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Titoli italioti: Rosemary’s Baby e i suoi fratelli apocrifi

Rosemary's Baby locandina italiana con sottotitolo Nastro rosso a New York

Nel 1968, quando un film di Roman Polanski in cui una ragazza viene drogata e stuprata non destava ancora sospetti, fu di grande impatto Rosemary’s Baby, arrivato in Italia direttamente con il suo titolo originale e un sottotitolo di cui presto si sono dimenticati tutti (“Nastro rosso a New York“). Come capita per molti film di culto, la sua trama è nota anche a chi non l’ha mai visto: la giovane Rosemary (Mia Farrow) aspetta un figlio che potrebbe essere il figlio de lu dimonio (!!!) e i suoi vicini impiccioni sono parte di una congrega di streghe e stregoni… oppure è tutto nella testa di Rosemary, complottista ante-litteram? Se non lo avete mai visto vi basteranno 2 ore e 16 minuti per scoprirlo.

I bambini de lu Diavolo, certo, fanno paura, ma che dire dei loro nipoti? E della nuora? E dell’attrice Mia Farrow stessa??? Dopo il successo del film Rosemary’s Baby (e per i successivi 16 anni) la distribuzione italiana ha campato sulla notorietà del titolo e lo ha usato come base per inventarsi i più spudorati seguiti apocrifi.
Sì, questo è un altro episodio di titoli italioti, ma prima una parolina sull’adattamento di Rosemary’s Baby.

L’adattamento italiano di Rosemary’s Baby

Scena in Rosemary's Baby dove compare il gesto delle corna

Facciamo le corna

Il film di Polanski è stato adattato per la C.D.C. da Roberto De Leonardis, che nello stesso anno curò anche il ridoppiaggio di Bambi e da lì a poco molti altri film di animazione Disney. Come in tutti i lavori di De Leonardis, anche qui è possibile apprezzare dialoghi naturali e generalmente ben fatti. Una cosa non facile in un film dove si parla molto e velocemente, quasi una pièce teatrale.
Ci sono però alcuni punti degni di nota. Primo tra tutti, l’alterazione di un paio di nomi.

Nomi alterati

All’inizio del film Rosemary è in lavanderia e incontra una vicina che scambia per un’attrice di nome Vittoria West; nei dialoghi in lingua originale in realtà si parla di una Victoria Vetri, che poi è proprio il nome dell’attrice che interpreta il personaggio della vicina. Nel film in lingua originale questa si presenta poi come Terry Gionoffrio, ma il nome diventa Terry Gulliver nella versione italiana.
Quando successivamente verrà chiesto a Rosemary come si chiamasse la donna, Rosemary dirà che aveva un cognome italiano (“an Italian name”), mentre nel doppiaggio dice più semplicemente “il cognome non lo ricordo”.

È chiaro a questo punto che il cognome italiano sia stato rimosso intenzionalmente dal copione della versione doppiata, al punto da cambiare anche il nome dell’attrice a cui dovrebbe somigliare (non più un’attrice con un cognome italiano). Non è invece chiaro il motivo di questo tabù sull’uso dei cognomi italiani, come se nel 1968 non ci fossero italo-americani a New York! Ma poi se bisogna inventare un cognome… perché proprio ‘Gulliver’? È così scemo.

Victoria Vetri, chiamata Vittoria West nel doppiaggio italiano di Rosemary's Baby

 

Doppiaggi che odiano le donne

Sempre rimanendo su Guy, quando egli si arrabbia con Rosemary trova occasione di sfogarsi con un tipico errore di traduzione, quello di “bitch” tradotto come “puttana” invece che “stronza” o altri sinonimi:

“Questo ti dicevano quelle PUTTANE delle tue amiche?”

La vera frase pronunciata ovviamente non era così “spinta”. Guy, per quanto visibilmente alterato, non sembra il tipo da scadere così in basso. Usando quella parola con la “p” esce molto dal personaggio.

– They’re my friends, don’t call them bitches.
– Non chiamarle puttane, sono mie amiche.

– They’re a bunch of not-very-bright bitches.
– Ma sono un branco di luride puttane, idiote!

Improvvisamente, da thriller dal retrogusto hitchcockiano sembra di ritrovarsi in La signora ammazzatutti di John Waters. Forse in quel pendente regalato a Rosemary non c’era “radice di Tannis” ma, piuttosto, un succhione di salice! (Una battuta dedicata a chi ha visto entrambi i film)

Rosemary's Baby vs La signora ammazzatutti

“SUCCHIONE DI SALICE!”

Come capita sempre con questi casi di mal interpretazione della parola “bitch”, l’uso di “puttana” involgarisce eccessivamente il personaggio che qui arriva addirittura a dire anche “luride puttane”, un’espressione di misoginia totalmente inesistente nei dialoghi originali (quel “not-very-bright bitches” era letteralmente “stronze non molto intelligenti”). Ancora più stonato è il sentirlo uscire dalla bocca di Rosemary stessa quando dice “non chiamarle puttane”, da brava ragazza cattolica del 1968, Rosemary non ripeterebbe mai e poi mai quella parola.

Per questo chiamare le donne “puttane” con così tanta leggerezza, anche a costo di tradire le intenzioni originali e la psicologia dei personaggi, diamo anche a Rosemary’s Baby un caloroso benvenuto nella mia collezione di doppiaggi che odiano le donne! Non c’è posto migliore.

Gli occhi de lu dimonio

I dialoghi finali della versione italiana (attenti che qui arrivano spoiler!) sembrano non essere sufficientemente chiari riguardo la stranezza che caratterizza il figlio di Rosemary, che poi è ciò che la fa trasalire alla vista del neonato. Sono proprio gli occhi del bambino infatti a terrorizzare Rosemary che chiede ai membri della setta “che cosa gli avete fatto?” per poi specificare in inglese “cosa avete fatto ai suoi occhi” (questo dettaglio omesso in italiano).

La reazione di Rosemary alla vista del bambino figlio di Satana, dal film Rosemary's Baby

Le frasi he seguono continuano a non essere abbastanza chiare come invece lo sono in inglese:

– Ha gli occhi di suo padre, Rosemary.
– Che cosa stai dicendo? Non è vero!

In inglese lei risponde “Che cosa stai dicendo? Gli occhi di Guy sono normali!” e la frase successiva “what have you done to him, you maniacs!” (= cosa gli avete fatto?) diventa “che cosa volete fargli, brutti mostri!”, come se si trattasse di piani futuri della setta e non di una caratteristica peculiare che il bambino già possiede (appunto, gli occhi da Satanasso).

Il capostregone a questo punto spiega la questione degli occhi: “Satan is his father, not Guy.” (È Satana suo padre, non Guy), che nel doppiaggio italiano diventa: “Tuo figlio appartiene a Satana.“.

In breve, in inglese Rosemary crede che qualcosa sia stato fatto agli occhi del suo bambino, le viene rivelato invece che al bambino non è stato fatto niente, quelli sono semplicemente gli occhi del padre, Satana. E per farceli immaginare senza mostrarci mai il pargolo, Polanski inserisce un breve momento in cui alla scena si va a sovrapporre in trasparenza il volto di Satana con gli occhi da serpente.

Occhi del diavolo da Rosemary's Baby

Occhio malocchio…

Nella versione italiana non è altrettanto chiaro che l’aberrazione sia limitata agli occhi, questi vengono nominati soltanto nella frase “ha gli occhi di suo padre” (che nel contesto sembra più di frase circostanza che altro), si punta invece su un generico “cosa gli avete fatto?” seguito da “cosa volete fargli?”, e la sovrapposizione del volto di Satana a questo punto rischia più facilmente di essere interpretata come rappresentazione delle mire future di Satana sul bambino (“tuo figlio appartiene a Satana”), piuttosto che esserne letteralmente il padre come dimostrato dagli occhi di serpente.

Non che tutto questo renda il finale meno di impatto, né credo che questa ridotta chiarezza fosse intenzionale, ma degna di nota sì. In inglese, semplicemente, questi dialoghi risultano più immediati.

E sapete una cosa? Esiste un doppiaggio alternativo di questa scena che riporta una traduzione più fedele di quelle battute. Ma non si tratta di un ridoppiaggio del film. La fonte è “Terrore in sala” (Terror in the Aisles, 1984), uscito nelle sale italiane nel luglio 1987, un documentario che mostra il meglio del cinema horror e dove le scene di dozzine di film erano doppiate ex novo, probabilmente per non sbattersi eccessivamente all’inseguimento di diritti sulle tracce audio italiane. Grazie all’amico blogger Lucius Etruscus posso farvi vedere questa clip con dialoghi fedeli al copione originale, un rarissimo caso di “e se l’avessero adattato così invece?”…

Adesso si capisce che il problema è con gli occhi. Semplice, no?

Ultime osservazioni

Come ultime osservazioni vi lascio con un “softner” che diventa “il candeggiante” invece di “ammorbidente” (forse l’ammorbidente non era ancora così diffuso nel 1968?), la città di Baltimora che viene pronunciata all’inglese (bàltimor) senza un valido motivo tranne forse che veniva nominata in una lista di altre città, tutte dal nome molto… americano. Inoltre Rosemary parla di un “primo giorno del mio periodo” (in inglese “my period”), ovvero le mestruazioni, che per pudore sono più comunemente dette “il ciclo” o “le mie cose”. La linguista Licia Corbolante inserisce quel period tradotto come periodo tra i “falsi amici”.

Tweet di Licia Corbolante sulla parola period tradotta erroneamente come periodo

Nel film il significato si capisce anche dal contesto ma se “periodo” era effettivamente in uso nel 1968, sembra essere invecchiata molto male come espressione. A naso parrebbe una traduzione troppo diretta, fatta da qualcuno a cui il ciclo non viene e non ne parla. Lascio però ampio beneficio del dubbio sulla terminologia usata 52 anni fa.

Aggiunta: sulla questione viene in mio soccorso Cinzia Andrei (assistente al doppiaggio e lettrice amica del blog già intervistata qui) scrivendo che “periodo non era comune neanche del ’68, ma non stona affatto in una conversazione di una donna giovane con anziane estranee. Tieni conto che, più che chiamare la cosa col proprio nome, era epoca in cui si ammiccava, si alludeva, si usavano parole senza senso e senza nesso. [La variante “le mie cose” ad esempio] era molto in uso, ma implicava una lieve confidenza che in quel caso non c’era”.
Grazie Cinzia per aver portato luce su un argomento di linguistica che non lascia facilmente una traccia scritta.

Per concludere, in questo film c’è anche il classico di un “Douglas” pronunciato “Doglas”. Dico ‘classico’ perché fino agli anni ’80 in Italia questo nome diventava Dùglas o Dòglas a seconda dei casi. Mai capito che problema avessero con “Dàglas”. A educare l’orecchio italiano ci sono voluti “solo” 50 anni!

Titoli di inizio di Rosemary's Baby da trasmissione televisiva

Tra le poche linee e tanto fruscio anaogico potreste intravedere i rari titoli di inizio cinematografici con il sottotitolo NASTRO ROSSO A NEW YORK (dalla collezione privata di Roberto Greco)

I figli apocrifi di Rosemary

Il film Rosemary’s Baby è entrato da subito nella cultura popolare italiana con il suo titolo originale anche per coloro che non avevano grande familiarità con l’inglese, il titolo dopotutto è facilmente intuibile: baby = bambino/figlio/infante e Rosemary è un nome di persona. A “il figlio di Rosemary” si arriva dunque anche senza conoscere davvero l’inglese, né le regole del genitivo sassone. Lo capiva anche chi all’epoca studiava solo francese.

Potrebbe forse essere uno dei primi casi di titoli in inglese che hanno avviato gli italiani a percepire come “più spaventosi” quegli horror dai titoli in inglese? Alien (1979) Fog (1980) e Nightmare (1985) — che non è più “un incubo in via degli Olmi” ma semplicemente Nightmare con sottotitolo dal profondo della notte — questi solo per citarne alcuni comparsi nei due decenni successivi a Rosemary’s Baby.
Quante volte abbiamo detto o pensato “il titolo in inglese suona meglio” senza poterne spiegare davvero il perché?

Gli italiani spesso arrivano ad avere a che fare con l’inglese molto prima di averlo imparato in un percorso di studi ed è facile che questo tipo di esposizione porti ad associazioni di idee legate al suono della parola o della frase straniera più che al suo semplice significato. Mi riferisco a casi come “Alien” ad esempio, che potrebbe essere percepito da molti italiani come più spaventevole di “Alieno” (Alieno come titolo vi suona più “moscio” di Alien, ammettetelo!), e così se un film intitolato “Rosemary’s Baby” fa paura, allora probabilmente faranno paura anche altri film con una formula simile, perché si va a feticizzare un suono o la disposizione delle parole nel titolo, più che fermarsi al semplice significato. Ed ecco dunque che arrivano per il mercato italiano titoli completamente inventati come Sharon’s Baby.

Sharon’s Baby (1975)

Per il pubblico italiano del 1978 un titolo come “Sharon’s Baby” è un chiaro e immediato rimando a Rosemary’s Baby, quando il film in realtà è intitolato I Don’t Want to Be Born o in alternativa The Devil Within Her. La “3B Produzioni Cinematografiche” che lo ha distribuito in Italia nel 1978 aveva certamente compreso bene gli intenti di questo film di pura “exploitation” che, dicevano i critici del tempo, miscela in modo incompetente Rosemary’s Baby con L’esorcista [se chiedete a me sembra tanto quella commedia horror di Larry Cohen: Baby Killer], ma siamo l’unico paese dove il titolo è direttamente scopiazzato sulla formula di Rosemary’s Baby. Non mi è neanche chiaro se c’è qualcuno che si chiami Sharon nel film, immagino di sì, spero di sì! Purtroppo non sono riuscito a recuperare il film in italiano, ma dai commenti che trovo sul web sembrerebbe non esserci alcuna Sharon, il retro di copertina del DVD italiano parla di una Lucy Carlesi. Ma come ci suggerisce un lettore, Andrea Smedile, era probabilmente un riferimento a Sharon Tate, la moglie di Polanski assassinata dalla “famiglia Manson” nel 1969, mentre aspettava un bambino. Se non è abietto questo come titolo, non so proprio cosa lo sia!

Locandina di The Devil Within Her

Il sito IMDb riporta il titolo Sharon’s Baby anche per qualche distribuzione americana ma non ho trovato tracce di questo titolo in lingua inglese, né una VHS, né un flano, niente. La spiegazione più semplice è che qualche contributore di IMDb abbia visto la locandina con il titolo italiano e che, scambiandolo per statunitense, l’abbia aggiunta alla lista senza le verifiche del caso.

Sembra che il film goda di una certa notorietà tra gli appassionati di film brutti involontariamente divertenti: il sito web British Horror Films lo recensisce dicendo che ci sono film impossibili da descrivere (“There are some films that just defy description”). Insomma, da recuperare solo per farsi una risata. Tra l’altro sembra che per interpretare il bambino di Satana abbiano trovato l’infante più pacioccone del mondo. Sembro io da piccolo, dai!

Sharon's Baby

Evil Evit

Rosemary’s Killer (1981)

A volte non è neanche colpa della distribuzione italiana, The Prowler (1981) di Joseph Zito è stato distribuito in molti paesi come Rosemary’s Killer, inclusa l’Italia (nel 1983) e figuriamoci se non si lasciavano sfuggire questa occasione ghiotta. Del resto in questo film c’è davvero un personaggio di nome Rosemary (Francis Rosemary per essere precisi) e non ci sono più bambini di Satana, bensì è un tipico slasher. È letteralmente “l’assassino di Rosemary”, nessun legame con quella Rosemary.

Locandina italiana di Rosemary's Killer

E quando le occasioni non vengono suggerite, tocca inventarsele. Sto parlando di…

Compleanno in casa Farrow (1981)

In originale Bloody Birthday del 1981, arrivato in Italia nel 1984 con palese riferimento a Mia Farrow, un nome inequivocabilmente associato al film Rosemary’s Baby, che evidentemente ancora faceva tanta pauuuva! Manco a dirlo, non c’è nessuna persona chiamata Farrow nel film, non nella versione originale almeno. Quella doppiata resta da verificare. In tal caso si tratterebbe di nomi alterati per il doppiaggio italiano.

Da dove gli sarà venuta l’idea? Semplice: il film inizia con la nascita di tre bambini durante un’eclissi di sole. I bambini sono particolarmente intelligenti e malvagi, ovviamente. Tutto qui.

Sempre fenomenali (e un po’ tutte uguali) le locandine di Enzo Sciotti.

Locandina di Compleanno in casa Farrow

Ma la Farrow lo sa?

Il vero seguito di Rosemary’s Baby

Ironicamente, Rosemary’s Baby ha avuto un vero e proprio seguito girato per la TV americana e intitolato Guardate cosa è successo al figlio di Rosemary (Look What’s Happened to Rosemary’s Baby, 1976), dall’ignota distribuzione italiana (non è arrivato al cinema e vista la cornucopia di titoli alternativi riportati su Wikipedia posso immaginare che sia arrivato almeno in TV) e definito —da chi lo ha commentato su YouTube— come “stupido oltre ogni limite” (this is beyond stupid) mentre qualcun altro suggeriva che “quelli che dicono che L’esorcista II: L’eretico di John Boorman sia il peggior seguito mai concepito dovrebbero essere obbligati a guardare questo”. IMDb lo riporta con i seguenti titoli italiani: Guardate cosa è successo al figlio di Rosemary e Cosa è successo a Rosemary’s baby?. Quest’ultima in particolare, con “Rosemary’s baby” lasciato in inglese è certamente la più scema.

Look What's Happened to Rosemary's Baby

Ma quanto so’ frignoni sti figli di Rosemary?

I discepoli di Rosemary

Alla distribuzione italiana sono persi una buona occasione con Necromancy (1973) con Orson Welles, che in Italia è arrivato al cinema nel 1976 come Il potere di Satana ma all’estero ha avuto anche il titolo di Rosemary’s Disciples (i discepoli di Rosemary), a riprova che la titolazione furbastra non è solo cosa nostra. Le curiosità su questo film non si fermano qui visto che nel 1983 il film fu rimontato completamente e gli venne dato un nuovo titolo, The Witching. Questa versione, è riportato su Wikipedia, è arrivata in Italia nel 1992 su VHS Mondadori con un nuovo titolo e un nuovo doppiaggio: Magia nera. Evidentemente negli anni ’90 ormai era tardi per un altro titolo apocrifo a base di rosmarino.

Locandina originale di Necromancy con Orson Welles

Ah, la necromachia! (semi-cit.)

 

Conclusione

Forse il più illegale di tutti (moralmente parlando) resta quello di Compleanno in casa Farrow, è uno dei pochi casi in cui nel titolo viene usato il nome di un attore per ingannare lo spettatore italiano. Ma non è il solo. A costo di allontanarmi dall’horror, impossibile non nominare L’ultima follia di Mel Brooks, noto in patria come Silent Movie. Originariamente presentato alla censura italiana semplicemente come “L’ultima follia” (fonte Italiataglia.it), ma i furbacchioni della Fox devono essere stati ben consci che poi sarebbero andati a ingrandire quel “di Mel Brooks” collocato sotto al titolo della locandina per farlo diventare parte integrante del titolo stesso, e presentarono in questa forma anche alla stampa (ne avevamo già parlato per i titoli italiani dei film di Mel Brooks).

Con questo concludo. Il periodo di Halloween era occasione troppo ghiotta per non trattare qualcosa di genere horror e questi fratellini apocrifi del figlio di Rosemary mi hanno proprio preso per la gola.

Scena dal film Compleanno in casa Farrow

I figli della Farrow più che posseduti da Satana mi sembrano dei cagacazzi!

Docente e blogger bilingue con il pallino per l'analisi degli adattamenti italiani e per la preservazione storica di film.

20 Comments

  • Andrea87

    3 Novembre 2020 at 10:33

    prova prova! Ok, ora dovrebbe andare!
    La storia della Tate è ridiventata famosa in Italia grazie a Tarantino, avessi fatto sto post l’anno scorso non mi si sarebbe accesa la lampadina di collegare i due casi… vergognoso titolo italiota!

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  • Lucius Etruscus

    3 Novembre 2020 at 12:35

    Pezzo splendido, su un film la cui importanza non risiede tanto nella qualità quanto nell’enorme impatto dell’epoca: è stato il più importante vagito della mania satanica che colpirà il mondo della narrativa con “L’Esorcista” (1973), dopo di che Rosemary è stata vista come un’antesignana. In realtà il romanzo di Ira Levin dell’epoca è stato quello che davvero ha aperto a tematiche sataniche prima dell’esplosione mondiale dei Settanta. “Nastro rosso a New York” (titolo Garzanti del romanzo che poi è stato subito ribattezzato “Rosemary’s Baby”) è un’ottima lettura ancora oggi, anche se ovviamente all’epoca era molto più “forte” perché le tematiche non erano terribilmente inflazionate.
    E pensare che Roger Corman qualche anno prima ha provato a sdoganare Lovecraft e le sue creature infernali, generando solo tante pernacchie con prodotti di una bruttezza oggettiva. Dal ’67 in cui Hitchcock si era detto interessato a portare al cinema la Rosemary di Levin tutti si erano sbrigati a inventarsi qualcosa sulle messe nere, questa roba nuova che si sentiva avrebbe scalciato il vecchio modo di fare horror, ma poi tiravano fuori roba assurda che non portava a niente. Rosemary è indubitabilmente il miglior prodotto del suo genere, all’epoca, quindi non stupisce il suo successo, rinforzato nei medianici e satanici anni Settanta.

    Mentre leggevo la parte sugli occhi, mi dicevo: boh, io ricordo la versione “giusta”, mi è rimasto impresso Rosemary che chiedeva gridando cosa avessero fatto agli occhi del suo bambino. Poi mi sono ricordato: la prima volta che ho visto la scena è stata all’interno del documentario “Terrore in sala” (1984), che – ho scoperto anni dopo – uscendo in Italia ha spinto nuovi doppiatori a ritradurre tutte le scene di film horror famosi. Infatti se la “Rosemary’s Baby” italiana standard dice: «Cosa gli avete fatto? Che cosa gli avete fatto?» quella ridoppiata in “Terrore in sala” dice: «Che cosa gli avete fatto? Che cosa avete fatto ai suoi occhi?» e prosegue con la traduzioni che proponi tu, dimostrando che combaciano perfettamente con il labiale!

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    • Evit

      3 Novembre 2020 at 23:04

      Intanto grazie infinite Lucius per la clip da Terrore in sala, che ho aggiunto all’articolo. È raro trovare occasioni di doppiaggi “alternativi” di singole scene, tra l’altro fatti negli anni ’80 quindi per quanto siano non ufficiali sono comunque dignitosi. Al contrario di certa robaccia documentaristica che fanno oggi dove nemmeno ci provano. Quella clip dimostra che il labiale delle battute finali era possibile anche in una forma più “fedele all’originale” e che l’alterazione probabilmente è stata voluta. Per capire i motivi delle (poche) alterazioni presenti nel copione italiano però dovremmo evocare il demonio in un sabba di streghe perché il ’68 è così lontano culturalmente dall’Italia odierna che qualsiasi mia ipotesi sarebbe un tirare a indovinare

      Hai ragionissimo a dire che l’importanza di Rosemary sta soprattutto nell’enorme impatto culturale, era un po’ il sottinteso che volevo far passare. È anche uno dei pochi film decenti sul satanismo, per quanto, scoprirlo oggi, dopo che il tema satanico è stato stra-abusato, potrebbe fare certamente poca impressione. Se ne può ancora apprezzare la regia, la fotografia… per coloro a cui interessano queste cose, ma ancora più curioso per me e probabilmente anche per te, il valore “seminale” del film. Prima di rivederlo ad esempio mi era sfuggito che nel mio amato ‘Burbs – L’erba del vicino con Tom Hanks, oltre che ovviamente rifarsi alla finestra sul cortile di Hitchcock, Joe Dante tira fuori anche la piccola sottotrama rosemariana del protagonista che viene in possesso di un libro sull’esoterismo che lo informa su tutti i rituali satanici. In entrambi i casi i protagonisti ne risultano profondamente turbati (e sono anche un po’ creduloni anche se poi si rivela essere tutto vero).
      Probabilmente di figli cinematografici di Rosemary’s Baby tu ne avrai trovati molti più di me, avendo navigato col Zinefilo in un mare di film sul satanismo. Ti meriti una medaglia perché non so proprio come tu sia riuscito a sopportare una maratona simile. Ho scoperto molto presto che per me non c’è niente di più noioso dell’iconografia classica delle streghe e ho accolto a braccia aperte l’emancipazione delle stesse nel cinema degli anni ’90 e successivo. Unica eccezione The VVitch che ho adorato (e infatti in quel film di stregoneria c’è ben poco).

      In ogni caso, attendo con gioia un tuo articolo su Terrore in sala, un documentario che ci potrebbe riservare tante altre sorprese.

      Rispondi
    • Evit

      5 Novembre 2020 at 00:56

      Beh nastro rosa per la nascita, che diventa nastro rosso a tema horror. Sarebbe una coccarda che si espone alla porta di casa. Volevo specificarlo nell’articolo ma poi non ho trovato un buon punto dove inserirlo.

      Rispondi
  • SAM

    19 Novembre 2020 at 19:43

    Scusa se te lo chiedo qui, ma conosci qualche forum/social/sito di gente interessata a COMPRARE versioni italiani di film introvabili ?
    Grazie della risposta in anticipo .

    Rispondi
    • Evit

      20 Novembre 2020 at 00:25

      Non ho idea, conosco solo gruppi dove acquistano supporti fisici, da VHS a film in pellicola, non versioni digitalizzate compresse in DVD. Non penso che qualcuno ti pagherebbe un riversamento da VHS a DVD più di 10 euro. Qualunque sia la rarità, ai collezionisti folli piace avere la VHS in mano, è a quella che danno valore. Tramite amici penso comunque di poter recuperare Coonskin in italiano, quindi raro lo è indubbiamente ma non direi “assoluta rarità”. Fritz il gatto primo doppiaggio sarebbe assoluta rarità. Piuttosto sarebbe bene digitalizzarlo come si deve e non lasciare che si deteriori mentre le uniche copie esistenti che rimangono sono da un trasferimento VHS->DVD compresso in mpeg2 (uno standard del 1994). Da queste parti abbiamo strumentazione professionale per salvare l’audio in qualità massima e non compresso, il servizio costa solo 10 euro+spedizione, facci un pensiero 😉

      Rispondi
  • SAM

    20 Novembre 2020 at 10:28

    Mi sa che Coonskin rimarrà a marcire e a degradarsi nel mio armadietto per altri 30 anni ( la vhs uscì 28 anni fa ! )…. tanto ci sono i tuoi amici a preservare l’audio per le generazioni future, no ? 😉

    Rispondi
    • Evit

      20 Novembre 2020 at 10:43

      Conoscenti non diretti, ma non è compito mio recuperare niente. Se qualcuno ha bisogno di apparecchiature professionali per mettere al sicuro i propri film rari e deperibili sono ben contento di aiutare e lo faccio nel totale rispetto delle decisioni del proprietario (da me non esce fuori niente se non è intenzione del proprietario), altrimenti per quanto mi riguarda possono rimanere su uno scaffale ad ammuffire e smagnetizzarsi. Speculare su una copia digitale compressa non ha molto senso, e conoscendo i collezionisti non ha neanche molto mercato. Prova sui vari gruppi Facebook dedicati alle VHS e vedi chi si fa avanti. Piuttosto, se davvero possiedi la VHS e vendessi quella, vedrai te la comprano al volo, anche a prezzi alti. Persino su eBay.
      Buona fortuna

      Rispondi
  • rinoceronteobeso

    21 Novembre 2020 at 14:14

    Titoli italioti: ma davvero “The Queen’s Gambit” doveva diventare “La Regina degli Scacchi”?

    Non pretendo che la gente sia d’accordo con me, ma sarei andato col più enigmatico “Gambetto di Donna”.

    D’accordo: “gambit” si usa anche fuori dagli scacchi, in Inglese, ma a mio avviso “La Regina” è un titolo banale e che fa pensare a una soap o ad un fantasy da poco.

    Il titolo originale incuriosisce molto di più: “quale sarebbe l’inganno”, si chiede da subito il potenziale spettatore, più pronto a cacciare i nove euri per saperlo.

    Dovendo scegliere necessariamente un titolo italiota, sarei andato con “Partita ortodossa”.

    Rispondi
    • Evit

      21 Novembre 2020 at 15:20

      Come spesso capita in questi casi, il titolo italiano suppongo rifletta la scelta editoriale del libro da cui origina, arrivato in Italia nel 2007 proprio come “La regina degli scacchi”. Banale, certo. Funzionale, di sicuro. Non è sempre facile riportare tutti i significati in un titolo che sia anche immediato e di attrattiva, in mancanza di titoli italiani convincenti optano spesso per l’immediatezza. Nel cinema stesso abbondano gli esempi.
      Partita ortodossa non so come ti sia venuto in mente comunque 😄

      Rispondi
      • rinoceronteobeso

        21 Novembre 2020 at 21:14

        È esattamente quello che mi immagino che i potenziali spettatori si sarebbero chiesti.

        Avendo cacciato i soldi per saperlo, avrebbero scoperto che la partita ortodossa è la variante del gambetto di donna giocato nell’ultima puntata di una serie in cui il “conformismo” variamente declinato è un tema ricorrente, in una scena ambientata in Russia (e cosa sono in Russia, luterani?).

        Funziona così un titolo italiota, no?

  • Carmelo

    22 Novembre 2020 at 23:37

    Bellissimo film, come del resto quasi tutti i film di Polański, inquietante il deperimento della protagonista e la culla nera nel finale…ottimo approfondimento, l’ho visto anche io in lingua italiana e nella scena finale pensavo: “ma cosa gli avranno mai fatto al bambino”, e invece scopro che nella versione originale ha solo gli occhi inquietanti, ottimo articolo Evit.

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