Quando Michelangelo diventò azteco, il caso curioso di Mosca a New York (1984)

    Di doppiaggi che cambiano la nazionalità o la cultura di alcuni personaggi per renderli “italiani” ne abbiamo avuti fin troppi, soprattutto in televisione. Viene subito in mente la serie La tata ovviamente, che trasformava una famiglia di ebrei americani in una famiglia di italo-americani, ma anche Pappa e Ciccia (titolo originale: Roseanne, arrivato in Italia nel 1990) in cui la protagonista viene chiamata Annarosa e ha un accento napoletano. Più raro invece il contrario, quando viene cambiata la nazionalità di personaggi dichiaratamente italiani. Avevamo visto un caso simile in Rosemary’s Baby, nel piccolo ruolo della ragazza salvata dalla vita di strada. Nel film del 1984 Mosca a New York (Moscow on the Hudson il titolo originale) non si tratta però di un cambiamento su personaggio minore bensì di uno dei ruoli principali nel film: quella Lucia di cui si innamora Robin Williams, che da ragazza abruzzese diventa una messicana di Chihuahua.

    Locandina italiana di Mosca a New York 1984 con Robin Williams

    Il caso curioso del doppiaggio dove gli abruzzesi diventano messicani

    Sicuramente non tra i film più noti di Robin Williams (qui doppiato da Massimo Giuliani), Mosca a New York è la storia di Vladimir Ivanoff, un musicista del circo russo che approfittando della tournée a New York, decide di chiedere asilo politico in una delle più venerate istituzioni americane: i grandi magazzini Bloomingdale’s. La terra delle opportunità però non è il paradiso che si aspettava e la libertà tanto agognata si rivela un concetto effimero. Per quanto si senta fuori posto però, Vladimir scopre che a New York tutti vengono da qualche altra parte (“tutti che io conosco sono di altri posti”) e stringe da subito amicizia con Lucia, un’ambiziosa ragazza messicana di cui presto si innamora.

    È proprio la “messicana” Lucia l’unica vera curiosità nell’adattamento (altrimenti impeccabile) di questo film: Lucia in lingua originale è italiana, ma non italo-americana… proprio italiana d’Italia, come dice lei stessa.

    Scena da Mosca a New York dove Lucia da italiana diventa messicana

    originale: I’m Italian. From Italy, from Abruzzi. It’s a village called Casoli.

    doppiato: Io sono messicana, dello Stato del Chihuahua, di una cittadina che si chiama Las Crosis.

    Il motivo di questo cambiamento è ignoto ma possiamo immaginare il ragionamento che c’è stato dietro.

    Il doppiaggio, ribadiamolo, è un’illusione e per funzionare non deve creare troppi dubbi nella testa dello spettatore. Nel doppiaggio, personaggi di altri paesi parlano per noi un italiano standard, pulito, e come spettatori accettiamo che quell’italiano standard rappresenti la lingua parlata nel luogo in cui è ambientata la vicenda. Di conseguenza quando in un film ci ritroviamo degli italo-americani, nella versione doppiata li facciamo parlare con un accento campano o siciliano, o addirittura in dialetto, per distinguerli chiaramente da quelli che parlano italiano standard, ovvero i madrelingua americani. Queste sono convenzioni comuni e largamente accettate dallo spettatore italiano da più di 50 anni.

    E quando i personaggi non sono i tipici italo-americani ma proprio italiani d’Italia, che fare? Come distinguere i momenti in cui si esprimono in inglese (che diventa italiano standard nel doppiaggio) da quelli in cui parlano davvero l’italiano? È lo stesso problema che aveva Bastardi senza gloria di Tarantino nella scena degli italiani: personaggi americani doppiati in italiano che improvvisamente per esigenze di trama… devono parlare italiano.

    Doppiare gli italiani… in italiano

    Una soluzione possibile (e perfettamente valida se le situazioni viste nel film lo consentono) potrebbe essere quella di trasformare tutto in italiano standard (equivalente dell’inglese originale) e di ignorare i momenti in lingua italiana così come solitamente ignoriamo gli accenti irlandesi, scozzesi, britannici, etc…. Una cosa non facile in un film come questo Mosca a New York, dove era importante sottolineare come New York sia essenzialmente una città di immigrati e minoranze.

    Pablo nella serie Friends che nel doppiaggio italiano è diventato Paolo

    Pablo/Paolo in Friends

    Un’altra soluzione è quella di cambiare la nazionalità del personaggio in questione. Come nel caso di Paolo nella serie TV Friends, che in italiano abbiamo conosciuto come Pablo, amante caliente. A qualcuno potrebbe sembrare assurdo ma è a ben pensare la scelta più sensata quando abbiamo scene in cui gli americani parlano italiano e arriva questo tizio, anche lui parlante italiano ma che nessuno capisce.

    Stesso discorso per Un pesce di nome Wanda dove l’italiano diventa spagnolo, in quel film il personaggio Jamie Lee Curtis si eccitava sentendolo parlare. Anche questo è una di quelle scelte di adattamento quasi obbligate dato che lasciarlo in italiano quando tutti nel film già parlano italiano (doppiato) non avrebbe avuto molto senso.

    Questo immagino essere stato il ragionamento che ha portato alla scelta di trasformare Lucia da ragazza abruzzese in attesa di ottenere la cittadinanza a immigrata messicana. Di conseguenza, nei momenti in cui i dialoghi originali usano parole italiane, queste vengono trasposte in un loro equivalente spagnolo: i ciao diventano adios e le lasagne, beh, diventano tortilla…

    originale: “Buona giornata”, Lucia, darling! (What a piece of lasagna.)

    doppiato: “Hasta la vista, niña”! (Buona come una tortilla.)

    Il fatto che Lucia sia interpretata dall’attrice Maria Conchita Alonso (nata a Cuba) potrebbe aver influito in questa scelta di trasformare l’italiana in una messicana. Per gli americani la Alonso potrebbe tranquillamente passare per italiana dopotutto, meglio di quanto Schwarzenegger passi per un americano (coincidenza: entrambi erano in L’implacabile, nel 1987). In un’intervista del 1984 Maria Conchita Alonso disse che al suo accento naturale (da persona cresciuta in Venezuela e da poco giunta negli Stati Uniti) è bastato aggiungere un po’ di “musica” per renderlo italiano. Mh, ooooookay, Maria.

     

    Da Michelangelo agli aztechi

    La scelta di cambiare la nazionalità di Lucia si porta dietro anche una serie di problemi, come spesso capita in questi compromessi, non tantissimi a dir la verità e in pochi forse li noteranno. Per esempio i gesti delle mani, tipicamente italiani (anche se fatti da chi non li capisce ma questa è un’altra storia)…

    Mani a puparuolo o a peperone, a carciofo, il gesto italiano nel film Mosca a New York

    Si capisce che è messicana dal gesto delle mani a “puparuolo”

    In questo caso elogiava Magic Johnson dicendo “Dio, che paio di mani, eh!”, una situazione in cui nessun italiano userebbe il gesto delle mani “a carciofo” (o “a borsa”, o “a peperone”, o “a pigna” o “a grappolo”… dovremmo veramente trovargli un nome ufficiale!).

    Un altro momento arriva quando Lucia e il collega Lionel sparlano l’una degli antenati dell’altro e sentiamo questo scambio:

    doppiaggio: Lionel, ti devo ricordare che mentre i tuoi antenati pestavano sui tamburi in Africa e andavano a caccia a piedi scalzi, nel mio Messico c’era una grande civiltà, c’erano gli aztechi. E altro che scarpe, facevano!

    in originale: Lionel, I might remind you that while your ancestors were beating drums in Africa and chasing animals in barefoot, my people were giving the world Michelangelo. We invented style!

    La risposta di Lionel:

    doppiaggio: Sì, le ho viste le feste messicane. Non ci sono che teschi di zucchero e tori di cartapesta.

    originale: You ever been to Little Italy? All I see if plastic fruit and fat guys in tiny hats.

    Questa è la battuta più sospetta di tutte e possiamo dire con certezza quasi assoluta che sia una tradizione più tipicamente italiana che messicana quella di sentirsi migliori degli altri solo perché seicento anni fa un pugno di artisti ha dato il via al Rinascimento. Stesso discorso del campare di rendita sui successi degli antichi romani.

    Per riassumere la risposta originale, Lionel non accetta lezioni di stile dagli italiani se questi sono gli stessi italiani che conosce lui, quelli di Little Italy, grassi, con cappelli piccoli e che decorano le loro case con frutta di plastica.

    Scena da Mosca a New York dove la ragazza messicana parla di aztechi nel doppiaggio italiano

    Questa scena deve diventare un meme per i pipponi che partono sui social ogni volta che un americano mette un pezzo di ananas su una pizza

     

    Il peso dell’accento pesante

    Nonostante Lucia in originale abbia un forte accento durante tutto il film, nella versione doppiata parla invece in un perfetto italiano da doppiatrice che la rende indistinguibile da tutti gli altri americani madrelingua visti nel film. Questa caratteristica (l’assenza di un accento), ancora più del cambiamento da nazionalità italiana a messicana, è forse l’unico vero disservizio al film. La storia infatti presenta New York come una megalopoli fatta da immigrati, il legame che nasce tra il protagonista russo (lui sì, parla con accento) e l’italianissima messicana Lucia (o messicanissima italiana Lucia, scegliete voi) nasce anche in virtù del fatto che entrambi si sentano ancora ospiti del paese in cui si trovano e di cui vorrebbero far parte. E non appena Lucia ottiene la cittadinanza, il loro rapporto si incrina, lei non vuole stare più con un “immigrato”. No, Lucia non è proprio una brava persona.

    Guardando il film solo in italiano però, Lucia sembra già perfettamente integrata, un’americana come un’altra, che parla un “italiano” perfetto, cioè un inglese perfetto. Per quanto sia sempre bello sentir recitare Emanuela Rossi, questa scelta è un po’ un remare contro le intenzioni stesse di un film che parla essenzialmente di integrazione.

    Quando poi Lucia offende Vladimir usando la lingua della sua terra (“un figlio di troia, un imbecille! Ma vaffanculo!” dice nella traccia inglese, che in italiano diventa “sei un disgraziato, un imbecille! Ma vaffanculo!“), tutto questo sarebbe dovuto diventare spagnolo nel nostro doppiaggio, invece è rimasto italiano standard come se stesse continuando a parlare in inglese. L’idea che lei sia un’immigrata come lui è proprio lontana dalla percezione dello spettatore italiano.

    Lucia che offende Vladimir in italiano nella versione originale di Mosca a New York

    [Cries in Italian]

    Questo è lo stesso problema di Scarface doppiato in italiano, dove Tony Montana (doppiato da Ferruccio Amendola) parla semplicemente italiano, senza lo sforzo di dargli il benché minimo accento spagnolo. Non dico che così facendo questi personaggi vengano appiattiti… ma vengono appiattiti.

    Nel film compare anche la famiglia di Lucia ma siccome tra italiani e popoli di origine spagnola non corre poi questa grande differenza, l’illusione di una famiglia messicana funziona lo stesso. Piuttosto sarebbe interessante vedere la versione cinematografica italiana di questo film (qualcuno ha la VHS?), visto che nei titoli di coda compare anche il cognome di Lucia e lì scopriamo che si chiama (poco messicanamente) LOMBARDO.

    Titoli di coda del film Mosca a New York dove compare il nome Lucia Lombardo

    C’è da chiedersi se nella versione italiana questo cognome non sia stato cambiato. Durante tutto il film infatti, il cognome Lombardo non viene mai nominato ma l’adattamento di Jacquier è così curato che non mi sorprenderebbe scoprire un cognome diverso per Lucia Lombardo nei titoli di coda andati al cinema.

    Difatti non ho sottolineato a sufficienza quanto sia veramente ottimo l’adattamento di questo film, fatto di tante piccole scelte sensate che a nominarle singolarmente potrebbero sembrare cosa da poco. Eccellente ad esempio la soluzione adottata in sostituzione di “boy”, una parola molto offensiva per gli afroamericani ma che a noi, tradotto come “ragazzo”, dice poco; oppure nei riferimenti resi più comprensibili al pubblico italiano del 1984 come General Hospital che diventa Dottor Kildare. Nel complesso l’adattamento di Mosca a New York potrebbe essere una buona scuola per chi si occupa o vorrebbe occuparsi di traduzione e adattamento di audiovisivi.

    Altri piccoli momenti dubbi nel doppiaggio di Mosca a New York

    Un paio di piccole curiosità, non sarei io se non le trovassi. Durante un ricevimento pieno di russi una donna chiede un “russo nero” (cioè un “black russian“), che io sappia questo cocktail non è mai stato chiamato “russo nero” in Italia ma è probabile che si tratti di una licenza “artistica” del dialoghista per preservare l’ironia della scelta alcolica:

    doppiato:
    – Senta, mi dà un russo nero, per favore?
    – Il russo che ha chiesto.

    originale:
    – Waiter, I’ll have a Black Russian, please.
    – Your Black Russian.

    E mi diranno i pallacanestrofili tra voi se la frase “Magic Johnson è il più grande pivot che ho mai visto” sia una buona traduzione di “Magic Johnson was the best guard I ever saw“. Immagino che la frase “è la più grande guardia mai vista” avrebbe potuto confondere dato che lo sta dicendo proprio alle guardie del centro commerciale. Ma non so, magari era una scelta dovuta al labiale e ai tempi della battuta, o a una maggiore familiarità con il termine “pivot” rispetto a “guardia”.

     

    Questi sono ovviamente solo piccoli dettagli in un copione italiano brillante nel quale si potrebbe contestare la scelta di cambiare la nazionalità di Lucia da italiana a messicana, ma dopotutto non è che ci fossero queste grandi soluzioni alternative. Piuttosto ne contesto l’assenza di un accento spagnolo, assolutamente funzionale al film. Tutto qui. Per il resto, TUTTI, dai doppiatori, al dialoghista Sergio Jacquier, al direttore di doppiaggio (al momento sconosciuto, Maldesi forse?) hanno fatto un lavoro splendido. Un po’ melenso sul finale ma consigliato almeno una volta nella vita, anche in italiano.

    Alla prossima, grandi americani, ok?

    Robin Williams che fa il gesto dell'ombrello nel film Mosca a New York

  • Howard e il destino del mondo (1986): Curiosità sul doppiaggio italiano

    “All’inizio c’era… Orestolo Howard!”, e il destino del mondo. Era il 1986 e di George Lucas ci fidavamo ancora troppo…

    Howard e il destino del mondo titoli di inizio

    Howard the Duck (Howard e il destino del mondo in italiano) è un costoso film su uno scorbutico papero antropomorfo che finisce sul nostro pianeta e si ritrova a doverlo salvare dalla minaccia di altri alieni che si fanno chiamare Occulti Supersovrani (sì, lo so, fa ridere anche me). Con questo film George Lucas, qui produttore esecutivo (cioè quello che ci mette i soldi), sperava di ripagarsi la costruzione del costosissimo Skywalker Ranch e invece è finito per floppare così tanto al botteghino che George si trovò costretto a vendere a Steve Jobs (sì, quello Steve Jobs) la divisione di computer grafica, poi diventata la Pixar. Sì, quella Pixar. Ma sono certo che i lettori appassionati di Howard il papero conoscano già questa storia.

    Niente flop di Howard The Duck nel 1986, niente Toy Story nel 1995. Grazie Howard!

    Non si può proprio dire che il flop non fosse giustificato, tutti i difetti che la critica e il pubblico gli hanno attribuito più che opinioni sono un dato di fatto, l’effetto finale è quello di un film della Cannon con un budget un po’ più alto del solito. Questo però non ha impedito a Howard di conquistare una sua fetta di pubblico, cioè nei fan che lo hanno conosciuto quando erano bambini. Il film, riferimenti sessuali a parte, era indubbiamente per loro.
    L’unico vero difetto che gli posso imputare è che dura 15-20 minuti di troppo, con una seconda parte dove l’umorismo si fa troppo scemo per il suo stesso bene. È a esattamente un’ora di film che iniziano le battute imbarazzanti (qualcuno direbbe “cringe“), le scene ridicole (pure per un film con un papero antropomorfo) ed è lì che il film collassa completamente. Ma per una recensione di tutti i meriti e i limiti del film rimando all’articolo dell’amico Cassidy (uno dei “bimbi di Howard“) che lo ha recensito su La bara volante: Howard e il destino del mondo (1986): La Marvel dei vostri padri.

    Howard il papero con un disintegratore a neutroni in spalla

    Paperoni con laseroni!

    In Italia Howard arriva col razzo missile! Nel dicembre 1986 ottiene il visto per la distribuzione nei cinema, a soli cinque mesi dall’uscita americana, ovvero lo stesso tempo di attesa di Ghostbusters e altri film di successo dell’epoca, per intenderci.

    Il doppiaggio finisce in mano alla CDC, una società di doppiaggio che era un vero e proprio punto di riferimento, quindi non sorprende che nel film ci ritroviamo alcune tra le migliori voci dell’epoca, tra tutti Vittorio Stagni sul papero Howard è la scelta più azzeccata di sempre (la stessa voce di Lord Casco in Balle spaziali per intenderci), sentirlo urlare è sempre uno spasso.
    Anche l’adattamento è di qualità, a cura di Giorgio Piazza che ne è anche direttore di doppiaggio (così almeno riporta Antoniogenna.net), ciononostante ci sono alcune battute che hanno subito delle “modifiche” nella versione italiana, vediamo insieme questi cambiamenti degni di nota.

    I cambiamenti degni di nota nell’adattamento italiano di Howard e il destino del mondo

    Prendetele come semplici curiosità perché non sciupano in alcun modo la visione del film. A quello ci pensa il film stesso, potrei aggiungere malignamente. Ma è un film difficile da odiare.

    Sisma cosmico o spoiler cosmico?

    Howard the duck it's a quake

    All’inizio del film la noiosa routine quotidiana di Howard viene interrotta bruscamente da quello che sembrerebbe un terremoto, è qui che “it’s a quake!” (=è un terremoto!), che esclama Howard in inglese, diventa “è un sisma cosmico!” in italiano. Pochi istanti dopo Howard viene strappato dal suo pianeta a forma di uovo per finire scaraventato sulla terra.

    Vogliamo credere che l’aggettivo “cosmico” sia stato scelto volutamente come iperbole per indicare un terremoto di entità fuori dal normale… e non che Howard nella versione italiana ci anticipi la trama. Non sarebbe la prima volta del resto: in Abyss di James Cameron c’era almeno una battuta che anticipava un colpo di scena, sciupando l’effetto (qui l’articolo su Abyss). Vogliamo invece credere che Howard usi semplicemente un linguaggio “anni ’80”, il decennio in cui le cose potevano essere “cosmiche”, “galattiche” o anche solo “mega”.

    Il fatto che la narrazione successiva prosegua con “Il cosmo…” certo non aiuta a fugare i sospetti che qualcuno ai dialoghi, conoscendo già la trama, l’abbia anticipata un minuto di troppo.

    La Dynatechnics

    Il “laboratorio di astrofisica alla Dyna-Technics” (astrophysics lab at Dyna-Technics), ovvero nell’azienda dove si trova lo spettroscopio laser responsabile dell’arrivo di Howard sulla Terra, diventa in italiano il “laboratorio di astrofisica e tecno-dinamica” (qualunque cosa essa sia), forse scambiando il nome per una materia di studio. Come se poi non lo vedessimo scritto poco dopo:

    Scena dal film Howard e il destino del mondo, ingresso alla Dynatechnics

    Come se poi non lo vedessimo scritto anche una seconda volta:

    Scena dal film Howard e il destino del mondo, ingresso alla Dynatechnics

    Come se poi non lo nominasse anche il computer centrale nelle scene finali del film! È qui infatti che sentiamo la sua voce elettronica dire: “Benvenuti alla Tecno-Dyna” (pronunciato “tecnodaina”), ennesima variante. Insomma c’è tanta coerenza nel nome di questa azienda! Che poi è l’unico caso di nome che cambia durante il film.

    Lo scienziatucolo è meno scemo in italiano

    Phil lo scienziato in Howard e il destino del mondo

    In una scena in cui vengono mostrate le riprese di un incidente nei laboratori della Dynatechnics, Phil, lo scenziato scemo che aiuta i protagonisti esclama: “Radical!” (equivalente del nostro “che figata!”) che in italiano diventa “basilare!“. Questa espressione (che ricorda l’elementare di sherlockiana memoria) sembra quasi sottolineare come per lui adesso tutto abbia un senso, come se ci avesse capito qualcosa insomma, quando invece si trattava solamente di un’espressione giovanile (e decisamente poco “scienziatesca”) di stupore, a sottolineare che Phil sia davvero un po’ scemo e infantile, che si esalta a vedere qualcosa che esplode.
    Ci saremmo accontentati di un “pazzesco!” ma anche più semplicemente di un “incredibile!”. È dopotutto un giovane assistente non troppo sveglio al quale i veri scienziati fanno pulire il laboratorio. La stessa espressione (radical!) verrà usata in una scena successiva quando una cameriera (anche lei apparentemente non molto sveglia) vede Howard ed esclama: “il costume di suo figlio è davvero eccezionale” (Your kid’s costume is really radical!).

    Tra l’altro è sempre Phil che poco dopo nomina il mensile Scienze Digest che nel doppiaggio italiano diventa “la rivista della scienza”, come se ce ne fosse una sola, la rivista della scienza per antonomasia! Ah, quanto ci piace generalizzare in Italia. In questo caso passa più da scemo in italiano che in inglese. Se non altro non hanno puntato a italianizzazioni tipo “Quark”, il genere di cosa che invece abbiamo visto succedere per altri film tipo Flash Gordon (1980) in cui si faceva riferimento a Mike Bongiorno e a scioperi dei trasporti.

    Modi di dire tradotti ma non adattati

    Doppiaggio: “Se non sopportate il calore venite fuori da quella cucina

    Originale: “If you can’t take the heat, get out of that kitchen!”

    Occulto supersovrano in Howard e il destino del mondo

    Howard e il destino del mondo nella battuta del venite fuori dalla cucina

    Un luogo chiamato “Joe Roma’s Cajun Sushi” lo avrei fatto saltare in aria anche io

    Un’espressione idiomatica che piaceva tanto agli americani negli anni ’80. L’avevamo già trovata in Robocop (1987), anche lì tradotta praticamente alla lettera come “se il caldo non vi piace, non state in cucina“. Come scrissi nell’articolo su Robocop si tratta di una vecchia frase idiomatica statunitense (attribuita al Presidente degli Stati Uniti Truman) il cui significato è riassumibile così: chi non sa reggere sotto pressione nel ruolo in cui si trova dovrebbe togliersi dai piedi. L’aforisma, storicamente, è stato tradotto come “se non tolleri il calore, stai alla larga dalla cucina” ma questo modo di dire non ha mai attecchito in Italia.

    Normalmente i modi di dire vengono sempre adattati in italiano poiché tradurli alla lettera vanifica il loro stesso scopo, il fatto che questo modo di dire sul “calore in cucina” sfuggisse a molti film doppiati all’epoca (che finivano per riportarlo alla lettera) potrebbe far pensare che nessuno lo abbia mai identificato correttamente come modo di dire ma, almeno in questo caso, semplicemente come una delle tante battutacce del film Howard the Duck. Del resto Internet non esisteva e solo un autentico americano avrebbe riconosciuto quell’espressione che ad oggi continua ad essere sconosciuta in Italia, perché nel frattempo è passata di moda e nei film americani non lo dice più nessuno.

    Nella scena in questione, non avendo una frase idiomatica italiana equivalente si poteva tranquillamente optare per una battutaccia semplice ma almeno sensata, qualcosa nello stile di “fa un po’ caldo in quella cucina…” (prima di farla esplodere), roba così, tanto una più una meno. Il film è già su quel tenore.

    Tradurre espressioni idiomatiche alla lettera in rari casi può diventare la scelta più sensata, è il caso di…

    battuta dell'alieno non autorizzato nel doppiaggio italiano di Howard e il destino del mondo

    – Qual è l’accusa, signore?

    Alieno non autorizzato.

    Si tratta del solito “illegal alien“, che gli americani usano per definire gli immigrati clandestini. Non si tratta in realtà di un modo di dire ma di una vera e propria definizione legale che quando viene tradotta alla lettera crea sempre grandi problemi (l’abbiamo incontrata in Aliens – Scontro finale (1986) dove la battuta era stata memorabilmente stravolta per dargli un senso, e l’abbiamo vista tradotta in modo incomprensibile nel film 2001 – Un’astronave spuntata nello spazio con Leslie Nielsen) ma in questo film trova ragione d’essere. Uno di quei rari casi dove la situazione esige una traduzione letterale per funzionare.

    Una risposta più burocratica (ma corretta) poteva essere “immigrazione clandestina”, questa però non avrebbe spiegato l’ammiccamento all’altro poliziotto che ci fa capire che, chiaramente, c’era qualcosa di spiritoso in quell’accusa, inoltre nel 1986 non avrebbe avuto l’immediatezza che avrebbe oggi, difatti l’immigrazione clandestina è diventata reato soltanto con la Bossi-Fini del 2002. Quella di “alieno non autorizzato” è una scelta elegante.

    Non altrettanto elegante il “police brutality!” che Howard esclama quando viene arrestato e che diventa in italiano “polizia brutale!” quando poteva tranquillamente diventare: “questo è abuso di potere!”. Non è che un pupazzone ponga grandi sfide del labiale dopotutto.

    Altri piccoli cambiamenti degni di nota

    Quando lo scienziato scemo viene arrestato dirà: “Conosco i miei diritti! Dov’è il mio casco da baseball?”. In realtà parla semplicemente del suo cappellino (“baseball cap” nei dialoghi originali). Sta parlando del cappellino dei Cleveland Indians che gli vediamo indossare nelle scene precedenti.

    Scena da Howard e il destino del mondo, lo scienziato Phil indossa un cappello dei Cleveland Indians

    L’improvviso riferimento ad un “casco” da baseball è un riferimento completamente incomprensibile nei dialoghi italiani, Phil era scemo sì ma non vaneggiava. A tutti gli effetti questo è un errore di traduzione dovuto ad una svista, probabilmente tradotto fuori contesto. Capita. Il casco da baseball è quell’elmetto rigido che usano i battitori come indumento protettivo.

    Sul finale del film Lea Thompson è legata al “laserone” in attesa che un altro Occulto Supersovrano (no, non smetterà mai di essere comico questo nome) prenda possesso del suo corpo e le sentiamo dire: You’ll never get away with this che diventa in italiano È inutile, non ci riuscirai mai, ma sarebbe dovuto diventare Non la passerai liscia. La scena è ripresa da lontano, senza vedere la bocca quindi il labiale non era un problema. Un cambiamento ininfluente ma comunque curioso. Non capisco perché dovrebbe pensare che non ci sarebbe riuscito, l’Occulto Supersovrano sembrava sapere esattamente quello che stava facendo. Occulto Supersovrano. Sì, fa ancora ridere.

    Che poi perché Dark Overlords of the Universe sono diventati OCCULTI supersovrani dell’universo e non OSCURI supersovrani dell’universo? Cos’hanno di occulto? Boh. E perché “Occulti supersovrani” e non “supersovrani occulti”? Non che cambiando l’ordine degli addendi il risultato sembri meno scemo, è il film a essere “stylistically designed to be that way” per citare sempre George Lucas (cit.). Il film è scemo di proposito, e piace anche per questo.

    Occulto supersovrano dal film Howard e il destino del mondo

    Poteri degli occulti supersovrani dell’universo: alito cattivo

    Differenze giustificatissime per il 1986

    Altre varianti nel copione italiano sono facilmente comprensibili vista l’epoca in cui è arrivato il film in Italia.

    Come on, let’s watch David Letterman” diventa più genericamente “Su, vieni. C’è un bel programma in TV“, anche perché David Letterman chi cacchio lo conosceva nel 1986? Per gli americani invece era un riferimento che avrebbero colto anche i bambini.

    One of those TV-Evangelists or something” diventa “Uno di quelli che predicano il futuro o qualcosa del genere“, che ha più che senso per il pubblico di destinazione, il fenomeno dei tele-evangelisti è sì americano degli anni ’80 ma in Italia parole come “telepredicatore” hanno avuto un picco tardivo, soprattutto alla metà degli anni ’90. Quindi con un po’ di ritardo rispetto all’uscita di Howard. L’unico televangelista di cui ci ricordiamo davvero in Italia è il personaggio di Snack, il divulgatore della dottrina della «Chiesa presbite intercostale», interpretato da Corrado Guzzanti nella trasmissione L’ottavo nano nel 2001. Guzzanti parodiava uno dei telepredicatori americani più celebri, emerso appunto negli anni ’80 in America. Anche Mai Dire TV ce ne ha fatti vedere diversi prendendoli dalle televisioni regionali italiane, ma sempre negli anni ’90 (1991-1993).
    Tutto questo perché l’Occulto Supersovrano aveva detto “tu stai per assistere alla fine del vecchio mondo e alla nascita di quello nuovo”.

    Il riferimento alla festa di Halloween viene cambiato in carnevale, più giustificatamente qui che in tanti altri casi:

    “C’era un uomo alto, una ragazza e un ragazzino. Sì, quello che credevo fosse un ragazzino. Poi all’improvviso ho avuto come un lampo: carnevale non comincerà che il mese prossimo.”.

    È la cameriera del ristorante che lascia una deposizione alla polizia successivamente all’incontro con Howard.

    Finiamo la lista con “Take it easy, Conan” che diventa “Calmati, Rambo“.

    Howard il papero che vola con un ultraleggero nel film Howard e il destino del mondo

    Lo stunt di volo acrobatico più pericoloso al mondo… e purtroppo anche il più noioso.

    Un linguaggio meno bambinesco in italiano

    Pur essendo chiaramente un film per bambini, il linguaggio in italiano è in molti punti del film leggermente più realistico, con personaggi che esclamano “brutta stronza!” (you creep! in inglese) oppure “è un’altra delle sue stronzate!” (che in inglese è più bambinesca: a bunch of bull-pukie, usato per non dire bullshit che si traduce come “stronzate” per l’appunto), oppure ancora… “schifoso scienziato di merda!” (anche qui era più infantile in origine: you filthy scum bucket, “secchio di feccia”, letteralmente). E quanto stanno bene sul labiale è da non credere!

    È pur sempre un film con tentativi di stupro, maltrattamento di (presunti) bambini e zoofilia. Il “bull-pukie” dei dialoghi originali stride un pochino.

    Insegnare ai posteri quanto fa ridere il razzismo (spoiler: per nulla)

    Cuoco nero nel ristorante del film Howard e il destino del mondo

    Negli anni ’80 potevano forse resistere alla tentazione di dare al cuoco nero del diner Joe Roma’s Cajun Sushi un “comico” accento da straniero appena arrivato in Italia? Ovviamente no. Avrà mangiato il mio chili, dice il cuoco con una voce da “fedele Venerdì”. Nel 1986 l’Italia era ancora ferma a “bongo bongo stare bene solo al Congo” e purtroppo lo sarebbe stata ancora per tanti anni.

    In lingua originale il cuoco è semplicemente un americano con una voce profonda che parla normalmente. Ma non siamo mica razzisti in Italia, noooooooo! È che ci fanno taaaaaanto ridere quelli che parlano l’italiano con un accento straniero…

    La battuta era già scema di suo (in risposta alla trasformazione del dottor Jennings in un essere mostruoso), ma curiosamente in inglese fa un po’ più ridere proprio perché detta in modo non particolarmente ironico dal tipico personaggio pragmatico della “classe operaia”.

    Versioni home video e TV censurate?

    Howard e il destino del mondo esiste in DVD e Blu-Ray, pubblicato dalla Pulp Video e mi segnalano che in queste uscite mancano alcune frasi di dialogo sui titoli di coda, in cui sentiamo le voci in lingua originale. Questo potrebbe far pensare a un qualche tipo di censura dal momento che proprio in quella scena il papero bacia Lea Thompson e fa capire che ora sono una coppia.

    copertina DVD di Howard e il destino del mondoIl fatto è che al cinema il film è arrivato senza alcun taglio o censura dichiarata (fonte Italiataglia.it), è chiaro quindi che un doppiaggio completo e “senza buchi” dovrebbe esistere e che la scomparsa di quei dialoghi finali sia da imputare ai primi passaggi televisivi in cui i titoli di coda venivano tagliati prematuramente per dar spazio alla pubblicità (come sempre capita). Sul sito Bloopers.it qualcuno ne segnalava la mancanza già nel 2003 (il primo DVD italiano è del 2011).

    Se l’origine dei buchi audio è televisiva allora perché ritroviamo l’audio con frasi mancanti anche su DVD e Blu-Ray? Beh, la casa che lo ha pubblicato è la Pulp Video, già nota alle cronache per edizioni raffazzonate e non sarebbe la prima volta che un’azienda che distribuisce film in home video in Italia usi una fonte audio “televisiva”. Cioè, stiamo parlando della stessa azienda che scrive “un film di George Lucas” sulla copertina del DVD (poi successivamente cambiato in “George Lucas presenta”).

    Mi confermano che l’audio completo è presente in VHS.

    Conclusione

    Non c’è adattamento italiano che salvi un film veramente scemo (e dico “scemo” con massimo affetto che si può provare nei confronti dell’innocuo Howard e il destino del mondo) eppure quello italiano ci prova. Nel complesso il film doppiato in italiano tende ad essere un pochino meno bambinesco  e un pochino più sensato, pur mantenendo lo spirito dell’originale e al netto dei pochi errori che ora conoscete. Ma è l’espressività di Vittorio Stagni che doppia il papero che mi porta a consigliarne a chiunque una visione italiana.

    howard il papero in concerto

    Chissà come si chiama la versione papera di Ritorno al futuro…


    Il videocommento al film

    Pare che Lucas nel 1986 abbia detto “tra 20 anni sarà considerato un capolavoro”, ebbene per la nostra serie I VIDEOCOMMENTATORI ce lo siamo rivisiti nel 2016 per festeggiarne i 30 anni e capire se intanto il film ha fatto il salto di qualità che sperava Lucas. Qui l’episodio completo:
    (I videocommentatori è una serie di svago cinematografico basata sui nostri commenti a film solitamente “brutti”.)

     

  • Titoli italioti: Rosemary’s Baby e i suoi fratelli apocrifi

    Rosemary's Baby locandina italiana con sottotitolo Nastro rosso a New York

    Nel 1968, quando un film di Roman Polanski in cui una ragazza viene drogata e stuprata non destava ancora sospetti, fu di grande impatto Rosemary’s Baby, arrivato in Italia direttamente con il suo titolo originale e un sottotitolo di cui presto si sono dimenticati tutti (“Nastro rosso a New York“). Come capita per molti film di culto, la sua trama è nota anche a chi non l’ha mai visto: la giovane Rosemary (Mia Farrow) aspetta un figlio che potrebbe essere il figlio de lu dimonio (!!!) e i suoi vicini impiccioni sono parte di una congrega di streghe e stregoni… oppure è tutto nella testa di Rosemary, complottista ante-litteram? Se non lo avete mai visto vi basteranno 2 ore e 16 minuti per scoprirlo.

    I bambini de lu Diavolo, certo, fanno paura, ma che dire dei loro nipoti? E della nuora? E dell’attrice Mia Farrow stessa??? Dopo il successo del film Rosemary’s Baby (e per i successivi 16 anni) la distribuzione italiana ha campato sulla notorietà del titolo e lo ha usato come base per inventarsi i più spudorati seguiti apocrifi.
    Sì, questo è un altro episodio di titoli italioti, ma prima una parolina sull’adattamento di Rosemary’s Baby.

    L’adattamento italiano di Rosemary’s Baby

    Scena in Rosemary's Baby dove compare il gesto delle corna

    Facciamo le corna

    Il film di Polanski è stato adattato per la C.D.C. da Roberto De Leonardis, che nello stesso anno curò anche il ridoppiaggio di Bambi e da lì a poco molti altri film di animazione Disney. Come in tutti i lavori di De Leonardis, anche qui è possibile apprezzare dialoghi naturali e generalmente ben fatti. Una cosa non facile in un film dove si parla molto e velocemente, quasi una pièce teatrale.
    Ci sono però alcuni punti degni di nota. Primo tra tutti, l’alterazione di un paio di nomi.

    Nomi alterati

    All’inizio del film Rosemary è in lavanderia e incontra una vicina che scambia per un’attrice di nome Vittoria West; nei dialoghi in lingua originale in realtà si parla di una Victoria Vetri, che poi è proprio il nome dell’attrice che interpreta il personaggio della vicina. Nel film in lingua originale questa si presenta poi come Terry Gionoffrio, ma il nome diventa Terry Gulliver nella versione italiana.
    Quando successivamente verrà chiesto a Rosemary come si chiamasse la donna, Rosemary dirà che aveva un cognome italiano (“an Italian name”), mentre nel doppiaggio dice più semplicemente “il cognome non lo ricordo”.

    È chiaro a questo punto che il cognome italiano sia stato rimosso intenzionalmente dal copione della versione doppiata, al punto da cambiare anche il nome dell’attrice a cui dovrebbe somigliare (non più un’attrice con un cognome italiano). Non è invece chiaro il motivo di questo tabù sull’uso dei cognomi italiani, come se nel 1968 non ci fossero italo-americani a New York! Ma poi se bisogna inventare un cognome… perché proprio ‘Gulliver’? È così scemo.

    Victoria Vetri, chiamata Vittoria West nel doppiaggio italiano di Rosemary's Baby

     

    Doppiaggi che odiano le donne

    Sempre rimanendo su Guy, quando egli si arrabbia con Rosemary trova occasione di sfogarsi con un tipico errore di traduzione, quello di “bitch” tradotto come “puttana” invece che “stronza” o altri sinonimi:

    “Questo ti dicevano quelle PUTTANE delle tue amiche?”

    La vera frase pronunciata ovviamente non era così “spinta”. Guy, per quanto visibilmente alterato, non sembra il tipo da scadere così in basso. Usando quella parola con la “p” esce molto dal personaggio.

    – They’re my friends, don’t call them bitches.
    – Non chiamarle puttane, sono mie amiche.

    – They’re a bunch of not-very-bright bitches.
    – Ma sono un branco di luride puttane, idiote!

    Improvvisamente, da thriller dal retrogusto hitchcockiano sembra di ritrovarsi in La signora ammazzatutti di John Waters. Forse in quel pendente regalato a Rosemary non c’era “radice di Tannis” ma, piuttosto, un succhione di salice! (Una battuta dedicata a chi ha visto entrambi i film)

    Rosemary's Baby vs La signora ammazzatutti

    “SUCCHIONE DI SALICE!”

    Come capita sempre con questi casi di mal interpretazione della parola “bitch”, l’uso di “puttana” involgarisce eccessivamente il personaggio che qui arriva addirittura a dire anche “luride puttane”, un’espressione di misoginia totalmente inesistente nei dialoghi originali (quel “not-very-bright bitches” era letteralmente “stronze non molto intelligenti”). Ancora più stonato è il sentirlo uscire dalla bocca di Rosemary stessa quando dice “non chiamarle puttane”, da brava ragazza cattolica del 1968, Rosemary non ripeterebbe mai e poi mai quella parola.

    Per questo chiamare le donne “puttane” con così tanta leggerezza, anche a costo di tradire le intenzioni originali e la psicologia dei personaggi, diamo anche a Rosemary’s Baby un caloroso benvenuto nella mia collezione di doppiaggi che odiano le donne! Non c’è posto migliore.

    Gli occhi de lu dimonio

    I dialoghi finali della versione italiana (attenti che qui arrivano spoiler!) sembrano non essere sufficientemente chiari riguardo la stranezza che caratterizza il figlio di Rosemary, che poi è ciò che la fa trasalire alla vista del neonato. Sono proprio gli occhi del bambino infatti a terrorizzare Rosemary che chiede ai membri della setta “che cosa gli avete fatto?” per poi specificare in inglese “cosa avete fatto ai suoi occhi” (questo dettaglio omesso in italiano).

    La reazione di Rosemary alla vista del bambino figlio di Satana, dal film Rosemary's Baby

    Le frasi he seguono continuano a non essere abbastanza chiare come invece lo sono in inglese:

    – Ha gli occhi di suo padre, Rosemary.
    – Che cosa stai dicendo? Non è vero!

    In inglese lei risponde “Che cosa stai dicendo? Gli occhi di Guy sono normali!” e la frase successiva “what have you done to him, you maniacs!” (= cosa gli avete fatto?) diventa “che cosa volete fargli, brutti mostri!”, come se si trattasse di piani futuri della setta e non di una caratteristica peculiare che il bambino già possiede (appunto, gli occhi da Satanasso).

    Il capostregone a questo punto spiega la questione degli occhi: “Satan is his father, not Guy.” (È Satana suo padre, non Guy), che nel doppiaggio italiano diventa: “Tuo figlio appartiene a Satana.“.

    In breve, in inglese Rosemary crede che qualcosa sia stato fatto agli occhi del suo bambino, le viene rivelato invece che al bambino non è stato fatto niente, quelli sono semplicemente gli occhi del padre, Satana. E per farceli immaginare senza mostrarci mai il pargolo, Polanski inserisce un breve momento in cui alla scena si va a sovrapporre in trasparenza il volto di Satana con gli occhi da serpente.

    Occhi del diavolo da Rosemary's Baby

    Occhio malocchio…

    Nella versione italiana non è altrettanto chiaro che l’aberrazione sia limitata agli occhi, questi vengono nominati soltanto nella frase “ha gli occhi di suo padre” (che nel contesto sembra più di frase circostanza che altro), si punta invece su un generico “cosa gli avete fatto?” seguito da “cosa volete fargli?”, e la sovrapposizione del volto di Satana a questo punto rischia più facilmente di essere interpretata come rappresentazione delle mire future di Satana sul bambino (“tuo figlio appartiene a Satana”), piuttosto che esserne letteralmente il padre come dimostrato dagli occhi di serpente.

    Non che tutto questo renda il finale meno di impatto, né credo che questa ridotta chiarezza fosse intenzionale, ma degna di nota sì. In inglese, semplicemente, questi dialoghi risultano più immediati.

    E sapete una cosa? Esiste un doppiaggio alternativo di questa scena che riporta una traduzione più fedele di quelle battute. Ma non si tratta di un ridoppiaggio del film. La fonte è “Terrore in sala” (Terror in the Aisles, 1984), uscito nelle sale italiane nel luglio 1987, un documentario che mostra il meglio del cinema horror e dove le scene di dozzine di film erano doppiate ex novo, probabilmente per non sbattersi eccessivamente all’inseguimento di diritti sulle tracce audio italiane. Grazie all’amico blogger Lucius Etruscus posso farvi vedere questa clip con dialoghi fedeli al copione originale, un rarissimo caso di “e se l’avessero adattato così invece?”…

    Adesso si capisce che il problema è con gli occhi. Semplice, no?

    Ultime osservazioni

    Come ultime osservazioni vi lascio con un “softner” che diventa “il candeggiante” invece di “ammorbidente” (forse l’ammorbidente non era ancora così diffuso nel 1968?), la città di Baltimora che viene pronunciata all’inglese (bàltimor) senza un valido motivo tranne forse che veniva nominata in una lista di altre città, tutte dal nome molto… americano. Inoltre Rosemary parla di un “primo giorno del mio periodo” (in inglese “my period”), ovvero le mestruazioni, che per pudore sono più comunemente dette “il ciclo” o “le mie cose”. La linguista Licia Corbolante inserisce quel period tradotto come periodo tra i “falsi amici”.

    Tweet di Licia Corbolante sulla parola period tradotta erroneamente come periodo

    Nel film il significato si capisce anche dal contesto ma se “periodo” era effettivamente in uso nel 1968, sembra essere invecchiata molto male come espressione. A naso parrebbe una traduzione troppo diretta, fatta da qualcuno a cui il ciclo non viene e non ne parla. Lascio però ampio beneficio del dubbio sulla terminologia usata 52 anni fa.

    Aggiunta: sulla questione viene in mio soccorso Cinzia Andrei (assistente al doppiaggio e lettrice amica del blog già intervistata qui) scrivendo che “periodo non era comune neanche del ’68, ma non stona affatto in una conversazione di una donna giovane con anziane estranee. Tieni conto che, più che chiamare la cosa col proprio nome, era epoca in cui si ammiccava, si alludeva, si usavano parole senza senso e senza nesso. [La variante “le mie cose” ad esempio] era molto in uso, ma implicava una lieve confidenza che in quel caso non c’era”.
    Grazie Cinzia per aver portato luce su un argomento di linguistica che non lascia facilmente una traccia scritta.

    Per concludere, in questo film c’è anche il classico di un “Douglas” pronunciato “Doglas”. Dico ‘classico’ perché fino agli anni ’80 in Italia questo nome diventava Dùglas o Dòglas a seconda dei casi. Mai capito che problema avessero con “Dàglas”. A educare l’orecchio italiano ci sono voluti “solo” 50 anni!

    Titoli di inizio di Rosemary's Baby da trasmissione televisiva

    Tra le poche linee e tanto fruscio anaogico potreste intravedere i rari titoli di inizio cinematografici con il sottotitolo NASTRO ROSSO A NEW YORK (dalla collezione privata di Roberto Greco)

    I figli apocrifi di Rosemary

    Il film Rosemary’s Baby è entrato da subito nella cultura popolare italiana con il suo titolo originale anche per coloro che non avevano grande familiarità con l’inglese, il titolo dopotutto è facilmente intuibile: baby = bambino/figlio/infante e Rosemary è un nome di persona. A “il figlio di Rosemary” si arriva dunque anche senza conoscere davvero l’inglese, né le regole del genitivo sassone. Lo capiva anche chi all’epoca studiava solo francese.

    Potrebbe forse essere uno dei primi casi di titoli in inglese che hanno avviato gli italiani a percepire come “più spaventosi” quegli horror dai titoli in inglese? Alien (1979) Fog (1980) e Nightmare (1985) — che non è più “un incubo in via degli Olmi” ma semplicemente Nightmare con sottotitolo dal profondo della notte — questi solo per citarne alcuni comparsi nei due decenni successivi a Rosemary’s Baby.
    Quante volte abbiamo detto o pensato “il titolo in inglese suona meglio” senza poterne spiegare davvero il perché?

    Gli italiani spesso arrivano ad avere a che fare con l’inglese molto prima di averlo imparato in un percorso di studi ed è facile che questo tipo di esposizione porti ad associazioni di idee legate al suono della parola o della frase straniera più che al suo semplice significato. Mi riferisco a casi come “Alien” ad esempio, che potrebbe essere percepito da molti italiani come più spaventevole di “Alieno” (Alieno come titolo vi suona più “moscio” di Alien, ammettetelo!), e così se un film intitolato “Rosemary’s Baby” fa paura, allora probabilmente faranno paura anche altri film con una formula simile, perché si va a feticizzare un suono o la disposizione delle parole nel titolo, più che fermarsi al semplice significato. Ed ecco dunque che arrivano per il mercato italiano titoli completamente inventati come Sharon’s Baby.

    Sharon’s Baby (1975)

    Per il pubblico italiano del 1978 un titolo come “Sharon’s Baby” è un chiaro e immediato rimando a Rosemary’s Baby, quando il film in realtà è intitolato I Don’t Want to Be Born o in alternativa The Devil Within Her. La “3B Produzioni Cinematografiche” che lo ha distribuito in Italia nel 1978 aveva certamente compreso bene gli intenti di questo film di pura “exploitation” che, dicevano i critici del tempo, miscela in modo incompetente Rosemary’s Baby con L’esorcista [se chiedete a me sembra tanto quella commedia horror di Larry Cohen: Baby Killer], ma siamo l’unico paese dove il titolo è direttamente scopiazzato sulla formula di Rosemary’s Baby. Non mi è neanche chiaro se c’è qualcuno che si chiami Sharon nel film, immagino di sì, spero di sì! Purtroppo non sono riuscito a recuperare il film in italiano, ma dai commenti che trovo sul web sembrerebbe non esserci alcuna Sharon, il retro di copertina del DVD italiano parla di una Lucy Carlesi. Ma come ci suggerisce un lettore, Andrea Smedile, era probabilmente un riferimento a Sharon Tate, la moglie di Polanski assassinata dalla “famiglia Manson” nel 1969, mentre aspettava un bambino. Se non è abietto questo come titolo, non so proprio cosa lo sia!

    Locandina di The Devil Within Her

    Il sito IMDb riporta il titolo Sharon’s Baby anche per qualche distribuzione americana ma non ho trovato tracce di questo titolo in lingua inglese, né una VHS, né un flano, niente. La spiegazione più semplice è che qualche contributore di IMDb abbia visto la locandina con il titolo italiano e che, scambiandolo per statunitense, l’abbia aggiunta alla lista senza le verifiche del caso.

    Sembra che il film goda di una certa notorietà tra gli appassionati di film brutti involontariamente divertenti: il sito web British Horror Films lo recensisce dicendo che ci sono film impossibili da descrivere (“There are some films that just defy description”). Insomma, da recuperare solo per farsi una risata. Tra l’altro sembra che per interpretare il bambino di Satana abbiano trovato l’infante più pacioccone del mondo. Sembro io da piccolo, dai!

    Sharon's Baby

    Evil Evit

    Rosemary’s Killer (1981)

    A volte non è neanche colpa della distribuzione italiana, The Prowler (1981) di Joseph Zito è stato distribuito in molti paesi come Rosemary’s Killer, inclusa l’Italia (nel 1983) e figuriamoci se non si lasciavano sfuggire questa occasione ghiotta. Del resto in questo film c’è davvero un personaggio di nome Rosemary (Francis Rosemary per essere precisi) e non ci sono più bambini di Satana, bensì è un tipico slasher. È letteralmente “l’assassino di Rosemary”, nessun legame con quella Rosemary.

    Locandina italiana di Rosemary's Killer

    E quando le occasioni non vengono suggerite, tocca inventarsele. Sto parlando di…

    Compleanno in casa Farrow (1981)

    In originale Bloody Birthday del 1981, arrivato in Italia nel 1984 con palese riferimento a Mia Farrow, un nome inequivocabilmente associato al film Rosemary’s Baby, che evidentemente ancora faceva tanta pauuuva! Manco a dirlo, non c’è nessuna persona chiamata Farrow nel film, non nella versione originale almeno. Quella doppiata resta da verificare. In tal caso si tratterebbe di nomi alterati per il doppiaggio italiano.

    Da dove gli sarà venuta l’idea? Semplice: il film inizia con la nascita di tre bambini durante un’eclissi di sole. I bambini sono particolarmente intelligenti e malvagi, ovviamente. Tutto qui.

    Sempre fenomenali (e un po’ tutte uguali) le locandine di Enzo Sciotti.

    Locandina di Compleanno in casa Farrow

    Ma la Farrow lo sa?

    Il vero seguito di Rosemary’s Baby

    Ironicamente, Rosemary’s Baby ha avuto un vero e proprio seguito girato per la TV americana e intitolato Guardate cosa è successo al figlio di Rosemary (Look What’s Happened to Rosemary’s Baby, 1976), dall’ignota distribuzione italiana (non è arrivato al cinema e vista la cornucopia di titoli alternativi riportati su Wikipedia posso immaginare che sia arrivato almeno in TV) e definito —da chi lo ha commentato su YouTube— come “stupido oltre ogni limite” (this is beyond stupid) mentre qualcun altro suggeriva che “quelli che dicono che L’esorcista II: L’eretico di John Boorman sia il peggior seguito mai concepito dovrebbero essere obbligati a guardare questo”. IMDb lo riporta con i seguenti titoli italiani: Guardate cosa è successo al figlio di Rosemary e Cosa è successo a Rosemary’s baby?. Quest’ultima in particolare, con “Rosemary’s baby” lasciato in inglese è certamente la più scema.

    Look What's Happened to Rosemary's Baby

    Ma quanto so’ frignoni sti figli di Rosemary?

    I discepoli di Rosemary

    Alla distribuzione italiana sono persi una buona occasione con Necromancy (1973) con Orson Welles, che in Italia è arrivato al cinema nel 1976 come Il potere di Satana ma all’estero ha avuto anche il titolo di Rosemary’s Disciples (i discepoli di Rosemary), a riprova che la titolazione furbastra non è solo cosa nostra. Le curiosità su questo film non si fermano qui visto che nel 1983 il film fu rimontato completamente e gli venne dato un nuovo titolo, The Witching. Questa versione, è riportato su Wikipedia, è arrivata in Italia nel 1992 su VHS Mondadori con un nuovo titolo e un nuovo doppiaggio: Magia nera. Evidentemente negli anni ’90 ormai era tardi per un altro titolo apocrifo a base di rosmarino.

    Locandina originale di Necromancy con Orson Welles

    Ah, la necromachia! (semi-cit.)

    Nota: l’utente ‘dag68’ nei commenti ci fa notare come nella locandina americana di Necromancy siano usati degli apostrofi per mettere in evidenza il nome Roman: “NEC’ROMAN‘CY”, altro sottile riferimento a Polanski inserito a martellate.

    Conclusione

    Forse il più illegale di tutti (moralmente parlando) resta quello di Compleanno in casa Farrow, è uno dei pochi casi in cui nel titolo viene usato il nome di un attore per ingannare lo spettatore italiano. Ma non è il solo. A costo di allontanarmi dall’horror, impossibile non nominare L’ultima follia di Mel Brooks, noto in patria come Silent Movie. Originariamente presentato alla censura italiana semplicemente come “L’ultima follia” (fonte Italiataglia.it), ma i furbacchioni della Fox devono essere stati ben consci che poi sarebbero andati a ingrandire quel “di Mel Brooks” collocato sotto al titolo della locandina per farlo diventare parte integrante del titolo stesso, e presentarono in questa forma anche alla stampa (ne avevamo già parlato per i titoli italiani dei film di Mel Brooks).

    Con questo concludo. Il periodo di Halloween era occasione troppo ghiotta per non trattare qualcosa di genere horror e questi fratellini apocrifi del figlio di Rosemary mi hanno proprio preso per la gola.

    Scena dal film Compleanno in casa Farrow

    I figli della Farrow più che posseduti da Satana mi sembrano dei cagacazzi!

  • Spiritika, la trilogia che spaventika (Witchboard 1986-1993)

    locandina italiana del film Spiritika, Witchboard

    Suppongo che Spiritika si debba leggere come la parola “spirìtica” di “seduta spiritica” ma io non riesco a non chiamarlo “spiritìca”… come si pronuncia non si sa mika. Questo titolo con la “k” non so da dove se lo siano tirati fuori Carlo Verdone e Vittorio Cecchigori quando il 23 luglio 1987 la loro neonata azienda Giulia Vittoria Audiovisivi porta Witchboard di Kevin Tenney al cinema in Italia. La data è quella dell’anteprima romana ma si comincerà a parlare di questo film solo a ottobre dello stesso anno.

    Flano di giornale per il film Spiritika

    “Abbiamo deciso di dedicare alle nostre figlie Giulia e Vittoria – ha precisato Verdone – la società con la quale stiamo operando dall’anno scorso con due interessanti film: “Cavalli di razza” e “Spiritika”. Ho deciso di reinvestire i miei guadagni nel cinema perché, dopo la famiglia, è la cosa che mi piace di più ed è quella alla quale tengo maggiormente nella vita. Certo ci vuole molta dedizione ed oculatezza ma io ho la fortuna di avere un socio molto esperto e bravo come Vittorio Cecchi Gori”.

    Da “Carlo Verdone imprenditore“, Repubblica 31 ottobre 1987

    Okay, Carlo. L’importante è fidarsi.

    Il vero protagonista della pellicola è un oggetto di proprietà intellettuale della Parker Brothers (attualmente della Hasbro) e, da quando nel 1973 è comparso nella veramente vera storia vera ispirata a storie ancor più vere e certamente accadute veramente nella vita reale, L’esorcista, terrorizza gli italiani anche solo a guardarla o sentirne parlare. “Uh, attento a giocarci che non si sa mai…”. Sto parlando ovviamente della tavoletta “Ouija”, che come la nomini lo spirito capitalista della Parker Brothers compare e ti chiede di pagarne i diritti di sfruttamento. Gli autori del film narrano che il timore di ripercussioni legali sia stato il motivo del cambio di titolo, da Ouija (titolo sulla sceneggiatura e anche durante le riprese) a quello definitivo arrivato nei cinema americani, Witchboard, che per ammissione degli autori “suona anche più figo”.

    E così perché non farci un film sopra, avrà pensato l’appena trentenne Kevin Tenney? Dire che Spiritika sia un film derivativo dell’Esorcista è quasi scontato perché tutti i film horror dopo il 1973 ne sembrano essere stati influenzati nella stessa misura in cui Dante ha influenzato la Chiesa Cattolica con la sua iconografia dell’aldilà.

    Scena della tavoletta ouija da film L'esorcista del 1973

    Scena dal film L’esorcista (1973)

    A parte la tavoletta spiritica (di origine ottocentesca ma con picco di popolarità negli anni ’20, quando erano tutti molto forti in sumerìa. Cit.), Witchboard ruba a L’esorcista anche il concetto di “intrappolamento progressivo“, cioè se la usi in solitaria più ti ci trastulli e più lo spirito comincia a possederti e ti fa bestemmiare (bella scusa, veneti e livornesi!) fino ad arrivare alla possessione vera e propria che, in questo caso, ricorda più un furto di identità che altro. Parlando di furti, un’altra idea rubata all’Esorcista è quella di diffondere leggende su misteriosi avvenimenti durante le riprse del film. Anche quelli avvenuti veramente veramente. Del resto lo sanno tutti che se a Hollywood non giri un horror con spiriti veri non sei nessuno.

     

    UGIA, OUGIA, UIGIA, BAUGIGIA… ma come si pronuncia “Ouija”?

    tavola ouija dal film Spiritika

    “in un clima di ritorno all’esorcismo impiega come gioco di società un tabellone alfabetico, iellatore e criminale
    (Repubblica, 10 ottobre 1987)

    I dubbi sulla sua pronuncia sono più che leciti perché derivano dall’improvvisa comparsa nella nostra lingua di un oggetto nuovo dal nome strambo. Infatti, per quanto oggi sembri famosa a molti, la tavola ouija è cosa relativamente nuova in Italia, dove non c’è mai stato un vero e proprio “fenomeno” di massa che l’abbia popolarizzata come invece è avvenuto nel mondo anglosassone e per fare un resoconto di ciò mi sono dovuto districare tra dozzine e dozzine di frescacce nate da storici passaparola e leggende infondate. Non sono qui per ricostruire la storia completa di questo “tabellone alfabetico, iellatore e criminale” ma voglio dargli un po’ di contesto limitandomi ai fatti (“fatti, non pugnette!” cit.), così da capire perché ogni film di questa trilogia finisca per pronunciare “ouija” un po’ come cazzo gli pare.

    Prima degli anni ’80 io non esistevo e agli inizi del secolo nemmeno voi, quindi per parlare di incidenza di una parola nel passato mi devo basare sul numero di volte in cui questa parola compare nella letteratura e in generale nella carta stampata, con tutti i limiti che ne conseguono visto che non tutto nella cultura popolare lascia tracce scritte. Questa mia analisi è stata svolta con l’ausilio di uno strumento di Google chiamato Ngram Viewer grazie al quale è stato possibile verificare che la presenza della parola “ouija” nella carta stampata registrò un boom di presenze in tutto il mondo anglosassone negli anni ’20 del XX secolo, e di riflesso se ne trovano tracce anche in Italia e in altri paesi europei, seppur molto limitate.

    La tavoletta ouija nella cultura americana

     

    Grafico della presenza delle parole ouija e witchboard su ngram viewer con picco negli anni '20

    “ouija” e “witchboard” in inglese americano, da Ngram Viewer di Google

    Curiosità: L’unico articolo veramente documentato sulla storia commerciale della “tavoletta parlante” lo trovate sul sito The Big Game Hunter, a cura dello storico dei giochi da tavolo Bruce Whitehill il quale, invece di copiare e incollare informazioni false lette altrove, narra di ben altre vicende paurose avvenute per davvero… come ad esempio dei tentativi di vendere la tavola Ouija evitando la tassazione statunitense. Che oggetto mistico!

    Dopo il picco di popolarità degli anni ’20, questa tavoletta per mettersi in contatto con gli spiriti rimane una presenza costante nella cultura popolare americana grazie non solo alla furba commercializzazione che la collocava sugli scaffali dei negozi insieme ad altri giochi da tavolo, ma anche grazie alla cultura americana stessa che, come dice Linda Rodriguez McRobbie nell’articolo The Strange and Mysterious History of the Ouija Board (2013, Smithsonian Magazine), portava a non percepire alcun conflitto tra spiritualismo e fede cristiana, quindi era accettabile per gli americani farsi una seduta spiritica il sabato sera con gli amici e poi andare a messa la mattina dopo senza scrupoli di sorta (non a caso nel film Spiritika sentiamo questa frase “avrò amici per il fine settimana e vogliamo usarla“). Si trattava di un’attività ricreativa compatibile con la vita religiosa, almeno fino all’arrivo nel 1973 di The Exorcist che ha terrorizzato i timorati di Dio cambiando completamente la percezione di quel gioco da tavolo; da quel momento in poi, tutti i successivi horror in cui compare questa tavola non hanno fatto che rinsaldare l’idea che usandola si possano inavvertitamente spalancare le porte dell’inferno, oppure che possa portare all’ottavo stadio Yoga che permette la torsione della testa di 360°.

    Retro della scatola contenente il gioco Ouija della Parker Brothers

    Prodotto in serie in una fabbrica di Salem, in Massachusetts, da streghe tenute al minimo sindacale (e quindi ancora più vendicative)

    A prescindere da come sia cambiata la percezione di questo spiritico gioco da tavolo, gli americani lo conoscono “da sempre”. Non a caso sul finale del film Witchboard l’anziana padrona di casa trova la tavola ouija ed esclama: “una “uiglia”, ma guarda! Non ne avevo viste più da quando ero bambina“, la nipote adolescente le risponde “non sapevo che esistessero da tanto tempo“. Ebbene sì, i giovini anni ’80 non sanno che la First Lady Mary Todd Lincoln ne usò una per una seduta spiritica spiritika tenutasi alla Casa Bianca nel 1862 dopo la morte del figlio William Wallace Lincoln (nome vero, giuro!). Purtroppo la ouija non le diede la chiaroveggenza necessaria (cit.!) per prevedere l’assassinio del marito, appena tre anni dopo.
    Ah, ci saranno tanti “cit.” nell’articolo, vi avverto.

    La tavoletta ouija in Italia

    grafico della comparsa della parola ouija in Italia, da ngram viewer di Google

    “ouija” in italiano, da Ngram Viewer di Google

    A differenza degli Stati Uniti, in Italia questa parola “ouija” dopo qualche fugace apparizione negli anni ’20 fa perdere tracce di sé fino a molti decenni dopo, negli anni ’70, quando comincia a ricomparire successivamente all’uscita di (provate a indovinare da soli…) l’Esorcista, nel 1974, ovviamente! Nel film non veniva nominata direttamente (solo mostrata) ma immagino che il film avrà portato su questo oggetto un’attenzione “transmediale” di cui vediamo un riflesso nella carta stampata italiana; una presenza che arriverà a picchi significativi durante i successivi anni ’80 e ’90 quando i film sulle possessioni in cui compare questo giocattolo cominciano ad essere sempre più numerosi.

    Grafico con film anni '80 e '90 in cui compare la tavola ouija per sedute spiritiche

    Film anni ’80 e ’90 in cui compare la tavola ouija, le date sono quelle di uscita in Italia

    La vera e propria notorietà per la parola ouija esplode però nella seconda metà degli anni 2000 dove fioccano film e film sull’argomento, fino al 2014 dove la parola “ouija” comincia a comparire addirittura nel titolo del film, a dimostrazione che ormai il nome è dato per conosciuto (almeno per chi si è tenuto aggiornato sugli horror degli ultimi 10 anni) e non c’è più bisogno di “farlo arrivare” al pubblico con l’ausilio di concetti più familiari come ad esempio quello della seduta spiritica, o… spiritìka, se preferite. Ma perché la kappa? C’entra qualcosa la Perestrojka forse? O la paprika? Boh.

    Non sorprenderà quindi lo scoprire che nel doppiaggio italiano della trilogia Witchboard qui presa in esame, la pronuncia della parola “ouija” cambi essenzialmente da film a film, visto che nell’Italia post-Esorcista ce la siamo trovata tra capo e collo, con quello spelling strano e nessun parente degli anni ’20 appassionato di spiritualismo a cui chiedere.

    Scena dal film Witchboard Spiritika, mani sulla tavola ouija

    Lo spirito di Evit vi detta OUIJA ma la pronuncia rimane ignota

    Leggenda vuole (e sottolineo leggenda) che il nome Ouija nasca dall’accostamento di “sì” in francese e “sì” in tedesco, quindi oui+ja. Questa almeno è la spiegazione che ci viene fornita nel primo film:

    – Anch’io ne ho evocato qualcuno.
    – Come, con una tavola “ui-ii“?
    – Ui-ia. Si chiama “ui-ia”, non “ui-ii”, È l’unione del vocabolo “sì” in francese e in tedesco: ouija. “Ui-ia”. E questa… è una planchette.
    – Perché usi tante parole difficili, bello? È solo un gioco, come dama o scacchi.

    (dal doppiaggio italiano di Spiritika, 1987)

    Secondo questa spiegazione, la pronuncia italiana (che suona tanto come uìglia quando pronunciata da alcuni doppiatori nel film e uìa per altri) non fa una piega: uì+ja. Del resto la i lunga è stata a lungo presente nel nostro vocabolario, è quella di jella, jena, Jena Plissken, juta, fidejussione, etc… cioè una i semiconsonantica che si avvicina molto a “gl” ma che nello scritto è andata a perdersi in tempi più moderni, nonostante sia ancora prevista come alternativa dalla grammatica italiana (jena o iena).
    In lingua originale l’interlocutore che veniva corretto dall’appassionato di spiritismo nella scena sopracitata parla di “uìggi” e gli viene detto che si pronuncia “uigia”, non “uigi”.

    Di chi fidarsi? Secondo il DiPI Online, il dizionario di pronuncia italiana del fonetista Luciano Canepari pubblicato da Zanichelli dal 1999, “ouija” si pronuncia uˈiʤa, cioè quello che avevo ignorantemente trascritto come “uigia”. Questa è la pronuncia sulla quale avranno fatto affidamento anche i doppiatori del film Le verità nascoste visto che nel 2000 Michelle Pfeiffer diceva in italiano: vuole che vada a comprare una di quelle tavole uìgia?.
    Insomma, Zanichelli si affida alla pronuncia americana, o almeno ad una delle pronunce possibili ma gli altri dizionari? Il DOP (Dizionario italiano multimediale e multilingue d’ortografia e di pronunzia), la cui prima edizione risale al 1981, neanche riporta “ouija” tra le sue voci e a dir la verità questa parola non è riportata da nessuno dei principali dizionari italiani, probabilmente proprio perché visto come marchio registrato di un gioco da tavolo. La pagina dedicata alla tavola ouija su Wikipedia Italia riporta questa come pronuncia inglese: [ˈwiːdʒə], ma la pronuncia anglosassone in realtà è lontana dall’essere così semplice. Basta andare sulla pagina Wikipedia in inglese infatti per trovarne almeno tre! /ˈwiːdʒə/, WEE-jə e /-dʒi, quindi approssimativamente: uiggia, uiigia e uiiggi.

    L’unica traccia sonora che ho ritrovato online si trova sul Dizionario Olivetti datato 2003, che la legge “uii-ia” e che riporto direttamente qui nel caso possa scomparire o essere sostituito in futuro (sì, gliel’ho rubato il file! È questa la pirateria che ci piace!):

    oui–jà
    pronuncia: /wiˈja/
    sostantivo maschile

     

    parapsicologia: tavoletta di legno a rotelle che, posta su un cartone recante le lettere dell’alfabeto, era utilizzata in passato dagli spiritisti per ricevere i messaggi dell’aldilà

    E così la pronunciano nel film Spiritika, che Dio li maledika. Curioso che questo dizionario parli di sostantivo maschile visto che verrebbe naturale parlarne al femminile piuttosto, non tanto per la a finale ma perché è facile associare questa strana parola all’idea di tavola o tavoletta, quindi la tavoletta ouija… la ouija. L’esempio stesso del dizionario Olivetti poi ne parla al femminile quando dice “era utilizzata”. Boh, valli a capire. Ad ogni modo negli anni 2000 abbiamo due diversi riferimenti per quanto riguarda la pronuncia. Ma negli anni ’80?(??)

    Ho il presentimento che nel decennio ’80 la ouija sia arrivata prima in forma scritta che parlata, e immagino che al momento di doppiare Spiritika – se ci giochi poi non sai mika – non avendo riferimenti italiani “storici” sulla pronuncia di questa parola avranno fatto tesoro della presunta origine del nome spiegata nel film stesso (dico presunta perché anche sulla sua origine le leggende non mancano), ottenendo così una pronuncia italiana che viene dall’unione del “uì” francese e il “jà” tedesco, quindi uì-ia, che è quasi uìglia. E come fargliene una colpa?

    spartito della canzone Weegee Weegee 1920

    Spartito della canzone “Weegee Weegee”, del 1920

    La scena iniziale del primo film, in cui viene spiegata la pronuncia della parola Ouija, serve uno scopo specifico per il pubblico americano: è il regista, dichiaratamente appassionato dell’argomento, che attraverso un personaggio educa il pubblico americano a non chiamarla “uìggi” (pronuncia più usuale negli USA) ma “uì-giah”, presumibilmente la pronuncia corretta, sempre secondo il regista. Un articolo molto divertente pubblicato nel 2016 sul sito Bloody-disgusting.com (‘Witchboard’ Turns 30 Today and It’s Still a Campy, Creepy Classic! di Daniel Kurlan) sottolinea come nell’intera trilogia di Witchboard tutti i personaggi chiameranno la nostra amata tavoletta sempre usando la sua pronuncia più inusuale “ui-giah”, anche nei due sequel dove nessuno dà alcuna giustificazione per questa scelta di pronuncia, bislacca e poco familiare per l’orecchio americano.

    Nella versione italiana, tale coerenza interna alla serie, come spesso capita con i doppiaggi curati da aziende diverse e persone diverse, non esiste! Il doppiaggio di Spiritika 2 ad esempio se ne frega del precedente film e qui ouija viene pronunciata “ùgia” , con una bella g pronunciata alla firoentina (chiedete a un fiorentino  come si pronuncia “la giostra”, la “gente”… è quella “g” lì! È la J del nome francese Jean).

    Non contenti di questa vasta gamma di pronunce, nel terzo capitolo della trilogia si parla di lo uìgia, al maschile, ma poi nello stesso film sentiamo anche parlare di “tavola ouìgia” e “oùgia“, pronunciati così come li ho scritti, quindi Spiritika 3 se ne frega della pronuncia della parola ouija addirittura all’interno dello stesso film!

    Ma allora come si pronuncia OUIJA in italiano???

    Visto la novità della parola nella lingua italiana e lo scarso impatto culturale che la Ouija ha avuto nel nostro paese, non penso si possa parlare di una pronuncia italiana “ufficiale” e per poter rispondere alla domanda “come si pronuncia ouija in italiano?” mi trovo costretto ad esprimere un’opinione personale, cioè che la parola in italiano possa essere pronunciata come “uìgia“, come diceva anche Emanuela Rossi diretta da Manlio De Angelis nel film Le verità nascoste (2000) e come propone anche l’autore della trilogia Witchboard in lingua originale, oppure che si possa optare direttamente per riportare anche in italiano la pronuncia più comune e più familiare per il mondo anglosassone, quella di “uìggi“.

    Come indicazione ai colleghi dialoghisti e adattatori del doppiaggio cinetelevisivo, se dovessi scegliere, io opterei per la prima, uìgia, che in ogni caso è contemplata tra le pronunce anglosassoni possibili ed è più facilmente accettabile dal pubblico di lingua italiana che, vedendo scritto “ouija” sulla tavola stessa o addirittura nel titolo del film, troverebbe più naturale accettarne una pronuncia che termina per -gia piuttosto di una che termina per -ggi. Ripeto e sottolineo, opinione personale.

    Penso sia giunta l’ora di affrontare uno ad uno i film della serie Spiritika… che Dio la benedika.

    Spiritika (Witchboard)

    seduta spiritica intorno alla tavola ouija, una scena del film Spiritika

    “Comincia con R. / Rinoceronte!” (cit. anni ’90)

    Trama breve: ad una festa, Linda viene invitata a giocare con una tavola ouija, è attraverso questa che entra in contatto con lo spirito di un bambino, David. Nei giorni successivi continuerà a utilizzare la tavola da sola (e questo è male! cit.) ed è qui che amici e conoscenti cominciano a morire a destra e a manca mentre Linda, da ragazza a modo, diventa sempre più volgare: “Cristo santo, non farmi mai più uno scherzo del genere. Fottiti! Merda!” – dice alla prima persona che le compare silenziosamente alle spalle. ““Oddio” e “accidenti” erano le parole più forti che ti avevo sentito usare“, le dice il fidanzato. Sono i sintomi di un galoppante “intrappolamento progressivo” (progressive entrapment), o almeno così ci spiega il film senza usare la parola galoppante.

    Ma Linda sta contattando solo lo spirito del piccolo David o c’è di mezzo qualche altra entità più malefica? Ovviamente è la seconda che ho detto. Lo spirito che si è intromesso è un qualche portoghese di inizi novecento che sembra la copia sputata di Giuseppe Ferlini [il tombarolo italiano che nell’800 fece saltare in aria tutte le 40 piramidi del Sudan e qualcuno ancora definisce “archeologo”. Come? Non sapete che il Sudan era pieno di piramidi? Ora sapete chi ringraziare], dotato di barba alla Capitano Nemo e che nella mia testa è letteralmente lo spirito di uno scaricatore di porto, questo spiegherebbe il linguaggio colorito di Linda e… sì, il nome della protagonista è solo un altro dei tanti riferimenti all’Esorcista. Insomma mi stai dicendo che io vivo con Linda Blair?” è una vera frase del film, giuro!

    A sinistra Malfeitor, il portoghese bestemmiatore. A destra quel farabutto di Giuseppe Ferlini. Dai che è lui!

     

    L’adattamento italiano di Spirtika

    Quello di Spiritika– spirito, non mi freghi mika – è indubbiamente un buon adattamento, datato 1987. Doppiatori adeguati e dialoghi naturali nonostante la sfida di scene in cui sentiamo lo spelling delle parole in inglese che gli spiriti dettano attraverso la tavola ouija. Questo ostacolo linguistico è superato facendo sì che i diretti partecipanti poi traducano al volo per noi queste parole dettate in inglese (evidentemente i personaggi sono tutti provetti traduttori!):

    Di, erre, a, i, enne… “drain” … vuoi dire in un tubo? Il tubo di un lavandino?

    Menomale che sapeva l’inglese sennò…

    L’unica alternativa possibile a questo stratagemma sarebbe stata quella di leggere lettere diverse da quelle che vengono evidenziate sulla tavola ouija. Ovviamente si tratterebbe di un qualcosa di insensato e ancora più straniante. Lo stratagemma adottato invece nel doppiaggio italiano del film, cioè quello di far fare ai personaggi lo spelling a voce alta, leggere la parola completa in inglese e poi enunciarne la traduzione italiana, funziona meglio di quanto possa sembrare dall’esempio che ho trascritto.

    Il resto del film non è degno di alcuna nota particolare riguardo l’adattamento italiano, eccezion fatta per una sequenza che coinvolge una medium new age chiamata Zarabeth; è da questa porzione del film che spuntano fuori battute che in italiano sono addirittura più sensate di quelle originali. Ad esempio il protagonista che dice della medium: “con quella testa sembra una gallina spennacchiata“, una frase che funziona molto meglio della battuta originale che qui traduco per voi: “ha i capelli color arcobaleno!“. Sì, i capelli di Zarabeth sono tinti ma siamo ben lontani dai capelli multicolore della Cyndi Lauper di quegli stessi anni.

    La medium new age Zarabeth dal film Spiritika o Witchboard

    Spennacchiata o color arcobaleno?

    Diciamo che quella dei capelli color arcobaleno è un tipo di battuta che risuona di più nel pubblico di lingua inglese, così come noi troviamo più familiare il concetto di una capigliatura che possa far sembrare “spennacchiato” qualcuno. Anche in queste piccole cose si assaggia il vero significato di adattamento. Amanti delle traduzioni dirette al limite della traslitterazione fatevi da parte, questo film non è per voi.

    Quando poi le viene chiesto se durante la seduta spiritica i partecipanti debbano tenersi per mano, la medium alla moda risponde che quello “succede solo nei psico-film brutti“, mentre in lingua originale diceva che succede “solo nei film di vampiri“. Eh? Nghe senso, scusa? (cit.). Non ricordo film di vampiri con sedute spiritiche in cui la gente si tiene per mano, ma se mi è sfuggito un intero sottogenere horror fatemelo sapere che vado a recuperare. La battuta italiana fa riferimento ai film in cui compaiono i medium (“psico-film”) e sottolinea quelli “brutti”, che poi era anche il senso della battuta originale, negli anni ’80 infatti i “film di vampiri” erano ancora associati all’idea di film spazzatura (trash diremmo oggi) dopo decenni di abuso di quel genere da parte della Hammer. Poche le eccezioni, la vera redenzione del genere vampiresco sarebbe arrivata a breve.

    Le battute italiane di questa porzione del film hanno generalmente un po’ più senso e c’è anche lo slang anni ’80 alla quale in qualche modo si è voluto dare risposta: “bitchin’!” diventa “rimarchevole!“. Oggi forse rimarrebbe bitchin’ anche nel doppiaggio italiano, con buona pace di chi l’inglese non lo mastica.

    Insomma un buon adattamento, da guardare in italiano senza timore e senza dubbi. Anche le battute più strambe tipo “ma che, per caso c’è scritto “spastico” da qualche parte” (indicando la maglietta che indossa) purtroppo sono anche nel copione originale (“oh, please, do you see “spaz” written on this anywhere?” ). Gli anni ’80… quando c’era un offesa proprio per tutti!

    Malfeitor spirito malefico del film Spiritika Witchboard

    Niente accettate di Evit questa volta.

    Il cast di doppiatori di Spiritika

    Sul web nessuna traccia del cast di doppiaggio di Spiritika – chi lo doppia non si sa mika – né alcun tipo di informazione su chi lo abbia diretto o adattato in italiano. L’azienda di Verdone e Cecchigori nei pochissimi anni in cui è stata attiva sembra essersi avvalsa dello studio di doppiaggio Open che faceva largo uso di doppiatori della CDC, quindi per un eventuale riconoscimento dei doppiatori bisognerebbe confrontarli probabilmente con quelli che solitamente lavoravano per la CDC. Per chi non conosce il nome, CDC è il sinonimo di un doppiaggio di alto livello. Tra le voci note troviamo un Michele Gammino sul personaggio del tenente Dewhurst e mi sarebbe piaciuto identificarne tante altre ma siccome sono una scarpa in queste cose ho chiesto ai soliti noti, le orecchie del blog Doppiaggi italioti per così dire, cioè il mio braccio destro Leo e il mio orecchio sinistro Francesco Finarolli che avevo già sfruttato per un’operazione simile su Il ritorno dei morti viventi), e così ancora una volta siamo riusciti a dare un nome alle voci. Ecco dunque il cast di doppiaggio di Spiritika – se ha coraggio lo ridika! – per la prima volta sull’internet!

    Sandro Acerbo: Jim (riconosciuto da Leo)
    Serena Verdirosi
    : Linda (riconosciuto da Finarolli)
    Stefano Mondini: Brandon (riconosciuto da Finarolli, questo era arduo!)
    Massimo Corizza: Lloyd (riconosciuto da L.)
    Michele Gammino
    : tenente Dewhurst (riconosciuto da Evit)
    Anna Rita Pasanisi: la medium Zarabeth (F.)
    Manlio De Angelis: ospite baffuto alla festa, la prima voce che sentiamo nel film (F.)
    Francesco Pannofino: Roger, l’ospite alla festa seduto sul divano (L.)
    Franca Dominici: la signora Moses, la padrona di casa (F.)
    Vittorio De Angelis: il collega di cantiere di Jim che lo avverte di una telefonata (F.)
    Alessandro Rossi: la voce di Malfeitor (F.)
    Eleonora De Angelis: la nipote della padrona di casa (E.)

    Rimangono ignoti per il momento: il prete che sposa i protagonisti (a 1h33m58s), l’ospite alla festa che dice “sì, ci sono stato anch’io” e l’altro ospite che subito dopo dice “dovevi vederla, era ubriaca fradiscia” (2m30s), la Dott.ssa Gelineau (a 1h2m39s e 1h14m35) e il giornalista che annuncia la morte della medium (54:34). I tempi segnalati si riferiscono ad una versione che gira su YouTube e finché dura il link la potete trovare qui. Legalmente potete vedere Spiritika in italiano su Amazon Prime e, in teoria, a breve dovrebbe tornare disponibile anche in DVD dopo anni di “fuori catalogo”.

    Un sentito grazie al mio “gruppo di ascolto” di Doppiaggi italioti per l’identificazione di tutte queste voci.

    Scena dell'accetta dal film Spiritika

    AAAH! Ecco dov’era la mia accetta! Giusto in tempo per parlare del 2.

     

    Spiritika 2 – Il gioco del Diavolo (Witchboard 2: The Devil’s Doorway)

    Se Spiritika se la cava egregiamente con i suoi interpreti e con il suo adattamento italiano di cui c’è veramente ben poco da dire, è con Spiritika 2 – Il gioco del Diavolo (arrivato grazie a Medusa direttamente in VHS senza passare dal via cinema) che ci facciamo le grasse risate.

    Witchboard 2 ouija board

    Oh, sveglia! Sei l’attore in un film.

     

    Trama e adattamento italiano

    Ritorna ovviamente la tavoletta ouija e l’intrappolamento progressivo, anche qui di una ragazza innocente, Paige (Amy Dolenz), appena trasferitasi in un loft in città per fare l’artista bohemienne (ma non era anche la trama di un Amytiville o mi confondo? Dai che è lui! È Amityville: A New Generation…  pure dello stesso anno, 1993, quando a Los Angeles i loft te li tiravano dietro evidentemente). È in cima ad un armadio a muro del nuovo appartamento che Paige trova proprio la nostra amata tavoletta. tavola ouija da Spiritika 2Nessun legame con quella del precedente film anche se appaiono essere identiche. Ma dopotutto si ispira pur sempre ad un prodotto sfornato in serie in un impianto industriale del Massachusetts.

    Se nel primo film capivamo dagli improperi fuori luogo che l’intrappolamento progressivo stava gradualmente trasformando la personalità di una ragazza latte-e-miele in quella di uno scaricatore di porto, nel corso del secondo film non abbiamo mai la sensazione che alcun cambiamento sia in atto, questo perché nel doppiaggio italiano la dolce e sorridente (ingenua quasi! cit.) Paige chiama PUTTANA chiunque! Anzi, per essere precisi, tutti i personaggi in Spiritika 2 dicono “puttana” gratuitamente a chicchessia, anche senza alcun intervento spiritico spiritiko… perché ovviamente si tratta della traduzione errata di “bitch” (stronza). Allora se una collega ti fa un dispetto nascondendoti il lavoro è subito “quella puttana!” e se il fantasma di una donna assassinata si impossessa del corpo di della tua amica, tu le dici “eri una puttana, e lo sei ancora“, anche se quella non era la sua professione da viva. Quanta misoginia interiorizzata! Spiritika 2, benvenuto nel mio catalogo di doppiaggi che odiano le donne!

    Amy Dolenz in Witchboard 2

    Quella che chiama tutte le donne “puttana”

    Mi sa proprio che chi ha tradotto e adattato Spirtika 2 in italiano lo abbia fatto sotto l’influenza dello spirito di uno scaricatore di porto, solo che non ho idea di chi possa averlo evocato. Infatti, anche in questo caso, dell’azienda che ha doppiato il film e dei suoi interpreti vocali non sembrano esserci tracce scritte da nessuna parte.

    Lo spirito che si è impossessato del traduttore o della traduttrice di Spiritika 2, oltre a chiamare tutte “puttane” al posto di “stronze” (e c’è una bella differenza!) ogni tanto si dimentica dei congiuntivi, che vengono a mancare e poi ricompaiono anche a distanza di pochi secondi l’uno dall’altro. Ad esempio scompare il congiuntivo da “volevo assicurarmi che tu stavi bene“, detto al citofono, per poi ricomparire al posto giusto nella stessa frase ripetuta dallo stesso personaggio appena 5 secondi dopo quando sale su in casa! Lo avrà ritrovato per le scale, il congiuntivo?

    Vignetta sul doppiaggio italiano di Spiritika 2: sono gloria ho lasciato il congiuntivo in cucina accanto alla frutta

    Prima di continuare con gli errori scemi di traduzione voglio ammettere qui ed ora che questo secondo film, scritto e diretto dallo stesso regista del primo Witchboard, non è poi così lontano in qualità e stile dal primo capitolo, se vi era piaciuto quello potreste apprezzare anche il secondo. Solo che intanto sono arrivati gli anni ’90 e quindi le capigliature sono meno epiche del precedente e anche il budget è ancora più risicato. Salta all’occhio però un uso virtuoso della cinepresa che si infila in spazi improbabili per gli anni ’90, come l’intelaiatura di una finestra o il parabrezza di un veicolo. Spazi in cui non ti aspetteresti possa passare una cinepresa dell’epoca. Piuttosto sorprendente per il 1993.

    Tutto bello insomma (o, se non bello, accettabile) se non fosse per un doppiaggio che chiamarlo “da videocassetta” è fargli quasi un complimento. Gli interpreti vocali sono al più decenti, ma generalmente mediocri, e chiunque sia il doppiatore che dà la voce al personaggio di Russel è da codice penale, DA CO-DI-CE PE-NA-LE! (cit.) ed un bene che non conosca i loro nomi.
    A giudicare da certi momenti in cui scappa un’apertura sbagliata sulle vocali, posso dire con una certa sicurezza che si tratti di un doppiaggio del nord Italia, di una delle tante ditte che doppiavano a prezzi concorrenziali per il mercato delle videocassette e alle quali si affidavano spesso distributori come 20th Century Fox. Perché spendere di più quando puoi spendere meno, no? Beh, magari per non sentire “Mitch ha trovato il tuo corpo, ora sta andando sul pÒsto“, con una bella “o” aperta, fonica.

    tavola ouija lettera e

    E-V-I-T… I-N-C-A-Z-Z-A-T-O

    Ma fosse solo quello! L’adattamento dall’inglese all’italiano è dilettantesco.

    – Da dove cominciamo?
    – Lei ha detto Park Wood 217, significa qualcosa.
    – Credi che troveremo un cartello con su scritto 217 con una grossa X che segna il posto?

    Segna il posto? Che posto segna? X marks the spot è un’espressione di lingua inglese, nota nella cultura popolare, associata alla caccia al tesoro piratesca dove la X indica sempre il punto dove è nascosto il tesoro. È a tutti gli effetti un modo di dire, un idioma, e in quanto tale non è da tradurre alla lettera (regola base della traduzione da quando esiste la traduzione nella storia dell’umanità). Nel film Indiana Jones e l’ultima crociata, questa espressione diventa il fulcro di una gag dove a lezione il Professor Jones istruisce i suoi alunni sulla vera archeologia, dove la X non indica mai il punto dove scavare, salvo poi trovare l’accesso alle catacombe a Venezia proprio sotto una enorme X (il 10 in numeri romani) e si vede costretto ad esclamare “la X è il punto dove scavare“. Notare che in tutti questi casi viene chiarito cosa sia quel punto (spot), perché non essendo un idioma anche in italiano non ne possiamo dare per scontato il significato implicito. Chi ha adattato Indiana Jones (Roberto Rizzi, per la CDC, azienda seria) sapeva di non poterla tradurre direttamente in “la X segna il posto.” (il posto di che?), gli ignoranti invece si fermano alle traduzioni dirette e non scavano mai oltre. Piaciuta la battuta? “Scavano”? Vabbè.

    Witchboard 2 Russel

    Russel che vuole sparare al suo doppiatore

    E perché tradurre “assuming that” con “assumendo che” quando abbiamo una cornucopia di traduzioni italiane più valide? Ipotizzando che, supponendo che, partendo dal presupposto che, posto che… tre le prime che mi vengono in mente; dobbiamo proprio ipotizzare che lo abbia tradotto qualcuno con poca familiarità con la lingua inglese… ma anche con quella italiana.

    Ovviamente con cotanta dimestichezza nella traduzione, non è una sorpresa trovare in questo film anche battute in un italiano irreale, cose come “tu devi avere una dannata pila di multe non pagate” (helloooo-o, doppiaggese?) oppure ancora “Lo stesso tipo di dannata relazione che avevo con mio padre“. Chi era il padre, uno stregone? Quando poi si parla del distintivo di un poliziotto qualcuno deve aver proprio capito fischi per fiaschi: “Venticinque zero cinque, giusto? Il tuo numero di targa. Volevo assicurarmi di averlo visto bene“. Ma in italiano la targa è quella automobilistica, non certo la traduzione di “badge number“, cioè il numero di distintivo.

    Malfeitor aiutami tu!

    Malfeitor spirito malefico del film Spiritika Witchboard

    Anche in questo film torna lo stratagemma (l’unico veramente sensato) di leggere ad alta voce le parole che lo spirito detta in inglese attraverso la tavoletta per poi farle tradurre al volo in italiano per la nostra comprensione. Il livello di sfida linguistica però aumenta molto con questo secondo film e va ben oltre le capacità di chi già traduce “una X che segna il posto” e “numero di targa“.

    La sfida è dovuta alla dislessia palese di cui soffre lo spirito in questo Spiritika 2 e quando detta parole attraverso la tavoletta ouija non ne azzecca mai una! Solo che, anche se le parole che vengono fuori durante la seduta spiritica non hanno uno spelling perfetto, lo spettatore italiano non ci fa caso perché vengono comunque tradotte dai protagonisti in un italiano corretto, e quando lo spirito detta parole incomprensibili, a noi spettatori italiani cominciano a sorgere seri dubbi. Com’è infatti che “riflecape” (parola inesistente che sembra composta di “rifle” e “cape” ) ci viene tradotta al volo come “minecatto“? Da dove viene fuori questa parola inventata?

    Ciò che il fantasma voleva scrivere in realtà era FIREPLACE, cioè “camino”, o CAMINETTO, ma siccome lo spirito è dislessico è venuta fuori come RIFLECAPE, che la protagonista inizialmente pensa possa essere un nome o una parola di cui non conosce il significato. Ma se non lo capisce lei come può tradurlo al volo con una inesistente parola italiana (minecatto)… che per puro caso funzionerà perfettamente anche come anagramma? Boh.
    Chiaramente una sfida linguistica che andava ben oltre le possibilità del traduttore/traduttrice di questo secondo capitolo di Spiritika – cominci a stare un po’ antipatika – e possiamo dire che non ci hanno provato nemmeno.

    Questa scemenza del “riflecape” (o “minecatto”) sarà alla base dell’anagramma più telefonato della storia del cinema. Driiin driiin, Spiritika? Mi dika!

    Verdone da Un sacco bello che dice Caminetto, non minecatto

     

    Il cast di doppiatori di Spiritika 2

    Laura Lenghi: Paige, la protagonista
    Giuliano Santi
    : Jonas, il padrone di casa
    Stefania Romagnoli: Elaine, moglie di Jonas
    Toni Orlandi: il sig. Morris, il negoziante esperto di occulto
    Sergio Luzi (?): il primo netturbino

    Per quanto scarna, se questa lista esiste è merito dell’orecchio di Francesco Finarolli, di cui dovrei fare un action figure targato Doppiaggi italioti, del nostro Leo che per qualche oscuro motivo conosce molto bene la voce di Toni Orlandi (di Leo da anni ho già il soggettone appeso alla parete, la sua faccia ritagliata e appiccicata sul poster di Rambo 2, tanto per rimanere in area Carlo Verdone), e di chi ha contribuito nei commenti, come ‘Alex’ che ha riconosciuto nella protagonista la voce di Laura Lenghi, e Giacomo che potrebbe aver identificato Sergio Luzi sul primo netturbino sul finale del film. Mancano all’appello la voce di Mitch, il fidanzato della protagonista, quella del fotografo Russel, del fantasma di Susan, della collega gelosa e il secondo netturbino sul finale. Sono difficili da identificare perché alcuni di questi (e non starò a dire quali), mi dispiace dirlo, sono davvero al limite dell’incapace. Ma dico io… ci sono tanti pomodori da raccogliere al sud, perché insistere proprio nella carriera di doppiatori?

    Finché dura potete trovare il film su YouTube a questo link. Il DVD della Cecchi Gori è invece fuori catalogo da anni e per comprarne anche una copia usata dovreste dissanguarvi. Quindi per il momento non c’è modo di vederlo legalmente.

    Copertina DVD di Spiritika 2Il titolo italiano: il gioco del Diavolo

    Per finire, il sottotitolo italiano “il gioco del Diavolo”, così come quello originale (“The Devil’s Doorway”), fanno riferimento ad un Diavolo che in realtà non metterà mai piede nella trama. Lo spirito “possessore” (la conio io qui e ora) è quello di una donna morta, Susan, di cui non conosciamo le intenzioni ma siccome è un film di pauuuuva potete già immaginare che le sue intenzioni non siano benefiche. Per la titolazione di questo film, il Regno Unito si è buttato su un più generico ma forse più appropriato “il ritorno” (Witchboard 2: The Return). Il Diavolo con la D maiuscola sarà invece protagonista solo nel terzo film.

    Spiritika 2 – Il gioco del Diavolo sarà anche l’ultimo capitolo a chiamarsi “Spiritika”, spavento non fai mika.

     

    A letto con il demonio (Witchboard III: The Possession)

    Diavolo in A letto con il demonio witchboard 3

    LU DIAVOLO!

    Witchboard III: The Possession (del 1995) arriva in Italia in VHS nel 1998 per mano della Fox in combutta con la Eagle, queste due aziende di certo non avranno voluto far alcuna pubblicità ai precedenti due “Spiritika” che invece erano in mano alla concorrenza Cecchi Gori-Berlusconi e così questo terzo capitolo viene spacciato come film a sé con il titolo A LETTO CON IL DEMONIO. Qualche pubblicitario con ancora in testa “A letto con il nemico” del 1991 deve essersi compiaciuto molto di questa scelta.
    Anche le VHS però devono riportare il titolo originale da qualche parte sulla copertina e quindi l’acquirente italiano non si sarebbe poi accorto di quel numero romano in “Witchboard III” ? Presto fatto, togliamo il numero romano dalla copertina della videocassetta, et voilà:

    VHS di A letto con il diavolo, titolo italiano di Witchboard 3 del 1995 e seguito di Spiritika

    Il terzo film non viene penalizzato realmente da questa dipartita tutta italiana dalla trilogia Witchboard visto che comunque si distanzia sostanzialmente dai precedenti due capitoli, incluso il totale cambio di look della tavoletta ouija e anche della sua planchette accessoria (cioè quel puntatore di legno a forma di goccia con un foro al centro): adesso questi sono addirittura un qualche reperto maya! Seh, vabbè.
    “A letto con il demonio” è effettivamente un titolo molto appropriato per la trama del film visto che il protagonista viene posseduto nientepopodimenoche da lu diavolo in persona, ma in tempi moderni forse è ora di far tornare questo Witchboard a casa con un nuovo titolo italiano, dai che viene facile… Spiritika 3: a letto col demonio. Perché separare le famiglie? Non è una cosa bella (cit.). Se mai esisterà un cofanetto di questa trilogia, dovrebbero rititolarlo così.

    Witchboard 3 ouija board

    Trama e adattamento italiano

    L’introduzione del film parla subito di una “tavola della strega“, la traduzione diretta di “witchboard” (semmai delle streghe… al plurale, no?), perché si dice che “la tavola fosse usata dalle streghe“, insomma la stessa storia già sentita nel precedente capitolo. Qui in realtà la sparano anche più grossa: “lo o-uìgia esiste sin dai tempi di Pitagora“.
    Seeeh, vabbè, dall’uomo di Similaun!

    scena da Witchboard 3

    fate partire la Unchained Melody

    La trama: Julie è una docente universitaria ed è l’unica che porta soldi a casa perché suo marito Brian è un “broke” broker, un broker finanziario rimasto senza lavoro che passa tutto il giorno in vestaglia, non si pettina, i colloqui gli vanno male, l’ufficio di collocamento non lo richiama nemmeno più… insomma vive come un trentenne italiano di oggi, solo che per i parametri anni ’90 Brian è in un momento molto brutto della propria vita. Il proprietario del palazzo in cui si sono appena trasferiti però lo invita nel suo appartamento dove, grazie a un’antica tavoletta ouija, gli dimostra che si possono sfruttare gli spiriti dell’aldilà per fare soldi in borsa. Oh, finalmente un’idea intelligente in tutta questa serie!

    Vi chiederete: perché svelare ad uno sfigato il segreto del proprio successo? Perché il proprietario del palazzo è posseduto da LU DEMONIO!!! Ma lu demonio si è impossessato (spoiler eh) del corpo di un impotente (il suddetto proprietario) e non ha mai potuto generare un erede, quindi è ora di suicidarsi per passare nel corpo di Brian, che ha anche la moglie carina e in salute. Il vecchio dunque regala un anello merovingio a Brian e si getta con nonchalance giù dal balcone. È da questo momento che Brian ha libero accesso alla tavoletta che, come nella tradizione di questi film che copiano le dinamiche dell’Esorcista, inizialmente si dimostra di grande aiuto, così da portare Brian alla possessione. Al contrario dei precedenti però, questa possessione non avviene tramite “intrappolamento progressivo”, bensì Brian viene folgorato, il suo spirito attraversa l’occhio della planchette e da quel momento si ritrova intrappolato nel mondo degli specchi. Il corpo resuscitato invece è un nuovo Brian, più figo, che usa il gel per buttare i capelli all’indietro, che veste in pelle nera, mangia mele e fa ‘n sacco de sordi giocando in borsa, ora vuole anche un figlio con Julie… IL FIGLIO DE LU DEMONIO! Mammamija!

    Lo spirito del vero Brian cerca di avvertire Julie comparendo negli specchi di casa e berciando come un disperato ma lei non può vederlo né sentirlo, quindi il Brian intrappolato nella zona fantasma (se non è cit. questa non so cosa lo sia!) dovrà mettersi in contatto con lei attraverso la tavoletta ouija. Riuscirà Brian a salvarla dal lu demonio e riprendere possesso del proprio corpo???

    tavola ouija con la planchette che indica il sì, dal film a letto con il demonio

    Dei tre film, Witchboard III è quello che più facilmente svanisce dalla memoria, forse per una trama non freschissima, dal diavolo che vuole un figlio (da quando esiste questo tòpos? Dall’anno 1000 almeno!) all’idea di un doppelgänger, cioè il sosia malvagio che minaccia di sostituirsi al protagonista, in questo caso si tratta di una possessione ma il concetto è lo stesso. Witchboard III potrebbe ricordare qualcuno degli episodi più noiosi di X-Files che andava in onda in quegli stessi anni, sia per le tematiche sia per il look del film. Si fa guardare e si fa anche dimenticare, sopravvivendo nella sua mediocrità da produzione televisiva, ma la sua esistenza non offende. Se il link perdura, lo trovate su YouTube seguendo questo link.

    devil in Witchboard 3

    LU DIAVOLO IN CGI!

    Cast di doppiaggio

    Francesco Prando: Brian
    Antonella Baldini: Julie
    Barbara De Bortoli: Lisa, l’amica di Julie
    Germano Longo(?): Francis, il proprietario
    Romano Ghini: l’usuraio Sig. Finch (riconosciuto da Giacomo nei commenti)
    Alberto Caneva: reporter in TV
    Alberto Caneva: secondo paramedico (Giacomo)

    Ancora una volta è Francesco Finarolli che ha aiutato nel riconoscimento degli interpreti, con l’aggiunta delle buone orecchie di un lettore (‘Giacomo’ nei commenti). Rimangono dubbi su Francis che potrebbe non essere Germano Longo ma Antonio Colonnello, secondo Giacomo.
    Al momento rimangono ignote le voci della vedova Dora (nel film a circa 17 minuti) che, ci suggerisce sempre Giacomo, è anche la stessa voce del paramedico che consola Julie (a 34:37 min). Ignota anche la voce dell’amico Hank al telefono (a 22:36), dell’annunciatore televisivo (a 25:50), della cronista Ginny Rogers (a 25:52), oltre ad altri brevissimi ruoli di poche parole come quelli del tirapiedi del Sig. Finch, Ronald, di un’altra reporter del TG che commenta dalla sala delle contrattazioni della borsa (a 26:02), e i due paramedici maschi, uno di queste suggerisce Giacomo nei commenti essere la stessa sentita su Ronald (e al momento sconosciuta) mentre la seconda è di nuovo Alberto Caneva.

    Come nella tradizione di questa trilogia, ignoti sono il direttore, l’adattatore e l’azienda di doppiaggio (in base ai nomi potrebbe essere la Tecnosound o Cast Doppiaggio Srl) ma posso affermare con sicurezza che A letto con il demonio sia stato doppiato e adattato decisamente meglio di Spiritika 2. Rimane comunque un prodotto quasi televisivo nel quale non riconosco nessun interprete vocale (se non era per il Finarolli ed altre gentili orecchie, boh!) ma neanche palesi errori di traduzione. L’unica nuova stramberia rimane la pronuncia di ouija che qui diventa ouìgia e oùgia, a volte al maschile e a volte al femminile… ma il capitolo veramente comico rimane comunque il secondo Spiritika – recensire questa trilogia è stata una fatika.

    Tavola ouija con planchette che indica la parola bye