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  • Spiritika, la trilogia che spaventika (Witchboard 1986-1993)

    locandina italiana del film Spiritika, Witchboard

    Suppongo che Spiritika si debba leggere come la parola “spirìtica” di “seduta spiritica” ma io non riesco a non chiamarlo “spiritìca”… come si pronuncia non si sa mika. Questo titolo con la “k” non so da dove se lo siano tirati fuori Carlo Verdone e Vittorio Cecchigori quando il 23 luglio 1987 la loro neonata azienda Giulia Vittoria Audiovisivi porta Witchboard di Kevin Tenney al cinema in Italia. La data è quella dell’anteprima romana ma si comincerà a parlare di questo film solo a ottobre dello stesso anno.

    Flano di giornale per il film Spiritika

    “Abbiamo deciso di dedicare alle nostre figlie Giulia e Vittoria – ha precisato Verdone – la società con la quale stiamo operando dall’anno scorso con due interessanti film: “Cavalli di razza” e “Spiritika”. Ho deciso di reinvestire i miei guadagni nel cinema perché, dopo la famiglia, è la cosa che mi piace di più ed è quella alla quale tengo maggiormente nella vita. Certo ci vuole molta dedizione ed oculatezza ma io ho la fortuna di avere un socio molto esperto e bravo come Vittorio Cecchi Gori”.

    Da “Carlo Verdone imprenditore“, Repubblica 31 ottobre 1987

    Okay, Carlo. L’importante è fidarsi.

    Il vero protagonista della pellicola è un oggetto di proprietà intellettuale della Parker Brothers (attualmente della Hasbro) e, da quando nel 1973 è comparso nella veramente vera storia vera ispirata a storie ancor più vere e certamente accadute veramente nella vita reale, L’esorcista, terrorizza gli italiani anche solo a guardarla o sentirne parlare. “Uh, attento a giocarci che non si sa mai…”. Sto parlando ovviamente della tavoletta “Ouija”, che come la nomini lo spirito capitalista della Parker Brothers compare e ti chiede di pagarne i diritti di sfruttamento. Gli autori del film narrano che il timore di ripercussioni legali sia stato il motivo del cambio di titolo, da Ouija (titolo sulla sceneggiatura e anche durante le riprese) a quello definitivo arrivato nei cinema americani, Witchboard, che per ammissione degli autori “suona anche più figo”.

    E così perché non farci un film sopra, avrà pensato l’appena trentenne Kevin Tenney? Dire che Spiritika sia un film derivativo dell’Esorcista è quasi scontato perché tutti i film horror dopo il 1973 ne sembrano essere stati influenzati nella stessa misura in cui Dante ha influenzato la Chiesa Cattolica con la sua iconografia dell’aldilà.

    Scena della tavoletta ouija da film L'esorcista del 1973

    Scena dal film L’esorcista (1973)

    A parte la tavoletta spiritica (di origine ottocentesca ma con picco di popolarità negli anni ’20, quando erano tutti molto forti in sumerìa. Cit.), Witchboard ruba a L’esorcista anche il concetto di “intrappolamento progressivo“, cioè se la usi in solitaria più ti ci trastulli e più lo spirito comincia a possederti e ti fa bestemmiare (bella scusa, veneti e livornesi!) fino ad arrivare alla possessione vera e propria che, in questo caso, ricorda più un furto di identità che altro. Parlando di furti, un’altra idea rubata all’Esorcista è quella di diffondere leggende su misteriosi avvenimenti durante le riprse del film. Anche quelli avvenuti veramente veramente. Del resto lo sanno tutti che se a Hollywood non giri un horror con spiriti veri non sei nessuno.

     

    UGIA, OUGIA, UIGIA, BAUGIGIA… ma come si pronuncia “Ouija”?

    tavola ouija dal film Spiritika

    “in un clima di ritorno all’esorcismo impiega come gioco di società un tabellone alfabetico, iellatore e criminale
    (Repubblica, 10 ottobre 1987)

    I dubbi sulla sua pronuncia sono più che leciti perché derivano dall’improvvisa comparsa nella nostra lingua di un oggetto nuovo dal nome strambo. Infatti, per quanto oggi sembri famosa a molti, la tavola ouija è cosa relativamente nuova in Italia, dove non c’è mai stato un vero e proprio “fenomeno” di massa che l’abbia popolarizzata come invece è avvenuto nel mondo anglosassone e per fare un resoconto di ciò mi sono dovuto districare tra dozzine e dozzine di frescacce nate da storici passaparola e leggende infondate. Non sono qui per ricostruire la storia completa di questo “tabellone alfabetico, iellatore e criminale” ma voglio dargli un po’ di contesto limitandomi ai fatti (“fatti, non pugnette!” cit.), così da capire perché ogni film di questa trilogia finisca per pronunciare “ouija” un po’ come cazzo gli pare.

    Prima degli anni ’80 io non esistevo e agli inizi del secolo nemmeno voi, quindi per parlare di incidenza di una parola nel passato mi devo basare sul numero di volte in cui questa parola compare nella letteratura e in generale nella carta stampata, con tutti i limiti che ne conseguono visto che non tutto nella cultura popolare lascia tracce scritte. Questa mia analisi è stata svolta con l’ausilio di uno strumento di Google chiamato Ngram Viewer grazie al quale è stato possibile verificare che la presenza della parola “ouija” nella carta stampata registrò un boom di presenze in tutto il mondo anglosassone negli anni ’20 del XX secolo, e di riflesso se ne trovano tracce anche in Italia e in altri paesi europei, seppur molto limitate.

    La tavoletta ouija nella cultura americana

     

    Grafico della presenza delle parole ouija e witchboard su ngram viewer con picco negli anni '20

    “ouija” e “witchboard” in inglese americano, da Ngram Viewer di Google

    Curiosità: L’unico articolo veramente documentato sulla storia commerciale della “tavoletta parlante” lo trovate sul sito The Big Game Hunter, a cura dello storico dei giochi da tavolo Bruce Whitehill il quale, invece di copiare e incollare informazioni false lette altrove, narra di ben altre vicende paurose avvenute per davvero… come ad esempio dei tentativi di vendere la tavola Ouija evitando la tassazione statunitense. Che oggetto mistico!

    Dopo il picco di popolarità degli anni ’20, questa tavoletta per mettersi in contatto con gli spiriti rimane una presenza costante nella cultura popolare americana grazie non solo alla furba commercializzazione che la collocava sugli scaffali dei negozi insieme ad altri giochi da tavolo, ma anche grazie alla cultura americana stessa che, come dice Linda Rodriguez McRobbie nell’articolo The Strange and Mysterious History of the Ouija Board (2013, Smithsonian Magazine), portava a non percepire alcun conflitto tra spiritualismo e fede cristiana, quindi era accettabile per gli americani farsi una seduta spiritica il sabato sera con gli amici e poi andare a messa la mattina dopo senza scrupoli di sorta (non a caso nel film Spiritika sentiamo questa frase “avrò amici per il fine settimana e vogliamo usarla“). Si trattava di un’attività ricreativa compatibile con la vita religiosa, almeno fino all’arrivo nel 1973 di The Exorcist che ha terrorizzato i timorati di Dio cambiando completamente la percezione di quel gioco da tavolo; da quel momento in poi, tutti i successivi horror in cui compare questa tavola non hanno fatto che rinsaldare l’idea che usandola si possano inavvertitamente spalancare le porte dell’inferno, oppure che possa portare all’ottavo stadio Yoga che permette la torsione della testa di 360°.

    Retro della scatola contenente il gioco Ouija della Parker Brothers

    Prodotto in serie in una fabbrica di Salem, in Massachusetts, da streghe tenute al minimo sindacale (e quindi ancora più vendicative)

    A prescindere da come sia cambiata la percezione di questo spiritico gioco da tavolo, gli americani lo conoscono “da sempre”. Non a caso sul finale del film Witchboard l’anziana padrona di casa trova la tavola ouija ed esclama: “una “uiglia”, ma guarda! Non ne avevo viste più da quando ero bambina“, la nipote adolescente le risponde “non sapevo che esistessero da tanto tempo“. Ebbene sì, i giovini anni ’80 non sanno che la First Lady Mary Todd Lincoln ne usò una per una seduta spiritica spiritika tenutasi alla Casa Bianca nel 1862 dopo la morte del figlio William Wallace Lincoln (nome vero, giuro!). Purtroppo la ouija non le diede la chiaroveggenza necessaria (cit.!) per prevedere l’assassinio del marito, appena tre anni dopo.
    Ah, ci saranno tanti “cit.” nell’articolo, vi avverto.

    La tavoletta ouija in Italia

    grafico della comparsa della parola ouija in Italia, da ngram viewer di Google

    “ouija” in italiano, da Ngram Viewer di Google

    A differenza degli Stati Uniti, in Italia questa parola “ouija” dopo qualche fugace apparizione negli anni ’20 fa perdere tracce di sé fino a molti decenni dopo, negli anni ’70, quando comincia a ricomparire successivamente all’uscita di (provate a indovinare da soli…) l’Esorcista, nel 1974, ovviamente! Nel film non veniva nominata direttamente (solo mostrata) ma immagino che il film avrà portato su questo oggetto un’attenzione “transmediale” di cui vediamo un riflesso nella carta stampata italiana; una presenza che arriverà a picchi significativi durante i successivi anni ’80 e ’90 quando i film sulle possessioni in cui compare questo giocattolo cominciano ad essere sempre più numerosi.

    Grafico con film anni '80 e '90 in cui compare la tavola ouija per sedute spiritiche

    Film anni ’80 e ’90 in cui compare la tavola ouija, le date sono quelle di uscita in Italia

    La vera e propria notorietà per la parola ouija esplode però nella seconda metà degli anni 2000 dove fioccano film e film sull’argomento, fino al 2014 dove la parola “ouija” comincia a comparire addirittura nel titolo del film, a dimostrazione che ormai il nome è dato per conosciuto (almeno per chi si è tenuto aggiornato sugli horror degli ultimi 10 anni) e non c’è più bisogno di “farlo arrivare” al pubblico con l’ausilio di concetti più familiari come ad esempio quello della seduta spiritica, o… spiritìka, se preferite. Ma perché la kappa? C’entra qualcosa la Perestrojka forse? O la paprika? Boh.

    Non sorprenderà quindi lo scoprire che nel doppiaggio italiano della trilogia Witchboard qui presa in esame, la pronuncia della parola “ouija” cambi essenzialmente da film a film, visto che nell’Italia post-Esorcista ce la siamo trovata tra capo e collo, con quello spelling strano e nessun parente degli anni ’20 appassionato di spiritualismo a cui chiedere.

    Scena dal film Witchboard Spiritika, mani sulla tavola ouija

    Lo spirito di Evit vi detta OUIJA ma la pronuncia rimane ignota

    Leggenda vuole (e sottolineo leggenda) che il nome Ouija nasca dall’accostamento di “sì” in francese e “sì” in tedesco, quindi oui+ja. Questa almeno è la spiegazione che ci viene fornita nel primo film:

    – Anch’io ne ho evocato qualcuno.
    – Come, con una tavola “ui-ii“?
    – Ui-ia. Si chiama “ui-ia”, non “ui-ii”, È l’unione del vocabolo “sì” in francese e in tedesco: ouija. “Ui-ia”. E questa… è una planchette.
    – Perché usi tante parole difficili, bello? È solo un gioco, come dama o scacchi.

    (dal doppiaggio italiano di Spiritika, 1987)

    Secondo questa spiegazione, la pronuncia italiana (che suona tanto come uìglia quando pronunciata da alcuni doppiatori nel film e uìa per altri) non fa una piega: uì+ja. Del resto la i lunga è stata a lungo presente nel nostro vocabolario, è quella di jella, jena, Jena Plissken, juta, fidejussione, etc… cioè una i semiconsonantica che si avvicina molto a “gl” ma che nello scritto è andata a perdersi in tempi più moderni, nonostante sia ancora prevista come alternativa dalla grammatica italiana (jena o iena).
    In lingua originale l’interlocutore che veniva corretto dall’appassionato di spiritismo nella scena sopracitata parla di “uìggi” e gli viene detto che si pronuncia “uigia”, non “uigi”.

    Di chi fidarsi? Secondo il DiPI Online, il dizionario di pronuncia italiana del fonetista Luciano Canepari pubblicato da Zanichelli dal 1999, “ouija” si pronuncia uˈiʤa, cioè quello che avevo ignorantemente trascritto come “uigia”. Questa è la pronuncia sulla quale avranno fatto affidamento anche i doppiatori del film Le verità nascoste visto che nel 2000 Michelle Pfeiffer diceva in italiano: vuole che vada a comprare una di quelle tavole uìgia?.
    Insomma, Zanichelli si affida alla pronuncia americana, o almeno ad una delle pronunce possibili ma gli altri dizionari? Il DOP (Dizionario italiano multimediale e multilingue d’ortografia e di pronunzia), la cui prima edizione risale al 1981, neanche riporta “ouija” tra le sue voci e a dir la verità questa parola non è riportata da nessuno dei principali dizionari italiani, probabilmente proprio perché visto come marchio registrato di un gioco da tavolo. La pagina dedicata alla tavola ouija su Wikipedia Italia riporta questa come pronuncia inglese: [ˈwiːdʒə], ma la pronuncia anglosassone in realtà è lontana dall’essere così semplice. Basta andare sulla pagina Wikipedia in inglese infatti per trovarne almeno tre! /ˈwiːdʒə/, WEE-jə e /-dʒi, quindi approssimativamente: uiggia, uiigia e uiiggi.

    L’unica traccia sonora che ho ritrovato online si trova sul Dizionario Olivetti datato 2003, che la legge “uii-ia” e che riporto direttamente qui nel caso possa scomparire o essere sostituito in futuro (sì, gliel’ho rubato il file! È questa la pirateria che ci piace!):

    oui–jà
    pronuncia: /wiˈja/
    sostantivo maschile

     

    parapsicologia: tavoletta di legno a rotelle che, posta su un cartone recante le lettere dell’alfabeto, era utilizzata in passato dagli spiritisti per ricevere i messaggi dell’aldilà

    E così la pronunciano nel film Spiritika, che Dio li maledika. Curioso che questo dizionario parli di sostantivo maschile visto che verrebbe naturale parlarne al femminile piuttosto, non tanto per la a finale ma perché è facile associare questa strana parola all’idea di tavola o tavoletta, quindi la tavoletta ouija… la ouija. L’esempio stesso del dizionario Olivetti poi ne parla al femminile quando dice “era utilizzata”. Boh, valli a capire. Ad ogni modo negli anni 2000 abbiamo due diversi riferimenti per quanto riguarda la pronuncia. Ma negli anni ’80?(??)

    Ho il presentimento che nel decennio ’80 la ouija sia arrivata prima in forma scritta che parlata, e immagino che al momento di doppiare Spiritika – se ci giochi poi non sai mika – non avendo riferimenti italiani “storici” sulla pronuncia di questa parola avranno fatto tesoro della presunta origine del nome spiegata nel film stesso (dico presunta perché anche sulla sua origine le leggende non mancano), ottenendo così una pronuncia italiana che viene dall’unione del “uì” francese e il “jà” tedesco, quindi uì-ia, che è quasi uìglia. E come fargliene una colpa?

    spartito della canzone Weegee Weegee 1920

    Spartito della canzone “Weegee Weegee”, del 1920

    La scena iniziale del primo film, in cui viene spiegata la pronuncia della parola Ouija, serve uno scopo specifico per il pubblico americano: è il regista, dichiaratamente appassionato dell’argomento, che attraverso un personaggio educa il pubblico americano a non chiamarla “uìggi” (pronuncia più usuale negli USA) ma “uì-giah”, presumibilmente la pronuncia corretta, sempre secondo il regista. Un articolo molto divertente pubblicato nel 2016 sul sito Bloody-disgusting.com (‘Witchboard’ Turns 30 Today and It’s Still a Campy, Creepy Classic! di Daniel Kurlan) sottolinea come nell’intera trilogia di Witchboard tutti i personaggi chiameranno la nostra amata tavoletta sempre usando la sua pronuncia più inusuale “ui-giah”, anche nei due sequel dove nessuno dà alcuna giustificazione per questa scelta di pronuncia, bislacca e poco familiare per l’orecchio americano.

    Nella versione italiana, tale coerenza interna alla serie, come spesso capita con i doppiaggi curati da aziende diverse e persone diverse, non esiste! Il doppiaggio di Spiritika 2 ad esempio se ne frega del precedente film e qui ouija viene pronunciata “ùgia” , con una bella g pronunciata alla firoentina (chiedete a un fiorentino  come si pronuncia “la giostra”, la “gente”… è quella “g” lì! È la J del nome francese Jean).

    Non contenti di questa vasta gamma di pronunce, nel terzo capitolo della trilogia si parla di lo uìgia, al maschile, ma poi nello stesso film sentiamo anche parlare di “tavola ouìgia” e “oùgia“, pronunciati così come li ho scritti, quindi Spiritika 3 se ne frega della pronuncia della parola ouija addirittura all’interno dello stesso film!

    Ma allora come si pronuncia OUIJA in italiano???

    Visto la novità della parola nella lingua italiana e lo scarso impatto culturale che la Ouija ha avuto nel nostro paese, non penso si possa parlare di una pronuncia italiana “ufficiale” e per poter rispondere alla domanda “come si pronuncia ouija in italiano?” mi trovo costretto ad esprimere un’opinione personale, cioè che la parola in italiano possa essere pronunciata come “uìgia“, come diceva anche Emanuela Rossi diretta da Manlio De Angelis nel film Le verità nascoste (2000) e come propone anche l’autore della trilogia Witchboard in lingua originale, oppure che si possa optare direttamente per riportare anche in italiano la pronuncia più comune e più familiare per il mondo anglosassone, quella di “uìggi“.

    Come indicazione ai colleghi dialoghisti e adattatori del doppiaggio cinetelevisivo, se dovessi scegliere, io opterei per la prima, uìgia, che in ogni caso è contemplata tra le pronunce anglosassoni possibili ed è più facilmente accettabile dal pubblico di lingua italiana che, vedendo scritto “ouija” sulla tavola stessa o addirittura nel titolo del film, troverebbe più naturale accettarne una pronuncia che termina per -gia piuttosto di una che termina per -ggi. Ripeto e sottolineo, opinione personale.

    Penso sia è giunta l’ora di affrontare uno ad uno i film della serie Spiritika… che Dio la benedika.

    Spiritika (Witchboard)

    seduta spiritica intorno alla tavola ouija, una scena del film Spiritika

    “Comincia con R. / Rinoceronte!” (cit. anni ’90)

    Trama breve: ad una festa, Linda viene invitata a giocare con una tavola ouija, è attraverso questa che entra in contatto con lo spirito di un bambino, David. Nei giorni successivi continuerà a utilizzare la tavola da sola (e questo è male! cit.) ed è qui che amici e conoscenti cominciano a morire a destra e a manca mentre Linda, da ragazza a modo, diventa sempre più volgare: “Cristo santo, non farmi mai più uno scherzo del genere. Fottiti! Merda!” – dice alla prima persona che le compare silenziosamente alle spalle. ““Oddio” e “accidenti” erano le parole più forti che ti avevo sentito usare“, le dice il fidanzato. Sono i sintomi di un galoppante “intrappolamento progressivo” (progressive entrapment), o almeno così ci spiega il film senza usare la parola galoppante.

    Ma Linda sta contattando solo lo spirito del piccolo David o c’è di mezzo qualche altra entità più malefica? Ovviamente è la seconda che ho detto. Lo spirito che si è intromesso è un qualche portoghese di inizi novecento che sembra la copia sputata di Giuseppe Ferlini [il tombarolo italiano che nell’800 fece saltare in aria tutte le 40 piramidi del Sudan e qualcuno ancora definisce “archeologo”. Come? Non sapete che il Sudan era pieno di piramidi? Ora sapete chi ringraziare], dotato di barba alla Capitano Nemo e che nella mia testa è letteralmente lo spirito di uno scaricatore di porto, questo spiegherebbe il linguaggio colorito di Linda e… sì, il nome della protagonista è solo un altro dei tanti riferimenti all’Esorcista. Insomma mi stai dicendo che io vivo con Linda Blair?” è una vera frase del film, giuro!

    A sinistra Malfeitor, il portoghese bestemmiatore. A destra quel farabutto di Giuseppe Ferlini. Dai che è lui!

     

    L’adattamento italiano di Spirtika

    Quello di Spiritika– spirito, non mi freghi mika – è indubbiamente un buon adattamento, datato 1987. Doppiatori adeguati e dialoghi naturali nonostante la sfida di scene in cui sentiamo lo spelling delle parole in inglese che gli spiriti dettano attraverso la tavola ouija. Questo ostacolo linguistico è superato facendo sì che i diretti partecipanti poi traducano al volo per noi queste parole dettate in inglese (evidentemente i personaggi sono tutti provetti traduttori!):

    Di, erre, a, i, enne… “drain” … vuoi dire in un tubo? Il tubo di un lavandino?

    Menomale che sapeva l’inglese sennò…

    L’unica alternativa possibile a questo stratagemma sarebbe stata quella di leggere lettere diverse da quelle che vengono evidenziate sulla tavola ouija. Ovviamente si tratterebbe di un qualcosa di insensato e ancora più straniante. Lo stratagemma adottato invece nel doppiaggio italiano del film, cioè quello di far fare ai personaggi lo spelling a voce alta, leggere la parola completa in inglese e poi enunciarne la traduzione italiana, funziona meglio di quanto possa sembrare dall’esempio che ho trascritto.

    Il resto del film non è degno di alcuna nota particolare riguardo l’adattamento italiano, eccezion fatta per una sequenza che coinvolge una medium new age chiamata Zarabeth; è da questa porzione del film che spuntano fuori battute che in italiano sono addirittura più sensate di quelle originali. Ad esempio il protagonista che dice della medium: “con quella testa sembra una gallina spennacchiata“, una frase che funziona molto meglio della battuta originale che qui traduco per voi: “ha i capelli color arcobaleno!“. Sì, i capelli di Zarabeth sono tinti ma siamo ben lontani dai capelli multicolore della Cyndi Lauper di quegli stessi anni.

    La medium new age Zarabeth dal film Spiritika o Witchboard

    Spennacchiata o color arcobaleno?

    Diciamo che quella dei capelli color arcobaleno è un tipo di battuta che risuona di più nel pubblico di lingua inglese, così come noi troviamo più familiare il concetto di una capigliatura che possa far sembrare “spennacchiato” qualcuno. Anche in queste piccole cose si assaggia il vero significato di adattamento. Amanti delle traduzioni dirette al limite della traslitterazione fatevi da parte, questo film non è per voi.

    Quando poi le viene chiesto se durante la seduta spiritica i partecipanti debbano tenersi per mano, la medium alla moda risponde che quello “succede solo nei psico-film brutti“, mentre in lingua originale diceva che succede “solo nei film di vampiri“. Eh? Nghe senso, scusa? (cit.). Non ricordo film di vampiri con sedute spiritiche in cui la gente si tiene per mano, ma se mi è sfuggito un intero sottogenere horror fatemelo sapere che vado a recuperare. La battuta italiana fa riferimento ai film in cui compaiono i medium (“psico-film”) e sottolinea quelli “brutti”, che poi era anche il senso della battuta originale, negli anni ’80 infatti i “film di vampiri” erano ancora associati all’idea di film spazzatura (trash diremmo oggi) dopo decenni di abuso di quel genere da parte della Hammer. Poche le eccezioni, la vera redenzione del genere vampiresco sarebbe arrivata a breve.

    Le battute italiane di questa porzione del film hanno generalmente un po’ più senso e c’è anche lo slang anni ’80 alla quale in qualche modo si è voluto dare risposta: “bitchin’!” diventa “rimarchevole!“. Oggi forse rimarrebbe bitchin’ anche nel doppiaggio italiano, con buona pace di chi l’inglese non lo mastica.

    Insomma un buon adattamento, da guardare in italiano senza timore e senza dubbi. Anche le battute più strambe tipo “ma che, per caso c’è scritto “spastico” da qualche parte” (indicando la maglietta che indossa) purtroppo sono anche nel copione originale (“oh, please, do you see “spaz” written on this anywhere?” ). Gli anni ’80… quando c’era un offesa proprio per tutti!

    Malfeitor spirito malefico del film Spiritika Witchboard

    Niente accettate di Evit questa volta.

    Il cast di doppiatori di Spiritika

    Sul web nessuna traccia del cast di doppiaggio di Spiritika – chi lo doppia non si sa mika – né alcun tipo di informazione su chi lo abbia diretto o adattato in italiano. L’azienda di Verdone e Cecchigori nei pochissimi anni in cui è stata attiva sembra essersi avvalsa dello studio di doppiaggio Open che faceva largo uso di doppiatori della CDC, quindi per un eventuale riconoscimento dei doppiatori bisognerebbe confrontarli probabilmente con quelli che solitamente lavoravano per la CDC. Per chi non conosce il nome, CDC è il sinonimo di un doppiaggio di alto livello. Tra le voci note troviamo un Michele Gammino sul personaggio del tenente Dewhurst e mi sarebbe piaciuto identificarne tante altre ma siccome sono una scarpa in queste cose ho chiesto ai soliti noti, le orecchie del blog Doppiaggi italioti per così dire, cioè il mio braccio destro Leo e il mio orecchio sinistro Francesco Finarolli che avevo già sfruttato per un’operazione simile su Il ritorno dei morti viventi), e così ancora una volta siamo riusciti a dare un nome alle voci. Ecco dunque il cast di doppiaggio di Spiritika – se ha coraggio lo ridika! – per la prima volta sull’internet!

    Sandro Acerbo: Jim (riconosciuto da Leo)
    Serena Verdirosi
    : Linda (riconosciuto da Finarolli)
    Stefano Mondini: Brandon (riconosciuto da Finarolli, questo era arduo!)
    Massimo Corizza: Lloyd (riconosciuto da L.)
    Michele Gammino
    : tenente Dewhurst (riconosciuto da Evit)
    Anna Rita Pasanisi: la medium Zarabeth (F.)
    Manlio De Angelis: ospite baffuto alla festa, la prima voce che sentiamo nel film (F.)
    Francesco Pannofino: Roger, l’ospite alla festa seduto sul divano (L.)
    Franca Dominici: la signora Moses, la padrona di casa (F.)
    Vittorio De Angelis: il collega di cantiere di Jim che lo avverte di una telefonata (F.)
    Alessandro Rossi: la voce di Malfeitor (F.)
    Eleonora De Angelis: la nipote della padrona di casa (E.)

    Rimangono ignoti per il momento: il prete che sposa i protagonisti (a 1h33m58s), l’ospite alla festa che dice “sì, ci sono stato anch’io” e l’altro ospite che subito dopo dice “dovevi vederla, era ubriaca fradiscia” (2m30s), la Dott.ssa Gelineau (a 1h2m39s e 1h14m35) e il giornalista che annuncia la morte della medium (54:34). I tempi segnalati si riferiscono ad una versione che gira su YouTube e finché dura il link la potete trovare qui. Legalmente potete vedere Spiritika in italiano su Amazon Prime e, in teoria, a breve dovrebbe tornare disponibile anche in DVD dopo anni di “fuori catalogo”.

    Un sentito grazie al mio “gruppo di ascolto” di Doppiaggi italioti per l’identificazione di tutte queste voci.

    Scena dell'accetta dal film Spiritika

    AAAH! Ecco dov’era la mia accetta! Giusto in tempo per parlare del 2.

     

    Spiritika 2 – Il gioco del Diavolo (Witchboard 2: The Devil’s Doorway)

    Se Spiritika se la cava egregiamente con i suoi interpreti e con il suo adattamento italiano di cui c’è veramente ben poco da dire, è con Spiritika 2 – Il gioco del Diavolo (arrivato grazie a Medusa direttamente in VHS senza passare dal via cinema) che ci facciamo le grasse risate.

    Witchboard 2 ouija board

    Oh, sveglia! Sei l’attore in un film.

     

    Trama e adattamento italiano

    Ritorna ovviamente la tavoletta ouija e l’intrappolamento progressivo, anche qui di una ragazza innocente, Paige (Amy Dolenz), appena trasferitasi in un loft in città per fare l’artista bohemienne (ma non era anche la trama di un Amytiville o mi confondo? Dai che è lui! È Amityville: A New Generation…  pure dello stesso anno, 1993, quando a Los Angeles i loft te li tiravano dietro evidentemente). È in cima ad un armadio a muro del nuovo appartamento che Paige trova proprio la nostra amata tavoletta. tavola ouija da Spiritika 2Nessun legame con quella del precedente film anche se appaiono essere identiche. Ma dopotutto si ispira pur sempre ad un prodotto sfornato in serie in un impianto industriale del Massachusetts.

    Se nel primo film capivamo dagli improperi fuori luogo che l’intrappolamento progressivo stava gradualmente trasformando la personalità di una ragazza latte-e-miele in quella di uno scaricatore di porto, nel corso del secondo film non abbiamo mai la sensazione che alcun cambiamento sia in atto, questo perché nel doppiaggio italiano la dolce e sorridente (ingenua quasi! cit.) Paige chiama PUTTANA chiunque! Anzi, per essere precisi, tutti i personaggi in Spiritika 2 dicono “puttana” gratuitamente a chicchessia, anche senza alcun intervento spiritico spiritiko… perché ovviamente si tratta della traduzione errata di “bitch” (stronza). Allora se una collega ti fa un dispetto nascondendoti il lavoro è subito “quella puttana!” e se il fantasma di una donna assassinata si impossessa del corpo di della tua amica, tu le dici “eri una puttana, e lo sei ancora“, anche se quella non era la sua professione da viva. Quanta misoginia interiorizzata! Spiritika 2, benvenuto nel mio catalogo di doppiaggi che odiano le donne!

    Amy Dolenz in Witchboard 2

    Quella che chiama tutte le donne “puttana”

    Mi sa proprio che chi ha tradotto e adattato Spirtika 2 in italiano lo abbia fatto sotto l’influenza dello spirito di uno scaricatore di porto, solo che non ho idea di chi possa averlo evocato. Infatti, anche in questo caso, dell’azienda che ha doppiato il film e dei suoi interpreti vocali non sembrano esserci tracce scritte da nessuna parte.

    Lo spirito che si è impossessato del traduttore o della traduttrice di Spiritika 2, oltre a chiamare tutte “puttane” al posto di “stronze” (e c’è una bella differenza!) ogni tanto si dimentica dei congiuntivi, che vengono a mancare e poi ricompaiono anche a distanza di pochi secondi l’uno dall’altro. Ad esempio scompare il congiuntivo da “volevo assicurarmi che tu stavi bene“, detto al citofono, per poi ricomparire al posto giusto nella stessa frase ripetuta dallo stesso personaggio appena 5 secondi dopo quando sale su in casa! Lo avrà ritrovato per le scale, il congiuntivo?

    Vignetta sul doppiaggio italiano di Spiritika 2: sono gloria ho lasciato il congiuntivo in cucina accanto alla frutta

    Prima di continuare con gli errori scemi di traduzione voglio ammettere qui ed ora che questo secondo film, scritto e diretto dallo stesso regista del primo Witchboard, non è poi così lontano in qualità e stile dal primo capitolo, se vi era piaciuto quello potreste apprezzare anche il secondo. Solo che intanto sono arrivati gli anni ’90 e quindi le capigliature sono meno epiche del precedente e anche il budget è ancora più risicato. Salta all’occhio però un uso virtuoso della cinepresa che si infila in spazi improbabili per gli anni ’90, come l’intelaiatura di una finestra o il parabrezza di un veicolo. Spazi in cui non ti aspetteresti possa passare una cinepresa dell’epoca. Piuttosto sorprendente per il 1993.

    Tutto bello insomma (o, se non bello, accettabile) se non fosse per un doppiaggio che chiamarlo “da videocassetta” è fargli quasi un complimento. Gli interpreti vocali sono al più decenti, ma generalmente mediocri, e chiunque sia il doppiatore che dà la voce al personaggio di Russel è da codice penale, DA CO-DI-CE PE-NA-LE! (cit.) ed un bene che non conosca i loro nomi.
    A giudicare da certi momenti in cui scappa un’apertura sbagliata sulle vocali, posso dire con una certa sicurezza che si tratti di un doppiaggio del nord Italia, di una delle tante ditte che doppiavano a prezzi concorrenziali per il mercato delle videocassette e alle quali si affidavano spesso distributori come 20th Century Fox. Perché spendere di più quando puoi spendere meno, no? Beh, magari per non sentire “Mitch ha trovato il tuo corpo, ora sta andando sul pÒsto“, con una bella “o” aperta, fonica.

    tavola ouija lettera e

    E-V-I-T… I-N-C-A-Z-Z-A-T-O

    Ma fosse solo quello! L’adattamento dall’inglese all’italiano è dilettantesco.

    – Da dove cominciamo?
    – Lei ha detto Park Wood 217, significa qualcosa.
    – Credi che troveremo un cartello con su scritto 217 con una grossa X che segna il posto?

    Segna il posto? Che posto segna? X marks the spot è un’espressione di lingua inglese, nota nella cultura popolare, associata alla caccia al tesoro piratesca dove la X indica sempre il punto dove è nascosto il tesoro. È a tutti gli effetti un modo di dire, un idioma, e in quanto tale non è da tradurre alla lettera (regola base della traduzione da quando esiste la traduzione nella storia dell’umanità). Nel film Indiana Jones e l’ultima crociata, questa espressione diventa il fulcro di una gag dove a lezione il Professor Jones istruisce i suoi alunni sulla vera archeologia, dove la X non indica mai il punto dove scavare, salvo poi trovare l’accesso alle catacombe a Venezia proprio sotto una enorme X (il 10 in numeri romani) e si vede costretto ad esclamare “la X è il punto dove scavare“. Notare che in tutti questi casi viene chiarito cosa sia quel punto (spot), perché non essendo un idioma anche in italiano non ne possiamo dare per scontato il significato implicito. Chi ha adattato Indiana Jones (Roberto Rizzi, per la CDC, azienda seria) sapeva di non poterla tradurre direttamente in “la X segna il posto.” (il posto di che?), gli ignoranti invece si fermano alle traduzioni dirette e non scavano mai oltre. Piaciuta la battuta? “Scavano”? Vabbè.

    Witchboard 2 Russel

    Russel che vuole sparare al suo doppiatore

    E perché tradurre “assuming that” con “assumendo che” quando abbiamo una cornucopia di traduzioni italiane più valide? Ipotizzando che, supponendo che, partendo dal presupposto che, posto che… tre le prime che mi vengono in mente; dobbiamo proprio ipotizzare che lo abbia tradotto qualcuno con poca familiarità con la lingua inglese… ma anche con quella italiana.

    Ovviamente con cotanta dimestichezza nella traduzione, non è una sorpresa trovare in questo film anche battute in un italiano irreale, cose come “tu devi avere una dannata pila di multe non pagate” (helloooo-o, doppiaggese?) oppure ancora “Lo stesso tipo di dannata relazione che avevo con mio padre“. Chi era il padre, uno stregone? Quando poi si parla del distintivo di un poliziotto qualcuno deve aver proprio capito fischi per fiaschi: “Venticinque zero cinque, giusto? Il tuo numero di targa. Volevo assicurarmi di averlo visto bene“. Ma in italiano la targa è quella automobilistica, non certo la traduzione di “badge number“, cioè il numero di distintivo.

    Malfeitor aiutami tu!

    Malfeitor spirito malefico del film Spiritika Witchboard

    Anche in questo film torna lo stratagemma (l’unico veramente sensato) di leggere ad alta voce le parole che lo spirito detta in inglese attraverso la tavoletta per poi farle tradurre al volo in italiano per la nostra comprensione. Il livello di sfida linguistica però aumenta molto con questo secondo film e va ben oltre le capacità di chi già traduce “una X che segna il posto” e “numero di targa“.

    La sfida è dovuta alla dislessia palese di cui soffre lo spirito in questo Spiritika 2 e quando detta parole attraverso la tavoletta ouija non ne azzecca mai una! Solo che, anche se le parole che vengono fuori durante la seduta spiritica non hanno uno spelling perfetto, lo spettatore italiano non ci fa caso perché vengono comunque tradotte dai protagonisti in un italiano corretto, e quando lo spirito detta parole incomprensibili, a noi spettatori italiani cominciano a sorgere seri dubbi. Com’è infatti che “riflecape” (parola inesistente che sembra composta di “rifle” e “cape” ) ci viene tradotta al volo come “minecatto“? Da dove viene fuori questa parola inventata?

    Ciò che il fantasma voleva scrivere in realtà era FIREPLACE, cioè “camino”, o CAMINETTO, ma siccome lo spirito è dislessico è venuta fuori come RIFLECAPE, che la protagonista inizialmente pensa possa essere un nome o una parola di cui non conosce il significato. Ma se non lo capisce lei come può tradurlo al volo con una inesistente parola italiana (minecatto)… che per puro caso funzionerà perfettamente anche come anagramma? Boh.
    Chiaramente una sfida linguistica che andava ben oltre le possibilità del traduttore/traduttrice di questo secondo capitolo di Spiritika – cominci a stare un po’ antipatika – e possiamo dire che non ci hanno provato nemmeno.

    Questa scemenza del “riflecape” (o “minecatto”) sarà alla base dell’anagramma più telefonato della storia del cinema. Driiin driiin, Spiritika? Mi dika!

    Verdone da Un sacco bello che dice Caminetto, non minecatto

     

    Il cast di doppiatori di Spiritika 2

    Laura Lenghi: Paige, la protagonista
    Giuliano Santi
    : Jonas, il padrone di casa
    Stefania Romagnoli: Elaine, moglie di Jonas
    Toni Orlandi: il sig. Morris, il negoziante esperto di occulto
    Sergio Luzi (?): il primo netturbino

    Per quanto scarna, se questa lista esiste è merito dell’orecchio di Francesco Finarolli, di cui dovrei fare un action figure targato Doppiaggi italioti, del nostro Leo che per qualche oscuro motivo conosce molto bene la voce di Toni Orlandi (di Leo da anni ho già il soggettone appeso alla parete, la sua faccia ritagliata e appiccicata sul poster di Rambo 2, tanto per rimanere in area Carlo Verdone), e di chi ha contribuito nei commenti, come ‘Alex’ che ha riconosciuto nella protagonista la voce di Laura Lenghi, e Giacomo che potrebbe aver identificato Sergio Luzi sul primo netturbino sul finale del film. Mancano all’appello la voce di Mitch, il fidanzato della protagonista, quella del fotografo Russel, del fantasma di Susan, della collega gelosa e il secondo netturbino sul finale. Sono difficili da identificare perché alcuni di questi (e non starò a dire quali), mi dispiace dirlo, sono davvero al limite dell’incapace. Ma dico io… ci sono tanti pomodori da raccogliere al sud, perché insistere proprio nella carriera di doppiatori?

    Finché dura potete trovare il film su YouTube a questo link. Il DVD della Cecchi Gori è invece fuori catalogo da anni e per comprarne anche una copia usata dovreste dissanguarvi. Quindi per il momento non c’è modo di vederlo legalmente.

    Copertina DVD di Spiritika 2Il titolo italiano: il gioco del Diavolo

    Per finire, il sottotitolo italiano “il gioco del Diavolo”, così come quello originale (“The Devil’s Doorway”), fanno riferimento ad un Diavolo che in realtà non metterà mai piede nella trama. Lo spirito “possessore” (la conio io qui e ora) è quello di una donna morta, Susan, di cui non conosciamo le intenzioni ma siccome è un film di pauuuuva potete già immaginare che le sue intenzioni non siano benefiche. Per la titolazione di questo film, il Regno Unito si è buttato su un più generico ma forse più appropriato “il ritorno” (Witchboard 2: The Return). Il Diavolo con la D maiuscola sarà invece protagonista solo nel terzo film.

    Spiritika 2 – Il gioco del Diavolo sarà anche l’ultimo capitolo a chiamarsi “Spiritika”, spavento non fai mika.

     

    A letto con il demonio (Witchboard III: The Possession)

    Diavolo in A letto con il demonio witchboard 3

    LU DIAVOLO!

    Witchboard III: The Possession (del 1995) arriva in Italia in VHS nel 1998 per mano della Fox in combutta con la Eagle, queste due aziende di certo non avranno voluto far alcuna pubblicità ai precedenti due “Spiritika” che invece erano in mano alla concorrenza Cecchi Gori-Berlusconi e così questo terzo capitolo viene spacciato come film a sé con il titolo A LETTO CON IL DEMONIO. Qualche pubblicitario con ancora in testa “A letto con il nemico” del 1991 deve essersi compiaciuto molto di questa scelta.
    Anche le VHS però devono riportare il titolo originale da qualche parte sulla copertina e quindi l’acquirente italiano non si sarebbe poi accorto di quel numero romano in “Witchboard III” ? Presto fatto, togliamo il numero romano dalla copertina della videocassetta, et voilà:

    VHS di A letto con il diavolo, titolo italiano di Witchboard 3 del 1995 e seguito di Spiritika

    Il terzo film non viene penalizzato realmente da questa dipartita tutta italiana dalla trilogia Witchboard visto che comunque si distanzia sostanzialmente dai precedenti due capitoli, incluso il totale cambio di look della tavoletta ouija e anche della sua planchette accessoria (cioè quel puntatore di legno a forma di goccia con un foro al centro): adesso questi sono addirittura un qualche reperto maya! Seh, vabbè.
    “A letto con il demonio” è effettivamente un titolo molto appropriato per la trama del film visto che il protagonista viene posseduto nientepopodimenoche da lu diavolo in persona, ma in tempi moderni forse è ora di far tornare questo Witchboard a casa con un nuovo titolo italiano, dai che viene facile… Spiritika 3: a letto col demonio. Perché separare le famiglie? Non è una cosa bella (cit.). Se mai esisterà un cofanetto di questa trilogia, dovrebbero rititolarlo così.

    Witchboard 3 ouija board

    Trama e adattamento italiano

    L’introduzione del film parla subito di una “tavola della strega“, la traduzione diretta di “witchboard” (semmai delle streghe… al plurale, no?), perché si dice che “la tavola fosse usata dalle streghe“, insomma la stessa storia già sentita nel precedente capitolo. Qui in realtà la sparano anche più grossa: “lo o-uìgia esiste sin dai tempi di Pitagora“.
    Seeeh, vabbè, dall’uomo di Similaun!

    scena da Witchboard 3

    fate partire la Unchained Melody

    La trama: Julie è una docente universitaria ed è l’unica che porta soldi a casa perché suo marito Brian è un “broke” broker, un broker finanziario rimasto senza lavoro che passa tutto il giorno in vestaglia, non si pettina, i colloqui gli vanno male, l’ufficio di collocamento non lo richiama nemmeno più… insomma vive come un trentenne italiano di oggi, solo che per i parametri anni ’90 Brian è in un momento molto brutto della propria vita. Il proprietario del palazzo in cui si sono appena trasferiti però lo invita nel suo appartamento dove, grazie a un’antica tavoletta ouija, gli dimostra che si possono sfruttare gli spiriti dell’aldilà per fare soldi in borsa. Oh, finalmente un’idea intelligente in tutta questa serie!

    Vi chiederete: perché svelare ad uno sfigato il segreto del proprio successo? Perché il proprietario del palazzo è posseduto da LU DEMONIO!!! Ma lu demonio si è impossessato (spoiler eh) del corpo di un impotente (il suddetto proprietario) e non ha mai potuto generare un erede, quindi è ora di suicidarsi per passare nel corpo di Brian, che ha anche la moglie carina e in salute. Il vecchio dunque regala un anello merovingio a Brian e si getta con nonchalance giù dal balcone. È da questo momento che Brian ha libero accesso alla tavoletta che, come nella tradizione di questi film che copiano le dinamiche dell’Esorcista, inizialmente si dimostra di grande aiuto, così da portare Brian alla possessione. Al contrario dei precedenti però, questa possessione non avviene tramite “intrappolamento progressivo”, bensì Brian viene folgorato, il suo spirito attraversa l’occhio della planchette e da quel momento si ritrova intrappolato nel mondo degli specchi. Il corpo resuscitato invece è un nuovo Brian, più figo, che usa il gel per buttare i capelli all’indietro, che veste in pelle nera, mangia mele e fa ‘n sacco de sordi giocando in borsa, ora vuole anche un figlio con Julie… IL FIGLIO DE LU DEMONIO! Mammamija!

    Lo spirito del vero Brian cerca di avvertire Julie comparendo negli specchi di casa e berciando come un disperato ma lei non può vederlo né sentirlo, quindi il Brian intrappolato nella zona fantasma (se non è cit. questa non so cosa lo sia!) dovrà mettersi in contatto con lei attraverso la tavoletta ouija. Riuscirà Brian a salvarla dal lu demonio e riprendere possesso del proprio corpo???

    tavola ouija con la planchette che indica il sì, dal film a letto con il demonio

    Dei tre film, Witchboard III è quello che più facilmente svanisce dalla memoria, forse per una trama non freschissima, dal diavolo che vuole un figlio (da quando esiste questo tòpos? Dall’anno 1000 almeno!) all’idea di un doppelgänger, cioè il sosia malvagio che minaccia di sostituirsi al protagonista, in questo caso si tratta di una possessione ma il concetto è lo stesso. Witchboard III potrebbe ricordare qualcuno degli episodi più noiosi di X-Files che andava in onda in quegli stessi anni, sia per le tematiche sia per il look del film. Si fa guardare e si fa anche dimenticare, sopravvivendo nella sua mediocrità da produzione televisiva, ma la sua esistenza non offende. Se il link perdura, lo trovate su YouTube seguendo questo link.

    devil in Witchboard 3

    LU DIAVOLO IN CGI!

    Cast di doppiaggio

    Francesco Prando: Brian
    Antonella Baldini: Julie
    Barbara De Bortoli: Lisa, l’amica di Julie
    Germano Longo(?): Francis, il proprietario
    Romano Ghini: l’usuraio Sig. Finch (riconosciuto da Giacomo nei commenti)
    Alberto Caneva: reporter in TV
    Alberto Caneva: secondo paramedico (Giacomo)

    Ancora una volta è Francesco Finarolli che ha aiutato nel riconoscimento degli interpreti, con l’aggiunta delle buone orecchie di un lettore (‘Giacomo’ nei commenti). Rimangono dubbi su Francis che potrebbe non essere Germano Longo ma Antonio Colonnello, secondo Giacomo.
    Al momento rimangono ignote le voci della vedova Dora (nel film a circa 17 minuti) che, ci suggerisce sempre Giacomo, è anche la stessa voce del paramedico che consola Julie (a 34:37 min). Ignota anche la voce dell’amico Hank al telefono (a 22:36), dell’annunciatore televisivo (a 25:50), della cronista Ginny Rogers (a 25:52), oltre ad altri brevissimi ruoli di poche parole come quelli del tirapiedi del Sig. Finch, Ronald, di un’altra reporter del TG che commenta dalla sala delle contrattazioni della borsa (a 26:02), e i due paramedici maschi, uno di queste suggerisce Giacomo nei commenti essere la stessa sentita su Ronald (e al momento sconosciuta) mentre la seconda è di nuovo Alberto Caneva.

    Come nella tradizione di questa trilogia, ignoti sono il direttore, l’adattatore e l’azienda di doppiaggio (in base ai nomi potrebbe essere la Tecnosound o Cast Doppiaggio Srl) ma posso affermare con sicurezza che A letto con il demonio sia stato doppiato e adattato decisamente meglio di Spiritika 2. Rimane comunque un prodotto quasi televisivo nel quale non riconosco nessun interprete vocale (se non era per il Finarolli ed altre gentili orecchie, boh!) ma neanche palesi errori di traduzione. L’unica nuova stramberia rimane la pronuncia di ouija che qui diventa ouìgia e oùgia, a volte al maschile e a volte al femminile… ma il capitolo veramente comico rimane comunque il secondo Spiritika – recensire questa trilogia è stata una fatika.

    Tavola ouija con planchette che indica la parola bye

  • Quando la strega Elvira perse contro la mascolinità fragile italica

    Elvira

    TETTE!

    Ora che questa parola ce la siamo tolta di torno e ho la totale attenzione del pubblico maschile possiamo passare a parlare dell’adattamento italiano di Una strega chiamata Elvira (Elvira: Mistress of the Dark, 1988), il debutto cinematografico del personaggio di Elvira, presentatrice vamp di Movie Macabre (1981-1993), un contenitore televisivo americano forse paragonabile al nostro Notte horror di quelle uniche due estati ’89-’90 con lo Zio Tibia. Il film arriva in italia con un adattamento lesivo del personaggio e non c’è bisogno di essere bilingue né di averlo visto in lingua originale per rendersene conto, le battute alterate nel copione italiano sono ben più evidenti dei seni di Elvira di cui tutti parlano in qualsiasi recensione.

    Elvira e il cane Gonk

    Il cane punk con il nome “da frocio”

    Le modifiche al copione che troviamo nel doppiaggio italiano non inficiano la comprensione del film, ma di sicuro alterano la percezione del personaggio di Elvira che ci viene praticamente spacciata come una ninfomane che fa battute sui “froci” quando è chiarissimo che Elvira non direbbe mai niente del genere!

    L’attrice che la interpreta, Cassandra Peterson, ha dichiarato che la sicurezza di sé e il suo caratteristico atteggiamento vengono dall’essere stata allevata (professionalmente parlando) “da un branco di drag queen e omosessuali” quando da adolescente in Colorado lavorava come ballerina e cantante in un bar con spettacoli di drag queen, esperienza che l’ha poi portata successivamente a Las Vegas come showgirl, un decennio prima dell’arrivo in TV come presentatrice. Cassandra ha vissuto l’equivalente di 1000 vite diverse, avendo cantato con Elvis Presley, recitato in un film di Fellini, in un film di James Bond, cantato in una band italiana degli anni ’70, scambiato ricette di cucina con Vincent Price, perso la verginità in modo violento con Tom Jones (immaginavate che Tom Jones fosse un aggressivo donnaiolo? Neanche Cassandra) ed è la creatrice (ed oggi unica azionista) del marchio Elvira. E gran parte di queste cose le ha fatte prima dei 30 anni (sigh!).

    Life goals

    Il fenomeno Elvira, sconosciuto in Italia

    Su Wikipedia è riassunta alla perfezione come una presentatrice televisiva di una rubrica horror con un aspetto da vamp malvagia controbilanciato dalla personalità pimpante di una donna verace con la risposta sempre pronta. O almeno questo è un mio estrapolato dalla pagina di Wikipedia in inglese perché la versione italiana è troppo presa dal descrivere le sue curve: “La Peterson non ha mai avuto necessità di alcuna chirurgia plastica o di impianti per migliorare le sue naturali “curve” [senza fonti].

    Molto enciclopedico

    Per capire il fenomeno Elvira in America, immaginate se Zio Tibia di Notte horror fosse stato una donna vestita in modo provocante e con la battuta pronta. Avremmo ancora 40enni che ne parlano su Facebook nei gruppi “che ne sanno i giovani d’oggi…”. Invece in Italia è arrivato direttamente il suo primo film senza una precedente notorietà televisiva e quindi senza neanche sperare di poter lasciare un segno nella cultura popolare italiana.

    Personaggio di Booberella o Popparella dalla serie i Simpson

    Un po’ come successe per il personaggio televisivo Pee-wee Herman il cui primo film, popolarissimo in America,  Pee-wee’s Big Adventure del 1985 (in cui compare anche Cassandra Peterson), fu doppiato (secondo il Genna) appena negli anni ’90 e arrivò in home video in Italia direttamente in DVD nel 2006 (secondo Wikipedia)… e solo perché il regista si chiama Tim Burton, sennò manco quello. Il suo sequel, Big Top Pee-wee – La mia vita picchiatella (1988), paradossalmente uscì molto prima in Italia, in VHS, alla fine degli anni ’80. In tal senso Elvira è stata molto più fortunata dal momento che entrambi i suoi film sono arrivati regolarmente nel nostro paese.

    In molti potrebbero aver visto la sua versione a cartoni nei Simpson, “Booberella” (o “Popparella” in italiano), ancor prima di essere esposti al film o al personaggio, magari scambiandola per una versione sexy di Morticia Addams, a cui il personaggio di Cassandra Peterson comunque si ispira.

    Come distruggere un icona con battute sul (e del) cazzo

    Il personaggio di Elvira è arrivato da noi oltremodo distorto a causa del suo adattamento che riflette quello che è ancora oggi un problema Paese. C’è infatti una differenza che gli italiani del 1989 (e sono certo anche quelli del 2019) non hanno chiara: una donna può vestirsi in modo appariscente e avere anche atteggiamenti “sexy” e allo stesso tempo non essere di facili costumi. Questo concetto è chiarissimo sin dall’inizio del film, quando il produttore che allunga le mani finisce istantaneamente col culo per terra e piagnucola con il suo assistente “mi avevi detto che era ninfomane!” per poi licenziarla. Come dice la stessa attrice del suo personaggio: “Elvira è una donna sexy ma anche forte, che non si fa mettere i piedi in testa“, sa ciò che vuole e ci insegna subito (anche a suon di botte) a non giudicarla dall’aspetto esteriore. Tutti i viscidi cascamorti che incontriamo nel corso del film finiscono letteralmente a calci fuori dalla porta e il suo nemico naturale, ancor prima dello zio stregone assetato di poteri ultraterreni, sono i cittadini moralisti, ipocriti e bigotti della provincia americana dove Elvira finisce suo malgrado. E qui ci potremmo vedere del materiale per Tim Burton ma io ci vedo anche un po’ Footloose, con la gioventù di provincia soggiogata dai genitori puritani.

    Chi se le cerca è solo quello con il cappello da cowboy

    Chiaramente chi ha adattato i dialoghi italiani di questo film non ha capito il personaggio di Elvira altrimenti non le avrebbe fatto dire con disprezzo che al cane Algonquin hanno dato un nome da frocio, né le avrebbero fatto dire di essere una depravata puttana! Elvira potrà essere anche ammiccante e non far mistero del fatto che le piaccia il sesso (che schifo il sesso, vero?), potrà anche essere intraprendente con gli uomini che le piacciono, ma in lingua originale non è LETTERALMENTE UNA NINFOMANE (oggi comunque si dice “ipersessuale“), né tanto meno un’omofoba. Ma potremmo sospettare che il pregiudizio personale di qualcuno si sia infiltrato nell’adattamento italiano oppure che il copione sia stato alterato ad uso e consumo del maschio italico anni ’80, quella figura mitologica nota come “Er canotta“. Questo spettatore ideale è l’uomo che si sente a proprio agio soltanto quando vede riconfermati i suoi pregiudizi: se si veste da (quella che egli percepisce come) troia, è troia. Al massimo può essere una troia simpatica.

    Tutte le battute che alterano il personaggio di Elvira nel doppiaggio italiano

    Elvira che imbraccia un bazooka, la vignetta dice: ve lo faccio saltare in aria questo adattamento

    Elvira non è omofoba

    Il film inizia con le riprese di un episodio del suo show televisivo nel quale presenta horror d’annata prendendoli anche in giro e in chiusura augura a tutti la buona notte ricordando una massima da bar sport: “fatelo poco ma fatelo bene“, che culturalmente parlando è ad un passo di distanza da “mio nonno campò cent’anni perché si faceva i cazzi suoi”. La battuta sul farlo poco e farlo bene ovviamente non esiste in inglese, è un invenzione italica per trasformare da subito la nostra presentatrice fatalona in una ninfomane che parla solo di sesso. In inglese augurava semplicemente “unpleasant dreams“, letteralmente “sogni sgradevoli”, al posto di “sogni d’oro”, che poteva sicuramente essere resa in modo creativo senza subito ricorrere a battute da cinquantenni costantemente allupati.

    In questo genere di battute, l’ironia del personaggio di Elvira è la medesima che caratterizza la famiglia Addams, dove i modi di dire normalmente “in positivo” o le abituali norme comportamentali vengono riproposte in un’inaspettata variante negativa da mondo alla rovescia (Morticia che invitava i figli a “giocare col cibo” o che tagliava i petali delle rose prima di metterle nel vaso). Innocuo umorismo senza pretese, dite? Certamente, gli Addams ci hanno campato per decenni ed è un topos tipico della commedia. Del resto è il tipo di umorismo usato anche dal nostro Zio Tibia. “Unpleasant dreams” ritornerà come battuta finale ma anche in quel caso tradotta in un’ottica diversa, ma ci ritorniamo tra poco.

    Show televisivo di Elvira

    Altro momento esemplare arriva dopo l’arresto di Elvira (per stregoneria) quando, in maniera offensiva, le viene negato il diritto a una telefonata, risponde quindi al poliziotto esordendo con un “senti, finocchio!“. Un’altra offesa gratuita che non verrebbe mai dal suo personaggio, non a caso in inglese dice “listen, paunchy!” (senti, panzone!). Ai pochi italiani che hanno visto il film sarà sfuggito il perché della reazione del poliziotto, che si guarda istintivamente la pancia. Magari pensavano si guardasse l’uccello per assicurarsi che fosse ancora lì. Ah, le grasse risate a spese degli omosessuali. Uah-uah-uah… lo ha chiamato finocchio, uah-uah-uah, da morì da i’ ridere proprio.

    Per concludere sull’argomento omofobia inesistente in originale, quando Elvira tosa il cane Algonquin (il barboncino ereditato dalla prozia) e lo addobba da cane punk con tanto di borchie e cresta colorata, decide di cambiargli anche il nome abbreviandolo in “Gonk” perché Algonquin lo riteneva un “sissy name“, cioè un nome da femminuccia, inadatto evidentemente al nuovo look. Ma un conto è dire “un nome da femminuccia“, un conto è dire “un nome da frocio“. Le parole hanno un peso ben preciso. Esigenze di labiale, dite? Forse, ma a questo punto il labiale diventa il problema minore.

    Gonk il cane di Elvira

    Gonk is not amused

    Perché Elvira è omofoba nel copione italiano?

    Una supposizione. Il suo avercela con i “froci” rientra perfettamente nella mentalità maschilista di chi ha adattato il copione con questo personaggio inventato della ninfomane impetuosa: siccome ella vorrebbe farsi qualunque uomo le capiti a tiro, taccia di “finocchi” coloro che le si mettono contro, perché comunque non le sarà possibile accoppiarsi con loro. Se negli anni ’80 questo genere di commedia era ovunque in Italia, oggi sa di marciume (anche se la mentalità rimane comunque latente per un gran numero di italiani).

    Da quando esiste la commedia è esistita la commedia con personaggi omosessuali, Mel Brooks ad esempio ne ha sempre inserito qualcuno, spesso personificato nello stereotipo della “checca isterica”, ma senza tuttavia implicare che fossero dei mostri da disprezzare o detestare in quanto omosessuali. In Italia la commedia in cui si accenna all’omosessualità si è quasi sempre limitata al puntare il dito contro qualcuno per dirgli con spregio “finocchio!” oppure all’idea del “fa ridere perché lo ha chiamato finocchio e lui non lo è“, dando per scontato che nessuno degli spettatori vorrebbe mai esserlo. Er canotta di certo non vorrebbe esserlo. In pratica la commedia italiana non ha mai superato la quinta elementare. Qualcuno, Pozzetto ad esempio, si salva ma sono veramente pochi. Peccato però che questo tipo umorismo sia andato a contaminare anche altri prodotti esteri al loro arrivo in Italia (ricordate il lavoro del Bagaglino su Fritz il gatto? Da galera), inclusa Elvira che con questa mentalità non ha proprio niente a che vedere.

    Se Elvira è dichiaratamente mascolina, questa sua componente da “maschiaccio” è stata traslata nel nostro paese in “maschiaccio italico”, er canotta, e invece di giocare sul contrasto, il personaggio di Elvira e il film stesso finiscono per essere una sorta di riconferma di tutti i pregiudizi maschilisti, dall’omofobia al giudicare una donna dal modo in cui si veste. Se un doppiaggio potesse mai rappresentare il pensiero “se lo merita perché si veste così”, quello sarebbe proprio il doppiaggio di Una strega chiamata Elvira. Si può anche giocare sull’essere sexy senza essere necessariamente maniaci sessuali. Ah, questo ci porta al prossimo punto.

    Elvira non è una maniaca sessuale

    Durante la prima notte nella casa ereditata dalla prozia, Elvira si siede allo specchio della toletta e imita la Regina Cattiva di Biancaneve:

    Elvira davanti allo specchio come la regina cattiva di Biancaneve

    Mirror, mirror on the wall, who’s the most drop-dead gorgeous of them all?

    “Drop-dead gorgeous” vuol dire bella da morire, da togliere il fiato, uno schianto, etc… insomma avete capito. Non certo una “depravata puttana” come dice nel doppiaggio italiano. Oh, sì che lo dice:

    Specchio delle mie brame, chi è la più sensazionale e depravata puttana del reame?

    E la successiva battuta invece di essere “lo dici tanto per dire” (oh, you’re just saying it!) è adattata in accordo con quanto appena detto: “sfacciato!“. Elvira in italiano si vede come una puttana depravata e questo è ribadito in modi diversi e più volte nel doppiaggio mentre in inglese ha semplicemente un’alta stima di sé. Se non è cambiare il personaggio questo, non so proprio cosa lo sia. L’unico momento in cui appare sfacciata è quando trova un uomo che le piace (uno in tutto il film, il timido Bob) e si approccia a lui come Elvira potrebbe fare.

    Una scena di Una strega chiamata Elvira, Elvira con i ragazzi

    In una scena successiva Elvira cerca di convincere i ragazzi ad andare a vedere “uno dei peggiori film mai fatti” ma a questi è stato proibito di frequentarla, pena l’espulsione dalla scuola, quindi restano impassibili alle sue descrizioni sulla bruttezza del film, e lei rincara la dose:

    Insomma parla di certi… movimenti. Spiega cosa si può fare in barca per esempio.

    Il “cosa si può fare in barca” è detto mentre mima il gesto di remare. Sembra che voglia convincere i ragazzi promettendo un film pieno di sesso. In realtà sta mimando la gestualità di Michael Jackson che canta “Bad”:

    It is bad! You know, like “bad” as in… bad, like, “I’m bad, shamone, you know it!”.

    Non che si potesse rendere la stessa battuta anche nella nostra lingua ma, ovviamente, dove va a parare l’alternativa italiana? Sempre lì…

    Maccio Capatonda che fa il gesto di scopare

    Scopare!

    Per ribellarsi ai genitori bigotti, la descrizione di un film brutto non è sufficiente e così Elvira si gioca la carta della pietà facendo finta di avere tendenze suicide: preannuncia che avrebbe messo la testa nel forno e conclude dicendo:

    Se qualcuno vi chiederà di me, ditegli che avevo un gran bel paio di gambe… e anche un gran bel paio di tette.

    Se vi sfugge la battuta è perché non è stata tradotta. In inglese recitava questo:

    Se qualcuno vi chiederà di me, ditegli che ero più di un gran paio di tette… ero anche un incredibile paio di gambe.

    Come con tutte le battutine di Elvira, non è la battuta in sé a far ridere, è il modo in cui viene detta. E se in inglese gioca sul “sono più di quello che vedete” (sovvertendo due volte le aspettative), in italiano dichiara semplicemente di essere un paio di tette e un paio di gambe, senza dubbio alcuno… e penso che chi ha adattato questo film in italiano non se lo sia posto proprio, il dubbio.

    I was more than just a great set of boobs

    Più di un gran paio di tette, ci sono anche le gambe.

    Arriviamo così alla proiezione del filmaccio di mezzanotte, Elvira commenta in diretta Pomodori assassini (Attack of the Killer Tomatoes!, 1978) e a fine serata richiama l’attenzione dei ragazzi con un “ladies and dobermans” che in italiano diventa “patatine e piselloni“. Anche qui Elvira passa per assetata di sesso, quando la battuta era facilmente traducibile come “ragazze e bestioni”, ben diversa anche come intenzioni. “Doberman” non ha altri significati noti nella lingua inglese oltre la razza di cani, a meno che gli sceneggiatori non ne forzino uno loro, come sottolineato in questa risposta su Quora.
    Invece di chiamare gli uomini delle bestie, che ricade perfettamente nel suo personaggio, in italiano ne apprezza gli enormi peni. L’esatto opposto.

    Maccio Capatonda che fa il gesto di scopare

    Continuando sullo stesso tema, la frase “la vendetta è meglio dell’orgasmo” è la reinterpretazione italo-sessuomane di “revenge is better than Christmas” (la vendetta è meglio del Natale”). Peccato, ci siamo persi un gadget a tema natalizio molto simpatico.

    Tazza di Elvira con scritta la vendetta è meglio del Natale

    Anche l’ultimissima frase del film, quando per la seconda volta Elvira augura a tutti la buona notte con il suo tradizionale “unpleasant dreams” seguito da un occhiolino ammiccante (la battuta di chiusura dello suo show televisivo), in italiano deve dire qualcosa di zozzo: “non fate sogni bagnati“.

    [insert meme-scopare.jpg]

    È il classico caso dove potremmo usare una volgare espressione popolare con riferimento alla persona che ha adattato il copione del film. Posso dirlo? Lo dico. Se invece di adattare questo film si faceva una sega era meglio.

    L'attore Kurt Fuller in una scena del film Una strega chiamata Elvira

    Il responsabile dell’adattamento italiano?

    In questa continua ricerca della battuta a sfondo sessuale, è curioso che gliene sia sfuggita una presente invece nel film in lingua originale! Questa arriva durante il restauro della vecchia casa quando Elvira, approfittandosi della smania di guardarla che hanno degli adolescenti della piccola cittadina, li mette tutti a lavorare “aggratis” per rimettere a posto la casa della prozia così da venderla e scappare al più presto a Las Vegas. Le basta sfoderare quelle pose sexy che usa nel suo programma televisivo che i ragazzi accorrono letteralmente a frotte per poi ritrovarsi a scartavetrare, martellare e dipingere la vecchia casa. Quando Elvira viene avvertita dell’arrivo di nuove leve, si trova in ginocchio che sculetta a passo di Shout!, si gira verso di loro e dice “fantastico! Allora fate qualcosa anche voi.”. Questa frase in originale era “Great! Just grab a tool and start banging“, ovvero “fantastico! Allora prendete un attrezzo e dateci dentro”. Come hanno fatto a perdersi un’altra occasione per darle della puttana?

    Occasioni mancate

    Altre piccole traduzioni errate

    Elvira invita Bob a mangiare a casa sua ma non sa cucinare, così prende il libro di ricette della prozia (che si rivelerà essere un libro di incantesimi) e getta le peggio schifezze nella pentola sperando che ne venga fuori qualcosa di commestibile, per questo quando esce dalla cucina con l’intruglio appena preparato esclama “it’s soup!” (letteralmente “è minestra!” o, a giudicare dall’aspetto finale, forse è più un “minestrone”).
    In italiano Elvira esclama “il pranzo è servito!” e non so se volesse essere un riferimento al popolare quiz televisivo italiano di quel periodo Il pranzo è servito (1982-1993) e di per sé non è un’alterazione sbagliata se non fosse che la scena si svolge palesemente di notte, chi pranza di notte? Difatti, letteralmente due battute dopo, Elvira dice “spero che tu abbia fame perché ecco qui la cena“.

    Mostro emerge dalla pentola in una scena di Una strega chiamata Elvira

    La cena

    Aggiungo qui una piccola nota che potrebbe sfuggire anche guardando il film in inglese sottotitolato. Quando Elvira nomina alcuni film “I married Satan” e il suo seguito “I married Satan 2” (entrambi inventati) ci perdiamo un gioco di parole che vuole che il numero “2” in inglese si legga esattamente come “too” che in quella frase vuol dire “anche io”. Quindi il seguito suona anche come “Anch’io ho sposato Satana!”. Ovvio che certe cose non sono riproducibili nella traduzione e non gliene facciamo una colpa.

    Vederlo in italiano o in inglese?

    Mi dispiace per i vari amici blogger (ne hanno parlato sia La bara volante sia La cupa voliera del Conte Gracula riassumendo il film molto meglio di me) che lo hanno recensito probabilmente senza sospettare che l’umorismo di Elvira in lingua originale fosse in alcuni punti radicalmente diverso da quello che è arrivato a noi. In italiano Una strega chiamata Elvira sembra essere stato adattato dagli antagonisti del film stesso, i “benpensanti”, i moralisti di provincia che giudicano Elvira per il suo aspetto e la chiamano apertamente puttana, a volte troia. Il film è stato adattato da loro, dai puritani, e mentre in inglese Elvira è ancora un personaggio al passo con i tempi, non lo si può certamente dire della sua versione italiana.

    È come se facessero bestemmiare Pee-Wee Herman. Lo capite anche senza vedere la versione originale che c’è qualcosa che non quadra. Oppure Dodò dell’Albero azzurro. L’affronto più grave è che le voci della CVD sono fantastiche, in particolar modo quella della doppiatrice Mavi Felli che è un vero fenomeno sul personaggio di Elvira! Uno spreco enorme.

    A prescindere dalle alterazioni sul suo personaggio, consiglio caldamente di scoprire (o di riscoprire) questo film in italiano non solo agli appassionati del doppiaggio anni ’80 ma anche a tutti gli apprezzatori di commedie in cui un’inusuale protagonista sconvolge lo status quo di una provincia americana bigotta e retrograda, aiutando i cittadini a diventare persone migliori. Il film esiste in DVD e vi basterà ignorare i vari “frocio!” per scoprire una commedia comunque gradevole e divertente, anche grazie alla recitazione dei doppiatori coinvolti. Nel 2001 ne è stato realizzato anche un sequel, La casa stregata di Elvira (di cui sconsiglio la visione in qualsiasi lingua), anche di questo esiste il DVD italiano ma il cast di doppiaggio non è il medesimo.

    È solo grazie al DVD che finalmente ho potuto esplorare “Elvàira” (così si pronuncia in inglese) anche in lingua originale, scoprendo quanto risulti ancora moderna la nostra “padrona delle tenebre”.

    Infatti, se all’estero questo film è già stato identificato come un film profondamente femminista [vedi gli articoli Why Elvira: Mistress of the Dark is a feminist masterpiece di “NYCEA” aprile 2014 e Cult icon Elvira is the 1980s feminist hero we need right now di Lisa Beebe, ottobre 2018. E sono solo due dei tanti!], in Italia, con quel doppiaggio e senza essere avvertiti in anticipo, sarà difficile che qualcuno riesca a guardare oltre ai seni per arrivare alla stessa conclusione. Al massimo arrivano anche alle gambe [ba-dum, tsss!].

    E anche questa recensione è conclusa…

    Boom!

  • The Abyss (1989) – La tortura della goccia

    Gif animata con Guzzanti che esclama subbaqqueria, nella serie di sketch Rieducational Channel con Vulvia, la presentatrice.

    The Abyss è il sogno (e anche il film) più bagnato di James Cameron perché riunisce tutte le sue più grandi passioni: personaggi femminili forti, le immersioni nelle profondità marine, la paura della guerra nucleare, il maltrattamento di attori e troupe e, tempo permettendo, pure gli alieni. Ciascun film di Jimmy contiene sempre almeno due o tre di questi elementi ma mai prima del 1989 era riuscito ad infilarceli tutti quanti in un colpo solo. E me cojoni, direte!

    Poster del film The Abyss modificato in The Abuse

    Working title

    Ma quando l’attore protagonista ti tira un cazzotto in faccia perché stavi per farlo affogare nel tuo film sugli alieni subacquei con donna forte e testata nucleare che rischia di esplodere, forse è il momento di domandarsi se fosse davvero necessario far coesistere tutti questi elementi in un solo film.
    Ma voi siete qui per l’adattamento, giusto? E non per le curiosità dai dietro le quinte tipo Mary Elizabeth Mastrantonio (uè, cumpà!) che scappa dal set in lacrime urlando “siamo attori, non animali!”.

    Ebbene, se ne saranno accorti in pochissimi ma l’adattamento italiano di The Abyss fa acqua da tutti le parti ed è pieno di errori più o meno gravi che, se sommati insieme, come tante gocce d’acqua, diventano quasi una tortura medievale che rischia di portarvi alla pazzia.

    Fate un bel respiro, ragazzi. Stiamo per immergerci negli abissi della mia pedanteria. Sì, questo sarà un altro dei miei articoli da mister tritacazzi (semi-cit.).

    Scena dal film The Abyss, il personaggio di One Night che si mette un dito in bocca per vomitare

     

    Tutta colpa di Netflix

    La mia prima esposizione a questo film è avvenuta, così come per molti altri, nell’era analogica, quando le videocassette imperavano e il confronto con l’originale in inglese era cosa assai poco pratica, diciamo pure impossibile; in DVD poi non credo lo abbia mai comprato nessuno e se lo avete fatto sta sicuramente lì, a prendere polvere nella terza fila dello scaffale, ammettetelo!
    In Blu-Ray poi ancora non esiste. Cameron ce lo promette da anni ma fino ad ora è stato troppo occupato a ritoccare continuamente i suoi Terminator e a pianificare quattro o cinque nuovi seguiti di Avatar di cui nessuno sente il bisogno, quindi devo solo ringraziare Netflix che, finalmente, dopo 29 anni mi ha consentito di vederlo in inglese.

    L’articolo sull’adattamento italiano che segue è la conseguenza di tale visione.

    Una scena del film The Abyss (1989)

    È una di “quelle” recensioni. Armiamoci di santa pazienza.

    Lo sapevate? L’adattamento di The Abyss è terribile. Sapevatelo

    The Abyss è uno di quei casi in cui abbiamo un ottimo doppiaggio (la scelta degli interpreti e la loro interpretazione è davvero eccellente) che però si basa su un pessimo adattamento, ma prima di parlare dell’adattamento voglio togliervi un dubbio che probabilmente non vi eravate mai neanche posti: come si pronuncia il titolo del film?
    Per una pronuncia corretta l’accento va sulla y, quindi “abìss” e non “àbiss”, ecco, ce lo siamo tolto di torno. Avete notato come nessun film di James Cameron abbia mai avuto un titolo tradotto in italiano? Curiosa ‘sta cosa. Comunque, tornando ai miei tormenti, qual è il problema della versione italiana? Non ce n’è solo uno, questo film infatti ne è colmo, tra frasi omesse, frasi che cambiano il significato dei dialoghi, frasi che anticipano sorprese… questi sono alcuni dei tanti problemi che affliggono il suo doppiaggio.

    Oltre a questi, la versione italiana è costellata di tante piccole scelte di traduzione discutibili, piccole goccioline che dopo 145 minuti possono anche portarvi alla pazzia, io vi ho avvertiti. Contiamo le goccioline insieme e forse The Abyss diventerà una tortura insostenibile anche per voi. Orsù accomodatevi, comincia il film.

    Raffigurazione della tortura della goccia

    Seduti comodi?

    Prima scena, primi errori

    Il film comincia subito con una battuta che, come si dice nella terra del tè con il latte a tutte le ore, “it’s not quite right”, non è proprio corretta. Qualcosa non quadra.

    In un sottomarino americano, il marinaio addetto al sonar sta seguendo gli spostamenti di un oggetto subacqueo non identificato che si muove a velocità impossibili per un sommergibile sovietico. Ci viene detto che l’oggetto non emette cavitazione, né rumori di un reattore e che “non si avvertono neanche segni di eliche” . Detto così sembrerebbe che non emetta proprio alcun rumore, che sia quindi del tutto silenzioso. Questo è ciò che percepiamo dai dialoghi italiani.
    Interpretazione subito smentita dal superiore che preme un pulsante e ci fa sentire ciò che il marinaio stava ascoltando in cuffia. Un suono alieno.

    Scena iniziale del film The Abyss, tre sommergibilisti davanti al sonar

    Una banale occhiata ai dialoghi in inglese e scopriamo invece che l’ultima frase del marinaio era ben altro: “non sembra neanche il suono di eliche” (it doesn’t even sound like screws). La battuta in inglese dovrebbe far scattare una curiosità nella mente dello spettatore in merito all’oggetto misterioso e al suono che emette, un suono sconosciuto e indescrivibile. Che suono sarà? Cosa diavolo lo emette? Faccelo sentire anche a noi!

    Da questo primo esempio è già evidente come una piccola alterazione apparentemente da poco possa alterare completamente la percezione di una frase e della scena stessa. Cameron la sa lunga su come creare aspettative con i dialoghi e su come poi distribuire piccole ricompense. Già le primissime battute del film riescono nell’intento, a patto che lo stiate guardando in inglese però.

    Se in italiano ci fai pensare che l’oggetto misterioso non emetta alcun suono e poi un suono invece lo sentiamo hai già ammazzato i dialoghi dalle primissime battute. Anche noi spettatori ignoranti vogliamo poter confermare che non si tratta di un rumore di eliche dopo esserci chiesti “che rumore sarà mai?”.
    Il modo in cui è stato tradotto potrebbe far sospettare ad una superficiale conoscenza dell’inglese ma lasciamo il beneficio del dubbio imputandolo ad una scelta di traduzione… magari per rispettare il labiale? Speriamo e andiamo avanti.

    Che sarà mai, dite? Sottigliezze, dite? Sofismi? Questa è soltanto la prima goccia.

    goccia d'acqua che cade sulla testa

    Plic!

    Linguaggio da marinai o da scaricatori di porto?

    Da spettatori italiani di blockbuster (doppiati), siamo facilmente portati a credere che in una situazione di pericolo dei marinai possano dire cose come “siamo nella merda” oppure “i serbatoi di prua sono fottuti“, frasi molto plausibili in bocca a dei sommergibilisti di un film d’azione statunitense, se non fosse per il fatto che tale linguaggio stereotipato non ha corrispondenze in lingua originale.

    In situazioni d’emergenza sul mare non c’è spazio per un linguaggio così informale e ridondante perché può solo costare la vita a tutti. Lo sa bene Cameron, appassionato di immersioni, che ci mette più realismo possibile nei dialoghi di film su i suoi amatissimi abissi, e lo sa anche mio padre, ex-ufficiale di marina (mercantile), che davanti a queste frasi storce sempre il naso (se vedesse The Abyss in italiano lo storcerebbe di sicuro). È vero che questo genere di dialoghi è quasi la norma nei film americani ma non in questo. Allora perché dovremmo accettare dialoghi italiani da film di Michael Bay come “i serbatoi di prua sono fottuti” quando in inglese diceva semplicemente “falla nei serbatoi di prua” (forward tanks are ruptured)? La sostanza non cambia ma lasciamo che il film si esprima con il lessico scelto dal regista.

    Non passano neanche pochi secondi che ci arriva un altro scambio di battute dove l’adattamento italiano decide di andare un po’ a braccio:

    – We’re losing her! (Letteralmente “lo stiamo perdendo”, il sommergibile)
    [scambio di sguardi]
    Launch the buoy. (“Lancia la boa”)

    Ancora una volta nella situazione di emergenza non c’è tempo da perdere, ciascuna frase è significativa ed ha un suo peso. Nessuno perde tempo con inutili sottintesi o frasi ridondanti. Viene subito detto che il sottomarino è ormai spacciato. Chiaro. Semplice. Quel lancio delle boe è un tentativo probabilmente futile ma è l’unica cosa che resta da fare. Tutto molto accessibile, ci arriva anche il bifolco americano.

    Nel doppiaggio della terra di poeti, santi e navigatori, la prima battuta diventa invece “lanciamo una boa“, seguìta da una drammatica riconferma:

    “Lanciamo una boa…

    dramatic prairie dog gift

    …di segnalazione!”.

    Cosa cambia? La frase italiana vuole essere ad effetto e, invece di dichiarare subito e in modo chiaro che il sommergibile è “perduto”, sentiamo l’ordine di “lanciare le boe”, il sottoposto guarda con preoccupazione ma non muove un dito, ha capito qualcosa che gran parte degli spettatori ancora non sa, cioè cosa implica lanciare “le boe”. Non lo capiamo anche noi finché il capitano non specifica che le boe sono “di segnalazione”. Ora possiamo finalmente intuire che il sommergibile e il suo equipaggio sono spacciati e che non hanno altro che la speranza di essere recuperati dalla Marina.
    Lo spettatore americano e quello italiano percepiscono la scena in modo leggermente diverso. Questa è la prima di tante omissioni o alterazioni che ci accompagneranno per il resto del film. Nessun grave delitto, è soltanto un’altra gocciolina. Plic!

    goccia d'acqua che cade sulla testa

    Ahia, porco D…

    Siamo a poche frasi dall’inizio del film e l’adattamento italiano già fa acqua da tutte le parti. speriamo che non affondi.

    Il linguaggio tecnico dei subbaqqui: scogli per precipizi

    Di linguaggio tecnico in The Abyss ce n’è tanto e sembra essere quasi sempre corretto, forse frutto di un’ottima consulenza, lo dimostrano cose come il winch (termine che include sia il significato di verricello che di argano), usato proprio in nautica anche in lingua italiana. Eppure, in maniera inattesa, la traduzione ci casca nei momenti più banali come ad esempio quando una messa a terra (“ground connection”) diventa letteralmente una “connessione al suolo“.

    Bypassa la connessione al suolo sul sequenziatore di separazione

    Tale frase viene fuori nella scena in cui i sommozzatori dei Navy Seals armeggiano con una testata nucleare che di certo non è connessa “al suolo” come una tenda da campeggio. A riconferma di ciò, se cerchiamo “connessione al suolo” su Google troviamo la bellezza di un centinaio di risultati, nessuno legato all’elettronica (contro gli oltre 2 milioni di “messa a terra”, tutti legati all’elettronica). Certo, Google non c’era nel 1989, ma la “messa a terra” esiste dai primi esperimenti di Faraday dell’800.

    Scena dal film The Abyss

    Doppiaggio: “Bypassa la connessione al suolo sul sequenziatore di separazione”

    Ancora più fuorviante è un’altra battuta che arriva poco dopo, quando sentiamo che invece di essere trascinati verso il precipizio la nostra Mastrantonio (nella versione italiana) ci avverte che stanno per essere trascinati verso uno scoglio.

    Definizione di scoglio: “porzione di roccia che affiora o emerge dalla superficie del mare, di laghi o di fiumi”.

    Ora, dubito che questo si qualifichi come “scoglio”.

    Scena dal film The Abyss, un sommozzatore sul bordo di uno strapiombo

    In inglese infatti non si parla affatto di scogli.

    Scena dal film The Abyss

    Doppiaggio: “Stiamo andando contro lo scoglio”

    La frase italiana fa pensare che si sarebbero presto schiantati contro una parete o un masso, ben altra cosa rispetto al rischio di CADERE DA UN PRECIPIZIO nelle profondità marine! Mamma mia, sento già la tensione che sale in me… ma solo in inglese! Infatti lo strapiombo di cui parlano nella versione originale lo vediamo solo successivamente, quando la gru alla quale sono rimasti ancorati precipita giù rischiando di trascinarli oltre il baratro. Resosi conto di ciò che sta per accadere, Capitan Ovvio urla “ci trascina via!” mentre in inglese la battuta era semplicemente “reggetevi a qualcosa” perché ciò che stava per accadere era chiaro persino al bifolco americano.

    Scena dal film The Abyss

    Doppiaggio: “Ci trascina via!”

    Da notare che quasi tutte le frasi incriminate sono dette fuori campo, non vediamo mai la bocca di chi le pronuncia quindi sono scelte difficili da poter giustificare in qualche modo.

    A proposito di pronuncia, con il doppiaggio di The Abyss è la prima volta che sento il segnale di soccorsoMAYDAY” pronunciato come “mai-dei” invece di “mei-dei” (o come viene spesso trascritto MEDE’), molto curioso visto che lo stesso personaggio (Sonny, doppiato da Franco Zucca) nella medesima scena pronuncia poi il nome della piattaforma Deep Core come “dip COAR”, forse ad emulazione della pronuncia americana. La pronuncia di parole estere evidentemente rimane a discrezione degli interpreti.
    Visto che stiamo a parlare di pronunce, perché i mini sommergibili radiocomandati “Big Geek” e “Little Geek”, vengono chiamati “little gic” e “big gic”? Forse “bigghick” suonava male? Chissà in quanti avranno pensato di sentirci “Big Jim” all’epoca. (La pronuncia corretta di geek è “ghiik”.)

    Mentre nel caso dello scoglio/strapiombo i dialoghi italiani restano incomprensibili finché non vediamo con i nostri occhi cosa sta per accadere, in altre scene invece anticipano persino troppo. È il caso del famoso incontro con la protuberanza fatta d’acqua. Dico famoso perché questa scena certamente la conoscete anche senza aver visto il film.

    Scena dal film Abyss, una protuberanza fatta d'acqua imita il volto dell'attrice Mastrantonio

    Protuberanze acquatiche, su Rieducational Channel!

    Successivamente a questo primo contatto, la protuberanza si allontana, addentrandosi in altre parti della struttura sottomarina. Dove starà andando? In inglese la protagonista pensa che sia diretta verso il modulo B della struttura (“I think it’s headed for B module“). La musica è gioiosa finché non vedono che si è fermata ad osservare la testata nucleare portata a bordo dai militari paranoici.
    Nella versione doppiata, la costruzione dell’intera sequenza è rovinata da uno “spoilerino”: invece di dire che sta andando verso il modulo B, in italiano il personaggio di Lindsay (Mastrantonio) mostra doti paranormali di preveggenza quando dice: sta andando verso la testata!

    Scena del film The Abyss, l'equipaggio segue la protuberanza acquatica verso la testata nucleare

    Doppiaggio: sta andando verso la testata!

    Che ne sai, Lindsay? Hai letto il copione? È una gigantografia del copione quella che vedo appesa alla parete nell’immagine qui sopra?
    In italiano, dunque, la musica rimane gioiosa nonostante Lindsay abbia detto che la protuberanza aliena sia diretta verso la testata nucleare, a questa informazione gli spettatori italiani non danno quindi il giusto peso perché la musica si fa più seria soltanto dopo. Questo non ha senso nel linguaggio del cinema.

    goccia d'acqua che cade sulla testa

    Ahhhhh!

    Abissali fraintendimenti

    Per essere un film sulle profondità marine e sulle immersioni, The Abyss ha dialoghi davvero alla portata di tutti, immediatamente comprensibili a patto che conosciate l’inglese. Non mi spiego infatti come mai molte frasi siano state fuorviate in fase di traduzione e adattamento, complicando anche le cose più banali. Qualcuno deve proprio essersi perso in un bicchier d’acqua.

    Siamo ancora all’inizio del film, l’ingegnere Lindsday Brigman (Mary Elizabeth Mastrantonio) è in un piccolo sommergibile con i marinai delle forze speciali Seal. Una volta attraccati alla piattaforma sottomarina Deep Core devono ancora attendere l’equilibratura della pressione prima di poterci entrare.

    A questo punto Lindsay annuncia una brutta notizia e una notizia ancora peggiore:

    Il personaggio di Lindsay che porta una brutta notizia

    Il personaggio di Lindsay che porta una notizia ancora più brutta

    The bad news is, we got eight hours in this can blowing down and the worse news, it’s gonna take us three weeks to decompress later.

    La brutta notizia è che dovranno rimanere 8 ore in quella scatoletta per la compressione, la notizia ancora più brutta è che al ritorno in superficie poi gli ci vorranno tre settimane per la decompressione.

    In Italia, terra di poeti, di navigatori e di quelli che si complicano la vita inutilmente, il dialogo è stato tradotto in questo modo:

    Siamo stati più di otto ore a zonzo dentro questa scatola e mi dispiace per voi ma ora ci aspettano tre settimane di decompressione.

    TUTTO ciò è sbagliato. Otto ore non è il tempo già speso per raggiungere la piattaforma Deep Core bensì quello che dovranno attendere prima di poterci entrare. Dicendo poi “ora ci aspettano tre settimane di decompressione” sembra che faccia riferimento al tempo di attesa per l’equilibratura della pressione (che invece è di 8 ore). Sono quei dialoghi che forse sulla carta avevano un qualche senso ma che nella pratica risultano fuorvianti.

    Scena dell'equalizzazione della pressione dal film The Abyss

    Tre settimane a guardare l’orologio

    I fraintendimenti non finiscono certo qui. Dopo un diverbio tra Lindsay e il tenente Coffey in cui quasi ci scappa il morto, si parla di un “fattore culo” che in italiano porta irrimediabilmente a pensare al culo inteso come fortuna, come del resto testimoniano le molte pubblicazioni che riportano questo nome (spesso abbreviato in “fattore c”) e addirittura un programma televisivo.

    Io dico che in tutta questa storia do al fattore culo un’importanza di 9 punti su 10.

    Ben altra valenza ha la battuta originale…

    I got to tell you, I give this whole thing a sphincter factor of about 9.5

    …nella quale si parla di un “fattore sfintere” a cui viene attribuito un livello di strizza di 9,5 su 10 per via della situazione rischiosa in cui si erano trovati. Un modo divertente per dire che quasi si cagava addosso e su questa battuta si conclude la scena. Certo, erano stati anche fortunati, ma un fattore strizza è una migliore conclusione della scena rispetto ad un generico fattore fortuna. Se è stato scelto “culo” sperando che si capisse la battuta originale hanno sbagliato di grosso, se invece si è optato per un cambio di battuta, quella originale funziona comunque meglio.

    Ed Harris nella scena del gabinetto, guarda nel cesso dopo averci gettato l'anello

    Come vedete, qui a Doppiaggi italioti…

    Ed Harris nella scena del gabinetto, cerca di recuperare l'anello

    …si scava proprio a fondo nelle questioni.

    Tra moglie e marito non mettere il dito (antico consiglio per traduttori)

    Una delle cose più memorabili dell’intera vicenda (oltre agli alieni di plastica alla fine) è certamente il rapporto di odio e amore tra il capitano della stazione subacquea, Virgil “Bud” Brigman (Ed Harris) e la moglie da cui sta divorziando, l’Ing. Lup. Mann. Lindsay Brigman (Mary Elizabeth Mastrantonio), che ha progettato la piattaforma. La giornalista Silvia Bizio nell’articolo Troppi misteri in fondo al mare nel 17 agosto 1989 ci riporta ciò che all’epoca sospettavano in tanti, cioè che ci sia qualcosa di autobiografico nel rapporto tra moglie e marito che vediamo in The Abyss.

    […]nonostante i suoi dubbi inizi nel 1981 (con Pirana II) ha firmato, in tandem con la moglie produttrice Gale Ann Hurd (il loro matrimonio è andato a fondo durante le riprese di The Abyss), film come Terminator (1984) e Aliens (1986). Non a caso molti sostengono che il soggetto di The Abyss che Cameron aveva scritto a solo 17 anni, sia stato integrato con molti elementi autobiografici relativi a Cameron e alla Hurd: due persone unite dal lavoro e separate dal conflitto fra carriera e famiglia.

    È certamente una di quelle semplificazioni che piacciono tanto ai pettegoli appassionati di gossip e agli spacciatori di curiosità (quasi sempre false) sul cinema e anche io farò come Silvia Bizio, prendendo le distanze da simili congetture in attesa di conferme o smentite da parte degli interessati; possiamo però constatare che raramente capita di vedere conflitti di coppia così ben rappresentati su pellicola, qualunque ne sia l’origine.

    I due protagonisti del film The Abyss

    Realistiche conversazioni di coppia

    Purtroppo nell’adattamento italiano anche i battibecchi di coppia tra Lindsay e “Bud” non sono esenti da errori di traduzione o reinterpretazioni, a partire dal marito che ricorda alla moglie che non le è mai piaciuto essere chiamata “signora Brigman” e lei risponde “mi è piaciuto quando significava qualcosa” mentre originariamente era l’esatto contrario “not even when it meant something” (neanche quando significava qualcosa). E faccio notare che questi dialoghi sono di spalle, la scusa del labiale non sussiste.

    E non è il solo esempio. Il dialogo che segue cambia ancora una volta l’atteggiamento della co-protagonista che da persona orgogliosa che fa molta fatica ad elargire un complimento al marito, in italiano diventa quasi lo stereotipo della casalinga preoccupata.

    La frase…

    You know, you did okay back there, Virgil. I was fairly impressed.
    (= sai, te la sei cavata bene prima, Virgil. Sono alquanto colpita.)

    è stata adattata in questo:

    Menomale che sei rientrato in tempo. Ero davvero preoccupata.

    Se l’obbiettivo di questo adattamento era quello di riempire il film di frasi banali hanno fatto uno splendido lavoro. Manca solo qualche “non correre, papà”, ci sarebbe stato bene durante la discesa negli abissi, alla fine.
    Il botta e risposta da coppia che fa scintille continua in entrambe le lingue concordemente a quanto detto nelle precedenti battute:

    ORIGINALE Yeah? Well, not good enough. We still got to catch Big Geek.
    (=Ah, sì? Be’, non abbastanza. Dobbiamo ancora recuperare Big Geek)

    DOPPIAGGIO: In tempo per cosa? Per perdere Big “Gick”?

    E poi sul finale di questo battibecco ritorna una diversa interpretazione del personaggio di Lindsay che, invece di avere l’ultima parola, diventa comprensiva e non competitiva.

    ORIGINALE. Lindsay: Yeah. Well, not in this thing.
    (=Be’ di certo non con questo affare)

    DOPPIAGGIO: Be’, non intendevo questo.

    “Bud” può essere acido, Lindsay per qualche ragione no, ma si sa, dietro ogni marito burbero c’è una moglie comprensiva. Si è dimenticata solo di ricordargli di prendere il latte al ritorno dal lavoro. Basta pochissimo per stravolgere la psicologia dei personaggi.

    Roba troppo sottile? Allora che ne dite di quando Lindsay propone al marito di tornare indietro e prenderle una muta prima che la falla nel sommergibile la faccia annegare? Lui conta che ci vorranno 7-8 minuti per andare e tornare a nuoto e in italiano le dice che potrebbe farcela, mentre in inglese dice l’esatto opposto.

    Scena da The Abyss, il personaggio di Bud conta quanto gli ci vorrà a nuotare per prendere una seconda muta

    That would take me about 7, 8 minutes to swim, get the gear, come back.

    Ci vorranno 7 o 8 minuti per andare e tornare.

    Fin qui niente di male.

    Il personaggio di Ed Harris in The Abyss calcola di non potercela fare a salvare la moglie

    I wouldn’t make it. Look at this, by the time I got back you’d be…
    (=non ce la farei. Stammi a sentire, al mio ritorno saresti già…)

    che nel doppiaggio italiano diventa

    Va bene, dovrei farcela. Tu mi aspetti qui ma devi restare molto calma.

    Le frasi che seguono sono state alterate concordemente. Se in inglese lei cambiava idea e diceva di guardarsi intorno alla ricerca di altre soluzioni, in italiano accade tutto l’opposto, lei promette che sarebbe stata calma ma che lui avrebbe dovuto fare in fretta. Non si capisce poi perché dopo il marito tergiversi e ai due caschi il mondo addosso quando trovano un respiratore ma questo non funziona. Ma non doveva arrivare a nuoto a prenderle una muta il più presto possibile? Che sta aspettando? Ahh, già, i dialoghi sono stati cambiati e non hanno senso. Scemo io.

    Una situazione drammatica diventa così un’incomprensibile perdita di tempo con tanto di “calmati, donna”.

    Correction guy meme con vignetta: ti salvo ma calmati

    Se non sapessi che dialoghi e direzione del doppiaggio sono di una donna, Susanna Javicoli, avrei certamente pensato al peggiore dei maschilisti.

    Mi copi o mi ricevi? Boh, facciamo entrambi

    I dialoghi di questo film sono in gran parte radiotrasmessi e quindi strapieni di termini noti ai radioamatori (un po’ meno al grande pubblico) con cose come “mi copi?”, cioè “mi ricevi?”, una diretta traduzione maccheronica (ma storica) di “do you copy?”. Una iniezione di realismo forse eccessiva quando nello stesso film i “serbatoi di prua”, invece di “avere una falla”, possono essere descritti come “fottuti”.

    E così il film abbonda di “mi copi?” laddove un “mi ricevi” non avrebbe infastidito nessuno e dove non mancano neanche i “roger” (ne avevamo già parlato con Star Wars – Episodio I), un’espressione di conferma/risposta affermativa che in questo film non viene sempre tradotta allo stesso modo: a volte rimane “roger”, altre volte diventa “affermativo”, altre ancora “ok”.
    Anche i “copy” non sono sempre tradotti come “mi copi” ma ogni tanto diventano “mi ascolti?” o “mi senti” (persino all’interno della stessa scena) e quindi pure la scusa del labiale se ne va al diavolo.

    Dunque non solo abbiamo inglesismi superflui ma anche incoerenti. Doppia libidine, proprio!

    Jerry Calà che fa il gesto della doppia libidine

    Parlavamo di maschilismo… mi sembra una vignetta adeguata.

    Aggiunte e omissioni italiote

    Possiamo aggiungere al quadretto l’enorme quantità di frasi mai pronunciate in italiano, almeno non nella versione che ho visto io su Netflix ma lascio sempre il beneficio del dubbio perché non sarebbe il primo film in cui il missaggio audio fa scomparire intere frasi dalla versione home video italiana (come in Terminator, per dirne una).
    Ne cito solo qualcuna, come ad esempio la frase “loro non possiamo aiutarli ma forse troveremo dei sopravvissuti più avanti“, totalmente assente nei dialoghi originali della scena dell’esplorazione del sommergibile affondato, oppure la risposta “I’m dealing“(=ce la faccio) alla domanda “tutto a posto ragazzi?” (la risposta era assente in italiano), oppure ancora quando il tenente Coffey, ormai impazzito, dichiara ad un suo sottoposto che è ora di passare alla fase tre e il sottotenente Monk gli risponde con una frase inesistente nella colonna sonora italiana: “we don’t have orders for that“, cioè che non hanno autorizzazioni dall’alto (evidentemente necessarie) per poterlo fare. Questa risposta è particolarmente importante perché sottolinea come il tenente Coffey stesse agendo di sua spontanea iniziativa guidato solo dalla psicosi e questo dovrebbe anticiparci anche la defezione del sottotenente Monk che poi si metterà dalla parte dei protagonisti in quanto l’unico della squadra Seals a riconoscere la follia del suo superiore.

    Siccome non vogliamo farci mancare niente in questa terra di poeti, marinai etc, etc… il film doppiato sfoggia anche frasi inesistenti in inglese e frasi insensate in italiano, come durante la preparazione del protagonista all’immersione finale quando sentiamo questo dialogo

    Gli attori Ed Harris, Mary Elizabeth Mastrantonio e Adam Nelson in una scena di The Abyss

    Lindsay: vorrei restare un po’ con lui.

    Sottotenente Monk: Ok.

    Lindsay: Grazie.

    Soltanto che nessuno si allontana per lasciare Lindsay sola con il marito, la procedura di vestizione procede normalmente come se lei non avesse detto niente. Questo perché lo scambio di battute appena menzionato esiste solo in italiano e posso supporre derivi da un errore nel missaggio audio del film, perché niente nei dialoghi in inglese può far pensare ad un errore di traduzione. Quel “okay” del sottotenente Monk era solo riferito al corretto inserimento del casco.

    Altre battute alterate non tardano ad arrivare, quando Lindsay deve parlare a “Bud” per distrarlo dai dolori della discesa a profondità estreme e lo fa ridere dicendo che “non è facile essere una stronza di ferro [traduzione letterale], ci vogliono disciplina e anni di allenamento. Tanta gente non lo capisce.”.

    Una scena sottotitolata del film The Abyss: it's not easy being a cast-iron bitch  Una battuta del film The Abyss, sottotitolata in inglese: it takes discipline and years of training

    Una battuta del film The Abyss, sottotitolata in inglese: a lot of people don't appreciate that

    Scena dal film The Abyss, Ed Harris ride ad una battuta mentre è in immersione nel liquido ossigenato

    Per qualche strana ragione, al posto dell’auto-ironico “cast-iron bitch” (traducibile anche come “stronza patentata” o, come altri hanno tradotto prima di me, “stronza di proporzioni bibliche“), in italiano si parla di “rigida professionista” quindi il discorso si sposta sulla sua professionalità invece che sulla consapevolezza di passare da stronza:

    “Non è facile essere una rigida professionista, ci vuole disciplina e molti anni di studio”.

    È molto meno chiaro perché il marito dovrebbe ridere a questa battuta. Lo sappiamo tutti che per diventare professionisti (rigidi o meno) ci vogliono anni di studio e disciplina. Questo è complicare anche le battute più semplici e ancora una volta la psicologia della protagonista femminile ne risulta alterata in qualche modo.

    Questo delle donne che passano da stronze (bitch) evidentemente è un tema molto caro a Gale Anne Hurd che nel 2016 al festival cinematografico “South by Southwest” ha raccontato le difficoltà nell’essere una produttrice cinematografica donna e durante la sessione di domande e risposte un’aspirante produttrice le ha chiesto suggerimenti su come trovare un compromesso tra il passare da debole e passare da stronza. La risposta della Hurd non è stata per niente ambigua:

    Io voglio passare da stronza (bitch). Nessun uomo verrebbe etichettato allo stesso modo, non c’è un termine equivalente per il genere maschile [NdT: non c’è in inglese come non c’è in italiano per “troia”]. Non è tanto un “passare da stronza” quanto piuttosto farsi rispettare, difendersi e potersi esprimere.

    Viene facile trovare un nesso tra ciò che disse Hurd alla conferenza del 2016 e il personaggio da lei scritto negli anni ’80 per The Abyss, quello di Lindsay che abbraccia l’idea di passare da stronza anche se chiaramente avrebbe voluto farne a meno. Un nesso che però è difficile da trovare se facciamo riferimento ai dialoghi italiani. Nella versione italiana non c’è spazio per donne indipendenti che passano da scassacazzi solo per potersi far rispettare in un ambiente dominato da uomini, ci sono solo rigide professioniste. Sapevatelo.

    Scena dell'annegamento di Lindsay in The Abyss

    Scena in cui il marito affoga letteralmente la moglie, per poi far pace con lei dopo.

    Errori invisibili ai più, ma perché?

    È certamente curioso che nessuno abbia mai fatto veramente caso ai tanti errori madornali presenti nell’adattamento di questo film, che ho esposto per la prima volta e che sono certamente più gravi di quella manciata di esempi più frequentemente discussi sulla rete (mi riferisco a scoperte dell’acqua calda del calibro di Fener che in realtà si chiama Vader! Nooo, lo sapevate? Io no. E Se mi lasci ti cancello in realtà in inglese è un titolo elevatissimo… mai nella mia vita ne avevo sentito parlare, giuro).

    Il motivo di questa svista è in parte da imputare alla scarsa popolarità del film (diciamocelo, è un bel film ma non se lo incula quasi nessuno) ma in gran parte è anche merito di James Cameron e della sua bravura comunicativa. Il film, infatti, aiuta sempre visivamente lo spettatore quindi anche se qualche battuta è stata alterata non vi sarete persi niente che il film non riesca a farvi capire con le immagini. E se lo conoscete già non noterete i momenti in cui i personaggi anticipano eventi della trama ancora non avvenuti.

    Questa è una spiegazione plausibile del perché nessuno si è mai veramente lamentato dell’adattamento di The Abyss prima di me, ma di certo non è il modo di lavorare correttamente e si poteva certamente far di meglio, come ci dimostra la scena (in lingua originale) in cui la protagonista chiama il tenente Coffey Roger Ramjet, un personaggio dei cartoni animati che incarna (al ribasso) lo stereotipo dell’eroe americano: patriottico e non troppo sveglio. In italiano è diventato “signor Commodoro”, ignorando l’offesa implicita della battuta originale. Del resto in Italia non abbiamo mai sentito parlare di Roger Ramjet, sebbene un generico “Capitan America” sarebbe stata un’ottima alternativa.

    Curioso che la stessa azienda di doppiaggio abbia sfornato in quello stesso anno, 1989, il doppiaggio italiano di Batman di Tim Burton, quello sì un capolavoro di adattamento.

    Scena del topo che respira sott'acqua, nel film The Abyss

    Ma cosa spinge il topo ad immergersi? Spingitori di topi subbaqqui. Su Rieducational Channel!

    Un adattamento di poeti, santi e navigatori

    Con questo articolo sulla versione italiota di Abyss abbiamo dunque coperto sia i poeti (ai dialoghi di questo film, quelli che si inventano cose a caso), sia i navigatori (i sommergibilisti visti nel film) che i santi, quelli offesi dalle mie bestemmie durante la visione del film. Ma voglio concludere con le cose positive.

    Ci sono momenti che ritengo superiori in italiano pur nelle loro variazioni e il cast di doppiaggio è superlativo sia nell’abbinamento delle voci ai volti degli attori, sia nelle loro interpretazioni: Luca Biagini su Ed Harris (in quello stesso anno Biagini era anche la voce di Batman), Silvia Pepitoni su Mary Elizabeth Mastrantonio (curiosamente presente anche in Robin Hood il principe dei ladri dove però non doppiava Lady Marian della Mastrantonio bensì la sua damigella), Saverio Moriones (già Ed Harris in altri film ma qui come voce di Michael Biehn, per la prima e ultima volta), Pasquale Anselmo, Loris Loddi, Luca Ward, Franco Zucca (guardatevi un film britannico chiamato “Segreti e bugie” per rendervi conto di quanto è bravo Franco Zucca). Piccoli ruoli anche per Luca Dal Fabbro, Stefano De Sando, Luigi Ferraro, Silvio Anselmo, Angelo Maggi, Stefano Benassi e Stefano Pietrosanto-Valli.
    Leggo che gran parte di questi doppiatori sono ritornati ai loro ruoli per la versione estesa del film pubblicata nel 1996 anche se non ho mai avuto modo di vedere questa “director’s cut” doppiata in italiano, però fa sempre piacere quando la distribuzione ci mette abbastanza cura da richiamare i doppiatori originali.

    Un’altra cosa positiva è il linguaggio tecnico che, come già detto, è molto accurato anche quando fa uso di parole in inglese ma è proprio nelle frasi più banali che casca l’adattamento italiano di The Abyss impedendomi di capire cose che invece sono chiarissime per chi lo guarda in lingua originale. E questo non è bene.

    Scena di The Abyss, il personaggio One Night seduta nella cabina di pilotaggio del sommergibile

    Evit mentre si guarda The Abyss per recensirlo