• Home
  • Tag Archives:  Roberto De Leonardis
  • Gli Aristogatti, “note” sulla versione italiana

     

    Titolazione italiana del film Gli Aristogatti

    Prendo lo spunto delle feste appena trascorse – a proposito, tanti auguri! – e mi sostituisco ad Evit, l’autore del blog, per parlare di un film Disney tanto caro a noi appassionati del Topo, uno di quelli, per intenderci, della vecchia collana dei classici in VHS che mi auguro abbiate visto anche voi fino alla nausea: sto parlando de’ Gli Aristogatti (The Aristocats, 1970) di Wolfgang Reitherman.

    Antefatto sulla canzone di apertura

    Durante la messa in onda della sera di San Silvestro, il nostro caro Evit si ricorda di non aver mai visto prima questo classico d’animazione (sull’animazione Disney è orgogliosamente scarso, per questo mi tiene a portata di mano) e mi sveglia dal torpore del cotechino facendomi notare come la canzone d’inizio del film sia in lingua inglese. Ma negli anni ‘70 non le cantavano in italiano? – mi domanda – Si tratta del solito parto di sconsiderate edizioni home video moderne dove si perdono le canzoni italiane del maestro Pietro Carapellucci?

    Vignetta da Ghostbusters dove Peter Venkman dice "ben arguito ma errato"

    Sebbene tali dubbi siano solitamente più che legittimi, questa volta bisogna correggere la mira leggermente e tornare indietro. Siediti orsù, che ti racconto una storia di gatti jazzisti, scimmie, cantanti, pittori e compositori…

    Maurice Chevalier e la pensione interrotta

    Cartolina con foto di Maurice Chevalier. Proprietà di Paramount. Pubblicata da Ross-Verlag.Chevalier era un cantante e attore francese che ebbe un bel successo in Europa e negli Stati Uniti nella prima metà del ventesimo secolo. Interpretò numerosi film musicali entrando di diritto, paglietta in testa e accento francese, nella cultura popolare americana. In Monkey Business (1931) i fratelli Marx si spacciavano per lui dopo avergli rubato un documento; due anni dopo appare una sua caricatura a introdurre, cantando, Topolino in Mickey’s Gala Premier insieme agli stessi Marx e tanti altri attori Hollywoodiani; l’eco della sua fama si sente ancora agli inizi degli anni ‘80 in La Pazza Storia Del Mondo (1981) di Mel Brooks nel quale i personaggi del segmento sulla rivoluzione francese, in una delle tante battute meta-linguistiche del film, lamentano con accento “franscioso” che:

    – Siamo talmente poveri che hélas non abbiamo neanche una lingua! Sentite che stupido accento!
    – Ha ragione! Ha ragione! Parliamo tutti come Maurice Chevalier!! Hon Hon Hon!!”

    Rimanendo sempre in campo Disney, il personaggio di Lumiére nel La bella e la bestia degli anni ’90 è un chiaro omaggio a lui.

    Insomma il cantante con la paglietta in testa era il primissimo nome che sarebbe venuto in mente a un americano sul finire degli anni ‘60 se gli avessimo chiesto di nominare un famoso intrattenitore francese. Nella stessa epoca in Italia, alla stessa domanda, magari avreste avuto come risposta Charles Trenet, Aznavour oppure ancora Yves Montand… che però era di Monsummano Terme.
    Proprio al famoso Chevalier i fratelli Sherman, compositori storici di Walt Disney, chiedono di prendersi una piccola pausa dal pensionamento per cantare il tema di un film animato che parla di alcuni gatti parigini canterini!

    Non che Chevalier fosse sconosciuto alla famiglia Disney visto che proprio nel 1967 (quando Gli Aristogatti era già in produzione) uscì uno dei tanti mezzi flop della Disney con attori in carne e ossa, Scimmie, tornatevene a casa! (Monkeys, go home), che aveva Chevalier proprio come protagonista. Assicuratogli che non si trattasse di un altro film con le scimmie, Chevalier accettò di prendersi una piccola pausa dalla pensione per registrare la canzone “Les Aristochats”, sia in francese che in inglese “francioso”.

    Ora, evidentemente il contratto con Disney prevedeva che cantasse solo quelle due versioni (e chiedergliene di più suppongo sarebbe stato eccessivo visto come si è sforzato per decenni di onorata carriera a cantare in inglese con quel suo forte accento) perché le altre versioni della canzone nelle altre lingue di cui abbiamo testimonianza non sono cantate da lui. Quella tedesca infatti è cantata da un certo Paul Kuhn, cantante e pianista evidentemente molto noto in patria. Più di Chevalier? Forse. Fatto sta che in Germania la canzone ha pure il suo “credit” sotto al titolo del film. Nella versione italiana c’è scritto invece “La canzone dei titoli è cantata da MAURICE CHEVALIER” quindi si presume che ci fosse del prestigio associato al suo nome anche nel Bel Paese, sicché qualunque sostituzione con un cantante italiano (in un film così legato a Parigi, poi!) sarebbe stata fuori luogo.

    Titolazione italiana del film Gli Aristogatti, scritta che legge "Gli aristocratici"

    Maurice Chevalier citato nei titoli localizzati in italiano

    La versione italiana, dunque ha sì i titoli localizzati in italiano con i nomi dei doppiatori a grandi caratteri, ma la canzone è la versione francese cantata da Chevalier. Dunque per tornare alla domanda che mi faceva Evit, “hanno mandato in onda la sequenza sbagliata?”, sì, ma non per il motivo che credi: la canzone nella versione cinematografica italiana è sempre stata in francese e se vi capitasse di sentire una versione cantata in inglese con accento “francioso” (come quella che passa in TV) vuol dire che vi trovate davanti alle solite versioni rivedute e corrette dalla Disney.

    Titolazione tedesca di Gli Aristogatti con canzoni di Paul Kuhn

    Versione tedesca dei titoli di apertura dove viene nominato Paul Kuhn

    Vogliamo fare jazz” o “esser gatti”? Una questione di intenzioni.

    Ad opera del classico duo Maldesi-De Leonardis, l’adattamento italiano presenta alcune particolarità forse inattese per l’orecchio d’oggi.

    Salta immediatamente all’orecchio la presenza di dialetti italiani, in particolare su uno dei protagonisti del film, il gatto randagio Romeo, “er mejo der Colosseo”. Il nome e il nomignolo di “Thomas O’Malley “the swinging cat of the alley” (così descritto nella locandina statunitense) viene adattato in italiano come era tradizione dell’epoca per tutti i personaggi Disney… e non erano vezzi artistici dei direttori di doppiaggio italiani bensì la politica che la Disney applicava in tutto il mondo, ove necessario.

    In Italia la rima O’Malley/alley viene resa con Romeo/Colosseo, ma non finisce qui! Quel “catdi alley cat, come viene poi chiamato nel film (alley cat vuol dire gatto randagio), dovrebbe essere scritto tra virgolette così come tanti altri termini “felini” presenti nella pellicola perché l’intero film gioca molto con il gergo da jazzisti dove “cat” definisce un appassionato di musica jazz (sia egli musicista o semplice fruitore) che spesso si riconosce in alcuni dei seguenti tratti caratteristici: parla in gergo jazz, fa uso di cannabis, ha un atteggiamento rilassato, un humor sarcastico, è povero per scelta ed ha una condotta sessuale più libertina.

    La cannabis dei “cat” (o “hepcat” o “hipcat”) non è presente nel cartone perché siamo sempre nel regno della Disney ma per tutto il resto Romeo/Thomas è chiaramente quello che in gergo jazzistico (poi ereditato, insieme a tanti altri termini, dai beatnik di qualche tempo dopo) definiremmo un “cool cat”, che non vuol dire letteralmente “gatto ganzo” bensì un “tipo” ganzo o, più appropriatamente, “un tipo jazz”.

    La banda di Scat Cat dal film Gli Aristogatti

    gatti jazz, o meglio, tipi jazz

    Ed è proprio un jazzman che gli dà la voce in inglese, Phil Harris, già Baloo ne’ Il libro della giungla e in seguito Little John in Robin Hood, che qui come negli altri film interpreta un po’ se stesso, e il personaggio è quello del “cool cat”, il tipo “swing”, con un orecchio al ritmo (ricordate Baloo?) e un occhio alle “pupe”, che parla con i termini dei neri d’America poi entrati praticamente nel linguaggio di tutti: cool, hip, groovy, chick, square e cat sono solo alcuni di questi (a voi il gusto di ritrovarli nelle canzoni del film).

    Qui sta la simpatia di questo classico dell’animazione, approfittare del gergo swing con riferimenti “felini” e riproporlo in un film dove troviamo dei gatti jazzisti, si parla di gatti intendendo il jazz. Ecco quindi il senso di “Everybody wants to be a cat” che non è affatto tradito nella canzone italiana: “Tutti quanti voglion fare il jazz”. Il rispetto delle intenzioni viene anteposto alla traduzione letterale, come la Disney stessa ha sempre professato in quei decenni.

    Gatti che suonano e cantano "Tutti quanti voglion fare il jazz" nel film Gli Aristogatti

    Romeo, er mejo der Colosseo

    Abbiamo visto che il randagio irlandese diventa un randagio italiano, più specificatamente romano e l’origine viene giustificata anche all’interno della sua canzone interpretata dall’attore Renzo Montagnani:

    “Pe’ arivacce qui da Roma ho fatto l’autostop
    e ‘n Francia è già m’ber pezzo che ce sto…
    Ma pure da emigrato, mica so cambiato: io so’ Romeo, er mejo der Colosseo!”

    Rimane una sola domanda: perché proprio Roma? Qui entriamo nel regno delle supposizioni, le mie.

    Ci vedo una eco di cinema italiano, il personaggio ricorda vagamente quello del pappagallo romano, penso ai protagonisti di Poveri ma belli, o il Gassmann di I soliti ignoti, il classico giovanotto con le mani in tasca che racconta una barzelletta alla ragazza di turno e la conquista coi suoi modi magari rozzi, ignoranti, ma spesso sinceri. Un carattere che in fondo viene dalla vita reale e che ha trovato posto nell’immaginario collettivo/culturale italiano.

    Un parallelo più che accettabile per il nostro “cool cat” irlandese giramondo che invece non avrebbe corrispettivi culturalmente comprensibili (un conquistatore irlandese non ha basi in Italia). Quel “er mejo” può essere dunque una trasposizione di quel “cat” (spiegato prima) di “alley cat”.
    Inoltre il Colosseo è noto per essere casa di numerosi gatti randagi, quindi quale miglior provenienza per un gattone piacione? Romeo è il nome dell’innamorato per antonomasia, si adatta bene alla storia di due gatti che si conoscono e si innamorano e, per inciso, il nome Thomas non è scelto a caso, visto che tomcat (il gatto Thomas -> Thomas the cat -> tom-cat… l’avevate capita?) è il nomignolo che si dà in inglese al gatto maschio ma che in gergo significa anche, provate a indovinare… “sciupafemmine”.

    Romeo e Duchessa, gatti protagonisti di Gli Aristogatti

    Romeo, il gatto “pappagallo”.

    Doveva essere proprio romano? Non poteva essere semplicemente un gatto piacione doppiato “normalmente”? Potremmo rivolgere la stessa domanda all’originale, doveva essere proprio un gatto con cognome irlandese che parla come l’americano Phil Harris?

    La mia è una contro-domanda volutamente provocatoria perché se parliamo di accenti, da questo punto di vista la versione originale ha anche meno senso. Perché mai, difatti, Duchessa in lingua originale dovrebbe parlare con un accento ungherese se in teoria sono tutti parigini o in generale francesi? Semplicemente perché la doppiava Eva Gabor e lei parlava così. Per gli americani il discorso finisce qui (ma ci ritorneremo).

    Quei cani dei milanesi!

    Un altro dialetto presente nel film è quello milanese con cui parlano i cani di campagna Napoleone e Lafayette ed è probabile che si tratti di una scelta presa (rimanendo nell’ambito delle supposizioni) per assonanza. Ascoltando le voci americane infatti non è del tutto strampalato riconoscerci suoni e vocalità del dialetto meneghino.

    Cani Lafayette e Napoleone dal film Gli Aristogatti

    Lafayette e Napoleone nella nebbia padana

    Le voci in questione, nella versione originale, sono fornite da Pat Buttram (che poco dopo ritroveremo come Sceriffo di Nottingham in Robin Hood) e George Lindsey (anche lui tornerà in Robin Hood nel ruolo di uno degli avvoltoi) e le loro caratterizzazioni sono una continuazione dei ruoli che li hanno resi popolari in America.
    Il primo noto per il ruolo di Mr. Haney nel telefilm La fattoria dei giorni felici (dove ritroviamo Eva Gabor), il secondo noto per avere interpretato Goober, il cugino scemo nella serie The Andy Griffith Show (mai arrivato in Italia). Entrambi attori originari dell’Alabama, e quelli di voi che hanno qualche nozione del panorama statunitense sapranno già che è uno degli stati del sud dell’unione, orgogliosa patria di contadini, zotici, incesto, Forrest Gump, ma sopratutto di gente che lavora sodo. L’accento dell’Alabama, scherzi a parte, è da sempre percepito dai parlanti inglese come un accento “incolto”. Non a caso è anche il modo di parlare “da cowboy”.

    Trovare un corrispettivo italiano per l’accento incolto sarebbe stato di cattivo gusto per qualsiasi regione che si fosse sentita rappresentare in tal maniera, per questo (e qui siamo sempre nel regno delle supposizioni) si è puntato alla città d’Italia meno incolta per antonomasia, Milano. Il milanese su due zotici campagnoli fa ridere per contrasto e non offende nessuno… ma queste sono soltanto altre supposizioni, probabilmente era solo una questione di assonanza tra milanese e alabamanese, come detto prima. Del resto esisteranno anche Milanesi zotici, no? Chiedete al ragazzo di campagna.

    Dite che ha comunque poco senso far parlare i cani della campagna parigina come dei milanesi? È una domanda tanto lecita quanto l’idea di gatti che parlano e suonano il jazz.

    Raffigurazione di gatti che impugnano strumenti musicali

    “Gli Aristogatti” secondo i puristi

    Diciamocelo, in originale abbiamo il personaggio di Duchessa che parla con un accento ungherese semplicemente perché la Disney aveva assegnato tale ruolo a Eva Gabor, la quale avrebbe fornito al personaggio una dose di eleganza e, azzarderei, sensualità! Perché la sua voce era popolarmente associata a tali attributi. Come dice anche la linguista Rosina Lippi-Green nel suo English with an Accent: Language, Ideology and Discrimination in the United States:

    “la Disney probabilmente sperava che il pubblico associasse il personaggio [di Duchessa] con l’immagine pubblica dell’attrice, scavalcando qualsiasi considerazione logica”

    e sebbene all’epoca un critico poco perspicace (miope, direi io) fece notare proprio questa incongruenza logica della gatta parigina che parla con accento ungherese, possiamo dire che il resto del mondo anglosassone abbia accettato da subito l’associazione attrice-personaggio senza soffermarsi sulla coerenza, così come hanno accettato che i personaggi di Schwarzenegger possano parlare con un forte accento austriaco pur passando da eroi americani con nomi quali John Kimble, Howard Langston, Ben Richards e John Matrix. È il classico caso del personaggio definito dagli americani come “bigger than life”, il sopra le righe che per qualche motivo funziona lo stesso.

    Mettetevi dunque nei panni del pubblico americano adulto che portava i figli al cinema a vedere The Aristocats e sul poster del film vedeva nomi come Eva Gabor, Phil Harris, Pat Buttram e George Lindsey, tutti attori (e voci) a loro stranoti, sapevano già cosa aspettarsi. Nessuno si domanda quindi perché Duchessa abbia un accento ungherese o perché i cani francesi parlino come dei bifolchi dell’Alabama.
    Inutile dire che questo discorso vale per qualunque altro film animato dove recitano voci note al pubblico USA.

    Di tutti i casi storici in cui viene usato il dialetto nel doppiaggio questo è di sicuro uno dei film che più si presta a simili scelte. La linea editoriale della Disney di quegli anni era trovare un’equivalenza e la scelta degli adattatori italiani ha semplicemente seguito tale politica. Che vi faccia storcere il naso ora, da adulti, nel 21° secolo è lecito, ma non ci venite a dire che in originale era migliore o più sensato. Perché non lo è mai stato.

    Vignetta con i protagonisti del film "Gli Aristogatti" che dicono "miao"

    “Gli Aristogatti” secondo i puristi

    Nomi originali e nomi adattati

    Sempre seguendo la politica Disney, anche i nomi di altri personaggi animali sono “adattati” per la cultura italiana dell’epoca. Prima di, permettetemi di inventare un modo di dire, “lamentarsene Wikipedia alla mano” bisognerebbe forse considerare il contesto storico, cosa che facciamo sempre qui a Doppiaggi Italioti.

    Passiamo dunque in rassegna i personaggi con nomi alterati per la versione italiana:

    Micetti del film Gli Aristogatti: Matisse, Minou e Bizet

    Matisse, Minou e Bizet

     

    • La gattina Minou, che si ispira alla madre come esempio di eleganza, nella versione originale si chiama Marie.
      Gli
      sketch preliminari durante la lavorazione del film sembrano accennare all’origine del nome: Maria Antonietta! Chiaramente un nome francese che per gli americani è associato ad un’idea di aristocrazia, alle brioche e poco altro. Possiamo ipotizzare che, visto la fine che ha fatto Maria Antonietta, in Italia si sia optato per un più innocente Minou, che in francese sta per “micetto” per l’appunto. Erroneo pensare, come fanno molti, che il nome di Marie sia da ricercare in Maria Callas, questa diceria proviene da una voce senza fonti riportata impunemente su Wikipedia Italia (e dove altro sennò?) e regolarmente rimossa.
    Concept art per i gatti del film Gli Aristogatti

    bozze preliminari

    • Matisse è il gattino arancione con la passione per la pittura. Nella versione originale il suo nome è Toulouse, come il pittore e artista grafico (sue le celebri stampe del Moulin Rouge) Henri de Toulouse-Lautrec.
      Qui, come in altri casi, sono dell’idea che si sia andati per familiarità di un nome rispetto ad un altro. Perché sebbene Toulouse-Lautrec sia stato una importante figura nel panorama artistico di fine ottocento, evidentemente l’avanguardista Henri Matisse era un nome più immediato e familiare per l’orecchio italiano. E poi diciamocelo, non trovate che il ritratto di Edgar sia più assimilabile alla corrente dei fauves (di cui Matisse era esponente) che ai lavori di Lautrec?
    Gli aristogatti, dipinti di Matisse a confronto

    Matisse vs. Matisse

     

    • Veniamo adesso al micio di pelo scuro Bizet, il gattino con la passione del pianoforte. Il nome originale era Berlioz come il compositore francese Hector Berlioz, altro artista estremamente influente ma, si suppone, meno familiare allo spettatore italiano di un George Bizet, compositore di una piccola opera che forse avrete sentito parlare, una cosetta così chiamata Carmen… che, ehi, compare pure nel film!
    • Anche il topino Groviera, amico dei gatti d’alto borgo (d’altronde perché mangiare un sorcio quando in casa ti servono come un re?) ha un altro nome in inglese: Roquefort. Quanti di voi hanno mai sentito nominare questo formaggio? Qualcuno lo ha sentito nominare? Nessuno? Nessuno? Bueller? Bueller?
      Il formaggio dalla Svizzera francese ha sopperito ampiamente nell’adattamento del nome del topo. Per inciso, è Oreste Lionello a doppiare Groviera, un personaggio che ha in originale la voce di Sterling Holloway, veterano Disney, già Winnie Pooh di cui Lionello è voce storica italiana. A proposito… ehi, Disney! Che fine hanno fatto i doppiaggi di Winnie Pooh con Lionello? Escili!
      Il topolino Groviera e la gang di Scat-cat, dal film gli Aristogatti
    • I già citati cani da guardia mantengono i nomi di Napoleone e Lafayette, e voglio sottolineare come il nome di quest’ultimo sia rilevante anche per il pubblico americano (che apparentemente se ne dovrebbe sbattere della rivoluzione francese) perché il generale Lafayette combatté prima ancora nella guerra d’indipendenza americana.
    • Veniamo alle sorelle oche, Adelina e Guendalina Blabla, che nella versione originale del film sono interpretate dalle stesse attrici che interpretarono le sorelle Cecily e Gwendolyn Piccioni del film La Strana Coppia (The odd couple, 1968) con Lemmon e Matthau. Ve le ricordate? Se avevate notato delle somiglianze sappiate che sono assolutamente volute!
      Per le nostre oche animate, il cambiamento dei nomi da Abigail & Amelia Gobble a Adelina & Guendalina Blabla denota anche qui un voler proporre dei nomi più familiari e adatti al personaggio, come da tradizione Disney. I nomi di Adelina e Guendalina sono facilmente associabili all’idea di due vecchie zitelle (se tra le lettrici ce n’è qualcuna che porta uno di questi nomi chiedo umilmente scusa ma molti nomi di una volta che finiscono in “ina” ne sono presto diventati sinonimo), ottimi quindi per delle “oche” ficcanaso propense al riso “in ore stultorum”.
      Il cognome originale Gobble richiama l’onomatopea dell’animale da cortile (è più spesso associata al tacchino in verità), uno starnazzare, e Blabla è una sua giusta traslazione, in richiamo al carattere chiacchierone delle pennute inglesi.

      Le sorelle oche Adelina e Guendalina Blabla del film Gli Aristogatti

      Adelina e Guendalina

       

    • Zio Reginaldo dal film Gli AristogattiChiudiamo in bellezza con lo zio Reginaldo, il cui nome originale è Waldo.
      In un film dove si adatta tutto per familiarità culturale o almeno uditiva, non sorprende che la Disney all’epoca permettesse (o addirittura esigesse) che anche quei nomi che per noi non sono nomi (il nome Waldo nel 1970? Mai sentito) venissero “familiarizzati”. Da Waldo a Reginaldo è un attimo, non c’è da strapparsi i capelli per questo.

    Soltanto i nomi degli animali sono stati adattati. Trattamento diverso per personaggi umani come il maggiordomo Edgar, la padrona di casa Madame Adelaide Bonfamille ed il notaio George Hautecourt a cui sono riservati una parvenza di realismo, contestualmente alla città in cui vivono.
    È palese che in queste scelte ci sia una coerenza interna, il cambiamento dei nomi o la loro italianizzazione non avviene a caso ma è riservato agli animali parlanti, protagonisti della vicenda. La parvenza di realismo data agli umani del film non è una mera supposizione, se fate caso alle scene in cui gatti e umani appaiono insieme è possibile notare che i gatti sono disegnati in modo leggermente meno cartoonesco, meno antropomorfo.

    L’adattamento italiano (e il doppiaggio) semplicemente si adegua alla visione Disney. Quindi buona visione.

    Romeo degli Aristogatti che dice "se vedemio"

    Se vedemio, tigri.


    LETTURE CONSIGLIATE (tutte in inglese)

    From the US to Rome passing through Paris, accents and dialects in The Aristocats and its Italian dubbed version della Prof.ssa Silvia Bruti (Università di Pisa), un articolo fondamentale pubblicato sulla rivista Intralinea On-Line Translation Journal, 2009.

    Jive Talkin’: The Origins of Cool Dudes, Groovy Chicks and Hip Cats, articolo breve che esplora l’origine e il significato di alcuni dei termini del gergo jazzistico, molti dei quali oggi comunemente usati in America. Di Bill Demain, 2012.

    English with an Accent: Language, Ideology and Discrimination in the United States, della linguista americana Rosina Lippi-Green, 2011. Dall’estratto che ho letto on-line sembra davvero un libro fenomenale. Costicchia un po’, un bel po’, ma c’è anche una versione kindle leggermente meno costosa.

  • STAR WARS: Episodio I (1999) – L’adattamento fantasma

    Copertina dell'articolo di doppiaggi italioti su Star Wars Episodio 1 - La minaccia fantasma
    La maratona Star Wars come Lucas comanda, comprendente video con i nostri commenti al film e articoli sull’adattamento italiano della saga più famosa di Gesù, non può che cominciare con il primo episodio (non cronologicamente parlando), il film che dio Lucas, Grande Procrastinatore, scrisse poco prima della data fissata per l’inizio della produzione, in un frenetico fine settimana a base di caffeina che avrebbe fatto impallidire persino l’Evit del liceo con le sue versioni di latino e i suoi compiti di matematica svolti nei ventiquattro minuti che ci metteva l’autobus per arrivare a scuola. Come tutti i procrastinatori incalliti, anche Lucas, arrivata la domenica, raccontava al produttore Rick McCallum, suo padre putativo, di aver già finito i compiti per l’indomani così da potersi dedicare un po’ ai cazzi suoi. “Hai già finito la sceneggiatura per domani? La Fossati lunedì ti interroga”.
    La media del 9 su cui campava di rendita da quasi 15 anni non poteva che infondere fiducia ma se nel 1997 McCallum avesse avuto un figlio come me non si sarebbe fatto certo abbindolare dalla più ingenua e trasparente delle stronzate che Lucas gli propinava per tranquillizzarlo ad un mese dall’inizio delle riprese:
    Non ti preoccupare papà, lo sto scrivendo dal 1994. È praticamente finito!

    George Lucas ride delle sue malefatte
    Il problema di Lucas è che dopo un ventennio di lodi si era davvero convinto di essere bravo in tutto e che il successo della saga fosse esclusivamente merito suo, dimenticando però che i precedenti film erano sempre stati un lavoro di gruppo in cui lui era riuscito a dirigere egregiamente (questo non glielo si può proprio negare) i tanti professionisti creativi (e non degli umili sottoposti) di cui si era circondato, molti dei quali lui non aveva neanche inserito nei titoli di coda. Solo dall’epoca di Internet questi nomi cominciarono ad apparire come “uncredited” su IMDb! Lucas il generoso.
    Inoltre, fino a Il Ritorno dello Jedi gli era sempre stata accanto la moglie che lo faceva desistere dall’introdurre delle stronzate colossali (o dal tagliare momenti belli e memorabili) e gli montava i film in modo che anche il genere umano potesse apprezzarli. Non a caso ha vinto anche un Oscar per questo. Lei.
    Quindi diciamo che il nostro Georgie boy in un bel periodo della sua vita si è trovato nelle condizioni ideali per creare la saga più celebre che potesse mai nascere dal vedersi negati i diritti di Flash Gordon.

    Barack Obama consegna una medaglia a George Lucas

    Non pensavamo che il meme “date una medaglia a quell’uomo” si riferisse PROPRIO A QUELL’UOMO!

    In quel lontano 1997 (oh, vent’anni fa!) uno dei tanti professionisti che Lucas mai degnò di uno spazio nei titoli di coda, prima di uscire dall’ufficio del sommo sbattendo la porta, gli avrà urlato “ah, e così hai fatto tutto tu? Allora, Episodio 1, SCRIVITELO DA SOLO!“. SBAM!
    E immagino che Lucas a quel punto avrà assunto un’espressione pressoché identica a quella di chi ricevette l’incarico di adattarli per il doppiaggio italiano.
    Pressappoco questa:

    Reazione di Fantozzi impaurito

    Ma non son pratico io…

     

    Un adattamento che levati… cioè, levatemelo proprio davanti.

    A prescindere da quale sia la vostra personalissima opinione su come dovrebbe essere adattato un film di Star Wars o, più latamente, su cosa dovrebbe essere il doppiaggio in generale, la versione italiana di questo film vi farà arrabbiare.
    Il ritorno ai codici originali dei robot R2D2 e C3PO (fu-C1P8 e fu-D3BO) ormai non fa neanche testo, tanto lo sappiamo che la Lucasfilm nell’ultimo ventennio ha sempre premuto affinché fossero riportati alla loro forma originale… così da risparmiare sull’etichettatura dei giocattoli eh, mica per chissà quale decisione artistica.
    No, niente di tutto ciò. Qui la questione da cui partire è molto, molto più semplice e cioè che l’inglese bisogna saperlo. Punto.
    Battle_Droid_Army

    La “droide-armata” dei miei stivali

    In lingua italiana, l’espressione “la droide armata” vi fa pensare ad un robot dall’aspetto femminile che imbraccia un’arma o, piuttosto, ad una traduzione un po’ troppo letterale di “the droid army”? Non vorrei essere in malafede, eh! Magari era un rispettoso omaggio alle mode linguistiche degli anni ’70, le stesse che ci portarono parole come “stella-pilota” (ci ritorneremo a tempo debito) ma anche “pornodivo”.
    la droide armataLa creazione di parole composte può risultare elegante se partiamo dalla fusione di un sostantivo con un suo aggettivo, come nel caso della blindocisterna di Mad Max: Fury Road, cioè una cisterna [sostantivo] blindata [aggettivo]; è una parola inventata ma di immediata comprensione e molto evocativa, non a caso fu approvata dal regista stesso, George Miller — e qui potremmo anche tirare fuori la storia delle “vere” intenzioni dell’autore che non sono state tradite dal doppiaggio, visto che è sempre la preoccupazione di molti — ma ciò che trovo sia più importante, e ragione del successo di questa scelta di adattamento, è che “blindocisternasembra una parola nata in italiano e non ha il sapore di una traduzione diretta, per questo funziona!
    Lo stesso non si può dire di “la droide-armata” che, al contrario, risulta goffa e inusuale in un contesto che non necessita di alcuna inusualità. La “droide-armata” può ricordare piuttosto la parlata dei bretoni in Asterix e la pozione magica (Astérix chez les Bretons, 1986) che nel doppiaggio italiano invertivano aggettivi e sostantivi ricalcando quindi la struttura grammaticale inglese. Solo che lì era una trovata sensata e persino comica nel contesto di quell’opera, in Star Wars Episodio 1 – La Minaccia Fantasma del 1999 invece suona forzata e innaturale, poco conta che sulla carta sia scritto con un trattino tra le due parole.
    Per fortuna i battle droids non sono diventati battaglia-droidi, perché se volessimo seguire lo stesso ragionamento di “droide-armata” non si può arrivare altro che lì. Possiamo domandarci a questo punto perché l’armata dei gungan non si chiami “la gungan-armata”. Tecnicamente ineccepibile, c’è il trattino che la rende legale!
    sw_legal0
    Non starò neanche a sottolineare come sarebbe più naturale tradurre “droid army” con “esercito droide” ma, sulla carta, tradurlo come armata, tecnicamente e nel contesto del film non è un errore, quindi sorvolerò.
    Persino i fan più leccalucas del web non avrebbero il coraggio di tradurre droid army come “droide-armata”! Infatti, quando riempiono quelle paginate enciclopediche dedicate al mondo fittizio del loro universo fantasy preferito, la riportano sempre come “armata droide”, mai “droide-armata”.
    Visto? Avete fatto vergognare persino quelli che credono che gli Star Destroyer debbano essere tradotti come distruttori di stelle.
    Anche se lo avete corretto dopo il mio articolo, ce ne ricordiamo benissimo qui… su Rieducational Channel!

    Guzzanti nei panni di Vulvia che esclama "su rieducational channel"

     

    Brutti presentimenti

    Che ci fosse poca familiarità con la saga da parte di chi ne ha curato l’adattamento potrebbe venire in mente quando scopriamo che battute celebri della trilogia originale sono state alterate significativamente fino a diventare irriconoscibili, come ad esempio “I have a bad feeling about this” che qui, in bocca al giovane Obi Wan, diventa “ho un presentimento negativo“, già di per sé un modo inusuale di esprimersi rispetto al più naturale “ho un brutto presentimento” ma soprattutto rispetto alle tante altre versioni sentite nei precedenti film.
    Nella trilogia originale infatti non c’è mai stata una rigorosa continuità nell’adattamento di questa espressione che variava da “ho una strana sensazione, come un presentimento” di Luke quando si avvicinano per la prima volta alla Morte Nera, al “ho un gran brutto presentimento” di Jan Solo nello schiacciatore di rifiuti (e forse questa è in assoluto la più celebre e memorabile di tutte), al “c’è qualcosa che non mi piace” di Leila nell’interno dell’asteroide in L’Impero colpisce ancora, fino al “C1P8, ho un brutto presentimento, lo sai?” di D3BO nel Ritorno dello Jedi.

    L’assenza di continuità con la traduzione di questa espressione che ritorna sempre nella trilogia originale è data dal fatto che l’adattamento veniva svolto come sembrava più opportuno nel contesto della scena, del resto si tratta di un’espressione un po’ più flessibile in inglese di quanto non lo sia in italiano. Possiamo incolpare Maldesi e De Leonardis di non averci reso partecipi di una battuta ricorrente nell’intera trilogia originale? Certamente. Perché allora, nel caso di Episodio 1, l’ennesima variante sulla traduzione dovrebbe essere additata come errore più grave degli altri?
    È fisiologico che un film come Episodio 1, prodotto a 15 anni di distanza dall’ultimo film della saga più popolare del mondo, contenga omaggi voluti e strizzatine d’occhio ai tre film di culto che successivamente avrebbero anche portato alla proposta di creare una pseudo-religione. Quindi non sorprende che la prima frase del film pronunciata da un personaggio già noto della trilogia storica, Obi Wan, sia stata piazzata lì per far drizzare subito le orecchie a tutti i fan: I have a bad feeling about this.

    In Italia questo però non accade perché, invece di ripescare una delle varianti già sentite nella vecchia trilogia, si è optato per traduzione completamente nuova e onestamente anche poco credibile nel parlato quotidiano, per altro molto lontana dall’informalità della frase in lingua inglese. Difatti Obi Wan non si esprimeva in modo per niente ricercato con quel suo “I have a bad feeling…”, anzi, niente di più colloquiale! Parlavamo di “intenzioni tradite”, ed eccole qui. Altro che Vader->Fener!

    obi wan bad feeling
    La scelta più logica nel contesto di questo film sarebbe stata quella di ripescare “ho un gran brutto presentimento” di Jan Solo in Guerre Stellari (1977) dal momento che era l’unica traduzione veramente memorabile di tutte le nostre versioni preesistenti… che poi è esattamente ciò che è successo in episodio 2 e 3 dove la frase del 1977 ritorna come traduzione stabile di “I have a bad feeling about this”. Ma guarda un po’!
    È chiaro che per fare le scelte giuste in fase di adattamento non basta avere solo uno splendido curriculum ma è necessario anche conoscere il materiale di partenza, oppure essere affiancati da un buon supervisore che lo conosca per voi e vi sappia guidare in un lavoro certamente delicato. Ma evidentemente i supervisori della Fox erano troppo impegnati ad imporre la riappropriazione dei nomi originali dei droidi per preoccuparsi anche che battute riconoscibilissime dai fan fossero adeguatamente rappresentate anche nel nuovo film e che la pronuncia dei nomi fosse corretta. Palpatain vi dice niente?

    Russi nello spazio e altre scemenze linguistiche

    Propaganda sovietica per la corsa allo spazio

    i cattivi spaziali

    Il comico accento russo dei neimoidiani (quelle facce da pesce lesso della Federazione dei mercanti) è stato spesso soggetto di critiche tutte italiche dove si accusano i doppiatori nostrani per colpe che non gli competono (come vedete non sono di parte e quando c’è da difendere la categoria lo faccio).
    È vero che in originale l’accento è palesemente “asiatico” (e per “asiatico” in inglese si intende del “sud-est asiatico”) e non russo, ma è comunque altrettanto stupido. Ci tengo a sottolinearlo qualora pensaste che in lingua inglese qualsiasi stronzata abbia connotati da perfezione linguistica inarrivabile. Ebbene, non vi fate fare fessi! I neimoidiani in inglese parlano né più né meno che con un accento asiatico stereotipato, da immigrato cinese o, alla peggio, come quello di vietnamiti e coreani trapiantati in America, quindi tanto imbarazzante quanto la nostra versione “sovietica”! Anzi, direi che in lingua originale sia anche più vergognoso. Un accento russo in italiano risulta meno offensivo di un qualunque “liso flitto”, quindi dovremmo solo ringraziare chi ha optato per questa alterazione.

    neimoidians

    La qualità dei dialoghi originali.

    Quella dei bottegai vietnamiti dello spazio non è stata l’unica scelta linguistica infelice di Lucas. Quando è andato a creare l’universalmente odiato Jar Jar Binks, il nostro Dio barbuto ha dichiarato di essersi ispirato al linguaggio ancora in formazione di suo figlio Jett che all’epoca aveva sei anni, come se la quota di infantilità nel film non fosse già stata raggiunta e superata. Questa almeno è la sua versione/scusa ufficiale tirata fuori dopo aver capito di aver fatto una gaffe imbarazzante, l’ennesima. Perché nella realtà dei fatti il risultato finale è che Jar Jar, in inglese, parla con un linguaggio cosiddetto “ebanese” (Ebonics), cioè un inglese parlato con accento da afroamericani, in particolare quelli di origine caraibica.

    jar jar binks rasta

    Rasta Binks

    Pensare di dovermi occupare dell’adattamento italiano di un personaggio simile, lo ammetto, non mi farebbe dormire la notte!
    Domanda: è peggio seguire la direzione del presunto “inglese infantile” basandosi sul modo di parlare dei bambini di lingua italiana oppure perseguire la strada dell’infelice “linguaggio da negro”?
    Se ignoriamo frasi come “ora ci fanno bua” (realmente presenti nel film) in realtà nessuna delle due strade è stata intrapresa (per fortuna…?). Infatti, più che usare un linguaggio infantile, Jar Jar in italiano parla una sorta di esperanto che concettualmente non ha alcun senso. Qualcuno lo identifica in realtà con l’europanto ma sempre insensato è.
    Il linguaggio tradotto di Jar Jar (e della sua specie in generale) infatti possiede sonorità prevalentemente ispaniche con alcuni elementi presi direttamente dal francese o dall’inglese e potremmo chiederci che cosa dovrebbero rappresentare in un contesto come quello di Guerre Stellari? Certo, sempre meglio di un “bongo, bongo, bongo, Jar-Jar stare bene solo al Congo” ma, nella logica del doppiaggio, parole francesi, inglesi e spagnole che cosa dovrebbero rappresentare? È uno dei rari casi moderni dove probabilmente è stata calcata anche troppo la mano sull’inventiva, laddove un “italiano semplificato” unito alla voce scema sarebbe stato già più che sufficiente.

    Star Wars Episodio 1 La minaccia fantasma - Obi Wan alla guida del bongo

    Autogol di Lucas al 18° minuto

    In nessuna era del doppiaggio sarebbe stato ben accetto che, in un opera del genere, frasi come “’tis a hidden city” diventassero “è la city nascuesta”, così come “more, did you spake?” non è salutare che venga adattato come “altri, tu a parler?” o ancora che “dis way” diventi “da esta parte”.
    Tu in big guaio esta volta, traduttore, in maxi-big guaio! Sono frasi del film, non me le sto inventando io.
    Grazie a questa colorita scelta di adattamento, la scena dei jedi davanti al re dei gungan, più che appartenere a Guerre Stellari, sembra piuttosto avvicinarsi a Ace Ventura – Missione Africa (e non sto neanche esagerando).

    Boss Nass da Star Wars Episodio 1 La minaccia fantasma

    Obi Wan – Missione Africa

    Entrare ancor più in dettaglio nel linguaggio di Jar Jar e dei gungan sarebbe poco salutare per me (e per voi), basti pensare che la 3^ pers. sing. dell’indicativo del verbo essere a volte è espressa con “è”, altre volte con “es”, quindi manca anche di coerenza interna oltre che di coerenza logica in generale e di comprensibilità. Infatti in italiano capisco un decimo delle scempiaggini che dice Jar Jar. Certe espressioni come ad esempio “male-dùcat!” (traduzione di “how wude!”, cioè la versione stupida di “how rude!”) le ho scoperte spulciando un trascritto dei dialoghi per me altrimenti inintelligibili.
    Inoltre, a prescindere dai problemi della traduzione italiana, nella logica infantile del film, i gungan parlano in questo modo anche tra di loro, come se non avessero una lingua propria. Ma ha senso? Qualsiasi cosa che riguardi Jar Jar ha senso? Rispondo citandolo: a bien pensar, no!
    Chi si lamenta dei dialetti italiani nei Simpson o di Fritz il pornogatto dovrebbe letteralmente armarsi di fronte alla lingua parlata da Jar Jar Binks. D’altro canto però non posso neanche consigliarvene una visione in inglese perché non saprei se sia più stupido sentire “ex-squeeze-me” al posto di “excuse me” oppure la sua pleonastica espressione di ribrezzo: “cacche puzza“. Sono dialoghi del film, non mi sto inventando niente.
    Proseguiamo, okydey?
    Jar Jar Binks mostra il pollice in su di OK

    Scurrilità e diossidi

    Considerazioni preliminari a parte (sì, quella che avete appena finito di leggere era solo l’introduzione!), andiamo a vedere i dialoghi che già dai primi minuti offrono fin troppi spunti di riflessione. Ci viene da pensare ad esempio che i jedi fossero dei volgarissimi bestemmiatori da competizione visto che Qui-Gon Gin (cit.) percepisce un grande timore da parte dei lombrichi sovietici neimoidiani nei confronti di una vertenza commerciale che lui definisce “triviale”:

    “Sento che hanno una paura sproporzionata da(lla?) trivialità di questa vertenza commerciale.”

    Il primo significato di “trivialità” è quello di “condizione e caratteristica di ciò che è o è considerato triviale, cioè volgare, grossolano, scurrile“. Quindi le vertenze commerciali di Lucas potrebbero ricordare un campionato di rutti alla fiera di Reggiolo più che una delicata contesa legale tra senato galattico e federazione dei mercanti.
    Una cosa tipo così…

    È chiaro che chi è andato a tradurre “trivial” dall’inglese si sia appoggiato al secondo significato italiano di triviale, quello inteso come sinonimo di “banale” (ed indicato nei dizionari come calco dall’inglese) ma che sarebbe bene usare solo in ambiti molto specifici e settoriali, come nella critica letteraria e in matematica. Non nelle dispute galattiche.
    Un utile suggerimento che non troverete nei libri ma che i bravi insegnanti di inglese trasmettono ai propri studenti è che se il dizionario riporta due possibili traduzioni di una parola, il più delle volte la scelta più corretta ai fini di una traduzione è quella che ricorda meno la parola da tradurre (es. se cercate la traduzione di “porto” troverete sia “harbor” che “port”. Nella maggior parte dei casi la scelta adatta per la vostra traduzione non sarà mai “port”). Se siete neofiti della traduzione fate tesoro di questa semplice ma validissima indicazione e non prendete mai esempio da La Minaccia Fantasma. Mai.
    Così come per “trivial” tradotto come “triviale”, potremmo domandarci anche se “la franchigia”, citata in tre scene su quattro, non sia una traduzione un po’ troppo maccheronica di quel “trade franchise”. Ma voglio sorvolare perché siamo soltanto al 4° minuto di film e ne rimangono altri 136!

    Jar Jar Binks in Star Wars Episodio 1 sente puzza

    La trivialità di questo film

    Visto che sembra piacciano molto i calchi dall’inglese, permettetemi di essere “anale” nell’affrontare la questione di una parola usata al 5° minuto per descrivere un fittizio gas mortale: il “diossido!“. Mi sono sempre chiesto: ma diossido di… cosa?
    La parola “diossido” (o biossido) indica un composto chimico formato da un atomo (da specificare) legato a due atomi di ossigeno. Possiamo avere ad esempio un diossido di carbonio (nome comune: anidride carbonica) o anche di qualcos’altro, ma questo qualcos’altro va comunque sempre specificato. Ammesso e non concesso che Qui-Gon volesse tenersi generico sull’elemento che lega i due atomi di ossigeno — identificando così un diossido di qualcosa che non ha ritenuto importante specificare — dobbiamo comunque ammettere che questo cavaliere Jedi ha poteri assai particolari se è in grado di analizzare la struttura molecolare e dare la giusta nomenclatura IUPAC al primo gas che vede pompato nella stanza! Chiamava forse l’acqua “monossido di diidrogeno” per farsi bello davanti agli amici?
    In inglese questo problema non esiste dato che il gas viene chiamato con il nome fittizio di “dioxis” che, sì, ricorda la parola “dioxide” (diossido) ma, forse, ancor più quella di “dioxin” (diossina). Nelle fasi di adattamento questo sarebbe stato il momento giusto per sfoderare un po’ di inventiva e non il libro di chimica.
    (Il gas “dioxis” ha anche la sua pagina su Wookipedia, ovviamente.)

    Scena di Star Wars Episodio 1: Gas dioxis pompato nella stanza

    Dopo la gara del rutto, quella della faciolata

    Roger-roger

    Roger, roger” è ciò che dicono i droidi della federazione dei mercanti in risposta a degli ordini e probabilmente è anche l’espressione più stupida mai partorita dalla mente di George Lucas in tutta la storia della saga, dopo ex-squeeze-me, s’intende. Ancora più sciocco però è che “roger, roger” non sia stato neanche adattato in italiano.
    Roger” è uno dei tanti elementi del gergo militare (ormai in disuso dal 1957 e sostituito con “Romeo”) usati nelle comunicazioni via radio, un acronimo che in italiano ha un’equivalenza con “ricevuto” (tutt’ora in uso). Non mancano i casi nella storia del doppiaggio in cui “roger” è stato lasciato invariato con cognizione di causa, in Arma Letale ad esempio, Riggs (Mel Gibson) diceva “roger, Roger!” per sfottere il collega di nome Roger (Danny Glover) ma, fateci caso, al momento della battuta è già chiaro a tutto il pubblico italiano che si tratta di un gergo da procedura radiotelefonica grazie ad una scena precedente in cui Riggs ne faceva uso in una conversazione via radio con la centrale. Una gag simile fu completamente alterata neanche sette anni prima, nel film L’aereo più pazzo del mondo.
    Ma vogliamo soprassedere dando “roger” per facente parte delle conoscenze dell’italiano medio? OK, facciamo finta che lo sia e passiamo a chiederci perché i droidi della federazione dicono sempre “roger” due volte? La doppia conferma aveva la sua importanza in un mondo analogico delle trasmissioni radio a lunga distanza, soggette a disturbi di tutti i tipi, in cui una singola parola ricevuta poteva risultare troncata o troppo distorta per esser compresa, così veniva ripetuta due volte per sicurezza: roger-roger.

    Robot della federazione che dicono "roger roger"

    Se già ci domandavamo perché dei robot trovino che interagire tra loro in maniera verbale, lenta e spezzettata sia più efficiente di una trasmissione digitale non sonora, dovremmo a maggior ragione domandarci perché debbano anche confermare due volte “roger” come se stessero comunicando da due navi disperse nel Pacifico quando invece si trovano a soli trenta centimetri di distanza l’uno dall’altro in un corridoio vuoto e silenzioso.
    Era forse il caso di trasformarlo in un semplice (ma correttissimo) “ricevuto” regalandoci così un copione un po’ meno stupido, ma non abbiamo avuto questo privilegio. Con questo film siamo condannati in tutti i modi possibili.

    Pilota che dice "roger, comandante" in Star Wars episodio 1 la minaccia fantasma

    “Roger, comandante.”

    E come pensate che sia stato adattato quel “roger” negli episodi II e III? Con “ricevuto”, ovviamente.

    Manufatti e misfatti

    Quando traduciamo un testo e ci ritroviamo davanti a parole apparentemente insensate c’è sempre da domandarsi: qual è il contesto? Qual è il senso di quella parola nel contesto?
    Una semplice regolina ignorata nella scena della trasmissione olografica del senatore Palpatain Palpatine in cui il segnale viene disturbato secondo i dettami della scuola di Aldo, Giovanni e Giacomo. Chi ha prestato attenzione fino al nono minuto di film può facilmente intuire dalle parole spezzettate di Palpatine che nella scomparsa degli ambasciatori Jedi dev’esserci lo zampino della federazione dei mercanti. Questo almeno è ciò che si capisce in inglese. In italiano si aggiunge una stonatura di cui solo Google Translate del 2006 sarebbe fiero…
    Ologramma del senatore Palpatine da Star Wars Episodio 1 la minaccia fantasma

    It must… handiwork… negotiate… ambassadors…
    Dev’essere… manufatto… negoziare…. amba-tori…

    Manufatto? Ma che c’entra?
    In questo caso “ad opera di” sarebbe stata una scelta migliore ma questo lo si può comprendere soltanto dal contesto. Non biasimo però chi, alla traduzione, possa essersi distratto già al 9° minuto di film a causa di un’eccessiva (quanto poco interessante) dialettica burocratica inutile. Eppure bastava chiedersi: che c’entra adesso un manufatto con la storia degli ambasciatori e dei negoziati? Che c’entra con tutto ciò che abbiamo visto fin’ora? La stessa parola “zampino” da me invocata prima sarebbe stata un’ottima alternativa.
    Ho sentito qualcuno dire “controllo qualità”? Ma no, scherzate!? Assicuriamoci solo che C1P8 venga chiamato R2D2, questo è veramente importante!
    Per fortuna ogni tanto il film ci regala ancora piccoli sussulti di dialoghi più ricercati:

    Ologramma di Palpatine che impartisce ordini

    Io ho fatto impaniare il Senato nelle procedure. Non avranno altra scelta che accettare che voi controlliate il sistema.

    Un tantino ricercato per essere una traduzione di “bogged down” (arenare, impelagare, impantanare) ma lo sapete che ho un debole per un lessico meno banale, specialmente se in bocca ai personaggi giusti… ed un vecchio stregone malvagio che insidia la capitale della galassia in veste di senatore mi sembra proprio il personaggio giusto.
    Peccato che neanche un minuto dopo il Q.I. del film torna sotto terra quando ci regala frasi del calibro di “ciao pischellos!” (hello, boyos) ed il ritorno di maledùcat che toglie la voglia di vivere in qualunque lingua lo stiate guardando.

    Jar Jar Binks che esclama "ciao pischellos!"

    Ciao pischellos!

    Prometto che da ora in poi non nominerò più frasi di Jar Jar, tanto il resto dei dialoghi si tagliano le palle già da soli. Ci sarebbe infatti da domandarsi perché una delle tecnologie più memorabili della saga, l’iperguida (hyperdrive), sia chiamata iperpropulsore per il resto del film.
    Entrambe le traduzioni sono equivalenti, non si discute, ma ancora una volta si abbandona la familiarità di un lessico stranoto in favore di parole alternative che non fanno drizzare le orecchie al pubblico italiano come invece succede con i dialoghi originali. Eppure nelle stesse scene si parla anche di “tremito nella Forza”, quindi la scelta di tenere alcuni elementi storici e di ritradurne altri è deliberata. Evidentemente era giunta l’ora di cambiare iperguida in iperpropulsore e che i gran brutti presentimenti diventassero presentimenti negativi.
    Ma bando alle ciance e veniamo agli sgusci. So che siete qui per questo.

    Sgusci da corsa

    Scena del film Star Wars Episodio 1 La minaccia fantasma: Anakin su uno sguscio da corsa
    20 anni fa mi chiesi: sgusci? Perché sgusci? Perché… sgusciano via?”. Seppur dubbia, in qualche modo questa traduzione è rimasta impressa. Podracing (in originale) non è altro che l’ennesima banale scusa di Lucas per propinarci ancora una volta una delle sue più grandi fissazioni… le gare automobilistiche!
    Ogni singolo film di Lucas ha un qualche tipo di gara automobilistica ad alto rischio, da quelle in American Graffiti, che ricalcavano in maniera autobiografica il suo breve passato da adolescente borghese annoiato che gareggia con gli amici nelle strade di provincia (l’equivalente americano di quelli che in Italia impennavano col Piaggio Ciao praticamente), a L’Uomo che fuggì dal futuro che guarda caso finisce con un inseguimento in auto da corsa (la Lola T70), mettiamoci anche la corsa d’attacco alla Morte Nera di Guerre Stellari, l’inseguimento nella foresta sulle “speeder bike” del Ritorno dello Jedi, le gare di sgusci di Episodio I, l’inseguimento in volo su Coruscant in Episodio II, etc, etc… ne citerei molti altri ma la filmografia di Lucas si ferma praticamente qui.
    Podraces sono letteralmente “gare di navicelle”, navicelle che i francesi ad esempio hanno chiamato module de course o proto-jet. Pod (capsula, navicella) vuol anche dire “baccello”, forse da lì l’idea di far riferimento ad un qualche tipo di guscio che… sguscia… via? Boh! Qualunque sia stato il processo mentale all’origine di questa scelta, che vi piaccia o meno, ammetterete che “sgusci da corsa” sono una soluzione che rimane impressa. Lascio ad altri il piacere di giudicarla in positivo o in negativo, ma in questi tempi di inglese eccessivo anche il solo aver provato ad adattarlo è degno di nota.

    Proseguiamo, okey-dey?

    Paninari galattici

    Watto che dice "Trucchi di mente non attacca con me, solo money."

    Trucchi di mente non attacca con me, solo money.

    Mi piacerebbe potervi dire che si tratta di dialoghi inventati da me per fare una battuta, invece sono veri dialoghi del film in italiano. Chi non ha mai visto il film (beate le vostre anime innocenti) si starà chiedendo perché lasciare “money” in inglese? Boh. Faceva ridere… suppongo(?).

    Scena di Watto che dice: No money, no ricambi, no niente.

    No money, no ricambi, no niente.

    Non state ridendo? Lo ha detto due volte.
    A dare voce a quello stereotipo volante di Watto, avaro mercante e schiavista, c’è l’eccelso Angelo Maggi che forse ricorderete in altri ruoli come il commissario Winchester dei Simpson oppure come Tom Hanks dell’ultimo decennio. Maggi ci regala un’interpretazione di una comicità pari all’originale e che non necessiterebbe di alcun tipo di no money, no party per farci sorridere. Eppure qualcuno deve averla ritenuta una buona scelta, deve averci trovato una sua logica… una logica che a me sfugge. Mi sfugge il motivo sensato che giustificherebbe la trasformazione di una frase da un inglese standard (“money” parola comune) ad un italiano non standard (“money” come traduzione di “money”).

    Mind tricks don’t work on me. Only money.
    Trucchi di mente non attacca con me, solo money.
    No money, no parts, no deal.
    No money, no ricambi, no niente.

    Se questo modo di esprimersi può andar bene per un tormentone pubblicitario (o tra pretenziosi colleghi d’ufficio del nord Italia) non è certamente un modo di tradurre che può andare bene in un film di questo genere. Per sfizio ho proposto questi dialoghi e la loro traduzione alla linguista Licia Corbolante di Terminologia etc. senza dirle però da dove venissero. È stata molto significativa la sua risposta:

    Non ha minimamente senso, ma che film è? Traduzione in crowdsourcing?

    Licia Corbolante

    Non credo che la battuta successiva potrà farle cambiare idea, quando Watto propone di dividere la vincita… “fifty-fifty”.

    Watto che dice "no money, no party"

    Questa battuta non era nel film ma ci manca poco

    Forse però sto sbagliando tutto e sto giudicando questo adattamento in un’ottica completamente errata. Sto considerando La Minaccia Fantasma come un qualsiasi film del 1999. Il suo è sì un adattamento pieno di insensatezze e stupidaggini ma forse è proprio l’adattamento che si merita, il più adeguato a ciò che vediamo scorrere davanti ai nostri occhi!
    Perché quando Jar Jar Binks si piega in avanti verso il culo del diplodoco e quest’ultimo gli scoreggia in faccia, perché mai dovremmo dire che è il doppiaggio a sbagliare nell’aggiungere la battuta “cacche puzza” (assente invece in inglese)? Simili licenze artistiche sono forse da considerare errore o sono perfettamente in linea con ciò che passa sullo schermo?

    Jar Jar Binks che odora una scoreggia

    “Cacche puzza!”

    A questo punto ho cambiato idea. Mi scuso per averne analizzato l’adattamento come se fosse l’adattamento di un film normale, per un attimo mi ero dimenticato che stiamo parlando di un film scritto nel fine settimana che include un personaggio chiave per la storia… no, ma che dico, UN INTERO POPOLO DI GUERRIERI (!) che parlano come bambini di 6 anni! Vi rendete conto dunque che l’adattamento italiano di questo film, così com’è, errori, scemenze e tutto, è l’unico adattamento possibile.

    Gungan che dice "ora ci fanno bua" in una scena di Star Wars episodio 1 la minaccia fantasma

    “ora ci fanno bua”

    Vi starete chiedendo… e allora quelle battute non in linea con i precedenti doppiaggi?
    Sicuramente un tocco di genio! Così non rischiamo di confonderci le idee e riusciamo da subito a separare anche a prima vista i film belli da quelli scemi (suggerimento per riconoscerli subito: quelli scemi sono nati con titolo in inglese).

    Scena di Star Wars episodio 1 la minaccia fantasma. Jar Jar Binks e Boss Nass

    “Jar Jar porta nu e di Naboo together.”

    E allora mi direte: e quel Palpatine pronunciato Palpatain invece che Palpatin?
    Filologicamente accurato! Secondo quanto si dice, Lucas avrebbe ammesso che l’ispirazione per quel nome venne dal film Taxi Driver del suo “amico” Martin Scorsese (con Marcia Lucas al montaggio) dove il personaggio del candidato alla presidenza si chiama Charles Palantine (pronunciato “pàlantain”). Il nome del senatore Palpatine della saga di Guerre Stellari spuntò fuori per la prima volta lo stesso anno di Taxi Driver, nella novelization di Guerre Stellari scritta da Alan Dean Foster nel 1976, basata sugli appunti che gli passava Lucas.
    E allora quelle parole in inglese infilate quasi a caso nell’adattamento italiano?
    Non usate a caso, bensì con cognizione di causa! Sono un omaggio ai doppiaggi dei film di Mel Brooks. Ricordate il “of course? Di corsa!” da La pazza storia del mondo? Stessa cosa. L’unica differenza tra i due registi è che Brooks non aveva mai messo tante battute sulla cacca e sulle scoregge in un solo film…

    Jar Jar Binks pesta la merda

    “Cacche cac-che schifo!”

    …ma soprattutto Brooks non avrebbe mai immaginato che Lucas stesso potesse batterlo in demenzialità. A Brooks rimane solo la consolazione di aver ridicolizzato la saga con più largo anticipo.

    Anakin Skywalker concepito dai midichlorian

    La reazione di tutti noi al cinema.

    Quindi a ben pensare è il miglior adattamento di tutta la trilogia prequel. Un adattamento pieno di scemenze per un film pieno di scemenze. Ciucciatevelo così com’è.
    Concludo con la mia nuova citazione preferita riguardo a La minaccia fantasma.
    Commento di Licia Corbolante sull'adattamento di Star Wars Episodio 1 la minaccia fantasma

    Link attinenti


    ______

  • "Nome in codice? Rogue Uno" – L’adattamento italiano di Rogue One

    rogueone_logo
    La cosa più liberatoria dello sbattersene di come dagli anni 2000 espandano una trilogia iniziata alla fine degli anni ’70 e finita agli inizi degli anni ’80 è che si comincia anche a fregarsene della qualità dell’adattamento italiano e del doppiaggio. Ed eccoci qui a parlare dell’ennesimo “Star Wars” della Disney.
    C’è poco da girarci intorno, anche Rogue One prosegue lo stesso adattamento italiano che avevamo già trovato in Episodio VII… i nomi che compaiono nei titoli di coda sono infatti sempre quelli ma se avevo fatto un lungo articolo in merito a Star Wars 7 – Il Risveglio della Forza e al suo adattamento “da videogioco”, non credo che Rogue One meriti la stessa energia.

    Adattare senza adattare, a Disney Story

    I problemi sono sempre gli stessi: in una saga in cui si aggiungono sempre più episodi che vanno a disporsi prima e dopo gli eventi di quei tre film su cui si regge tutta questa baracca e in cui è palese lo sforzo da parte degli attuali possessori dei diritti nel cercare di realizzare nuovi film che si integrino senza soluzione di continuità con quelli girati quasi 40 anni fa, è curioso che la stessa attenzione non venga data anche ai dialoghi tradotti.

    Già con Episodio III ci fu un veto aziendale sull’opzione, per altro intelligente, suggerita dal direttore di doppiaggio (Francesco Vairano) di aggiungere una piccola battuta in cui si ordinava il cambio di matricola dei due famosi droidi, così da unificare anche nel doppiaggio italiano due trilogie già di per sé difficili da percepire come un tutt’uno. Ma evidentemente all’epoca i piani erano altri, la Lucasfilm nella prima metà degli anni 2000 già bramava di far ridoppiare la trilogia classica così da riprendere pienamente in mano le redini di un universo fatto soprattutto di nomi stampati su confezioni di giocattoli e prodotti videoludici da localizzare grazie all’ausilio rapidi e quindi economici sistemi automatizzati, croce e delizia dei traduttori professionisti.

    I marchi registrati hanno la precedenza sulla traduzione

    Quando i titoli dei film diventano marchi registrati e quando i nomi dei personaggi sono poco più che loghi intorno ai quali tradurre dialoghi in centinaia di altre lingue, così da semplificare la vita a chi si occupa di tradurre per i mercati esteri milioni di prodotti di consumo, è chiaro che si semplifica tanto la vita anche agli strateghi del marketing di un’azienda multimilionaria… ieri la Lucasfilm post-1997, oggi la Disney, la quale già da decenni ci propina nomi come Aladdin ed Hercules (e più recentemente Rapunzel) in quanto marchi registrati di un vasto franchising e non per via di qualche contorta aspirazione didattica mirata ad insegnare l’inglese all’estero, né tanto meno per uno zelante rispetto artistico verso la scelta dell’autore nella creazione dei suoi personaggi, come qualcuno ingenuamente potrebbe credere.

    Scena di Rogue One: A Star Wars Story, con Donnie Yen che impugna un bastone circondato da soldati imperiali. La vignetta fa dire a Donnie Yen: ora iniziano le mazzate. Il soldato risponde: posa il bastone, Evit. Sei vecchio.
    Se questo mese, come è capitato di fare a me, andaste al cinema in Spagna ad esempio, ci trovereste un film dallo spiccato senso artistico non appartenente al genere “di questo ne facciamo sequel fino al 2046”, come ad esempio Arrival di Villeneuve. Film simili vengono ancora distribuiti con titoli tradotti (La Llegada) mentre Star Wars sarà Star Wars ovunque, in Spagna come in Italia, come in Turchia… né più né meno come per i McDonald’s.
    Anche il nuovo McRogueOne arriva in Italia con gli ingredienti già assaggiati nel doppiaggio di Episodio VII diretto da Cosolo: “Veider” non ve lo toglie più nessuno e poco importa se quando li andrete a guardare in ordine “cronologico” (Ep.1⇒Ep.9) vi ritroverete il Fener di Episodio III seguito da “Veider” in Rogue One, poi si ritorna a Fener della trilogia classica (4⇒6) ed infine di nuovo “Veider” nella trilogia Disney (7⇒9, si presume che anche i futuri episodi 8 e 9 cadranno nella trappola dei nomi originali a tutti i costi).

    Ma se, come sembra, l’unica preoccupazione è quella di riportare i nomi alla sacralità dell’originale allora, forse, cara Disney, sarebbe il caso di ridoppiare proprio tutto, dal 1977 al 2005, e togliersi il pensiero. Pensate che ne sarei contrario? Io attendo quel giorno più di qualsiasi altro, sarà il giorno del vero trionfo! Così anche nei vecchi film, in cambio della correzione di un paio di errori storici (rimando a futura data l’analisi degli adattamenti della trilogia classica), potremo finalmente goderci le più deliziose perle del peggior inglesorum che va di moda in questi anni: via quindi i folgoratori, o fulminatori che dir si voglia, e ben vengano i blaster, perché la giustificazione degli sprovveduti è che così già viene riportato da tanti anni in dozzine di videogiochi derivativi e che ormai i fan “ci sono abituati”… un modo di pensare l’adattamento (e persino la propria lingua) che è proprio delle menti più piccole.

    Scena da Rogue One dove compare una giovane Mon Mothma, nascosto in secondo piano c'è un anziano con la barba che rappresenta Evit l'autore di questo articolo

    Evit è evidenziato da un cerchio rosso.

    Ben vengano (sono ironico) gli Star Destroyer al posto dei “caccia stellari”, abbreviativo di “cacciatorpediniere” ovviamente, altra definizione che sentiamo nella trilogia classica. In Rogue One si opta per menzionare il marchio registrato invece di proporre alcun adattamento, così dopo aver visto il film potrete ordinare a colpo sicuro i giocattoli su Amazon senza il rischio di confondere un caccia monoposto della ribellione con un caccia(torpediniere) stellare dell’impero. Un gran bel vantaggio.

    È esemplare come su Wikipedia Italia qualcuno ci renda partecipi della sua ignoranza quando scrive impunemente:

    Star Destroyer: nel doppiaggio italiano chiamato “Caccia Stellare” o “Torpediniera Stellare”, sebbene la traduzione letterale sia “Distruttore Stellare”.

    Star Destroyer descritto su Wikipedia come Distruttore stellare

    ad imperitura memoria

    Come se “distruttore stellare” fosse la traduzione corretta, alla lettera! Alla lettera un bel cavolo, “destroyer” in inglese è una classe di navi che in italiano si traduce proprio, manco a dirlo, come cacciatorpediniere. E qui riciclo una mia vecchia battuta, consentitemelo… quella del volete raccontarla proprio a De Leonardis (dialoghista della vecchia trilogia) che prima di diventare adattatore aveva studiato all’Accademia Navale per seguire le orme del padre ammiraglio? Se vi sembra che dire “cacciatorpediniere” sia un italiano un po’ da pezzenti e che non c’entri molto con l’avventura spaziale di Guerre Stellari o che travisi il significato originale, consiglio a voi e ai più ferventi curatori di pagine di Star Wars su Wikipedia di non frenare la vostra voglia di approfondire la conoscenza della lingua inglese (se di voglia ne avete) fermandovi alla superficialità del “so l’inglese perché gioco ai videogiochi e guardo film sottotitolati da quando avevo tot anni” perché potreste scoprire di credere di sapere bene una seconda lingua ma di dare molto per scontato, è così che si giunge alla mentalità di subalternità culturale di chi pensa che in inglese è tutto più “cool” e alle figure di merda su Wikipedia.

    A chi vende McRogueOne andrà certamente bene che Star Destroyer rimanga invariato anche in italiano, serve così una doppia funzione: facilita operazioni di marketing su scala globale e in più, per le piccole menti italiche che pensano di sapere la lingua inglese, suona come un DISTRUTTORE DI STELLE, vuoi mettere? Molto più imponente! Molto più cool.

    Gag di Guzzanti nei panni della presentatrice Fulvia che dice: distruttori di stelle, su rieducational channel.

    Adattare senza coerenza, a Disney Story

    Inutile dunque aspettarsi che l’adattamento di Rogue One nella nostra lingua da subumani possa proporre una traduzione per quella corvetta “hammerhead”, qualsiasi traduzione risulterebbe troppo… “pizza e mandolino”, secondo alcuni. Anzi, a ben pensarci, perché nel doppiaggio si parla di “corvetta”? Non dovrebbe essere anche quella all’inglese, “corvette”? Se il cacciatorpediniere rimane “destroyer” non si capisce perché altre classi di navi si debbano tradurre, ma del resto parliamo di adattamenti Disney-Cosolo e abbiamo già visto che non brillano per coerenza interna. Forse della corvetta non ci sono dei giocattoli in vendita quindi non c’era bisogno di lasciarla in inglese? Oppure si è voluto tradurla perché corvette ricordava troppo un’automobile? Eppure non dovrebbe essere un problema quando poi si fa credere che un destroyer possa essere un DISTRUTTORE.

    Ma è rincuorante sapere che nell’adattamento per il cinema si continua a preferire una coerenza con i videogiochi e le serie animate, piuttosto che con gli altri titoli con cui questi film dovrebbero integrarsi.

    CGI Tarkin is not amused, meme. Rogue One

    Questa battuta ve la traducete da soli.

     

    Le tanto lamentate voci nel doppiaggio di Rogue One

    Parlando solo brevemente del doppiaggio e della scelta delle voci, è curioso leggere una marea di critiche sulle interpretazioni o sulla scelta dei doppiatori, scatenatasi da subito su internet prima ancora di vedere l’originale e quindi non basate su un confronto ma su una sensazione. Per carità, le scelte bislacche ci sono sempre state da quando esiste il doppiaggio e non nego a priori che le lamentele possano essere in parte fondate, ma qui voglio porre una domanda provocatoria: non sarà che la recitazione del doppiatore, se fatta troppo a fotocopia di quella originale, possa essere la causa principale delle sempre più numerose lamentele mosse da subito, all’uscita dalla sala cinematografica, contro il doppiaggio e la scelta dei doppiatori?

    Forse sapete già che, per varie concause (più o meno comprensibili), il doppiaggio italiano moderno tende ad essere una fotocopia (in quanto a espressività e spesso modo di recitare) delle interpretazioni originali (per lo meno di quelle americane). Se questo a molti potrà sembrare un vantaggio incredibile, in realtà porta con sé un grosso problema: l’espressività di altri popoli non è sempre equiparabile alla nostra.
    “Voci assurde… voci tremende…”, esclamazioni elargite un po’ gratuitamente (spesso seguite da un “devo ancora rivederlo in inglese ma…”) che sottolineano come certi modi di recitare di attori di altre culture non siano sempre immediatamente “trasferibili” al modo di recitare italiano, e così a molti spettatori italiani, giustamente, risultano istantaneamente… strani.

    Dunque, siete proprio sicuri che ciò che a pelle vi dà fastidio siano davvero le interpretazioni dei doppiatori quando vi lamentate delle… voci? Io non ne sarei così sicuro. Un doppiatore che fa voci “strane”, oggi, di solito lo fa perché deve imitare ciò che ha sentito nel film in lingua originale, non c’è né tempo né l’intenzione di fare in altro modo e di reinterpretare più di tanto. Se proprio volete lamentarvi subito di qualcosa quando uscite dal cinema allora consiglio piuttosto di lanciarvi contro la pratica di proporre la fotocopia di recitazioni estere che non sempre viene accettata dalle nostre orecchie perché proviene da una cultura che, globalizzazione e tutto, non ci appartiene.

    Whitaker in Rogue One, la vignetta legge: il cattivo con la voce grassa. Un omaggio a CarlettoFX dei Gem Boy che parlava del cattivo con la voce grossa

    Planet-killer non si traduce come Pianeta killer… e altri ridicoli errori nell’adattamento di Rogue One

    Nome in codice? Rogue Uno (cit.)

    Piccole note positive (ogni tanto arrivano anche quelle), ho sentito nominare una “camera di equilibrio” e, visto l’andazzo, temevo quasi potessero mantenere il termine “airlock”, come successe con Interstellar (uno dei suoi pochi errori). Ma airlock in questo caso non è un marchio registrato e non aveva esigenze di labiale quindi abbiamo avuto il lusso di sentirlo nominare nella nostra lingua. Wow, mi state proprio viziando!

    Le note positive sono poche in realtà, inutile sottolineare i tanti calchi dall’inglese come il “serve una mappa – vuoi che non ne troviamo una per terra? (???), l’espressione sarcastica really? che diventa “davvero?” (quando uno “scherziamo?” sarebbe subito più comprensibile), oppure ancora il “fatelo!” (do it!) del crudele ufficiale imperiale che ordina l’esecuzione sommaria della madre della protagonista (non è spoiler se accade nei primi 90 secondi di film). Dico che è inutile sottolinearli perché cose simili ormai sono all’ordine del giorno, non una peculiarità di questo film in particolare (sebbene qui abbondino più del solito), ma questi due o tre valgono da esempio per tanti altri.

    There is no try, just do it. Meme del video motivazionale di Shia La Beouf che compare a Luke Skywalker come fantasma mentre Luke cerca di sollevare l'X-Wing dalla palude
    Nel film si sentono anche delle frasi familiari come “iniziare ignizione preliminare” e “iniziamo la corsa d’attacco“, frasi prese pari pari dal doppiaggio dell’originale Guerre Stellari del 1977, un simile rispetto delle fonti è quasi comico all’interno di un adattamento come quello di Rogue One (e di Episodio 7 prima di esso) dove vengono meno forse i riferimenti più importanti alla trilogia storica, come il nome di Fener, ma anche i blaster, etc… tutto tranne la Morte Nera però. La Morte Nera, per qualche non ben precisato motivo, può rimanere Morte Nera e non torna ad essere Death Star™, né viene ritradotta più “fedelmente” in Stella della Morte come magari qualche estremista potrebbe esigere. Io propongo Mortestella™, non credo che sfigurerebbe vicino ad altre scelte di adattamento del calibro di “a planet killer” che in Rogue One viene tradotto alla lettera come “un pianeta killer” (e qui forse la parola “distruttore” sarebbe tornata utile per davvero). Non mi resta che da chiedere… a quando “cold” tradotto come “caldo”?

    Certo è facile dire a posteriori che il “pianeta killer” si riferisce alla Morte Nera in quanto piccolo “pianeta” che “uccide”, ma l’originale “planet killer” è un “distruttore di pianeti”, letteralmente un ammazzapianeti e non un “pianeta che ammazza”, tutt’altra cosa. Giusto giusto quelle regole DI BASE dell’inglese che imparano i bambini già dalle elementari insomma, mica chiediamo tanto.

    Scena in Rogue One della Morte Nera che spara il suo raggio della morte sul pianeta Jedha

    Ammazzapianeti-pianetammazza is the new “allacciascarpa-scarpallaccia”

    Ironia a parte, voglio sottolineare che anche “pianeta killer” è comunque funzionale alla trama, è un’alterazione accettabilissima e sicuramente un’ottima scelta sia per il labiale che per i tempi della battuta. Se esagero il tutto è solo per sottolineare quanto sia assurda l’idea stessa di un esasperato rispetto delle fonti a scapito della continuità con un precedente film (quello del 1977) che cronologicamente si pone CINQUE MINUTI DOPO gli eventi di questo Rogue One… quando poi senza criterio si può decidere di ignorare il “sacro testo originale” dicendo ad esempio “un pianeta killer” oppure preservando il nome “Morte Nera” mentre tutti gli altri nomi sono già stati riformati.

    Inoltre è detestabile la svolta anglofona che ha preso l’adattamento della serie da quando è in mano a Cosolo/Disney, un adattamento che non fa alcuno sforzo di amalgamarsi con i doppiaggi precedenti se non in un paio di “copia e incolla” d’ufficio mentre calca la mano con anglicismi superflui e fuori luogo che già ci era toccato sopportare nel genere western con Django Unchained e che in generale dimostrano un’incapacità di discernere tra forestierismi utili o insostituibili e quelli invece superflui o addirittura dannosi nel contesto dell’opera che si traduce/adatta.
    Comunque, da colui che in un western ha il coraggio di proporre “wanted, dead or alive” tradotto alla lettera come “wanted, morto o vivo”,  non risulta difficile pensare che possa aver realmente considerato “un pianeta killer” come la giusta traduzione di “a planet killer”, ma chi può dirlo. Del resto, ho già fornito io stesso un’ottima scusa per salvare la dignità di quella scelta… una critica più magnanima di questa non credo ci possa essere, sarà il periodo di Natale che mi addolcisce.

    Chiudo con una frase di questo Rogue One che trovo molto ironica nel contesto di questo adattamento scriteriato e allo stesso tempo molto significativa:

    “La chiamiamo La Morte Nera, non c’è nome migliore”

    Obama mic-drop meme

    BUON 2017

  • Post Scriptum su Star Wars: quando le mie battute più stupide diventano triste realtà

    potrebbe piovere

    Mi fanno notare come nel 2014 feci una stupida battuta che due giorni fa si è tristemente trasformata in realtà con l’uscita italiana di Star Wars VII – Il Risveglio della Forza (di cui ho ampiamente discusso in questo precedente articolo).
    Nel maggio 2014, all’interno dell’articolo sull’adattamento di Batman (1989) scrissi queste profetiche parole:

    _________________________________________

       Nel 1984 il direttore di doppiaggio Mario Maldesi perse il suo collaboratore di lunga data, Roberto De Leonardis, il quale, per decenni, aveva adattato i dialoghi dall’inglese all’italiano, regalandoci lavori di classe così ben fatti da risultare difficile anche soltanto indovinare le battute originali in inglese. Sì perché, come mi è capitato di spiegare di recente, quando, nel sentire le frasi di un film doppiato, risulta facile immaginarsi la battuta originale in inglese allora potete stare sicuri che chi si è occupato dell’adattamento si è limitato a tradurre i dialoghi piuttosto che ad adattarliper il pubblico italiano.
    Difatti, sfido chiunque non abbia mai visto Guerre Stellari (1977) in lingua originale ad ascoltare questa frase doppiata:

    È la spada laser di tuo padre. Questa è l’arma dei cavalieri Jedi. Non è goffa o erratica come un fulminatore.

    …ed indovinare quale fosse la battuta originale! Quali parole tradurranno “goffa”, “erratica” o persino “spada laser”? Laser sword? Erratic?
    La frase originale era:

    Your father’s lightsaber. This is the weapon of a Jedi Knight. Not as clumsy or random as a blaster.

    e se dovessimo immaginarla tradotta oggi, nel 2014, allo stesso modo in cui doppiano cose brutte come Captain America 2, avreste certamente udito cose tipo:

    È la lightsaber di tuo padre. Questa è l’arma di un cavaliere Jedi. Non è brutta o imprecisa come un blaster.”

     
    jurasicparkreview-01

  • L'adattamento di "Star Wars – Il Risveglio della Forza" è goffo e erratico come un blaster!

     

    Risvegli

    Non ho mai avuto contatti con Carlo Cosolo, autore dei dialoghi italiani e della direzione del doppiaggio di questo nuovo film di “Star Wars”, quindi premetto di non sapere con certezza cosa (o chi) abbia influenzato l’adattamento di questo Episodio VII, tuttavia è logico che chi firma dialoghi e direzione doppiaggio finisca in qualche modo per essere la persona contro cui puntare un eventuale dito.

    E dito dovrà essere puntato per questo Risveglio della Forza.

    poster il risveglio della forza

    Guarda quanti colori!


    Non parlerò della trama né delle mie impressioni del film (di quello forse arriverà un video), qui tratterò unicamente dell’adattamento italiano, come da tradizione del blog. Vi chiederete: qual è l’entità del danno?
    Iniziamo da lontano.
    lukeguerrestellari
    Tanti anni fa c’era Guerre Stellari e c’era un suo adattamento a cura di De Leonardis e Maldesi, due che intesero subito che l’opera di Lucas non fosse mera fantascienza, non parlava del futuro dell’umanità, bensì che si trattasse di un fantasy con ambientazione spaziale. Del resto, il “tanto tempo fa…” chiarisce dai primi secondi del film il tono favolistico della storia.
    I due si apprestarono ad “adattare” (tenete ben presente questa parola) questa opera né più e né meno come si adattano i prodotti del genere fantasy, e quindi con alcuni nomi che rimangono in originale, alcuni nomi che vengono alterati e, perché no, a volte anche italianizzati: pensate a Pipino del Signore degli Anelli. Bene, se non vi dà fastidio quello non può darvi fastidio nemmeno Leila al posto di Leia; se non vi ha fatto infuriare Grampasso al posto di Strider, sempre nel Signore degli Anelli, non può farvi infuriare neppure C1-P8 al posto di R2D2… gli esempi potrebbero andare avanti virtualmente all’infinito e non solo limitati al Signore degli Anelli, è così per qualsiasi favola e racconto fantasy. Potremmo fare lo stesso discorso con Biancaneve e i sette nani.
    È possibile dibattere fino alla nausea di questa tematica ma il succo della questione è questo: se il fantasy lo si guarda o lo si legge in italiano bisogna saper accettare una certa “fantasia” anche nell’alterazione dei nomi, alterazione che ha sempre uno scopo, quello di rispecchiare il più possibile l’effetto che il suono di certi nomi ha sulla mente dello spettatore. Se R2 in inglese si pronuncia “artoo” (artù), questo aiuta, quasi in maniera vezzeggiativa, a far adorare il personaggio, un robot la cui matricola pronunciata ad alta voce sembra quasi un simpatico nome, è quasi “arturo”, che carino. Se R2 lo pronunciamo in italiano rimane ERRE DUE che non ha alcun impatto emotivo, al contrario invece della scelta di De Leonardis/Maldesi di rinominarlo C1 (ciuno), che poi ritorna in scene come “Artoo-Detoo! It’s you! It’s you!” che diventava “Ciuno? Ci-uno pi-otto, stai bene! Non sei rotto!” mantenendo la rima e l’emozione.
    L’alterazione del nome porta lo stesso effetto emotivo allo spettatore americano che lo chiama Artù e a quello italiano che lo chiamerà Ciuno, simpatia verso il personaggio. Se prendete il Signore degli Anelli troverete una lista molto più lunga di esempi simili che, mi pare, nessuno abbia mai contestato, né per il libro né tanto meno per il film.
    Yavin_base_briefing_room
    Voler controbattere questo concetto vuol dire essere in antagonismo con l’intero concetto di adattamento nel doppiaggio in generale (che è pur sempre una rispettabile scelta individuale se fatta con coerenza) e, come dico spesso, chi ha modo di guardarsi i film in lingua originale è SEMPRE invitato a farlo.
    Io che non so una parola di tedesco, ahimè, non potrò mai venire a sapere della gioia infinita che si prova leggendo (e guardando) La Storia Infinita in tedesco (forse dovrei chiamarla Die unendliche Geschichte), così da poter scoprire i veri nomi di tutti i personaggi così come furono originariamente concepiti e con le loro intrinseche implicazioni emotive date dalla scelta lessicale di ciascuno di essi!

    Insomma, se sapete una lingua straniera a livello madrelingua e non vi importa niente delle versioni italiane, è lecito dare per scontato che non vi importi neanche di lottare contro questa o quella scelta di adattamento italiana. “In inglese è meglio” non dovrebbe essere neanche un’argomentazione da presentare quando si parla di doppiaggio, adattamento, etc… .
    Fatte queste dovute precisazioni, torniamo a noi, a Guerre Stellari e al nuovo Star Wars.
    niennunb
    La cosa più grave che si poteva fare con la nuova serie è quella di alterare i nomi di personaggi stranoti. Ebbene sì, è stato fatto e voglio tirare anche a indovinare sui possibili motivi di questa operazione:
    1) cedere alle richieste dei fan più chiassosi “sull’internet”, quelli che aprono gruppi Facebook su gruppi Facebook richiedendo che i nomi non vengano cambiati perché l’originale è mejio (ma che poi senza l’ausilio dei sottotitoli non riescono neanche a seguire un film in lingua originale);
    2) cedere alle richieste della Disney che così risparmierà $3 l’anno in inchiostro grazie alla rimozione di quella seconda “L” dalle confezioni dell’action figure di Leila.
    3) o possibilmente entrambi, cioè che sia la Disney stessa ad essere stata influenzata dai soliti percentili chiassosi che si danno tanto da fare su internet per lamentarsi di cose che percepiscono come sbagliate, ognuno poi a modo suo, senza molto criterio, senza una base culturale alle spalle e, spesso, senza neanche una buona conoscenza della lingua inglese (necessitare di sottotitoli in inglese per capire tutto ciò che viene detto nel film in lingua originale, mi dispiace ma non qualifica come “buona conoscenza della lingua”).
    Non so cosa spinga ad alterare parzialmente l’adattamento del seguito di una serie storica, di cui fan conoscono il nome di ciascun personaggio, oggetto, concetto e creatura aliena a memoria! Fatto sta che siamo in presenza di un adattamento inconsistente, a volte inesistente, a tratti direi demenziale. È giunta l’ora di tirare fuori un’abusata gif animata, perché vi potrebbe tornare utile più e più volte. O forse è solo come mi sento io, sapete che tendo ad esagerare…
    Darth-Vader-gif
     

    Le NON traduzioni e i NON adattamenti

    Cosa può portare a pensare che “blaster” possa essere lasciato in lingua inglese? Cosa può mai indicare la parola “blaster” ad un generico pubblico italiano? Una sabbiatrice forse? Certamente niente di più che “quella specifica arma che appare in Star Wars“?
    La parola è introdotta con la frase…

    Sottoponi il tuo blaster a ispezione.

    …aprendo così la strada ad una sequela di “sai sparare? – Blaster soltanto.” e “porte anti-blaster“.
    La parola in sé, in originale, indica qualcosa “che spara”. To blast away vuol dire spazzar via, tanto per capirci. È una parola piuttosto forte. Un americano che sente chiamare un arma laser come “blaster”, gli associa subito concetti ben precisi e familiari. In italiano, nel 1977, si optò per tradurlo con “fulminatore” (o in alcuni casi “folgoratore”).

    “Non è goffa o erratica come un fulminatore… è elegante invece, per tempi più civilizzati.”

    Obi Wan, 1977

    Che vi piaccia o no la scelta lessicale di “fulminatore” o “folgoratore” (io la trovo perfetta), possiamo in ogni caso affermare che di scelta lessicale si tratta! La parola “blaster” non porta alcun concetto alla mente dello spettatore italiano, come invece la porta al pubblico americano, per questo motivo non si tratta di un adattamento… e non è neanche una traduzione! Non è niente. È una non-traduzione.

    I nomi

    Come accennavo e come forse molti di voi già sapranno, i nomi di questo Risveglio della Forza sono stati lasciati in inglese ignorando lo storico adattamento. Quindi Ian resta Han, Leila resta Leia, C1-P8 resta ERRE-DUE DI-DUE, etc, etc…
    I droidi li avevamo già trovati nella nuova trilogia (episodi I-III) con i nomi originali e tutti si aspettavano che il direttore di doppiaggio e dell’adattamento inserisse una frase del tipo “cancella la memoria e cambia la matricola a questi droidi” sul finale di Episodio III, cosa che era effettivamente nelle intenzioni del direttore di doppaggio Francesco Vairano e che non gli fu permesso dalla Lucasfilm la quale, suppongo, all’epoca già progettava di ridoppiare i vecchi film, tanto per dimostrare ulteriormente quanto poco rispetto Lucas abbia per i suoi stessi film (e lo si era già capito dalle demenziali alterazioni introdotte negli anni dallo zio Jorge).
    Quindi cerchiamo di capire la logica di questo adattamento… Han, Leia ed il più bello di tutti, Dart VEIDER (un nuovo personaggio?), sono pronunciati all’inglese e le sigle (R2D2 etc) rimangono quelle originali (pronunciate logicamente in italiano). Fin qui vi seguo. Blaster abbiamo detto che rimane blaster perché gnegné… Poi però arrivano i Wookie che mi pronunciate uòki come nella trilogia storica e non wùki all’inglese? Le “razze” dunque rimangono con la pronuncia del vecchio adattamento. Quelle si adattano e i nomi no? Mmh, OK… però Chewbacca rimane all’italiana? Sono un tantino confuso.

    Vader_Lando

    C’è una logica nella scelta di adattamento o si procede a caso? Quello che piace in inglese rimane in inglese, quello che piace meno si adatta? Blaster è più cool?
    A questo punto sono stato quasi sorpreso nello scoprire che Stormtrooper sia stato lasciato come “assaltatore”, che gli X-Wing siano rimasti “Ala-X” (non era tra le traduzioni più lamentate dagli sciocchi?), che Chewbecca sia pronunciato come nella vecchia trilogia (dov’è la coerenza nel “Veider” sì ma “Ciubàca”/”Ciùwi” no?) e che The Death Star sia rimasta La Morte Nera. Sono venute meno le palle sul momento di cambiare Death Star in qualche nuovo abominio (Stella della Morte?) oppure quando si era paventata l’opzione di lasciarla direttamente in inglese? Blaster è meglio in originale ma Death Star no? Com’è che Death Star va bene tradurla Morte Nera? Perché “nera” poi? Che c’entra il nero? Non era grigia? (le mie domande sono volutamente provocatorie e ironiche, per chi non mi conoscesse).
    Del resto, della coerenza nei riferimenti ai precedenti film a chi potrà importare? Se Dart Fener diventa Darth “Veider” tra una trilogia e un’altra, a chi importerà mai? I tempi erano proprio maturi per lanciarsi nella traduzione di The Death Star come La Stella della Morte o, ancora meglio, lasciarla in inglese… MUAHAHAWANAGANA!!!

    Altre traduzioni dubbie

    Per coronare questa torta di incoerente diarrea, la ciliegina arriva anche con un paio di termini di per sé accettabili in una normale traduzione di un normale film ma non in un fantasy, per quanto tecnologico e “spaziale”. Parlo di quando C3PO, ehm, scusate, D3BO fa riferimento ad un backup quando dicenel suo backup. [C’era anche un qualche “iperscan a indicator termico” ma questa la dovrò verificare con esattezza.]
    Quelli che mi conoscono già stanno alzando gli occhi al cielo fino a mostrare solo la sclera (attenti che poi passa l’angelo e dice “Amen”).
    LO SO che backup fa parte dell’italiano noto a tutti, ma la trovo un tantino dubbia come scelta lessicale per un film che prosegue una trilogia adattata negli anni ’70-’80. L’italiano evolve, certo, ma a poco vale questa giustificazione quando vi andrete a fare una maratona dove non solo i nomi cambiano nel corso della storia, ma anche il lessico usato. E non è che i vecchi film abbiano un italiano degli anni ’30 da giustificarne un radicale rinnovamento.
    Questa è una lamentela minima, non volevo neanche portarla in tavola perché È NIENTE rispetto a ciò che viene dopo…
    Star-Wars-The-Force-Awakens-trailer-screenshots-3
    Sempre parlando di droidi, mi domando come si sia classificato il nuovo droide rotolante BB-8. Che abbia raggiunto la serie A o sia rimasto in B? Quando la pseudo-protagonista gli dice “ah, sei classificato” forse alludeva al fatto che anche i robot sono stati classificati nei taxa di un Linneo galattico? Oppure il robottino si era classificato terzo nel campionato regionale di pispola a bocca da richiamo?
    Certamente non sarà stata la traduzione del termine inglese “classified“, vero? Perché nessuno può essere così ignorante in un film di tale entità, nessuno!
    Classified = classificato fa scattare il…
    Darth-Vader-gif
    Visto che sarebbe tornata utile questa gif animata?
    A chi già vorrebbe correre a dirmi che “classificato” lo usa anche il nostro governo a livello ufficiale consiglio di leggere questo articolo della linguista Licia Corbolante che spiega bene l’uso contestualizzato di “classificato” come traduzione di “classified” e la distinzione tra parola e termine, che non sembra essere chiara a tutti. L’uso che se ne fa in questo film lo pone alla stregua di un “falso amico”, un brutto calco dall’inglese. La sola presenza nel dizionario di “classificato” come traduzione di “classified” di per sé non basta ad eleggerla automaticamente a scelta ideale. Saper contestualizzare è essenziale nel lavoro di traduzione e adattamento.
    In breve, un adattamento che lascia il tempo che trova… così come il film stesso.
    lucascorna

    _____________________

    Conclusione (il rimbambito ha quasi finito di blaterare)

    Alle chiassose minoranze, ai percentili, mi congratulo con voi! Sarete felici finalmente di sentire Dart Fener “finalmente” pronunciato Dart Veider nel doppiaggio italiano. Il coronamento di un sogno malato di chi non si decide a imparare l’inglese ma non si decide neanche a rinunciare al doppiaggio italiano, bensì persevera nell’esigere traduzioni che non sono traduzioni, doppiaggi che non sono doppiaggi e adattamenti privi di una coerenza interna, adattamenti insomma che non adattano un bel niente… perché, tanto, il film è mejio in inglese (coi sottotitoli).

    ______________________

    yourfather

    _____________________________
    Altri articoli che potrebbero interessarvi
    Doppiaggi Italioti presenta l’originale Guerre Stellari
    Tutte le curiosità sul doppiaggio della vecchia saga
    Nome in codice? Rogue Uno – L’adattamento italiano di Rogue One

  • Tutte le curiosità sul doppiaggio della vecchia saga di Guerre Stellari


    Siete tra quelli che si lamentano che in italiano Darth Vader è stato cambiato in Dart Fener? Allora distogliete subitaneamente il vostro sguardo da questo articolo! Il cambiamento di Darth Vader in Dart Fener non è un errore di traduzione, si tratta invece di “adattamento coi fiocchi”. Ma in questo articolo non vi parlerò del lavoro di adattamento di Guerre Stellari che, salvo pochissime eccezioni, trovo ottimo, come del resto ho già espresso in passato.
    Voglio invece condividere con voi una serie di curiosità, generalmente poco note, riguardo al doppiaggio e all’adattamento della saga di Guerre Stellari che, insieme a molte altre curiosità generali, ritroverete nel disco bonus del progetto di preservazione della trilogia originale attualmente in lavorazione. Godetevi dunque queste chicche in anteprima.

    GUERRE STELLARI (1977)

    Lo scrittore nell’ombra

    La “novellizzazione” del film (ovvero l’adattamento del film nella forma di romanzo), pubblicata in Italia nel 1978 da Oscar Mondadori, fu scritta da Alan Dean Foster nonostante la firma sulla copertina sia del megalomane George Lucas.
    L’adattamento italiano del romanzo differisce per molti versi da quello del film: vengono mantenuti per esempio i nomi originali dei personaggi mentre altri tipi di nomi (navi, civiltà etc…) hanno traduzioni alternative come ad esempio “sand people” che nel film veniva tradotto come “sabbipodi” e nel libro come “insabbiati” oppure traduzioni superflue come la nave di Ian Solo che nel libro si chiama “Falcone Millennario” (doppia elle, doppia enne). Non sto scherzando, ho il libro alla mano! Ma di questo avevo già parlato in dettaglio in questo precedente articolo.

    Guerre Stellari

    Le dita che compaiono nella foto sono proprio le mie, come mio è il libro.


    Un modesto inizio

    1976

    Salve, sono la star di un nuovo film dove interpreto un contadino


     
    Convention 1976

    La scritta “FILMS SUPER 8” e il cartello NO SMOKING ci ricordano che siamo negli anni ’70


    Al Comic-con di San Diego nel 1976 uno sconosciuto Mark Hamill ed un modesto tavolino con volantini e qualche spilla pubblicizzavano un film in arrivo l’anno seguente, un film chiamato “Star Wars“. Il logo che appariva sulle spille era ancora provvisorio ed in uno stile anni ’30, come il Flash Gordon a cui si ispirava, così come provvisrio era il poster in vendita al banco. Il poster era opera dall’artista Howard Chaykin.
    Anche in Italia abbiamo avuto delle locandine preliminari con il titolo provvisorio di “Guerre delle stelle” (un po’ come il titolo che ha poi assunto in Francia). Ne avevo una rara foto, purtroppo perduta nei meandri dei miei hard disk, quindi lascio quest’ultima informazione come leggenda non verificata.


    Che lo sforzo sia con voi

    Spaceballs
    Esistono tanti ridoppiaggi comici di questo film. Tra i più famosi in Italia (e forse l’unico ben riuscito) c’è Star Whores di CarlettoFX, fondatore della band GemBoy, e i piccoli spezzoni comici dei Nido del Cuculo. Tra le parodie cinematografiche ricordiamo inoltre il film di Mel Brooks “Balle spaziali” (Spaceballs, 1987) nel quale “la Forza” viene ribattezzata “lo Sforzo”, adattando splendidamente l’originale “the Schwartz”.


    Un gruppo di doppiaggio di tutto rispetto

    Tu ridoppi me? TU… RIDOPPI… ME?


    L’adattamento italiano è stato curato da Roberto De Leonardis, mentre il doppiaggio è stato diretto da Mario Maldesi. Le scene aggiunte per l’edizione speciale del 1997, invece, sono state doppiate sotto la direzione di Tonino Accolla.
    Nelle scene aggiunte del ’97 Stefano Satta Flores (deceduto nel 1985) è stato sostituito da Angelo Maggi per Ian Solo mentre Francesco Prando ha sostituito Claudio Capone su Luke Skywalker nonostante Capone fosse ancora vivo e attivo nel 1997.
    Tutte le scene sottotitolate (quelle di Jabba nel primo e terzo film e quelle del cacciatore di taglie Greedo) sono state ritradotte da capo e non riportano le stesse frasi della prima versione uscita al cinema. È facile notare infatti come le risposte di Ian Solo non corrispondano bene alle frasi sottotitolate del cacciatore di taglie e la traduzione per Jabba nel Ritorno dello Jedi è molto più banale, mancando di parole come immaginoso.


    Pronto, ma chi parla?

    Caramellina? Qui “chiodo arrugginito”…

    Nel film sono presenti alcuni errori di doppiaggio, durante l’attacco alla Morte Nera, il personaggio di Davish Krail (Oro Cinque, dei Caccia Ala-Y) è stato scambiato per Garven Dreis (il Capo Rosso dei Caccia Ala-X) e quindi doppiato da Vittorio Congia. Ad un certo punto Krail si rivolge a Dreis affermando di essere “Capo Rosso” e chiamando l’altro “Oro 9”. Quest’ultimo si ritrova ad avere così un altro doppiatore, dopodiché, quando il personaggio di Krail viene tolto di scena, Garven Dreis ritorna a parlare con la voce di Congia (e riafferma a sua volta di essere “Capo Rosso”). Altro errore è stato quello di affidare a due doppiatori diversi il doppiaggio di Jon Vander, il Capo Oro dei Caccia Ala-Y: il primo doppiatore non è noto, mentre il secondo è Sergio Di Giulio, che doppia solo le ultime tre battute del personaggio.

    (Dal sito Antonio Genna)

    Questi errori sono giustificabili dal fatto che, in inglese, alle comunicazioni radio tra i vari caccia è stato aggiunto un disturbo audio tanto caro a Lucas (e molto utilizzato anche nel suo L’Uomo che Fuggì dal Futuro). L’effetto fu ottenuto registrando le conversazioni attraverso radio a onde corte, questo disturbo intenzionale purtroppo non rende sempre ben riconoscibile la voce dei vari interlocutori.
    Nel doppiaggio italiano manca questo effetto sonoro (sostituito probabilmente da una generica “mano sulla bocca”) che quasi sicuramente è all’origine della confusione nel doppiaggio di alcuni attori.


    Sottotitoli problematici

    Sottotitoli originali

    “Miodddddio, negli anni ’70 non sapevano come tradurre l’inglese!!1!! Devo correre a lamentarmene su Bloopers.it”

    Un altro dettaglio che potrebbe essere scambiato per un errore di traduzione compare nella pellicola italiana del 1977 dove Greedo parla di “ogni Bounty Killer della galassia”. Bounty Killer non significa altro che cacciatore di taglie, esiste nel dizionario italiano ed appartiene al lessico cinematografico (e dei fumetti) del genere western. Dato che Guerre Stellari è stato più volte definito come “un western nello spazio” si può intuire il perché di questa scelta. In inglese i sottotitoli leggevano “every bounty hunter in the galaxy“. Strano ma vero, nell’Italia degli anni ’70 dove in pochi conoscevano l’inglese un “bounty hunter” era noto proprio come “Bounty Killer”, come dimostrato per esempio dal titolo di un libro “Se sei vivo, spara! Storie di pistoleri, banditi e bounty killers nel western all’italiana (1942-1998) di Gianfranco Casadio (Angelo Longo Editore, 2008) o da questo cartone animato, oppure ancora da questa copertina di Zagor n°325.
    Questo a dimostrazione che anche ciò che potrebbe sembrare un umano errore dell’inarrivabile Roberto De Leonardis poi alla fine non si rivela mai tale (aspettate solo di leggere l’ultima curiosità in questo articolo e capirete a cosa alludo). Insomma, un altro presunto errore sfatato ancor prima che potesse emergere su siti come Bloopers.it (in pochi hanno visto o ricordano la pellicola originale).
    La traduzione dei sottotitoli fu alterata in tutte le successive riedizioni di Guerre Stellari tranne che nella videocassetta del 1995 dove i sottotitoli non compaiono affatto! Nell’edizione speciale del 1997 invece la nuova traduzione dei sottotitoli non combacia perfettamente con le risposte di Ian Solo.

    [Nota: l’immagine usata sopra proviene dal nostro progetto di preservazione della versione cinematografica di Guerre Stellari in HD, bella vero?]


    Guerre stellari l’audiolibro

    Guerre stellari. La storia, le musiche e le foto originali del film. L’audiolibro in formato 45 giri abbinato ad un book illustrato (Buena Vista, 1980)
    © Foto Cristina Caudano

    Nel gennaio 1980 la Disney (Buena Vista) produsse un audiolibro in formato 45 giri sulla scia del successo della trilogia. Il disco era abbinato ad un libretto con 24 pagine illustrate e riguardanti la trama del film. Il doppiaggio italiano fu affidato però ad una diversa società di doppiaggio, la DEFIS, e da qui i dialoghi furono completamente riadattati (ma non i nomi dei personaggi) e il cast vocale cambiato: Claudio Sorrentino su Luke Skywalker, Mario Bardella su Lord Fener, Laura Gianoli sulla principessa Leila, Dario Penne su Ian Solo (che curiosamente aveva già doppiato Lando Calrissian nel film L’Impero Colpisce Ancora) e infine Antonio Colonnello come voce narrante.


    Guerre stellari: lo show televisivo

    SWHS (2)
    Nel 1978 fu prodotto uno show per la televisione intitolato The Star Wars Holiday Special.
    Questo spettacolino, trasmesso negli Stati Uniti per la prima e unica volta il 17 novembre 1978 dall’emittente statunitense CBS, non è mai stato distribuito in nessun formato e le uniche copie disponibili sono quelle registrate da quell’unica messa in onda. Inutile dire che una cosa così rara non è mai neanche arrivata in Italia.
    La storia principale del film vede come protagonista Ciubecca e Ian Solo in visita su Kashyyyk, pianeta natale di Ciubecca, per celebrare il “Life Day” ovvero “la giornata della vita”, una sorta di “Natale spaziale”. Lo show introduce per la prima volta tre membri della famiglia di Ciubecca (suo padre Attichitcuk, la moglie Mallatobuck o Malla e il figlio Lumpawarrump o Lumpy) e contiene inoltre diversi elementi televisivi, inclusi siparietti comici, canzoni, balli coreografati e uno spezzone animato nel quale viene introdotto per la prima volta il famoso personaggio di Boba Fett.

     Boba Fett Boba Fett

    Uno spettacolo insomma che potrebbe ricordare lo special di natale che giravano nel film S.O.S. Fantasmi con Bill Murray.
    Lucas ha finito con l’odiare questo prodotto televisivo, tanto che è possibile vederlo solo attraverso copie amatoriali registrate all’epoca ed ha affermato che, se solo potesse, distruggerebbe tutte quelle che sono ancora in circolazione.
    Uno sketch comico realizzato per il blog Redlettermedia.com mostra George Lucas (interpretato da Rich Evans) che ad una convention del 2011 acquista tutte le copie dell’Holiday Special per poi distruggerle sistematicamente.

    L’IMPERO COLPISCE ANCORA

    Il piano B di Lucas

    La Gemma di Kaiburr
    Oltre a scrivere la “novellizzazione” di Guerre Stellari, Alan Dean Foster fu allo stesso tempo incaricato di scrivere un secondo romanzo da sfruttare per un eventuale seguito a basso costo di Guerre Stellari, nel caso quest’ultimo fosse andato male al botteghino; tuttavia, alla pubblicazione del libro nel 1978, il successo mondiale del film era già evidente e così la trama del libro fu abbandonata in favore del seguito non a basso costo che piaceva a Lucas.
    La trama del libro si concentra principalmente su Luke e Leila alla ricerca di un cristallo che incrementa i poteri della Forza. Ian Solo e Ciubecca sono soltanto nominati ma non compaiono nella storia, difatti i due pirati spaziali erano originariamente solo personaggi secondari. Le ambientazioni contemplate nella storia erano molto limitate per poter mantenere il budget ai minimi termini e avrebbero previsto il riutilizzo di materiale avanzato dal primo film. Alcuni elementi della storia inoltre si rifanno a concetti di Lucas in seguito abbandonati (come i cristalli che amplificano la Forza) ma ripresi successivamente nel cosiddetto “universo espanso” che comprende i videogiochi, fumetti e romanzi derivativi.


    Il cacciatore senza nome


    Ci avete mai fatto caso? Nel L’Impero Colpisce Ancora nessuno chiama mai il cacciatore di taglie Boba Fett per nome. Si fa riferimento a lui soltanto come “cacciatore di taglie”. Inoltre in molte scene in italiano sembra avere una voce quasi robotica, caratteristica mai presente in inglese. Una caratteristica che nella nostra lingua aumentava inutilmente il mistero sull’identità di questo personaggio… dovevamo forse credere che fosse un robot?


    Tanti interpreti… un solo personaggio

    IMG_0615
    La voce dell’imperatore appartiene all’attore teatrale Clive Revill; il volto, invece, pur coperto da una maschera, è di Elaine Baker, la moglie di un truccatore (come a dire “prendete la prima persona qualsiasi che si trova in sala”).
    Successivamente, nel Ritorno dello Jedi, l’attore scozzese Ian McDiarmid fornì sia la voce (in italiano doppiato da Alvise Battain) che il volto dell’imperatore e ritornò al suo ruolo anche per i “prequel”.
    In italiano la voce dell’ologramma dell’imperatore ne’ L’Impero colpisce ancora si suppone appartenere al doppiatore Roberto Villa e successivamente sostituita, nella versione “ritoccata” del 2004, da Carlo Reali che intanto aveva dato la propria voce a Ian McDiarmid nei primi due prequel.
    Dico “si suppone” perché il nome del doppiatore dell’ologramma dell’imperatore non compare da nessuna parte, ho dunque chiesto ad orecchie esperte. Un ringraziamento per aver riconosciuto Roberto Villa va a “Swann” del blog dvdessential.it. Non troverete questa informazione altrove! È un’esclusiva di doppiaggiitailoti, se la riportate altrove aggiungeteci alle citazioni.

    Riassumendo cronologicamente, nel ruolo dell’imperatore abbiamo:
    Impero Colpisce Ancora (1980)
    Clive Revill (voce)… Roberto Villa (voce italiana)
    Il Ritorno dello Jedi (1983)
    Ian McDiarmid (attore e voce)… Alvise Battain (voce italiana)
    Episodio I (1999)
    Ian McDiarmid (come senat. Palpatine)… Carlo Reali (voce italiana)
    Ian McDiarmid (come Darth Sidious)… Gianni Bonagura (voce italiana)
    [in Italia ci piace dare da mangiare a più persone]
    Episodio II (2002)
    Ian McDiarmid… Carlo Reali (voce italiana sia di Palpatine che di Darth Sidious)
    Impero Colpisce Ancora (scena alternativa dal 2004, in DVD e Bluray)
    Clive Revill (voce)… Claudio Reali (voce italiana)
    Episodio III (2005)
    Ian McDiarmid… Francesco Vairano (voce italiana)


    IL RITORNO DELLO JEDI

    Grammatica Jedi

    Solo per questo episodio è stato cambiato, per questioni di sonorità, l’utilizzo dell’articolo con cui ci si riferisce ai Cavalieri Jedi. Ad esempio “un Jedi” è diventato “uno Jedi”, e anche il titolo del film è passato dall’essere “Il ritorno del Jedi” a “Il ritorno dello Jedi”.

    (Da Antonio Genna)


    Ai bambini piaceranno…

    Non si sa cosa sia peggio… la capigliatura anni ’80 su un infante oppure gli occhi sgranati del pupazzo


    Il successo di Il Ritorno dello Jedi e dei personaggi introdotti nel film, gli Ewok, tra gli spettatori più piccoli ha dato vita a due opere televisive derivative (spin-off) di scarso successo:
    LavventuradegliEwoks

    Ogni allusione al poster del cartone del Signore degli Anelli è puramente casuale


    L’Avventura degli Ewoks (The Ewoks Adventure, USA, 1984)
    e
    Il Ritorno degli Ewoks (Ewoks: The Battle for Endor, USA, 1985)
    Entrambi sono ambientati sulla luna boscosa di Endor, dove si era svolto in larga parte il terzo film della trilogia originale, e sono collocati cronologicamente tra L’Impero colpisce ancora e Il ritorno dello Jedi. Esiste anche una serie a cartoni animati chiamata semplicemente “Ewoks” trasmessa da Rete 4 nel 1987 e pubblicata anche in VHS.


    Un adattamento di classe

    …e, di punto in bianco, Lando Calrissian disse: “sparate a punto in bianco!”


    Durante l’attacco alla Morte Nera Lando Calrissian ordina di sparare sulle astronavi imperiali “a punto in bianco“:

    Sì ho detto più vicino! Accorciate le distanze e sparate sulle torpediniere stellari a punto in bianco.
    (Originale: Yes! I said closer! Move as close as you can and engage those Star Destroyers at point-blank range.)

    Questa battuta è spesso considerata un esempio di cattiva traduzione poiché confusa con il gergale “di punto in bianco” che invece significa “all’improvviso” e non “a distanza ravvicinata”.
    A punto in bianco”, nel gergo militare della balistica, significa proprio a distanza così ravvicinata da non essere necessario prendere la mira, ovvero a bruciapelo. (Fonte Treccani)

    Galeoni che sparano a punto in bianco


    Proprio quando pensavate di aver trovato un errore grave di traduzione ecco che De Leonardis e Maldesi vi cagano in testa… e mi riferisco a colui o coloro che hanno segnalato questo presunto errore sul sito Bloopers.it e ai cani che hanno riportato questa informazione senza le verifiche del caso. Volete raccontarla proprio a De Leonardis che prima di diventare adattatore aveva studiato all’Accademia Navale per seguire le orme del padre ammiraglio? C’è da sparargli a punto in bianco a questi qui!

    roberto de leonardis

  • Arancia Meccanica, fior fiore del doppiaggio

    Scena dal film Arancia Meccanica, i drughi sull'auto da corsa Durango 95
    Non credo esista opera scritta in inglese di più difficile traduzione di Arancia meccanica. Il solo fatto che la fruibilità del film (e del libro) sia eguale in italiano come in inglese è a dimostrazione delle elevatissime potenzialità presenti nel nostro paese. Posso in tutta franchezza dichiarare che Arancia meccanica è un vero rappresentante dell’eccellenza italiana nell’adattamento dei dialoghi, nella recitazione e nella traduzione. Già il libro offrì una sfida probabilmente unica nel suo genere, tradurre uno slang futuristico comprensibile solo per associazione di idee ed immagini mentali. L’adattamento italiano di concetti reconditi e di un dialogo intriso di neologismi frammisti a vocaboli dal russo e dal dialetto londinese “cockney” è semplicemente un’impresa senza pari; un tale sforzo lo si poteva soltanto sperare dai professionisti degli anni ’60 e ’70.

    Arancia meccanica, un doppiaggio molto karasciò

    Un esempio che voglio riportare è l’espressione “real horrorshow” tradotto come “molto karascov”. Entrambi le frasi (nella cultura inglese e italiana rispettivamente) portano alla mente lo stesso concetto, “qualcosa di molto piacevole” (se avessero lasciato horrorshow anche in italiano si avrebbe avuto l’effetto opposto, l’idea di qualcosa di negativo).

    L’espressione deriva dal nadsat, la lingua inventata dall’autore Anthony Burgess e usata dai personaggi del suo romanzo, contenente termini ed espressioni in parte inventate e in parte prese dal russo ma con grafie e pronunce inglesi. Così la parola russa khorosho (buono) diventa in inglese horrorshow e in italiano “karasciò”. In entrambi i casi si tratta di una storpiatura della stessa parola russa, tradurlo direttamente dall’inglese non avrebbe avuto senso e da questo punto di vista il dialoghista italiano (Roberto De Leonardis) ha lavorato molto meglio del traduttore del libro che aveva trasfromato horrorshow in cinebrivido, per quanto affascinante come parola di certo è molto lontana dal reale motivo dietro l’uso di horrorshow. Da questo semplice esempio si capisce che gli autori italiani (il trio Aragno all’edizione italiana, De Leonardis ai dialoghi e Maldesi alla direzione del doppiaggio) siano andati all’origine delle singole parole e non si siano fermati ad una semplice traduzione.

    Titoli di coda di Arancia meccanica da VHS, in cui si legge Riccardo Aragno, dialoghi di Roberto De Leonardis, diretto da Mario Maldesi

    Dalla VHS di Arancia Meccanica, cartelli poi scomparsi dal DVD in poi

    Il “dolce su e giù” invece che “the old in-out in-out” (riferito al rapporto sessuale e inteso come abbreviazione di “the good old in-out”, cioè il buon vecchio su e giù) è un altro piccolissimo esempio. “Il vecchio dentro e fuori” non sarebbe stato altrettanto efficace in italiano, comprensibile forse ma non immediato come in-out è per la lingua inglese.

    Pochi in realtà sono gli adattamenti dello slang, la maggior parte dei termini (specie quelli russi) sono mantenuti tali e quali anche nel doppiaggio italiano. Tutto questo lo dobbiamo al grande Riccardo Aragno (1915-2003), curatore di tutti gli adattamenti italiani dei film di Kubrick, al dialoghista Roberto De Leonardis e agli attori di teatro, diretti da Mario Maldesi, che prestarono la loro voce per il doppiaggio del film.

    Malcom McDowel che ispeziona il vino prima di berlo, da una scena del film Arancia meccanica
    Quando voglio guardare Arancia Meccanica sono sempre indeciso se metterlo in inglese o in italiano. La scelta è a suo modo equivalente e alcune frasi sono addirittura più memorabili in italiano, cito ad esempio soltanto “SON BUONI ALMENO???” che chi ha visto il film ricorderà sicuramente (vedi immagine sopra) e in generale tutti i dialoghi del personaggio dello scrittore, doppiato da Silvio Spaccesi (già doppiatore di Yoda e del cieco in Frankenstein Junior, ma per me memorabile anche per il suo ruolo del mago imbroglione nel film Pacco, doppio pacco e contropaccotto).

    Un peccato però che i graffiti sui muri non abbiano (almeno nel mio DVD) la traduzione sottotitolata. Uno in particolare mi ha fatto sempre ridere: quello che recita “IF IT MOVES KISS IT” riferendosi al pene disegnato sulla figura di un anziano (ironia anglosassone da graffiti, ma forse anche tradotta non farebbe ridere gli italiani).

    Brigadieri inglesi?

    Dopo tanto elogi, non sarei me stesso se non avessi qualcosa da far notare. Una sciocchezza in realtà ma che mi fa sempre sorridere. Nel finale, quando la personalità politica viene a trovare il protagonista all’ospedale chiede all’agente di guardia di uscire un momento.

    Just wait outside for a moment, officer
    Per favore vuole aspettare fuori, brigadiere?

    La cosa che può far ridere oggi è l’uso della parola “brigadiere” invece di un più generico “agente”, cioè di una carica che suona assai poco britannica. Forse nel 1971 il ruolo del piantone in ospedale era riservato esclusivamente ai brigadieri? La scelta non è neanche giustificata dal labiale in quanto i personaggi sono ben lontani dalla cinepresa, quindi ci dev’essere una spiegazione che forse sfugge alle orecchie moderne. Una risposta ce la dà la voce relativa a “Brigadiere” su Wikipedia:

    Fino al 1992 il grado di brigadiere era in uso anche nel disciolto Corpo degli agenti di custodia (ora Corpo di polizia penitenziaria), e fino al 1981 era in uso nel Corpo delle guardie di pubblica sicurezza (ora Polizia di Stato); attualmente i due corpi civili usano la corrispondente qualifica di sovrintendente.

    Nel 1971 quindi “brigadiere” indicava esattamente il ruolo del personaggio a cui viene chiesto di uscire dalla stanza di ospedale dove piantonava Alex.

    Anche quello che poteva sembrare un piccolo errore della versione italiana si rivela invece essere l’ennesima riconferma della cura con la quale è stato adattato il film nella nostra lingua. Certo, sentito oggi quel “brigadiere” lascia un attimo interdetti ma se quest’unica battuta è invecchiata maluccio ma non è certo per colpa degli adattatori. Potrebbe quindi sembrare ma non si tratta di traduzione italiota, Arancia meccanica con il suo doppiaggio rimane un esempio di eccellenza.

    VOTO DOPPIAGGIO: 10 !

    Personaggio dello scrittore dal film Arancia meccanica, in preda a una crisi

  • I Cavalieri Jedi… paladini della matematica

    Guerre Stellari (1977)
    originale

    LUKE: You fought in the Clone Wars?
    BEN: Yes, I was once a Jedi Knight the same as your father.

    versione italiota

    LUKE: Tu hai fatto la Guerra dei Quoti?
    BEN: Sì, una volta io ero un Cavaliere Jedi, come tuo padre.

    Tra tutte le più infelici scelte di doppiaggio, quella “Guerra dei Quoti” in Guerre Stellari (1977) forse è la più famosa e probabilmente la più inaspettata. Guerre Stellari, si sa, ha subito importanti scelte di adattamento nella versione italiana (specialmente nei nomi dei personaggi) allo scopo di rendere all’orecchio italiota lo stesso impatto che il film originale aveva sul pubblico americano, anche nelle sue sfumature meno evidenti; scelte, in ogni caso, giustificatissime… tutte eccetto quella dei Quoti. È pur vero che la genetica moderna era ancora relativamente recente nel ’77 ma la parola “clone” e il concetto di clonazione non erano certo delle novità nel vocabolario italiano.
    Nessuno se ne sarebbe accorto se decadi dopo Lucas non avesse deciso di riprendere il concetto della Guerra dei Quoti… ehm, Cloni, per il suo Episodio 2. Ad essere pignoli poi si dovrebbe parlare di guerre dei quoti (clone wars)… ma queste sono piccolezze in confronto all’arbitraria scelta di un nuovo nome di fantasia.
    Cosa abbiano pensato i traduttori quando lavoravano a questo film non ci è dato sapere; un mistero della fede che non manca di stimolare, di tanto in tanto, piccoli movimenti popolari (e popolani) che richiedono arbitrariamente un nuovo doppiaggio più fedele all’originale e che quindi si adatti meglio ai nuovi episodi. Inutile dire che questo sarebbe quasi un peccato contro natura, gettare nel cestino un capolavoro di doppiaggio firmato De Leonardis e Maldesi solo per un quoto e qualche nome alterato.
    Sarebbe più facile accettare invece che la “Guerra dei Cloni” non esista perché quel film è una fetecchia!
    VOTO “GUERRA DEI QUOTI” 5/10
    (dalla media di: 0 per l’assurdità e 10 per la fantasia.)