• Home
  • Tag Archives:  interviste a doppiatori
  • Da Fulci a Tornatore passando per “Er canotta”. Intervista a Cinzia Andrei, assistente al doppiaggio

    Quella dei doppiaggi di film italiani è un’area della storia del doppiaggio che riceve poca attenzione nonostante ci abbiano sempre lavorato gli stessi doppiatori e le stesse società di doppiaggio impiegate per i prodotti americani, proprio per questo mi ha fatto molto piacere scoprire che tra le lettrici di questo blog abbiamo Cinzia Andrei, classe 1954, assistente di doppiaggio per i film di Lucio Fulci e Enzo G. Castellari negli anni ’80.

    Blu-Ray di Lo squartatore di New York, nuova edizione rimasterizzata in 4k dalla Blue Underground

    Tutto infatti è cominciato dal mio acquisto del Blu-Ray americano di Lo squartatore di New York di Fulci, una nuova edizione limitata rimasterizzata in 4k a partire dai negativi, che include la traccia audio italiana, una valanga di interviste esclusive e persino il CD della colonna sonora! Trattamento niente male per essere un film dove un killer squarta le sue vittime parlando con la voce di Paperino… o, per essere precisi, con “la voce di un paperino”, così da evitare ovvi problemi legali. (E la Disney… muta!)

    Cinzia è stata assistente al doppiaggio in quel film e sulla pagina Facebook di Doppiaggi italioti ha commentato il mio acquisto ricordando una difficile scelta per la voce di Paperino e di un certo “er canotta” di cui parlava Fulci.

    Un’intervista a questo punto era d’obbligo.

    Cinzia Andrei assistente al doppiaggio, una foto recente

    Cinzia Andrei

    La figura dell’assistente al doppiaggio

    Evit: L’assistente al doppiaggio è una figura professionale poco documentata e poco conosciuta. Ci parli un po’ di te, della tua carriera nel mondo del doppiaggio, e in cosa consiste il lavoro di assistente?

    Cinzia: L’assistente è la figura che in fase preliminare prepara i piani di lavoro. O meglio, preparava! Perché: a) per risparmiare sui costi adesso se ne occupano gli impiegati; b) ormai si fanno le colonne separate, quindi non c’è più quel lavoro di incastro complicatissimo che aveva come obiettivo il pagare agli attori meno turni possibili, facendoli venire il meno possibile. In più le tecnologie sono cambiate, per cui, se negli anni ’80 fare una terza colonna aveva un costo x (quindi si preferiva far tornare l’attore a recitare coi due colleghi, a parità di spesa), ora questo è superato. Come è superata l’esigenza di far lavorare gli attori insieme per farli recitare meglio.

    In sala l’assistente è la persona che guarda le labbra dell’attore sullo schermo — mentre il doppiatore recita — e controlla che il sinc sia accettabile, tenendo conto della possibilità in sede di sincronizzazione di ritardare il sonoro, di creare pause dove il doppiatore non le ha fatte eccetera. Dico “guarda le labbra”, ma anche le mani, il corpo, gli occhi. Che so, se l’attore fa un movimento di stizza, o a un certo punto della frase si accascia è il caso che anche nell’intonazione se ne tenga conto.

    Detto fra noi, di sinc ne sanno talmente tutti (direttore e fonico) e gli ausili tecnici di correzione sono talmente tanti che il mio lavoro mi sembra sempre più inutile, tanto che spesso mi risultano sedere in sala, in questo ruolo, assistenti assolutamente improvvisate, messe là a parare eventuali proteste sindacali, ovviamente con compensi super ridotti. In più, via via, la generazione dei sincronizzatori su pellicola è stata sostituita da draghi del computer che però sul sinc sono molto meno esigenti, così come il pubblico, direi. Questo è stato il mio lavoro dal 1980 ad adesso. Ho fatto anche adattamenti ma mi sa che ero negata.

    Evit: Perché lo pensi? Ricordi i titoli che hai adattato?

    Cinzia: gli adattamenti erano dimenticabili, credimi. In compenso sono abbastanza sveglia in sala, per sostituire a volo brutti sinc. Mi consolo così.

    Evit: come hai iniziato questo mestiere?

    Cinzia: Negli anni ’80 c’era stato aumento del lavoro causa telenovelas, quindi chiamarono gente nuova.

    Fulci e il mito di “Er canotta”

    Locandina di Lo squartatore di New York di Lucio Fulci

    Evit: Su Lo squartatore di New York di Lucio Fulci, mi accennavi ai provini per la voce di Paperino, cosa ricordi della lavorazione di questo film e di Fulci stesso?

    Cinzia: Fulci era buffissimo. Bruttarello, trascurato… al mio amico Elio Petri era molto simpatico, quindi mi divertiva questa distanza siderale fra i registi che consideravo o che frequentavo e lui. Fulci diceva che lavorava pe’ “er canotta”, diceva dei suoi film che dovevano piace’ ar canotta, che era il suo spettatore ideale, figura mitica di spettatore senza grilli per il capo. Quelli della produzione avevano un’aria casalinga par suo, ogni tanto uno si portava appresso la moglie, una massaia con l’aria preoccupata per i suoi soldi, mi sa… il direttore di doppiaggio, che mi era parente, Pino Colizzi era alla ricerca di un dispositivo che alterava la voce, per renderla “paperineggiante”, ma non uscì fuori. Mi ricordo solo un provino a Vittorio Stagni ma vedo che il personaggio (che era Andrea Occhipinti) alla fine fu doppiato da Chevalier.

    Mi ricordo anche che si lavorava con copie così rovinate che in Manhattan Baby capii solo alla visione di controllo che l’attrice procace urlava perché la maledizione del faraone la stava tramutando in sabbia del deserto, e perché me lo spiegò il produttore, era tutto indistinguibile, grigio e grigio.

    Evit: Hai nominato Pino Colizzi, in che rapporto di parentela sei con lui?

    Cinzia: Colizzi è marito di mia sorella, ed era direttore di Fulci e Castellari. Società C.D.C.

    Evit: Ricordi altro della lavorazione sui film di Fulci?

    Cinzia: Tieni conto del mite rimbambimento dell’età per cui ricordo poco, ma se può interessare, per il doppiaggio dello Squartatore servirono 21 turni, per Manhattan Baby 22 e per I guerrieri del Bronx di Castellari 20. Castellari mi ricordo che era simpatico.

    Evit: Pino Colizzi invece, come sta? Quando i doppiatori spariscono dalle scene mi preoccupo sempre un po’.

    Cinzia: Pino sta bene, ha deciso di smettere di lavorare. Si occupa di traduzioni. Ha registrato una edizione dei sonetti di Shakespeare tradotti da lui, ora mi ha detto che è impegnato in John Donne.

    Carlo Verdone in canottiera nel personaggio dell'emigrato dal film Bianco rosso e Verdone

    Carlo Verdone in una sua inconsapevole interpretazione dello spettatore dei film di Fulci: “er canotta”.

    Versioni diverse di Malèna di Tornatore (che non sapevamo esistessero)

    Evit: A quali altri film ricordi di aver lavorato e con quali direttori di doppiaggio?

    Cinzia: non ricordo niente di particolarmente memorabile nel resto degli anni. Una bellissima esperienza fu con Tornatore su Malèna, dove il brusio —attori di varie età e anche qualsiasi siciliano riuscissi ad acchiappare, anche un bancarellaro di piazza Vittorio— durò un’estate. So che ne hanno un un bel ricordo anche loro, fu un’esperienza strana, chiusi alla Recording mentre la città era in ferie. Lui era davvero molto sapiente e apprezzava la collaborazione di tutti; un gran lavoratore. Pensa che abbiamo fatto un turno di doppiaggio anche a dicembre, quando il film era già uscito, per cambiare una cosa che non lo convinceva.

    Evit: Come è possibile cambiare un doppiaggio quando il film è già al cinema? Avrebbero rimandato il film in stampa e quindi sono esistite due versioni diverse del film in contemporanea, oppure il cambiamento nell’audio era destinato solo al successivo arrivo in home video? Ricordi cosa non convinceva Tornatore?

    Cinzia: ti devo dire che non mi ricordo se la cosa era per l’edizione italiana o americana, poi il film non l’ho più rivisto ma trattavasi della scena finale, dove la voce del protagonista ormai vecchio tira le conclusioni. Era stata incisa la voce del bambino (l’adolescente che rievoca la storia), ma qualcuno aveva obiettato quindi era stata fatta con la voce di un uomo anziano (Sergio Fiorentini). Altre obiezioni. Poi con una voce giovane (Cordova). Altri dubbi. Poi -secondo la mia memoria a film già uscito- a dicembre è venuto Giannini, non così anziano e non più giovanotto. Mi è capitato di rivedere Malèna proprio di recente, ho resistito fino alla fine constatando che l’edizione TV ha la voce del ragazzino, nella scena finale. Chissà cosa ne è stato della versione Giannini che era bellissima, peraltro.

    Evit: Questi sono dietro-le-quinte inauditi e purtroppo non mi sorprende più niente. Lo aggiungiamo ai doppiaggi di Giannini andati perduti, insieme a quello di Fritz il gatto del 1971.

    Titoli di coda di Malèna di Tornatore in cui compare Cinzia Andrei come assistente di doppiaggio

    Titoli di coda di Malèna (2000) di Giuseppe Tornatore

    Attori italiani contro il doppiaggio e il mito dell’audio in presa diretta degli americani

    Cinzia: Considera che su Malèna ero arrivata in un secondo tempo, non ero a mio agio e avevo una specie di rifiuto psicologico per cui Tornatore non lo riconoscevo MAI! Cioè, finiva il turno, salutavo gli attori e rimanevo due minuti a mettere in ordine i copioni; Tornatore si affacciava dicendo “ciao, a domani” e io pensavo “maquestochiè?”.
    Poi ho lavorato molto da sola, con le produzioni di fiction italiane dalle quali sono uscita con la convinzione che molti registi sono rape e chi ci va di mezzo sono gli attori, ai quali però ben gli sta, perché arrivano in sala alle integrazioni dicendo “odio il doppiaggio”. Che è un discorso ultralegittimo, però se non imparano a doppiarsi, quando lavorano nelle co-produzioni ti metti le mani sulle orecchie appena aprono bocca!

    Evit: forse non sanno che in America, dove in teoria non sanno cos’è il doppiaggio, loro doppiano tantissimo. Lo chiamano ADR (additional dialogue replacement), quando gli attori vengono richiamati in studio per ri-registrare le proprie battute. Suppongo sia quello che tu chiami “integrazioni”. Nelle grosse produzioni Hollywoodiane l’ADR può arrivare a coprire anche gran parte dei dialoghi del film e se può consolare gli attori italiani, anche gli attori americani detestano dover tornare in sala e re-inscenare le emozioni del set (e non tutti ci riescono sempre bene).

    Cinzia: sì, so anche in america integrano parecchio. Mi ricordo lo sentii dire mille anni fa da Barbareschi, che quello della presa diretta dei film USA era un mito. Ma in quelle capoccette non entra.

    Evit: una curiosità che ho da sempre: nei film italiani, quanto dei dialoghi nasceva in sala doppiaggio e quanto ci si atteneva al copione? Spesso capita di notare (soprattutto nelle commedie anni ’70-’80) che sono state cambiate delle battute, in fase di doppiaggio evidentemente avranno notato che altre frasi funzionano meglio. Era più un’abitudine o era più eccezione alla regola quella di cambiare i dialoghi? Ed era decisione del direttore di doppiaggio o del regista? Quanto i registi italiani erano coinvolti nella fase di doppiaggio?

    Cinzia: di quel pochissimo che ho fatto mi pare di ricordare una certa obbedienza al copione. Tornatore per i brusii ha dato via libera alla creatività dei partecipanti, con molta grazia. In quell’occasione non erano tutti attori; per l’occasione avevo rimorchiato anche un anziano pescivendolo, che ha detto le stesse battute che usava al suo banco in strada. Poi avevo fatto venire la signora che lavorava ad ore da una mia amica e che aveva molto fresco in testa il linguaggio vero dei paesi, dei mercati. Per le fiction dipende, ci sono registi che non si occupano del doppiaggio, vuoi perché sono legati e imbavagliati in moviola al montaggio dell’ottantesima puntata, vuoi perché a loro il doppiaggio non piace, QUINDI lasciano la loro creatura in mano all’assistente, gli stolti. Altri non si spostano di un millimetro dalla sala, per fortuna.

    Cinzia Andrei come comparsa nel film della Wertmuller Tutto a posto e niente in ordine, 1974)

    Fotogrammi dal film “Tutto a posto e niente in ordine”, 1974, della Wertmuller, in cui Cinzia Andrei è una comparsa.

    Ultimi aneddoti

    Evit: Mi accennavi ad uno sgomento per dei film giapponesi, quali film?

    Cinzia: Allora, molti anni fa ho fatto qualcosa come tre turni con Cannarsi.

    Evit: Ahia!

    Cinzia: Ti eviterò opinioni personali ma di tutte le incatturabili perle che diceva purtroppo ne ricordo solo una: nel film la bambina protagonista deve dire una cosa importantissima ad una compagna, quindi le piomba a casa all’ora di cena e ovviamente si scusa coi genitori dell’amica. Cannarsi si è sentito in dovere di spiegarci la scena, che ai nostri occhi occidentali poteva sembrare incomprensibile: “quando in Giappone qualcuno capita a quell’ora, disturbando una famiglia che è a tavola, si sente in dovere di scusarsi. È proprio una loro tradizione”. Il sottinteso era: meno male che ce sto io, profondo conoscitore, a spiegarvi le cose a voi ‘gnoranti.

    Cinzia Andrei Anna Maria Natalini e Al Cliver foto di Alfio Di Bella alla galleria Iolas-Galatea 68-70

    Una giovane Cinzia Andrei con Al Cliver alla Galleria Iolas-Galatea, circa ’68-’70. Foto di Alfio Di Bella

    Evit: Noto con piacere che segui la pagina Facebook del mio blog, come lo hai scoperto? Hai letto qualche articolo del blog o precedenti interviste?

    Cinzia: Non mi ricordo come ti ho trovato, mi hai fatto molto ridere e mi ha colpito la tua preparazione, quindi mo’ siamo amici.

    Evit: Benvenuta tra gli amici del blog Doppiaggi italioti e ti ringrazio per il tempo e la disponibilità che mi hai dedicato, hai tirato fuori aneddoti non noti neanche agli appassionati. Grazie.

    Vi lascio con il primo omicidio dello squartatore di New York. Quack, quack!

  • Una conversazione con Carlo Marini – Aneddoti e curiosità sul doppiaggio che non c’è più (1^ parte)

    CarloMarini1

    Carlo Marini, classe 1950.


    Un preambolo lunghiiiiiiiiissimo!

    Il mondo del doppiaggio è un argomento che oggi appassiona un numero sempre maggiore di italiani, molti si sono avvicinati a questo argomento probabilmente partendo dalla curiosità di scoprire il nome associato ad una voce che continuavano a riconoscere (e magari ad apprezzare) in svariati film. Il passo successivo ovviamente è la scoperta di forum e siti web dove altri, accomunati dalla medesima curiosità, si sono ritrovati per condividere informazioni in merito.
    Internet è diventato un ottimo archivio di informazioni su questo mondo che fino agli inizi del 2000 era di difficile indagine, a meno di non conoscere direttamente qualcuno del settore capace di indicare voci e nomi dei protagonisti nell’ombra.
    Gran parte della conoscenza riversata su internet deriva da appassionati con l’orecchio fino ma anche dai doppiatori stessi i quali, in epoca di connessione per tutti, possono finalmente uscire dalle ristrette cerchie di amici ed arrivare ad informare chiunque, condividendo le proprie conoscenze, aiutando a mettere insieme i pezzi del puzzle.
    Questi input contribuiscono più o meno direttamente a far luce sulla lunga storia del doppiaggio e talvolta influenzano (non intenzionalmente) anche la fama di determinati nomi. Molti dei miei lettori avranno familiarità con nomi tipo Tonino Accolla, Luca Ward, Pino Insegno, Claudio Sorrentino, Michele Gammino, etc… questi infatti hanno la fortuna di essersi ritrovati, all’apice della carriera oppure ancora in piena attività lavorativa nell’era di internet, diventando volti noti (o perlomeno nomi noti) di un settore che fino a qualche decennio fa era solitamente quasi del tutto anonimo.
    Il limite di questa incredibile possibilità di accesso alle informazioni pubblicate on-line sul mondo del doppiaggio (e che prima di Internet erano praticamente insondabili ai più) sta nel fatto che, i doppiatori la cui carriera si è conclusa nelle decadi precedenti alla diffusione di internet, non avranno mai la stessa importanza (almeno agli occhi di un neofita) dei Luca Ward di turno. Mi perdoni Luca Ward, lo prendo ad esempio giusto per la sua popolarità ma non per altro motivo. Quello che non appare su siti come AntonioGenna.net sembra quasi non esistere agli occhi dei più, ma che dico “sembra”… non esiste proprio! E a un’indagine qualsiasi sul web si può giungere per esempio al paradosso di avere un Roberto Chevalier (classe 1952) che sembra aver diretto più doppiaggi di Emilio Cigoli (classe 1909). Cosa impossibile, fidatevi.
    Mentre la maggior parte degli appassionati di questo “universo” si avvicina ad esso a partire dal riconoscerne le voci, il mio approccio, come già molti di voi sapranno, è forse un po’ più inconsueto. Da bilingue e appassionato di cinema sono arrivato al mondo del doppiaggio analizzando gli adattamenti e soppesandone le scelte lessicali, cosa che tutt’oggi mi ostino a fare ed è ciò con cui il mio blog Doppiaggi Italioti si è fatto conoscere anche tra diversi professionisti del settore. Non sono mai voluto andare molto oltre per non sconfinare in argomenti di cui non sono esperto e che reputo comunque totalmente soggettivi (sebbene molto in voga sul web), come il giudicare la recitazione di un doppiatore, cosa che evito di fare in negativo salvo casi lampanti, ed ho sempre ribadito di non essere in alcun modo un conoscitore (e riconoscitore) di doppiatori.
    Per questo, alla prima domanda che mi ha posto Carlo Marini “tu sai chi è Emilio Cigoli, no?”, sono cascato dal pero. Perché, così come tanti altri, anche io mi sono avvicinato al mondo dei doppiatori basandomi su ciò che è reperibile su internet… lo stesso internet dove, sì, la voce di Cigoli è segnalata su centinaia di opere più o meno famose e volti noti del cinema americano (John Wayne, Gary Cooper, Clark Gable, Gregory Peck… tanti ce n’è), ma dove egli appare come direttore di doppiaggio unicamente in un paio di produzioni, un paio… di numero, quando invece la verità è che dagli anni ’40 agli anni ’70 Cigoli nelle sale di doppiaggio era una vera e propria divinità (o “egemone” forse preferiranno definirlo i suoi scissionisti), non solo come doppiatore ma soprattutto come direttore… e Carlo Marini, già alla fine degli anni ‘70, era presto diventato il suo pupillo.
    Quindi, con la medesima ignoranza comune a molti (poi subito colmata ovviamente), chiamo Carlo al telefono basandomi sul suo curriculum “on-line”, senza avere alcuna idea del suo ruolo da protagonista nella scena del doppiaggio a cavallo tra anni ’70 e ’80, cosa che avrei scoperto di lì a breve.

    emilio-cigoli2

    Le interviste migliori iniziano con la domanda “tu sai chi è Cigoli?”


    Il passaggio al nastro magnetico a più piste, Frank Agrama, The Immortal.

    La conversazione di oltre un’ora inizia con una mia semplice domanda da scolaro, “come è cambiato tecnicamente il modo di fare doppiaggio?”, ma è subito chiaro che Marini ha milioni di cose da raccontare! Dalle serie televisive americane su nastro che venivano copiate su pellicola verdognola 16mm tramite il vidigrafo (per creare i famosi “anelli” su cui incidere il doppiaggio) si vola quasi subito a “quella volta in cui a me e Cigoli ci chiamarono in America, da Agrama, per doppiare The Immortal… dal famoso Agrama, quello che è stato inquisito insieme a Berlusconi per i film che comprava a maggior prezzo… insomma, quell’Agrama lì”.

    Se in un primo momento mi è difficile capire il motivo di questo salto apparentemente pindarico, Carlo, dopo molti aneddoti riguardo il doppiaggio di questa serie e riagganciandosi alla mia domanda iniziale, arriva al punto del discorso: Frank Agrama, con la scusa (fasulla) di voler doppiare direttamente in America suddetta serie televisiva, aveva convocato a Los Angeles doppiatori italiani professionisti per testare i primi sistemi di incisione su nastro magnetico che avrebbero mandato in pensione tutto il complicato sistema basato sul pellicola, fino a quel momento necessario per incidere la traccia audio doppiata:

    Da quel momento in poi non è stato più necessario il gran macello che dovevamo orchestrare con il sistema a pellicola. Questo comportava prima un riversamento su pellicola col vidigrafo, poi doppiare in sala con il proiettore da 16 mm, con la necessità di avere due operatori, poi il tutto passava alla moviola perché bisognava missare e sincronizzare con la parte visiva… e sto omettendo dal discorso le parti in cui aspettavamo che arrivasse la pellicola dal laboratorio di stampa. Se volevi risentire quello che avevi inciso la settimana prima, non era possibile! Era un incubo dirigere un doppiaggio in questa maniera, anche se io per fortuna non ho mai diretto con questo sistema.

    Arrivato il sistema a nastro magnetico, l’unico inconveniente furono le quintalate di ferro buttate al vento.

    Mi spiega poi che il sistema di registrazione su nastri magnetici da un pollice (o “pollicione”, come lo ricorda Carlo) veniva testato alla fine degli anni ’70 negli Stati Uniti, dove era stato inventato. La sua convocazione risale al ’79-’80 circa, anche se Carlo non ricorda la data con certezza. Il vantaggio immediato del nuovo sistema era quello di poter registrare separatamente ciascuna voce e poi di missarle tutte insieme in un secondo tempo, ma soprattutto la possibilità di poter “mandare indietro” e risentire immediatamente ciò che si era appena registrato, senza le attese di sviluppo fotografico degli anelli del vecchio sistema a pellicola!

    Poi sono arrivati i sistemi di montaggio video, macchine diverse da quel “pollicione” e, insomma, le cose si sono evolute. C’è stato prima il Fostex, poi l’Avid, eccetera. Il passaggio ad altri sistemi è stato beneficiario per le società di doppiaggio, sia dal punto di vista pratico sia economicamente. Quando siamo passati al multipista, avevi a disposizione 16 o anche 24 piste audio. Io ad esempio mettevo Marini su una pista, quella su un’altra, quello su un’altra… e sentivo insieme se suonava bene. Ma a quel punto chiunque lo poteva fare, capito?

    tascam85-16B-1inchmultitrack2

    TASCAM 85-16B uno dei più celebri registratori a nastro da 1 pollice, a 16 piste. Prodotto dal 1979 al 1984

    Prima dei registratori a nastro magnetico il direttore di doppiaggio guardava il film ed aveva il compito di ricordare a mente, senza poterle risentire al momento di registrare, le varie intonazioni “e le varie incisioni!”, ci tiene a precisare Carlo.
    Ne’ La Zona Morta, ad esempio, quando il protagonista scrive alla fidanzata, la sera, alla fine del film… su quella feci, uh… 7 incastri! 10 incisioni, 7 incastri. Ma così, a mente! Perché mettevo i puntini… quello che mi piaceva… poi lo cancellavo, poi lo rimettevo, a seconda di come il doppiatore me la faceva.
    “Quindi nei doppiaggi di un tempo – chiedo io – una più libera interpretazione sui personaggi doppiati era in parte anche dovuta al sistema di registrazione in uso che, a livello tecnico, richiedeva…”. Carlo mi interrompe con la voce dell’esperienza: “Eh, richiedeva… richiedeva due bei coglioni!”.
    Chiedo maggiori informazioni sulla serie The Immortal che erano andati a doppiare in America, la storia inizia quasi come una barzelletta:
    C’era Cigoli, Renzo Stacchi, Emanuela Rossi con Massimo Rossi in veste di accompagnatore della sorella Emanuela, che dopo s’è messo lì anche lui a doppiare. Eravamo strapagati, eh! Tutto il giorno stavamo in giro a spasso e a mezzanotte iniziavamo a doppiare! Alla fine hanno capito che non potevano far così, con Cigoli che purtroppo già non stava bene e io che mi facevo quasi tutti i personaggi. Stacchi doppiava il protagonista, ma tutti i co-protagonisti, incluso Fletcher, in poche parole li doppiavo io.
    Ma non ce l’avevano detto il motivo per cui fummo convocati, io l’ho capito dopo, altrimenti avremmo chiesto molto di più.

    L'immortale_(serie_televisiva)

    Ora potete correre su Wikipedia ad aggiornare pure questa


    La prima società di Marini, Craxi, i portieri dei socialisti.

    Carlo oggi non lavora più nel doppiaggio per problemi con i colleghi, problemi sui quali, per il momento, sorvola e puntualizza che in ogni caso già non doppiava più da tempo in quanto era prevalentemente alla direzione dei doppiaggi, con una sua società dagli alti fatturati e grazie alla quale, di punto in bianco, era diventato un padreterno”!
    Gli domando come abbia fatto di punto in bianco a far decollare la sua azienda e Carlo, candidamente, re-inscena un dialogo che ha valenza storico-culturale e probabilmente è ancora valido tutt’oggi in Italia:
    Mi dissero: “se non ti fai raccomandare, non ti possiamo dare più nemmeno un film da doppiare!”. Dico: “ma ho lo stabilimento di doppiaggio, ho le macchine, le telecamere, c’ho tutto, ho 16 dipendenti…!” “EEE-ehehe-eee, eh ti devi fare raccomandare”.
    Per avere le commissioni ci si doveva raccomandare presso membri del partito a quel tempo in carica quindi, nel caso di Marini, dai socialisti. Così Marini tira fuori un altro aneddoto che potrebbe sembrare una scena di un film di Monicelli:
    Io avevo fatto delle grosse cortesie, sia a Craxi che a Martelli che a Tiraboschi… dico: “m’hanno detto che mi devo fare raccomandare, però non so da chi. Chi è che mi deve raccomandare?”, dice: “non ti preoccupare”. Poi un giorno mi chiama Angelo Tiraboschi e fa “adesso ti porto da Enrico”, dico “Enrico chi?” “Manca, no???”… spunta fuori che Tiraboschi e Manca erano amici. Dopo essere stati da Manca, il giorno dopo stesso, mi chiama [uno dalla RAI]: “Tu sei matto Marini, io adesso te devo da’ nove mijardi de lavoro! E non so come fare, perché non ce l’ho!”. Gli dico “e vabbé dammene di meno, ma che me ne frega!” e lui: “tu poi vai a parlare direttamente con Manca…!”, gli rispondo: “ma me l’hai detto tu di farmi raccomandare, me l’hai detto tu che conoscevi Tiraboschi, Martelli e Craxi”, e lui mi risponde “ma qua sono tutti raccomandati dal portiere del palazzo accanto, che è amico della moglie del figlio del portiere che sta da Craxi”.
    Capito? Ci si raccomandava ai portieri dei politici… e io invece ero andato direttamente da Enrico Manca.
    [ride]
    Difatti Angelo mi disse “mbé guarda, se mi chiedevi di fare un tratto di strada ferrata della direttissima Roma-Firenze faticavo de meno”. Per lui poi, che era abituato a dare a 
    Longarini 870 miliardi l’anno(!), sarebbe stata una stronzata e questo invece per prestare 9 miliardi l’anno a me… capito?

    La società di Marini si chiamava F.C.M., Carlo svela che l’acronimo stava per “Fernando Carlo Marini”. Fernando era il padre di Carlo che poi abbandonò esclamando “qua siete tutti matti!”. Successivamente l’azienda venne divisa in due: la FCM, per i doppiaggi per RAI e altra televisione, e l’Omega per i film.
    Carlo ribadisce che senza raccomandazioni non potevi lavorare in alcun modo. Nel 1991 produsse anche un film, Le mosche in testa, che all’epoca, dice Carlo, ebbe un gran successo al botteghino e gli fruttò 200 milioni di lire che arrivarono inaspettatamente in un periodo in cui era già “in discesa”.

    portineria

    Qui raccomandazioni


    Il teatro, lo schnauzer gigante del figlio di Claudio Villa, i primi brusii.

    Con brevi accenni ai suoi vent’anni, a ville del ‘500, grandi feste con ballerine, due anni di medicina ad Ancona, una forte amicizia con il figlio di Claudio Villa, etc… Carlo Marini ricollega la sua vita al mondo del doppiaggio partendo dal suo incontro con il regista teatrale fiorentino Franco Enriquez in occasione di un suo spettacolo allo Sferisterio di Macerata.
    Quando me lo chiese, gli dissi “a me sarebbe sempre piaciuto fare teatro, cinema… ma studio medicina” e lui: “ah, dai, vienimi pure a trovare a settembre al Teatro Argentina, chiedi di me e non ti preoccupare”. Qui Marini imita l’accento toscano di Enriquez: “Minima parte, minima paga”.
    CarloMarini2Ci andai e recitai in Coriolano (1975) e Il Sipario Ducale (1976), due lavori. Poi feci un film e mi doppiai nel film (“
    Cugine mie”, di Marcello Avallone, 1978). Quando mi sono doppiato in quel film, Rino Bolognesi mi disse “ma sai che tu potresti far doppiaggio?”, da lì entrai nell’ambiente, anche tramite il figlio di Claudio Villa, Mauro. Io ero molto amico di Mauro e poi di Claudio stesso. Pensa che sono andato al suo matrimonio e sono stato vicino alla famiglia quando Claudio morì.
    Con Mauro andammo a vivere in due appartamentini vicini l’un l’altro, io avevo un alano, Tommy, e lui aveva uno schnauzer gigante, io c’ave-… ma insomma tutta storia che non è che conti molto, però qui collego un po’ tutto, la mia vita con il doppiaggio… Parliamo dunque del doppiaggio: la madre di Mauro era Miranda Bonansea, la 
    doppiatrice di Shirley Temple. Col passare degli anni aveva perso questa cosa ed era diventata assistente al doppiaggio. Lì, un po’ una mano me l’ha data. Mi faceva chiamare per fare qualche “brusio”, cosette.


    Cooperativa Sincrovox e l’incontro con Emilio Cigoli.

    Carlo: Poi da lì mi chiamano alla Sincrovox, era un’altra società, dove c’era Cigoli ma non lavorai subito con lui perché mi misero in guardia inizialmente: “no, ancora non ti mandiamo da Cigoli, perché forse non sei ancora pronto. Non ti mandiamo perché, sai, Cigoli è uno tosto”.
    Cigoli era uno che “MMMhhh… Marini!!!” [Carlo imita un tono di rimprovero di Cigoli]… lui ti diceva come la dovevi fare la frase. Se non la facevi uguale a come diceva lui…
    Evit: Te ne andavi?
    Carlo: No, al contrario. NON te ne andavi! Fino a che non gliela facevi uguale non te ne andavi a casa!
    Dopo mie insistenze, alla fine mi dicono: “va bene, va’ a fa’ sto brusio co’ Cigoli, vedi un po’… perché se te pija de storto, poi dopo sei finito”. Porca miseria, pensai!
    La prima volta che andai da Cigoli fu per un brusio su un film italiano ed eravamo un piccolo gruppo di persone, ognuno con una battuta diversa – a me credo fosse toccata una battuta del tipo  “Ma sta cadendo la neve!” – e Cigoli dava a ciascuno di noi indicazioni su come doveva esser fatta la battuta.
    Devi tenere presente che quando sentivi Cigoli sembrava di parlare con Gary Cooper o con John Wayne! Perché, anche il microfonino filtrato che c’è tra la sala di doppiaggio e la cabina di regia, a lui non “tagliava” la voce, era proprio come sentire John Wayne in persona che parlava con te.
    A fine anello Cigoli dice [Carlo ancora una volta imita la voce severa di Cigoli]: “chi ha detto Sta cadendo la neve?”. Porca buttana – pensai – ecco, m’ha beccato! Gli rispondo con voce timorosa “sono io, signor Cigoli, Marini”. “Molto bene, dopo, alla fine, venga qui che le devo parlare”. [Carlo emette un verso strozzato, temeva il peggio]
    Il colloquio andò diversamente da come temevo e infatti da lì son diventato il pupillo suo, mi ha aperto tutti i cassetti. Cigoli alla fine diceva di me: “a Marini non gliela ricordo tanto la fa come vuole lui”. In realtà dovevi fare sempre come voleva lui e molto spesso non ci azzeccava tanto, però il cassetto intanto te lo apriva! Sapeva come funzionava quello, quello, quello e quello. Delle volte mi faceva aprire un cassetto che io non ero d’accordo… infatti, anche in Interceptor, dove lui era direttore, purtroppo c’è una frase che è raccapricciante…
    Evit: Quale?
    Carlo: “AHAaaahARRRGHGHGHHG!!!”, una cosa così. Ma d’altronde se non gliela facevi uguale a come la voleva lui non passavi.
    Il primo film importante che ho doppiato con Cigoli e per cui non sono andato neanche in viaggio di nozze è stato L’Inferno Sommerso, nel ’79, dove doppiavo Michael Caine. Da lì poi ho iniziato la mia carriera, ho diretto il doppiaggio di Bolero Extasy (1984) (NdA: della Cannon Film!), poi ricordo Sotto Tiro (1983), bellissimo film, con Gene Hackman, Nick Nolte e Johanna Cassidy… da lì ho cominciato praticamente a lavorare sui film americani con invidia crescente dei colleghi e poi anche per la RAI.


    Aggiorniamo qualche pagina web.

    A questo punto dell’intervista sono desideroso di chiedere a Carlo maggiori informazioni sugli interpreti e le curiosità di doppiaggi di cui su internet si trova poco. Quando chiedo della sua voce sul protagonista in Punto Zero (1971) Carlo risponde “non me lo ricordo, dovrei rivederlo, ma sai quanti ne ho fatti che non ricordo…“, purtroppo lo stesso capita quando gli chiedo se ricorda di altri colleghi in Interceptor – Il guerriero della strada, un film nel quale Marini come protagonista avrà avuto sì e no 16 battute (letteralmente) e quindi avrà passato poco tempo in sala di doppiaggio. I ricordi più solidi riguardano il primo film dove mi conferma che Cigoli dava la voce al capitano, quello pelato con i baffi, oltre ad essere il direttore di doppiaggio del film stesso (non è chiaro chi ha diretto il secondo film visto che il film è del 1981 e Cigoli è morto nel 1980). Mi conferma poi la voce di Mirella Pace come moglie di Rockatansky, sempre nel primo Interceptor (fino ad ora il nome della Pace era seguito da un punto interrogativo sul Genna) ed accenna anche al terzo film della serie (dove abbiamo Massimo Giuliani su Mel Gibson):
    Carlo: Poi per il terzo volevano me alla Warner ma qualcuno gli disse che mi ero trasferito in America, addirittura con i cavalli che avevo portato lì – perché all’epoca avevo un’azienda con i cavalli etc…
    Evit: ho capito.
    Carlo: hai capito, va’!
    Evit: in pratica ti hanno fatto le scarpe sul terzo film.
    Carlo: Sì, sì, sì! Anche perché poi Massimo Giuliani, che Dio lo perdoni… perché Sorrentino, ci sta bene, ma Massimo Giuliani… terribile su Mel Gibson!

     


    Troverete ulteriori curiosità in esclusiva e divertenti aneddoti sul mondo del doppiaggio nella seconda parte dell’intervista con l’attore, doppiatore e direttore di doppiaggio Carlo Marini; di prossima pubblicazione.

    interceptorDVD

  • “AMMIRATELO!” – Una conversazione col dialoghista Valerio Piccolo

    AMMIRATELO!!!

    Il grande Piccolo

    Evit: Piacere di conoscerti Valerio e benvenuto. Come forse avrai avuto modo di notare, il blog Doppiaggi Italioti è un blog di critica al doppiaggio italiano condito da una vena comica e con la parola “critica” intesa nel senso più neutrale possibile, difatti elogiamo sempre i doppiaggi ben fatti con la stessa energia con cui critichiamo quelli meno riusciti.
    Nel mio blog (e qui parlo al plurale estendendolo anche ai miei lettori e pochi collaboratori) siamo i cultori dei dialoghi tradotti che sembrano nati in lingua italiana e non di quelli pedissequamente tradotti dall’inglese, a volte direttamente con costrutti anglosassoni, conditi da parole non tradotte e altamente estranianti. Questa mia fissazione per i doppiaggi ben fatti mi ha portato a trovare te, Valerio, dato che sono molti anni che ritrovo il tuo nome nei titoli di coda di film di cui ho apprezzato molto i dialoghi italiani (lista dei suoi lavori –> qui).
    Ci racconti le tue origini professionali e come sei entrato nel mondo dell’adattamento dei dialoghi per film doppiati? Perché mi pare di capire dal tuo sito web che questa attività di dialoghista sia secondaria rispetto alla tua vera professione.

    ValerioDiciamo che la mia vita si divide a metà, tra musica e doppiaggio. Sono infatti anche un cantautore e chitarrista con 3 dischi alle spalle e vari progetti musical-teatrali in piedi tra Italia e Stati Uniti. Professionalmente però “nasco” traduttore, e dopo anni di lavori in campo letterario, nel 2000 ho avuto un’occasione per cimentarmi nel mondo del doppiaggio. Casualmente, quasi. Un amico, che all’epoca lavorava da fonico di doppiaggio e che sapeva del mio lavoro di traduttore, mi disse che una società cercava traduttori/adattatori “giovani”, e allora pensai: “Perché no?”. Era un società coraggiosa, che evidentemente credeva in me e non ebbe paura di lanciarmi sul mercato: contrariamente alla gavetta classica di un dialoghista, il mio sesto adattamento in assoluto fu già un film di circuito!

    Valerio Piccolo con Suzanne Vega

    Valerio Piccolo con Suzanne Vega

    E: come si diventa dialoghista di professione e a quali regole non scritte ti attieni per produrre ciò che ritieni un buon dialogo adattato?

    V: Come forse saprai, a tutt’oggi non esiste un vero e proprio iter “ufficiale” per diventare dialoghisti. Non esistono diplomi o lauree “ufficiali” e i vari master e corsi di cui sento parlare lasciano (almeno per la mia piccola esperienza) il tempo che trovano. Nel mio caso si è trattato praticamente di un percorso da autodidatta, e ho imparato quasi tutto sul campo. Dopo quella “chiamata” da parte della società di doppiaggio di cui parlavo prima, ho avuto un paio di “lezioni” da una dialoghista, e poi ho dovuto fare da solo. Secondo me, resta un lavoro in cui le regole non scritte sono maggiori di quelle scritte. E non è per forza un male, se lascia spazio alla creatività individuale. Certo è che ci vogliono alcuni requisiti di base che, a mio parere, sono indispensabili: la conoscenza dell’inglese, almeno, e un’ottima proprietà dell’italiano. Ma anche ritmo, musicalità e cultura cinematografica, indubbiamente.

    E: Spesso che chi dirige i doppiaggi è anche responsabile dell’adattamento, nel tuo caso invece possiamo dire che tu sia uno specialista di soli dialoghi e adattamento. Quanto fedelmente viene rispettato il lavoro di traduzione e adattamento dal direttore del doppiaggio?

    V: Io mi aspetto che un direttore di doppiaggio rispetti il lavoro di un dialoghista, soprattutto per quanto riguarda la fedeltà all’originale e il registro stilistico. Per il resto, però, penso che il doppiaggio sia un vero e proprio lavoro d’equipe, per cui ben vengano i cambiamenti in sala, se in quel momento si trovano soluzioni più felici. Il copione che io adatto poi passa l’esame di tanti altri occhi: i cambiamenti sono inevitabili e, nella maggior parte dei casi, scelte che migliorano il prodotto finale.

    E: La casa di distribuzione (e per estensione la celeberrima figura del supervisor americano) ha una qualche influenza su colui o colei che adatta il copione in italiano oppure questa interagisce soltanto con i direttori di doppiaggio in sala?

    V: Da una seria società di distribuzione mi aspetto sempre un confronto sui dialoghi, ancor prima che il copione da me adattato entri in sala di doppiaggio. Per fortuna, ho a che fare con responsabili delle edizioni italiane molto professionali, e quindi questo succede quasi sempre. Più un copione arriva in sala “perfetto”, più il lavoro del direttore di doppiaggio sarà facilitato. Poi, certo, supervisor e responsabili hanno il compito (il dovere?) di relazionarsi con il direttore, e ovviamente assistere in sala ai turni di doppiaggio, per intervenire dove sia necessario.

    E: hai mai avuto conflitti creativi in merito ad un tuo lavoro? E come si sono risolti, se si sono risolti?

    V: È successo, può succedere, e probabilmente succederà ancora. A volte i conflitti si risolvono costruttivamente e, come ho detto prima, possono anche portare ad un migliore prodotto finale. A volte, invece, una delle due parti deve abbozzare, magari. Ma questo vale per tutti i lavori, no?

    E: Molti italiani si lamentano, spesso motivatamente (ma non sempre), dell’alterazione dei titoli e sappiamo che l’ultima parola ce l’hanno i pubblicitari dell’ufficio marketing della distribuzione italiana il cui lavoro è attirare al cinema il maggior numero di persone. Tu, come dialoghista e adattatore, proponi titoli tuoi?

    V: No, mi sarà successo al massimo un paio di volte di essere interpellato al riguardo. I titoli restano una prerogativa del marketing. E a volte – in questo do ragione ai “molti italiani” – non è una buona notizia.

    Valerio Piccolo quando non è impegnato a creare dialoghi per il cinema

    Valerio Piccolo quando non è impegnato a creare dialoghi per il cinema

    E: Cosa ne pensi in generale di chi si pone a favore di una distribuzione cinematografica straniera esclusivamente sottotitolata, volendo abolire il doppiaggio completamente?

    V: In linea di principio sono favorevole. Personalmente mi piace vedere i film in lingua originale, e penso che una distribuzione in tal senso sottolineerebbe tra l’altro un miglioramento linguistico degli italiani. Chi però è favorevole a questo “estremo” troppo spesso dimentica che per una “rivoluzione” del genere non basta portare al cinema i film in lingua originale. Il primo passo va fatto in televisione, a mio parere. Se non abitui un popolo QUOTIDIANAMENTE a vedere le cose in lingua originale, non puoi aspettarti poi che sia favorevole ad andare al cinema e trovarsi improvvisamente a dover leggere i sottotitoli. Chi fa questo pur giusto discorso spesso dimentica che il doppiaggio dei film di circuito rappresenta solo una piccola percentuale di tutto il settore. Cambiamo pure, sono assolutamente d’accordo. Ma partiamo dalla base, non dalla punta dell’iceberg.

    E: mi sorprende che questa presa di posizione venga da un dialoghista così bravo come te. In un epoca in cui i film in TV vengono trasmessi con l’opzione della lingua originale e in cui nei multisala delle grandi città trovi sempre qualche proiezione in lingua originale (solo a Firenze abbiamo almeno 4 cinema che lo fanno regolarmente), non pensi che ipotizzare una “rivoluzione” che inizi dai salotti di casa sia non solo controproducente (dato che i sottotitoli stessi sono adattati, talvolta difficili da seguire e comunque sempre molto riduttivi, tanto per dirne alcune) ma ormai fuori tempo massimo?

    V: Forse non mi sono espresso bene. La mia non è una presa di posizione. E il discorso è molto, molto complesso. Perché va a toccare internet, lo streaming, la fruizione ormai facilitata di opere in lingua originale, e tanti altri piccoli aspetti. Poi andrebbero fatti anche degli altri distinguo, perché una cosa è parlare dell’inglese, un’altra è pensare a prodotti cinesi, coreani, ecc. Insomma, ci vorrebbero pagine e pagine per analizzare la questione. Io dico soltanto che la mia preoccupazione principale è che non vengano fatte delle rivoluzioni “cialtrone”. Vogliamo abolire il doppiaggio? Per me può andare bene, a patto che si faccia una riforma strutturale, che tocchi tutti i settori, per una transizione concreta e corretta. È vero che, come dici tu, a Firenze ci sono cinema che programmano regolarmente film in lingua originale. Ma per una rivoluzione del genere non si può fare l’esempio di Firenze, e neanche di Roma (dove comunque non abbondano i film in lingua originale). Io ad esempio so che già a Milano non è facile trovare proiezioni in lingua originale. Ma, a prescindere da questo, non è a Firenze e a Roma che bisogna pensare quando si fa un discorso del genere. Penso a Caserta (dove sono nato), a Catania, a Forlì. Quanta gente – soprattutto quella di una certa età – in queste città è davvero disposta a pagare euro per vedere una proiezione in lingua originale, se non viene prima “abituata” quotidianamente dalla tv? E siamo sicuri che in queste città tutti vedano film trasmessi dalle pay-tv e usino l’opzione doppio audio? Ti faccio un esempio: le amiche di mia madre, che ovviamente hanno una certa età ma amano cinema e teatro, andrebbero a vedere “Youth” di Sorrentino in lingua originale? Io ho dei dubbi. E allora chi glielo spiega al gestore del cinema, con tutti i soldi che è costretto a pagare per avere una prima visione, che perde il gruppo delle amiche di mia madre? Ecco, lo dico solo per considerare tutti gli aspetti di una vicenda molto, molto complessa. In cui a volte si perde il senso di quello che succede davvero nelle piccole città con, ad esempio, UN SOLO cinema per tutti. 

    C'è solo un piccolo particolare...

    C’è solo un piccolo particolare…

    E: Qui però tocchi uno degli argomenti che mi stanno più a cuore, ed apriti cielo [i lettori che mi conoscono staranno già facendo roteare gli occhi]. Dici che saresti favorevole ad una abolizione del doppiaggio, se questo fosse unito ad una rivoluzione culturale “non cialtrona”. Il problema è che tale rivoluzione, da alcuni anelata (specialmente membri di certi gruppi Facebook), non potrà che essere (in mancanza di miglior temine) cialtrona, anche per i motivi che hai correttamente elencato tu stesso.

    Ribadisco che oggi giorno tra DVD/Bluray e canali free-view (in qualsiasi parte d’Italia) non è che manchi la scelta di potersi vedere film in lingua originale, se si desidera farlo. Ovvio che le sale cinematografiche con proiezioni in lingua originale siano limitate alle grandi città, perché comunque interessano una ristretta percentuale della popolazione, che in un centro urbano minore sarebbe sovra-rappresentata anche con un solo cinema dedicato (il caso di Firenze è particolare perché abbiamo molti istituti di lingua inglese e turisti americani).

    _______APERTE PARENTESI_______

    (i non interessati all’argomento “doppiaggio in Italia” possono scorrere fino al segnale di chiusura parentesi)

    E: Ti spiego il motivo principale perché una rivoluzione in tal senso non la trovo auspicabile: semplicemente trovo che il prodotto “originale”, nelle sue intenzioni, arriverebbe allo spettatore anche più difficilmente, e sarebbe ancora più snaturato che in qualsiasi doppiaggio italiano.
    Prendo l’esempio dei film giapponesi: potrei anche pensare “che bello sentirli in lingua originale” (sottotitolati); potrei supporre che vedendomeli in originale possa “arrivarmi” di più rispetto ad una versione doppiata ma, non conoscendo né la lingua né la cultura giapponese, per me e per le mie orecchie ignoranti di giapponese, qualsiasi emozione esprimano gli attori nipponici verrà percepita solo come frasi di rabbia più o meno contenuta. La prosodia di quella lingua, come di qualunque altra, non corrisponde alla mia e vice versa, e questo è un altro fattore da non trascurare dello straniamento dell’ascoltare una lingua diversa dalla propria.
    Quindi mi sto vedendo un prodotto sì in lingua originale ma delle cui intenzioni originali non mi arriva assolutamente niente dato che l’espressività degli interpreti è per me incomprensibile; a questo aggiungici pure che i sottotitoli che leggo (e che ci auguriamo siano tradotti e adattati sempre alla perfezione) sono immancabilmente e necessariamente riduttivi…
    Insomma, già da questo semplice esempio puoi capire perché trovo incredibilmente improbabile che avvenga alcuna rivoluzione che porti la lingua originale nelle case di tutti gli italiani a scapito delle versioni doppiate, ora, nel 2015.
    Chi non è già a suo agio con la cultura del paese di origine del film (o programma TV che sia), potrà solo guardarsi un prodotto le cui intenzioni originali arrivano ancora più difficilmente, se arrivano. Quantomeno con il doppiaggio hai la comodità di un prodotto culturale adattato (ci si augura) in maniera adeguata, mutatis mutandis, per la cultura di destinazione, recitato da attori che forniscano interpretazioni vocali equivalenti.
    E ti parlo da bilingue quindi, vista la predominanza americana nella distribuzione cinematografica, io personalmente sarei proprio l’ultimo a soffrire per un simile cambiamento. Ma solo perché io personalmente mi trovo a mio agio con la lingua del 90% dei film importati in Italia, non mi sentirei di augurarlo ad altri. Il mio pensiero va a mio padre, ad esempio, il quale adesso non ci vede più molto bene e i sottotitoli non li riesce a leggere in tempo; per il “Trono di Spade”, di cui è un grande appassionato, deve necessariamente attendere che venga trasmesso doppiato perché, semplicemente, non riesce a seguirlo con i sottotitoli.
    Non si può augurare un cambiamento totale, a scapito di coloro che non sono interessati ma soprattutto che non possono leggere i sottotitoli (un numero non indifferente, tra difficoltà visive e dislessici), specialmente perché non c’è modo di fare una simile rivoluzione in un modo che non sia cialtrona.
    Difatti, l’unica alternativa “non cialtrona” a questa rivoluzione sperata da alcuni sarebbe che tutti gli italiani imparassero prima tutte le lingue presenti sul mercato cinematografico, lo stesso discorso che poi vale anche per la letteratura: per leggere I fratelli Karamazov dovremmo imparare prima il russo ed apprezzarne le scelte lessicali e le intenzioni originali dell’autore.
    In un paese dove la lingua ufficiale è l’italiano… scritto.

    _______CHIUSE PARENTESI_______

    Comunque, tornando a noi [sospiro di sollievo dei miei lettori], il tuo primo grosso film mi risulta che sia stato Mulholland Drive di Lynch (2001) e da lì in poi è stato un alternarsi di titoli più o meno noti: Il mistero dei templariA Scanner DarklyTerminator SalvationGrindhouse di Tarantino e tanti, tanti altri! Ce n’è qualcuno di cui sei più orgoglioso e altri di cui lo sei meno?

    V: Sì, mi ritengo molto fortunato a poter mettere mano ogni anno a tanti film importanti di registi che amo. Ci sono sicuramente tanti film che ho amato, tra quelli che ho adattato, e anche tanti in cui penso – senza falsa modestia – di aver fatto un buon lavoro. Un film che ancora mi piace guardare oggi è il mio primo lavoro su film di circuito, “Y tu mamà tambien” di Alfonso Cuaron, con un giovanissimo Gael Garcia Bernal (con il quale, tra l’altro, mi ubriacai clamorosamente di tequila alla festa della produzione del film dopo la proiezione al Festival di Venezia). È un film che mi resta nel cuore e che, quando lo rivedo, mi sorprende per il “realismo” e la veridicità dei dialoghi, nonostante fossi chiaramente alle prime armi.

    E: Quando ti trovi davanti a film con origini letterarie come, ne prendo uno a caso, A Scanner Darkly, o comunque film che derivano da famosi precedenti (Terminator SalvationIl Grande e potente OzA-Team etc…) vai a ricercarne la versione italiana del libro, o film originario che sia, per assicurarti di mantenere una certa continuità nell’adattamento? Ne hai il tempo e soprattutto ne senti la necessità?

    V: Cerco sempre di risalire alle origini, certo. Ma queste cose – fare ricerche, documentarsi, spulciare la rete in cerca di curiosità e riferimenti – fa parte di una predisposizione che tutti noi traduttori coscienziosi abbiamo. In questo, credo, il mio passato di traduttore letterario mi aiuta. Mi aiuta nell’inseguire una ricerca a tutto tondo e una profondità che, con i tempi stretti del doppiaggio, non sempre sono facili da ottenere.

    E: Quanto tempo richiede un buon adattamento dei dialoghi e quanto tempo effettivamente ti danno?

    V: Partiamo da quanto effettivamente ci danno: 15 giorni per un film. Che purtroppo a volte – e sempre più di frequente – diventano anche meno. 15 giorni a buoni ritmi quotidiani possono forse essere anche sufficienti, se sei sufficientemente veloce. Ma è vero che ci sono film più complicati che hanno sicuramente bisogno di un tempo che si avvicina ai 20 giorni.

    E: La tua esperienza nel campo della musica ti avrà aiutato in titoli come Sweeney Todd di Tim Burton, ma anche film più inaspettati come Una Notte Da Leoni in cui uno dei protagonisti improvvisava un pezzo al pianoforte che descriveva le loro disavventure. Quanto è importante e quanto è utile, nel campo dell’adattamento dei dialoghi, una preparazione a tutto campo, musicale, teatrale… etc?

    V: Sicuramente la musica e la musicalità sono importantissime per il mio lavoro. Questo perché il ritmo è uno degli aspetti tecnici FONDAMENTALI del lavoro di dialoghista. Per essere efficace in quella che io chiamo “mostruosità innaturale” (far parlare in italiano un uomo che, di fatto, sta parlando UN’ALTRA LINGUA!!!), devi entrare nel ritmo dell’attore e incollarci un ritmo identico fatto di parole italiane. Un’impresa non sempre facile. Più ti incolli all’attore, meno lo spettatore farà caso alla manipolazione. E per fare questo, la musica aiuta eccome.

    E: ma ti permettono di vedere il film in anticipo? Prima di iniziare l’adattamento intendo.

    V: Spesso, ma non sempre, si organizza una proiezione con i responsabili della distribuzione, il direttore del doppiaggio e il dialoghista, di modo che si possa subito fare una riunione per decidere gli aspetti generali del film in questione. 

    Rolemodels

    Role Models (2008) – Fate click per vedere la sequenza

    E: Dal 2009 ti vengono assegnati anche alcuni titoli di quel genere che io personalmente definisco la nuova commedia americana, sto parlando della sopracitata serie di Una Notte Da Leoni (Hungover) e, ad esempio, Role Models di cui sei sempre l’autore dei dialoghi.
    A mio parere questi film sono particolari per la resa comica dei dialoghi in italiano, non è solo mio parere ma anche della mia partner britannica che ha scoperto tali film proprio in lingua italiana trovandoli “brillanti” e sottolineando come non sempre siano altrettanto divertenti nella versione originale.
    Vuoi dire qualcosa in merito al genere commedia/comico da te adattato? Quanta libertà di manovra hai nell’inventarti battute? Ti diverti con questi lavori? Il nome “Artonio” ti dice niente?

    V: La commedia di regola lascia a noi dialoghisti un margine maggiore di “creatività”. Bisogna stare attenti, però, perché se ti fai prendere la mano poi tendi a snaturare l’idea originale del film. E invece – non mi stancherò mai di dirlo – la fedeltà al testo e al registro originali sono sempre da rispettare. Mi spiego: se un film, in originale, pur essendo etichettato come “commedia”, fa sorridere MA NON ridere, dev’essere così anche nella versione italiana, e non bisogna snaturare il prodotto originale cercando di far sganasciare di risate lo spettatore laddove il regista magari cercava un più elegante sorrisetto. In effetti, però, come dici tu, mi è capitato di vedere film da me adattati e accorgermi che facevano ridere di più nella versione italiana che in quella originale. Ma se questo succede, non è detto che sia per forza un bene. Almeno nel senso del rispetto dell’idea originale del film.

    E: Non dico che si debba cambiare registro comico, ma se è possibile migliorare un prodotto trovando una soluzione lessicale che sia più memorabile in italiano (pur rispettandone le intenzioni originali), non credi che sia lecito farlo?

    V: Come in tutte le cose della vita, è una questione di buon senso, di misura. Se non si esagera, tutto è lecito. Senza mai dimenticare che la nostra è una “forzatura”, un procedimento innaturale che già di per sé, inevitabilmente, stravolge l’opera originale.

    E: Più che “stravolgere”, a me piace dire semplicemente che si “adatta” l’opera originale, credo che in questa parola sia racchiuso il vero significato, scevro da connotati elogiativi o negativi. Del resto lo si fa anche nella traduzione letteraria.
    Questo mi porta anche al recente Mad Max: Fury Road di cui hai creato i dialoghi italiani e che mi ha spinto originariamente a contattarti. Devo ammettere che ero molto in apprensione prima di andarlo a vedere in italiano, visto l’andazzo sul doppiaggio di grossi film come ad esempio quelli della Marvel, ed ero pronto al peggio. Sorprendentemente ho trovato un adattamento veramente ben fatto, dove praticamente tutto è stato adattato e non solo “tradotto” (scavengers -> saprofagi; war rig -> blindocisterna; “witness me!” -> “ammiratelo!” etc…) e dove solo il minimo indispensabile è rimasto in lingua originale: i luoghi (come “Bullet Farm” e “Gas Town”), alcuni nomi (es. “Immortan Joe”), un paio di parole di slang australiano. Del resto l’ambientazione non è fantasy ma si tratta di un’Australia post-apocalittica dove ha senso che persone e luoghi abbiano nomi propri in lingua inglese.
    Scelte di adattamento, tra l’altro, in linea con il precedente film dove avevamo Bartertown, Master-Blaster, eccetera. Che goduria nel sentire tutto il resto ADATTATO! Perché nel doppiaggio moderno si sta quasi perdendo il senso di questa parola, adattamento. Vuoi parlarci di come hai affrontato questo film, dal punto di vista dei dialoghi e dell’adattamento?

    V: Su questo film è stato fatto un lavoro splendido da tutti (primo fra tutti Massimiliano Alto, che ha sfoderato come sempre una grande direzione), ed è stato un film che, per una volta, ha avuto giusti tempi di lavorazione (più dei famosi 15 giorni, per intenderci) e anche tanti confronti con la distribuzione sui termini da utilizzare. In più, caso davvero unico, George Miller ha mandato a noi adattatori di tutto il mondo un suo “commentary” di tutto il film, pezzo per pezzo, con le spiegazioni delle origini di ogni termine che era stato inventato per il film. Un’esperienza stupenda che – almeno credo – ha dato un notevole valore aggiunto alla versione italiana del film.

    whataday
    E: Un valore che si percepisce e ci possiamo considerare veramente fortunati (noi, pubblico italiano) se la tua presenza e una simile (ed inaudita) attenzione da parte della distribuzione e del regista hanno portato al prodotto che poi abbiamo visto al cinema! Di questi tempi è cosa rara per film simili.
    Voglio concludere ribadendo quanto apprezzi il tuo lavoro, nei film visti fino ad ora in cui tu hai lavorato mai mi è capitato di storcere il naso, mai! Ed è un peccato che in siti come Antonio Genna tu (così come molti altri dialoghisti) non abbia una scheda personale perché, ancor prima dei doppiatori, ciò che rende un film ben realizzato nella sua versione italiana sono proprio l’adattamento e i dialoghi.

    V: Grazie davvero di questi complimenti. Faccio questo lavoro da 15 anni, e lo faccio ancora con l’entusiasmo del primo giorno. La traduzione, la manipolazione della parola, sono il mio pane quotidiano. Posso quasi dire che, dopo 15 anni, pur lavorando mediamente 10 ore al giorno, ancora non mi sembra un “vero” lavoro, non so se mi spiego.

    E: Chiarissimo! Hai consigli da dare per chi volesse diventare dialoghista di audiovisivi?

    V: Consigli per chi vuole fare questo mestiere? Trovare un dialoghista che sia molto bravo, e che sia anche molto disposto a insegnarvelo. O almeno a spiegarvi le basi, per poi farvi trovare un metodo che per voi funzioni.

    E: Hai avuto modo di dare un’occhiata al blog, cosa ne pensi?

    V: Penso che sei pazzo! [ride] E che le cose fatte con passione sono quanto di meglio si possa trovare in questo mondo così difficile. Per cui ben venga un posto come questo dove interagire con gli appassionati innanzitutto di cinema.

    Continua così Piccolo, nel Valhalla dei dialoghisti ti attendono già.

    Continua così Piccolo, nel Valhalla dei dialoghisti già ti attendono.

  • Gli Italiani lo fanno meglio… un documentario americano sul doppiaggio italiano!

    Copertina del documentario 'it's better in Italian" di Jordan Ledy
    Vi siete mai chiesti cosa ne pensano gli americani dei nostri doppiaggi? Quella che per noi è tradizione, e ultimamente bersaglio di critiche, sarà vista come stravaganza, ammirazione o magari non gliene importa niente? A rispondere al quesito ci ha pensato Jordan Ledy, giovane regista americano, il quale ha realizzato un documentario bellissimo sul nostro doppiaggio dal titolo It’s Better in Italian, che al momento sta facendo il giro dei festival americani.

    Il regista, Jordan Ledy

    Il regista, Jordan Ledy

    Con il continuo accanimento di fazioni pro e contro, lo sguardo esterno e super partes di un americano è forse proprio quello che ci vuole. Ledy era studente della Columbia University quando si iscrisse ad un programma di studi all’estero e passò sette mesi in Italia, a Firenze, ospite di una famiglia italiana. Loro non sapevano l’inglese, lui solo qualcosa di italiano, ma trovarono modo di comunicare. Con l’aiuto di uno dei figli della famiglia ospitante, suo coetaneo, Jordan diventò presto pratico della lingua. Ogni sera a cena c’era la tv accesa, e quando apparve Hugh Laurie che parlava in italiano (e molto più velocemente di quanto Ledy potesse comprendere) fu un’illuminazione. Da buon americano aveva sempre dato per scontato che il resto del mondo vedesse i film in inglese con i sottotitoli. Qualche anno più tardi ebbe l’idea di esplorare il mondo dei doppiatori che tanto lo aveva colpito. Così telecamera in spalla e con una piccola troupe al seguito, volò alla volta di Roma per incontrare Roberto Pedicini, Sandro Acerbo, Chiara Colizzi e tutte le voci delle nostre star preferite.
    “Un Americano che parla italiano? Vieni a casa mia, ti preparo un piatto di pasta” pare aver detto Pedicini a Ledy. Chi non ha potuto incontrare è stato Accolla “È un peccato perché è stato lui ad ispirarmi a girare il documentario. Accolla che faceva Eddie Murphy era il biglietto da visita del progetto. Sapevo quanto stesse male negli ultimi tempi. Ho parlato solo con il figlio brevemente, ma è stato poco dopo la sua dipartita” ha raccontato Ledy.

    Il doppiatore Roberto Pedicini in sala di doppiaggio

    Roberto Pedicini quando risponde al telefono agli americani e li invita a mangiare spaghetti a casa sua.

    Il documentario It’s Better in Italian segue da vicino tre storie, quella di Pedicini, storico doppiatore, quella di Davide Perino, la nuova generazione, e quella di Ugo De Cesare, lo studente ai primi passi. Tocca da vicino anche tutti gli aspetti del doppiaggio a lungo sviscerati su questo blog: l’impoverimento della qualità, l’aspetto economico, il tempo a disposizione, l’intrusione dei grandi studios americani sul lavoro fatto in loco. È bello vederlo attraverso gli occhi di un Americano (stereotipi musicali compresi!). Lavorando come giornalista proprio a Los Angeles, dissi a Evit (grande apprezzatore del documentario in questione) che non potevamo lasciarci sfuggire l’occasione di scambiare quattro chiacchiere con Jordan Ledy e così, anche a nome di Evit, ho deciso di incontrarlo in un tipico cafè di Los Angeles per fargli qualche domanda.
    Cosa ha scoperto Jordan sul doppiaggio italiano.
    Davo per scontato che assumessero gente con un tono di voce simile alle voci americane, mi sono reso conto che non è così. La sinergia che si crea tra il doppiatore e il volto dell’attore è unica e propria dell’identità italiana. Un ottimo esempio sono Brad Pitt e Will Smith, entrambi doppiati da Acerbo, che ha una voce più soave di Brad o Will.

    It's better in Italian, documentary film by Jordan Ledy

    Gli ostacoli nella realizzazione del documentario

    Uno degli ostacoli è stato in occasione dell’incontro con Davide [Perino]. Dovevano doppiare Now you see me. Davide faceva Jesse Eisenberg e Roberto [Pedicini] faceva Woody Harrelson. Chiesi di poter filmare e tutti mi dissero ‘Sì, sì, vieni domani, porta tutta la troupe’. E sono sicuro che questo accada spesso in Italia, arrivo e c’è quell’unica persona che dice no, qua non si può filmare, nessuna eccezione. Erano ovviamente preoccupati per un’eventuale fuga di immagini. Il che fa ridere perché il film era già uscito da una settimana in America.
    Sul montaggio frizzante e molto cinematografico.
    Per questo documentario ho avuto un bravissimo montatore: Ben Stillerman. Ben viene dal Sud Africa e non parla una parola d’italiano. Quella è stata un’altra difficoltà, io ero l’unico che parlasse la lingua sia sul set che in sala di montaggio. Di tutto il materiale girato ogni giorno dovevo fare la traduzione simultanea!

    La troupe di Jordan Ledy nei dietro le quinte del documentario It's better in Italian

    La “crew” si chiede dove siano i mandolini.

    Le musiche

    Sono merito del compositore Chris Thomas. La mia unica indicazione è stata: voglio una colonna sonora come se Fellini avesse assunto un circo per girare l’Italia; voglio trombe e clarinetti. La musica italiana ha tanta passione dentro e guida lo spettatore a provare certe emozioni. In mente avevo le composizioni di Nino Rota. È vero, può sembrare cliché a tratti, ma sapevo di non voler usare la tarantella. Quella me la sono tenuta per i titoli di coda. [ride]

    Il controllo da oltreoceano

    Chiara Colizzi ha detto una cosa molto bella in merito ma che purtroppo non è entrata nel montaggio finale.
    Mi disse: se vado al ristorante e ordino una zuppa e non mi piace il sapore, la posso mandare indietro. Ma non entro in cucina e inizio ad aggiungere spezie qua e là. È quello che i supervisori degli studios americani hanno però cominciato a fare. Capisco il loro punto di vista, si tratta di show business, la parola business non è lì per caso, ma sono d’accordo che sia un vero peccato che si mettano in mezzo ad un sistema che ha funzionato perfettamente per quasi un secolo.

    Davide Perino

    Davide “Frodo” Perino (voce di Elijah Wood)

    Doppiaggio ? Doppiaggio No?

    Le nuove generazioni sono più inclini ad imparare l’inglese e, da questo punto di vista, la tv satellitare e i DVD aiutano. È molto più facile oggi poter guardare un telefilm americano con i sottotitoli inglesi o con i sottotitoli italiani che sono una traduzione di quelli inglesi. Roberto e Davide mi dicevano della critica costante sul doppiaggio. E visto il calo qualitativo c’è più animosità nei loro riguardi, c’è persino chi vorrebbe eliminare il doppiaggio completamente. Io penso dipenda anche dal tipo di film, in un film d’azione non puoi fermarti a leggere i sottotitoli. Se guardi Avengers, che ha uno stacco ogni 4 fotogrammi, leggendo i sottotitoli c’è rischio di perdere informazioni importanti; stesso discorso per una commedia romantica, ti vuoi perdere nelle emozioni sul volto degli attori. Dipende anche da dove si vede al film. Al cinema sarei più portato a guardarlo con i sottotitoli, viceversa a casa, se è tardi e sono stanco e magari la tv è piccola voglio avere la possibilità di vederlo doppiato. Deve essere il pubblico a dettar legge in questi casi.

    Nota di Evit: e per “pubblico” non si intendono solo le nicchie rappresentate dai gruppi su Facebook.

    Doppiaggi di serie TV e doppiaggi cinematografici

    È una questione di quantità. Un film costa milioni di dollari, vogliono che il doppiaggio sia fatto bene perché hanno interesse verso il mercato estero. Per un telefilm il guadagno avviene già sul territorio e sulle vendite, non c’è volontà di spendere soldi su qualcosa che costa decisamente di meno produrre. Un telefilm non costa come un film di due ore, è ovvio che spenderanno meno e c’è dodici volte più materiale. È una decisione puramente commerciale, che non tocca solo il doppiaggio. Per un episodio televisivo girano nove pagine al giorno, per un film una o due pagine. Capisco il rammarico, la TV oggi è al suo picco più alto, sarei davvero dispiaciuto se mi dicessero che Breaking Bad non è stato doppiato in modo adeguato.

    Jordan Ledy che ritira i meritati premi

    Jordan Ledy che ritira i meritati premi, gli manca solo il mandolino

    Doppiaggio dei trailer.

    Nel caso di Kick Ass, il direttore del doppiaggio del trailer del primo film era differente da quello del secondo. Nel primo caso, avendo visto il film, hanno trattato il trailer come se dovessero doppiare scena per scena. Il direttore del secondo, invece, ha trattato il trailer per quello che è, ovvero un mezzo per portare la gente al cinema. Quindi non si faceva problemi a cambiare una battuta o a leggerla diversamente pur di ottenere lo scopo. Ma credo che sia un po’ la politica dei trailer in generale, che spesso hanno anche scene che non fanno parte del montaggio finale. Mi ricordo quando uscì Twister , il trailer aveva la ruota del trattore che volava verso lo schermo e poi al cinema non c’era. Non che un trailer debba essere fuorviante, è frustante quando rivela troppo, però se gioca con le aspettative è giusto, lo scopo è quello di far spendere alla gente i dodici dollari per vedere il film.

    L’introduzione al documentario da parte di Peter Weller

    Con Peter Weller siamo amici. L’ho conosciuto a Venezia dieci anni fa, prima che sapessi parlare italiano, prima che mi buttassi nel cinema. Peter era lì con la fidanzata che sarebbe poi divenuta sua moglie, io ero in vacanza con i miei in Italia per la prima volta. Infatti l’hanno riconosciuto i miei genitori, al tempo io non avevo ancora visto Robocop. Ci siamo ritrovati nello stesso albergo a fare chiacchiere a colazione, tra l’altro lui è un esperto dell’Italia, ha ottenuto un Ph.D alla UCLA nella Storia dell’Arte del Rinascimento Italiano. Ed è anche appassionato di jazz come me. Siamo rimasti in contatto, ha invitato i miei al suo matrimonio. La voce fuori campo doveva avere autorevolezza. L’ho chiamato, è venuto, è stato dieci minuti, “ve lo leggo venti volte e ve lo montate come preferite”. Svelto e professionale. Non volevo però che la voce fuori campo fosse su tutto il film, ha senso quando fa le veci di un personaggio, come l’uso che ne fa Terrence Malick. Io avevo necessità di spiegare in breve il doppiaggio ad un pubblico che non ne sapesse niente e farlo attraverso le interviste avrebbe richiesto troppo tempo e sarebbe stato noioso. Quindi, in due parole i fatti: i film stranieri hanno i sottotitoli, ma in Italia tutto viene doppiato e i loro doppiatori sono ritenuti i migliori al mondo. Lo fanno da anni, ma sono ancora considerati ai margini dell’industria. Ora che sapete questo entriamo nella vita dei personaggi.

    Ledy8

    Robocop risiede frequentemente a Firenze e, all’occasione, invita compatrioti che incontra in vacanza ai suoi matrimoni e poi recita nei loro documentari.

    I problemi di oggi

    L’aspetto “business”, la crisi economica… non c’era modo di mettere ogni singolo dettaglio nel film. Ma mi piace che ogni cosa sia quantomeno accennata. Mi piace l’idea che, dopo aver visto il film, uno sia portato ad informarsi, a passare sei ore su Wikipedia per saperne sempre più, se lo desidera.

    In giro per i festival

    La reazione al festival di Nashville è stata molto positiva. Molte risate in sala, la sai la vecchia battuta su qualsiasi cosa che sia ritenuto comico? La commedia senza le risate equivale ad una tragedia, fortunatamente non ho avuto nessuna proiezione tragica fino ad ora. Mi piacerebbe portarlo in Italia, infatti vorrei partecipare al Film festival di Milano, Torino, Roma. Magari portarlo in televisione in Italia!
    Ledy5


    Conclusione di Evit

    Che noia i ringraziamenti, ma quando sono dovuti sono dovuti! Ringrazio Michele Traversa per aver incontrato il regista al posto mio e soprattutto ringrazio enormemente Jordan Ledy non solo per avermi fatto vedere il suo splendido documentario in anteprima, ma soprattutto per averlo ideato e girato! Opere simili ce le potremmo aspettare da documentaristi italiani, e invece è un americano che viene a deliziarci con il suo occhio distaccato (dovremmo forse dire “orecchio”), non influenzato dalla nostalgia e dalle tradizioni locali (quindi anche meno soggetto a critiche nostrane), riuscendo a toccare tutti i punti salienti sulla situazione del doppiaggio in Italia e facendoci addirittura emozionare sul finale (non voglio rovinare la sorpresa a chi lo vedrà… chissà quando). È anche zeppo di interventi da parte di doppiatori italiani, con frasi, dette durante le interviste, che diventano immediatamente memorabili.

    Ho ritenuto fosse importante parlarne sul mio blog in quanto tali opere raramente ricevono l’attenzione dovuta e spero che venga trasmesso, che sia a mezzo televisivo o web, perché merita veramente tanto ed è un’opera forse più significativa per noi che per il pubblico americano, che comunque ha apprezzato enormemente.
    Concludo dicendo che quando vedo un prodotto (film o documentario che sia) e penso “questo lo avrei voluto fare io!”, è sempre un buon segno e mio massimo complimento verso l’autore.
    Questo documentario di Jordan Ledy lo avrei voluto fare io!

    Vi lascio con il sito web dedicato www.betterinitalian.com/ dove potrete vedere se non altro il trailer, in attesa che sbarchi anche da noi. Al momento sono in comunicazione con l’autore per vedere cosa si può fare per distribuirlo anche qui in Italia, ma in ogni caso dovrete aspettare che faccia tutto il giro dei festival prima, per farsi conoscere.
    Traversa mi ha chiesto di inserire una vignetta a tutti i costi, così ne rispolvero una un po’ vecchia. Così vecchia che ancora usavo gli apostrofi per fare le accentate maiuscole… eh, la svogliatezza!

    Vignetta su Jack Nicholson doppiato da Giancarlo Giannini

  • Interstellar – a domanda, Marco Mete risponde

    Vignetta con scene dal film Alien (1979) dove la parola airlock viene lasciata in inglese
    Vignetta con scene dal film Aliens (1986) dove la parola airlock viene lasciata in inglese

    …come nessuno disse mai nella saga di Alien.

    Avrei voluto parlare di Interstellar dal primo giorno di proiezione nelle sale cinematografiche, quando cominciai ad abbozzare questo articolo, e se lo lasciavo un altro po’ a frollare nella sezione “incompiuti” avrebbe fatto in tempo ad uscire in Blu-Ray. Scusate per l’attesa.
    Voglio perdere un po’ di tempo a sottolineare come finalmente Christopher Nolan abbia diretto un film che mi garba assai dopo quelle cagate fascistoidi di Batman che sembrano piacere a tutti tranne che a me, dopo The Prestige il quale si basava interamente sullo svelare i barbatrucchi di due illusionisti in competizione, salvo poi scoprire, sul finale, che la magia esiste per davvero, la magia della scienza…

    Infine c’è Inception, carino ma alla stregua di un libro best-seller, di quelli che vengono spalmati su 4000 pagine per far sentire gli ignoranti di tutto il mondo molto intelligenti ad aver letto un libro così “grosso”. La gratificazione del qualunquista aiuta sempre le vendite. Lascia perdere che poi i caratteri di stampa usati hanno dimensioni da abbecedario.
    Quest’anno invece arriva Interstellar che vado a vedere da appassionato di fantascienza che sono, nonostante le molte riserve visto il mio scarso amore per Nolan e, miracolo, non fa schifo! Anzi, finalmente un film di fantascienza che non prende gli spettatori per imbecilli come faceva Gravity (da subito “capolavoro amatissimo” dal popolo). Perché solitamente i film che si spacciano per fantascienza “realistica” come Gravity poi mi fanno esclamare…
    Scena dell'estintore dal film Gravity Scena di George Clooney appeso ad una fune nello spazio, nel film Gravity
    Vignetta dal film L'allenatore nel pallone dove Lino Banfi esclama: mi avete preso per un coglione
    Gli spettatori con un istruzione scientifica alle spalle non si sentono presi per il culo da Interstellar e, mentre  guardo il film, già sospetto che in America possa essere un mezzo flop perché non ci sono robot che impazziscono e che mettono in pericolo i protagonisti, non ci sono rientri sulla navetta usando l’estintore (alla Gravity), né gente appesa ad un appiglio e che rischia di cadere nel “baratro” dello spazio così come in un burrone (sempre alla Gravity). In compenso, i dialoghi di Interstellar toccano tematiche le cui basi scientifiche sono completamente ignote allo spettatore medio americano, lo stesso spettatore medio che solitamente fa un tifo indiavolato da stadio quando va a vedere l’ultimo film della Marvel.
    Quindi gli americani, riassumo per voi il responso del pubblico e della critica USA, hanno detto: bello a vedersi ma è pieno di buchi nella trama, dove i “buchi nella trama” sono in realtà soltanto gli elementi del film che non avevano capito perché a digiuno di qualsiasi nozione di fisica; gli appassionati di scienza (e fantascienza) a cui non è piaciuto il film invece si sono concentrati di più a lamentarsi della scarsità di trama e degli archi narrativi, il che ha più senso.
    Apparentemente questo è un film soltanto per uno dei due tipi di nerd in esistenza…

    Scena da un quiz televisivo dove il presentatore chiede di completare la frase: che la forza sia...; il concorrente risponde: la massa per l'accelerazione

    DUE TIPI DI NERD: “Che la forza sia…” “la massa per l’accelerazione”

    Interstellar – un film destinato ad esser criticato

    In Italia la gente è molto più particolare, con critici che scopiazzano il sentimento generale del pubblico americano e ripetono a pappagallo “bello a vedersi ma pieno di buchi nella trama” senza tuttavia elencarli mai perché non sanno neanche loro quali siano, ma hanno sentito dire che ce ne sono… da qualcuno… sull’internet. Nel blog i400calci non sono stati da meno questa volta, suggerendolo nel titolo ma delegando poi l’impresa di elencare questi eventuali “buchi” ad un link in lingua inglese dove infatti non viene elencato alcun buco della trama.
    Insomma, coloro che elencano buchi della trama in realtà spesso li confondono con ciò che non hanno capito di fisica. I più vaneggiano di “supercazzole scientifiche” o “spiegoni” per via di un paio di dialoghi “realisticheggianti” tra astronauti, mentre erano rimasti pressoché muti davanti alle supercazzole che in italiano ci siamo sorbiti con Captain America 2 e Pacific Rim, due film di ben altro genere e spessore, mi rendo conto, ma con recensioni molto più positive di Interstellar nonostante i loro dialoghi italiani fossero a tratti incomprensibili. In Interstellar invece, i dialoghi con una dose di realismo tra astronauti professionisti sono percepiti come “supercazzole”, mentre i momenti resi comprensibili ai più (come l’omaggio a Event Horizon), in cui si cerca di far capire almeno le basi al pubblico più becero americano, allora lì gli italiani parlano di spiegazioni “facilone”… lamentandone l’estrema semplicità. Mah!
    Scena dal film Interstellar dove Matthew McConaughey piange mentre una vignetta parafrasa il film Amici Miei: le senti le emozioni? Le senti come stuzzicano e prematurano anche?
    Interstellar, in breve, è uno di quei film di cui va di moda parlarne automaticamente male perché 1)non è Batman, quindi viene meno l’opinione del pubblico a cui piace vedere il fascinema, viene meno l’opinione del pubblico di 13enni e anche degli eterni 13enni; 2)non fa sentire intelligenti gli scemi così come faceva Inception, qui viene meno il pubblico degli spettatori più mediocri a cui piace credere di aver capito un film “difficilissimo”.
    [Non sto offendendo in modo generico coloro a cui piace Inception ma solo quelli che lo reputano un filmone “difficilissimo” e si compiacciono di essere riusciti a seguirlo tutto. Anche a me è piaciuto Inception alla prima visione, non vuol dire che mi aspetto una medaglia per essere riuscito a seguirlo dal sogno più superficiale a quello più profondo. Leggo di certa gente invece che si sente intelligentissima perché “ha capito” Inception, pensando che altri possano non essere riusciti a seguirlo altrettanto argutamente… se non siete tra questi illusi, le mie parole non si riferiscono a voi.]

    Vignetta basata su una scena dal film Interstellar dove un attore di colore dice: nello spazio ho visto cose da farla diventare bianco! Così parafrasando una battuta di Ghostbusters - Acchiappafantasmi

    Nei primi 20 minuti di visione di Interstellar mando un messaggio scherzoso al mio amico Petar “sono al cinema, sto guardando Contact 2” [Contact è quel film che vorremmo amare ma è strapieno pieno di messaggi stupidi sulla fede ed ha una risoluzione insoddisfacente con connotati da zimbello galattico], ma in realtà è un mio scherzone da cinefilo perché so già che Petar apprezzerà tantissimo questo Interstellar, così come lo hanno apprezzato altri laureati in fisica come lui.

    NOTA CURIOSA: Il cognome di Matthew McConaughey si legge “meccònahi”, adesso ne sapete di più di qualsiasi giornalista in TV e potete andare a fare gli sboroni con gli amici.

    Il film attira subito la mia attenzione con un futuro dove nella scuola pubblica americana si insegnano teorie complottistiche degne di Alieni: nuove rivelazioni e dove ovunque nel mondo si respira un’aria pesante come quella di mille scorregge in un sacco a pelo (perché questo è ciò che accadrà realmente in un futuro abbastanza prossimo), immaginate di andare nel Parco Nazionale d’Abruzzo e respirare ovunque un’aria viziata tipo ufficio postale in inverno all’ultimo del mese… un incubo quasi peggiore dei complottisti che insegnano nelle scuole pubbliche.
    Quasi.
    Comunque non voglio raccontarvi niente della trama, dico solo che questo film (e non quella baracconata di Gravity) si sarebbe dovuto chiamare Gravity. Gravity invece dovrebbe chiamarsi “Momento Angolare – Una serie di inverosimili eventi” per rendere veramente giustizia alla pellicola.
    Finto poster del film Gravity intitolato: Momento angolare


    L’adattamento italiano di Interstellar

    Parliamo invece del doppiaggio (ma più in particolare dell’adattamento italiano) che è l’unico motivo che mi ha spinto a scrivere di Interstellar, del resto è di questo argomento che si parla qui a Doppiaggi Italioti.
    Tutto procedeva bene (splendida la scelta dei doppiatori, specialmente sui robot) finché non sono spuntati alcuni termini anglosassoni (in realtà soltanto due). Me li segno lì per lì e attendo i titoli di coda per scoprire Marco Mete ai dialoghi e alla direzione del doppiaggio. Decido quindi di interrogare direttamente il signor Mete (perché quando posso, lo sapete, vado sempre alla fonte) e attraverso minacce, estorsioni e raccomandazioni riesco a farmi dare la sua e-mail, il suo numero di telefono, indirizzo della casa al mare, codice fiscale, il 730…
    Questo è un estratto dal nostro scambio di e-mail:

    Evit: Nel film ho sentito parole anglosassoni in tre o quattro momenti del film e volevo chiederle se queste sono state imposte dal committente americano, suggerite dagli esperti che lei ha consultato per l’adattamento del film oppure se sono state scelte personali dovute ad esigenze di labiale/tempi. Le frasi “incriminate” sono:
    “…quando ti espello dall’airlock
    “se apre il portello, l’airlock si depressurizza”
    e
    Override!

    La risposta di Marco Mete

    Mete: Per quanto riguarda Interstellar e le parole in inglese, le confesso che neanch’io, in genere, sono un estimatore della moda di recepire tali termini nella nostra lingua senza cercare un termine italiano equivalente. In questo caso specifico ho ritenuto, con il conforto degli esperti e della distribuzione, di lasciare “airlock” in originale perché la traduzione è molto più lunga e macchinosa e anche perché si legge sul computer del Dottor Mann quando tenta di sbloccare il portello. Per quanto riguarda “override”, come vedrà nella pagina allegata, non sono stato l’unico ad avere avuto il problema di trovare un termine sintetico. Dal momento che viene ripetuto più volte in un momento di grande concitazione, ho ritenuto più semplice lasciarlo in originale. Le confesso che comunque la traduzione e l’adattamento (e anche la direzione del doppiaggio) di Interstellar, hanno obbligato me e i gentilissimi consulenti, a una grandissima attenzione per poter riprodurre fedelmente, nei tempi del labiale, un linguaggio estremamente tecnico e dai significati complessi.
    Spero di aver soddisfatto la sua curiosità. La ringrazio comunque per il suo interesse e per l’attenzione e lo stimolo che il suo blog offre al mondo del doppiaggio. E non esiti a contattarmi se dovesse avere altri quesiti.

    Fa piacere confermare Mete un estimatore della lingua italiana ma non avevo dubbi che lo fosse perché, se ci pensate, DUE vocaboli anglosassoni in un film doppiato della durata di tre ore, oggi, nel 2014, è quasi da medaglia al valore.
    Mentre sull’ordine “override!” in realtà non ho avuto molti problemi (del resto era detto una sola volta, urlato velocemente al computer, ed è effettivamente un termine tecnico informatico adottato dalla lingua italiana) non sono altrettanto contento di “airlock“.

    La (non-)traduzione di “airlock”

    Mi rendo conto che gli equivalenti italiani di “airlock” sono più lunghi (“camera d’equilibrio”, “camera stagna” o, come tradusse Maldesi in Alien, il meno adeguato “serbatoio d’aria”) ma avrei preferito che l’equivalente italiano fosse stato possibile integrarlo nella frase, magari alterando la lunghezza di altre parole nella stessa per farcelo entrare, così come accadeva negli anni ’70 e ’80 nei vari Alien, Aliens, eccetera.
    Comprendo anche le motivazioni degli interpellati sulla scelta di lasciare la parola “airlock” in inglese: i docenti universitari di ingegneria sicuramente utilizzano termini anglosassoni che trovano nei libri di testo americani (in ambito scientifico universitario funziona così) ed il committente, difronte alla scelta “lascio in inglese o traduco?”, sceglierà sempre “lascia in inglese”. Rimane soltanto la fetta di pubblico italiano che non mastica l’inglese o che non conosce la parola “airlock” e non vedo come possa comprendere tale vocabolo che non è spiegato all’interno film né risulta di facile comprensione dal contesto concitato delle scene in cui emerge.

    Un adattamento e un doppiaggio d’altri tempi

    A parte questo “airlock”, ripetuto solo due volte, voglio sottolineare come sia forse l’unica occasione nel 2014 in cui io sia riuscito a vedere un film senza storcere il naso durante i dialoghi doppiati. La scelta delle voci era adeguata, i dialoghi adattati non distraevano ricordandoci di stare guardando un film nato originariamente in un’altra lingua… potremmo dire di trovarci davanti ad un adattamento e doppiaggio vecchio stile, con rarissimi (uno o due) momenti controversi. Insomma, un prodotto ottimo.
    Conclusa questa mia personale considerazione, ringrazio infinitamente Mete per la sua disponibilità e gentilezza, si sentiva che ci teneva particolarmente a rispondere a questa domanda e spero di risentirlo presto in merito a tanti altri capolavori di doppiaggio da lui diretti e/o doppiati.
    Vignetta dal film Interstellar con il protagonista che abbraccia la figlia che piange perché nel doppiaggio ha sentito la parola airlock

  • Romics 2014 e video intervista a Fabrizio Mazzotta

    Romics
    Romics 2014. Con la possibilità di intervistare il doppiatore Fabrizio Mazzotta, Evit si è fatto coraggio e si è gettato per voi in quella bolgia infernale chiamata “Romics di sabato” (il “Romics di domenica” è invece soprannominato “K-19“) con l’ottimismo di chi partecipa per la prima volta a questo evento… per uscirne poi sudato, esausto, onestamente un po’ atterrito e con lo spaesamento di chi partecipa per la prima volta a questo evento, ma ciononostante molto contento per l’esito di questo viaggio. Sono riuscito ad incontrare Fabrizio Mazzotta.

    IMG_3452

    Con una pistola puntata alla testa (fuori campo) Mazzotta sponsorizza Doppiaggi Italioti. 😉

    Già la mezz’ora di fila all’entrata mi aveva ricordato di quanto io sia completamente ignorante di serie “anime” giapponesi, essendo circondato da costumi a me così oscuri che quasi mi commuovo quando in fila accanto a me noto uno vestito da Seneca Crane di Hunger Games… e non è un buon segno. Il mio bagaglio culturale nel campo dell’animazione giapponese si ferma a Akira, Ghost in the Shell e ai cartoni della mia infanzia. Inoltre il mio abbigliamento casual, la fotocamera da hipster appesa al collo e lo zainetto minimal contribuiscono al mio estraniamento dall’universo che mi circonda (qualcuno mi scambierà anche per un organizzatore) fatto di regazzini vestiti nei modi più disparati… da che cartone verrà quel costume lì? Quel cavaliere è un generico crociato o sarà una replica fedele di qualche personaggio videoludico? Guarda, una bambina vestita da protagonista di Hunger Games, che carina… e ce n’è un’altra… e un’altra un po’ più in là… e un’altra ancora. Adesso ho capito chi, oltre a me, si è visto Hunger Games al cinema decretandone un successo che avevo ritenuto inaspettato nel 2012… i regazzini.
    Ritenendo i vestiti della folla intorno a me indegni delle mie foto, ho rivolto l’obiettivo su un cacciuttiello, anche lui lì in fila.

    Canino romics 2

    Ritraimi come una delle tue ragazze francesi

    Non essendo mai stato al Romics prima d’ora ed avendo solo visto il Lucca Comics, realizzato con bei gazebo nel centro storico della città, mi lascio sorprendere un po’ dallo stile “futuro distopico” della struttura fieristica romana… pilastri in cemento che sorreggono un lungo cavalcavia (penso “ma dove l’hanno messa questa fiera, sotto a un’autostrada?“), che si rivela essere semplicemente una passerella sopraelevata.
    Ai lati del cavalcavia pedonale si trovano dei capannoni tipo hangar aeroportuali (sicuramente riciclati, grazie a furbissimi appalti, dal vicino aeroporto) che fungono da “padiglioni” e tra un capannone e un altro oscuri anfratti diventano subito bivacchi per mangiatori-di-panini-fatti-dalla-mamma e per gli occasionali fumatori adolescenziali di spinelli, di quelli che fanno un tiro, la posizionano in verticale davanti agli occhi e ne osservano la cima fumante con sguardo sofico.
    Molto presto gli angoli al di sotto del cavalcavia si riempiono di cartacce e rifiuti vari ricordando uno scenario da Blade Runner, mancavano solo i neon e la pioggia… ed essendo questo un luogo anche per appassionati di film, direi la trasformazione degli ambienti esterni a “futuro decadente” abbia giovato all’evento.

    Un gruppo di regazzini accoglie i nuovi arrivati aggirandosi minacciosamente al di sotto del cavalcavia con maschere molto convincenti che replicano quelle viste nel film Anarchia – La notte del giudizio. “Maschere molto ben fatte ma siete cretini“, penso tra me e me, perché nessuno dovrebbe mai commemorare quell’orchite hollywoodiana chiamata “The Purge 2 – Anarchy“, una vera e propria purga di fascinema.

    Roberto Diso della Bonelli Editore

    Roberto Diso della Bonelli Editore

    Nei padiglioni alle 12:00 c’è tanta gente ma sono ancora visitabili, li percorro tutti, osservando i vari stand, scattando qualche rara foto. Una scelta saggia, quella di visitare tutti i padiglioni subito, dato che, solo un paio d’ore dopo, la folla sarebbe stata tale da impedire l’accesso a determinate aree.

    Stampante 3D all'opera

    Stampante 3D all’opera

    Fumettari che presentano il loro libro. Quello in maglietta rossa è "Sio" del canale YouTube "Scottecs"

    Fumettari che presentano il loro libro. Quello in maglietta rossa è “Sio” del canale YouTube “Scottecs”

    Comincio a vedere qualche costume decente, tratti da film un po’ più noti… l’illusione però si spezza quando si sentono delle elfe del Signore degli Anelli parlare romanesco e che, più che altro, mi ricordano dell’esistenza quel capolavoro blasfemo che è “Signore dei Piselli” dei Raminkia.
    Spero di incontrare almeno un Giudice Dredd per fargli ripetere qualcuna delle frasi pacchiane di quel film ed assicurarmi così una spassosa clip da mettere su YouTube ma niente da fare, solo assassini e altri personaggi di serie videoludiche abusatissime.

    Se deve fidà! Sta bbacchetta maggica è 'a meglio le dico

    Se deve fida’! Stabbacchetta maggica è ‘a meglio le dico

    Vado verso i banchetti dedicati alle serie cinematografiche con cui ho più familiarità… Ghostbusters, Guerre Stellari, Batman e altri… tanti sono gli zombi ma non è chiaro a quale film/serie appartengano, il mercato ne è ormai saturo, sono generici zombi. Carina l’area arredata in stile apocalisse zombi dell’associazione “Doom Valley”… Ah, vi avevo detto che c’erano anche degli ZOMBI!?

    Doom Valley

    Associazione “Doom Valley”… bella foto “dinamica”

    Allo stand di Ghostbusters Italia noto con rammarico che solo il giorno prima era passato Massimo Foschi (voce celebre di Dart Fener), un’occasione mancata! Anche il mio amico doppiatore Edoardo Stoppacciaro doveva essere a quello stand nei giorni della fiera ma alla fine non è potuto venire.
    Grazie ad un aggancio avrei dovuto incontrare persino Marco Mete ma, poveraccio, esausto dalla direzione del doppiaggio di Interstellar (che doveva finire a velocità interstellar) non ha avuto la forza di venire e si è dato per malato.
    Visto che sono allo stand di Ghostbusters, mi improvviso cavia umana e cerco di indovinare la carta astraendomi il più possibile…

    ... un po' di linee ondulate?

    … un po’ di linee ondulate?

    Incrocio poi qualche Indiana Jones, un anziano Obi Wan, qualche Lara Croft, altre protagoniste di Hunger Games e noto, quasi per caso, l’auto “KITT” della serie Supercar parcheggiata in un angolino un po’ anonimo. Rifuggo infine verso l’esterno per una boccata d’aria e per azzannare uno dei miei panini portati da casa perché sono taccagno e non voglio spendere nemmeno un centesimo da quei cravattari dei venditori di cibarie alla fiera.

    Obi Wan per hobby

    Obi Wan per hobby

    KITT

    KITT

    Ogni tanto si sentono grandi schiamazzi di folle urlanti, alcuni gruppi di regazzini scattano come dei centometristi verso direzioni ignote, un commerciante vicino a me esclama “sarà er solito iutuber“. Scopro solo sulla via di casa che in quel giorno c’era anche il caro Alberto Pagnotta ma, anche a volerlo, credo non sarei mai riuscito ad incontrarlo senza l’ausilio di una mietitrebbiatrice per farmi strada tra i suoi fan adolescenti. Per fortuna ci eravamo già incontrati a Empoli qualche mese fa, in un ambito molto più rilassato e non ebefrenico.

    Cantori di Westeros

    (questa foto non mi appartiene)

    Rientrando noto lo stand de’ Il Trono di Spade e mi piacerebbe farmi una foto sull’omonimo trono (come avevo già fatto a Empoli) ma si è formata una calca oscena e, accanto a me, un romano di quarant’anni (se non più) si emoziona come un bambinone esclamando caciaronamente e con un tatto da zappatore: “Aò guarda! Ce sta pure er nanetto!“.

    Uno dei padiglioni

    Uno dei padiglioni

    La folla aumenta gradualmente e comincia a diventare arduo muoversi all’interno dei padiglioni; in uno di questi sento il tanfo di qualche fetentissimo cibo asiatico di produzione industriale che vendono sempre in queste occasioni (approfittando delle nippo-voglie adolescenziali) e non mi sorprende scoprire che in quello stesso giorno sono stati ricoverati 28 ragazzi per intossicazione alimentare… A’ rega’, er giapponese se magna nei ristoranti, non da quei paninari che vi vendono robaccia avanzata dal Lucca Comics dell’anno scorso!
    Mia madre il giorno dopo sente la notizia al telegiornale e per un secondo si preoccupa ma poi si ricorda che suo figlio in queste occasioni è super taccagno e che non avrà speso un centesimo alla fiera oltre al biglietto di ingresso.
    Aveva ragione.

    folla

    masse isteriche

    Verso le 16 la folla cresce a dismisura e presto diventa spaventosa come quella di M – Il Mostro di Düsseldorf; la rete telefonica mobile, già da metà giornata messa a dura prova, collassa definitivamente dando agli adolescenti un assaggio dei primi anni ’90. Pochi fortunati utenti Vodafone godono (addirittura) di una minima copertura internet e diventano subito prede di amici disperati. Perdere di vista l’amico con cui si è venuti al Romics vuol dire tornare a casa da soli. “Vado un momento a cercare Tizio” diventano le ultime parole sentite da molti.
    In questa confusione totale temo che non riuscirò ad incontrare Mazzotta con il quale mi ero dato un generico appuntamento e l’ultimo messaggio ricevuto prima del collasso della rete mobile era stato “sono ancora a casa, tra poco parto“.
    Per puro caso lo trovo più tardi mentre ero alla ricerca di un’altra persona. Ci salutiamo con affetto nonostante non ci fossimo mai visti o incontrati prima e, con la scusa dell’intervista, Mazzotta e io ci dileguiamo trovando una miracolosa stanza-rifugio vuota e meno rumorosa… e a questo punto mi improvviso intervistatore.

    Ebbene questa è l’intervista in esclusiva per Doppiaggi Italioti, seguita dal suo saluto per tutti voi, lettori carissimi. Vi ricordo che entrambi i video sono disponibili in HD, nonostante la penosa conversione di YouTube.

    intervista mazzotta

    “Clicca” sull’immagine

    Ringrazio ancora Fabrizio per la sua gentilezza e cordialità e vi lascio con il suo personale saluto a tutti voi, lettori di questo blog. Tutte le altre foto che ho scattato all’evento le troverete sulla pagina Facebook di Doppiaggi Italioti.

    mazzotta saluto

    “Clicca” sull’immagine

  • Reportage dalla Prima Edizione del Premio Tonino Accolla

    Come in un trafiletto ottocentesco, riportiamo…
    Siracusa2
    11 Luglio, sfidando il caldo umido siciliano, il nostro Leo si è recato all’Antico Mercato di Ortigia, a Siracusa, per partecipare ad una importante serata (lo stesso giorno, molto più a nord, il vostro affezionatissimo festeggiava il suo compleanno, ma questa è un’altra storia).
    L’evento siracusano, organizzato da A.R.C.A., era una raccolta di fondi per la ricerca sul canco pancreatico.
    Da qui all’eternità“, questo il nome della serata culturale che ha ospitato la prima edizione del Premio Tonino Accolla, premio dedicato all’attore, doppiatore e regista scomparso un anno fa.
    L’antiquata videocamera del nostro inviato ha catturato una interessante serata culturale fatta di voci, ballo e musica.
    Alberto Pagnotta, giovane attore e doppiatore ha omaggiato la memoria di Tonino Accolla esibendosi in un doppiaggio in diretta del film “Una Settimana Da Dio” e in una cover Disney/Pixar della canzone “Let It Go” (dal recente film Frozen).
    siracusa1
    Le ballerine della scuola “Prince Du Ballet” si sono esibite in un interessante tributo tersicoreo sulle note delle colonne sonore di film alle quali Tonino Accolla ha prestato la voce. Al pianoforte, il Maestro Antonio Canino.
    La cantante americana Tess Amodeo Vickery ha allietato il pubblico con le sonorità swing della sua voce, accompagnata da un trio di portentosi musicisti jazz.
    La serata si è conclusa con la premiazione dell’attrice Galatea Ranzi, alla presenza dell’organizzazione, del padre di Tonino Accolla, e della pittrice Irene Lopez DeCastro.

    Vi lascio con del materiale video gentilmente girato e montato dal mio inviato per gli interessati che non hanno potuto partecipare all’evento. Neanche io, per motivi geografici e per via della ricorrenza della mia nascita, ho potuto recarmi in loco, quindi anche da parte mia un grandissimo ringraziamento a Leo!

    Evit

    REPORTAGE DI LEO DELL’EVENTO PER DOPPIAGGI ITALIOTI
    (con Alberto Pagnotta)

    ESIBIZIONE DI ALBERTO PAGNOTTA

    LE PREMIAZIONI

    ALTRI MOMENTI SALIENTI

     

  • Intervista al doppiatore Edoardo Stoppacciaro

    Edoardo Stoppacciaro
    Evit:
    Edoardo, noi due siamo quasi coetanei e ci siamo conosciuti grazie ad un film che entrambi amiamo, Guerre Stellari. La mia prima domanda è questa: i film anni ’70 e ’80 con i quali siamo cresciuti (Guerre Stellari, Ghostbusters, Indiana Jones… etc) con le loro splendide versioni italiane ti hanno influenzato verso la scelta di diventare doppiatore?

    Edoardo:
    Sono molto contento dei titoli che hai citato. Di uno in particolare: “Ghostbusters”. È il mio film preferito di sempre, e la tua domanda è dannatamente pertinente, perché sì, posso dire di essermi innamorato della figura del “Doppiatore” (la “D” maiuscola non è casuale, visti i Doppiatori di quel film) innamorandomi delle voci di “Ghostbusters”. Vedevo e rivedevo il film, a tutt’oggi lo so a memoria battuta per battuta, e ripetendomi le battute così come le avevo imparate, poco a poco le ho “consolidate” nella mia testa come le dicevano i grandi Oreste Rizzini, Sergio di Giulio, Mario Cordova & Co! Erano davvero, come dici tu, “splendide”, quelle versioni italiane. Così come i film di quegli anni, avevano la freschezza e la verità di una conversazione origliata per caso tra qualche amico, celando un lavoro certosino, di grande attenzione nella ricerca dei personaggi e nella loro resa in una lingua diversa, oltre che di grande divertimento, nel quale poco o nulla era lasciato al caso.  Ecco, erano pellicole capaci di far sognare, con doppiaggi capaci di far sognare a loro volta. E io sognavo la strana magia di poter dare la voce ai miei eroi preferiti. Mai avrei pensato, all’epoca, di poter un giorno vivere di questo!
    Quando incontri qualche doppiatore dei tuoi film preferiti, come ad esempio Ghostbusters, gli chiedi mai una imitazione come farebbe un qualsiasi fan?
    Ahahahahahahah! La tentazione è forte, ma mi contengo. A volte con un po’ di fatica!
    Come sei entrato nel mondo del doppiaggio?
    Io sono di Viterbo. Ho frequentato una scuola di teatro per bambini nella quale (e grazie alla quale) sono cresciuto. Quella scuola, negli anni, è diventata una compagnia, la “Teatro di Carta”, e sotto la guida della grande Elda Martinelli e delle persone che insieme a lei ci hanno formato, mi ha fatto innamorare (ammalare?) della recitazione. Purtroppo, ero stato da più parti scoraggiato dal tentare la strada del doppiaggio, e così, illuso che la mia avventura recitativa si fosse conclusa con le scuole superiori, dopo il liceo mi sono iscritto a giurisprudenza a Roma 3. E qui ci mise mano mamma: trovò l’inserzione di un’accademia di recitazione e doppiaggio gestita da Pino e Claudio Insegno, con maestri del calibro di Adalberto Maria Merli, Massimo Giuliani, Roberto Pedicini e Gianni Diotajuti. Feci il provino d’ammissione, lo superai, e proprio grazie a Massimo Giuliani iniziai a fare i miei primi turni, capendo che non avrei mai potuto fare altro nella vita (con buona pace del mondo del diritto, che di sicuro si gioverà grandemente della mia assenza!)
    Per essere “nuovo” del mestiere, nel tuo curriculum compaiono tanti film e serie tv del genere fantasy (Lo Hobbit, dove interpreti uno dei nani, Il Trono di Spade, dove doppi(avi) il personaggio di Robb Stark e C’era una volta, che… non ho mai visto), è una coincidenza o sei un appassionato del filone fantasy e partecipi attivamente a tutti i provini di questo genere?
    Appassionato? Sono un orgogliosissimo nerd! Purtroppo la partecipazione ai provini non dipende da me: se il provino è richiesto dalla committenza e se il direttore di doppiaggio ti vede come scelta plausibile per un ruolo, allora ti chiama. E a quel punto sta a te vincere o perdere. Ma posso dirti che quando mi è capitato di partecipare a provini o a lavorazioni come “Il Trono di Spade” e “Lo Hobbit”, ci ho messo veramente l’anima: sono storie e personaggi che mi emozionano sempre, e se non ci si emoziona, il nostro lavoro non viene bene.
    Il film/personaggio che ti è piaciuto maggiormente doppiare?
    Mmmmh… questa è difficile, perché quando sei lì e entri nelle storie che i personaggi ti raccontano, finisce che ti innamori un po’ di tutti. Di sicuro, i due che mi hanno dato di più, almeno di recente, sono Cesare Borgia nella serie “I Borgia” andata in onda su Sky, e Robb Stark ne “Il Trono di Spade”. Adoro la Storia, specialmente quella rinascimentale, e sono un fan sfegatato delle “Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” fin da quando la serie HBO non era neanche in programma: doppiare questi due eroi così diversi tra loro mi ha divertito ed emozionato. E poi sono anche due attori molto bravi!
    Sei invitato spesso ad eventi come Lucca Comics e simili dove ti intervistano e dove reciti parti di copioni di film famosi in cui tu hai prestato la voce… quale “prodotto” ti ha portato più fama ed attenzione in questi circuiti?
    Sicuramente “Il Trono di Spade”, ma anche “Lo Hobbit” mi ha reso abbastanza riconoscibile.
    Hai avuto modo di incontrare qualcuno degli attori da te doppiati?
    Una sola volta, e proprio per uno dei miei ruoli preferiti: sono stato sul set italiano de “I Borgia” e ho conosciuto Mark Ryder, l’attore che interpreta Cesare e al quale presto la voce in italiano. È stato molto divertente. Mi hanno anche inserito negli extra del dvd della seconda stagione: un grande onore, per me!
    Ho letto che hai partecipato al doppiaggio di un film che io ho criticato aspramente nel suo adattamento. Cosa ne pensi delle mie critiche all’adattamento di Pacific Rim?
    Ahahahah! Sì, avevo letto l’articolo con molto interesse. Scusa se inizio la risposta con la risata, ma ricordo che in chiusura c’era una foto del “Marshal John Rock” che mi aveva fatto morire dalle risate!…
    (Sono sempre felice di riuscire a far ridere qualcuno.)
    …Trovo le tue critiche assolutamente fondate. C’erano effettivamente dei passaggi del film in cui sembrava di ascoltare quelle conversazioni tra giovani industriali in carriera tipo “Spizzichiamo un po’ di finger-food per un brunch nel mio open space dopo il briefing col boss“… Non so come siano andate le cose nello specifico di questo film, ma conosco la prassi: quando si parla di termini specifici o di nomi (e credimi, fatico a inserire “Maresciallo” in entrambe le categorie), la nomenclatura per l’edizione italiana può essere decisa in due modi: se c’è un materiale letterario di riferimento, ci si rifà a quello; altrimenti viene decisa dalla committenza con (non sempre) un piccolo margine di trattativa per il direttore/adattatore. Conosco bene Fabrizio e mi è capitato spesso di lavorare su suoi adattamenti: essendo persona di notevole cultura e conoscendo molto bene l’italiano, è ben lontano da qualsiasi vezzo anglofono, te l’assicuro. Quindi ho pochi dubbi su cosa possa essere successo in fase di “pre-doppiaggio”.
    Dicci, dicci! Dietro le quinte, chi spinge per adattamenti sempre più “inglesizzati” e perché ci riesce?
    Sono spinte che arrivano sempre da oltreoceano, dal cliente (Warner, Paramount, Fox, Sony, Miramax e simili). I clienti affidano la supervisione dei doppiaggi ad un capo edizione, e capita che questo capo edizione sia anglofono, o che comunque abbia lavorato a lungo all’estero. Di solito sono loro a premere, perché definiscono “aderenza all’originale” dire il più precisamente possibile quello che viene detto nell’edizione in inglese. E spesso non è facile spiegare che “come l’inferno” è un termine di paragone che da noi non si usa. O che “Marshal” farà tanto fico, ma che da noi si dice maresciallo.
    Prima di registrare, avete modo e tempo (voi doppiatori) di provare le battute e in generale di studiare il personaggio?
    Magari! A me personalmente non è mai capitato. So che alcuni colleghi, per lavorazioni importanti, riescono ad ottenere il notevole privilegio, ma soprattutto adesso che va di moda far uscire i film in contemporanea, i materiali video per la lavorazione arrivano in versione non definitiva, con continue modifiche di settimana in settimana, criptati, in bianco e nero, a bassa risoluzione, pieni di scritte e bande rosse che ostacolano l’immagine. O addirittura, come fu per “transformers”, a schermo nero con un cerchietto che si apre in corrispondenza della faccia del personaggio SOLO per il tempo della battuta. O più semplicemente, i tempi sono talmente stretti che non c’è tempo per vedere il film prima dell’inizio della lavorazione. Sta al direttore del doppiaggio parlare del personaggio, spiegare le sue motivazioni, il suo carattere e la sua storia.
    Quindi ha ragione uno dei miei lettori che, a scherzo, si domandava se, come avviene per i videogiochi, anche nel caso dei film i doppiatori forse non vedono nemmeno cosa doppiano!  Tra “supervisors” ignoranti e doppiaggi “al buio” questo lavoro mi sembra sempre meno un sogno e sempre più un incubo, specialmente per i direttori di doppiaggio. Ma quando è cominciato ad essere così il lavoro del doppiatore e, sopratutto, è così per tutti i film oppure solo per le produzioni più “grandi”? Anche i film minori hanno supervisors in sala di doppiaggio e schermi neri con cerchietti sulle bocche?
    In genere sono solo i blockbuster più attesi ad avere un controllo così serrato. Purtroppo, per questi film, la battuta del tuo lettore non si è allontanata troppo dalla verità. L’influenza sempre maggiore dei cosiddetti ” supervisors” è iniziata molto prima che io mi affacciassi al lavoro di doppiatore, quindi me la sono trovata come realtà già consolidata. So come si lavorava prima dai racconti dei miei colleghi più grandi: mi parlano di un ambiente molto più selettivo, molto più rigoroso… In sala si entrava in punta di piedi, in giacca e cravatta, e ci si dava del lei. E le scelte erano TUTTE del direttore di doppiaggio, vero e proprio regista dell’edizione italiana.
    Cosa ne pensano i doppiatori professionisti dei ridoppiaggi di vecchi e nuovi classici? E cosa ne pensi tu nello specifico?
    Penso che siano un’operazione puramente economica: alle major costa meno ridoppiare tutto il film che rinnovare lo sfruttamento dei diritti sulle vecchie voci. Detto ciò, personalmente li trovo un’operazione priva di senso. Parliamo di film che furono doppiati con tecnologie e soprattutto con TEMPI impensabili, oggi e PERFETTI per quel tipo di prodotto. E quando dico “impensabili”, intendo anche “irripetibili”. Penso a un eventuale ridoppiaggio… che so… de “L’attimo fuggente”. So da colleghi che presero parte a quella lavorazione che spesso si doppiavano due, tre anelli a turno. Oggi abbiamo piani di lavorazione con trenta, quaranta anelli. E non è solo questo: c’erano una magia, una recitazione, una grana sonora, che creavano un’amalgama secondo me irriproducibile, oggi. E credo che questa sia anche l’opinione generalmente condivisa dai colleghi.
    Ti rigiro una domanda, pari pari come l’ho fatta a Luca Dal Fabbro: non vi secca (a voi doppiatori) lavorare alle volte su film di ultima scelta con attori che recitano da cani e che sapete essere destinati ad ore antelucane su canali regionali? A volte si vedono certi film scadenti e giustamente sconosciuti e viene da pensare “poveri doppiatori, impegnati in tale porcheria mentre ci sono capolavori che tutt’oggi non sono stati ancora doppiati”.
    Come ti dicevo, di solito ho la fortuna di appassionarmi a quasi tutto quello che doppio. E sottolineo “quasi”. È vero: quando ti trovi a dover doppiare un cagnone esasperante che vomita battute insulse in un film brutto ma brutto brutto brutto, ti prende un po’ male e il turno rischia di non passarti più. L’unica soluzione è ricordarsi che, comunque, anche quello è lavoro e che, in quanto tale, va portato a termine con la massima serietà e il massimo impegno possibile. Spesso ci sentiamo dire dal direttore “Guarda, lo so che lui con quella faccia non ti aiuta, ma nei limiti del possibile, cerca di farla un po’ meglio”. A quel punto diventa quasi un esercizio di recitazione. Poi ci sono casi in cui il film è veramente così brutto che l’unico escamotage per uscirne sani di mente è riderne tutti insieme tra un anello e l’altro. E ne escono turni davvero divertenti. Quindi in un modo o nell’altro, “la sfanghiamo”. La cosa diventa paradossale quando, come dici tu, ti trovi a doppiare ‘ste cose improbabili e magari la sera prima, in un cinemino d’essay ricavato in un sottoscala o su un dvd che hai fatto arrivare tra mille peripezie dalla Nuova Zelanda, ti trovi a vedere dei film pazzeschi che nel resto del mondo sono cult da anni e che qui da noi, probabilmente, non arriveranno mai. Questa, purtroppo, è una realtà contro la quale battersi è più impossibile che difficile.
    Hai un aneddoto divertente o curioso riguardante il tuo lavoro da condividere con i miei lettori?
    Mah, di cose curiose ne capitano quasi ogni giorno ( da cui la famosa espressione tanto usata nel nostro mestiere: “Se nun so’ matti nun ce li volémo”). La cosa che mi diverte sempre molto, e che non capita solo a me, è la richiesta che viene fatta il 90% delle volte quando, alla domanda “Che lavoro fai?”, rispondi “Il doppiatore”. Sorrisone ammiccante, risatina, e poi “No! Troppo fico! Me fai ‘na voce?”
    Infine, una domanda che pongo a tutti i miei intervistati…  cosa ne pensi di questo mio blog Doppiaggi Italioti? Hai avuto modo di esplorarlo un po’ per avere un’idea delle sue intenzioni?
    L’ho spulciato ed esplorato. Risposta da intervistato piacione: “Bèh, mi piace molto”. Risposta sincera di Edoardo: Bèh, mi piace molto! Ma davvero, giuro! Gli argomenti che tratti sono tutti meravigliosamente sulla mia lunghezza d’onda, e per quanto riguarda più strettamente il tema “doppiaggio”, voglio spendere qualche parola più specifica sul modo che hai scelto per parlarne. Il doppiaggio è semplicemente uno strumento di mediazione culturale. Come ogni strumento, si può scegliere di non avvalersene (possibilità mai così facile come negli ultimi anni e mai così ignorata dai detrattori più feroci del mio lavoro). Ecco… Il doppiaggio è un compromesso. Chi è perfettamente bilingue, ovviamente, può farne a meno senza problemi; chi non ha questa fortuna, ha BISOGNO di un compromesso. Alcuni preferiscono i sottotitoli; altri il doppiaggio, ma sempre di compromessi parliamo. E il doppiaggio è un compromesso che rappresenta un’eccellenza del nostro Paese. Oggi come oggi, però, fa molto fico, molto radical chic, molto “intellettuale duro e puro” sparare a zero sul doppiaggio, annientarlo senza se e senza ma, a volte con sufficienza, altre volte con autentica indignazione, scomodando termini come “stupro”, “barbarie”, “fascismo” e chi più ne ha più ne metta. Proprio questo mi piace, di “Doppiaggi Italioti”: critichi giustamente i brutti doppiaggi o le pecche in doppiaggi buoni, le ingenuità più o meno colpevoli negli adattamenti, argomentando dettagliatamente e sempre con grande ironia, ed è il genere di critica che io apprezzo sempre, perché è quella che fa crescere. Riesci a evidenziare i pregi e a stigmatizzare i difetti del nostro lavoro esprimendo pareri sempre ben documentati e ponendoti (e ponendoCI) domande precise e pertinenti.
    Sono onorato da ciò che dici perché mi hai confermato inequivocabilmente che le mie intenzioni sono percepite dai lettori. Nello scrivere un blog è difficile poi verificare se effettivamente i propri messaggi “passano” perché, eccetto che nell’area commenti, non c’è mai un vero e proprio confronto.
    Parlerai del mio blog ai tuoi colleghi?
    L’ho già fatto, spesso e anche abbastanza recentemente: su Facebook (dal quale mi tengo debitamente alla larga) un noto regista italiano “sbarcato” oltreoceano ha sparato a zero sul doppiaggio e, particolarmente, sui doppiatori, accusandoli di appiattire, rovinare, annientare, stuprare, svilire ecc ecc ecc…. tutto il lavoro che lui ha portato avanti per mesi coi suoi meravigliosi attori americani, dicendo che, ahilui, anche stavolta sarà costretto a lavorare con noi miserabili cialtroni perché una distribuzione solo in lingua originale, in un Paese ottuso, ignorante, gretto e pigro come l’Italia, sarebbe un suicidio. E nel polverone che si è scatenato, più di una volta mi sono trovato a chiacchierare con i colleghi sulla tendenza generalizzata a demonizzare il nostro lavoro, e a parlare di “Doppiaggi Italioti” proprio per i motivi che ti ho detto.
    Ho sentito di questa polemica sollevata da Moccioso Muccino, la trovo piuttosto sterile nei suoi contenuti… e dunque l’ho ampiamente ignorata. Non è neanche degna di nota.
    Ti ringrazio per i tantissimi complimenti e per esserti concesso a questa intervista caro Edoardo. Mandami una foto che la uso in apertura.
    Ti invio l’unica foto che ho trovato sul computer, non sono un grande cultore della mia immagine.
    Sei un esemplare raro. Bel maglioncino comunque.
    Grazie.
     

  • 28 Giorni Dopo… la vendetta di Cujo

    Acchiapparello
    Ho un problema molto semplice riguardo l’adattamendo di 28 Giorni Dopo di Danny Boyle:
    LA RABBIA.
    RICERCATORE: Quelle scimmie sono infette. Sono altamente contagiose. Le stiamo monitorando.
    ANIMALISTA 1: Infette da cosa?
    RICERCATORE: Dobbiamo prima capire per poterle curare altrimenti…
    ANIMALISTA 1: Sono infette da cosa???
    RICERCATORE: Rabbia.
    ANIMALISTA 2: Ma che cazzo sta dicendo questo?
    ANIMALISTA 1: Non abbiamo tempo per le cazzate.
    Per molto tempo ho creduto che il ricercatore avesse semplicemente sparato la prima malattia che gli era venuta in mente, tanto per dissuadere gli animalisti dall’aprire le gabbie e liberare le scimmie infette; se avesse detto scarlattina al posto di rabbia avrei avuto la stessa reazione. Invece l’impatto di quella battuta dovrebbe essere alla stregua di:
    – Sono infette da cosa?
    – Gelosia
    Ragione per il quale uno degli animalisti risponde con l’eloquente “ma che cazzo sta dicendo questo?“.
    In inglese il virus che trasforma le persone infettate in violenti proto-zombi si chiama “the Rage” che senza dubbio vuol dire “la rabbia” ma che in un dialogo come quello che ho riportato sopra (“Sono infettate da cosa?”, “Rabbia”) rischia di far pensare ad una ben più nota Rabbia, quella canina!
    Cujo
    Dopo la prima scena nel laboratorio (di cui avete letto il dialogo sopra) questo fantomatico “virus della Rabbia” (Rage Virus, da non confondere con la rabbia dei cani idrofobi che in inglese è “rabies”) non viene più nominato per tutta la durata del film. Non ci sono dunque altre occasioni di chiarire che si tratta di qualcosa di diverso dalla Rabbia di Cujo, il rischio è quello di confondere le idee allo spettatore italiota (come me) che quasi inevitabilmente è portato a pensare che:
    1) il ricercatore abbia sparato la prima malattia contagiosa che gli era venuta in mente solo al fine di evitare la liberazione delle scimmie infette da parte degli animalisti oppure che…
    2) il virus sia la ben nota Rabbia (geneticamente modificata).
    Entrambe le eventualità purtroppo sono errate visto che 1) il ricercatore nomina in realtà il virus per quello che è (sebbene in modo molto poco scientifico) e 2) non è un ceppo della Rabbia, bensì dell’Ebola.
    Allora come avrebbe potuto essere tradotto altrimenti? Non è certo lavoro mio ma “follìa”, “pura rabbia”, “pazzìa”, “collera” vengono in mente… quest’ultimo in particolare mi piace molto, ma come dicevo non è il mio lavoro. Il lavoro degli adattatori invece è quello prima di tutto di non confondere le idee allo spettatore ma mi rendo conto che possano esserci dei limiti (il labiale? I tempi della battuta? Le variabili sono sempre tante in questo lavoro creativo).
    Penne all'ARRABBIATA
    Che con questa scelta di adattamento si rischi di portare confusione nello spettatore italiano è però comprovato dal fatto che qualcuno su Wikipedia abbia scritto la seguente frase:

    Un medico ricercatore li mette in guardia confessandogli che agli animali è stato somministrato un inibitore altamente contagioso, un virus (un ceppo modificato della Rabbia).

    Sorvolando su altri errori di questa affermazione, il virus chiamato “Rage” non è nessun ceppo modificato della Rabbia!
    Dal romanzo a fumetti “28 days later: the Aftermath” scopriamo difatti che il virus “Rage” origina da un ceppo modificato di Ebola. Se vi interessa la storia fittizia di questo virus eccola qui riassunta (di mala voglia) per voi, non dite che non vi voglio bene:

    A Cambridge i ricercatori Clive e Warren erano alla ricerca di specifici neurotrasmettitori responsabili di comportamenti aggressivi e ira. Lo scopo di questo studio era quello di trovare un inibitore dei centri nervosi della rabbia, cosa che i due scienziati riescono a fare con successo creando così una nuova sostanza per il controllo dell’aggressività. Warren tuttavia decise che la commercializzazione di questa sostanza sotto forma di pillole o aerosol non era sufficiente e così sfruttò il virus dell’Ebola come vettore. Dopo due settimane la sostanza inibitrice interagì con alcuni ceppi di Ebola mutandolo. Come conseguenza l’inibitore ebbe l’effetto opposto, la rabbia invece di essere inibita veniva scatenata e di conseguenza il paziente affetto risulta vittima di un costante e incontrollabile stato di aggressività. Questa è l’origine del “Rage virus”.

    Dato che Doppiaggiitalioti va sempre fino alla fonte quando questo è possibile, ho chiesto direttamente a Luca Dal Fabbro (direttore del doppiaggio sia di 28 Giorni Dopo che di 28 Settimane Dopo) interrogandolo sul perché di questa scelta di tradurre Rage come Rabbia nonostante il rischio di fraintendimenti ed ecco la sua risposta:

    dalfabbroLUCA DAL FABBRO: Ciao Enrico […], ricordo il film. No, sicuramente non è stata usata la parola rabbia per esigenze di labiali. “Rage” è priva di labiali mentre rabbia ne ha due belle grosse. Il problema è un altro. “Collera”, “follia”, come suggerisci tu, non sono parole forti, mentre qui avevamo bisogno di una parola che avesse una forza, una spinta maggiore e rabbia anche se si può confondere con la malattia canina, sono convinto che sia stata la scelta migliore.

    Ringrazio Dal Fabbro per questa sua delucidazione che chiude il caso. Nel mondo inventato da Danny Boyle c’è il “Rage virus” che trasforma gli infettati in persone incontrollabilmente violente e c’è il classico “rabies”, virus dell’idrofobia. Nella versione italiana invece abbiamo il virus della Rabbia (mutazione del virus dell’Ebola) da non confondere con l’omonimo virus della Rabbia (quello dell’idrofobia).

  • Intervista con il doppiatore Luca Dal Fabbro


    Evit: Luca, tu sei la voce ufficiale di Steve Buscemi, me lo confermi?
    Luca: Diciamo che sono io quello che lo ha doppiato più volte. Ormai non esiste più la voce ufficiale. Normalmente, se un direttore è intelligente tende a conservare la voce che meglio aderisce a quella originale. Ma ci sono i direttori creativi che vogliono inventare il doppiaggio e cercano soluzioni strane. Il termine stesso “doppiaggio” dovrebbe far capire che bisognerebbe essere il più vicino possibile all’originale, cercare di restituire l’opera il più fedele possibile all’originale, ma molti direttori hanno velleità artistiche e vogliono riscrivere il film, sconvolgendo l’originale. C’è stato un capo edizione di un’importante casa cinematografica che non voleva la mia voce su un personaggio di un cartone doppiato da Steve Buscemi e l’ha cambiata. Risultato: ho dovuto ridoppiare il film in colonna separata.
    Cartone, cartone… parliamo dei Simpson per caso?
    No, parliamo de: “La tela di Carlotta”.
    Mi racconti come hai ottenuto il ruolo di doppiatore di Steve Buscemi?
    Una ventina di anni fa insieme a dei colleghi abbiamo creato la “Cast doppiaggio” (ora siamo quasi tutti usciti dalla società) e fra i primi film che ci vennero assegnati ci fu “Reservoir dogs” di Quentin Tarantino (allora sconosciuto) e Carlo Valli, che faceva il direttore del film, mi scelse per doppiare “Mister Pink”. La scelta piacque molto e da allora l’ho doppiato in tanti film.
    Lasciami ribadire come tu sia stato il doppiatore più adatto per Buscemi che le orecchie italiane abbiamo mai sentito e speriamo che tornerai ad esserlo sempre in futuro. A proposito, hai mai incontrato Steve Buscemi?
    Sì, l’ho incontrato, anzi ha voluto lui conoscermi per ringraziarmi del lavoro fatto, in occasione della presentazione in Italia del suo film “An interview”.Persona splendida, carina, semplice, cordiale e che si rende conto dell’importanza che assume il doppiaggio, soprattutto nei film dove il dialogo è preminente.
    E’ un riguardo che hanno tanti attori americani oppure non in molti dimostrano tale sensibilità?
    No, non tutti gli attori americani sono cosi gentili e disponibili, anche se in linea di massima hanno molta stima dei doppiatori italiani.
    Quando doppi Buscemi cerchi di imitarlo oppure lo reinterpreti a modo tuo? Te lo chiedo perché conoscendo bene la voce di Buscemi in inglese mi sono sempre stupito di come sia praticamente “equivalente” in italiano.
    Io sono fautore del doppiaggio. Per me è fondamentale cercare di rifare al meglio il “suono” dell’originale. Per questo, al contrario di tanti miei colleghi, ascolto più volte l’originale. Se l’attore è bravo, basta andargli dietro ed il gioco è fatto.
    E noi tutti ti ringraziamo per questo. Vuoi raccontarmi cosa è accaduto nel caso di Boardwalk Empire?
    Niente di particolare, semplicemente non sono stato contattato. La direttrice del doppiaggio voleva una voce più calda, più da capo (io non sapevo che esistessero le voci da capo ma che fosse sufficiente fare la voce da capo. Siamo attori, no?
    Questa è la stessa cosa che ha fatto innervosire me e di cui parlavo nel mio articolo in merito… se in originale Buscemi parla con la sua solita voce, e la tua interpretazione di Buscemi è equivalente… perché ricercare una voce “da capo”? Non ha alcun senso. Io spero di non essere stato il solo a lagnarsene. Te ne sei lamentato?

    Io non ho fatto nessuna rimostranza, non è nel mio carattere. Avevo anche pensato di chiamare Buscemi, ma poi ho soprasseduto.
    La giustificazione che dà questa signora (la direttrice di doppiaggio) a chi le ha chiesto il perché del cambiamento è questa: “Sai, è un capo un protagonista, bisogna mettergli una voce affascinante”. La signora in questione che evidentemente mastica poco di recitazione pensa che il fascino stia nel timbro e non nel modo in cui viene usata la voce! Comunque la cosa che mi ha ferito, non è la scelta della direttrice (che ha solo dimostrato di non essere una persona intelligente), ma il comportamento del collega che davanti faceva tutto l’amico e poi… come si dice “Il peggio non è mai morto”!
    Capisco. Ti ringrazio per la spiegazione.
    Ho un paio di piccole curiosità… Avevi un piccolo ruolo nel film “Un Mitico Viaggio”, con Keanu Reeves. Te ne ricordi?

    Sinceramente non ricordo il film.
    Peccato, volevo chiederti del perché questo film, che è il seguito di “Bill & Ted Excellent Adventure”, sia stato doppiato mentre il primo rimane inedito in Italia.
    Anche a questa domanda non so risponderti.
    Ricordo la tua voce associata anche ad uno dei tre hacker nella serie X-Files, il capellone biondo se non sbaglio.
    Verissimo
    Ed è tua la voce narrante della serie documentaristica “non lo sapevo” su Cielo?
    Non ho mai visto o sentito di questa serie, non mi sembra, ma posso sbagliare. Facciamo tante cose, chissà.
    Ho letto che lavori anche agli adattamenti dei dialoghi. Ti piace più doppiare o adattare? Come è iniziato il tuo lavoro come adattatore?
    Mi è sempre piaciuto scrivere. E facendo l’attore, ho dimistichezza con le battute. Il passo è stato facile. Adattare i dialoghi per un film o altro è il lavoro più faticoso e difficile (se uno vuole farlo bene) nel nostro campo. Quindi , sicuramente preferisco stare in sala, al leggio, che chiuso in casa, solo, davanti al computer. Recitare scarica, dici le tue quattro stronzate e tanti saluti. Adattare, se sei serio, è una continua ricerca della frase migliore, del sync (il movimento delle labbra), quindi ti porti il lavoro ovunque (perfino al cesso)! E non sei mai soddisfatto al cento per cento.
    Me ne rendo perfettamente conto! Sai che insieme ad un mio lettore e collaboratore stiamo al momento lavorando ad un ridoppiaggio di Monty Python e il Sacro Graal che sia fedele all’originale? Questo per ovviare alla carenza di un “vero” doppiaggio, dato che l’originale è stato vittima di un adattamento che oserei definire “volgare”. Abbiamo già dei fantastici doppiatori ma soprattutto un favoloso copione e a breve inizierà il doppiaggio vero e proprio. L’idea è quella di realizzare un doppiaggio che non abbia niente da invidiare a quelli professionali degli anni ’70-’80. Se ti interessa ti terremo aggiornato in merito.
    Certo che mi interessa, fatemi sapere.
    Chi adatta i film ha un ruolo nella scelta del titolo italiano con cui questo verrà distribuito? Avrai notato che nel blog parlo di “titoli italioti“. La scelta (e spesso l’alterazione) dei titoli originali è frequentemente giustificata dal tentativo di adattamento culturale ma molte altre volte appare gratuita ed insensata (quando non volutamente ingannevole). In merito a ciò, spesso mi accanisco contro i distributori cinematografici italiani dandogli la colpa di tutto ma chi realmente ha l’ultima parola sulla scelta di un titolo? E quanto influisce la scelta di mercato sulla scelta di un titolo?
    L’adattatore fa una proposta di titoli che poi vengono vagliati dal cliente (case cinematografiche, rai, mediaset, fox, ecc.), e poi la grande decisione viene presa dai creativi del marketing. Normalmente si tende a conservare il titolo originale. Quando in italiano la semplice traduzione non suona bene si cercano altre strade (a volte con successo, altre no). Ci sono casi, in passato, di ottimi titoli (“High noon” uscito in Italia col titolo “Mezzogiorno di fuoco”. Stilisticamente più bello ed accattivante). I dialoghi sono il grande scoglio del doppiaggio. Non esiste una lingua italiana parlata, per dare forza ed efficacia ad una frase o per marcare le differenze sociali, avremmo bisogno di ricorrere ai dialetti, cosa che ci è categoricamente proibita, quindi dobbiamo usare quelle poche espressioni gergali che sono comuni un po’ in tutta Italia. Purtroppo c’è anche da dire che i dialoghi spesso finiscono in mano a mogli di direttori frustrate, figli che non riescono a combinare niente, parenti, amanti e via così. (Berlusconi docet). Gente che spesso ha poca familiarietà con la nostra lingua e che quindi si limita ad una traduzione più o meno arrangiata dell’originale. Lasciando spesso la costruzione della lingua originale senza metterla in italiano, esempio: “Hai lavato le tue mani?” invece di “Ti sei lavato le mani?”. Per arrivare al paradosso “Piovono cani e gatti”, perché è la traduzione pedissequa dell’inglese. L’errore che noi facciamo è correggere in sala questi errori, mandando avanti gente incapace ma raccomandata e lasciando a casa persone che sanno fare il proprio lavoro.
    Mi racconti di cose che neanche avrei immaginato, mi vengono i brividi solo a pensarci. A proposito di raccomandati, accetti raccomandazioni per doppiatori/adattatori? 😉
    No, parlando seriamente, bisogna vivere necessariamente a Roma per lavorare come adattatore?

    Non bisogna vivere necessariamente a Roma una volta che hai una continuità lavorativa, ma i primi tempi è fondamentale, per trovare e seguire i contatti.
    Quali sono i passaggi chiave che portano ad un film doppiato? Dovrebbe esserci prima di tutto un adattamento dei testi da parte di linguisti vero? Come prosegue il lavoro e soprattutto in quale fase nascono la maggior parte delle “magagne”? (es. scalpel tradotto come scalpello invece che bisturi, alterazione di concetti etc…).
    E’ proprio il dialogo, lo scoglio, dove nascono le magagne. Un dialogo, fluido, ben scritto diventa facile da recitare e l’attore può concentrarsi sul come dire le battute, con un brutto dialogo tutto diventa difficile. Quindi, fondamentale rivolgersi ad un buon traduttore, che renda in italiano quelle che sono le espressioni dell’originale dopodichè dare la traduzione ad un buon dialoghista. La fase successiva è quella della distribuzione, cioè assegnare ad ogni personaggio la voce giusta.Se tutto questo viene rispettato la garanzia di un buon doppiaggio è garantita.
    Non vi secca lavorare alle volte su film di ultima scelta con attori che recitano da cani e che sapete essere destinati ad ore antelucane su canali regionali? A volte si vedono certi film scadenti e giustamente sconosciuti e viene da pensare “poveri doppiatori, impegnati in tale porcheria mentre ci sono capolavori che tutt’oggi non sono stati ancora doppiati”.
    Anche i brutti film (e i pessimi attori) per noi sono lavoro, e il lavoro va sempre fatto al meglio. Un brutto film o un attore cane, non si salvano col doppiaggio, ma un bel film può essere rovinato da un brutto doppiaggio!
    Cosa ne pensi dei ridoppiaggi? (ovvero la distribuzione di film con nuove voci che vanno a sostituire i doppiaggi cosiddetti “storici”) Perchè questo avviene?
    I film vengono ridoppiati perché chi possiede i diritti del doppiaggio non vuole cederli ed allora si è costretti a ridoppiare il film per poterlo utilizzare.
    I diritti sulla traccia audio di un film sono separati dai diritti di distribuzione del film stesso?
    Quello dei diritti è un mondo molto complesso. A volte le colonne (il doppiaggio italiano) sono del distributore a volte dei produttori del film.
    Concordi con la sensazione diffusa che la qualità dei doppiaggi stia calando? E’ colpa delle esigenze di mercato che spingono a lavorare troppo in fretta e a basso costo o ci sono altri motivi?
    Concordo in pieno. Il livello del doppiaggio si è abbassato sicuramente per il continuo abbassamento dei prezzi e la concorrenza spietata di società senza scrupoli che pur di accaparrarsi il lavoro fanno di tutto, ma anche per il poco amore che viene messo nel farlo. Non c’è più la possibilità di curare il prodotto(molto per colpa nostra che non ci siamo saputi far rispettare, un po’ per tanti improvvisati che dirigono senza sapere veramente quello che fanno e che non sono in grado di dirigere gli attori e molto per i giovani, che spesso nascono dal doppiaggio e che conoscono solo intonazioni stereotipate.
    Mi capita spesso di vedere cartelli pubblicitari che propongono corsi di doppiaggio professionali. Hai qualche collega che viene da queste scuole o sono soltanto una perdita di tempo e soldi?
    Adesso che è difficile, per motivi di tempo, poter crescere un doppiatore, le scuole di doppiaggio possono aiutare a migliorare le qualità tecniche, ma non ti possono insegnare a recitare. Attenti che molte rubano i soldi. Controllare bene chi sono i docenti dei corsi. L’unico corso che ha sfornato buoni doppiatori è stato quello in collaborazione con la regione dal quale sono usciti: Anna Cesareni, Massimo Corvo, Massimo Lodolo ed altri che adesso non ricordo.
    E’ vero che i doppiatori migliori vengono dal teatro?
    Sì, se uno viene dal teatro sicuramente ha più dimistichezza col lavoro dell’attore, ha più tecnica, sa ridere, è più abituato a cercare l’intonazione ed è pronto al sacrificio, a sudare per arrivare ad una giusta intonazione. Quello che è solo doppiatore non ama faticare, si appoggia sulla voce e tanti saluti.
    Infine, hai già avuto modo di dare un’occhiata più approfondita al mio blog?
    No, ma lo farò al più presto e ti farò sapere.
    Attendo con gioia un tuo parere 😉

    C’è una qualche tua foto in particolare che potrei usare o mi autorizzi a pescare volgarmente da google images senza problemi?
    Ti autorizzo a pescare dove ti pare!