck (Howard e il destino del mondo in italiano) è un costoso film su uno scorbutico papero antropomorfo che finisce sul nostro pianeta e si ritrova a doverlo salvare dalla minaccia di altri alieni che si fanno chiamare Occulti Supersovrani (sì, lo so, fa ridere anche me). Con questo film George Lucas, qui produttore esecutivo (cioè quello che ci mette i soldi), sperava di ripagarsi la costruzione del costosissimo Skywalker Ranch e invece è finito per floppare così tanto al botteghino che George si trovò costretto a vendere a Steve Jobs (sì, quello Steve Jobs) la divisione di computer grafica, poi diventata la Pixar. Sì, quella Pixar. Ma sono certo che i lettori appassionati di Howard il papero conoscano già questa storia.

    Niente flop di Howard The Duck nel 1986, niente Toy Story nel 1995. Grazie Howard!

    Non si può proprio dire che il flop non fosse giustificato, tutti i difetti che la critica e il pubblico gli hanno attribuito più che opinioni sono un dato di fatto, l’effetto finale è quello di un film della Cannon con un budget un po’ più alto del solito. Questo però non ha impedito a Howard di conquistare una sua fetta di pubblico, cioè nei fan che lo hanno conosciuto quando erano bambini. Il film, riferimenti sessuali a parte, era indubbiamente per loro.
    L’unico vero difetto che gli posso imputare è che dura 15-20 minuti di troppo, con una seconda parte dove l’umorismo si fa troppo scemo per il suo stesso bene. È a esattamente un’ora di film che iniziano le battute imbarazzanti (qualcuno direbbe “cringe“), le scene ridicole (pure per un film con un papero antropomorfo) ed è lì che il film collassa completamente. Ma per una recensione di tutti i meriti e i limiti del film rimando all’articolo dell’amico Cassidy (uno dei “bimbi di Howard“) che lo ha recensito su La bara volante: Howard e il destino del mondo (1986): La Marvel dei vostri padri.

    Howard il papero con un disintegratore a neutroni in spalla

    Paperoni con laseroni!

    In Italia Howard arriva col razzo missile! Nel dicembre 1986 ottiene il visto per la distribuzione nei cinema, a soli cinque mesi dall’uscita americana, ovvero lo stesso tempo di attesa di Ghostbusters e altri film di successo dell’epoca, per intenderci.

    Il doppiaggio finisce in mano alla CDC, una società di doppiaggio che era un vero e proprio punto di riferimento, quindi non sorprende che nel film ci ritroviamo alcune tra le migliori voci dell’epoca, tra tutti Vittorio Stagni sul papero Howard è la scelta più azzeccata di sempre (la stessa voce di Lord Casco in Balle spaziali per intenderci), sentirlo urlare è sempre uno spasso.
    Anche l’adattamento è di qualità, a cura di Giorgio Piazza che ne è anche direttore di doppiaggio (così almeno riporta Antoniogenna.net), ciononostante ci sono alcune battute che hanno subito delle “modifiche” nella versione italiana, vediamo insieme questi cambiamenti degni di nota.

    I cambiamenti degni di nota nell’adattamento italiano di Howard e il destino del mondo

    Prendetele come semplici curiosità perché non sciupano in alcun modo la visione del film. A quello ci pensa il film stesso, potrei aggiungere malignamente. Ma è un film difficile da odiare.

    Sisma cosmico o spoiler cosmico?

    Howard the duck it's a quake

    All’inizio del film la noiosa routine quotidiana di Howard viene interrotta bruscamente da quello che sembrerebbe un terremoto, è qui che “it’s a quake!” (=è un terremoto!), che esclama Howard in inglese, diventa “è un sisma cosmico!” in italiano. Pochi istanti dopo Howard viene strappato dal suo pianeta a forma di uovo per finire scaraventato sulla terra.

    Vogliamo credere che l’aggettivo “cosmico” sia stato scelto volutamente come iperbole per indicare un terremoto di entità fuori dal normale… e non che Howard nella versione italiana ci anticipi la trama. Non sarebbe la prima volta del resto: in Abyss di James Cameron c’era almeno una battuta che anticipava un colpo di scena, sciupando l’effetto (qui l’articolo su Abyss). Vogliamo invece credere che Howard usi semplicemente un linguaggio “anni ’80”, il decennio in cui le cose potevano essere “cosmiche”, “galattiche” o anche solo “mega”.

    Il fatto che la narrazione successiva prosegua con “Il cosmo…” certo non aiuta a fugare i sospetti che qualcuno ai dialoghi, conoscendo già la trama, l’abbia anticipata un minuto di troppo.

    La Dynatechnics

    Il “laboratorio di astrofisica alla Dyna-Technics” (astrophysics lab at Dyna-Technics), ovvero nell’azienda dove si trova lo spettroscopio laser responsabile dell’arrivo di Howard sulla Terra, diventa in italiano il “laboratorio di astrofisica e tecno-dinamica” (qualunque cosa essa sia), forse scambiando il nome per una materia di studio. Come se poi non lo vedessimo scritto poco dopo:

    Scena dal film Howard e il destino del mondo, ingresso alla Dynatechnics

    Come se poi non lo vedessimo scritto anche una seconda volta:

    Scena dal film Howard e il destino del mondo, ingresso alla Dynatechnics

    Come se poi non lo nominasse anche il computer centrale nelle scene finali del film! È qui infatti che sentiamo la sua voce elettronica dire: “Benvenuti alla Tecno-Dyna” (pronunciato “tecnodaina”), ennesima variante. Insomma c’è tanta coerenza nel nome di questa azienda! Che poi è l’unico caso di nome che cambia durante il film.

    Lo scienziatucolo è meno scemo in italiano

    Phil lo scienziato in Howard e il destino del mondo

    In una scena in cui vengono mostrate le riprese di un incidente nei laboratori della Dynatechnics, Phil, lo scenziato scemo che aiuta i protagonisti esclama: “Radical!” (equivalente del nostro “che figata!”) che in italiano diventa “basilare!“. Questa espressione (che ricorda l’elementare di sherlockiana memoria) sembra quasi sottolineare come per lui adesso tutto abbia un senso, come se ci avesse capito qualcosa insomma, quando invece si trattava solamente di un’espressione giovanile (e decisamente poco “scienziatesca”) di stupore, a sottolineare che Phil sia davvero un po’ scemo e infantile, che si esalta a vedere qualcosa che esplode.
    Ci saremmo accontentati di un “pazzesco!” ma anche più semplicemente di un “incredibile!”. È dopotutto un giovane assistente non troppo sveglio al quale i veri scienziati fanno pulire il laboratorio. La stessa espressione (radical!) verrà usata in una scena successiva quando una cameriera (anche lei apparentemente non molto sveglia) vede Howard ed esclama: “il costume di suo figlio è davvero eccezionale” (Your kid’s costume is really radical!).

    Tra l’altro è sempre Phil che poco dopo nomina il mensile Scienze Digest che nel doppiaggio italiano diventa “la rivista della scienza”, come se ce ne fosse una sola, la rivista della scienza per antonomasia! Ah, quanto ci piace generalizzare in Italia. In questo caso passa più da scemo in italiano che in inglese. Se non altro non hanno puntato a italianizzazioni tipo “Quark”, il genere di cosa che invece abbiamo visto succedere per altri film tipo Flash Gordon (1980) in cui si faceva riferimento a Mike Bongiorno e a scioperi dei trasporti.

    Modi di dire tradotti ma non adattati

    Doppiaggio: “Se non sopportate il calore venite fuori da quella cucina

    Originale: “If you can’t take the heat, get out of that kitchen!”

    Occulto supersovrano in Howard e il destino del mondo

    Howard e il destino del mondo nella battuta del venite fuori dalla cucina

    Un luogo chiamato “Joe Roma’s Cajun Sushi” lo avrei fatto saltare in aria anche io

    Un’espressione idiomatica che piaceva tanto agli americani negli anni ’80. L’avevamo già trovata in Robocop (1987), anche lì tradotta praticamente alla lettera come “se il caldo non vi piace, non state in cucina“. Come scrissi nell’articolo su Robocop si tratta di una vecchia frase idiomatica statunitense (attribuita al Presidente degli Stati Uniti Truman) il cui significato è riassumibile così: chi non sa reggere sotto pressione nel ruolo in cui si trova dovrebbe togliersi dai piedi. L’aforisma, storicamente, è stato tradotto come “se non tolleri il calore, stai alla larga dalla cucina” ma questo modo di dire non ha mai attecchito in Italia.

    Normalmente i modi di dire vengono sempre adattati in italiano poiché tradurli alla lettera vanifica il loro stesso scopo, il fatto che questo modo di dire sul “calore in cucina” sfuggisse a molti film doppiati all’epoca (che finivano per riportarlo alla lettera) potrebbe far pensare che nessuno lo abbia mai identificato correttamente come modo di dire ma, almeno in questo caso, semplicemente come una delle tante battutacce del film Howard the Duck. Del resto Internet non esisteva e solo un autentico americano avrebbe riconosciuto quell’espressione che ad oggi continua ad essere sconosciuta in Italia, perché nel frattempo è passata di moda e nei film americani non lo dice più nessuno.

    Nella scena in questione, non avendo una frase idiomatica italiana equivalente si poteva tranquillamente optare per una battutaccia semplice ma almeno sensata, qualcosa nello stile di “fa un po’ caldo in quella cucina…” (prima di farla esplodere), roba così, tanto una più una meno. Il film è già su quel tenore.

    Tradurre espressioni idiomatiche alla lettera in rari casi può diventare la scelta più sensata, è il caso di…

    battuta dell'alieno non autorizzato nel doppiaggio italiano di Howard e il destino del mondo

    – Qual è l’accusa, signore?

    Alieno non autorizzato.

    Si tratta del solito “illegal alien“, che gli americani usano per definire gli immigrati clandestini. Non si tratta in realtà di un modo di dire ma di una vera e propria definizione legale che quando viene tradotta alla lettera crea sempre grandi problemi (l’abbiamo incontrata in Aliens – Scontro finale (1986) dove la battuta era stata memorabilmente stravolta per dargli un senso, e l’abbiamo vista tradotta in modo incomprensibile nel film 2001 – Un’astronave spuntata nello spazio con Leslie Nielsen) ma in questo film trova ragione d’essere. Uno di quei rari casi dove la situazione esige una traduzione letterale per funzionare.

    Una risposta più burocratica (ma corretta) poteva essere “immigrazione clandestina”, questa però non avrebbe spiegato l’ammiccamento all’altro poliziotto che ci fa capire che, chiaramente, c’era qualcosa di spiritoso in quell’accusa, inoltre nel 1986 non avrebbe avuto l’immediatezza che avrebbe oggi, difatti l’immigrazione clandestina è diventata reato soltanto con la Bossi-Fini del 2002. Quella di “alieno non autorizzato” è una scelta elegante.

    Non altrettanto elegante il “police brutality!” che Howard esclama quando viene arrestato e che diventa in italiano “polizia brutale!” quando poteva tranquillamente diventare: “questo è abuso di potere!”. Non è che un pupazzone ponga grandi sfide del labiale dopotutto.

    Altri piccoli cambiamenti degni di nota

    Quando lo scienziato scemo viene arrestato dirà: “Conosco i miei diritti! Dov’è il mio casco da baseball?”. In realtà parla semplicemente del suo cappellino (“baseball cap” nei dialoghi originali). Sta parlando del cappellino dei Cleveland Indians che gli vediamo indossare nelle scene precedenti.

    Scena da Howard e il destino del mondo, lo scienziato Phil indossa un cappello dei Cleveland Indians

    L’improvviso riferimento ad un “casco” da baseball è un riferimento completamente incomprensibile nei dialoghi italiani, Phil era scemo sì ma non vaneggiava. A tutti gli effetti questo è un errore di traduzione dovuto ad una svista, probabilmente tradotto fuori contesto. Capita. Il casco da baseball è quell’elmetto rigido che usano i battitori come indumento protettivo.

    Sul finale del film Lea Thompson è legata al “laserone” in attesa che un altro Occulto Supersovrano (no, non smetterà mai di essere comico questo nome) prenda possesso del suo corpo e le sentiamo dire: You’ll never get away with this che diventa in italiano È inutile, non ci riuscirai mai, ma sarebbe dovuto diventare Non la passerai liscia. La scena è ripresa da lontano, senza vedere la bocca quindi il labiale non era un problema. Un cambiamento ininfluente ma comunque curioso. Non capisco perché dovrebbe pensare che non ci sarebbe riuscito, l’Occulto Supersovrano sembrava sapere esattamente quello che stava facendo. Occulto Supersovrano. Sì, fa ancora ridere.

    Che poi perché Dark Overlords of the Universe sono diventati OCCULTI supersovrani dell’universo e non OSCURI supersovrani dell’universo? Cos’hanno di occulto? Boh. E perché “Occulti supersovrani” e non “supersovrani occulti”? Non che cambiando l’ordine degli addendi il risultato sembri meno scemo, è il film a essere “stylistically designed to be that way” per citare sempre George Lucas (cit.). Il film è scemo di proposito, e piace anche per questo.

    Occulto supersovrano dal film Howard e il destino del mondo

    Poteri degli occulti supersovrani dell’universo: alito cattivo

     

    Differenze giustificatissime per il 1986

    Altre varianti nel copione italiano sono facilmente comprensibili vista l’epoca in cui è arrivato il film in Italia.

    Come on, let’s watch David Letterman” diventa più genericamente “Su, vieni. C’è un bel programma in TV“, anche perché David Letterman chi cacchio lo conosceva nel 1986? Per gli americani invece era un riferimento che avrebbero colto anche i bambini.

    One of those TV-Evangelists or something” diventa “Uno di quelli che predicano il futuro o qualcosa del genere“, che ha più che senso per il pubblico di destinazione, il fenomeno dei tele-evangelisti è sì americano degli anni ’80 ma in Italia parole come “telepredicatore” hanno avuto un picco tardivo, soprattutto alla metà degli anni ’90. Quindi con un po’ di ritardo rispetto all’uscita di Howard. L’unico televangelista di cui ci ricordiamo davvero in Italia è il personaggio di Snack, il divulgatore della dottrina della «Chiesa presbite intercostale», interpretato da Corrado Guzzanti nella trasmissione L’ottavo nano nel 2001. Guzzanti parodiava uno dei telepredicatori americani più celebri, emerso appunto negli anni ’80 in America. Anche Mai Dire TV ce ne ha fatti vedere diversi prendendoli dalle televisioni regionali italiane, ma sempre negli anni ’90 (1991-1993).
    Tutto questo perché l’Occulto Supersovrano aveva detto “tu stai per assistere alla fine del vecchio mondo e alla nascita di quello nuovo”.

    Il riferimento alla festa di Halloween viene cambiato in carnevale, più giustificatamente qui che in tanti altri casi:

    “C’era un uomo alto, una ragazza e un ragazzino. Sì, quello che credevo fosse un ragazzino. Poi all’improvviso ho avuto come un lampo: carnevale non comincerà che il mese prossimo.”.

    È la cameriera del ristorante che lascia una deposizione alla polizia successivamente all’incontro con Howard.

    Finiamo la lista con “Take it easy, Conan” che diventa “Calmati, Rambo“.

    Howard il papero che vola con un ultraleggero nel film Howard e il destino del mondo

    Lo stunt di volo acrobatico più pericoloso al mondo… e purtroppo anche il più noioso.

    Un linguaggio meno bambinesco in italiano

    Pur essendo chiaramente un film per bambini, il linguaggio in italiano è in molti punti del film leggermente più realistico, con personaggi che esclamano “brutta stronza!” (you creep! in inglese) oppure “è un’altra delle sue stronzate!” (che in inglese è più bambinesca: a bunch of bull-pukie, usato per non dire bullshit che si traduce come “stronzate” per l’appunto), oppure ancora… “schifoso scienziato di merda!” (anche qui era più infantile in origine: you filthy scum bucket, “secchio di feccia”, letteralmente). E quanto stanno bene sul labiale è da non credere!

    È pur sempre un film con tentativi di stupro, maltrattamento di (presunti) bambini e zoofilia. Il “bull-pukie” dei dialoghi originali stride un pochino.

    Insegnare ai posteri quanto fa ridere il razzismo (spoiler: per nulla)

    Cuoco nero nel ristorante del film Howard e il destino del mondo

    Negli anni ’80 potevano forse resistere alla tentazione di dare al cuoco nero del diner Joe Roma’s Cajun Sushi un “comico” accento da straniero appena arrivato in Italia? Ovviamente no. Avrà mangiato il mio chili, dice il cuoco con una voce da “fedele Venerdì”. Nel 1986 l’Italia era ancora ferma a “bongo bongo stare bene solo al Congo” e purtroppo lo sarebbe stata ancora per tanti anni.

    In lingua originale il cuoco è semplicemente un americano con una voce profonda che parla normalmente. Ma non siamo mica razzisti in Italia, noooooooo! È che ci fanno taaaaaanto ridere quelli che parlano l’italiano con un accento straniero…

    La battuta era già scema di suo (in risposta alla trasformazione del dottor Jennings in un essere mostruoso), ma curiosamente in inglese fa un po’ più ridere proprio perché detta in modo non particolarmente ironico dal tipico personaggio pragmatico della “classe operaia”.

    Versioni home video e TV censurate?

    Howard e il destino del mondo esiste in DVD e Blu-Ray, pubblicato dalla Pulp Video e mi segnalano che in queste uscite mancano alcune frasi di dialogo sui titoli di coda, in cui sentiamo le voci in lingua originale. Questo potrebbe far pensare a un qualche tipo di censura dal momento che proprio in quella scena il papero bacia Lea Thompson e fa capire che ora sono una coppia.

    copertina DVD di Howard e il destino del mondoIl fatto è che al cinema il film è arrivato senza alcun taglio o censura dichiarata (fonte Italiataglia.it), è chiaro quindi che un doppiaggio completo e “senza buchi” dovrebbe esistere e che la scomparsa di quei dialoghi finali sia da imputare ai primi passaggi televisivi in cui i titoli di coda venivano tagliati prematuramente per dar spazio alla pubblicità (come sempre capita). Sul sito Bloopers.it qualcuno ne segnalava la mancanza già nel 2003 (il primo DVD italiano è del 2011).

    Se l’origine dei buchi audio è televisiva allora perché ritroviamo l’audio con frasi mancanti anche su DVD e Blu-Ray? Beh, la casa che lo ha pubblicato è la Pulp Video, già nota alle cronache per edizioni raffazzonate e non sarebbe la prima volta che un’azienda che distribuisce film in home video in Italia usi una fonte audio “televisiva”. Cioè, stiamo parlando della stessa azienda che scrive “un film di George Lucas” sulla copertina del DVD (poi successivamente cambiato in “George Lucas presenta”).

    Mi confermano che l’audio completo è presente in VHS.

    Conclusione

    Non c’è adattamento italiano che salvi un film veramente scemo (e dico “scemo” con massimo affetto che si può provare nei confronti dell’innocuo Howard e il destino del mondo) eppure quello italiano ci prova. Nel complesso il film doppiato in italiano tende ad essere un pochino meno bambinesco  e un pochino più sensato, pur mantenendo lo spirito dell’originale e al netto dei pochi errori che ora conoscete. Ma è l’espressività di Vittorio Stagni che doppia il papero che mi porta a consigliarne a chiunque una visione italiana.

    howard il papero in concerto

    Chissà come si chiama la versione papera di Ritorno al futuro…


    Il videocommento al film

    Pare che Lucas nel 1986 abbia detto “tra 20 anni sarà considerato un capolavoro”, ebbene per la nostra serie I VIDEOCOMMENTATORI ce lo siamo rivisiti nel 2016 per festeggiarne i 30 anni e capire se intanto il film ha fatto il salto di qualità che sperava Lucas. Qui l’episodio completo:
    (I videocommentatori è una serie di svago cinematografico basata sui nostri commenti a film solitamente “brutti”.)