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  • Punto di non ritorno (Event Horizon, 1997) – Liberate tutemet ex VV.S. Andersonis

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    Punto di non ritorno (Event Horizon, 1997) in italiano è un curioso assortimento di esempi positivi su come adattare bene i dialoghi per il cinema di fantascienza ed esempi negativi su come non si dovrebbe tradurre e adattare un copione, regalandoci così allo stesso tempo errori faciloni vecchio stile e perle per i posteri.
    Iniziamo con il dire che questo film rientra nei limiti di un’epoca nella quale ancora non era comune l’abuso di termini superflui in lingua inglese come maschera del provincialismo, del conformismo e sintomo di una scarsa conoscenza delle lingue (come ben spiegato in questo articolo in lingua inglese). Il suo adattamento italiano, sebbene non privo di errori e traduzioni dubbie, non pecca di un uso scorretto del linguaggio… la lingua parlata nel film è effettivamente “italiano” (oggi, 20 anni dopo, questa osservazione non è poi così ovvia) e da quel punto di vista caga in testa a qualsiasi The Martian, Captain America, Star Wars della Disney, etc… difatti we’re aborting non diventa “abortiamo” come accadeva in The Martianoverride e airlock non rimangono “override” e “airlock” anche in italiano come abbiamo sentito in Interstellar (una delle poche cose di cui peccava); persino offline non rimane all’inglese ma trova un suo corrispettivo funzionale alla trama con “non più attive”… eppure, guarda un po’, il film è riuscito a riportare ugualmente il loro significato nella nostra lingua con estrema naturalezza perché non sono elementi intraducibili come qualcuno potrebbe credere oggi, nel 2017, a neanche vent’anni di distanza.
    Stabilito dunque che in questo film doppiato si parli un italiano plausibile e non un calco dei dialoghi in lingua inglese, privo anche di termini lasciati in inglese con la scusa d’essere “tecnici”, vediamo quali sorprese ci riserva l’adattamento di Punto di non ritorno e cominciamo, come sempre, dal titolo.
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    Un titolo bivalente in entrambe le lingue

    Il titolo originale, Event Horizon, non è un nome casuale assegnato dagli sceneggiatori all'(astro)nave fantasma che funge da ambientazione per il film. Il nome fa riferimento ad un concetto della relatività generale riferita ai buchi neri, l’orizzonte degli eventi che su Wikipedia in lingua inglese viene descritto in parole povere (in layman’s terms) come the shell of “points of no return“, i punti oltre i quali l’attrazione gravitazionale diventa così grande da rendere la fuga impossibile, anche per la luce. I buchi neri sono l’argomento principe nel film dato che il motore della nave Even Horizon sfrutta proprio i buchi neri (creati artificialmente) per viaggiare oltre i confini della galassia. [È curioso notare che nei dialoghi originali qualcuno chieda a Sam Neill di spiegargli il concetto proprio in “layman’s terms”… richiesta che dopo porterà alla battuta “Fuck layman’s terms, do you speak English? / Parole povere un cazzo, potrebbe parlare come noi?”]
    event-horizon-singularityÈ adesso chiaro che la scelta del titolo non è così casuale come potrebbe apparire di primo acchito a molti ma, al contrario, è stata ben ponderata e mira a riportare un doppio senso nel titolo: se in originale questo includeva sia il nome della nave che il concetto fisico relativo ai buchi neri, in italiano (e direi molto appropriatamente) il titolo fa sia riferimento al concetto fisico dell’orizzonte degli eventi che ad un più generico “punto di non ritorno”, che ben si adatta al genere horror. Simili sforzi sono lodevoli se valutati oggi, nell’era di titoli sputacchieri alla CaPTain America. Direi che i paesi di lingua spagnola si siano impegnati molto meno con la loro nave de la muerte, sebbene abbiano ingarrato perfettamente il corretto sottogenere horror, cosa per altro ben spiegata in questo approfonditissimo articolo del nostro blog amico Il Zinefilo, vero ispiratore della mia analisi sull’adattamento.

    L’adattamento

    Seppur in generale molto buono e con dialoghi che non sono mai traduzioni letterali (nel 2017 questa sola frase potrebbe concludere la mia analisi), l’adattamento rimane un po’ altalenante purtroppo.
    A volte frasi secondarie e tutto sommato inutili vengono cambiate con altrettanta inutilità, come hats off in the tank (niente cappelli nelle vasche) – detto dal capitano prima di togliere il cappello ad un membro dell’equipaggio che lo stava ancora indossando mentre entrava nella “vasca ionica” – che diventa “apri il portello delle vasche“(?). Altre volte i dialoghi tendono alla semplificazione (probabilmente per questioni di tempi del labiale), già nei primi 5 minuti infatti troviamo espressioni colorite (molto comuni negli horror americani di quegli anni) che con una traduzione diretta avrebbero confuso lo spettatore: “I haven’t got more than my hand in weeks” (letteralmente: “non ho avuto altro che la mia mano nelle ultime settimane”) diventa più comprensibilmente “sei settimane senza sesso“.
    Altre volte ancora la presenza di battute è intuibile solo dalle espressioni degli attori, come quando la spalla comica di colore (altro elemento tipico degli horror di quell’epoca) dice ad un collega in procinto ad uscire in esplorazione: “oh, calmo, calmo, dimentichi la valigetta“, mentre invece in inglese recitava “caro, caro, dimentichi la valigetta” (honey, honey, don’t forget your briefcase!), una frase stereotipata da moglie casalinga anni ’50 che aiuta il marito a prepararsi ad andare a lavoro. E non si capisce infatti perché in italiano l’altro debba ridere visto che effettivamente poi gli viene passata una valigetta con la strumentazione.

    In generale l’adattamento se la cava bene con il gergo da piloti spaziali e, come ho già accennato, risulta privo di inglesismi superflui laddove anche “are off-line” diventa “non sono più attive” e dove non ci sono “airlock esterni” (outer airlocks) bensì “ingressi esterni” ma alcuni piccoli momenti offrono occasione di dire “eh, cosa?”:
    Originale: We have a lock on Event Horizon’s navigation beacon.
    Doppiato: Stiamo ricevendo il riflesso luminoso della Event Horizon.

    Eh, cosa? Avete tradotto navigation beacon come “riflesso luminoso” invece di “radiofaro”? Mai visto Alien e Aliens a cui questo film si ispira PESANTEMENTE, tanto da esserne quasi una fotocopia? (tranne nei momenti in cui diventa “Hellraiser in space” ovviamente)

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    Quando controllano le bombole di refrigerante ancora funzionanti (sempre ad emulazione di una scena in Alien) uno esclama “shot!” per tutte quelle che trova vuote o, suppongo, non funzionanti. In italiano esclama “chiuso” sebbene non ne capisca bene il motivo della scelta di questa parola, sarebbe stato più chiaro un “andato” (o “vuoto”) per ciascun cilindro che scarta gettandolo per terra. La parola shot era anche già stata utilizzata in una precedente frase dove si parlava di filtri di CO2 “the CO2 filters on the Event Horizon are shot” che in italiano era riportata come “i filtri di CO2 della Event Horizon sono saltati“, quindi dire “chiuso!” non ha proprio alcun precedente nei dialoghi.
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    L’allarme di prossimità, il proximity warning, viene enunciato come manovra di aggancio (eh, cosa?).
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    Ribadisco di non voler dare l’impressione che il gergo tecnico sia costantemente sbagliato, tutt’altro! Il film brilla in moltissimi momenti, è proprio per questo che le piccole sviste risaltano ancora di più.
    Quando in inglese viene accennata la “singolarità” (singularity), ad esempio, in italiano si parla di eccentricità (eh, cosa?). Non c’è dubbio che alla fine degli anni ’90 questo termine associato ai buchi neri fosse ancora sconosciuto ai più, difatti soltanto da pochi anni ha cominciato a farsi strada tra le masse anche in Italia, proprio grazie al cinema di fantascienza. Negli Stati Uniti il termine singularity è generalmente più noto e da molto più tempo ma di solito viene usato nei film quasi fosse una parola magica da buttare lì, in mezzo ai dialoghi, per fare linguaggio tecnico con poco e, sebbene non sia automaticamente sinonimo di “buco nero”, di solito nei copioni lo diventa. In questo film però il termine è usato volutamente come “parolone” quando Sam Neill (il fisico a bordo) deve fare la gag della spiegazione tecnica che nessuno degli altri personaggi (e degli spettatori) può capire:
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    “Si usa un trattenitore di campo magnetico per mettere a fuoco un fascio luminoso di gravitoni in modo che pieghino lo spazio tempo conformemente alla legge della dinamica tensiva di Weyl, finché la curvatura dello spazio-tempo non diventa infinitamente grande producendo un’eccentricità…”
    Insomma, non sappiamo a cosa si riferisca quell’eccentricità ma forse è proprio questo il punto… non serve saperlo, anzi, non DOVETE saperlo! Poco dopo infatti arriverà la spiegazione “per tutti” che nomina i buchi neri con l’esempio del foglio di carta piegato su sé stesso e attraversato da una penna (Interstellar, non pensavi mica di passarla liscia), quindi tutto sommato non perdiamo niente da questa curiosa sostituzione di singolarità con eccentricità, ma con la prima forse il film in italiano sarebbe risultato ancora più attuale oggi.
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    Continuando con le alterazioni degne di nota…

    Il “drive” che tanto fa fantascienza

     Il mio più grande problema con le scelte di adattamento di questo film ruota intorno al termine “drive” che, in generale, si riferisce ad un tipo di propulsione, letteralmente una spinta. Già dall’inizio, il film ci introduce al suo vocabolario fantascientifico e sentiamo parlare di astronavi normali spinte da una “ion drive” e della sperimentale “gravity drive” che invece spinge la Event Horizon attraverso buchi neri.
    Il problema è la scelta italiana di tradurre quel drive come trasferitore (eh, cosa?). Abbiamo dunque un trasferitore ionico (ion drive) ed un trasferitore gravitazionale (gravity drive)… ma cosa trasferisce esattamente? Potremmo dire che, trattandosi di fantascienza, trasferirà ioni (???) in una maniera a noi sconosciuta e quindi insondabile ma che in qualche modo fa funzionare quella tecnologia, praticamente l’equivalente di un motore a cosi ionici, è fantascienza… che ce ne frega, giusto? Ma il “drive” non è poi così insondabile e di difficile comprensione per gli americani, è semplicemente una “propulsione”. Ricordate la propulsione silenziosa (silent drive) di Caccia a Ottobre Rosso? Anche quella era tecnologia fantascientifica ma di significato immediatamente comprensibile e avrei preferito che lo fosse anche qui. Una propulsione ionica e una propulsione gravitazionale non sfigurerebbero affatto nei dialoghi italiani di Event Horizon. Peccato fu deciso di tradurlo con un “coso” invece.
    I fan del film mi potranno dire: e che dire delle grav tanks che diventano vasche ioniche? In questo caso non c’è un errore e, anzi, ci dimostra che chi ha lavorato alla versione italiana è stato molto attento alla trama. Le vasche nelle quali l’equipaggio dormiva durante tutto il viaggio, come viene spiegato nel film, servono ad annullare gli effetti dell’accelerazione dovuta alla spinta della propulsione ionica (scusate se non la chiamo “trasferimento ionico”) che altrimenti schiaccerebbe l’equipaggio alla partenza e all’arrivo. Quindi sono le vasche da usare durante la spinta ionica… “vasche ioniche”. È un’ottima trovata con un suo lato pratico: abbrevia ottimamente la frase italiana che altrimenti sarebbe dovuta essere con tutta probabilità “vasche gravitazionali”, di lunghezza veramente eccessiva per qualcosa di così breve come “grav tanks”
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    Ma passiamo alla vera supposta spaziale. Pronti? Occhio che arriva….
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    Ahia!

    Il latinorum spaziale

    In un blog in cui parlo di traduzione dall’inglese all’italiano è curioso che mi ritrovi a parlare di latino. Nel film sentiamo una registrazione audio che inizialmente viene scambiata come richiesta di aiuto e solo successivamente viene correttamente interpretata come un messaggio di avvertimento (tutti i riferimenti ad Alien sono puramente casuali). In questo caso il messaggio non è alieno ma è in latino, quindi in teoria è il genere di situazione che dovrebbe facilitarci durante l’adattamento italiano… e non portare al suicidio della logica.
    Liberate me (ex inferis)“, sembra recitare il messaggio in inglese, molto disturbato e smozzicato anche dopo un’ardua pulitura tramite magici filtri audio. La rivelazione arriva dopo quando si scopre che in realtà il messaggio diceva “libera tutemet (ex inferis)“, salvatevi dall’Inferno. Sebbene la frase originale già fa discutere in quanto a correttezza del latino stesso, in italiano si va oltre.
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    Un fan di Terenzio

    Nel doppiaggio italiano il messaggio dice chiaramente (e forse più correttamente) “liberate vos“, ma il nostro traduttore della domenica, il personaggio che riconosce il latino laddove nessun esperto sulla terra era riuscito nell’impresa, ci sente erroneamente “liberate me“, che poi traduce agli altri come salvatemi. Un momento di raccoglimento… Sicuri che non avrebbe dovuto sentirci “liberate nos” e quindi tradurlo con salvateci? Perché sarebbe giustificabile scambiare vos con nos in un audio disturbato e giustificare il colpo di scena che arriva a tre quarti del film.
    Questa è la situazione:
    MESSAGGIO REALE / MESS. PERCEPITO (lingua originale)
    Libera tutemet / liberate me
    ______
    MESSAGGIO REALE / MESS. PERCEPITO (doppiato)
    Liberate vos / liberate me
    ______
    Come sarebbe dovuto essere…
    MESSAGGIO REALE / MESS. PERCEPITO (doppiato)
    Liberate vos / Liberate nos
    Come nos/vos possa essere scambiato con “me” non è chiaro, la spiegazione secondo me è solo una: l’unico di loro che parlava latino era anche sordo come una campana… in italiano. Il labiale chiaramente NON era il problema principale visto che nella rivelazione finale il “liberate me” della traccia audio inglese diventa tranquillamente altro.
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    Insomma, al latino da cono in testa dietro la lavagna degli americani ci aggiungiamo anche del nonsenso tutto italiano? La frittata è completa.
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    In conclusione, un adattamento decisamente interessante. Peccato solo per quella frase in latino e per qualche altra scelta dubbia, perché per il resto rimane veramente un lavoro esemplare con ottimi interpreti.
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  • 1997: Fuga da New York – Jena, non Snake. Psicologia di un nome

    JenaPlissken
    Ho già parlato di 1997: Fuga da New York, nel lontano 2011, in un articoletto che, tutto sommato, era molto più completo e a trecentosessanta gradi di molti altri dello stesso periodo e in cui le osservazioni più salienti furono riportate in maniera sintetica… il dono della sintesi, questo sconosciuto. Tale articolo è ancora valido e molto adatto al lettore occasionale privo di pazienza, quello abituato a leggere soltanto vuoti acchiappa-click condivisi su Facebook. Oggi invece parliamo in maniera poco sintetica dell’adattamento italiano del film in tutte le sue minuziose finezze, negli errori e nei pregi. Insomma, il solito approfondimento la solita rottura di balle come se ne vedono già da molti anni su questo blog.
    Ma prima, partiamo con l’offendere dozzine di potenziali lettori! Come diceva il dottor Frankenstein in Frankenstein Jr.: si va?

    Quando si parla dell’adattamento di Fuga da New York, l’unico argomento che emerge è seeeeempre il solito: il nome del protagonista nella versione doppiata è diverso dall’originale e blablabla…
    blahblahblah
    Per fortuna il film non è popolare come, diciamo, Guerre Stellari, quindi è più infrequente incappare in qualcuno che tira fuori l’argomento “Snake è meglio di Jena“, nonostante questa alterazione sia ben più sostanziosa rispetto a, diciamo, Fener Vader. Ma, come vedrete, è molto più motivata.
    I più arditi tra i detrattori del doppiaggio in generale lo additeranno certamente come uno dei tanti esempi di alterazione che conferma la loro idea maturata su internet secondo la quale il doppiaggio dovrebbe essere abolito domani mattina per tutti oppure, se proprio deve esistere, che sia almeno una copia diretta dei dialoghi stranieri, con tanto di costruzione grammaticale estera e vocaboli non tradotti. Nell’era in cui anche la lingua è diventata, come tutto il resto, un’opinione e in cui al grido di “così si parla oggi, aggiornatevi!” si giustifica la propria ignoranza radicalizzata all’interno di forum e pagine Facebook ricolme di menti adolescenti, anche la trasformazione di Snake in Jena capisco che possa diventare per qualcuno l’ennesima riprova del fallimento del doppiaggio, proprio come accade nel complottismo dove qualsiasi dichiarazione “ufficiale” diventa una riprova di accordi segreti tra il governo ed extraterrestri.
    Se invece siete curiosi di capire perché Jena ha più senso di Snake in italiano, procedete pure con la lettura.

    slegate

    Se mi slegate inizio il mio approfondimento

     
    Psicologia di un (sopran)nome

    Gli appassionati più accaniti di Carpenter forse sapranno che il nome del personaggio deriva da un qualche bullo di scuola che conosceva un amico di Carpenter, un bullo che si faceva chiamare “Snake”, viveva a Cleveland ed aveva un tatuaggio a forma di serpente… una storia del genere. simpsons-snakeChiedendo che fine avesse fatto Snake, qualcuno poteva tranquillamente rispondere “credevo fosse morto” e, anche se questa battuta origina da un film con John Wayne, supponiamo che si applicasse benissimo anche a quel Snake di Cleveland, una sorta di mito di periferia. Da qui nascono le basi di un personaggio che praticamente si è scritto da solo e spero che il vero Snake di Cleveland sia ancora vivo per apprezzare il contributo fondamentale che i suoi pochi anni di scuola hanno portato al cinema mondiale, prima della sfavillante carriera da benzinaio.

    “Snake” nella cultura americana è un tipico soprannome da criminale ed uno statunitense non dubiterebbe di ciò per un istante.

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    “Snake” (e varianti) nella cultura americana

    La scelta di Iena al posto di Snake nell’adattamento italiano si rivela forse tra le più riuscite della storia del doppiaggio. Non solo per via del labiale PERFETTO (dato che il movimento delle labbra è assolutamente identico nella pronuncia dei due nomi) ma anche perché è servita a consolidare istantaneamente l’epicità di un personaggio in cui è prima il (sopran)nome, più che le sue azioni, a farci capire la cosiddetta “psicologia del personaggio” e a dargli spessore. A breve capirete come e perché.

    Serpenti americani e serpenti italiani

    L’uso del “serpente” come soprannome è fortemente evocativo nella cultura anglosassone e in particolare quella americana: indica una persona pericolosa, sempre pronta a pugnalarti alle spalle per tornaconto personale e di cui di conseguenza ci si può fidare poco. È il tipico soprannome da criminale che si addice bene anche al nostro Plissken e, sebbene molti dizionari indichino un’equivalenza con il nostro “serpe”, in questo caso, come vedremo, non è un opzione praticabile.
    L’alterazione (anzi, l’adattamento) di “Snake” in italiano diventa una necessità quando si vuole ottenere un equiparabile impatto culturale in una lingua diversa da quella originale.
    Infatti, se volessimo immaginare l’ipotetico caso di una traduzione più alla lettera per “Snake”, ci scontreremmo con due situazioni problematiche.
    La prima è quella di movimenti labiali impraticabili come nel caso di “cobra”. Tra le alternative possibili, Cobra ovviamente porta con sé l’invidiabile vantaggio di giustificare quel tatuaggio addominale che vediamo al protagonista durante lo scontro gladiatorio a torso nudo. Una scelta di adattamento su cui puntò la Corea a quanto pare ma è un’opzione che funziona soltanto sulla carta, difatti se ai coreani non importa molto di ricreare un labiale plausibile che “illuda” lo spettatore, in Italia invece questo è sempre stato fondamentale per rendere credibile l’illusione del doppiaggio, perché di illusione si tratta… e quando si slega troppo ce ne accorgiamo subito (questo vale anche per i film italiani).
    cobra
    La seconda situazione problematica è quella di “serpe”, ovvero una parola che si avvicina sufficientemente a “Snake” sia per significato che per lunghezza (entrambe parole brevi che iniziano per esse ed indicano dei crotali) e quindi apparentemente la scelta ideale ma, ahimè, del tutto inadeguata nel caso specifico.
    In italiano, infatti, “serpe” suggerisce una persona malvagia e subdola, che trama alle spalle, capace di fare del male nascondendosi sotto un’apparente gentilezza (questa è la definizione di “serpe” nel suo senso figurato, idem per “vipera”), ovvero l’esatto opposto di Plissken che non fa mai finta di essere gentile e non lo nasconde di certo (cit. “non me ne frega un cazzo del vostro Presidente“) ma allo stesso tempo sappiamo che non è una persona malvagia, dietro la sua aria da duro prova molta più compassione di quanta ne potranno mai provare i suoi carcerieri e meno che mai il Presidente… loro sì infidi e subdoli, delle vere serpi!

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    Citazione che rispunta sempre fuori durante le elezioni presidenziali americane

    Quindi abbiamo un “cobra” che non sta bene sul labiale ed un “serpe” che però è ben diverso dalle intenzioni di quello “snake” del copione americano ma che, soprattutto, non c’entra assolutamente niente con il nostro eroe! Plissken non è un personaggio di Beautiful.
    Sono sicuro che avranno anche tentato un “chiamami Serpente” come del resto hanno fatto anche gli spagnoli (“chiamame Serpiente“) ma nella nostra cultura italica non sembra un soprannome realisticamente proponibile per un personaggio simile. Sottolineo quello che dicevo prima, ovvero che “Snake”, nel cinema e nella televisione, è un soprannome tipico del criminale americano, se vogliamo anche un po’ cliché. In Italia però “Serpente” non è culturalmente equivalente a “Snake” e se negli Stati Uniti (e suppongo nei paesi di lingua spagnola) qualcuno può farsi chiamare Serpente ed apparire immediatamente “figo”, non si può dire che questo avvenga altrettanto facilmente anche da noi.
    L’intuizione di chi ha adattato, e che trovo molto azzeccata, è stata quella di spostare l’attenzione su un animale differente, con un labiale proponibile anche sui primi piani e che fosse comunque adeguato al personaggio.
    Anche se il “iena” della soluzione adottata in italiano non porta lo stesso identico significato che “snake” ha per gli americani, gli si avvicina comunque moltissimo e, cosa basilare, descrive accuratamente il personaggio: una persona di cui non fidarsi e con cui non è bene abbassare mai la guardia perché si approfitterebbe subito di un momento di debolezza dell’avversario, una vera carogna insomma… questo sempre dal punto di vista delle autorità o, come dicono gli americani, “the Man!“.

    Un nome che si presenta da solo

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    Il livello di epicità del personaggio alla sua apparizione viene superato pochi istanti dopo, quando sentiamo come si fa chiamare.

    La scelta di “iena” in sostituzione di Snake è, come scelta di adattamento, molto più lontana di quanto Fener lo fosse da Vader in Guerre Stellari ma allo stesso tempo è anche più giustificata, dal momento che il cambiamento non è da ricercare in un volersi allontanare da un nome immaginario dal suono anglosassone troppo reminiscente di una tazza del cesso. In questo caso invece si tratta a tutti gli effetti di un soprannome con un suo preciso (ed evocativo) significato che contribuisce in maniera sostanziale al film nel suo insieme e quindi è importante che “arrivi” a tutti gli spettatori italiani così come in inglese arriva a tutti gli spettatori del mondo anglosassone.

    Qualcuno si sarà già posto la fatidica domanda… e lasciarlo “Snake” anche in italiano?
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    In 1997: Fuga da New York, un film dove tutti i criminali hanno un soprannome con cui sono conosciuti nell’ambiente (o che hanno assunto una volta in carcere) – menzione d’onore per Mente (Brain), il Tassista (Cabbie) e il Duca (the Duke) – anche Plissken possiede il suo: Jena (Snake). Non veniamo mai a conoscenza del vero nome di Snake ma dubito che quelle iniziali lette da Lee Van Cleef sulla scheda del detenuto, “S. D. Plissken“, stiano per “Snake Delano Plissken”. Che mamma Plissken abbia potuto fare un tale sgarbo da chiamarlo davvero Snake alla nascita? Non è molto plausibile.
    La prima risposta di Plissken è, infatti, “call me Snake” (chiamami Jena, in italiano), perché non vuole essere associato al suo vero “nome” da ex-eroe di guerra, una guerra combattuta per un paese per il quale non vale più la pena combattere da quando si è trasformato in una distopia fascista, un governo con il quale Plissken non vuole aver più niente a che fare. Egli preferisce essere chiamato con il suo soprannome da criminale perché, in un paese simile, essere contro lo Stato è un atto di eroismo, non di tradimento.
    Poche parole e abbiamo già capito quasi tutto del suo personaggio. Queste poche battute sono già degne di essere insegnate in tutti i corsi di sceneggiatura.

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    “soprannome”

    Durante tutto il film, Hauk (Lee Van Cleef) continua a chiamarlo “Plissken” come farebbe con uno qualsiasi dei suoi soldati/sottoposti così da ricordargli costantemente chi è che comanda. Solo sul finale, quando vuole offrirgli un lavoro, Hauk lo appella finalmente con il suo soprannome preferito, Snake(/Jena). Non è altro che un viscido tentativo di distensione per convincerlo ad accettare un futuro lavoro per quelle stesse autorità che Plissken disprezza (“the Man”). Jena però mostra il suo rifiuto chiudendo la gag del nome con un “mi chiamo Plissken” così da distanziarsi dai tentativi di finta amicizia dell’Alto Commissario Hauk. Un’esclamazione che potrebbe essere tranquillamente letta come un “non ci penso neanche” o qualcosa di ancor più diretto e più volgare.
    Quindi la storia del nome fa un cerchio dove Plissken inizialmente chiede di essere chiamato con il suo soprannome per mantenere le distanze dal suo passato da eroe al servizio del suo paese e dall’autorità da lui ora disconosciuta (cit. “Presidente di cosa?“) e poi finisce per chiedere di essere chiamato per cognome per il medesimo motivo.
    Un “chiamami Snake” lasciato così in italiano avrebbe rotto questo sottile meccanismo psicologico dato che lo spettatore italiano sarebbe stato indotto a considerare “Snake” come un nome proprio di una lingua straniera, non più come un palese soprannome dunque, e tutto il gioco tra il “chiamami con il mio soprannome da criminale/chiamami con il mio vero nome” sarebbe stato vanificato in una gag per molti inafferrabile e nella quale il protagonista inizialmente vuole essere chiamato per nome proprio e successivamente per cognome, senza una ragione specifica. Scelta che risulterebbe insensata nella trama stessa… perché mai, infatti, Plissken dovrebbe desiderare una certa informalità iniziale con i suoi carcerieri chiedendo di essere chiamato per nome proprio?
    Per questo motivo Snake non è rimasto Snake in italiano. È un soprannome che svolge una propria e importante funzione narrativa e introduttiva al personaggio. È un soprannome che deve essere adattato per portare allo spettatore italiano gli stessi sottintesi che arrivano allo spettatore americano. E non solo! Nello stesso film, come ho già detto, ci sono altri personaggi che, come spesso capita tra criminali e detenuti, hanno un loro soprannome che è stato italianizzato (e di cui nessuno si è mai lamentato, a riprova che gran parte di queste lamentele derivano da pensieri maturati a posteriori, FUORI dalla visione di un film e non sono mai contestualizzate), quindi dare a Snake un corrispettivo italiano non è che una logica conseguenza di un adattamento fatto con una buona dose di coerenza interna. Ve li ricordate gli adattamenti con una coerenza logica interna? No? Lo so, i troppi Captain America™ e i vari Django Unchained hanno fatto danni alle orecchie e alla mente.
    Rimane un solo dubbio sul soprannome…

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    Evit che vi inocula il dubbio

    …perché “Jena” scritto con la i lunga alla Pirandello?
    La prima indicazione su come si scrive il nome del personaggio la troviamo nelle recensioni pubblicate sui giornali italiani del 1982, si suppone che fosse dunque scritto in tal modo sul “press kit” fornito all’anteprima stampa. Si tratta indubbiamente di una scelta stilistica deliberata da parte di chi ha adattato il film, ma perché? La risposta semplice: è italiano!
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    la I e la J condividono gran parte della loro storia, prima di essere distinte in due lettere diverse […] La lettera J faceva parte dell’alfabeto italiano, ma cadde quasi completamente in disuso fra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento.
    In italiano pochissime parole vengono talvolta tuttora scritte utilizzando la J (jella, jena, jota, juta, fidejussione ecc.), oltre a un certo numero di nomi propri di persona o di luogo (Jacopo, Jannacci, Jesolo ecc.)

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    Se ignoriamo ciò che è venuto dopo (romanzi, fumetti, il suo seguito a Los Angeles) e ci concentriamo solo sul film così come uscì all’epoca, l’unica indicazione sulla grafia del nome poteva venire unicamente dal “cartello” sui doppiatori nei titoli di coda del film, una cosa però IMPOSSIBILE da trovare tranne che su pellicola italiana in 35mm!
    Tuttavia sono riuscito a trovarvi anche questo riferimento visivo. Tiè! Beccatevi questa rarissima esclusiva, anzi, questo vero e proprio miracolo dato che non è mai apparso né in VHS, né in televisione ma solo al cinema!

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    Correte ad aggiornare il Genna va’!

    Purtroppo, come potete vedere, non solo manca il nome di Plissken, ma il cognome ha uno spelling diverso, mancando di una “s”. E anche qui è difficile stabilire a posteriori se si fosse trattato di un refuso o se effettivamente nell’adattamento italiano Snake Plissken fosse diventato Jena Plisken, con una sola esse. Sarebbe curioso adesso trovare uno dei copioni che veniva dato ai doppiatori così da verificare quale nome fosse annotato lì ma… un altro miracolo non è stato possibile. Qualcuno chiami Carlo Valli, magari ce l’ha ancora e lo usa occasionalmente come sottobicchiere.

    L’impatto culturale del nome “Jena”

    Cito parte di un articolo del 15 settembre 1982 dove si parla proprio dei nomi italiani:

    La frase che sgrana a mezza bocca sul finire di 1997: Fuga da New York è già diventata famosa come una di Clint o uno champagne d’annata di James Bond. ‘Chiamami Plissken’ dice, finalmente libero, al poliziotto Van Cleef; e noi ci ricordiamo che appena un’ora prima, all’inizio del film, questo nerboruto criminale scampato alla prima guerra atomica, e ridotto a numero carcerario, aveva ghignato in faccia a un secondino ‘chiamami Jena‘. In ogni caso, Jena è un gran bel nome per un eroe che si presenta in canottiera nera, pantaloni mimetici, scarponi militari, capelli lunghi e benda sull’occhio. Se ci fate caso, sono azzeccati anche i nomi di tutti gli altri eroi di celluloide che il cinema d’oltre oceano ci ha regalato in quest’ultimo anno.

    Lode a Sergio Jacquier (di cui già parlai negli articoli su Aliens – Scontro finale e Batman, oltre che in questo piccolo “trafiletto”) e alla donna che ne diresse il doppiaggio: Fede Arnaud. Costoro ci hanno deliziato con dialoghi tanto memorabili quanto lo erano quelli originali per il pubblico anglosassone perché, diciamocelo, i film di Carpenter sono resi epici all’80% proprio dai dialoghi (la sola battuta “Hai pilotato il Gullfire su Leningrado“, ispirando lo scrittore William Gibson, ha letteralmente portato alla creazione dell’intero genere della fantascienza cyberpunk. Oh, da una sola mezza frase di poca importanza buttata lì si arriva fino a Matrix, mica cazzi!) ed è compito dell’adattamento quello di trasporre tali dialoghi in modo che siano altrettanto memorabili quando vengono localizzati in altre lingue… e Fuga da NY ha dialoghi memorabilissimi in italiano così come in lingua inglese, a partire dal “nome” stesso di Jena, la cui notorietà è stata consolidata da subito, come abbiamo visto da quell’articolo del 1982 (ed è rimasta indiscussa per decenni a venire), fino alle singole battute, tutte citabili e che funzionano in qualunque lingua decidiate di guardare il film.

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    In questa foto rubata altrove troviamo Mauro Di Francesco che si fa chiamare Jena nel film “Il Ras del Quartiere” (1983)

    Nel panorama europeo, siamo stati uno dei pochi paesi in cui chi ne curò il doppiaggio intuì che proprio di soprannomi si trattava (Snake, Brain, the Duke, etc…), per questo motivo Snake (serpente) è stato italianizzato in un animale che si potesse adattare al personaggio di Plissken e che funzionasse bene sul labiale anche nei primissimi piani (nel nostro caso una iena), lasciando che il tatuaggio addominale (un cobra) diventasse soltanto l’ennesimo addobbo stilistico come lo sono la benda sull’occhio e la giacca di pelle consunta; una “perdita” che però non detrae niente dall’epicità personaggio.
    In Francia optarono per un adattamento misto e meno coerente: Snake, Brain e gli altri soprannomi rimasero tutti in inglese tranne le Duc. In Germania dell’Ovest invece optarono (non inaspettatamente) per una americanizzazione totale, lasciando tutti i soprannomi inalterati sebbene il titolo tedesco del film sia Die Klapperschlange (“il serpente a sonagli”). La Spagna ha il suo Serpiente ma durante la lotta gladiatoria non si sono curati di doppiare i cori che inneggiano a “Snake! Snake! Snake!”. Tenete presente che stiamo pur sempre parlando di un film essenzialmente a basso costo distribuito in maniera indipendente e l’unico paese in cui i film indipendenti venivano doppiati con la stessa cura di quelli più blasonati era proprio l’Italia degli anni ’80.
    Insomma, a posteriori è molto facile lagnarsi su internet al grido di “perché Jena e non Snake? Doppiaggi italiani infami!” e chi non ha capito le ragioni di questo adattamento, quelle che ho spiegato prima, si merita di ritrovare “Snake” nel doppiaggio dell’immancabile rifacimento senz’anima (remake) che si suppone arriverà nel 2017.
    Per fortuna il periodo d’oro del doppiaggio italiano è capitato quasi esattamente in concomitanza del periodo d’oro del cinema americano moderno, il meglio sembra che sia già stato dato da entrambi! Quindi, per quanto mi riguarda, nel remake possono anche metterci Snake, Brain, Cabbie e The Duke con tanto di articolo determinativo in inglese. Fate del vostro peggio, poco importa… tanto è un remake! E mi raccomando, che Maggie non sia più la squinzia di Mente, bensì la “squeeze” di Brain. Si parla così oggi, vero Captain America 2?

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    Un altro celeberrimo “Brain”


    L’adattamento italiano di Fuga da New York

    Entriamo dunque nel merito della versione italiana di Sergio Jacquier e della nostra Fede Arnaud, fondatrice della famosa Cine Video Doppiatori (CVD) – donna talentuosa ma dall’oscuro e mai rinnegato passato [link] – e parliamo dell’adattamento! Ecco una bella lista di errori e presunti errori. Lo so, sono ore che la aspettavate.
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    Il volo in aliante

    Durante la discesa su New York, dopo una brusca virata con l’aliante, Plissken dice:

    Originale: It’s been a while.
    Doppiato: Erano anni che non vedevo New York.

    escape_from_new_york_wireframeOriginariamente però, egli non si riferisce al fatto di non aver visitato New York da tanto tempo, bensì al non aver pilotato da tanto tempo. Anche perché non ha mai avuto molto senso dire che non vedeva New York da anni, visto che Plissken fino a quel momento aveva osservato la città principalmente attraverso una rappresentazione stilizzata sugli schermi del computer di bordo. Tuttavia, l’alterazione onestamente non è così rilevante e c’è da chiedersi quanto fosse intenzionale.
    new-yorkQui permettetemi una sottile osservazione; anche se si trattasse di una svista di chi ha tradotto i dialoghi originali (il che è possibilissimo a partire da quel generico “it’s been a while”, cioè “è passato un po’ di tempo”), il nominare New York, dicendo che erano anni che non la vedeva, pone l’attenzione proprio sull’aspetto della città, propriamente post-apocalittico, non illuminato, in totale rovina e con le strade vuote… cioè l’esatto opposto di ciò che nell’immaginario di tutti è la città di New York. Questo aiuta lo spettatore ad immedesimarsi ancor di più con il protagonista che si trova spaesato alla vista di una New York ben diversa da quella che tutti immaginano o ricordano. Quindi, se di svista si tratta, non ha poi influito molto; anzi, a suo modo funziona perfettamente nel contesto di quella scena.

    La rasatura del presidente

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    Se ho fornito una giustificazione postuma per la storia dell’aliante, non c’è giustificazione che tenga per la seconda svista nell’adattamento del film.
    Quando sul finale il Presidente degli Stati Uniti si sta facendo truccare e radere la barba, vede Plissken che si avvicina e dice in inglese “it’s all right!“. Sta parlando a qualche guardia del corpo fuori campo che probabilmente si sarebbe mossa per fermare l’avvicinarsi di qualsiasi persona non autorizzata; tradotto per chi non sa l’inglese sarebbe alla lettera “è tutto a posto”, ma traducibile nel contesto come “lasciatelo passare”. In italiano questa battuta è stata scambiata per un apprezzamento del taglio della barba o sul trucco, diventando quindi un “mh, così va bene“.
    Potremmo sempre sospettare una scelta voluta in fase di doppiaggio in quanto “lasciatelo passare” sarebbe risultato troppo lungo sul labiale di “it’s all right” ma, vista la vicinanza tra “it’s all right” ed il nostro “così va bene” mi viene facile pensare che si fosse trattato di una svista bella e buona. Anche in questo caso, per fortuna, non incide per niente sul film, anzi, probabilmente non l’avevate mai notata prima.

    Un Presidente americano… britannico(?)

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    Parlando sempre del Presidente, Donald Pleasance, in lingua originale questo personaggio ha un accento britannico che non viene mai giustificato nel film e che lascia interdetti molti spettatori americani. Questo ovviamente non avviene in lingua italiana dove il Presidente parla un italiano “standard”, togliendoci così da qualsiasi impiccio sulla credibilità del personaggio. La spiegazione di quell’accento britannico la fornì Carpenter anni dopo in un’intervista; egli infatti aveva immaginato il personaggio di Donald Pleasance come il figlio illegittimo della Margaret Thatcher (e il padre si presume fosse Ronald Regan, ovviamente!).
    Ho letto che anche Donald Pleasance diede una sua versione della storia, inventandosi che dopo la guerra tra USA e Unione Sovietica, l’Inghilterra thatcheriana aveva approfittato dell’indebolimento statunitense per soggiogare nuovamente gli americani e farli ritornare allo status di colonia britannica. Questa visione è smentita da Carpenter che ovviamente aveva dato all’attore britannico Pleasance quel ruolo unicamente perché apprezzava la bravura di Pleasance come attore, non perché necessitasse di un attore britannico a tutti i costi, l’idea del figlio illegittimo della Thatcher è stata nient’altro che una giustificazione a posteriori; un po’ come il fossato illogico di Jurassic Park che appare e scompare… sta lì soltanto perché Spielberg voleva che ci fosse una parete da scalare a tutti i costi. Punto e basta.
    In italiano mai avremmo sospettato tante seghe mentali derivate dal solo modo di parlare del Presidente, eppure gli americani se le sono fatte. Detto da me poi!

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    Il logo alternativo di Doppiaggi Italioti

    Il cabarè dei prigionieri

    Nel teatrino improvvisato che vediamo nella città-prigione di New York assistiamo ad una recita molto gaia dei detenuti che cantano una canzone spassosa chiamata “Everyone’s coming to New York” ma che purtroppo non fu adattata in italiano e non sentiamo mai per intero sebbene sia possibile da recuperare nella colonna sonora del film. È un ottimo esempio di “world building”, ovvero tutti quei piccoli dettagli inseriti di sfuggita in un film ma che ne espandono la trama, rendendo più credibile il mondo che ci viene presentato. Un po’ un peccato per chi non sa l’inglese perché la canzone è piuttosto comica.
    Solo nel Blu-Ray italiano la canzone è sottotitolata per la prima volta nella storia, difatti non lo è mai stata in precedenza, né al cinema né in VHS e DVD. Sulla qualità della traduzione però… mmh-mmh, nzomma.
    Per cultura vi copio qui il testo originale (anni fa lo avevo anche adattato in italiano per svago ma non riesco proprio a ritrovare il documento).

    Shoot a cop, with a gun, the Big Apple is plenty of fun!
    Stab a priest, with a fork, and you’ll spend your vacation in New York.
    Rob a bank, take a truck, you can get here by stealing a buck.
    This is bliss, it’s a lark! Buddy, everyone’s coming to New York!
    No more Yankees, strike the word from your ears.
    Spin the roulette, there’s no more opera at the Met.
    This is hell, this is fate, but now this is your world and it’s great!
    So rejoice, pop a cork, buddy, everyone’s coming to New York!

    Lascio a voi il gusto di tradurlo con Google Translate, la qualità non sarà troppo lontana da quella dei sottotitoli in commercio.

    Proprio questa scena dello spettacolo teatrale dei prigionieri è legata indirettamente ad un altro errore sicuramente a monte del processo di traduzione quando il tassista, giunto in soccorso di Jena, dice di trovarsi in quei brutti paraggi solo perché era venuto ad assistere allo spettacolo, quello dei prigionieri che cantavano e ballavano, perché quella roba era una rarità nel carcere di New York.

    Usually I’m not down around here myself, but I wanted to catch that show.
    This stuff is like gold around here, you know.

    Il problema è che la seconda frase la dice mentre sta per lanciare una molotov e proprio in un periodo storico segnato dalle crisi petrolifere (non dimenticate che Mad Max era negli stessi anni), così la frase è stata mal interpretata e la sua seconda battuta diventa “Questa vale come oro qui, caro.“, con ovvio riferimento alla bottiglia di benzina e non più allo spettacolo a cui aveva assistito. Avrebbe dovuto dire qualcosa del tipo “roba simile è una rarità da queste parti, sai?”. L’errore è facilmente comprensibile perché anche in inglese può essere interpretata come riferita alla bottiglia di benzina, ma dal contesto è facile capire che così non sia.

    The “Man”

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    The Man sent him in here / Hauk l’ha mandato qui

    Come accennavo prima, nel film ricorre spesso il termine “the Man”, un termine inventato negli anni ’60, figlio delle proteste studentesche e della generazione hippie, che è diventato parte del gergo americano ed era ancora molto in uso negli anni ’80. In italiano corrisponde al nostro “il sistema”, come quando si dice “ribellati al sistema” o “abbasso il sistema” (down with the Man). The Man è la generica autorità che opprime le libertà individuali del cittadino americano e si estende a varie figure autoritarie fino al proprio datore di lavoro dal momento che in qualche modo fa parte anch’egli del “sistema” che opprime l’uomo comune.
    Ricordate la canzone Proud Mary di CCR/Tina Turner? “Left a good job in the city, working for the Man every night and day…“. In quel caso the Man è traducibile in italiano come “il capo” o anche meglio con “il padrone” (parola che già implica una condizione di subalternità sociale). Uno che lavora per il governo invece lavora per “il sistema”, “il potere” o per dei generici “loro”: “lavori per loro adesso?” (you work for the Man now?).
    Questo per far capire che non c’è un modo univoco ed ovvio di tradurre “the Man”, dipende da… dai che ormai lo avete capito tutti… [in coro] dipende dal contesto.

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    Down with the Man!

    Non è difficile capire perché “the Man” si è dunque trasformato nel meno generico (ma più istantaneamente comprensibile) “Hauk”, l’Alto commissario che aveva inviato Jena a New York per salvare il Presidente e che era il diretto rappresentante dell’odiata autorità e il capo delle operazioni. Il personaggio di Mente lo cita due volte e tutto sommato la battuta funziona, è diretta e non sbagliatissima di per sé ma… i detenuti avevano mai visto Hauk o sapevano di lui? Perché questo cambierebbe un po’ le cose.

    Come spettatori vediamo Hauk in capo alle operazioni ma ricorderete che lui è lì soltanto per via della faccenda del velivolo non identificato (poi scopertosi essere l’Air Force One) che si dirigeva verso lo spazio aereo di New York e il suo titolo, “Alto commissario”, indica una persona investita di speciali funzioni che quindi non si occupa regolarmente del penitenziario di New York, né tanto meno dell’accoglienza detenuti (tra l’altro un ottimo adattamento di “Police Commissioner” che tradotto alla lettera come “commissario di Polizia” sarebbe stato invece un errore madornale).

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    Io credo che i detenuti non sapessero dell’esistenza di Hauk e, sebbene comprenda la ragione del cambiamento da “the Man” a “Hauk”, non penso abbia moltissimo senso all’interno della trama. Forse un “lo hanno mandato loro” non si abbinava altrettanto bene ma sarebbe stato più logico. Poi magari mi sbaglio e Hauk era stranoto tra la popolazione carceraria di New York, in tal caso “the Man=Hauk” va benissimo.

    Piccole osservazioni

    Il labiale sul Presidente è forse quello che funziona meno, sarà per il modo in cui Donald Pleasance muove la bocca oppure perché a furia di lavorare alla sincronizzazione dell’audio per la preservazione italiana di questo film ho osservato la sua bocca molto più approfonditamente di quanto farebbe un generico spettatore. Visto il livello eccelso sugli altri personaggi, penso sia proprio l’inevitabile conseguenza di un modo di muovere le labbra da parte dell’attore, non è il primo film in cui il labiale di Pleasance doppiato in italiano mi convince poco.

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    Nel combattimento al Madison Square Garden sentiamo la folla che acclama “JENA! JENA! JENA!” ma di sottofondo è facilmente udibile “SNAKE! SNAKE! SNAKE!”, evidentemente gli americani non avevano fornito alla ditta di doppiaggio una traccia audio pulita e senza le voci della folla (forse supponendo, a torto, che nessuno all’estero avrebbe alterato il nome del protagonista oppure, molto più probabilmente, per risparmiare sui costi). C’è da considerare però che nessun italiano nel 1981 avrebbe potuto sospettare il vero nome di Plissken e quando l’orecchio non si aspetta di sentire “Snake” non ce lo sente di sicuro, al massimo viene percepita come una strana eco. [Nel doppiaggio spagnolo, dove neanche si sono curati di sostituire “Serpiente!” ai cori, dubito che gli espectadores del 1981 possano aver colto che i criminali inneggiassero al nostro protagonista dopo la sua vittoria contro il gigante]. Sono quei momenti in cui aver familiarità con l’inglese detrae dalla visione del film in lingua italiana (come accadeva in Mamma ho perso l’aereo quando Kevin urla “I’m free!”).

    A proposito di iene, non avete provato un brivido quando in Hateful Eight doppiato in italiano vi siete ritrovati con questa battuta che nel nostro paese diventa inavvertitamente anche una citazione?

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    Mi aspettavo quasi che Kurt Russell si girasse verso gli spettatori per lanciare una strizzatina d’occhio… ma solo sulla pellicola italiana.

    Il restauro storico di Doppiaggi Italioti

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    Scusate la filigrana

    Da diversi anni ormai sono impegnato nella preservazione storica dei film così come si presentavano agli spettatori che li videro al cinema per la prima volta. In tutto questo tempo mi è capitato di incontrare altri malati come me che condividono la medesima passione, quella di poter scoprire o riscoprire i film così come arrivarono al cinema, con i titoli tradotti in italiano, il missaggio audio dell’epoca etc… ma in un formato moderno, in alta definizione se possibile. Tra questi mi si è presentato un tale Roberto (che mai finirò di ringraziare) il quale mi disse di avere una videocassetta pirata d’epoca riversata direttamente da pellicola 35mm su nastro VHS. efny_cart1Grazie a questo raro cimelio è arrivata fino a noi una testimonianza di come il film apparisse al cinema in Italia e su questo riferimento si basa la mia opera di ricostruzione della versione cinematografica italiana originale in alta definizione, un lavoro certosino che non solo restaura i titoli tradotti ma ricrea l’intera esperienza cinematografica con tracce audio italiana, inglese (e anche tedesca) nel loro missaggio stereo originale (vi ricordo che nel 1981 non esisteva il 5.1), qui presentate alla massima qualità disponibile.

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    i lavori certosini

    Gran parte del tempo è stato destinato a sistemare tremendi errori presenti sui Blu-Ray disponibili in commercio, centinaia di ore spese su “poche” sequenze di fotogrammi come avevo già accennato in questa intervista.

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    Quelli con monitor sufficientemente luminosi potranno notare una linea blu verticale nell’ovale giallo che ho inserito a sinistra. Questa affliggeva l’intera sequenza ed è stata rimossa con molta, moltissssssssima pazienza, fotogramma per fotogramma.

    Come tutte i progetti di preservazione storica in cui il gruppo di Doppiaggi Italioti si cimenta (parlo al plurale perché sono opere che coinvolgono necessariamente più collaboratori anche se il grosso del lavoro poi viene svolto da una sola persona, in questo caso me), anche questo è dedicato esclusivamente ai possessori di copia originale in alta definizione del film, di cui questo disco rappresenta nient’altro che una copia privata con una copertina più bella (sempre di mia creazione e basata sul poster originale).
    È dedicato a chi vuole rivivere l’esperienza cinematografica del 1981, ai cultori che hanno piccole fissazioni come quella di esigere un missaggio audio storico inalterato, colori il più possibile fedeli alla pellicola 35mm, la grana originale… cosette così che mi rendo conto non sono per tutti ma del resto neanche questo blog lo è.

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    La copertina che sarà. È ancora in lavorazione ma siamo lì.

    Il nostro Blu-Ray di preservazione storico-culturale sarà disponibile relativamente breve e ne riparlerò in questo stesso blog e sulla nostra pagina Facebook, dove avrò modo di andare più nei dettagli e mostrare molte più immagini e tutti i difetti che ho dovuto correggere.


    Un desiderio finale

    Di questo film esiste un’intera sequenza di apertura, tagliata poi dal montaggio finale, in cui Jena ed un suo complice rapinano una banca, ciò che poi conduce alla cattura del nostro protagonista. È una scena molto significativa che mostra tutta l’umanità di Jena quando decide di lasciarsi catturare pur di non abbandonare un amico. Da anni la si trova in molte edizioni home video estere e non dubito che un giorno sarà presente anche su future edizioni Blu-Ray italiane, interamente restaurata. Il mio desiderio è che la facciano doppiare a Carlo Valli prima che sia troppo tardi… Capisc’a me!
    E da Evit di Doppiaggi Italioti
    questo-e-tutto
    ____________
    Letture consigliate
    -La recensione completa di Cassidy del blog La Bara Volante.
    -L’articolo di Priscilla Page (in inglese): The Criminal Heroes Of ESCAPE FROM NEW YORK And THE WARRIORS
    -L’articolo (uno dei tanti) sull’importanza di questo film per la fantascienza cyberpunk (in inglese): “You flew the Gullfire over Leningrad…” Observations about a recurring motif in Cyberpunk media
    Per rimanere in tema Carpenter: il mio precedente articolo sull’adattamento italiano di La Cosa: Cosa? L’adattamento e il doppiaggio di La Cosa (1982)
    -Tutti i ritagli di giornale italiani del 1981 su Italian Pulp Movie Poster.

  • Un biglietto… in due, un doppiaggio… tutto d'un pezzo! (Un biglietto in due, 1987)

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    Un biglietto in due è uno di quei film che sin dal titolo, solo apparentemente italiota, ha avuto un trattamento esemplare per la versione italiana. Personalmente lo considero come una delle più belle, se non la più bella, commedia mai realizzata. Molti darebbero questo appellativo a Frankenstein Junior o a qualche classico della commedia italiana, per me invece spetta al film di John Hughes perché non solo “fa ridere”, ma racchiude un senso di dolcezza misto ad amarezza in grado di toccare il cuore anche di coloro i quali alle commedie preferiscono film più impegnativi.
    Dietro il film un trio d’eccezione: John Hughes, un genio dietro la macchina da presa, qui faceva un salto in avanti rispetto alle commedie giovanilistiche per le quali era conosciuto. biglietto2taxiSteve Martin, re della commedia americana anni ‘80 e poi l’immenso (per talento) John Candy, anche lui voglioso di rimettersi in gioco in una commedia più adulta, meno demenziale di quelle al quale era abituato e che due anni dopo lo portò ad un ruolo di calibro simile in Io e zio Buck.
    Le risate nel film sono sempre genuine, mai gratuite. Parte del merito va ad un adattamento che, come dice spesso Evit, era tipico degli anni ’80. La ricercatezza nel rendere le battute appetibili al pubblico italiano lo rende addirittura superiore alla controparte originale. La versione americana, soprattutto nella fase centrale, rischia qualche tempo morto, mentre la visione in italiano non stanca mai. Non c’è alcuna storpiatura, il testo è quello, ma è la scelta dei vocaboli, la scelta di certe tipiche espressioni nostrane dal significato attiguo, l’uso di qualche parolaccia, l’intonazione nel doppiaggio che eleva l’adattamento ad uno standard che forse non vedremo ripetersi mai più.


    Solo in rari casi la battuta viene completamente stravolta, probabilmente per motivi culturali, ma non sono di quelle che fanno gridare allo scandalo e, cosa ben più importante, non si nota, a meno che non si faccia un confronto con traduzione a fronte. Se questo non è un complimento all’adattamento del film non so cosa lo sia.
    Le due battute in italiano che si ricordano ancora oggi, hanno un equivalente americano divertente, ma non altrettanto memorabile:
    1)I piedi che abbaiano
    Del Griffith (John Candy), dopo un’intera giornata di cammino per New York, sull’aereo si toglie scarpe e calze e comincia a sventolarle in faccia al malcapitato Neal Page (Steve Martin).
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    Ora sì che si ragiona, ho i piedi che parlano da soli oggi”. In inglese è “My dogs are barking today”. Nella versione americana i piedi di Del Griffith vengono definiti cani e, per metafora, il fatto che siano doloranti rende i cani abbaianti. È un’espressione tipica del Sud degli Stati Uniti. Da noi la metafora non avrebbe mai funzionato. Ma l’allusione al cattivo odore e al dolore che fa addirittura “parlare” i piedi non ha rivali.
    2)Il bifolco
    Uno dei tanti tentativi di arrivare a Chicago prevede il passaggio da parte di un bifolco (N.d.R. in italiano doppiato da Tonino Accolla) che sprona la moglie “piccola e ossuta, ma forte” (short and skinny, but she’s strong) a dare una mano con il baule.
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    Il senso di prestanza viene espresso con “Il primo bambino l’ha cagato su un marciapiede!”, che in originale è “Her first baby came out sideways”. Qui è evidente il motivo di come l’espressione assurda americana di un bambino che esce di lato venga rimpiazzata da una più sconvolgente -il marciapiede anziché un ospedale o al massimo una casa- con l’aggiunta dell’uso della parolaccia per intensificare il messaggio.
    NdR: Eccovi la scena intera (finché dura il video su YouTube), da notare come la sua voce al minuto 1:45 si spezzi a causa del muco che sta tirando su. Tanto disgustoso quando esilarante.

     
    Esempi di un adattamento non banale

    Tante frasi, anziché essere tradotte alla lettera, vengono rese con parole diverse che ne mantengano il significato. Un’espressione tipicamente americana come “You scared the Bejesus out of me” (Alterazione di by Jesus, per indicare una grande paura) viene resa con l’altrettanto efficace “Me la sono quasi fatta sotto”. A volte questo migliora la battuta stessa; un semplice “What happens next”, con l’aggiunta di qualche vocabolo ricercato, ha un effetto comico: “Smanio di sapere cosa succederà adesso”. “Annoying blabbermouth” (letteralmente un fastidioso chiacchierone) diventa “un noioso attaccabottoni”. Oggigiorno frasi di questo tipo verrebbero tradotte senza alcun estro immaginativo, impoverendo così non solo il doppiaggio, ma anche la lingua italiana.
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    Scommetto sei pezzi e il mio coglione sinistro che non atterrerà a Chicago”. Una frase come “Six bucks and my right nut” verrebbe facilmente tradotta come “sei dollari e il mio testicolo destro”, ma la scelta di usare “pezzi” (verdoni di solito è riservato a tagli più alti) e l’aggiunta della parolaccia non può che suscitare ilarità. Che l’attributo cambi posizione poi, è probabilmente dovuto al labiale.
    Quando Neal Page (Steve Martin) cerca termini di paragone per comunicare all’altro quanto sia noioso, gli dice di poter sopportare “any insurance seminar” che in italiano diventa “tribune elettorali”, entrambi noiosissimi! Qui si sceglie la prima cosa che possa venire in mente quando si parla di noia, a seconda del Paese.
    Have a point” diventa “Fai delle pause”. “Arriva al dunque” sarebbe stato più letterale, ma il fatto che Neal inviti Del a prendere fiato esprime al meglio come le sue storie fossero assillanti e di scarso interesse. Segue nella versione originale “It makes it more interesting for the listener” mentre in italiano, riallacciandosi al “fai delle pause”, questa diventa “Saranno la parte più interessante per chi ti ascolta”.
    vintage-60s-chatty-cathy-doll-strawberry-blonde-pull-_1Nello stesso discorso, Neal paragona Del a “quei bambolotti parlanti che c’erano una volta” affermando che “dietro la schiena hai la cordicella”, e subito dopo mima la voce gracchiante che esce dal petto della bambola (“Agh! Agh! Agh!”). Sta parlando (e in inglese la nomina) della “Chatty Cathy Doll”, una linea di bambole lanciata nel 1962 e presto diventata anche un’espressione idiomatica americana per descrivere qualcuno che non smette mai di parlare. Da noi arrivarono negli stessi anni Cicciobello e Michela, nomi che però non entrarono mai nella cultura popolare come sinonimi di persone loquaci. La frase sostitutiva “uno di quei bambolotti parlanti che c’erano una volta” adatta perfettamente la battuta rendendola anche senza tempo.
    gobble

    In America il tacchino fa “gobble gobble”


    Errori?
    Veniamo ora ai due casi in cui modifiche necessarie hanno cambiato il senso originale.
    I figli di Neal Page, in trepidante attesa del Giorno del ringraziamento si chiedono se l’arrivo dei nonni porti “hoogies”, reso come “gelatine”, e “Indian burns”, reso come
    “marzapane”. indian-burnL’intento americano era quello di nonni che fanno piccoli dispetti ai nipotini, mentre nella nostra versione, dove dei cari nonni non si può parlar male (al massimo di qualche zio), si trasforma la frase in dolcetti, seppur non particolarmente graditi.
    (NdR da notare che gli “Indian burns” nel Regno Unito si chiamano invece “Chinese burns”. In italiano dovrebbe tradursi con “fare gli spilli” o qualcosa del genere).
    Se di errore interpretativo si è trattato, è comunque un piccolo incidente di percorso sul quale si può soprassedere data la grande attenzione ai dettagli che spinge persino a doppiare (o meglio a remissare) i brani della colonna sonora, quando fanno riferimento a quello che accade sullo schermo (“Vi siete messi contro la persona sbagliata!”). Questi sono tutti esempi di come tempo a disposizione e voglia possano determinare un prodotto di qualità.
    La seconda modifica fa riferimento al colpo allo stomaco sferrato da Neal a Del, il quale esagera un po’ le conseguenze “That’s how Houdini died” (=è così che morì Houdini). In italiano viene addolcito aggiungendo anche un po’ di autocritica: “Io sono un ciccione, ma sono delicato”.

    Nota di Evit
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    Se dovessi scegliere un momento rappresentativo di come la recitazione italiana renda comici anche i momenti “minori”, sceglierei sicuramente la prima scena all’aeroporto dove Del Griffith (John Candy) riconosce Neal Page (Steve Martin) come la persona a cui ha precedentemente “rubato” il taxi e per scusarsi si propone di offrirgli qualcosa da mangiare (con una serie di cibi correttamente alterati per adeguarli al pubblico italiano, così come accadeva in Frankenstein Jr.), poi fa una pausa ed esclama “I knew I knew you!” / “Ero sicuro di conoscerla!“. Questa battuta, per come è recitata, non manca mai di farmi ridere.
    Finché durano i link a youtube vi ripropongo le due scene a confronto.
    In inglese:

    e in italiano:

     

    A quanto ci fa sapere Antonio Genna, il doppiaggio fu eseguito dal Gruppo Trenta che al tempo aveva un po’ l’egemonia su prodotti americani di questo tipo e che grazie a Dio ci ha regalato un doppiaggio da annali. Spero che Evit tiri fuori la sua copia in VHS così da recuperare i titoli italiani e le informazioni mancanti su coloro che hanno curato l’ottima versione italiana di questo film.
    Se volete scoprire (o riscoprire) questo classico della commedia americana, oggi che in America si festeggia col tacchino è un giorno buono come un altro. Dalla mia mai innevata Los Angeles vi saluto e mi accingo ad unirmi ai festeggiamenti… marzapane e gelatine mi aspettano (sempre meglio delle gomitate dei nonni burloni). Glu-glu-glu!
    Michele “Michael” Traversa

    biglietto3devil

    Un film diabolicamente esilarante

    _________________________
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  • Mamma, ho riperso l'aereo – mi sono smarrito a New York: quest'anno il Natale è arrivato in anticipo!

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    Che il secondo film della serie “Home Alone” non sia all’altezza del primo lo intuii persino io in giovane età quando lo vidi in un’arena estiva e mia cugina, di un anno più grande, mi chiese perché non ridessi alla scivolata cartonesca di Marv verso l’armadio delle vernici, oppure perché non ridessi a sufficienza della sua folgorazione con tanto di scheletro urlante.
    mamma2marv
    OK, quella dello scheletro era esilarante abbinata all’urlo effemminato dell’attore, ma la degenerazione di Mamma, ho riperso l’aereo con le sue gag da cartone animato purtroppo non gli consentono di rimanere eternamente e interamente godibile come il primo film.
    La premessa stessa è odiossissima. Infatti qui Kevin McCallister non è più vittima delle circostanze bensì è pienamente artefice delle sue malefatte grazie alle quali si trasforma da subito in “villain” del suo stesso film, il peggior nemico di sé stesso… perché quando capisci di aver sbagliato aereo, ti trovi all’aeroporto di New York con la borsa di tuo padre e decidi “si fotta la famiglia in Florida, io me la spasso a New York con la carta di credito di papà”, non hai più l’innocenza del bambino che credeva di aver fatto sparire magicamente la propria famiglia e che cercava di difendere la sua dimora dai ladri in attesa che un miracolo facesse ricomparire i genitori… sei solo un bambino stronzo e viziato e a Natale riceverai solo tante botte.

    mamma2cattivo

    Il cattivo del film


    Premessa a parte, dopo un primo tempo spassoso incentrato su Kevin a New York, trovo che il film affondi stile Titanic, spezzandosi in due prima di affondare. Il momento fatidico è quello dell’abbandono dell’hotel di lusso, seguìto dalla replica dell’attacco in casa del primo capitolo, il che non sarebbe stata neanche una brutta idea in un film simile (“Ghostbusters II” docet) se non l’avessero condita però di situazioni sempre più improbabili: se nel primo film Marv veniva colpito in testa da un ferro da stiro che cadeva dal piano superiore di casa McCallister, qui viene invece colpito alla testa da svariati mattoni gettati energicamente dal quinto piano di un palazzo. Willy E. Coyote ne sarebbe stato soddisfatto. Neanche la scena in cui Joe Pesci viene catapultato a 10 metri d’altezza grazie ad una leva fatta con un bidone e un’asse di legno della ACME fa guadagnare al film molti punti ai miei occhi.
    Mamma2harry

    Harry fa pratica nel “salto dello squalo”

    L’adattamento italiano

    Nonostante il film scada spesso in una sciocca parodia del precedente, l’adattamento italiano si mantiene a livelli alti e per dimostrarvi da subito (e incontrovertibilmente) che il seguito di Mamma, ho perso l’aereo gode di un adattamento italiano tanto ottimo quanto quello del primo capitolo, vi propongo subito questo dialogo preso dai primi minuti del film:
    mamma2fottuto
    Altro che il “vietato ai minori non accompagnati” di Deadpool! Gli anni ’90 ridono in faccia alla Marvel del 2016… far dire ad un bambino di 10 anni “fottuto” in un film destinato ai bambini. Un azzardo che forse non vedremo mai più, erano gli anni d’oro per quel genere di commedia (il periodo del “le parolacce fanno ridere i bambini”).
    Ma passiamo subito alla lista di Evit, ovvero tutti gli elementi degni di nota riguardanti l’adattamento italiano. Questo, nonostante torni nelle mani capaci di Silvia Monelli, direttrice di doppiaggio del primo film, perde di continuità in alcuni riferimenti al precedente capitolo ed eccoveli tutti, nella poco fantasiosa formula della “lista della spesa”.

    Riferimenti mancati

    mamma2nastro
    Mentre Marv nel primo film proponeva il nome di “the wet bandits” (memorabilmente tradotto come “i banditi del rubinetto“), all’inizio di questo film se ne viene fuori con “the sticky bandits”, adattato come “i ladri del nastro isolante“. Per richiamare il precedente adattamento in realtà avrebbero dovuto proporre “i banditi del nastro isolante” piuttosto. Questo in teoria… magari nella pratica il labiale funzionava meno per via del primo piano di Marv quando lo dice, oppure si erano semplicemente dimenticati del primo adattamento, anche questo può capitare.
    Sul finale (in inglese) ritorna la storia dei banditi del rubinetto, ad emulazione della stessa scena dell’arresto nel primo film…
    mamma2stickybanditsNella versione doppiata, Marv diceva: ci pensi, Harry? Diventeremo famosi! ed Harry rispondeva famosi un accidente! (seguito da calcio in culo) al posto di “non siamo i banditi del nastro isolante, sta zitto!”.
    mamma2animal
    Tutti voi ricorderete il film in bianco e nero che si guardava Kevin nel primo Mamma ho perso l’aereo, ciò che lo rendeva memorabile anche nel nostro paese era quella frase da annali di storia del cinema: “tieni il resto, lurido bastardo!“.
    All’interno di di Mamma ho riperso l’aereo vediamo il seguito di quel film in bianco e nero dove lo spietato antagonista questa volta smitraglia la fidanzata infedele per poi tirar fuori un’altra perla delle sue: “Buon Natale, maledetto animale!“.
    In originale si trattava però della stessa affermazione usata nel precedente film “ya filthy animal“, letteralmente “lurido animale”. Riferendosi adesso ad una donna però, il primo adattamento, “lurido bastardo”, non solo non era chiaramente riproponibile (“lurida bastarda” avrebbe travalicato le intenzioni della frase originale) ma cambiandolo al femminile non avrebbe comunque funzionato vista la scena successiva dove Kevin sfrutta quei dialoghi per scacciare il concierge. Si tratta dunque di uno di quei cambiamenti purtroppo necessari a svantaggio della continuità delle battute tra il primo film e il secondo. In italiano quel personaggio, semplicemente, ne tirava fuori un’altra delle sue; in inglese invece la comicità della scena viene dallo scoprire che la stessa identica battuta viene ripetuta con qualsiasi vittima, uomo o donna che sia, chiamandoli tutti “luridi animali”.
    Me lo immagino un terzo film in cui vediamo il cattivone ripetere il mortale conto alla rovescia al suo cane per aver fatto la pipì sul tappeto e poi concludere la sparatoria con un “stai a cuccia, lurido animale!”. Aspettate… mi è venuto in mente che esiste anche un terzo film ma io non l’ho mai visto, ditemi che c’era una scena simile!
    mamma2crowbars
    Un altro piccolo elemento ricorrente nella versione originale, ma alterato in fase di adattamento, è l’augurio che si scambiano i due ladri “crowbars up!” (letteralmente “su i piedi di porco”), una specie di cin-cin tra scassinatori che nel primo film era stato tradotto con il termine “presentatàrm” mentre nel secondo film viene tradotto come “onore alle armi”. Questo è solo un altro piccolo elemento che avrete sentito in entrambi i film e che magari non avreste potuto immaginare si trattasse della stessa battuta.

    Riferimenti che nel 1991 forse non avreste capito e quindi sono stati cambiati

    Quando i due ladri svaligiano il negozio di giocattoli e si ritrovano davanti ai soldi destinati all’ospedale pediatrico esclamano…
    mamma2hanukkah
    Nell’adattamento italiano troviamo un più familiare scambio di auguri al suo posto:
    – Buon Natale, Harry.
    – Felice anno nuovo, Marv.
    Scommetto che non avreste mai sospettato che Marv fosse ebreo, eh?

    Riferimenti che non avreste capito comunque

    mamma2knock
    Quando il padre dice “sembrerà strano ma i bagagli non li perdiamo mai” vediamo i due genitori bussare sulla scrivania davanti a loro. Per chi non avesse familiarità con i gesti scaramantici americani, “bussare” sul legno (“knock on wood” per gli statunitensi o “touch wood” in Gran Bretagna) è praticamente l’equivalente del nostro “tocca ferro”. Alcuni sostengono che il gesto scaramantico derivi dalla tradizione pagana germanica dove si bussava sugli alberi (e per estensione sul legno) per invocare la protezione degli spiriti benevoli che in essi dimorano. Secondo altre fonti serviva invece, all’opposto, a scacciare spiriti malevoli. Qualunque sia l’origine, il gesto serve a scongiurare un possibile evento infausto a cui si è appena fatto riferimento (in questo caso la perdita di bagagli).
    Per il pubblico italiano tale gesto non sembra altro che una manifestazione dell’eccentricità dei genitori in un momento di stress, quasi volessero scaricare la tensione in maniera comica dopo la brutta battuta del padre (su come si perdano continuamente Kevin mentre i bagagli invece non li perdevano mai), in un film italiano avremo certamente visto il gesto delle corna.
    Mentre alcune battute possono essere adattate meglio o peggio di altre, gesti simili restano “intraducibili”; del resto l’atto di bussare sul legno a mo’ di scongiuro ci è così poco familiare che tutt’ora quella scena credo vada spiegata a gran parte degli spettatori italiani ma, se volete vederla da un altro punto di vista, lo scongiuro fatto bussando sul legno è comune a così tante culture nel mondo che potremmo dire di essere noi italiani la mosca bianca, cioè l’unico popolo che tocca ferro al posto del legno.

    Altri cambiamenti degni di nota

    “Quello ha le pigne nel cervello”
    Mentre in inglese Buzz continuava la sceneggiata del ragazzo per bene dicendo “che giovanotto inquieto” (what a troubled young man), in italiano diventa la scusa per l’ennesima, comica, offesa fraterna (quello ha le pigne nel cervello).
    mamma2buzz
    “Tutta la famiglia è contro di me”
    Questo è una di quei momenti comici dove il bambino usa la parola “jerks”, ne avevo già discusso nel precedente articolo dove sottolineavo come “jerks” non sia un espressione traducibile sempre allo stesso modo, cambia molto da contesto a contesto invece. L’equivalente della frase originale di questa scena sarebbe teoricamente “sono tutti degli stronzi”, ma nel contesto non funzionerebbe benissimo (Kevin lo dice con resentimento e rassegnazione, ma quando gli italiani dicono “stronzo” non è mai detto con rassegnazione). Come tutte le battute contenenti “jerk” (elencati nel precedente articolo), anche questa frase richiede l’analisi del contesto… ricordate quando li “adattavano” anche i film doppiati? Ecco.
    mamma2jerks
    In questo caso Kevin era stato mandato in camera dopo aver subito un processo domestico ingiusto dove sentiva tutti contro di lui, così in italiano si trasforma nella constatazione “tutta la famiglia è contro di me”. Forse non sarà divertente quanto “sono tutti una manica di stronzi” ma è funzionale alla scena e, comunque, così come l’uso di “jerks” in inglese, anche l’espressione italiana fa sorridere perché rappresenta ciò che spesso percepiscono i bambini di quella età quando tutti li incolpano di qualcosa. Kevin, in breve, anche in italiano si esprime come un bambino vero e non come un bambino tradotto.
    “Hai la carta d’imbarco? Bravo chi la trova”
    In originale: è qui da qualche parte.
    mamma2bravo
    “Cerca di scoprire tutto quello che puoi su quella mezzacartuccia”
    mamma2mezzacartuccia
    Qui la piccola miglioria sta su “that young fellow” (quel giovanotto) che in italiano diventa “quella mezzacartuccia”. L’alterazione non solo è più comica ma si addice perfettamente al personaggio, come vedremo poi dopo nel resto del film.
    “Seccherebbe a qualcuno se facessi un tuffo acrobatico?”
    mamma2tuffo
    In originale il ragazzino chiedeva letteralmente “seccherebbe a qualcuno se mi esercitassi sul tuffo a bomba?”. Ovviamente l’ironia originale sta nel fatto che non serve far pratica per raffinare l’arte del uffo “a bomba”. In italiano la battuta risulta più divertente visto che preannuncia un tuffo acrobatico prima di eseguirne uno “a bomba” (o “a cofanetto”, come si dice in certe regioni).
    “Guarda che sta dicendo una balla!”
    mamma2ratbait
    Mentre Kevin guarda un film troppo violento per la sua età, partecipa attivamente ai dialoghi (come capita non di rado anche a certi adulti alle prese con film che li spaventano) commentando tra sé e sé che la donna nel film è spacciata (“she’s rat-bait” – per farvi capire il senso lo tradurrò come “è già bella che morta” / i sottotitoli del DVD propongono “è cibo per vermi”). Anche in italiano Kevin partecipa attivamente ai dialoghi del film ma invece di parlare tra sé e sé sembra addirittura parteggiare per lo spietato antagonista dal grilletto facile suggerendogli che le parole della donna fossero tutte balle. Un’alterazione che non solo si adatta perfettamente al labiale (“balla” sta benissimo su “bait”) ma che trovo anche più divertente di un più semplice “è spacciata”, tanto meno “è cibo per vermi” suggerito nei sottotitoli.

    Conclusione va’, oggi chiudiamo prima del solito!

    Nei dialoghi italiani ci sono tanti altri piccoli momenti comici come l’esclamazione “l’artrosi!” di pozzettiana memoria, oppure Kevin che dice “cavolo, sei stato un razzo!” frase rivolta a Babbo Natale dopo la comparsa della madre sul finale, proprio quando aveva espresso il desiderio di rivederla al più presto. In generale, insomma, l’adattamento di questo film si rivela ottimo, persino migliore del primo se contiamo che ha molti meno errori del capostipite, che già era fenomenale (l’articolo sul primo film lo trovate qui).

    artrosi

    Ahhh, l’artrosi!


    Difatti in questo film non mi pare di averne trovati di veri errori, tutte le differenze elencate qui ricadono nelle scelte di adattamento e non in errori a monte del processo interpretativo, e c’è una bella differenza tra le due cose.
    Chiudo con dire che Mino Caprio risulta sempre più comico nei panni di Marv, il suo ruolo in assoluto più memorabile… almeno fino all’avvento di Peter Griffin.
    giubilo_buz

    “Be’, adesso basta con questa svenevole manifestazione di giubilo”


    E per terminare l’articolo citando le parole del fratello Buzz… be’, adesso basta con questa svenevole manifestazione di giubilo (che ovviamente non era così memorabile in inglese) e buona visione a tutti, perché lo so che adesso avete voglia di rivedervi lo scheletro di Marv che urla in maniera effeminata. Ahhhhhhhh! Ahhhhhh! Ahhhhh!
    Alla prossima recensione, salvo imprevisti.
    mamma2knock
     

  • Mamma, ho perso l'aereo – Il film che nessuno sente il bisogno di chiamare "Home Alone"

    Vignetta di introduzione alla recensione dell'adattamento e doppiaggio italiano di Mamma ho perso l'aereo.
    Le feste natalizie sono sempre una buona occasione per rivedersi una di quelle commedie per famiglie che hanno segnato il Natale di un intero decennio e forse più: Mamma, ho perso l’aereo, visto di persona al cinema nel lontano 1991.
    Dopo l’adolescenza non lo rividi più, se non distrattamente in qualche passaggio televisivo. Nel frattempo, tra le tante cose, ho messo su un blog focalizzato sull’apprezzamento e sui rimproveri al doppiaggio italiano così ho pensato che fosse arrivata l’occasione giusta per rivisitarlo con occhi diversi, anzi, orecchie diverse.
    Con oltre un mese di ritardo, ecco la mia recensione dell’adattamento italiano di Mamma, ho perso l’aereo!
    Vignetta basata sulla scena dei due ladri del film Mamma ho perso l'aereo.
    Partiamo subito dal fatto che questo film del 1990 gode di un adattamento con i controcoglioni, dove le frasi non sono semplici traslitterazioni delle battute originali e dove il linguaggio dei bambini e degli adolescenti cerca (e trova) corrispondenze con quello degli italiani che all’epoca avevano la stessa età. Quindi non sorprendetevi se, mettendo a confronto le due versioni, potreste trovarci un “faccia di culo” che non corrisponde a nessuna offesa in inglese (e certamente non ad “ass-face”) mentre, poco dopo, un “puke-breath” (alito di vomito) viene semplicemente sostituito in italiano da un “Jeff”. In breve, nel doppiaggio italiano di questo film, le offese bambinesche sono state inserite laddove sembrava più appropriato, senza forzature nei dialoghi, senza che si trasformasse in una neo-lingua pseudo-adolescenziale derivativa dell’inglese ed inesistente in italiano (svegliati, Fright Night! Ti è arrivata una frecciatina).
    Inoltre, per la fortuna di tutti i posteri, questo film è giunto a noi in un periodo dove doppiare film dedicati ai più giovani non impediva di metterci espressioni come “porca puttana!” come espedienti comici, se la scena lo necessitava; tra l’altro erano gli stessi anni in cui anche nei Simpson comparivano battute piuttosto sboccate perché “faceva ridere”. Tale caratteristica non solo fa ridere ancora oggi ma ha sempre reso i film adolescenziali che venivano doppiati in quegli anni molto più realistici. Anche solo per questa caratteristica, il doppiaggio di Mamma, ho perso l’aereo resta memorabile. Idem per molti altri film partoriti sempre da John Hughes.
    Scena del film Mamma ho perso l'aereo, Babbo Natale che dice porca puttana. In inglese la battuta era: brutto figlio di
    Con questa premessa, vediamo tutte le alterazioni presenti nell’adattamento italiano, se e quanto fossero giustificate:

    La “cosina” delle francesi e altre alterazioni necessarie

    Il fratello Buzz, in italiano, chiede se è vero che le francesi si rasino la “cosina”. In inglese invece chiedeva se fosse vero che le francesi non si rasino le ascelle.
    Buzz, il fratello di Kevin McCallister
    È facile comprendere l’origine dell’alterazione. Anche in Italia, per le ragazze del 1990, era cosa abbastanza comune non rasarsi le ascelle, ma lo spettatore deve potersi immedesimare nella curiosità esotica di Buzz, buzzurro borghese americano, riguardo ad un trattamento estetico che per gli americani è cosa normale (rasarsi le ascelle) e nell’impatto culturale dello scoprire che non sia la norma in altri paesi. Così in italiano si è optato per far dire a Buzz che le francesi si rasano la “cosina”, che nel 1990 sembrava altrettanto esotico per noi italiani quanto lo era un’ascella pelosa per un americano.
    Lo zio di Kevin con citazione in lingua originale: look what ya did, you little jerk!
    Un elemento lessicale ricorrente nel copione originale è la parola “jerks” che in italiano varia sempre di traduzione adattandosi ai vari scopi, frase per frase. Da “per me quello è scemo” (he’s just being a jerk) al “guarda che cosa hai fatto, piccolo delinquente” (look what ya did, you little jerk!), oppure “quello fa sempre il cretino” (he’s acted like a jerk too many times). Ovviamente era difficile trovare un equivalente italiano che si adattasse univocamente a tutte le situazioni in cui jerk viene utilizzato, tuttavia questo non detrae dall’impatto di molte battute (come quella del “piccolo delinquente”/”you little jerk!”) che rimangono egualmente memorabili in entrambe le lingue.
    T-shirt con lo zio di Mamma ho perso l'aereo e la scritta look what you did, you little jerk!
    Altre alterazioni, che in un doppiaggio odierno sarebbero state probabilmente tradotte alla lettera (perché va di moda farlo), sono ad esempio la tardiva preoccupazione della madre quando sente di essersi dimenticata qualcosa e si chiede “ho spento il gas?” laddove in originale si chiedeva se avesse “spento il caffè”, oppure l’eggnog offerto a Joe Pesci (vestito da poliziotto) che in italiano diventa “un goccetto” e si adatta bene alla reazione stessa del personaggio che si sorprende che gli venga offerto. Possiamo anche aggiungerci i “wet bandits” che diventano “i banditi del rubinetto”, nomi che lasciano il segno in entrambe le lingue.

    Riferimenti che non avreste capito e che quindi sono stati cambiati

    mamma4
    Quando la madre di Kevin chiede se i bambini sono stati contati, la ragazza più grande risponde “11 inclusa me, 5 maschi, 6 femmine, 4 gentori, 2 autisti… e nessuno ha marcato visita“, quest’ultima affermazione è un tentativo di adattare in qualche modo una battuta altrimenti intraducibile “and a partridge in a pear tree“, che viene dalla canzone dei “dodici giorni di Natale” dove ogni strofa conta i regali ricevuti dall’amata(/o) e termina con il ritornello “e una pernice sul pero“. L’unica pecca è che “marcare visita” non si lega al Natale in alcun modo, né ad equiparabili filastrocche. La cosa che più si avvicinerebbe potrebbe essere “solo non si vedono i due liocorni”, ma lungi dal suggerire una battuta simile. Semplicemente non si può “rendere” tutto. È la dura legge della traduzione.
    [Una piccola curiosità aggiuntiva: al “secondo giorno di Natale”, la canzone conta due tortore (turtle doves) e proprio le due tortorelle saranno un elemento di rilievo nel secondo film. I riferimenti al Natale americano sono sparsi ovunque nei due Mamma ho perso l’aereo anche se, per via di una certa distanza culturale, ci è impossibile coglierli tutti, anche vedendo il film in originale. Sono i limiti intrinseci in cui si incorre guardando pellicole estere. Difatti consiglio la visione di questo film in lingua originale solo a coloro che hanno familiarità con la cultura americana altrimenti non ne trarrete alcun vantaggio aggiuntivo rispetto alla visione esclusivamente in lingua italiana. Sapere che gli americani dicono “fuck yeah!” e guardare The Walking Dead sottotitolato, ahimè, non qualifica.]
    mamma1
    Quando Babbo Natale si lamenta per la multa che trova sul tergicristalli, in inglese dice “what’s next? Rabies shots for the Easter Bunny?” (e poi che faranno, l’antirabbica al coniglio pasquale?) mentre in italiano è stata adattata in “e alla Befana che faranno, le sequestrano la scopa?“. Considerando che quella del coniglio pasquale è una figura giunta in Italia solo in anni recenti (grazie a Lidl?), la battuta fu intelligentemente “spostata” sulla Befana che, tra l’altro, è ben più natalizia del coniglio pasquale (e ovviamente nel 1990 non avevamo modo di sospettare che questo personaggio esistesse esclusivamente in Italia). Se volessi cedere ad un momentaneo ed atipico orgoglio nazionale, potrei dire che la battuta del sequestro della scopa alla Befana calza anche meglio (per quella che è la nostra cultura) dopo la multa all’auto di Babbo Natale, ben rappresentando un’immaginaria escalation di ritorsioni della polizia contro le figure tipiche del periodo natalizio.

    Riferimenti che non potevate capire in ogni caso

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    Durante la permanenza della famiglia McCallister in Francia, vediamo i bambini che guardano alla TV un film in bianco e nero in lingua francese e si annoiano a morte. I genitori che portarono i figli al cinema nel 1991 per vedere questo film avranno forse riconosciuto (ma forse neanche in molti) La Vita è Meravigliosa, di Frank Capra.
    Se per un italiano del 1990 può sembrare semplicemente che i ragazzi nel film si stessero annoiando per via del film in bianco e nero (quale bambino italiano negli anni ’90 guardava film in bianco e nero a Natale???) questa scena è molto più significativa per gli americani dove La Vita è meravigliosa è, sin dalla fine degli anni ’70, non “un” ma IL classico di Natale! Ora vi spiego perché.
    Questa pellicola venne più o meno snobbata quando uscì nel 1946 ed il mancato rinnovo dei diritti d’autore nel 1974 la fece cadere nel dominio pubblico, così verso la fine degli anni ’70 divenne il film più trasmesso della televisione americana nel periodo natalizio, acquistando una popolarità inaspettata, tanto che nel 1990 (anno di Mamma, ho perso l’aereo, tra l’altro), la Biblioteca del Congresso scelse di preservarlo nel suo archivio dedicato ai film “di importanza storica, culturale o estetica”. Per farla breve, è il film che qualsiasi famiglia americana si aspetta di vedere ogni Santo Natale… così si spiega l’espressione dei bambini in Mamma, ho perso l’aereo che sono costretti a vederselo in una lingua a loro sconosciuta (il francese), cosa che fa immedesimare anche meglio lo spettatore americano nelle disavventure natalizie dei McCallister, sapendo che si sentirebbe perso senza poter godere tale film a dicembre.
    Se dovessi riportare la loro situazione ad un equivalente italiano moderno, vi basti immaginare di ritrovarvi a Natale a vedere Una poltrona per due in una lingua straniera a voi sconosciuta (russo? Ceco? Fate voi).

    mamma_life1

    (da “Mamma, ho riperso l’aereo”)


    Questo elemento culturale era ovviamente fuori dalla portata di qualsiasi doppiaggio e adattamento, in poche parola BISOGNA essere americani per percepire quella scena allo stesso modo. La cosa si fa ancora più comica quando, nel secondo film, in McCallister vanno in Florida e trovano l’attesissimo classico di Natale solo in spagnolo.
    A questo punto mi domando se in francese questa scena del primo film non abbia un impatto ancora minore!
    mamma_pizza
    Un’altra nota di cultura americana… il ragazzo delle pizze di “Little Nero” è minorenne, consegna la pizza in macchina perché negli Stati Uniti si può avere la patente dai 16 anni, età in cui gli adolescenti neo-patentati corrono a comprarsi le auto più economiche che possono permettersi (e quindi spesso le più sgangherate). Quella scena del fattorino auto-munito è l’equivalente di un adolescente italiano che porta le pizze col motorino, solo che quando ero più giovane (prima di Wikipedia, di internet e prima di aver visto Licenza di Guida) lo ignoravo ed il fatto che buttasse giù la statuetta dei McCallister ogni volta che veniva a consegnare una pizza lo attribuivo ad un atto di goffaggine del guidatore, non al fatto che avesse poca esperienza come autista.

    Tocchi di classe

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    Il finto film noirAngels with Filthy Souls (titolo parodistico sulla falsa riga di Angels with Dirty FacesAngeli con la faccia sporca), che Kevin si guarda in assenza dei genitori, ha un doppiaggio che ricorda quello degli anni ’50-’60 e che ben si adatta allo stile del film. In questo finto noir compare il personaggio di “Snakes”, italianizzato in un più familiare e funzionale “Cobra”, al quale il cattivo Johnny fa la conta da uno a dieci (one… two… ten!) per far sparire la sua brutta faccia gialla. In italiano mi è sempre sembrato che il doppiatore dicesse “uno, due, tie’!“, probabilmente per rimanere nel labiale del “ten” sebbene a scapito dell’ironia di una conta da uno a dieci composta da tre numeri. Sempre che non si tratti di un problema di missaggio audio in cui il suono del mitragliatore va a coprire il finale di “dieci” (die—).
    mamma_change
    Come tutti saprete sicuramente, la scena si conclude con l’immortale “tieni il resto, lurido bastardo!“, adattamento di “keep the change, ya filthy animal!“. Questa scelta memorabile purtroppo non funzionò altrettanto bene nel seguito quando la stessa frase veniva usata riferendosi ad una donna e quindi il “Merry Christmas, ya filthy animal!” torna ad essere più fedelmente “Buon Natale, maledetto animale“, ma adiós riferimento alla battuta del primo film.

    Sul titolo italiano…

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    Potrei forse associarmi alle più inutili lamentele sul web/gruppi Facebook e lagnarmi del titolo italiano? “Mamma, ho perso l’aereo” è un titolo anni ’90 che ancora oggi funziona alla perfezione. Al contrario di molti altri titoli dell’epoca, alterati unicamente per attirare gli spettatori al cinema in modo truffaldino, con scelte che non c’entravano niente con la trama (Balle Spaziali 2 – La Vendetta docet), “Mamma, ho perso l’aereo” dà al consumatore esattamente ciò che promette e non fa finta di essere un film diverso per poi tradire le aspettative di un qualsivoglia potenziale spettatore.
    Paradossalmente, un letterale “Solo in casa” avrebbe avuto un effetto diametralmente opposto, suggerendo un film potenzialmente sconsigliato ai minori. È logico che sia stato cambiato e non mi sorprende affatto scoprire che non siamo stati di certo l’unico paese a farlo (Maman, j’ai raté l’avion! / Mi pobre angelito / Kevin sam w domu). La vicinanza al titolo francese in realtà mi fa supporre che siano stati gli stessi produttori a suggerire titoli alternativi per il mercato estero, altrimenti quale incredibile coincidenza che entrambi i paesi, Francia e Italia, abbiano scelto per puro caso la medesima formula?

    Urla autentiche

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    Quasi tutte le urla (di dolore o di gioia) che sentiamo nel film sono state lasciate in originale e, vista l’eccelsa scelta degli interpreti, si nota relativamente poco se non fosse per quei “whoa!” di Kevin che certamente in Italia suonavano leggermente stravaganti nel 1990 ma, in ogni caso, attribuibili ad un modo di esprimersi di uno specifico bambino (il protagonista). Ricordo che all’epoca mi risultava molto curioso (e molto “americano”) quel modo di esternare estrema sorpresa.
    L’unica distrazione (mai notata in più giovane età ma palese adesso) viene dalla scena in cui Kevin corre per la casa dopo aver fatto “sparire” la famiglia e urla “I’m free! Free!” (sono libero). Per un orecchio italico impreparato può sembrare semplicemente che Kevin stia urlando di felicità (qualcosa come “iiiiiiii!”), col senno di poi ci sento benissimo “I’m free!!!” e mi sembra così strano che non sia stato doppiato che, memore di esperienze come l’audio 5.1 di Terminator, mi domando se non si tratti di una clip audio “perduta” nel missaggio per DVD. Non sarebbe la prima volta.

    Frasi più memorabili in italiano

    mamma11
    Come tutti i film della propria giovinezza visti in italiano, è facile avere delle battute rimaste impresse che poi, andandole a scoprire in lingua originale, possano risultare meno memorabili o di minor impatto.
    Questa è la mia personale lista:
    Il sale intacca i cadaveri e li trasforma in mummie.
    (The salt turns the bodies into mummies.)
    Le famiglie rompono!
    (Families suck!)
    Erano anni che mi perseguitava [il seminterrato].
    (It’s bothered me for years.)
    – Larry le vuoi parlare tu? C’è una signora che mi sembra un po’ suonata.
    (Larry can you pick up? There’s some lady on hold, sounds kind of hyper.)
    seguìto da:
    – Rose? La suonata sulla due.
    (Rose? Hyper on two.)
    [“la suonata” fa più ridere di “l’isterica”.]
    Poi ancora…
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    Quando la mamma di Kevin offre i suoi orecchini alla coppia di anziani, il marito le risponde che la moglie ne ha tanti che non sa che farsene, ne ha una scatola da scarpe piena, sembra un albero di Natale (mettendosi la mano all’orecchio e muovendo le dita). In realtà in inglese sottolineava soltanto come la moglie ne avesse già tanti di orecchini, inclusi quelli “a pendente” (dangley ones). Il gesto che il vecchio fa con la mano all’orecchio serviva a prendere in giro la gestualità della mamma di Kevin intenta a offrire i suoi orecchini (che erano del tipo “a pendente” per l’appunto).
    La battuta del “sembra un albero di Natale” la trovo più spassosa ed ispirata rispetto ad un banale “a pendente” (ed è anche a tema). Ovviamente è Mario Milita (nonno Simpson) che dà la voce al vecchio scorbutico, chi altri poteva essere? Sarà forse quello che l’ha resa memorabile.
    mamma5
    Un’altra piccola battuta viene adattata quando un presentatore televisivo legge delle comiche lettere indirizzate a Babbo Natale: “l’anno scorso ho avuto una sorellina, quest’anno preferirei un robot“, con robot in sostituzione di clay dough (quello che ai miei tempi si chiamava didò), trovo l’alterazione non soltanto leggermente più spassosa ma che sia rimasta anche più duratura, dal momento che in Italia quel materiale ha assunto nomi diversi a seconda delle varianti e dei periodi storici (DAS, pongo, plastilina…). Un robot sarà sempre un robot.

    Scelte di adattamento molto dubbie

    Queste le lascio sempre per ultime e stavolta si tratta di poca roba, ed il fatto che sia poca roba la dice lunga sulla qualità di adattamento di questo film in generale.
    Quando il “re della polka” (John Candy, doppiato dal sempre spassoso Paolo Buglioni) racconta di aver lasciato suo figlio alle pompe funebri, in italiano narra di come il bambino fosse rimasto chiuso dentro con la madre morta quando in realtà in inglese parla di un generico cadavere (si può supporre un parente, forse un nonno). L’errore deriva forse da una frase lasciata a metà nel momento in cui John Candy nomina la moglie (“the wife and I…”). Mi domando se non fosse anche in questo caso una scelta voluta per aumentare l’effetto tragicomico della storia che John Candy raccontava, in modo del tutto fuori luogo (come spesso accade ai personaggi comici di Candy), alla madre di Kevin “per farla sentire meglio”.
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    Un’altra frase che mi lascia allibito (e che da giovane non avevo mai neanche capito perché non avevo familiarità col termine usato) è quella della madre che, tornata a casa il giorno di Natale, esclama:

    qualcuno corra al drugstore, non abbiamo nemmeno il latte.

    (in originale: someone has to find an open store. We don’t have milk.)
    Onestamente mi domando quale fosse il fascino perverso nei primi anni novanta per questa parola “drugstore” (tra l’altro pronunciata anche correttamente “dragstor”). Difatti, la stessa parola l’avevamo già trovata nel Silenzio degli Innocenti (1991) e si può dire che ad oggi sia effettivamente scomparsa dal vocabolario del doppiaggese, in netta controtendenza moderna a mantenere tutti i riferimenti possibili e immaginabili in inglese (a volte portando i dialoghi italiani al limite della farsa). Posso solo supporre che in quegli anni, “drugstore” identificasse, con una sola parola importata, un tipo di negozio che in Italia non aveva alcun corrispettivo: quelli che rimangono aperti tutta la notte e che vendono un po’ di tutto (oltre a fare da farmacia). Forse l’evoluzione delle attività commerciali italiane ha reso molto presto obsoleta questa parola d’importazione.

    Evit, giustifichi sempre tutti i doppiaggi “del passato”, non hai nessuna vera lamentela?

    Mettiamocele va’, sennò mi dicono che sono nostalgico (ignorando che mi sono già lamentato di grandi classici del passato).
    mamma_grinch1) Ho sempre trovato curioso, già dalle prime visioni di questa pellicola, che i classici di Natale che Kevin si guarda in TV siano tutti doppiati tranne il cartone animato del Grinch. All’epoca ovviamente non sapevamo cosa fosse il Grinch ma avrei apprezzato che anche quello comparisse doppiato (magari ricostruendo la canzone che sentiamo nel cartone animato, perché no!), giusto per non spezzare quella illusione che, eccetto in quella scena
    del Grinch, durante tutto il film non viene mai meno!
    (mi riferisco ovviamente all’illusione creata dal doppiaggio che ci permette di guardare un film straniero facendoci credere di star assistendo alle vicissitudini di persone che parlano altre lingue diverse dalla nostra ma che noi, “per magia”, riusciamo a capire e blah-blah, blah-blah, blah-blah…! Dai su, lo sapete già ormai, leggete questo blog da una vita, non mi fate dire sempre le stesse cose).
    Il cartone del Grinch torna anche nel secondo film e anche lì non è doppiato.
    mamma6
    2) La frase della sorella (o cugina?) preoccupata “ma è così piccolo, secondo te è un po’ picchiato?” mi è sempre sembrata stramba (sebbene il labiale sia sopraffino e forse ne è la sua unica giustificazione). In originale era “but he’s so little and helpless. Do you think he’s flipped out?” che significa “ma è così piccolo e indifeso. Secondo te è spaventato a morte?”. Capisco quale possa essere l’origine dell’errore, scambiare “he’s” come abbreviazione di “he is” quando invece lo è di “he has”, da questo assunto errato hanno presumibilmente interpretato “flipped out” come sinonimo di “impazzito”. Un errore a suo modo comprensibile, sebbene non giustificabile. Perché dovrebbe essere “un po’ picchiato” se la colpa è loro per averlo lasciato a casa? Ovviamente la domanda della ragazza non combacia poi molto bene con la risposta del fratello.
    mamma12
    3) C’è un’altra battuta che penso sia stata alterata per un errore umano in fase di traduzione, quando il vecchio incontra Kevin in chiesa e gli chiede se è stato buono. Kevin inizialmente dice di sì ma quando il vecchio incalza con un “puoi giurarlo?”, Kevin nega. Il vecchio allora gli risponde “yeah, I had a feeling” (letteralmente: “già, ne ho avuto il presentimento”, traducibile semplicemente come “già, lo immaginavo” o “lo avevo capito”). La risposta nel film doppiato invece riporta un “io mi sentivo triste” che poi continua con la storia di come la chiesa fosse il luogo ideale per chi è scontento di sé. È lecito pensare che abbiano voluto affrettare il discorso dato che nella frase successiva c’era effettivamente poco tempo per far entrare tutte le parole che il vecchio diceva in inglese, tuttavia mi domando se quel “I had a feeling” non sia stato mal interpretato a monte e quindi sia stato poi tradotto erroneamente come “io mi sentivo triste”.
    Tra parentesi, chi doppia il vecchio è il mitico Nando Gazzolo, di cui già parlai qui.
    Basta, ho parlato anche troppo…

    CONCLUSIONE!

    Mi resta solo da dispensare un paio di complimenti al gruppo che ha lavorato al doppiaggio di questo film, a partire dalla direttrice di doppiaggio Silvia Monelli e dalla sua scelta degli interpreti, all’incredibile prova di Ilaria Stagni su Macaulay Culkin, lei poco più che ventenne all’epoca (e famosa anche per Bart Simpson). Un complimentone anche a Mino Caprio che in questo film non solo è lontano da altri suoi personaggi (come Peter Griffin in cui sembra esserti fossilizzato di recente) ma, in generale, ci dona un’incredibile interpretazione comica che si integra anche molto bene con gli strilli non doppiati di Daniel Stern. In proposito, sarebbe carino vedere una versione doppiata da Caprio di questo video che Dainel Stern ha pubblicato su YouTube come risposta a quest’altro video di Macaulay Culkin (basta che non la faccia alla Peter Griffin, s’intende).
    Qualcuno faccia in modo in modo che accada.
    Ci rivediamo a New York.
    Kevin che si appresta a mangiare un piatto di macaroni cheese accompagnato da un bicchiere di latte. La vignetta dice: Macaroni cheese, m'hai provocato e io te distruggo adesso. Ad imitazione della famosa frase di Alberto Sordi.

  • Il Silenzio degli Innocenti – Una traduzione iniqua

    silenziodegliinnocenti

    Critica all’adattamento di Il Silenzio degli Innocenti

    Il Silenzio degli Innocenti del 1991 è un capolavoro innegabile, che lo si guardi in italiano o in inglese. La scelta dei doppiatori e il lessico, ancora reminiscente dei doppiaggi anni ’80, sono i veri punti di forza della versione italiana, con determinate battute che vi rimarranno impresse a vita (tra queste ogni singola frase di Anthony Hopkins). Immaginare questo film con un doppiaggio moderno è impossibile, sento l’odore della tua fica non lo ritroverete mai in nessun doppiaggio moderno.
    Con un’introduzione così magniloquente vi domanderete… dove hanno toppato? Semplice, nella traduzione di moltissime frasi.
    Il doppiaggio di questo film fu affidato alla società “Cinema Cinema” che suppongo fosse dello stesso Tonino Accolla perché lo ritrovo costantemente alla direzione di qualsiasi film doppiato da questo studio, spesso circondato da un entourage di collaboratori che oserei dire “storici”, molti dei quali ritrovate anche nei Simpson (Mario Milita e Ilaria Stagni ad esempio). Non è un caso che le prime 3 stagioni dei Simpson, dal ’91 al ’94 in Italia, fossero doppiate proprio dalla società “Cinema Cinema”.
    La cosa più lampante della direzione di Accolla è che egli si accolla (perdonate il voluto gioco di parole) un numero “notevole” di ruoli minori, forse per economizzare sul costo di produzione ma più probabilmente per una ragione pratica… infatti, quando sei un interprete eclettico come lo era Accolla nel 1991, è quasi normale pensare “vabbè, queste tre battute faccio prima a farle io che mettermi a trovare qualcuno apposta, farlo venire fin qui a registrare, etc… etc…”. Così ci ritroviamo Accolla in almeno tre ruoli! Forse non ci avete fatto mai caso, ma si sa, il doppiaggio degno di nota è quello che non si nota (cit. Mario Paolinelli, dialoghista).

    tutti i ruoli di Tonino Accolla nel Silenzio degli Innocenti

    tutti i ruoli di Tonino Accolla nel film: il multiplo Miggs, l’entomologo ed uno dei poliziotti sul finale.


    Veniamo dunque al problema di questo adattamento: gli errori di traduzione (e i presunti tali).

    Errori nel doppiaggio e considerazioni

    Il film inizia con Clarice Starling (Jodie Foster), recluta FBI, a cui viene offerto l’incarico di interrogare criminali incarcerati che possano dare una mano in casi ancora irrisolti. La domanda che il capo pone a Starling è:

    SotL-spook

    Do you spook easily, Starling?

    ovvero, letteralmente, “ti impressioni facilmente, Starling?”, che nel doppiaggio italiano è invece…

    Tu parli con facilità, Starling?
    Non ancora, signore.

    Questo errore viene citato un po’ ovunque ed è probabile che origini dalla vicinanza tra “spook” e “speak” ma anche dalla logica del discorso, infatti la frase precedente era stiamo interrogando tutti gli assassini recidivi già in prigione per compilare un loro profilo psico-comportamentale […] la maggioranza è stata felice di parlare con noi. La differenza è che, nella risposta originale, Clarice Starling dimostra di essere spavalda come qualsiasi recluta, dichiarando di non spaventarsi facilmente. In italiano invece la sua risposta non è segno di spavalderia ma di franchezza (e di celata vulnerabilità): non avendo lei alcuna esperienza sul campo, ammette di non saper ancora parlare con facilità con i detenuti.
    Le implicazioni di questa alterazione onestamente non sono gravi, tutt’altro. La risposta nella versione italiana comunque rispecchia una caratteristica della psicologia del personaggio di Clarice Starling che poi ritroveremo anche successivamente nel corso del film, quindi il danno è veramente limitato. L’unica cosa che forse viene a mancare è l’ironia dello sceneggiatore che nelle prime scene del film sceglie di far dire a Clarice di non spaventarsi facilmente mentre durante l’intero film si spaventerà più volte (dal ritrovamento della testa nel barattolo fino alla sequenza finale nella casa del killer Buffalo Bill).
    Trovo più strana una frase successiva, quando il capo le dà il suggerimento credimi, non crearti nessun problema per Hannibal Lecter mentre in originale la stessa frase era molto più chiara: believe me, you don’t want Hannibal Lecter inside your head (equivalente di “credimi, è meglio se eviti che Hannibal Lecter ti entri nella mente”).
    Personalmente reputo più fastidiosa una frase di dubbia comprensione come quella del “non crearti nessun problema”, rispetto ad un alterazione come “tu parli con facilità?” che, per quanto errata, rimane sensata.

    SotL-yourself

    Un’altra insensatezza l’abbiamo durante le investigazioni di Starling basate sulla comprensione degli indovinelli di Lecter:

    ho pensato che il riferimento “dentro te” nascondesse qualcosa di molto vicino a Lecter, così ho immaginato che poteva riferirsi a Baltimora, ho guardato nell’elenco telefonico e c’è un locale chiamato “Dentro il tuo magazzino”, appena fuori dal centro della sua città.

    Magari non avete visto il film o non ricordate il contesto ma, anche seguendo il film, questa frase sembra non avere un senso logico.
    Vi riassumo l’essenza di ciò che accade SECONDO I DIALOGHI ITALIANI: Hannibal usa l’espressione “dentro te” quando dice a Clarisse “guarda dentro te e il resto di te stessa” –> Clarice pensa che “dentro te” possa riferirsi a qualcosa di vicino a Lecter (perché mai?) e quindi alla città di Baltimora (??) –> Clarice usa questa intuizione per cercare sull’elenco telefonico e trova un “locale” (forse era meglio tradurre “una ditta”) chiamato Dentro il tuo magazzino, il quale si trova fuori (???) dal centro di Baltimora (quindi non era neanche “dentro” Baltimora!).
    Cioè “Dentro te” = “a Baltimora”? Ma che cazzo di sequenza logica è? Diciamo che c’è arrivata per puro caso.
    La sequenza logica in inglese è molto più semplice e comprensibile: Hannibal usa l’espressione “look deep within yourself” (letteralmente “guarda a fondo dentro te stessa”) –> Clarice intuisce che si tratta di un indovinello perché la frase suona troppo forzata e innaturale per un raffinato come Hannibal –> così cerca sull’elenco telefonico la parola “yourself” trovando una ditta chiamata Your Self Storage (carino gioco di parole basato sulla fusione di “yourself” con “self storage”), et voilà, la frase “guarda a fondo dentro te stessa” assume immediatamente un nuovo significato, ovvero: guarda a fondo dentro un luogo letteralmente chiamato “te stessa”, Your Self.
    Non so come fosse tradotto questo indovinello nel romanzo, ma nel film fa schifo!

    SotL-chair

    Altro errore di traduzione è quando Barney, il secondino, dice a Clarice:

    Metto fuori una sedia per lei.

    mentre in realtà l’originale I put out a chair for you equivale ad un le ho (già) messo lì una sedia. La confusione deriva dal verbo mettere che al presente fa put e nelle forme passate rimane sempre e comunque put. Sebbene si tratti di un umano errore di traduzione sulla carta, al momento di registrare qualcuno forse si sarebbe dovuto fare qualche domanda, avendo capito il contesto della frase. Difatti Clarice trova già la sedia quando arriva davanti alla cella di Lecter, perché Barney gliel’aveva già sistemata lì.

    SotL-fly

    Ovviamente rimane intraducibile il fatto che Starling (il cognome della protagonista) sia anche il nome di un tipo di uccello (lo storno). Quindi la battuta vola di nuovo a scuola ora, piccola Starling. Vola, vola, vola in italiano non può altro che essere interpretata come facente parte dell’eccentricità del personaggio di Lecter e niente più. Non abbiamo mai detto che il doppiaggio non abbia i suoi limiti invalicabili. Nel seguito di Ridley Scott questo riferimento ai volatili ritorna in un aneddoto di Lecter.

    SotL-spara

    Quando la piccola Clarice chiede al padre sceriffo se ha “preso degli uomini cattivi”, il padre le risponde che sono tutti scappati via, Clarice allora replica: e tu spara!. Non so se fosse una battuta intenzionale o l’ennesimo errore di comprensione della lingua inglese. In originale difatti la bambina diceva oh, shoot! che non vuol dire “spara”, bensì è l’equivalente del nostro “e che cacchio!”.

    SotL-disturb

    Continuiamo con i piccoli errori: la promessa I won’t disturb anything, I promise fatta al proprietario del magazzino (che si preoccupava della riservatezza dei suoi clienti), in italiano diventa non darò alcun disturbo, prometto mentre avrebbe dovuto dire “non toccherò niente, prometto”. Il disturb in questo caso si riferisce allo spostare oggetti dalla loro posizione, non all’arrecare disturbo ad una persona. Del resto Clarice aveva già disturbato il proprietario facendolo venire ad aprire il magazzino nel bel mezzo della notte. La frase italiana dunque è insensata.

    SotL-six-way

    Mi serve un collegamento con la sei. Chicago, Detroit…

    I sottotitoli italiani sul DVD, che per una volta sono tradotti “abbastanza” decentemente, suggeriscono una versione più accurata: Voglio un collegamento a sei stazioni. Chicago, Detroit… . Non so a cosa pensavano quando hanno tradotto “con la sei” per il doppiaggio, evidentemente l’hanno buttata un po’ lì.

    SotL-officers

    Scusatemi? Scusatemi signori. Signori e ufficiali, ascoltate!

    L’errore di traduzione che odio forse di più al mondo: tradurre “officers” come “ufficiali”. Qui però si perde anche qualcosa di più. Difatti Clarice, con quella frase, (secondo me) si prende una sua piccola vendetta sui poliziotti che prima l’avevano fissata insistentemente cercando di metterla a disagio solo perché donna. La presa in giro sta nel chiamarli “officers and gentlemen”, come il titolo del film Ufficiale e gentiluomo  di una decina di anni prima.
    Spero di non averci sentito più di quanto dovuto in quella frase. Chi ha tradotto i sottotitoli del DVD l’ha riportata come “Scusate? Scusate, signori. E voi, agenti” ma lei si rivolgeva soltanto agli agenti di polizia nella stanza e a nessun altro, per questo reputo che “officers and gentlemen” fosse una piccola presa in giro, non un richiamo per agenti e non agenti.
    In mano mia avrei optato per farle dire “Scusatemi? Scusatemi signori. Signori agenti, ascoltate!”, così da mantenere la forma e il significato della frase originale, ma anche quel pizzico di presa di culo, reso nella mia versione dal chiamare un agente di polizia “signor agente”.
    Sì, se qualcuno mi pagasse lo farei anche come lavoro.

    In ogni caso, qualsiasi cosa va bene purché non si senta “officers” tradotto come “ufficiale” invece di “agente”.

    SotL-iniqua

    Una morte iniqua.

    Durante l’autopsia di una delle vittime, viene pronunciata una delle frasi più esilaranti in italiano: una morte iniqua. Tanto che viene da chiedersi se simili espressioni, a dir poco poetiche, siano la norma nei rapporti stilati dall’FBI.
    Inutile dire che si tratta dell’ennesima traduzione insensata di questo film! Con “wrongful death“, Starling e il dottor Akin facevano uso di un termine legale che potremmo tradurre molto semplicemente come “omicidio“. Erano molto semplicemente arrivati a confermare il fatto che il cadavere difronte a loro fosse stato ucciso, non stavano certo a filosofeggiare arricchendo il loro rapporto ufficiale con frasi ad effetto. Vi ho detto che anche i dialoghi sono di Accolla?

    SotL-drugstore

    Una notte sorprese due ladri che uscivano dal retro di un drugstore.

    Mi domando cosa li abbia spinti a lasciare questa parola in inglese, drugstore. Conoscendo gli italiani del 1991, dubito che in molti abbiano capito di cosa si trattasse. Solo a logica si può intuire che si tratti di un qualche tipo di negozio.

    SotL-fellatio

    Non tutte le alterazioni vengono per nuocere (questa frase in realtà dovrebbe essere il motto del blog), difatti trovo più apprezzabile la frase “Perché, Clarice? Il proprietario ha preteso delle attenzioni?” di quella originale che vedete nell’immagine qui sopra. Devo tradurvela? La parola fellatio mi pare eloquente.
    Lo smorzamento dei toni non influisce sul personaggio in alcun modo dato che, nella successiva domanda, Hannibal (sia in italiano che in originale) chiede se il proprietario l’avesse sodomizzata.

    Una lista di altre piccole curiosità

    Un poliziotto ordina ad un collega di prendere il comando invece del giubbotto antiproiettile come in originale (get the vest), suppongo per stare nei tempi della battuta.
    ardeliamappLa doppiatrice che dà la voce al personaggio di Ardelia Mapp, la collega di Clarice interpretata da Kasi Lemmons [nella foto a sinistra], fa un lavoro a mio parere pessimo. Non so chi sia ma le poche battute che ha sono mal recitate e la voce non si addice al volto giovanile dell’attrice. Per come recita sembra quasi che voglia interpretare una “straniera”, dandole un leggero accento. Mancava solo che le facessero dire “bongo bongo bongo, stare bene solo al Congo”. – Qui il video.
    AGGIORNAMENTO 11/02/2018: abbiamo una conferma autorevole sull’identità della doppiatrice di Kasi Lemmons, è l’attrice francese Leila Lasmi, all’epoca fidanzata di Tonino o forse addirittura moglie, come specifica Repubblica in questo articolo del 1989. La stessa era anche assistente al doppiaggio di Accolla nella prima stagione dei Simpson e in altri film diretti da Torino in quel periodo. Non ci ero andato lontano quando avevo pensato che Tonino avesse fatto doppiare quelle poche battute “alla prima che capita”, purtroppo la differenza con il resto del cast di doppiatori è evidente. E con questa esclusiva di Doppiaggi Italioti si chiude un altro mistero su doppiatori mai identificati prima!
    Scena da "Quei bravi ragazzi" con vignetta che legge "adeso va' ad aggiornare il Genna, che manca roba"
    Accolla non è il solo ad interpretare più di un ruolo: Mario Milita, noto come voce di nonno Simpson, in questo film interpreta due personaggi: prima il signor Lang, proprietario del deposito, e poi il Dr. Akin, nella scena dell’autopsia.
    Gli anagrammi del dottor Lecter sono resi in italiano grazie all’alterazione dei nomi che, suppongo, origini dalla versione italiana del romanzo. Non sono sempre perfetti ma sufficientemente funzionali.
    L’amica di Fredrica che Clarisse incontra in un bar-gelateria le dice “Freddie was so happy for me when I got this job at the bank” che è stato tradotto un po’ troppo alla lettera come “Freddie era così contenta per me quando ho avuto questo posto in banca” ma in italiano nessuno direbbe così, dovrebbe dire semplicemente “quando ho avuto il posto in banca“. La traduzione alla lettera fa pensare che l’amica di Fredrica sia sul posto di lavoro (in banca) mentre le parla, quando è evidente che si trovi in una generica gelateria/bar/drogheria [grazie all’utente “Baby Luigi”].

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    Citazioni dal film da riutilizzare nella vita reale

    Incontro tra Angela Merkel e Putin
    Sai cosa mi sembri con la tua borsetta pulita e le scarpette a buon prezzo? Mi sembri una campagnola… un’energica campagnola ripulita con poco gusto.

    Considerazioni finali

    Nonostante la moltitudine di errori e alterazioni poco giustificabili nel doppiaggio di questo film, rimango lontano dallo sconsigliarne una visione in italiano perché in ogni caso la bravura degli interpreti oscura quasi completamente gli errori di cui è costellato; Dario Penne su Hopkins è talmente azzeccato che poi ne diventò la voce “ufficiale”.
    A chi è in grado di goderselo in inglese, tuttavia, ne consiglio la visione in lingua originale almeno una volta nella vita, anche per cogliere un elemento essenziale che fino ad ora non avevo citato, ovvero il modo di parlare di Buffalo Bill (interpretato da Ted Levine)! Tra i personaggi forse più imitati nel mondo anglosassone, con parodie, omaggi e citazioni. Ogni sua frase (ed il modo di recitarle) è rimasta impressa nel pubblico di lingua inglese diventando un piccolo fenomeno culturale, dal would you fuck me? (mi scoperesti?), detto a sé stesso allo specchio, al put the fucking lotion in the basket (“metti quella fottuta lozione nel cesto!”) urlato alla ragazza nel pozzo.

    L’influenza culturale del personaggio di Buffalo Bill è intuibile da questa ridottissima lista di esempi che vi propongo qui:

    • nel film Clerks II di Kevin Smith viene inscenata la sequenza del “mi scoperesti?”
    • idem in un episodio dei Griffin dove è Chris ad imitarlo (a dir la verità sono numerose le scene del Silenzio degli Innocenti riproposte nei Griffin)
    • il personaggio di Mr. Plinkett delle celebri (tranne che in Italia) recensioni di Star Wars di RedLetterMedia trae origine in gran parte da Buffalo Bill
    • gli autori del canale YouTube Legolambs realizzarono un brano in stile musical con le frasi del film (in particolare put the fucking lotion in the basket), questo adesso è diventato un vero e proprio musical a Broadway!
    • Non dimentichiamoci inoltre che la voce del camionista assassino in Radio Killer è proprio di Ted Levine in inglese (Ennio Coltorti in italiano).

    In Italia la voce di Buffalo Bill (di Paolo Scalondro), per quanto “abbastanza” simile all’originale, non rimane molto impressa, né ha avuto alcun tipo di impatto culturale. Questo è l’unico vero motivo per cui ne consiglio, almeno una volta nella vita, la visione in lingua originale.

  • Interceptor, il guerriero della strada – Un doppiaggio d'altri tempi per un film d'altri tempi

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    Il secondo Mad Max si rivela un seguito essenzialmente diverso e migliore. È l’equivalente post-apocalittico de’ La Casa 2, ovvero contiene tutto ciò che il regista avrebbe voluto mettere nel primo film, ma finalmente con i soldi per poterlo fare!
    Gli diedero il budget più alto mai speso in Australia fino ad allora per un film. L’Australia non è Hollywood, quindi un budget simile rimane comunque nel limite del “ti aggiungiamo uno zero al costo del tuo primo film… e ci stiamo dissanguando”; il quale film, ricordiamo, era stato finanziato praticamente da Miller stesso attraverso turni extra di guardia medica (a quei tempi Miller era appena laureato in medicina). Ciononostante, anche quel solo zero in più sull’assegno permise a George Miller di fare tutto ciò che aveva in mente di fare.
    Basta(!) quindi con la retribuzione degli stuntmen non professionisti a suon di casse di Peroni gelate e mai più sarebbe ricorso al furto con destrezza di cartelli (e oggettistica varia) presi “in prestito” dai portici dei negozi dell’outback australiano prima dell’orario di apertura. Adesso Miller poteva permettersi un vero e proprio set futuristico costruito nel bel mezzo del deserto australiano (e di farlo poi saltare in aria alla fine del film), poteva permettersi anche dei veri costumi, un numero maggiore di veicoli da sfasciare, dei veri stuntmen… e con gli spiccioli avanzati, qualche scatolone su cui farli cascare.

    Speriamo abbiano messo abbastanza scatoloni

    Speriamo abbiano messo abbastanza scatoloni


    Le ossa rotte in questo film non sono mancate, ma sullo schermo si ripagano da sole! A certi voli che si vedono su schermo c’è da prendere il cellulare al volo e controllare Wikipedia solo per assicurarsi che non sia morto nessuno durante le riprese del film. Colonna sonora e fotografia di questo film sono a livelli inaspettati di spettacolarità. Non è un caso che il secondo capitolo di Mad Max sia il più amato dei tre a livello mondiale.
    Quello che nel 2015, agli occhi dei più giovani, potrebbe sembrare un film da poco, in realtà supera in azione (e in tensione) la maggior parte dei polpettoni “action” che sfornano oggi come il pane toscano: insipido e spesso già stantio.
    Addio lettori toscani, è stato bello avervi conosciuto.

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    Vi piace la locandina rubata ad un altro sito?

    Vi piace la locandina rubata ad un altro sito?


    In un precedente articolo avevamo visto come il primo film di Mad Max, da noi intitolato Interceptor dal nome dell’auto “supercarburata” che guida il protagonista, contenesse alcune strambe scelte di adattamento, un paio di errori di traduzione (errare humanum est), alcuni nomi alterati accanto ad altri mantenuti in inglese – ma pronunciati in maniera curiosa. Tutto sommato però si trattava di un lavoro eccellente, recitato alla vecchia maniera (forse anche troppo alla vecchia maniera, secondo l’opinione di Carlo Marini che doppiava Mel), con frasi mai e poi mai tradotte pedissequamente… insomma un vero e proprio doppiaggio vecchio stile. Difatti nonostante le pecche ne consigliavo una visione esclusivamente in lingua italiana!
    Dopo aver conversato con Carlo Marini, voce di Mel Gibson, sono venuti alla luce dettagli fino ad ora non noti riguardo l’adattamento dei primi due film della serie (aspettate però che io pubblichi l’intervista completa con Carlo Marini prima di precipitarvi ad aggiornare Wikipedia e Antonio Genna come dei forsennati):
    in primis che la direzione del doppiaggio del primo film era in mano a Emilio Cigoli, classe 1909, noto come voce italiana di John Wayne e di molti altri eroi americani degli anni ’50-’60. Insomma, uno che non si sarebbe mai sognato di lasciare un vocabolo inglese ignoto in un film doppiato, ma che allo stesso tempo impediva a Marini di esprimersi liberamente nell’interpretazione di Mel Gibson, specialmente nelle scene del primo film in cui lo vediamo affaticato/disperato e ciononostante con una voce inflessibile, dato che, secondo Cigoli, “un eroe non si affatica mai!” citazione necessaria
    Neanche la scalinata di Pai Mei piegherebbe Mad Max in italiano.

    Neanche la scalinata di Pai Mei farebbe venire il fiatone Mad Max in italiano.


    Quindi anche se Mad Max dovesse correre la distanza da Maratona ad Atene sotto il peso di un’armatura, nella traccia italiana lo sentireste pronunciare “abbiamo vinto” in un bellissimo italiano, calmo e impostato. Inutile fu lo sforzo di Marini nel far notare al direttore, Cigoli, che Mad Max non è esattamente il prototipo di eroe senza macchia, in stile vecchia Hollywood. È un uomo accecato dalla vendetta nel primo film e indifferente alle sofferenze umane nel secondo, nel quale aiuta i “buoni” solo per suo tornaconto personale.
    Il ritorno, anche nel secondo film, di Carlo Marini su Mel Gibson consente alla serie di proseguire la strada e di far tesoro dell’eredità di Cigoli, con adattamento e recitazioni ancora in stile anni ’50-’60 (con tutti i pregi e i difetti che ne seguono) ma, se nel primo film questo tipo di adattamento altro non è che una piacevole aggiunta, è nel secondo che il doppiaggio in stile “vecchio western hollywoodiano” trova tutta la sua ragione d’essere!
    Awanagana!

    Awanagana!


    Difatti, mentre il primo “Mad Max” può ricordare più un road movie indipendente degli anni ’70, con il secondo capitolo vediamo una trama classicheggiante ripresa dall’Iliade e una caratterizzazione dei personaggi che sembrano invece presi direttamente dai western di Sergio Leone (il protagonista taciturno e solitario) e da quelli di John Ford (i barbari motorizzati come indiani pellirossa)… quale miglior connubio potevamo desiderare tra un film che richiama fortemente ad uno stile “classico” ed un doppiaggio italiano tipico proprio di quei generi che Mad Max ripresenta in chiave post-apocalittica?
    Amazzoni post-apocalittiche

    Amazzoni post-apocalittiche


    Il solo prologo di questo secondo film rasenta la poesia se confrontato con il testo originale, vi cito solo un piccolo frammento invitandovi a cercarvelo per intero su YouTube:

    Ordinary men were battered and smashed.
    I deboli scomparivano senza lasciare neanche il segno di una croce… su delle misere pietre.

    Questa sola frase ci ricorda come dovrebbe essere l’adattamento dei dialoghi di un film e di come invece non è più. Frasi che sembrano nate in lingua italiana e non la traslitterazione parola per parola, con costrutti anglosassoni, come ahimè accade sempre più spesso nei film doppiati di oggi! Questa è la chiave di un buon adattamento… e non il far dire a Captain America che c’è bisogno di un pararescue (a cui piace l’Ultimate Fighting) per bypassare il blade server di targeting e per fare il back-up dell’hard drive degli helicarrier Insight, grazie ad un software tracer.
    Ah, se solo questi fossero dialoghi di mia immaginazione e non la cruda realtà dell’adattamento moderno.
    Torniamo a noi.
    Il prologo appena citato, che apre il film Interceptor – Il guerriero della strada, è narrato da Mario Milita il quale, un decennio più tardi, sarebbe divenuto molto celebre come voce di nonno Simpson nell’omonima serie. Difatti, riguardando oggi quella scena di apertura di Mad Max 2, per quanto poetica, viene un po’ da ridere ripensando al personaggio di nonno Simpson che parla a vanvera.
    Proprio per questo vi ho preparato una chicca narrata dal nostro Leo:
    Nonno Simpson narra l’introduzione di Interceptor – Il Guerriero della strada
    copertina-blog
    Un’altra voce nota che compare all’inizio del film è quella di Claudio Sorrentino sul personaggio del pilota. Ironia vuole che Sorrentino sia poi diventato la voce “ufficiale” di Mel Gibson neanche pochi anni dopo, immortalandone i personaggi da Arma Letale in poi. È un po’ strano sentire la sua voce provenire da un personaggio che parla proprio rivolgendosi a Mel Gibson. Un po’ come quello che successe con La Febbre del Sabato Sera in cui Sorrentino doppiava l’amico di Travolta, prima che diventasse la voce “ufficiale” di Travolta stesso e finisse anche per doppiarlo nel ridoppiaggio per DVD/Bluray, facendo dimenticare così a tutti che la prima voce di Tony Manero fu del grande Flavio Bucci.
    Lo stesso personaggio del pilota ritorna nel terzo film di Mad Max con la voce, forse anche più adeguata, di Mino Caprio (oggi noto come voce del personaggio animato Peter Griffin).
    Mad Max Sorrentino
    Parliamo della versione italiana… ci sono errori degni di nota?
    In realtà… no! Una cosa che forse non è ben chiara in italiano, così come lo è in inglese, è l’omosessualità di molti dei barbari, pressoché impercettibile nella nostra versione.
    Difatti, mentre in italiano la voce del cattivo “Humungus” declama a ripetizione “io sono il grande Humungus. Per la gloria del grande Humungus, datemi la benzina“, nella traccia audio inglese sentiamo anche altro, ad esempio:

    Smegma crazies to the left!
    Gayboy berserkers to the gate!

    Una cosa che potrebbe tradursi molto liberamente con qualcosa come “ragazzi smegma, attaccate da sinistra! Checche isteriche ai cancelli!“.
    In realtà un qualche riferimento a quelle battute si trova anche nei dialoghi italiani ma le parole sono indistinguibili perché coperte dagli effetti sonori di quella scena. Quindi qualcosa c’è, ma non perviene.

    Le checche isteriche

    Checche isteriche post-apocalittiche


    Le eventuali differenze nella versione italiana non sono da imputare a errori, bensì a scelte di adattamento:
    Il Mostruoso

    Il Mostruoso “Lord Enorme”

    Nothing can escape! The Humungus rules the Wasteland!
    A noi non sfugge nessuno! I padroni delle terre perdute sono gli Humungus.

    There has been too much violence, too much pain.
    La vita degli Humungus è troppo preziosa.

    l’ll talk to this Humungus!
    Vado io a parlare con quel capo Humungus!

    Dai dialoghi italiani capiamo che la banda di barbari motorizzati si chiama “Humungus” e il tizio con la maschera da hockey è il loro Signore, Lord Humungus. In realtà tali barbari non hanno un nome in inglese, è solo il loro capo che si chiama Humungus (in inglese la parola “humungous” è un superlativo alla maniera fantozziana, che suona come “mostruosamente enorme”), un nome usato al modo di un titolo regale o militare (tipo Shogun), quindi la traduzione corretta di quella prima frase sarebbe dovuta essere “Lord Humungus è il padrone delle terre perdute“, e non “i padroni delle terre perdute sono gli Humungus“.
    Nel resto del film sentiamo parlare degli “Humungus” con riferimento a questo gruppo di vandali del dopobomba. Vista la coerenza con cui viene usata questa parola durante tutto il film doppiato, non lo considero un vero e proprio errore, quanto piuttosto una scelta di adattamento che conferisce un nome alla banda nemica (altrimenti senza nome).

    Sogni mostruosamente post-atomici

    Sogni mostruosamente post-atomici


    Altre alterazioni che non sono errori…
    Non menzionato in italiano (e a buon ragione), il capitano Valiant, leader del villaggio, che si chiama “Pappagallo”… quindi se leggete una recensione del film dove si parla di un tale “Pappagallo” vuol dire che l’hanno copiata da una recensione scritta in inglese; il bambino selvaggio (“feral kid” nei titoli di coda) viene nominato come “kid” nel doppiaggio italiano (“boy” in originale), ma considerando che Superman degli anni ’50-’60 in Italia si chiamava Nembo Kid, la cosa non mi sorprende. È uno di quei vocaboli inglesi adottati nella lingua italiana dei giovani del boom economico e poi caduti praticamente in disuso. Un po’ come “bounty killer“.
    Senza contestualizzazione storica, lo spettatore moderno occasionale potrebbe supporre che il nome del bambino sia “Kidd”, il che non creerebbe neanche troppi problemi, quindi funziona per qualsiasi generazione di spettatori.
    Il Parrocchetto

    L’uomo-parrocchetto


    Ci sarebbe da notare che nella scena del discorso di “Pappagallo”, una delle battute sembra essere tagliata e poi l’intera traccia audio va fuori sincrono. Questo credo sia da attribuirsi alla distribuzione Warner. Infatti, originariamente, al cinema arrivò una versione più lunga che poi la Warner tagliò negli Stati Uniti per la distribuzione home video. Il problema tutto italiano origina dalla brutta abitudine della Warner di distribuire in Italia le versioni americane dei propri film, su cui poi ci “appiccicano sopra” l’audio doppiato. Trovandosi per le mani dunque una versione americana più breve dell’audio italiano dalla versione cinematografica, avranno dovuto tagliare e appiccicare in malo modo frasi non nate per essere tagliuzzate, introducendo anche un fuori sincrono fastidioso che ancora oggi persiste nelle versioni DVD e BluRay.
    E i tanti nomi storpiati del primo film dove sono finiti? Scomparsi nelle terre perdute.
    Mentre il primo film era pieno di piccoli errori abbastanza curiosi, questo secondo capitolo è qualitativamente migliore dal punto di vista dell’adattamento. Difatti, data l’ambientazione post-apocalittica dove la vita non è data per scontata e i nomi importano poco (il cane di Mel in inglese era chiamato semplicemente “dog”, così come il bambino era chiamato “boy”), il film Mad Max 2 presenta pochi nomi stranieri e in generale pochi dialoghi (Mel Gibson apre bocca appena 16 volte), quindi anche meno occasioni di errori.

    “Dog” (personaggio che parla più di molti altri nel film)


    Voglio fare una piccola parentesi storica sull’adattamento e che deriva dalla mia conversazione con Carlo Marini:
    È imperativo sottolineare che, come mi raccontava Marini, ai tempi di Mad Max, il ruolo del direttore del doppiaggio era quello di ricordare a memoria le intonazioni e le intenzioni delle battute originali, in modo da dirigere al meglio la recitazione dei doppiatori, i quali leggevano le loro battute italiane su un copione tradotto ma non avevano alcun ausilio audio.
    Piccole variazioni sui concetti, sulla pronuncia dei nomi, etc… sono quindi da imputare, nel caso di film di quel periodo, non solo ad umani errori di chi traduce il copione originale, ma anche al fatto che non era disponibile l’audio originale da riascoltare prima di registrare la propria battuta. Gli anelli su cui registrare le battute doppiate difatti erano muti, stava al direttore “dirigere” gli attori su quella che si potrebbe definire una “tela bianca”, il tutto basato sulla memoria di ciò che era stato visto dal direttore in fase preliminare.
    Ovviamente rimando all’intervista con Carlo Marini di prossima pubblicazione. Abbiate pazienza, a Doppiaggi Italioti abbiamo la mente più veloce delle mani.
    Molto comici però rimangono due piccoli momenti segnalati da un mio lettore: 1) la voce del ragazzo che nella notte dei preparativi per la partenza risponde “Bene, non ti preoccupare”, non può essere un vero attore! A detta di chi me l’ha segnalata “pare un commercialista genoves”; 2) l’assistente di Pappagallo che scivola clamorosamente sul romanesco dicendo “abbiamo perso altri otto uomini STAMMATINA”.

    Conclusione

    Per concludere, Mad Max 2 è un altro film adattato bene, pieno di voci dal familiare allo stranoto anche su ruoli minori, praticamente senza errori di traduzione (qualsiasi incongruenza è attribuibile a scelte di adattamento) e in questo caso ne consiglio la visione in entrambe le lingue perché, al contrario del primo film, i dialoghi qui sono comprensibili anche in inglese. Tuttavia, quando lo vedrete in italiano, fatelo come se steste guardando un vecchio western hollywoodiano doppiato in italiano, il film ne guadagna.

    La faccia di Evit quando gli chiedete di parlare di Mad Max 2

    La faccia di Evit quando gli chiedete di parlare di Mad Max 2

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    TITOLO ITALIOTA BONUS

    Parlando di sequel apocrifi, nel 1983 qualche “indipendente regionale” ebbe la faccia tosta di prendere un film del 1977 chiamato “Speed Trap” e distribuirlo in Italia come SPEED INTERCEPTOR III (o “Speed Interceptor III°), cercando dunque di spacciarlo come il terzo capitolo della serie.
    speed interceptor III
    Confrontatelo con la locandina originale…
    interceptor
    Fate un po’ voi.
    Il vero terzo capitolo della serie con Mel Gibson sarebbe arrivato soltanto nel 1985 con il titolo di Mad Max – Oltre la sfera del tuono. Ma questa è un’altra storia.

  • La trilogia del dollaro di Sergio Leone? Meglio guardarsela in italiano

    Christine (partner di Evit) proclama improvvisamente: “Evit, ci vediamo i western di Sergio Leone?“.
    Evit si commuove. “Ma certo!” – e corre a mettere il primo film.
    Christine dopo un po’: “ma non ce l’hai in inglese?
    Evit:

    Clint Eastwood che digrigna i denti e dice: in inglese non esistono

    Spesso sentiamo dire “i film, meglio in originale“, che “i sospiri degli attori americani sono mejo recitati dei sospiri doppiati” oppure cose tipo “vuoi mettere, sentire la veramente vera voce dell’attore americano?“, quando non si scade poi nei falsi miti che all’estero è tutto migliore (“in Italia siamo nel medioevo. Nel nord europa invece…“) e le solite cose già sentite milioni di volte…

    Mario Brega che fa il segno delle corna
    …poi tiri fuori nel discorso la trilogia del dollaro di Sergio Leone e qualsiasi teoria su cui si basano i soliti generici pregiudizi immaturi contro il doppiaggio crolla dalle fondamenta e diventa indifendibile (rivelando spesso un infondato fondamentalismo dei sostenitori).
    Infatti, nonostante gli attori principali di questi tre film siano americani, guardarsi la trilogia del dollaro di Sergio Leone in lingua inglese non ha alcun senso ed è anzi deleteria per lo spettatore, come vedremo a breve. Provo pietà e compassione per gli americani che non possono godersi questi film in italiano. Li amano tantissimo eppure, per una volta lasciatemelo dire, non possono goderseli appieno.

    I film di Sergio Leone ci ricordano sempre che la magia del cinema si compie solamente a film ultimato e, per “ultimato”, intendo dire inclusivo di adattamento e doppiaggio. Poco importa quale lingua parlino gli attori sul set, bensì importa il risultato finale alle orecchie dello spettatore, le emozioni che ne derivano. Questo è un messaggio che può arrivare solo da registi veramente capaci come lo erano Leone e Kubrick, i quali davano eguale importanza alle versioni internazionali dei propri film già a partire dalla fase di pre-produzione e non soltanto come un ripensamento dell’ultimo momento o delegandoli senza importanza a chiunque si offra di produrne una versione estera con il maggior risparmio di denaro.
    Sergio Leone dà consigli a Clint Eastwood sul set di Per un pugno di dollari. Nella vignetta che ironizza sul doppiaggio Leone dice: tu parla, parla. Parla come te pare, tanto ti aggiustiamo in italiano.
    Ma, mentre Kubrick si avvaleva di De Leonardis/Maldesi per le sue versioni italiane, sfruttando la ben rodata macchina del doppiaggio italiano negli anni ’60, le versioni in inglese dei primi film di Leone, seppur ben adattate, si sono scontrate con tanti problemi come ad esempio l’incapacità degli americani di fare un buon lavoro di doppiaggio e tanti altri di cui parlerò.
    Vediamo dunque i motivi per i quali guardarsi la trilogia del dollaro in inglese ha poco senso!


    Attori che doppiano sé stessi

    Come tutti i film italiani dell’epoca, anche questi erano girati senza suono, vuol dire che Eastwood and friends sono dovuti tornare in sala di registrazione a doppiare sé stessi. Doppiare, in generale, è una capacità in più che non tutti gli attori del cinema posseggono (le “guest star” italiane nella serie I Simpson dovrebbero darvene una vaga idea, voci totalmente su un altro piano rispetto a chi doppia di professione, oppure le fiction italiane a confronto con i film doppiati). Difatti per doppiare sé stessi bisogna saper ricreare l’emozione che da attori avevate espresso sul set… in questo caso però mentre si è davanti ad un leggìo, al buio, concentrati ad azzeccare i tempi giusti e magari s’è pure scassato il condizionatore (situazioni vere da sala doppiaggio, non mi invento niente).
    Non tutti lo sanno fare e spesso i risultati sono un po’ piatti. È il caso di Eastwood che, sebbene avesse già qualcosa sul curriculum, era alle prime armi come protagonista, e non aveva certo esperienza di doppiaggio. Per fortuna il suo personaggio era stato studiato ad hoc: parla poco e in maniera piatta. Così nessuno se n’è veramente mai accorto. Eli Wallach (il “brutto” del Buono, il brutto e il cattivo) si salva alla grande perché era un attore fenomenale, Lee Van Cleef rimane passabile, Gian Maria Volontè (in inglese) è di un’atrocità senza pari.
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    Quindi la recitazione degli attori americani in questi film di Leone, una recitazione che molti potrebbero definire “reale” o “vera”, non è altro che un prodotto registrato a posteriori in uno studio e non in presa diretta sul set. Per questo non ha senso parlare di “lingua originale” in un film di Leone, si parla invece di versione doppiata in italiano e versione doppiata in inglese… e se le mettiamo a confronto, quella doppiata in inglese ha moltissimi difetti.


    Alcune scene sono state doppiate in inglese solo dopo quarant’anni!

    Nel caso de’ Il buono il brutto e il cattivo, gli americani hanno sempre visto una versione ridotta, in cui mancavano certe scene. Queste scene sono state reinserite solo per l’edizione DVD del 2004 (ora disponibili anche su Blu-Ray) e doppiate ex novo perché all’epoca non ebbero la lungimiranza di doppiare l’intera pellicola. Questo vuol dire che gli americani, attualmente, si “godono” una versione del film dove, nelle scene aggiunte, i personaggi hanno voci incredibilmente invecchiate (se gli attori erano ancora vivi per doppiare sé stessi), oppure completamente nuove nel caso dei personaggi doppiati da imitatori degli attori deceduti.
    In questi casi le voci non solo soltanto nuove, sono palesemente nuove… sono tragicamente nuove!
    Copertina del Blu Ray di Il buono, il brutto e il cattivo, con aggiunta la scritta: edizione restaurata con voci completamente nuove


    Se sono doppiati a posteriori sia in inglese che in italiano, allora non è meglio scegliere il doppiaggio americano che include le “vere” voci degli attori? Cosa cambia?

    Cambia il fatto che in america i doppiatori fanno generalmente schifo perché non c’è una grande esperienza/storia/scuola. Non è una questione di “il mio paese è meglio del tuo”, perché negli Stati Uniti fanno bene tante altre cose, ma il doppiaggio non è una di queste e sono loro i primi ad ammetterlo.

    Nota: pensate ad esempio ai film di animazione americani che non hanno dei doppiatori”, bensì dei “voice actors“, ovvero interpreti vocali che recitano al microfono le loro battute e dalle quali poi i disegnatori sono in grado di far vivere i personaggi animati dotandoli di un accurato labiale e movimenti espressivi. Il lavoro di questi interpreti vocali è giustamente lodato, perché sanno creare delle performance a volte superiori (a livello recitativo ed espressivo) rispetto ai colleghi attori. Ma non sono doppiatori di post-produzione.
    I pochi prodotti doppiati disponibili sul mercato statunitense (classicamente i cartoni giapponesi) sono snobbati dagli stessi americani che preferiscono a quel punto la versione sottotitolata piuttosto che sentirsi le voci del calibro di un dipendente delle ferrovie che vi prenota un posto in treno da dietro lo sportello della biglietteria.

    Il risultato finale (nel doppiaggio americano) è un film con gli attori principali interpretati quasi decentemente (almeno quelli che hanno saputo ridoppiare sé stessi passabilmente) mentre tutti quelli di contorno sono dei cagnacci che in Italia potrebbero solo passare lo straccio per terra in sala di doppiaggio, oppure hanno modi di recitare piuttosto strani per gli americani, con voci tipiche da trasmissioni radiofoniche o interpreti di audiolibri.
    Per non parlare poi della quasi totale mancanza di sincronia labiale di molti personaggi, cosa che nella traccia americana assume connotati tragici, distraendo spesso lo spettatore, il quale penserà di aver acquistato una copia difettata del film.

    Scena da Per un pugno di dollari, pistolero che sputa prima di prepararsi ad uno scontro a fuoco. La vignetta legge: sputo d'autore

    20 anni di teatro dietro a quello scaracchio


    Al contrario, nel nostro paese, il doppiaggio di questi film è stato fatto non solo con cura di particolari, ma anche in un decennio dove il doppiaggio era ancora una vera e propria arte più che un mestiere. Quindi anche il rumore di uno scaracchio era certamente creato da qualche incredibile attore con anni di teatro alle spalle. Puah!
    Non solo!
    Come spesso accadeva all’epoca, in sala di doppiaggio in Italia si aggiungevano battute originariamente non in copione, al solo scopo di migliorare il prodotto finale, perché alla fine è solo il prodotto finale che conta quando si giudica un film, non le intenzioni. Prendiamo ad esempio questa battuta di Eastwood, la cui risposta del fuorilegge è assente nella versione americana:
    Scena da Per qualche dollaro in più, Eastwood chiede di scegliere vivo o morto e dei pistoleri alle sue spalle rispondono: sceglie vivo, buffone

    Nella versione americana manca completamente la battuta “sceglie vivo, buffone“.


    Aggiungiamoci poi il dramma di Gian Maria Volonté che non spiccicava una parola di inglese e si è doppiato per la traccia americana con l’ausilio di trascrizioni fonetiche (così almeno dice Wikipedia), il risultato ahimè è piuttosto tragico nella maggior parte delle sue battute e se dovessi scegliere tra un teatrale Nando Gazzolo che doppia Volonté in italiano ed un quasi incomprensibile Gian Maria Volonté che doppia sé stesso in inglese, indovinate chi preferirò?
    Questo non toglie niente a Volonté come attore, rimane un fantastico attore italiano, ma in italiano. Anche il più grande attore avrà difficoltà a dimostrare le proprie capacità se costretto a recitare in una lingua a lui sconosciuta. Sempre che si tratti di Volonté! Qualcuno ha posto dubbi su chi doppi effettivamente Volonté e per ora ci dobbiamo accontentare soltanto di resoconti tramandati fino ad arrivare su Wikipedia e difficilmente verificabili oggi. Chiunque sia a doppiare, la sua recitazione in inglese rimane pessima e il pesante accento non è giustificabile forse con l’origine ispanica del personaggio perché siamo anni luce da come si doppiava Eli Wallach nel Buono, il brutto e il cattivo, che pure era un personaggio messicano.
    Joseph Egger nei panni di Profeta, nel film Per qualche dollaro in piùAnche Joseph Egger (il “Piripero” del primo film, il “Profeta” nel secondo), in italiano è assolutamente eccezionale, divertente al solo sentirlo parlare. Chi lo ha doppiato in inglese, invece, credo non abbia mai sentito parlare di sincronia labiale, il suo doppiatore non riusciva ad ingarrare un tempo giusto manco a spararlo. Nella scena dei “dannati treni” non sembra neanche che le parole escano dalla sua bocca.
    La sua voce italiana è data dal padre del sopracitato Nando Gazzolo, tale Lauro Gazzolo, anche lui tra i membri della CDC, che all’epoca era il punto di riferimento del doppiaggio italiano. Nessun personaggio, insomma, è stato trascurato in fase di doppiaggio italiano e se pensate che mettere padre e figlio nel doppiaggio dello stesso film sia un’operazione tipicamente italiana dovreste ricredervi, sono entrambi così azzeccati nei loro ruoli che l’accusa di raccomandazione familiare è semplicemente impensabile.
    Gian Maria Volonté in Per qualche dollaro in più, sfida l'avversario con un orologio a carillon. La vignetta dice: quando faccio partire l'anello, cerca di andare a tempo... se ci riesci!
    Quindi per via di doppiatori americani diversamente competenti, la traccia in inglese di tutti e tre i film ha molte meno frasi memorabili. Gli americani infatti citano spesso il terzo film, Il buono il brutto e il cattivo, e qualche battuta dal primo mentre, in italiano, le frasi che rimangono impresse sono molte, molte di più, da qualsiasi film della trilogia. Questo è un vantaggio apportato da un buon doppiaggio.

    Mi sarebbe piaciuto caricare sul mio canale alcune clip ma non vorrei seccature con YouTube. Basta che vi cercate qualsiasi scena con Gian Maria Volontè doppiato da Nando Gazzolo per avere un’idea. Specialmente quella della parabola in “Per qualche dollaro in più”. Poi andatevi a cercare le stesse scene in lingua inglese e venitemelo a raccontare.
    Qui trovate la scena della parabola in inglese e in italiano (attenzione, i link potrebbero non durare in eterno).

    Scena dal film Per qualche dollaro in più, una vittima viene tenuta per i capelli davanti ad un orologio. Vignetta dice: lo vedi che la battuta parte prima?


    Un copione nato in italiano

    I copioni di questi film erano sempre scritti in italiano ed adattati in inglese e ci tengo a precisare che sono stati adattati in inglese benissimo perché molte battute funzionano ugualmente in entrambe le lingue… pur sempre con tutti i limiti del caso. Vediamo dunque il limite del caso, passando direttamente alla scena ESEMPLARE!
    Gli americani non sanno che l’ultima battuta in Il buono, il brutto e il cattivo combacia perfettamente con la colonna sonora di Ennio Morricone, un trucchetto che rende ancora più divertente la scena finale del film ma che ha meno senso in inglese.
    Mi riferisco a quando Tuco, sul finale, esclama:

    Scena finale del film Il buono, il brutto e il cattivo, quando Eli Wallach urla: Ehi Biondo, lo sai di chi sei figlio tu??? Sei figlio di una grandissima PUTTA-

    Scena in italiano (fate click per vederla)

    Ehi Biondo, lo sai di chi sei figlio tu??? Sei figlio di una grandissima PUTTA-****

    Da qui il pezzo di Ennio Morricone si lega alla “A” della parolaccia interrotta, proseguendola comicamente.
    Che questa scena fosse già stata ideata in questo modo, a priori, da Leone o che sia stata creata in post-produzione poco importa. Ciò che importa ai fini di questo articolo è che in inglese la battuta non si lega altrettanto bene alla colonna sonora e viene meno l’effetto comico. Il pezzo musicale suona piuttosto come un banale bip di censura, orchestrato.

    Scena finale del film Il buono, il brutto e il cattivo, quando Eli Wallach urla: Ehi Biondo, lo sai di chi sei figlio tu??? Sei figlio di una grandissima PUTTA-

    Scena in inglese (fate click per vederla)

    Hey Blondie! You know what you are? Just a dirty son of a…***

    Per aggiungere ingiuria al popolo anglofono, il labiale di quella scena, così in primo piano, funziona molto meglio (perfettamente direi) nella traccia italiana che in quella americana perché quel “hijo de puta” pronunciato da Eli Wallach mal si adatta alla battuta in inglese.
    Sulla carta posso capire come volessero unire l’urlo tarzaniano, con cui inizia il pezzo di Morricone, alla “a” di “son-of-a…“, ma questo sembra aver funzionato soltanto sulla carta. Nessun madrelingua inglese ha mai percepito che il pezzo di Morricone “proseguisse”, o in qualche modo si “legasse”, alla battuta “son-of-a…“; la scena in inglese risulta moderatamente divertente solo dal contesto, così come potrebbe risultare divertente una qualsiasi brusca interruzione o un bip di censura su una nota parolaccia.


    CONCLUSIONE

    Non pensavate che ci sarei arrivato, eh? Dunque cosa rende questi film degni di essere visti in inglese esattamente? L’interpretazione non in presa diretta dei protagonisti e le scadenti voci dei personaggi di contorno? Le battute adattate dal copione italiano e che, in un caso specifico, “sciupano” un finale perfetto o risultano sottotono? Le scene restaurate con voci in inglese palesemente diverse da quelle nel resto della pellicola? Una sincronia labiale in alcuni casi così sconnessa da distrarre lo spettatore? Attori italiani che doppiano sé stessi in un inglese incomprensibile?
    Purtroppo non riesco a trovare una buona ragione per consigliarvene la visione in inglese, semplicemente non ne trarreste alcun beneficio. Per questi principali motivi, secondo me, la visione in lingua inglese di questi tre film non ha alcun senso! Del resto queste opere di Leone non hanno una “lingua originale” in quanto nascono essenzialmente muti, e gli americani non sono in grado di fare un doppiaggio qualitativamente all’altezza del film.
    Se non concordate, attaccatevi!
    Scena di Il buono, il brutto e il cattivo. Eli Wallach guarda il cappio che lo aspetta


    Nota a piè di pagina: i nomi “americanati”

    Una cosa che fa infuriare dai forum americani (e che poi capita di ritrovare nelle pagine enciclopediche tradotte dall’inglese all’italiano) è la questione del nome del protagonista. Il protagonista non ha un nome e solo perché il vecchietto nel primo film lo chiama “Joe” (nome generico che si da agli americani, come “the average Joe“, ovvero “l’uomo qualunque”) non vuol dire che quello sia il suo “vero” nome. Né tanto meno lo è “manco“, vocabolo spagnolo equivalente al nostro “monco“, ovvero il nomignolo che aveva il personaggio di Eastwood quando faceva finta di essere storpio per avere un vantaggio sui nemici. È soltanto un soprannome, non il suo vero nome. Burini americani!
    Sono gli stessi che chiamano Leone: liòn, lione o lioni. Se sentite qualche un “esperto” di cinema storpiare il nome di Leone, fategli un favore e correggetelo.

  • Il grande Lebowski – l'ultimo dei grandi doppiaggi

    Il giornalista cinematografico Michele Traversa, italiano ma residente a Los Angeles, ha continuato a tartassarmi di piacevoli e-mail nelle quali ha dimostrato di essere una possibile risorsa per Doppiaggi Italioti e così ne ho approfittato subito chiedendogli di scrivermi una di quelle “cose” di cui parlava nelle sue e-mail, ma in formato articolo. Ed ecco la prima collaborazione “professionale”.
    L’autore si fa chiamare Michael soltanto perché altrimenti in Ammeriga lo chiamano Michelle col rischio poi di non buscare più donne durante i festini selvaggi di Hollywood. Perché mi piace immaginarmelo così il caro Michael, tra una premìere e un’altra, seduto a Starbucks con un “latte” in tazza grande mentre scrive recensioni di film che in Italia vedremo solo dopo sei mesi ed in attesa del quotidiano invito ad un party di neo-ricchi.
    Questa è la sua recensione di Il Grande Lebowski, perché ci tenevo tanto che condividesse con voi ciò che io stesso avrei voluto scrivere da tanto tempo… solo che non sarei mai riuscito ad essere altrettanto sintetico, come è chiaro da questa introduzione.
    Le vignette esprimono il mio sentimento personale.

    Evit

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    Il Grande Lebowski è stato l’ultimo doppiaggio ancora al pari con gli ottimi lavori degli anni ‘70 / ’80… ed eravamo nel 1998! Proprio nel pieno declino qualitativo del doppiaggio italiano spunta questa perla “retrò”. Il film è diventato un classico, è uno dei film più citati negli Stati Uniti e ci sarà un perché. Non era facile renderlo altrettanto memorabile in italiano. A parer mio il lavoro sull’adattamento dei dialoghi e sul doppiaggio è pari a quello di Arancia Meccanica, ecco l’ho detto!

    Drugo, Drughetto o Drugantibus

    Io sono Drugo, è così che deve chiamarmi, capito? O se preferisce Drughetto oppure Drugantibus oppure Drughino, se è di quelli che mettono il diminutivo ad ogni costo…

    the dude
    A qualcuno ha dato fastidio che The Dude diventasse Drugo, la rete è piena di lamentele in merito. Forse perché per sempre legati all’uso dell’appellativo in Arancia Meccanica, forse perché speravano in una traduzione più fedele, pedante. E come avrebbero dovuto chiamarlo? Tipo? Tizio? Non avrebbe fatto ridere neanche i polli. Ah si, lo dovevano chiamare Dudo (come in Easy Rider). Infatti già allora Jack Nicholson chiedeva: “e cos’è un Dudo? Un ballo?”.
    Come avrebbe detto Totò: ma mi faccia il piacere!
    sono il solo - drugo

    ____

    Un signor adattamento

    La cosa particolare de Il Grande Lebowski, ciò che reputo davvero un colpo di genio, è il fatto che spesso l’adattamento dica una cosa di significato diametralmente opposto per ottenere lo stesso effetto. Per esempio:

    “Duder or El Duderino, if you’re not into the whole brevity thing

    Una frase letteralmente traducibile come: “o il Duderino, se non sei il tipo da abbreviativi” che è stata invece tradotta come:

    “Drughino, se è di quelli che mettono il diminutivo ad ogni costo”.

    In inglese il diminutivo al signor Lebowski non piace, in italiano gli piace un sacco. Oppure:
    racially

    “Racially he’s pretty cool?”

    traducibile come “non si fa problemi di razze eh?“, che diventa nel doppiaggio italiano:

    “Lui del razzismo se ne sbatte, mmm?”

    Il concetto viene ribaltato, ma la sostanza non cambia. Poi ancora:

    “Look, we all know who is at fault here”

    traducibile come “Guarda, sappiamo tutti di chi è la colpa” che invece diventa:

    “Guarda, lo sappiamo tutti da che parte sta la ragione”.

    Loro, gli americani, a puntare il dito sul colpevole, noi a farci belli di aver ragione. Geniale!
    Donny_The_Big_Lebowski_Buscemi
    Poi ci sono degli accorgimenti culturali sottili e necessari che dimostrano quanta attenzione sia stata dedicata al lavoro. Ce ne fosse un briciolo di questa passione negli adattamenti moderni. Durante una delle partite al bowling, Donny, il personaggio di Steve Buscemi, capisce una cosa per un’altra e continua ad interrompere il discorso sperando che qualcuno gli dia un po’ di soddisfazione. Così continua a ripetere/cantare “I am the Walrus”, che in italiano diventa “Obladì, obladà”. Entrambe sono canzoni dei Beatles, ma con I am the Walrus nessuno in Italia avrebbe capito che Donny alludeva a John Lennon. Obladì obladà invece la conoscono tutti, dai novantenni ai bambini di due anni. Si tratta, signore e signori, di un adattamento eccellente, che non traduce alla lettera e che trova equivalenti altrettanto efficaci e divertenti, senza snaturare il testo di partenza.
    sono il solo - localizzazione
    Qualcuno lo saprà già, qualcuno forse non lo ha mai notato, ma Drugo si esprime con delle frasi ripetute per sentito dire. Per esempio, sente alla tv il presidente Bush dichiarare: “This aggression will not stand”, “Questa aggressione non può essere tollerata”. Poco dopo usa la stessa espressione a colloquio con il signore Lebowski aggiungendo in coda il suo colloquiale “man!“. Walter poi gli dice: “She kidnapped herself”, “Si è rapita da sola”, ed ecco che Drugo la prende come verità assoluta, la fa sua, e la ripropone alla prima occasione.
    Era fondamentale, in fase di adattamento, trovare il giusto modo per rendere queste frasi, al fine di trasmettere il modo di Drugo di assorbire ciò che lo circonda. Obiettivo centrato! Chi c’è dietro a questo minuzioso lavoro? L’Immenso Carlo Valli. In suo onore andiamo a vedere alcune di queste frasi, entrate nel lessico americano e che, nella loro traduzione, hanno reso il film quell’oggetto di culto che è oggi:

    • “You are entering a world of pain” / “Stai per entrare in una valle di lacrime”.
    • “Shut the fuck up, Donny” / “Zitto e vaffanculo, Donny”.

    shut the fuck up

    • “The bag man”/ “Il postino”, quando devono consegnare la valigetta con il denaro per il riscatto.

    …e forse la più bella di tutte, praticamente intraducibile:

    • “Sometimes you eat the bar, and sometimes, well, he eats you” / “A volte sei tu che mangi l’orso, e altre volte è l’orso che mangia te”.

    In America ancora si chiedono cosa volesse dire Sam Elliott con quel “bar”. E, no, non dice “bear”, dice proprio “bar”.
    sono il solo - Valli
    In breve, un adattamento magistrale, eco dei lavori di fino di 30-40 anni fa e che è riuscito nel non facile intento di rendere in pieno la memorabilità di dialoghi che, in lingua originale, sono già entrati a far parte della cultura popolare americana.

  • Frammenti di doppiaggio (13) – Robocop (1987)

    Chi mi segue da almeno qualche mese sa già qual è la mia scena preferita del film RoboCop doppiato in italiano. È una scena che avevo già condiviso facendo un confronto con la ben più piatta versione originale… una scena da Oscar del doppiaggio per via del labiale impeccabile e per la spassosità della battuta che la mette molte spanne sopra l’originale:

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    Dietro il microfono c’era Luciano De Ambrosis, classe 1938. Ringraziamo De Ambrosis per questo momento indimenticabile. 😉

    SCENA BONUS

    Gianni Marzocchi che si incazza…
    boddicker