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  • CHIAMAMI DOLEMITE, UOMO! (Dolemite is my name, 2019)

    Eddie Murphy in Dolemite is my name che mostra un disco di Rudy Ray Moore e dice metti questo disco, uomo

    È fatta! Netflix è riuscita nell’impresa, quella di riportare Eddie Murphy ai fasti di almeno 20-25 anni fa, quando non faceva solo commedie leggere per la famiglia. “Dolemite is my name” è infatti il primo film di Murphy in vent’anni a meritarsi una classificazione “R” dalla MPAA, ossia “restricted” (minori solo se accompagnati). L’ultimo degno di tale lettera era stato “Life” nel 1999.

    A Netflix è stato sufficiente offrire all’attore carta bianca e spazio, e il nostro è riuscito a realizzare un progetto che aveva in testa da molto, molto tempo. Una biografia in stile scanzonato e spiritoso di uno dei suoi idoli della comicità, Rudy Ray Moore.
    Quello di Moore è un nome che in Italia non dice nulla: a differenza di Richard Pryor (altra grossa influenza per Eddie Murphy) non è mai stato protagonista in film noti al pubblico italico (è già di nicchia negli USA) né ha avuto particine in cose come “Superman 3” tali da portare un comico nero a un numero ancora più grande di spettatori.
    Rudy Ray Moore nasce figlio di un contadino ma ben presto è chiaro che la vita nello spettacolo è roba per lui. Le ha fatte tutte, da ballerino a cantante R&B a cabarettista e infine star del cinema nero della blaxploitation, nonché influenza fondamentale per tanti rapper della prima ora. I suoi film a basso budget ma ad alto contenuto di divertimento sono diventati dei cult già negli anni ’80 con le prime VHS.

    Una vita colorita e colorata, una divertente ascesa alla vetta che Eddie Murphy ha voluto raccontare prendendosi qualche piccola libertà ma rimanendo rispettoso del suo idolo. Ecco dunque “Dolemite is my name”, film ispirato ad una storia vera che vede lo stesso Murphy nei panni di Moore, affiancato da talenti come Wesley Snipes e Keegan-Michael Key. Il film racconta i tentativi di Rudy Ray Moore di pubblicare i suoi album comici molto spinti, nonché la travagliata produzione e il debutto nelle sale della sua prima pellicola “Dolemite” (1975) con protagonista il pappone omonimo che sarà la star di una manciata di altre simili avventure negli anni a venire.

    Il debutto in lingua italiana del film arriva in contemporanea mondiale, come avviene per queste produzioni Netflix, ed è a cura della 3Cycle di Marco Guadagno. Il titolo per il pubblico italiano rimane quello originale (in inglese), anche se non è stato così per tutti i paesi (rimane in inglese in Francia mentre per la Spagna Yo soy Dolemite e in brasile Meu Nome é Dolemite).

    Dolemite is my name poster brasiliano

    Locandina brasiliana di “Dolemite is my name”

    Una piccola premessa: la persona che scrive questo pezzo guarda zero film contemporanei, semplicemente per poco tempo e/o interesse. Il risultato purtroppo è la scarsa preparazione allo stile recitativo di oggi ma soprattutto al tipo di adattamento che si fa di questi tempi, e non essendovi avvezzo c’è da mettere in conto un minimo di shock culturale nell’entrare in contatto con certi doppiaggi quando le mie sensibilità sono praticamente ferme agli anni ‘90. Riguardo Eddie Murphy nello specifico, l’ultima volta che vidi un suo film risale al 2003 con “L’asilo dei papà”, ovvero 16 anni fa, un’era geologica per il mondo del cinema doppiato. Il ritorno alle scene di Eddie, di nuovo sorridente ed in piena forma, ha risvegliato una curiosità che “Tower Heist” (2011) non era riuscito a destare. Rimaneva un’unica incognita però: l’adattamento italiano.

    Quelle frasi non doppiate che distraggono

    Come è stato detto fino allo svenimento, il doppiaggio è un artificio necessario in cui la pratica dell’adattamento ci permette di fruire di un film straniero camminando una sottile linea tra il letterale e l’accessibile, restando sempre consci che spezzare l’illusione è maledettamente semplice. Frasi come “parli la mia lingua?” (Pulp Fiction, 1994) ad alcuni potrebbero sembrare goffe o forzate ma sono di gran lunga una migliore alternativa al letterale “parli inglese?” che demolirebbe completamente l’illusione del guardare un film in cui gli attori parlano la nostra lingua.

    Se stiamo guardando un film originariamente in inglese ma doppiato in italiano e sentiamo una frase lasciata intatta dalla colonna sonora originale, a meno che non sia una voce alla radio completamente nello sfondo e del tutto slegata dalla trama, il risultato sarà straniante. Perché, ci si può domandare, quella voce è rimasta non doppiata? Peggio ancora se i personaggi doppiati in italiano reagiscono ad essa! Qualunque sia la ragione e per quanto buona essa sia, il risultato purtroppo è sempre lo stesso: abbiamo potenzialmente perso la concentrazione, ci siamo distratti, ci siamo ricordati che stiamo guardando un film! È un po’ come se al cinema ci passasse davanti qualcuno all’improvviso, avrà avuto i suoi buoni motivi per alzarsi ma ha distolto la nostra attenzione dallo schermo e dalla storia.

    Questo in “Dolemite is my name” avviene due volte: prendiamo in esame la prima.

    Il disco comico di Redd Foxx, beato chi ci capisce qualcosa

    All’inizio del film Rudy e il suo collega del negozio di dischi ascoltano un album di Redd Foxx, un comico noto per monologhi audaci che recitava nei night club per soli neri. Nella versione italiana l’audio del disco rimane in lingua originale, sottotitolato. I sottotitoli sono lontani da quello che dice Foxx, e bisogna qui ammettere che ciò che sentiamo nel film si tratta di uno sketch (intitolato “All’ippodromo”) non semplice da rendere in un’altra lingua senza stravolgerlo, basato com’è su giochi di parole e doppi sensi piuttosto spinti per l’epoca. Appurata la difficoltà del compito, il fatto che subito dopo uno dei personaggi doppiati ripeta una parola dello sketch, ed essa non coincida affatto con quello che indicavano i sottotitoli… è spiazzante.

    “Signore e signori, vorrei riportarvi in pista un’ultima volta, ecco un ultimo struscio. Si sono strusciati addosso ad Anna. Non è la prima volta che si strusciano, ma la scorsa è stata un peccato perché avrei voluto vedere il suo culo contro la mia Asta.”

    Così recitano i sottotitoli italiani nella scena in questione. Da qui il film riprende doppiato con questo scambio di battute:

    – Quanto mi fa ridere…
    – Non fa ridere, sono solo un mucchio di parolacce.
    – Non sono parolacce, è… brillante, non so, è… ecco: “Il mio uccello” non è il suo uccello, “Il mio uccello” in realtà è il suo cavallo!

    Scena di Dolemite is my name, l'ascolto dell'LP di Redd Foxx

    Ci avete capito qualcosa? Dov’erano le parolacce? Cosa c’era da ridere in quella registrazione di Redd Foxx? Allo spettatore non è stato dato alcun contesto, né sul comico che parla, né sul disco che stanno ascoltando, questo perché in lingua originale, anche non conoscendo Redd Foxx, si presume che lo spettatore capisca i giochi di parole al volo. Ed eccovi il contesto:

    Lo sketch “All’ippodromo” gioca su doppi sensi al limite del legale in una radiocronaca di una corsa di cavalli dai nomi molto ambigui, fino a chiamarne uno “My Dick”, che in un ambito innocente potrebbe essere “Il mio Riccardo”, ma affiancato a verbi come “spingere” e “allungarsi” è chiaramente “Il mio cazzo”.

    Well ladies and gentlemen I’d like to take you to the race track, one more time… And here’s the late scratch ladies and gentlemen, “Anna’s Ass” has been scratched! And it’s not the first time “Anna’s Ass” has been scratched, this last one was a shame because I’d have loved seeing “Anna’s Ass” up against “My Dick” today!

    Questo il pezzo che sentiamo nel film, lo sketch intero è un po’ più lungo ed è molto carino. Ma analizziamo ciò che nel film doppiato sentiamo solo in inglese e di cui proporrò io una traduzione tra parentesi:

    Well, ladies and gentlemen, I’d like to take you to the race track, one more time

    The Both Sides of Redd Foxx, copertina del vinile

    (Signore e signori rieccoci in pista ancora una volta)

    And here’s the late scratch

    (Ci arrivano adesso le informazioni sull’ultimo scarto.)
    “Scratch” in ippica è semplicemente un cavallo che avrebbe dovuto correre ma è stato, appunto, scartato. “Scratch” nell’inglese comune è anche una grattata (di culo? di palle?). E cosa arriva dopo…?

    “Anna’s Ass” has been scratched!

    Ed ecco un perfetto esempio di double entendre o doppio senso. Se la intendiamo in un contesto ippico trattasi di un cavallo di nome “Anna’s Ass”, ovvero “Il ciuco di Anna”, che è stato scartato. Ma il doppio senso volgare è che “Il culo di Anna” è stato grattato.

    This last one was a shame because I’d have loved seeing “Anna’s Ass” up against “My Dick” today!

    Ed è un peccato che sia stato scartato/grattato anche questa volta perché, dice il personaggio del commentatore della corsa, avrei voluto vedere “Anna’s Ass” contro “My Dick” (cavallo che era stato già introdotto prima, nel disco, ma noi nel film non lo sentiamo), ovvero veder gareggiare “Il ciuco di Anna” e “Il mio Riccardo”… o vedere “il culo di Anna” contro “il mio cazzo”.

    Vedete bene che è praticamente quasi impossibile rendere questo pezzo senza riscriverlo daccapo in italiano e di sana pianta. I sottotitoli forniti da Netflix hanno provato a dare un senso a modo loro, senza che però sia poi del tutto chiaro perché chi sta ascoltando il disco ride come un matto, per poi fare riferimento a un fantomatico “Il mio uccello” che nei sottotitoli non c’era.

    Ribadiamo ancora che il pubblico americano che vede questo film ha buone chance di conoscere già quel pezzo, e ad ogni modo in inglese quei giochi di parole funzionano e quindi non hanno bisogno di troppe spiegazioni. Sono immediati.

    Dolemite is my name, sottotitoli di Andrea Guarino per Netflix

    Il fatto che chi lavora ai sottotitoli non comunichi con chi lavora al doppiaggio è evidente ed è da accettare come dato di fatto in questa era di lavoro a camere stagne, tempi ristretti e di distributori stranieri terrorizzati da possibili fuoriuscite “pirata” di materiale. I direttori di doppiaggio e i doppiatori stessi commentano sempre più frequentemente con rammarico di come non riescano a vedere il film, a volte, finché non esce nei cinema, visto che molti distributori li fanno lavorare con copie “censurate” in cui sono visibili solo le bocche dei personaggi. Chi sottotitola poi solitamente ne sa anche meno oppure non gli viene dato abbastanza tempo per saperne (e così si finisce per rimpiangere i “fansub” amatoriali).

    Accettando questa amara realtà, bisogna guardare in faccia il risultato che ci ritroviamo nella versione italiana del film: avere parti che rimangono in inglese non funziona.

    Per quanto possa sembrare un dettaglio insignificante (abbiamo appena disquisito di una scena che dura circa 20 secondi) è un momento importante per la trama perché i personaggi presenti in quella scena vi fanno riferimento, è una fonte di ispirazione per il protagonista, forse il motore del film… e in italiano lascia semplicemente perplessi.

    Per fare una parentesi e allontanarci un attimo dal film che stiamo analizzando, non è che questa pratica di lasciare parte dei dialoghi originali inglesi sia del tutto novella. Se andate a vedere “Contact” del 1997 con Jodie Foster, lì ci sono un paio di scene in cui compare l’allora presidente Bill Clinton (inserito nel film in maniera anche un po’ truffaldina) che nel doppiaggio italiano mantiene il suo audio in inglese. Perché? Presumibilmente ha a che fare col fatto che i suoi siano filmati di repertorio presi fuori contesto, e forse vuole evidenziare anche nella versione italiana che, sì, stiamo vedendo il presidente vero, autentico, ed è la sua voce che sentiamo. Scene accompagnate da sottotitoli, d’accordo. Resta comunque un momento bizzarro (in un film già particolare)? Eccome!

    L’Examiner diventa un Esaminatore (e Walter Matthau dice “cazzo”)

    Scena della proiezione di Prima pagina, nel film Dolemite is my name

    Scena della proiezione di Prima pagina, nel film Dolemite is my name

    Tornando a “Dolemite is my name”, veniamo all’altro esempio di immersione falsata, e cioè una scena in cui i protagonisti, tutti neri, vanno al cinema a vedere “Prima pagina” (The Front Page, 1974) di Billy Wilder con Matthau e Lemmon, per svagarsi un po’. Loro malgrado si annoiano a morte perché è un film “bianco” realizzato per un pubblico “bianco” e uno di loro si lamenta appunto di come non ci siano “fratelli” sullo schermo.

    Nella versione italiana di “Dolemite is my name” i neri vanno al cinema a vedere un film completamente in inglese, e l’effetto bizzarro che ne deriva è quasi l’impressione che siano proprio disorientati dalla lingua straniera e non riescano a seguire la storia!

    “Prima pagina” uscì nei cinema italiani nel 1975 e fu doppiato dalle voci della C.D. – Cooperativa Doppiatori. Jack Lemmon ha la sua voce ufficiale Giuseppe Rinaldi; Walter Matthau parla invece con la voce di Ferruccio Amendola, al posto del più consueto Renato Turi, insolita ma funzionante scelta.
    Il doppiaggio di questo film non è perduto ma per ragioni che possiamo immaginare (costi, diritti, eccetera) non è stato possibile risentirlo in questa occasione, né abbiamo avuto l’alternativa, cioè che fosse ridoppiato ad hoc come accade a volte.

    Ci siamo dovuti accontentare invece di sottotitoli in italiano, che non rispecchiano i dialoghi del suo doppiaggio del 1975 (sebbene siano in un piccolo punto più fedeli), e introducono alcuni errori:

    Scena della proiezione di Prima pagina al cinema, nel film Dolemite is my name. Examiner diventa L'esaminatore

    – Non parli dell’Esaminatore? Non ci danno crediti?
    – È nel secondo paragrafo.
    – E chi mai leggerà il secondo paragrafo? Sono 15 anni che cerco di insegnarti a scrivere a comando! Devo fare tutto io? Trovare la storia e scriverla?
    – Senti, Sapientone, è meglio quel che mi esce dal cu… dal naso, di quello che scrivi tu.
    – Che dilettante del cazzo. Forse Philadelphia fa per te. Puoi scrivere battute per gli spot!
    – Ah sì? Chi è che ha scritto Le ultime confessioni di Banducci Tre-dita?

    E da qui in poi ritorna il doppiato. Ma chi è questo Esaminatore? E che crediti dà? Ed è mai possibile che in un film “pulito” del 1974 con Walter Matthau qualcuno dica “del cazzo”? Possibile che chi traduce oggi conosca solo “cazzo” e “merda” a cui ricondurre il 99% delle espressioni americane? Sfumature, eufemismi, questi sconosciuti.
    Vediamo com’era lo stesso dialogo tradotto nel 1975:

    – Ferma! Non hai nominato l’Examiner! E non è tutto merito nostro?
    – Oh sì questo l’ho messo nel secondo paragrafo.
    – Sono 15 anni che cerco di insegnarti come si scrive un articolo, devo sempre fare tutto da solo? Trovare la notizia, e dopo averla trovata scrivere anche l’articolo, forse?
    – Senti, testone, anche se io scrivo un articolo col sedere, scusa cara, è meglio d’uno tuo!
    Piccolo dilettante, forse il tuo posto è proprio Philadelphia, a scrivere slogan per le creme da barba!
    – Ah, davvero?? E allora chi scrisse la confessione in punto di morte di Balducci, detto “Tre dita” ? Chi scrisse il diario di Roxy Hart? E dell’alluvione al Dayton? Persino il telegrafista si mise a piangere!

    L’Esaminatore non era un misterioso professore universitario con crediti da elargire, ma come correttamente riportato nel doppiaggio d’epoca si parlava dell’Examiner, un giornale, la testata di Chicago per la quale i personaggi di “Prima pagina” lavorano!

    Ora, non si può pretendere, come detto sopra, che le cose funzionino “come una volta”. Non si può pretendere nemmeno che gli incaricati ai sottotitoli su Netflix si vadano a cercare “Prima pagina” e leggano di che si tratta e cosa sia l’Examiner per scrivere 10 secondi di sottotitoli (o si può? Ditemi voi).
    Ma comprese le possibili ragioni di queste ed altre scelte… tutto questo continua a non funzionare!

    Non adattare “uomo”, uomo!

    Parliamo adesso di una scelta nei dialoghi che potrà più facilmente saltare alle orecchie di chi segue il film, anche quelle meno attente, ovvero il fatto che Rudy, in italiano, chiami “uomo” praticamente chiunque, per tutto il film.

    Scena del film Dolemite, negozio di dischi, qualcuno dice: metti il disco giusto, uomo!

    Una vera battuta del film

    In inglese è normale che un nero chiami altre persone “man”, e la cosa è nata in reazione a chi li chiamava “boy” in maniera autoritaria, quale che fosse la loro effettiva età, prima e dopo la schiavitù —e purtroppo è un comportamento che ancora oggi persiste seppur in piccola parte— in virtù di una presunta superiorità razziale. I neri americani hanno dunque reagito introducendo “man” nel loro linguaggio perché loro non sono dei “ragazzi”, subordinati, loro sono degli “uomini”!
    Compresa questa premessa storica, si può intuire forse perché “man” sia stato lasciato come “uomo” nella versione italiana di questo film.

    È italiano scorrevole? No, per niente. Risulta curioso che per tutto il film si senta questo “uomo” a destra e a manca usato come appellativo, qualunque sia il motivo che ha portato a tale scelta di adattamento.
    Come regola generale (almeno secondo i metodi “di una volta”) un buon adattamento si vede quando si riesce a rispondere di sì alla domanda: diremmo così nella vita di tutti i giorni, in italiano?

    Come si traduce “motherfuckers”? Dipende…

    Questa domanda va posta anche e soprattutto quando si mette in ballo il turpiloquio, che l’adattamento di questo film tratta in maniera scostante: ci sono momenti in cui viene omesso, sono i punti in cui la sua presenza suonerebbe male in italiano. Questo è bene. Viceversa momenti in cui viene tradotto pedissequamente, e mai come nel caso dei dialoghi del protagonista del film che parla costantemente di “motherfuckers“, tutti traslati indifferentemente in “figli di puttana” fino ad arrivare a momenti di assoluta cacofonia.

    Giusto, sì, che si voglia tenere il più possibile la volgarità del personaggio, perché questo attributo lo contraddistingue. Meno giusto invece che si metta in secondo piano la scorrevolezza della lingua, il cui suono non deve essere artificiale o artificioso ma deve sembrare il più possibile la voce italiana di una persona reale, per quanto stravagante possa essere il personaggio!

    Nei primi secondi del film sentiamo queste parole, pronunciate dalla nuova voce di Eddie Murphy, Fabrizio Vidale:

    È così, uomo, la gente mi adora! Ehi, tu metti questo e i figli di puttana cominciano a dimenarsi e a contorcersi. Quando suonavo questo disco dal vivo, i figli di puttana svenivano! Te li ritrovavi sul pavimento e ci voleva l’ambulanza per farli rimettere in piedi, okay? Anzi, quando suonavo questo chiamavano prima l’ospedale, e gli dicevano “C’è Rudy che suona stasera, tenetevi pronti a portare via i figli di puttana dal locale”.

    Chi sono questi figli di puttana? Pensate che si riferisca a un gruppo specifico di persone che conosce, che sa essere letteralmente figli di buona donna o più semplicemente persone poco gradite?
    No, “figli di puttana” qui è usato come equivalente della parola “motherfuckers” che, per quanto possa sembrare assurdo, non solo non vuol dire figli di puttana (questo si sapeva già, se ricordate dall’articolo di Evit su Die Hard, Maldesi lo aveva trasformato in “pezzi di merda” ad esempio, e in un altro sottolineava proprio l’impossibilità di una traduzione univoca della parolaccia americana) ma non è necessariamente un insulto in situazioni come questa!

    Dolemite is my name - Scena fuori dal cinema

    Nel linguaggio afroamericano “mothafucka” è usato con disinvoltura per riferirsi a chiunque, in senso negativo e positivo. Qualunque giudizio di carattere è dato da altre cose, contesto, tono di voce… ma di per sé la parola “motherfucker” in questo frangente è praticamente appellativo neutro. Per fare un paragone forse un po’ azzardato si può scavare nella storia europea e rammentare come anticamente si chiamava “cristiano” chiunque, e la parola era usata come useremmo oggi “persona” o “essere umano” perché si riferiva ai battezzati. La cosa è sopravvissuta in parte in espressioni antiquate tipo “parlare come un cristiano” o addirittura rimane tale e quale a se stessa nel sud Italia, nella sua accezione originale.

    Dunque ci sta che potremmo anche dire a un nostro amico “motherfucker, chill!” per dirgli di star calmo e non si offenderà perché non lo abbiamo chiamato — letteralmente — un fotti-madre.

    Riporto il testo originale per riferimento:

    I ain’t lyin’, man, people love me! Hey, if you play this song I guarantee you mothafuckas start hoppin’ and squirmin’. When I used to play this record live, mothafuckas would actually faint. They would faint on the floor, I had to call an ambulance to pick all these mothafuckas up, okay? Everytime I played, in fact they’d start calling the hospital in advance and tell them “Rudy gon be singin’ tonight, make sure you’re ready cause we finna be carryin’ mothafuckas out the club”.

    Quelli di voi che conoscono un po’ di inglese noteranno che l’ambulanza non serviva per “farli rimettere in piedi”, come dice l’adattamento italiano del film, ma per “portarli via”… in barella (NdR: vedi che guai a tradurre “pick up” alla lettera?), e chi ha un po’ di familiarità col vernacolo dei neri americani riconoscerà che usano certe parole come “motherfucker” e “shit” come punteggiatura nonostante siano parolacce, in maniera analoga a come un siciliano usa la parola “minchia”, per esempio.

    Vediamo una possibile alternativa all’adattamento sentito su Netflix, questa è una proposta:

    Non ti prendo in giro, la gente mi adora! Se metti questo disco è matematico, qualunque stronzo salta e si dimena. Quando suonavo dal vivo questo pezzo, credimi, la gente sveniva. Finivano in terra e mi toccava chiamare l’ambulanza per portare via tutti quegli stronzi, chiaro? Anzi, ogni volta che suonavo, chiamavano in anticipo l’ospedale e dicevano “Stasera canta Rudy, preparatevi perché qui tra poco svuotiamo il locale”.

    L’adattamento italiano di questo film invece sembra concentrato solo a rendere pari-pari molte di queste espressioni che in americano hanno senso, ma in italiano non diremmo mai. E quindi sentiamo frasi tipo “ma che è quella merda?” o “vanno pazzi per quella merda”.

    Ecco un esempio di una frase riportata così com’è e che avrebbe forse giovato di un ritocchino. Se Wesley Snipes nel film, stizzito d’essere stato schizzato da una pozzanghera, dice…

    “I’m brown sugar, I melt!”

    …questa frase non va tradotta letteralmente con:

    ”Sono zucchero di canna, mi sciolgo!”

    per quanto divertente sia recitata da Pino Insegno (bravissimo in quel ruolo). La ragione è che “brown sugar” è una espressione idiomatica legata agli afroamericani, vuol dire sì “zucchero di canna” ma vuol dire anche “donna nera molto attraente”. Nel caso vi chiedeste perché è detta da Wesley Snipes, nel film interpreta il regista D’Urville Martin, un personaggio un po’ eccentrico e quantomeno ambiguo (in tutti i sensi). Il fatto che sia un’espressione idiomatica dovrebbe dissuadere immediatamente dall’idea di tradurlo alla lettera, tra l’altro in italiano il concetto di “zucchero di canna” in quella battuta non è altrettanto immediato, la prima cosa che viene in mente dello zucchero non è il fatto che si sciolga ma che sia dolce; “caramello”, invece, è una parola molto più evocativa, immediatamente fa pensare a qualcosa del colore giusto, che in acqua si squaglia e che è anche possibile associare all’erotismo (di certo più dello zucchero), sarebbe stata un’azzeccata alternativa per questa simpatica gag. Zucchero di canna è una traduzione, caramello è un adattamento. Per fortuna la battuta “Sono zucchero di canna, mi sciolgo!finisce per far ridere lo stesso grazie alla recitazione di Pino Insegno.

    A proposito, questo è il cast di doppiaggio di Dolemite is my name, con Fabrizio Vidale, Domitilla D’Amico, Pino Insegno, Roberto Gammino, Mauro Gravina, Massimo Bitossi, Francesco Cavuoto, Antonio Palumbo.

    cast doppiaggio dolemite is my name con fabrizio vidale

    Dolemite molto piacere, fare il culo ai figli di puttana è il mio mestiere!

    Sempre in tema di linguaggio e ancora una volta circoscritto al protagonista, ecco la frase ricorrente che dà il titolo al film:

    “Dolemite is my name, and fuckin’ up mothafuckas is my game!”

    Che viene resa letteralmente in

    “Dolemite molto piacere, fare il culo ai figli di puttana è il mio mestiere!”

    E per quanto si possa apprezzare il fatto che questa ed altre frasi siano rimaste in rima, perché parte del personaggio, ancora una volta sembra valere questa equivalenza “motherfuckers” = “figli di puttana” che non funziona perché ignora, come già detto, l’uso indiscriminato che ne fanno i neri più sboccati con tanta disinvoltura.

    Senza contare poi che come tanti altri omaggi, il fatto che Moore dica quella frase, data senza contesto e quasi come se fosse la catchphrase del personaggio, in realtà è un richiamo a una scena del suo film “Dolemite” in cui fa un discorso d’incoraggiamento alle sue ragazze. Qui la scena da cui origina la frase:

    “Girls, we gonna give one of the damndest parties this city has ever seen! Queen Bee is gonna send out invitations to all of our friends and associates from all over the country. And I’m gonna let em know that Dolemite is back on the scene!
    I’m gonna let ’em know that Dolemite is my name and fucking up mothafuckas is my game!”

    Che adattato potrebbe essere reso più o meno così:

    “Ragazze, daremo una delle feste più toste che questa città abbia mai visto! Queen Bee manderà inviti a tutti i nostri amici e conoscenti in tutto il paese. E io dimostrerò loro che Dolemite è tornato in pista!
    Dimostrerò loro che Dolemite è il mio nome e rompere il culo a tutti è il mio cognome!

    Scelta che sacrifica a prima vista un po’ dei toni del linguaggio colorito, ma all’improvviso sembra già qualcosa che una persona vera potrebbe dire nella nostra lingua. L’idea nell’adattamento italiano di fare la rima molto piacere / il mio mestiere in sostituzione di my name / my game è buona ma non tiene conto del contesto perché quando Dolemite la dice non si sta presentando a degli sconosciuti, sta ribadendo chi è alle sue prostitute.

    Il fatto che il nuovo film la usi a iosa come se fosse una catchphrase è una scelta degli sceneggiatori che tiene conto dei tanti appassionati del film originale: essi hanno sentito la frase in contesto, la riconoscono e magari pensano “ah, ecco la dice sul palcoscenico e poi la userà nel film!”. Sono chicche buttate lì per i fan che le sapranno apprezzare, come la comica scena di sesso in cui finisce per crollargli il soffitto in testa e che in realtà appartiene al seguito (The Human Tornado, 1976), o la scena in cui Rudy propone di inserire una possessione demoniaca nel copione ma rinuncia subito al pensiero di dover ripulire il vomito verde, e nondimeno aggiunge: “il demonio lo metteremo in un altro film” alludendo al film intitolato Petey Wheatstraw (1977) che produrrà qualche anno più tardi [nessuno di questi film è mai arrivato in Italia].

    Adattare frasi ricorrenti ex novo è, giocoforza, un rischio perché se non si conosce l’argomento o un eventuale contesto pregresso si rischiano incomprensioni come questa. Poi mettiamoci in mezzo l’uso di un linguaggio forzato, come si è già detto, ed ecco una frase che risulta bizzarra ogni volta che la si sente.

    Dolemite molto piacere

    fare il culo ai figli di puttana è il mio mestiere

    Brodo di topi e chi se lo mangia

    Rudy ha un particolare insulto per la gente che disprezza, e che utilizza più volte nel film: “rat soup-eatin’ mothafucka”, ed è anche questo preso direttamente dal suo film “Dolemite”, è praticamente la prima battuta che il personaggio omonimo pronuncia sullo schermo. Gli sceneggiatori di Dolemite is my name hanno scelto di fargliela ripetere più volte per far intendere che era la “sua” frase e che l’avesse inserita nel suo film perché era una cosa che diceva nella vita reale.

    Nel doppiaggio italiano viene resa pedissequamente con “mangia brodo di topi” all’interno di discorsi o stringhe di epiteti anche abbastanza lunghi, con risultato non proprio ottimale.

    “Stronzo mangia brodo di topi”

    (in originale: “Rat soup-eatin’ mothafucka”.)

    “Stronzo buono a nulla mangia brodo di topi cacasotto nato per sbaglio!”

    (in originale: “No business-born, rat soup-eatin’, insecure mothafucka!”. Tra l’altro l’unico caso in cui mothafucka diventa stronzo invece di figlio di puttana, perché non c’è modo di farcelo entrare in una frase già così lunga)

    E così via con un paio di variazioni simili. Il senso di quella battuta è il seguente: avendo Moore visto coi propri occhi cosa vuol dire fare la fame, l’essere tanto poveri e malmessi da accontentarsi (idealmente) di un brodo di topi! Un po’ classista forse come insulto da parte di uno che dal fango ci è venuto ma ahimè questi atteggiamenti sono quelli di chi ha una paura matta di tornarci, e per un uomo nero negli anni ‘70 la paura fa novanta. Il film sembra voler accennare che fosse il modo in cui il padre lo chiamava da bambino per sminuirlo e quindi riutilizzava questa frase con la stessa rabbia covata verso la sua figura paterna.

    Che sia una cosa che dice solo lui nel film è stabilito, serve però un modo fluido e originale di renderlo in lingua italiana. Mangia-ratti? Mastica-ratti? Ciuccia-ratti? Qualunque sia la soluzione si potrà far meglio di questo “mangia-brodo-di-topi” detto ogni volta per intero. Alle volte girare attorno a un concetto è meglio dell’essere letterali a discapito della naturalezza.

    Si scrive Moore, si pronuncia “Mor” ma diventa… Mur (?)

    È a questo punto della discussione sull’adattamento italiano di “Dolemite is my name” che bisogna puntualizzare: il cognome del protagonista del film, Moore, fa rima con la parola inglese door, o con la parola italiana amor. Non si pronuncia “Muur” come invece sembrano essere convinti tutti i personaggi nella versione doppiata, incluso il diretto interessato.

    Ora, errori di pronuncia sui nomi dei personaggi di un film non sono novità, esistono dalla preistoria del doppiaggio, e perfino in un film la cui versione italiana è tanto carina e ben fatta come quel “Prima pagina” sopracitato dove c’è un grosso errore su “Earl” pronunciato “Irl” (la pronuncia corretta è “Erl”). Ma, mentre potremmo passare con molta clemenza sugli errori del passato perché non tutti parlavano l’inglese una volta, né avevano a disposizione gli strumenti che abbiamo oggi, adesso siamo nel 2019: abbiamo tutti uno smartphone in mano al quale possiamo chiedere, volendo, anche come si pronuncia il nome di un personaggio davvero esistito, o tirar fuori in 0,38 secondi circa un migliaio di video su YouTube nel quale tale nome si sente chiaro come il canto del gallo al mattino.

    Com’è che un doppiaggio che mira ad una fedeltà anche troppo alla lettera poi non si cura della pronuncia dei nomi e Moore (pronunciato Mor) può diventare arbitrariamente Muur? Strane scelte di doppiaggio per un film che mira ad essere biografico.

    Eddie Murphy in Dolemite is my name

    Ti ho pizzicato sul nome, eh?

    La scimmia lingualunga

    Il film inoltre accenna vagamente al concetto di “Signifyin’ Monkey” che è una figura della tradizione afroamericana dalla quale attinge a piene mani Rudy Ray Moore. Egli ha praticamente preso una sorta di Pulcinella (per fare un altro paragone azzardato) e l’ha vestito con abiti moderni, facendolo suo.

    Il termine è menzionato di sfuggita in una scena soltanto, nella quale i protagonisti, dopo aver sentito un barbone declamare dei versi volgari, ne hanno riconosciuto l’origine in delle rime popolari della loro tradizione orale: sono le rime di Dolemite e anche di “the Signifyin’ Monkey” (a breve vedremo che cos’è) e in italiano questa lista di personaggi viene resa con la frase “Dolemite, scimmia insensata”. Sembra che Dolemite sia definito “scimmia insensata” ma sono personaggi distinti.

    La leggenda della “Signifyin’ Monkey”

    È un concetto legato al folklore dei neri americani che non sembra avere una traduzione in italiano, e se esiste è affogata in qualche polveroso tomo chissà dove. La storia di questa “signifyin’ monkey”, trasudata negli anni anche in brani musicali come “The Signifying Monkey” di Smokey Joe del 1955 (chicca, Smokey Joe era bianco!), racconta di una scimmietta che prende in giro il leone, re della foresta, dandogli a bere che l’elefante abbia sparlato di lui.
    La scimmia dice al leone “ho saputo che c’è un tale che dice peste e corna di te e della tua famiglia” e il leone si arrabbia tanto che va a minacciare l’elefante, ma le prende di santa ragione. Tornato il giorno dopo tutto ammaccato, il leone subisce ancora le spiritosaggini della scimmietta impertinente che però, dopo averlo sfidato, non riesce a scappare e le prende a sua volta.

    È una storia raccontata in tanti modi diversi e discendente da vere tradizioni africane. Alle orecchie di Rudy Ray Moore arrivò grazie ai senzatetto che per due spiccioli ripetevano queste filastrocche volgarissime piene di insulti in rima tanto originali quanto elaborati.

    La scimmia “insensata” è una traduzione corretta?

    La scimmietta del racconto viene dunque definita “insensata” dall’adattamento italiano. Alla luce di tutto questo, “Signifyin’” potrebbe forse significare più qualcosa come “spiritosa”, “spaccona”, “furba” o addirittura “lingualunga” che sembra racchiudere tutte queste sfumature. Dando per certo che in Italia nessuno ha familiarità con questa figura della Signifyin’ Monkey, quanto sarebbe stato comunque più significativo o almeno evocativo fargli dire “Dolemite, la scimmia lingualunga”! È un nome che ha del fiabesco, capiamo che fanno riferimento ad una qualche leggenda e non che stiano dando della scimmia a questo Dolemite.

    Aggiungiamo anche che sul forum del sito wordreference.com, interessante risorsa linguistica, degli utenti spagnoli che si chiedevano la stessa cosa sono arrivati a simile conclusione:

    US informal (among black Americans) exchange boasts or insults as a game or ritual.

    Me inclinaría por los dos que provees: “choteo” / “vacilón“.

    da Wordreference.com

    Cioè che prende in giro / spiritosa. Non insensata.

    Altre cose lasciate così come sono

    La grande, irreprensibile Sandy Duncan…

    Nella già menzionata scena in cui il gruppo di amici di Rudy va al cinema a vedere “Prima pagina”, i ragazzi sono perplessi da quello che vedono perché il film è lontano dalle loro sensibilità e si mettono a sussurrare. Finché dalla fila davanti una ragazza con i capelli biondi si gira e fa “ssshhhhh”, infastidita. Al che Jimmy Linch, interpellato, risponde con un “Ehi, non fare sshh a me… Sandy Duncan!

    Donna al cinema che invita a fare silenzio, una scena di Dolemite is my name

    Sshhh!

    E chi diamine è Sandy Duncan?

    Beh, Sandy Duncan era un’attrice all’epoca nota per la sitcom “The Sandy Duncan Show” (già “Funny Face”) andata in onda sulla CBS dal ‘71 al ‘72. La scelta di questo nome è emblematica del ragazzo nero di inizi anni ‘70 che percepisce uno show TV come quello della Duncan come “roba per bianchi”, blanda e insipida, e quindi il nome dell’attrice protagonista ne diventa sinonimo. Non importa nemmeno che la ragazza a cui è rivolto “l’insulto” non assomigli lontanamente a Sandy Ducan.

    Cast del Sandy Duncan Show

    Per noi, pubblico italiano, è un nome che ha rilevanza? No. Non quanto in America, dove la conoscono per la televisione, su Wikipedia in italiano difatti a stento ha una sua scheda. E allora perché è stato lasciato intatto nella versione italiana del film? Fedeltà assoluta al copione ma a che pro se la battuta non ci colpisce per niente? Una sostituzione con un nome come quello di Doris Day, per esempio, avrebbe già fornito il risultato sperato: stesso periodo storico, attrice e cantante bianca di successo con i capelli biondi. Voilà! È un nome più noto al pubblico italiano del 2019, per il quale stiamo adattando un film.

    Esempio già collaudato: in Ritorno al futuro (1985) il personaggio di Doc Brown nel 1955 chiede sarcasticamente a Marty McFly chi sia il presidente degli Stati Uniti nel futuro e sentendosi dire “Ronald Reagan”, che all’epoca era attore del cinema, rincara la dose dicendo “suppongo che la first lady allora sia Jane Wyman” (perché era stata la prima moglie di Reagan). Ah, non ricordate la battuta su Jane Wyman? Questo perché la versione italiana del film menziona invece Marilyn Monroe, che nella memoria collettiva (anche in quella italiana) era associata al presidente Kennedy già dai primi anni ‘60 pur senza essere anacronistica visto che l’attrice era già stranota in quel 1955 in cui si svolge il film.

    Ma niente, in “Dolemite is my name” apparentemente è importante che vengano lasciate in inglese cose come “party record”. Che cavolo è un party record, vi chiederete?

    Il party record

    Sì, nei dialoghi italiani si sente un scambio di battute dove viene nominato un party record.

    – Perché diamine c’è la fila? Avevi detto che andavamo a un party.
    – Stiamo andando a un party. Registriamo un party record.

    E se la parola “party” è entrata nel dizionario italiano, ormai anche da prima degli anni ’70, non si può dire lo stesso di “record” nella accezione che si intende qui, né allora né oggi né mai! In italiano quando parliamo di “record” ci riferiamo a un primato registrato (record viene appunto dal verbo registrare in inglese) in una disciplina sportiva o nel famoso libro sponsorizzato da una birra irlandese.

    In inglese per “record”, in questo contesto, si intende un disco in vinile! Che è quello che appunto Rudy Ray Moore si prepara a registrare in quella scena. Per chiarire, un party record era un album di genere comico proprio come quello del sopracitato Redd Foxx. Erano detti “party records” quei dischi comici che contenevano materiale un po’ più audace rispetto ai più comuni “comedy records”, che invece erano registrazioni di monologhi dal vivo di materiale comico non vietato ai minori.

    Si sarebbe capito di lì a poco cosa fosse un “party record”? Sì, perché viene svelato pochi secondi dopo. È lingua italiana corrente? Mille volte no! In italiano non esiste l’espressione “party qualcosa” (su Google a stento compare qualche risultato pertinente se lo limitiamo alla lingua italiana) e con queste frasi calcate dall’inglese senza ricordarsi il contesto, il destinatario e la fruibilità, siamo al limite della lobotomia ormai.

    Era strettamente necessario riportare anche questo concetto, così, (lasciatemelo ripetere) pedissequamente, dall’inglese? A conti fatti, no. Si poteva benissimo inserire una frase qualunque invece di menzionare “party record”, come si è fatto tante volte nella storia del doppiaggio proprio per evitare che rimanessero discorsi insensati.

    Hipster nei dialoghi anni ’70?

    In una scena viene pronunciata la frase “Lo ascolta ogni hipster nero”, e in inglese la parola hipster ha motivo di esistere negli anni ‘70, ma non in italiano. Pur essendo una parola che ha origini negli anni ‘30 del secolo scorso, è entrata nel nostro vocabolario solo l’altro ieri, e nel frattempo dalla sua nascita ha cambiato significato tre volte. Negli anni ‘70 avremmo detto che un ragazzo era “in” per indicare che era parte di una cerchia “speciale”.

    Sold-out nei dialoghi anni ’70?

    Come non è italiano dire che un cinema è “Tutto sold-out per le dieci e mezzanotte” come esclama un organizzatore alla prima di “Dolemite”. Si è sempre detto “tutto esaurito”, qual è la ragione di questo bizzarro “sold-out” in una frase in italiano messa in bocca ad un personaggio di un film ambientato negli anni ‘70? Per non parlare della sciocca ripetizione mettendo un altro “tutto” davanti a “sold-out”, è proprio TUTTO TUTTO esaurito. Non c’è ombra di dubbio.

    Grafico con l'incidenza delle parole "sold out" e "tutto esaurito"

    “Sold out” versus “Tutto esaurito”, nel 1972

    Aggiungiamoci pure che sentiamo parlare di una “registrazione live” che negli anni ’70, mmmh.

    “Stiamo per fare un album, stasera. Una registrazione live

    Vediamo l’incidenza di questa definizione rispetto a “registrazione dal vivo” nei primi anni ’70.

    Grafico a confronto dell'incidenza tra le chiavi di ricerca "registrazione live" e "registrazione dal vivo"

    Direi letteralmente inesistente.

    Qualche complimento finale, mothafuckas!

    Che dire? Il film visto in inglese è molto divertente, Moore nella vita reale non ha fatto dei capolavori ma si è meritato di essere ricordato perché è stato d’ispirazione per comici come Eddie Murphy, che ha creduto tantissimo in questo progetto, e per rapper come Snoop Dogg, il quale interpreta nel film il disc jockey del negozio in cui lavora Rudy, e che ha affermato: “Senza Rudy Ray Moore, Snoop Dogg non sarebbe mai esistito”. Sul finale del film, Moore viene accreditato come “Padrino del Rap”.

    Della versione italiana posso dire che mi sono piaciute le rime che il personaggio di Dolemite decanta sul palcoscenico. Si sente che chi le ha composte si è divertito, e riescono a rendere bene tono e intenzione di quelle originali. Fare questo lavoro in rima non è cosa da niente. Apprezzo che, dove possibile, quando i personaggi menzionavano un altro film, sia stato riportato il suo titolo italiano e non lasciato in inglese (né inventato di sana pianta, come abbiamo visto in tanti prodotti doppiati). Anche questo non è scontato e rivela che è stato prestato un minimo d’attenzione.

    Pollice in su anche per la voce di Eddie Murphy in questo film, Fabrizio Vidale, ha fatto un buon lavoro nello star dietro all’attore facendo per conto suo pur non disprezzando di replicare (benissimo!) la famosa “risata” che Tonino Accolla aveva inventato tanti anni fa. Un simpatico omaggio ad un artista non dimenticato e indimenticabile.

    Eddie Murphy risata primo piano da Dolemite is my name

    Sapete di quale risata sto parlando!


    Letture consigliate

    “Dolemite Is My Name,” the Signifying Monkey and the Black Comedic Tradition, del giornalista Joshua Adams [in inglese]

  • Il Silenzio degli Innocenti – Una traduzione iniqua

    silenziodegliinnocenti

    Critica all’adattamento di Il Silenzio degli Innocenti

    Il Silenzio degli Innocenti del 1991 è un capolavoro innegabile, che lo si guardi in italiano o in inglese. La scelta dei doppiatori e il lessico, ancora reminiscente dei doppiaggi anni ’80, sono i veri punti di forza della versione italiana, con determinate battute che vi rimarranno impresse a vita (tra queste ogni singola frase di Anthony Hopkins). Immaginare questo film con un doppiaggio moderno è impossibile, sento l’odore della tua fica non lo ritroverete mai in nessun doppiaggio moderno.
    Con un’introduzione così magniloquente vi domanderete… dove hanno toppato? Semplice, nella traduzione di moltissime frasi.
    Il doppiaggio di questo film fu affidato alla società “Cinema Cinema” che suppongo fosse dello stesso Tonino Accolla perché lo ritrovo costantemente alla direzione di qualsiasi film doppiato da questo studio, spesso circondato da un entourage di collaboratori che oserei dire “storici”, molti dei quali ritrovate anche nei Simpson (Mario Milita e Ilaria Stagni ad esempio). Non è un caso che le prime 3 stagioni dei Simpson, dal ’91 al ’94 in Italia, fossero doppiate proprio dalla società “Cinema Cinema”.
    La cosa più lampante della direzione di Accolla è che egli si accolla (perdonate il voluto gioco di parole) un numero “notevole” di ruoli minori, forse per economizzare sul costo di produzione ma più probabilmente per una ragione pratica… infatti, quando sei un interprete eclettico come lo era Accolla nel 1991, è quasi normale pensare “vabbè, queste tre battute faccio prima a farle io che mettermi a trovare qualcuno apposta, farlo venire fin qui a registrare, etc… etc…”. Così ci ritroviamo Accolla in almeno tre ruoli! Forse non ci avete fatto mai caso, ma si sa, il doppiaggio degno di nota è quello che non si nota (cit. Mario Paolinelli, dialoghista).

    tutti i ruoli di Tonino Accolla nel Silenzio degli Innocenti

    tutti i ruoli di Tonino Accolla nel film: il multiplo Miggs, l’entomologo ed uno dei poliziotti sul finale.


    Veniamo dunque al problema di questo adattamento: gli errori di traduzione (e i presunti tali).

    Errori nel doppiaggio e considerazioni

    Il film inizia con Clarice Starling (Jodie Foster), recluta FBI, a cui viene offerto l’incarico di interrogare criminali incarcerati che possano dare una mano in casi ancora irrisolti. La domanda che il capo pone a Starling è:

    SotL-spook

    Do you spook easily, Starling?

    ovvero, letteralmente, “ti impressioni facilmente, Starling?”, che nel doppiaggio italiano è invece…

    Tu parli con facilità, Starling?
    Non ancora, signore.

    Questo errore viene citato un po’ ovunque ed è probabile che origini dalla vicinanza tra “spook” e “speak” ma anche dalla logica del discorso, infatti la frase precedente era stiamo interrogando tutti gli assassini recidivi già in prigione per compilare un loro profilo psico-comportamentale […] la maggioranza è stata felice di parlare con noi. La differenza è che, nella risposta originale, Clarice Starling dimostra di essere spavalda come qualsiasi recluta, dichiarando di non spaventarsi facilmente. In italiano invece la sua risposta non è segno di spavalderia ma di franchezza (e di celata vulnerabilità): non avendo lei alcuna esperienza sul campo, ammette di non saper ancora parlare con facilità con i detenuti.
    Le implicazioni di questa alterazione onestamente non sono gravi, tutt’altro. La risposta nella versione italiana comunque rispecchia una caratteristica della psicologia del personaggio di Clarice Starling che poi ritroveremo anche successivamente nel corso del film, quindi il danno è veramente limitato. L’unica cosa che forse viene a mancare è l’ironia dello sceneggiatore che nelle prime scene del film sceglie di far dire a Clarice di non spaventarsi facilmente mentre durante l’intero film si spaventerà più volte (dal ritrovamento della testa nel barattolo fino alla sequenza finale nella casa del killer Buffalo Bill).
    Trovo più strana una frase successiva, quando il capo le dà il suggerimento credimi, non crearti nessun problema per Hannibal Lecter mentre in originale la stessa frase era molto più chiara: believe me, you don’t want Hannibal Lecter inside your head (equivalente di “credimi, è meglio se eviti che Hannibal Lecter ti entri nella mente”).
    Personalmente reputo più fastidiosa una frase di dubbia comprensione come quella del “non crearti nessun problema”, rispetto ad un alterazione come “tu parli con facilità?” che, per quanto errata, rimane sensata.

    SotL-yourself

    Un’altra insensatezza l’abbiamo durante le investigazioni di Starling basate sulla comprensione degli indovinelli di Lecter:

    ho pensato che il riferimento “dentro te” nascondesse qualcosa di molto vicino a Lecter, così ho immaginato che poteva riferirsi a Baltimora, ho guardato nell’elenco telefonico e c’è un locale chiamato “Dentro il tuo magazzino”, appena fuori dal centro della sua città.

    Magari non avete visto il film o non ricordate il contesto ma, anche seguendo il film, questa frase sembra non avere un senso logico.
    Vi riassumo l’essenza di ciò che accade SECONDO I DIALOGHI ITALIANI: Hannibal usa l’espressione “dentro te” quando dice a Clarisse “guarda dentro te e il resto di te stessa” –> Clarice pensa che “dentro te” possa riferirsi a qualcosa di vicino a Lecter (perché mai?) e quindi alla città di Baltimora (??) –> Clarice usa questa intuizione per cercare sull’elenco telefonico e trova un “locale” (forse era meglio tradurre “una ditta”) chiamato Dentro il tuo magazzino, il quale si trova fuori (???) dal centro di Baltimora (quindi non era neanche “dentro” Baltimora!).
    Cioè “Dentro te” = “a Baltimora”? Ma che cazzo di sequenza logica è? Diciamo che c’è arrivata per puro caso.
    La sequenza logica in inglese è molto più semplice e comprensibile: Hannibal usa l’espressione “look deep within yourself” (letteralmente “guarda a fondo dentro te stessa”) –> Clarice intuisce che si tratta di un indovinello perché la frase suona troppo forzata e innaturale per un raffinato come Hannibal –> così cerca sull’elenco telefonico la parola “yourself” trovando una ditta chiamata Your Self Storage (carino gioco di parole basato sulla fusione di “yourself” con “self storage”), et voilà, la frase “guarda a fondo dentro te stessa” assume immediatamente un nuovo significato, ovvero: guarda a fondo dentro un luogo letteralmente chiamato “te stessa”, Your Self.
    Non so come fosse tradotto questo indovinello nel romanzo, ma nel film fa schifo!

    SotL-chair

    Altro errore di traduzione è quando Barney, il secondino, dice a Clarice:

    Metto fuori una sedia per lei.

    mentre in realtà l’originale I put out a chair for you equivale ad un le ho (già) messo lì una sedia. La confusione deriva dal verbo mettere che al presente fa put e nelle forme passate rimane sempre e comunque put. Sebbene si tratti di un umano errore di traduzione sulla carta, al momento di registrare qualcuno forse si sarebbe dovuto fare qualche domanda, avendo capito il contesto della frase. Difatti Clarice trova già la sedia quando arriva davanti alla cella di Lecter, perché Barney gliel’aveva già sistemata lì.

    SotL-fly

    Ovviamente rimane intraducibile il fatto che Starling (il cognome della protagonista) sia anche il nome di un tipo di uccello (lo storno). Quindi la battuta vola di nuovo a scuola ora, piccola Starling. Vola, vola, vola in italiano non può altro che essere interpretata come facente parte dell’eccentricità del personaggio di Lecter e niente più. Non abbiamo mai detto che il doppiaggio non abbia i suoi limiti invalicabili. Nel seguito di Ridley Scott questo riferimento ai volatili ritorna in un aneddoto di Lecter.

    SotL-spara

    Quando la piccola Clarice chiede al padre sceriffo se ha “preso degli uomini cattivi”, il padre le risponde che sono tutti scappati via, Clarice allora replica: e tu spara!. Non so se fosse una battuta intenzionale o l’ennesimo errore di comprensione della lingua inglese. In originale difatti la bambina diceva oh, shoot! che non vuol dire “spara”, bensì è l’equivalente del nostro “e che cacchio!”.

    SotL-disturb

    Continuiamo con i piccoli errori: la promessa I won’t disturb anything, I promise fatta al proprietario del magazzino (che si preoccupava della riservatezza dei suoi clienti), in italiano diventa non darò alcun disturbo, prometto mentre avrebbe dovuto dire “non toccherò niente, prometto”. Il disturb in questo caso si riferisce allo spostare oggetti dalla loro posizione, non all’arrecare disturbo ad una persona. Del resto Clarice aveva già disturbato il proprietario facendolo venire ad aprire il magazzino nel bel mezzo della notte. La frase italiana dunque è insensata.

    SotL-six-way

    Mi serve un collegamento con la sei. Chicago, Detroit…

    I sottotitoli italiani sul DVD, che per una volta sono tradotti “abbastanza” decentemente, suggeriscono una versione più accurata: Voglio un collegamento a sei stazioni. Chicago, Detroit… . Non so a cosa pensavano quando hanno tradotto “con la sei” per il doppiaggio, evidentemente l’hanno buttata un po’ lì.

    SotL-officers

    Scusatemi? Scusatemi signori. Signori e ufficiali, ascoltate!

    L’errore di traduzione che odio forse di più al mondo: tradurre “officers” come “ufficiali”. Qui però si perde anche qualcosa di più. Difatti Clarice, con quella frase, (secondo me) si prende una sua piccola vendetta sui poliziotti che prima l’avevano fissata insistentemente cercando di metterla a disagio solo perché donna. La presa in giro sta nel chiamarli “officers and gentlemen”, come il titolo del film Ufficiale e gentiluomo  di una decina di anni prima.
    Spero di non averci sentito più di quanto dovuto in quella frase. Chi ha tradotto i sottotitoli del DVD l’ha riportata come “Scusate? Scusate, signori. E voi, agenti” ma lei si rivolgeva soltanto agli agenti di polizia nella stanza e a nessun altro, per questo reputo che “officers and gentlemen” fosse una piccola presa in giro, non un richiamo per agenti e non agenti.
    In mano mia avrei optato per farle dire “Scusatemi? Scusatemi signori. Signori agenti, ascoltate!”, così da mantenere la forma e il significato della frase originale, ma anche quel pizzico di presa di culo, reso nella mia versione dal chiamare un agente di polizia “signor agente”.
    Sì, se qualcuno mi pagasse lo farei anche come lavoro.

    In ogni caso, qualsiasi cosa va bene purché non si senta “officers” tradotto come “ufficiale” invece di “agente”.

    SotL-iniqua

    Una morte iniqua.

    Durante l’autopsia di una delle vittime, viene pronunciata una delle frasi più esilaranti in italiano: una morte iniqua. Tanto che viene da chiedersi se simili espressioni, a dir poco poetiche, siano la norma nei rapporti stilati dall’FBI.
    Inutile dire che si tratta dell’ennesima traduzione insensata di questo film! Con “wrongful death“, Starling e il dottor Akin facevano uso di un termine legale che potremmo tradurre molto semplicemente come “omicidio“. Erano molto semplicemente arrivati a confermare il fatto che il cadavere difronte a loro fosse stato ucciso, non stavano certo a filosofeggiare arricchendo il loro rapporto ufficiale con frasi ad effetto. Vi ho detto che anche i dialoghi sono di Accolla?

    SotL-drugstore

    Una notte sorprese due ladri che uscivano dal retro di un drugstore.

    Mi domando cosa li abbia spinti a lasciare questa parola in inglese, drugstore. Conoscendo gli italiani del 1991, dubito che in molti abbiano capito di cosa si trattasse. Solo a logica si può intuire che si tratti di un qualche tipo di negozio.

    SotL-fellatio

    Non tutte le alterazioni vengono per nuocere (questa frase in realtà dovrebbe essere il motto del blog), difatti trovo più apprezzabile la frase “Perché, Clarice? Il proprietario ha preteso delle attenzioni?” di quella originale che vedete nell’immagine qui sopra. Devo tradurvela? La parola fellatio mi pare eloquente.
    Lo smorzamento dei toni non influisce sul personaggio in alcun modo dato che, nella successiva domanda, Hannibal (sia in italiano che in originale) chiede se il proprietario l’avesse sodomizzata.

    Una lista di altre piccole curiosità

    Un poliziotto ordina ad un collega di prendere il comando invece del giubbotto antiproiettile come in originale (get the vest), suppongo per stare nei tempi della battuta.
    ardeliamappLa doppiatrice che dà la voce al personaggio di Ardelia Mapp, la collega di Clarice interpretata da Kasi Lemmons [nella foto a sinistra], fa un lavoro a mio parere pessimo. Non so chi sia ma le poche battute che ha sono mal recitate e la voce non si addice al volto giovanile dell’attrice. Per come recita sembra quasi che voglia interpretare una “straniera”, dandole un leggero accento. Mancava solo che le facessero dire “bongo bongo bongo, stare bene solo al Congo”. – Qui il video.
    AGGIORNAMENTO 11/02/2018: abbiamo una conferma autorevole sull’identità della doppiatrice di Kasi Lemmons, è l’attrice francese Leila Lasmi, all’epoca fidanzata di Tonino o forse addirittura moglie, come specifica Repubblica in questo articolo del 1989. La stessa era anche assistente al doppiaggio di Accolla nella prima stagione dei Simpson e in altri film diretti da Torino in quel periodo. Non ci ero andato lontano quando avevo pensato che Tonino avesse fatto doppiare quelle poche battute “alla prima che capita”, purtroppo la differenza con il resto del cast di doppiatori è evidente. E con questa esclusiva di Doppiaggi Italioti si chiude un altro mistero su doppiatori mai identificati prima!
    Scena da "Quei bravi ragazzi" con vignetta che legge "adeso va' ad aggiornare il Genna, che manca roba"
    Accolla non è il solo ad interpretare più di un ruolo: Mario Milita, noto come voce di nonno Simpson, in questo film interpreta due personaggi: prima il signor Lang, proprietario del deposito, e poi il Dr. Akin, nella scena dell’autopsia.
    Gli anagrammi del dottor Lecter sono resi in italiano grazie all’alterazione dei nomi che, suppongo, origini dalla versione italiana del romanzo. Non sono sempre perfetti ma sufficientemente funzionali.
    L’amica di Fredrica che Clarisse incontra in un bar-gelateria le dice “Freddie was so happy for me when I got this job at the bank” che è stato tradotto un po’ troppo alla lettera come “Freddie era così contenta per me quando ho avuto questo posto in banca” ma in italiano nessuno direbbe così, dovrebbe dire semplicemente “quando ho avuto il posto in banca“. La traduzione alla lettera fa pensare che l’amica di Fredrica sia sul posto di lavoro (in banca) mentre le parla, quando è evidente che si trovi in una generica gelateria/bar/drogheria [grazie all’utente “Baby Luigi”].

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    Citazioni dal film da riutilizzare nella vita reale

    Incontro tra Angela Merkel e Putin
    Sai cosa mi sembri con la tua borsetta pulita e le scarpette a buon prezzo? Mi sembri una campagnola… un’energica campagnola ripulita con poco gusto.

    Considerazioni finali

    Nonostante la moltitudine di errori e alterazioni poco giustificabili nel doppiaggio di questo film, rimango lontano dallo sconsigliarne una visione in italiano perché in ogni caso la bravura degli interpreti oscura quasi completamente gli errori di cui è costellato; Dario Penne su Hopkins è talmente azzeccato che poi ne diventò la voce “ufficiale”.
    A chi è in grado di goderselo in inglese, tuttavia, ne consiglio la visione in lingua originale almeno una volta nella vita, anche per cogliere un elemento essenziale che fino ad ora non avevo citato, ovvero il modo di parlare di Buffalo Bill (interpretato da Ted Levine)! Tra i personaggi forse più imitati nel mondo anglosassone, con parodie, omaggi e citazioni. Ogni sua frase (ed il modo di recitarle) è rimasta impressa nel pubblico di lingua inglese diventando un piccolo fenomeno culturale, dal would you fuck me? (mi scoperesti?), detto a sé stesso allo specchio, al put the fucking lotion in the basket (“metti quella fottuta lozione nel cesto!”) urlato alla ragazza nel pozzo.

    L’influenza culturale del personaggio di Buffalo Bill è intuibile da questa ridottissima lista di esempi che vi propongo qui:

    • nel film Clerks II di Kevin Smith viene inscenata la sequenza del “mi scoperesti?”
    • idem in un episodio dei Griffin dove è Chris ad imitarlo (a dir la verità sono numerose le scene del Silenzio degli Innocenti riproposte nei Griffin)
    • il personaggio di Mr. Plinkett delle celebri (tranne che in Italia) recensioni di Star Wars di RedLetterMedia trae origine in gran parte da Buffalo Bill
    • gli autori del canale YouTube Legolambs realizzarono un brano in stile musical con le frasi del film (in particolare put the fucking lotion in the basket), questo adesso è diventato un vero e proprio musical a Broadway!
    • Non dimentichiamoci inoltre che la voce del camionista assassino in Radio Killer è proprio di Ted Levine in inglese (Ennio Coltorti in italiano).

    In Italia la voce di Buffalo Bill (di Paolo Scalondro), per quanto “abbastanza” simile all’originale, non rimane molto impressa, né ha avuto alcun tipo di impatto culturale. Questo è l’unico vero motivo per cui ne consiglio, almeno una volta nella vita, la visione in lingua originale.

  • Reportage dalla Prima Edizione del Premio Tonino Accolla

    Come in un trafiletto ottocentesco, riportiamo…
    Siracusa2
    11 Luglio, sfidando il caldo umido siciliano, il nostro Leo si è recato all’Antico Mercato di Ortigia, a Siracusa, per partecipare ad una importante serata (lo stesso giorno, molto più a nord, il vostro affezionatissimo festeggiava il suo compleanno, ma questa è un’altra storia).
    L’evento siracusano, organizzato da A.R.C.A., era una raccolta di fondi per la ricerca sul canco pancreatico.
    Da qui all’eternità“, questo il nome della serata culturale che ha ospitato la prima edizione del Premio Tonino Accolla, premio dedicato all’attore, doppiatore e regista scomparso un anno fa.
    L’antiquata videocamera del nostro inviato ha catturato una interessante serata culturale fatta di voci, ballo e musica.
    Alberto Pagnotta, giovane attore e doppiatore ha omaggiato la memoria di Tonino Accolla esibendosi in un doppiaggio in diretta del film “Una Settimana Da Dio” e in una cover Disney/Pixar della canzone “Let It Go” (dal recente film Frozen).
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    Le ballerine della scuola “Prince Du Ballet” si sono esibite in un interessante tributo tersicoreo sulle note delle colonne sonore di film alle quali Tonino Accolla ha prestato la voce. Al pianoforte, il Maestro Antonio Canino.
    La cantante americana Tess Amodeo Vickery ha allietato il pubblico con le sonorità swing della sua voce, accompagnata da un trio di portentosi musicisti jazz.
    La serata si è conclusa con la premiazione dell’attrice Galatea Ranzi, alla presenza dell’organizzazione, del padre di Tonino Accolla, e della pittrice Irene Lopez DeCastro.

    Vi lascio con del materiale video gentilmente girato e montato dal mio inviato per gli interessati che non hanno potuto partecipare all’evento. Neanche io, per motivi geografici e per via della ricorrenza della mia nascita, ho potuto recarmi in loco, quindi anche da parte mia un grandissimo ringraziamento a Leo!

    Evit

    REPORTAGE DI LEO DELL’EVENTO PER DOPPIAGGI ITALIOTI
    (con Alberto Pagnotta)

    ESIBIZIONE DI ALBERTO PAGNOTTA

    LE PREMIAZIONI

    ALTRI MOMENTI SALIENTI

     

  • 5 attori americani che la voce dei nostri doppiatori se la sognano…

    Titolo esagerato e un po’ provocatorio, lo so. Parto a bomba, poi spiego via via…
    BOOM!

    1) Eddie Murphy – Tonino Accolla

    Murphy - Accolla

    Eddie Murphy è bravo anche in lingua originale ma ha sempre dato l’impressione che mancasse di qualcosa di essenziale, risultando spesso sottotono. Ciò che gli manca in inglese è la risata di Tonino Accolla!
    Questa non è solo l’opinione di un italiano che è cresciuto guardando film in italiano, si vocifera infatti che fosse addirittura opinione dello stesso Murphy, il quale, in un’intervista televisiva, disse: “in Italia c’è un doppiatore che è più bravo di me“. Questa citazione prendetela con le pinze perché non sono riuscito ancora a trovare l’intervista in questione e mi rifaccio semplicemente a ciò che Accolla raccontava nelle sue interviste, lo stesso Accolla però proclamava anche che Eddie Murphy avesse alterato la sua risata dopo averla sentita doppiata in Italiano. Queste affermazioni (moooolto difficili da verificare e mi trattengo dal dire altro in merito) purtroppo lasciano il tempo che trovano ma rimane indubbio il talento di Tonino ed è bene ricordare come in Italia abbiamo avuto la fortuna, anzi il privilegio, di un abbinamento attore-doppiatore che ha finito per esaltare l’impatto comico di Eddie Murphy verso il pubblico nostrano degli anni ’80 e ’90, migliorando una caratteristica che già in originale era stranota ed apprezzata, la risata.
    Non mi credete? Andatevi a vedere una qualsiasi clip intitolata “Eddie Murphy’s laugh” e venitemi a dire se non vi delude almeno un pochino!

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    2) Steven Seagal – Michele Gammino


    L’inespressività di Seagal e la sua voce monocorde sono quasi proverbiali nel mondo anglosassone ed occasione di numerose prese di giro che fluttuano su internet da ben prima della creazione di YouTube [memorabili sono gli episodi a cartoni dello Steven Seagal Show di Ken McIntyre]. In Italia per fortuna la cosa è stata “sistemata” da Michele Gammino che aggiunge spessore e carattere (perbacco persino espressività!) ai personaggi del sensei Seagal e in generale gli dona una vasta gamma di emozioni che semplicemente non esistono in origine. È come doppiare un armadio e dargli carisma, non è cosa facile. Comunque diciamocelo, Gammino riesce ad “aggiustare” tutti con la sua voce da eroe. Non a caso è la voce ufficiale di Harrison Ford, salvo recenti e assurde eccezioni dovute forse al mondo delle raccomandazioni.
    Da quando Seagal ha smesso di fare film decenti (parliamo all’incirca dal 2000 in poi, con il film “Ferite Mortali” che si trova a cavallo tra vecchie glorie e futura carriera da benzinaio) anche Gammino ne ha abbandonato il doppiaggio (a parte qualche inatteso ritorno) lasciando spazio ad una sfilza di doppiatori casuali, quasi alla stregua di un qualsiasi attore di serie B poco noto… il che, devo dire, rispecchia perfettamente la decadenza del sensei e dei suoi film direct-to-DVD girati nell’Europa dell’est.
    Gammino è ritornato su Seagal per Machete (2010), l’unico cameo degno di nota nel periodo post-Ferite Mortali, per regalarci la voce che merita su un personaggio che merita. È bene e giusto lasciare tutti gli altri dimenticabili film al primo doppiatore che capita per puro caso nello studio di registrazione in quel momento… andrebbe bene anche il garzone del bar “da Sergio” che porta il caffé al direttore di doppiaggio. Potete andare a scomodare Gammino solo quando strettamente necessario, non c’è bisogno di sciuparlo su pellicole ammiscate cu nente.

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    3) Jack Nicholson – Giancarlo Giannini


    Qui potrei perdere di credibilità per alcuni ma rimango saldo su questo punto e voglio reiterarlo: nonostante Nicholson sia un ottimo attore e famoso nel mondo per le sue interpretazioni, alle orecchie del pubblico italiano purtroppo la sua voce originale risulta assai poco espressiva se rapportata all’interpretazione che ne ha fatto spesso Giannini; basti pensare al Joker di Nicholson nel film Batman (1989) che in inglese è incredibilmente… deludente, scusate l’assenza di altri aggettivi, al contrario di Giannini che con la sua risata rauca e gli sbalzi di tono completa alla perfezione la pazzia esilarante del personaggio psicopatico… e fa anche ridere. Joker-col-freno-a-mano di Nicholson invece no. In inglese il Joker è no-io-so! L’ho detto! Per quanto riguarda un’altra “giancarlata”, ovvero il Nicholson in Shining, vi ricordo semplicemente di una certa lettera di congratulazioni che Kubrick inviò a Giannini per il lavoro svolto e non dico altro. La voce di Giannini spesso migliora Nicholson come attore, è il suo doppiatore numero uno, UNO! [cit. da Batman]
    Adesso potete mandarmi il plotone di esecuzione a casa!
    [PS ciò che rendeva Batman più divertente in italiano era anche il lessico molto ricercato di fine anni ’80 del duo Maldesi-Jacquier, ma senza Giannini, con una recitazione fotocopia di quella originale, il prodotto avrebbe avuto un impatto minore a mio parere.]

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    4) Woody Allen – Oreste Lionello


    Lionello era uno di quei doppiatori che trasformava tutto ciò che recitava in oro colato, come già ebbi modo di dire nell’articolo su Frankenstein Junior. Cosa dire in merito… semplicemente che il Woody Allen doppiato da Lionello è più divertente di Woody Allen stesso! La sua tradizionale parlantina nevrotica è resa meglio da Oreste. L’ho detto!
    Ma lo ha detto lo stesso Woody Allen quando in passato, nonostante egli non sia mai stato un fan del doppiaggio, ha più volte elogiato Lionello ringraziandolo di aver aiutato la sua fama in Italia, come del resto si può capire da questa intervista (da me tradotta) dove alla domanda “cosa pensa del doppiaggio?” Woody Allen ha risposto:

    It’s a mixed blessing, I don’t like dubbing at all. Americans are not used to dubbing. We grew up without dubbing and so it’s always very, very strange to us and I am very much against it,
    [Il doppiaggio] è un’arma a doppio taglio, non mi piace affatto. Gli americani non ci sono abituati. Siamo cresciuti senza e di conseguenza ci sembra molto molto strano. Ne sono fortemente contrario.
    Whenever I send my films out to European countries I always try to get the prints subtitled if I can but I’m met with resistance because the countries are just not used to subtitles“.
    Ogniqualvolta che mando i miei film in Europa chiedo che ne facciano copie sottotitolate se possibile ma incontro sempre una forte resistenza perché in quei paesi non sono abituati ai sottotitoli.
    Now, having said this I would say that the man who dubbed me for years in Italy, now deceased, made me into a hero… it was his voice and everybody liked me. I don’t know for sure if they had heard my own voice they would have been that responsive to me“.
    Detto questo, devo ammettere che l’uomo che per anni mi ha doppiato in italiano, adesso deceduto [Oreste Lionello], mi ha trasformato in un eroe… la voce era sua eppure la gente apprezzava me. Non sono sicuro che mi avrebbero accolto altrettanto caldamente se avessero sentito la mia vera voce.
    I might have been good anyway, but there is no guarantee of it, so, you know, that’s how I feel. I consider myself lucky that I was dubbed even though I don’t like the process“.
    Forse avrei avuto lo stesso successo ma non è detto, quindi, questo è ciò che penso. Mi considero fortunato ad essere stato doppiato anche se il doppiaggio di per sé non mi piace.

    Non so cosa pensi Woody Allen della sua nuova voce, ovvero Leo Gullotta. Suppongo che non gliene freghi assolutamente niente, ormai è comunque famoso e ha la sua schiera di fan. Leo Gullotta ad ogni modo si è dimostrato un sostituto niente male che riesce a fare almeno una fotocopia di Allen, forse non aggiungerà altro ai suoi personaggi ma è almeno alla pari. Forse non tutti sanno che la sua carriera da doppiatore è lunga e costellata di memorabili perle anche se si tende a ricordarlo solo per i suoi personaggi in drag del Bagaglino e per la pubblicità dei Condorelli.

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    5) Robert De Niro – Ferruccio Amendola

    robert-de-niro-ferruccio-amendola
    C’è chi ritiene che Robert De Niro sia una scarpa di attore. Lascio il giudizio ad altri, è tuttavia innegabile che con il cambio di millennio e dopo una carriera di tutto rispetto fatta di ruoli ben selezionati per le proprie capacità, “Bobby” abbia deciso che nella vita di un attore ci sono cose molto più importanti della scelta attenta dei ruoli e delle sceneggiature, come ad esempio l’università dei figli, il mantenimento della moglie, la piscina nuova, le rate del mutuo sulle ville etc… e così ha cominciato ad accettare praticamente qualsiasi ruolo gli venisse offerto, spesso in commedie, a detta sua “per divertirsi”, a detta mia per portare a casa la pagnotta finché lo continuano ad ingaggiare. Chi non lo farebbe alla sua età? Sono felice per lui.
    Negli anni d’oro (che più o meno terminano tra Terapia e pallottole e Ti Presento i miei) abbiamo conosciuto De Niro attraverso la voce di Ferruccio Amendola e diciamo che nessuno si è mai lamentato di quanto De Niro sia infinitamente più bravo in lingua originale, nonostante l’avvento del DVD abbia consentito a tutti un confronto diretto. Infatti non lo è. Amendola lo ha sempre doppiato alla perfezione riportando nella nostra lingua un’equivalente interpretazione. Anzi ha persino reso celebri frasi che in inglese così celebri poi non sono, come ad esempio:

    You’re nothing but a lot of talk and a badge.

    Chiedetela ad un americano qualsiasi e vedrete che in pochi la identificherebbero subito. Provate invece a recitare ad un italiano la seguente frase e molte più persone vi diranno di averla almeno già sentita:

    Sei solo chiacchiere e distintivo, solo chiacchiere e distintivo!

    Avrei di che lamentarmi riguardo la voce di Amendola su certi attori come Al Pacino (specialmente in Scarface), ma su De Niro è sempre stato un abbinamento perfetto che spesso ha giovato all’attore. Degno sostituto di Amendola è stato Stefano De Sando che non solo rispecchia piuttosto bene la voce ormai senile di De Niro ma sa essere anche divertente, caratteristica molto importante negli anni del “tramonto” professionale dedicato alle commediole. Se Showtime fa ridere è solo grazie a De Sando. A ripensarci è praticamente lo stesso destino beffardo che è capitato a Seagal, ridottosi a fare film per pagare gli alimenti a Kelly LeBrock (scherzo, me lo sto inventando. Gli servono per il trapianto di capelli), solo che Seagal ha un senso dell’umorismo tutto suo e nelle commedie non sa e non può riciclarsi, così continua a far tirare calci alle sue controfigure fornendo il proprio volto sudato per fugaci primi piani. Così come per Seagal, anche per De Niro, con il cambio di millennio, è avvenuto un cambio di qualità (in negativo) ed un cambio di voce (per una ragione o per un’altra).

    De Niro nella sua classica

    De Niro nella sua classica “faccia piangente”


    Finisco su De Niro citando il grande comico non intenzionale Gianni Morandi: “lei è stato anche un grande regista oltre che un grande attore, ha lavorato con i più grandi registi del mondo… potrebbe dire come ha fatto a fare questo spogliarello?”
    CONCLUSIONE… era ora!
    È curioso come tutti questi attori americani siano noti nel mondo anglosassone, nel bene e nel male, proprio per la particolarità delle loro voci. Nella mia lista ho spaziato dalle scelte ovvie, come l’armadio a due ante Steven Seagal che in originale praticamente non recita, a scelte meno ovvie come Jack Nicholson, quindi da un esempio esagerato in cui la recitazione deve essere interamente aggiunta dal doppiatore ad uno in cui il doppiatore migliora il prodotto originale solamente di un tantino, magari anche solo per una risata meglio eseguita (come il caso di Accolla su Eddie Murphy).
    Se vi vengono in mente altri abbinamenti attore-doppiatore che hanno giovato all’attore scriveteli nei commenti, se trovo roba buona magari ne faccio un “PART DEUX”. Questo è tanto per ricordare che non sempre il doppiaggio sciupa una grande interpretazione originale come spesso si crede, c’è sempre la speranza che ogni tanto la possa anche migliorare o almeno proporne una valida “copia”.

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    SE NON VI È BASTATO, C’È SEMPRE LA SECONDA PARTE:

    ALTRI 5 ATTORI MIGLIORATI DAI DOPPIATORI ITALIANI

  • Nuova voce per Homer Simpson

    La scelta di Mediaset
    I pochi che ancora guardano le nuove serie dei Simpson lo sapranno già, a chi ha abbandonato la serie tempo fa invece non gliene fregherà niente… La notizia è che dopo la morte di Tonino Accolla, Homer Simpson in italiano ha cambiato necessariamente doppiatore.
    I due finalisti sono stati Alberto Pagnotta e Massimo Lopez e il ruolo alla fine è andato Massimo Lopez.
    Dall’anonimo mondo di internet, anzi di Facebook, numerose sono state le lamentele per questa scelta, difatti Pagnotta è noto su YouTube proprio per la sua ineccepibile imitazione di Tonino Accolla nei suoi vari personaggi e per molti la scelta di Pagnotta era quasi ovvia e molto attesa. È dunque comprensibile la delusione di molti quando la Mediaset ha deciso di optare per un doppiatore e attore con molta più esperienza, Lopez.
    Sebbene questa scelta sia comprensibile da un punto di vista professionale, ho trovato abbastanza deludente il provino di Massimo Lopez che ricorda un po’ l’orso Yoghi e un po’ imita Accolla. Se volevano un imitatore di Accolla tanto valeva scegliere Pagnotta che comunque non imita e basta ma sa anche caratterizzare nuovi dialoghi, chi conosce Pagnotta questo già lo sa. Se si voleva invece una interpretazione del tutto nuova e diversa da quella di Accolla allora avrebbe avuto più senso optare per un doppiaggio che somigli più da vicino allo Homer originale. Questa via di mezzo secondo me non ha molto senso. Comunque abbiamo visto solo un provino, vedremo cosa tira fuori Lopez… Anzi no, forse non lo vedremo proprio perché ormai la serie è naufragata nell’insipido e ha perso TUTTO quello che la rendeva famosa e speciale, i pochi che ancora se la guardano forse si lamenteranno del nuovo doppiaggio ma non interesserà a nessuno.
    L’unica cosa di cui sono contento è che il mio amico Alberto abbia avuto una chance arrivando così vicino alla meta, sono sicuro che a lui abbia dato molta soddisfazione il solo fatto di essere arrivato in finale con un professionista come Lopez. È solo un peccato che non vengano date più possibilità ai giovani emergenti ma Alberto ne avrà certamente molte altre.
    Buona fortuna Albe’.

  • Nuovo doppiaggio Simpson (non) fa scandalo

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    Qualche tempo fa mi capitò di leggere su Google News di un presunto scandalo che per poco non fa saltare qualche capo di stato. Vatileaks? Wikileaks? Rubygate? No, sono soltanto cambiati alcuni doppiatori di lunga data nella nuova serie dei Simpson.

    Qualcuno di voi forse si aspettava un super articolo su questo blog dove mi aggiungevo al coro degli indignados, pieno di rabbia nerd… La verità è che mi importa poco, anzi niente. Le più recenti serie dei Simpson sono generalmente così scadenti che non mi curo di ciò che combinano con il loro doppiaggio e proseguo ad oltranza a rivedermi sempre i vecchi episodi trovandoli sempre divertenti, sono uno che ancora ride ripensando alla voce di Lenny che dice: “CONVENZIONE ODONTOIATRICA!

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    Ebbene, dopo aver letto questa notizia pompatissima, qualche settimana fa mi sono promesso di fare uno sforzo e di non spegnere la tv dopo le 14 per rendermi conto dell’entità del danno:

    La nuova voce di Bart, Gaia Bolognesi, è certamente la novità più lampante insieme a quella di nonno Simpson che adesso è di Mino Caprio (Peter Griffin). Richiederà ai fan molto tempo per ingoiare questi due (baga)rospi e abituarsi alle nuove voci!

    La perdita della Bosisio per Marge è stata forse la più lamentata ma non quella più evidente per me. Difatti, seppur non identica, resta pur sempre una buona sostituzione che ricorda abbastanza l’originale Bosisio di cui comunque si sente moltissimo la mancanza. La nuova Marge è di Sonia Scotti, nota come la voce di Whoopi Goldberg. Non certo l’ultima arrivata.

    Anche la voce della madre del preside Skinner mi sembra sia cambiata (niente più sacche larvali da recuperare nel cesso ahimè). Per il resto tutto identico a prima salvo che le trame si fanno sempre più scadenti, le risate strappate allo spettatore sono centellinate e Homer Simpson di Tonino Accolla ha una voce sempre più piatta e stanca come del resto è accaduto in un certo verso anche con l’originale Homer di Castellaneta che negli anni è cambiato molto.

    Insomma le lamentele sono giustificate… se siete tra i pochi che ancora si guardano le nuove serie dei Simpson! Proporrei un’idea quasi blasfema: date Homer Simpson ad Alberto Pagnotta e nonno Simpson ad un bravo imitatore di Milita.

  • Simpson PRO e CONTRO


    Ecco i miei pro e contro del doppiaggio italiano dei Simpson. Ho cercato di fare una lista più bilanciata possibile, per motivi diversi è una serie apprezzabile sia in inglese che in italiano. Se avete altri pro e contro scriveteli nei commenti, mi fa piacere conoscere i vostri.

    I “pro” del doppiaggio italiano dei Simpson

    La bravura dei doppiatori

    I doppiatori sono indubbiamente bravissimi, Lisa Ward e Tonino Accolla punte di diamante. Sandro Iovino che interpreta Mr. Burns è tuttavia il mio preferito e quando guardo episodi dei Simpson in inglese sento sempre la nostalgia della sua voce (assai più malvagia e spassosa dell’originale. In inglese ha più una voce da viscido che da perfido). La qualità delle voci è pari o talvolta superiore dunque non ci possiamo certo lamentare sotto questo punto di vista.
    Non di rado poi alcune frasi vengono rese più divertenti e memorabili in italiano. Il mio primo esempio è quello della voce di Lenny che ripete nella testa di Homer “convenzione odontoiatrica“. Secondo esempio: la canzone “spider pork” del film dei Simpson fa ridere, la canzone originale “spider pig” semplicemente non fa ridere e me lo conferma anche la mia amata fidanzata (che, chi ha seguito il mio blog fin ora già lo sa, è una cittadina britannica, scozzese per la precisione):

    ORIGINALE: Spider-pig, Spider-pig. Does whatever Spider-pig does. Can he swing from a web? No, he can’t, he’s a pig. Look out, here’s a Spider-pig.

    letteralmente traducibile come: Spider-pig, spider-pig. Fa qualunque cosa Spider-pig faccia. Può dondolarsi dalla ragnatela? No, non può perché è un maiale. Stai attento, arriva Spider-pig.

    ITALIANO: Spider-pork, spider-pork. Il soffitto tu mi sporc’. Tu mi balli sulla test’. E mi macchi tutto il rest’. Tu qua, ti amo Spider-pork.


    Non è strano che in italiano sia poi diventato un tormentone. Tra le due versioni quella originale in inglese lascia indifferenti, quella italiana fa almeno sorridere, è in rima e fa anche riferimento alla scena in corso, ovvero al maiale che sta macchiando il soffitto [il film rimane tuttavia mediocre sia in inglese che in italiano].
    Grattachecca e Fighetto sono un’altra memorabile alterazione che ha reso divertente il nome di Itchy & Scratchy (per un solo episodio tradotti più fedelmente come Grattino e Pruritino perché coerenza nell’adattamento non è sempre stato una presenza costante nel doppiaggio di una serie così duratura come quella dei Simpson).

    Uso dei dialetti

    Di solito è una cosa che fa rabbrividire (vedi il doppiaggio di Monty Python) ma posso comprenderne la necessità. Nei Simpson viene fatto largo uso di varie inflessioni dell’inglese ma, mentre esiste un corrispettivo in italiano dell’accento inglese, di quello indiano, e anche del modo di parlare dei bifolchi (“rednecks”), restano intraducibili gli accenti scozzesi e irlandesi per i quali non abbiamo corrispettivi nella nostra lingua. Il giardinere scozzese Willy (“Willie” in inglese) diventa quindi sardo seppur i traduttori stessi rimarranno sempre in dubbio sulla sua origine, talvolta vien detto che sia scozzese, talvolta sardo, talvolta un sardo-scozzese (?). Che si decidano una buona volta!
    La scelta del sardo non è del tutto ingiustificata. L’accento sardo è il più vicino per suono a quello scozzese e in Sardegna come in Scozia ampi territori sono dedicati alla pastorizia, inoltre l’eya è equiparable all’aye scozzese, entrambi significano “si”… quindi un legame lo si può trovare e vi assicuro che non è campato in aria come sembra (ascoltate l’accento scozzese per rendervi conto).
    Gli irlandesi invece sono spesso tradotti con una parlata simil-abruzzese (leprechaun compreso), qui la scelta credo sia stata un po’ casuale come del resto quella del collega di Homer, Carl, che (per non si sa quale motivo) parla con accento veneto. Non ha certo molto senso ma insomma, si può sopportare essendo limitata a pochi personaggi.

    Poca censura

    Se confrontato con “Family Guy” (in italiano “I Griffin”) possiamo considerarci molto fortunati nel poterci vedere i Simpson praticamente senza censura, cosa che invece accade in molti altri paesi. Anzi c’è da dire che nelle ultime stagioni sembra che abbiano permesso ai doppiatori di dirne di tutti i colori, ormai le parolacce non sono più un tabù (finalmente) e anche le prime non scherzavano, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 c’è stato un periodo dove far dire parolacce in prodotti per bambini “faceva ridere” ed era consentito (Mamma ho riperso l’aereo sia da esempio).


    I “contro” del doppiaggio italiano dei Simpson

    Le guest-star italiane

    Ovvero cosiddette celebrità italiane che si improvvisano doppiatori per uno o più episodi. Di solito non sono attori professionisti ma celebrità da rotocalco, comici e politici italioti. Le voci stridono a confronto di quelle dei professionisti; sembrano doppiaggi fatti in casa da caricare su youtube per essere offesi in pubblica piazza! Uno scempio criticato anche su Facebook dal gruppo chiamato “Al rogo le “guest star” nel doppiaggio italiano dei Simpson!” dai quali gentilmente prendo la cosiddetta “black list” degli ospiti indesiderati:
    VALERIA MARINI, GIANFRANCO D’ANGELO, SANDRA MONDAINI, GIORGIO GORI, PAOLO LIGUORI, PAOLO BONOLIS, VITTORIO SGARBI, VERONICA PIVETTI, PAOLA BARALE, LUCIANA LITTIZZETTO, SERENA DANDINI, IGNAZIO LA RUSSA, CORRADO GUZZANTI, MICHELE FORESTA, LEO GULLOTTA, GIORGIA, ALESSANDRA MUSSOLINI, MIKE BONGIORNO, GENNARO GATTUSO, FRANCESCO TOTTI, ILARY BLASI, MARIA GRAZIA CUCINOTTA, JOVANOTTI, LUCA LAURENTI, EMILIO FEDE, MARCO MATERAZZI, AMBRA ANGIOLINI.
    Non tutti ma molti di questi hanno davvero rovinato interi episodi. E “chissene” se lo hanno fatto per beneficenza! Mi rovinate ab eternum interi episodi di una serie TV… per beneficenza?
    In America i Simpson hanno numerose guest star che prestano la loro voce. Se funziona da loro non significa che possa funzionare anche qui da noi. Sentire Totti e la Blasi nei Simpson è una cosa atroce che ci auguriamo non capiti più nella storia dei cartoni animati e del doppiaggio in generale. A ciascuno il suo mestiere, grazie.

    Alcune scelte di traduzione

    Il nome di “Moe” che diventa “Boe” e costringe continuamente a “rititolare” l’insegna del suo bar. Moe non è un nome così difficile! Il mio collaboratore Leo suggeriva che forse è dovuto alla vicinanza con il “mo’ ” dialettale ma entrambi concordiamo sull’inutilità di tale cambiamento. Una piccola curiosità: in un episodio Boe in italiano diceva di aver ereditato il suo bar da un certo Moe e di avergli lasciato il nome. Che ci sia stato dunque un tentativo di riparare al “danno” dovuto al cambio immotivato di nome? Anche se così fosse dovrebbero allora eliminare tutte le sovrapposizioni (per altro orrende) del nome del bar “Moe”. Più probabile che si tratti di una delle altre mille inconsistenze dell’adattamento italiano.

    Riferimenti mancati o alterati

    Ahimè non di rado si perdono riferimenti culturali e di conseguenza alcune battute risultano incomprensibili. Purtroppo non c’è molto che si possa fare a riguardo. Altre volte battute tradotte correttamente non suonano affatto divertenti in italiano mentre lo sono in inglese. A questo si aggiunge il dramma degli “adattamenti culturali” in cui un riferimento culturale viene cambiato da quello americano a quello italiano. Tanto per fare un esempio, in un episodio Bart criticava il festival di San Remo (in italiano) mentre in inglese il riferimento era agli Emmy Awards (evidentemente non conosciuti in Italia all’epoca in cui fu tradotto l’episodio).
    Un altro esempio: dubito che i più abbiano capito perché Homer nel film dei Simpson sbatteva tra una roccia e un edificio chiamato “A hard place”.
    L’espressione “caught between a rock and a hard place” è l’equivalente italiano di “trovarsi tra incudine e martello”, in seguito Homer comincia a dondolare tra una “fork” (forchetta) e un “hard place”.

    Anche conoscendo la frase originale, questa scena non era certo l’apice della comicità (anzi l’intero film aveva pochi momenti veramente divertenti) e mi rimane incomprensibile perché il pubblico italiano in sala si sganasciasse dalle risate. Forse basta che Homer si faccia male per cominciare a reggersi la pancia. Le cose che suscitano ilarità tra gran parte del pubblico italiano sono sempre le più sciocche… la maggior parte degli spettatori non ride mai alle battute argute né alle citazioni cinematografiche ma solo a cose triviali come rutti e flatulenze e mi domando che cosa se li guardino a fare i Simpson… vabbè, sto divagando.

    Cambio dei doppiatori

    Alcuni personaggi secondari non hanno purtroppo doppiatori fissi ma anche personaggi più noti, nel corso degli anni hanno cambiato voce almeno un paio di volte (Moe, Barney, Flanders ed il direttore Skinner tra i primi che mi vengono in mente). Una cosa abbastanza fastidiosa specie quando la differenza appare veramente lampante come nelle prime serie.

    In conclusione…

    questi erano i miei pro e contro. Al contrario dei Griffin che guardo solo in inglese, i Simpson mi piacciono sia in originale che doppiati. Quando li guardo in lingua originale mi manca la voce di Mr. Burns ma capisco tutte le battute e i riferimenti, quando li guardo doppiati spesso vorrei non dovermi sentire cose come i riferimenti a “San Remo”. È un difficile equilibrio.