• Grosso guaio a Schifohamish. Il doppiaggio Netflix “fatto in casa” di L’altra metà (2020)

    Cartellone della cittadina di Squahamish dal flim L'altra metà (2020)

    Benvenuti a Squahamish, dove la gente è doppiata male

    Il 1 maggio compare su Netflix il film L’altra metà (The half of it, 2020), una reinterpretazione del Cyrano de Bergerac in salsa adolescenziale con una variante inedita, l’avere un protagonista di sesso femminile (Ellie, ragazzina nerd snobbata da tutti) al posto di un Cyrano maschio. Così, come nella commedia del 1897, la nostra Cyrano, aiuta l’amico impacciato (qui Paul, compagno di scuola che gioca nella squadra di football) a conquistare una ragazza, Aster, grazie ad una serie di lettere che possano far innamorare questa ragazza popolare in cerca di una via di fuga intellettuale. L’innamoramento epistolare scatterà invece tra le due ragazze. Sì, è uno di quei film impietosamente etichettati “LGBT”, quindi, omofobi, state alla larga.

    A parte la reinterpretazione del Cyrano de Bergerac, L’altra metà è dopotutto uno dei tanti racconti di formazione dalle premesse forse un po’ trite, come quella gli adolescenti americani in attesa di andare al college per fuggire da una piccola città di provincia, Squahamish (o come dicevano a scherzo nel film Schifohamish), e forse questo film di Alice Wu non rimarrà nella storia del cinema, né rimarrà troppo a lungo nella memoria degli spettatori, ma di certo non si meritava niente di male. Arriva invece con un doppiaggio da subito lamentato, giustamente ridicolizzato e spernacchiato, ben al di sotto degli standard di decenza. E subito la memoria torna al recente caso di Summer ’84, sempre doppiato nel 2020. Ma che è quest’anno?!

    Reazione del pubblico su Twitter al doppiaggio di L'altra metà 2020

    Netflix, al contrario di alcuni distributori nostrani (LuckyRed ce l’ho con te), non è sordo alle lamentele del pubblico e il 14 maggio quel primo doppiaggio viene sostituito da un nuovo doppiaggio italiano, questa volta professionale. Un ridoppiaggio sostitutivo per cancellare la memoria di quel primo disastro che, mi dispiace per Netflix, non è andato perduto per sempre ma rimane conservato nei miei archivi, memento dell’ennesimo tentativo americano di prendere in mano le redini di un mestiere che richiede una professionalità che spesso diamo per scontata e che certamente non si può improvvisare. Non basta essere attori decenti per essere anche doppiatori decenti.

    Su questo blog (non lo dirò mai abbastanza) è raro che mi metta a parlare o a giudicare la qualità delle interpretazioni. La traduzione di audiovisivi e l’adattamento linguistico sono gli argomenti di mia competenza, non la recitazione. E ci sono tanti doppiaggi, tra quelli televisivi e quelli dell’home video, che personalmente reputo mediocri o che non reggono il confronto con quelli più “cinematografici”, ma salvo rari casi questi argomenti non trovano grande spazio su questo blog, perché si tratta comunque di doppiaggi professionali e l’argomento “questo doppiatore è più bravo di quest’altro” è materia da forum di appassionati, se non da salotto, e lì possono rimanere per quanto mi riguarda.
    Tuttavia, questo è uno dei rari casi in cui mi trovo a infrangere la regola non scritta. Con il primo doppiaggio di L’altra metà, così come con il doppiaggio di quel Summer of ’84, già recensito, ci immergiamo purtroppo nel regno del dilettantesco e non ci vuole un esperto per poterlo affermare.

    Anche questa volta lascio che delle clip dal film parlino da sole. Il video dura una quindicina di minuti e raccoglie alcune delle parti “migliori”.

    Concorderete che peggio di così c’è solo un rutto nel microfono. Un’iperbole? Mica tanto. Sentire questo genere di cose è svilente per i professionisti del settore, per gli spettatori e anche per le persone coinvolte (potrei mai prendermela con un lavoratore che accetta un ingaggio per tirare a campare? Certo che no!). Il problema è nella testolina dei distributori americani che ancora oggi, nel 2020, credono che sia pensabile doppiare film a casina loro, spendendo il meno possibile. Basta prendere gente che sa parlare italiano, no? Che ci vuole. È successo esattamente ciò che accadeva nei primi tempi della storia del doppiaggio e ancora oggi ogni tanto ci provano, con i risultati appena sentiti. Cos’è quest’anno, un qualche anniversario della nascita del doppiaggio italiano? Netflix voleva celebrarlo così?

    Reazione del pubblico su Twitter al doppiaggio di L'altra metà 2020

     

    Il cast del primo doppiaggio Netflix

    Una breve ricerca sui nomi che comparivano nei cartelli finali della prima versione è stata una tappa obbligata per cercare di sbrogliare la matassa del “che cosa è successo con questo doppiaggio?”. I nomi dei doppiatori comparivano nei cartelli di coda del film, questo fino all’arrivo del secondo doppiaggio, quello definitivo, che ovviamente ha portato alla sostituzione anche dei cartelli finali. Qui riporto i nomi del primo cast di doppiatori, con una breve descrizione basata su informazioni pubbliche e liberamente accessibili, quali pagine Linkedin, profili di agenzie di casting e pagine IMDb. Noterete forse un filo conduttore che li lega tutti:

    Chi sono i doppiatori

    • Ellie Chu è Iaeli Anselmo, di Roma, attrice, in produzioni americane almeno dal 2017, attualmente vive e lavora a Los Angeles.
    • Il nostro Paul Munsky è Roberto Aurelio Cerletti, musicista, batterista, vive e lavora a Los Angeles. Non ho trovato informazioni biografiche ma suppongo che sia italiano anche lui, o forse lo sono i genitori? In questo sito potete sentire anche delle clip audio in tre lingue diverse: French, German e Italian (“le strade di Pariggi e di Giggibbuffon si separano dopo una sola staggione…“).
    • Aster Flores è Daria Sarmientos, italiana, nata e cresciuta a Milano, presente in produzioni USA almeno dal 2017, attualmente vive e lavora a Los Angeles.
    • Edwin Chu è Andrea Iaia, suppongo questo Andrea Iaia, attore italiano.
    • Trig Carson è Francesco Capussela, altro attore italiano che vive e lavora a Los Angeles.
    • il Diacono Flores è Peter Arpesella, attore italiano, di Bologna, lavora da una vita a Los Angeles (ed era comparso anche in Le Mans ’66 -- La grande sfida ad interpretare un membro dello staff Ferrari).
    • La professoressa Geselchap è Barbara Magnolfi, attrice italiana, vista anche in Suspiria di Dario Argento. Ultimi lavori attivi in produzioni americane. A giudicare dal suo profilo Instagram vive in California e fa anche “voice over“.
    • Solange è Enrica Manni, di Sondrio, attrice, vive e lavora a Los Angeles almeno dal 2015.
    • Amber è Denise Faro, cantante e attrice italiana, compare in produzioni a Los Angeles almeno dal 2015.

    Nel cast aggiuntivo troviamo inoltre:

    Max Pregoni, altro attore con agente a Los Angeles; Gaia Passaler di Milano, anche lei attrice che lavora da anni a Los Angeles;  Gabriele Martinelli, nato a Napoli e trasferitosi da adolescente in America, anche lui lavora come attore a Los Angeles; Massimiliano Frongia, italiano, con produzioni internazionali in curriculum. Per finire: la direzione del doppiaggio è di Gabriele Di Sazio, italiano, regista, con alcuni corti all’attivo, girati indovinate dove? Los Angeles.

    Doppiaggio e sonorizzazione a cura della Igloo Music Corporation, di Burbank, una contea di Los Angeles. È una delle aziende del programma di post-produzione NP3 di Netflix in cui è classificata con un bollino “argento” (silver) ma considerata idonea soltanto per la lingua inglese (nello specifico “inglese americano”) secondo il sito di Netflix.

    igloo music partner post produzione Netflix

    Avete già trovato il filo conduttore? Il cast è composto da italiani che vivono e lavorano nella città di Los Angeles. Quello di L’altra metà è un doppiaggio americano realizzato utilizzando attori italiani che Netflix aveva a disposizione in zona, con l’aggiunta di un musicista (che spero si sia almeno fatto qualche risata a doppiare Paul) ed un regista, che in inglese si dice director, quindi a Netflix avranno pensato vabbè, director, dubbing director… è a stessa cos’!
    Sono assolutamente certo che siano tutti dei veri professionisti nel loro campo, a prima vista il loro CV lo dimostra senza ombra di dubbio (Cerletti ad esempio è percussionista per Disney, Fox e altre aziende famose), e anche se molti di loro lavorano regolarmente con la propria voce in quanto attori, chiaramente non sono doppiatori professionisti. Nessun professionista direbbe mai “Poll, ma ti ci stai sposando co’ a spazzatura?” (voce fuori campo in romanesco che chiama Paul, a esattamente 1 ora e 57 minuti). Fa ridere ma fa anche piangere.

    Signorina silvani che dice ah, anche doppiatore. Variante del meme ah anche poeta. Dal film Fantozzi 1975

    Che non si offendano dunque gli attori menzionati, del resto anche tanti attori italiani bravissimi e famosissimi non sono poi così bravi in sala di doppiaggio, quando devono andare a ricreare emozioni altrui o addirittura le proprie. Aggiungiamo a questo il fatto che i doppiatori della prima versione italiana di L’altra metà, di fatto, non erano diretti, e che le voci da abbinare ai personaggi siano state scelte seguendo un criterio essenzialmente “geografico”, questo è il quadro. Di quel cast, l’unica persona con un curriculum attivo nel mondo del doppiaggio sembra essere la dialoghista Carolina Quitadamo. La direzione delle voci invece è virtualmente inesistente! Da qualche “hey” pronunciato all’americana (invece di “ehi”), a vari errori di pronuncia incluso un “tu” detto “tiù”, tipo Stanlio e Ollio… e buona la prima! Anche quegli attori che sono stati bravini al microfono ogni tanto pronunciano frasi o recitano in modi che un direttore di doppiaggio professionista non approverebbe neanche con una pistola puntata alla testa.

    Ad esempio quando la protagonista (Ellie) legge ad alta voce la lettera scritta dal ragazzo imbranato (Paul) sentiamo:

    “Dicono che sia il più carino della mia famiglia, cioè, lo pensa mia nonna… che è morta adesso.”

    Qui non c’è nessun errore di adattamento, ancora una volta è il doppiaggio che fa danno. L’errore è nel modo in cui questa frase viene recitata [più precisamente nell’appoggiatura, mi suggerisce Mauro Stoppa, conduttore radiofonico, esperto sull’argomento recitazione], infatti nel primo doppiaggio la ragazza sembra dire che la nonna sia morta in questo momento, cioè mentre legge la lettera (o meglio, mentre Paul la scriveva), cosa che ovviamente non ha alcun senso (“who is dead now” in originale, cioè la nonna “che ora è morta”). Come cambia radicalmente la stessa frase nel secondo doppiaggio! Il copione infatti rimane identico ma si capisce chiaramente dal mondo in cui viene recitata (cioè appoggiando non più su “adesso” come nel primo doppiaggio ma su “è morta”) che la nonna invece è già morta in un non ben determinato passato. Il confronto tra un doppiaggio professionale, “diretto”, e uno “arrangiato” non può che essere impietoso in questi casi.

    Facce sbalordite degli attori nel film L'altra metà (2020)

    La reazione del pubblico italiano

    Il cast del ridoppiaggio

    Per completezza riporto anche il cast del secondo doppiaggio Netflix, effettuato dalla VSI Rome, un’altra azienda della lista Netflix, anche loro con bollino “silver”, evidentemente c’è silver e silver. I cartelli finali di questo nuovo doppiaggio sono solo due, quindi l’elenco riportato con personaggi e loro corrispettivi doppiatori è limitato.

     

    Direzione del doppiaggio: Maura Cenciarelli
    Assistente al doppiaggio: Francesca Vichi
    Dialoghi: Carolina Quintadamo

    Ellie Chu: Emanuela Ionica
    Paul Munsky: Marco Briglione
    Aster Flores: Erika Necci
    Edwin Chu: Emilio Barchiesi
    Trig Carson: Manuel Meli
    Diacono Flores: Sergio Lucchetti

     

    L’adattamento italiano di L’altra metà

    Tesoro? Taco Time. Un dialogo dal primo doppiaggio del film L'altra metà, 2020, Netflix

    “Tesoro? Taco time!”

    L’adattamento è in generale decente ma non manca di momenti in cui avrebbe giovato una revisione in più, oppure la supervisione competente di figure normalmente presenti (e non a caso!) in un doppiaggio professionale ma che sicuramente gli americani potrebbero vedere come ridondanti, inutili costi in più.
    Molti dei casi elencati qui di seguito sono stati poi corretti con il secondo doppiaggio. Quasi tutti almeno.

    Non è questo il caso di Liberal Arts diventato “arti liberali” (“Sta lontana dalle arti liberali“) invece di scienze umanistiche/materie umanistiche/”lettere e filosofia”/studi umanistici, la scelta è vasta prima di buttarsi su un “arti liberali”, sconosciute al pubblico di lingua italiana, a meno che in America non abbiano piani di studi di stampo medievale.

    Da wikipedia: Arti liberali era l’espressione con la quale, durante il Medioevo, s’intendeva il curriculum di studi seguito dai chierici prima di accedere agli studi universitari. Più in generale le arti liberali erano quelle attività dov’era necessario un lavoro prettamente intellettuale, a fronte delle “arti meccaniche” che richiedevano lo sforzo fisico.

    Questo “arti liberali” è rimasto anche nel secondo doppiaggio, quello “correttivo”. Ma cosa studiano nei college americani? Andiamo avanti.

    Il padre richiama l’attenzione della figlia dicendo: “Tesoro? Taco time!” (e io posso dire “cazzo”?). Nel secondo doppiaggio questa battuta è stata trasformata giustamente in “Tesoro? È l’ora dei tacos“, a riprova che dopotutto i tempi delle battute non sono un limite così invalicabile se poi deve costringere a lasciare delle frasi in inglese (solo perché cool?). Cos’è che esprime esattamente “taco time” che non esprime anche la frase “è l’ora dei tacos”? E chi direbbe “taco time” in italiano? Perché il film… è doppiato in italiano, no?

    Scena dal film L'altra metà del 2020, in cui la panna montata spray Readdi-wip diventa nel doppiaggio italiano una panna commerciale invece che industriale

    All’appuntamento a base di patatine e frappè, Paul il sempliciotto non sa cosa dire e così esclama: “They use Reddi-whip” (cioè “Usano la Reddi-whip”, una marca di panna montata spray). Nel primo doppiaggio italiano questo diventa:

    È una panna commerciale.

    Buona la decisione di abbandonare una marca, ignota in Italia (altre note anche da noi invece sono rimaste)… ma che cavolo è una “panna commerciale“? Voleva una panna spray… di pregio? O forse una panna con qualità artistiche? Insomma ‘sta panna è ‘na commercialata, non ci sono più le panne di una volta.
    Il secondo doppiaggio parla più correttamente di una panna industriale.

    Nessun copione viene sfornato perfetto, per carità, e piccole rifiniture arrivano sempre in fase di revisione da parte di un supervisore competente, o anche in fase di doppiaggio, al microfono, sotto suggerimenti di attori o del direttore del doppiaggio. Questo almeno è ciò che avviene o che può avvenire in una normale filiera del doppiaggio audiovisivo, ma evidentemente viene meno in un doppiaggio arrangiato alla meno peggio a Los Angeles, quando si ha a che fare principalmente con persone che non hanno esperienze specifiche nel settore. È logico poi trovare anche nel copione piccoli errori o frasi poco chiare, che nessuno ha avuto l’ardire di “aggiustare”.

    Un’altra frase poco chiara arriva all’inizio, quando Paul, riceve la prima lettera di risposta e la fa leggere alla sua “ghostwriter” Ellie:

    Lettera di Aster: “Anche a me piace Wim Wenders, non l’avrei copiato però.”

    Paul: Chi è Wim Wenders? E perché l’hai copiato?

    Ellie: Non l’ho copiato.

    Paul: Sì che l’hai copiato, l’ho pure cercato!

    Ditemi voi… cosa può aver cercato Paul? Ha forse cercato chi sia Wim Wenders? Direi di no, perché all’inizio chiede “chi è?”. Forse ha cercato la frase o citazione copiata? In tal caso non dovrebbe dire “cercata”, al femminile? Capirlo da questo testo è impossibile. Il secondo doppiaggio cerca di attenuare l’effetto e cambia in “Sì che l’hai copiato, l’ho cercato!“. Ancora però non si capisce cosa abbia cercato. Ok, l’italiano evidentemente non ci viene in aiuto.

    In lingua originale la parola usata è “plagiarized” lì dove il testo italiano parla di “copiare”, la battuta gioca sul fatto che Paul è un sempliciotto ignorante e non conosce un parolone come PLAGIARIZED. È quella la parola di cui Paul aveva cercato il significato. Purtroppo il nostro “copiare” non è così inarrivabile e nessuno in italiano avrebbe dubbi sul suo significato, quindi è impossibile pensare che quel “l’ho cercato” voglia dire “ho cercato il significato della parola copiare“, né si lega ad altri elementi del dialogo. Cosa abbia cercato, in italiano non si capisce. Questa frase andava cambiata leggermente. Insomma, rifiniture. Il copione aveva bisogno solo di qualche aggiustatina in più, impossibile quando risparmi così tanto che ci sono più assistenti al doppiaggio che doppiatori.

    Diamo la colpa al COVID-19?

    messaggio di Netflix sul ritardo nei doppiaggi per via del coronavirus

    Netflix ha cercato di cancellare la memoria di quel primo doppiaggio eliminando dai propri profili social qualsiasi post che parlasse del film, così da far sparire anche la cornucopia di infamate che, a buon ragione, riempivano la sottostante area commenti. In loro difesa, poi il film lo hanno fatto doppiare una seconda volta e in tempi rapidissimi (del resto il copione è rimasto quasi lo stesso). C’è da chiedersi dunque: non si poteva avere un doppiaggio decente da subito? Tante serie sono ancora in attesa di doppiaggio, con episodi disponibili soltanto sottotitolati, che fretta c’era di sfornare questo film con un doppiaggio così imbarazzante?

    Reazione del pubblico su Twitter al doppiaggio di L'altra metà 2020

    Certo possiamo dare la colpa al COVID-19 e al blocco delle attività, ma se è stato possibile farlo doppiare in Italia una settimana dopo, quella del virus è davvero una scusa valida? O piuttosto è stata l’occasione per riproporre una vecchia abitudine americana, quella di cercare di doppiare in proprio i film, per risparmiare sui costi di post-produzione… come se doppiare in italiano volesse dire semplicemente “far parlare gli attori in italiano”.

    Insomma, bella scusa quella del virus, sembrava quasi plausibile! Certo che agli occhi di un distributore americano il pubblico italiano sembrerà una manica di sofisticati snob a cui non va mai bene niente e che rompono i coglioni su cose che a loro sembrano fatte pure bene. Chi doppia sono italiani, no? So’ pure attori! Che volete deppiù?!
    Pensa che stronzi che siamo, a esigere doppiaggi recitati bene, in maniera “invisibile” e che rappresentino correttamente il prodotto originale. Siamo proprio stronzi.

     

    Meme di aldo giovanni e giacomo non sono doppiatori professionisti, sono presi dalla strada

  • Adattare un film scemo: The Predator (2018)

    Doppiaggio e adattamento di The Predator (2018)

    Ad una recente rivisitatina di The Predator di Shane Black, ho fatto un grande sforzo mnemonico per cercare di ricordare se lo avessi visto addirittura al cinema, ma esistono dei miei post sui social che, sì, dimostrano senza ombra di dubbio che ci sono stato. Di solito questo non sarebbe un buon segno, ma mentirei se vi dicessi che il nuovo capitolo della saga non mi ha divertito. Per un motivo o per un altro ormai sono arrivato alla terza visione e, pur ammettendo che non si tratta di un film memorabile, né particolarmente intelligente, non mi sento di detestarlo, né mi diverte meno ogni porca volta che me lo vado a rivedere (cit.). Fa già ridere il solo fatto che esista.

    Ammetto però che nel formulare questa opinione sul film potrebbe aver influito anche un mio gusto perverso. Infatti il 16 ottobre 2018 andai al cinema già sapendo che questo The Predator (uscito nel resto del mondo già un mese prima!) aveva fatto incazzare fan e appassionati in tutto il mondo, e deluso gli altri. Quindi ogni scemenza presente nel film mi portava a ridere internamente di chi, nell’anno del Signore 2018, aveva addirittura delle aspettative per un seguito di Predator. Per aiutarvi a bollarmi come nemico pubblico, forse dovrei anche ammettere, qui e ora, che Predator 2 è il mio film preferito della serie, soprattutto nella sua versione italiana con Paolo Buglioni come voce del protagonista. È quello che riguardo più spesso e più volentieri. Il primo Predator (1987) lo riguardo se mi capita in TV mentre Predators del 2010 l’ho visto una volta sola e non lo rivedrò mai più finché campo, non so neanche chi lo abbia diretto, forse un software della 20th Century Fox. Non era brutto, semplicemente non era di alcun interesse. Per me, s’intende. Ma ai fan piace tanto, sembra.

    Quindi potete immaginare le mie aspettative davanti a poster con uno slogan come questo:

    locandina italiana del film The Predator (2018)

    Lo slogan pubblicitario più spaventoso del mondo: “darà ai fan ciò che vogliono

    The Predator del 2018 altalena tra il serio e il comico, e secondo me dovrebbe essere un caso di studio perché non fa ridere quando vorrebbe far ridere… e proprio per questo fa ridere. Mi seguite? Bene. Va visto con lo spirito giusto, insomma. È l’effetto che avremmo se un film degli anni ’80 venisse girato e presentato oggi, con sceneggiatori e regista ignari del fatto che intanto siano passati 40 anni da quel decennio e il linguaggio del cinema (e anche le aspettative del pubblico) sono cambiate, tornare indietro è impossibile, come dimostra anche il fatto che la locomotiva dei Lumière non ci fa più scappare dalla sala cinematografica.

    Le visioni cinematografiche per me sono sempre l’occasione per saggiare anche l’adattamento ovviamente, e se The Predator (2018) ha fatto incazzare tutti gli spettatori per via del suo umorismo (a tratti sembra una parodia dei precedenti), come se la sarà cavata con il doppiaggio?

    Armiamoci e partiamo alla sua esplorazione.

    Predator su un blindato, scena tagliata dal film The Predator (2018)

     

    L’adattamento di The Predator (2018)

    In un confronto diretto tra testo originale e battute doppiate potrebbe subito saltare all’occhio che la versione italiana non è una traduzione alla lettera, non ha paura a cambiare le battute mantenendone il senso e lo spirito, e gran parte di queste alterazioni sono sensate. Se seguite questo blog da qualche tempo avrete già capito che questa è cosa buona. Se la battuta “fucking you up is their idea of tourism” (letteralmente: “farci il culo è la loro idea di turismo”) diventa “e spaccarci il culo è il loro sport preferito“, ci possiamo sentire subito il sapore di un buon adattamento. E da quand’è che non sentivate un “porca troia!” in un doppiaggio italiano? (“Holy shit!” in originale). Il film ce ne regala ben due. Certo, un’espressione misogina che oggi può far storcere il naso, ma indubbiamente vicina ai doppiaggi degli anni ’80 anche sul piano linguistico, e quindi in linea con il gusto del copione di Shane Black, che, come il pesce ratto, può piacere o può non piacere. Il doppiaggio italiano di The Predator, insomma, è fedele alle intenzioni del copione originale, che vi piaccia o no.

    Le parolacce sono sempre un buon punto di partenza per valutare un adattamento e in questo film di certo non mancano, sempre naturali e mai sembrano traduzioni troppo dirette, dal “maledetti stronzi” che traduce semplicemente un “fucking” messo in mezzo ad una frase, al “avete rotto il cazzo alla famiglia sbagliata” (“you fucked with the wrong family”). E tante altre ce ne sono.

    La maledizione dei buoni adattamenti è che sono invisibili, quindi è anche difficile fare liste di battute ben riuscite e renderle anche interessanti, quindi mi limiterò ad un paio di casi sui quali voglio aggiungere una qualche nota.

    Il predator combatte, una scena del film The Predator (2018)

    Te li do io gli anni ’80!

    Dialoghi anni ’80

    Alla domanda “che cazzo è quello, capitano?” (what the fuck is that, Cap?), il protagonista risponde:

    Originale: It’s above our pay grade.

    Doppiaggio: Non siamo pagati abbastanza per questo.

    La battuta originale sarebbe più strettamente un “è al di sopra delle nostre competenze”, che non ha proprio la stessa sfumatura ma, dopotutto, chi lo direbbe mai in italiano? La versione italiana “non siamo pagati abbastanza per questo” ci è familiare e sa molto di anni ’80. Alzi la mano chi non ha pensato almeno per un attimo al “sono troppo vecchio per queste stronzate” di armaletaliana memoria! Una frase scritta da Shane Black (autore di Arma letale, 1987), resa popolare proprio da Danny Glover, protagonista anche di Predator 2 (di cui un giorno dovrò assolutamente parlare). Quante connessioni attinenti in una sola battuta! Per tutto ciò che ha a che fare con Shane Black, che possiamo tranquillamente dire essere uno dei creatori del cinema anni ’80, vi consiglio caldamente la rubrica del blog La bara volante di Cassidy che ne ha esplorato la carriera in questa serie di articoli.

    Se le battute non fanno ridere, è colpa del doppiaggio?

    Sono certo che ad una prima visione qualche spettatore italiano avrà ingiustamente accusato il doppiaggio di aver portato battute non particolarmente divertenti o efficaci. Del resto il pensiero che viene a tutti oggi è: forse era più divertente in inglese, perché dare automaticamente colpa al doppiaggio senza vedere il film in originale è ormai lo sport nazionale. Invece ad un confronto diretto è chiaro che sono stati tenuti con estrema eleganza anche gli stessi giochi di parole. Un esempio tra tutti lo troviamo nei dialoghi di presentazione sull’autobus, quando un “Maker” (Creatore) diventa “make her” (me la faccio) o, più precisamente, quando “before your Maker” (= davanti/dinanzi al Signore) viene trasformato goliardicamente in “before I make her” (= prima di farmela), sottolineato da un volgare fischio finale e un movimento del bacino.

    Originale
    When you’re standing at attention before your Maker
    I always stand at attention before I make her.

    Doppiaggio
    Quando sarai sull’attenti davanti al Signore
    Sono sempre sull’attenti davanti alle signore.

    Se comunque non vi ha fatto particolarmente ridere… non è certo colpa dell’adattamento italiano.
    Il film comunque non manca di battute effettivamente spassose, ogni tanto ce la fa a strappare una risata.

    Sapeva dire anche baule, Aurelia, aiuola e Palaia…

    Essere in grado di capire qualcosa

    Per quanto abbia elogiato una traduzione non diretta del testo originale in favore di una maggiore naturalezza, il testo non manca di classici (la conio qui ed ora) “doppiaggesismi” che tradiscono traduzioni un po’ più artificiose. Come spesso capita, alcune vengono da esigenze di labiale o dei tempi della battuta, altre forse potevano godere di un’alternativa più efficace. E capisco che qui sto per spaccare il pelo in quattro, ma senza molto togliere al resto dell’opera.

    Quando la madre propone al figlio una scelta tra due maschere da indossare durante la notte di Halloween, il bambino si preoccupa dei bulli:

    I ragazzi, ecco… loro saranno in grado di capirlo.
    Capire cosa?
    Che sono io.

    La frase che suona un po’ artificiosa è quella che contiene il “saranno in grado di” che, a naso, direi che si tratta del classico “will be able to”+verbo, cioè semplicemente il modo in cui in inglese si costruisce il futuro di “can” (potere), da non tradurre letteralmente come “essere in grado di”. In realtà il “can” in questi casi non si traduce nemmeno.
    Non molto sorprendentemente scopro che la frase originale era la seguente:

    The guys will… they will still be able to see. / See what? / That it’s me.

    Bene tradurre “see” (vedere) come “capire”, ma non era più naturale dire “i ragazzi lo capiranno lo stesso“? Cito un sito che riporta questo stralcio di grammatica inglese: “Canè utilizzato [anche] con i verbi di percezione. In questo caso spesso non viene tradotto in italiano. (es. Can you hear that noise? / Lo senti quel rumore?). “Riuscire” o “essere in grado di” hanno invece sfumature diverse.

    Non è neanche una battuta che necessita del labiale perché chi la dice è praticamente di spalle.

    I ragazzi… lo capiranno lo stesso. / Capire cosa? / Che sono io.

    L’unica ragione che, intuisco, giustifichi una tale scelta è la ricerca di una risposta concordante: in questa scena, la risposta “capire cosa?” ha un labiale fin troppo visibile che non dà spazio ad un “capiranno cosa?”, né a un più semplice “che cosa?”. Ma ritengo che sia più naturale sentire “Lo capiranno lo stesso. / Capire cosa?”, invece di forzare un “saranno in grado di capirlo” che sa proprio di doppiaggese, cioè una di quelle frasi che sentiamo nei film doppiati ma che nessun italiano userebbe in quella stessa situazione, men che mai un bambino.
    Mi rendo conto che si tratta di un tipo di frasi che per pubblico passano pressoché inosservate, un po’ perché comunque “si capisce lo stesso” e un po’ perché si tratta di quel tipo di frasi già familiari a molti, le hanno sentite migliaia di altre volte nei doppiaggi moderni finché non sono diventate “invisibili”. Ma questo tipo di espressioni sono tra i difetti principali di gran parte dei doppiaggi di questa era, in cui è più importante la durata di una battuta che la naturalezza delle frasi, anche se queste sono dette di spalle.

    Siete in grado di capirlo? 😉

     

    “Uccide le persone, così puoi fare il postino”. Eh? cosa???

    The Predator 2018, scena del postino

    All’inizio del film, il postino consegna tutta la posta arretrata a casa del protagonista, gli apre la porta il figlio autistico con il quale instaura il seguente dialogo:

    I pagamenti della sua casella postale sono scaduti. Dipartimento della Difesa. Lavora per il governo, giusto?
    1-1-3-B-3-V-W-3. (originale: “MOS 1B3VW3“)
    – ???
    Il suo incarico militare. (originale: “Military designation“)
    Ah!
    Uccide le persone… così puoi fare il postino. (originale: “He kills people… so you can be a mailman“)

    Quest’ultima frase può lasciare confusi ad un primo ascolto. È una di quelle frasi patriottiche molto americane dove si dà a intendere che il duro lavoro dei soldati in guerra permette ai civili in America di condurre una vita pacifica nel loro paese. Purtroppo, una traduzione diretta, per quanto comprensibile sulla carta, lascerà sempre perplessi ad un primo ascolto perché non è un genere di frase con la quale abbiamo familiarità. Nessuno in Italia direbbe mai “mio padre combatte in Afghanistan, così puoi fare il postino”, le due porzioni della frase non cascano automaticamente in una sequenza logica, ed è difficile capirne il senso vista la rapidità della battuta. Forse andava ripensata un po’. Anche la sola aggiunta di un semplice “tu” (così TU puoi fare il postino) avrebbe forse portato qualche perplessità in meno. Facendo un giro nei forum di Wordreference.com ho notato che un utente indiano (che l’inglese lo conosce ma non ha familiarità con i modi di esprimersi degli americani) si chiedeva addirittura cosa significasse la frase originale in inglese, sentita appunto in questo film.

    Nell’articolo intitolato The Predator’s Biggest Flaw Is That It Thinks It’s a Comedy (titolo traducibile come: “Il difetto più grande di The Predator è che si crede una commedia” ) pubblicato su Vulture.com, l’autore dimostra come questa scena, che si conclude con la frase “così puoi fare il postino” dopo una pausa significativa, sia chiaramente progettata come gag comica, con tanto di battuta finale messa lì per far sghignazzare il pubblico. Sembra però che abbia fallito nei suoi intenti persino nei confronti dello spettatore americano che ha familiarità con questa espressione. In sala infatti sembra che non abbia reagito nessuno.

    E allora posso forse prendermela con il doppiaggio se il film in italiano ottiene il medesimo non-effetto? Nell’adattare un film che semplicemente non funziona e non raggiunge i suoi intenti, o si reinventa tutto (e giù questioni etiche sul doppiaggio che non dovrebbe “inventare” niente!) oppure si ottiene esattamente quello che abbiamo visto anche nelle sale italiane. Scene che lasciano punti interrogativi, spettatori perplessi. “Cosa? Ma che vuol dire”. Boh. Magari faceva ridere in inglese. Purtroppo no.

    Però “così tu puoi fare il postino” l’avrebbe resa almeno più comprensibile, secondo me. Non che il film sia completamente privo di battute efficaci, lungi dall’affermare questo.

    Passando ad una frase potenzialmente fraintesa…

    Scena dello psicologo dal film The Predator (2018)

    Lo psicologo che interroga il nostro protagonista, sfogliando un fascicolo, dice:

    So che lei passa la maggior parte del suo tempo in missione, lontano da sua moglie e da suo figlio.

    In inglese sembrerebbe essere una frase di significato opposto:

    You spend most of your time now in-country… estranged from your wife and son?

    Che per adattarvela direttamente in italiano potrei tradurla così: “So che adesso passa la maggior parte del suo tempo in patria…  ed è separato da sua moglie”. Ho omesso “figlio” perché a questo punto del film abbiamo già visto che il figlio vive con la moglie, ma ancora non sapevamo che moglie e marito erano separati. Ci viene rivelato solo in questo momento, molto prima di vederlo tornare a casa, dove la moglie infatti gli dirà che non dovrebbe trovarsi lì (“Ehi, questa non è più la tua casa!”). Capisco che possano esserci esigenze di labiale e di tempi, molte volte queste sono l’origine di alterazioni quasi obbligate ma, essendo lo spettatore lontano dai dietro le quinte dell’adattamento, viene sempre da domandarsi se sia stata effettivamente compresa la frase originale al momento della traduzione.

    Le piacerebbe incontrare un Predator?

    Il film The Predator (2018) gode nell’abbattere la famosa quarta parete, ammiccando più volte agli spettatori, con scelte che sono sicuro avranno lasciato perplesso più di uno spettatore. Una di queste colpisce quando per la prima volta nella saga cinematografica di Predator, qualcuno li chiama letteralmente “Predator”, e non con la p minuscola per definire questa razza aliena come generici predatori! No, no… dicono proprio “il Predator”, “un Predator”, con la P maiuscola e il simbolo ™ alla fine. Che è un po’ come se nel film Tremors, qualcuno chiamasse i mostri “Tremors”. Non so se mi spiego. È il tipo di ammiccamento che in un certo modo è presente anche in Ghostbusters II, dove il nuovo logo degli acchiappafantasmi è lo stesso fantasma della locandina del film che fa il “due” con le dita della mano. Siamo a quel genere di stranezza.

    le piacerebbe incontrare un predator? Scena dal film The Predator (2018)

    originale: Would you like to meet a Predator?

    doppiaggio: Le piacerebbe incontrare un “Predator”?

    il che fa doppiamente strano in italiano, dove il nome rimane (giustamente e soprattutto giustificatamente) in lingua inglese: “Predator”. A differenza del simbolo dei Ghostbusters o di altri esempi simili, qui lo sceneggiatore Shane Black se la gioca meglio nel creare una spiegazione del perché la razza viene chiamata Predator anche NEL film, giustificandolo quindi nel film stesso, e la spiegazione funziona anche per la versione italiana. Quindi è cosa buona.

    Traeger: Avrà parecchie domande.

    Dott.ssa Casey Brackett: Solo due veramentePerché lo chiamate “il Predator”? (Why do you call it “the Predator”?)

    T: Ehm, un soprannome. (It’s a nickname)
    Sa’, i dati ci dicono che traccia le sue prede. Sfrutta le loro debolezze. Sembra che… be’, si diverta. Come un gioco.

    B: Non è un predatore, caccia per sport. (that’s not a predator, that’s a sports hunter)

    T: Scusi?

    B: Un predatore uccide le sue prede per sopravvivere, ma quello che descrive è un pescatore di branzini.
    (A predator kills its prey to survive. I mean, what you’re describing is more like a bass fisherman).

    T: Beh, è già deciso. “Predator” è più figo, giusto, cazzo? Già.
    (Well, we took a vote. “Predator” is cooler, right? Fuck, yeah.)

    Colleghi in coro: Sì.

    [Per intenderci il “bass fisherman” è il pescatore sportivo che si fa la foto con il pesce catturato. Molto divertente quella del “cacciatore di branzini“]

    Trovo che sia una spiegazione più che degna e che funzioni molto bene anche in italiano: lo hanno soprannominato “Predator” perché è più figo, cazzo! Non penso che abbiamo bisogno di sapere altro. Che poi, se ci pensate, è anche il motivo per il quale hanno lasciato il titolo originale nel 1987, quando c’era il fascino delle parole inglesi che finiscono per -TOR, solitamente associati a film di fantascienza/horror e con Terminator probabile apripista (uscito nel 1985 in Italia). Predator in particolare è ancora più comprensibile, gli manca solo una “e” per essere “predatore”, ma preserva quel fascino fanta-horror dei titoli in inglese che finiscono per -or.

    Insomma, nel 2018 come nel 1987, chiamarlo “Predator” è più figo, cazzo.

    I riferimenti ai precedenti film

    Sei un bel mostro schifoso. / You’re one beautiful motherfucker.

    La protagonista fa il verso allo Schwarzenegger che nel primo film diceva “you’re one… ugly motherfucker!” con il suo accento austriaco, e che in italiano diventò “mio Dio! Sei un mostro schifoso!“. Quella di appellare l’alieno con “ugly motherfucker” possiamo dire a questo punto che sia una pratica legata indissolubilmente alla serie di Predator. Se in Predators (2010) qualcuno diceva “What an ugly face you have!” solo in riferimento alla battuta di Schwarzy, in Predator 2 (1990) la battuta era ripresa pari-pari dal primo (omaggio per i fan), anche se in italiano era diventata “brutto figlio di puttana!” e quindi per anni non ho mai sospettato che fossero legate in alcun modo. In questo senso, The Predator del 2018 con il suo “Sei un bel mostro schifoso” fa meglio di Predator 2 nel citare le sue fonti e nel fare i suoi ammiccamenti… almeno quando può farlo. E non sempre può.

    Sto parlando ovviamente di un’altra battuta di Schwarzenegger dal primo Predator del 1987, il celebre (in lingua originale) “GET TO THE CHOPPA!” (“get to the chopper”, cioè “raggiungi l’elicottero”, ma pronunciato alla Schwarzy), battuta divenuta celebre più per il modo in cui viene urlata dall’attore austriaco che per il suo reale messaggio. Nel primo film veniva urlata da un protagonista ferito per esortare la donna a mettersi in salvo, per farlo doveva arrivare al rendez-vous con l’elicottero che li avrebbe recuperati. Nella versione italiana la battuta “Run! Go! Get to the choppa!” diventa “Scappa! Corri all’elicottero! Scappa!“. Il labiale di “scappa” su “choppa” è assolutamente perfetto, sebbene non possiamo dire sia particolarmente memorabile, e se ci pensate, non poteva proprio esserlo. In The Predator (2018) Shane Black ha riutilizzato questa battuta “get to the chopper” ma con riferimento ad un altro tipo di veicolo, un tipo di motocicletta chiamata proprio “chopper” (quella di Easy Rider per intenderci). È chiaro che questo riferimento auto-ironico non era possibile preservarlo in alcun modo.

    Scena delle motociclette choppers in The predator (2018)

    “Get to the choppers!” è diventato semplicemente “Andiamo alle moto!“. Non si poteva usare né la parola elicottero, né tanto meno “scappa!”. Di meglio, insomma, non si poteva fare. Nessuno ha mai detto che la traduzione non abbia i suoi limiti. Anche questa voleva essere una gag, un po’ tristarella onestamente. Non è che ci siamo persi chissà quale grande omaggio.

    C’è anche un bel “contatto!” urlato ripetutamente durante lo scontro nella foresta, un’espressione che sicuramente Shane Black ha messo lì come rimando alla famosa scena della devastazione di un intero angolo di giungla nel Predator del 1987, in questa scena Bill Duke avvistava il Predator e urlava “contatto!” prima di radere al suolo la foresta con la sua mitragliatrice a canne rotanti. Certo, “contatto” fa parte di un gergo militare che ritroviamo in milioni di altri film e sicuramente lo avrebbero tradotto in questo modo anche senza preoccuparsi dell’accuratezza dei riferimenti a precedenti film, ma visto il livello generale, dubito che sia un caso fortuito. “Contact” vuol dire che un bersaglio è stato avvistato e ci si prepara ad attaccarlo. In entrambi i film (1987 e 2018) infatti viene urlato dopo aver avvistato l’alieno e prima di mettere mano al grilletto. Insomma, il doppiaggio italiano di The Predator 2018 è accurato anche nelle piccole cose e non si perde neanche i riferimenti più invisibili.

    Il “Predator Killer”

    Il predator killer, scena da The Predator 2018

    Tutto bello insomma, almeno fino alla battuta finale, quando una misteriosa capsula, contenente un dono dei Predator buoni all’umanità, comincia ad aprirsi per rivelare il contenuto.

    – Quindi questo è il suo regalo per il genere umano? […] Rory, cosa c’è in quella capsula?

    – Oh, wow! Oh, cavolo! Ha un nome!

    – Un nome, che nome?

    – Io… credo che lo chiameresti… il Predator killer.

    Se uno spettatore italiano guarda un film in lingua italiana è lecito pensare che interpreterà le battute del film in quella stessa lingua, una lingua dove “killer” è un sinonimo comune per assassino e dove il significato di “Predator” ci è già stato spiegato (anche se questo fosse il primo film della saga che vediamo e fossimo entrati ad occhi chiusi in sala senza guardare il titolo sul poster), quindi un “Predator killer” non può che essere interpretato come un “Predator assassino”, un nome molto pleonastico visto che durante tutto il film i predator non hanno fatto che uccidere le persone. Del resto, “Predator killer” come altro potremmo interpretarlo? Se in italiano diciamo uno squalo killer, parliamo di uno squalo che ha ucciso esseri umani, cioè uno squalo “assassino”. È un uso fin troppo familiare, come ci conferma anche la Treccani: “Nel linguaggio giornalistico, anche con funzione appositiva, chi o che provoca la morte, assassino: in Africa la malaria è un killer spietato; squalo, zanzara killer.“.

    Senza farla troppo lunga, la battuta originale era proprio “I guess you’d call it… the Predator Killer!” che tradotto vuol dire letteralmente “il killer di Predator“. Già subito chiaro, no? Italiano e inglese dopotutto invertono la posizione dell’aggettivo, non possiamo dire “squalo killer” e pensare che si tratti di un “killer di squali”. Questa è grammatica inglese di base. E allora posso dirlo…? Posso dire quanto sarebbe stato più appropriato, più immediato e comunque in linea con il film, se avesse detto:

    Io… credo che lo chiameresti… l’ammazza-predator.

    Semplice, applicabile a qualsiasi cosa possa uscire dalla capsula, sia esso un’arma, un animale, un essere umano, maschio o femmina. “Il Predator Killer” è un errore bello e buono che poteva facilmente essere evitato.

    Predator che punta il dito, dal film The Predator 2018

    Visto il resto del copione, non mi sento di dare la colpa a chi si è occupato dei dialoghi, qui ci sento tantissimo lo zampino della supervisione della Fox che probabilmente esige che certi nomi rimangano in inglese per una qualche ragione di marketing, come del resto era sicuramente successo anche con Independence Day: Rigenerazione dove trovavamo navi “harvester” e una regina “harvester”… Ma che vor di’? Mbò, è un nome come n’artro! Sicuramente un marchio registrato e quindi dichiarato immodificabile; la mia è una supposizione ma sembra essere quasi un modus operandi della Fox, visto che questo genere di scelte le ritroviamo in qualsiasi loro titolo facente parte di un “franchise”.

    Qualcuno alla Fox potrebbe dirmi che Predator Killer è un nome “tra virgolette”, quindi rimane in originale, cioè scritto così: Lo chiameresti, il “Predator-Killer”. Beh, scusate se ad una prima visione non ho sentito il suono del trattino o delle virgolette! Chissà che suono fa il marchio “™”? Ricorda molto la droide-armata di Star Wars – Episodio I: La minaccia fantasma, che era un film adattato in modo tragicomico (già esplorato nella mia recensione). La Fox evidentemente ci tiene tanto ai marchi registrati, non sia mai che un dialoghista di un paese estero li adatti valutando il contesto del film e non i copyright! Ci fosse mai un seguito, un fumetto o un videogioco, dove torna questo nome “Predator killer”, il consumatore lo potrà così riconoscere all’istante, in qualunque paese del mondo. Questo genere di ragionamento ha però senso soltanto negli uffici del marketing, durante la visione del film invece lascia solo confusi e disorientati. Ancora più ironico il fatto che, molto probabilmente, questo The Predator non avrà alcun seguito diretto, visto che la direzione presa da Shane Black non è piaciuta praticamente a nessuno ed ha recuperato appena il doppio del budget speso per girare il film, che in termini di Hollywood vuol dire un non-successo.

    Se in alcuni casi, traduttori improvvisati necessitano di una supervisione capace, questo chiaramente non era il caso di The Predator, in cui i dialoghi generalmente godono di una traduzione attenta ma sono le imposizioni del marketing che introducono l’unico errore veramente degno di nota, ed è meglio che queste logiche da marketing applicato all’arte restassero fuori dalla sala di doppiaggio. Se poi è stata una scelta voluta e non imposta, che vi devo dire, “Predator-killer” è una scemenza.

    La lingua dei predator

    Prima di concludere non posso non nominare la presenza di alcuni momenti che per me sono stati a dir poco stranianti. Questi arrivano ogni qual volta i predator comunicano tra loro e noi vediamo dei “sottotitoli” nella loro lingua a ideogrammi, che vengono poi tradotti nella nostra.

    Qui un esempio che viene dalla pellicola in versione americana.

    la lingua dei predator tradotta nei sottotitoli di The Predator 2018

    L’effetto di per sé è già abbastanza strano, è la prima volta che vediamo dei sottotitoli al linguaggio degli alieni in un film di Predator, e che per di più si traducono da soli mantenendo il colore e lo stile, come se ci fosse un dispositivo che li traduce per noi… che dire, è certamente una scelta curiosa, va contro molti canoni del linguaggio cinematografico e potrei farci un articolo intero solo per spiegare perché secondo me sono una scelta stravagante (tranquilli, non lo farò). Ad aggiungere un effetto ancora più straniante è il fatto che al cinema, in Italia, questi si traducevano, ovviamente, in italiano. Troppi cortocircuiti nella mia testa. Spero di non essere stato il solo ad averli trovati un tantino strani. “Bianco e centrato”, che fine ha fatto?

    Do per scontato che la versione italiana del film non la vedremo mai più, quindi sul Blu-Ray (correggetemi se non è così) ci saranno questi sottotitoli arancioni su schermo che si traducono da soli in lingua inglese, e poi sotto, al centro, la traduzione italiana degli stessi. Vogliamo metterci pure un libro di testo che scorre a fianco del film?

    Conclusione

    Per quanto sia stato fatto un lavoro più che decente sull’adattamento italiano di questo The Predator, purtroppo non c’è modo di trasformare la merda in oro, i limiti del copione italiano sono gli stessi del copione originale, di cui la versione italiana fa una fedele trasposizione. Qualche frase poco chiara qui e là è possibile incontrarla (piccole cose, non sono stato neanche a nominarle) ma in generale sembra esserci stata molta attenzione nel rendere i dialoghi il più possibile naturali, dialoghi che denotano una vera comprensione del testo ed un attento rispetto dei riferimenti al film del 1987, ove possibile. Sarà contento l’amico Lucius del blog Il Zinefilo che nella sua recensione, arrivata in anticipo di un mese sull’uscita italiana, temeva che il doppiaggio potesse non essere all’altezza. Per fortuna si è dimostrato più rispettoso di molti altri.

    Peccato che sul finale si siano intromesse figure che impropriamente chiamerò “quelli del marketing” della Fox, con le loro regole su quali nomi debbano rimanere “in inglese”, perché il “Predator killer” è l’unica battuta che stona con tutto il resto. Per favore, sistematela, non fateci sentire “il Predator Killer” e dateci piuttosto “l’ammazza-Predator” che ci meritiamo. Shane Black apprezzerebbe sicuramente.

    Pollice in su all'adattamento italiano e al doppiaggio di The Predator 2018

     

  • Summer of ’84 arriva doppiato… malissimo, ma Rai4 si scusa

    locandina del film Summer of 84 con vignetta che dice dev'essere l'estate del famoso sciopero dei doppiatori

    In questo blog di solito non parlo mai delle voci del doppiaggio, preferendo l’argomento adattamento linguistico di cui sono competente, ma certo fa strano trovarsi in prima visione TV su un canale Rai un film del 2018, Summer of ’84, che fa sollevare persone da ogni luogo d’Italia per lamentarsi di un doppiaggio definito da molti “amatoriale”… per non dire di peggio. È ciò che è avvenuto il 10 febbraio 2020 durante la sua prima TV italiana.

    Il doppiaggio di Summer of ’84 – Che diavolo è successo?

    La recitazione da parte di molti membri del cast di doppiaggio di questo film, inutile negarlo, non è ad un livello che dovrebbe essere consentito in televisione, ma neanche ricorda i doppiaggi rumeni che sono comparsi in passato su Netflix ad esempio, piuttosto siamo ai livelli di adolescenti che per passione si dilettano su YouTube a doppiare scene di film famosi: alcune battute sono passabili, altre sono terribilmente amatoriali. È brutto da dire di chi magari è agli inizi e si affaccia a questo mestiere ma da osservatore esterno del doppiaggio vedo un grosso problema all’orizzonte quando società di doppiaggio che sfornano prodotti da far storcere il naso anche allo spettatore qualunque ottengono lavori dalla Rai, e che questa poi ne consenta la messa in onda. Una situazione allarmante in un’Italia dove i doppiaggi vengono fatti all’insegna del risparmio sempre più estremo. Perché pagare 100 quando qualcuno dice di poterlo fare a 10? Forse una risposta a questa domanda potrebbe essere: magari per non avere spettatori che da casa pensano “lo facevo meglio io”.

    commenti sulla pagina Facebook di Rai 4 in risposta alla messa in onda di Summer of '84

    Un doppiaggio commissionato da Rai4

    In occasione del Lucca Comics & Games 2019, la Rai stessa annunciava un’anteprima nazionale del film Summer of ’84:

    Anche quest’anno, Rai4 è a Lucca Comics & Games […] L’Area Movie del popolarissimo festival ospiterà l’anteprima nazionale del film Summer of ’84, una novità esclusiva del palinsesto Rai4 2020. Appuntamento a ingresso libero, fino a esaurimento posti, venerdì 1° novembre alle 18.00, presso il cinema Centrale. Scritta da Matt Leslie e Stephen J. Smith, e diretta a tre mani da François Simard e dai fratelli Anouk e Yoann-Karl Whissell, Summer of ’84 è una scatenata black comedy, che traspone il soggetto del grande classico La finestra sul cortile su uno sfondo anni ’80, sicuramente caro al pubblico di Lucca: una spericolata sintesi tra Hitchcock e I Goonies, che attinge a piene mani dall’immaginario nostalgico di Steven Spielberg, come da quello a tinte forti di John Carpenter.

    Ufficio stampa Rai

    Sorvolando sulla definizione di black comedy usata completamente a caso, posso intuire che al cinema lo abbiano visto in pochi, vista la concorrenza che c’era al Lucca Comics in quella giornata e nello stesso orario.

    Anteprima nazionale di Summer of '84 al Lucca Comics and Games

    Da un lato Gualtiero Cannarsi che presenta qualcosa da lui adattato e la gente italica ormai va ad assistere a queste presentazioni anche solo per la curiosità di vedere con i propri occhi il personaggio, dall’altra il convegno “di menare” del blog i400calci. Insomma, di scuse per non andare a vedere Summer of ’84 ce n’erano tante quel fatidico venerdì 1° novembre. Il resto dei siti che riportano la notizia non hanno fatto che copiare-e-incollare il comunicato stampa Rai quindi non è stato facile trovare traccia di qualcuno che lo abbia visto per davvero, ma nei commenti ad un articolo a tema pubblicato sul blog Moz o’clock, scopro che in occasione della proiezione lucchese il film è arrivato al cinema in lingua originale sottotitolato in italiano. Mi rincuora sapere che questo doppiaggio non abbia mai visto una sala cinematografica.

    In un altro comunicato del sito della Rai, datato 19 novembre e intitolato Wonderland racconta Lucca Comics & Games, pochissime parole sono spese sul film, si conferma semplicemente che “Rai4 ha portato a Lucca il film Summer of ’84, una novità esclusiva del palinsesto Rai4 2020”. Non è né un film di Netflix, né è arrivato precedentemente su altri canali italiani, quindi è più che lecito ritenere Rai4 pienamente responsabile della distribuzione e del doppiaggio di Summer of ’84, poco importa chi abbia effettivamente eseguito il doppiaggio.

    commenti sui social del canale Rai4 dopo la trasmissione di Summer of '84 doppiata in italiano

     

    Le scuse di Rai 4 e la promessa di un ridoppiaggio

    Certo, la rete Rai4 si è scusata e ha dichiarato che avrebbe considerato di farlo ridoppiare per le future messe in onda, ma il perché sia andato in onda un prodotto di simile qualità in primo luogo rimane comunque un mistero. Questo doppiaggio sub-professionale andava benissimo così a Rai4 solo finché non sono arrivate le prime lamentele? Eppure qualcuno deve averlo ascoltato prima di mandarlo in onda.
    Che un ridoppiaggio possa effettivamente arrivare in futuro è tutto da vedere e terremo le orecchie attente in occasione delle prossime messe in onda. Io intanto ho registrato il film come testimonianza di un doppiaggio che potrebbe scomparire per sempre.

    Non ci è dato sapere quale società di doppiaggio abbia lavorato al film perché, come sempre, Rai 4 taglia di brutto i titoli di coda, né hanno voluto rispondere a questa domanda tramite i canali social dove sono comunque attivi. Quindi ovviamente non si sa niente sui doppiatori e chi ha lavorato al film e forse è meglio così, non avere nomi rende il mio lavoro di analisi del suo adattamento molto più facile, e quante ce n’è da dire sull’adattamento italiano di questo film!

     

    Fischi per fiaschi: l’adattamento italiano di Summer of ’84

    Se il doppiaggio di Summer of ’84 non passa inosservato, potrebbero invece passare inosservate alcune dubbie scelte di traduzione e di adattamento che non sono sfuggite a me. Dico “alcune” ma in realtà è quasi l’intero copione (tra errori gravi e di poco conto) e qui lo analizzo in dettaglio, come d’abitudine su questo blog. Mettetevi comodi, ci vorrà un po’. Delle gustose clip dal film doppiato in italiano faranno da intermezzo tra un argomento e un altro.

    Primi minuti, primi errori

    Si parte subito dai primi minuti con una cosa abbastanza tipica, la frase I’m an amateur photographer, tradotta come sono un fotografo amatoriale, invece di “fotografo dilettante”. Mi direte: ma come, “fotografo amatoriale” si dice! È vero, oggi si dice anche “fotografo amatoriale”, è una di quelle espressioni che originano dall’inglese e che si sono diffuse nel nostro paese in virtù di una loro facile comprensione (un fotografo dilettante potrà certamente essere anche “amatore” di questo hobby), ma cose come fotografo amatoriale restano comunque calchi dall’inglese, che potrebbero passare nel caso di un film ambientato nel presente e doppiato oggi, ma non proprio le più adatte da ritrovare nel doppiaggio di un film ambientato nel 1984, come dimostrato da questo grafico sull’incidenza delle due definizioni. Questa mostra come “fotografo amatoriale” sia comparso in Italia essenzialmente solo dagli anni ’90 e 2000, e comunque la sua presenza è poco significativa rispetto al più usuale “fotografo dilettante”.

    google ngram viewer, grafico a confronto per le parole fotografo amatoriale e fotografo dilettante

    Chi ha lavorato ai testi di questo film dunque è un adattatore amatoriale o un adattatore dilettante? Oggi si possono certamente usare entrambi i termini, ai posteri l’ardua sentenza.

    La frase immediatamente successiva in realtà è la più interessante poiché cambia senza un vero motivo il contenuto del discorso tra il protagonista adolescente e il suo vicino di casa che si sospetterà essere un serial killer di bambini. Questa alterazione è cosa un po’ strana di questi tempi, quando la fedeltà assoluta al testo originale è considerata uno standard verso cui puntare (con i pregi e difetti che ne conseguono).

    dialoghi originali
    doppiaggio italiano
    Sig. Mackey: So I’m an amateur photographer.Sono un fotografo amatoriale.
    Davey: Yeah, it’s cool. I’m sort of an amateur videographer, so I get it.Oh, figo. Anche io sono un fotografo amatoriale.
    Sig. Mackey: Just like the old man.Abbiamo qualcosa in comune.

     

    Nei dialoghi originali, il ragazzo, Davey, invece di dilettarsi con le macchine fotografiche, si diletta con le videocamere, uno strumento che sul finale diventerà elemento chiave nella trama. Non è dunque egli stesso un fotografo “amatoriale” come dice il doppiaggio italiano, bensì ha la passione della videocamera, proprio come suo padre (“just like the old man”) che, scopriremo presto, lavora come cameraman. Non hanno qualcosa in comune come dice in italiano. E temo che a monte ci sia stata un’incomprensione su quel “old man”, forse chi ha tradotto pensava che il signor Mackey si stesse riferendo a se stesso, cioè come dire “proprio come me”. Partendo da questa incomprensione, non è difficile che una pareidolia (illusione uditiva) possa aver fatto credere al traduttore di aver sentito davvero la parola “photographer” al posto di “videographer”, così da dare un senso al resto della frase.

    Da quella che era una battuta che giustifica o anticipa cose che vedremo successivamente nel film (una videocamera professionale che comparirà più avanti in mano ai ragazzini, il padre con il furgone da giornalista etc…), è diventata invece la tipica versione italica all’insegna del ma sì, facciamogli dire qualcosa che poi non avrà alcuna conseguenza o riscontro futuro nella trama! I dialoghi di questo film non sono da Oscar ma neanche così inutili.

    I casi sono due: sturarsi le orecchie o familiarizzare meglio con la lingua inglese. Se fosse l’unico errore del genere non lo avrei neanche nominato, purtroppo non si tratta di un caso isolato. È la punta dell’iceberg.

     

    Fraintendimenti e limitata conoscenza dell’inglese

    In molti altri dialoghi del film vengono omesse informazioni in maniera apparentemente arbitraria. Come ad esempio la domanda “lanes tomorrow?” cioè “domani bowling?” che nel film doppiato diventa un più semplice “ci vediamo domani?” e i successivi riferimenti alla sala da bowling vengono rimossi di conseguenza. Ora, l’alterazione non è da punire automaticamente, ma deve avere il suo senso, una sua necessità. Di tutti gli esempi accennati in questo articolo, di esigenze non ne ho trovate. Difficile giustificarle con il labiale degli attori perché in questo film non c’è un’abbondanza di primi piani ed è girato prevalentemente in ambienti con scarsa illuminazione. Come è possibile saggiare dalle clip in questo articolo del resto, è evidente che le voci risultano completamente scollate dai personaggi in ogni caso, quindi anche eventuali scuse di labiale e tempi della battuta lasciano proprio il tempo che trovano. Viene da pensare che alcuni dialoghi non siano stati proprio capiti.

    Il doppiaggio di una qualità discutibile sta diventando il secondo dei nostri problemi, la traduzione e l’adattamento mostrano lacune ancor più gravi. Per esempio, prendiamo in analisi i dialoghi di questo (apparentemente semplice) scambio di battute dove il figlio deve ripulire i bidoni della spazzatura:

    [NdA: La mia traduzione diretta potrebbe essere più lunga del necessario ma è per far capire il senso della battuta originale anche a chi non conosce l’inglese, così da poter confrontare quanto sia cambiata nella versione doppiata.]

    dialoghi in inglese
    traduzione diretta
    doppiaggio italiano
    Can you at least make mom double- bag her meatloaf next time? It smells like werewolf crap.Almeno potresti dire alla mamma di usare un doppio sacchetto con il polpettone? Puzza di escremento di licantropoPotreste chiudere bene la spazzatura la prossima volta? C’è una puzza tremenda.
    Well, if you would have remembered to put the cinder blocks back on the garbage cans like I told you, we wouldn’t have this mess.Be’, se ti fossi ricordato di mettere i blocchetti di cemento sopra i secchi dell’immondizia come ti avevo detto, non avremmo questo casino.Be’, se la mamma l’avesse coperta bene, questo casino non sarebbe successo.
    I hate raccoons. You should do an exclusive, get pest control in here. I could film itDetesto i procioni. Dovresti farci un servizio, chiamare il controllo animali. Potrei filmarlo io.Odio i procioni. Dovresti fare un servizio per sterminarli. Posso filmarti io.

     

    Vada l’abbandono di cose puerili come la cacca di lupo mannaro, che sono ridicole pure in inglese, ma qui il padre dà la colpa alla mamma perché non aveva coperto bene la spazzatura invece di dare, come fa in inglese, la colpa al figlio per essersi dimenticato di mettere dei mattoni di cemento sui bidoni della spazzatura così da evitare che i procioni li rovesciassero. Lo so che in Italia non abbiamo esperienza diretta con i procioni che rovesciano i bidoni dell’immondizia ma la situazione ci è già familiare da almeno 50 anni di film americani.

    Cast del film Summer of 84

    Sento odore di Topexan in questa stanza

    A volte è la stranezza di una frase che ci può far sospettare una traduzione fuori luogo. Quando i ragazzi giocano a nascondino (in inglese giocano a “manhunt”, cioè caccia all’uomo, ma pur sempre nascondino è) ritroviamo questa battuta.

    He’s close. I can practically smell the Noxell on him.

    Sento che è vicino, sento il suo profumo schifoso.

    Noxell non è un profumo ma un prodotto antibrufoli, crema o sapone che vogliate chiamarlo. Qualcosa come “È vicino. Sento l’odore del suo sapone antibrufoli” avrebbe avuto più senso, senza ovviamente dover nominare un prodotto a noi ignoto come il Noxell e senza usarne uno chiaramente troppo italiano come il Topexan. Del resto quale adolescente si profuma? Al massimo poteva parlare di deodorante, ma non sarebbe stato comunque la giusta traduzione. Siamo solo al minuto 5.

    Scena dal film Summer of '84

    L’estate Super8 dei ragazzi di Stranger Things alla finestra sul cortile del ’84

    Ci sono poi ragazzini che scompaiono in Hazelton e in Freeport, ma queste sono città, non aree geografiche, quindi dovrebbero essere scomparsi a Hazelton o a Freeport, non in Hazelton o in Freeport. Direste mai che sono scomparsi dei ragazzi in Roma, o in Torino? Queste sono carenze in italiano, non in inglese.

    Scambiare “sculacciate” per “seghe”

    -- Devo tornare a casa altrimenti scoppia la terza guerra mondiale.
    -- Buona idea, altrimenti mi prendo due scappellotti in testa.
    -- Siete degli animali.

    Perché vengono accusati di essere animali per volersene andare a casa? Perché ovviamente la frase degli scappellotti in testa è completamente inventata, probabilmente per un’incomprensione della frase in inglese in cui l’adolescente dichiarava la sua intenzione di tornare a casa per masturbarsi. Il modo in cui viene detto in inglese è con una battuta a doppio senso come solo gli adolescenti dei film possono inventarsi:

    I’m gonna go make a withdrawal from the spank bank.

    Cioè, vado a fare un prelievo dalla “spank bank”. Spanking è sinonimo di masturbarsi, e “spank bank” è un repertorio mentale di immagini pornografiche (i ragazzi fino a quel momento stavano proprio guardando delle riviste pornografiche), ma se andate sul dizionario troverete la definizione “sculacciare”. Quindi invece di capirne il modo di dire, è stato interpretato come un “prelievo dalla banca degli scapaccioni”, cioè che il ragazzo sapeva che avrebbe preso le botte una volta tornato a casa.

    Potevano esserci molti modi di rendere questa frase, a patto di capire che cosa volesse dire in origine. Queste sono carenze proprio nella conoscenza dell’inglese, e non parlo della conoscenza grammaticale della lingua, parlo del suo vero uso nella cultura americana (già diversa ad esempio da quella britannica). Il lavoro del traduttore e adattatore non si improvvisa solo perché si pensa di “sapere l’inglese”.

    Anche quando osservano la vicina di casa che si denuda alla finestra, uno dei ragazzi dice “bank it and spank it, boys”. Cioè invita gli amici a memorizzare per… uso futuro. ‘Sti ragazzi non è che siano proprio delle promesse della società civile, eh.

    cast di Summer of '84

    Nel 1984 “w la figa”, nel 2020 chiederanno “foto piedini” alle ragazzine su FB

     

    Ho accennato prima a tante ingiustificate omissioni e al gioco “manhunt” a cui i ragazzi giocano di notte, nascondendosi tra i cespugli delle case del quartiere. Questa è una cosa che capireste guardandolo però in inglese, perché in italiano quasi tutti i riferimenti a questo gioco notturno sono omessi dal doppiaggio, che non li nomina proprio. Infatti non si capisce che ci facciano sempre in giro di notte con le torce in mano. Al punto che, quando il protagonista usa quella del gioco a nascondino come scusa dopo essere stato pizzicato fuori la finestra del vicino, in italiano sembra una scusa un po’ strana e improbabile. Nel film in inglese è chiaro che tutti i ragazzi del quartiere ci giocassero costantemente. Il piano per incastrare il vicino poi, “Operation Manhunt”, diventerà in italiano “Operazione incastra Mackey” (dal cognome del vicino). Quel “manhunt” proprio non piaceva.

     

    Quando Google Translate è l’opzione migliore…

    Quando il serial killer invia la prima lettera alla stampa firmandosi come l’assassino di Cape May (the Cape May Slayer), in TV annunciano che

    Questo squilibrato si è assunto la responsabilità per la morte di 13 ragazzi e due adulti

    (in originale: claiming responsibility for the deaths of at least 13 teenaged boys along with two adults)

    il termine usato (“si è assunto la responsabilità”) sembra un po’ inconsueto. Quanto sarebbe stato più naturale usare “sostiene di essere il responsabile della morte di…” o quello ancora più comune nel giornalismo: “ha rivendicato…”. A volte basta così poco per passare da dialoghi invisibili a dialoghi che invece si fanno notare per i motivi più sbagliati o che lasciano una sensazione strana, come di non aver capito.

    Anche Google Translate concorda e traduce claiming come rivendicando.

    testo tradotto con google translate

    Google Translate non è più la barzelletta dei primi tempi, valuta anche il contesto. Che è più di quanto hanno fatto le persone che hanno tradotto questo film. Quando Google Translate fa meglio di te, una domandina me la farei.

     

    Rosso, rossiccio, o roscio?

    Nel film troviamo che la parola “ginger” (dispregiativo usato per definire persone dai capelli rossi) è stato tradotto come “rossiccio” per differenziarlo da “redheads” che invece è stato tradotto (correttamente) come “i rossi”. Sebbene ogni regione avrà sicuramente il suo modo di parlar male di persone dai capelli rossi, c’è un modo offensivo di farlo che accomuna tutta l’Italia: pel di carota, dal romanzo breve di Jules Renard (prima edizione italiana 1915) che ha lasciato il solco nella cultura popolare ed ha avuto trasposizioni cinematografiche, tra cinema, televisione e teatro, praticamente in ogni decennio dalla sua pubblicazione fino agli anni 2000. Negli anni ’80 ancora se ne parlava e ricordo anche io che negli anni ’80 ci veniva fatto leggere a scuola. Pel di carota è esattamente come avremmo tradotto ginger all’epoca.

    Invece il doppiaggio di Summer of ’84 ci propone questo “rossiccio“, che vuol dire “tendente al rosso” quindi lo si può dire della barba al massimo, o di un oggetto di una tonalità di rosso non ben definita (un libro con una copertina rossiccia, cit. Treccani), non di una persona che ha effettivamente i capelli rossi. Certo potremmo nasconderci dietro un inventato linguaggio giovanile… magari quei ragazzi di quel posto dicevano così anche se non completamente corretto o sensato (lo sono mai i nomignoli dispregiativi?) e magari qualcuno ci dirà “dalle mie parti si dice”, ma il “ginger” usato nei diaoghi originali non è una parola inventata, reinterpretata, o ricercata, è un termine (purtroppo per i rossi) molto comune, riconoscibile in tutti i paesi di lingua inglese, banale quasi nella sua cattiveria. Quindi nel tradurlo o si opta per un semplice “rosso” o “pel di carota”. Invece ci becchiamo “il rossiccio scomparso”.

    foto del bambino scomparso sul cartone del latte, scena dal film doppiato in italiano Summer of ''84

    er roscio

     

    Perdersi TUTTI i riferimenti di cultura pop anni ’80, ma proprio tutti eh!

    La prossima piacerà molto ai fanatici di Star Wars! In una scena del film, i ragazzi stanno parlando del film Il ritorno dello Jedi e hanno opinioni avverse sull’intelligenza degli ewoks (fino al 1999 sono stati la lamentela più grande tra i fan, prima che arrivasse Episodio I):

    originale: You think a bunch of glorified Care Bears in hoods could take down the Empire?
    doppiaggio: Pensi davvero che gli orsetti del cuore possono combattere l’Impero?

    originale: They are aliens and they’re highly intelligent! I mean, did you see how fast that one learned to drive a speeder bike, and then ditch it without even being spotted? -- Whatever, dude.
    doppiagio: Sono degli alieni e sono super intelligenti, ma non hai visto come hanno imparato velocemente ad andare in bicicletta per poi scomparire, eh? -- Chi se ne frega!

    I ragazzi fanno riferimento alla scena in cui gli ewoks rubano ai soldati imperiali uno dei loro “motosprinter” (questa la traduzione di “speederbike” nel doppiaggio de’ Il ritorno dello Jedi).

    Speederbike pilotato da un Ewoks, scena dal film Il ritorno dello Jedi

    Chiaramente non una bicicletta. Chi ha lavorato al copione è arrivato facilmente a tradurre Care Bears come Orsetti del cuore ma non ha catturato il senso del discorso. Era un riferimento di cultura popolare che andava oltre le competenze del traduttore evidentemente. Peccato. Altri riferimenti di cultura pop (essenziali in questi film che rivangano gli anni ’80) che vengono abbandonati, a questo punto, penso, perché non compresi. Forse pensavano davvero che i ragazzi stessero parlando degli Orsetti del cuore.

    Una traduzione corretta poteva essere questa:

    -- Pensi davvero che quella specie di Orsetti del cuore possano sconfiggere l’Impero?
    -- Sono alieni, e super intelligenti! Ricordi quello che ha imparato subito a pilotare un motosprinter e poi se n’è sbarazzato senza farsi vedere? -- Sì, vabbè.

    Chi ha visto il Ritorno dello Jedi sa di cosa parlano, la frase adesso ha senso, sembra scritta in italiano, ed è della stessa lunghezza di quella originale, ma soprattutto non include orsetti del cuore che “imparano ad andare in bicicletta”. Sento il suono del palmo delle vostre mani mentre vi colpite la fronte.

    Summer of '84 una scena del film

    ZITTO che fai più bella figura!

    Continuiamo con i riferimenti perduti? Quando uno dei ragazzi sospetta che l’assassino abbia un “lair”, una parola usata per indicare un nascondiglio segreto da cattivo di James Bond, l’amico scettico lo prende in giro per la scelta di quella parola:

    -- Forse ha, che ne so, un nascondiglio segreto da qualche parte?
    -- Un nascondiglio? Cos’è, un militare d’assalto?

    Nascondiglio segreto… militare d’assalto. Mmh… Non ha alcun senso logico! Infatti in inglese non era un militare d’assalto bensì Cobra Commander, cioè il cattivo della serie G.I. Joe e da noi tradotto come “Comandante Cobra”.

    -- He could have, uh, like a lair or something. Somewhere.
    -- A lair? He’s Cobra Commander now?

    Cobra Commander o comandante cobra, dal cartone di G.I. Joe

    Zittite subito quei ragazzi!

    È vero, è vero, G.I. Joe in Italia è arrivato solo nell’ottobre 1987, anni dopo rispetto al 1984 in cui è ambientato il film, quindi scartarla o meno come citazione perché anacronistica rispetto al pubblico italiano è opinabile. Ma che c’entra “un militare d’assalto”? Questa scelta mi fa pensare all’ennesimo fraintendimento, ci hanno letto un qualche tipo di “commando” ed ecco che viene tradotto i militari d’assalto. Se non si voleva puntare per Cobra Commander, la scelta sarebbe dovuta ricadere certamente su qualche personaggio popolare all’epoca noto per possedere un nascondiglio segreto… questo si poteva esprimere ad esempio con la frase “Nascondiglio? Chi è, un cattivo di James Bond?”, vi piace? I dialoghi di solito dovrebbero avere anche un senso, no? Boh.

    Dopo che Stranger Things e prodotti simili ci hanno fatto un quadro falsato degli anni ’80, con fintissime ricostruzioni nostalgiche che ripescano solo quello che vogliono loro, potrebbe non sembrare, ma James Bond in quegli anni era una presenza importante nella cultura popolare (5 film solo in quel decennio), di grande attrattiva soprattutto per i ragazzi, ed era l’unico personaggio veramente noto a tutti per avere cattivi in basi segrete (lair, in inglese). Quindi se non era il caso di usare un anacronistico Comandante Cobra, Bond rimaneva l’unica alternativa. Che cazzo c’entra un militare d’assalto?

    Vi piacciono i riferimenti culturali? Che dire di quanto propongono di farsi i pop corn e guardare, e vi giuro che lo dicono per davvero, Racconti ravvicinati al posto di Incontri ravvicinati? Si parla ovviamente del film Incontri ravvicinati del terzo tipo, cioè uno dei film di Spielberg più famosi all’epoca (Close Encounters of the Third Kind, 1977). Poteva essere anche stato un lapsus del doppiatore ma il bello è che in sala di registrazione nessun altro se n’è reso conto. Buona la prima.

    Vicino poliziotto nel film Summer of '84

    Tranquilli, la polizia del doppiaggio è qui

    La rimozione dei riferimenti anni ’80 da questo film sembra essere quasi sistematica. Quando il protagonista dice agli amici che la sera precedente, Nikki, la vicina per la quale prova attrazione, è venuta a bussare alla sua porta, uno di loro risponde incredulo:

    There is a parallel universe with butt-fucking Wookies where Nikki showed up at your house last night.

    Letteralmente: “esiste un universo parallelo popolato da wookie inchiappettatori, dove Nikki si è presentata a casa tua ieri notte“. E cosa ci arriva invece dal doppiaggio del film?

    C’è un universo parallelo dove magicamente Nikki ti viene a bussare alla porta?

    Ancora una volta si abbandonano i riferimenti di cultura pop, i wookie sono una razza aliena ben nota a chiunque abbia visto anche una mezza volta un film di Star Wars. L’uso della parola “magicamente” al posto di “wookie che inchiappettano” fa intuire che il senso generale della battuta sia stato compreso, cioè quello di incredulità espressa con l’idea di un universo parallelo impossibile, e potremmo anche supporre che in questo caso ci fosse un limite imposto dai tempi della battuta, ma non solo viene meno un certo linguaggio scurrile dei ragazzi (che comunque rimane nei limiti dell’adolescenziale), continuano a non comparire i riferimenti “anni ’80” che tanto piacciono agli autori di questo genere di film. Fosse solo questo il caso di omissione, poco male, non sarebbe neanche da sottolineare, ma qui manca tutto!

    E Guerre stellari niente, e G.I. Joe niente, e i film di Spielberg niente… qui le cose sono due, o chi ha tradotto/adattato non ha mai visto un film in vita sua, oppure era parecchio sordo. In ogni caso non si doveva trovare lì a fare questo lavoro, di sicuro non per questo film intriso di nostalgia anni ’80 e riferimenti pop.

    vecchio usciere sordo dal film Le dodici fatiche di Asterix

    Il dialoghista del film

    Non mi sorprendo per niente quando poi un “però non voglio guardare L’isola di Gilligan” (“but I’m not watching Gilligan’s Island”) diventa “ma scelgo io cosa guardare”.

     

    Censura preventiva?

    Ho anche il lieve sospetto che l’adattamento di questo film possa aver subito una sorta di censura preventiva. Essendo un prodotto destinato a Mamma Rai, forse i dialoghi sono stati pensati per un pubblico di prima serata? Non solo per l’omissione del riferimento ai wookie sodomiti, ma anche per tante altre piccole battute “alleggerite” come ad esempio:

    in originale: We catch this fucker and become heroes.
    (traduzione: “becchiamo il bastardo e diventiamo degli eroi.”)

    doppiaggio: Lo becchiamo sul fatto e diventiamo degli eroi.

    E non mi parlate di tentativi aderenza al labiale che mi metto a ridere.

    Altro esempio:

    in originale: He has dinner alone every night at 8:30- ish, then probably wanks it, and cries himself to sleep. Loser.
    (traduzione: Ogni sera cena da solo intorno alle 8:30, poi probabilmente si fa una sega e si addormenta piangendo. Sfigato.)

    doppiaggio: Cena sempre intorno alle 8:30, per poi andare a dormire da solo. Che sfigato.

    E scomparso il riferimento alla masturbazione. Tempi ristretti della battuta? Forse, chissà.
    Oppure quando protagonista sul walkie-talkie esclama: “Guys, shit! He switched cars.” e questo diventa “Ragazzi, ci siete? Ha cambiato macchina”.
    Il mio è solo un sospetto personale rinforzato soltanto da tanti micro-esempi, ma comunque personale, prendetelo con le pinze. Era anche una scusa per inserire altre differenze tra versione originale e versione doppiata.

     

    Non sapere né l’inglese, né l’italiano

    In italiano la frase “avevamo finito la merenda” vuol dire inequivocabilmente: avevamo finito di fare merenda. Nel film viene usata come traduzione di “we ran out of snacks”, che invece vuol dire che erano finiti gli spuntini o le merendine, era finito ciò con cui fare merenda. È la scusa che i ragazzi usano con un poliziotto loro conoscente quando questo li ferma alla guida di un’auto (senza patente).

    in originale:
    -- Does your mother know you stole her car?
    -- No. We, uh, we were just borrowing it. We ran out of snacks and she was asleep so I just-

    doppiaggio:
    -- Hai rubato la macchina a tua madre?
    -- No, avevamo finito la merenda e mamma sta dormendo, e per non svegliarla abbiamo-

    In italiano sta letteralmente dicendo un’altra cosa, anche se immagino che cercava di essere una traduzione fedele. Ma chi è che dice “ho finito la merenda” per intendere dire che ha finito “cose” con cui fare uno spuntino/una merenda? Questo film doppiato in italiano è costantemente assurdo. Vi propongo una mia traduzione che mi auspico vi suoni un po’ più naturale:

    -- Tua madre sa che le hai rubato l’auto?
    -- No. L’abbiamo presa solo in prestito. Avevamo finito le merendine e lei dormiva, così ab-

    Non contenti, il poliziotto gli dice di avere le mani legate. Davanti ad un’affermazione simile si presume che lo avrebbe punito in qualche modo, seppur controvoglia perché le loro famiglie si conoscono. Invece il poliziotto li lascia andare, questo perché la sua frase “ho le mani legate, sai?” non è la giusta traduzione di “You got me in quite a bind” che invece è traducibile come “mi metti in seria difficoltà”.

    La frase che segue in italiano rinforza l’idea che il poliziotto non avrebbe chiuso un occhio:

    Come faccio a chiudere un occhio, per poi incontrare tua madre in chiesa la domenica?

    mentre in inglese è tutto l’opposto

    I just can’t bust you because ’cause then how am I gonna look your mother in the eye at church?

    (traduzione: non posso arrestarti perché poi in chiesa con che coraggio potrei guardare tua madre negli occhi?)

    Quel “mani legate” dell’inizio deve aver sviato la comprensione dell’intera conversazione (bind vuol dire legare ma in a bind è un modo di dire). Non un grave delitto al film ma comunque è rappresentativo della qualità del lavoro di traduzione. Gran parte di questo dialogo avviene poi senza vedere la bocca di chi lo pronuncia, quindi le scuse stanno a zero. Qui o non si conoscono i modi di dire della lingua inglese, o non si conosce il significato di quelli italiani. Non so cosa sia peggio. Manco avessimo a portata di click un patrimonio di dizionari facilmente accessibili e gratuiti per verificare qualsiasi informazione in 0,38 secondi…

    Ah, vi piacciono le traduzioni a caso? Che ne dite di “Alla centrale sono tutti nel panico“. Non proprio qualcosa che vorreste sentir dire a un poliziotto. Infatti non lo diceva. In inglese dice che al municipio (town hall) sono tutti nel panico, non alla centrale di polizia.

    vecchio usciere sordo dal film Le dodici fatiche di Asterix

    Incominciate a seccarmi col vostro porto

    Situazione simile (dire l’opposto nel doppiaggio italiano) quando il presunto serial killer dice al protagonista:

    Capisco. È lo stesso motivo per il quale sono entrato in polizia. […] Vuoi aiutare gli altri, è fantastico. Ma devo dirti che le tue prove verso di me non avevano senso. Sei bravo però con queste cose.

    In originale non gli diceva che le sue prove non avevano senso, non esattamente almeno. Diceva che avevano senso, se prese fuori contesto:

    I get it. That’s the whole reason I became a cop […] you wanna help, and that’s great. And I’ll admit that the stuff that you thought was proof looks pretty bad out of context. You got a pretty good brain for this kind of work.

    Una frase che io avrei tradotto così:

    Capisco. È lo stesso motivo per il quale sono entrato in polizia. […] Vuoi aiutare gli altri, è fantastico. E ammetto che le tue prove sembravano schiaccianti, se prese fuori contesto. Hai la stoffa per questo genere di lavoro.

     

    Dialoghi al limite del comprensibile

    Il film ne è costellato, e molti non sono neanche abbastanza significativi da riportarli qui altrimenti questo articolo da pamphlet fa il salto a tesi di laurea. Ne riporto soltanto alcuni dunque, uno di questi è della serie “motivare gli amici con minacce incomprensibili”:

    e allora… se dicessi a Eats che gli hai rubato il giornalino?

    Ma che giornalino? Dialoghi per niente chiari. In originale era:

    What if I told Eats about that Hustler magazine we have, that you stole?

    (traduzione: e se dicessi a Eats di quel Hustler che abbiamo e che tu gli hai rubato?)

    Ahhh, una rivista pornografica! Ora è chiaro. Poteva essere facilmente trasformato in “quel Playboy” o una più generica “rivista porno”. Ma lo sanno cos’è un “giornalino”? Facciamo una verifica su internet, ci vogliono 0,38 secondi…

    definizione di giornalino dal sito della treccani

    Forse volevano dire “giornaletto”?

    Altri momenti “cringe”, come dicono i giovani (cioè momenti imbarazzanti), non mancano ma direi che l’umiliazione possa fermarsi qui. Concludiamo.

    Ve lo buco ‘sto doppiaggio

    La sensazione che si ha, sia sentendo il doppiaggio sia analizzando l’adattamento dei dialoghi di questo Summer of ’84, è quella di un lavoro approssimativo, amatoriale, anzi, dilettantesco, ma solo perché, essendo un prodotto audiovisivo, viene automatico confrontarlo mentalmente con migliaia di altri prodotti dello stesso tipo. In realtà è della stessa identica qualità che potevamo ritrovare nei videogiochi doppiati in italiano negli anni ’90, quelli dove traduttori e doppiatori, po’racci, dovevano lavorare senza un prodotto finito davanti, spesso traducendo e doppiando senza conoscere bene il contesto. Erano tutti doppiaggi bolognesi e milanesi e, suppongo che lo sia anche questo. Torinese al massimo, ma non dei migliori.

    Il film è uscito in America nel 2018, non mi possono certo dire che siano stati costretti a doppiarlo come si doppiano i film della Marvel, con soltanto la bocca dell’attore visibile e tutto il resto oscurato. Né ci potranno mai pienamente convincere che con tempi anche strettissimi non si possa capire che Close Encounters sia Incontri ravvicinati di Spielberg, non è un riferimento così ricercato da dover necessitare tempo extra per fare ricerca.

    L’adattamento dei dialoghi di Summer of ’84 è tanto problematico quanto la recitazione di molti dei suoi doppiatori.

    Pochi dialoghi hanno traduzioni veramente azzeccate e poche sono le interpretazioni che si salvano per intero (il presunto assassino per esempio non sbaglia una frase e tiro a indovinare che sia anche il direttore di doppiaggio, l’unico che sembra avere della vera esperienza dietro al microfono). È insomma un disastro su tutti i fronti questa versione italiana di Summer of ’84.

    Tutto male-male male, dunque? No ovviamente, ma è la prima volta che, invece di pescare singoli errori da un copione altrimenti ottimo, mi tocca fare il contrario. In questo caso sorprendono le frasi non sbagliate. Per esempio mi è piaciuto che alcune espressioni americane fossero per una volta contestualizzate. Un “Oh, fuck!” che ad esempio mi diventa “che figura di merda” in un momento contestualmente adatto è il genere di alterazione benvenuta, che raramente oggi troviamo nei doppiaggi di alto livello, dove si preferisce invece un diretto “oh, cazzo!”, e così tutte le imprecazioni si riducono a “cazzo” e “merda”, dimenticandoci che, in quanto a parolacce e offendere il prossimo, in Italia non siamo secondi a nessuno. Nel doppiaggio italiano si sta perdendo ad esempio “coglione”, perché gli americani non hanno un diretto corrispondente, visto che “asshole” diventa sempre e inderogabilmente “stronzo”. Ma questa è un’altra storia.

    il serial killer in Summer of '84

    Se la ride perché è l’unico doppiato decentemente, noi invece “piagnamo”

    Visto il numero esiguo di “cose fatte bene” potremmo anche sospettare che siano venute bene per puro caso. Statisticamente non puoi topparle proprio tutte, anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno. Malissimo per Rai4 però, la pessima figura e la vergogna non devono ricadere su chi, in maniera molto coraggiosa, spavalda direi quasi, si propone come società di doppiaggio pur non potendone dimostrare competenze e professionalità dei propri collaboratori, ma alla Rai che commissiona a un’azienda simile un doppiaggio che si rivela poi essere ciò che è stato descritto in questo articolo… e nonostante tutto decide che tutto sommato è di qualità accettabile per una messa in onda!?

    Per aver voluto risparmiare dal principio, adesso finiranno per doverlo far doppiare una seconda volta, doppia spesa per lo stesso film, quindi dove sta veramente il vantaggio risparmiare sempre al massimo? Se a Napoli si dice che il risparmio non è mai un guadagno, qui a Firenze, vista questa loro furbata di dubbio vantaggio economico,  si potrebbe quasi dire che Rai4 con questo film l’ha fatto i’guadagno d’i’ Licache lo pigliava in culo per pagarsi la fica.

    Scena dal film Summer of '84 dove si invita a seppellire il doppiaggio

  • Lei ha mai visto un vampiro? L’adattamento italiano di Vampires (1998) di John Carpenter

    Vignetta di apertura sulla recensione del doppiaggio di Vampires di John Carpenter: regola numero uno, non lasciate i film in mano alla Cecchi Gori

    Non ricordo come e quando sentii parlare per la prima volta di Vampires di John Carpenter, ma la sua versione DVD della Cecchi Gori rimarrà in eterno nella mia memoria per una caratteristica detestabile: quella della traccia audio inglese selezionabile solo insieme ai sottotitoli in italiano, e niente sottotitoli in inglese. Per coloro che, come me nei primi anni del 2000, arricchivano lo studio dell’inglese con la visione di film in lingua originale, questo genere di DVD erano ad un livello di inutilità secondo solo ai DVD senza la traccia audio inglese.

    Nel 2018, dopo 20 anni e a grande richiesta di pubblico (me incluso), la Cecchi Gori è ritornata a pubblicare questo film, stavolta in formato Blu-Ray che (e a questo punto non so se ridere o piangere) presenta lo stesso identico problema, ovvero non ha i sottotitoli in inglese (quanto costerà aggiungerli? Ve li faccio io gratis, cazzo!), né si può scegliere la traccia audio a piacimento semplicemente premendo un tasto del telecomando, no! Nel 2019??? Che sono questi lussi sfrenati da consumatori viziati! La scelta (da effettuare esclusivamente dal menu principale interrompendo così la visione del film) è solo tra “italiano con o senza sottotitoli in italiano” e “inglese con o senza sottotitoli in italiano”.

    Per fortuna nei 20 anni trascorsi da quel primo DVD il mio inglese è migliorato, un pelo eh, quanto basta da potersene fregare dell’assenza di sottotitoli in inglese, ascoltarlo con orecchie da bilingue e mettere finalmente a confronto la versione italiana con quella originale. I sottotitoli in inglese sarebbero stati comunque comodi per alcuni “screengrab” da includere in questo articolo ma grazie di niente, Cecchi Gori!

    Come ne è uscito Vampires da questo confronto? Bene, ma non benissimo. In pochi (pochissimi) momenti inaspettati infatti il film doppiato prende strade tutte sue, in compenso le interpretazioni rimangono da primo premio e in generale rimane forse un po’ più godibile dell’originale.

    John Carpenter's Vampires. Fotogramma del titolo del film Vampires di John Carpenter

    Un cognome, una garanzia.

    Il peso dei dialoghi nei film di Carpenter

    Come scrissi nell’articolo sull’adattamento italiano di 1997: Fuga da New York, nei film di John Carpenter il budget è spesso limitato ma l’immaginazione rimane sconfinata grazie alla cosa più economica dell’intero processo di produzione cinematografica, una cosa che invece viene spesso spesso considerata di secondaria importanza: la sceneggiatura.
    Frasi buttate lì, come l’accenno ad una “brigata europea” di altri cacciatori di vampiri, ci fanno pensare a chissà quali altre possibili avventure che, di sicuro, in mano a gentaccia come i markettari della Disney sarebbero sufficienti per pianificare un vastissimo “cinematic Universe” di 40 film privi di trama, come dimostrato da Star Wars e altri. Con Carpenter invece siamo piuttosto ai livelli degli esordi di George Lucas, quando i soldi erano scarsi e venivano nominate en passant cose tipo le “guerre dei Quoti“, che non avevano certo bisogno di essere mostrate né esplorate, perché era chiaro che servivano solo per condire la storia di sfondo, così da portare la mente dello spettatore ben oltre quei 10 m² di un tugurio tunisino.

    Stessa cosa con Vampires, in mano a persone meno capaci sarebbe stato fin troppo chiaro che la scelta di girarlo nel deserto e in villaggi desolati serviva a nascondere il fatto che non ci fossero i soldi per fare molto altro. Quelli bravi invece, in mancanza di soldi, investono in qualche battuta in più che possa espandere il mondo che vediamo e che magari dia piccoli indizi sulla trama che deve ancora svolgersi.

    Tutta questa magia deriva spesso da poche battute e semplici frasi, quasi invisibili ad una prima visione, e appena cambi qualcosa di queste piccole frasi magiche hai già smontato interi pezzi di film senza rendertene conto. Un esempio (per fortuna ce ne sono pochissimi) ci viene dai primi minuti del film, quando il protagonista Jack Crowe (James Woods) ci spiega le regole della sua squadra di ammazzavampiri.

    Foto sul set del film Vampires di John Carpenter. James Woods nei panni di Jack Crowe con la sua squadra di cacciatori di vampiri

    Le regole di casa Crowe

    Le regole pleonastiche di Jack Crowe

     

    Regola numero 5: Se trovate il covo e trovate il maestro, state attenti perché è pericoloso.

    Se la regola numero cinque è essenzialmente uno stai attento perché il maestro dei vampiri è pericoloso, non vedo l’ora di sentire le altre! È chiaro che c’è qualcosa che non va in questa frase. Per quanto bene la interpreti Francesco Pannofino, niente può nascondere che si tratta di una frase scema e non sorprende scoprire che in inglese sia tutt’altro:

    Rule number 5: If you find the nest, you find the master. Usually he won’t leave it on its own.

    La regola numero cinque originale dice quindi: “se trovate il covo, trovate anche il maestro. Di solito non se ne allontana mai da solo“. Sembra una cosa da poco ma in realtà ci fornisce un indizio per interpretare una scena successiva: quando il maestro non viene trovato nel covo insieme ai suoi vampiri (chiamati goons in inglese, cioè scagnozzi) e vediamo che ha evitato la retata perché riposava a debita distanza, anche noi non professionisti della caccia ai vampiri possiamo intuire che la squadra si trova davanti ad un maestro speciale, che non si comporta come gli altri visti finora dal gruppo di “giustizieri” (slayers).

    Davanti a questa situazione Jack Crowe è giustamente perplesso perché contraddice la regola n°5 che non stabiliva di stare genericamente attenti, ma che insieme ad un covo di vampiri si trova solitamente anche un maestro. In italiano invece rimane solo un ridondante “state attenti” (ma va?!), che è il tipico “non correre papà” che piace tanto in Italia, ce lo ritroviamo in dialoghi a caso già dal 1969, durante la famosa diretta RAI dell’allunaggio.
    Eppure bastava togliere una “e” per sistemare l’impiastro e mantenere la “magia”: se trovate il covo, trovate il maestro. State attenti perché è pericoloso.

    A volte basta veramente poco per non dire scemenze.

    Scena dal film Vampires di John Carpenter in cui i cacciatori di vampiri stanno per fare irruzione nel covo, nella vignetta il leader dice al gruppo: regola numero 6, non correte con le forbici in mano

     

    Testine per pompini

    Vampires, diciamocelo, non è il film ideale da guardare insieme a vostra madre. Al me adolescente nell’anno 2000 era venuta questa brutta idea di coinvolgere genitore 1 non solo perché quello era l’anno del nostro primo lettore DVD (e quindi ogni nuovo film in questo formato era percepito come una gioia dei sensi da mostrare a parenti e amici), ma anche perché alla stessa erano già piaciuti Fog, Essi vivono, e non dispiaciuti 1997: Fuga da New York, Fuga da Los Angeles, La cosa, Starman, Pericolo in agguato, praticamente l’intera filmografia di Carpenter. Ma bastano pochi minuti di Vampires e senti già di aver commesso un errore madornale perché è proprio in quei minuti lì che iniziano i vari “puttana qui, puttana lì”. Sempre negli stessi minuti passano su schermo vari squartamenti ben più truculenti della media carpenteriana e morsi di vampiri che portano a orgasmi.

    Il “bello” è che ciò che sentiamo nel doppiaggio non è che una versione in alcuni casi edulcorata. Infatti credo che guardandolo in italiano non si abbia una chiara idea di quanto siano volgari i membri della banda di cacciatori di vampiri di Jack Crowe.

    Scena da Vampires di Carpenter, James Woods prima di impalare una vampiressa dice: open wide, baby.

    Jack Crowe dice alla vampiressa di spalancare bene (la bocca) prima di arpionarla, con abbondanza di doppio senso. In italiano è stato cambiato in “fatti sotto!”, probabilmente “apri bene” sarebbe stata una dubbia espressione mentre in inglese è immediata: è quello che dicono dentisti e pervertiti.

    Certo, li vediamo ubriacarsi e fare baldoria con delle prostitute in un motel a spese del Vaticano, ma la loro bassezza intellettuale la saggiamo a pieno in alcuni momenti specifici, ad esempio quando i due protagonisti (James Woods e Daniel Baldwin) rapiscono una delle suddette prostitute (la Sheryl Lee di Twin Peaks) che era stata morsa dal maestro Valek e non ci risparmiano un’abbondanza di frasi in cui si fa riferimento a “questa” o “quella puttana” e a volte “troia”, per variare un po’. Fortunatamente in italiano sono stati calati un po’ i toni in accordo con la nostra percezione della volgarità (culturalmente molto diversa da quella degli statunitensi, inutile negarlo) e se l’eccesso di ceffoni che si becca “quella puttana” rimangono una scelta narrativa, per lo meno nella versione italiana quella puttana viene chiamata “quella puttana” un po’ meno spesso. Se avete trovato sgradevole il mio eccesso di “quella puttana”, allora apprezzerete di certo la riduzione di volgarità nel doppiaggio italiano di Vampires, che non è una forma di censura bensì è parte essenziale dell’adattamento culturale, tappa fondamentale prima del doppiaggio vero e proprio.

    Scena dal film Vampires di John Carpenter, Montoya (Daniel Baldwin) vicino ad una pila di scheletri carbonizzati

    In questo contesto troviamo una battuta del cacciatore di vampiri Montoya (Daniel Baldwin) che tira fuori un cranio carbonizzato e fumante dalla pila di vampiri esplosi al sole e dice al prete:

    Nothing like a little head, eh, Padre?

    In italiano…

    Le piace la testina arrosto, Padre?

    Tradotto alla lettera (mai tradurre alla lettera!) verrebbe fuori un “niente di meglio di una piccola testa”, ma è una frase che non ha alcun senso. Head oltre che per “testa” è usato in inglese anche per esprimere una volgarità, infatti la traduzione corretta di quella frase sarebbe “niente di meglio di un (bel) pompino”, che in italiano avrebbe ancora meno senso nel contesto. L’intenzione di Montoya era quella di sfottere il prete, già disgustato alla vista dei corpi carbonizzati, con un’allusione sessuale, la stessa strategia che userà il protagonista con il successivo prete. Questo fa capire già dai primissimi dialoghi che i nostri protagonisti al soldo del Vaticano sono così abituati alle peggiori atrocità da scherzarci su, ma ci dice qualcosa anche sulla loro intolleranza nei confronti dell’autorità, una caratteristica di tutti i “buoni” di Carpenter. Quante cose si capiscono da dei “semplici” dialoghi, eh?

    Con lo sfottò della “testina arrosto” si perde il sottotesto ma fa ridere lo stesso, se non altro. È dopotutto una testa carbonizzata quella che mette in mostra compiaciuto. Chissà che non si potesse giocare su un “lavoro di testa” o simili, e chissà se i tempi della battuta lo avrebbero consentito, anche quello è spesso decisivo nelle scelte di adattamento.

    Con questo ho sottolineato alcune delle cose che potreste perdervi guardando il film solo in italiano; in questo blog però non parlo solo di ciò che potreste non notare nella versione doppiata in italiano, ma anche di ciò che risulta migliore nel nostro doppiaggio, e questo ci porta al prossimo argomento.

     

    Adattare la memorabilità

     

    Daniel Baldwin che dice: e Montoya va, nel film Vampires di John Carpenter

    -- Vai, Montoya!
    -- E Montoya va!

    La voce di Montoya (Daniel Baldwin) è di Vittorio De Angelis che nella sua carriera sembra aver doppiato tutti e tre i fratelli Baldwin. È lui che ci regala la prima battuta che tutti i fan italiani del film riconoscono (“e Montoya va!”), che a vederla semplicemente scritta senza aver visto il film potrebbe dire poco ma, sarà per come è costruita (Montoya che parla di sé in terza persona), sarà per com’è recitata (Vittorio De Angelis non è nuovo alla commedia essendo stato anche la voce di Robin Hood un uomo in calzamaglia e il personaggio di Joey nella serie Friends), insomma sarà come sarà ma è quella battuta che fa subito amare il personaggio e stabilisce il tono del film.

    E se vi dicessi invece che una delle battute più memorabili di questo film è semplicemente data dalla parola “muori” ripetuta dieci volte in rapida successione? Anche da questo esempio è palese che trascrivere le battute del doppiaggio italiano di James Woods ha poco senso, perché non sono le battute in sé ad essere memorabili quanto piuttosto il modo in cui vengono recitate dal suo doppiatore, Francesco Pannofino che, con quella voce un po’ roca, si abbina benissimo al personaggio del nostro cacciatore di vampiri in jeans, t-shirt nera e giacchetta in pelle, tra lo spietato e lo sfottitore. È perfetta.

    Ehi, sta’ attento! Guardami! Muori! Muori! E Muori! Muori! Muori! Muori! Muori! Muori! Muori! Muori! Ah, era duro a morire questo figlio di puttana, mamma mia!”.

    Non mi sorprende che anche Cassidy, l’autore del blog La bara volante, abbia inserito proprio questa come citazione di chiusura del suo articolo Vampires (1998): Il buono, il Baldwin e il Vampiro, senza introdurla, né spiegarla. È bella così com’è. Il nostro inusuale e per niente politically correct eroe crociato Jack Crowe mena preti, mena le donne, mena gli amici, mena tutti! E mentre lo fa dice frasi memorabili. Risultano memorabili e divertenti anche in italiano perché chi si è occupato dei dialoghi (tale Pompilio Bisogni. Chi è? Mai sentito prima. Uniche sue tracce in serie TV doppiate dalla RAI. Da ringraziare.) si è assicurato che questi funzionassero. Una cosa possibile soltanto quando il committente non impone traduzioni alla lettera o tempi di lavorazione incompatibili con un lavoro che, in fin dei conti, è artistico.
    Lo guardi in italiano e i dialoghi semplicemente funzionano, non c’è miglior complimento per un adattamento.
    (La direzione è di Michele Gammino, quindi i complimenti vanno anche a lui.)

    Anche nei momenti in cui i dialoghi si discostano dall’originale, questi rimangono verosimili e sembrano tutte cose che potrebbe dire davvero quel personaggio in quella specifica situazione, alcune alterazioni sono funzionali a battute che devono far ridere anche in italiano. Il solo fatto che qualcuno si sia preoccupato di questo ci rincuora.

    Scena del film Vampires di John Carpenter dove James Woods chiede al prete se ha avuto un'erezione

    -- Padre, permette una domanda? Quando prima l’ho presa a calci… ha avuto un’erezione?
    -- Come ha detto?
    -- Eh? Le ha fatto piacere? Ci ha provato gusto? Avanti, me lo dica.

    Da notare l’espressione “give you wood” per dire “ti ha provocato un’erezione”, il legno in inglese è un suo sinonimo gergale.

    La battuta ritornerà in chiusura. Una chiusura degna dei migliori film con una coppia spaiata di protagonisti: gli eroi che si allontanano continuando a fare battute tra loro, e poi titoli di coda.

    -- Voglio farle una domanda, quando stamattina ha impalato quella vampira, ha avuto un’erezione?
    -- Non glielo dico.
    -- Mi scusi?
    -- È un segreto!
    -- Come?
    -- Era… molto più di un’erezione.
    -- Non esageri, padre. Non esageri.
    [musica di chiusura]

    “Linguaggio!”… non disse la versione italiana

    Chi andasse a controllare la versione originale (non negli inesistenti sottotitoli Cecchigori, ovvio) noterebbe sicuramente una battuta differente, in inglese il prete fa riferimento alla sua erezione (“wood”) definendone la durezza come “mogano”, “teak”, etc… (trasformati nella frase italiana “molto più di un’erezione”), la novella spigliatezza di padre Adam spiazza Jack Crowe il quale gli risponde: “language, Padre! Language!“. Entrambi stanno usando battute stabilite in precedenza (sia “language!” sia la domanda sull’erezione venivano da precedenti conflitti, ora evidentemente risolti), mentre in italiano viene inventato un nuovo scambio di battute. Ma non è il caso di ricorrere agli usuali cinque o sei punti esclamativi di sdegno, né lanciare anatemi sul doppiaggio in generale. Chi ha adattato il copione in italiano ha semplicemente scelto di far appello alla stessa battuta dell’erezione e di ignorarne un’altra (quella sull’invito alla moderazione del linguaggio) che in italiano infatti è assente.

    Quel “language!” emergeva a metà film, quando il giovane padre Adam, all’ennesimo “fuck you!” di Jack Crowe, gli chiede di moderare il linguaggio con un comico “language!”. Comico perché è un modo di esprimersi usato per sgridare i bambini che dicono parolacce o che rispondono male, sicuramente un rimprovero da catechismo (“Sunday school” per gli americani), ci mostra che il nuovo prete imposto al gruppo di cacciatori di vampiri non aveva ancora capito con chi aveva a che fare. Per farglielo capire meglio, Jack Crowe gli ripete quella sua esclamazione “linguaggio!” prima di pestarlo con la cornetta del telefono.

    Qui c’è la scena a confronto. Nei sottotitoli il dialogo in inglese, nelle didascalie i dialoghi doppiati:

    E qui il trascritto a confronto per vedere dove sparisce quel “language!” di rimprovero:

    doppiaggio italiano
    in originale
    traduzione diretta
    Padre: Dobbiamo eseguire gli ordini, signor Crowe.Padre: We have orders to follow.Padre: abbiamo degli ordini da seguire.
    Jack: Io me ne frego.Jack:  Fuck you, Padre.Jack:  Fanculo, Padre.
    Padre: Le ricordo, signor Crowe, che se lei non rispetta gli ordini dovrò chiamare il cardinale Alba.Padre: Language! If you’re not going to follow orders, I’ll call Cardinal Alba.Padre: Linguaggio! Se non rispetta gli ordini dovrò chiamare il cardinale Alba.
    [Il prete va al telefono e comincia a comporre un numero. Jack Crowe si avvicina con molta tranquillità, prende la cornetta dalle sue mani.]
    Jack: Permette? Ascolti.Jack:  Excuse me. Language.Jack: Permette? Linguaggio.
    [lo colpisce in faccia con la cornetta del telefono]
    Jack: Allora, stabiliamo una cosa… se non le va bene me lo dica.Jack: Let’s have a chat about language. See if this syntax worksJack: Facciamo un discorsino sul linguaggio. Vediamo se questa sintassi funziona…

    La battuta sul linguaggio, per quanto divertente a vederla scritta in una traduzione diretta, probabilmente è stata alterata perché non funzionava altrettanto bene nel doppiaggio, un doppiaggio moderno l’avrebbe invece tradotta alla lettera come ho fatto io, pur rischiando di farci ritrovare con dialoghi un po’ goffi.

    In lingua originale la riappacificazione finale tra i due protagonisti, Jack Crowe e padre Adam, passa dunque dal ripescare quell’espressione “linguaggio!”, mentre nel copione italiano viene sostituita da un altrettanto efficace “molto più di un’erezione. / Non esageri, padre, non esageri“, che è ugualmente divertente e rispecchia perfettamente il personaggio.

    L’intero copione italiano, se preso frase per frase, si discosta spesso da quello originale, ma è difficile trovare battute che non portino comunque un significato equivalente, la stessa essenza. I cambiamenti non sono tali da alterare la trama, la comprensione della trama, o i personaggi… per quanto, a volte, sembra allontanarsi più del necessario. È chiaramente un copione che si preoccupa prima di tutto di funzionare in italiano e, salvo per quel “non correre papà” in apertura del film e pochissime altre cose così irrilevanti che non sono stato neanche a prenderle in considerazione, il film non ha errori veramente degni di tale nome, solo scelte di adattamento, per lo più discrete.

    Valek, il vampiro di Vampires di John Carpenter

    Quel singolo errore!!!

    Lei ha mai visto un vampiro? Per prima cosa sono doppiati bene…

    Mi sento dunque di concludere con un complimento ad un doppiaggio il quale, nonostante alcune comprensibili differenze e poche sviste, rimane comunque più citabile (e Montoya va!), un pochino meno volgare (e tanto comunque ne resta!), dialogato in modo “naturale” e che, dopotutto, fa ridere là dove deve far ridere… se non è questo il segno di un buon doppiaggio, non so proprio cosa lo sia. Lode anche a Francesco Pannofino, penso di non averlo mai apprezzato tanto come l’ho apprezzato in questo film, e infatti vi lascio con il “suo” discorso sui vampiri, cioè il discorsetto che sembra fatto a posta per poterlo mettere nel trailer per le sale cinematografiche. Il film Blade, anche lui del 1998, ne aveva uno simile, ma Vampires è uscito nelle sale americane qualche mese prima, quindi reputo Jack Crowe di John Carpenter il primo vero caso di protagonista che stabilisce le regole del gioco smontando il mito dei vampiri romantici che in quegli anni era più vivo che mai (Dracula di Coppola è del ’92, Intervista col vampiro del ’94).

    Lei ha mai visto un vampiro? Per prima cosa non sono romantici, chiaro? Non assomigliano affatto a un branco di transessuali che se ne vanno in giro in abito da sera a tentare di rimorchiare tutti quelli che incontrano, con un falso accento europeo. Dimentichi quello che ha visto al cinema. Non diventano pipistrelli, le croci non servono a niente. L’aglio? Vuole provare con l’aglio? Si metta una treccia d’aglio intorno al collo e quei vigliacchi le arrivano alle spalle e glielo mettono allegramente a quel posto mentre intanto le succhiano il sangue senza cannuccia.
    Non dormono in bare di lusso foderate di seta. Vuole ammazzarne uno? Gli pianti un paletto di legno direttamente in mezzo al cuore.”

    Il trailer la fa più breve.


    Altre recensioni carpenteriane su questo blog:
  • Doctor Sleep: adattare alla perfezione, spiegato dal dialoghista Valerio Piccolo

    Tre locandine italiane del film Doctor Sleep del 2019

    Cosa non facile proseguire sulle tracce di Shining di Stanley Kubrick e ancora meno facile proseguire sulle tracce della sua versione italiana diretta dalla squadra storica scelta da Kubrick stesso: Mario Maldesi (alla direzione), Riccardo Aragno (alla traduzione) e, nel caso di Shining, Simona Izzo ai dialoghi (lei inventò il termine “luccicanza”). Per fortuna Doctor Sleep, seguito di Shining e basato sull’omonimo romanzo di Stephen King del 2013, è stato dato in mano a persone competenti che non solo hanno portato dialoghi in italiano che oserei definire perfetti, ma che si ricollegano anche senza soluzione di continuità a quello Shining adattato nel 1980, quasi quarant’anni fa. Oggi giorno una caratteristica non affatto scontata.

    Doctor Sleep insomma è un altro splendido adattamento di Valerio Piccolo, sempre attentissimo ai riferimenti storici, mai una parola fuori posto, dialoghi naturali e, soprattutto, nessun inglesismo superfluo, insomma un adattamento invisibile, come dovrebbe essere sempre. È proprio questo che caratterizza ciò che ho definito “dialoghi perfetti”. La saggista e critico cinematografico Daniela Catelli (Comingsoon, Ciak), anche lei intransigente per quanto riguarda adattamenti dall’italiano stentato o forzato, concorda in un suo tweet con la mia impressione definendolo: “uno dei pochissimi doppiaggi che non mi hanno dato fastidio“.

    Dal libro "Tradurre: una prospettiva interculturale" di Pierangela Diadori.

    Definizione di traduzione. (Foto di © Fabrizio Scuderi dalla pagina Facebook “Gualtiero Cannarsi, cambia lavoro”)

    Da anni, pur essendo il suo un lavoro che lo tiene nell’ombra, Valerio Piccolo lavora sodo e lavora bene, firmando i dialoghi di tanti film che hanno il pregio di essere così invisibili (nel suo campo è un complimento) da non finire mai tra le lamentele di questo blog. Nel 2015 lo avevo già intervistato per i dialoghi di Mad Max: Fury Road (ricordate la “blindocisterna”? Roba sua e approvata dal regista) e in questi anni tante altre sono state le occasioni in cui ho apprezzato silenziosamente il suo lavoro (Blade Runner 2049, The Hateful Eight, Pacific Rim – La rivolta… sono solo alcuni, qui una lista completa sul sito dell’Accademia Nazionale del Cinema), arrivando ogni volta a fine visione senza una singola obiezione sul lavoro di adattamento per poi, sui titoli di coda, poter esclamare: “ah-ha! È di Piccolo, lo sapevo!“. [NdA: non mi informo mai su chi adatta e doppia un film prima di entrare in sala, così da evitare bias personali, lo scopro soltanto arrivato ai titoli di coda]

    Avendo la possibilità di intervistare Valerio, non mi sono lasciato sfuggire questa occasione, perché dopo la visione di Doctor Sleep le domande che frullano per la testa sono tante, eccovi dunque la seconda conversa di Doppiaggi italioti a Valerio Piccolo. Una conversazione, anzi. La prima la trovate qui.

    L’intervista al dialoghista Valerio Piccolo

    Evit: Anche se ci scambiamo qualche “like” sui social e ogni morte di Papa ci scriviamo in privato, sono ben quattro anni dall’ultima volta in cui abbiamo fatto un’intervista, cosa è successo nella tua vita lavorativa nel frattempo?

    Valerio: Diciamo che non è cambiato molto, più che altro gli impegni sono aumentati e con loro anche le responsabilità. Ho avuto il privilegio di lavorare a grandissimi film, di creare parole per opere di registi del calibro di Spielberg, Scott, Polanski, Tarantino, Villeneuve eccetera, e di godermi film di eccelsa qualità. Per me questo lavoro, dopo 20 anni, non è ancora disgiunto dal piacere e dalla mia passione di cinefilo per cui, ogni volta che mi chiamano per assegnarmi un bel prodotto, il primo a essere felice è il Valerio amante del cinema.

    E: Scopro adesso che non solo sei il dialoghista per il film Doctor Sleep ma hai curato anche i dialoghi anche della versione estesa di Shining che è uscita di recente in home video anche in Italia con un nuovo doppiaggio nei 24 minuti che originariamente furono tagliati. Per Doctor Sleep e per la versione estesa di Shining sono state coinvolte società di doppiaggio diverse e direttori di doppiaggio diversi, l’unica costante sei tu. Come sei diventato essenzialmente il curatore dell’opera di Maldesi?

    V: Non c’è una “strategia” comune dietro tutto questo, come hai detto tu sono lavori arrivati da due committenti diversi. Adattare Doctor Sleep è stata (credo) una conseguenza abbastanza naturale del mio adattamento di “The Dark Tower”, altra opera cinematografica tratta da un libro di King su cui avevo messo le mani nel 2017. Le scene tagliate-e-poi-rimesse di “The Shining” sono state curate, per la direzione del doppiaggio, da Rodolfo Bianchi, con cui collaboro pressoché stabilmente da diversi anni, e quindi penso che alla base della società di doppiaggio (e della distribuzione) ci sia stata la volontà di affidarsi a questa “coppia artistica” già ben collaudata.

    Warner Bros presenta, titoli di inizio del film Doctor Sleep

    I titoli di inizio tradotti in italiano (foto scattata al cinema)

    E: Una gran fortuna per lo spettatore. Ci puoi raccontare i retroscena della lavorazione a Doctor Sleep (e anche alla versione estesa di Shining)? Che genere di libertà vi vengono concesse? Chi supervisiona il lavoro? Chi ha l’ultima parola sulle scelte di adattamento?

    V: L’ultima parola – di regola – spetta sempre al Capo Edizioni della società di distribuzione (la Warner Bros. Italia, nel caso di “Doctor Sleep”), che è anche colui/colei che supervisiona il lavoro, partendo dai dialoghi fino ad arrivare al doppiaggio e al mix del film. Il concetto di libertà è un concetto molto delicato e pieno di sfumature. Io, in quanto traduttore, sono dell’idea che, quando si lavora a un adattamento, è bene pensare in assoluto di non concedersi troppe libertà e di rimanere invece “incollati” il più possibile al testo originale. Ma è un discorso molto complesso, questo. Il caso di “Doctor Sleep” è uno di quei casi in cui bisogna affrontare la questione di una traduzione italiana del libro già esistente, e di eventuali decisioni legate al diritto d’autore, laddove – come appunto nel caso di “Doctor Sleep” – si decida di tradurre anche i “nomignoli” dei personaggi. Quando il doppiaggio di un film viene fatto seguendo tutti i passaggi, c’è sempre a monte una linea editoriale che viene discussa e decisa in primis tra capo edizioni e adattatore, e poi di conseguenza anche con il direttore di doppiaggio. Impostata quella linea, è ovvio che poi il dialoghista ha piena libertà di “ricreare” l’opera come meglio crede.

    Sottotitoli della versione cinematografica italiana di Doctor Sleep

    Sottotitoli descrittivi (foto scattata al cinema)

    E: Sicuramente potrà essere un po’ diverso da film a film ma è possibile dire che, generalmente, se in un adattamento italiano troviamo parole o nomignoli lasciati in inglese solitamente è per scelta del capo edizioni che segue una linea editoriale dettata dalla società di distribuzione?

    V: Sì, è possibile. Ed è anche giusto – credo – che un capo edizioni detti la linea editoriale. Poi, ovviamente, se ne discute insieme. In questo lavoro, a mio modo di vedere, il confronto è una grande chiave. È un lavoro di squadra, e le sfumature soggettive sono milioni. Quindi è giusto che se ne discuta, ed è giusto che ci siano anche più voci a cantare, ovviamente sempre restando nella linea editoriale dettata dall’alto.

    Scritte alla lavagna sottotitolate in italiano nella versione cinematografica di Doctor Sleep

    Foto dalla proiezione cinematografica

    E: La cosa più bella dei tuoi dialoghi è che sembrano sempre nascere direttamente in italiano, senza forzature, quindi quando parli di rimanere “incollati” al testo originale intendi dire, suppongo, che non vai ad inventarti niente di sana pianta, ma neanche si può dire che traduci mai “alla lettera”. È una distinzione che mi preme sempre di sottolineare visto che, come conseguenza di un accresciuto interesse e attenzione da parte del grande pubblico verso l’argomento traduzioni, serpeggia l’idea, un po’ ignorante, che fedele voglia dire alla lettera.
    Quasi anticipando questo trend recente, il traduttore italiano del romanzo Doctor Sleep, in una conversazione del 25 febbraio 2014 avvenuta in diretta streaming sul canale YouTube Libro martedì e intitolata Giovanni Arduino e Doctor Sleep, ad esempio, diceva che “la traduzione letterale non è una traduzione letteraria”:

    La traduzione letterale non è una traduzione letteraria. Quindi ogni traduzione letteraria è un’interpretazione, giocoforza. Quindi, voi non leggete Stephen King, voi leggete Stephen King tradotto da Giovanni Arduino, che questo sia chiaro. Ma questo è vero per qualsiasi cosa, soprattutto poi quando c’è un autore con una voce particolarmente forte, io seguo la sua voce ma naturalmente la filtro attraverso la mia esperienza, la mia sensibilità e tutto il resto. […] Si tratta semplicemente di capire dove King ha preso alcuni termini — perché non è che li abbia inventati dal nulla, niente si inventa dal nulla — e cercare un riferimento simile italiano e reinventarlo, naturalmente basandosi sulle origini della scelta di King. […] Non è un lavoro facile, è un lavoro lungo, però si fa. Le famose note piè di pagina sono il traduttore che si arrende, dal mio punto di vista in un romanzo di narrativa le note a piè di pagina sono praticamente inammissibili.

    Quella del reinventare basandosi sulle origini della scelta dell’autore mi ricorda un po’ il caso della tua blindocisterna di Fury Road. Ti ritrovi nelle parole di Arduino?

    V: Sì, molto. È esattamente questo il lavoro di un traduttore. Ed è quello che, secondo me, si nota di più negli adattamenti fatti da chi ha anche tradotto il testo. Cosa che, almeno per i prodotti di lingua inglese (ma anche spagnolo e francese, direi, considerando quello che arriva sul nostro mercato), dovrebbe essere di regola. Ma purtroppo non è così.

    E: Potremmo dire che questa regola di evitare di tradurre alla lettera si applichi ancora di più al cinema dove non ci possono essere note a piè di pagina?

    V: Sicuramente. Le note a margine, secondo me, in alcuni casi le potremmo traslare in intonazioni/interpretazioni dei doppiatori. Ovvero: aggiungere una sfumatura dove la lingua può rivelarsi leggermente ambigua o non esattamente “dritta”. Ma, ovviamente, i punti critici sarebbe meglio risolverli sempre a monte, ovvero in fase di adattamento.

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    E: Della lavorazione alla versione estesa di Shining cosa mi dici?

    V: Posso dire solo che è stato un grande onore, esclusivamente un grande onore, mettere le mani su qualcosa del genere. Non lo considero nemmeno un vero lavoro, ma una specie di regalo che mi è stato fatto. 

    E: Originariamente quella ventina di minuti era stata tradotta, adattata e doppiata ma non è mai arrivata al cinema, e nessuno quindi l’ha mai potuta sentire, ora è stata ridoppiata in occasione del suo recente restauro. Tu che hai lavorato alla nuova versione di quei 24 minuti, sai qualcosa di più di quei pezzi doppiati nel 1980 e, al momento, dati per dispersi? La Warner per l’occasione ha mai tirato fuori del materiale inedito legato al doppiaggio dell’epoca?

    V: No, io ho lavorato solo su materiale attualmente esistente e disponibile, ovvero le due versioni (originale e doppiata), in modo da potermi uniformare al meglio al doppiaggio dell’epoca.

    E: Ho notato che sei sempre accreditato come dialoghista mentre altri tuoi colleghi ricevono il nome di adattatore. C’è una differenza tra la definizione “dialoghi di” e “adattamento di” che vediamo nei titoli di coda dei film doppiati in italiano?

    V: Che io sappia, no. La definizione del nostro ruolo (e del nostro mestiere) è intercambiabile: dialoghista o adattatore. Adattatore è senz’altro quella più formale. Ufficiale, diciamo.

    E: So che oltre a musicista e dialoghista adesso sei anche docente. Vuoi chiudere l’intervista facendo un po’ di sana pubblicità al corso di adattamento dialoghi in cui ti hanno chiesto di insegnare, il Master Lab di adattamento dialoghi? Ogni quanto si tiene? Dove si tiene? Chi lo organizza? Chi sono i tuoi studenti tipici? Perché un interessato a questo mestiere dovrebbe iscriversi al corso (oltre all’ovvio fatto che ne sei tu il docente)? Vendimi il tuo corso.

    V:  Vendertelo è molto facile, perché il mio laboratorio si tiene in una città stupenda (Bologna) e in una sede ancora più bella, un palazzo stupendo in pieno centro dove questa struttura pazzesca e super-professionale (l’Accademia del Cinema) tiene corsi di qualsiasi tipo legati al cinema (da trucco a hairstyling, a regia/montaggio e perfino sound engineering) tenuti da tutti docenti di massimo livello (fioccano David di Donatello e premi Oscar). Il mio lab è un percorso in otto incontri, diretto e molto pratico, per impostare la figura dell’adattatore e renderlo pronto quanto meno a misurarsi con le sue stesse capacità: alla fine del lab, cioè, credo di poter sempre capire (e far capire agli allievi) se una persona può o non può cimentarsi in questo mestiere che – ci tengo a sottolinearlo – non è da tutti. Questo è un mestiere dove essere ottimi traduttori è fondamentale, ma a volte può non bastare, perché tecnica, ritmo e musicalità (queste due ultime, a mio avviso, sono requisiti imprescindibili per un adattatore) sono doti che non sempre si riescono a possedere del tutto. Il mio lab mette quasi subito alla prova l’allievo, e cerca di rispondere presto alla domanda fondamentale di chi si iscrive: è il lavoro che fa per me? Classi piccole (massimo 16 persone) e quindi interazione reale. Basta? 🙂

    E: Direi di sì, e sottolineiamo che non becco l’ombra di un quattrino per averne parlato. Se però dovessi consigliare di approfondire la conoscenza di questo mestiere da qualcuno, quello di Valerio Piccolo è certamente tra i primi nomi che mi vengono in mente.
    Speriamo di rivederlo sempre più spesso, specialmente su opere “delicate” come questa.

     

    Titoli di coda di Doctor Sleep

    Titoli di coda di Doctor Sleep

  • Vroom, vroom! Scansatevi, arriva l’adattamento di Le Mans ’66 – La grande sfida

    Le Mans '66 - La grande sfida, locandina orizzontale del film

    Alcuni film dovrebbero servire da esempio su come si adatta e come si traduce anche l’intraducibile. Le Mans ’66 – La grande sfida, titolo per il mercato europeo in sostituzione dell’originale Ford v. Ferrari, è uno di questi… e del titolo italiano ne riparliamo alla fine. Sembra strano che un film del 2019 possa insegnare ancora qualcosa ai doppiaggi del passato (più precisamente dovrei parlare di adattamenti del passato) eppure è così. Infatti, i dialoghi di Le Mans ’66 presentano due delle più classiche sfide del doppiaggio: la prima è la presenza di qualcuno che chiede di “parlare inglese” per chiarezza. Ok, questa forse non è una grandissima sfida ma sicuramente un argomento che piace molto agli appassionati (per qualche strana ragione). La seconda è la presenza di personaggi che parlano italiano e le loro parole vengono tradotte da un interprete. Questo sì cruccio di molti, moltissimi doppiaggi, e che qui viene affrontato come si deve.

    Insomma è un articolo di apprezzamento.

     

    La mia lingua la sai parlare? “Parlare inglese” per “parlare chiaro”.

    Il pubblico italiano ha una strana passione per i dialoghi in lingua inglese dove qualcuno chiede di “parlare in inglese”, che nella gran parte dei casi è sinonimo di “parlare chiaro”. Celebre il caso di Pulp Fiction del 1994 (o meglio, l’unico caso che conosce il pubblico) dove la domanda-tormentone di Samuel Jackson, “English, motherfucker, do you speak it?” nella versione doppiata diventa “la mia lingua, figlio di puttana, tu la sai parlare?“, perché ovviamente avrebbe avuto poco senso fargli chiedere se parlasse inglese in un film doppiato in italiano o, ancora peggio, l’italiano! Sebbene io non ritenga che sia questa grande sfida linguistica degna di essere citata in continuazione, è certamente uno di quei casi che sentirete nominare un po’ ovunque, su Facebook, nei forum… ovunque, tra poco ne parla anche mia nonna.
    Indubbiamente quello del “parli la mia lingua?” è un ottimo stratagemma di adattamento che non traduce alla lettera pur portando essenzialmente lo stesso significato, eppure sono quasi certo che non sarà stato un caso così speciale per Francesco Vairano (dialoghista di Pulp Fiction), già abituato a creare dialoghi naturali e degni adattamenti.

    Doc Brown spiega le linee temporali alternative in Ritorno al futuro 2

    Doc lo spiega “in inglese”

    Il “problema” del tradurre frasi del tipo “do you speak English?” non è certo nuovo nel panorama del doppiaggio e Pulp Fiction non è certamente l’unico caso in cui, davanti ad una frase simile, si è dovuti ricorrere ad uno stratagemma per trasformarla in una battuta sensata nella sua versione doppiata. Per rimanere su film noti al grande pubblico, in Ritorno al futuro – parte II (1989, direzione e dialoghi di Manlio De Angelis), la spiegazione del dottor Brown sulle linee temporali alternative porta il protagonista Marty ad esclamare “English, Doc!“, che in italiano diventa un altrettanto divertente “che lingua è, Doc?!“.

    Eppure non si può proprio dire che in tutti i casi della storia del doppiaggio sia stato trovato uno stratagemma efficace, o sensato. È il caso, ad esempio, della miniserie in due puntate It, del 1990 ma arrivata in Italia nel 1993, quindi solo un anno prima di Pulp Fiction. In questa troviamo una battuta simile che però è stata tradotta in modo inatteso:

    It (1990), dialogo originaledoppiaggio italiano
    That’s not empirically possible.
    In English: ain’t no such thing.
    Queste cose sono empiricamente impossibili.
    Tradotto in italiano: non esistono.

     

    Ehm, che lingua dovrebbero stare parlando? La prima regola del doppiaggio di prodotti simili dovrebbe essere quella di non sottolineare che i protagonisti americani parlino in italiano. Questa battuta in It infrange l’illusione del doppiaggio ed è a suo modo un abbattimento della proverbiale quarta parete, come se l’attrice avesse ammiccato agli spettatori.

    English motherfucker, do you speak it? Scena da Pulp Fiction

    Vendimi un corso di inglese.

    Entrambi i doppiaggi, (sia quello di It sia quello di Pulp Fiction) sono della Gruppo Trenta ma con persone diverse ai dialoghi e alla direzione. Casi come quello di It ci insegnano che niente è mai da dare per scontato, quindi consentitemi un piccolo elogio a Le Mans ’66 dove un “You wanna run that by me in English?” (traducibile come: vuoi provare a ripetermelo in inglese?) è stato adattato come si deve.
    All’inizio del film, infatti, vediamo un meccanico Ken Miles (Christian Bale) spiegare ad un suo cliente che l’automobile da corsa che ha comprato non ha niente che non vada.

    – L’auto non ha niente, è il modo in cui la guida.

    – Il modo in cui la guido?

    – Troppo carburante e scintille non sufficienti. Questo la ingolfa.

    E tradotto che cosa significa?

    Quanto sarebbe stata sbagliata una traduzione alla lettera tipo “vuoi provare a ripetermelo in inglese?” oppure quella ancora meno sensata alla It: “tradotto in italiano cosa significa?“. Per i professionisti del settore potrebbe sembrare una banalità eppure il mondo doppiaggio non è nuovo a errori simili e quindi una sua versione sensata non è proprio da dare per scontata. Le Mans ’66, dialogato da Massimo Giuliani, lo adatta come si deve.

    I don’t speak Italian, but he ain’t happy.

    Mi sbaglierò ma non mi sembra per niente contento.

    Noi invece siamo contentissimi di questo adattamento.

     

    Tradurre l’intraducibile: gli interpreti italiani nei film doppiati

    Nel film in lingua originale abbiamo scene in cui attori italiani parlano italiano. Sono quelli dell’azienda Ferrari che, all’inizio del film, viene visitata dai lacchè della Ford interessata ad acquistarla, approfittando del suo imminente fallimento. Questa situazione porta ad una conversazione tra il signor Ferrari e i dipendenti della Ford, una conversazione che viene ovviamente tradotta grazie ad un’interprete lì presente. Questo genere di scene sono da sempre le più difficili da trasporre nel doppiaggio di un film.

    Infatti, in decenni passati, situazioni simili hanno portato a soluzioni a volte insensate, spesso forzate. Nel 2009 abbiamo avuto i soldati americani in Bastardi senza gloria che, dal parlare un italiano standard nel doppiaggio italiano, si mettono a parlare in dialetti del sud quando i loro personaggi si improvvisano “italiani” in una scena che rasenta l’assurdo e che è stata già discussa nel mio articolo “Traduttori senza gloria”. Se andiamo indietro nel tempo troviamo difficoltà simili anche negli anni ’70, quando un Al Pacino nel film Il padrino (1972), si ritrova in Sicilia dove tutti parlano in italiano con accento del sud mentre il suo inglese rimane doppiato in un italiano standard e lo spettatore italiano riesce a comprendere entrambi, quindi a maggior ragione risultano forzati i momenti in cui l’italiano standard di Al Pacino viene “tradotto” da un interprete che semplicemente ripete gli stessi concetti in un “siciliano” comunque comprensibile, anzi semplificandoli.

    Lee Iacocca della Ford stringe la mani a Enzo Ferrari nel film Le Mans '66 - La grande sfida

    Dirigente marketing Lee Iacocca della Ford incontra Enzo Ferrari

    Nella versione italiana di Le Mans ’66 – La grande sfida viene fatta l’unica cosa veramente sensata, nella scena con l’interprete i dialoghi vengono cambiati e, invece di avere qualcuno che traduce per il signor Enzo Ferrari (e l’insensatezza che questa scelta si porterebbe dietro), il personaggio dell’interprete viene trasformato in quella che potrebbe essere una consulente legale di Ferrari, o forse una sua assistente, e le sue battute aggiungono nuovi contenuti pur non alterando il succo della scena. Non solo, si sfrutta anche il labiale silenzioso dell’interprete della Ford per poter realizzare un botta e risposta realistico, evitando così situazioni assurde viste in film come Il Padrino.

    Vediamo i dialoghi a confronto tra quelli del film in lingua originale e quelli del film doppiato. Nella colonna dei dialoghi del doppiaggio italiano userò la definizione di “assistente di Ferrari” e poi più brevemente di “assistente”, al posto di “interprete” presente invece nella colonna dei dialoghi originali, visto che il personaggio cambia effettivametne di ruolo nella versione nostrana. In un colore diverso sono evidenziate quelle battute che sono state alterate in maniera sostanziale per rendere questa scena sensata a chi lo guarda in italiano.

    dialoghi originali
    doppiaggio italiano
    E questo è il dipartimento delle macchine da corsa. The racing department.

    _______________

    Iacocca: This merger between our companies will form two entities.

    Interprete: Questa fusione tra le nostre aziende formerà due entità.

    Iacocca: Ford-Ferrari. 90% owned by Ford who controls all production.

    Interprete: Ford-Ferrari, al 90% proprietà di Ford che controllerà l’intera produzione.

    Iacocca: Secondly, Ferrari-Ford, the race team. 90% owned by Ferrari.

    Interprete: Secondariamente, Ferrari-Ford, la squadra di gara al 90% di proprietà di Ferrari.

    Iacocca: In order to secure this Ford will pay the sum…

     

    Interprete: Per assicurarsela Ford pagherà la somma di…

    Iacocca: Dieci milioni di dollari.

    Ferrari: Avrò bisogno di un po’ di tempo per leggere.

    Interprete: He will need some time to read this.

    Iacocca: Please.

    _______________

    Ferrari: Signori, ho solo una piccola domanda riguardo al mio programma delle corse.

    Interprete: Only one small question. It concerns my race program.

    Ferrari: Se io voglio correre a Le Mans e voi non volete che io corra a Le Mans, io ci vado o non ci vado.

    Assistente di Iacocca: If I wish to race Le Mans and you do not wish for me to race Le Mans, do we or do we not go?

     

    Iacocca: In that unlikely scenario, if we just can’t agree, then, yes. I mean, no. You are correct. You do not go.

    Interprete: In quel caso se non doves-…

    Ferrari: Grazie, ho capito.
    La mia dignità di costruttore, di uomo, di italiano, è profondamente offesa dalla vostra proposta.

    Traduttore: My integrity as a constructor, as a man, as an Italian is deeply insulted by your proposal.

    Ferrari: Tornatevene in Michigan.

    Traduttore: Go back to Michigan.

     

    Ferrari: Tornate alla vostra grossa, brutta fabbrica.

    Traduttore: Back to your big ugly factory.

    Ferrari: A costruire le vostre brutte e insignificanti macchine.

    Traduttore: Back to your big ugly factory, making its ugly little cars.

    Ferrari: E dite a quel porco del vostro padrone che i suoi arroganti dirigenti sono solo una massa di figli di puttana da quattro soldi.

    Traduttore: Tell your pig-headed boss that all his smug executives are worthless sons of whores.

    Ferrari: Tell him he’s not Henry Ford. He is Henry Ford II.

    E questo è il dipartmento delle macchine da corsa. Il nostro orgoglio.

    _______________

    Iacocca (che parla per Ford): La nostra proposta, come vedrà, è chiara e dettagliata.

    Assistente di Ferrari: Si parla di una fusione tra le aziende che formerebbe due entità.

    Iacocca: Ford-Ferrari. Il 90% delle azioni alla Ford che controllerà la catena di montaggio.

    Assistente: Nel contratto è specificato che la prima entità sarebbe destinata solo allo sviluppo e alla produzione.

    Iacocca: La seconda, Ferrari-Ford la squadra corse, al 90% della Ferrari.

    Assistente: Sì, la seconda entità è a maggioranza Ferrari che gestirebbe la squadra corse autonomamente da Maranello.

    Iacocca: Per chiudere questa operazione, Ford pagherà una somma importante.

    Assistente: Sulla bozza di contratto non era ancora quantificata la cifra.

    Iacocca: Dieci milioni di dollari.

    Ferrari: Avrò bisogno di un po’ di tempo per leggere.

    Assistente: Beh, credo che non avrete problemi ad accettare.

    Iacocca: Prego.

    _______________

    Ferrari: Signori, ho solo una piccola domanda riguardo al mio programma delle corse.

    Assistente di Iacocca: Se è solo sulle corse vuol dire che tutto il resto va bene.

    Ferrari: Se io voglio correre a Le Mans e voi non volete che io corra a Le Mans, io ci vado o non ci vado.

    Assistente di Iacocca: Non lo so… l’obiettivo di Le Mans è assolutamente fondamentale per il signor Ford. Non credo sia possibile dargli il via libera.

    Iacocca: Ascolti. Nel caso di uno sgradevole scenario, se non riuscissimo a metterci d’accordo, allora sì. Voglio dire, no. Ha detto bene lei, voi non ci andate.

    Assistente: Loro non vorrebbero che…

    Ferrari: Grazie, ho capito.
    La mia dignità di costruttore, di uomo, di italiano, è profondamente offesa dalla vostra proposta.

    Assistente di Iacocca: Onestamente siamo sorpresi, non ci sembrava che la nostra proposta potesse suonare offensiva.

    Ferrari: Tornatevene in Michigan.

    Colletto bianco Ford ad un collega: Sta diventando sgradevole.

    Ferrari: Tornate alla vostra grossa, brutta fabbrica.

    Assistente di Iacocca: evitiamo di rispondergli.

    Ferrari: A costruire le vostre brutte e insignificanti macchine.

    Assistente di Iacocca: non cadiamo nella provocazione, dammi retta.

    Ferrari: E dite a quel porco del vostro padrone che i suoi arroganti dirigenti sono solo una massa di figli di puttana da quattro soldi.

    Assistente di Iacocca: noi le abbiamo semplicemente portato una proposta. Non penso che siano insulti meritati. Riferiremo al signor Ford.

    Ferrari: E ditegli che lui non è Henry Ford. È Henry Ford secondo.

    Come è possibile notare, nessuno ha tirato fuori improbabili scene dialettali, cambi di nazionalità (impossibili visto che si parla dell’italianissima Ferrari) né persone che ripetono gli stessi concetti una seconda volta solo perché non si sapeva che cosa far dire all’interprete che parla italiano nella versione doppiata. La scelta di Massimo Giuliani è stata elegante, una boccata di aria fresca dopo decenni di forzature e insensatezze. Aiutato dalle dinamiche (fisiche, di gesti e sguardi) tra interprete e persona tradotta (che ben si adattano a quelle che intercorrono tra un consigliere fidato e la persona consigliata), da qualche frase detta da persone non inquadrate e da altre frasi che in originale sono solo bisbigliate e non udibili allo spettatore, il direttore di doppiaggio di Le Mans ’66 è riuscito a dare sensatezza e soprattutto naturalezza ad una scena altrimenti quasi impossibile da adattare in italiano. Complimenti.

     

    Sviste minori

    Non sarei io se non trovassi qualcosa. Facciamoci un giro tra le osservazioni lessicali per cui questo blog è noto, vi va?

    Henry Ford secondo piange, scena dal film Le Mans '66 - La grande sfida

    Si parte

     

    “Pops” e paparini

    Nell’introduzione al personaggio di Carroll Shelby (Matt Damon) e al suo collaboratore abbiamo questa battuta di Damon:

    (originale) Early bird gets the worm, Pops.

    (doppiaggio) Chi dorme non piglia pesci, Pops.

    Il problema non sta nel “pigliare pesci” ovviamente, il detto sull’uccellino mattiniero che cattura i vermi è essenzialmente l’equivalente del nostro “chi dorme…”, come evidenziato anche dalla linguista Licia Corbolante nel suo blog Terminologia etc…

    In inglese non è mattiniera solo l’allodola ma anche l’early bird, la persona che arriva o inizia a fare qualcosa molto per tempo, prima di tutti gli altri.
    The early bird catches the worm è un modo di dire simile a chi prima arriva meglio alloggia o, da un’altra prospettiva, è anche paragonabile a chi dorme non piglia pesci.

    Confezione dei Coco Pops, cereali della Kellogs

    La colazione dei campioni

    Il problemino invece è su quel “Pops” che in inglese è un modo informale per chiamare il proprio padre o, come in questo caso, per chiamare a scherzo (con affetto o scherno) una persona più anziana, ed è certamente trasformabile in papà, a volte lo si è anche sentito tradotto come paparino, solitamente viene fuori proprio in frasi ironiche dove si parla del “proprio vecchio” (altra definizione sentita in vari doppiaggi di film americani). In italiano “Pops” non vuol dire niente, lo troviamo nei Coco Pops (dove il “pop” è l’onomatopea dello scoppiettio, cioè il rumore tipico di quei cereali nel latte) e a qualcuno ricorderà quello delle classifiche “Top of the Pops”, dall’omonimo programma televisivo britannico con le canzoni più popolari del momento, poi anche importato dalla Rai nel 2000. Posso capire che il labiale di quella scena non lasciasse molto spazio, ma dire “Pops” in un copione in italiano è una di quelle cose che, non cogliendola al volo, sfuggirà a molti. Qualcuno penserà possa essere un nome di persona o un suo abbreviativo.

    Torna anche successivamente quando Matt Damon dice “Pops, incorniciala.” e così lo chiama anche Christian Bale (“fammi ripartire, Pops!”). A questo punto Pops sembra proprio il nome del personaggio, difficile intuire che si tratti del nomignolo di un collaboratore che è quasi un membro di famiglia. Per molti spettatori italiani sarà il “signor Pops” o forse l’abbreviativo di un qualche nome a noi ignoto. Popeye? Poppo? Popovich? Si tratta dell’ingegnere capo Phil Remington, collaboratore di lunga data di Shelby (Matt Damon).

    È sempre Matt Damon che tira fuori questo Pops anche in un altro contesto, durante il discorso pubblico per la Ford:

    When I was 10 years old, my Pops said…

    Che in italiano diventa

    Quando avevo 10 anni, Papà mi disse…

    La presenza di un Pops tradotto correttamente come papà fa intuire che la scelta di lasciare “Pops” nelle battute viste in precedenza sia stata deliberata e avrà avuto i suoi motivi, ma come fa il pubblico italiano a capire che “Pops” e “papà” sono equivalenti quando lo stesso film doppiato li tratta differentemente? Potreste pensare che sia un nomignolo lasciato in inglese per accuratezza storica e invece la figlia di Phil Remington specifica che nessuno lo ha mai chiamato così (anche se possiamo ammettere che il direttore di doppiaggio questo non lo poteva sapere):

    Benché onorata di vedere suo padre in un ruolo così prominente nel film, la figlia [di Phil Remington], Kati Blackledge, non ha potuto fare a meno di notare di come egli sia stato rappresentato diversamente da com’era realmente. Remington – sempre chiamato “Rem” da colleghi e amici – era sulla quarantina d’anni quando Ford partecipò a Le Mans e non ha mai avuto la barba in vita sua, tantomeno i baffi. Nel film, McKinnon interpreta un Remington molto più anziano e con i baffi, che risponde sia al nome di “Phil” che di “Pops”. “Mia madre era l’unica a chiamarlo Phil, e ricordo di aver riso la prima volta che lo hanno chiamato ‘Pops’ nel film” – dice la Blackledge. – “Potevo sentire la voce di papà nella mia testa che diceva ‘You calling me Pops?! I’ll give you a pop!’ [Traduzione di Evit: ‘Se mi chiami papà ti do una papagna’], alzava gli occhi al cielo e si allontanava. Era davvero divertente e aveva sempre un ghigno da sfottitore stampato in faccia.

    da ‘Motorsports HoF takes a bow in ‘Ford v Ferrari’’ su Racer.com
    (traduzione di Evit)

    Insomma “Pops”, per quanto non storicamente accurato, anzi, proprio in virtù di questo, poteva rimanere “papà”. La scena introduttiva non lascia dubbi sul fatto che non si tratti letteralmente del padre di Shelby.

    Ray McKinnon intervistato sul set del film Le Mans '66 - La grande sfida in cui viene chiamato Pops

    Papà Evit che vi spiega le cose

    Contaminazioni linguistiche: absolutely tradotto come assolutamente

    Tanto per essere chiari, siamo al verde?

    Assolutamente.

    In inglese la risposta “absolutely!” corrisponde al nostro “assolutamente sì“, quindi un sì deciso e inequivocabile. In italiano un “assolutamente” senza altre aggiunte è più ambiguo perché è un rafforzativo neutro, quindi richiederebbe l’aggiunta di un “sì” o “no” finale  perché, senza uno di questi, non solo rimane ambigua come risposta ma in alcuni casi potrebbe essere facilmente intesa come una risposta decisamente negativa, un “no” categorico, come riassunto dall’Accademia della Crusca nella pagina su l’uso di assolutamente dove viene riportato che nel 2003, il Sabatini Coletti. Dizionario della lingua italiana spiegava così l’uso del solo avverbio come risposta:

    Per ellissi della negazione [“assolutamente”] ha acquistato anche il significato di “no”, “per niente”, specialmente nelle risposte: “Sei stanco?” “Assolutamente”». Sembra quindi che, almeno in alcune zone d’Italia, l’avverbio abbia subito una deviazione di significato simile a quella che ha colpito affatto, che originariamente ha il significato di ‘del tutto’ ma viene spesso impiegato con valore negativo, in luogo di niente affatto.

    Passano gli anni e sempre più l’italiano viene “contaminato” dall’inglese ma già nel 1989 in Grammatica italiana. Italiano comune e lingua letteraria della UTET, veniva fatto notare come l’uso di assolutamente in senso positivo potrebbe risentire dell’influsso dell’inglese (absolutely). Un uso certamente andato ad aumentare nell’ultimo decennio, per quanto La Crusca concludeva la questione semplicemente consigliando di usare assolutamente “sempre in unione con sì o no”.

    Certamente, in un testo recitato (e non solo scritto) ci si può permettere di far dire al doppiatore la parola “assolutamente” in modo che si capisca se la risposta è positiva o negativa ma, così come La Crusca, anche io avrei consigliato di accompagnare quel “assolutamente” con un “sì”, soprattutto visto che il labiale in questa scena non lo precludeva. Dopo “absolutely”, infatti, la bocca rimaneva aperta e un “sì” ci poteva stare tranquillamente. Per quanto mi riguarda, “assolutamente” senza un “sì” o un “no”, rimane in gran parte dei casi una traduzione influenzata dall’inglese e da evitare se possibile nei film doppiati, ancora di più nella letteratura.

    Per fortuna sono i dialoghi originali stessi a portare subito chiarezza, la frase successiva è: as in “totally”? tradotto correttamente con: nel senso di “totalmente”?.

    I personaggi di Shelby e Ford nel film Le Mans '66 - La grande sfida

    – Vuole che rallenti?
    – Assolutamente.
    – Assolutamente sì o assolutamente no?

     

    Sformati di maiale, maledette guerre, beatnik e altre piccole cose

    Pork pies tradotto come “sformati di maiale” è la prima volta che lo sento dire, rispetto al più comune “pasticcio di (carne di) maiale” (da non confondere con il cappello pork-pie che prende il nome dalla forma del pasticcio di carne di maiale). Niente labiale in questa scena. A ben pensare, un qualsiasi “pasticcio di carne” sarebbe stato sufficiente. Perché specificare di maiale, specialmente in una battuta detta di spalle. Non un delitto, solo una scelta curiosa.

    “Una” maledetta guerra diventa “quella” maledetta guerra (“Because you fought in a bloody war!” ⇒ “perché hai combattuto in quella maledetta guerra!“). Sembra una cosa da niente presa fuori contesto ma cambia il significato implicito, sembra che la moglie ce l’abbia con quella guerra in particolare (la seconda guerra mondiale). Il contesto, in breve, è il seguente: Ken Miles (Christian Bale), avendo ormai 45 anni, si lamenta di aver iniziato troppo tardi la sua carriera da pilota per diventare un professionista, la moglie invece sottolinea il vero motivo, “Because you fought in a bloody war!“, che tradurrò come “(è) perché eri in guerra, dannazione!”. Entrambi i personaggi sono britannici, usano “bloody” come gli americani usano “fucking”, un’imprecazione. [NdA: Quel “bloody” in bocca ad un britannico infatti non vuol dire letteralmente “sanguinosa”, come qualcuno ingenuamente potrebbe credere.]
    Ma l’imprecazione “bloody war” non è rivolta alla guerra in sé, la moglie non sta maledicendo la seconda guerra mondiale né la partecipazione del marito, usa “bloody” per sottolinare in maniera forte la parola “guerra” come legittima giustificazione per una carriera iniziata tardivamente. Mettere l’imprecazione alla fine (dannazione, maledizione… quello che preferite) avrebbe riportato correttamente il significato di questa frase. Capirete che dire “perché eri in una maledetta guerra” oppure dire “perché eri in guerra, maledizione!” non sia proprio la stessa cosa.
    Tra parentesi, ammattendo pure che tutte le guerre siano brutte, un cittadino britannico non la definirebbe mai “una maledetta guerra” perché nella loro ottica è stata una guerra di difesa dall’invasione nazista.

    Il personaggio di Lee Iacoca nel film Le Mans '66

    Vi torna tutto fin qui?

    “Good to see you.” (è bello rivederti) diventa “Quanto tempo.” anche se i due personaggi (quello di Matt Damon e il figlio del pilota) si erano visti solo pochi giorni prima. Forse era il personaggio di Matt Damon che voleva essere simpatico con una battuta, ma tale comicità non è presente nell’originale e lo spettatore più disattento potrebbe essere portato a pensare che sia passato effettivamente tanto tempo dall’ultimo incontro. È comunque un momento simpatico, fedele al personaggio, quindi anche qui nessun grave delitto.

    “Senior creatives” (i dirigenti del settore marketing) diventano “i creativi della vecchia guardia” e quanto cavolo mi piace questa traduzione! Nel film è esattamente ciò che sono, la vecchia guardia del reparto marketing della Ford che mal vedono i più giovani con idee nuove (e odiano i beatnik) e gli mettono i bastoni tra le ruote. Le dinamiche dello scontro tra i colletti bianchi e i colletti blu, che poi sono il fulcro e la parte migliore del film, sono meglio riassunte da Cassidy del blog amico La bara volante nella sua recensione del film.

    Shelby (Matt Damon) difende la scelta del pilota Miles (Christian Bale) che non è ben visto dai dirigenti bacchettoni della Ford: “un beatnik? Quell’uomo è sbarcato con un carro armato sulla spiaggia al D-Day e lo ha portato fino a Berlino“. So che non c’era spazio per inserirci ulteriori parole ma in originale non aveva semplicemente portato un “carro armato” (tank) dalla spiaggia in Normandia fino a Berlino, bensì un “busted tank“, ovvero un carro armato già “rotto” alla partenza, il che attesta ulteriormente la sua capacità di meccanico oltre che di pilota, ma quella battuta serviva a far capire ai colletti bianchi della Ford che il personaggio di Christian Bale non fosse per niente un beatnik, quindi niente di sbagliato nell’abbandonare questo dettaglio per farci entrare il resto della frase. Purtroppo certe parole in italiano sono necessariamente più lunghe (tank = carro armato) e riducono i tempi utili delle battute.

    Nella lista delle cose che sono andate storte con la prima gara viene detto “E si sono rotte tante cose, in effetti le uniche cose che non si sono rotte sono i freni“. Sfugge il senso di quel “in effetti” (corretta traduzione di “in fact”), la non rottura dei freni come conseguenza logica delle tante altre rotture…? In inglese è una battuta consequenziale perché “break” come verbo (rompere) è la stessa parola usata al sostantivo plurale per i freni (breaks). La frase originale infatti è la seguente: “And a lot of stuff broke. In fact, the only thing that didn’t break was the brakes“. Non si può rendere tuto ma forse “in effetti” poteva essere sostituito da qualcosa di più appropriato o addirittura eliminato completamente. Lo so, direte e mi diranno “ma il labiale etc etc…”. Parafrasando Mark Twain: le preoccupazioni sul labiale, per quanto lecite, sono decisamente esagerate.

     

    Perché Ford v. Ferrari arriva in Italia come Le Mans ’66 – La grande sfida?

    ford v ferrari e Le mans 66 - la grande sfida, titolo e locandine poster a confronto

    Titoli e locandine a confronto

    È necessario specificare che l’Italia non è l’unico paese in cui il filmFord v. Ferrari” è arrivato con il titolo “Le Mans ’66. La Fox ha distribuito questo film come “Le Mans ’66” praticamente in tutti i paesi europei (con o senza l’aggiunta di un sottotitolo), incluso il Regno Unito, mentre è rimasto Ford v. Ferrari per Stati Uniti, Canada (sia nel titolo in francese che in quello inglese), Australia, Brasile, India, Israele, Nuova Zelanda, Russia, Vietnam. Nei paesi di lingua spagnola del Sud America arriva invece come Contra lo imposible.
    Nonostante abbia etichettato questo articolo nella mia rubrica “titoli italioti“, è chiaro che non si tratta di una scelta limitata alla distribuzione italiana, né di una scelta della divisione italiana della Fox, ma di una precisa scelta di marketing presa a più alti livelli della 20th Century. Quella del sottotitolo invece, “la grande sfida”, può effettivamente essere una scelta della divisione italiana della Fox e la ritroviamo anche nella titolazione di altri paesi dove ritorna spesso l’idea di un duello o di una sfida. Per quanto possa personalmente piacere o non piacere, è chiaro che non si tratta della solita titolazione “a caso”, che invece abbiamo visto tante altre volte per il mercato italiano.

    Le motivazioni della Fox per questo cambio di titolo per il mercato europeo non sono state rese note ufficialmente, ma questo limite geografico, così specifico, può farci immaginare il motivo. Il sito Screenrant la mette così:

    Considerando che la 24 ore di Le Mans si svolge in Francia ed è una gara immensamente popolare in Europa, ha senso che il film prenda il nome da un evento che gli europei – inclusi quelli che non sono appassionati delle corse automobilistiche – possano in qualche modo riconoscere.

    Pur non essendo in alcun modo appassionato di motori, anche un ignorante come me ha sentito parlare di “Le Mans”, l’idea di una versione europea del titolo è dunque un cambiamento più che comprensibile ma chi ha visto il film potrà concordare con l’autore di quello stesso articolo quando nel paragrafo successivo indica il titolo di Le Mans ’66 in qualche modo fuorviante, in quanto mette l’attenzione sulla gara (che è sì rappresentata nella porzione finale del film) invece che su quello che è il vero soggetto e motore della storia, ovvero la sfida quasi impossibile della Ford nel costruire un’auto da corsa che potesse competere con la Ferrari, e le persone che vi hanno contribuito. Non è Rush di Ron Howard, tanto per intenderci.

    Un sito americano dedicato all’industria automobilistica riporta le perplessità sulla scelta del titolo “Le Mans ’66” per il mercato britannico e riassume brevemente altri possibili motivi del cambiamento di titolo per il mercato europeo, tutte ipotesi in attesa di una spiegazione ufficiale che forse non arriverà mai.

    Non riesco a trovare nulla che indichi il motivo per cui il titolo sia stato modificato per l’uscita britannica. Forse per qualche problema di copyright. Forse il titolo “Ford batte Ferrari” è a un tale livello di orgoglio americano che la 20th Century Fox avrà pensato non avrebbe risuonato altrettanto bene con il pubblico britannico. O forse qualcuno da quelle parti [nel Regno Unito] avrà pensato potesse sembrare il titolo di film in cui la Ford fa causa alla Ferrari, e ha deciso che era stupido, proprio come Batman V Superman era stupido.

    da ‘Weirdly Ford V Ferrari is called Le Mans ’66 in the UK’ su Jalopnik.com
    (traduzione di Evit)

    Il problema del titolo italiano (e in generale europeo) è che potrebbe dare delle false aspettative. Personalmente non ho trovato di alcuna attrattiva il titolo “Le Mans ’66” perché rifuggo l’argomento motori come la peste, ed è stato solo il titolo americano (oltre alla visione del trailer) a farmene invece interessare, essendo il titolo originale (Ford v Ferrari) più diretto, immediato, più rappresentativo e più appetibile anche ai non appassionati: una sfida tra marchi noti dove è implicito che sia la Ford a dover faticare per sfidare Ferrari. Chiarissimo.
    A prescindere dai miei interessi personali, nominare Le Mans ’66 fa pensare invece soltanto ad una sfida in pista alla famosa (per me solo di nome) gara automobilistica di Le Mans, argomento di interesse più limitato per un pubblico generalista.

     

    L’adattamento Le Mans ’66 – La grande sfida ha vinto la gara?

    Come è possibile intuire dall’oggetto delle mie “lamentele”, marginali e di poca importanza, il copione di Le Mans ’66 non è adattato bene, è adattato benissimo! E per quanto ne capisca io di automobili, lo è anche nelle parti più tecniche dei dialoghi. Dopotutto nei titoli di coda è citata la consulenza tecnica di un ingegner Ireneo Germani. La traduzione messa a confronto con il copione in inglese attesta la competenza con la quale è stato tradotto, non ci sono mai inglesismi superflui né parole che stonerebbero in un film ambientato negli anni ’60 (team player, pork pie, termini del marketing etc… sono stati tutti adattati, e neppure “sandwich” è rimasto in inglese sebbene avrebbe potuto) e i dialoghi non soffrono di traduzioni troppo dirette (“finer than frog fur“, ad esempio non è diventato “più fine del pelo di rana” ma “più prezioso di una perla rara”) e denotano una comprensione tutto sommato profonda del testo originale.

    Se un lavoro simile poteva non essere degno di nota in un’epoca diversa, nel 2019, cioè nello stesso anno di altri film doppiati con dialoghi che inciampano nella comprensione e quindi della traduzione delle frasi più semplici, oppure le forzano al punto da essere anacronistiche o innaturali, questo lavoro su Le Mans ’66 diventa qualcosa da sottolineare e da applaudire.

    Christian Bale che fa il segno dell'OK nel film Le Mans '66 - La grande sfida

    È andata

  • TITOLI ITALIOTI: Jimmy Bobo – Bullet to the Head

    Locandina italiana di Jimmy Bobo Bullet to the Head con Sylvester Stallone

    Il pubblico italiano si domanda spesso chi si cela dietro la scelta di titoli italiani assurdi, insensati, “spoileranti”, incomprensibili, sgrammaticati o anche semplicemente scemi… quei titoli insomma che raccolgo nell’apposita rubrica titoli italioti. Il più delle volte ci dobbiamo fermare ad incolpare “quelli” della distribuzione, delle non ben precisate e anonime figure degli uffici marketing dei distributori cinematografici il cui scopo è quello di trovare un titolo il più accattivante possibile per il mercato italiano. Stavolta possiamo dire qualcosa di più sull’origine di un titolo che ancora fa sghignazzare internamente.

    Il 14 novembre 2012 viene presentato in anteprima mondiale al Festival del cinema di Roma Bullet to the head con Sylvester Stallone, letteralmente “una pallottola in testa” (frase presente nel film, nonché situazione ricorrente), è il ritorno di Walter Hill alla regia dopo un decennio di assenza dalle scene. Questo “action thriller”, molti mesi dopo il mezzo flop ai botteghini americani, arriva nelle sale italiane il 4 aprile 2013 con il titolo Jimmy Bobo -- Bullet to the Head. Siamo l’unico paese a ricevere un titolo contenente questo buffo nome, Jimmy BOBO, che poi è il soprannome di James Bonomo, il personaggio interpretato da Stallone nel film. Cosa è successo al titolo di questo film nel lasso di tempo trascorso tra l’anteprima romana e l’uscita nelle sale italiane? Una cosa inusuale: la distribuzione ha chiesto agli italiani di scegliere un titolo, con un sondaggio su internet.

    James Bonomo alias Jimmy Bobo

    Il sondaggio per scegliere il titolo italiano di Bullet to the Head

    Il 21 novembre 2012, pochi giorni dopo l’anteprima romana, il blog ScreenWeek.it riporta l’annuncio dell’arrivo di Bullet to the Head nelle sale italiane il successivo aprile con un titolo a scelta tra questi tre:

    1. Jimmy Bobo
    2. Le regole di Jimmy Bobo
    3. Il codice di Jimmy Bobo

    Tutti e tre focalizzati sul buffo soprannome del protagonista. Sia ScreenWeek, BadTaste che Cineblog si fanno portavoce del sondaggio per la scelta del titolo con cui arriverà nelle sale del nostro paese. Una settimana dopo viene annunciato il titolo che ha ricevuto più voti.

    BadTaste riporta così la vittoria:

    Ad aver vinto, con il 40.1% delle preferenze, è stato Jimmy Bobo. La pellicola verrà quindi distribuita con questo titolo nei cinema dello stivale.

    E infatti qui trovate il sondaggione [che riporto anche nell’immagine sotto, dovesse sparire in futuro!]. Per non fare brutta figura hanno evitato di specificare il numero complessivo dei partecipanti. 100? 1000? 10.000? …10?

    Risultati del sondaggio per la scelta del titolo Jimmy Bobo Bullet to the Head

    E così vinse Jimmy Bobo in una scelta tra Jimmy Bobo, Qualcosa di Jimmy Bobo e Qualcos’altro di Jimmy Bobo.

    And the winner is… Jimmy Bobo

    Inutile girarci intorno, il problema di questo titolo “Jimmy Bobo” è che suona scemo. Sarà pure il nome del protagonista, ma come titolo del film è ridicolo, soprattutto se pensiamo che comunque la gente di solito prima sente un titolo e poi, forse, decide di guardare il film. In realtà non è neanche il nome del protagonista bensì il suo SOPRANNOME, nonostante la campagna pubblicitaria avesse cercato a lungo di giustificare questo Jimmy Bobo dicendo che era il suo nome, quasi fosse un nuovo John Rambo, cercando di dargli una qualche legittimità o addirittura dignità. Scavando nelle recensioni di chi sponsorizzava il sondaggio per la scelta del “nome più scemo per un film di Stallone”, sembra che fossero tutti concordi su una cosa: avrebbero preferito “Jimmy Bobo” e basta.

    Alla redazione di ScreenWeek piace il più semplice, Jimmy Bobo, proprio perché richiama i titoli più noti della carriera di Sylvester Stallone, sempre centrati sul nome del protagonista (Rocky, Rambo, Cobra) ed entrati tutti nella storia del cinema.

    Certo, Rambo, Rocky, Cobra… Bobo. Stessa epicità.

    Anche l’autrice dell’articolo su Cineblog, prima propone i tre titoli a scelta e poi ci tiene a specificare:

    A me piace il semplice “Jimmy Bobo”. A Voi?

    A noi non piace neanche Jimmy Bobo se è per questo.
    Di solito quando si propone un sondaggio al pubblico avrebbe anche senso non dare la propria opinione in merito, forse è stato suggerito di imboccare quella risposta? Jimmy Bobo liscio, senza ghiaccio. Le mie sono illazioni di poco conto, rimane comunque il problema della non-scelta, perché quelle tre opzioni non rappresentavano una vera scelta, sono semplicemente lo stesso titolo con qualche variante, e in più suona ridicolo. Come dite? “Bobo” è nel film? Beh, non c’era bisogno di metterlo anche nel titolo.

    Come diceva una vecchia pubblicità con Sylvester Stallone e regia di Zack Snyder (non sto scherzando): per essere credibili il nome è importante.

    (I distributori non hanno badato all’avvertimento della pubblicità.)

    L’effetto buffonesco di questo titolo non è sfuggito né al fumettista Leo Ortolani, che nel suo libro Il buio in sala presenta la recensione a fumetti del film con il titolo Jimmy Bobo -- Una pallottola in testa al titolista italiano, né tanto meno a “Nanni Cobretti”, autore del blog i400calci, che sulla scelta dei titoli scrive:

    salta fuori che mettono a disposizione solo tre misere opzioni di cui la a) è triste, la b) è uguale alla a) ma con tre paroline in più, e la c) è un esatto sinonimo della b).
    Insomma: non siamo per nulla soddisfatti.

    e nello stesso post propone un contro-sondaggio con suggerimenti ironici come è nello stile dei 400 calci: “Uccidere in faccia“, “Bobo e Momo nemiciamici“, “Bobocop“, “Dio perdona, Jimmy Bobo… Boh“, “RamBobo“, “Fermati o Bobo spara“, “The ExpendaBobols“, etc…;

    Vignetta di Leo Ortolani su Jimmy Bobo intitolato una pallottola in testa al titolista italiano

    da CineMah presenta IL BUIO IN SALA, di Leo Ortolani. Pagina 33.

     

    L’intera recensione a fumetti la trovate sul sito di Leo Ortolani BULLET TO THE HEAD – la recensione di Jimmy Bobo.

    L’adattamento italiano di Jimmy Bobo

    Una piccola nota sulla versione italiana del film curata da Marco Guadagno (all’adattamento e alla direzione) che ci regala un adattamento a dir poco perfetto, senza grinze, con frasi naturali e nessuna traduzione diretta, molto lontano da alcuni suoi altri lavori disneyani o netflixiani di cui abbiamo parlato anche qui. Se in Dolemite Is My Name (recensito dal nostro Leo) abbiamo scoperto ad esempio che i “motherfucker” diventavano tutti invariabilmente “figlio di puttana” a scapito anche della naturalezza di alcuni dialoghi, in Jimmy Bobo abbiamo un “you motherfucker!” che diventa “brutto pezzo di merda!”, l’esclamazione “Jesus!” che diventa “cazzo!” e potrei andare avanti a lungo. Se sulla carta vi sembrano traduzioni non esatte è perché non avete il contesto della scena.

    Queste frasi, sentite nel contesto (così come tante altre frasi del film), suonano completamente naturali perché è ciò che direbbe una persona in lingua italiana nella stessa situazione. Si parla infatti di “adattamento” e non semplicemente di traduzione. È un concetto sempre più estraneo al pubblico di oggi che, pur con una conoscenza in molti casi limitata ma sovrastimata dell’inglese, pretende traduzioni alla lettera e questa cosa la chiama “fedeltà al testo originale”.

    Tolta di mezzo questa nota e mio plauso personale a Marco Guadagno (quando ce vo’, ce vo’), non facciamoci distrarre dalle cose serie e torniamo al nostro titolo scemo: JIMMY BOBO!

    Un concorso truccato?

    Di quanto fosse ridicolo il titolo se ne devono essere resi conto anche alla Buena Vista International in realtà, perché quando poi sono andati a distribuirlo hanno sentito il bisogno di introdurci l’originale “Bullet to the Head” come sottotitolo, il titolo con cui è arrivato in sala dunque non è semplicemente “Jimmy Bobo” come votato dal 40% dei partecipanti al sondaggio bensì “Jimmy Bobo -- Bullet to the Head”. Quindi il sondaggio per scegliere “il miglior titolo italiano” cosa lo fate a fare?

    Per la scelta in sé non possiamo nemmeno dare la colpa ai partecipanti al sondaggio visto che, a conti fatti, la scelta era già stata fatta a priori e temo che l’idea del sondaggio sia stata una bieca manovra, un po’ pubblicitaria (far parlare del film grazie alle facili condivisioni di un “contest”) e un po’ paracula (se qualcuno se ne lamenta diremo che l’hanno scelto gli italiani con un “sondaggio su Facebook”). Intanto ci teniamo Jimmy BOBO, titolo italiota, a vita. Vediamo il bicchiere mezzo pieno però, pensate se si fosse chiamato POPO. Ad aggiungere un accento alla fine è un attimo.

    Comunque credo di aver capito chi lavora negli uffici italiani della Walt Disney…

    Il signor Burns con l'orsacchiotto Bobo, dai Simpson

    L’unico e VERO Bobo, con una pallottola in testa.

     

  • Quando la strega Elvira perse contro la mascolinità fragile italica

    Elvira

    TETTE!

    Ora che questa parola ce la siamo tolta di torno e ho la totale attenzione del pubblico maschile possiamo passare a parlare dell’adattamento italiano di Una strega chiamata Elvira (Elvira: Mistress of the Dark, 1988), il debutto cinematografico del personaggio di Elvira, presentatrice vamp di Movie Macabre (1981-1993), un contenitore televisivo americano forse paragonabile al nostro Notte horror di quelle uniche due estati ’89-’90 con lo Zio Tibia. Il film arriva in italia con un adattamento lesivo del personaggio e non c’è bisogno di essere bilingue né di averlo visto in lingua originale per rendersene conto, le battute alterate nel copione italiano sono ben più evidenti dei seni di Elvira di cui tutti parlano in qualsiasi recensione.

    Elvira e il cane Gonk

    Il cane punk con il nome “da frocio”

    Le modifiche al copione che troviamo nel doppiaggio italiano non inficiano la comprensione del film, ma di sicuro alterano la percezione del personaggio di Elvira che ci viene praticamente spacciata come una ninfomane che fa battute sui “froci” quando è chiarissimo che Elvira non direbbe mai niente del genere!

    L’attrice che la interpreta, Cassandra Peterson, ha dichiarato che la sicurezza di sé e il suo caratteristico atteggiamento vengono dall’essere stata allevata (professionalmente parlando) “da un branco di drag queen e omosessuali” quando da adolescente in Colorado lavorava come ballerina e cantante in un bar con spettacoli di drag queen, esperienza che l’ha poi portata successivamente a Las Vegas come showgirl, un decennio prima dell’arrivo in TV come presentatrice. Cassandra ha vissuto l’equivalente di 1000 vite diverse, avendo cantato con Elvis Presley, recitato in un film di Fellini, in un film di James Bond, cantato in una band italiana degli anni ’70, scambiato ricette di cucina con Vincent Price, perso la verginità in modo violento con Tom Jones (immaginavate che Tom Jones fosse un aggressivo donnaiolo? Neanche Cassandra) ed è la creatrice (ed oggi unica azionista) del marchio Elvira. E gran parte di queste cose le ha fatte prima dei 30 anni (sigh!).

    Life goals

    Il fenomeno Elvira, sconosciuto in Italia

    Su Wikipedia è riassunta alla perfezione come una presentatrice televisiva di una rubrica horror con un aspetto da vamp malvagia controbilanciato dalla personalità pimpante di una donna verace con la risposta sempre pronta. O almeno questo è un mio estrapolato dalla pagina di Wikipedia in inglese perché la versione italiana è troppo presa dal descrivere le sue curve: “La Peterson non ha mai avuto necessità di alcuna chirurgia plastica o di impianti per migliorare le sue naturali “curve” [senza fonti].

    Molto enciclopedico

    Per capire il fenomeno Elvira in America, immaginate se Zio Tibia di Notte horror fosse stato una donna vestita in modo provocante e con la battuta pronta. Avremmo ancora 40enni che ne parlano su Facebook nei gruppi “che ne sanno i giovani d’oggi…”. Invece in Italia è arrivato direttamente il suo primo film senza una precedente notorietà televisiva e quindi senza neanche sperare di poter lasciare un segno nella cultura popolare italiana.

    Personaggio di Booberella o Popparella dalla serie i Simpson

    Un po’ come successe per il personaggio televisivo Pee-wee Herman il cui primo film, popolarissimo in America,  Pee-wee’s Big Adventure del 1985 (in cui compare anche Cassandra Peterson), fu doppiato (secondo il Genna) appena negli anni ’90 e arrivò in home video in Italia direttamente in DVD nel 2006 (secondo Wikipedia)… e solo perché il regista si chiama Tim Burton, sennò manco quello. Il suo sequel, Big Top Pee-wee – La mia vita picchiatella (1988), paradossalmente uscì molto prima in Italia, in VHS, alla fine degli anni ’80. In tal senso Elvira è stata molto più fortunata dal momento che entrambi i suoi film sono arrivati regolarmente nel nostro paese.

    In molti potrebbero aver visto la sua versione a cartoni nei Simpson, “Booberella” (o “Popparella” in italiano), ancor prima di essere esposti al film o al personaggio, magari scambiandola per una versione sexy di Morticia Addams, a cui il personaggio di Cassandra Peterson comunque si ispira.

    Come distruggere un icona con battute sul (e del) cazzo

    Il personaggio di Elvira è arrivato da noi oltremodo distorto a causa del suo adattamento che riflette quello che è ancora oggi un problema Paese. C’è infatti una differenza che gli italiani del 1989 (e sono certo anche quelli del 2019) non hanno chiara: una donna può vestirsi in modo appariscente e avere anche atteggiamenti “sexy” e allo stesso tempo non essere di facili costumi. Questo concetto è chiarissimo sin dall’inizio del film, quando il produttore che allunga le mani finisce istantaneamente col culo per terra e piagnucola con il suo assistente “mi avevi detto che era ninfomane!” per poi licenziarla. Come dice la stessa attrice del suo personaggio: “Elvira è una donna sexy ma anche forte, che non si fa mettere i piedi in testa“, sa ciò che vuole e ci insegna subito (anche a suon di botte) a non giudicarla dall’aspetto esteriore. Tutti i viscidi cascamorti che incontriamo nel corso del film finiscono letteralmente a calci fuori dalla porta e il suo nemico naturale, ancor prima dello zio stregone assetato di poteri ultraterreni, sono i cittadini moralisti, ipocriti e bigotti della provincia americana dove Elvira finisce suo malgrado. E qui ci potremmo vedere del materiale per Tim Burton ma io ci vedo anche un po’ Footloose, con la gioventù di provincia soggiogata dai genitori puritani.

    Chi se le cerca è solo quello con il cappello da cowboy

    Chiaramente chi ha adattato i dialoghi italiani di questo film non ha capito il personaggio di Elvira altrimenti non le avrebbe fatto dire con disprezzo che al cane Algonquin hanno dato un nome da frocio, né le avrebbero fatto dire di essere una depravata puttana! Elvira potrà essere anche ammiccante e non far mistero del fatto che le piaccia il sesso (che schifo il sesso, vero?), potrà anche essere intraprendente con gli uomini che le piacciono, ma in lingua originale non è LETTERALMENTE UNA NINFOMANE (oggi comunque si dice “ipersessuale“), né tanto meno un’omofoba. Ma potremmo sospettare che il pregiudizio personale di qualcuno si sia infiltrato nell’adattamento italiano oppure che il copione sia stato alterato ad uso e consumo del maschio italico anni ’80, quella figura mitologica nota come “Er canotta“. Questo spettatore ideale è l’uomo che si sente a proprio agio soltanto quando vede riconfermati i suoi pregiudizi: se si veste da (quella che egli percepisce come) troia, è troia. Al massimo può essere una troia simpatica.

    Tutte le battute che alterano il personaggio di Elvira nel doppiaggio italiano

    Elvira che imbraccia un bazooka, la vignetta dice: ve lo faccio saltare in aria questo adattamento

    Elvira non è omofoba

    Il film inizia con le riprese di un episodio del suo show televisivo nel quale presenta horror d’annata prendendoli anche in giro e in chiusura augura a tutti la buona notte ricordando una massima da bar sport: “fatelo poco ma fatelo bene“, che culturalmente parlando è ad un passo di distanza da “mio nonno campò cent’anni perché si faceva i cazzi suoi”. La battuta sul farlo poco e farlo bene ovviamente non esiste in inglese, è un invenzione italica per trasformare da subito la nostra presentatrice fatalona in una ninfomane che parla solo di sesso. In inglese augurava semplicemente “unpleasant dreams“, letteralmente “sogni sgradevoli”, al posto di “sogni d’oro”, che poteva sicuramente essere resa in modo creativo senza subito ricorrere a battute da cinquantenni costantemente allupati.

    In questo genere di battute, l’ironia del personaggio di Elvira è la medesima che caratterizza la famiglia Addams, dove i modi di dire normalmente “in positivo” o le abituali norme comportamentali vengono riproposte in un’inaspettata variante negativa da mondo alla rovescia (Morticia che invitava i figli a “giocare col cibo” o che tagliava i petali delle rose prima di metterle nel vaso). Innocuo umorismo senza pretese, dite? Certamente, gli Addams ci hanno campato per decenni ed è un topos tipico della commedia. Del resto è il tipo di umorismo usato anche dal nostro Zio Tibia. “Unpleasant dreams” ritornerà come battuta finale ma anche in quel caso tradotta in un’ottica diversa, ma ci ritorniamo tra poco.

    Show televisivo di Elvira

    Altro momento esemplare arriva dopo l’arresto di Elvira (per stregoneria) quando, in maniera offensiva, le viene negato il diritto a una telefonata, risponde quindi al poliziotto esordendo con un “senti, finocchio!“. Un’altra offesa gratuita che non verrebbe mai dal suo personaggio, non a caso in inglese dice “listen, paunchy!” (senti, panzone!). Ai pochi italiani che hanno visto il film sarà sfuggito il perché della reazione del poliziotto, che si guarda istintivamente la pancia. Magari pensavano si guardasse l’uccello per assicurarsi che fosse ancora lì. Ah, le grasse risate a spese degli omosessuali. Uah-uah-uah… lo ha chiamato finocchio, uah-uah-uah, da morì da i’ ridere proprio.

    Per concludere sull’argomento omofobia inesistente in originale, quando Elvira tosa il cane Algonquin (il barboncino ereditato dalla prozia) e lo addobba da cane punk con tanto di borchie e cresta colorata, decide di cambiargli anche il nome abbreviandolo in “Gonk” perché Algonquin lo riteneva un “sissy name“, cioè un nome da femminuccia, inadatto evidentemente al nuovo look. Ma un conto è dire “un nome da femminuccia“, un conto è dire “un nome da frocio“. Le parole hanno un peso ben preciso. Esigenze di labiale, dite? Forse, ma a questo punto il labiale diventa il problema minore.

    Gonk il cane di Elvira

    Gonk is not amused

    Perché Elvira è omofoba nel copione italiano?

    Una supposizione. Il suo avercela con i “froci” rientra perfettamente nella mentalità maschilista di chi ha adattato il copione con questo personaggio inventato della ninfomane impetuosa: siccome ella vorrebbe farsi qualunque uomo le capiti a tiro, taccia di “finocchi” coloro che le si mettono contro, perché comunque non le sarà possibile accoppiarsi con loro. Se negli anni ’80 questo genere di commedia era ovunque in Italia, oggi sa di marciume (anche se la mentalità rimane comunque latente per un gran numero di italiani).

    Da quando esiste la commedia è esistita la commedia con personaggi omosessuali, Mel Brooks ad esempio ne ha sempre inserito qualcuno, spesso personificato nello stereotipo della “checca isterica”, ma senza tuttavia implicare che fossero dei mostri da disprezzare o detestare in quanto omosessuali. In Italia la commedia in cui si accenna all’omosessualità si è quasi sempre limitata al puntare il dito contro qualcuno per dirgli con spregio “finocchio!” oppure all’idea del “fa ridere perché lo ha chiamato finocchio e lui non lo è“, dando per scontato che nessuno degli spettatori vorrebbe mai esserlo. Er canotta di certo non vorrebbe esserlo. In pratica la commedia italiana non ha mai superato la quinta elementare. Qualcuno, Pozzetto ad esempio, si salva ma sono veramente pochi. Peccato però che questo tipo umorismo sia andato a contaminare anche altri prodotti esteri al loro arrivo in Italia (ricordate il lavoro del Bagaglino su Fritz il gatto? Da galera), inclusa Elvira che con questa mentalità non ha proprio niente a che vedere.

    Se Elvira è dichiaratamente mascolina, questa sua componente da “maschiaccio” è stata traslata nel nostro paese in “maschiaccio italico”, er canotta, e invece di giocare sul contrasto, il personaggio di Elvira e il film stesso finiscono per essere una sorta di riconferma di tutti i pregiudizi maschilisti, dall’omofobia al giudicare una donna dal modo in cui si veste. Se un doppiaggio potesse mai rappresentare il pensiero “se lo merita perché si veste così”, quello sarebbe proprio il doppiaggio di Una strega chiamata Elvira. Si può anche giocare sull’essere sexy senza essere necessariamente maniaci sessuali. Ah, questo ci porta al prossimo punto.

    Elvira non è una maniaca sessuale

    Durante la prima notte nella casa ereditata dalla prozia, Elvira si siede allo specchio della toletta e imita la Regina Cattiva di Biancaneve:

    Elvira davanti allo specchio come la regina cattiva di Biancaneve

    Mirror, mirror on the wall, who’s the most drop-dead gorgeous of them all?

    “Drop-dead gorgeous” vuol dire bella da morire, da togliere il fiato, uno schianto, etc… insomma avete capito. Non certo una “depravata puttana” come dice nel doppiaggio italiano. Oh, sì che lo dice:

    Specchio delle mie brame, chi è la più sensazionale e depravata puttana del reame?

    E la successiva battuta invece di essere “lo dici tanto per dire” (oh, you’re just saying it!) è adattata in accordo con quanto appena detto: “sfacciato!“. Elvira in italiano si vede come una puttana depravata e questo è ribadito in modi diversi e più volte nel doppiaggio mentre in inglese ha semplicemente un’alta stima di sé. Se non è cambiare il personaggio questo, non so proprio cosa lo sia. L’unico momento in cui appare sfacciata è quando trova un uomo che le piace (uno in tutto il film, il timido Bob) e si approccia a lui come Elvira potrebbe fare.

    Una scena di Una strega chiamata Elvira, Elvira con i ragazzi

    In una scena successiva Elvira cerca di convincere i ragazzi ad andare a vedere “uno dei peggiori film mai fatti” ma a questi è stato proibito di frequentarla, pena l’espulsione dalla scuola, quindi restano impassibili alle sue descrizioni sulla bruttezza del film, e lei rincara la dose:

    Insomma parla di certi… movimenti. Spiega cosa si può fare in barca per esempio.

    Il “cosa si può fare in barca” è detto mentre mima il gesto di remare. Sembra che voglia convincere i ragazzi promettendo un film pieno di sesso. In realtà sta mimando la gestualità di Michael Jackson che canta “Bad”:

    It is bad! You know, like “bad” as in… bad, like, “I’m bad, shamone, you know it!”.

    Non che si potesse rendere la stessa battuta anche nella nostra lingua ma, ovviamente, dove va a parare l’alternativa italiana? Sempre lì…

    Maccio Capatonda che fa il gesto di scopare

    Scopare!

    Per ribellarsi ai genitori bigotti, la descrizione di un film brutto non è sufficiente e così Elvira si gioca la carta della pietà facendo finta di avere tendenze suicide: preannuncia che avrebbe messo la testa nel forno e conclude dicendo:

    Se qualcuno vi chiederà di me, ditegli che avevo un gran bel paio di gambe… e anche un gran bel paio di tette.

    Se vi sfugge la battuta è perché non è stata tradotta. In inglese recitava questo:

    Se qualcuno vi chiederà di me, ditegli che ero più di un gran paio di tette… ero anche un incredibile paio di gambe.

    Come con tutte le battutine di Elvira, non è la battuta in sé a far ridere, è il modo in cui viene detta. E se in inglese gioca sul “sono più di quello che vedete” (sovvertendo due volte le aspettative), in italiano dichiara semplicemente di essere un paio di tette e un paio di gambe, senza dubbio alcuno… e penso che chi ha adattato questo film in italiano non se lo sia posto proprio, il dubbio.

    I was more than just a great set of boobs

    Più di un gran paio di tette, ci sono anche le gambe.

    Arriviamo così alla proiezione del filmaccio di mezzanotte, Elvira commenta in diretta Pomodori assassini (Attack of the Killer Tomatoes!, 1978) e a fine serata richiama l’attenzione dei ragazzi con un “ladies and dobermans” che in italiano diventa “patatine e piselloni“. Anche qui Elvira passa per assetata di sesso, quando la battuta era facilmente traducibile come “ragazze e bestioni”, ben diversa anche come intenzioni. “Doberman” non ha altri significati noti nella lingua inglese oltre la razza di cani, a meno che gli sceneggiatori non ne forzino uno loro, come sottolineato in questa risposta su Quora.
    Invece di chiamare gli uomini delle bestie, che ricade perfettamente nel suo personaggio, in italiano ne apprezza gli enormi peni. L’esatto opposto.

    Maccio Capatonda che fa il gesto di scopare

    Continuando sullo stesso tema, la frase “la vendetta è meglio dell’orgasmo” è la reinterpretazione italo-sessuomane di “revenge is better than Christmas” (la vendetta è meglio del Natale”). Peccato, ci siamo persi un gadget a tema natalizio molto simpatico.

    Tazza di Elvira con scritta la vendetta è meglio del Natale

    Anche l’ultimissima frase del film, quando per la seconda volta Elvira augura a tutti la buona notte con il suo tradizionale “unpleasant dreams” seguito da un occhiolino ammiccante (la battuta di chiusura dello suo show televisivo), in italiano deve dire qualcosa di zozzo: “non fate sogni bagnati“.

    [insert meme-scopare.jpg]

    È il classico caso dove potremmo usare una volgare espressione popolare con riferimento alla persona che ha adattato il copione del film. Posso dirlo? Lo dico. Se invece di adattare questo film si faceva una sega era meglio.

    L'attore Kurt Fuller in una scena del film Una strega chiamata Elvira

    Il responsabile dell’adattamento italiano?

    In questa continua ricerca della battuta a sfondo sessuale, è curioso che gliene sia sfuggita una presente invece nel film in lingua originale! Questa arriva durante il restauro della vecchia casa quando Elvira, approfittandosi della smania di guardarla che hanno degli adolescenti della piccola cittadina, li mette tutti a lavorare “aggratis” per rimettere a posto la casa della prozia così da venderla e scappare al più presto a Las Vegas. Le basta sfoderare quelle pose sexy che usa nel suo programma televisivo che i ragazzi accorrono letteralmente a frotte per poi ritrovarsi a scartavetrare, martellare e dipingere la vecchia casa. Quando Elvira viene avvertita dell’arrivo di nuove leve, si trova in ginocchio che sculetta a passo di Shout!, si gira verso di loro e dice “fantastico! Allora fate qualcosa anche voi.”. Questa frase in originale era “Great! Just grab a tool and start banging“, ovvero “fantastico! Allora prendete un attrezzo e dateci dentro”. Come hanno fatto a perdersi un’altra occasione per darle della puttana?

    Occasioni mancate

    Altre piccole traduzioni errate

    Elvira invita Bob a mangiare a casa sua ma non sa cucinare, così prende il libro di ricette della prozia (che si rivelerà essere un libro di incantesimi) e getta le peggio schifezze nella pentola sperando che ne venga fuori qualcosa di commestibile, per questo quando esce dalla cucina con l’intruglio appena preparato esclama “it’s soup!” (letteralmente “è minestra!” o, a giudicare dall’aspetto finale, forse è più un “minestrone”).
    In italiano Elvira esclama “il pranzo è servito!” e non so se volesse essere un riferimento al popolare quiz televisivo italiano di quel periodo Il pranzo è servito (1982-1993) e di per sé non è un’alterazione sbagliata se non fosse che la scena si svolge palesemente di notte, chi pranza di notte? Difatti, letteralmente due battute dopo, Elvira dice “spero che tu abbia fame perché ecco qui la cena“.

    Mostro emerge dalla pentola in una scena di Una strega chiamata Elvira

    La cena

    Aggiungo qui una piccola nota che potrebbe sfuggire anche guardando il film in inglese sottotitolato. Quando Elvira nomina alcuni film “I married Satan” e il suo seguito “I married Satan 2” (entrambi inventati) ci perdiamo un gioco di parole che vuole che il numero “2” in inglese si legga esattamente come “too” che in quella frase vuol dire “anche io”. Quindi il seguito suona anche come “Anch’io ho sposato Satana!”. Ovvio che certe cose non sono riproducibili nella traduzione e non gliene facciamo una colpa.

    Vederlo in italiano o in inglese?

    Mi dispiace per i vari amici blogger (ne hanno parlato sia La bara volante sia La cupa voliera del Conte Gracula riassumendo il film molto meglio di me) che lo hanno recensito probabilmente senza sospettare che l’umorismo di Elvira in lingua originale fosse in alcuni punti radicalmente diverso da quello che è arrivato a noi. In italiano Una strega chiamata Elvira sembra essere stato adattato dagli antagonisti del film stesso, i “benpensanti”, i moralisti di provincia che giudicano Elvira per il suo aspetto e la chiamano apertamente puttana, a volte troia. Il film è stato adattato da loro, dai puritani, e mentre in inglese Elvira è ancora un personaggio al passo con i tempi, non lo si può certamente dire della sua versione italiana.

    È come se facessero bestemmiare Pee-Wee Herman. Lo capite anche senza vedere la versione originale che c’è qualcosa che non quadra. Oppure Dodò dell’Albero azzurro. L’affronto più grave è che le voci della CVD sono fantastiche, in particolar modo quella della doppiatrice Mavi Felli che è un vero fenomeno sul personaggio di Elvira! Uno spreco enorme.

    A prescindere dalle alterazioni sul suo personaggio, consiglio caldamente di scoprire (o di riscoprire) questo film in italiano non solo agli appassionati del doppiaggio anni ’80 ma anche a tutti gli apprezzatori di commedie in cui un’inusuale protagonista sconvolge lo status quo di una provincia americana bigotta e retrograda, aiutando i cittadini a diventare persone migliori. Il film esiste in DVD e vi basterà ignorare i vari “frocio!” per scoprire una commedia comunque gradevole e divertente, anche grazie alla recitazione dei doppiatori coinvolti. Nel 2001 ne è stato realizzato anche un sequel, La casa stregata di Elvira (di cui sconsiglio la visione in qualsiasi lingua), anche di questo esiste il DVD italiano ma il cast di doppiaggio non è il medesimo.

    È solo grazie al DVD che finalmente ho potuto esplorare “Elvàira” (così si pronuncia in inglese) anche in lingua originale, scoprendo quanto risulti ancora moderna la nostra “padrona delle tenebre”.

    Infatti, se all’estero questo film è già stato identificato come un film profondamente femminista [vedi gli articoli Why Elvira: Mistress of the Dark is a feminist masterpiece di “NYCEA” aprile 2014 e Cult icon Elvira is the 1980s feminist hero we need right now di Lisa Beebe, ottobre 2018. E sono solo due dei tanti!], in Italia, con quel doppiaggio e senza essere avvertiti in anticipo, sarà difficile che qualcuno riesca a guardare oltre ai seni per arrivare alla stessa conclusione. Al massimo arrivano anche alle gambe [ba-dum, tsss!].

    E anche questa recensione è conclusa…

    Boom!

  • Doppiaggi perduti – Heavy Metal 2000 (2000)

    FAKK2 dal film Heavy Metal 2000

    Sì, si legge proprio “FUCK”!

     

    Anton Giulio Castagna: Ma lo sai che più di 20 anni fa ho diretto Heavy Metal F.A.K.K. 2 che non ho mai visto da nessuna parte?
    Evit: il videogioco per PC?
    A.G.C.: non il videogioco, il film.
    Evit: che film?

    Così inizia una delle mie conversazioni con il direttore di doppiaggio e dialoghista Anton Giulio Castagna, uomo dai mille talenti nonché lettore affezionato del mio blog. Ciò di cui parla Anton Giulio è in realtà un film che in molti paesi è uscito con il titolo molto poco lungimirante di Heavy Metal 2000 (perché è uscito al cinema nell’anno 2000), seguito del famoso film di animazione Heavy Metal del 1981.

    Scopriamo così che il film Heavy Metal 2000 è stato doppiato in italiano ma di questo doppiaggio si sono perse completamente le tracce dal momento stesso in cui ha lasciato la sala di registrazione.

    Heavy Metal 2000 locandina del film

    Due paroline sul film

    Heavy Metal 2000 è il sequel di uno dei miei film di animazione preferiti, Heavy Metal del 1981, prodotto da Ivan Reitman (sì, il regista di Ghostbusters) con lo scopo di portare l’omonima rivista di fantascienza a fumetti sul grande schermo in un’antologia formata da storie separate, ciascuna con il suo stile visivo e, proprio come nella rivista, tutte accomunate da nudità e violenza, yeah! Il film del 1981 arrivò in Italia l’anno successivo e rimase in sala per due sole settimane per poi scomparire insieme al suo doppiaggio cinematografico (altro doppiaggio “perduto” dunque). Il film del 1981 ritornerà in home video in tutti i formati dalla VHS al Blu-Ray ma con un nuovo doppiaggio. Fortuna vuole che io sia in possesso di una rara copia in pellicola, una di quelle che circolò per sole due settimane in poche sale italiane nel 1982… ma questa storia è per un altra volta.

    Nel 1996 il primo film era tornato brevemente al cinema negli Stati Uniti e finalmente in home video in tutti i paesi, così aiutandolo a diventare di culto anche per coloro che non lo avevano visto nel 1981. Quindi verso la fine degli anni ’90 ci dev’essere stato un ritorno di interesse che, suppongo, abbia portato alla (brutta?) idea di produrne un sequel a quasi 20 anni di distanza. Il guaio è che nel frattempo era arrivata l’animazione al computer e, ancora peggio, cominciava ad essere molto comune la CGI, e si parla di CGI dell’anno 2000 che aveva costi ancora alti per risultati così così. Le tette animate non sono mai state così blande.

     

    I budget di entrambi i film sono equiparabili ($9 milioni del 1981, equivalenti a $28 milioni di oggi, contro $15 milioni del 2000 equivalenti a $22 milioni di oggi) ma il film del 2000 ha la qualità visiva di un cartone animato del sabato mattina (e vi assicuro che Dov’è finita Carmen Sandiego? degli anni ’90 era infinitamente meglio) con terribili aggiunte in CGI ed esplosioni che sembrano prese dai videogiochi dell’epoca, ed è un vero peccato perché la storia di questo film, pur non essendo a episodi separati come nel film originale, era meritevole di un trattamento visivo migliore (e magari di musiche migliori). È un film insomma nato per scontentare qualsiasi aspettativa: i fan del film originale avrebbero ritrovato un “format” completamente diverso (una singola trama di 80 minuti invece di tanti episodi diversi) per una storia completamente slegata dal precedente film, con grafica povera anche per lo spettatore del 2000 e musiche (a mio parere terribili) inserite in modo poco organico durante il film.

    Personaggio in CGI di Odin doppiato da Billy Idol, nel film Heavy Metal 2000

    Brividi in CGI, momenti brevi ma… affossanti

    Immagino che alla Columbia Tristar si vergognassero di mostrare una cosa simile in sala e così lo portarono direttamente in home video (VHS e DVD) praticamente ovunque, tranne che in Italia dove il film non arrivò affatto. O meglio, arrivò in sala di doppiaggio, fu adattato e doppiato in italiano ma poi non arrivò mai ad essere distribuito ed è per questo che nessuno ne ha mai parlato prima d’ora. Eppure avrei preferito di gran lunga questo a Blues Brothers 2000 (ma quanto affascinava l’etichetta “2000” a noi vecchiardi del secolo scorso!).

    Ciò che sappiamo del doppiaggio italiano

    Tutto ciò che sappiamo ci viene da Anton Giulio Castagna, direttore del doppiaggio di questo Heavy Metal 2000 e, tra l’altro, già fan della rivista Heavy Metal. Lui lo ricorda come “Heavy Metal: F.A.K.K.²”, che del resto era il “working title” del film e lo ritroviamo con questo titolo anche sul fumetto che parla di “adattamento ufficiale a fumetti del film” di cui Anton Giulio mi invia delle foto.


    Il cast di doppiatori italiani di Heavy Metal 2000

    • Alessandra Cassioli su Julie (Julie Strain nel doppiaggio originale)
    • Massimo Lodolo su Tyler (Michael Ironside nel doppiaggio originale)

    Curiosamente Lodolo compare già su Wikipedia come doppiatore in questo film quindi suppongo che egli stesso abbia raccontato in passato di aver dato la voce all’antagonista del film. Altri dettagli non sono mai emersi fino ad ora. È sempre Anton Giulio che ci rivela che il film fu doppiato alla CD Cinedoppiaggi e racconta di qualche dietro le quinte:

    Comprai tre copie del fumetto e ne regalai una a Lodolo e uno alla Cassioli prima di iniziare il doppiaggio perché sapessero la storia. Questo doppiaggio era una delle mie prime direzioni, lo distribuii e diressi io [La “distribuzione”, in gergo, è la scelta dei doppiatori da assegnare ai personaggi], i dialoghi non erano miei ma non ricordo chi li scrisse. Ricordo di aver chiamato Vittorio Stagni e anche Fabrizio Vidale per fare un mostriciattolo. È possibile che fosse presente anche Loris Loddi, con cui lavoravo spesso, ma questa è solo una congettura.

    Avendo visto il film in lingua originale e conoscendo le voci dei doppiatori coinvolti, posso facilmente immaginare che la scelta degli interpreti italiani per quei personaggi sia stata particolarmente azzeccata. Peccato non poterlo mai più sentire.

    Personaggio di Odin in Heavy Metal 2000

    Chissà chi ha doppiato il personaggio di Odin al posto di Billy Idol

    Ciò che supponiamo del doppiaggio di Heavy Metal 2000

    Il film non è uscito al cinema e possiamo supporre che fosse destinato da subito al mercato home video come è stato per molti altri paesi, fu quindi doppiato e poi abbandonato per qualche motivo. Può essere stata la Columbia/Sony ad esigere un doppiaggio per il mercato italiano e in quel caso potrebbero averlo ancora loro? Ancora una volta è Anton Giulio stesso a fare le supposizioni del caso:

    “La distribuzione italiana poteva anche essere non definita, a volte al doppiaggio arrivano dei pacchetti di film gestiti dai cosiddetti broker, li doppiano e poi li vendono a terzi. Sarà finito in mezzo a qualche pacchetto di film gestito da qualche società e poi sarà venuto fuori qualche impiccio di diritti.”

    Dove si trova adesso il doppiaggio italiano di Heavy Metal 2000?

    La società CD Cinedoppiaggi non possiede più una copia del doppiaggio, queste solitamente non vengono conservate per più di 5 anni dalla consegna del prodotto. Rimane sconosciuto il “mandante” di questo doppiaggio (uno di questi “broker”? Un’azienda? La Sony stessa?) così come rimangono sconosciuti i motivi del mancato arrivo sul mercato italiano, solo supposizioni. La mia ricerca si è arenata qui, magari un giorno qualcuno spunterà fuori con qualcosa di più ma senza Castagna o Lodolo non avremmo neanche saputo della sua esistenza, per ora il momento lo aggiungiamo agli altri casi irrisolti di doppiaggi perduti.

     

    Se ci tenete proprio, ci sono i sottotitoli non ufficiali

    Se riuscite ad ignorare la bruttezza estetica di un film animato al computer nel 2000, il fastidio alle orecchie dato da canzoni inserite a caso e lo prendete come film a sé stante legato all’etichetta Heavy Metal (il fumetto), potreste scoprire un film dalla trama godibilissima, soprattutto se del primo film avevate già apprezzato il segmento di Taarna. In giro sulla rete potreste trovarne una versione “fansubbed”, ovvero sottotitolata dai fan… se di “fan” si può parlare (non penso che questo film ne abbia) ma per il momento è l’unica cosa che abbiamo.

    Sul sito Opensubtitles potete trovare i sottotitoli in italiano. Il DVD con la lingua inglese invece è facilmente reperibile su Amazon. Il film non è mai stato pubblicato in Blu-Ray ma non so se volete vedere quei disegni in alta definizione onestamente.

    Vi lascio con il trailer (in inglese) che ha musiche migliori del film stesso.

  • Da Fulci a Tornatore passando per “Er canotta”. Intervista a Cinzia Andrei, assistente al doppiaggio

    Quella dei doppiaggi di film italiani è un’area della storia del doppiaggio che riceve poca attenzione nonostante ci abbiano sempre lavorato gli stessi doppiatori e le stesse società di doppiaggio impiegate per i prodotti americani, proprio per questo mi ha fatto molto piacere scoprire che tra le lettrici di questo blog abbiamo Cinzia Andrei, classe 1954, assistente di doppiaggio per i film di Lucio Fulci e Enzo G. Castellari negli anni ’80.

    Blu-Ray di Lo squartatore di New York, nuova edizione rimasterizzata in 4k dalla Blue Underground

    Tutto infatti è cominciato dal mio acquisto del Blu-Ray americano di Lo squartatore di New York di Fulci, una nuova edizione limitata rimasterizzata in 4k a partire dai negativi, che include la traccia audio italiana, una valanga di interviste esclusive e persino il CD della colonna sonora! Trattamento niente male per essere un film dove un killer squarta le sue vittime parlando con la voce di Paperino… o, per essere precisi, con “la voce di un paperino”, così da evitare ovvi problemi legali. (E la Disney… muta!)

    Cinzia è stata assistente al doppiaggio in quel film e sulla pagina Facebook di Doppiaggi italioti ha commentato il mio acquisto ricordando una difficile scelta per la voce di Paperino e di un certo “er canotta” di cui parlava Fulci.

    Un’intervista a questo punto era d’obbligo.

    Cinzia Andrei assistente al doppiaggio, una foto recente

    Cinzia Andrei

    La figura dell’assistente al doppiaggio

    Evit: L’assistente al doppiaggio è una figura professionale poco documentata e poco conosciuta. Ci parli un po’ di te, della tua carriera nel mondo del doppiaggio, e in cosa consiste il lavoro di assistente?

    Cinzia: L’assistente è la figura che in fase preliminare prepara i piani di lavoro. O meglio, preparava! Perché: a) per risparmiare sui costi adesso se ne occupano gli impiegati; b) ormai si fanno le colonne separate, quindi non c’è più quel lavoro di incastro complicatissimo che aveva come obiettivo il pagare agli attori meno turni possibili, facendoli venire il meno possibile. In più le tecnologie sono cambiate, per cui, se negli anni ’80 fare una terza colonna aveva un costo x (quindi si preferiva far tornare l’attore a recitare coi due colleghi, a parità di spesa), ora questo è superato. Come è superata l’esigenza di far lavorare gli attori insieme per farli recitare meglio.

    In sala l’assistente è la persona che guarda le labbra dell’attore sullo schermo — mentre il doppiatore recita — e controlla che il sinc sia accettabile, tenendo conto della possibilità in sede di sincronizzazione di ritardare il sonoro, di creare pause dove il doppiatore non le ha fatte eccetera. Dico “guarda le labbra”, ma anche le mani, il corpo, gli occhi. Che so, se l’attore fa un movimento di stizza, o a un certo punto della frase si accascia è il caso che anche nell’intonazione se ne tenga conto.

    Detto fra noi, di sinc ne sanno talmente tutti (direttore e fonico) e gli ausili tecnici di correzione sono talmente tanti che il mio lavoro mi sembra sempre più inutile, tanto che spesso mi risultano sedere in sala, in questo ruolo, assistenti assolutamente improvvisate, messe là a parare eventuali proteste sindacali, ovviamente con compensi super ridotti. In più, via via, la generazione dei sincronizzatori su pellicola è stata sostituita da draghi del computer che però sul sinc sono molto meno esigenti, così come il pubblico, direi. Questo è stato il mio lavoro dal 1980 ad adesso. Ho fatto anche adattamenti ma mi sa che ero negata.

    Evit: Perché lo pensi? Ricordi i titoli che hai adattato?

    Cinzia: gli adattamenti erano dimenticabili, credimi. In compenso sono abbastanza sveglia in sala, per sostituire a volo brutti sinc. Mi consolo così.

    Evit: come hai iniziato questo mestiere?

    Cinzia: Negli anni ’80 c’era stato aumento del lavoro causa telenovelas, quindi chiamarono gente nuova.

    Fulci e il mito di “Er canotta”

    Locandina di Lo squartatore di New York di Lucio Fulci

    Evit: Su Lo squartatore di New York di Lucio Fulci, mi accennavi ai provini per la voce di Paperino, cosa ricordi della lavorazione di questo film e di Fulci stesso?

    Cinzia: Fulci era buffissimo. Bruttarello, trascurato… al mio amico Elio Petri era molto simpatico, quindi mi divertiva questa distanza siderale fra i registi che consideravo o che frequentavo e lui. Fulci diceva che lavorava pe’ “er canotta”, diceva dei suoi film che dovevano piace’ ar canotta, che era il suo spettatore ideale, figura mitica di spettatore senza grilli per il capo. Quelli della produzione avevano un’aria casalinga par suo, ogni tanto uno si portava appresso la moglie, una massaia con l’aria preoccupata per i suoi soldi, mi sa… il direttore di doppiaggio, che mi era parente, Pino Colizzi era alla ricerca di un dispositivo che alterava la voce, per renderla “paperineggiante”, ma non uscì fuori. Mi ricordo solo un provino a Vittorio Stagni ma vedo che il personaggio (che era Andrea Occhipinti) alla fine fu doppiato da Chevalier.

    Mi ricordo anche che si lavorava con copie così rovinate che in Manhattan Baby capii solo alla visione di controllo che l’attrice procace urlava perché la maledizione del faraone la stava tramutando in sabbia del deserto, e perché me lo spiegò il produttore, era tutto indistinguibile, grigio e grigio.

    Evit: Hai nominato Pino Colizzi, in che rapporto di parentela sei con lui?

    Cinzia: Colizzi è marito di mia sorella, ed era direttore di Fulci e Castellari. Società C.D.C.

    Evit: Ricordi altro della lavorazione sui film di Fulci?

    Cinzia: Tieni conto del mite rimbambimento dell’età per cui ricordo poco, ma se può interessare, per il doppiaggio dello Squartatore servirono 21 turni, per Manhattan Baby 22 e per I guerrieri del Bronx di Castellari 20. Castellari mi ricordo che era simpatico.

    Evit: Pino Colizzi invece, come sta? Quando i doppiatori spariscono dalle scene mi preoccupo sempre un po’.

    Cinzia: Pino sta bene, ha deciso di smettere di lavorare. Si occupa di traduzioni. Ha registrato una edizione dei sonetti di Shakespeare tradotti da lui, ora mi ha detto che è impegnato in John Donne.

    Carlo Verdone in canottiera nel personaggio dell'emigrato dal film Bianco rosso e Verdone

    Carlo Verdone in una sua inconsapevole interpretazione dello spettatore dei film di Fulci: “er canotta”.

    Versioni diverse di Malèna di Tornatore (che non sapevamo esistessero)

    Evit: A quali altri film ricordi di aver lavorato e con quali direttori di doppiaggio?

    Cinzia: non ricordo niente di particolarmente memorabile nel resto degli anni. Una bellissima esperienza fu con Tornatore su Malèna, dove il brusio —attori di varie età e anche qualsiasi siciliano riuscissi ad acchiappare, anche un bancarellaro di piazza Vittorio— durò un’estate. So che ne hanno un un bel ricordo anche loro, fu un’esperienza strana, chiusi alla Recording mentre la città era in ferie. Lui era davvero molto sapiente e apprezzava la collaborazione di tutti; un gran lavoratore. Pensa che abbiamo fatto un turno di doppiaggio anche a dicembre, quando il film era già uscito, per cambiare una cosa che non lo convinceva.

    Evit: Come è possibile cambiare un doppiaggio quando il film è già al cinema? Avrebbero rimandato il film in stampa e quindi sono esistite due versioni diverse del film in contemporanea, oppure il cambiamento nell’audio era destinato solo al successivo arrivo in home video? Ricordi cosa non convinceva Tornatore?

    Cinzia: ti devo dire che non mi ricordo se la cosa era per l’edizione italiana o americana, poi il film non l’ho più rivisto ma trattavasi della scena finale, dove la voce del protagonista ormai vecchio tira le conclusioni. Era stata incisa la voce del bambino (l’adolescente che rievoca la storia), ma qualcuno aveva obiettato quindi era stata fatta con la voce di un uomo anziano (Sergio Fiorentini). Altre obiezioni. Poi con una voce giovane (Cordova). Altri dubbi. Poi -secondo la mia memoria a film già uscito- a dicembre è venuto Giannini, non così anziano e non più giovanotto. Mi è capitato di rivedere Malèna proprio di recente, ho resistito fino alla fine constatando che l’edizione TV ha la voce del ragazzino, nella scena finale. Chissà cosa ne è stato della versione Giannini che era bellissima, peraltro.

    Evit: Questi sono dietro-le-quinte inauditi e purtroppo non mi sorprende più niente. Lo aggiungiamo ai doppiaggi di Giannini andati perduti, insieme a quello di Fritz il gatto del 1971.

    Titoli di coda di Malèna di Tornatore in cui compare Cinzia Andrei come assistente di doppiaggio

    Titoli di coda di Malèna (2000) di Giuseppe Tornatore

    Attori italiani contro il doppiaggio e il mito dell’audio in presa diretta degli americani

    Cinzia: Considera che su Malèna ero arrivata in un secondo tempo, non ero a mio agio e avevo una specie di rifiuto psicologico per cui Tornatore non lo riconoscevo MAI! Cioè, finiva il turno, salutavo gli attori e rimanevo due minuti a mettere in ordine i copioni; Tornatore si affacciava dicendo “ciao, a domani” e io pensavo “maquestochiè?”.
    Poi ho lavorato molto da sola, con le produzioni di fiction italiane dalle quali sono uscita con la convinzione che molti registi sono rape e chi ci va di mezzo sono gli attori, ai quali però ben gli sta, perché arrivano in sala alle integrazioni dicendo “odio il doppiaggio”. Che è un discorso ultralegittimo, però se non imparano a doppiarsi, quando lavorano nelle co-produzioni ti metti le mani sulle orecchie appena aprono bocca!

    Evit: forse non sanno che in America, dove in teoria non sanno cos’è il doppiaggio, loro doppiano tantissimo. Lo chiamano ADR (additional dialogue replacement), quando gli attori vengono richiamati in studio per ri-registrare le proprie battute. Suppongo sia quello che tu chiami “integrazioni”. Nelle grosse produzioni Hollywoodiane l’ADR può arrivare a coprire anche gran parte dei dialoghi del film e se può consolare gli attori italiani, anche gli attori americani detestano dover tornare in sala e re-inscenare le emozioni del set (e non tutti ci riescono sempre bene).

    Cinzia: sì, so anche in america integrano parecchio. Mi ricordo lo sentii dire mille anni fa da Barbareschi, che quello della presa diretta dei film USA era un mito. Ma in quelle capoccette non entra.

    Evit: una curiosità che ho da sempre: nei film italiani, quanto dei dialoghi nasceva in sala doppiaggio e quanto ci si atteneva al copione? Spesso capita di notare (soprattutto nelle commedie anni ’70-’80) che sono state cambiate delle battute, in fase di doppiaggio evidentemente avranno notato che altre frasi funzionano meglio. Era più un’abitudine o era più eccezione alla regola quella di cambiare i dialoghi? Ed era decisione del direttore di doppiaggio o del regista? Quanto i registi italiani erano coinvolti nella fase di doppiaggio?

    Cinzia: di quel pochissimo che ho fatto mi pare di ricordare una certa obbedienza al copione. Tornatore per i brusii ha dato via libera alla creatività dei partecipanti, con molta grazia. In quell’occasione non erano tutti attori; per l’occasione avevo rimorchiato anche un anziano pescivendolo, che ha detto le stesse battute che usava al suo banco in strada. Poi avevo fatto venire la signora che lavorava ad ore da una mia amica e che aveva molto fresco in testa il linguaggio vero dei paesi, dei mercati. Per le fiction dipende, ci sono registi che non si occupano del doppiaggio, vuoi perché sono legati e imbavagliati in moviola al montaggio dell’ottantesima puntata, vuoi perché a loro il doppiaggio non piace, QUINDI lasciano la loro creatura in mano all’assistente, gli stolti. Altri non si spostano di un millimetro dalla sala, per fortuna.

    Cinzia Andrei come comparsa nel film della Wertmuller Tutto a posto e niente in ordine, 1974)

    Fotogrammi dal film “Tutto a posto e niente in ordine”, 1974, della Wertmuller, in cui Cinzia Andrei è una comparsa.

    Ultimi aneddoti

    Evit: Mi accennavi ad uno sgomento per dei film giapponesi, quali film?

    Cinzia: Allora, molti anni fa ho fatto qualcosa come tre turni con Cannarsi.

    Evit: Ahia!

    Cinzia: Ti eviterò opinioni personali ma di tutte le incatturabili perle che diceva purtroppo ne ricordo solo una: nel film la bambina protagonista deve dire una cosa importantissima ad una compagna, quindi le piomba a casa all’ora di cena e ovviamente si scusa coi genitori dell’amica. Cannarsi si è sentito in dovere di spiegarci la scena, che ai nostri occhi occidentali poteva sembrare incomprensibile: “quando in Giappone qualcuno capita a quell’ora, disturbando una famiglia che è a tavola, si sente in dovere di scusarsi. È proprio una loro tradizione”. Il sottinteso era: meno male che ce sto io, profondo conoscitore, a spiegarvi le cose a voi ‘gnoranti.

    Cinzia Andrei Anna Maria Natalini e Al Cliver foto di Alfio Di Bella alla galleria Iolas-Galatea 68-70

    Una giovane Cinzia Andrei con Al Cliver alla Galleria Iolas-Galatea, circa ’68-’70. Foto di Alfio Di Bella

    Evit: Noto con piacere che segui la pagina Facebook del mio blog, come lo hai scoperto? Hai letto qualche articolo del blog o precedenti interviste?

    Cinzia: Non mi ricordo come ti ho trovato, mi hai fatto molto ridere e mi ha colpito la tua preparazione, quindi mo’ siamo amici.

    Evit: Benvenuta tra gli amici del blog Doppiaggi italioti e ti ringrazio per il tempo e la disponibilità che mi hai dedicato, hai tirato fuori aneddoti non noti neanche agli appassionati. Grazie.

    Vi lascio con il primo omicidio dello squartatore di New York. Quack, quack!