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  • 2001: Un’astronave spuntata nello spazio… aridaje col silicio!

    Leslie Nielsen star child da 2001 un'astronave spuntata nello spazio

    Leslie Nielsen: un nome, una garanzia. Almeno lo è stato fino alla prima metà degli anni ‘90. La carriera dell’attore canadese come molti sanno è iniziata in maniera serissima con film come Il pianeta proibito (1956), e dopo esser diventato volto noto al pubblico americano per drammi e soap opera, il film L’aereo più pazzo del mondo (1980) cambiò per sempre la sua carriera, e il modo in cui oggi percepiamo il suo personaggio.
    La felice collaborazione con i fratelli Zucker continuò per qualche annetto ma ben presto il loro filone giunse al termine. Questo non impedì, però, ad altri registi di utilizzare(/abusare di) Nielsen in film comici con il preciso scopo di scopiazzare, a volte anche spudoratamente (come nel caso qui in analisi), i film de La pallottola spuntata (ma più spesso Hot Shots!), nel vano tentativo di replicarne il successo.

    Tra i tentativi più tristi in assoluto c’è il film canadese 2001: Un’astronave spuntata nello spazio di Allan A. Goldstein, l’acclamato regista di Il giustiziere della notte 5. Dopo un giro di festival iniziato nell’ottobre del 2000, riesce ad arrivare negli Stati Uniti soltanto in DVD, a marzo 2002; e in Italia soltanto nel 2008, direttamente in TV. Già questo un segno di altissima qualità!

    Titolo italiano 2001 un'astronave spuntata nello spazio, in originale 2001 a space travesty

     

    2001: Un’astronave spuntata in canna 33 e lascia spiare part deux

    Immediatamente dal titolo italiota ecco l’ammiccamento allo spettatore, con quello “spuntata” che ci sta proprio come il ketchup sugli spaghetti. Il titolo originale è 2001: A Space Travesty, ovvero una farsa spaziale. Mai titolo fu più adatto.
    Richiamo spudorato davvero quello del titolo italiota, ma sempre meglio delle Filippine dove IMDb dice che arriva come “Il figlio della pallottola spuntata”. E non a caso! Il film ce la mette davvero tutta a cercare di farci credere che stiamo guardando un film della serie della “pallottola”, fin dai primi minuti che iniziano con una narrazione fuori campo del personaggio di Nielsen (vestito col costume di Frank Drebin, il suo personaggio in Una pallottola spuntata), e una negoziazione con dei sequestratori.

    Qui spezzo una lancia, una sola, a favore del doppiaggio di questo film: il bravissimo Adalberto Maria Merli dà la voce a Leslie Nielsen. Non è Sergio Rossi, ma è molto adatto al volto. A dire il vero un talento sprecato su questo filmaccio.
    Il nome del personaggio principale, nella versione originale, è Richard “Dick” Dix, e il cognome è omofono di “dicks”, ovvero “CAZZI” (e Dick Dix è come Cazzo Cazzi. Non guardate me, questo è il livello di commedia), quindi altra piccola lode, e l’ultima, al doppiaggio italiano, è la trovata di chiamarlo Dick Hudson, ovvero DIC AZZO(n), che quando chiamato per cognome fa semplicemente ‘AZZOn (“è così, vero? “Azzon”? O ha dimenticato una “c”?”, il film, tristemente, non manca di sottolineare la gag del nome, tanto era riuscita! Sigh.).

    L’adattamento italiano che neanche ci prova

    copertina DVD di 2001 a space travesty

    DVD QUOTE: “Il film che non piacerà a nessuno”

    Ecco, a partire da qui, ed elogiato ciò che c’era da elogiare, è letteralmente impossibile parlare in termini positivi sia del film, che del suo adattamento italiano. Detto in due parole, la pellicola è imbarazzante e volgare, ma soprattutto “a caso”. Forse il peggiore film con Leslie Nielsen mai visto, secondo solo a Riposseduta del 1990 (altro adattamento italiano terrificante). “Astronave spuntata” è confusionario, senza senso, con gag che vanno avanti all’infinito senza una risata dallo spettatore, il quale aspetta con dolore il termine di questi 99 minuti di tortura.

    L’adattamento italiano, curato da Mario Cordova e realizzato dalla Multimedia Network, non riesce a salvare questa poveracciata, e non ci prova nemmeno!
    L’esempio più lampante di “non ci hanno neanche provato” è quando arriva sullo schermo il personaggio di Ezio Greggio (sorpresa, co-produttore!). Greggio interpreta un Capitano della polizia di nome Valentino Di Pasquale, nella versione originale (con tanto di cognome pronunciato alla napoletana, pasc-quale, per farlo capire meglio agli americani). Nel doppiaggio italiano (in cui come sempre Greggio si doppia da sé… a modo suo) si presenta invece come Valentino Fumagalli, e inizia subito una supercazzola in dialetto lombardo che nessuno al di sotto di Mantova sarà in grado di comprendere. Dopo questa scena il doppiaggio si dimentica del Fumagalli, ritornando a chiamarlo Di Pasquale come se niente fosse. Uno svarione che non è sfuggito a nessuno di quel centinaio scarso di persone che in Italia hanno visto il film, difatti è l’unica curiosità che viene riportata ovunque. E qui ci sento proprio lo zampino pesante di Greggio che (plausibilmente) si inventa battute in sala doppiaggio, con dei “pirla” e “testa” messi a caso nel resto del film ogni volta che compare il suo “Di Pasquale”, senza farsi mancare “O mia bela Madunina” cantata ben due volte, di cui una da DARTH MAUL (oh, yes!). Lo stesso Darth Maul dice anche “forza Milan!” perché ha la faccia dipinta… rossonero.

    Parodia di Darth Maul in 2001 un'astronave spuntata nello spazio

    C’è da dire anche che nella versione originale Darth Maul fa il verso a Sammy Davis Jr (morto nel 1990) senza alcuna ragione, quindi quale versione fa più schifo? A voi l’ardua sentenza.

    Questo rende “l’astronave spuntata” l’unica vera parodia cinematografica dei prequel di Star Wars (anche se per pochi fugaci secondi), ma arrivata in Italia con nove anni di ritardo. Non che Episodio 1 avesse bisogno di parodie, ma lasciamo perdere.

    Valeva davvero la pena di far la gag di Greggio che parla in dialetto brianzolo se poi lo stesso film se ne dimentica neanche 5 minuti dopo? I neri di L’aereo più pazzo del mondo non dimenticavano di parlare napoletano nelle scene successive del film (se ne dimenticheranno solo nel secondo film ma questa storia è per un’altra volta).
    È solo la punta di un iceberg di monnezza. Si dice in brianzolo “monnezza”?

    Errori storici

    Veniamo all’errore dei più classici, quasi marchio di fabbrica – si potrebbe dire – delle traduzioni fatte male, tanto che non ci si crede che nel 2008 potesse ancora arrivare alle nostre orecchie, ovvero l’amatissimo silicio che diventa silicone, e già ci sentiamo a casa! Per altro ripetuto più volte all’inizio del film e apparentemente parte essenziale della trama, almeno finché il film non si dimentica di aver bisogno di una trama.

    Homer Simpson che dice sifilone mi pare, invece di silicone

    Questo svarione sul silicio è come un buon vino, e qui questo delicato rosso acquista ulteriori note di incompetenza quando sullo schermo vediamo Leslie Nielsen che, come parte di una gag, soffia via della sabbia dagli oggetti sul set… il silicio per l’appunto! E lo fa per ben due volte nella stessa scena, non c’era nessuna scusa per sbagliarla, e non ne è risultata neanche una battuta sulle tette rifatte al silicone, che sembrava quasi arrivare. Così come non arriva mai quella del “ménage à trois”, visto che la protagonista femminile si chiama (senza particolare motivo) Menage, Cassandra Menage. Ma questa è una colpa da attribuire agli sceneggiatori americani, il nome infatti non se l’è inventato il doppiaggio italiano. E in questo frangente ci vediamo tristi scopiazzature di un film di più ampio successo, Austin Powers (1997 il primo, 1999 il secondo), che aveva le sue Ivona Pompilova e Annabella Fagina, come qui abbiamo la signorina Granbel Passer (Yetta Pussel in inglese). Già da questo esempio è chiaro che “l’astronave spuntata”, non riesce neanche a copiare bene.

    Cercando di ricalcare la formula dei film parodistici, anche “l’astronave spuntata” ogni tanto si ricorda che in una parodia bisogna fare il verso ai film del momento così come facevano gli Hot Shots! e i loro terribili imitatori. Solo che “del momento” c’è assai poco qui. Ad esempio, il film perde tempo facendo il verso ad una famosa scena di True Lies, con 6-7 anni di ritardo. In ritardo è anche su Atto di forza (1990) di cui ci mette l’arrivo sulla base lunare, per non parlare di Mr. Crocodile Dundee, di ben 14 anni prima, e ovviamente 2001: Odissea nello spazio (1968). Non contento, il film arriva addirittura ad emulare sfacciatamente una gag da Una pallottola spuntata (di 12 anni prima). Potete chiamarli omaggi se vi fa sentire meglio con voi stessi, tra questi ci mettiamo anche la musica “d’amore” presa direttamente da L’aereo più pazzo del mondo.
    Queste cosiddette parodie e i rimandi durano però solo il tempo di chiedersi “ma perché stanno parodiando questo adesso?”.

    Testa di Leslie Nielsen tra un paio di gambe, scena dal film 2001 un'astronave spuntata nello spazioQuando non “parodieggia”, il film “stronzeggia”, ed è anche peggio. Le gag create appositamente per questo film vanno dalla defecatio a gravità zero proprio dopo il valzer di Strauss (povero Kubrick!), a una discesa in ascensore con distorsioni facciali generate al computer che il mio falegname etc, etc… fino ad arrivare a gag che oggi andrebbero addirittura spiegate, come quella che ruota intorno ad un esame dermatologico per identificare le voglie sulla pelle del presidente “Klinton” così da distinguerlo dal suo clone. Klinton è palesemente Bill Clinton, già non più in carica nel 2001 quando il film è cominciato ad uscire nel mondo, e la visita dermatologica era uno dei tanti dettagli del processo in cui era coinvolta anche Monica Lewinsky. Se quello delle voglie era già un riferimento datato nell’America post-torri gemelle, figuriamoci all’uscita italiana nel 2008! Questa gag è resa ancora più confusionaria da insert di donne in filmati di repertorio in bianco e nero che urlano disperate ogni volta che si parla della pelle del Presidente. Il montaggio analoggico di questo film mi ha completamente sconvolto.

    A questo punto ritengo che gli autori del film abbiano preso l’altro significato della parola “gag” in inglese: quello di “conato di vomito”. È anche difficile tenere il conto dei tantissimi momenti inutili o assurdi come la presenza del monolite di 2001 che volteggia nello spazio tanto per giustificare il titolo del film: del resto simili dettagli tendono a sfuggire quando il cervello è intasato di domande come: PERCHÉ QUESTA SCENA COI TIROLESI DURA COSÌ TANTO???

    Clandestini alieni, il Piper Club e la grammatica un po’ così…

    L’adattamento italiano era l’unica cosa che avrebbe potuto risollevare (di poco) questo film, eppure fa il minimo indispensabile (come biasimarli!?), anzi, come già detto, a volte non ci prova neanche. Oltre al già menzionato silicio che diventa silicone (e lo sentirete tante volte nei primi 20 minuti!), ci sono battute che avrebbero dovuto essere reinventate completamente e invece vengono riportate quasi alla lettera in italiano, come quella degli “alieni”.

    Capo – “La signorina Menage si occupa delle relazioni fra umani e alieni.”
    Nielsen – “Una specie di agenzia matrimoniale.”
    Capo – “No, supervisiona i nostri delicati rapporti con gli alieni.”
    Nielsen – “Oh, non c’è niente di delicato, servono più uomini, soprattutto al confine messicano.”
    Capo – “Hudson! Sto parlando di altri alieni.”
    Nielsen – “Aah, altri alieni! Certo, certo….. Quelli provenienti dallo spazio?”

    Se non lo aveste già letto in altri articoli precedenti, per gli americani “illegal aliens” vuol dire “immigrati irregolari”, con particolare riferimento ai centro- e sud-americani ovviamente. Il binomio alieni = immigrati è una di quelle associazioni che in lingua italiana non abbiamo mai avuto, né importato, quindi gag del genere per essere tali dovrebbero essere necessariamente stravolte, come ci insegna Aliens – Scontro finale (1986), altrimenti non hanno alcun senso:

    In originale:
    Hudson: “Somebody said “alien” she thought they said “illegal alien” and signed up!”
    In italiano:
    Hudson: “qualcuno ha detto “salviamo i coloni“, lei ha capito “vi diamo i coglioni” e si è arruolata subito”

    Proseguiamo con gli errori di adattamento. Il riferimento ad un modellino dell’aeroplano Piper J-3 Cub diventa nei dialoghi italiani il modellino della famosa discoteca Piper Club di Roma. Voglio credere che sia stato un cambiamento intenzionale e non dall’aver capito fischi per fiaschi.

    in originale: Doctor, the next time you’re on Earth I’ll show you the Piper Cub model plane that I made.

    doppiaggio: Dottore, la prossima volta che verrà sulla Terra le mostrerò il modellino del Piper Club che ho fatto.

    E non ci sono possibili fraintendimenti di sorta, perché Cub è pronunciato “cab” da Nielsen, mentre Merli dice chiaramente “cléb”, intendendo quindi un locale.

    La battuta italiana sembra essere più logica, dopotutto era la risposta di Nielsen alla visione di un complesso modellino della base lunare Vegan, quindi una costruzione per un’altra costruzione, ma per essere appunto una battuta, non dovrebbe essere “più logica”! In originale, alla vista di un elaborato modellino dell’intera base lunare, Nielsen si proponeva di mostrargli in cambio qualcosa di molto meno impressionante, il modellino dell’aereo più popolare (e quindi banale) negli Stati Uniti, classica battuta “nonsense” alla Leslie Nielsen. Avrebbe dovuto dire qualcosa come: “Dottore, la prossima volta che verrà sulla Terra le mostrerò un aeroplanino che ho fatto io”.

    Leslie Nielsen in 2001 un'astronave spuntata nello spazio

    C’è confusione anche sul nome della base lunare “Vegan” (altro nome-gag che non va da nessuna parte) quando i personaggi ogni tanto se ne escono con frasi come “vuol dire che il presidente è prigioniero su Vegan” oppure “ogni cosa eretta su Vegan ha bisogno della mia approvazione”. Uno spettatore distratto potrebbe pensare che si tratti di un pianeta chiamato Vegan. Avrebbero dovuto dire “è prigioniero qui a Vegan” così come (ehi, tiriamolo fuori!) il doppiaggio di 2001: Odissea nello spazio trattava la base lunare di Clavius (“ultimamente sono accadute delle cose stranissime a Clavius.”, “hanno negato il permesso di un atterraggio di emergenza a Clavius.”, “Qualunque sia il motivo del suo viaggio a Clavius”). Dettagli? Chiedetelo a Evit che guardava distrattamente il film in diretta TV insieme a me e fino alla fine ha creduto che la trama si svolgesse su un pianeta chiamato Vegan.

    Mettiamoci pure qualche congiuntivo non pervenuto (“sono convinto che il presidente è qui“) e “formerly” tradotto come “formalmente”, invece che “precedentemente” (altro classico false friend) ed è chiaro che il copione avrebbe avuto bisogno di una revisione in più, a dir poco. Anche se il film non se la merita.

    È LUI O NON È LUI? Purtroppo è lui

    Leslie Nielsen e Ezio Greggio

    Che dire di Greggio? L’abbiamo visto recitare (o provarci, almeno) in altri frangenti, no? È estremamente limitato come attore, per fargli un complimento, e questo film lo usa molto meno di quanto farebbe credere la guida TV, che lo elenca come secondo nome tra gli attori protagonisti dopo Leslie Nielsen. Il suo stile recitativo è unico nel suo genere, in inglese a momenti è appena comprensibile per via del pesante accento, e in italiano la recitazione è resa ancora più legnosa dal fatto che si doppia da solo. Come se non bastasse, ai fini della trama le sue scene sono completamente inutili! Si potrebbe benissimo tagliarle ed assegnare l’unica battuta importante al personaggio del Tenente Shitzu (sì, come il cane… lasciamo perdere) e il film sarebbe risultato certamente più snello e scorrevole.

    Vedendo le scene in cui si ritrova da solo a recitare con Leslie Nielsen capiamo che alla fine sono state scritte proprio con lo scopo di essere scene in cui recita con il suo idolo, e nient’altro. La più inutile? Quella in cui Di Pasquale/Fumagalli, sedicente maestro dei travestimenti, prepara una maschera aliena per Hudson, che egli non metterà MAI! La più appagante? Quella in cui Di Pasquale si ritrova suo malgrado dentro un gabinetto con un alieno che espleta i suoi bisogni corporali una volta ogni anno.
    La scena che invece non avremmo mai voluto vedere? Quella del (presunto) pompino che Ezio Greggio riceve dalla bionda di turno. Tranquilli, era solo la schiuma del caffelatte, però quella scena è ora marchiata a fuoco nel mio cervello.

     

    In conclusione, doppiaggio con un adattamento realizzato in maniera abbastanza superficiale per un film assolutamente da dimenticare, quindi nulla di valore è andato perso. Viste le imitazioni di personaggi a caso, che nel film in lingua originale si sprecano, direi che una visione in inglese risulterebbe ancora più confusionaria e, ancora una volta, inutile. Ma non temete, se siete fan di Leslie Nielsen non mancheranno altre occasioni per riscattare il suo buon nome anche qui su Doppiaggi italioti. Per il momento vi è toccato questo, ringraziate Mediaset che programma ‘sti filmacci e suscita curiosità malsane. “Ehi, questo film con Leslie Nielsen non l’ho mai visto, né mai sentito nominare!” sono sempre parole che precedono il disastro.

    Verdetto finale sul film: 1 scorreggia a gravità zero su 5, e premio speciale al doppiaggio italiano per aver rimosso almeno un peto dal missaggio audio.

     

    vignetta sulla traduzione di 2001 un'astronave spuntata nello spazio

  • Grosso guaio a Schifohamish. Il doppiaggio Netflix “fatto in casa” di L’altra metà (2020)

    Cartellone della cittadina di Squahamish dal flim L'altra metà (2020)

    Benvenuti a Squahamish, dove la gente è doppiata male

    Il 1 maggio compare su Netflix il film L’altra metà (The half of it, 2020), una reinterpretazione del Cyrano de Bergerac in salsa adolescenziale con una variante inedita, l’avere un protagonista di sesso femminile (Ellie, ragazzina nerd snobbata da tutti) al posto di un Cyrano maschio. Così, come nella commedia del 1897, la nostra Cyrano, aiuta l’amico impacciato (qui Paul, compagno di scuola che gioca nella squadra di football) a conquistare una ragazza, Aster, grazie ad una serie di lettere che possano far innamorare questa ragazza popolare in cerca di una via di fuga intellettuale. L’innamoramento epistolare scatterà invece tra le due ragazze. Sì, è uno di quei film impietosamente etichettati “LGBT”, quindi, omofobi, state alla larga.

    A parte la reinterpretazione del Cyrano de Bergerac, L’altra metà è dopotutto uno dei tanti racconti di formazione dalle premesse forse un po’ trite, come quella gli adolescenti americani in attesa di andare al college per fuggire da una piccola città di provincia, Squahamish (o come dicevano a scherzo nel film Schifohamish), e forse questo film di Alice Wu non rimarrà nella storia del cinema, né rimarrà troppo a lungo nella memoria degli spettatori, ma di certo non si meritava niente di male. Arriva invece con un doppiaggio da subito lamentato, giustamente ridicolizzato e spernacchiato, ben al di sotto degli standard di decenza. E subito la memoria torna al recente caso di Summer ’84, sempre doppiato nel 2020. Ma che è quest’anno?!

    Reazione del pubblico su Twitter al doppiaggio di L'altra metà 2020

    Netflix, al contrario di alcuni distributori nostrani (LuckyRed ce l’ho con te), non è sordo alle lamentele del pubblico e il 14 maggio quel primo doppiaggio viene sostituito da un nuovo doppiaggio italiano, questa volta professionale. Un ridoppiaggio sostitutivo per cancellare la memoria di quel primo disastro che, mi dispiace per Netflix, non è andato perduto per sempre ma rimane conservato nei miei archivi, memento dell’ennesimo tentativo americano di prendere in mano le redini di un mestiere che richiede una professionalità che spesso diamo per scontata e che certamente non si può improvvisare. Non basta essere attori decenti per essere anche doppiatori decenti.

    Su questo blog (non lo dirò mai abbastanza) è raro che mi metta a parlare o a giudicare la qualità delle interpretazioni. La traduzione di audiovisivi e l’adattamento linguistico sono gli argomenti di mia competenza, non la recitazione. E ci sono tanti doppiaggi, tra quelli televisivi e quelli dell’home video, che personalmente reputo mediocri o che non reggono il confronto con quelli più “cinematografici”, ma salvo rari casi questi argomenti non trovano grande spazio su questo blog, perché si tratta comunque di doppiaggi professionali e l’argomento “questo doppiatore è più bravo di quest’altro” è materia da forum di appassionati, se non da salotto, e lì possono rimanere per quanto mi riguarda.
    Tuttavia, questo è uno dei rari casi in cui mi trovo a infrangere la regola non scritta. Con il primo doppiaggio di L’altra metà, così come con il doppiaggio di quel Summer of ’84, già recensito, ci immergiamo purtroppo nel regno del dilettantesco e non ci vuole un esperto per poterlo affermare.

    Anche questa volta lascio che delle clip dal film parlino da sole. Il video dura una quindicina di minuti e raccoglie alcune delle parti “migliori”.

    Concorderete che peggio di così c’è solo un rutto nel microfono. Un’iperbole? Mica tanto. Sentire questo genere di cose è svilente per i professionisti del settore, per gli spettatori e anche per le persone coinvolte (potrei mai prendermela con un lavoratore che accetta un ingaggio per tirare a campare? Certo che no!). Il problema è nella testolina dei distributori americani che ancora oggi, nel 2020, credono che sia pensabile doppiare film a casina loro, spendendo il meno possibile. Basta prendere gente che sa parlare italiano, no? Che ci vuole. È successo esattamente ciò che accadeva nei primi tempi della storia del doppiaggio e ancora oggi ogni tanto ci provano, con i risultati appena sentiti. Cos’è quest’anno, un qualche anniversario della nascita del doppiaggio italiano? Netflix voleva celebrarlo così?

    Reazione del pubblico su Twitter al doppiaggio di L'altra metà 2020

     

    Il cast del primo doppiaggio Netflix

    Una breve ricerca sui nomi che comparivano nei cartelli finali della prima versione è stata una tappa obbligata per cercare di sbrogliare la matassa del “che cosa è successo con questo doppiaggio?”. I nomi dei doppiatori comparivano nei cartelli di coda del film, questo fino all’arrivo del secondo doppiaggio, quello definitivo, che ovviamente ha portato alla sostituzione anche dei cartelli finali. Qui riporto i nomi del primo cast di doppiatori, con una breve descrizione basata su informazioni pubbliche e liberamente accessibili, quali pagine Linkedin, profili di agenzie di casting e pagine IMDb. Noterete forse un filo conduttore che li lega tutti:

    Chi sono i doppiatori

    • Ellie Chu è Iaeli Anselmo, di Roma, attrice, in produzioni americane almeno dal 2017, attualmente vive e lavora a Los Angeles.
    • Il nostro Paul Munsky è Roberto Aurelio Cerletti, musicista, batterista, vive e lavora a Los Angeles. Non ho trovato informazioni biografiche ma suppongo che sia italiano anche lui, o forse lo sono i genitori? In questo sito potete sentire anche delle clip audio in tre lingue diverse: French, German e Italian (“le strade di Pariggi e di Giggibbuffon si separano dopo una sola staggione…“).
    • Aster Flores è Daria Sarmientos, italiana, nata e cresciuta a Milano, presente in produzioni USA almeno dal 2017, attualmente vive e lavora a Los Angeles.
    • Edwin Chu è Andrea Iaia, suppongo questo Andrea Iaia, attore italiano.
    • Trig Carson è Francesco Capussela, altro attore italiano che vive e lavora a Los Angeles.
    • il Diacono Flores è Peter Arpesella, attore italiano, di Bologna, lavora da una vita a Los Angeles (ed era comparso anche in Le Mans ’66 – La grande sfida ad interpretare un membro dello staff Ferrari).
    • La professoressa Geselchap è Barbara Magnolfi, attrice italiana, vista anche in Suspiria di Dario Argento. Ultimi lavori attivi in produzioni americane. A giudicare dal suo profilo Instagram vive in California e fa anche “voice over“.
    • Solange è Enrica Manni, di Sondrio, attrice, vive e lavora a Los Angeles almeno dal 2015.
    • Amber è Denise Faro, cantante e attrice italiana, compare in produzioni a Los Angeles almeno dal 2015.

    Nel cast aggiuntivo troviamo inoltre:

    Max Pregoni, altro attore con agente a Los Angeles; Gaia Passaler di Milano, anche lei attrice che lavora da anni a Los Angeles;  Gabriele Martinelli, nato a Napoli e trasferitosi da adolescente in America, anche lui lavora come attore a Los Angeles; Massimiliano Frongia, italiano, con produzioni internazionali in curriculum. Per finire: la direzione del doppiaggio è di Gabriele Di Sazio, italiano, regista, con alcuni corti all’attivo, girati indovinate dove? Los Angeles.

    Doppiaggio e sonorizzazione a cura della Igloo Music Corporation, di Burbank, una contea di Los Angeles. È una delle aziende del programma di post-produzione NP3 di Netflix in cui è classificata con un bollino “argento” (silver) ma considerata idonea soltanto per la lingua inglese (nello specifico “inglese americano”) secondo il sito di Netflix.

    igloo music partner post produzione Netflix

    Avete già trovato il filo conduttore? Il cast è composto da italiani che vivono e lavorano nella città di Los Angeles. Quello di L’altra metà è un doppiaggio americano realizzato utilizzando attori italiani che Netflix aveva a disposizione in zona, con l’aggiunta di un musicista (che spero si sia almeno fatto qualche risata a doppiare Paul) ed un regista, che in inglese si dice director, quindi a Netflix avranno pensato vabbè, director, dubbing director… è a stessa cos’!
    Sono assolutamente certo che siano tutti dei veri professionisti nel loro campo, a prima vista il loro CV lo dimostra senza ombra di dubbio (Cerletti ad esempio è percussionista per Disney, Fox e altre aziende famose), e anche se molti di loro lavorano regolarmente con la propria voce in quanto attori, chiaramente non sono doppiatori professionisti. Nessun professionista direbbe mai “Poll, ma ti ci stai sposando co’ a spazzatura?” (voce fuori campo in romanesco che chiama Paul, a esattamente 1 ora e 57 minuti). Fa ridere ma fa anche piangere.

    Signorina silvani che dice ah, anche doppiatore. Variante del meme ah anche poeta. Dal film Fantozzi 1975

    Che non si offendano dunque gli attori menzionati, del resto anche tanti attori italiani bravissimi e famosissimi non sono poi così bravi in sala di doppiaggio, quando devono andare a ricreare emozioni altrui o addirittura le proprie. Aggiungiamo a questo il fatto che i doppiatori della prima versione italiana di L’altra metà, di fatto, non erano diretti, e che le voci da abbinare ai personaggi siano state scelte seguendo un criterio essenzialmente “geografico”, questo è il quadro. Di quel cast, l’unica persona con un curriculum attivo nel mondo del doppiaggio sembra essere la dialoghista Carolina Quitadamo. La direzione delle voci invece è virtualmente inesistente! Da qualche “hey” pronunciato all’americana (invece di “ehi”), a vari errori di pronuncia incluso un “tu” detto “tiù”, tipo Stanlio e Ollio… e buona la prima! Anche quegli attori che sono stati bravini al microfono ogni tanto pronunciano frasi o recitano in modi che un direttore di doppiaggio professionista non approverebbe neanche con una pistola puntata alla testa.

    Ad esempio quando la protagonista (Ellie) legge ad alta voce la lettera scritta dal ragazzo imbranato (Paul) sentiamo:

    “Dicono che sia il più carino della mia famiglia, cioè, lo pensa mia nonna… che è morta adesso.”

    Qui non c’è nessun errore di adattamento, ancora una volta è il doppiaggio che fa danno. L’errore è nel modo in cui questa frase viene recitata [più precisamente nell’appoggiatura, mi suggerisce Mauro Stoppa, conduttore radiofonico, esperto sull’argomento recitazione], infatti nel primo doppiaggio la ragazza sembra dire che la nonna sia morta in questo momento, cioè mentre legge la lettera (o meglio, mentre Paul la scriveva), cosa che ovviamente non ha alcun senso (“who is dead now” in originale, cioè la nonna “che ora è morta”). Come cambia radicalmente la stessa frase nel secondo doppiaggio! Il copione infatti rimane identico ma si capisce chiaramente dal mondo in cui viene recitata (cioè appoggiando non più su “adesso” come nel primo doppiaggio ma su “è morta”) che la nonna invece è già morta in un non ben determinato passato. Il confronto tra un doppiaggio professionale, “diretto”, e uno “arrangiato” non può che essere impietoso in questi casi.

    Facce sbalordite degli attori nel film L'altra metà (2020)

    La reazione del pubblico italiano

    Il cast del ridoppiaggio

    Per completezza riporto anche il cast del secondo doppiaggio Netflix, effettuato dalla VSI Rome, un’altra azienda della lista Netflix, anche loro con bollino “silver”, evidentemente c’è silver e silver. I cartelli finali di questo nuovo doppiaggio sono solo due, quindi l’elenco riportato con personaggi e loro corrispettivi doppiatori è limitato.

     

    Direzione del doppiaggio: Maura Cenciarelli
    Assistente al doppiaggio: Francesca Vichi
    Dialoghi: Carolina Quintadamo

    Ellie Chu: Emanuela Ionica
    Paul Munsky: Marco Briglione
    Aster Flores: Erika Necci
    Edwin Chu: Emilio Barchiesi
    Trig Carson: Manuel Meli
    Diacono Flores: Sergio Lucchetti

     

    L’adattamento italiano di L’altra metà

    Tesoro? Taco Time. Un dialogo dal primo doppiaggio del film L'altra metà, 2020, Netflix

    “Tesoro? Taco time!”

    L’adattamento è in generale decente ma non manca di momenti in cui avrebbe giovato una revisione in più, oppure la supervisione competente di figure normalmente presenti (e non a caso!) in un doppiaggio professionale ma che sicuramente gli americani potrebbero vedere come ridondanti, inutili costi in più.
    Molti dei casi elencati qui di seguito sono stati poi corretti con il secondo doppiaggio. Quasi tutti almeno.

    Non è questo il caso di Liberal Arts diventato “arti liberali” (“Sta lontana dalle arti liberali“) invece di scienze umanistiche/materie umanistiche/”lettere e filosofia”/studi umanistici, la scelta è vasta prima di buttarsi su un “arti liberali”, sconosciute al pubblico di lingua italiana, a meno che in America non abbiano piani di studi di stampo medievale.

    Da wikipedia: Arti liberali era l’espressione con la quale, durante il Medioevo, s’intendeva il curriculum di studi seguito dai chierici prima di accedere agli studi universitari. Più in generale le arti liberali erano quelle attività dov’era necessario un lavoro prettamente intellettuale, a fronte delle “arti meccaniche” che richiedevano lo sforzo fisico.

    Questo “arti liberali” è rimasto anche nel secondo doppiaggio, quello “correttivo”. Ma cosa studiano nei college americani? Andiamo avanti.

    Il padre richiama l’attenzione della figlia dicendo: “Tesoro? Taco time!” (e io posso dire “cazzo”?). Nel secondo doppiaggio questa battuta è stata trasformata giustamente in “Tesoro? È l’ora dei tacos“, a riprova che dopotutto i tempi delle battute non sono un limite così invalicabile se poi deve costringere a lasciare delle frasi in inglese (solo perché cool?). Cos’è che esprime esattamente “taco time” che non esprime anche la frase “è l’ora dei tacos”? E chi direbbe “taco time” in italiano? Perché il film… è doppiato in italiano, no?
    [NdA: che poi dovrebbe dire che è l’ora dei taco, non dei tacos, perché parole importate rimangono sempre al singolare in italiano, ma lasciamo perdere]

    Scena dal film L'altra metà del 2020, in cui la panna montata spray Readdi-wip diventa nel doppiaggio italiano una panna commerciale invece che industriale

    All’appuntamento a base di patatine e frappè, Paul il sempliciotto non sa cosa dire e così esclama: “They use Reddi-whip” (cioè “Usano la Reddi-whip”, una marca di panna montata spray). Nel primo doppiaggio italiano questo diventa:

    È una panna commerciale.

    Buona la decisione di abbandonare una marca, ignota in Italia (altre note anche da noi invece sono rimaste)… ma che cavolo è una “panna commerciale“? Voleva una panna spray… di pregio? O forse una panna con qualità artistiche? Insomma ‘sta panna è ‘na commercialata, non ci sono più le panne di una volta.
    Il secondo doppiaggio parla più correttamente di una panna industriale.

    Nessun copione viene sfornato perfetto, per carità, e piccole rifiniture arrivano sempre in fase di revisione da parte di un supervisore competente, o anche in fase di doppiaggio, al microfono, sotto suggerimenti di attori o del direttore del doppiaggio. Questo almeno è ciò che avviene o che può avvenire in una normale filiera del doppiaggio audiovisivo, ma evidentemente viene meno in un doppiaggio arrangiato alla meno peggio a Los Angeles, quando si ha a che fare principalmente con persone che non hanno esperienze specifiche nel settore. È logico poi trovare anche nel copione piccoli errori o frasi poco chiare, che nessuno ha avuto l’ardire di “aggiustare”.

    Un’altra frase poco chiara arriva all’inizio, quando Paul, riceve la prima lettera di risposta e la fa leggere alla sua “ghostwriter” Ellie:

    Lettera di Aster: “Anche a me piace Wim Wenders, non l’avrei copiato però.”

    Paul: Chi è Wim Wenders? E perché l’hai copiato?

    Ellie: Non l’ho copiato.

    Paul: Sì che l’hai copiato, l’ho pure cercato!

    Ditemi voi… cosa può aver cercato Paul? Ha forse cercato chi sia Wim Wenders? Direi di no, perché all’inizio chiede “chi è?”. Forse ha cercato la frase o citazione copiata? In tal caso non dovrebbe dire “cercata”, al femminile? Capirlo da questo testo è impossibile. Il secondo doppiaggio cerca di attenuare l’effetto e cambia in “Sì che l’hai copiato, l’ho cercato!“. Ancora però non si capisce cosa abbia cercato. Ok, l’italiano evidentemente non ci viene in aiuto.

    In lingua originale la parola usata è “plagiarized” lì dove il testo italiano parla di “copiare”, la battuta gioca sul fatto che Paul è un sempliciotto ignorante e non conosce un parolone come PLAGIARIZED. È quella la parola di cui Paul aveva cercato il significato. Purtroppo il nostro “copiare” non è così inarrivabile e nessuno in italiano avrebbe dubbi sul suo significato, quindi è impossibile pensare che quel “l’ho cercato” voglia dire “ho cercato il significato della parola copiare“, né si lega ad altri elementi del dialogo. Cosa abbia cercato, in italiano non si capisce. Questa frase andava cambiata leggermente. Insomma, rifiniture. Il copione aveva bisogno solo di qualche aggiustatina in più, impossibile quando risparmi così tanto che ci sono più assistenti al doppiaggio che doppiatori.

    Diamo la colpa al COVID-19?

    messaggio di Netflix sul ritardo nei doppiaggi per via del coronavirus

    Netflix ha cercato di cancellare la memoria di quel primo doppiaggio eliminando dai propri profili social qualsiasi post che parlasse del film, così da far sparire anche la cornucopia di infamate che, a buon ragione, riempivano la sottostante area commenti. In loro difesa, poi il film lo hanno fatto doppiare una seconda volta e in tempi rapidissimi (del resto il copione è rimasto quasi lo stesso). C’è da chiedersi dunque: non si poteva avere un doppiaggio decente da subito? Tante serie sono ancora in attesa di doppiaggio, con episodi disponibili soltanto sottotitolati, che fretta c’era di sfornare questo film con un doppiaggio così imbarazzante?

    Reazione del pubblico su Twitter al doppiaggio di L'altra metà 2020

    Certo possiamo dare la colpa al COVID-19 e al blocco delle attività, ma se è stato possibile farlo doppiare in Italia una settimana dopo, quella del virus è davvero una scusa valida? O piuttosto è stata l’occasione per riproporre una vecchia abitudine americana, quella di cercare di doppiare in proprio i film, per risparmiare sui costi di post-produzione… come se doppiare in italiano volesse dire semplicemente “far parlare gli attori in italiano”.

    Insomma, bella scusa quella del virus, sembrava quasi plausibile! Certo che agli occhi di un distributore americano il pubblico italiano sembrerà una manica di sofisticati snob a cui non va mai bene niente e che rompono i coglioni su cose che a loro sembrano fatte pure bene. Chi doppia sono italiani, no? So’ pure attori! Che volete deppiù?!
    Pensa che stronzi che siamo, a esigere doppiaggi recitati bene, in maniera “invisibile” e che rappresentino correttamente il prodotto originale. Siamo proprio stronzi.

     

    Meme di aldo giovanni e giacomo non sono doppiatori professionisti, sono presi dalla strada

  • Summer of ’84 arriva doppiato… malissimo, ma Rai4 si scusa

    locandina del film Summer of 84 con vignetta che dice dev'essere l'estate del famoso sciopero dei doppiatori

    In questo blog di solito non parlo mai delle voci del doppiaggio, preferendo l’argomento adattamento linguistico di cui sono competente, ma certo fa strano trovarsi in prima visione TV su un canale Rai un film del 2018, Summer of ’84, che fa sollevare persone da ogni luogo d’Italia per lamentarsi di un doppiaggio definito da molti “amatoriale”… per non dire di peggio. È ciò che è avvenuto il 10 febbraio 2020 durante la sua prima TV italiana.

    Il doppiaggio di Summer of ’84 – Che diavolo è successo?

    La recitazione da parte di molti membri del cast di doppiaggio di questo film, inutile negarlo, non è ad un livello che dovrebbe essere consentito in televisione, ma neanche ricorda i doppiaggi rumeni che sono comparsi in passato su Netflix ad esempio, piuttosto siamo ai livelli di adolescenti che per passione si dilettano su YouTube a doppiare scene di film famosi: alcune battute sono passabili, altre sono terribilmente amatoriali. È brutto da dire di chi magari è agli inizi e si affaccia a questo mestiere ma da osservatore esterno del doppiaggio vedo un grosso problema all’orizzonte quando società di doppiaggio che sfornano prodotti da far storcere il naso anche allo spettatore qualunque ottengono lavori dalla Rai, e che questa poi ne consenta la messa in onda. Una situazione allarmante in un’Italia dove i doppiaggi vengono fatti all’insegna del risparmio sempre più estremo. Perché pagare 100 quando qualcuno dice di poterlo fare a 10? Forse una risposta a questa domanda potrebbe essere: magari per non avere spettatori che da casa pensano “lo facevo meglio io”.

    commenti sulla pagina Facebook di Rai 4 in risposta alla messa in onda di Summer of '84

    Un doppiaggio commissionato da Rai4

    In occasione del Lucca Comics & Games 2019, la Rai stessa annunciava un’anteprima nazionale del film Summer of ’84:

    Anche quest’anno, Rai4 è a Lucca Comics & Games […] L’Area Movie del popolarissimo festival ospiterà l’anteprima nazionale del film Summer of ’84, una novità esclusiva del palinsesto Rai4 2020. Appuntamento a ingresso libero, fino a esaurimento posti, venerdì 1° novembre alle 18.00, presso il cinema Centrale. Scritta da Matt Leslie e Stephen J. Smith, e diretta a tre mani da François Simard e dai fratelli Anouk e Yoann-Karl Whissell, Summer of ’84 è una scatenata black comedy, che traspone il soggetto del grande classico La finestra sul cortile su uno sfondo anni ’80, sicuramente caro al pubblico di Lucca: una spericolata sintesi tra Hitchcock e I Goonies, che attinge a piene mani dall’immaginario nostalgico di Steven Spielberg, come da quello a tinte forti di John Carpenter.

    Ufficio stampa Rai

    Sorvolando sulla definizione di black comedy usata completamente a caso, posso intuire che al cinema lo abbiano visto in pochi, vista la concorrenza che c’era al Lucca Comics in quella giornata e nello stesso orario.

    Anteprima nazionale di Summer of '84 al Lucca Comics and Games

    Da un lato Gualtiero Cannarsi che presenta qualcosa da lui adattato e la gente italica ormai va ad assistere a queste presentazioni anche solo per la curiosità di vedere con i propri occhi il personaggio, dall’altra il convegno “di menare” del blog i400calci. Insomma, di scuse per non andare a vedere Summer of ’84 ce n’erano tante quel fatidico venerdì 1° novembre. Il resto dei siti che riportano la notizia non hanno fatto che copiare-e-incollare il comunicato stampa Rai quindi non è stato facile trovare traccia di qualcuno che lo abbia visto per davvero, ma nei commenti ad un articolo a tema pubblicato sul blog Moz o’clock, scopro che in occasione della proiezione lucchese il film è arrivato al cinema in lingua originale sottotitolato in italiano. Mi rincuora sapere che questo doppiaggio non abbia mai visto una sala cinematografica.

    In un altro comunicato del sito della Rai, datato 19 novembre e intitolato Wonderland racconta Lucca Comics & Games, pochissime parole sono spese sul film, si conferma semplicemente che “Rai4 ha portato a Lucca il film Summer of ’84, una novità esclusiva del palinsesto Rai4 2020”. Non è né un film di Netflix, né è arrivato precedentemente su altri canali italiani, quindi è più che lecito ritenere Rai4 pienamente responsabile della distribuzione e del doppiaggio di Summer of ’84, poco importa chi abbia effettivamente eseguito il doppiaggio.

    commenti sui social del canale Rai4 dopo la trasmissione di Summer of '84 doppiata in italiano

     

    Le scuse di Rai 4 e la promessa di un ridoppiaggio

    Certo, la rete Rai4 si è scusata e ha dichiarato che avrebbe considerato di farlo ridoppiare per le future messe in onda, ma il perché sia andato in onda un prodotto di simile qualità in primo luogo rimane comunque un mistero. Questo doppiaggio sub-professionale andava benissimo così a Rai4 solo finché non sono arrivate le prime lamentele? Eppure qualcuno deve averlo ascoltato prima di mandarlo in onda.
    Che un ridoppiaggio possa effettivamente arrivare in futuro è tutto da vedere e terremo le orecchie attente in occasione delle prossime messe in onda. Io intanto ho registrato il film come testimonianza di un doppiaggio che potrebbe scomparire per sempre.

    Non ci è dato sapere quale società di doppiaggio abbia lavorato al film perché, come sempre, Rai 4 taglia di brutto i titoli di coda, né hanno voluto rispondere a questa domanda tramite i canali social dove sono comunque attivi. Quindi ovviamente non si sa niente sui doppiatori e su chi abbia lavorato al film e forse è meglio così, non avere nomi rende il mio lavoro di analisi del suo adattamento molto più facile, e quante ce n’è da dire sull’adattamento italiano di questo film!

     

    Fischi per fiaschi: l’adattamento italiano di Summer of ’84

    Se il doppiaggio di Summer of ’84 non passa inosservato, potrebbero invece passare inosservate alcune dubbie scelte di traduzione e di adattamento che non sono sfuggite a me. Dico “alcune” ma in realtà è quasi l’intero copione (tra errori gravi e di poco conto) e qui lo analizzo in dettaglio, come d’abitudine su questo blog. Mettetevi comodi, ci vorrà un po’. Delle gustose clip dal film doppiato in italiano faranno da intermezzo tra un argomento e un altro.

    Primi minuti, primi errori

    Si parte subito dai primi minuti con una cosa abbastanza tipica, la frase I’m an amateur photographer, tradotta come sono un fotografo amatoriale, invece di “fotografo dilettante”. Mi direte: ma come, “fotografo amatoriale” si dice! È vero, oggi si dice anche “fotografo amatoriale”, è una di quelle espressioni che originano dall’inglese e che si sono diffuse nel nostro paese in virtù di una loro facile comprensione (un fotografo dilettante potrà certamente essere anche “amatore” di questo hobby), ma cose come fotografo amatoriale restano comunque calchi dall’inglese, che potrebbero passare nel caso di un film ambientato nel presente e doppiato oggi, ma non proprio le più adatte da ritrovare nel doppiaggio di un film ambientato nel 1984, come dimostrato da questo grafico sull’incidenza delle due definizioni. Questa mostra come “fotografo amatoriale” sia comparso in Italia essenzialmente solo dagli anni ’90 e 2000, e comunque la sua presenza è poco significativa rispetto al più usuale “fotografo dilettante”.

    google ngram viewer, grafico a confronto per le parole fotografo amatoriale e fotografo dilettante

    Chi ha lavorato ai testi di questo film dunque è un adattatore amatoriale o un adattatore dilettante? Oggi si possono certamente usare entrambi i termini, ai posteri l’ardua sentenza.

    La frase immediatamente successiva in realtà è la più interessante poiché cambia senza un vero motivo il contenuto del discorso tra il protagonista adolescente e il suo vicino di casa che si sospetterà essere un serial killer di bambini. Questa alterazione è cosa un po’ strana di questi tempi, quando la fedeltà assoluta al testo originale è considerata uno standard verso cui puntare (con i pregi e difetti che ne conseguono).

    dialoghi originali
    doppiaggio italiano
    Sig. Mackey: So I’m an amateur photographer. Sono un fotografo amatoriale.
    Davey: Yeah, it’s cool. I’m sort of an amateur videographer, so I get it. Oh, figo. Anche io sono un fotografo amatoriale.
    Sig. Mackey: Just like the old man. Abbiamo qualcosa in comune.

     

    Nei dialoghi originali, il ragazzo, Davey, invece di dilettarsi con le macchine fotografiche, si diletta con le videocamere, uno strumento che sul finale diventerà elemento chiave nella trama. Non è dunque egli stesso un fotografo “amatoriale” come dice il doppiaggio italiano, bensì ha la passione della videocamera, proprio come suo padre (“just like the old man”) che, scopriremo presto, lavora come cameraman. Non hanno qualcosa in comune come dice in italiano. E temo che a monte ci sia stata un’incomprensione su quel “old man”, forse chi ha tradotto pensava che il signor Mackey si stesse riferendo a se stesso, cioè come dire “proprio come me”. Partendo da questa incomprensione, non è difficile che una pareidolia (illusione uditiva) possa aver fatto credere al traduttore di aver sentito davvero la parola “photographer” al posto di “videographer”, così da dare un senso al resto della frase.

    Da quella che era una battuta che giustifica o anticipa cose che vedremo successivamente nel film (una videocamera professionale che comparirà più avanti in mano ai ragazzini, il padre con il furgone da giornalista etc…), è diventata invece la tipica versione italica all’insegna del ma sì, facciamogli dire qualcosa che poi non avrà alcuna conseguenza o riscontro futuro nella trama! I dialoghi di questo film non sono da Oscar ma neanche così inutili.

    I casi sono due: sturarsi le orecchie o familiarizzare meglio con la lingua inglese. Se fosse l’unico errore del genere non lo avrei neanche nominato, purtroppo non si tratta di un caso isolato. È la punta dell’iceberg.

     

    Fraintendimenti e limitata conoscenza dell’inglese

    In molti altri dialoghi del film vengono omesse informazioni in maniera apparentemente arbitraria. Come ad esempio la domanda “lanes tomorrow?” cioè “domani bowling?” che nel film doppiato diventa un più semplice “ci vediamo domani?” e i successivi riferimenti alla sala da bowling vengono rimossi di conseguenza. Ora, l’alterazione non è da punire automaticamente, ma deve avere il suo senso, una sua necessità. Di tutti gli esempi accennati in questo articolo, di esigenze non ne ho trovate. Difficile giustificarle con il labiale degli attori perché in questo film non c’è un’abbondanza di primi piani ed è girato prevalentemente in ambienti con scarsa illuminazione. Come è possibile saggiare dalle clip in questo articolo del resto, è evidente che le voci risultano completamente scollate dai personaggi in ogni caso, quindi anche eventuali scuse di labiale e tempi della battuta lasciano proprio il tempo che trovano. Viene da pensare che alcuni dialoghi non siano stati proprio capiti.

    Il doppiaggio di una qualità discutibile sta diventando il secondo dei nostri problemi, la traduzione e l’adattamento mostrano lacune ancor più gravi. Per esempio, prendiamo in analisi i dialoghi di questo (apparentemente semplice) scambio di battute dove il figlio deve ripulire i bidoni della spazzatura:

    [NdA: La mia traduzione diretta potrebbe essere più lunga del necessario ma è per far capire il senso della battuta originale anche a chi non conosce l’inglese, così da poter confrontare quanto sia cambiata nella versione doppiata.]

    dialoghi in inglese
    traduzione diretta
    doppiaggio italiano
    Can you at least make mom double- bag her meatloaf next time? It smells like werewolf crap. Almeno potresti dire alla mamma di usare un doppio sacchetto con il polpettone? Puzza di escremento di licantropo Potreste chiudere bene la spazzatura la prossima volta? C’è una puzza tremenda.
    Well, if you would have remembered to put the cinder blocks back on the garbage cans like I told you, we wouldn’t have this mess. Be’, se ti fossi ricordato di mettere i blocchetti di cemento sopra i secchi dell’immondizia come ti avevo detto, non avremmo questo casino. Be’, se la mamma l’avesse coperta bene, questo casino non sarebbe successo.
    I hate raccoons. You should do an exclusive, get pest control in here. I could film it Detesto i procioni. Dovresti farci un servizio, chiamare il controllo animali. Potrei filmarlo io. Odio i procioni. Dovresti fare un servizio per sterminarli. Posso filmarti io.

     

    Vada l’abbandono di cose puerili come la cacca di lupo mannaro, che sono ridicole pure in inglese, ma qui il padre dà la colpa alla mamma perché non aveva coperto bene la spazzatura invece di dare, come fa in inglese, la colpa al figlio per essersi dimenticato di mettere dei mattoni di cemento sui bidoni della spazzatura così da evitare che i procioni li rovesciassero. Lo so che in Italia non abbiamo esperienza diretta con i procioni che rovesciano i bidoni dell’immondizia ma la situazione ci è già familiare da almeno 50 anni di film americani.

    Cast del film Summer of 84

    Sento odore di Topexan in questa stanza

    A volte è la stranezza di una frase che ci può far sospettare una traduzione fuori luogo. Quando i ragazzi giocano a nascondino (in inglese giocano a “manhunt”, cioè caccia all’uomo, ma pur sempre nascondino è) ritroviamo questa battuta.

    He’s close. I can practically smell the Noxell on him.

    Sento che è vicino, sento il suo profumo schifoso.

    Noxell non è un profumo ma un prodotto antibrufoli, crema o sapone che vogliate chiamarlo. Qualcosa come “È vicino. Sento l’odore del suo sapone antibrufoli” avrebbe avuto più senso, senza ovviamente dover nominare un prodotto a noi ignoto come il Noxell e senza usarne uno chiaramente troppo italiano come il Topexan. Del resto quale adolescente si profuma? Al massimo poteva parlare di deodorante, ma non sarebbe stato comunque la giusta traduzione. Siamo solo al minuto 5.

    Scena dal film Summer of '84

    L’estate Super8 dei ragazzi di Stranger Things alla finestra sul cortile del ’84

    Ci sono poi ragazzini che scompaiono in Hazelton e in Freeport, ma queste sono città, non aree geografiche, quindi dovrebbero essere scomparsi a Hazelton o a Freeport, non in Hazelton o in Freeport. Direste mai che sono scomparsi dei ragazzi in Roma, o in Torino? Queste sono carenze in italiano, non in inglese.

    Scambiare “sculacciate” per “seghe”

    Devo tornare a casa altrimenti scoppia la terza guerra mondiale.
    Buona idea, altrimenti mi prendo due scappellotti in testa.
    Siete degli animali.

    Perché vengono accusati di essere animali per volersene andare a casa? Perché ovviamente la frase degli scappellotti in testa è completamente inventata, probabilmente per un’incomprensione della frase in inglese in cui l’adolescente dichiarava la sua intenzione di tornare a casa per masturbarsi. Il modo in cui viene detto in inglese è con una battuta a doppio senso come solo gli adolescenti dei film possono inventarsi:

    I’m gonna go make a withdrawal from the spank bank.

    Cioè, vado a fare un prelievo dalla “spank bank”. Spanking è sinonimo di masturbarsi, e “spank bank” è un repertorio mentale di immagini pornografiche (i ragazzi fino a quel momento stavano proprio guardando delle riviste pornografiche), ma se andate sul dizionario troverete la definizione “sculacciare”. Quindi invece di capirne il modo di dire, è stato interpretato come un “prelievo dalla banca degli scapaccioni”, cioè che il ragazzo sapeva che avrebbe preso le botte una volta tornato a casa.

    Potevano esserci molti modi di rendere questa frase, a patto di capire che cosa volesse dire in origine. Queste sono carenze proprio nella conoscenza dell’inglese, e non parlo della conoscenza grammaticale della lingua, parlo del suo vero uso nella cultura americana (già diversa ad esempio da quella britannica). Il lavoro del traduttore e adattatore non si improvvisa solo perché si pensa di “sapere l’inglese”.

    Anche quando osservano la vicina di casa che si denuda alla finestra, uno dei ragazzi dice “bank it and spank it, boys”. Cioè invita gli amici a memorizzare per… uso futuro. ‘Sti ragazzi non è che siano proprio delle promesse della società civile, eh.

    cast di Summer of '84

    Nel 1984 “w la figa”, nel 2020 chiederanno “foto piedini” alle ragazzine su FB

     

    Ho accennato prima a tante ingiustificate omissioni e al gioco “manhunt” a cui i ragazzi giocano di notte, nascondendosi tra i cespugli delle case del quartiere. Questa è una cosa che capireste guardandolo però in inglese, perché in italiano quasi tutti i riferimenti a questo gioco notturno sono omessi dal doppiaggio, che non li nomina proprio. Infatti non si capisce che ci facciano sempre in giro di notte con le torce in mano. Al punto che, quando il protagonista usa quella del gioco a nascondino come scusa dopo essere stato pizzicato fuori la finestra del vicino, in italiano sembra una scusa un po’ strana e improbabile. Nel film in inglese è chiaro che tutti i ragazzi del quartiere ci giocassero costantemente. Il piano per incastrare il vicino poi, “Operation Manhunt”, diventerà in italiano “Operazione incastra Mackey” (dal cognome del vicino). Quel “manhunt” proprio non piaceva.

     

    Quando Google Translate è l’opzione migliore…

    Quando il serial killer invia la prima lettera alla stampa firmandosi come l’assassino di Cape May (the Cape May Slayer), in TV annunciano che

    Questo squilibrato si è assunto la responsabilità per la morte di 13 ragazzi e due adulti

    (in originale: claiming responsibility for the deaths of at least 13 teenaged boys along with two adults)

    il termine usato (“si è assunto la responsabilità”) sembra un po’ inconsueto. Quanto sarebbe stato più naturale usare “sostiene di essere il responsabile della morte di…” o quello ancora più comune nel giornalismo: “ha rivendicato…”. A volte basta così poco per passare da dialoghi invisibili a dialoghi che invece si fanno notare per i motivi più sbagliati o che lasciano una sensazione strana, come di non aver capito.

    Anche Google Translate concorda e traduce claiming come rivendicando.

    testo tradotto con google translate

    Google Translate non è più la barzelletta dei primi tempi, valuta anche il contesto. Che è più di quanto hanno fatto le persone che hanno tradotto questo film. Quando Google Translate fa meglio di te, una domandina me la farei.

     

    Rosso, rossiccio, o roscio?

    Nel film troviamo che la parola “ginger” (dispregiativo usato per definire persone dai capelli rossi) è stato tradotto come “rossiccio” per differenziarlo da “redheads” che invece è stato tradotto (correttamente) come “i rossi”. Sebbene ogni regione avrà sicuramente il suo modo di parlar male di persone dai capelli rossi, c’è un modo offensivo di farlo che accomuna tutta l’Italia: pel di carota, dal romanzo breve di Jules Renard (prima edizione italiana 1915) che ha lasciato il solco nella cultura popolare ed ha avuto trasposizioni cinematografiche, tra cinema, televisione e teatro, praticamente in ogni decennio dalla sua pubblicazione fino agli anni 2000. Negli anni ’80 ancora se ne parlava e ricordo anche io che negli anni ’80 ci veniva fatto leggere a scuola. Pel di carota è esattamente come avremmo tradotto ginger all’epoca.

    Invece il doppiaggio di Summer of ’84 ci propone questo “rossiccio“, che vuol dire “tendente al rosso” quindi lo si può dire della barba al massimo, o di un oggetto di una tonalità di rosso non ben definita (un libro con una copertina rossiccia, cit. Treccani), non di una persona che ha effettivamente i capelli rossi. Certo potremmo nasconderci dietro un inventato linguaggio giovanile… magari quei ragazzi di quel posto dicevano così anche se non completamente corretto o sensato (lo sono mai i nomignoli dispregiativi?) e magari qualcuno ci dirà “dalle mie parti si dice”, ma il “ginger” usato nei diaoghi originali non è una parola inventata, reinterpretata, o ricercata, è un termine (purtroppo per i rossi) molto comune, riconoscibile in tutti i paesi di lingua inglese, banale quasi nella sua cattiveria. Quindi nel tradurlo o si opta per un semplice “rosso” o “pel di carota”. Invece ci becchiamo “il rossiccio scomparso”.

    foto del bambino scomparso sul cartone del latte, scena dal film doppiato in italiano Summer of ''84

    er roscio

     

    Perdersi TUTTI i riferimenti di cultura pop anni ’80, ma proprio tutti eh!

    La prossima piacerà molto ai fanatici di Star Wars! In una scena del film, i ragazzi stanno parlando del film Il ritorno dello Jedi e hanno opinioni avverse sull’intelligenza degli ewoks (fino al 1999 sono stati la lamentela più grande tra i fan, prima che arrivasse Episodio I):

    originale: You think a bunch of glorified Care Bears in hoods could take down the Empire?
    doppiaggio: Pensi davvero che gli orsetti del cuore possono combattere l’Impero?

    originale: They are aliens and they’re highly intelligent! I mean, did you see how fast that one learned to drive a speeder bike, and then ditch it without even being spotted? – Whatever, dude.
    doppiagio: Sono degli alieni e sono super intelligenti, ma non hai visto come hanno imparato velocemente ad andare in bicicletta per poi scomparire, eh? – Chi se ne frega!

    I ragazzi fanno riferimento alla scena in cui gli ewoks rubano ai soldati imperiali uno dei loro “motosprinter” (questa la traduzione di “speederbike” nel doppiaggio de’ Il ritorno dello Jedi).

    Speederbike pilotato da un Ewoks, scena dal film Il ritorno dello Jedi

    Chiaramente non una bicicletta. Chi ha lavorato al copione è arrivato facilmente a tradurre Care Bears come Orsetti del cuore ma non ha catturato il senso del discorso. Era un riferimento di cultura popolare che andava oltre le competenze del traduttore evidentemente. Peccato. Altri riferimenti di cultura pop (essenziali in questi film che rivangano gli anni ’80) che vengono abbandonati, a questo punto, penso, perché non compresi. Forse pensavano davvero che i ragazzi stessero parlando degli Orsetti del cuore.

    Una traduzione corretta poteva essere questa:

    Pensi davvero che quella specie di Orsetti del cuore possano sconfiggere l’Impero?
    Sono alieni, e super intelligenti! Ricordi quello che ha imparato subito a pilotare un motosprinter e poi se n’è sbarazzato senza farsi vedere? – Sì, vabbè.

    Chi ha visto il Ritorno dello Jedi sa di cosa parlano, la frase adesso ha senso, sembra scritta in italiano, ed è della stessa lunghezza di quella originale, ma soprattutto non include orsetti del cuore che “imparano ad andare in bicicletta”. Sento il suono del palmo delle vostre mani mentre vi colpite la fronte.

    Summer of '84 una scena del film

    ZITTO che fai più bella figura!

    Continuiamo con i riferimenti perduti? Quando uno dei ragazzi sospetta che l’assassino abbia un “lair”, una parola usata per indicare un nascondiglio segreto da cattivo di James Bond, l’amico scettico lo prende in giro per la scelta di quella parola:

    Forse ha, che ne so, un nascondiglio segreto da qualche parte?
    Un nascondiglio? Cos’è, un militare d’assalto?

    Nascondiglio segreto… militare d’assalto. Mmh… Non ha alcun senso logico! Infatti in inglese non era un militare d’assalto bensì Cobra Commander, cioè il cattivo della serie G.I. Joe e da noi tradotto come “Comandante Cobra”.

    He could have, uh, like a lair or something. Somewhere.
    A lair? He’s Cobra Commander now?

    Cobra Commander o comandante cobra, dal cartone di G.I. Joe

    Zittite subito quei ragazzi!

    È vero, è vero, G.I. Joe in Italia è arrivato solo nell’ottobre 1987, anni dopo rispetto al 1984 in cui è ambientato il film, quindi scartarla o meno come citazione perché anacronistica rispetto al pubblico italiano è opinabile. Ma che c’entra “un militare d’assalto”? Questa scelta mi fa pensare all’ennesimo fraintendimento, ci hanno letto un qualche tipo di “commando” ed ecco che viene tradotto i militari d’assalto. Se non si voleva puntare per Cobra Commander, la scelta sarebbe dovuta ricadere certamente su qualche personaggio popolare all’epoca noto per possedere un nascondiglio segreto… questo si poteva esprimere ad esempio con la frase “Nascondiglio? Chi è, un cattivo di James Bond?”, vi piace? I dialoghi di solito dovrebbero avere anche un senso, no? Boh.

    Dopo che Stranger Things e prodotti simili ci hanno fatto un quadro falsato degli anni ’80, con fintissime ricostruzioni nostalgiche che ripescano solo quello che vogliono loro, potrebbe non sembrare, ma James Bond in quegli anni era una presenza importante nella cultura popolare (5 film solo in quel decennio), di grande attrattiva soprattutto per i ragazzi, ed era l’unico personaggio veramente noto a tutti per avere cattivi in basi segrete (lair, in inglese). Quindi se non era il caso di usare un anacronistico Comandante Cobra, Bond rimaneva l’unica alternativa. Che cazzo c’entra un militare d’assalto?

    Vi piacciono i riferimenti culturali? Che dire di quanto propongono di farsi i pop corn e guardare, e vi giuro che lo dicono per davvero, Racconti ravvicinati al posto di Incontri ravvicinati? Si parla ovviamente del film Incontri ravvicinati del terzo tipo, cioè uno dei film di Spielberg più famosi all’epoca (Close Encounters of the Third Kind, 1977). Poteva essere anche stato un lapsus del doppiatore ma il bello è che in sala di registrazione nessun altro se n’è reso conto. Buona la prima.

    Vicino poliziotto nel film Summer of '84

    Tranquilli, la polizia del doppiaggio è qui

    La rimozione dei riferimenti anni ’80 da questo film sembra essere quasi sistematica. Quando il protagonista dice agli amici che la sera precedente, Nikki, la vicina per la quale prova attrazione, è venuta a bussare alla sua porta, uno di loro risponde incredulo:

    There is a parallel universe with butt-fucking Wookies where Nikki showed up at your house last night.

    Letteralmente: “esiste un universo parallelo popolato da wookie inchiappettatori, dove Nikki si è presentata a casa tua ieri notte“. E cosa ci arriva invece dal doppiaggio del film?

    C’è un universo parallelo dove magicamente Nikki ti viene a bussare alla porta?

    Ancora una volta si abbandonano i riferimenti di cultura pop, i wookie sono una razza aliena ben nota a chiunque abbia visto anche una mezza volta un film di Star Wars. L’uso della parola “magicamente” al posto di “wookie che inchiappettano” fa intuire che il senso generale della battuta sia stato compreso, cioè quello di incredulità espressa con l’idea di un universo parallelo impossibile, e potremmo anche supporre che in questo caso ci fosse un limite imposto dai tempi della battuta, ma non solo viene meno un certo linguaggio scurrile dei ragazzi (che comunque rimane nei limiti dell’adolescenziale), continuano a non comparire i riferimenti “anni ’80” che tanto piacciono agli autori di questo genere di film. Fosse solo questo il caso di omissione, poco male, non sarebbe neanche da sottolineare, ma qui manca tutto!

    E Guerre stellari niente, e G.I. Joe niente, e i film di Spielberg niente… qui le cose sono due, o chi ha tradotto/adattato non ha mai visto un film in vita sua, oppure era parecchio sordo. In ogni caso non si doveva trovare lì a fare questo lavoro, di sicuro non per questo film intriso di nostalgia anni ’80 e riferimenti pop.

    vecchio usciere sordo dal film Le dodici fatiche di Asterix

    Il dialoghista del film

    Non mi sorprendo per niente quando poi un “però non voglio guardare L’isola di Gilligan” (“but I’m not watching Gilligan’s Island”) diventa “ma scelgo io cosa guardare”.

     

    Censura preventiva?

    Ho anche il lieve sospetto che l’adattamento di questo film possa aver subito una sorta di censura preventiva. Essendo un prodotto destinato a Mamma Rai, forse i dialoghi sono stati pensati per un pubblico di prima serata? Non solo per l’omissione del riferimento ai wookie sodomiti, ma anche per tante altre piccole battute “alleggerite” come ad esempio:

    in originale: We catch this fucker and become heroes.
    (traduzione: “becchiamo il bastardo e diventiamo degli eroi.”)

    doppiaggio: Lo becchiamo sul fatto e diventiamo degli eroi.

    E non mi parlate di tentativi aderenza al labiale che mi metto a ridere.

    Altro esempio:

    in originale: He has dinner alone every night at 8:30- ish, then probably wanks it, and cries himself to sleep. Loser.
    (traduzione: Ogni sera cena da solo intorno alle 8:30, poi probabilmente si fa una sega e si addormenta piangendo. Sfigato.)

    doppiaggio: Cena sempre intorno alle 8:30, per poi andare a dormire da solo. Che sfigato.

    E scomparso il riferimento alla masturbazione. Tempi ristretti della battuta? Forse, chissà.
    Oppure quando protagonista sul walkie-talkie esclama: “Guys, shit! He switched cars.” e questo diventa “Ragazzi, ci siete? Ha cambiato macchina”.
    Il mio è solo un sospetto personale rinforzato soltanto da tanti micro-esempi, ma comunque personale, prendetelo con le pinze. Era anche una scusa per inserire altre differenze tra versione originale e versione doppiata.

     

    Non sapere né l’inglese, né l’italiano

    In italiano la frase “avevamo finito la merenda” vuol dire inequivocabilmente: avevamo finito di fare merenda. Nel film viene usata come traduzione di “we ran out of snacks”, che invece vuol dire che erano finiti gli spuntini o le merendine, era finito ciò con cui fare merenda. È la scusa che i ragazzi usano con un poliziotto loro conoscente quando questo li ferma alla guida di un’auto (senza patente).

    in originale:
    Does your mother know you stole her car?
    No. We, uh, we were just borrowing it. We ran out of snacks and she was asleep so I just-

    doppiaggio:
    Hai rubato la macchina a tua madre?
    No, avevamo finito la merenda e mamma sta dormendo, e per non svegliarla abbiamo-

    In italiano sta letteralmente dicendo un’altra cosa, anche se immagino che cercava di essere una traduzione fedele. Ma chi è che dice “ho finito la merenda” per intendere dire che ha finito “cose” con cui fare uno spuntino/una merenda? Questo film doppiato in italiano è costantemente assurdo. Vi propongo una mia traduzione che mi auspico vi suoni un po’ più naturale:

    Tua madre sa che le hai rubato l’auto?
    No. L’abbiamo presa solo in prestito. Avevamo finito le merendine e lei dormiva, così ab-

    Non contenti, il poliziotto gli dice di avere le mani legate. Davanti ad un’affermazione simile si presume che lo avrebbe punito in qualche modo, seppur controvoglia perché le loro famiglie si conoscono. Invece il poliziotto li lascia andare, questo perché la sua frase “ho le mani legate, sai?” non è la giusta traduzione di “You got me in quite a bind” che invece è traducibile come “mi metti in seria difficoltà”.

    La frase che segue in italiano rinforza l’idea che il poliziotto non avrebbe chiuso un occhio:

    Come faccio a chiudere un occhio, per poi incontrare tua madre in chiesa la domenica?

    mentre in inglese è tutto l’opposto

    I just can’t bust you because ’cause then how am I gonna look your mother in the eye at church?

    (traduzione: non posso arrestarti perché poi in chiesa con che coraggio potrei guardare tua madre negli occhi?)

    Quel “mani legate” dell’inizio deve aver sviato la comprensione dell’intera conversazione (bind vuol dire legare ma in a bind è un modo di dire). Non un grave delitto al film ma comunque è rappresentativo della qualità del lavoro di traduzione. Gran parte di questo dialogo avviene poi senza vedere la bocca di chi lo pronuncia, quindi le scuse stanno a zero. Qui o non si conoscono i modi di dire della lingua inglese, o non si conosce il significato di quelli italiani. Non so cosa sia peggio. Manco avessimo a portata di click un patrimonio di dizionari facilmente accessibili e gratuiti per verificare qualsiasi informazione in 0,38 secondi…

    Ah, vi piacciono le traduzioni a caso? Che ne dite di “Alla centrale sono tutti nel panico“. Non proprio qualcosa che vorreste sentir dire a un poliziotto. Infatti non lo diceva. In inglese dice che al municipio (town hall) sono tutti nel panico, non alla centrale di polizia.

    vecchio usciere sordo dal film Le dodici fatiche di Asterix

    Incominciate a seccarmi col vostro porto

    Situazione simile (dire l’opposto nel doppiaggio italiano) quando il presunto serial killer dice al protagonista:

    Capisco. È lo stesso motivo per il quale sono entrato in polizia. […] Vuoi aiutare gli altri, è fantastico. Ma devo dirti che le tue prove verso di me non avevano senso. Sei bravo però con queste cose.

    In originale non gli diceva che le sue prove non avevano senso, non esattamente almeno. Diceva che avevano senso, se prese fuori contesto:

    I get it. That’s the whole reason I became a cop […] you wanna help, and that’s great. And I’ll admit that the stuff that you thought was proof looks pretty bad out of context. You got a pretty good brain for this kind of work.

    Una frase che io avrei tradotto così:

    Capisco. È lo stesso motivo per il quale sono entrato in polizia. […] Vuoi aiutare gli altri, è fantastico. E ammetto che le tue prove sembravano schiaccianti, se prese fuori contesto. Hai la stoffa per questo genere di lavoro.

     

    Dialoghi al limite del comprensibile

    Il film ne è costellato, e molti non sono neanche abbastanza significativi da riportarli qui altrimenti questo articolo da pamphlet fa il salto a tesi di laurea. Ne riporto soltanto alcuni dunque, uno di questi è della serie “motivare gli amici con minacce incomprensibili”:

    e allora… se dicessi a Eats che gli hai rubato il giornalino?

    Ma che giornalino? Dialoghi per niente chiari. In originale era:

    What if I told Eats about that Hustler magazine we have, that you stole?

    (traduzione: e se dicessi a Eats di quel Hustler che abbiamo e che tu gli hai rubato?)

    Ahhh, una rivista pornografica! Ora è chiaro. Poteva essere facilmente trasformato in “quel Playboy” o una più generica “rivista porno”. Ma lo sanno cos’è un “giornalino”? Facciamo una verifica su internet, ci vogliono 0,38 secondi…

    definizione di giornalino dal sito della treccani

    Forse volevano dire “giornaletto”?

    Altri momenti “cringe”, come dicono i giovani (cioè momenti imbarazzanti), non mancano ma direi che l’umiliazione possa fermarsi qui. Concludiamo.

    Ve lo buco ‘sto doppiaggio

    La sensazione che si ha, sia sentendo il doppiaggio sia analizzando l’adattamento dei dialoghi di questo Summer of ’84, è quella di un lavoro approssimativo, amatoriale, anzi, dilettantesco, ma solo perché, essendo un prodotto audiovisivo, viene automatico confrontarlo mentalmente con migliaia di altri prodotti dello stesso tipo. In realtà è della stessa identica qualità che potevamo ritrovare nei videogiochi doppiati in italiano negli anni ’90, quelli dove traduttori e doppiatori, po’racci, dovevano lavorare senza un prodotto finito davanti, spesso traducendo e doppiando senza conoscere bene il contesto. Erano tutti doppiaggi bolognesi e milanesi e, suppongo che lo sia anche questo. Torinese al massimo, ma non dei migliori.

    Il film è uscito in America nel 2018, non mi possono certo dire che siano stati costretti a doppiarlo come si doppiano i film della Marvel, con soltanto la bocca dell’attore visibile e tutto il resto oscurato. Né ci potranno mai pienamente convincere che con tempi anche strettissimi non si possa capire che Close Encounters sia Incontri ravvicinati di Spielberg, non è un riferimento così ricercato da dover necessitare tempo extra per fare ricerca.

    L’adattamento dei dialoghi di Summer of ’84 è tanto problematico quanto la recitazione di molti dei suoi doppiatori.

    Pochi dialoghi hanno traduzioni veramente azzeccate e poche sono le interpretazioni che si salvano per intero (il presunto assassino per esempio non sbaglia una frase e tiro a indovinare che sia anche il direttore di doppiaggio, l’unico che sembra avere della vera esperienza dietro al microfono). È insomma un disastro su tutti i fronti questa versione italiana di Summer of ’84.

    Tutto male-male male, dunque? No ovviamente, ma è la prima volta che, invece di pescare singoli errori da un copione altrimenti ottimo, mi tocca fare il contrario. In questo caso sorprendono le frasi non sbagliate. Per esempio mi è piaciuto che alcune espressioni americane fossero per una volta contestualizzate. Un “Oh, fuck!” che ad esempio mi diventa “che figura di merda” in un momento contestualmente adatto è il genere di alterazione benvenuta, che raramente oggi troviamo nei doppiaggi di alto livello, dove si preferisce invece un diretto “oh, cazzo!”, e così tutte le imprecazioni si riducono a “cazzo” e “merda”, dimenticandoci che, in quanto a parolacce e offendere il prossimo, in Italia non siamo secondi a nessuno. Nel doppiaggio italiano si sta perdendo ad esempio “coglione”, perché gli americani non hanno un diretto corrispondente, visto che “asshole” diventa sempre e inderogabilmente “stronzo”. Ma questa è un’altra storia.

    il serial killer in Summer of '84

    Se la ride perché è l’unico doppiato decentemente, noi invece “piagnamo”

    Visto il numero esiguo di “cose fatte bene” potremmo anche sospettare che siano venute bene per puro caso. Statisticamente non puoi topparle proprio tutte, anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno. Malissimo per Rai4 però, la pessima figura e la vergogna non devono ricadere su chi, in maniera molto coraggiosa, spavalda direi quasi, si propone come società di doppiaggio pur non potendone dimostrare competenze e professionalità dei propri collaboratori, ma alla Rai che commissiona a un’azienda simile un doppiaggio che si rivela poi essere ciò che è stato descritto in questo articolo… e nonostante tutto decide che tutto sommato è di qualità accettabile per una messa in onda!?

    Per aver voluto risparmiare dal principio, adesso finiranno per doverlo far doppiare una seconda volta, doppia spesa per lo stesso film, quindi dove sta veramente il vantaggio risparmiare sempre al massimo? Se a Napoli si dice che il risparmio non è mai un guadagno, qui a Firenze, vista questa loro furbata di dubbio vantaggio economico,  si potrebbe quasi dire che Rai4 con questo film l’ha fatto i’guadagno d’i’ Licache lo pigliava in culo per pagarsi la fica.

    Scena dal film Summer of '84 dove si invita a seppellire il doppiaggio

  • Lei ha mai visto un vampiro? L’adattamento italiano di Vampires (1998) di John Carpenter

    Vignetta di apertura sulla recensione del doppiaggio di Vampires di John Carpenter: regola numero uno, non lasciate i film in mano alla Cecchi Gori

    Non ricordo come e quando sentii parlare per la prima volta di Vampires di John Carpenter, ma la sua versione DVD della Cecchi Gori rimarrà in eterno nella mia memoria per una caratteristica detestabile: quella della traccia audio inglese selezionabile solo insieme ai sottotitoli in italiano, e niente sottotitoli in inglese. Per coloro che, come me nei primi anni del 2000, arricchivano lo studio dell’inglese con la visione di film in lingua originale, questo genere di DVD erano ad un livello di inutilità secondo solo ai DVD senza la traccia audio inglese.

    Nel 2018, dopo 20 anni e a grande richiesta di pubblico (me incluso), la Cecchi Gori è ritornata a pubblicare questo film, stavolta in formato Blu-Ray che (e a questo punto non so se ridere o piangere) presenta lo stesso identico problema, ovvero non ha i sottotitoli in inglese (quanto costerà aggiungerli? Ve li faccio io gratis, cazzo!), né si può scegliere la traccia audio a piacimento semplicemente premendo un tasto del telecomando, no! Nel 2019??? Che sono questi lussi sfrenati da consumatori viziati! La scelta (da effettuare esclusivamente dal menu principale interrompendo così la visione del film) è solo tra “italiano con o senza sottotitoli in italiano” e “inglese con o senza sottotitoli in italiano”.

    Per fortuna nei 20 anni trascorsi da quel primo DVD il mio inglese è migliorato, un pelo eh, quanto basta da potersene fregare dell’assenza di sottotitoli in inglese, ascoltarlo con orecchie da bilingue e mettere finalmente a confronto la versione italiana con quella originale. I sottotitoli in inglese sarebbero stati comunque comodi per alcuni “screengrab” da includere in questo articolo ma grazie di niente, Cecchi Gori!

    Come ne è uscito Vampires da questo confronto? Bene, ma non benissimo. In pochi (pochissimi) momenti inaspettati infatti il film doppiato prende strade tutte sue, in compenso le interpretazioni rimangono da primo premio e in generale rimane forse un po’ più godibile dell’originale.

    John Carpenter's Vampires. Fotogramma del titolo del film Vampires di John Carpenter

    Un cognome, una garanzia.

    Il peso dei dialoghi nei film di Carpenter

    Come scrissi nell’articolo sull’adattamento italiano di 1997: Fuga da New York, nei film di John Carpenter il budget è spesso limitato ma l’immaginazione rimane sconfinata grazie alla cosa più economica dell’intero processo di produzione cinematografica, una cosa che invece viene spesso spesso considerata di secondaria importanza: la sceneggiatura.
    Frasi buttate lì, come l’accenno ad una “brigata europea” di altri cacciatori di vampiri, ci fanno pensare a chissà quali altre possibili avventure che, di sicuro, in mano a gentaccia come i markettari della Disney sarebbero sufficienti per pianificare un vastissimo “cinematic Universe” di 40 film privi di trama, come dimostrato da Star Wars e altri. Con Carpenter invece siamo piuttosto ai livelli degli esordi di George Lucas, quando i soldi erano scarsi e venivano nominate en passant cose tipo le “guerre dei Quoti“, che non avevano certo bisogno di essere mostrate né esplorate, perché era chiaro che servivano solo per condire la storia di sfondo, così da portare la mente dello spettatore ben oltre quei 10 m² di un tugurio tunisino.

    Stessa cosa con Vampires, in mano a persone meno capaci sarebbe stato fin troppo chiaro che la scelta di girarlo nel deserto e in villaggi desolati serviva a nascondere il fatto che non ci fossero i soldi per fare molto altro. Quelli bravi invece, in mancanza di soldi, investono in qualche battuta in più che possa espandere il mondo che vediamo e che magari dia piccoli indizi sulla trama che deve ancora svolgersi.

    Tutta questa magia deriva spesso da poche battute e semplici frasi, quasi invisibili ad una prima visione, e appena cambi qualcosa di queste piccole frasi magiche hai già smontato interi pezzi di film senza rendertene conto. Un esempio (per fortuna ce ne sono pochissimi) ci viene dai primi minuti del film, quando il protagonista Jack Crowe (James Woods) ci spiega le regole della sua squadra di ammazzavampiri.

    Foto sul set del film Vampires di John Carpenter. James Woods nei panni di Jack Crowe con la sua squadra di cacciatori di vampiri

    Le regole di casa Crowe

    Le regole pleonastiche di Jack Crowe

     

    Regola numero 5: Se trovate il covo e trovate il maestro, state attenti perché è pericoloso.

    Se la regola numero cinque è essenzialmente uno stai attento perché il maestro dei vampiri è pericoloso, non vedo l’ora di sentire le altre! È chiaro che c’è qualcosa che non va in questa frase. Per quanto bene la interpreti Francesco Pannofino, niente può nascondere che si tratta di una frase scema e non sorprende scoprire che in inglese sia tutt’altro:

    Rule number 5: If you find the nest, you find the master. Usually he won’t leave it on its own.

    La regola numero cinque originale dice quindi: “se trovate il covo, trovate anche il maestro. Di solito non se ne allontana mai da solo“. Sembra una cosa da poco ma in realtà ci fornisce un indizio per interpretare una scena successiva: quando il maestro non viene trovato nel covo insieme ai suoi vampiri (chiamati goons in inglese, cioè scagnozzi) e vediamo che ha evitato la retata perché riposava a debita distanza, anche noi non professionisti della caccia ai vampiri possiamo intuire che la squadra si trova davanti ad un maestro speciale, che non si comporta come gli altri visti finora dal gruppo di “giustizieri” (slayers).

    Davanti a questa situazione Jack Crowe è giustamente perplesso perché contraddice la regola n°5 che non stabiliva di stare genericamente attenti, ma che insieme ad un covo di vampiri si trova solitamente anche un maestro. In italiano invece rimane solo un ridondante “state attenti” (ma va?!), che è il tipico “non correre papà” che piace tanto in Italia, ce lo ritroviamo in dialoghi a caso già dal 1969, durante la famosa diretta RAI dell’allunaggio.
    Eppure bastava togliere una “e” per sistemare l’impiastro e mantenere la “magia”: se trovate il covo, trovate il maestro. State attenti perché è pericoloso.

    A volte basta veramente poco per non dire scemenze.

    Scena dal film Vampires di John Carpenter in cui i cacciatori di vampiri stanno per fare irruzione nel covo, nella vignetta il leader dice al gruppo: regola numero 6, non correte con le forbici in mano

     

    Testine per pompini

    Vampires, diciamocelo, non è il film ideale da guardare insieme a vostra madre. Al me adolescente nell’anno 2000 era venuta questa brutta idea di coinvolgere genitore 1 non solo perché quello era l’anno del nostro primo lettore DVD (e quindi ogni nuovo film in questo formato era percepito come una gioia dei sensi da mostrare a parenti e amici), ma anche perché alla stessa erano già piaciuti Fog, Essi vivono, e non dispiaciuti 1997: Fuga da New York, Fuga da Los Angeles, La cosa, Starman, Pericolo in agguato, praticamente l’intera filmografia di Carpenter. Ma bastano pochi minuti di Vampires e senti già di aver commesso un errore madornale perché è proprio in quei minuti lì che iniziano i vari “puttana qui, puttana lì”. Sempre negli stessi minuti passano su schermo vari squartamenti ben più truculenti della media carpenteriana e morsi di vampiri che portano a orgasmi.

    Il “bello” è che ciò che sentiamo nel doppiaggio non è che una versione in alcuni casi edulcorata. Infatti credo che guardandolo in italiano non si abbia una chiara idea di quanto siano volgari i membri della banda di cacciatori di vampiri di Jack Crowe.

    Scena da Vampires di Carpenter, James Woods prima di impalare una vampiressa dice: open wide, baby.

    Jack Crowe dice alla vampiressa di spalancare bene (la bocca) prima di arpionarla, con abbondanza di doppio senso. In italiano è stato cambiato in “fatti sotto!”, probabilmente “apri bene” sarebbe stata una dubbia espressione mentre in inglese è immediata: è quello che dicono dentisti e pervertiti.

    Certo, li vediamo ubriacarsi e fare baldoria con delle prostitute in un motel a spese del Vaticano, ma la loro bassezza intellettuale la saggiamo a pieno in alcuni momenti specifici, ad esempio quando i due protagonisti (James Woods e Daniel Baldwin) rapiscono una delle suddette prostitute (la Sheryl Lee di Twin Peaks) che era stata morsa dal maestro Valek e non ci risparmiano un’abbondanza di frasi in cui si fa riferimento a “questa” o “quella puttana” e a volte “troia”, per variare un po’. Fortunatamente in italiano sono stati calati un po’ i toni in accordo con la nostra percezione della volgarità (culturalmente molto diversa da quella degli statunitensi, inutile negarlo) e se l’eccesso di ceffoni che si becca “quella puttana” rimangono una scelta narrativa, per lo meno nella versione italiana quella puttana viene chiamata “quella puttana” un po’ meno spesso. Se avete trovato sgradevole il mio eccesso di “quella puttana”, allora apprezzerete di certo la riduzione di volgarità nel doppiaggio italiano di Vampires, che non è una forma di censura bensì è parte essenziale dell’adattamento culturale, tappa fondamentale prima del doppiaggio vero e proprio.

    Scena dal film Vampires di John Carpenter, Montoya (Daniel Baldwin) vicino ad una pila di scheletri carbonizzati

    In questo contesto troviamo una battuta del cacciatore di vampiri Montoya (Daniel Baldwin) che tira fuori un cranio carbonizzato e fumante dalla pila di vampiri esplosi al sole e dice al prete:

    Nothing like a little head, eh, Padre?

    In italiano…

    Le piace la testina arrosto, Padre?

    Tradotto alla lettera (mai tradurre alla lettera!) verrebbe fuori un “niente di meglio di una piccola testa”, ma è una frase che non ha alcun senso. Head oltre che per “testa” è usato in inglese anche per esprimere una volgarità, infatti la traduzione corretta di quella frase sarebbe “niente di meglio di un (bel) pompino”, che in italiano avrebbe ancora meno senso nel contesto. L’intenzione di Montoya era quella di sfottere il prete, già disgustato alla vista dei corpi carbonizzati, con un’allusione sessuale, la stessa strategia che userà il protagonista con il successivo prete. Questo fa capire già dai primissimi dialoghi che i nostri protagonisti al soldo del Vaticano sono così abituati alle peggiori atrocità da scherzarci su, ma ci dice qualcosa anche sulla loro intolleranza nei confronti dell’autorità, una caratteristica di tutti i “buoni” di Carpenter. Quante cose si capiscono da dei “semplici” dialoghi, eh?

    Con lo sfottò della “testina arrosto” si perde il sottotesto ma fa ridere lo stesso, se non altro. È dopotutto una testa carbonizzata quella che mette in mostra compiaciuto. Chissà che non si potesse giocare su un “lavoro di testa” o simili, e chissà se i tempi della battuta lo avrebbero consentito, anche quello è spesso decisivo nelle scelte di adattamento.

    Con questo ho sottolineato alcune delle cose che potreste perdervi guardando il film solo in italiano; in questo blog però non parlo solo di ciò che potreste non notare nella versione doppiata in italiano, ma anche di ciò che risulta migliore nel nostro doppiaggio, e questo ci porta al prossimo argomento.

     

    Adattare la memorabilità

     

    Daniel Baldwin che dice: e Montoya va, nel film Vampires di John Carpenter

    Vai, Montoya!
    E Montoya va!

    La voce di Montoya (Daniel Baldwin) è di Vittorio De Angelis che nella sua carriera sembra aver doppiato tutti e tre i fratelli Baldwin. È lui che ci regala la prima battuta che tutti i fan italiani del film riconoscono (“e Montoya va!”), che a vederla semplicemente scritta senza aver visto il film potrebbe dire poco ma, sarà per come è costruita (Montoya che parla di sé in terza persona), sarà per com’è recitata (Vittorio De Angelis non è nuovo alla commedia essendo stato anche la voce di Robin Hood un uomo in calzamaglia e il personaggio di Joey nella serie Friends), insomma sarà come sarà ma è quella battuta che fa subito amare il personaggio e stabilisce il tono del film.

    E se vi dicessi invece che una delle battute più memorabili di questo film è semplicemente data dalla parola “muori” ripetuta dieci volte in rapida successione? Anche da questo esempio è palese che trascrivere le battute del doppiaggio italiano di James Woods ha poco senso, perché non sono le battute in sé ad essere memorabili quanto piuttosto il modo in cui vengono recitate dal suo doppiatore, Francesco Pannofino che, con quella voce un po’ roca, si abbina benissimo al personaggio del nostro cacciatore di vampiri in jeans, t-shirt nera e giacchetta in pelle, tra lo spietato e lo sfottitore. È perfetta.

    Ehi, sta’ attento! Guardami! Muori! Muori! E Muori! Muori! Muori! Muori! Muori! Muori! Muori! Muori! Ah, era duro a morire questo figlio di puttana, mamma mia!”.

    Non mi sorprende che anche Cassidy, l’autore del blog La bara volante, abbia inserito proprio questa come citazione di chiusura del suo articolo Vampires (1998): Il buono, il Baldwin e il Vampiro, senza introdurla, né spiegarla. È bella così com’è. Il nostro inusuale e per niente politically correct eroe crociato Jack Crowe mena preti, mena le donne, mena gli amici, mena tutti! E mentre lo fa dice frasi memorabili. Risultano memorabili e divertenti anche in italiano perché chi si è occupato dei dialoghi (tale Pompilio Bisogni. Chi è? Mai sentito prima. Uniche sue tracce in serie TV doppiate dalla RAI. Da ringraziare.) si è assicurato che questi funzionassero. Una cosa possibile soltanto quando il committente non impone traduzioni alla lettera o tempi di lavorazione incompatibili con un lavoro che, in fin dei conti, è artistico.
    Lo guardi in italiano e i dialoghi semplicemente funzionano, non c’è miglior complimento per un adattamento.
    (La direzione è di Michele Gammino, quindi i complimenti vanno anche a lui.)

    Anche nei momenti in cui i dialoghi si discostano dall’originale, questi rimangono verosimili e sembrano tutte cose che potrebbe dire davvero quel personaggio in quella specifica situazione, alcune alterazioni sono funzionali a battute che devono far ridere anche in italiano. Il solo fatto che qualcuno si sia preoccupato di questo ci rincuora.

    Scena del film Vampires di John Carpenter dove James Woods chiede al prete se ha avuto un'erezione

    Padre, permette una domanda? Quando prima l’ho presa a calci… ha avuto un’erezione?
    Come ha detto?
    Eh? Le ha fatto piacere? Ci ha provato gusto? Avanti, me lo dica.

    Da notare l’espressione “give you wood” per dire “ti ha provocato un’erezione”, il legno in inglese è un suo sinonimo gergale.

    La battuta ritornerà in chiusura. Una chiusura degna dei migliori film con una coppia spaiata di protagonisti: gli eroi che si allontanano continuando a fare battute tra loro, e poi titoli di coda.

    Voglio farle una domanda, quando stamattina ha impalato quella vampira, ha avuto un’erezione?
    Non glielo dico.
    Mi scusi?
    È un segreto!
    Come?
    Era… molto più di un’erezione.
    Non esageri, padre. Non esageri.
    [musica di chiusura]

    “Linguaggio!”… non disse la versione italiana

    Chi andasse a controllare la versione originale (non negli inesistenti sottotitoli Cecchigori, ovvio) noterebbe sicuramente una battuta differente, in inglese il prete fa riferimento alla sua erezione (“wood”) definendone la durezza come “mogano”, “teak”, etc… (trasformati nella frase italiana “molto più di un’erezione”), la novella spigliatezza di padre Adam spiazza Jack Crowe il quale gli risponde: “language, Padre! Language!“. Entrambi stanno usando battute stabilite in precedenza (sia “language!” sia la domanda sull’erezione venivano da precedenti conflitti, ora evidentemente risolti), mentre in italiano viene inventato un nuovo scambio di battute. Ma non è il caso di ricorrere agli usuali cinque o sei punti esclamativi di sdegno, né lanciare anatemi sul doppiaggio in generale. Chi ha adattato il copione in italiano ha semplicemente scelto di far appello alla stessa battuta dell’erezione e di ignorarne un’altra (quella sull’invito alla moderazione del linguaggio) che in italiano infatti è assente.

    Quel “language!” emergeva a metà film, quando il giovane padre Adam, all’ennesimo “fuck you!” di Jack Crowe, gli chiede di moderare il linguaggio con un comico “language!”. Comico perché è un modo di esprimersi usato per sgridare i bambini che dicono parolacce o che rispondono male, sicuramente un rimprovero da catechismo (“Sunday school” per gli americani), ci mostra che il nuovo prete imposto al gruppo di cacciatori di vampiri non aveva ancora capito con chi aveva a che fare. Per farglielo capire meglio, Jack Crowe gli ripete quella sua esclamazione “linguaggio!” prima di pestarlo con la cornetta del telefono.

    Qui c’è la scena a confronto. Nei sottotitoli il dialogo in inglese, nelle didascalie i dialoghi doppiati:

    E qui il trascritto a confronto per vedere dove sparisce quel “language!” di rimprovero:

    doppiaggio italiano
    in originale
    traduzione diretta
    Padre: Dobbiamo eseguire gli ordini, signor Crowe. Padre: We have orders to follow. Padre: abbiamo degli ordini da seguire.
    Jack: Io me ne frego. Jack:  Fuck you, Padre. Jack:  Fanculo, Padre.
    Padre: Le ricordo, signor Crowe, che se lei non rispetta gli ordini dovrò chiamare il cardinale Alba. Padre: Language! If you’re not going to follow orders, I’ll call Cardinal Alba. Padre: Linguaggio! Se non rispetta gli ordini dovrò chiamare il cardinale Alba.
    [Il prete va al telefono e comincia a comporre un numero. Jack Crowe si avvicina con molta tranquillità, prende la cornetta dalle sue mani.]
    Jack: Permette? Ascolti. Jack:  Excuse me. Language. Jack: Permette? Linguaggio.
    [lo colpisce in faccia con la cornetta del telefono]
    Jack: Allora, stabiliamo una cosa… se non le va bene me lo dica. Jack: Let’s have a chat about language. See if this syntax works Jack: Facciamo un discorsino sul linguaggio. Vediamo se questa sintassi funziona…

    La battuta sul linguaggio, per quanto divertente a vederla scritta in una traduzione diretta, probabilmente è stata alterata perché non funzionava altrettanto bene nel doppiaggio, un doppiaggio moderno l’avrebbe invece tradotta alla lettera come ho fatto io, pur rischiando di farci ritrovare con dialoghi un po’ goffi.

    In lingua originale la riappacificazione finale tra i due protagonisti, Jack Crowe e padre Adam, passa dunque dal ripescare quell’espressione “linguaggio!”, mentre nel copione italiano viene sostituita da un altrettanto efficace “molto più di un’erezione. / Non esageri, padre, non esageri“, che è ugualmente divertente e rispecchia perfettamente il personaggio.

    L’intero copione italiano, se preso frase per frase, si discosta spesso da quello originale, ma è difficile trovare battute che non portino comunque un significato equivalente, la stessa essenza. I cambiamenti non sono tali da alterare la trama, la comprensione della trama, o i personaggi… per quanto, a volte, sembra allontanarsi più del necessario. È chiaramente un copione che si preoccupa prima di tutto di funzionare in italiano e, salvo per quel “non correre papà” in apertura del film e pochissime altre cose così irrilevanti che non sono stato neanche a prenderle in considerazione, il film non ha errori veramente degni di tale nome, solo scelte di adattamento, per lo più discrete.

    Valek, il vampiro di Vampires di John Carpenter

    Quel singolo errore!!!

    Lei ha mai visto un vampiro? Per prima cosa sono doppiati bene…

    Mi sento dunque di concludere con un complimento ad un doppiaggio il quale, nonostante alcune comprensibili differenze e poche sviste, rimane comunque più citabile (e Montoya va!), un pochino meno volgare (e tanto comunque ne resta!), dialogato in modo “naturale” e che, dopotutto, fa ridere là dove deve far ridere… se non è questo il segno di un buon doppiaggio, non so proprio cosa lo sia. Lode anche a Francesco Pannofino, penso di non averlo mai apprezzato tanto come l’ho apprezzato in questo film, e infatti vi lascio con il “suo” discorso sui vampiri, cioè il discorsetto che sembra fatto a posta per poterlo mettere nel trailer per le sale cinematografiche. Il film Blade, anche lui del 1998, ne aveva uno simile, ma Vampires è uscito nelle sale americane qualche mese prima, quindi reputo Jack Crowe di John Carpenter il primo vero caso di protagonista che stabilisce le regole del gioco smontando il mito dei vampiri romantici che in quegli anni era più vivo che mai (Dracula di Coppola è del ’92, Intervista col vampiro del ’94).

    Lei ha mai visto un vampiro? Per prima cosa non sono romantici, chiaro? Non assomigliano affatto a un branco di transessuali che se ne vanno in giro in abito da sera a tentare di rimorchiare tutti quelli che incontrano, con un falso accento europeo. Dimentichi quello che ha visto al cinema. Non diventano pipistrelli, le croci non servono a niente. L’aglio? Vuole provare con l’aglio? Si metta una treccia d’aglio intorno al collo e quei vigliacchi le arrivano alle spalle e glielo mettono allegramente a quel posto mentre intanto le succhiano il sangue senza cannuccia.
    Non dormono in bare di lusso foderate di seta. Vuole ammazzarne uno? Gli pianti un paletto di legno direttamente in mezzo al cuore.”

    Il trailer la fa più breve.


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    Insomma è un articolo di apprezzamento.

     

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    Il pubblico italiano ha una strana passione per i dialoghi in lingua inglese dove qualcuno chiede di “parlare in inglese”, che nella gran parte dei casi è sinonimo di “parlare chiaro”. Celebre il caso di Pulp Fiction del 1994 (o meglio, l’unico caso che conosce il pubblico) dove la domanda-tormentone di Samuel Jackson, “English, motherfucker, do you speak it?” nella versione doppiata diventa “la mia lingua, figlio di puttana, tu la sai parlare?“, perché ovviamente avrebbe avuto poco senso fargli chiedere se parlasse inglese in un film doppiato in italiano o, ancora peggio, l’italiano! Sebbene io non ritenga che sia questa grande sfida linguistica degna di essere citata in continuazione, è certamente uno di quei casi che sentirete nominare un po’ ovunque, su Facebook, nei forum… ovunque, tra poco ne parla anche mia nonna.
    Indubbiamente quello del “parli la mia lingua?” è un ottimo stratagemma di adattamento che non traduce alla lettera pur portando essenzialmente lo stesso significato, eppure sono quasi certo che non sarà stato un caso così speciale per Francesco Vairano (dialoghista di Pulp Fiction), già abituato a creare dialoghi naturali e degni adattamenti.

    Doc Brown spiega le linee temporali alternative in Ritorno al futuro 2

    Doc lo spiega “in inglese”

    Il “problema” del tradurre frasi del tipo “do you speak English?” non è certo nuovo nel panorama del doppiaggio e Pulp Fiction non è certamente l’unico caso in cui, davanti ad una frase simile, si è dovuti ricorrere ad uno stratagemma per trasformarla in una battuta sensata nella sua versione doppiata. Per rimanere su film noti al grande pubblico, in Ritorno al futuro – parte II (1989, direzione e dialoghi di Manlio De Angelis), la spiegazione del dottor Brown sulle linee temporali alternative porta il protagonista Marty ad esclamare “English, Doc!“, che in italiano diventa un altrettanto divertente “che lingua è, Doc?!“.

    Eppure non si può proprio dire che in tutti i casi della storia del doppiaggio sia stato trovato uno stratagemma efficace, o sensato. È il caso, ad esempio, della miniserie in due puntate It, del 1990 ma arrivata in Italia nel 1993, quindi solo un anno prima di Pulp Fiction. In questa troviamo una battuta simile che però è stata tradotta in modo inatteso:

    It (1990), dialogo originale doppiaggio italiano
    That’s not empirically possible.
    In English: ain’t no such thing.
    Queste cose sono empiricamente impossibili.
    Tradotto in italiano: non esistono.

     

    Ehm, che lingua dovrebbero stare parlando? La prima regola del doppiaggio di prodotti simili dovrebbe essere quella di non sottolineare che i protagonisti americani parlino in italiano. Questa battuta in It infrange l’illusione del doppiaggio ed è a suo modo un abbattimento della proverbiale quarta parete, come se l’attrice avesse ammiccato agli spettatori.

    English motherfucker, do you speak it? Scena da Pulp Fiction

    Vendimi un corso di inglese.

    Entrambi i doppiaggi, (sia quello di It sia quello di Pulp Fiction) sono della Gruppo Trenta ma con persone diverse ai dialoghi e alla direzione. Casi come quello di It ci insegnano che niente è mai da dare per scontato, quindi consentitemi un piccolo elogio a Le Mans ’66 dove un “You wanna run that by me in English?” (traducibile come: vuoi provare a ripetermelo in inglese?) è stato adattato come si deve.
    All’inizio del film, infatti, vediamo un meccanico Ken Miles (Christian Bale) spiegare ad un suo cliente che l’automobile da corsa che ha comprato non ha niente che non vada.

    – L’auto non ha niente, è il modo in cui la guida.

    – Il modo in cui la guido?

    – Troppo carburante e scintille non sufficienti. Questo la ingolfa.

    E tradotto che cosa significa?

    Quanto sarebbe stata sbagliata una traduzione alla lettera tipo “vuoi provare a ripetermelo in inglese?” oppure quella ancora meno sensata alla It: “tradotto in italiano cosa significa?“. Per i professionisti del settore potrebbe sembrare una banalità eppure il mondo doppiaggio non è nuovo a errori simili e quindi una sua versione sensata non è proprio da dare per scontata. Le Mans ’66, dialogato da Massimo Giuliani, lo adatta come si deve.

    I don’t speak Italian, but he ain’t happy.

    Mi sbaglierò ma non mi sembra per niente contento.

    Noi invece siamo contentissimi di questo adattamento.

     

    Tradurre l’intraducibile: gli interpreti italiani nei film doppiati

    Nel film in lingua originale abbiamo scene in cui attori italiani parlano italiano. Sono quelli dell’azienda Ferrari che, all’inizio del film, viene visitata dai lacchè della Ford interessata ad acquistarla, approfittando del suo imminente fallimento. Questa situazione porta ad una conversazione tra il signor Ferrari e i dipendenti della Ford, una conversazione che viene ovviamente tradotta grazie ad un’interprete lì presente. Questo genere di scene sono da sempre le più difficili da trasporre nel doppiaggio di un film.

    Infatti, in decenni passati, situazioni simili hanno portato a soluzioni a volte insensate, spesso forzate. Nel 2009 abbiamo avuto i soldati americani in Bastardi senza gloria che, dal parlare un italiano standard nel doppiaggio italiano, si mettono a parlare in dialetti del sud quando i loro personaggi si improvvisano “italiani” in una scena che rasenta l’assurdo e che è stata già discussa nel mio articolo “Traduttori senza gloria”. Se andiamo indietro nel tempo troviamo difficoltà simili anche negli anni ’70, quando un Al Pacino nel film Il padrino (1972), si ritrova in Sicilia dove tutti parlano in italiano con accento del sud mentre il suo inglese rimane doppiato in un italiano standard e lo spettatore italiano riesce a comprendere entrambi, quindi a maggior ragione risultano forzati i momenti in cui l’italiano standard di Al Pacino viene “tradotto” da un interprete che semplicemente ripete gli stessi concetti in un “siciliano” comunque comprensibile, anzi semplificandoli.

    Lee Iacocca della Ford stringe la mani a Enzo Ferrari nel film Le Mans '66 - La grande sfida

    Dirigente marketing Lee Iacocca della Ford incontra Enzo Ferrari

    Nella versione italiana di Le Mans ’66 – La grande sfida viene fatta l’unica cosa veramente sensata, nella scena con l’interprete i dialoghi vengono cambiati e, invece di avere qualcuno che traduce per il signor Enzo Ferrari (e l’insensatezza che questa scelta si porterebbe dietro), il personaggio dell’interprete viene trasformato in quella che potrebbe essere una consulente legale di Ferrari, o forse una sua assistente, e le sue battute aggiungono nuovi contenuti pur non alterando il succo della scena. Non solo, si sfrutta anche il labiale silenzioso dell’interprete della Ford per poter realizzare un botta e risposta realistico, evitando così situazioni assurde viste in film come Il Padrino.

    Vediamo i dialoghi a confronto tra quelli del film in lingua originale e quelli del film doppiato. Nella colonna dei dialoghi del doppiaggio italiano userò la definizione di “assistente di Ferrari” e poi più brevemente di “assistente”, al posto di “interprete” presente invece nella colonna dei dialoghi originali, visto che il personaggio cambia effettivametne di ruolo nella versione nostrana. In un colore diverso sono evidenziate quelle battute che sono state alterate in maniera sostanziale per rendere questa scena sensata a chi lo guarda in italiano.

    dialoghi originali
    doppiaggio italiano
    E questo è il dipartimento delle macchine da corsa. The racing department.

    _______________

    Iacocca: This merger between our companies will form two entities.

    Interprete: Questa fusione tra le nostre aziende formerà due entità.

    Iacocca: Ford-Ferrari. 90% owned by Ford who controls all production.

    Interprete: Ford-Ferrari, al 90% proprietà di Ford che controllerà l’intera produzione.

    Iacocca: Secondly, Ferrari-Ford, the race team. 90% owned by Ferrari.

    Interprete: Secondariamente, Ferrari-Ford, la squadra di gara al 90% di proprietà di Ferrari.

    Iacocca: In order to secure this Ford will pay the sum…

     

    Interprete: Per assicurarsela Ford pagherà la somma di…

    Iacocca: Dieci milioni di dollari.

    Ferrari: Avrò bisogno di un po’ di tempo per leggere.

    Interprete: He will need some time to read this.

    Iacocca: Please.

    _______________

    Ferrari: Signori, ho solo una piccola domanda riguardo al mio programma delle corse.

    Interprete: Only one small question. It concerns my race program.

    Ferrari: Se io voglio correre a Le Mans e voi non volete che io corra a Le Mans, io ci vado o non ci vado.

    Assistente di Iacocca: If I wish to race Le Mans and you do not wish for me to race Le Mans, do we or do we not go?

     

    Iacocca: In that unlikely scenario, if we just can’t agree, then, yes. I mean, no. You are correct. You do not go.

    Interprete: In quel caso se non doves-…

    Ferrari: Grazie, ho capito.
    La mia dignità di costruttore, di uomo, di italiano, è profondamente offesa dalla vostra proposta.

    Traduttore: My integrity as a constructor, as a man, as an Italian is deeply insulted by your proposal.

    Ferrari: Tornatevene in Michigan.

    Traduttore: Go back to Michigan.

     

    Ferrari: Tornate alla vostra grossa, brutta fabbrica.

    Traduttore: Back to your big ugly factory.

    Ferrari: A costruire le vostre brutte e insignificanti macchine.

    Traduttore: Back to your big ugly factory, making its ugly little cars.

    Ferrari: E dite a quel porco del vostro padrone che i suoi arroganti dirigenti sono solo una massa di figli di puttana da quattro soldi.

    Traduttore: Tell your pig-headed boss that all his smug executives are worthless sons of whores.

    Ferrari: Tell him he’s not Henry Ford. He is Henry Ford II.

    E questo è il dipartmento delle macchine da corsa. Il nostro orgoglio.

    _______________

    Iacocca (che parla per Ford): La nostra proposta, come vedrà, è chiara e dettagliata.

    Assistente di Ferrari: Si parla di una fusione tra le aziende che formerebbe due entità.

    Iacocca: Ford-Ferrari. Il 90% delle azioni alla Ford che controllerà la catena di montaggio.

    Assistente: Nel contratto è specificato che la prima entità sarebbe destinata solo allo sviluppo e alla produzione.

    Iacocca: La seconda, Ferrari-Ford la squadra corse, al 90% della Ferrari.

    Assistente: Sì, la seconda entità è a maggioranza Ferrari che gestirebbe la squadra corse autonomamente da Maranello.

    Iacocca: Per chiudere questa operazione, Ford pagherà una somma importante.

    Assistente: Sulla bozza di contratto non era ancora quantificata la cifra.

    Iacocca: Dieci milioni di dollari.

    Ferrari: Avrò bisogno di un po’ di tempo per leggere.

    Assistente: Beh, credo che non avrete problemi ad accettare.

    Iacocca: Prego.

    _______________

    Ferrari: Signori, ho solo una piccola domanda riguardo al mio programma delle corse.

    Assistente di Iacocca: Se è solo sulle corse vuol dire che tutto il resto va bene.

    Ferrari: Se io voglio correre a Le Mans e voi non volete che io corra a Le Mans, io ci vado o non ci vado.

    Assistente di Iacocca: Non lo so… l’obiettivo di Le Mans è assolutamente fondamentale per il signor Ford. Non credo sia possibile dargli il via libera.

    Iacocca: Ascolti. Nel caso di uno sgradevole scenario, se non riuscissimo a metterci d’accordo, allora sì. Voglio dire, no. Ha detto bene lei, voi non ci andate.

    Assistente: Loro non vorrebbero che…

    Ferrari: Grazie, ho capito.
    La mia dignità di costruttore, di uomo, di italiano, è profondamente offesa dalla vostra proposta.

    Assistente di Iacocca: Onestamente siamo sorpresi, non ci sembrava che la nostra proposta potesse suonare offensiva.

    Ferrari: Tornatevene in Michigan.

    Colletto bianco Ford ad un collega: Sta diventando sgradevole.

    Ferrari: Tornate alla vostra grossa, brutta fabbrica.

    Assistente di Iacocca: evitiamo di rispondergli.

    Ferrari: A costruire le vostre brutte e insignificanti macchine.

    Assistente di Iacocca: non cadiamo nella provocazione, dammi retta.

    Ferrari: E dite a quel porco del vostro padrone che i suoi arroganti dirigenti sono solo una massa di figli di puttana da quattro soldi.

    Assistente di Iacocca: noi le abbiamo semplicemente portato una proposta. Non penso che siano insulti meritati. Riferiremo al signor Ford.

    Ferrari: E ditegli che lui non è Henry Ford. È Henry Ford secondo.

    Come è possibile notare, nessuno ha tirato fuori improbabili scene dialettali, cambi di nazionalità (impossibili visto che si parla dell’italianissima Ferrari) né persone che ripetono gli stessi concetti una seconda volta solo perché non si sapeva che cosa far dire all’interprete che parla italiano nella versione doppiata. La scelta di Massimo Giuliani è stata elegante, una boccata di aria fresca dopo decenni di forzature e insensatezze. Aiutato dalle dinamiche (fisiche, di gesti e sguardi) tra interprete e persona tradotta (che ben si adattano a quelle che intercorrono tra un consigliere fidato e la persona consigliata), da qualche frase detta da persone non inquadrate e da altre frasi che in originale sono solo bisbigliate e non udibili allo spettatore, il direttore di doppiaggio di Le Mans ’66 è riuscito a dare sensatezza e soprattutto naturalezza ad una scena altrimenti quasi impossibile da adattare in italiano. Complimenti.

     

    Sviste minori

    Non sarei io se non trovassi qualcosa. Facciamoci un giro tra le osservazioni lessicali per cui questo blog è noto, vi va?

    Henry Ford secondo piange, scena dal film Le Mans '66 - La grande sfida

    Si parte

     

    “Pops” e paparini

    Nell’introduzione al personaggio di Carroll Shelby (Matt Damon) e al suo collaboratore abbiamo questa battuta di Damon:

    (originale) Early bird gets the worm, Pops.

    (doppiaggio) Chi dorme non piglia pesci, Pops.

    Il problema non sta nel “pigliare pesci” ovviamente, il detto sull’uccellino mattiniero che cattura i vermi è essenzialmente l’equivalente del nostro “chi dorme…”, come evidenziato anche dalla linguista Licia Corbolante nel suo blog Terminologia etc…

    In inglese non è mattiniera solo l’allodola ma anche l’early bird, la persona che arriva o inizia a fare qualcosa molto per tempo, prima di tutti gli altri.
    The early bird catches the worm è un modo di dire simile a chi prima arriva meglio alloggia o, da un’altra prospettiva, è anche paragonabile a chi dorme non piglia pesci.

    Confezione dei Coco Pops, cereali della Kellogs

    La colazione dei campioni

    Il problemino invece è su quel “Pops” che in inglese è un modo informale per chiamare il proprio padre o, come in questo caso, per chiamare a scherzo (con affetto o scherno) una persona più anziana, ed è certamente trasformabile in papà, a volte lo si è anche sentito tradotto come paparino, solitamente viene fuori proprio in frasi ironiche dove si parla del “proprio vecchio” (altra definizione sentita in vari doppiaggi di film americani). In italiano “Pops” non vuol dire niente, lo troviamo nei Coco Pops (dove il “pop” è l’onomatopea dello scoppiettio, cioè il rumore tipico di quei cereali nel latte) e a qualcuno ricorderà quello delle classifiche “Top of the Pops”, dall’omonimo programma televisivo britannico con le canzoni più popolari del momento, poi anche importato dalla Rai nel 2000. Posso capire che il labiale di quella scena non lasciasse molto spazio, ma dire “Pops” in un copione in italiano è una di quelle cose che, non cogliendola al volo, sfuggirà a molti. Qualcuno penserà possa essere un nome di persona o un suo abbreviativo.

    Torna anche successivamente quando Matt Damon dice “Pops, incorniciala.” e così lo chiama anche Christian Bale (“fammi ripartire, Pops!”). A questo punto Pops sembra proprio il nome del personaggio, difficile intuire che si tratti del nomignolo di un collaboratore che è quasi un membro di famiglia. Per molti spettatori italiani sarà il “signor Pops” o forse l’abbreviativo di un qualche nome a noi ignoto. Popeye? Poppo? Popovich? Si tratta dell’ingegnere capo Phil Remington, collaboratore di lunga data di Shelby (Matt Damon).

    È sempre Matt Damon che tira fuori questo Pops anche in un altro contesto, durante il discorso pubblico per la Ford:

    When I was 10 years old, my Pops said…

    Che in italiano diventa

    Quando avevo 10 anni, Papà mi disse…

    La presenza di un Pops tradotto correttamente come papà fa intuire che la scelta di lasciare “Pops” nelle battute viste in precedenza sia stata deliberata e avrà avuto i suoi motivi, ma come fa il pubblico italiano a capire che “Pops” e “papà” sono equivalenti quando lo stesso film doppiato li tratta differentemente? Potreste pensare che sia un nomignolo lasciato in inglese per accuratezza storica e invece la figlia di Phil Remington specifica che nessuno lo ha mai chiamato così (anche se possiamo ammettere che il direttore di doppiaggio questo non lo poteva sapere):

    Benché onorata di vedere suo padre in un ruolo così prominente nel film, la figlia [di Phil Remington], Kati Blackledge, non ha potuto fare a meno di notare di come egli sia stato rappresentato diversamente da com’era realmente. Remington – sempre chiamato “Rem” da colleghi e amici – era sulla quarantina d’anni quando Ford partecipò a Le Mans e non ha mai avuto la barba in vita sua, tantomeno i baffi. Nel film, McKinnon interpreta un Remington molto più anziano e con i baffi, che risponde sia al nome di “Phil” che di “Pops”. “Mia madre era l’unica a chiamarlo Phil, e ricordo di aver riso la prima volta che lo hanno chiamato ‘Pops’ nel film” – dice la Blackledge. – “Potevo sentire la voce di papà nella mia testa che diceva ‘You calling me Pops?! I’ll give you a pop!’ [Traduzione di Evit: ‘Se mi chiami papà ti do una papagna’], alzava gli occhi al cielo e si allontanava. Era davvero divertente e aveva sempre un ghigno da sfottitore stampato in faccia.

    da ‘Motorsports HoF takes a bow in ‘Ford v Ferrari’’ su Racer.com
    (traduzione di Evit)

    Insomma “Pops”, per quanto non storicamente accurato, anzi, proprio in virtù di questo, poteva rimanere “papà”. La scena introduttiva non lascia dubbi sul fatto che non si tratti letteralmente del padre di Shelby.

    Ray McKinnon intervistato sul set del film Le Mans '66 - La grande sfida in cui viene chiamato Pops

    Papà Evit che vi spiega le cose

    Contaminazioni linguistiche: absolutely tradotto come assolutamente

    Tanto per essere chiari, siamo al verde?

    Assolutamente.

    In inglese la risposta “absolutely!” corrisponde al nostro “assolutamente sì“, quindi un sì deciso e inequivocabile. In italiano un “assolutamente” senza altre aggiunte è più ambiguo perché è un rafforzativo neutro, quindi richiederebbe l’aggiunta di un “sì” o “no” finale  perché, senza uno di questi, non solo rimane ambigua come risposta ma in alcuni casi potrebbe essere facilmente intesa come una risposta decisamente negativa, un “no” categorico, come riassunto dall’Accademia della Crusca nella pagina su l’uso di assolutamente dove viene riportato che nel 2003, il Sabatini Coletti. Dizionario della lingua italiana spiegava così l’uso del solo avverbio come risposta:

    Per ellissi della negazione [“assolutamente”] ha acquistato anche il significato di “no”, “per niente”, specialmente nelle risposte: “Sei stanco?” “Assolutamente”». Sembra quindi che, almeno in alcune zone d’Italia, l’avverbio abbia subito una deviazione di significato simile a quella che ha colpito affatto, che originariamente ha il significato di ‘del tutto’ ma viene spesso impiegato con valore negativo, in luogo di niente affatto.

    Passano gli anni e sempre più l’italiano viene “contaminato” dall’inglese ma già nel 1989 in Grammatica italiana. Italiano comune e lingua letteraria della UTET, veniva fatto notare come l’uso di assolutamente in senso positivo potrebbe risentire dell’influsso dell’inglese (absolutely). Un uso certamente andato ad aumentare nell’ultimo decennio, per quanto La Crusca concludeva la questione semplicemente consigliando di usare assolutamente “sempre in unione con sì o no”.

    Certamente, in un testo recitato (e non solo scritto) ci si può permettere di far dire al doppiatore la parola “assolutamente” in modo che si capisca se la risposta è positiva o negativa ma, così come La Crusca, anche io avrei consigliato di accompagnare quel “assolutamente” con un “sì”, soprattutto visto che il labiale in questa scena non lo precludeva. Dopo “absolutely”, infatti, la bocca rimaneva aperta e un “sì” ci poteva stare tranquillamente. Per quanto mi riguarda, “assolutamente” senza un “sì” o un “no”, rimane in gran parte dei casi una traduzione influenzata dall’inglese e da evitare se possibile nei film doppiati, ancora di più nella letteratura.

    Per fortuna sono i dialoghi originali stessi a portare subito chiarezza, la frase successiva è: as in “totally”? tradotto correttamente con: nel senso di “totalmente”?.

    I personaggi di Shelby e Ford nel film Le Mans '66 - La grande sfida

    – Vuole che rallenti?
    – Assolutamente.
    – Assolutamente sì o assolutamente no?

     

    Sformati di maiale, maledette guerre, beatnik e altre piccole cose

    Pork pies tradotto come “sformati di maiale” è la prima volta che lo sento dire, rispetto al più comune “pasticcio di (carne di) maiale” (da non confondere con il cappello pork-pie che prende il nome dalla forma del pasticcio di carne di maiale). Niente labiale in questa scena. A ben pensare, un qualsiasi “pasticcio di carne” sarebbe stato sufficiente. Perché specificare di maiale, specialmente in una battuta detta di spalle. Non un delitto, solo una scelta curiosa.

    “Una” maledetta guerra diventa “quella” maledetta guerra (“Because you fought in a bloody war!” ⇒ “perché hai combattuto in quella maledetta guerra!“). Sembra una cosa da niente presa fuori contesto ma cambia il significato implicito, sembra che la moglie ce l’abbia con quella guerra in particolare (la seconda guerra mondiale). Il contesto, in breve, è il seguente: Ken Miles (Christian Bale), avendo ormai 45 anni, si lamenta di aver iniziato troppo tardi la sua carriera da pilota per diventare un professionista, la moglie invece sottolinea il vero motivo, “Because you fought in a bloody war!“, che tradurrò come “(è) perché eri in guerra, dannazione!”. Entrambi i personaggi sono britannici, usano “bloody” come gli americani usano “fucking”, un’imprecazione. [NdA: Quel “bloody” in bocca ad un britannico infatti non vuol dire letteralmente “sanguinosa”, come qualcuno ingenuamente potrebbe credere.]
    Ma l’imprecazione “bloody war” non è rivolta alla guerra in sé, la moglie non sta maledicendo la seconda guerra mondiale né la partecipazione del marito, usa “bloody” per sottolinare in maniera forte la parola “guerra” come legittima giustificazione per una carriera iniziata tardivamente. Mettere l’imprecazione alla fine (dannazione, maledizione… quello che preferite) avrebbe riportato correttamente il significato di questa frase. Capirete che dire “perché eri in una maledetta guerra” oppure dire “perché eri in guerra, maledizione!” non sia proprio la stessa cosa.
    Tra parentesi, ammattendo pure che tutte le guerre siano brutte, un cittadino britannico non la definirebbe mai “una maledetta guerra” perché nella loro ottica è stata una guerra di difesa dall’invasione nazista.

    Il personaggio di Lee Iacoca nel film Le Mans '66

    Vi torna tutto fin qui?

    “Good to see you.” (è bello rivederti) diventa “Quanto tempo.” anche se i due personaggi (quello di Matt Damon e il figlio del pilota) si erano visti solo pochi giorni prima. Forse era il personaggio di Matt Damon che voleva essere simpatico con una battuta, ma tale comicità non è presente nell’originale e lo spettatore più disattento potrebbe essere portato a pensare che sia passato effettivamente tanto tempo dall’ultimo incontro. È comunque un momento simpatico, fedele al personaggio, quindi anche qui nessun grave delitto.

    “Senior creatives” (i dirigenti del settore marketing) diventano “i creativi della vecchia guardia” e quanto cavolo mi piace questa traduzione! Nel film è esattamente ciò che sono, la vecchia guardia del reparto marketing della Ford che mal vedono i più giovani con idee nuove (e odiano i beatnik) e gli mettono i bastoni tra le ruote. Le dinamiche dello scontro tra i colletti bianchi e i colletti blu, che poi sono il fulcro e la parte migliore del film, sono meglio riassunte da Cassidy del blog amico La bara volante nella sua recensione del film.

    Shelby (Matt Damon) difende la scelta del pilota Miles (Christian Bale) che non è ben visto dai dirigenti bacchettoni della Ford: “un beatnik? Quell’uomo è sbarcato con un carro armato sulla spiaggia al D-Day e lo ha portato fino a Berlino“. So che non c’era spazio per inserirci ulteriori parole ma in originale non aveva semplicemente portato un “carro armato” (tank) dalla spiaggia in Normandia fino a Berlino, bensì un “busted tank“, ovvero un carro armato già “rotto” alla partenza, il che attesta ulteriormente la sua capacità di meccanico oltre che di pilota, ma quella battuta serviva a far capire ai colletti bianchi della Ford che il personaggio di Christian Bale non fosse per niente un beatnik, quindi niente di sbagliato nell’abbandonare questo dettaglio per farci entrare il resto della frase. Purtroppo certe parole in italiano sono necessariamente più lunghe (tank = carro armato) e riducono i tempi utili delle battute.

    Nella lista delle cose che sono andate storte con la prima gara viene detto “E si sono rotte tante cose, in effetti le uniche cose che non si sono rotte sono i freni“. Sfugge il senso di quel “in effetti” (corretta traduzione di “in fact”), la non rottura dei freni come conseguenza logica delle tante altre rotture…? In inglese è una battuta consequenziale perché “break” come verbo (rompere) è la stessa parola usata al sostantivo plurale per i freni (breaks). La frase originale infatti è la seguente: “And a lot of stuff broke. In fact, the only thing that didn’t break was the brakes“. Non si può rendere tuto ma forse “in effetti” poteva essere sostituito da qualcosa di più appropriato o addirittura eliminato completamente. Lo so, direte e mi diranno “ma il labiale etc etc…”. Parafrasando Mark Twain: le preoccupazioni sul labiale, per quanto lecite, sono decisamente esagerate.

     

    Perché Ford v. Ferrari arriva in Italia come Le Mans ’66 – La grande sfida?

    ford v ferrari e Le mans 66 - la grande sfida, titolo e locandine poster a confronto

    Titoli e locandine a confronto

    È necessario specificare che l’Italia non è l’unico paese in cui il filmFord v. Ferrari” è arrivato con il titolo “Le Mans ’66. La Fox ha distribuito questo film come “Le Mans ’66” praticamente in tutti i paesi europei (con o senza l’aggiunta di un sottotitolo), incluso il Regno Unito, mentre è rimasto Ford v. Ferrari per Stati Uniti, Canada (sia nel titolo in francese che in quello inglese), Australia, Brasile, India, Israele, Nuova Zelanda, Russia, Vietnam. Nei paesi di lingua spagnola del Sud America arriva invece come Contra lo imposible.
    Nonostante abbia etichettato questo articolo nella mia rubrica “titoli italioti“, è chiaro che non si tratta di una scelta limitata alla distribuzione italiana, né di una scelta della divisione italiana della Fox, ma di una precisa scelta di marketing presa a più alti livelli della 20th Century. Quella del sottotitolo invece, “la grande sfida”, può effettivamente essere una scelta della divisione italiana della Fox e la ritroviamo anche nella titolazione di altri paesi dove ritorna spesso l’idea di un duello o di una sfida. Per quanto possa personalmente piacere o non piacere, è chiaro che non si tratta della solita titolazione “a caso”, che invece abbiamo visto tante altre volte per il mercato italiano.

    Le motivazioni della Fox per questo cambio di titolo per il mercato europeo non sono state rese note ufficialmente, ma questo limite geografico, così specifico, può farci immaginare il motivo. Il sito Screenrant la mette così:

    Considerando che la 24 ore di Le Mans si svolge in Francia ed è una gara immensamente popolare in Europa, ha senso che il film prenda il nome da un evento che gli europei – inclusi quelli che non sono appassionati delle corse automobilistiche – possano in qualche modo riconoscere.

    Pur non essendo in alcun modo appassionato di motori, anche un ignorante come me ha sentito parlare di “Le Mans”, l’idea di una versione europea del titolo è dunque un cambiamento più che comprensibile ma chi ha visto il film potrà concordare con l’autore di quello stesso articolo quando nel paragrafo successivo indica il titolo di Le Mans ’66 in qualche modo fuorviante, in quanto mette l’attenzione sulla gara (che è sì rappresentata nella porzione finale del film) invece che su quello che è il vero soggetto e motore della storia, ovvero la sfida quasi impossibile della Ford nel costruire un’auto da corsa che potesse competere con la Ferrari, e le persone che vi hanno contribuito. Non è Rush di Ron Howard, tanto per intenderci.

    Un sito americano dedicato all’industria automobilistica riporta le perplessità sulla scelta del titolo “Le Mans ’66” per il mercato britannico e riassume brevemente altri possibili motivi del cambiamento di titolo per il mercato europeo, tutte ipotesi in attesa di una spiegazione ufficiale che forse non arriverà mai.

    Non riesco a trovare nulla che indichi il motivo per cui il titolo sia stato modificato per l’uscita britannica. Forse per qualche problema di copyright. Forse il titolo “Ford batte Ferrari” è a un tale livello di orgoglio americano che la 20th Century Fox avrà pensato non avrebbe risuonato altrettanto bene con il pubblico britannico. O forse qualcuno da quelle parti [nel Regno Unito] avrà pensato potesse sembrare il titolo di film in cui la Ford fa causa alla Ferrari, e ha deciso che era stupido, proprio come Batman V Superman era stupido.

    da ‘Weirdly Ford V Ferrari is called Le Mans ’66 in the UK’ su Jalopnik.com
    (traduzione di Evit)

    Il problema del titolo italiano (e in generale europeo) è che potrebbe dare delle false aspettative. Personalmente non ho trovato di alcuna attrattiva il titolo “Le Mans ’66” perché rifuggo l’argomento motori come la peste, ed è stato solo il titolo americano (oltre alla visione del trailer) a farmene invece interessare, essendo il titolo originale (Ford v Ferrari) più diretto, immediato, più rappresentativo e più appetibile anche ai non appassionati: una sfida tra marchi noti dove è implicito che sia la Ford a dover faticare per sfidare Ferrari. Chiarissimo.
    A prescindere dai miei interessi personali, nominare Le Mans ’66 fa pensare invece soltanto ad una sfida in pista alla famosa (per me solo di nome) gara automobilistica di Le Mans, argomento di interesse più limitato per un pubblico generalista.

     

    L’adattamento Le Mans ’66 – La grande sfida ha vinto la gara?

    Come è possibile intuire dall’oggetto delle mie “lamentele”, marginali e di poca importanza, il copione di Le Mans ’66 non è adattato bene, è adattato benissimo! E per quanto ne capisca io di automobili, lo è anche nelle parti più tecniche dei dialoghi. Dopotutto nei titoli di coda è citata la consulenza tecnica di un ingegner Ireneo Germani. La traduzione messa a confronto con il copione in inglese attesta la competenza con la quale è stato tradotto, non ci sono mai inglesismi superflui né parole che stonerebbero in un film ambientato negli anni ’60 (team player, pork pie, termini del marketing etc… sono stati tutti adattati, e neppure “sandwich” è rimasto in inglese sebbene avrebbe potuto) e i dialoghi non soffrono di traduzioni troppo dirette (“finer than frog fur“, ad esempio non è diventato “più fine del pelo di rana” ma “più prezioso di una perla rara”) e denotano una comprensione tutto sommato profonda del testo originale.

    Se un lavoro simile poteva non essere degno di nota in un’epoca diversa, nel 2019, cioè nello stesso anno di altri film doppiati con dialoghi che inciampano nella comprensione e quindi della traduzione delle frasi più semplici, oppure le forzano al punto da essere anacronistiche o innaturali, questo lavoro su Le Mans ’66 diventa qualcosa da sottolineare e da applaudire.

    Christian Bale che fa il segno dell'OK nel film Le Mans '66 - La grande sfida

    È andata

  • CHIAMAMI DOLEMITE, UOMO! (Dolemite is my name, 2019)

    Eddie Murphy in Dolemite is my name che mostra un disco di Rudy Ray Moore e dice metti questo disco, uomo

    È fatta! Netflix è riuscita nell’impresa, quella di riportare Eddie Murphy ai fasti di almeno 20-25 anni fa, quando non faceva solo commedie leggere per la famiglia. “Dolemite is my name” è infatti il primo film di Murphy in vent’anni a meritarsi una classificazione “R” dalla MPAA, ossia “restricted” (minori solo se accompagnati). L’ultimo degno di tale lettera era stato “Life” nel 1999.

    A Netflix è stato sufficiente offrire all’attore carta bianca e spazio, e il nostro è riuscito a realizzare un progetto che aveva in testa da molto, molto tempo. Una biografia in stile scanzonato e spiritoso di uno dei suoi idoli della comicità, Rudy Ray Moore.
    Quello di Moore è un nome che in Italia non dice nulla: a differenza di Richard Pryor (altra grossa influenza per Eddie Murphy) non è mai stato protagonista in film noti al pubblico italico (è già di nicchia negli USA) né ha avuto particine in cose come “Superman 3” tali da portare un comico nero a un numero ancora più grande di spettatori.
    Rudy Ray Moore nasce figlio di un contadino ma ben presto è chiaro che la vita nello spettacolo è roba per lui. Le ha fatte tutte, da ballerino a cantante R&B a cabarettista e infine star del cinema nero della blaxploitation, nonché influenza fondamentale per tanti rapper della prima ora. I suoi film a basso budget ma ad alto contenuto di divertimento sono diventati dei cult già negli anni ’80 con le prime VHS.

    Una vita colorita e colorata, una divertente ascesa alla vetta che Eddie Murphy ha voluto raccontare prendendosi qualche piccola libertà ma rimanendo rispettoso del suo idolo. Ecco dunque “Dolemite is my name”, film ispirato ad una storia vera che vede lo stesso Murphy nei panni di Moore, affiancato da talenti come Wesley Snipes e Keegan-Michael Key. Il film racconta i tentativi di Rudy Ray Moore di pubblicare i suoi album comici molto spinti, nonché la travagliata produzione e il debutto nelle sale della sua prima pellicola “Dolemite” (1975) con protagonista il pappone omonimo che sarà la star di una manciata di altre simili avventure negli anni a venire.

    Il debutto in lingua italiana del film arriva in contemporanea mondiale, come avviene per queste produzioni Netflix, ed è a cura della 3Cycle di Marco Guadagno. Il titolo per il pubblico italiano rimane quello originale (in inglese), anche se non è stato così per tutti i paesi (rimane in inglese in Francia mentre per la Spagna Yo soy Dolemite e in brasile Meu Nome é Dolemite).

    Dolemite is my name poster brasiliano

    Locandina brasiliana di “Dolemite is my name”

    Una piccola premessa: la persona che scrive questo pezzo guarda zero film contemporanei, semplicemente per poco tempo e/o interesse. Il risultato purtroppo è la scarsa preparazione allo stile recitativo di oggi ma soprattutto al tipo di adattamento che si fa di questi tempi, e non essendovi avvezzo c’è da mettere in conto un minimo di shock culturale nell’entrare in contatto con certi doppiaggi quando le mie sensibilità sono praticamente ferme agli anni ‘90. Riguardo Eddie Murphy nello specifico, l’ultima volta che vidi un suo film risale al 2003 con “L’asilo dei papà”, ovvero 16 anni fa, un’era geologica per il mondo del cinema doppiato. Il ritorno alle scene di Eddie, di nuovo sorridente ed in piena forma, ha risvegliato una curiosità che “Tower Heist” (2011) non era riuscito a destare. Rimaneva un’unica incognita però: l’adattamento italiano.

    Quelle frasi non doppiate che distraggono

    Come è stato detto fino allo svenimento, il doppiaggio è un artificio necessario in cui la pratica dell’adattamento ci permette di fruire di un film straniero camminando una sottile linea tra il letterale e l’accessibile, restando sempre consci che spezzare l’illusione è maledettamente semplice. Frasi come “parli la mia lingua?” (Pulp Fiction, 1994) ad alcuni potrebbero sembrare goffe o forzate ma sono di gran lunga una migliore alternativa al letterale “parli inglese?” che demolirebbe completamente l’illusione del guardare un film in cui gli attori parlano la nostra lingua.

    Se stiamo guardando un film originariamente in inglese ma doppiato in italiano e sentiamo una frase lasciata intatta dalla colonna sonora originale, a meno che non sia una voce alla radio completamente nello sfondo e del tutto slegata dalla trama, il risultato sarà straniante. Perché, ci si può domandare, quella voce è rimasta non doppiata? Peggio ancora se i personaggi doppiati in italiano reagiscono ad essa! Qualunque sia la ragione e per quanto buona essa sia, il risultato purtroppo è sempre lo stesso: abbiamo potenzialmente perso la concentrazione, ci siamo distratti, ci siamo ricordati che stiamo guardando un film! È un po’ come se al cinema ci passasse davanti qualcuno all’improvviso, avrà avuto i suoi buoni motivi per alzarsi ma ha distolto la nostra attenzione dallo schermo e dalla storia.

    Questo in “Dolemite is my name” avviene due volte: prendiamo in esame la prima.

    Il disco comico di Redd Foxx, beato chi ci capisce qualcosa

    All’inizio del film Rudy e il suo collega del negozio di dischi ascoltano un album di Redd Foxx, un comico noto per monologhi audaci che recitava nei night club per soli neri. Nella versione italiana l’audio del disco rimane in lingua originale, sottotitolato. I sottotitoli sono lontani da quello che dice Foxx, e bisogna qui ammettere che ciò che sentiamo nel film si tratta di uno sketch (intitolato “All’ippodromo”) non semplice da rendere in un’altra lingua senza stravolgerlo, basato com’è su giochi di parole e doppi sensi piuttosto spinti per l’epoca. Appurata la difficoltà del compito, il fatto che subito dopo uno dei personaggi doppiati ripeta una parola dello sketch, ed essa non coincida affatto con quello che indicavano i sottotitoli… è spiazzante.

    “Signore e signori, vorrei riportarvi in pista un’ultima volta, ecco un ultimo struscio. Si sono strusciati addosso ad Anna. Non è la prima volta che si strusciano, ma la scorsa è stata un peccato perché avrei voluto vedere il suo culo contro la mia Asta.”

    Così recitano i sottotitoli italiani nella scena in questione. Da qui il film riprende doppiato con questo scambio di battute:

    – Quanto mi fa ridere…
    – Non fa ridere, sono solo un mucchio di parolacce.
    – Non sono parolacce, è… brillante, non so, è… ecco: “Il mio uccello” non è il suo uccello, “Il mio uccello” in realtà è il suo cavallo!

    Scena di Dolemite is my name, l'ascolto dell'LP di Redd Foxx

    Ci avete capito qualcosa? Dov’erano le parolacce? Cosa c’era da ridere in quella registrazione di Redd Foxx? Allo spettatore non è stato dato alcun contesto, né sul comico che parla, né sul disco che stanno ascoltando, questo perché in lingua originale, anche non conoscendo Redd Foxx, si presume che lo spettatore capisca i giochi di parole al volo. Ed eccovi il contesto:

    Lo sketch “All’ippodromo” gioca su doppi sensi al limite del legale in una radiocronaca di una corsa di cavalli dai nomi molto ambigui, fino a chiamarne uno “My Dick”, che in un ambito innocente potrebbe essere “Il mio Riccardo”, ma affiancato a verbi come “spingere” e “allungarsi” è chiaramente “Il mio cazzo”.

    Well ladies and gentlemen I’d like to take you to the race track, one more time… And here’s the late scratch ladies and gentlemen, “Anna’s Ass” has been scratched! And it’s not the first time “Anna’s Ass” has been scratched, this last one was a shame because I’d have loved seeing “Anna’s Ass” up against “My Dick” today!

    Questo il pezzo che sentiamo nel film, lo sketch intero è un po’ più lungo ed è molto carino. Ma analizziamo ciò che nel film doppiato sentiamo solo in inglese e di cui proporrò io una traduzione tra parentesi:

    Well, ladies and gentlemen, I’d like to take you to the race track, one more time

    The Both Sides of Redd Foxx, copertina del vinile

    (Signore e signori rieccoci in pista ancora una volta)

    And here’s the late scratch

    (Ci arrivano adesso le informazioni sull’ultimo scarto.)
    “Scratch” in ippica è semplicemente un cavallo che avrebbe dovuto correre ma è stato, appunto, scartato. “Scratch” nell’inglese comune è anche una grattata (di culo? di palle?). E cosa arriva dopo…?

    “Anna’s Ass” has been scratched!

    Ed ecco un perfetto esempio di double entendre o doppio senso. Se la intendiamo in un contesto ippico trattasi di un cavallo di nome “Anna’s Ass”, ovvero “Il ciuco di Anna”, che è stato scartato. Ma il doppio senso volgare è che “Il culo di Anna” è stato grattato.

    This last one was a shame because I’d have loved seeing “Anna’s Ass” up against “My Dick” today!

    Ed è un peccato che sia stato scartato/grattato anche questa volta perché, dice il personaggio del commentatore della corsa, avrei voluto vedere “Anna’s Ass” contro “My Dick” (cavallo che era stato già introdotto prima, nel disco, ma noi nel film non lo sentiamo), ovvero veder gareggiare “Il ciuco di Anna” e “Il mio Riccardo”… o vedere “il culo di Anna” contro “il mio cazzo”.

    Vedete bene che è praticamente quasi impossibile rendere questo pezzo senza riscriverlo daccapo in italiano e di sana pianta. I sottotitoli forniti da Netflix hanno provato a dare un senso a modo loro, senza che però sia poi del tutto chiaro perché chi sta ascoltando il disco ride come un matto, per poi fare riferimento a un fantomatico “Il mio uccello” che nei sottotitoli non c’era.

    Ribadiamo ancora che il pubblico americano che vede questo film ha buone chance di conoscere già quel pezzo, e ad ogni modo in inglese quei giochi di parole funzionano e quindi non hanno bisogno di troppe spiegazioni. Sono immediati.

    Dolemite is my name, sottotitoli di Andrea Guarino per Netflix

    Il fatto che chi lavora ai sottotitoli non comunichi con chi lavora al doppiaggio è evidente ed è da accettare come dato di fatto in questa era di lavoro a camere stagne, tempi ristretti e di distributori stranieri terrorizzati da possibili fuoriuscite “pirata” di materiale. I direttori di doppiaggio e i doppiatori stessi commentano sempre più frequentemente con rammarico di come non riescano a vedere il film, a volte, finché non esce nei cinema, visto che molti distributori li fanno lavorare con copie “censurate” in cui sono visibili solo le bocche dei personaggi. Chi sottotitola poi solitamente ne sa anche meno oppure non gli viene dato abbastanza tempo per saperne (e così si finisce per rimpiangere i “fansub” amatoriali).

    Accettando questa amara realtà, bisogna guardare in faccia il risultato che ci ritroviamo nella versione italiana del film: avere parti che rimangono in inglese non funziona.

    Per quanto possa sembrare un dettaglio insignificante (abbiamo appena disquisito di una scena che dura circa 20 secondi) è un momento importante per la trama perché i personaggi presenti in quella scena vi fanno riferimento, è una fonte di ispirazione per il protagonista, forse il motore del film… e in italiano lascia semplicemente perplessi.

    Per fare una parentesi e allontanarci un attimo dal film che stiamo analizzando, non è che questa pratica di lasciare parte dei dialoghi originali inglesi sia del tutto novella. Se andate a vedere “Contact” del 1997 con Jodie Foster, lì ci sono un paio di scene in cui compare l’allora presidente Bill Clinton (inserito nel film in maniera anche un po’ truffaldina) che nel doppiaggio italiano mantiene il suo audio in inglese. Perché? Presumibilmente ha a che fare col fatto che i suoi siano filmati di repertorio presi fuori contesto, e forse vuole evidenziare anche nella versione italiana che, sì, stiamo vedendo il presidente vero, autentico, ed è la sua voce che sentiamo. Scene accompagnate da sottotitoli, d’accordo. Resta comunque un momento bizzarro (in un film già particolare)? Eccome!

    L’Examiner diventa un Esaminatore (e Walter Matthau dice “cazzo”)

    Scena della proiezione di Prima pagina, nel film Dolemite is my name

    Scena della proiezione di Prima pagina, nel film Dolemite is my name

    Tornando a “Dolemite is my name”, veniamo all’altro esempio di immersione falsata, e cioè una scena in cui i protagonisti, tutti neri, vanno al cinema a vedere “Prima pagina” (The Front Page, 1974) di Billy Wilder con Matthau e Lemmon, per svagarsi un po’. Loro malgrado si annoiano a morte perché è un film “bianco” realizzato per un pubblico “bianco” e uno di loro si lamenta appunto di come non ci siano “fratelli” sullo schermo.

    Nella versione italiana di “Dolemite is my name” i neri vanno al cinema a vedere un film completamente in inglese, e l’effetto bizzarro che ne deriva è quasi l’impressione che siano proprio disorientati dalla lingua straniera e non riescano a seguire la storia!

    “Prima pagina” uscì nei cinema italiani nel 1975 e fu doppiato dalle voci della C.D. – Cooperativa Doppiatori. Jack Lemmon ha la sua voce ufficiale Giuseppe Rinaldi; Walter Matthau parla invece con la voce di Ferruccio Amendola, al posto del più consueto Renato Turi, insolita ma funzionante scelta.
    Il doppiaggio di questo film non è perduto ma per ragioni che possiamo immaginare (costi, diritti, eccetera) non è stato possibile risentirlo in questa occasione, né abbiamo avuto l’alternativa, cioè che fosse ridoppiato ad hoc come accade a volte.

    Ci siamo dovuti accontentare invece di sottotitoli in italiano, che non rispecchiano i dialoghi del suo doppiaggio del 1975 (sebbene siano in un piccolo punto più fedeli), e introducono alcuni errori:

    Scena della proiezione di Prima pagina al cinema, nel film Dolemite is my name. Examiner diventa L'esaminatore

    – Non parli dell’Esaminatore? Non ci danno crediti?
    – È nel secondo paragrafo.
    – E chi mai leggerà il secondo paragrafo? Sono 15 anni che cerco di insegnarti a scrivere a comando! Devo fare tutto io? Trovare la storia e scriverla?
    – Senti, Sapientone, è meglio quel che mi esce dal cu… dal naso, di quello che scrivi tu.
    – Che dilettante del cazzo. Forse Philadelphia fa per te. Puoi scrivere battute per gli spot!
    – Ah sì? Chi è che ha scritto Le ultime confessioni di Banducci Tre-dita?

    E da qui in poi ritorna il doppiato. Ma chi è questo Esaminatore? E che crediti dà? Ed è mai possibile che in un film “pulito” del 1974 con Walter Matthau qualcuno dica “del cazzo”? Possibile che chi traduce oggi conosca solo “cazzo” e “merda” a cui ricondurre il 99% delle espressioni americane? Sfumature, eufemismi, questi sconosciuti.
    Vediamo com’era lo stesso dialogo tradotto nel 1975:

    – Ferma! Non hai nominato l’Examiner! E non è tutto merito nostro?
    – Oh sì questo l’ho messo nel secondo paragrafo.
    – Sono 15 anni che cerco di insegnarti come si scrive un articolo, devo sempre fare tutto da solo? Trovare la notizia, e dopo averla trovata scrivere anche l’articolo, forse?
    – Senti, testone, anche se io scrivo un articolo col sedere, scusa cara, è meglio d’uno tuo!
    Piccolo dilettante, forse il tuo posto è proprio Philadelphia, a scrivere slogan per le creme da barba!
    – Ah, davvero?? E allora chi scrisse la confessione in punto di morte di Balducci, detto “Tre dita” ? Chi scrisse il diario di Roxy Hart? E dell’alluvione al Dayton? Persino il telegrafista si mise a piangere!

    L’Esaminatore non era un misterioso professore universitario con crediti da elargire, ma come correttamente riportato nel doppiaggio d’epoca si parlava dell’Examiner, un giornale, la testata di Chicago per la quale i personaggi di “Prima pagina” lavorano!

    Ora, non si può pretendere, come detto sopra, che le cose funzionino “come una volta”. Non si può pretendere nemmeno che gli incaricati ai sottotitoli su Netflix si vadano a cercare “Prima pagina” e leggano di che si tratta e cosa sia l’Examiner per scrivere 10 secondi di sottotitoli (o si può? Ditemi voi).
    Ma comprese le possibili ragioni di queste ed altre scelte… tutto questo continua a non funzionare!

    Non adattare “uomo”, uomo!

    Parliamo adesso di una scelta nei dialoghi che potrà più facilmente saltare alle orecchie di chi segue il film, anche quelle meno attente, ovvero il fatto che Rudy, in italiano, chiami “uomo” praticamente chiunque, per tutto il film.

    Scena del film Dolemite, negozio di dischi, qualcuno dice: metti il disco giusto, uomo!

    Una vera battuta del film

    In inglese è normale che un nero chiami altre persone “man”, e la cosa è nata in reazione a chi li chiamava “boy” in maniera autoritaria, quale che fosse la loro effettiva età, prima e dopo la schiavitù —e purtroppo è un comportamento che ancora oggi persiste seppur in piccola parte— in virtù di una presunta superiorità razziale. I neri americani hanno dunque reagito introducendo “man” nel loro linguaggio perché loro non sono dei “ragazzi”, subordinati, loro sono degli “uomini”!
    Compresa questa premessa storica, si può intuire forse perché “man” sia stato lasciato come “uomo” nella versione italiana di questo film.

    È italiano scorrevole? No, per niente. Risulta curioso che per tutto il film si senta questo “uomo” a destra e a manca usato come appellativo, qualunque sia il motivo che ha portato a tale scelta di adattamento.
    Come regola generale (almeno secondo i metodi “di una volta”) un buon adattamento si vede quando si riesce a rispondere di sì alla domanda: diremmo così nella vita di tutti i giorni, in italiano?

    Come si traduce “motherfuckers”? Dipende…

    Questa domanda va posta anche e soprattutto quando si mette in ballo il turpiloquio, che l’adattamento di questo film tratta in maniera scostante: ci sono momenti in cui viene omesso, sono i punti in cui la sua presenza suonerebbe male in italiano. Questo è bene. Viceversa momenti in cui viene tradotto pedissequamente, e mai come nel caso dei dialoghi del protagonista del film che parla costantemente di “motherfuckers“, tutti traslati indifferentemente in “figli di puttana” fino ad arrivare a momenti di assoluta cacofonia.

    Giusto, sì, che si voglia tenere il più possibile la volgarità del personaggio, perché questo attributo lo contraddistingue. Meno giusto invece che si metta in secondo piano la scorrevolezza della lingua, il cui suono non deve essere artificiale o artificioso ma deve sembrare il più possibile la voce italiana di una persona reale, per quanto stravagante possa essere il personaggio!

    Nei primi secondi del film sentiamo queste parole, pronunciate dalla nuova voce di Eddie Murphy, Fabrizio Vidale:

    È così, uomo, la gente mi adora! Ehi, tu metti questo e i figli di puttana cominciano a dimenarsi e a contorcersi. Quando suonavo questo disco dal vivo, i figli di puttana svenivano! Te li ritrovavi sul pavimento e ci voleva l’ambulanza per farli rimettere in piedi, okay? Anzi, quando suonavo questo chiamavano prima l’ospedale, e gli dicevano “C’è Rudy che suona stasera, tenetevi pronti a portare via i figli di puttana dal locale”.

    Chi sono questi figli di puttana? Pensate che si riferisca a un gruppo specifico di persone che conosce, che sa essere letteralmente figli di buona donna o più semplicemente persone poco gradite?
    No, “figli di puttana” qui è usato come equivalente della parola “motherfuckers” che, per quanto possa sembrare assurdo, non solo non vuol dire figli di puttana (questo si sapeva già, se ricordate dall’articolo di Evit su Die Hard, Maldesi lo aveva trasformato in “pezzi di merda” ad esempio, e in un altro sottolineava proprio l’impossibilità di una traduzione univoca della parolaccia americana) ma non è necessariamente un insulto in situazioni come questa!

    Dolemite is my name - Scena fuori dal cinema

    Nel linguaggio afroamericano “mothafucka” è usato con disinvoltura per riferirsi a chiunque, in senso negativo e positivo. Qualunque giudizio di carattere è dato da altre cose, contesto, tono di voce… ma di per sé la parola “motherfucker” in questo frangente è praticamente appellativo neutro. Per fare un paragone forse un po’ azzardato si può scavare nella storia europea e rammentare come anticamente si chiamava “cristiano” chiunque, e la parola era usata come useremmo oggi “persona” o “essere umano” perché si riferiva ai battezzati. La cosa è sopravvissuta in parte in espressioni antiquate tipo “parlare come un cristiano” o addirittura rimane tale e quale a se stessa nel sud Italia, nella sua accezione originale.

    Dunque ci sta che potremmo anche dire a un nostro amico “motherfucker, chill!” per dirgli di star calmo e non si offenderà perché non lo abbiamo chiamato — letteralmente — un fotti-madre.

    Riporto il testo originale per riferimento:

    I ain’t lyin’, man, people love me! Hey, if you play this song I guarantee you mothafuckas start hoppin’ and squirmin’. When I used to play this record live, mothafuckas would actually faint. They would faint on the floor, I had to call an ambulance to pick all these mothafuckas up, okay? Everytime I played, in fact they’d start calling the hospital in advance and tell them “Rudy gon be singin’ tonight, make sure you’re ready cause we finna be carryin’ mothafuckas out the club”.

    Quelli di voi che conoscono un po’ di inglese noteranno che l’ambulanza non serviva per “farli rimettere in piedi”, come dice l’adattamento italiano del film, ma per “portarli via”… in barella (NdR: vedi che guai a tradurre “pick up” alla lettera?), e chi ha un po’ di familiarità col vernacolo dei neri americani riconoscerà che usano certe parole come “motherfucker” e “shit” come punteggiatura nonostante siano parolacce, in maniera analoga a come un siciliano usa la parola “minchia”, per esempio.

    Vediamo una possibile alternativa all’adattamento sentito su Netflix, questa è una proposta:

    Non ti prendo in giro, la gente mi adora! Se metti questo disco è matematico, qualunque stronzo salta e si dimena. Quando suonavo dal vivo questo pezzo, credimi, la gente sveniva. Finivano in terra e mi toccava chiamare l’ambulanza per portare via tutti quegli stronzi, chiaro? Anzi, ogni volta che suonavo, chiamavano in anticipo l’ospedale e dicevano “Stasera canta Rudy, preparatevi perché qui tra poco svuotiamo il locale”.

    L’adattamento italiano di questo film invece sembra concentrato solo a rendere pari-pari molte di queste espressioni che in americano hanno senso, ma in italiano non diremmo mai. E quindi sentiamo frasi tipo “ma che è quella merda?” o “vanno pazzi per quella merda”.

    Ecco un esempio di una frase riportata così com’è e che avrebbe forse giovato di un ritocchino. Se Wesley Snipes nel film, stizzito d’essere stato schizzato da una pozzanghera, dice…

    “I’m brown sugar, I melt!”

    …questa frase non va tradotta letteralmente con:

    ”Sono zucchero di canna, mi sciolgo!”

    per quanto divertente sia recitata da Pino Insegno (bravissimo in quel ruolo). La ragione è che “brown sugar” è una espressione idiomatica legata agli afroamericani, vuol dire sì “zucchero di canna” ma vuol dire anche “donna nera molto attraente”. Nel caso vi chiedeste perché è detta da Wesley Snipes, nel film interpreta il regista D’Urville Martin, un personaggio un po’ eccentrico e quantomeno ambiguo (in tutti i sensi). Il fatto che sia un’espressione idiomatica dovrebbe dissuadere immediatamente dall’idea di tradurlo alla lettera, tra l’altro in italiano il concetto di “zucchero di canna” in quella battuta non è altrettanto immediato, la prima cosa che viene in mente dello zucchero non è il fatto che si sciolga ma che sia dolce; “caramello”, invece, è una parola molto più evocativa, immediatamente fa pensare a qualcosa del colore giusto, che in acqua si squaglia e che è anche possibile associare all’erotismo (di certo più dello zucchero), sarebbe stata un’azzeccata alternativa per questa simpatica gag. Zucchero di canna è una traduzione, caramello è un adattamento. Per fortuna la battuta “Sono zucchero di canna, mi sciolgo!finisce per far ridere lo stesso grazie alla recitazione di Pino Insegno.

    A proposito, questo è il cast di doppiaggio di Dolemite is my name, con Fabrizio Vidale, Domitilla D’Amico, Pino Insegno, Roberto Gammino, Mauro Gravina, Massimo Bitossi, Francesco Cavuoto, Antonio Palumbo.

    cast doppiaggio dolemite is my name con fabrizio vidale

    Dolemite molto piacere, fare il culo ai figli di puttana è il mio mestiere!

    Sempre in tema di linguaggio e ancora una volta circoscritto al protagonista, ecco la frase ricorrente che dà il titolo al film:

    “Dolemite is my name, and fuckin’ up mothafuckas is my game!”

    Che viene resa letteralmente in

    “Dolemite molto piacere, fare il culo ai figli di puttana è il mio mestiere!”

    E per quanto si possa apprezzare il fatto che questa ed altre frasi siano rimaste in rima, perché parte del personaggio, ancora una volta sembra valere questa equivalenza “motherfuckers” = “figli di puttana” che non funziona perché ignora, come già detto, l’uso indiscriminato che ne fanno i neri più sboccati con tanta disinvoltura.

    Senza contare poi che come tanti altri omaggi, il fatto che Moore dica quella frase, data senza contesto e quasi come se fosse la catchphrase del personaggio, in realtà è un richiamo a una scena del suo film “Dolemite” in cui fa un discorso d’incoraggiamento alle sue ragazze. Qui la scena da cui origina la frase:

    “Girls, we gonna give one of the damndest parties this city has ever seen! Queen Bee is gonna send out invitations to all of our friends and associates from all over the country. And I’m gonna let em know that Dolemite is back on the scene!
    I’m gonna let ’em know that Dolemite is my name and fucking up mothafuckas is my game!”

    Che adattato potrebbe essere reso più o meno così:

    “Ragazze, daremo una delle feste più toste che questa città abbia mai visto! Queen Bee manderà inviti a tutti i nostri amici e conoscenti in tutto il paese. E io dimostrerò loro che Dolemite è tornato in pista!
    Dimostrerò loro che Dolemite è il mio nome e rompere il culo a tutti è il mio cognome!

    Scelta che sacrifica a prima vista un po’ dei toni del linguaggio colorito, ma all’improvviso sembra già qualcosa che una persona vera potrebbe dire nella nostra lingua. L’idea nell’adattamento italiano di fare la rima molto piacere / il mio mestiere in sostituzione di my name / my game è buona ma non tiene conto del contesto perché quando Dolemite la dice non si sta presentando a degli sconosciuti, sta ribadendo chi è alle sue prostitute.

    Il fatto che il nuovo film la usi a iosa come se fosse una catchphrase è una scelta degli sceneggiatori che tiene conto dei tanti appassionati del film originale: essi hanno sentito la frase in contesto, la riconoscono e magari pensano “ah, ecco la dice sul palcoscenico e poi la userà nel film!”. Sono chicche buttate lì per i fan che le sapranno apprezzare, come la comica scena di sesso in cui finisce per crollargli il soffitto in testa e che in realtà appartiene al seguito (The Human Tornado, 1976), o la scena in cui Rudy propone di inserire una possessione demoniaca nel copione ma rinuncia subito al pensiero di dover ripulire il vomito verde, e nondimeno aggiunge: “il demonio lo metteremo in un altro film” alludendo al film intitolato Petey Wheatstraw (1977) che produrrà qualche anno più tardi [nessuno di questi film è mai arrivato in Italia].

    Adattare frasi ricorrenti ex novo è, giocoforza, un rischio perché se non si conosce l’argomento o un eventuale contesto pregresso si rischiano incomprensioni come questa. Poi mettiamoci in mezzo l’uso di un linguaggio forzato, come si è già detto, ed ecco una frase che risulta bizzarra ogni volta che la si sente.

    Dolemite molto piacere

    fare il culo ai figli di puttana è il mio mestiere

    Brodo di topi e chi se lo mangia

    Rudy ha un particolare insulto per la gente che disprezza, e che utilizza più volte nel film: “rat soup-eatin’ mothafucka”, ed è anche questo preso direttamente dal suo film “Dolemite”, è praticamente la prima battuta che il personaggio omonimo pronuncia sullo schermo. Gli sceneggiatori di Dolemite is my name hanno scelto di fargliela ripetere più volte per far intendere che era la “sua” frase e che l’avesse inserita nel suo film perché era una cosa che diceva nella vita reale.

    Nel doppiaggio italiano viene resa pedissequamente con “mangia brodo di topi” all’interno di discorsi o stringhe di epiteti anche abbastanza lunghi, con risultato non proprio ottimale.

    “Stronzo mangia brodo di topi”

    (in originale: “Rat soup-eatin’ mothafucka”.)

    “Stronzo buono a nulla mangia brodo di topi cacasotto nato per sbaglio!”

    (in originale: “No business-born, rat soup-eatin’, insecure mothafucka!”. Tra l’altro l’unico caso in cui mothafucka diventa stronzo invece di figlio di puttana, perché non c’è modo di farcelo entrare in una frase già così lunga)

    E così via con un paio di variazioni simili. Il senso di quella battuta è il seguente: avendo Moore visto coi propri occhi cosa vuol dire fare la fame, l’essere tanto poveri e malmessi da accontentarsi (idealmente) di un brodo di topi! Un po’ classista forse come insulto da parte di uno che dal fango ci è venuto ma ahimè questi atteggiamenti sono quelli di chi ha una paura matta di tornarci, e per un uomo nero negli anni ‘70 la paura fa novanta. Il film sembra voler accennare che fosse il modo in cui il padre lo chiamava da bambino per sminuirlo e quindi riutilizzava questa frase con la stessa rabbia covata verso la sua figura paterna.

    Che sia una cosa che dice solo lui nel film è stabilito, serve però un modo fluido e originale di renderlo in lingua italiana. Mangia-ratti? Mastica-ratti? Ciuccia-ratti? Qualunque sia la soluzione si potrà far meglio di questo “mangia-brodo-di-topi” detto ogni volta per intero. Alle volte girare attorno a un concetto è meglio dell’essere letterali a discapito della naturalezza.

    Si scrive Moore, si pronuncia “Mor” ma diventa… Mur (?)

    È a questo punto della discussione sull’adattamento italiano di “Dolemite is my name” che bisogna puntualizzare: il cognome del protagonista del film, Moore, fa rima con la parola inglese door, o con la parola italiana amor. Non si pronuncia “Muur” come invece sembrano essere convinti tutti i personaggi nella versione doppiata, incluso il diretto interessato.

    Ora, errori di pronuncia sui nomi dei personaggi di un film non sono novità, esistono dalla preistoria del doppiaggio, e perfino in un film la cui versione italiana è tanto carina e ben fatta come quel “Prima pagina” sopracitato dove c’è un grosso errore su “Earl” pronunciato “Irl” (la pronuncia corretta è “Erl”). Ma, mentre potremmo passare con molta clemenza sugli errori del passato perché non tutti parlavano l’inglese una volta, né avevano a disposizione gli strumenti che abbiamo oggi, adesso siamo nel 2019: abbiamo tutti uno smartphone in mano al quale possiamo chiedere, volendo, anche come si pronuncia il nome di un personaggio davvero esistito, o tirar fuori in 0,38 secondi circa un migliaio di video su YouTube nel quale tale nome si sente chiaro come il canto del gallo al mattino.

    Com’è che un doppiaggio che mira ad una fedeltà anche troppo alla lettera poi non si cura della pronuncia dei nomi e Moore (pronunciato Mor) può diventare arbitrariamente Muur? Strane scelte di doppiaggio per un film che mira ad essere biografico.

    Eddie Murphy in Dolemite is my name

    Ti ho pizzicato sul nome, eh?

    La scimmia lingualunga

    Il film inoltre accenna vagamente al concetto di “Signifyin’ Monkey” che è una figura della tradizione afroamericana dalla quale attinge a piene mani Rudy Ray Moore. Egli ha praticamente preso una sorta di Pulcinella (per fare un altro paragone azzardato) e l’ha vestito con abiti moderni, facendolo suo.

    Il termine è menzionato di sfuggita in una scena soltanto, nella quale i protagonisti, dopo aver sentito un barbone declamare dei versi volgari, ne hanno riconosciuto l’origine in delle rime popolari della loro tradizione orale: sono le rime di Dolemite e anche di “the Signifyin’ Monkey” (a breve vedremo che cos’è) e in italiano questa lista di personaggi viene resa con la frase “Dolemite, scimmia insensata”. Sembra che Dolemite sia definito “scimmia insensata” ma sono personaggi distinti.

    La leggenda della “Signifyin’ Monkey”

    È un concetto legato al folklore dei neri americani che non sembra avere una traduzione in italiano, e se esiste è affogata in qualche polveroso tomo chissà dove. La storia di questa “signifyin’ monkey”, trasudata negli anni anche in brani musicali come “The Signifying Monkey” di Smokey Joe del 1955 (chicca, Smokey Joe era bianco!), racconta di una scimmietta che prende in giro il leone, re della foresta, dandogli a bere che l’elefante abbia sparlato di lui.
    La scimmia dice al leone “ho saputo che c’è un tale che dice peste e corna di te e della tua famiglia” e il leone si arrabbia tanto che va a minacciare l’elefante, ma le prende di santa ragione. Tornato il giorno dopo tutto ammaccato, il leone subisce ancora le spiritosaggini della scimmietta impertinente che però, dopo averlo sfidato, non riesce a scappare e le prende a sua volta.

    È una storia raccontata in tanti modi diversi e discendente da vere tradizioni africane. Alle orecchie di Rudy Ray Moore arrivò grazie ai senzatetto che per due spiccioli ripetevano queste filastrocche volgarissime piene di insulti in rima tanto originali quanto elaborati.

    La scimmia “insensata” è una traduzione corretta?

    La scimmietta del racconto viene dunque definita “insensata” dall’adattamento italiano. Alla luce di tutto questo, “Signifyin’” potrebbe forse significare più qualcosa come “spiritosa”, “spaccona”, “furba” o addirittura “lingualunga” che sembra racchiudere tutte queste sfumature. Dando per certo che in Italia nessuno ha familiarità con questa figura della Signifyin’ Monkey, quanto sarebbe stato comunque più significativo o almeno evocativo fargli dire “Dolemite, la scimmia lingualunga”! È un nome che ha del fiabesco, capiamo che fanno riferimento ad una qualche leggenda e non che stiano dando della scimmia a questo Dolemite.

    Aggiungiamo anche che sul forum del sito wordreference.com, interessante risorsa linguistica, degli utenti spagnoli che si chiedevano la stessa cosa sono arrivati a simile conclusione:

    US informal (among black Americans) exchange boasts or insults as a game or ritual.

    Me inclinaría por los dos que provees: “choteo” / “vacilón“.

    da Wordreference.com

    Cioè che prende in giro / spiritosa. Non insensata.

    Altre cose lasciate così come sono

    La grande, irreprensibile Sandy Duncan…

    Nella già menzionata scena in cui il gruppo di amici di Rudy va al cinema a vedere “Prima pagina”, i ragazzi sono perplessi da quello che vedono perché il film è lontano dalle loro sensibilità e si mettono a sussurrare. Finché dalla fila davanti una ragazza con i capelli biondi si gira e fa “ssshhhhh”, infastidita. Al che Jimmy Linch, interpellato, risponde con un “Ehi, non fare sshh a me… Sandy Duncan!

    Donna al cinema che invita a fare silenzio, una scena di Dolemite is my name

    Sshhh!

    E chi diamine è Sandy Duncan?

    Beh, Sandy Duncan era un’attrice all’epoca nota per la sitcom “The Sandy Duncan Show” (già “Funny Face”) andata in onda sulla CBS dal ‘71 al ‘72. La scelta di questo nome è emblematica del ragazzo nero di inizi anni ‘70 che percepisce uno show TV come quello della Duncan come “roba per bianchi”, blanda e insipida, e quindi il nome dell’attrice protagonista ne diventa sinonimo. Non importa nemmeno che la ragazza a cui è rivolto “l’insulto” non assomigli lontanamente a Sandy Ducan.

    Cast del Sandy Duncan Show

    Per noi, pubblico italiano, è un nome che ha rilevanza? No. Non quanto in America, dove la conoscono per la televisione, su Wikipedia in italiano difatti a stento ha una sua scheda. E allora perché è stato lasciato intatto nella versione italiana del film? Fedeltà assoluta al copione ma a che pro se la battuta non ci colpisce per niente? Una sostituzione con un nome come quello di Doris Day, per esempio, avrebbe già fornito il risultato sperato: stesso periodo storico, attrice e cantante bianca di successo con i capelli biondi. Voilà! È un nome più noto al pubblico italiano del 2019, per il quale stiamo adattando un film.

    Esempio già collaudato: in Ritorno al futuro (1985) il personaggio di Doc Brown nel 1955 chiede sarcasticamente a Marty McFly chi sia il presidente degli Stati Uniti nel futuro e sentendosi dire “Ronald Reagan”, che all’epoca era attore del cinema, rincara la dose dicendo “suppongo che la first lady allora sia Jane Wyman” (perché era stata la prima moglie di Reagan). Ah, non ricordate la battuta su Jane Wyman? Questo perché la versione italiana del film menziona invece Marilyn Monroe, che nella memoria collettiva (anche in quella italiana) era associata al presidente Kennedy già dai primi anni ‘60 pur senza essere anacronistica visto che l’attrice era già stranota in quel 1955 in cui si svolge il film.

    Ma niente, in “Dolemite is my name” apparentemente è importante che vengano lasciate in inglese cose come “party record”. Che cavolo è un party record, vi chiederete?

    Il party record

    Sì, nei dialoghi italiani si sente un scambio di battute dove viene nominato un party record.

    – Perché diamine c’è la fila? Avevi detto che andavamo a un party.
    – Stiamo andando a un party. Registriamo un party record.

    E se la parola “party” è entrata nel dizionario italiano, ormai anche da prima degli anni ’70, non si può dire lo stesso di “record” nella accezione che si intende qui, né allora né oggi né mai! In italiano quando parliamo di “record” ci riferiamo a un primato registrato (record viene appunto dal verbo registrare in inglese) in una disciplina sportiva o nel famoso libro sponsorizzato da una birra irlandese.

    In inglese per “record”, in questo contesto, si intende un disco in vinile! Che è quello che appunto Rudy Ray Moore si prepara a registrare in quella scena. Per chiarire, un party record era un album di genere comico proprio come quello del sopracitato Redd Foxx. Erano detti “party records” quei dischi comici che contenevano materiale un po’ più audace rispetto ai più comuni “comedy records”, che invece erano registrazioni di monologhi dal vivo di materiale comico non vietato ai minori.

    Si sarebbe capito di lì a poco cosa fosse un “party record”? Sì, perché viene svelato pochi secondi dopo. È lingua italiana corrente? Mille volte no! In italiano non esiste l’espressione “party qualcosa” (su Google a stento compare qualche risultato pertinente se lo limitiamo alla lingua italiana) e con queste frasi calcate dall’inglese senza ricordarsi il contesto, il destinatario e la fruibilità, siamo al limite della lobotomia ormai.

    Era strettamente necessario riportare anche questo concetto, così, (lasciatemelo ripetere) pedissequamente, dall’inglese? A conti fatti, no. Si poteva benissimo inserire una frase qualunque invece di menzionare “party record”, come si è fatto tante volte nella storia del doppiaggio proprio per evitare che rimanessero discorsi insensati.

    Hipster nei dialoghi anni ’70?

    In una scena viene pronunciata la frase “Lo ascolta ogni hipster nero”, e in inglese la parola hipster ha motivo di esistere negli anni ‘70, ma non in italiano. Pur essendo una parola che ha origini negli anni ‘30 del secolo scorso, è entrata nel nostro vocabolario solo l’altro ieri, e nel frattempo dalla sua nascita ha cambiato significato tre volte. Negli anni ‘70 avremmo detto che un ragazzo era “in” per indicare che era parte di una cerchia “speciale”.

    Sold-out nei dialoghi anni ’70?

    Come non è italiano dire che un cinema è “Tutto sold-out per le dieci e mezzanotte” come esclama un organizzatore alla prima di “Dolemite”. Si è sempre detto “tutto esaurito”, qual è la ragione di questo bizzarro “sold-out” in una frase in italiano messa in bocca ad un personaggio di un film ambientato negli anni ‘70? Per non parlare della sciocca ripetizione mettendo un altro “tutto” davanti a “sold-out”, è proprio TUTTO TUTTO esaurito. Non c’è ombra di dubbio.

    Grafico con l'incidenza delle parole "sold out" e "tutto esaurito"

    “Sold out” versus “Tutto esaurito”, nel 1972

    Aggiungiamoci pure che sentiamo parlare di una “registrazione live” che negli anni ’70, mmmh.

    “Stiamo per fare un album, stasera. Una registrazione live

    Vediamo l’incidenza di questa definizione rispetto a “registrazione dal vivo” nei primi anni ’70.

    Grafico a confronto dell'incidenza tra le chiavi di ricerca "registrazione live" e "registrazione dal vivo"

    Direi letteralmente inesistente.

    Qualche complimento finale, mothafuckas!

    Che dire? Il film visto in inglese è molto divertente, Moore nella vita reale non ha fatto dei capolavori ma si è meritato di essere ricordato perché è stato d’ispirazione per comici come Eddie Murphy, che ha creduto tantissimo in questo progetto, e per rapper come Snoop Dogg, il quale interpreta nel film il disc jockey del negozio in cui lavora Rudy, e che ha affermato: “Senza Rudy Ray Moore, Snoop Dogg non sarebbe mai esistito”. Sul finale del film, Moore viene accreditato come “Padrino del Rap”.

    Della versione italiana posso dire che mi sono piaciute le rime che il personaggio di Dolemite decanta sul palcoscenico. Si sente che chi le ha composte si è divertito, e riescono a rendere bene tono e intenzione di quelle originali. Fare questo lavoro in rima non è cosa da niente. Apprezzo che, dove possibile, quando i personaggi menzionavano un altro film, sia stato riportato il suo titolo italiano e non lasciato in inglese (né inventato di sana pianta, come abbiamo visto in tanti prodotti doppiati). Anche questo non è scontato e rivela che è stato prestato un minimo d’attenzione.

    Pollice in su anche per la voce di Eddie Murphy in questo film, Fabrizio Vidale, ha fatto un buon lavoro nello star dietro all’attore facendo per conto suo pur non disprezzando di replicare (benissimo!) la famosa “risata” che Tonino Accolla aveva inventato tanti anni fa. Un simpatico omaggio ad un artista non dimenticato e indimenticabile.

    Eddie Murphy risata primo piano da Dolemite is my name

    Sapete di quale risata sto parlando!


    Letture consigliate

    “Dolemite Is My Name,” the Signifying Monkey and the Black Comedic Tradition, del giornalista Joshua Adams [in inglese]

  • Quando la strega Elvira perse contro la mascolinità fragile italica

    Elvira

    TETTE!

    Ora che questa parola ce la siamo tolta di torno e ho la totale attenzione del pubblico maschile possiamo passare a parlare dell’adattamento italiano di Una strega chiamata Elvira (Elvira: Mistress of the Dark, 1988), il debutto cinematografico del personaggio di Elvira, presentatrice vamp di Movie Macabre (1981-1993), un contenitore televisivo americano forse paragonabile al nostro Notte horror di quelle uniche due estati ’89-’90 con lo Zio Tibia. Il film arriva in italia con un adattamento lesivo del personaggio e non c’è bisogno di essere bilingue né di averlo visto in lingua originale per rendersene conto, le battute alterate nel copione italiano sono ben più evidenti dei seni di Elvira di cui tutti parlano in qualsiasi recensione.

    Elvira e il cane Gonk

    Il cane punk con il nome “da frocio”

    Le modifiche al copione che troviamo nel doppiaggio italiano non inficiano la comprensione del film, ma di sicuro alterano la percezione del personaggio di Elvira che ci viene praticamente spacciata come una ninfomane che fa battute sui “froci” quando è chiarissimo che Elvira non direbbe mai niente del genere!

    L’attrice che la interpreta, Cassandra Peterson, ha dichiarato che la sicurezza di sé e il suo caratteristico atteggiamento vengono dall’essere stata allevata (professionalmente parlando) “da un branco di drag queen e omosessuali” quando da adolescente in Colorado lavorava come ballerina e cantante in un bar con spettacoli di drag queen, esperienza che l’ha poi portata successivamente a Las Vegas come showgirl, un decennio prima dell’arrivo in TV come presentatrice. Cassandra ha vissuto l’equivalente di 1000 vite diverse, avendo cantato con Elvis Presley, recitato in un film di Fellini, in un film di James Bond, cantato in una band italiana degli anni ’70, scambiato ricette di cucina con Vincent Price, perso la verginità in modo violento con Tom Jones (immaginavate che Tom Jones fosse un aggressivo donnaiolo? Neanche Cassandra) ed è la creatrice (ed oggi unica azionista) del marchio Elvira. E gran parte di queste cose le ha fatte prima dei 30 anni (sigh!).

    Life goals

    Il fenomeno Elvira, sconosciuto in Italia

    Su Wikipedia è riassunta alla perfezione come una presentatrice televisiva di una rubrica horror con un aspetto da vamp malvagia controbilanciato dalla personalità pimpante di una donna verace con la risposta sempre pronta. O almeno questo è un mio estrapolato dalla pagina di Wikipedia in inglese perché la versione italiana è troppo presa dal descrivere le sue curve: “La Peterson non ha mai avuto necessità di alcuna chirurgia plastica o di impianti per migliorare le sue naturali “curve” [senza fonti].

    Molto enciclopedico

    Per capire il fenomeno Elvira in America, immaginate se Zio Tibia di Notte horror fosse stato una donna vestita in modo provocante e con la battuta pronta. Avremmo ancora 40enni che ne parlano su Facebook nei gruppi “che ne sanno i giovani d’oggi…”. Invece in Italia è arrivato direttamente il suo primo film senza una precedente notorietà televisiva e quindi senza neanche sperare di poter lasciare un segno nella cultura popolare italiana.

    Personaggio di Booberella o Popparella dalla serie i Simpson

    Un po’ come successe per il personaggio televisivo Pee-wee Herman il cui primo film, popolarissimo in America,  Pee-wee’s Big Adventure del 1985 (in cui compare anche Cassandra Peterson), fu doppiato (secondo il Genna) appena negli anni ’90 e arrivò in home video in Italia direttamente in DVD nel 2006 (secondo Wikipedia)… e solo perché il regista si chiama Tim Burton, sennò manco quello. Il suo sequel, Big Top Pee-wee – La mia vita picchiatella (1988), paradossalmente uscì molto prima in Italia, in VHS, alla fine degli anni ’80. In tal senso Elvira è stata molto più fortunata dal momento che entrambi i suoi film sono arrivati regolarmente nel nostro paese.

    In molti potrebbero aver visto la sua versione a cartoni nei Simpson, “Booberella” (o “Popparella” in italiano), ancor prima di essere esposti al film o al personaggio, magari scambiandola per una versione sexy di Morticia Addams, a cui il personaggio di Cassandra Peterson comunque si ispira.

    Come distruggere un icona con battute sul (e del) cazzo

    Il personaggio di Elvira è arrivato da noi oltremodo distorto a causa del suo adattamento che riflette quello che è ancora oggi un problema Paese. C’è infatti una differenza che gli italiani del 1989 (e sono certo anche quelli del 2019) non hanno chiara: una donna può vestirsi in modo appariscente e avere anche atteggiamenti “sexy” e allo stesso tempo non essere di facili costumi. Questo concetto è chiarissimo sin dall’inizio del film, quando il produttore che allunga le mani finisce istantaneamente col culo per terra e piagnucola con il suo assistente “mi avevi detto che era ninfomane!” per poi licenziarla. Come dice la stessa attrice del suo personaggio: “Elvira è una donna sexy ma anche forte, che non si fa mettere i piedi in testa“, sa ciò che vuole e ci insegna subito (anche a suon di botte) a non giudicarla dall’aspetto esteriore. Tutti i viscidi cascamorti che incontriamo nel corso del film finiscono letteralmente a calci fuori dalla porta e il suo nemico naturale, ancor prima dello zio stregone assetato di poteri ultraterreni, sono i cittadini moralisti, ipocriti e bigotti della provincia americana dove Elvira finisce suo malgrado. E qui ci potremmo vedere del materiale per Tim Burton ma io ci vedo anche un po’ Footloose, con la gioventù di provincia soggiogata dai genitori puritani.

    Chi se le cerca è solo quello con il cappello da cowboy

    Chiaramente chi ha adattato i dialoghi italiani di questo film non ha capito il personaggio di Elvira altrimenti non le avrebbe fatto dire con disprezzo che al cane Algonquin hanno dato un nome da frocio, né le avrebbero fatto dire di essere una depravata puttana! Elvira potrà essere anche ammiccante e non far mistero del fatto che le piaccia il sesso (che schifo il sesso, vero?), potrà anche essere intraprendente con gli uomini che le piacciono, ma in lingua originale non è LETTERALMENTE UNA NINFOMANE (oggi comunque si dice “ipersessuale“), né tanto meno un’omofoba. Ma potremmo sospettare che il pregiudizio personale di qualcuno si sia infiltrato nell’adattamento italiano oppure che il copione sia stato alterato ad uso e consumo del maschio italico anni ’80, quella figura mitologica nota come “Er canotta“. Questo spettatore ideale è l’uomo che si sente a proprio agio soltanto quando vede riconfermati i suoi pregiudizi: se si veste da (quella che egli percepisce come) troia, è troia. Al massimo può essere una troia simpatica.

    Tutte le battute che alterano il personaggio di Elvira nel doppiaggio italiano

    Elvira che imbraccia un bazooka, la vignetta dice: ve lo faccio saltare in aria questo adattamento

    Elvira non è omofoba

    Il film inizia con le riprese di un episodio del suo show televisivo nel quale presenta horror d’annata prendendoli anche in giro e in chiusura augura a tutti la buona notte ricordando una massima da bar sport: “fatelo poco ma fatelo bene“, che culturalmente parlando è ad un passo di distanza da “mio nonno campò cent’anni perché si faceva i cazzi suoi”. La battuta sul farlo poco e farlo bene ovviamente non esiste in inglese, è un invenzione italica per trasformare da subito la nostra presentatrice fatalona in una ninfomane che parla solo di sesso. In inglese augurava semplicemente “unpleasant dreams“, letteralmente “sogni sgradevoli”, al posto di “sogni d’oro”, che poteva sicuramente essere resa in modo creativo senza subito ricorrere a battute da cinquantenni costantemente allupati.

    In questo genere di battute, l’ironia del personaggio di Elvira è la medesima che caratterizza la famiglia Addams, dove i modi di dire normalmente “in positivo” o le abituali norme comportamentali vengono riproposte in un’inaspettata variante negativa da mondo alla rovescia (Morticia che invitava i figli a “giocare col cibo” o che tagliava i petali delle rose prima di metterle nel vaso). Innocuo umorismo senza pretese, dite? Certamente, gli Addams ci hanno campato per decenni ed è un topos tipico della commedia. Del resto è il tipo di umorismo usato anche dal nostro Zio Tibia. “Unpleasant dreams” ritornerà come battuta finale ma anche in quel caso tradotta in un’ottica diversa, ma ci ritorniamo tra poco.

    Show televisivo di Elvira

    Altro momento esemplare arriva dopo l’arresto di Elvira (per stregoneria) quando, in maniera offensiva, le viene negato il diritto a una telefonata, risponde quindi al poliziotto esordendo con un “senti, finocchio!“. Un’altra offesa gratuita che non verrebbe mai dal suo personaggio, non a caso in inglese dice “listen, paunchy!” (senti, panzone!). Ai pochi italiani che hanno visto il film sarà sfuggito il perché della reazione del poliziotto, che si guarda istintivamente la pancia. Magari pensavano si guardasse l’uccello per assicurarsi che fosse ancora lì. Ah, le grasse risate a spese degli omosessuali. Uah-uah-uah… lo ha chiamato finocchio, uah-uah-uah, da morì da i’ ridere proprio.

    Per concludere sull’argomento omofobia inesistente in originale, quando Elvira tosa il cane Algonquin (il barboncino ereditato dalla prozia) e lo addobba da cane punk con tanto di borchie e cresta colorata, decide di cambiargli anche il nome abbreviandolo in “Gonk” perché Algonquin lo riteneva un “sissy name“, cioè un nome da femminuccia, inadatto evidentemente al nuovo look. Ma un conto è dire “un nome da femminuccia“, un conto è dire “un nome da frocio“. Le parole hanno un peso ben preciso. Esigenze di labiale, dite? Forse, ma a questo punto il labiale diventa il problema minore.

    Gonk il cane di Elvira

    Gonk is not amused

    Perché Elvira è omofoba nel copione italiano?

    Una supposizione. Il suo avercela con i “froci” rientra perfettamente nella mentalità maschilista di chi ha adattato il copione con questo personaggio inventato della ninfomane impetuosa: siccome ella vorrebbe farsi qualunque uomo le capiti a tiro, taccia di “finocchi” coloro che le si mettono contro, perché comunque non le sarà possibile accoppiarsi con loro. Se negli anni ’80 questo genere di commedia era ovunque in Italia, oggi sa di marciume (anche se la mentalità rimane comunque latente per un gran numero di italiani).

    Da quando esiste la commedia è esistita la commedia con personaggi omosessuali, Mel Brooks ad esempio ne ha sempre inserito qualcuno, spesso personificato nello stereotipo della “checca isterica”, ma senza tuttavia implicare che fossero dei mostri da disprezzare o detestare in quanto omosessuali. In Italia la commedia in cui si accenna all’omosessualità si è quasi sempre limitata al puntare il dito contro qualcuno per dirgli con spregio “finocchio!” oppure all’idea del “fa ridere perché lo ha chiamato finocchio e lui non lo è“, dando per scontato che nessuno degli spettatori vorrebbe mai esserlo. Er canotta di certo non vorrebbe esserlo. In pratica la commedia italiana non ha mai superato la quinta elementare. Qualcuno, Pozzetto ad esempio, si salva ma sono veramente pochi. Peccato però che questo tipo umorismo sia andato a contaminare anche altri prodotti esteri al loro arrivo in Italia (ricordate il lavoro del Bagaglino su Fritz il gatto? Da galera), inclusa Elvira che con questa mentalità non ha proprio niente a che vedere.

    Se Elvira è dichiaratamente mascolina, questa sua componente da “maschiaccio” è stata traslata nel nostro paese in “maschiaccio italico”, er canotta, e invece di giocare sul contrasto, il personaggio di Elvira e il film stesso finiscono per essere una sorta di riconferma di tutti i pregiudizi maschilisti, dall’omofobia al giudicare una donna dal modo in cui si veste. Se un doppiaggio potesse mai rappresentare il pensiero “se lo merita perché si veste così”, quello sarebbe proprio il doppiaggio di Una strega chiamata Elvira. Si può anche giocare sull’essere sexy senza essere necessariamente maniaci sessuali. Ah, questo ci porta al prossimo punto.

    Elvira non è una maniaca sessuale

    Durante la prima notte nella casa ereditata dalla prozia, Elvira si siede allo specchio della toletta e imita la Regina Cattiva di Biancaneve:

    Elvira davanti allo specchio come la regina cattiva di Biancaneve

    Mirror, mirror on the wall, who’s the most drop-dead gorgeous of them all?

    “Drop-dead gorgeous” vuol dire bella da morire, da togliere il fiato, uno schianto, etc… insomma avete capito. Non certo una “depravata puttana” come dice nel doppiaggio italiano. Oh, sì che lo dice:

    Specchio delle mie brame, chi è la più sensazionale e depravata puttana del reame?

    E la successiva battuta invece di essere “lo dici tanto per dire” (oh, you’re just saying it!) è adattata in accordo con quanto appena detto: “sfacciato!“. Elvira in italiano si vede come una puttana depravata e questo è ribadito in modi diversi e più volte nel doppiaggio mentre in inglese ha semplicemente un’alta stima di sé. Se non è cambiare il personaggio questo, non so proprio cosa lo sia. L’unico momento in cui appare sfacciata è quando trova un uomo che le piace (uno in tutto il film, il timido Bob) e si approccia a lui come Elvira potrebbe fare.

    Una scena di Una strega chiamata Elvira, Elvira con i ragazzi

    In una scena successiva Elvira cerca di convincere i ragazzi ad andare a vedere “uno dei peggiori film mai fatti” ma a questi è stato proibito di frequentarla, pena l’espulsione dalla scuola, quindi restano impassibili alle sue descrizioni sulla bruttezza del film, e lei rincara la dose:

    Insomma parla di certi… movimenti. Spiega cosa si può fare in barca per esempio.

    Il “cosa si può fare in barca” è detto mentre mima il gesto di remare. Sembra che voglia convincere i ragazzi promettendo un film pieno di sesso. In realtà sta mimando la gestualità di Michael Jackson che canta “Bad”:

    It is bad! You know, like “bad” as in… bad, like, “I’m bad, shamone, you know it!”.

    Non che si potesse rendere la stessa battuta anche nella nostra lingua ma, ovviamente, dove va a parare l’alternativa italiana? Sempre lì…

    Maccio Capatonda che fa il gesto di scopare

    Scopare!

    Per ribellarsi ai genitori bigotti, la descrizione di un film brutto non è sufficiente e così Elvira si gioca la carta della pietà facendo finta di avere tendenze suicide: preannuncia che avrebbe messo la testa nel forno e conclude dicendo:

    Se qualcuno vi chiederà di me, ditegli che avevo un gran bel paio di gambe… e anche un gran bel paio di tette.

    Se vi sfugge la battuta è perché non è stata tradotta. In inglese recitava questo:

    Se qualcuno vi chiederà di me, ditegli che ero più di un gran paio di tette… ero anche un incredibile paio di gambe.

    Come con tutte le battutine di Elvira, non è la battuta in sé a far ridere, è il modo in cui viene detta. E se in inglese gioca sul “sono più di quello che vedete” (sovvertendo due volte le aspettative), in italiano dichiara semplicemente di essere un paio di tette e un paio di gambe, senza dubbio alcuno… e penso che chi ha adattato questo film in italiano non se lo sia posto proprio, il dubbio.

    I was more than just a great set of boobs

    Più di un gran paio di tette, ci sono anche le gambe.

    Arriviamo così alla proiezione del filmaccio di mezzanotte, Elvira commenta in diretta Pomodori assassini (Attack of the Killer Tomatoes!, 1978) e a fine serata richiama l’attenzione dei ragazzi con un “ladies and dobermans” che in italiano diventa “patatine e piselloni“. Anche qui Elvira passa per assetata di sesso, quando la battuta era facilmente traducibile come “ragazze e bestioni”, ben diversa anche come intenzioni. “Doberman” non ha altri significati noti nella lingua inglese oltre la razza di cani, a meno che gli sceneggiatori non ne forzino uno loro, come sottolineato in questa risposta su Quora.
    Invece di chiamare gli uomini delle bestie, che ricade perfettamente nel suo personaggio, in italiano ne apprezza gli enormi peni. L’esatto opposto.

    Maccio Capatonda che fa il gesto di scopare

    Continuando sullo stesso tema, la frase “la vendetta è meglio dell’orgasmo” è la reinterpretazione italo-sessuomane di “revenge is better than Christmas” (la vendetta è meglio del Natale”). Peccato, ci siamo persi un gadget a tema natalizio molto simpatico.

    Tazza di Elvira con scritta la vendetta è meglio del Natale

    Anche l’ultimissima frase del film, quando per la seconda volta Elvira augura a tutti la buona notte con il suo tradizionale “unpleasant dreams” seguito da un occhiolino ammiccante (la battuta di chiusura dello suo show televisivo), in italiano deve dire qualcosa di zozzo: “non fate sogni bagnati“.

    [insert meme-scopare.jpg]

    È il classico caso dove potremmo usare una volgare espressione popolare con riferimento alla persona che ha adattato il copione del film. Posso dirlo? Lo dico. Se invece di adattare questo film si faceva una sega era meglio.

    L'attore Kurt Fuller in una scena del film Una strega chiamata Elvira

    Il responsabile dell’adattamento italiano?

    In questa continua ricerca della battuta a sfondo sessuale, è curioso che gliene sia sfuggita una presente invece nel film in lingua originale! Questa arriva durante il restauro della vecchia casa quando Elvira, approfittandosi della smania di guardarla che hanno degli adolescenti della piccola cittadina, li mette tutti a lavorare “aggratis” per rimettere a posto la casa della prozia così da venderla e scappare al più presto a Las Vegas. Le basta sfoderare quelle pose sexy che usa nel suo programma televisivo che i ragazzi accorrono letteralmente a frotte per poi ritrovarsi a scartavetrare, martellare e dipingere la vecchia casa. Quando Elvira viene avvertita dell’arrivo di nuove leve, si trova in ginocchio che sculetta a passo di Shout!, si gira verso di loro e dice “fantastico! Allora fate qualcosa anche voi.”. Questa frase in originale era “Great! Just grab a tool and start banging“, ovvero “fantastico! Allora prendete un attrezzo e dateci dentro”. Come hanno fatto a perdersi un’altra occasione per darle della puttana?

    Occasioni mancate

    Altre piccole traduzioni errate

    Elvira invita Bob a mangiare a casa sua ma non sa cucinare, così prende il libro di ricette della prozia (che si rivelerà essere un libro di incantesimi) e getta le peggio schifezze nella pentola sperando che ne venga fuori qualcosa di commestibile, per questo quando esce dalla cucina con l’intruglio appena preparato esclama “it’s soup!” (letteralmente “è minestra!” o, a giudicare dall’aspetto finale, forse è più un “minestrone”).
    In italiano Elvira esclama “il pranzo è servito!” e non so se volesse essere un riferimento al popolare quiz televisivo italiano di quel periodo Il pranzo è servito (1982-1993) e di per sé non è un’alterazione sbagliata se non fosse che la scena si svolge palesemente di notte, chi pranza di notte? Difatti, letteralmente due battute dopo, Elvira dice “spero che tu abbia fame perché ecco qui la cena“.

    Mostro emerge dalla pentola in una scena di Una strega chiamata Elvira

    La cena

    Aggiungo qui una piccola nota che potrebbe sfuggire anche guardando il film in inglese sottotitolato. Quando Elvira nomina alcuni film “I married Satan” e il suo seguito “I married Satan 2” (entrambi inventati) ci perdiamo un gioco di parole che vuole che il numero “2” in inglese si legga esattamente come “too” che in quella frase vuol dire “anche io”. Quindi il seguito suona anche come “Anch’io ho sposato Satana!”. Ovvio che certe cose non sono riproducibili nella traduzione e non gliene facciamo una colpa.

    Vederlo in italiano o in inglese?

    Mi dispiace per i vari amici blogger (ne hanno parlato sia La bara volante sia La cupa voliera del Conte Gracula riassumendo il film molto meglio di me) che lo hanno recensito probabilmente senza sospettare che l’umorismo di Elvira in lingua originale fosse in alcuni punti radicalmente diverso da quello che è arrivato a noi. In italiano Una strega chiamata Elvira sembra essere stato adattato dagli antagonisti del film stesso, i “benpensanti”, i moralisti di provincia che giudicano Elvira per il suo aspetto e la chiamano apertamente puttana, a volte troia. Il film è stato adattato da loro, dai puritani, e mentre in inglese Elvira è ancora un personaggio al passo con i tempi, non lo si può certamente dire della sua versione italiana.

    È come se facessero bestemmiare Pee-Wee Herman. Lo capite anche senza vedere la versione originale che c’è qualcosa che non quadra. Oppure Dodò dell’Albero azzurro. L’affronto più grave è che le voci della CVD sono fantastiche, in particolar modo quella della doppiatrice Mavi Felli che è un vero fenomeno sul personaggio di Elvira! Uno spreco enorme.

    A prescindere dalle alterazioni sul suo personaggio, consiglio caldamente di scoprire (o di riscoprire) questo film in italiano non solo agli appassionati del doppiaggio anni ’80 ma anche a tutti gli apprezzatori di commedie in cui un’inusuale protagonista sconvolge lo status quo di una provincia americana bigotta e retrograda, aiutando i cittadini a diventare persone migliori. Il film esiste in DVD e vi basterà ignorare i vari “frocio!” per scoprire una commedia comunque gradevole e divertente, anche grazie alla recitazione dei doppiatori coinvolti. Nel 2001 ne è stato realizzato anche un sequel, La casa stregata di Elvira (di cui sconsiglio la visione in qualsiasi lingua), anche di questo esiste il DVD italiano ma il cast di doppiaggio non è il medesimo.

    È solo grazie al DVD che finalmente ho potuto esplorare “Elvàira” (così si pronuncia in inglese) anche in lingua originale, scoprendo quanto risulti ancora moderna la nostra “padrona delle tenebre”.

    Infatti, se all’estero questo film è già stato identificato come un film profondamente femminista [vedi gli articoli Why Elvira: Mistress of the Dark is a feminist masterpiece di “NYCEA” aprile 2014 e Cult icon Elvira is the 1980s feminist hero we need right now di Lisa Beebe, ottobre 2018. E sono solo due dei tanti!], in Italia, con quel doppiaggio e senza essere avvertiti in anticipo, sarà difficile che qualcuno riesca a guardare oltre ai seni per arrivare alla stessa conclusione. Al massimo arrivano anche alle gambe [ba-dum, tsss!].

    E anche questa recensione è conclusa…

    Boom!

  • Deadpool e quei titoli di testa tradotti in italiano (da scimmie dattilografe)

    Deadpool faccia sorpresa

    Sono anni che promuovo la preservazione dei titoli cinematografici italiani, titoli di testa e di coda che al cinema arrivano adattati in italiano per poi scomparire per sempre una volta giunti in home video. Per quanto riguarda i titoli cinematografici, il passaggio a DVD e Blu-Ray ha portato a vere perdite.
    Tra i titoli più ricercati per me c’erano quelli di Deadpool (2016), non avendolo visto al cinema mi fu soltanto riferito che i titoli di testa del film erano stati tradotti e quindi per anni ho bramato di vederli. Già amici dalla Germania mi avevano confermato che anche in tedesconia i titoli erano localizzati nella loro lingua e anche lì ne lamentavano la scomparsa nelle edizioni home video, poi sono rispuntati fuori da registrazioni di passaggi televisivi, così come anche in Italia. Ma a volte bisogna stare attenti a ciò che si desidera.

    Il primo passaggio televisivo di Deadpool in chiaro, il 20 marzo 2019, ha distrutto qualsiasi sogno. Il film apre sì con i titoli adattati in italiano ma questi sono tradotti così male da farci tornare mentalmente ad una celebre scena del film Matrix, lo sapete di quale parlo.

    Scena dal film Matrix, Cypher guarda la carne sulla forchetta prima di dire che l'ignoranza è un bene

    “L’ignoranza è un bene”

    La versione italiana dei titoli di Deadpool

    Un po’ di contesto: i titoli di apertura di Deadpool mirano a strappare una meta-risata, l’effetto comico sta nel vedere delle scritte segnaposto là dove dovrebbero esserci i nomi di protagonisti, regista e produttori, quasi come se qualcuno si fosse dimenticato di sostituirli all’ultimo momento. Questa trovata, ha raccontato il regista, era già in copione dai primi momenti quando l’unico nome associato al film era Ryan Reynolds (il protagonista) e ancora non c’era un cast, sapevano solo che ci sarebbe stato “un cattivo”, “una sventola”, “una ragazzina”, etc… da subito l’idea di lasciarli così era sembrata spassosa e così dei segnaposto al posto dei nomi veri sono arrivati fino in sala per poi diventare una delle caratteristiche più memorabili del film.

    Per arrivare anche al pubblico italiano, questi segnaposto devono essere tradotti. E traduzione è stata fatta…

    Primo cartello, primo errore

    Il primissimo cartello è sbagliato.

    Titolo di testa del film Deadpool, legge: Twentieth Century Fox presenta

    “Twentieth Century Fox presenta”. Da che mondo è mondo, in questo paese abbiamo sempre scritto “La twentieth Century Fox presenta”, LA!

    Già da questa prima scritta possiamo subito sospettare che non sia italiana la persona che si è occupata di tradurre o anche solo revisionare questi titoli. Quindi non possiamo dare la colpa a chi ha adattato il film per il doppiaggio italiano. Questa dev’essere per forza un’operazione made in the USA.

    Lionel Twain (Truman Capote) da Invito a cena con delitto

    “La”, “la”! Ce lo dovremo pur mettere un articolo determinativo qualche volta! (semi-cit.)

    Il film di un certo “Some Douchebag”

    Il secondo cartello per puro caso è corretto ma è con il terzo che si raggiunge già l’apoteosi. In teoria dopo questo potrei anche chiudere l’articolo, tanto di peggio non si può fare.

    “Some douchebag’s film” (il film di un coglione qualunque) è stato tradotto come “Un film SOME DOUCHEBAG”.

    Non ne capisco neanche il senso logico, se avessero scambiato “some douchebag” con il nome proprio di una persona non sarebbe dovuto diventare “un film di”? Con questo cartello si insinua l’ipotesi che siamo in presenza di una traduzione automatica senza revisione umana, probabilmente fatta con Google Translate che sembra avere ancora oggi dei problemi nel capire e tradurre “douchebag”. Infatti se oggi, a tre anni di distanza dall’uscita del film, quella frase la diamo in pasto al traduttore più usato al mondo questo è il risultato:

    Screenshot di traduzione automatica di Google per la frase: some douchebag's film che diventa qualche film douchebag

    Comincio a pensare che si tratti di un lavoro svolto alla 20th Century Fox negli Stati Uniti senza alcun controllo qualità, anzi, senza alcun controllo e basta. Parliamo di un film di 58 milioni di dollari con nessuno di vagamente competente che possa rileggere quello che sarà proiettato nelle sale di un intero paese. Potrebbe trattarsi di qualche Frank Borriello, del New Jersey, stagista agli effetti visivi con trisavolo di Torre del Greco (NA) e quel “some douchebag” se l’era lasciato per ultimo, come segnaposto, perché non sapeva come tradurlo e alla fine se n’è dimenticato, il che sarebbe anche molto ironico visto che questi titoli erano loro stessi dei segnaposti. O forse non c’è mai stato neanche un Frank Borriello, solo un click su Google Translate e via, stampatene 400 copie!

    Ve lo aggiustiamo noi di Doppiaggi italioti, va bene?

    deadpool douche bag tradotto dagli autori del blog Doppiaggi Italioti

    Ci sono voluti un paio di secondi. Ci voleva tanto, Fox? Te l’abbiamo tradotto in un istante e gratis… al tuo film da 58 milioni di dollari.
    Sapete cosa costa poco? Tradurre. I traduttori professionisti fanno la fame per colpa di chi si improvvisa traduttore e propone prezzi scandalosamente bassi, quelli che ci riescono a campare fanno comunque le capriole per arrivare a fine mese. È un lavoro che si intraprende per passione, non per sguazzare nella pecunia, perché una buona traduzione dà tantissime soddisfazioni anche quando è sottopagata (e lo è quasi sempre quando si tratta di inglese-italiano). Sapete cosa costa molto di più invece? Doppiare. I doppiatori sono attori davanti ad un leggio, pagare un doppiatore vuol dire pagare una persona nella categoria lavoratori dello spettacolo e ci sono anche i costi del mantenimento di sale di registrazione, i fonici etc…, è quindi molto più costoso della sola traduzione di un testo.

    Qui c’era solo da tradurre. Anzi, c’era solo da fare la correzione bozze a Google Translate. Evidentemente chi se n’è occupato era troppo incompetente per fare anche solo questo, di certo non c’era nessuna passione dietro, solo some douchebag che non avrebbe dovuto neanche trovarsi in quella posizione.
    Andiamo avanti.

    Un perfetto idiota

    Scena dei titoli di Deadpool con cartello che legge con un perfetto idiota

    Con l’originale “God’s perfect idiot” si intende l’idiota migliore che Dio abbia messo sulla terra. Migliore non solo per capacità ma a tutto tondo, quindi anche più bello, più affascinante… più tutto. Di certo una frase di traduzione né facile né immediata, ma tra non tradurli e scrivere SOME DOUCHEBAG paro paro nei titoli italiani ne passa! Di mezzo c’è il mare delle traduzioni. Una proposta: “L’idiota migliore del mondo”, visto che subito dopo a indicare Ryan Reynolds c’è la copertina della rivista (con il suo nome in piccolo) e la scritta SEXIEST MAN ALIVE.

    Un perfetto idiota in inglese è un complete idiot e non è ciò che la frase God’s perfect idiot voleva significare. Gli idioti si sono sbagliati proprio su idiota.

    Nei sottotitoli al Blu-Ray è stato poi cambiato in con il perfettissimo idiota” che ha ancora meno senso, invece “some douchebag” rimane. Idioti.

    Belle gnocche

    Titoli di testa in italiano di Deadpool: una bella gnocca

    Il quarto cartello trasforma una “hot chick” in “una bella gnocca”, che può far ridere e, ovviamente, non è sbagliato in ciò che vuole esprimere. Il problema è che si tratta di italiano dialettale e per tradurre un normalissimo “hot chick” avrei delle remore a buttarmi subito su una scelta dialettale (per quanto nota in più regioni). Non è un film con Andrea Roncato.

    Andrea Roncato come Loris Batacchi nel film Fantozzi subisce ancora, la vignetta legge: mo guarda che traduzione

    Il capoufficio pacchi della Fox

    Una traduzione blanda (ricordandoci le intenzioni di questi titoli segnaposto) sarebbe potuta essere una bella ragazza o alternative non troppo dialettali ma voglio farvi considera l’opzione “una pupa sexy”: “pupa” è stato in passato uno dei corrispettivi di “chick”, perché rende l’idea di un essere ancora non maturo né formato, come il chick è il pulcino, così la pupa è un insetto ancora non pronto. In più fa ridere, l’accostamento di pupa e sexy fa ridere pur rimanendo coerente con il linguaggio del film. Sexy è arrivato nella cultura popolare italiana e nei dizionari già dagli anni ‘50, ben si associa con le produzioni americane e con il concetto che vuole esprimere la parola “hot” presente in “hot chick”.

    Il nostro ufficio tecnico gestito dal mio collega Leo ve lo sistema in 2 minuti.

    Una pupa sexy. Traduzione corretta dei titoli di inizio italiani di Deadpool

    La nostra proposta (©Leo di Doppiaggi Italioti)

     

    Un inglese sadico

    Il quinto cartello parla di “un inglese sadico”.

    Titoli di inizio di Deadpool: un inglese sadico

    Dev’essere quello che insegnano in molte scuole italiane.

    Sì, nel film abbiamo un cittadino britannico sadico che è il cattivo del film. Ma il titolo originale era “a British villain”. Per gli americani, gli inglesi sono i “cattivi” cinematografici ideali, l’accento che si portano dietro è associato ad un’idea di elitarismo verso cui provare immediata “sfiducia fino a prova contraria”, oltre ai motivi storici noti a tutti. Se al pubblico americano vuoi far provare antipatia per un personaggio antagonista, lo fai parlare con accento inglese.

    E non dite “un cattivo inglese” perché questo lo riserviamo per chi ha tradotto questa cosa. Se “un inglese cattivo” può non bastare, ci potremmo sempre appigliare a “il cattivo con l’accento inglese”, una soluzione elegante e coerente non solo con le intenzioni degli autori ma anche con la scelta di doppiaggio, anche nel film in italiano infatti il cattivo parla, per l’appunto, con un accento inglese, normalmente non una scelta ideale in un film doppiato ma in linea con il tono farsesco dell’intero film. I lettori di lunga data ormai avranno capito che in questo blog non si parla per assoluti ed ogni caso viene valutato separatamente.

    Cartello numero 6: “il lato comico”

    Titoli di inizio di Deadpool in italiano: Il lato comico

    Il lato comico… di cosa??? (i tre punti interrogativi sono necessari). In originale leggiamo “The comic relief”, un termine che nel linguaggio teatrale (da cui deriva) indica in maniera generale una scena o una persona atta a stemperare la tensione, ad essere sollievo (relief, appunto) in maniera comica, fornisce una nota divertente in una situazione magari per il resto più seria. Se identificato in un personaggio specifico, il comic relief non è mai il protagonista ma più spesso una sua “spalla”. Tradurlo come “il lato comico” è una scelta giustificabile solo se se ci aggiungessimo “…del film” e comunque non farebbe pensare ad un personaggio quanto piuttosto ad un aspetto della trama (come se dicessimo “il lato comico… della vita”). I cartelli delle sigle e dei titoli di inizio devono essere autosufficienti e quelli di Deadpool in inglese non lasciano spazio all’interpretazione personale, né al dubbio, non è il contesto che ci aiuta a capire dove vogliono andare a parare.
    Quanto era più semplice scrivere “il personaggio comico” o un suo equivalente. Ecco.

    Adolescenti pobblematici e personaggi in CGI

    Prossimo cartello, “A moody teen”, tradotto con “Un’adolescente problematica”. Per citare Mario Brega… ma che è sto frasario ciancicato? Un’adolescente problematica è qualcosa di ben più grave della ragazzina imbronciata che vediamo nel film, molto di più di ciò che ci comunica il cartello in inglese con “moody teen”. Vogliamo dire una ragazzina volubile? Scontrosa? Sempre imbronciata? Tante ce n’è!

    Nel titolo seguente, da “A CGI character” arriviamo a “Un personaggio creato al computer”. Un po’ goffo perché sa tanto di traduzione diretta di “Computer-Generated” e magari ambiguo, perché se vogliamo spaccare il capello “creato al computer” può voler dire tante cose. Ad ogni modo, sebbene un po’ lunghetto, ci stava bene anche “Un personaggio in computer-grafica”, che fa tanto anni ‘90. E se vogliamo usare il “linguaggio giovane” non avrebbe stonato troppo neanche “Un personaggio in CGI”. Chiaro che, rispetto a “un film Some Douchebag”, qui stiamo spaccando il capello in quattro ma nel complesso sono tutti cartelli che sarebbe stato meglio tradurre in altro modo, tra più gravi e meno gravi.

    Budini, surgelati e traduzioni marca Cameo

    Al nono cartello si svela finalmente che chi ha scritto queste cose “in italiano” in realtà l’italiano non lo conosce.

    Titoli di inizio di Deadpool in italiano: un cameo inutile

    Perché traducendo “a gratuitous cameo” con “un cameo inutile” si dimostra innegabilmente di ignorare che la parola in italiano è cammeo, con due emme! La parola è di origine italiana, il cammeo cinematografico è stato chiamato così a Hollywood (anche se americanizzato in “cameo” e pronunciato càmio) perché in questo genere di gioielli compare una testa o un mezzobusto (tipicamente di donna) e ben si adattava a quello che era una “comparsata”, come ad esempio quelle di Alfred Hitchcock o di Stan Lee, per rimanere in tema. Il “cammeo inutile” in Deadpool si riferisce proprio al suo.

    Dalla Treccani:

    cammèo (raro camèo) s. m. [etimo incerto]. – 1. Nome di gemme, di vario tipo, lavorate sia a tutto tondo, per le quali nell’antichità si adoperarono quelle monocrome, sia a rilievo, per cui si preferirono l’agata, la sardonica, l’onice, traendo effetti coloristici dai varî strati. Pittura, incisione a cammeo: v. camaïeu. 2. Nel linguaggio cinematografico, partecipazione speciale di un attore non protagonista a un film.

    Lo sa anche Google Translate:

    Schermata di Google translate che traduce un cammeo inutile

    Sapete chi non lo sa? Bing Tradutore:Screenshot di traduzione automatica di Bing per la frase: some douchebag's film che diventa qualche film douchebag

    “Cameo” con una emme è una forma rara, chi la usa oggi probabilmente lo fa perché ha imparato questa parola scoprendola prima in inglese e il dizionario gli conferma che “tecnicamente” esiste anche con una emme, di conseguenza “cameo” va benone anche a Frank Borriello con Bing Translator alla mano e con il trisavolo di Torre del Greco che, ironicamente, è anche la patria dei cammei.
    Tecnicamente non è un errore, solo una forma rara e proprio per questo sarà difficilmente la scelta giusta per una traduzione in questo contesto.

    Tradotto da buoni a nulla

    Anche gli ultimi tre cartelli, sebbene anni luce da un film Some Douchebag (onta a vita per una simile non-traduzione), fanno sempre parte dello stesso grande problema, chi ha tradotto era un buono a nulla e sto citando la traduzione in questione, quella che traduce un produced by asshats (cioè prodotto da beoti/idioti/deficienti/etc… ) in prodotto da BUONI A NULLA”.

    Titoli di inizio di Deadpool in italiano: prodotto da buoni a nulla

    Funziona lo stesso? Sì. È la stessa cosa? Non proprio. Asshat viene dal detto “avere la testa su per il proprio culo” e per estensione avere un culo (ass) per cappello (hat). Il termine è usato per persone inette, imbranate, che non hanno la minima idea di cosa succede intorno a loro, per il Nord America è usato anche per persone fastidiosamente ignoranti. I sinonimi possibili sono tanti, non so se punterei sui buoni a nulla. Prima di arrivare a buoni a nulla mi sarei fermato almeno a considerare buffoni o somari: “Prodotto da DEI BUFFONI. È una delle tante possibilità.

    L’idea dietro questi titoli divertenti è che gli autori della sceneggiatura (e quindi di questi testi) stiano approfittando dell’occasione per togliersi qualche sassolino dalla scarpa, quindi i nomi degli attori poco importano tanto conosciamo già i loro ruoli stereotipati (inclusa la presenza di un personaggio in CGI che è una costante nei film Marvel), i produttori sono buffoni incompetenti perché prendono decisioni non avendone quasi mai le competenze o la lungimiranza, il regista è un coglione qualunque perché la Marvel usa spesso registi-fantocci che fanno esattamente ciò che gli viene detto di fare, etc…; dopo questa trafila di finte coltellate agli altri, gli sceneggiatori a questo punto si descrivono come i veri eroi della situazione (written by the real heroes here) che in italiano diventa scritto dai veri supereroi.

    Titoli di inizio di Deadpool in italiano: scritto dai veri supereroi

    Che potrebbe starci, in riferimento al fatto che siamo in un film di supereroi, ma potremmo dire che in inglese non è stato usato il termine superheroes, semplicemente heroes, infatti fa parte di una frase abbastanza comune “the real hero here” in uso anche in molteplici memi internettiani; è chiaro che l’allusione è ai supereroi visto che è un film della Marvel ma non ha bisogno di essere così palese. Dicendo “i veri eroi” si capisce tutto lo stesso rimanendo fedeli al testo e alle intenzioni. Piccole cose, lo so. Non è some douchebag. Niente può esserlo!

    Infine arriviamo al regista, definito uno pagato troppo, secondo i titoli italiani.

    Titoli di inizio di Deadpool in italiano: diretto da uno pagato troppo

    È vero, il significato non è distante dall’originale directed by AN OVERPAID TOOL. Manca l’offesa, “tool”, che secondo l’Oxford Dictionary vuol dire

    3 vulgar slang: A man’s penis.
    3.1 A stupid, irritating, or contemptible man. ‘that guy is such a tool’

    Vogliamo chiamarlo un minchione? Un cazzone? Un imbecille? Scegliete voi. Inoltre, “pagato troppo” sembra parte di una frase che avrebbe forse più senso in un dialogo piuttosto che a vederla scritta. Il senso è quello di: regia di UN IMBECILLE STRAPAGATO.

    Come in tanti altri esempi precedenti, non c’è un’unica soluzione più giusta delle altre, ci possono essere sicuramente tante alternative e varianti, non è detto che le nostre siano le migliori in assoluto, ciò che è chiaro però è che i titoli ufficiali vanno dal completamente sbagliato al “non mi torna più di tanto” perché è palese che non siano stati gestiti da persone che conoscono la nostra lingua per davvero.

    Chi sono i nostri veri eroi?

    Se pensate che sia colpa di qualche televisione privata, sbagliate. Fonti interne alla Mediaset mi confermano ciò che già immaginavo, i titoli di Deadpool mostrati su Italia1 vengono direttamente dalla Fox e così sono apparsi anche su Infinity e altri canali a pagamento. Mi riferiscono anche che su Blu-Ray e DVD, dove la titolazione è in inglese, appaiono sottotitoli in italiano che riportano proprio quelle stesse traduzioni andate impunemente al cinema.

    Questo livello di cialtroneria arriva direttamente dagli Stati Uniti o dai loro diretti affiliati in Europa e non è cosa nuova, è più usuale di quanto immaginate, solo che è molto raro che tale cialtroneria arrivi fino alla sala cinematografica. In un’intervista a Tonino Accolla ad esempio veniamo a conoscenza di una versione del film dei Simpson proposta dalla Fox con un doppiaggio eseguito in america dove la canzone cantata da Homer (poi adattata da Accolla come “Spider Pork”) faceva “Porco Ragno” con pesante accento americano (almeno così la imitava Accolla stesso, che l’aveva sentita).

    Magari i detrattori di “Spider Pork” rivaluteranno l’adattamento di Accolla alla luce di ciò che poteva essere. Insomma, dagli anni ‘30 di Stanlio e Ollio che giravano le stesse scene recitando in più lingue senza conoscerle (con l’effetto comico che per loro è stato l’inizio del successo italiano), non sembra essere cambiato molto. Oggi, dopo 90 anni, gli studios ancora si domandano se per risparmiare non si possano far adattare e doppiare i film direttamente in America, da italo-americani. Loro lo conoscono l’italiano, no?

    E non è una cosa che caratterizza soltanto la Fox, o pochi altri casi singoli, sembra invece essere endemica della categoria. La stessa fonte che lavora alla programmazione Mediaset mi racconta ad esempio della prima copia di un film, consegnata da Universal, che sotto al titolo originale The Fast & the Furious: Tokyo Drift inseriva a video un sottotitolo con la sua traduzione in italiano “Il digiuno e il furioso, la deriva di Tokyo”. Non si trattava di un’aggiunta Mediaset, era stata data loro dal fornitore internazionale per la trasmissione televisiva, in seguito è stata richiesta una nuova copia priva di sottotitoli già preparati all’estero.

    Scena dai Simpson, il Signor Burns e le sue scimmie che battono a macchina. La vignetta legge: aggiungete altre scimmie traduttrici, domani spediamo il film in Italia

    Siamo in queste mani, gli stessi che premono perché gli adattamenti italiani non adattino niente (di esempi simili ne è pieno il mio blog). Di gran parte di queste storie non sentirete mai parlare, ma per chi lavora nel settore è una lotta continua che non fa neanche ridere.

    Queste piccole storie ci fanno capire quanti filtri mettono al riparo il pubblico italiano dalla dabbenaggine di quelli che dall’estero si occupano delle versioni italiane e non deve sorprendere lo scoprire che traduttori e dialoghisti combattano quotidianamente con richieste idiote di supervisori che non conoscono l’italiano o lo conoscono male e chiedono di lasciare traslitterazioni dirette, “ho preparato delle uova” viene fatto cambiare in “ho preparato alcune uova” perché per il committente ignorante tradurre è questione di sostituire parola per parola. Molti di questi casi vengono filtrati in uno dei tanti passaggi che stanno tra il copione in inglese e il doppiatore che alla fine recita la battuta. Raramente arrivano fino alla sala cinematografica.

    In questo panorama i veri eroi sono quelli che alla direzione di doppiaggi e all’adattamento dei dialoghi riescono a far comprendere che certe scelte sono deleterie per il film stesso, non tutti i committenti si lasciano convincere da chi lo fa di mestiere, né tutti i direttori di doppiaggio hanno le competenze, la sensibilità o anche solo la forza di suggerire cosa è più corretto. Quindi la qualità di quello che arriva in sala può variare.

     

    Some douchebag

  • The Abyss (1989) – La tortura della goccia

    Gif animata con Guzzanti che esclama subbaqqueria, nella serie di sketch Rieducational Channel con Vulvia, la presentatrice.

    The Abyss è il sogno (e anche il film) più bagnato di James Cameron perché riunisce tutte le sue più grandi passioni: personaggi femminili forti, le immersioni nelle profondità marine, la paura della guerra nucleare, il maltrattamento di attori e troupe e, tempo permettendo, pure gli alieni. Ciascun film di Jimmy contiene sempre almeno due o tre di questi elementi ma mai prima del 1989 era riuscito ad infilarceli tutti quanti in un colpo solo. E me cojoni, direte!

    Poster del film The Abyss modificato in The Abuse

    Working title

    Ma quando l’attore protagonista ti tira un cazzotto in faccia perché stavi per farlo affogare nel tuo film sugli alieni subacquei con donna forte e testata nucleare che rischia di esplodere, forse è il momento di domandarsi se fosse davvero necessario far coesistere tutti questi elementi in un solo film.
    Ma voi siete qui per l’adattamento, giusto? E non per le curiosità dai dietro le quinte tipo Mary Elizabeth Mastrantonio (uè, cumpà!) che scappa dal set in lacrime urlando “siamo attori, non animali!”.

    Ebbene, se ne saranno accorti in pochissimi ma l’adattamento italiano di The Abyss fa acqua da tutti le parti ed è pieno di errori più o meno gravi che, se sommati insieme, come tante gocce d’acqua, diventano quasi una tortura medievale che rischia di portarvi alla pazzia.

    Fate un bel respiro, ragazzi. Stiamo per immergerci negli abissi della mia pedanteria. Sì, questo sarà un altro dei miei articoli da mister tritacazzi (semi-cit.).

    Scena dal film The Abyss, il personaggio di One Night che si mette un dito in bocca per vomitare

     

    Tutta colpa di Netflix

    La mia prima esposizione a questo film è avvenuta, così come per molti altri, nell’era analogica, quando le videocassette imperavano e il confronto con l’originale in inglese era cosa assai poco pratica, diciamo pure impossibile; in DVD poi non credo lo abbia mai comprato nessuno e se lo avete fatto sta sicuramente lì, a prendere polvere nella terza fila dello scaffale, ammettetelo!
    In Blu-Ray poi ancora non esiste. Cameron ce lo promette da anni ma fino ad ora è stato troppo occupato a ritoccare continuamente i suoi Terminator e a pianificare quattro o cinque nuovi seguiti di Avatar di cui nessuno sente il bisogno, quindi devo solo ringraziare Netflix che, finalmente, dopo 29 anni mi ha consentito di vederlo in inglese.

    L’articolo sull’adattamento italiano che segue è la conseguenza di tale visione.

    Una scena del film The Abyss (1989)

    È una di “quelle” recensioni. Armiamoci di santa pazienza.

    Lo sapevate? L’adattamento di The Abyss è terribile. Sapevatelo

    The Abyss è uno di quei casi in cui abbiamo un ottimo doppiaggio (la scelta degli interpreti e la loro interpretazione è davvero eccellente) che però si basa su un pessimo adattamento, ma prima di parlare dell’adattamento voglio togliervi un dubbio che probabilmente non vi eravate mai neanche posti: come si pronuncia il titolo del film?
    Per una pronuncia corretta l’accento va sulla y, quindi “abìss” e non “àbiss”, ecco, ce lo siamo tolto di torno. Avete notato come nessun film di James Cameron abbia mai avuto un titolo tradotto in italiano? Curiosa ‘sta cosa. Comunque, tornando ai miei tormenti, qual è il problema della versione italiana? Non ce n’è solo uno, questo film infatti ne è colmo, tra frasi omesse, frasi che cambiano il significato dei dialoghi, frasi che anticipano sorprese… questi sono alcuni dei tanti problemi che affliggono il suo doppiaggio.

    Oltre a questi, la versione italiana è costellata di tante piccole scelte di traduzione discutibili, piccole goccioline che dopo 145 minuti possono anche portarvi alla pazzia, io vi ho avvertiti. Contiamo le goccioline insieme e forse The Abyss diventerà una tortura insostenibile anche per voi. Orsù accomodatevi, comincia il film.

    Raffigurazione della tortura della goccia

    Seduti comodi?

    Prima scena, primi errori

    Il film comincia subito con una battuta che, come si dice nella terra del tè con il latte a tutte le ore, “it’s not quite right”, non è proprio corretta. Qualcosa non quadra.

    In un sottomarino americano, il marinaio addetto al sonar sta seguendo gli spostamenti di un oggetto subacqueo non identificato che si muove a velocità impossibili per un sommergibile sovietico. Ci viene detto che l’oggetto non emette cavitazione, né rumori di un reattore e che “non si avvertono neanche segni di eliche” . Detto così sembrerebbe che non emetta proprio alcun rumore, che sia quindi del tutto silenzioso. Questo è ciò che percepiamo dai dialoghi italiani.
    Interpretazione subito smentita dal superiore che preme un pulsante e ci fa sentire ciò che il marinaio stava ascoltando in cuffia. Un suono alieno.

    Scena iniziale del film The Abyss, tre sommergibilisti davanti al sonar

    Una banale occhiata ai dialoghi in inglese e scopriamo invece che l’ultima frase del marinaio era ben altro: “non sembra neanche il suono di eliche” (it doesn’t even sound like screws). La battuta in inglese dovrebbe far scattare una curiosità nella mente dello spettatore in merito all’oggetto misterioso e al suono che emette, un suono sconosciuto e indescrivibile. Che suono sarà? Cosa diavolo lo emette? Faccelo sentire anche a noi!

    Da questo primo esempio è già evidente come una piccola alterazione apparentemente da poco possa alterare completamente la percezione di una frase e della scena stessa. Cameron la sa lunga su come creare aspettative con i dialoghi e su come poi distribuire piccole ricompense. Già le primissime battute del film riescono nell’intento, a patto che lo stiate guardando in inglese però.

    Se in italiano ci fai pensare che l’oggetto misterioso non emetta alcun suono e poi un suono invece lo sentiamo hai già ammazzato i dialoghi dalle primissime battute. Anche noi spettatori ignoranti vogliamo poter confermare che non si tratta di un rumore di eliche dopo esserci chiesti “che rumore sarà mai?”.
    Il modo in cui è stato tradotto potrebbe far sospettare ad una superficiale conoscenza dell’inglese ma lasciamo il beneficio del dubbio imputandolo ad una scelta di traduzione… magari per rispettare il labiale? Speriamo e andiamo avanti.

    Che sarà mai, dite? Sottigliezze, dite? Sofismi? Questa è soltanto la prima goccia.

    goccia d'acqua che cade sulla testa

    Plic!

    Linguaggio da marinai o da scaricatori di porto?

    Da spettatori italiani di blockbuster (doppiati), siamo facilmente portati a credere che in una situazione di pericolo dei marinai possano dire cose come “siamo nella merda” oppure “i serbatoi di prua sono fottuti“, frasi molto plausibili in bocca a dei sommergibilisti di un film d’azione statunitense, se non fosse per il fatto che tale linguaggio stereotipato non ha corrispondenze in lingua originale.

    In situazioni d’emergenza sul mare non c’è spazio per un linguaggio così informale e ridondante perché può solo costare la vita a tutti. Lo sa bene Cameron, appassionato di immersioni, che ci mette più realismo possibile nei dialoghi di film su i suoi amatissimi abissi, e lo sa anche mio padre, ex-ufficiale di marina (mercantile), che davanti a queste frasi storce sempre il naso (se vedesse The Abyss in italiano lo storcerebbe di sicuro). È vero che questo genere di dialoghi è quasi la norma nei film americani ma non in questo. Allora perché dovremmo accettare dialoghi italiani da film di Michael Bay come “i serbatoi di prua sono fottuti” quando in inglese diceva semplicemente “falla nei serbatoi di prua” (forward tanks are ruptured)? La sostanza non cambia ma lasciamo che il film si esprima con il lessico scelto dal regista.

    Non passano neanche pochi secondi che ci arriva un altro scambio di battute dove l’adattamento italiano decide di andare un po’ a braccio:

    – We’re losing her! (Letteralmente “lo stiamo perdendo”, il sommergibile)
    [scambio di sguardi]
    Launch the buoy. (“Lancia la boa”)

    Ancora una volta nella situazione di emergenza non c’è tempo da perdere, ciascuna frase è significativa ed ha un suo peso. Nessuno perde tempo con inutili sottintesi o frasi ridondanti. Viene subito detto che il sottomarino è ormai spacciato. Chiaro. Semplice. Quel lancio delle boe è un tentativo probabilmente futile ma è l’unica cosa che resta da fare. Tutto molto accessibile, ci arriva anche il bifolco americano.

    Nel doppiaggio della terra di poeti, santi e navigatori, la prima battuta diventa invece “lanciamo una boa“, seguìta da una drammatica riconferma:

    “Lanciamo una boa…

    dramatic prairie dog gift

    …di segnalazione!”.

    Cosa cambia? La frase italiana vuole essere ad effetto e, invece di dichiarare subito e in modo chiaro che il sommergibile è “perduto”, sentiamo l’ordine di “lanciare le boe”, il sottoposto guarda con preoccupazione ma non muove un dito, ha capito qualcosa che gran parte degli spettatori ancora non sa, cioè cosa implica lanciare “le boe”. Non lo capiamo anche noi finché il capitano non specifica che le boe sono “di segnalazione”. Ora possiamo finalmente intuire che il sommergibile e il suo equipaggio sono spacciati e che non hanno altro che la speranza di essere recuperati dalla Marina.
    Lo spettatore americano e quello italiano percepiscono la scena in modo leggermente diverso. Questa è la prima di tante omissioni o alterazioni che ci accompagneranno per il resto del film. Nessun grave delitto, è soltanto un’altra gocciolina. Plic!

    goccia d'acqua che cade sulla testa

    Ahia, porco D…

    Siamo a poche frasi dall’inizio del film e l’adattamento italiano già fa acqua da tutte le parti. speriamo che non affondi.

    Il linguaggio tecnico dei subbaqqui: scogli per precipizi

    Di linguaggio tecnico in The Abyss ce n’è tanto e sembra essere quasi sempre corretto, forse frutto di un’ottima consulenza, lo dimostrano cose come il winch (termine che include sia il significato di verricello che di argano), usato proprio in nautica anche in lingua italiana. Eppure, in maniera inattesa, la traduzione ci casca nei momenti più banali come ad esempio quando una messa a terra (“ground connection”) diventa letteralmente una “connessione al suolo“.

    Bypassa la connessione al suolo sul sequenziatore di separazione

    Tale frase viene fuori nella scena in cui i sommozzatori dei Navy Seals armeggiano con una testata nucleare che di certo non è connessa “al suolo” come una tenda da campeggio. A riconferma di ciò, se cerchiamo “connessione al suolo” su Google troviamo la bellezza di un centinaio di risultati, nessuno legato all’elettronica (contro gli oltre 2 milioni di “messa a terra”, tutti legati all’elettronica). Certo, Google non c’era nel 1989, ma la “messa a terra” esiste dai primi esperimenti di Faraday dell’800.

    Scena dal film The Abyss

    Doppiaggio: “Bypassa la connessione al suolo sul sequenziatore di separazione”

    Ancora più fuorviante è un’altra battuta che arriva poco dopo, quando sentiamo che invece di essere trascinati verso il precipizio la nostra Mastrantonio (nella versione italiana) ci avverte che stanno per essere trascinati verso uno scoglio.

    Definizione di scoglio: “porzione di roccia che affiora o emerge dalla superficie del mare, di laghi o di fiumi”.

    Ora, dubito che questo si qualifichi come “scoglio”.

    Scena dal film The Abyss, un sommozzatore sul bordo di uno strapiombo

    In inglese infatti non si parla affatto di scogli.

    Scena dal film The Abyss

    Doppiaggio: “Stiamo andando contro lo scoglio”

    La frase italiana fa pensare che si sarebbero presto schiantati contro una parete o un masso, ben altra cosa rispetto al rischio di CADERE DA UN PRECIPIZIO nelle profondità marine! Mamma mia, sento già la tensione che sale in me… ma solo in inglese! Infatti lo strapiombo di cui parlano nella versione originale lo vediamo solo successivamente, quando la gru alla quale sono rimasti ancorati precipita giù rischiando di trascinarli oltre il baratro. Resosi conto di ciò che sta per accadere, Capitan Ovvio urla “ci trascina via!” mentre in inglese la battuta era semplicemente “reggetevi a qualcosa” perché ciò che stava per accadere era chiaro persino al bifolco americano.

    Scena dal film The Abyss

    Doppiaggio: “Ci trascina via!”

    Da notare che quasi tutte le frasi incriminate sono dette fuori campo, non vediamo mai la bocca di chi le pronuncia quindi sono scelte difficili da poter giustificare in qualche modo.

    A proposito di pronuncia, con il doppiaggio di The Abyss è la prima volta che sento il segnale di soccorsoMAYDAY” pronunciato come “mai-dei” invece di “mei-dei” (o come viene spesso trascritto MEDE’), molto curioso visto che lo stesso personaggio (Sonny, doppiato da Franco Zucca) nella medesima scena pronuncia poi il nome della piattaforma Deep Core come “dip COAR”, forse ad emulazione della pronuncia americana. La pronuncia di parole estere evidentemente rimane a discrezione degli interpreti.
    Visto che stiamo a parlare di pronunce, perché i mini sommergibili radiocomandati “Big Geek” e “Little Geek”, vengono chiamati “little gic” e “big gic”? Forse “bigghick” suonava male? Chissà in quanti avranno pensato di sentirci “Big Jim” all’epoca. (La pronuncia corretta di geek è “ghiik”.)

    Mentre nel caso dello scoglio/strapiombo i dialoghi italiani restano incomprensibili finché non vediamo con i nostri occhi cosa sta per accadere, in altre scene invece anticipano persino troppo. È il caso del famoso incontro con la protuberanza fatta d’acqua. Dico famoso perché questa scena certamente la conoscete anche senza aver visto il film.

    Scena dal film Abyss, una protuberanza fatta d'acqua imita il volto dell'attrice Mastrantonio

    Protuberanze acquatiche, su Rieducational Channel!

    Successivamente a questo primo contatto, la protuberanza si allontana, addentrandosi in altre parti della struttura sottomarina. Dove starà andando? In inglese la protagonista pensa che sia diretta verso il modulo B della struttura (“I think it’s headed for B module“). La musica è gioiosa finché non vedono che si è fermata ad osservare la testata nucleare portata a bordo dai militari paranoici.
    Nella versione doppiata, la costruzione dell’intera sequenza è rovinata da uno “spoilerino”: invece di dire che sta andando verso il modulo B, in italiano il personaggio di Lindsay (Mastrantonio) mostra doti paranormali di preveggenza quando dice: sta andando verso la testata!

    Scena del film The Abyss, l'equipaggio segue la protuberanza acquatica verso la testata nucleare

    Doppiaggio: sta andando verso la testata!

    Che ne sai, Lindsay? Hai letto il copione? È una gigantografia del copione quella che vedo appesa alla parete nell’immagine qui sopra?
    In italiano, dunque, la musica rimane gioiosa nonostante Lindsay abbia detto che la protuberanza aliena sia diretta verso la testata nucleare, a questa informazione gli spettatori italiani non danno quindi il giusto peso perché la musica si fa più seria soltanto dopo. Questo non ha senso nel linguaggio del cinema.

    goccia d'acqua che cade sulla testa

    Ahhhhh!

    Abissali fraintendimenti

    Per essere un film sulle profondità marine e sulle immersioni, The Abyss ha dialoghi davvero alla portata di tutti, immediatamente comprensibili a patto che conosciate l’inglese. Non mi spiego infatti come mai molte frasi siano state fuorviate in fase di traduzione e adattamento, complicando anche le cose più banali. Qualcuno deve proprio essersi perso in un bicchier d’acqua.

    Siamo ancora all’inizio del film, l’ingegnere Lindsday Brigman (Mary Elizabeth Mastrantonio) è in un piccolo sommergibile con i marinai delle forze speciali Seal. Una volta attraccati alla piattaforma sottomarina Deep Core devono ancora attendere l’equilibratura della pressione prima di poterci entrare.

    A questo punto Lindsay annuncia una brutta notizia e una notizia ancora peggiore:

    Il personaggio di Lindsay che porta una brutta notizia

    Il personaggio di Lindsay che porta una notizia ancora più brutta

    The bad news is, we got eight hours in this can blowing down and the worse news, it’s gonna take us three weeks to decompress later.

    La brutta notizia è che dovranno rimanere 8 ore in quella scatoletta per la compressione, la notizia ancora più brutta è che al ritorno in superficie poi gli ci vorranno tre settimane per la decompressione.

    In Italia, terra di poeti, di navigatori e di quelli che si complicano la vita inutilmente, il dialogo è stato tradotto in questo modo:

    Siamo stati più di otto ore a zonzo dentro questa scatola e mi dispiace per voi ma ora ci aspettano tre settimane di decompressione.

    TUTTO ciò è sbagliato. Otto ore non è il tempo già speso per raggiungere la piattaforma Deep Core bensì quello che dovranno attendere prima di poterci entrare. Dicendo poi “ora ci aspettano tre settimane di decompressione” sembra che faccia riferimento al tempo di attesa per l’equilibratura della pressione (che invece è di 8 ore). Sono quei dialoghi che forse sulla carta avevano un qualche senso ma che nella pratica risultano fuorvianti.

    Scena dell'equalizzazione della pressione dal film The Abyss

    Tre settimane a guardare l’orologio

    I fraintendimenti non finiscono certo qui. Dopo un diverbio tra Lindsay e il tenente Coffey in cui quasi ci scappa il morto, si parla di un “fattore culo” che in italiano porta irrimediabilmente a pensare al culo inteso come fortuna, come del resto testimoniano le molte pubblicazioni che riportano questo nome (spesso abbreviato in “fattore c”) e addirittura un programma televisivo.

    Io dico che in tutta questa storia do al fattore culo un’importanza di 9 punti su 10.

    Ben altra valenza ha la battuta originale…

    I got to tell you, I give this whole thing a sphincter factor of about 9.5

    …nella quale si parla di un “fattore sfintere” a cui viene attribuito un livello di strizza di 9,5 su 10 per via della situazione rischiosa in cui si erano trovati. Un modo divertente per dire che quasi si cagava addosso e su questa battuta si conclude la scena. Certo, erano stati anche fortunati, ma un fattore strizza è una migliore conclusione della scena rispetto ad un generico fattore fortuna. Se è stato scelto “culo” sperando che si capisse la battuta originale hanno sbagliato di grosso, se invece si è optato per un cambio di battuta, quella originale funziona comunque meglio.

    Ed Harris nella scena del gabinetto, guarda nel cesso dopo averci gettato l'anello

    Come vedete, qui a Doppiaggi italioti…

    Ed Harris nella scena del gabinetto, cerca di recuperare l'anello

    …si scava proprio a fondo nelle questioni.

    Tra moglie e marito non mettere il dito (antico consiglio per traduttori)

    Una delle cose più memorabili dell’intera vicenda (oltre agli alieni di plastica alla fine) è certamente il rapporto di odio e amore tra il capitano della stazione subacquea, Virgil “Bud” Brigman (Ed Harris) e la moglie da cui sta divorziando, l’Ing. Lup. Mann. Lindsay Brigman (Mary Elizabeth Mastrantonio), che ha progettato la piattaforma. La giornalista Silvia Bizio nell’articolo Troppi misteri in fondo al mare nel 17 agosto 1989 ci riporta ciò che all’epoca sospettavano in tanti, cioè che ci sia qualcosa di autobiografico nel rapporto tra moglie e marito che vediamo in The Abyss.

    […]nonostante i suoi dubbi inizi nel 1981 (con Pirana II) ha firmato, in tandem con la moglie produttrice Gale Ann Hurd (il loro matrimonio è andato a fondo durante le riprese di The Abyss), film come Terminator (1984) e Aliens (1986). Non a caso molti sostengono che il soggetto di The Abyss che Cameron aveva scritto a solo 17 anni, sia stato integrato con molti elementi autobiografici relativi a Cameron e alla Hurd: due persone unite dal lavoro e separate dal conflitto fra carriera e famiglia.

    È certamente una di quelle semplificazioni che piacciono tanto ai pettegoli appassionati di gossip e agli spacciatori di curiosità (quasi sempre false) sul cinema e anche io farò come Silvia Bizio, prendendo le distanze da simili congetture in attesa di conferme o smentite da parte degli interessati; possiamo però constatare che raramente capita di vedere conflitti di coppia così ben rappresentati su pellicola, qualunque ne sia l’origine.

    I due protagonisti del film The Abyss

    Realistiche conversazioni di coppia

    Purtroppo nell’adattamento italiano anche i battibecchi di coppia tra Lindsay e “Bud” non sono esenti da errori di traduzione o reinterpretazioni, a partire dal marito che ricorda alla moglie che non le è mai piaciuto essere chiamata “signora Brigman” e lei risponde “mi è piaciuto quando significava qualcosa” mentre originariamente era l’esatto contrario “not even when it meant something” (neanche quando significava qualcosa). E faccio notare che questi dialoghi sono di spalle, la scusa del labiale non sussiste.

    E non è il solo esempio. Il dialogo che segue cambia ancora una volta l’atteggiamento della co-protagonista che da persona orgogliosa che fa molta fatica ad elargire un complimento al marito, in italiano diventa quasi lo stereotipo della casalinga preoccupata.

    La frase…

    You know, you did okay back there, Virgil. I was fairly impressed.
    (= sai, te la sei cavata bene prima, Virgil. Sono alquanto colpita.)

    è stata adattata in questo:

    Menomale che sei rientrato in tempo. Ero davvero preoccupata.

    Se l’obbiettivo di questo adattamento era quello di riempire il film di frasi banali hanno fatto uno splendido lavoro. Manca solo qualche “non correre, papà”, ci sarebbe stato bene durante la discesa negli abissi, alla fine.
    Il botta e risposta da coppia che fa scintille continua in entrambe le lingue concordemente a quanto detto nelle precedenti battute:

    ORIGINALE Yeah? Well, not good enough. We still got to catch Big Geek.
    (=Ah, sì? Be’, non abbastanza. Dobbiamo ancora recuperare Big Geek)

    DOPPIAGGIO: In tempo per cosa? Per perdere Big “Gick”?

    E poi sul finale di questo battibecco ritorna una diversa interpretazione del personaggio di Lindsay che, invece di avere l’ultima parola, diventa comprensiva e non competitiva.

    ORIGINALE. Lindsay: Yeah. Well, not in this thing.
    (=Be’ di certo non con questo affare)

    DOPPIAGGIO: Be’, non intendevo questo.

    “Bud” può essere acido, Lindsay per qualche ragione no, ma si sa, dietro ogni marito burbero c’è una moglie comprensiva. Si è dimenticata solo di ricordargli di prendere il latte al ritorno dal lavoro. Basta pochissimo per stravolgere la psicologia dei personaggi.

    Roba troppo sottile? Allora che ne dite di quando Lindsay propone al marito di tornare indietro e prenderle una muta prima che la falla nel sommergibile la faccia annegare? Lui conta che ci vorranno 7-8 minuti per andare e tornare a nuoto e in italiano le dice che potrebbe farcela, mentre in inglese dice l’esatto opposto.

    Scena da The Abyss, il personaggio di Bud conta quanto gli ci vorrà a nuotare per prendere una seconda muta

    That would take me about 7, 8 minutes to swim, get the gear, come back.

    Ci vorranno 7 o 8 minuti per andare e tornare.

    Fin qui niente di male.

    Il personaggio di Ed Harris in The Abyss calcola di non potercela fare a salvare la moglie

    I wouldn’t make it. Look at this, by the time I got back you’d be…
    (=non ce la farei. Stammi a sentire, al mio ritorno saresti già…)

    che nel doppiaggio italiano diventa

    Va bene, dovrei farcela. Tu mi aspetti qui ma devi restare molto calma.

    Le frasi che seguono sono state alterate concordemente. Se in inglese lei cambiava idea e diceva di guardarsi intorno alla ricerca di altre soluzioni, in italiano accade tutto l’opposto, lei promette che sarebbe stata calma ma che lui avrebbe dovuto fare in fretta. Non si capisce poi perché dopo il marito tergiversi e ai due caschi il mondo addosso quando trovano un respiratore ma questo non funziona. Ma non doveva arrivare a nuoto a prenderle una muta il più presto possibile? Che sta aspettando? Ahh, già, i dialoghi sono stati cambiati e non hanno senso. Scemo io.

    Una situazione drammatica diventa così un’incomprensibile perdita di tempo con tanto di “calmati, donna”.

    Correction guy meme con vignetta: ti salvo ma calmati

    Se non sapessi che dialoghi e direzione del doppiaggio sono di una donna, Susanna Javicoli, avrei certamente pensato al peggiore dei maschilisti.

    Mi copi o mi ricevi? Boh, facciamo entrambi

    I dialoghi di questo film sono in gran parte radiotrasmessi e quindi strapieni di termini noti ai radioamatori (un po’ meno al grande pubblico) con cose come “mi copi?”, cioè “mi ricevi?”, una diretta traduzione maccheronica (ma storica) di “do you copy?”. Una iniezione di realismo forse eccessiva quando nello stesso film i “serbatoi di prua”, invece di “avere una falla”, possono essere descritti come “fottuti”.

    E così il film abbonda di “mi copi?” laddove un “mi ricevi” non avrebbe infastidito nessuno e dove non mancano neanche i “roger” (ne avevamo già parlato con Star Wars – Episodio I), un’espressione di conferma/risposta affermativa che in questo film non viene sempre tradotta allo stesso modo: a volte rimane “roger”, altre volte diventa “affermativo”, altre ancora “ok”.
    Anche i “copy” non sono sempre tradotti come “mi copi” ma ogni tanto diventano “mi ascolti?” o “mi senti” (persino all’interno della stessa scena) e quindi pure la scusa del labiale se ne va al diavolo.

    Dunque non solo abbiamo inglesismi superflui ma anche incoerenti. Doppia libidine, proprio!

    Jerry Calà che fa il gesto della doppia libidine

    Parlavamo di maschilismo… mi sembra una vignetta adeguata.

    Aggiunte e omissioni italiote

    Possiamo aggiungere al quadretto l’enorme quantità di frasi mai pronunciate in italiano, almeno non nella versione che ho visto io su Netflix ma lascio sempre il beneficio del dubbio perché non sarebbe il primo film in cui il missaggio audio fa scomparire intere frasi dalla versione home video italiana (come in Terminator, per dirne una).
    Ne cito solo qualcuna, come ad esempio la frase “loro non possiamo aiutarli ma forse troveremo dei sopravvissuti più avanti“, totalmente assente nei dialoghi originali della scena dell’esplorazione del sommergibile affondato, oppure la risposta “I’m dealing“(=ce la faccio) alla domanda “tutto a posto ragazzi?” (la risposta era assente in italiano), oppure ancora quando il tenente Coffey, ormai impazzito, dichiara ad un suo sottoposto che è ora di passare alla fase tre e il sottotenente Monk gli risponde con una frase inesistente nella colonna sonora italiana: “we don’t have orders for that“, cioè che non hanno autorizzazioni dall’alto (evidentemente necessarie) per poterlo fare. Questa risposta è particolarmente importante perché sottolinea come il tenente Coffey stesse agendo di sua spontanea iniziativa guidato solo dalla psicosi e questo dovrebbe anticiparci anche la defezione del sottotenente Monk che poi si metterà dalla parte dei protagonisti in quanto l’unico della squadra Seals a riconoscere la follia del suo superiore.

    Siccome non vogliamo farci mancare niente in questa terra di poeti, marinai etc, etc… il film doppiato sfoggia anche frasi inesistenti in inglese e frasi insensate in italiano, come durante la preparazione del protagonista all’immersione finale quando sentiamo questo dialogo

    Gli attori Ed Harris, Mary Elizabeth Mastrantonio e Adam Nelson in una scena di The Abyss

    Lindsay: vorrei restare un po’ con lui.

    Sottotenente Monk: Ok.

    Lindsay: Grazie.

    Soltanto che nessuno si allontana per lasciare Lindsay sola con il marito, la procedura di vestizione procede normalmente come se lei non avesse detto niente. Questo perché lo scambio di battute appena menzionato esiste solo in italiano e posso supporre derivi da un errore nel missaggio audio del film, perché niente nei dialoghi in inglese può far pensare ad un errore di traduzione. Quel “okay” del sottotenente Monk era solo riferito al corretto inserimento del casco.

    Altre battute alterate non tardano ad arrivare, quando Lindsay deve parlare a “Bud” per distrarlo dai dolori della discesa a profondità estreme e lo fa ridere dicendo che “non è facile essere una stronza di ferro [traduzione letterale], ci vogliono disciplina e anni di allenamento. Tanta gente non lo capisce.”.

    Una scena sottotitolata del film The Abyss: it's not easy being a cast-iron bitch  Una battuta del film The Abyss, sottotitolata in inglese: it takes discipline and years of training

    Una battuta del film The Abyss, sottotitolata in inglese: a lot of people don't appreciate that

    Scena dal film The Abyss, Ed Harris ride ad una battuta mentre è in immersione nel liquido ossigenato

    Per qualche strana ragione, al posto dell’auto-ironico “cast-iron bitch” (traducibile anche come “stronza patentata” o, come altri hanno tradotto prima di me, “stronza di proporzioni bibliche“), in italiano si parla di “rigida professionista” quindi il discorso si sposta sulla sua professionalità invece che sulla consapevolezza di passare da stronza:

    “Non è facile essere una rigida professionista, ci vuole disciplina e molti anni di studio”.

    È molto meno chiaro perché il marito dovrebbe ridere a questa battuta. Lo sappiamo tutti che per diventare professionisti (rigidi o meno) ci vogliono anni di studio e disciplina. Questo è complicare anche le battute più semplici e ancora una volta la psicologia della protagonista femminile ne risulta alterata in qualche modo.

    Questo delle donne che passano da stronze (bitch) evidentemente è un tema molto caro a Gale Anne Hurd che nel 2016 al festival cinematografico “South by Southwest” ha raccontato le difficoltà nell’essere una produttrice cinematografica donna e durante la sessione di domande e risposte un’aspirante produttrice le ha chiesto suggerimenti su come trovare un compromesso tra il passare da debole e passare da stronza. La risposta della Hurd non è stata per niente ambigua:

    Io voglio passare da stronza (bitch). Nessun uomo verrebbe etichettato allo stesso modo, non c’è un termine equivalente per il genere maschile [NdT: non c’è in inglese come non c’è in italiano per “troia”]. Non è tanto un “passare da stronza” quanto piuttosto farsi rispettare, difendersi e potersi esprimere.

    Viene facile trovare un nesso tra ciò che disse Hurd alla conferenza del 2016 e il personaggio da lei scritto negli anni ’80 per The Abyss, quello di Lindsay che abbraccia l’idea di passare da stronza anche se chiaramente avrebbe voluto farne a meno. Un nesso che però è difficile da trovare se facciamo riferimento ai dialoghi italiani. Nella versione italiana non c’è spazio per donne indipendenti che passano da scassacazzi solo per potersi far rispettare in un ambiente dominato da uomini, ci sono solo rigide professioniste. Sapevatelo.

    Scena dell'annegamento di Lindsay in The Abyss

    Scena in cui il marito affoga letteralmente la moglie, per poi far pace con lei dopo.

    Errori invisibili ai più, ma perché?

    È certamente curioso che nessuno abbia mai fatto veramente caso ai tanti errori madornali presenti nell’adattamento di questo film, che ho esposto per la prima volta e che sono certamente più gravi di quella manciata di esempi più frequentemente discussi sulla rete (mi riferisco a scoperte dell’acqua calda del calibro di Fener che in realtà si chiama Vader! Nooo, lo sapevate? Io no. E Se mi lasci ti cancello in realtà in inglese è un titolo elevatissimo… mai nella mia vita ne avevo sentito parlare, giuro).

    Il motivo di questa svista è in parte da imputare alla scarsa popolarità del film (diciamocelo, è un bel film ma non se lo incula quasi nessuno) ma in gran parte è anche merito di James Cameron e della sua bravura comunicativa. Il film, infatti, aiuta sempre visivamente lo spettatore quindi anche se qualche battuta è stata alterata non vi sarete persi niente che il film non riesca a farvi capire con le immagini. E se lo conoscete già non noterete i momenti in cui i personaggi anticipano eventi della trama ancora non avvenuti.

    Questa è una spiegazione plausibile del perché nessuno si è mai veramente lamentato dell’adattamento di The Abyss prima di me, ma di certo non è il modo di lavorare correttamente e si poteva certamente far di meglio, come ci dimostra la scena (in lingua originale) in cui la protagonista chiama il tenente Coffey Roger Ramjet, un personaggio dei cartoni animati che incarna (al ribasso) lo stereotipo dell’eroe americano: patriottico e non troppo sveglio. In italiano è diventato “signor Commodoro”, ignorando l’offesa implicita della battuta originale. Del resto in Italia non abbiamo mai sentito parlare di Roger Ramjet, sebbene un generico “Capitan America” sarebbe stata un’ottima alternativa.

    Curioso che la stessa azienda di doppiaggio abbia sfornato in quello stesso anno, 1989, il doppiaggio italiano di Batman di Tim Burton, quello sì un capolavoro di adattamento.

    Scena del topo che respira sott'acqua, nel film The Abyss

    Ma cosa spinge il topo ad immergersi? Spingitori di topi subbaqqui. Su Rieducational Channel!

    Un adattamento di poeti, santi e navigatori

    Con questo articolo sulla versione italiota di Abyss abbiamo dunque coperto sia i poeti (ai dialoghi di questo film, quelli che si inventano cose a caso), sia i navigatori (i sommergibilisti visti nel film) che i santi, quelli offesi dalle mie bestemmie durante la visione del film. Ma voglio concludere con le cose positive.

    Ci sono momenti che ritengo superiori in italiano pur nelle loro variazioni e il cast di doppiaggio è superlativo sia nell’abbinamento delle voci ai volti degli attori, sia nelle loro interpretazioni: Luca Biagini su Ed Harris (in quello stesso anno Biagini era anche la voce di Batman), Silvia Pepitoni su Mary Elizabeth Mastrantonio (curiosamente presente anche in Robin Hood il principe dei ladri dove però non doppiava Lady Marian della Mastrantonio bensì la sua damigella), Saverio Moriones (già Ed Harris in altri film ma qui come voce di Michael Biehn, per la prima e ultima volta), Pasquale Anselmo, Loris Loddi, Luca Ward, Franco Zucca (guardatevi un film britannico chiamato “Segreti e bugie” per rendervi conto di quanto è bravo Franco Zucca). Piccoli ruoli anche per Luca Dal Fabbro, Stefano De Sando, Luigi Ferraro, Silvio Anselmo, Angelo Maggi, Stefano Benassi e Stefano Pietrosanto-Valli.
    Leggo che gran parte di questi doppiatori sono ritornati ai loro ruoli per la versione estesa del film pubblicata nel 1996 anche se non ho mai avuto modo di vedere questa “director’s cut” doppiata in italiano, però fa sempre piacere quando la distribuzione ci mette abbastanza cura da richiamare i doppiatori originali.

    Un’altra cosa positiva è il linguaggio tecnico che, come già detto, è molto accurato anche quando fa uso di parole in inglese ma è proprio nelle frasi più banali che casca l’adattamento italiano di The Abyss impedendomi di capire cose che invece sono chiarissime per chi lo guarda in lingua originale. E questo non è bene.

    Scena di The Abyss, il personaggio One Night seduta nella cabina di pilotaggio del sommergibile

    Evit mentre si guarda The Abyss per recensirlo

     

  • Doppiaggi perduti – Fritz il gatto (1971)

    Locandina italiana di Fritz il gatto

    Fritz il gatto, anche noto come Fritz il pornogatto, è per molti appassionati l’emblema dei danni che può fare un direttore di doppiaggio a cui viene lasciata massima libertà creativa di sconvolgere l’opera che dirige. So che qualcuno di voi sta già annuendo ed è inutile dirvi che tali stravolgimenti in realtà sarebbero spesso da imputare alla distribuzione italiana e non necessariamente a chi adatta e dirige il doppiaggio ma poco importa, il risultato finale è ciò che conta e Fritz il gatto è considerato, a ragione, uno dei peggiori adattamenti italiani mai realizzati, con un pesante uso di dialetti nostrani in sostituzione dello slang americano e battute alterate che stravolgono lo scopo stesso dell’opera, dal nominare Mike Bongiorno (già sentito in Flash Gordon) al lamentarsi dell’IVA.

    Ma se vi dicessi che la “versione dialettale” tanto aborrita di cui tutti si lamentano non è altro che un ridoppiaggio?

    Un ridoppiaggio “d’epoca”

    Locandina pubblicitaria italiana di Fritz il gatto (1972), distribuzione Medusa

    Quello di Fritz il gatto sembrerebbe essere un caso più unico che raro nella storia del doppiaggio italiano. Chi lo vide alla sua uscita, nel 1972, testimonia un doppiaggio ben diverso, fedele alle intenzioni del regista Ralph Bakshi, senza dialetti e con il titolare protagonista doppiato da Giancarlo Giannini, come lo stesso Giannini confermò nel 2009 in un’intervista a La7 nel programma Niente di personale (al momento non più reperibile). Questo doppiaggio “normale” non fu mai più udito dal 1972.

    Infatti, già nel 1973, quando la versione che definiremo “normale” ancora girava per le sale italiane, alla stampa arrivavano le prime segnalazioni di un nuovo doppiaggio demenziale che abbandonava la denuncia e qualsiasi parvenza di impegno sociale in cambio di un uso spropositato dei dialetti italiani e battute italiote mirate evidentemente ad un pubblico meno intellettuale.

    Riporto qui un trafiletto de’ “L’Unità” del 1 febbraio 1973 dove il giornalista che si firma “g. f. p.” fa un preciso resoconto di ciò che stava accadendo alla distribuzione di Fritz il gatto sulla base di un’indagine del critico cinematografico Vittorio Albano de’ “L’Ora” di Palermo:

     

    Per « Fritz il gatto » versione manipolata

    Dalla nostra redazione
    PALERMO, 31

    Della edizione italiana di Fritz il gatto, il lungometraggio a disegni animati dello americano Ralph Bakshi, circolano sul mercato due diverse e praticamente opposte versioni: l’una (adoperata per le prime visioni) che ricalca correttamente la colonna sonora originale, rispettando l’ironia del velleitario inventore del cosiddetto « pornogatto »; e l’altra invece (rifilata al circuito secondario) che stravolge completamente il senso del film e appiattisce ogni cosa a livello dei peggiori sottoprodotti cinematografici, offendendo ogni criterio di buon gusto.

    L’esistenza di due differenti doppiaggi – evidentemente realizzati dalla casa distributrice per giocare la carta « culturale » senza precludersi la possibilità più grossolana di imporre a settori di pubblico relegati in una sorta di lager del sottosviluppo mentale – è stata accertata dal critico cinematografico dell’Ora di Palermo, Vittorio Albano, sulla base della segnalazione di un lettore. Albano ha quindi effettuato un sommario raffronto tra le due colonne sonore, traendone una impressionante ed emblematica misura della opera di travisamento, di mistificazione e mercificazione clandestina del distributore su Fritz il gatto.

    Nella edizione originale (e nel doppiaggio numero uno) il personaggio di Bakshi è una sorta di «contestatore » che nei bassifondi di New York viaggia attraverso droga e conflitti razziali, antisemitismo e violenza poliziesca, ipocrisie e mistificazioni in un universo assurdo e decadente che, secondo l’autore, costringe inevitabilmente alla evasione, all’erotismo appunto come fuga.

    Nel doppiaggio numero due tutto questo sparisce (quindi via, ad esempio, tutte le battute più pungenti di Nixon, sul problema negro, sulle altre scottanti realtà USA), tutto tranne il sesso naturalmente, che viene condito di qualunquismo, di razzismo, di incredibili volgarità « comiche ». Così, i membri del Black Power sono trasformati in immigrati meridionali che si lamentano per l’IVA («che non è la Zanicchi, come la Vanoni non è l’Ornella »!), i poliziotti parlano in siciliano o in napoletano, la gatta-ragazza di Fritz è una piemontese nostalgica di Torino, la prostituta negra parla in emiliano, una cavalla in calore parla come Sofia Loren stile « pizzaiola », (e quando lo amante la sevizia, lei sbotta in un: « Carletto, abbiamo rotto i… ponti »), eccetera.

    Insomma, a prescindere dal valore dell’originario Fritz come di qualsiasi altro film, c’è proprio da chiedersi con Vittorio Albano « in che modo gli autori di cinema vengano tutelati in Italia, se un intellettuale qual è Ralph Bakshi, velleitario finché si vuole, ma con pieno diritto di esprimere le proprie opinioni, può passare tranquillamente per un autentico imbecille »

    g. f. p.

    Le ragioni (presunte) del doppiaggio dialettale

    Quando negli uffici del distributore Medusa si sono trovati Fritz il gatto tra le mani qualcuno avrà sudato freddo; essere il primo cartone per adulti garantiva di non poter attingere al salvadanaio e alle paghette dei marmocchi, quindi a chi venderlo… e come? Gli spettatori italiani maggiorenni di quel periodo storico erano divisi in due gruppi agli antipodi: gli intellettualoidi e i gonzi. Il guaio è che generalmente un gruppo ignorava i film destinati all’altro e ciò voleva dire previsioni di guadagni ulteriormente dimezzati.

    Chissà chi avrà avuto l’idea geniale (se spuntasse fuori il nome vorrei stringergli la mano) di creare da subito due versioni diverse per soddisfare il maggior numero di spettatori italiani; due doppiaggi, uno destinato agli intellettuali, l’altro per gonzi!

    Un’idea diabolica e persino comprensibile per l’epoca, solo che a noi, ai posteri, è arrivata solo la versione per gonzi!

    Scena dal film Fritz il gatto, l'orgia degli animali nel bagno

    Cosa sappiamo sul primo doppiaggio di Fritz il gatto?

    Della versione “normale”, destinata al pubblico intellettualoide degli anni ’70, si sa ben poco ma alcune cose possiamo supporle con cognizione di causa. Certa è la presenza di Giancarlo Giannini che all’epoca lavorava con la C.V.D., la stessa società di doppiaggio in cui lavoravano anche Mario Maldesi, Fede Arnaud e Oreste Lionello. Purtroppo oggi rimangono in vita pochissime persone che nel 1972-73 lavoravano per la CVD.

    In un articolo intitolato La radicalizzazione di Fritz il gatto (The radicalization of Fritz The Cat, Den of the Geek, 2016) l’autore Tony Sokol scrive:

    c’è un aspetto di Fritz che mi ricorda Mimì in Mimì metallurgico ferito nell’onore, uscito lo stesso anno, il 1972, e diretto da Lina Wertmüller dove Mimì, interpretato da Giancarlo Giannini, si imbatte nella rivolusione ma ne esce corrotto.

    Che un personaggio doppiato da Giannini possa ricordare il personaggio interpretato in un altro film… quando si dice le coincidenze!

    Riguardo all’adattamento, in base alle reazioni riportate anche dalla stampa possiamo dire con assoluta certezza che la prima versione non facesse uso di dialetti alla ricerca di effetto comico spicciolo e che fosse quindi più fedele alle intenzioni originali del regista.

    Al momento non ci sono prove dell’esistenza di versioni home video con questo doppiaggio.

    Dove si trova adesso il doppiaggio originale di Fritz il gatto?

    Tutte le riedizioni note di Fritz il gatto hanno il doppiaggio dialettale. Lo ritroviamo nella prima VHS Domovideo (databile marzo 1988), lo ritroviamo nella ristampa cinematografica del settembre 1994, quando tornò al cinema per il 25° anniversario con lo slogan “il ritorno del pornogatto” insieme ad un nuovo visto censura (non più VM18 ma abbassato a VM14), idem nella VHS datata dicembre 1995 della RCS che fa uso della locandina del 1994.

    Del doppiaggio originale possiamo supporre che in qualche garage privato si stiano decomponendo le ultime rara copie in formato 35 mm di quelle prime visioni del 1972-1973 destinate ad un pubblico meno volgare. Non so se esistono riduzioni 16 mm e Super8 per questo film, se esistono può sempre darsi che siano state fatte a partire dalla seconda versione, quella dialettale.

    Foto di una pellicola cinematografica deteriorata

    Probabile situazione attuale dell’originale Fritz il gatto

    È possibile che Medusa conservi un master della colonna sonora con doppiaggio originale nei propri archivi, ma più probabilmente è stato tutto gettato nel fuoco o è marcito. Mi dispiace concludere gli articoli con queste note di pessimismo ma le probabilità che esista ancora da qualche parte in buono stato di conservazione sono onestamente basse e non voglio darvi illusioni. Se volete assillare Medusa affinché le vada a cercare ditegli pure chi vi manda.

    La versione per gonzi

    Il doppiaggio dialettale di Fritz il gatto le spara grosse da subito quando, nel primo minuto di film, in cima ad un grattacielo di New York sentiamo questo scambio di battute tra un operaio barese ed uno toscano:

    Scena di apertura di Fritz il gatto con degli operai in pausa pranzo
    – Sai chi è arrivato dall’Europa? Ti ricordi Romeo, il gatto del Colosseo? Adesso si fa chiamare “il gatto Fritz”.
    – Ma cosa tu mi racconti?

    Invero, cosa mai ci stanno raccontando!? Vien da sé che Fritz parla in romano (con la voce di Oreste Lionello) e non so quanto seriamente fosse lanciato quel riferimento a Gli aristogatti – che potremmo quasi additare come istigatore di malsane trovate, avendo sdoganato l’idea che un gatto che parla romano possa far colpo sull’immaginario collettivo italiano (dell’uso dei dialetti ne’ Gli aristogatti ne abbiamo già parlato). Ogni altro personaggio newyorchese di Fritz il gatto è proposto in chiave italica, sfruttando tutti i dialetti esistenti con la scusa di aver spostato la trama a Little Italy e non più ad Harlem. Ma i dialetti non sono il vero problema.

     

    Scena di Fritz il gatto, poliziotti maiali che si avvicinano alla folla

    Il problema è l’adattamento “comico” che punta a far ridere con quel genere di battute disarmanti da comici dilettanti. Perché, dopo tutto, il Fritz the cat originale di comicità non ne ha poi tanta, o per lo meno niente che vada oltre il farci sghignazzare in specifici momenti. Magari può far ridere (internamente) che i poliziotti siano letteralmente dei maiali, proprio negli anni in cui venivano chiamati “pigs” dai sessantottini americani, oppure possono far ridere delle singole battute, ma in generale i dialoghi di Fritz the cat non mirano mai a strappare alcuna facile risata. Di prettamente “comico” non ha nulla.

    La versione per gonzi di Fritz il gatto invece decide di sfruttare le immagini che scorrono su schermo per creare un prodotto tutto ad uso e consumo del Bagaglino, così a tutti gli effetti diventa “il film animato del Bagaglino” perché l’adattamento sembra essere scritto dagli stessi autori di quel gruppo comico (presumibilmente Lionello stesso), un esperimento che poi verrà ripetuto pochi anni dopo per il film Monty Python e il Sacro Graal, già tristemente famoso proprio per il suo copione, adatto più alle routine “comiche” italiane di terz’ordine che ai rinomati comici inglesi.

    Fritz il gatto corvo che fa un facepalm

    il “facepalm” che ci accompagnerà per tutto il film

    Se non vi foste ancora convinti che Fritz sia in realtà Romeo il gatto del Colosseo degli Aristogatti, il doppiaggio dialettale ce lo ribadisce una seconda volta quando Fritz, in un fuori campo, intona uno stornello

    Lassateme passa’ / io so’ un Romeo / Sto qua perché me stava / pe crolla’ sopra er Colosseo

    La vera trama (in breve)

    Nella versione originale, Fritz è uno studente universitario in una New York della metà degli anni ’60 che, invece di studiare, preferisce spassarsela con droghe leggere e ragazze. Le sue peripezie da bianco privilegiato alla ricerca (mai molto sincera) di una qualsiasi causa sociale da combattere lo portano a indurre una rivolta ad Harlem e ad essere coinvolto in un’azione terroristica ad opera di sadici criminali neonazisti.

    La trama gonza

    Romeo, il gatto del Colosseo del film Gli Aristogatti, 50 anni dopo aver conosciuto la gatta Duchessa a Parigi, è sbarcato a New York dove si fa chiamare Fritz. È visibilmente invecchiato perché adesso il suo pelo si è ingrigito e non più arancione, ma riesce comunque a spacciarsi per uno studente universitario e fa strage di pollastrelle ingenue. Non sappiamo perché, ma negli oltre 50 anni che sono passati dagli eventi degli Aristogatti gli umani sono stati sostituiti dagli animali, che adesso lavorano in tutti gli strati della società – ma questi sono dettagli intuibili dalla battuta di apertura e mai esplorati veramente nel film.

    Scena da Fritz il pornogatto, Fritz in macchina con la fidanzata torineseNelle sue avventure da studente svogliato, Fritz si rende conto di aver speso troppo per una prostituta e va ad incitare una sanguinosa rivolta per chiedere l’abbassamento dei prezzi delle prestazioni sessuali e la riapertura dei casini. Per scappare dagli sbirri che lo cercano, la fidanzata torinese gli propone di tornare in Italia (in automobile) promettendogli un posto alla FIAT ma Fritz fugge dalle sue responsabilità e, facendo l’autostop, finisce in una gang di motociclisti nazisti (ex-SS con tanto di accento teutonico che più ovvio non si può), questi useranno Fritz per un atto terroristico che consiste nel piazzare dei botti di capodanno in una centrale elettrica per farla saltare. Al risveglio in ospedale viene visitato da tutte le sue ex con le quali inizia un’orgia. Potremmo considerarla quasi una scena parallela al finale di Arancia Meccanica se Malcom McDowell cominciasse improvvisamente a strillare come Gene Wilder in Frankenstein Junior.

    L’adattamento gonzo

    Sentir parlare di “scioperi, scioperi, scioperi” nelle prime battute del film potrebbe dare l’illusione che con l’adattamento italiano di Fritz il gatto si vogliano contestualizzare i dialoghi alla situazione nostrana di inizi anni ‘70, il problema è che non basta dire “scioperi” per rendere i dialoghi intellettuali.

    Il film, in lingua originale, apre in realtà con il monologo di un operaio (una registrazione “vera” catturata dalla strada dal mangianastri di Bakshi) che si lamenta di come sia inutile educare i propri figli alla vecchia maniera visto che alla fine la figlia ti si presenta comunque a casa con “un tizio”. Il pensiero semplice di un uomo qualunque che in italiano viene sostituito da un logorroico tentativo di ironizzare sul fatto che la notizia dei tanti scioperi è data da un programma che si chiama “Italia che lavora”. Cioè si va a cambiare le parole semplici dell’uomo comune, non sofisticato, in battute certamente artefatte ma più pedestri del discorso originale che quantomeno sembrava essere genuino. In altre parole la vera mediocrità dell’uomo della strada diventa l’accidentale mediocrità del comico “impegnato”.

    Il target, dal film originale all’adattamento dialettale, è cambiato radicalmente, se il target è l’italiano medio che ride alle battute del Bagaglino.

    Scena di Fritz il gatto con doppiaggio dialettale, il gatto Fritz al bar

    “Secondo me i vaffa si sprecheranno”

    La triste realtà è che i dialoghi italiani di Fritz il gatto fanno leva sulle peggiori banalità di cui il popolo disquisiva al bar dopo aver sentito di sfuggita il telegiornale. L’impegno politico in gran parte dei casi si limita a nominare più volte Settembre Nero, che in realtà serve da scusa solo per sottolineare la bruttezza di Golda Meir (per ben due volte) e far ridere il popolo dei baretti. Una donna brutta, ahah, che risate! Da qui a “culona inchiavabile” di berlusconiana memoria è proprio un attimo.

    Tanto per rimanere su discorsi ad alta levatura, Fritz non si fida della pillola anticoncezionale (“vedi a fidasse della pillola?”) e poi, attaccato al culo di una donna, canta…

    “tuppe tuppe marescia’, arapite so’ n’amico”

    Scena da Fritz il gatto, Fritz attaccato al culo di una donna gigante

    Questo per farci capire la finezza dell’adattamento italiano che cerca (e sottolineo cerca!) di far ridere in ogni singola battuta, aggiungendone di inedite e fuori campo anche quando in originale non ci sono dialoghi.
    Ebbene, se farci ridere è lo scopo dell’adattamento italiano, esploriamo tutte le battute di Fritz il gatto per verificare quanto sia efficiente nel farlo. Se non lo faccio io in questo blog, non lo farà mai nessun altro. E quindi…

    La dubbia comicità del Bagaglino

    Le battute (completamente inventate di sana pianta) del doppiaggio dialettale di Fritz il gatto si possono dividere in due grandi categorie: quelle del tipo “non state ridendo?” e quelle del tipo “ma perché!?” ed eccovi le migliori. (Vi ricordo che sono battute inventate di sana pianta.)

     

    Scena di Fritz il gatto con poliziotti maiali che salgono le scale

    – Fai le scale!
    – Do, re, mi, fa…
    – E non fare lo spiritoso!

    Non state ridendo?


    Scena dal film Fritz il gatto, un personaggio parla con accento siciliano elogiando l'hashish

    Evviva l’hashish! Evviva la Shishilia! (con cadenza siciliana)

    Non state ridendo?


    Scena di Fritz il gatto con doppiaggio dialettale, il gatto Fritz spara al cesso dopo aver rubato la pistola al poliziotto

    Ho fatto centro! Ho fatto centro! Che sur-cesso!

    Non state ridendo?


    Scena dal film Fritz il gatto, Fritz in sinagoga si nasconde nella barba di un rabbino

    Vuoi vede’ che so’ carabinieri? Si travestono sempre!

    Ma perché?


    Scena dal film Fritz il gatto, i poliziotti maiali in una sinagoga

    Scena dei poliziotti in una sinagoga

    Trattali bene, questi sono clienti.

    Ma perché?


    scena dell'incendio all'università

    – Oh, qua s’è incendiato tutto. Quanto me dispiace… che m’è annato a fuoco pure l’indirizzo della casa squillo. Mejo chiamare li pompieri. Pronto?
    – Pronto! (sempre Lionello, con accento “napoletano”)
    -- 
    Accorete prontamente.
    -- 
    Adesso non abbiamo macchine.
    – Allora mandate qualcuno che c’ha freddo.

    Non state ridendo?

    Scena di Fritz il gatto con doppiaggio dialettale, discorso al bar tra due corvi

    Io non posso mollare questa città… perché non riesco ad attraversare la strada.

    Mi sa che abbiamo trovato l’autore delle battute del Cucciolone.

    il gatto, Fritz in viaggio in auto con la fidanzata

    Soli come uno scaracchio su un tombino.

    La famosa solitudine degli scaracchi sui tombini (?). Mah.

    Scena violenta della mucca pestata a sangue
    Vieni dalla tua Sofia […] Carletto, guarda che a questo punto abbiamo rotto… i ponti.

    Il riferimento è a Carlo Ponti, produttore cinematografico sposato con Sofia Loren. Ma perché?

    Scena di Fritz il gatto con doppiaggio dialettale, battute del Bagaglino sulla FIAT

    Quando me ne sono venuto via dall’Italia, la FIAT era in crisi. E sapete perché? Perché dalla catena di montaggio era uscita una macchina uguale alla precedente.

    Arriva dopo un po’ ma comunque non fa ridere. Non state ridendo?

    Scena di Fritz il gatto, corvi che discutono al bar

    Tu lo sai perché mettono tanti semafori? Perché hanno capito che con i semafori è l’unico modo per aumentare il verde in città.

    Questa non la accetterebbero neanche per il Cucciolone.

    Scena di Fritz il gatto, corvi al bar

    – Ma te, scusa, hai capito la faccenda dell’IVA?
    – Che dici dell’IVA?
    – In CU-alche maniera sarà la diminuzione
    – In CU-alche maniera sarà l’INCU-l’aumento
    – Ma ci sarà qualcuno che ha capito la faccenda dell’IVA?
    – Un sistema facilissimo. Mi’ zio c’è morto.
    – In fatto de tasse io ho capito solo che l’IVA non è la Zanicchi… e l’Ornella non è la Vanoni.
    -- 
    Ma che vuol dire IVA?
    – Secondo me iva…
    – Imposta sul valore aggiunto.
    – Secondo me iva…
    – Imposta sul valore aggiunto?
    – E ME FATE FINI’??? Secondo me… i vaffa se sprecheranno!

     

    Se non l’avete ancora capito, nel 1972 l’IVA era l’argomento caldo del momento, preda di facili battute, perché era stata appena introdotta! L’Unione Europea l’aveva suggerita in sostituzione della precedente e più complessa IGE anche se l’IVA è stata percepita come più ingiusta dal popolino. E l’autore dell’adattamento di Fritz il gatto era così compiaciuto da queste battute da bar che neanche quattro anni dopo le ripropose anche nel copione di Monty Python e il Sacro Graal.

    Estratto dal copione italiano di Monty Python e il Sacro Graal, battuta sull'IVA

    E si suppone che l’autore sia proprio Oreste Lionello che in questi copioni riciclava il materiale dei suoi sketch comici del cabaret e ne era tanto affezionato che dal ‘72 ha continuato a riproporli per più di una decade visto che nel 1983 al programma “Al Paradise” ancora ritornava la medesima battuta:

    Più IVA. Che IVA? I va’ a morì ammazzati li devi mettere in conto

    Quand’è che il troppo è troppo?

    Ma torniamo al nostro adattamento per gonzi che inventa battute su battute mettendo completamente da parte il copione originale ed è così afflitto da horror vacui che, anche quando non ci sono dialoghi, la traccia italiana ne vomita in continuazione. Facessero mai ridere, ne avremmo guadagnato qualcosa, ma è un copione pe’ fa’ ridere i gonzi e quindi giù di battute su donne brutte e froci. E come te sbagli?

    ‘Ndo stanno le femmine? Non è che poi arriva un frocio? Aò, mica voglio infrocia’ un frocio.

    L’epifania rivoluzionaria post-canna che Fritz ha durante il rapporto sessuale con una prostituta di colore viene sostituita da Lionello con un…

    il gatto Fritz ha un'epifania mentre fa sesso con una prostituta
    Oh! Ora che me ricordo… a’mo pagato un sacco de sordi per ‘sta budellona.

    Che classe quando la satira politica sui borghesi che si fanno prendere da smanie rivoluzionarie del momento cede il passo al denigrare le prostitute che si fanno pagare più di ciò che valgono! Ma ai gonzi fa ridere. E così invece di unirsi alla causa “nera” come nella trama originale, la rivolta del Fritz gonzo ruota intorno al prezzo delle prestazioni:

    il gatto Fritz sul tetto di un'automobile incita la folla a rivoltarsi
    Rivolta! Rivolta! Popolo, basta con le battone da 120 a botta, e così che s’arza il costo de la vita. Qui come s’arza il pesce cresce la carne. Alla rivolta! Rivoluzione! Aprimo le case e chiudemo li marciapiedi. È ora de finlla di mantene’ i papponi. So’ loro che succhiano il sangue a ‘ste povere creature, alle mignotte. Essi sono mignatte, le mignatte delle mignotte!

    Che sia un copione moderno e all’avanguardia ce lo ricorda anche la canzone del coro Cetra quando canta “tutte uguali queste donne, al momento di incastrarti sono sempre pronte a farti la promessa più solenne, ma poi quando hai detto sì, vedi che non è così. Tutte uguali queste donne, per avere da te tutto ti mentiscono di brutto, queste figlie di N.N., ma poi quando hai detto oui, cambian da così a così, ma poi quando hai detto ja hai finito di campa’, ma poi quando hai detto OK sono cavoletti tuoi”.

    Scena da Fritz il gatto, cavalla Sofia viene pestata a sangue

    U Maronna miiij!

    Quando la donna di un membro della gang di terroristi neo-nazisti viene pestata a sangue dal suo compagno e dagli altri membri della gang, la crudezza della scena (sangue a fiotti) viene smorzata dall’accento napoletano, e le offese originali rivolte alla gang sull’essere froci nazisti e omosessuali repressi (mentre loro la colpiscono a suon di catene di ferro) diventano “ricchione fallito”, “fetentone” e “voi non sapete come si tratta una donna”.
    Questo non è adattamento, è istupidimento.

    A questa scena segue Fritz/Lionello che canta (fuori campo) “fior di mimosa, si lui te mena nun fa’ a scontrosa. Tanto vedrai che prima o poi te sposa” per rincuorare la donna picchiata a sangue… e quando le mette una giacca sulle spalle per non farle prendere freddo non perde occasione (sempre e solo in italiano) per commentare sulla sua stazza: “mettiti ‘sta giacchetta. Ammazza che spalle! E quanto porta, 84?”. La cosa che rende gravi queste battute è che non hanno alcun corrispettivo in inglese, sono letteralmente aggiunte in momenti privi di dialoghi dell’originale. Dalle battute aggiunte è evidente la destinazione del prodotto, sono sicuro che molti gonzi hanno riso alla ridicolizzazione della donna corpulenta pestata a sangue. Porta la taglia 84 e il ragazzo l’ha menata…

    Scena dal film Quei bravi ragazzi dove il protagonista Ray Liotta ride in maniera esageratamente finta

    Quando sul finale Fritz viene sfruttato per piazzare una bomba e salta per aria, all’ospedale dove viene ricoverato lo va a trovare la napoletana di prima che parla dell’annosa questione dei “botti” a Napoli.

    Insomma, questo film doppiato l’ho passato a setaccio ma di comicità non ne ho trovata. Le battute che ho riportato qui non sono che la punta dell’iceberg perché i dialoghi italiani in realtà sparano una cazzata al minuto, l’ho cronometrato facendone poi la media su un campione di minuti, è un vero record!

    Doc Brown dal film Ritorno al futuro che guarda l'orologio e dice: bontà divina, una cazzata al minuto

    Doppiatori italiani di Fritz il gatto

    Il cast di doppiaggio della versione dialettale di Fritz il pornogatto è scarsamente documentato (neanche una scheda sui principali siti enciclopedici sul doppiaggio) quindi abbiamo approfittato dell’occasione per confermare quel poco che era già noto da Wikipedia (4 voci) e per espandere la lista degli interpreti. Questa fin’ora è la scheda più completa mai realizzata sul doppiaggio di questo film. Non ringraziateci tutti insieme.

    Oreste Lionello: Fritz il gatto

    Solvejg D’Assunta: prostituta (Big Bertha)

    Giampiero Albertini: Ambrogio (Duke)

    Renato Turi: poliziotto #1

    Vittorio Di Prima: agente Nicolino (Ralph)

    Claudio Capone: pappone di Bertha (Sonny)

    Isa Di Marzio: corva che parla dell’IVA

    Renato Cortesi: rabbino orbo/ “mandrillo” (formichiere) / “Carletto” (Blu il coniglio)

    Willy Moser: corvo magro nel bar

    Se volete segnalarci altri interpreti saremo felici di verificarli per voi, se possibile. Intanto adesso potete correre ad aggiornare la scheda sul sito Antonio Genna.

    Conclusione

    Che questo film animato sia stato usato come mezzo per riciclare battutine e battutacce destinate al cabaret del Bagaglino è cosa ben più grave della semplice scelta stilistica di adoperare i dialetti italiani. Fritz il gatto e Monty Python e il Sacro Graal sono una pietra tombale su Oreste Lionello come dialoghista e adattatore (sempre che si tratti effettivamente di lavori suoi) che certo non intacca la sua meritata fama di interprete (tanti sono stati gli elogi a Lionello come doppiatore su questo blog) ma spinge a domandarsi: quali altri danni non documentati avrà fatto? I primi sospetti erano già venuti dalle tante scelte bislacche nel copione italiano di Ghostbusters II e sono certo che abbia curato anche adattamenti “normali” ma se ne stanno accumulando troppi di tragici a suo nome.

    Curioso poi che lo stesso Oreste Lionello si sospetti possa essere stato il dialoghista per entrambe le versioni, quindi sia del doppiaggio dialettale sia di quello “ufficiale”, come sospettano alcuni doppiatori che ho contattato alla ricerca di maggiori informazioni su questo film. Questa rimane al momento una mera supposizione.

    Non ci sono mezzi modi per dirlo, Fritz il gatto va visto esclusivamente in lingua originale, se proprio vi interessa (di per sé non è proprio un capolavoro) perché il suo secondo doppiaggio, l’unico arrivato fino a noi, ci porta un film completamente diverso che ha solo le immagini in comune, nient’altro, e che al massimo potrei consigliare come un film di incoraggiamento per comici in erba, così che anche i peggiori possano dire: perfino io posso fare meglio di Fritz il gatto!

     

    Joker che dice: ho dato un nome al mio dolore... e il nome è Oreste. Battuta alterata dal film Batman 1989

    Ringraziamenti

    Per le ricerche voglio ringraziare Francesco Finarolli (cinefilo e studioso di cinema), Leo (collaboratore di questo blog), Anton Giulio Castagna (direttore di doppiaggio), Melina Martello (doppiatrice e direttrice di doppiaggio), Antonio Luca De Tomaso (collezionista), Mauro Ferrari (collezionista).