• Buffy ammazza vampiri ma il doppiaggio italiano ammazza il film… quello del 1992!

    Buffy l'ammazzavampiri, titolo che appare all'inizio del film

    Prima di Buffy, la serie TV con Sarah Michelle Gellar, c’è stato Buffy il film del 1992, quello che non si è mai inculato nessuno, probabilmente anche per colpa del doppiaggio italiano. Per qualcuno di voi suonerà completamente nuovo ma è normale, in Italia è arrivato al cinema nel 1994 con il titolo di Buffy – L’ammazza vampiri o almeno così possiamo supporre vista la data del visto censura (V.M. 14, eh!) e poi in VHS nello stesso anno.

    Locandina cinematografica italiana di Buffy l'ammazzavampiri, film del 1992 uscito in Italia il 25 febbraio 1994

    da “Italian Pulp Movie Posters”

    Nel film fanno la loro comparsa il fu-Luke Perry, il premio Oscar alla carriera Donald Sutherland, il vincitore del premio Montecatini Filmvideo alla carriera Rutger Hauer, la stella sulla “Walk of Fame” e masturbatore in luogo pubblico Paul Rubens e anche una giovane Hilary Swank (lei ancora molto lontana dall’Oscar); per concludere ci sono anche un paio di inquadrature nelle quali appare il doppio premio Oscar e futuro Bruce Wayne-triste Ben Affleck (lo so che non mi credete ma è tutto vero, ho le schermate dei titoli per comprovarlo). Per sfortuna della 20th Century Fox, il cast non ha aiutato il film che si è rivelato un flop sia al cinema che in home video (i soldi negli Stati Uniti li hanno recuperati ma senza scialare), l’autore Joss Whedon (sì, quel Joss Whedon) se ne andò via dal set per non tornare mai più quando si rese conto che praticamente tutti gli stavano apportando modifiche al copione, da Donald Sutherland che cambiava le sue battute a suo piacimento (perché del resto chicazzè Joss Whedon nel 1992?) fino probabilmente all’assistente del vice-sostituto-macchinista e anche i passanti per strada avranno avuto qualche modifica tutta loro da proporre.

    Vampiri nel film Buffy l'ammazzavampiri

    Se non li inviti non possono entrare, ma possono comunque deriderti dalla porta.

    Un film riuscito a metà, un doppiaggio non riuscito affatto

    Se avete mai visto la serie del 1996 (che era pensata da Joss Whedon come una sorta di sequel del film) conoscete già il personaggio, la frivola adolescente americana Buffy scopre di essere la prescelta cacciatrice (“Slayer”) in una secolare caccia ai vampiri, aiutata da un anziano osservatore (“Watcher”) che la prepara al ruolo.

    Luke Perry nei dietro le quinte di Buffy dove dice: interpreto Pike, Pike è la donzella in pericolo nel film.

    Nel mezzo del film ci sono tante idee divertenti che forse trovano più pubblico oggi di quanto ne potessero trovare nel 1992. Abbiamo ad esempio l’inversione dei ruoli classici dove Buffy (Kristy Swanson) è l’eroina senza paura mentre Pike (Luke Perry), sebbene vestito da duro, è il damigello in pericolo che sviene in continuazione e deve essere sempre salvato. In più, Buffy mena di brutto il compagno di classe che, sapendola senza più fidanzato, decide di allungare un po’ troppo le mani e mena anche un motociclista che le aveva fischiato dietro. Vedendosi sopraffatto da una ragazzina il motociclista le urla che è una lesbica e promette che lo dirà a tutti (?). Gli uomini molesti non se la passano bene in questo film e se alla fine Buffy sale sulla moto con Luke Perry è perché lo ha deciso lei, non perché sente che si tratti di un destino di genere. Difficile a dirsi quanto di tutto ciò venga da Whedon e quanto dai passanti che, a detta sua, gli hanno stravolto la storia.

    Tra i momenti scemi che lo condiscono si può quasi intravedere il film eccezionale che sarebbe potuto essere e in generale meriterebbe molto più affetto di quello che ha ricevuto ma per il pubblico italiano questa potrebbe essere una sfida impossibile perché a complicare il tutto abbiamo un doppiaggio italiano che affossa definitivamente il film, al punto da farvi pregare che ne esista un ridoppiaggio da qualche parte.

    Sceneggiatore Joss Whedon da giovane

    “E allora mi scriverò un Buffy tutto mio, con black jack e squillo di lusso!”. Joss Whedon

    Il doppiaggio videocassettese di Buffy – L’ammazza vampiri

    Non c’è niente di profondamente sbagliato nell’adattamento di questo film, niente che dovrebbe far scomodare l’autore di questo blog. Ed è di poco conto che nei dialoghi italiani la protagonista sogni di andare in Europa e sposarsi il principe azzurro mentre in originale lo sposo bramato era invece un po’ più specifico: Christian Slater (come biasimarla, era pur sempre il 1992). Tutti gli altri riferimenti contenuti nel film (band musicali, soprannomi, nomi, etc…) rimangono inalterati: l’adattamento italiano non brilla ma almeno non stravolge. E allora dov’è il problema? Il problema sta nel doppiaggio che, per dirla in parole povere, non si può ascoltare.

    Le voci scelte per doppiare i giovani attori del film risultano scollate dai personaggi che vediamo su schermo e sono, oserei dire, inadatte per i ruoli che coprono, poco importa che in alcuni casi doppiatori e attori siano coetanei. Quasi tutte le voci italiane che sentiamo in Buffy sono di quel tipo che, sentite una volta, non si ricordano più, questo per citare una grande scena dal film “Sono fotogenico” di Renato Pozzetto. Ripensando al doppiaggio di Buffy a dir la verità verrebbero in mente anche altre battute di quello stesso film di Pozzetto, come ad esempio l’immortale “ma fai schifo, dai! Fai veramente schifo!“.

    Il distacco tra voci e personaggi si prova perché quello che vediamo è un film che, per quanto a budget limitato, è stato girato su pellicola con attori anche di un certo calibro mentre le voci che sentiamo uscire dalle loro bocche sono quelle che ritroveremmo in serie come Le sorelle McLeod, Batticuore, Sentieri, Power Ranger e tanti sequel sconosciuti di film d’animazione usciti solo in VHS. Voci perfette per quel genere di materiale ma inadatte al genere cinematografico. Li chiamano “doppiaggi televisivi” non a caso.

    Rutger Hauer con spada samurai in Buffy l'ammazzavampiri, la vignetta legge: ve lo faccio a pezzi questo doppiaggio

    Per farla breve, il film Buffy – l’ammazza vampiri soffre di un doppiaggio da videocassetta degli anni ‘90, di quelle doppiate a Milano per la distribuzione spicciola. Paradossalmente ho visto molti direct-to-video di film da quattro soldi che invece hanno goduto della presenza di doppiatori famosissimi. Di certo questo Buffy, per quanto film riuscito solo a metà, non meritava un trattamento simile. Incredibile pensare che il suo doppiaggio “videocassettese” (la conio io qui ed ora) sia arrivato nelle sale cinematografiche italiane (data di uscita febbraio 1994 secondo il visto censura). Spero che da un momento all’altro qualcuno ci venga a dire che il doppiaggio che ho sentito è in realtà un ridoppiaggio per l’home video e che al cinema non è mai arrivato! La distribuzione è sempre stata della Fox quindi trovo improbabile che l’audio italiano che trovate in Blu-Ray (pubblicato dalla Fox stessa) sia preso da un ridoppiaggio successivo ma c’è sempre spazio per sperare.

    Ah, già, perché non sapete che esiste in Blu-Ray con la lingua italiana!

    (Non c’è bisogno che lo prenda in giro io questo film quando il dietro le quinte contenuto nel Blu-Ray si prende già in giro da solo.)

    Buffy – L’ammazzavampiri del 1992 esiste in Blu-Ray anche in italiano ma in Italia non lo sa nessuno.

    Sì, perché Buffy esiste sul mercato italiano in DVD e su eBay lo trovate anche in VHS, ma nessuno sa che il primo Blu-Ray pubblicato sul mercato americano contiene tutte le lingue europee, incluso l’italiano. L’unico problema è il blocco geografico, il disco è infatti “regione A”, quindi vi servirà un lettore in grado di leggere i Blu-Ray statunitensi per poterlo vedere. Nessuno in Italia ha mai sospettato niente perché gli americani hanno queste curiosa abitudine di non scrivere sul retro della copertina tutte le lingue contenute nel disco, non chiedetemi perché. Era forse prevista la pubblicazione dello stesso disco anche sul mercato europeo ma che poi non si è mai materializzata? Possiamo solo supporre.

    Per trovarlo dovrete cercare sul mercato americano la versione Blu-Ray pubblicata nel 2011 (evitate quella del 2017), la mia ha codice a barre 02454374376780. Non vi spaventate se sul retro non ci trovate scritto “Italian”, vi garantisco che c’è, il sito Caps-a-holic conferma la presenza della nostra lingua in una lista dettagliata di tutte le lingue e i sottotitoli presenti.

    Ben Affleck nel film Buffy L'ammazza vampiri del 1992

    Lo sappiamo che sei tu, Ben Affleck. Inutile che fai togliere il tuo nome dai titoli di coda

    Dobbiamo ringraziare Luke Perry?

    Buffy sarebbe arrivato lo stesso in Italia se Luke Perry non fosse stato nel cast? La mia teoria è che il film era da subito destinato al mercato dell’home video, quello dei film distribuiti solo in VHS, ma il successo di Luke Perry con la serie Beverly Hills 90210 avrà dato l’idea alla Fox (proprietaria di entrambi) di provare a fare il botto rilasciando questo film, già doppiato e pronto alla distribuzione in VHS, addirittura al cinema!
    Il botto l’hanno fatto ma non nel modo che pensavano loro.
    Peccato solo per quel film che Buffy non ha avuto la possibilità di essere anche per colpa di un doppiaggio a risparmio. È innegabile che un doppiaggio memorabile possa risollevare le sorti anche di film riusciti solo a metà. Il mio consiglio è di guardarlo unicamente in inglese, sottotitolato se necessario… perché nel Blu-Ray ci sono sottotitoli in tutte le lingue.

    Scena dal film Buffy l'ammazzavampiri dove la protagonista usa una bomboletta spray e una croce in fiamme contro il vampiro. Nella vignetta dice: te lo brucio questo doppiaggio

    I dialoghi tradotti rispecchiano abbastanza fedelmente le battute originali ma il doppiaggio piatto e assai poco cinematografico le ammazza quasi tutte, figuriamoci quelle che erano già piatte in partenza (Luke Perry che impala un vampiro e dice “adesso sei un attaccapanni” penso sia la peggiore mai sentita in un film di vampiri). C’era bisogno di un adattamento un po’ più brillante come nel 1994 ancora potevano fare e di doppiatori capaci di non uccidere qualsiasi frase, ma soprattutto adatti ai personaggi… o per lo meno che non fossero da telenovelas perché che un film degli anni ’90 approdato al cinema abbia un doppiaggio inferiore a qualsiasi serie televisiva di quell’epoca è veramente vergognoso. Se scomparisse e lo ridoppiassero non lo rimpiangerebbe nessuno.

    Lascio qui l’unico video trovato su YouTube, purtroppo poco rappresentativo della qualità del doppiaggio, ci sono parti ben peggiori.

    Ben Affleck che guarda disgustato un pallone con la vignetta che legge: il doppiaggio di Buffy


     

    Frase ignorante da mettere in locandina:

    ‘Non avresti dovuto tornare”

    Buffy.

     

  • Una conversazione con Carlo Marini (2^ parte) – I doppiaggi di Terminator, Platoon, La rivincita dei nerds, Il caso Moro

    Foto di Carlo Marini, doppiatore e direttore di doppiaggio

    Carlo Marini, l’intervistato

    Ma il mio Terminator… me l’hai distrutto!” esordisce al telefono Carlo Marini, direttore di doppiaggio, dopo aver letto il mio articolo sull’adattamento del film, articolo che intitolai molto poco diplomaticamente “Terminator (1984) – Si poteva fare di meglio“. Faccio notare a Carlo che le mie lamentele erano rivolte quasi unicamente al lavoro del dialoghista (come quasi sempre accade in questo blog), non al suo lavoro di direzione del doppiaggio, né alla scelta degli interpreti su cui non ho mai avuto da ridire (eccezion fatta per Glauco Onorato su Schwarzenegger, con le motivazioni già esposte nell’articolo) e la telefonata si conclude con l’invito di Carlo a recensire altri dei film su cui ha lavorato. Cosa che prometto di fare, non solo per curiosità personale ma anche per i miei lettori, perché c’è una filmografia interessantissima nel catalogo dei film il cui doppiaggio fu diretto da Marini, ad oggi poco noto. Proprio sui retroscena del suo ruolo di direttore di doppiaggio, Carlo condivide con me altre storie inedite e aneddoti.

    Questo avveniva, mi vergogno quasi a scriverlo, oltre due anni fa, forse tre. A volte la vita, il lavoro, la famiglia, ci tengono impegnati e il tempo corre più velocemente del previsto. Quello che sembra un batter d’occhio ad un trentenne, può avere un peso ben diverso per un sessantenne.

    Carlo è morto il 5 gennaio 2019, all’età di mio padre, lasciandomi un bagaglio di aneddoti che mi sono stati raccontati in una serie di nostre interviste a telefono e poi un incontro dal vivo su suo invito che dire indimenticabile è dir poco. Definire Carlo un “personaggio” è riduttivo, sicuramente è stata una figura controversa nel mondo del doppiaggio per motivi che posso solo immaginare leggendo tra le righe dei suoi aneddoti (e molti li ho dovuti/voluti censurare per varie ragioni), probabilmente più piacevole da conoscere come intervistato che come collega, ma non si può negare che abbia avuto un posto nella storia del doppiaggio italiano, anche se poco documentato o ricordato. Se non fosse stato per il nipote non avremmo neanche saputo del suo decesso.
    Mi ha sempre chiesto scherzosamente se queste interviste avrei finito di pubblicarle mentre era ancora in vita. In sua memoria mi sono impegnato a finire di narrarle su questo blog e così riprendo da dove avevo lasciato e senza alterare niente, mantenendo anche le mie tradizionali vignette come se non se ne fosse mai andato.

    Evit

    Nella prima parte dell’intervista avevamo lasciato Carlo Marini poco dopo la scomparsa nel 1980 di Emilio Cigoli, suo mentore e figura imperante nel mondo del doppiaggio. Dai primi anni ’80 Marini stesso, con la sua azienda, era in piena attività come direttore di doppiaggio, lavorando sia su film di spessore artistico e intellettuale (gran parte oggi dimenticati) sia su film di maggior successo commerciale, titoli del calibro di Platoon (1986). Ed è proprio dai titoli più celebri che voglio cominciare.

    Terminator, gli “inventati”, Platoon

    Come già accennato, tra i lavori più noti di Marini c’è la direzione del doppiaggio di Terminator (uscito in Italia ai primi di gennaio del 1985) di cui Carlo ricorda prima di tutto una difficile ricerca di una voce adatta per la protagonista Sarah Connor (Linda Hamilton) che ha portato l’esordiente Daniela De Silva ad ottenere la parte. Carlo inizia la sua storia con questa frase: “c‘ha una faccia strana quell’attrice“. Le storie di Carlo iniziano sempre in medias res.

    Linda Hamilton in Terminator nel ruolo di cameriera, la collega che le parla dice in una vignetta: dice c'hai la faccia strana

    Carlo: C’ha una faccia strana quell’attrice… stavo impazzendo perché non riuscivo a metterci nessuna voce di quelle che conoscevo, impazzivo proprio. C’era una ragazza [Daniela De Silva] che era venuta tre o quattro volte a seguire il doppiaggio e le dissi “sentiamo un attimo la voce tua su questa qua” e lei “ma io non l’ho mai fatto, il doppiaggio” – “Ma te lo dico io! Voglio sentire un attimo… cerca di andare a sync il più possibile e non ti preoccupare, voglio solo sentire”. Questa prende, apre bocca… ed era PER-FET-TA!

    Evit: L’ho sempre trovata molto azzeccata sul personaggio. Non ho mai pensato per un momento che potesse essere una doppiatrice alle prime armi.

    Carlo: No! Non alle primealla prima! Purtroppo ha fatto solo quello di film. Insomma le dissi “lo fai tu!”. All’epoca avevo la forza per dirigere, ci tenevo, quindi riuscivo a coinvolgere molto i doppiatori, avevo ancora la forza per crearli da zero e portarli avanti, erano degli “inventati”.
    In uno di questi lavori ricordo che un venerdì sera dovetti partire per Venezia, lasciai in fretta lo studio e la doppiatrice non se ne accorse… e fa buona la prima, e fa buona la seconda, poi ancora tre, quattro, cinque, sei, sette incisioni, otto incisioni… VENTI INCISIONI! Alla ventunesima dice [Carlo imita una voce stanca e disperata] “com’era?” e il fonico “ma, non lo so, Marini è da 24 ore che è andato via”. Erano le sette e venti erano, dico, roba da… va be’, e quindi anche Daniela era un’altra “inventata”.
    Un altro con cui ho dovuto faticarci molto è il mio amico Claudio De Davide che mi avevano messo su Christopher Walken in La Zona Morta e forse all’epoca non era ancora pronto per quel ruolo ma sono riuscito a portarcelo comunque e mi sembra che il risultato finale ne sia la prova. Poi l’ho sentito qualche anno dopo ed era migliorato molto.

    Evit: mi sembra di capire che fossi molto esigente nei confronti dei tuoi doppiatori, specialmente con quelli con ruoli da protagonista.

    Carlo: Molto esigente! Franca De Stradis mi disse che con Il diario di Edith (1983), dove doppiava la protagonista, era giusto che l’avessi diretta così come ho fatto ma che l’avevo fatta finire in analisi, dallo psicologo. Se guardi il film poi capirai perché.
    Come doppiatore io molte cose le sapevo fare per via di Cigoli [Carlo si lancia in un’altra perfetta imitazione di Cigoli] “maaaaa… cosa succederebbe se non rispettassi più la legge, lo hai già fatto?”, come puoi sentire era una recitazione antica che non era più facilmente accostabile con quella di certi nuovi doppiatori. Comunque nelle cose più difficili da articolare Cigoli se ne usciva sempre con un “ci batta dentro Marini”. Tra le tante cose poi mi ha insegnato come aprire, come chiudere, come abbassare la voce, la respirazione, tutto insomma… Cigoli è stato veramente un maestro per me. Poi, dopo, sai, i doppiatori lo prendevano in giro perché intanto il panorama era cambiato, erano cambiati gli attori. Doppiatori come Amendola, che hanno fatto cose bellissime ma che all’epoca di Cigoli potevano fare al massimo qualche caratterista, Amendola avrebbe mai potuto doppiare Paul Newman o Marlon Brando?

    Evit: Erano nuovi doppiatori per un nuovo tipo di attori…

    Carlo: Nuovi attori, diversi, non più bellissimi e quindi sono cambiate anche le voci… ma per molti anni il primo attore è sempre rimasto primo attore, come lo sono stato io, Malaspina, Renzo Stacchi… cioè con una voce non caratteristica, una voce pulita che non riconosci subito. Alle volte non mi riconosco manco io!

    Daniela De Silva nel film Il caso Moro, 1986

    Daniela De Silva nel film Il caso Moro (1986)

    L’ingaggio di Glauco Onorato per la voce del Terminator

    Carlo: Parlando di voci, insomma, in Terminator non ti è piaciuta tanto la voce di Glauco [NdA: Carlo fa riferimento al mio articolo su Terminator, poi gli viene subito in mente un altro aneddoto]… ah, te ne racconto un’altra, di quando ho dovuto chiamare il povero Glauco Onorato per il doppiaggio di Terminator. Gli dissi: “Glauco, senti, ci serve un protagonista”. [Carlo imita Glauco] “Mbè io sempre fatti i protagonisti, sa’, mica…” e io “Glauco, l’unica cosa è che è un film un po’ strano. Insomma, questo protagonista c’ha solo sei anelli.”. [Imitando Glauco] “Che cazzo dici!? Un protagonista co’ sei anelli??? Ma che, sei diventato matto a Marini! T’ha dato de testa er cervello”. Gli dissi “guarda però non ti preoccupare, io non è che ti pago solo per i sei anelli, ti do una cifra adeguata al personaggio”, e una certa cifra gli ho dato, ora non mi ricordo quanto ma era consistente, e lui mi fa “ah, vabbè, vabbè, allora vengo”. Da quel momento in poi mi ha sempre ringraziato, diceva di me: “io devo a lui che mi ha dato questi due anelli veri e quattro erano proprio tutti… effettati, però lo devo a lui se c’ho sempre fatto un sacco, se ho chiesto sempre un sacco de sordi”. Questo per dirti di Glauco su Terminator.

    E qualcuno all’epoca cominciava già a volere le voci dei doppiatori uguali a quelle degli attori americani, con lo stesso timbro di voce. Ci potevi mettere un cane, che abbaiava proprio, con una voce che non gli stava tanto bene, con una voce che lo stesso attore americano direbbe “mamma mia che voce brutta che c’ho”… ma se aveva lo stesso timbro allora andava bene. A quel punto mi sono molto amareggiato. Adesso poi è quasi impossibile perché dicono “sai, ci sono i dischi ora [NdA: i DVD] dove sono presenti sia l’inglese che l’italiano e non si devono sentire differenze”… ma che cazzo te ne frega?! Tu senti l’italiano, poi senti l’inglese, se ti piace di più l’inglese te lo senti in inglese e ti ciucci la voce sua vera… io ti propongo una voce forse più giusta per l’orecchio nostro.

    Evit: Una delle interferenze dall’estero che più gravano sui doppiaggi moderni sono le interpretazioni fotocopia.

    Carlo: Tanti attori americani sono mooolto bravi eh, devo dire che se riesci a stargli appresso… però l’inglese è proprio un’altra lingua, un modo di recitare diverso, come anche il francese [imita comicamente il francese con voce nasale misto a pernacchie], c’hanno un altro modo. Gli inglesi, e soprattutto gli americani, hanno quel … [Carlo si lancia in un’altra comica imitazione del suono della lingua inglese] WAAAhhh-Waah-Weh-weh! Tu non so se hai visto Platoon.

    Evit: Sì.

    Carlo: Ecco, quello l’ho diretto io e c’avevo Oliver Stone vicino, per tre turni, è stato lì attaccato a me in sei metri quadri di stanzetta e a lui gli è andata anche bene, perché ad altri… ah, a proposito, avrai da ridire senz’altro sull’adattamento di Platoon.

    Evit: Veramente, no. [rido] Anzi, forse un giorno dovrei parlarne sul blog.

    Carlo: Te lo chiedo perché quello che dicevano gli attori nel film in inglese spesso divergeva molto dal doppiato, perché quella originale era roba da andare in galera: “bocchinaro demmerda”, “tu madre la deve pigliare nel culo da tu’ zio”… roba così.

    Evit: È comprensibile un’alterazione delle parolacce nell’adattamento italiano, in America, così come in altri paesi, la percezione di ciò che volgare è ben diversa dalla nostra… se si dovesse tradurre alla lettera tutto si avrebbe anche una differente percezione di espressioni, che magari risulterebbero esageratamente offensive per un italiano mentre invece gli americani non le trovano poi così esagerate.

    Carlo: eh, lo so, però tu capisci che questi… vai a dire “fagli male” e invece quello in lingua originale diceva “rompigli il culo”, “fagli un culo come una cosa”, dicevano cose così… oppure “Ho-Chi-Min…” ora non mi ricordo [NdA: la frase che Carlo non ricordava esattamente o che non ha avuto il coraggio di terminare era Ho-Chi-Min succhia i cazzi ai morti (“sucks dead dick”) che l’adattamento italiano traduceva con Ho-Chi-Min è un rotto in culo].
    Lì ho dovuto alzare l’età un po’ di tutti perché ragazzi di vent’anni non c’erano. L’ho dovuto doppiare persino io [NdA: Carlo dava la voce a Chris Pedersen]… pensa che l’ho dovuto finire di doppiare alle quattro e mezza… e a mezzanotte è andato al cinema!

    Evit: Accidenti!

    Carlo: E quindi figurati!

    [Platoon uscì in Italia il 13 marzo 1987. Fonte IMDb]

    2014 Beijing International Film Festival - Director Oliver Stone Interview

    Oliver Stone

    Le voci di Marini, Edward – mani di forbice

    Carlo: Poi ho doppiato William Hurt in Gorky Park, Michael Cain in Vestito per Uccidere di Brian De Palma, anche quello un cult movie. Michael Caine l’ho doppiato altre volte, spesso in realtà, tranne in Quarto Protocollo dove non l’ho doppiato perché in quel film dirigevo il doppiaggio e l’ho dato ad un altro, stupidamente.

    Evit: È difficile dirigere e doppiare allo stesso tempo?

    Carlo: Non è quello il problema, è che in queste situazioni se facevo contemporaneamente il direttore, poi doppiavo una piccola parte e interpretavo pure il protagonista poi si lamentavano che mi stessi accaparrando un po’ troppi ruoli (e stipendi). Che poi io ho sempre avuto un senso di autocritica, sapevo se la mia voce sarebbe potuta stare dietro a quella di un attore, l’accordo di Do con la voce lo facevo tutto e, non so se tu sai qualcosa di musica…

    Evit: sì, ho studiato pianoforte.

    Carlo: allora capirai che fare direttore e anche il doppiatore può andar bene finché l’attore da doppiare rimane entro l’accordo di Do ma se con la voce devi fare una settima allora lì devi essere diretto da qualcuno. Al Pacino ad esempio non ha un accordo preciso, non fa “do-mi-sol” manco a morire, ha tutte settime, sbalza continuamente.

    Evit: Non immaginavo che nel doppiaggio si pensasse alla voce anche in questi termini.

    Carlo: No, no, questo lo faccio io. Questo discorso lo facevo io e non lo sentirai fare da nessun altro.

    Al Pacino in Angels in America dove era doppiato da Carlo Marini

    Al Pacino in Angels in America (2003) dove era doppiato da Carlo Marini

    Chiedo a Carlo qualcosa in merito alla scelta dei titoli italiani, prendendo ad esempio Interceptor, per capire chi sceglie i titoli per la distribuzione italiana e come funzionino i dietro le quinte:

    Ma guarda, [i dietro le quinte della distribuzione] non li conosce nessuno alla fine. All’epoca, per “Interceptor” mi chiamarono per doppiare e basta. Anche dopo, da direttore di doppiaggio, non ero io che suggerivo i titoli, al massimo li può suggerire l’adattatore. Qualcuno richiede di proporre tre titoli italiani ma questo sui filmetti, invece sui film grossi dove alle spalle ci sono la Warner, la Fox, la Columbia… lì decidono tutto loro.

    Essendo in tema di titoli, faccio notare a Carlo un errore tremendo nella titolazione di un film da lui diretto, Edward – Mani di forbice (l’errore è nelle forbici che non esistono al singolare).
    Il titolo che gli hanno dato è Edward mani di “forbice”? – chiede un po’ incredulo Carlo – …cioè al singolare, non al plurale? Ma pensa tu… ma come fai caso a queste cose? -. Sono nato curioso indagatore ma anche rompiballe.

    Johnny Depp in Edward mani di forbice

    Evit: Ti ricordi qualcosa di “Edward – Mani di forbice”?

    Carlo: Beh, quello è un film stupendo… sì, ricordo Johnny Depp e il suo doppiatore (Fabrizio Manfredi). Edward anche in italiano aveva una voce stupenda, un’umanità fantastica… perché ci azzeccavo nella scelta degli interpreti. E la Romagnoli sulla presentatrice Avon, non era fantastica? Anche lei aveva fatto mooooolto poco, qualche brusio, qualche cosa così. La prima cosa grossa l’ha fatta con me in Edward Mani di forbici… e per me ci stava, non mi dire niente perché ci stava da Dio! Ta-tan ta-tan ta-tà! [Carlo imita la gaiezza dell’interpretazione della Romagnoli.]

    Evit: Si tratta di uno di quei film che non sento di dover guardare in inglese e questo è un mio grande complimento. Un ottimo lavoro.

    Prima di procedere, Carlo dispensa un consiglio d’essai:

    Comunque vediti Cuore di vetro di Herzog, non te lo puoi perdere. È un altro di cui ho diretto il doppiaggio. Nel film gli attori erano in stato di ipnosi, Herzog li ha fatti ipnotizzare e li ha mandati sul set. La voce del narratore è la mia, quella di Hias. I miei doppiatori non li feci ipnotizzare ma adesso non ricordo cosa congegnai all’epoca per doppiare quei personaggi. Qualcosa feci di sicuro.

    La Rivincita dei Nerds, Il caso Moro, aneddoti

    Cast del film La Rivincita dei nerds nel quale il doppiatore Fabrizio Mazzotta doppiava il più piccolo del gruppo

    Il nostro amico Fabrizio Mazzotta era il piccolo “nerd” in prima fila al centro, proprio davanti al “dottor Mark Green” (Anthony Edwards).

    Evit: Ti ricordi la direzione del doppiaggio di La Rivincita dei Nerds?

    Carlo: L’uno e il due.

    Evit: Hai diretto anche il secondo?

    Carlo: Sì, sì, anche il due. Il terzo no.

    Evit: Non sapevo neanche ci fosse un terzo. Ti ricordi come mai la scelta di lasciare la parola “nerds” nell’adattamento e quindi nel titolo? Adesso è un vocabolo molto più conosciuto ma all’epoca era probabilmente la prima volta che lo sentivamo in Italia.

    Carlo: questo era coso, un bravissimo adattatore della Fox, lo faceva… era un adattatore famoso, li faceva quasi tutti lui. In realtà erano due adattatori, anzi tre, compresi che due erano fratelli, uno molto bravo, l’altro bravo solo perché si chiamava come il fratello… purtroppo ora non me li ricordo.

    Evit: Li scegliesti tu gli interpreti?

    Carlo: Nei Nerds? Non ricordo. Ricordo che c’era Glauco (Onorato) su John Goodman, l’allenatore, poi c’era Fabrizio Mazzotta e Massimo Corizza, anche lì c’è un aneddoto tutto da ridere… comunque con i Nerds ci siamo divertiti, c’era pure Maurizio Mattioli che faceva “AAAAAAHRRR”, il personaggio Ogre.

    Il personaggio di Ogre nel film La rivincita dei Nerds, doppiato da Maurizio Mattioli

    Informazione inedita: era Maurizio Mattioli ad urlare NEEEEEEERDS!!! Non lo troverete scritto altrove.

    Carlo: Ti posso raccontare un aneddoto su Maurizio Mattioli durante il doppiaggio su un film italiano di Giuseppe Ferrara, Il caso Moro (1986). La scena è questa: Fono Roma, scena di due macchine, quella di Moro e quella dietro, cadaveri a terra, cadaveri dentro, quasi si sentiva la polvere da sparo anche dalla pellicola; organizziamo il brusio, tu ti prendi quel poliziotto là, io mi prendo quello, una ragazza si prende quella vecchietta là, etc… [Carlo imita i cosiddetti brusii] “Ho sentito degli spari”, “largo, largo! Per favore, fate largo!”, poi in un momento in cui altri parlavano si sente Maurizio Mattioli che fa “e state indietro! Non è successo niente!” – faccio fermare l’anello – “ferma, ferma! Ah, Mauri’! Ma come non è successo niente!? La storia d’Italia! Hanno ammazzato uno che voleva fare il compromesso storico coi comunisti e tu dici non è successo niente?”

    Evit: Sembra una battuta di un film parodistico.

    Carlo: …Cinque morti lì per terra! Moro venne rapito, non volava una mosca a Roma quando avvenne… “Non è successo niente!” [ride]. Va be’, niente, la Rivincita dei Nerds, bellissimo!

    È curioso notare come Daniela De Silva, la voce che Marini scelse per la protagonista di Terminator, aveva invece un ruolo di attrice proprio nel film Il caso Moro dove interpreta Maria Fida Moro.

    Scena di Una pallottola spuntata quando Leslie Nielsen dice che non c'è niente da vedere mentre dietro di lui esplode tutto

    Il caso Moro (1986)

    (Continua con una terza e ultima parte)

  • [Post perduti] Liebster Award 2017 – Altre 11 domande all’autore di Doppiaggi Italioti

    liebster-award-2017Altro anno, altra fregatura altro riconoscimento! Il premio Liebster, un premio assegnato da blogger ad altri blogger per auto-promozione, anche quest’anno mi viene gentilmente (e virtualmente) consegnato dall’autore del blog umoristico dedicato al cinema La Bara Volante. Se nella passata edizione del 2016 i miei 389 iscritti superavano già quelli previsti dalla squalificante regola di “non più di 200” (regola recente che serve ad aiutare i blog emergenti), quest’anno i miei attuali 1104 mi tagliano fuori completamente (per consolarmi posso dire che avrei vinto anni fa quando in Germania nacque questo premio informale ed era limitato a meno di 2000 iscritti) quindi mi considero esentato dal seguirne le regole ma risponderò comunque alle domande inoltratemi da Cassidy di La Bara Volante, che ringrazio col gesto dell’ombrello.

    1. Cosa ti ha spinto ad aprire un blog?

    Semplice. Mi piaceva l’idea di essere insultato da emeriti sconosciuti sull’annosa questione del doppiaggio in Italia. Missione compiuta.

    2. Se potessi tornare indietro nel tempo, cambieresti qualche fatto storico? Se sì, quale e in che modo lo cambieresti?

    Qualcuno lo ha già fatto mi sa, c’è Trump a capo degli Stati Uniti. Siamo già nel 2017 di una linea temporale alternativa. Comunque no, chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quel che lascia e non sa quel che trova. Richiedimelo nel “day after”.

    3. Hai qualche ricordo particolarmente emozionante legato ad una serata al cinema?

    Ho avuto il piacere di vedere la trilogia di Guerre Stellari al cinema ben due volte nella vita, prima nel 1997 con le “edizioni speciali” (all’epoca si chiamavano così) e poi l’esperienza definitiva nel 2013 quando andai alla proiezione della trilogia originale in pellicola storica 35mm (trovate un piccolo resoconto qui). Da amante di quei film, quella del 2013 fu un’esperienza particolarmente emozionante ma in generale ho memoria di quasi tutte le esperienze al cinema.

    4. Con quale criterio collezionate DVD/Blu-Ray?

    Vista la mia fissazione con la preservazione storica, acquisto DVD e Blu-Ray prediligendo almeno uno dei seguenti elementi:
    1) Blu Ray con doppiaggi originali qualora il film sia stato ridoppiato (di recente Il senso della vita dei Monty Python è uscito in Blu Ray con doppiaggio originale che temevamo essere scomparso e quindi l’ho comprato pur avendolo già in DVD, normalmente ne avrei fatto a meno).
    2) Edizioni home video che riportino la versione italiana del film, ovvero con i titoli tutti tradotti nella nostra lingua, cioè esattamente come arrivarono al cinema in Italia. Meglio se in alta definizione. The Hateful Eight e Machete sono due esempi di film usciti in Blu Ray con titoli italiani. Mai mi sarei sognato di comprarmi Machete ad esempio, ma come ci insegna il detto… tira più una versione cinematografica italiana che un carro di buoi. Era così, no?
    Con l’aiuto di coloro che seguono i nostri progetti di preservazione storica stiamo stilando una lista di tutti i film con i titoli italiani da versione cinematografica, in futuro la pubblicherò sul blog così che anche altri pazzi come me possano usufruirne.

    5. Un mega-produttore viene da voi e offre un budget spropositato per produrre una vostra sceneggiatura. Cosa raccontate?

    Un western ambientato nel sud Italia durante l’unificazione, un racconto scevro da revisionismi post-bellici e rivisitazioni neo-borboniche. Ci sarebbero carabinieri che da cavallo tagliano teste con la sciabola. I fatti storici in Italia sono più sensazionali dell’immaginazione hollywoodiana. Musica di Morricone ovviamente, almeno finché è vivo.

    6. Ti svegli e sei l’uomo più ricco del mondo. Come cambia la tua vita?

    Semplice. Compro la Disney e rilascio la trilogia di Guerre Stellari non alterata in Blu Ray UltraHD a 4k, in seamless branching così che ogni paese possa rivedere la propria “versione originale”. La possibilità di svegliarsi come “più ricco del mondo” è più plausibile di un rilascio ufficiale della suddetta versione.

    7. Cosa pensi dell’annosa questione “il blog è morto”, ucciso dai social network e da #laggente che non legge?

    Non sapevo fosse annosa. Quando aprii Doppiaggi italioti nel 2011 il blog come forma di espressione era già morto perché tutti erano corsi a scrivere i propri pensieri su Facebook. Adesso è rinato ma è anche più difficile da definire visto che quasi tutti quelli che una volta chiamavamo “siti web” sono adesso blog camuffati. Inoltre la rinascita del blog è dovuta anche ai social network stessi… gli acchiappaclick che spopolano su Facebook dove pensate che conducano se non a blog mascherati da siti web che qualcuno ha creato unicamente per guadagnarci con i banner pubblicitari? #Laggente legge ma legge principalmente cose riciclate da altri siti acchiappaclick americani quando non direttamente stronzate belle e buone (spesso anche infondate). A questo proposito consiglio la pagina Facebook Stop click-bait Italia che fa lo “spoiler” di tutte le notizie acchiappa-click che circolano così, da risparmiarvi di cliccarci sopra. Diciamo che il loro principio è buono ma è ironico che crescano poco dato che non sfornano acchiappaclick.

    8. Sei a casa, stai cenando e in TV inizia il solito film, quello che hai visto decine di volte e di cui conosci a memoria i dialoghi; ma niente, proprio non ce la fai a staccarti da lì e lo rivedi sino alla fine per l’ennesima volta. Che film è?

    Probabilmente Caccia a Ottobre Rosso. Non conosco i dialoghi a memoria (solo qualche frase) e non credo che lo metterei nella mia personale lista di 10 film più belli di sempre eppure mi cattura ogni volta. Ce ne saranno sicuramente altri che non mi vengono in mente al momento. Tanti altri.

    9. Qual è il film o la serie che durante l’infanzia o l’adolescenza adoravi e che adesso ripudi?

    La mia infanzia si è consumata tra anni ’80 e ’90 e quasi tutte le serie che passavano in TV all’epoca erano imbarazzanti, ma non ripudio niente. Le serie e i film che non mi piacevano a quei tempi continuano a non piacermi adesso (Power Rangers ad esempio non capisco come possa essere la passione di qualcuno, non l’ho capito all’epoca e non lo capirò certo adesso), per altre ho perso interesse crescendo. Di sicuro hanno avuto il loro perché in uno specifico periodo della mia vita.

    10. E – al contrario – qual è il film o la serie TV che alla prima visione non ti ha comunicato nulla, ma, magari a distanza di anni, è entrato/a di diritto nella rosa dei tuoi preferiti?

    Starship Troopers! Non è un film di cui puoi capire le intenzioni all’età di 12 anni, sebbene esso abbia proprio l’aspetto di un film per adolescenti. L’ironia e la genialità di Verhoeven sono solo alla portata di individui adulti e neanche tutti.

    11. Qual è la scena che – oh – ogni volta ti fa piagne a fontanelle?

    Se posso limitarmi al complesso di occhi lucidi e groppo in gola, ce ne sono più di quanti sia disposto ad ammettere. Ne cito qualcuno che mi viene in mente così al volo: la lettera di Nicola Sacco al figlio nel film Sacco e Vanzetti e le scene finali con la musica di Morricone-Baez; il finale di Schindler’s List quando Oskar Schindler si dispera per non aver salvato qualche vita in più. Per restare in tema, anche il finale di La vita è bella non mi lascia impassibile. Di recente Alla ricerca di Dory mi ha smosso. Sto invecchiando.


    Note a piè di pagina

    Questo post è stato ritrovato tra gli articoli mai pubblicati e non ricordo il perché. Ho deciso di renderlo disponibile sebbene ormai fuori tempo massimo.

  • The Abyss (1989) – La tortura della goccia

    Gif animata con Guzzanti che esclama subbaqqueria, nella serie di sketch Rieducational Channel con Vulvia, la presentatrice.

    The Abyss è il sogno (e anche il film) più bagnato di James Cameron perché riunisce tutte le sue più grandi passioni: personaggi femminili forti, le immersioni nelle profondità marine, la paura della guerra nucleare, il maltrattamento di attori e troupe e, tempo permettendo, pure gli alieni. Ciascun film di Jimmy contiene sempre almeno due o tre di questi elementi ma mai prima del 1989 era riuscito ad infilarceli tutti quanti in un colpo solo. E me cojoni, direte!

    Poster del film The Abyss modificato in The Abuse

    Working title

    Ma quando l’attore protagonista ti tira un cazzotto in faccia perché stavi per farlo affogare nel tuo film sugli alieni subacquei con donna forte e testata nucleare che rischia di esplodere, forse è il momento di domandarsi se fosse davvero necessario far coesistere tutti questi elementi in un solo film.
    Ma voi siete qui per l’adattamento, giusto? E non per le curiosità dai dietro le quinte tipo Mary Elizabeth Mastrantonio (uè, cumpà!) che scappa dal set in lacrime urlando “siamo attori, non animali!”.

    Ebbene, se ne saranno accorti in pochissimi ma l’adattamento italiano di The Abyss fa acqua da tutti le parti ed è pieno di errori più o meno gravi che, se sommati insieme, come tante gocce d’acqua, diventano quasi una tortura medievale che rischia di portarvi alla pazzia.

    Fate un bel respiro, ragazzi. Stiamo per immergerci negli abissi della mia pedanteria. Sì, questo sarà un altro dei miei articoli da mister tritacazzi (semi-cit.).

    Scena dal film The Abyss, il personaggio di One Night che si mette un dito in bocca per vomitare

     

    Tutta colpa di Netflix

    La mia prima esposizione a questo film è avvenuta, così come per molti altri, nell’era analogica, quando le videocassette imperavano e il confronto con l’originale in inglese era cosa assai poco pratica, diciamo pure impossibile; in DVD poi non credo lo abbia mai comprato nessuno e se lo avete fatto sta sicuramente lì, a prendere polvere nella terza fila dello scaffale, ammettetelo!
    In Blu-Ray poi ancora non esiste. Cameron ce lo promette da anni ma fino ad ora è stato troppo occupato a ritoccare continuamente i suoi Terminator e a pianificare quattro o cinque nuovi seguiti di Avatar di cui nessuno sente il bisogno, quindi devo solo ringraziare Netflix che, finalmente, dopo 29 anni mi ha consentito di vederlo in inglese.

    L’articolo sull’adattamento italiano che segue è la conseguenza di tale visione.

    Una scena del film The Abyss (1989)

    È una di “quelle” recensioni. Armiamoci di santa pazienza.

    Lo sapevate? L’adattamento di The Abyss è terribile. Sapevatelo

    The Abyss è uno di quei casi in cui abbiamo un ottimo doppiaggio (la scelta degli interpreti e la loro interpretazione è davvero eccellente) che però si basa su un pessimo adattamento, ma prima di parlare dell’adattamento voglio togliervi un dubbio che probabilmente non vi eravate mai neanche posti: come si pronuncia il titolo del film?
    Per una pronuncia corretta l’accento va sulla y, quindi “abìss” e non “àbiss”, ecco, ce lo siamo tolto di torno. Avete notato come nessun film di James Cameron abbia mai avuto un titolo tradotto in italiano? Curiosa ‘sta cosa. Comunque, tornando ai miei tormenti, qual è il problema della versione italiana? Non ce n’è solo uno, questo film infatti ne è colmo, tra frasi omesse, frasi che cambiano il significato dei dialoghi, frasi che anticipano sorprese… questi sono alcuni dei tanti problemi che affliggono il suo doppiaggio.

    Oltre a questi, la versione italiana è costellata di tante piccole scelte di traduzione discutibili, piccole goccioline che dopo 145 minuti possono anche portarvi alla pazzia, io vi ho avvertiti. Contiamo le goccioline insieme e forse The Abyss diventerà una tortura insostenibile anche per voi. Orsù accomodatevi, comincia il film.

    Raffigurazione della tortura della goccia

    Seduti comodi?

    Prima scena, primi errori

    Il film comincia subito con una battuta che, come si dice nella terra del tè con il latte a tutte le ore, “it’s not quite right”, non è proprio corretta.

    In un sottomarino americano, il marinaio addetto al sonar sta seguendo gli spostamenti di un oggetto subacqueo non identificato che si muove a velocità impossibili per un sommergibile sovietico. Ci viene detto che l’oggetto non emette cavitazione, né rumori di un reattore e che “non si avvertono neanche segni di eliche” . Detto così sembrerebbe che non emetta proprio alcun rumore, che sia quindi del tutto silenzioso. Questo è ciò che percepiamo dai dialoghi italiani.
    Interpretazione subito smentita dal superiore che preme un pulsante e ci fa sentire ciò che il marinaio stava ascoltando in cuffia. Un suono alieno.

    Scena iniziale del film The Abyss, tre sommergibilisti davanti al sonar

    Una banale occhiata ai dialoghi in inglese e scopriamo invece che l’ultima frase del marinaio era ben altro: “non sembra neanche il suono di eliche” (it doesn’t even sound like screws). La battuta in inglese dovrebbe far scattare una curiosità nella mente dello spettatore in merito all’oggetto misterioso e al suono che emette, un suono sconosciuto e indescrivibile. Che suono sarà? Cosa diavolo lo emette? Faccelo sentire anche a noi!

    Da questo primo esempio è già evidente come una piccola alterazione apparentemente da poco possa alterare completamente la percezione di una frase e della scena stessa. Cameron la sa lunga su come creare aspettative con i dialoghi e su come poi distribuire piccole ricompense. Già le primissime battute del film riescono nell’intento, a patto che lo stiate guardando in inglese però.

    Se in italiano ci fai pensare che l’oggetto misterioso non emetta alcun suono e poi un suono invece lo sentiamo hai già ammazzato i dialoghi dalle primissime battute. Anche noi spettatori ignoranti vogliamo poter confermare che non si tratta di un rumore di eliche dopo esserci chiesti “che rumore sarà mai?”.
    Il modo in cui è stato tradotto potrebbe far sospettare ad una superficiale conoscenza dell’inglese ma lasciamo il beneficio del dubbio imputandolo ad una scelta di traduzione… magari per rispettare il labiale? Speriamo e andiamo avanti.

    Che sarà mai, dite? Sottigliezze, dite? Sofismi? Questa è soltanto la prima goccia.

    goccia d'acqua che cade sulla testa

    Plic!

    Linguaggio da marinai o da scaricatori di porto?

    Da spettatori italiani di blockbuster (doppiati), siamo facilmente portati a credere che in una situazione di pericolo dei marinai possano dire cose come “siamo nella merda” oppure “i serbatoi di prua sono fottuti“, frasi molto plausibili in bocca a dei sommergibilisti di un film d’azione statunitense, se non fosse per il fatto che tale linguaggio stereotipato non ha corrispondenze in lingua originale.

    In situazioni d’emergenza sul mare non c’è spazio per un linguaggio così informale e ridondante perché può solo costare la vita a tutti. Lo sa bene Cameron, appassionato di immersioni, che ci mette più realismo possibile nei dialoghi di film su i suoi amatissimi abissi, e lo sa anche mio padre, ex-ufficiale di marina (mercantile), che davanti a queste frasi storce sempre il naso (se vedesse The Abyss in italiano lo storcerebbe di sicuro). È vero che questo genere di dialoghi è quasi la norma nei film americani ma non in questo. Allora perché dovremmo accettare dialoghi italiani da film di Michael Bay come “i serbatoi di prua sono fottuti” quando in inglese diceva semplicemente “falla nei serbatoi di prua” (forward tanks are ruptured)? La sostanza non cambia ma lasciamo che il film si esprima con il lessico scelto dal regista.

    Non passano neanche pochi secondi che ci arriva un altro scambio di battute dove l’adattamento italiano decide di andare un po’ a braccio:

    – We’re losing her! (Letteralmente “lo stiamo perdendo”, il sommergibile)
    [scambio di sguardi]
    Launch the buoy. (“Lancia la boa”)

    Ancora una volta nella situazione di emergenza non c’è tempo da perdere, ciascuna frase è significativa ed ha un suo peso. Nessuno perde tempo con inutili sottintesi o frasi ridondanti. Viene subito detto che il sottomarino è ormai spacciato. Chiaro. Semplice. Quel lancio delle boe è un tentativo probabilmente futile ma è l’unica cosa che resta da fare. Tutto molto accessibile, ci arriva anche il bifolco americano.

    Nel doppiaggio della terra di poeti, santi e navigatori, la prima battuta diventa invece “lanciamo una boa“, seguìta da una drammatica riconferma:

    “Lanciamo una boa…

    dramatic prairie dog gift

    …di segnalazione!”.

    Cosa cambia? La frase italiana vuole essere ad effetto e, invece di dichiarare subito e in modo chiaro che il sommergibile è “perduto”, sentiamo l’ordine di “lanciare le boe”, il sottoposto guarda con preoccupazione ma non muove un dito, ha capito qualcosa che gran parte degli spettatori ancora non sa, cioè cosa implica lanciare “le boe”. Non lo capiamo anche noi finché il capitano non specifica che le boe sono “di segnalazione”. Ora possiamo finalmente intuire che il sommergibile e il suo equipaggio sono spacciati e che non hanno altro che la speranza di essere recuperati dalla Marina.
    Lo spettatore americano e quello italiano percepiscono la scena in modo leggermente diverso. Questa è la prima di tante omissioni o alterazioni che ci accompagneranno per il resto del film. Nessun grave delitto, è soltanto un’altra gocciolina. Plic!

    goccia d'acqua che cade sulla testa

    Ahia, porco D…

    Siamo a poche frasi dall’inizio del film e l’adattamento italiano già fa acqua da tutte le parti. speriamo che non affondi.

    Il linguaggio tecnico dei subbaqqui: scogli per precipizi

    Di linguaggio tecnico in The Abyss ce n’è tanto e sembra essere quasi sempre corretto, forse frutto di un’ottima consulenza, lo dimostrano cose come il winch (termine che include sia il significato di verricello che di argano), usato proprio in nautica anche in lingua italiana. Eppure, in maniera inattesa, la traduzione ci casca nei momenti più banali come ad esempio quando una messa a terra (“ground connection”) diventa letteralmente una “connessione al suolo“.

    Bypassa la connessione al suolo sul sequenziatore di separazione

    Tale frase viene fuori nella scena in cui i sommozzatori dei Navy Seals armeggiano con una testata nucleare che di certo non è connessa “al suolo” come una tenda da campeggio. A riconferma di ciò, se cerchiamo “connessione al suolo” su Google troviamo la bellezza di un centinaio di risultati, nessuno legato all’elettronica (contro gli oltre 2 milioni di “messa a terra”, tutti legati all’elettronica). Certo, Google non c’era nel 1989, ma la “messa a terra” esiste dai primi esperimenti di Faraday dell’800.

    Scena dal film The Abyss

    Doppiaggio: “Bypassa la connessione al suolo sul sequenziatore di separazione”

    Ancora più fuorviante è un’altra battuta che arriva poco dopo, quando sentiamo che invece di essere trascinati verso il precipizio la nostra Mastrantonio (nella versione italiana) ci avverte che stanno per essere trascinati verso uno scoglio.

    Definizione di scoglio: “porzione di roccia che affiora o emerge dalla superficie del mare, di laghi o di fiumi”.

    Ora, dubito che questo si qualifichi come “scoglio”.

    Scena dal film The Abyss, un sommozzatore sul bordo di uno strapiombo

    In inglese infatti non si parla affatto di scogli.

    Scena dal film The Abyss

    Doppiaggio: “Stiamo andando contro lo scoglio”

    La frase italiana fa pensare che si sarebbero presto schiantati contro una parete o un masso, ben altra cosa rispetto al rischio di CADERE DA UN PRECIPIZIO nelle profondità marine! Mamma mia, sento già la tensione che sale in me… ma solo in inglese! Infatti lo strapiombo di cui parlano nella versione originale lo vediamo solo successivamente, quando la gru alla quale sono rimasti ancorati precipita giù rischiando di trascinarli oltre il baratro. Resosi conto di ciò che sta per accadere, Capitan Ovvio urla “ci trascina via!” mentre in inglese la battuta era semplicemente “reggetevi a qualcosa” perché ciò che stava per accadere era chiaro persino al bifolco americano.

    Scena dal film The Abyss

    Doppiaggio: “Ci trascina via!”

    Da notare che quasi tutte le frasi incriminate sono dette fuori campo, non vediamo mai la bocca di chi le pronuncia quindi sono scelte difficili da poter giustificare in qualche modo.

    A proposito di pronuncia, con il doppiaggio di The Abyss è la prima volta che sento il segnale di soccorsoMAYDAY” pronunciato come “mai-dei” invece di “mei-dei” (o come viene spesso trascritto MEDE’), molto curioso visto che lo stesso personaggio (Sonny, doppiato da Franco Zucca) nella medesima scena pronuncia poi il nome della piattaforma Deep Core come “dip COAR”, forse ad emulazione della pronuncia americana. La pronuncia di parole estere evidentemente rimane a discrezione degli interpreti.
    Visto che stiamo a parlare di pronunce, perché i mini sommergibili radiocomandati “Big Geek” e “Little Geek”, vengono chiamati “little gic” e “big gic”? Forse “bigghick” suonava male? Chissà in quanti avranno pensato di sentirci “Big Jim” all’epoca. (La pronuncia corretta di geek è “ghiik”.)

    Mentre nel caso dello scoglio/strapiombo i dialoghi italiani restano incomprensibili finché non vediamo con i nostri occhi cosa sta per accadere, in altre scene invece anticipano persino troppo. È il caso del famoso incontro con la protuberanza fatta d’acqua. Dico famoso perché questa scena certamente la conoscete anche senza aver visto il film.

    Scena dal film Abyss, una protuberanza fatta d'acqua imita il volto dell'attrice Mastrantonio

    Protuberanze acquatiche, su Rieducational Channel!

    Successivamente a questo primo contatto, la protuberanza si allontana, addentrandosi in altre parti della struttura sottomarina. Dove starà andando? In inglese la protagonista pensa che sia diretta verso il modulo B della struttura (“I think it’s headed for B module“). La musica è gioiosa finché non vedono che si è fermata ad osservare la testata nucleare portata a bordo dai militari paranoici.
    Nella versione doppiata, la costruzione dell’intera sequenza è rovinata da uno “spoilerino”: invece di dire che sta andando verso il modulo B, in italiano il personaggio di Lindsay (Mastrantonio) mostra doti paranormali di preveggenza quando dice: sta andando verso la testata!

    Scena del film The Abyss, l'equipaggio segue la protuberanza acquatica verso la testata nucleare

    Doppiaggio: sta andando verso la testata!

    Che ne sai, Lindsay? Hai letto il copione? È una gigantografia del copione quella che vedo appesa alla parete nell’immagine qui sopra?
    In italiano, dunque, la musica rimane gioiosa nonostante Lindsay abbia detto che la protuberanza aliena sia diretta verso la testata nucleare, a questa informazione gli spettatori italiani non danno quindi il giusto peso perché la musica si fa più seria soltanto dopo. Questo non ha senso nel linguaggio del cinema.

    goccia d'acqua che cade sulla testa

    Ahhhhh!

    Abissali fraintendimenti

    Per essere un film sulle profondità marine e sulle immersioni, The Abyss ha dialoghi davvero alla portata di tutti, immediatamente comprensibili a patto che conosciate l’inglese. Non mi spiego infatti come mai molte frasi siano state fuorviate in fase di traduzione e adattamento, complicando anche le cose più banali. Qualcuno deve proprio essersi perso in un bicchier d’acqua.

    Siamo ancora all’inizio del film, l’ingegnere Lindsday Brigman (Mary Elizabeth Mastrantonio) è in un piccolo sommergibile con i marinai delle forze speciali Seal. Una volta attraccati alla piattaforma sottomarina Deep Core devono ancora attendere l’equilibratura della pressione prima di poterci entrare.

    A questo punto Lindsay annuncia una brutta notizia e una notizia ancora peggiore:

    Il personaggio di Lindsay che porta una brutta notizia

    Il personaggio di Lindsay che porta una notizia ancora più brutta

    The bad news is, we got eight hours in this can blowing down and the worse news, it’s gonna take us three weeks to decompress later.

    La brutta notizia è che dovranno rimanere 8 ore in quella scatoletta per la compressione, la notizia ancora più brutta è che al ritorno in superficie poi gli ci vorranno tre settimane per la decompressione.

    In Italia, terra di poeti, di navigatori e di quelli che si complicano la vita inutilmente, il dialogo è stato tradotto in questo modo:

    Siamo stati più di otto ore a zonzo dentro questa scatola e mi dispiace per voi ma ora ci aspettano tre settimane di decompressione.

    TUTTO ciò è sbagliato. Otto ore non è il tempo già speso per raggiungere la piattaforma Deep Core bensì quello che dovranno attendere prima di poterci entrare. Dicendo poi “ora ci aspettano tre settimane di decompressione” sembra che faccia riferimento al tempo di attesa per l’equilibratura della pressione (che invece è di 8 ore). Sono quei dialoghi che forse sulla carta avevano un qualche senso ma che nella pratica risultano fuorvianti.

    Scena dell'equalizzazione della pressione dal film The Abyss

    Tre settimane a guardare l’orologio

    I fraintendimenti non finiscono certo qui. Dopo un diverbio tra Lindsay e il tenente Coffey in cui quasi ci scappa il morto, si parla di un “fattore culo” che in italiano porta irrimediabilmente a pensare al culo inteso come fortuna, come del resto testimoniano le molte pubblicazioni che riportano questo nome (spesso abbreviato in “fattore c”) e addirittura un programma televisivo.

    Io dico che in tutta questa storia do al fattore culo un’importanza di 9 punti su 10.

    Ben altra valenza ha la battuta originale…

    I got to tell you, I give this whole thing a sphincter factor of about 9.5

    …nella quale si parla di un “fattore sfintere” a cui viene attribuito un livello di strizza di 9,5 su 10 per via della situazione rischiosa in cui si erano trovati. Un modo divertente per dire che quasi si cagava addosso e su questa battuta si conclude la scena. Certo, erano stati anche fortunati, ma un fattore strizza è una migliore conclusione della scena rispetto ad un generico fattore fortuna. Se è stato scelto “culo” sperando che si capisse la battuta originale hanno sbagliato di grosso, se invece si è optato per un cambio di battuta, quella originale funziona comunque meglio.

    Ed Harris nella scena del gabinetto, guarda nel cesso dopo averci gettato l'anello

    Come vedete, qui a Doppiaggi italioti…

    Ed Harris nella scena del gabinetto, cerca di recuperare l'anello

    …si scava proprio a fondo nelle questioni.

    Tra moglie e marito non mettere il dito (antico consiglio per traduttori)

    Una delle cose più memorabili dell’intera vicenda (oltre agli alieni di plastica alla fine) è certamente il rapporto di odio e amore tra il capitano della stazione subacquea, Virgil “Bud” Brigman (Ed Harris) e la moglie da cui sta divorziando, l’Ing. Lup. Mann. Lindsay Brigman (Mary Elizabeth Mastrantonio), che ha progettato la piattaforma. La giornalista Silvia Bizio nell’articolo Troppi misteri in fondo al mare nel 17 agosto 1989 ci riporta ciò che all’epoca sospettavano in tanti, cioè che ci sia qualcosa di autobiografico nel rapporto tra moglie e marito che vediamo in The Abyss.

    […]nonostante i suoi dubbi inizi nel 1981 (con Pirana II) ha firmato, in tandem con la moglie produttrice Gale Ann Hurd (il loro matrimonio è andato a fondo durante le riprese di The Abyss), film come Terminator (1984) e Aliens (1986). Non a caso molti sostengono che il soggetto di The Abyss che Cameron aveva scritto a solo 17 anni, sia stato integrato con molti elementi autobiografici relativi a Cameron e alla Hurd: due persone unite dal lavoro e separate dal conflitto fra carriera e famiglia.

    È certamente una di quelle semplificazioni che piacciono tanto ai pettegoli appassionati di gossip e agli spacciatori di curiosità (quasi sempre false) sul cinema e anche io farò come Silvia Bizio, prendendo le distanze da simili congetture in attesa di conferme o smentite da parte degli interessati; possiamo però constatare che raramente capita di vedere conflitti di coppia così ben rappresentati su pellicola, qualunque ne sia l’origine.

    I due protagonisti del film The Abyss

    Realistiche conversazioni di coppia

    Purtroppo nell’adattamento italiano anche i battibecchi di coppia tra Lindsay e “Bud” non sono esenti da errori di traduzione o reinterpretazioni, a partire dal marito che ricorda alla moglie che non le è mai piaciuto essere chiamata “signora Brigman” e lei risponde “mi è piaciuto quando significava qualcosa” mentre originariamente era l’esatto contrario “not even when it meant something” (neanche quando significava qualcosa). E faccio notare che questi dialoghi sono di spalle, la scusa del labiale non sussiste.

    E non è il solo esempio. Il dialogo che segue cambia ancora una volta l’atteggiamento della co-protagonista che da persona orgogliosa che fa molta fatica ad elargire un complimento al marito, in italiano diventa quasi lo stereotipo della casalinga preoccupata.

    La frase…

    You know, you did okay back there, Virgil. I was fairly impressed.
    (= sai, te la sei cavata bene prima, Virgil. Sono alquanto colpita.)

    è stata adattata in questo:

    Menomale che sei rientrato in tempo. Ero davvero preoccupata.

    Se l’obbiettivo di questo adattamento era quello di riempirlo di frasi banali hanno fatto uno splendido lavoro. Manca solo qualche “non correre, papà”, ci sarebbe stato bene durante la discesa negli abissi, alla fine.
    Il botta e risposta da coppia che fa scintille continua in entrambe le lingue concordemente a quanto detto nelle precedenti battute:

    ORIGINALE Yeah? Well, not good enough. We still got to catch Big Geek.
    (=Ah, sì? Be’, non abbastanza. Dobbiamo ancora recuperare Big Geek)

    DOPPIAGGIO: In tempo per cosa? Per perdere Big “Gick”?

    E poi sul finale di questo battibecco ritorna una diversa interpretazione del personaggio di Lindsay che, invece di avere l’ultima parola, diventa comprensiva e non competitiva.

    ORIGINALE. Lindsay: Yeah. Well, not in this thing.
    (=Be’ di certo non con questo affare)

    DOPPIAGGIO: Be’, non intendevo questo.

    “Bud” può essere acido, Lindsay per qualche ragione no, ma si sa, dietro ogni marito burbero c’è una moglie comprensiva. Si è dimenticata solo di ricordargli di prendere il latte al ritorno dal lavoro. Basta pochissimo per stravolgere la psicologia dei personaggi.

    Roba troppo sottile? Allora che ne dite di quando Lindsay propone al marito di tornare indietro e prenderle una muta prima che la falla nel sommergibile la faccia annegare? Lui conta che ci vorrebbero 7-8 minuti per andare e tornare a nuoto e in italiano le dice che potrebbe farcela, mentre in inglese dice l’esatto opposto.

    Scena da The Abyss, il personaggio di Bud conta quanto gli ci vorrà a nuotare per prendere una seconda muta

    That would take me about 7, 8 minutes to swim, get the gear, come back.

    Ci vorranno 7 o 8 minuti per andare e tornare.

    Fin qui niente di male.

    Il personaggio di Ed Harris in The Abyss calcola di non potercela fare a salvare la moglie

    I wouldn’t make it. Look at this, by the time I got back you’d be…
    (=non ce la farei. Stammi a sentire, al mio ritorno saresti già…)

    che nel doppiaggio italiano diventa

    Va bene, dovrei farcela. Tu mi aspetti qui ma devi restare molto calma.

    Le frasi che seguono sono state alterate concordemente. Se in inglese lei cambiava idea e diceva di guardarsi intorno alla ricerca di altre soluzioni, in italiano accade tutto l’opposto, lei promette che sarebbe stata calma ma che lui avrebbe dovuto fare in fretta. Non si capisce poi perché dopo il marito tergiversi e ai due caschi il mondo addosso quando trovano un respiratore ma questo non funziona. Ma non doveva arrivare a nuoto a prenderle una muta il più presto possibile? Che sta aspettando? Ahh, già, i dialoghi sono stati cambiati e non hanno senso. Scemo io.

    Una situazione drammatica diventa così un’incomprensibile perdita di tempo con tanto di “calmati, donna”.

    Correction guy meme con vignetta: ti salvo ma calmati

    Se non sapessi che dialoghi e direzione del doppiaggio sono di Susanna Javicoli avrei certamente pensato al peggiore dei maschilisti.

    Mi copi o mi ricevi? Boh, facciamo entrambi

    I dialoghi di questo film sono in gran parte radiotrasmessi e quindi strapieni di termini noti ai radioamatori (un po’ meno al grande pubblico) con cose come “mi copi?”, cioè “mi ricevi?”, una diretta traduzione maccheronica (ma storica) di “do you copy?”. Una iniezione di realismo forse eccessiva quando nello stesso film i “serbatoi di prua”, invece di “avere una falla”, possono essere descritti come “fottuti”.

    E così il film abbonda di “mi copi?” laddove un “mi ricevi” non avrebbe infastidito nessuno e dove non mancano neanche i “roger” (ne avevamo già parlato con Star Wars – Episodio I), un’espressione di conferma/risposta affermativa che in questo film non viene sempre tradotta allo stesso modo: a volte rimane “roger”, altre volte diventa “affermativo”, altre ancora “ok”.
    Anche i “copy” non sono sempre tradotti come “mi copi” ma ogni tanto diventano “mi ascolti?” o “mi senti” (persino all’interno della stessa scena) e quindi pure la scusa del labiale se ne va al diavolo.

    Dunque non solo abbiamo inglesismi superflui ma anche incoerenti. Doppia libidine, proprio!

    Jerry Calà che fa il gesto della doppia libidine

    Parlavamo di maschilismo… mi sembra una vignetta adeguata.

    Aggiunte e omissioni italiote

    Possiamo aggiungere al quadretto l’enorme quantità di frasi mai pronunciate in italiano, almeno non nella versione che ho visto io su Netflix ma lascio sempre il beneficio del dubbio perché non sarebbe il primo film in cui il missaggio audio fa scomparire intere frasi dalla versione home video italiana (come in Terminator, per dirne una).
    Ne cito solo qualcuna, come ad esempio la frase “loro non possiamo aiutarli ma forse troveremo dei sopravvissuti più avanti“, totalmente assente nei dialoghi originali della scena dell’esplorazione del sommergibile affondato, oppure la risposta “I’m dealing“(=ce la faccio) alla domanda “tutto a posto ragazzi?” (la risposta era assente in italiano), oppure ancora quando il tenente Coffey, ormai impazzito, dichiara ad un suo sottoposto che è ora di passare alla fase tre e il sottotenente Monk gli risponde con una frase inesistente nella colonna sonora italiana: “we don’t have orders for that“, cioè che non hanno autorizzazioni dall’alto (evidentemente necessarie) per poterlo fare. Questa risposta è particolarmente importante perché sottolinea come il tenente Coffey stesse agendo di sua spontanea iniziativa guidato solo dalla psicosi e questo dovrebbe anticiparci anche la defezione del sottotenente Monk che poi si metterà dalla parte dei protagonisti in quanto l’unico della squadra Seals a riconoscere la follia del suo superiore.

    Siccome non vogliamo farci mancare niente in questa terra di poeti, marinai etc, etc… il film doppiato sfoggia anche frasi inesistenti in inglese e frasi insensate in italiano, come durante la preparazione del protagonista all’immersione finale quando sentiamo questo dialogo

    Gli attori Ed Harris, Mary Elizabeth Mastrantonio e Adam Nelson in una scena di The Abyss

    Lindsay: vorrei restare un po’ con lui.

    Sottotenente Monk: Ok.

    Lindsay: Grazie.

    Soltanto che nessuno si allontana per lasciare Lindsay sola con il marito, la procedura di vestizione procede normalmente come se lei non avesse detto niente. Questo perché lo scambio di battute appena menzionato esiste solo in italiano e posso supporre derivi da un errore nel missaggio audio del film, perché niente nei dialoghi in inglese può far pensare ad un errore di traduzione. Quel “okay” del sottotenente Monk era solo riferito al corretto inserimento del casco.

    Altre battute alterate non tardano ad arrivare, quando Lindsay deve parlare a “Bud” per distrarlo dai dolori della discesa a profondità estreme e lo fa ridere dicendo che “non è facile essere una stronza di ferro [traduzione letterale], ci vogliono disciplina e anni di allenamento. Tanta gente non lo capisce.”.

    Una scena sottotitolata del film The Abyss: it's not easy being a cast-iron bitch  Una battuta del film The Abyss, sottotitolata in inglese: it takes discipline and years of training

    Una battuta del film The Abyss, sottotitolata in inglese: a lot of people don't appreciate that

    Scena dal film The Abyss, Ed Harris ride ad una battuta mentre è in immersione nel liquido ossigenato

    Per qualche strana ragione, al posto dell’auto-ironico “cast-iron bitch” (traducibile anche come “stronza patentata” o, come altri hanno tradotto prima di me, “stronza di proporzioni bibliche“), in italiano si parla di “rigida professionista” quindi il discorso si sposta sulla sua professionalità invece che sulla consapevolezza di passare da stronza:

    “Non è facile essere una rigida professionista, ci vuole disciplina e molti anni di studio”.

    È molto meno chiaro perché il marito dovrebbe ridere a questa battuta. Lo sappiamo tutti che per diventare professionisti (rigidi o meno) ci vogliono anni di studio e disciplina. Questo è complicare anche le battute più semplici e ancora una volta la psicologia della protagonista femminile ne risulta alterata in qualche modo.

    Questo delle donne che passano da stronze (bitch) evidentemente è un tema molto caro a Gale Anne Hurd che nel 2016 al festival cinematografico “South by Southwest” ha raccontato le difficoltà nell’essere una produttrice cinematografica donna e durante la sessione di domande e risposte un’aspirante produttrice le ha chiesto suggerimenti su come trovare un compromesso tra il passare da debole e passare da stronza. La risposta della Hurd non è stata per niente ambigua:

    Io voglio passare da stronza (bitch). Nessun uomo verrebbe etichettato allo stesso modo, non c’è un termine equivalente per il genere maschile [NdT: non c’è in inglese come non c’è in italiano per “troia”]. Non è tanto un “passare da stronza” quanto piuttosto farsi rispettare, difendersi e potersi esprimere.

    Viene facile trovare un nesso tra ciò che disse Hurd alla conferenza del 2016 e il personaggio da lei scritto negli anni ’80 per The Abyss, quello di Lindsay che abbraccia l’idea di passare da stronza anche se chiaramente avrebbe voluto farne a meno. Un nesso che però è difficile da trovare se facciamo riferimento ai dialoghi italiani. Nella versione italiana non c’è spazio per donne indipendenti che passano da scassacazzi solo per potersi far rispettare in un ambiente dominato da uomini, ci sono solo rigide professioniste. Sapevatelo.

    Scena dell'annegamento di Lindsay in The Abyss

    Scena in cui il marito affoga letteralmente la moglie, per poi far pace con lei dopo.

    Errori invisibili ai più, ma perché?

    È certamente curioso che nessuno abbia mai fatto veramente caso ai tanti errori madornali presenti nell’adattamento di questo film, che ho esposto per la prima volta e che sono certamente più gravi di quella manciata di esempi più frequentemente discussi sulla rete (mi riferisco a scoperte dell’acqua calda del calibro di Fener che in realtà si chiama Vader! Nooo, lo sapevate? Io no. E Se mi lasci ti cancello in realtà in inglese è un titolo elevatissimo… mai nella mia vita ne avevo sentito parlare, giuro).

    Il motivo di questa svista è in parte da imputare alla scarsa popolarità del film (diciamocelo, è un bel film ma non se lo incula quasi nessuno) ma in gran parte è anche merito di James Cameron e della sua bravura comunicativa. Il film, infatti, aiuta sempre visivamente lo spettatore quindi anche se qualche battuta è stata alterata non vi sarete persi niente che il film non riesca a farvi capire con le immagini. E se lo conoscete già non noterete i momenti in cui i personaggi anticipano eventi della trama ancora non avvenuti.

    Questa è una spiegazione plausibile del perché nessuno si è mai veramente lamentato dell’adattamento di The Abyss prima di me, ma di certo non è il modo di lavorare correttamente e si poteva certamente far di meglio, come ci dimostra la scena (in lingua originale) in cui la protagonista chiama il tenente Coffey Roger Ramjet, un personaggio dei cartoni animati che incarna (al ribasso) lo stereotipo dell’eroe americano: patriottico e non troppo sveglio. In italiano è diventato “signor Commodoro”, ignorando l’offesa implicita della battuta originale. Del resto in Italia non abbiamo mai sentito parlare di Roger Ramjet, sebbene un generico “Capitan America” sarebbe stata un’ottima alternativa.

    Curioso che la stessa azienda di doppiaggio abbia sfornato in quello stesso anno, 1989, il doppiaggio italiano di Batman di Tim Burton, quello sì un capolavoro di adattamento.

    Scena del topo che respira sott'acqua, nel film The Abyss

    Ma cosa spinge il topo ad immergersi? Spingitori di topi subbaqqui. Su Rieducational Channel!

    Un adattamento di poeti, santi e navigatori

    Con questo articolo sulla versione italiota di Abyss abbiamo dunque coperto sia i poeti (ai dialoghi di questo film, quelli che si inventano cose a caso), sia i navigatori (i sommergibilisti visti nel film) che i santi, quelli offesi dalle mie bestemmie durante la visione del film. Ma voglio concludere con le cose positive.

    Ci sono momenti che ritengo superiori in italiano pur nelle loro variazioni e il cast di doppiaggio è superlativo sia nell’abbinamento delle voci ai volti degli attori, sia nelle loro interpretazioni: Luca Biagini su Ed Harris (in quello stesso anno Biagini era anche la voce di Batman), Silvia Pepitoni su Mary Elizabeth Mastrantonio (curiosamente presente anche in Robin Hood il principe dei ladri dove però non doppiava Lady Marian della Mastrantonio bensì la sua damigella), Saverio Moriones (già Ed Harris in altri film ma qui come voce di Michael Biehn, per la prima e ultima volta), Pasquale Anselmo, Loris Loddi, Luca Ward, Franco Zucca (guardatevi un film britannico chiamato “Segreti e bugie” per rendervi conto di quanto è bravo Franco Zucca). Piccoli ruoli anche per Luca Dal Fabbro, Stefano De Sando, Luigi Ferraro, Silvio Anselmo, Angelo Maggi, Stefano Benassi e Stefano Pietrosanto-Valli.
    Leggo che gran parte di questi doppiatori sono ritornati ai loro ruoli per la versione estesa del film pubblicata nel 1996 anche se non ho mai avuto modo di vedere questa “director’s cut” doppiata in italiano, però fa sempre piacere quando la distribuzione ci mette abbastanza cura da richiamare i doppiatori originali.

    Un’altra cosa positiva è il linguaggio tecnico che, come già detto, è molto accurato anche quando fa uso di parole in inglese ma è proprio nelle frasi più banali che casca l’adattamento italiano di The Abyss impedendomi di capire cose che invece sono chiarissime per chi lo guarda in lingua originale. E questo non è bene.

    Scena di The Abyss, il personaggio One Night seduta nella cabina di pilotaggio del sommergibile

    Evit mentre si guarda The Abyss per recensirlo

     

  • Doppiaggi perduti – Fritz il gatto (1971)

    Locandina italiana di Fritz il gatto

    Fritz il gatto, anche noto come Fritz il pornogatto, è per molti appassionati l’emblema dei danni che può fare un direttore di doppiaggio a cui viene lasciata massima libertà creativa di sconvolgere l’opera che dirige. So che qualcuno di voi sta già annuendo ed è inutile dirvi che tali stravolgimenti in realtà sarebbero spesso da imputare alla distribuzione italiana e non necessariamente a chi adatta e dirige il doppiaggio ma poco importa, il risultato finale è ciò che conta e Fritz il gatto è considerato, a ragione, uno dei peggiori adattamenti italiani mai realizzati, con un pesante uso di dialetti nostrani in sostituzione dello slang americano e battute alterate che stravolgono lo scopo stesso dell’opera, dal nominare Mike Bongiorno (già sentito in Flash Gordon) al lamentarsi dell’IVA.

    Ma se vi dicessi che la “versione dialettale” tanto aborrita di cui tutti si lamentano non è altro che un ridoppiaggio?

    Locandina pubblicitaria italiana di Fritz il gatto (1972), distribuzione Medusa

    Un ridoppiaggio “d’epoca”

    Quello di Fritz il gatto sembrerebbe essere un caso più unico che raro nella storia del doppiaggio italiano. Chi lo vide alla sua uscita, nel 1972, testimonia un doppiaggio ben diverso, fedele alle intenzioni del regista Ralph Bakshi, senza dialetti e con il titolare protagonista doppiato da Giancarlo Giannini, come lo stesso Giannini confermò nel 2009 in un’intervista a La7 nel programma Niente di personale (al momento non più reperibile). Questo doppiaggio “normale” non fu mai più udito dal 1972.

    Infatti, già nel 1973, quando la versione che definiremo “normale” ancora girava per le sale italiane, alla stampa arrivavano le prime segnalazioni di un nuovo doppiaggio demenziale che abbandonava la denuncia e qualsiasi parvenza di impegno sociale in cambio di un uso spropositato dei dialetti italiani e battute italiote mirate evidentemente ad un pubblico meno intellettuale.

    Riporto qui un trafiletto de’ “L’Unità” del 1 febbraio 1973 dove il giornalista che si firma “g. f. p.” fa un preciso resoconto di ciò che stava accadendo alla distribuzione di Fritz il gatto sulla base di un’indagine del critico cinematografico Vittorio Albano de’ “L’Ora” di Palermo:

     

    Per « Fritz il gatto » versione manipolata

    Dalla nostra redazione
    PALERMO, 31

    Della edizione italiana di Fritz il gatto, il lungometraggio a disegni animati dello americano Ralph Bakshi, circolano sul mercato due diverse e praticamente opposte versioni: l’una (adoperata per le prime visioni) che ricalca correttamente la colonna sonora originale, rispettando l’ironia del velleitario inventore del cosiddetto « pornogatto »; e l’altra invece (rifilata al circuito secondario) che stravolge completamente il senso del film e appiattisce ogni cosa a livello dei peggiori sottoprodotti cinematografici, offendendo ogni criterio di buon gusto.

    L’esistenza di due differenti doppiaggi – evidentemente realizzati dalla casa distributrice per giocare la carta « culturale » senza precludersi la possibilità più grossolana di imporre a settori di pubblico relegati in una sorta di lager del sottosviluppo mentale – è stata accertata dal critico cinematografico dell’Ora di Palermo, Vittorio Albano, sulla base della segnalazione di un lettore. Albano ha quindi effettuato un sommario raffronto tra le due colonne sonore, traendone una impressionante ed emblematica misura della opera di travisamento, di mistificazione e mercificazione clandestina del distributore su Fritz il gatto.

    Nella edizione originale (e nel doppiaggio numero uno) il personaggio di Bakshi è una sorta di «contestatore » che nei bassifondi di New York viaggia attraverso droga e conflitti razziali, antisemitismo e violenza poliziesca, ipocrisie e mistificazioni in un universo assurdo e decadente che, secondo l’autore, costringe inevitabilmente alla evasione, all’erotismo appunto come fuga.

    Nel doppiaggio numero due tutto questo sparisce (quindi via, ad esempio, tutte le battute più pungenti di Nixon, sul problema negro, sulle altre scottanti realtà USA), tutto tranne il sesso naturalmente, che viene condito di qualunquismo, di razzismo, di incredibili volgarità « comiche ». Così, i membri del Black Power sono trasformati in immigrati meridionali che si lamentano per l’IVA («che non è la Zanicchi, come la Vanoni non è l’Ornella »!), i poliziotti parlano in siciliano o in napoletano, la gatta-ragazza di Fritz è una piemontese nostalgica di Torino, la prostituta negra parla in emiliano, una cavalla in calore parla come Sofia Loren stile « pizzaiola », (e quando lo amante la sevizia, lei sbotta in un: « Carletto, abbiamo rotto i… ponti »), eccetera.

    Insomma, a prescindere dal valore dell’originario Fritz come di qualsiasi altro film, c’è proprio da chiedersi con Vittorio Albano « in che modo gli autori di cinema vengano tutelati in Italia, se un intellettuale qual è Ralph Bakshi, velleitario finché si vuole, ma con pieno diritto di esprimere le proprie opinioni, può passare tranquillamente per un autentico imbecille »

    g. f. p.

    Le ragioni (presunte) del doppiaggio dialettale

    Quando negli uffici del distributore Medusa si sono trovati Fritz il gatto tra le mani qualcuno avrà sudato freddo; essere il primo cartone per adulti garantiva di non poter attingere al salvadanaio e alle paghette dei marmocchi, quindi a chi venderlo… e come? Gli spettatori italiani maggiorenni di quel periodo storico erano divisi in due gruppi agli antipodi: gli intellettualoidi e i gonzi. Il guaio è che generalmente un gruppo ignorava i film destinati all’altro e ciò voleva dire previsioni di guadagni ulteriormente dimezzati.

    Chissà chi avrà avuto l’idea geniale (se spuntasse fuori il nome vorrei stringergli la mano) di creare da subito due versioni diverse per soddisfare il maggior numero di spettatori italiani; due doppiaggi, uno destinato agli intellettuali, l’altro per gonzi!

    Un’idea diabolica e persino comprensibile per l’epoca, solo che a noi, ai posteri, è arrivata solo la versione per gonzi!

    Scena dal film Fritz il gatto, l'orgia degli animali nel bagno

    Cosa sappiamo sul primo doppiaggio?

    Della versione “normale”, destinata al pubblico intellettualoide degli anni ’70, si sa ben poco ma alcune cose possiamo supporle con cognizione di causa. Certa è la presenza di Giancarlo Giannini che all’epoca lavorava con la C.V.D., la stessa società di doppiaggio in cui lavoravano anche Mario Maldesi, Fede Arnaud e Oreste Lionello. Purtroppo oggi rimangono in vita pochissime persone che nel 1972-73 lavoravano per la CVD.

    In un articolo intitolato La radicalizzazione di Fritz il gatto (The radicalization of Fritz The Cat, Den of the Geek, 2016) l’autore Tony Sokol scrive:

    c’è un aspetto di Fritz che mi ricorda Mimì in Mimì metallurgico ferito nell’onore, uscito lo stesso anno, il 1972, e diretto da Lina Wertmüller dove Mimì, interpretato da Giancarlo Giannini, si imbatte nella rivolusione ma ne esce corrotto.

    Che un personaggio doppiato da Giannini possa ricordare il personaggio interpretato in un altro film… quando si dice le coincidenze!

    Riguardo all’adattamento, in base alle reazioni riportate anche dalla stampa possiamo dire con assoluta certezza che la prima versione non facesse uso di dialetti alla ricerca di effetto comico spicciolo e che fosse quindi più fedele alle intenzioni originali del regista.

    Al momento non ci sono prove dell’esistenza di versioni home video con questo doppiaggio.

    Dove si trova adesso il doppiaggio originale di Fritz il gatto?

    Tutte le riedizioni note di Fritz il gatto hanno il doppiaggio dialettale. Lo ritroviamo nella prima VHS Domovideo (databile marzo 1988), lo ritroviamo nella ristampa cinematografica del settembre 1994, quando tornò al cinema per il 25° anniversario con lo slogan “il ritorno del pornogatto” insieme ad un nuovo visto censura (non più VM18 ma abbassato a VM14), idem nella VHS datata dicembre 1995 della RCS che fa uso della locandina del 1994.

    Del doppiaggio originale possiamo supporre che in qualche garage privato si stiano decomponendo le ultime rara copie in formato 35 mm di quelle prime visioni del 1972-1973 destinate ad un pubblico meno volgare. Non so se esistono riduzioni 16 mm e Super8 per questo film, se esistono può sempre darsi che siano state fatte a partire dalla seconda versione, quella dialettale.

    Foto di una pellicola cinematografica deteriorata

    Probabile situazione attuale dell’originale Fritz il gatto

    È possibile che Medusa conservi un master della colonna sonora con doppiaggio originale nei propri archivi, ma più probabilmente è stato tutto gettato nel fuoco o è marcito. Mi dispiace concludere gli articoli con queste note di pessimismo ma le probabilità che esista ancora da qualche parte in buono stato di conservazione sono onestamente basse e non voglio darvi illusioni. Se volete assillare Medusa affinché le vada a cercare ditegli pure chi vi manda.

    La versione per gonzi

    Il doppiaggio dialettale di Fritz il gatto le spara grosse da subito quando, nel primo minuto di film, in cima ad un grattacielo di New York sentiamo questo scambio di battute tra un operaio barese ed uno toscano:

    Scena di apertura di Fritz il gatto con degli operai in pausa pranzo
    – Sai chi è arrivato dall’Europa? Ti ricordi Romeo, il gatto del Colosseo? Adesso si fa chiamare “il gatto Fritz”.
    – Ma cosa tu mi racconti?

    Invero, cosa mai ci stanno raccontando!? Vien da sé che Fritz parla in romano (con la voce di Oreste Lionello) e non so quanto seriamente fosse lanciato quel riferimento a Gli aristogatti – che potremmo quasi additare come istigatore di malsane trovate, avendo sdoganato l’idea che un gatto che parla romano possa far colpo sull’immaginario collettivo italiano (dell’uso dei dialetti ne’ Gli aristogatti ne abbiamo già parlato). Ogni altro personaggio newyorchese di Fritz il gatto è proposto in chiave italica, sfruttando tutti i dialetti esistenti con la scusa di aver spostato la trama a Little Italy e non più ad Harlem. Ma i dialetti non sono il vero problema.

     

    Scena di Fritz il gatto, poliziotti maiali che si avvicinano alla folla

    Il problema è l’adattamento “comico” che punta a far ridere con quel genere di battute disarmanti da comici dilettanti. Perché, dopo tutto, il Fritz the cat originale di comicità non ne ha poi tanta, o per lo meno niente che vada oltre il farci sghignazzare in specifici momenti. Magari può far ridere (internamente) che i poliziotti siano letteralmente dei maiali, proprio negli anni in cui venivano chiamati “pigs” dai sessantottini americani, oppure possono far ridere delle singole battute, ma in generale i dialoghi di Fritz the cat non mirano mai a strappare alcuna facile risata. Di prettamente “comico” non ha nulla.

    La versione per gonzi di Fritz il gatto invece decide di sfruttare le immagini che scorrono su schermo per creare un prodotto tutto ad uso e consumo del Bagaglino, così a tutti gli effetti diventa “il film animato del Bagaglino” perché l’adattamento sembra essere scritto dagli stessi autori di quel gruppo comico (presumibilmente Lionello stesso), un esperimento che poi verrà ripetuto pochi anni dopo per il film Monty Python e il Sacro Graal, già tristemente famoso proprio per il suo copione, adatto più alle routine “comiche” italiane di terz’ordine che ai rinomati comici inglesi.

    Fritz il gatto corvo che fa un facepalm

    il “facepalm” che ci accompagnerà per tutto il film

    Se non vi foste ancora convinti che Fritz sia in realtà Romeo il gatto del Colosseo degli Aristogatti, il doppiaggio dialettale ce lo ribadisce una seconda volta quando Fritz, in un fuori campo, intona uno stornello

    Lassateme passa’ / io so’ un Romeo / Sto qua perché me stava / pe crolla’ sopra er Colosseo

    La vera trama (in breve)

    Nella versione originale, Fritz è uno studente universitario in una New York della metà degli anni ’60 che, invece di studiare, preferisce spassarsela con droghe leggere e ragazze. Le sue peripezie da bianco privilegiato alla ricerca (mai molto sincera) di una qualsiasi causa sociale da combattere lo portano a indurre una rivolta ad Harlem e ad essere coinvolto in un’azione terroristica ad opera di sadici criminali neonazisti.

    La trama gonza

    Romeo, il gatto del Colosseo del film Gli Aristogatti, 50 anni dopo aver conosciuto la gatta Duchessa a Parigi, è sbarcato a New York dove si fa chiamare Fritz. È visibilmente invecchiato perché adesso il suo pelo si è ingrigito e non più arancione, ma riesce comunque a spacciarsi per uno studente universitario e fa strage di pollastrelle ingenue. Non sappiamo perché, ma negli oltre 50 anni che sono passati dagli eventi degli Aristogatti gli umani sono stati sostituiti dagli animali, che adesso lavorano in tutti gli strati della società – ma questi sono dettagli intuibili dalla battuta di apertura e mai esplorati veramente nel film.

    Scena da Fritz il pornogatto, Fritz in macchina con la fidanzata torineseNelle sue avventure da studente svogliato, Fritz si rende conto di aver speso troppo per una prostituta e va ad incitare una sanguinosa rivolta per chiedere l’abbassamento dei prezzi delle prestazioni sessuali e la riapertura dei casini. Per scappare dagli sbirri che lo cercano, la fidanzata torinese gli propone di tornare in Italia (in automobile) promettendogli un posto alla FIAT ma Fritz fugge dalle sue responsabilità e, facendo l’autostop, finisce in una gang di motociclisti nazisti (ex-SS con tanto di accento teutonico che più ovvio non si può), questi useranno Fritz per un atto terroristico che consiste nel piazzare dei botti di capodanno in una centrale elettrica per farla saltare. Al risveglio in ospedale viene visitato da tutte le sue ex con le quali inizia un’orgia. Potremmo considerarla quasi una scena parallela al finale di Arancia Meccanica se Malcom McDowell cominciasse improvvisamente a strillare come Gene Wilder in Frankenstein Junior.

    L’adattamento gonzo

    Sentir parlare di “scioperi, scioperi, scioperi” nelle prime battute del film potrebbe dare l’illusione che con l’adattamento italiano di Fritz il gatto si vogliano contestualizzare i dialoghi alla situazione nostrana di inizi anni ‘70, il problema è che non basta dire “scioperi” per rendere i dialoghi intellettuali.

    Il film, in lingua originale, apre in realtà con il monologo di un operaio (una registrazione “vera” catturata dalla strada dal mangianastri di Bakshi) che si lamenta di come sia inutile educare i propri figli alla vecchia maniera visto che alla fine la figlia ti si presenta comunque a casa con “un tizio”. Il pensiero semplice di un uomo qualunque che in italiano viene sostituito da un logorroico tentativo di ironizzare sul fatto che la notizia dei tanti scioperi è data da un programma che si chiama “Italia che lavora”. Cioè si va a cambiare le parole semplici dell’uomo comune, non sofisticato, in battute certamente artefatte ma più pedestri del discorso originale che quantomeno sembrava essere genuino. In altre parole la vera mediocrità dell’uomo della strada diventa l’accidentale mediocrità del comico “impegnato”.

    Il target, dal film originale all’adattamento dialettale, è cambiato radicalmente, se il target è l’italiano medio che ride alle battute del Bagaglino.

    Scena di Fritz il gatto con doppiaggio dialettale, il gatto Fritz al bar

    “Secondo me i vaffa si sprecheranno”

    La triste realtà è che i dialoghi italiani di Fritz il gatto fanno leva sulle peggiori banalità di cui il popolo disquisiva al bar dopo aver sentito di sfuggita il telegiornale. L’impegno politico in gran parte dei casi si limita a nominare più volte Settembre Nero, che in realtà serve da scusa solo per sottolineare la bruttezza di Golda Meir (per ben due volte) e far ridere il popolo dei baretti. Una donna brutta, ahah, che risate! Da qui a “culona inchiavabile” di berlusconiana memoria è proprio un attimo.

    Tanto per rimanere su discorsi ad alta levatura, Fritz non si fida della pillola anticoncezionale (“vedi a fidasse della pillola?”) e poi, attaccato al culo di una donna, canta…

    “tuppe tuppe marescia’, arapite so’ n’amico”

    Scena da Fritz il gatto, Fritz attaccato al culo di una donna gigante

    Questo per farci capire la finezza dell’adattamento italiano che cerca (e sottolineo cerca!) di far ridere in ogni singola battuta, aggiungendone di inedite e fuori campo anche quando in originale non ci sono dialoghi.
    Ebbene, se farci ridere è lo scopo dell’adattamento italiano, esploriamo tutte le battute di Fritz il gatto per verificare quanto sia efficiente nel farlo. Se non lo faccio io in questo blog, non lo farà mai nessun altro. E quindi…

    La dubbia comicità del Bagaglino

    Le battute (completamente inventate di sana pianta) del doppiaggio dialettale di Fritz il gatto si possono dividere in due grandi categorie: quelle del tipo “non state ridendo?” e quelle del tipo “ma perché!?” ed eccovi le migliori. (Vi ricordo che sono battute inventate di sana pianta.)

     

    Scena di Fritz il gatto con poliziotti maiali che salgono le scale

    – Fai le scale!
    – Do, re, mi, fa…
    – E non fare lo spiritoso!

    Non state ridendo?


    Scena dal film Fritz il gatto, un personaggio parla con accento siciliano elogiando l'hashish

    Evviva l’hashish! Evviva la Shishilia! (con cadenza siciliana)

    Non state ridendo?


    Scena di Fritz il gatto con doppiaggio dialettale, il gatto Fritz spara al cesso dopo aver rubato la pistola al poliziotto Scena di Fritz il gatto con doppiaggio dialettale, il gatto Fritz spara al cesso Scena di Fritz il gatto con doppiaggio dialettale, il gatto Fritz spara al cesso

    Ho fatto centro! Ho fatto centro! Che sur-cesso!

    Non state ridendo?


    Scena dal film Fritz il gatto, Fritz in sinagoga si nasconde nella barba di un rabbino

    Vuoi vede’ che so’ carabinieri? Si travestono sempre!

    Ma perché?


    Scena dal film Fritz il gatto, i poliziotti maiali in una sinagoga

    Scena dei poliziotti in una sinagoga

    Trattali bene, questi sono clienti.

    Ma perché?


    Scena di Fritz il gatto con doppiaggio dialettale, scena dell'incendio all'università

    – Oh, qua s’è incendiato tutto. Quanto me dispiace… che m’è annato a fuoco pure l’indirizzo della casa squillo. Mejo chiamare li pompieri. Pronto?
    – Pronto! (sempre Lionello, con accento “napoletano”)
    – 
    Accorete prontamente.
    – 
    Adesso non abbiamo macchine.
    – Allora mandate qualcuno che c’ha freddo.

    Non state ridendo?

    Scena di Fritz il gatto con doppiaggio dialettale, discorso al bar tra due corvi

    Io non posso mollare questa città… perché non riesco ad attraversare la strada.

    Mi sa che abbiamo trovato l’autore delle battute del Cucciolone.

    Scena da Fritz il gatto, Fritz in viaggio in auto con la fidanzata

    Soli come uno scaracchio su un tombino.

    La famosa solitudine degli scaracchi sui tombini (?). Mah.

    Scena di Fritz il gatto con doppiaggio dialettale, scena violenta della mucca pestata a sangue
    Vieni dalla tua Sofia […] Carletto, guarda che a questo punto abbiamo rotto… i ponti.

    Il riferimento è a Carlo Ponti, produttore cinematografico sposato con Sofia Loren. Ma perché?

    Scena di Fritz il gatto con doppiaggio dialettale, battute del Bagaglino sulla FIAT

    Quando me ne sono venuto via dall’Italia, la FIAT era in crisi. E sapete perché? Perché dalla catena di montaggio era uscita una macchina uguale alla precedente.

    Arriva dopo un po’ ma comunque non fa ridere. Non state ridendo?

    Scena di Fritz il gatto con doppiaggio dialettale, corvi che discutono al bar

    Tu lo sai perché mettono tanti semafori? Perché hanno capito che con i semafori è l’unico modo per aumentare il verde in città.

    Questa non la accetterebbero neanche per il Cucciolone.

    Scena di Fritz il gatto, corvi al bar

    – Ma te, scusa, hai capito la faccenda dell’IVA?
    – Che dici dell’IVA?
    – In CU-alche maniera sarà la diminuzione
    – In CU-alche maniera sarà l’INCU-l’aumento
    – Ma ci sarà qualcuno che ha capito la faccenda dell’IVA?
    – Un sistema facilissimo. Mi’ zio c’è morto.
    – In fatto de tasse io ho capito solo che l’IVA non è la Zanicchi… e l’Ornella non è la Vanoni.
    – 
    Ma che vuol dire IVA?
    – Secondo me iva…
    – Imposta sul valore aggiunto.
    – Secondo me iva…
    – Imposta sul valore aggiunto?
    – E ME FATE FINI’??? Secondo me… i vaffa se sprecheranno!

     

    Se non l’avete ancora capito, nel 1972 l’IVA era l’argomento caldo del momento, preda di facili battute, perché era stata appena introdotta! L’Unione Europea l’aveva suggerita in sostituzione della precedente e più complessa IGE anche se l’IVA è stata percepita come più ingiusta dal popolino. E l’autore dell’adattamento di Fritz il gatto era così compiaciuto da queste battute da bar che neanche quattro anni dopo le ripropose anche nel copione di Monty Python e il Sacro Graal.

    Estratto dal copione italiano di Monty Python e il Sacro Graal, battuta sull'IVA

    E si suppone che l’autore sia proprio Oreste Lionello che in questi copioni riciclava il materiale dei suoi sketch comici del cabaret e ne era tanto affezionato che dal ‘72 ha continuato a riproporli per più di una decade visto che nel 1983 al programma “Al Paradise” ancora ritornava la medesima battuta:

    Più IVA. Che IVA? I va’ a morì ammazzati li devi mettere in conto

    Quand’è che il troppo è troppo?

    Ma torniamo al nostro adattamento per gonzi che inventa battute su battute mettendo completamente da parte il copione originale ed è così afflitto da horror vacui che, anche quando non ci sono dialoghi, la traccia italiana ne vomita in continuazione. Facessero mai ridere, ne avremmo guadagnato qualcosa, ma è un copione pe’ fa’ ridere i gonzi e quindi giù di battute su donne brutte e froci. E come te sbagli?

    ‘Ndo stanno le femmine? Non è che poi arriva un frocio? Aò, mica voglio infrocia’ un frocio.

    L’epifania rivoluzionaria post-canna che Fritz ha durante il rapporto sessuale con una prostituta di colore viene sostituita da Lionello con un…

    Scena da Fritz il gatto, Fritz ha un'epifania mentre fa sesso con una prostituta
    Oh! Ora che me ricordo… a’mo pagato un sacco de sordi per ‘sta budellona.

    Che classe quando la satira politica sui borghesi che si fanno prendere da smanie rivoluzionarie del momento cede il passo al denigrare le prostitute che si fanno pagare più di ciò che valgono! Ma ai gonzi fa ridere. E così invece di unirsi alla causa “nera” come nella trama originale, la rivolta del Fritz gonzo ruota intorno al prezzo delle prestazioni:

    Scena da Fritz il gatto, Fritz sul tetto di un'automobile incita la folla a rivoltarsi
    Rivolta! Rivolta! Popolo, basta con le battone da 120 a botta, e così che s’arza il costo de la vita. Qui come s’arza il pesce cresce la carne. Alla rivolta! Rivoluzione! Aprimo le case e chiudemo li marciapiedi. È ora de finlla di mantene’ i papponi. So’ loro che succhiano il sangue a ‘ste povere creature, alle mignotte. Essi sono mignatte, le mignatte delle mignotte!

    Che sia un copione moderno e all’avanguardia ce lo ricorda anche la canzone del coro Cetra quando canta “tutte uguali queste donne, al momento di incastrarti sono sempre pronte a farti la promessa più solenne, ma poi quando hai detto sì, vedi che non è così. Tutte uguali queste donne, per avere da te tutto ti mentiscono di brutto, queste figlie di N.N., ma poi quando hai detto oui, cambian da così a così, ma poi quando hai detto ja hai finito di campa’, ma poi quando hai detto OK sono cavoletti tuoi”.

    Scena da Fritz il gatto, cavalla Sofia viene pestata a sangue

    U Maronna miiij!

    Quando la donna di un membro della gang di terroristi neo-nazisti viene pestata a sangue dal suo compagno e dagli altri membri della gang, la crudezza della scena (sangue a fiotti) viene smorzata dall’accento napoletano, e le offese originali rivolte alla gang sull’essere froci nazisti e omosessuali repressi (mentre loro la colpiscono a suon di catene di ferro) diventano “ricchione fallito”, “fetentone” e “voi non sapete come si tratta una donna”.
    Questo non è adattamento, è istupidimento.

    A questa scena segue Fritz/Lionello che canta (fuori campo) “fior di mimosa, si lui te mena nun fa’ a scontrosa. Tanto vedrai che prima o poi te sposa” per rincuorare la donna picchiata a sangue… e quando le mette una giacca sulle spalle per non farle prendere freddo non perde occasione (sempre e solo in italiano) per commentare sulla sua stazza: “mettiti ‘sta giacchetta. Ammazza che spalle! E quanto porta, 84?”. La cosa che rende gravi queste battute è che non hanno alcun corrispettivo in inglese, sono letteralmente aggiunte in momenti privi di dialoghi dell’originale. Dalle battute aggiunte è evidente la destinazione del prodotto, sono sicuro che molti gonzi hanno riso alla ridicolizzazione della donna corpulenta pestata a sangue. Porta la taglia 84 e il ragazzo l’ha menata…

    Scena dal film Quei bravi ragazzi dove il protagonista Ray Liotta ride in maniera esageratamente finta

    Quando sul finale Fritz viene sfruttato per piazzare una bomba e salta per aria, all’ospedale dove viene ricoverato lo va a trovare la napoletana di prima che parla dell’annosa questione dei “botti” a Napoli.

    Insomma, questo film doppiato l’ho passato a setaccio ma di comicità non ne ho trovata. Le battute che ho riportato qui non sono che la punta dell’iceberg perché i dialoghi italiani in realtà sparano una cazzata al minuto, l’ho cronometrato facendone poi la media su un campione di minuti, è un vero record!

    Doc Brown dal film Ritorno al futuro che guarda l'orologio e dice: bontà divina, una cazzata al minuto

    Doppiatori italiani di Fritz il gatto

    Il cast di doppiaggio della versione dialettale di Fritz il pornogatto è scarsamente documentato (neanche una scheda sui principali siti enciclopedici sul doppiaggio) quindi abbiamo approfittato dell’occasione per confermare quel poco che era già noto da Wikipedia (4 voci) e per espandere la lista degli interpreti. Questa fin’ora è la scheda più completa mai realizzata sul doppiaggio di questo film.

    Oreste Lionello: Fritz il gatto

    Solvejg D’Assunta: prostituta (Big Bertha)

    Giampiero Albertini: Ambrogio (Duke)

    Renato Turi: poliziotto #1

    Vittorio Di Prima: agente Nicolino (Ralph)

    Claudio Capone: pappone di Bertha (Sonny)

    Isa Di Marzio: corva che parla dell’IVA

    Renato Cortesi: rabbino orbo/ “mandrillo” (formichiere) / “Carletto” (Blu il coniglio)

    Willy Moser: corvo magro nel bar

    Se volete segnalarci altri interpreti saremo felici di verificarli per voi, se possibile.

    Conclusione

    Che questo film animato sia stato usato come mezzo per riciclare battutine e battutacce destinate al cabaret del Bagaglino è cosa ben più grave della semplice scelta stilistica di adoperare i dialetti italiani. Fritz il gatto e Monty Python e il Sacro Graal sono una pietra tombale su Oreste Lionello come dialoghista e adattatore (sempre che si tratti effettivamente di lavori suoi) che certo non intacca la sua meritata fama di interprete (tanti sono stati gli elogi a Lionello come doppiatore su questo blog) ma spinge a domandarsi: quali altri danni non documentati avrà fatto? I primi sospetti erano già venuti dalle tante scelte bislacche nel copione italiano di Ghostbusters II e sono certo che abbia curato anche adattamenti “normali” ma se ne stanno accumulando troppi di tragici a suo nome.

    Curioso poi che lo stesso Oreste Lionello si sospetti possa essere stato il dialoghista per entrambe le versioni, quindi sia del doppiaggio dialettale sia di quello “ufficiale”, come sospettano alcuni doppiatori che ho contattato alla ricerca di maggiori informazioni su questo film. Questa rimane al momento una mera supposizione.

    Non ci sono mezzi modi per dirlo, Fritz il gatto va visto esclusivamente in lingua originale, se proprio vi interessa (di per sé non è proprio un capolavoro) perché il suo secondo doppiaggio, l’unico arrivato fino a noi, ci porta un film completamente diverso che ha solo le immagini in comune, nient’altro, e che al massimo potrei consigliare come un film di incoraggiamento per comici in erba, così che anche i peggiori possano dire: perfino io posso fare meglio di Fritz il gatto!

     

    Joker che dice: ho dato un nome al mio dolore... e il nome è Oreste. Battuta alterata dal film Batman 1989

    Ringraziamenti

    Per le ricerche voglio ringraziare Francesco Finarolli (cinefilo e studioso di cinema), Leo (collaboratore di questo blog), Anton Giulio Castagna (direttore di doppiaggio), Melina Martello (doppiatrice e direttrice di doppiaggio), Antonio Luca De Tomaso (collezionista), Mauro Ferrari (collezionista).

  • DISC INFERNO: L’Esorcista (Blu-Ray Warner 2010)

    disco DVD avvolto dalle fiamme con scritta "DISC INFERNO"

    Disc Inferno è la rubrica breve che vi porta in un mondo di copertine DVD e Blu-Ray tradotte a cazzo di cane sciattamente e a volte comicamente. Fate partire la colonna sonora!

    Se già la Warner Home Video non brilla per la qualità delle sue copertine, metterci pure degli errori di traduzione sarebbe un infierire da far girare la testa, a 180°. E quale film migliore del L’esorcista di William Friedkin per mettere in pratica un infierire così diabolico?

    retro di un DVD della Warner

    Il retro burocratico di un qualsiasi cofanetto Warner

    Chi possiede un DVD o un Blu-Ray di questa marca avrà certamente notato che il retro sembra qualcosa di preparato da un notaio più che da un addetto del marketing: con la parte legale stampata in piccolo a piè di pagina che occupa più spazio di qualsiasi altro elemento della copertina, quei riquadri fatti in MS Word ’97 contenenti lista di tracce audio e sottotitoli redatta con “il copia-e-incolla di chi non ha voglia“, dove anche gli accapo improvvisamente diventano un lusso mai sospettato prima.

    Insomma un vero e proprio capolavoro di sciatteria che si perpetua ormai da 20 anni, visto che è stato proposto tale e quale anche nelle copertine dei formati in alta definizione. Del resto, se hanno venduto per così tanto tempo, perché cambiare qualcosa? Quel riquadro in Word ’97 va benissimo così com’è!

    Se poi a queste copertine Warner di fine anni ’90 ci aggiungiamo anche una traduzione ridicola arriviamo a L’esorcista nella sua edizione Blu-Ray, quella che comprende sia il montaggio cinematografico originale sia la cosiddetta extended director’s cut.

    La copertina Blu-Ray di L’Esorcista

    Il retro del Blu-Ray dell’Esorcista esordisce con

    LA PiU’ SPAVENTOSA ESPERIENZA IN BLU-RAY!

    traduzione di “experience blu-ray at its scariest!” con il tocco di creatività dato da una “i” minuscola. La scritta è in rosso scarsamente leggibile per via dello sfondo su cui è stato inserito. Il testo prosegue con la seguente descrizione che qui vi trascrivo fedelmente, maiuscole e punteggiatura inclusa:

    Controverso e popolare sin dalla sua uscita nelle sale, L’esorcista debutta in Blu-ray con questa straordinaria Edizione a 2 Dischi, che include la versione Cinematografica Originale del 1973 e la versione Extended Director’s Cut del 2000. La spaventosa e realistica storia di una ragazza innocente posseduta da un’entità terrificante e della madre che con la sua risolutezza salva lei e i due sacerdoti – da una parte il dubbio, dall’altra la fede – si uniscono nel combattere il male ultimo che lascia ogni volta senza fiato gli spettatori. Questo grande thriller soprannaturale stupisce e sconvolge  come nessun altro film.

    Retro della copertina Blu Ray del film l'Esorcista

    Il notaio che ha preparato questo testo chiaramente non ricordava le basi dell’ortografia italiana e per sicurezza ha lasciato le maiuscole ovunque le abbiano usate gli americani, quindi la 2-Disc Edition del testo originale è diventata una straordinaria Edizione a 2 Dischi, così come the Original 1973 Theatrical Version è diventata la versione Cinematografica Originale del 1973 e a questo punto ci potremmo domandare perché “versione” sia stato lasciato in minuscolo.

    Potremmo sospettare un uso troppo libero delle maiuscole di rispetto da parte di chi è avvezzo ad un italiano burocratico (il mio sospetto che le copertine le prepari un notaio aumenta sempre di più) ma purtroppo temo che si tratti semplicemente dell’ennesimo caso di maiuscolite (segnalata spesso dal blog Terminologia etc.) che affligge sempre più italiani, è il lato ridicolo della globalizzazione. Uno scimmiottare la lingua inglese (spesso inconsciamente) che costringe a premere il tasto shift molto più spesso del dovuto e che affligge a vari livelli gran parte di noi, me incluso visto che in tutto l’articolo ho scritto L’esorcista con la E maiuscola nonostante la regola vuole che solo la prima parola di un titolo (in questo caso l’articolo determinativo) sia scritta in maiuscolo.

    Vorrei sapere qual è l’impatto ambientale di questa crescente abitudine. Quanta CO2 immessa in atmosfera per premere quel tasto shift per maiuscole non necessarie?

    Retro della copertina in inglese di L'Esorcista

    Nella sua ignoranza, la traduzione italiana è anche incostante: se la 2-Disc Edition diventava una Edizione a 2 Dischi (senza il trattino), la frase NEW 3-PART DOCUMENTARY mantiene inspiegabilmente il trattino anche in italiano con NUOVO DOCUMENTARIO IN 3-PARTI. Perché?

    Ma la frase in assoluto più divertente e da ritiro della licenza elementare è questa:

    La spaventosa e realistica storia di una ragazza innocente posseduta da un’entità terrificante e della madre che con la sua risolutezza salva lei e i due sacerdoti – da una parte il dubbio, dall’altra la fede – si uniscono nel combattere il male ultimo che lascia ogni volta senza fiato gli spettatori.

    Una frase così composta denota gravi lacune di italiano ancor prima di parlare di scarsa traduzione. Non si capisce se è la madre che salva i preti o sono i preti che salvano la bambina, infatti l’eccesso di congiunzioni ci porta alla storia di “una ragazza posseduta e della madre e due sacerdoti”. Incomprensibile poi quel “da una parte il dubbio, dall’altra la fede”, a che cosa dovrebbe far riferimento? Insomma, ogni singolo elemento di questa copertina è sbagliato oppure molto sbagliato. Janosh aiutaci tu!

    Scena da Ghostbusters 2: Janosh dice "tutto ciò che tu fa è male"

    “Tutto ciò che tu fa è male”

    Chiaramente si è perso qualcosa per strada quindi per capirci qualcosa dobbiamo tirare fuori il testo originale, perché è palese che si tratti di una traduzione diretta o quasi:

    The frightening and realistic tale of an innocent girl inhabited by a terrifying entity, her mother’s frantic resolve to save her and two priests – one doubts-ridden, the other a rock of faith – joined in battling ultimate evil always leaves viewers breathless.

    Ve ne propongo una mia traduzione al volo:

    La spaventosa, realistica storia di una ragazza innocente posseduta da una terrificante entità, di una madre determinata a salvarla e di due sacerdoti – uno in crisi spirituale, l’altro dalla fede incrollabile – che si uniscono nel combattere il male supremo. Lascia ogni volta gli spettatori senza fiato.

    Ci ho messo più a cercare le immagini contenute in questo articolo che a tradurre quel testo. Cioè, alla fine basta non darlo in pasto al traduttore di Bing per fare qualcosa di decente, o evitare di darlo in mano a gente che quando traduce risulti indistinguibile dal traduttore di Bing. (La versione tradotta da Bing è comunque più comprensibile, provare per credere)

    È proprio strano, è quasi come se alla Warner non gliene fregasse assolutamente niente dei propri clienti! Tanto, se volete L’esorcista, in catalogo lo posseggono solo loro e quindi, se non vi va bene la storia della madre determinata a salvare sia la figlia che i due preti, diciamo che vi potete tranquillamente attaccare al tram, stracciacazzi!

  • [VIDEO] Speciale SCATOLA DELLA VIDEOTORTURA n°5

    Due film entrano nella scatola, solo uno ne viene estratto. Questa la semplice regola della scatola della videotortura, un episodio speciale della nostra serie di svago cinematografico, i videocommentatori, dedicato ai film che mai riusciremmo a vedere volontariamente
    In questo nuovo episodio il sorteggio è tra Nukie (il film preferito da Nelson Mandela) e Esorcista II – L’eretico (nel suo doppiaggio originale), due film legati da un fortuito filo conduttore: l’Africa.

  • Le magliette di Doppiaggi Italioti

    t-shirt con il logo del blog Doppiaggi Italioti

    t-shirt con il logo del blog Doppiaggi Italioti

    In un momento molto alla Balle Spaziali, una piccola comunicazione di servizio per annunciarvi l’arrivo delle t-shirt sfiziose di Doppiaggi Italioti! Mettiamo il nome su tutto (cit.). Non tarderanno ad arrivare anche: il libro da colorare, il cestino da pranzo, il lanciafiamme e la bambola, me.

    Alcuni di voi mi avevano chiesto da molto tempo qualcosa del genere e finalmente, dopo anni, mi sono deciso a far stampare alcune magliette con il logo del blog, in tiratura molto molto limitata.
    Fruit of the Loom nere, 100% cotone, taglie: M, L e XL.

    Disponibili ora! Sulla nostra pagina Patreon.