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  • Doppiaggi perduti – Fritz il gatto (1971)

    Locandina italiana di Fritz il gatto

    Fritz il gatto, anche noto come Fritz il pornogatto, è per molti appassionati l’emblema dei danni che può fare un direttore di doppiaggio a cui viene lasciata massima libertà creativa di sconvolgere l’opera che dirige. So che qualcuno di voi sta già annuendo ed è inutile dirvi che tali stravolgimenti in realtà sarebbero spesso da imputare alla distribuzione italiana e non necessariamente a chi adatta e dirige il doppiaggio ma poco importa, il risultato finale è ciò che conta e Fritz il gatto è considerato, a ragione, uno dei peggiori adattamenti italiani mai realizzati, con un pesante uso di dialetti nostrani in sostituzione dello slang americano e battute alterate che stravolgono lo scopo stesso dell’opera, dal nominare Mike Bongiorno (già sentito in Flash Gordon) al lamentarsi dell’IVA.

    Ma se vi dicessi che la “versione dialettale” tanto aborrita di cui tutti si lamentano non è altro che un ridoppiaggio?

    Locandina pubblicitaria italiana di Fritz il gatto (1972), distribuzione Medusa

    Un ridoppiaggio “d’epoca”

    Quello di Fritz il gatto sembrerebbe essere un caso più unico che raro nella storia del doppiaggio italiano. Chi lo vide alla sua uscita, nel 1972, testimonia un doppiaggio ben diverso, fedele alle intenzioni del regista Ralph Bakshi, senza dialetti e con il titolare protagonista doppiato da Giancarlo Giannini, come lo stesso Giannini confermò nel 2009 in un’intervista a La7 nel programma Niente di personale (al momento non più reperibile). Questo doppiaggio “normale” non fu mai più udito dal 1972.

    Infatti, già nel 1973, quando la versione che definiremo “normale” ancora girava per le sale italiane, alla stampa arrivavano le prime segnalazioni di un nuovo doppiaggio demenziale che abbandonava la denuncia e qualsiasi parvenza di impegno sociale in cambio di un uso spropositato dei dialetti italiani e battute italiote mirate evidentemente ad un pubblico meno intellettuale.

    Riporto qui un trafiletto de’ “L’Unità” del 1 febbraio 1973 dove il giornalista che si firma “g. f. p.” fa un preciso resoconto di ciò che stava accadendo alla distribuzione di Fritz il gatto sulla base di un’indagine del critico cinematografico Vittorio Albano de’ “L’Ora” di Palermo:

     

    Per « Fritz il gatto » versione manipolata

    Dalla nostra redazione
    PALERMO, 31

    Della edizione italiana di Fritz il gatto, il lungometraggio a disegni animati dello americano Ralph Bakshi, circolano sul mercato due diverse e praticamente opposte versioni: l’una (adoperata per le prime visioni) che ricalca correttamente la colonna sonora originale, rispettando l’ironia del velleitario inventore del cosiddetto « pornogatto »; e l’altra invece (rifilata al circuito secondario) che stravolge completamente il senso del film e appiattisce ogni cosa a livello dei peggiori sottoprodotti cinematografici, offendendo ogni criterio di buon gusto.

    L’esistenza di due differenti doppiaggi – evidentemente realizzati dalla casa distributrice per giocare la carta « culturale » senza precludersi la possibilità più grossolana di imporre a settori di pubblico relegati in una sorta di lager del sottosviluppo mentale – è stata accertata dal critico cinematografico dell’Ora di Palermo, Vittorio Albano, sulla base della segnalazione di un lettore. Albano ha quindi effettuato un sommario raffronto tra le due colonne sonore, traendone una impressionante ed emblematica misura della opera di travisamento, di mistificazione e mercificazione clandestina del distributore su Fritz il gatto.

    Nella edizione originale (e nel doppiaggio numero uno) il personaggio di Bakshi è una sorta di «contestatore » che nei bassifondi di New York viaggia attraverso droga e conflitti razziali, antisemitismo e violenza poliziesca, ipocrisie e mistificazioni in un universo assurdo e decadente che, secondo l’autore, costringe inevitabilmente alla evasione, all’erotismo appunto come fuga.

    Nel doppiaggio numero due tutto questo sparisce (quindi via, ad esempio, tutte le battute più pungenti di Nixon, sul problema negro, sulle altre scottanti realtà USA), tutto tranne il sesso naturalmente, che viene condito di qualunquismo, di razzismo, di incredibili volgarità « comiche ». Così, i membri del Black Power sono trasformati in immigrati meridionali che si lamentano per l’IVA («che non è la Zanicchi, come la Vanoni non è l’Ornella »!), i poliziotti parlano in siciliano o in napoletano, la gatta-ragazza di Fritz è una piemontese nostalgica di Torino, la prostituta negra parla in emiliano, una cavalla in calore parla come Sofia Loren stile « pizzaiola », (e quando lo amante la sevizia, lei sbotta in un: « Carletto, abbiamo rotto i… ponti »), eccetera.

    Insomma, a prescindere dal valore dell’originario Fritz come di qualsiasi altro film, c’è proprio da chiedersi con Vittorio Albano « in che modo gli autori di cinema vengano tutelati in Italia, se un intellettuale qual è Ralph Bakshi, velleitario finché si vuole, ma con pieno diritto di esprimere le proprie opinioni, può passare tranquillamente per un autentico imbecille »

    g. f. p.

    Le ragioni (presunte) del doppiaggio dialettale

    Quando negli uffici del distributore Medusa si sono trovati Fritz il gatto tra le mani qualcuno avrà sudato freddo; essere il primo cartone per adulti garantiva di non poter attingere al salvadanaio e alle paghette dei marmocchi, quindi a chi venderlo… e come? Gli spettatori italiani maggiorenni di quel periodo storico erano divisi in due gruppi agli antipodi: gli intellettualoidi e i gonzi. Il guaio è che generalmente un gruppo ignorava i film destinati all’altro e ciò voleva dire previsioni di guadagni ulteriormente dimezzati.

    Chissà chi avrà avuto l’idea geniale (se spuntasse fuori il nome vorrei stringergli la mano) di creare da subito due versioni diverse per soddisfare il maggior numero di spettatori italiani; due doppiaggi, uno destinato agli intellettuali, l’altro per gonzi!

    Un’idea diabolica e persino comprensibile per l’epoca, solo che a noi, ai posteri, è arrivata solo la versione per gonzi!

    Scena dal film Fritz il gatto, l'orgia degli animali nel bagno

    Cosa sappiamo sul primo doppiaggio di Fritz il gatto?

    Della versione “normale”, destinata al pubblico intellettualoide degli anni ’70, si sa ben poco ma alcune cose possiamo supporle con cognizione di causa. Certa è la presenza di Giancarlo Giannini che all’epoca lavorava con la C.V.D., la stessa società di doppiaggio in cui lavoravano anche Mario Maldesi, Fede Arnaud e Oreste Lionello. Purtroppo oggi rimangono in vita pochissime persone che nel 1972-73 lavoravano per la CVD.

    In un articolo intitolato La radicalizzazione di Fritz il gatto (The radicalization of Fritz The Cat, Den of the Geek, 2016) l’autore Tony Sokol scrive:

    c’è un aspetto di Fritz che mi ricorda Mimì in Mimì metallurgico ferito nell’onore, uscito lo stesso anno, il 1972, e diretto da Lina Wertmüller dove Mimì, interpretato da Giancarlo Giannini, si imbatte nella rivolusione ma ne esce corrotto.

    Che un personaggio doppiato da Giannini possa ricordare il personaggio interpretato in un altro film… quando si dice le coincidenze!

    Riguardo all’adattamento, in base alle reazioni riportate anche dalla stampa possiamo dire con assoluta certezza che la prima versione non facesse uso di dialetti alla ricerca di effetto comico spicciolo e che fosse quindi più fedele alle intenzioni originali del regista.

    Al momento non ci sono prove dell’esistenza di versioni home video con questo doppiaggio.

    Dove si trova adesso il doppiaggio originale di Fritz il gatto?

    Tutte le riedizioni note di Fritz il gatto hanno il doppiaggio dialettale. Lo ritroviamo nella prima VHS Domovideo (databile marzo 1988), lo ritroviamo nella ristampa cinematografica del settembre 1994, quando tornò al cinema per il 25° anniversario con lo slogan “il ritorno del pornogatto” insieme ad un nuovo visto censura (non più VM18 ma abbassato a VM14), idem nella VHS datata dicembre 1995 della RCS che fa uso della locandina del 1994.

    Del doppiaggio originale possiamo supporre che in qualche garage privato si stiano decomponendo le ultime rara copie in formato 35 mm di quelle prime visioni del 1972-1973 destinate ad un pubblico meno volgare. Non so se esistono riduzioni 16 mm e Super8 per questo film, se esistono può sempre darsi che siano state fatte a partire dalla seconda versione, quella dialettale.

    Foto di una pellicola cinematografica deteriorata

    Probabile situazione attuale dell’originale Fritz il gatto

    È possibile che Medusa conservi un master della colonna sonora con doppiaggio originale nei propri archivi, ma più probabilmente è stato tutto gettato nel fuoco o è marcito. Mi dispiace concludere gli articoli con queste note di pessimismo ma le probabilità che esista ancora da qualche parte in buono stato di conservazione sono onestamente basse e non voglio darvi illusioni. Se volete assillare Medusa affinché le vada a cercare ditegli pure chi vi manda.

    La versione per gonzi

    Il doppiaggio dialettale di Fritz il gatto le spara grosse da subito quando, nel primo minuto di film, in cima ad un grattacielo di New York sentiamo questo scambio di battute tra un operaio barese ed uno toscano:

    Scena di apertura di Fritz il gatto con degli operai in pausa pranzo
    – Sai chi è arrivato dall’Europa? Ti ricordi Romeo, il gatto del Colosseo? Adesso si fa chiamare “il gatto Fritz”.
    – Ma cosa tu mi racconti?

    Invero, cosa mai ci stanno raccontando!? Vien da sé che Fritz parla in romano (con la voce di Oreste Lionello) e non so quanto seriamente fosse lanciato quel riferimento a Gli aristogatti – che potremmo quasi additare come istigatore di malsane trovate, avendo sdoganato l’idea che un gatto che parla romano possa far colpo sull’immaginario collettivo italiano (dell’uso dei dialetti ne’ Gli aristogatti ne abbiamo già parlato). Ogni altro personaggio newyorchese di Fritz il gatto è proposto in chiave italica, sfruttando tutti i dialetti esistenti con la scusa di aver spostato la trama a Little Italy e non più ad Harlem. Ma i dialetti non sono il vero problema.

     

    Scena di Fritz il gatto, poliziotti maiali che si avvicinano alla folla

    Il problema è l’adattamento “comico” che punta a far ridere con quel genere di battute disarmanti da comici dilettanti. Perché, dopo tutto, il Fritz the cat originale di comicità non ne ha poi tanta, o per lo meno niente che vada oltre il farci sghignazzare in specifici momenti. Magari può far ridere (internamente) che i poliziotti siano letteralmente dei maiali, proprio negli anni in cui venivano chiamati “pigs” dai sessantottini americani, oppure possono far ridere delle singole battute, ma in generale i dialoghi di Fritz the cat non mirano mai a strappare alcuna facile risata. Di prettamente “comico” non ha nulla.

    La versione per gonzi di Fritz il gatto invece decide di sfruttare le immagini che scorrono su schermo per creare un prodotto tutto ad uso e consumo del Bagaglino, così a tutti gli effetti diventa “il film animato del Bagaglino” perché l’adattamento sembra essere scritto dagli stessi autori di quel gruppo comico (presumibilmente Lionello stesso), un esperimento che poi verrà ripetuto pochi anni dopo per il film Monty Python e il Sacro Graal, già tristemente famoso proprio per il suo copione, adatto più alle routine “comiche” italiane di terz’ordine che ai rinomati comici inglesi.

    Fritz il gatto corvo che fa un facepalm

    il “facepalm” che ci accompagnerà per tutto il film

    Se non vi foste ancora convinti che Fritz sia in realtà Romeo il gatto del Colosseo degli Aristogatti, il doppiaggio dialettale ce lo ribadisce una seconda volta quando Fritz, in un fuori campo, intona uno stornello

    Lassateme passa’ / io so’ un Romeo / Sto qua perché me stava / pe crolla’ sopra er Colosseo

    La vera trama (in breve)

    Nella versione originale, Fritz è uno studente universitario in una New York della metà degli anni ’60 che, invece di studiare, preferisce spassarsela con droghe leggere e ragazze. Le sue peripezie da bianco privilegiato alla ricerca (mai molto sincera) di una qualsiasi causa sociale da combattere lo portano a indurre una rivolta ad Harlem e ad essere coinvolto in un’azione terroristica ad opera di sadici criminali neonazisti.

    La trama gonza

    Romeo, il gatto del Colosseo del film Gli Aristogatti, 50 anni dopo aver conosciuto la gatta Duchessa a Parigi, è sbarcato a New York dove si fa chiamare Fritz. È visibilmente invecchiato perché adesso il suo pelo si è ingrigito e non più arancione, ma riesce comunque a spacciarsi per uno studente universitario e fa strage di pollastrelle ingenue. Non sappiamo perché, ma negli oltre 50 anni che sono passati dagli eventi degli Aristogatti gli umani sono stati sostituiti dagli animali, che adesso lavorano in tutti gli strati della società – ma questi sono dettagli intuibili dalla battuta di apertura e mai esplorati veramente nel film.

    Scena da Fritz il pornogatto, Fritz in macchina con la fidanzata torineseNelle sue avventure da studente svogliato, Fritz si rende conto di aver speso troppo per una prostituta e va ad incitare una sanguinosa rivolta per chiedere l’abbassamento dei prezzi delle prestazioni sessuali e la riapertura dei casini. Per scappare dagli sbirri che lo cercano, la fidanzata torinese gli propone di tornare in Italia (in automobile) promettendogli un posto alla FIAT ma Fritz fugge dalle sue responsabilità e, facendo l’autostop, finisce in una gang di motociclisti nazisti (ex-SS con tanto di accento teutonico che più ovvio non si può), questi useranno Fritz per un atto terroristico che consiste nel piazzare dei botti di capodanno in una centrale elettrica per farla saltare. Al risveglio in ospedale viene visitato da tutte le sue ex con le quali inizia un’orgia. Potremmo considerarla quasi una scena parallela al finale di Arancia Meccanica se Malcom McDowell cominciasse improvvisamente a strillare come Gene Wilder in Frankenstein Junior.

    L’adattamento gonzo

    Sentir parlare di “scioperi, scioperi, scioperi” nelle prime battute del film potrebbe dare l’illusione che con l’adattamento italiano di Fritz il gatto si vogliano contestualizzare i dialoghi alla situazione nostrana di inizi anni ‘70, il problema è che non basta dire “scioperi” per rendere i dialoghi intellettuali.

    Il film, in lingua originale, apre in realtà con il monologo di un operaio (una registrazione “vera” catturata dalla strada dal mangianastri di Bakshi) che si lamenta di come sia inutile educare i propri figli alla vecchia maniera visto che alla fine la figlia ti si presenta comunque a casa con “un tizio”. Il pensiero semplice di un uomo qualunque che in italiano viene sostituito da un logorroico tentativo di ironizzare sul fatto che la notizia dei tanti scioperi è data da un programma che si chiama “Italia che lavora”. Cioè si va a cambiare le parole semplici dell’uomo comune, non sofisticato, in battute certamente artefatte ma più pedestri del discorso originale che quantomeno sembrava essere genuino. In altre parole la vera mediocrità dell’uomo della strada diventa l’accidentale mediocrità del comico “impegnato”.

    Il target, dal film originale all’adattamento dialettale, è cambiato radicalmente, se il target è l’italiano medio che ride alle battute del Bagaglino.

    Scena di Fritz il gatto con doppiaggio dialettale, il gatto Fritz al bar

    “Secondo me i vaffa si sprecheranno”

    La triste realtà è che i dialoghi italiani di Fritz il gatto fanno leva sulle peggiori banalità di cui il popolo disquisiva al bar dopo aver sentito di sfuggita il telegiornale. L’impegno politico in gran parte dei casi si limita a nominare più volte Settembre Nero, che in realtà serve da scusa solo per sottolineare la bruttezza di Golda Meir (per ben due volte) e far ridere il popolo dei baretti. Una donna brutta, ahah, che risate! Da qui a “culona inchiavabile” di berlusconiana memoria è proprio un attimo.

    Tanto per rimanere su discorsi ad alta levatura, Fritz non si fida della pillola anticoncezionale (“vedi a fidasse della pillola?”) e poi, attaccato al culo di una donna, canta…

    “tuppe tuppe marescia’, arapite so’ n’amico”

    Scena da Fritz il gatto, Fritz attaccato al culo di una donna gigante

    Questo per farci capire la finezza dell’adattamento italiano che cerca (e sottolineo cerca!) di far ridere in ogni singola battuta, aggiungendone di inedite e fuori campo anche quando in originale non ci sono dialoghi.
    Ebbene, se farci ridere è lo scopo dell’adattamento italiano, esploriamo tutte le battute di Fritz il gatto per verificare quanto sia efficiente nel farlo. Se non lo faccio io in questo blog, non lo farà mai nessun altro. E quindi…

    La dubbia comicità del Bagaglino

    Le battute (completamente inventate di sana pianta) del doppiaggio dialettale di Fritz il gatto si possono dividere in due grandi categorie: quelle del tipo “non state ridendo?” e quelle del tipo “ma perché!?” ed eccovi le migliori. (Vi ricordo che sono battute inventate di sana pianta.)

     

    Scena di Fritz il gatto con poliziotti maiali che salgono le scale

    – Fai le scale!
    – Do, re, mi, fa…
    – E non fare lo spiritoso!

    Non state ridendo?


    Scena dal film Fritz il gatto, un personaggio parla con accento siciliano elogiando l'hashish

    Evviva l’hashish! Evviva la Shishilia! (con cadenza siciliana)

    Non state ridendo?


    Scena di Fritz il gatto con doppiaggio dialettale, il gatto Fritz spara al cesso dopo aver rubato la pistola al poliziotto

    Ho fatto centro! Ho fatto centro! Che sur-cesso!

    Non state ridendo?


    Scena dal film Fritz il gatto, Fritz in sinagoga si nasconde nella barba di un rabbino

    Vuoi vede’ che so’ carabinieri? Si travestono sempre!

    Ma perché?


    Scena dal film Fritz il gatto, i poliziotti maiali in una sinagoga

    Scena dei poliziotti in una sinagoga

    Trattali bene, questi sono clienti.

    Ma perché?


    scena dell'incendio all'università

    – Oh, qua s’è incendiato tutto. Quanto me dispiace… che m’è annato a fuoco pure l’indirizzo della casa squillo. Mejo chiamare li pompieri. Pronto?
    – Pronto! (sempre Lionello, con accento “napoletano”)
    – 
    Accorete prontamente.
    – 
    Adesso non abbiamo macchine.
    – Allora mandate qualcuno che c’ha freddo.

    Non state ridendo?

    Scena di Fritz il gatto con doppiaggio dialettale, discorso al bar tra due corvi

    Io non posso mollare questa città… perché non riesco ad attraversare la strada.

    Mi sa che abbiamo trovato l’autore delle battute del Cucciolone.

    il gatto, Fritz in viaggio in auto con la fidanzata

    Soli come uno scaracchio su un tombino.

    La famosa solitudine degli scaracchi sui tombini (?). Mah.

    Scena violenta della mucca pestata a sangue
    Vieni dalla tua Sofia […] Carletto, guarda che a questo punto abbiamo rotto… i ponti.

    Il riferimento è a Carlo Ponti, produttore cinematografico sposato con Sofia Loren. Ma perché?

    Scena di Fritz il gatto con doppiaggio dialettale, battute del Bagaglino sulla FIAT

    Quando me ne sono venuto via dall’Italia, la FIAT era in crisi. E sapete perché? Perché dalla catena di montaggio era uscita una macchina uguale alla precedente.

    Arriva dopo un po’ ma comunque non fa ridere. Non state ridendo?

    Scena di Fritz il gatto, corvi che discutono al bar

    Tu lo sai perché mettono tanti semafori? Perché hanno capito che con i semafori è l’unico modo per aumentare il verde in città.

    Questa non la accetterebbero neanche per il Cucciolone.

    Scena di Fritz il gatto, corvi al bar

    – Ma te, scusa, hai capito la faccenda dell’IVA?
    – Che dici dell’IVA?
    – In CU-alche maniera sarà la diminuzione
    – In CU-alche maniera sarà l’INCU-l’aumento
    – Ma ci sarà qualcuno che ha capito la faccenda dell’IVA?
    – Un sistema facilissimo. Mi’ zio c’è morto.
    – In fatto de tasse io ho capito solo che l’IVA non è la Zanicchi… e l’Ornella non è la Vanoni.
    – 
    Ma che vuol dire IVA?
    – Secondo me iva…
    – Imposta sul valore aggiunto.
    – Secondo me iva…
    – Imposta sul valore aggiunto?
    – E ME FATE FINI’??? Secondo me… i vaffa se sprecheranno!

     

    Se non l’avete ancora capito, nel 1972 l’IVA era l’argomento caldo del momento, preda di facili battute, perché era stata appena introdotta! L’Unione Europea l’aveva suggerita in sostituzione della precedente e più complessa IGE anche se l’IVA è stata percepita come più ingiusta dal popolino. E l’autore dell’adattamento di Fritz il gatto era così compiaciuto da queste battute da bar che neanche quattro anni dopo le ripropose anche nel copione di Monty Python e il Sacro Graal.

    Estratto dal copione italiano di Monty Python e il Sacro Graal, battuta sull'IVA

    E si suppone che l’autore sia proprio Oreste Lionello che in questi copioni riciclava il materiale dei suoi sketch comici del cabaret e ne era tanto affezionato che dal ‘72 ha continuato a riproporli per più di una decade visto che nel 1983 al programma “Al Paradise” ancora ritornava la medesima battuta:

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    Più IVA. Che IVA? I va’ a morì ammazzati li devi mettere in conto

    Quand’è che il troppo è troppo?

    Ma torniamo al nostro adattamento per gonzi che inventa battute su battute mettendo completamente da parte il copione originale ed è così afflitto da horror vacui che, anche quando non ci sono dialoghi, la traccia italiana ne vomita in continuazione. Facessero mai ridere, ne avremmo guadagnato qualcosa, ma è un copione pe’ fa’ ridere i gonzi e quindi giù di battute su donne brutte e froci. E come te sbagli?

    ‘Ndo stanno le femmine? Non è che poi arriva un frocio? Aò, mica voglio infrocia’ un frocio.

    L’epifania rivoluzionaria post-canna che Fritz ha durante il rapporto sessuale con una prostituta di colore viene sostituita da Lionello con un…

    il gatto Fritz ha un'epifania mentre fa sesso con una prostituta
    Oh! Ora che me ricordo… a’mo pagato un sacco de sordi per ‘sta budellona.

    Che classe quando la satira politica sui borghesi che si fanno prendere da smanie rivoluzionarie del momento cede il passo al denigrare le prostitute che si fanno pagare più di ciò che valgono! Ma ai gonzi fa ridere. E così invece di unirsi alla causa “nera” come nella trama originale, la rivolta del Fritz gonzo ruota intorno al prezzo delle prestazioni:

    il gatto Fritz sul tetto di un'automobile incita la folla a rivoltarsi
    Rivolta! Rivolta! Popolo, basta con le battone da 120 a botta, e così che s’arza il costo de la vita. Qui come s’arza il pesce cresce la carne. Alla rivolta! Rivoluzione! Aprimo le case e chiudemo li marciapiedi. È ora de finlla di mantene’ i papponi. So’ loro che succhiano il sangue a ‘ste povere creature, alle mignotte. Essi sono mignatte, le mignatte delle mignotte!

    Che sia un copione moderno e all’avanguardia ce lo ricorda anche la canzone del coro Cetra quando canta “tutte uguali queste donne, al momento di incastrarti sono sempre pronte a farti la promessa più solenne, ma poi quando hai detto sì, vedi che non è così. Tutte uguali queste donne, per avere da te tutto ti mentiscono di brutto, queste figlie di N.N., ma poi quando hai detto oui, cambian da così a così, ma poi quando hai detto ja hai finito di campa’, ma poi quando hai detto OK sono cavoletti tuoi”.

    Scena da Fritz il gatto, cavalla Sofia viene pestata a sangue

    U Maronna miiij!

    Quando la donna di un membro della gang di terroristi neo-nazisti viene pestata a sangue dal suo compagno e dagli altri membri della gang, la crudezza della scena (sangue a fiotti) viene smorzata dall’accento napoletano, e le offese originali rivolte alla gang sull’essere froci nazisti e omosessuali repressi (mentre loro la colpiscono a suon di catene di ferro) diventano “ricchione fallito”, “fetentone” e “voi non sapete come si tratta una donna”.
    Questo non è adattamento, è istupidimento.

    A questa scena segue Fritz/Lionello che canta (fuori campo) “fior di mimosa, si lui te mena nun fa’ a scontrosa. Tanto vedrai che prima o poi te sposa” per rincuorare la donna picchiata a sangue… e quando le mette una giacca sulle spalle per non farle prendere freddo non perde occasione (sempre e solo in italiano) per commentare sulla sua stazza: “mettiti ‘sta giacchetta. Ammazza che spalle! E quanto porta, 84?”. La cosa che rende gravi queste battute è che non hanno alcun corrispettivo in inglese, sono letteralmente aggiunte in momenti privi di dialoghi dell’originale. Dalle battute aggiunte è evidente la destinazione del prodotto, sono sicuro che molti gonzi hanno riso alla ridicolizzazione della donna corpulenta pestata a sangue. Porta la taglia 84 e il ragazzo l’ha menata…

    Scena dal film Quei bravi ragazzi dove il protagonista Ray Liotta ride in maniera esageratamente finta

    Quando sul finale Fritz viene sfruttato per piazzare una bomba e salta per aria, all’ospedale dove viene ricoverato lo va a trovare la napoletana di prima che parla dell’annosa questione dei “botti” a Napoli.

    Insomma, questo film doppiato l’ho passato a setaccio ma di comicità non ne ho trovata. Le battute che ho riportato qui non sono che la punta dell’iceberg perché i dialoghi italiani in realtà sparano una cazzata al minuto, l’ho cronometrato facendone poi la media su un campione di minuti, è un vero record!

    Doc Brown dal film Ritorno al futuro che guarda l'orologio e dice: bontà divina, una cazzata al minuto

    Doppiatori italiani di Fritz il gatto

    Il cast di doppiaggio della versione dialettale di Fritz il pornogatto è scarsamente documentato (neanche una scheda sui principali siti enciclopedici sul doppiaggio) quindi abbiamo approfittato dell’occasione per confermare quel poco che era già noto da Wikipedia (4 voci) e per espandere la lista degli interpreti. Questa fin’ora è la scheda più completa mai realizzata sul doppiaggio di questo film. Non ringraziateci tutti insieme.

    Oreste Lionello: Fritz il gatto

    Solvejg D’Assunta: prostituta (Big Bertha)

    Giampiero Albertini: Ambrogio (Duke)

    Renato Turi: poliziotto #1

    Vittorio Di Prima: agente Nicolino (Ralph)

    Claudio Capone: pappone di Bertha (Sonny)

    Isa Di Marzio: corva che parla dell’IVA

    Renato Cortesi: rabbino orbo/ “mandrillo” (formichiere) / “Carletto” (Blu il coniglio)

    Willy Moser: corvo magro nel bar

    Se volete segnalarci altri interpreti saremo felici di verificarli per voi, se possibile. Intanto adesso potete correre ad aggiornare Antonio Genna.

    Conclusione

    Che questo film animato sia stato usato come mezzo per riciclare battutine e battutacce destinate al cabaret del Bagaglino è cosa ben più grave della semplice scelta stilistica di adoperare i dialetti italiani. Fritz il gatto e Monty Python e il Sacro Graal sono una pietra tombale su Oreste Lionello come dialoghista e adattatore (sempre che si tratti effettivamente di lavori suoi) che certo non intacca la sua meritata fama di interprete (tanti sono stati gli elogi a Lionello come doppiatore su questo blog) ma spinge a domandarsi: quali altri danni non documentati avrà fatto? I primi sospetti erano già venuti dalle tante scelte bislacche nel copione italiano di Ghostbusters II e sono certo che abbia curato anche adattamenti “normali” ma se ne stanno accumulando troppi di tragici a suo nome.

    Curioso poi che lo stesso Oreste Lionello si sospetti possa essere stato il dialoghista per entrambe le versioni, quindi sia del doppiaggio dialettale sia di quello “ufficiale”, come sospettano alcuni doppiatori che ho contattato alla ricerca di maggiori informazioni su questo film. Questa rimane al momento una mera supposizione.

    Non ci sono mezzi modi per dirlo, Fritz il gatto va visto esclusivamente in lingua originale, se proprio vi interessa (di per sé non è proprio un capolavoro) perché il suo secondo doppiaggio, l’unico arrivato fino a noi, ci porta un film completamente diverso che ha solo le immagini in comune, nient’altro, e che al massimo potrei consigliare come un film di incoraggiamento per comici in erba, così che anche i peggiori possano dire: perfino io posso fare meglio di Fritz il gatto!

     

    Joker che dice: ho dato un nome al mio dolore... e il nome è Oreste. Battuta alterata dal film Batman 1989

    Ringraziamenti

    Per le ricerche voglio ringraziare Francesco Finarolli (cinefilo e studioso di cinema), Leo (collaboratore di questo blog), Anton Giulio Castagna (direttore di doppiaggio), Melina Martello (doppiatrice e direttrice di doppiaggio), Antonio Luca De Tomaso (collezionista), Mauro Ferrari (collezionista).

  • Doppiatori di menare: storia delle "voci" del cinema marziale

    Donnie Yen in Rogue One: A Star Wars Story Photo by Jonathan Olley (© 2016 Lucasfilm LFL)

    Donnie Yen in “Rogue One: A Star Wars Story” (Photo by Jonathan Olley © 2016 Lucasfilm LFL)


    L’arrivo nei nostri cinema di Star Wars: Rogue One, lo scorso 15 dicembre, ma anche l’uscita il prossimo 19 gennaio 2017 di xXx: il ritorno di Xander Cage, costringerà il grande pubblico italiano a fare i conti con quell’attore cinese cinquantenne presente in entrambi i titoli in ruoli importanti, lo stesso attore che pare abbia fatto slittare l’uscita di Star Wars VII in Cina perché lui doveva presentare un proprio film e non voleva “dispersioni” di pubblico. L’Occidente l’ha scoperto tardi, e l’Italia più tardi di tutti, ma Donnie Yen è la più grande star marziale mai vissuta, ed ha stracciato ogni record imposto dai suoi “colleghi” precedenti.
    Il problema è che la prima volta che si è affacciato in Italia, nel 2001, ha subìto uno smacco che mai i precedenti divi marziali hanno avuto: è stato doppiato malissimo. Perché se da una parte il nostro Paese è tra i più distratti a livello cinematografico, e discutibili politiche di distribuzione fanno sì che si importino preferibilmente i prodotti più economici – cioè i peggiori, che rovinano il mercato e il gusto – dall’altra abbiamo un grande pregio: a livello di doppiaggio siamo stati fra i pochi al mondo ad avere una qualità altissima in campo marziale.
    Vi invito ad un viaggio alla scoperta del fenomeno marziale in Italia e di come le grandi star asiatiche di questo genere siano state doppiate.

    Doppiatori di menare


    Indice:


    Le cinque dita di Lo Lieh

    cinque-dita-di-violenza-1973-02-21Il 27 gennaio 1973 la cultura popolare italiana cambia per sempre. In un cinema di Roma, il Royal di San Giovanni, viene proiettato per la prima volta un film di genere totalmente inedito, qualcosa mai visto nel nostro Paese: Cinque dita di violenza (King Boxer, 1972). È un filmetto che sarebbe già dimenticato se non avesse infiammato il mondo con la sua violenza di grana grossa – rimarrà paradigmatica la scena dello strappo degli occhi – e un’altra particolarità che nessuno spettatore aveva mai visto prima: c’è gente che si picchia a mani nude usando strane mosse. (In realtà un altro film era già stato proiettato, ma ne riparlerò più avanti.)

    Le arti marziali orientali erano ben note in Italia sin dagli anni Sessanta ma erano viste come qualcosa di particolarmente violento e volgare: per i ben pensanti sono i criminali e i poco di buono ad alzare la mano verso qualcuno, non i gentiluomini, mentre per i giovani sessantottini era identificata come roba da fascisti. Si perdonava agli agenti segreti, da James Bond a Matt Helm, di usare ogni tanto tecniche marziali, per “esigenze di servizio”, le stesse che poi avrebbe usato il criminale a fumetti Diabolik per anni, così come era socialmente accettata la scazzottata virile che si vedeva nei film americani: tutt’altro discorso era usare tecniche “mortali” di karate o kung fu.

    «Con un cartello si avvisa lo spettatore facilmente influenzabile che l’imitazione del “Kung-Fu”, la forma di lotta in uso nell’Oriente e reclamizzata nel film, condurrebbe a gravi e irreparabili lesioni se non alla morte dell’avversario. La potenza didattica del cinema, la sua foza di convinzione!»
    da “L’Unità”, 27 gennaio 1973

    Disprezzato da ogni forma di comunicazione, con l’accompagnamento di cori indignati e di richieste di bando, il cinema marziale entra prepotentemente in Italia e il primo divo marziale della nostra storia è quello meno abile: Lo Lieh, divo assoluto di Hong Kong sebbene sia mono-espressivo ed abbia solo vaghe conoscenze marziali imparate sul set.

    cinque-dita-di-violenza-1973-03-17Il cinema di Hong Kong nel venir esportato negli Stati Uniti ha conosciuto un doppiaggio pieno di caratterizzazioni e scelte di cattivo gusto, però questo l’ha reso parte integrante della cultura popolare. Ancora negli anni Ottanta il comico Michael Winslow nel ciclo Scuola di polizia faceva la gag in cui imitava il doppiaggio fuori sincrono tipico dei film asiatici portati nel suo Paese (una gag che semplicemente non trovava molti appigli nella nostra cultura. NdR). Il folto gruppo rap Wu-Tang Clan – fondato da quel RZA che dirigerà L’uomo con i pugni di ferro (2012) – nel 1993 riversa la propria titanica passione marziale nell’ottimo album Enter the Wu-Tang (36 Chambers), in cui a remixaggi di veri brani originali – come lo straziante splendido tema di Boxer Rebellion (1976) – aggiungono campionature di dialoghi tratti da storici film di Hong Kong. Sono doppiaggi terrificanti ma dimostrano quanto siano entrati nella cultura popolare.

    Per fortuna nel nostro Paese, che non aveva problemi a caratterizzare eccessivamente i personaggi – si pensi all’immancabile vecchietto nel Far West – sin da subito il genere marziale viene trattato con i guanti, e la star Lo Lieh ottiene la voce di Michele Kalamera, autorevole doppiatore di grandi attori come Clint Eastwood, Michael Caine e tanti altri. Credo che nessun Paese “doppiante” abbia dedicato tanto ad un piccolo filmetto marziale.

    Malgrado Cinque dita di violenza sia pessimo, entra di prepotenza nell’immaginario popolare italiano. Nel dicembre di quell’anno esce al cinema Furto di sera, bel colpo si spera di Mariano Laurenti, dove il noto comico Pippo Franco, sentendosi minacciato di botte, esclama: «Ahò, che mi fai: cinque dita di violenza?» Questo fa sì che l’inespressivo Lo Lieh diventi un nome amato dagli italiani e diversi registi lo chiameranno ad interpretare prodotti nostrani spacciati per americani, affiancandolo addirittura a decani come Lee Van Cleef: non pago di aver introdotto il kung fu sugli schermi italiani, Lo Lieh si ritrova ad essere valido esponente dell’italianissimo kung fu western (o come lo chiamo nel mio saggio, “spaghetti marziali”) con un film come Là dove non batte il sole (1974) doppiato da Adalberto Maria Merli. Ma questa è un’altra storia…


    Il furore di Bruce Lee

    Il successo travolgente spinge i distributori nostrani a battere il ferro finché è caldo, così pressano Hong Kong per farsi mandare qualsiasi altro prodotto abbiano sotto mano. C’è la Shaw Bros, leader incontrastata del mercato che offre prodotti di altissima qualità ma a prezzi non economici, e poi c’è la neonata Golden Harvest, che cerca di sopravvivere all’ombra della titanica concorrente offrendo prezzi più abbordabili. Ovviamente i prodotti sono quello che sono, ma guarda caso è disponibile il nuovo film di quell’attore che non è riuscito a sfondare in America ed è tornato in patria con la coda tra le gambe: per caso interessa? Si menano come fabbri dall’inizio alla fine. Ok, andata. Il 1° marzo 1973 la Titanus presenta in ben tre cinema di Roma il film Dalla Cina con furore (Fist of Fury, 1972), e la mania per il cinema marziale raggiunge livelli inarrestabili.

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    La recitazione di Bruce Lee è problematica. È un attore consumato, recita da quando aveva sei anni, ha provato a conquistare Hollywood ma ha capito che nessun colpo di kung fu può nulla contro il razzismo, così è tornato in patria a fare quello che la classe popolare adora: il bullo. È pieno di attori impegnati in commedie musicali o romantiche, ma nessuno sa fare lo smargiasso altezzoso come Bruce, così si veste dell’orgoglio nazionale e interpreta un cinese medio alle prese con i nemici più acerrimi e disprezzati: giapponesi ed occidentali. Nasce dunque un problema: come lo doppi un attore che volutamente fa espressioni contratte in continuazione ed esagera ogni gesto?

    Per fortuna in Italia si gioca una carta di altissima classe: Cesare Barbetti, che con la sua voce potente ma vellutata regala a Bruce Lee la migliore resa possibile e immaginabile. Lo studio romano di doppiaggio CD in generale dedica una particolare cura a tutti i personaggi del film, anche di quelli minori: quei caratteristi cioè che di solito il cinema di Hong Kong riserva per i momenti comici o buffoneschi. Ogni personaggio ha un’ottima voce, e per fortuna lo stesso studio viene coinvolto quando – dato l’enorme successo della pellicola – i distributori corrono a cercare qualsiasi altro film sia interpretato da quel tizio che fa le boccacce e i versi strani. Purtroppo, ne esiste solamente un altro.

    lurlo-di-chen-1974-04-04Stavolta l’eco mediatica è di livello basso, così quasi senza lancio pubblicitario il 14 aprile 1973 la Titanus presenta a Torino Il furore della Cina colpisce ancora (The Big Boss, 1971), che arriverà nei cinema romani solamente ad ottobre: la voce è sempre dell’ottimo Cesare Barbetti. Lo studio CD ha mandato di ribattezzare il protagonista Chen, perché per gli italiani Bruce Lee sarà sempre Chen su grande schermo, così un allievo di una scuola marziale di inizio Novecento e un contadino ignorante emigrato in Thailandia negli anni Settanta si ritrovano ad essere in pratica sempre lo stesso personaggio…

    Il 18 gennaio 1974 sempre la Titanus porta nei cinema romani L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente (Way of the Dragon, 1972), chilometrico titolo che ancora una volta ci fa credere che il protagonista sia quel Chen. Stavolta è Bruce Lee stesso il regista e aver girato alcuni esterni a Roma l’ha reso così simpatico… che ancora oggi i romani sono convinti che il combattimento finale sia girato davvero al Colosseo, dimostrando quanto gli abitanti della Capitale non conoscano quel monumento! Torna lo studio CD e anche qui abbiamo una splendida gestione del doppiaggio, con il consueto Barbetti che dà la voce a Lee. Per l’ultima volta.

    Il 20 luglio 1973 l’attore muore e il mondo cinematografico rimane orfano di un money-maker d’eccellenza. Sei giorni dopo la sua dipartita, esce l’ultimo film girato dall’attore: Enter the Dragon, evento storico perché per la prima volta una blasonata casa americana si è “abbassata” a co-produrre con una casa asiatica: la giovane ma già talentuosa Golden Harvest, che cerca di fare concorrenza alla blasonata Shaw Bros. Finora i film di Lee sono venuti via a due spicci, ma ora che c’è la Warner di mezzo il discorso cambia: questo film sarà ignoto agli italiani per decenni, semplicemente perché distribuito pochissimo in quanto più costoso degli altri.

    i-3-delloperazione-drago-1973-12-28Il 28 dicembre 1973 arriva a Torino come I 3 dell’Operazione Drago, un titolo meno “marziale” ma che si riallaccia a temi spionistici più in voga all’epoca, e in effetti il film è una martial spy story. Il doppiaggio è affidato stavolta alla storica SAS (Società Attori Sincronizzatori) che gestisce ottimamente la caratterizzazione dei personaggi di un film corale. Il cinese Lee ottiene la voce di Carlo Sabatini, l’italo-americano John Saxon quella di Pierangelo Civera e il nero superbad Jim Kelly quella di Pierluigi Zollo. Chiude il ciclo il perfido Han con la voce di Emilio Cigoli. Ognuno di questi doppiatori sa fornire al personaggio la giusta connotazione e la giusta differenza etnica senza mai esagerare né cadere nel luogo comune.

    Qui finisce il mito di Bruce Lee, ma un ultimo colpo di coda arriva a sorpresa il 25 agosto 1978, quando in alcuni cinema di Roma la Titanus presenta un curioso film: L’ultimo combattimento di Chen (The Game of Death, 1978). È una truffa bella e buona, che racconto con dovizia di particolari (anche inediti) in un lungo speciale che gli ho dedicato, ma per gli italiani quella baracconata firmata da Sammo Hung è davvero l’ultima prova attoriale di Lee. Per l’occasione arriva lo studio CVD e dà al protagonista… va be’, ai vari sosia cinesi che fingono di essere Lee, la voce di Luigi La Monica. Un’ottima voce per un pessimo prodotto.


    Le mani di Angela Mao

    Cinque dita di violenza a gennaio e Dalla Cina con furore a marzo fanno capire subito quali siano i gusti degli spettatori, e sebbene non esista organo di stampa che non si lanci in mille insulti verso questo cinema barbaro e traviante, i distributori vanno a “colpo” sicuro. Riescono addirittura a portare in Italia un prodotto impensabile ancora per i decenni a seguire: un film dove una donna picchia degli uomini! L’attenta Fida Cinematografica il 6 aprile 1973 porta sugli schermi romani Mani che stritolano (Lady Whirlwind, 1972) dove la brava Mirella Pace dona la voce alla mitica Angela Mao, in assoluto tra le prime donne a combattere a mani nude su schermo.

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    Forse è per attrarre il “sesso debole”, si chiede lo schifato recensore de “L’Unità” che racconta il film il 7 aprile successivo, facendo ben notare che ad ogni pellicola del genere si apra una nuova palestra di karate in città, in ambienti già fascisti. Al di là di questo immotivato giudizio personale – che comunque rappresenta perfettamente il sentire comune dell’intellighenzia dell’epoca – il critico fa notare che questo è il sesto film cinese di arti marziali dall’inizio dell’anno, ed in effetti i conti tornano: 1) Cinque dita di violenza; 2) Dalla Cina con furore; 3) La morte nella mano; 4) Le 4 dita della furia; 5) Da Hong Kong: l’urlo, il furore, la morte e 6) Mani che stritolano.

    Il critico però sbaglia, i film sono sette ma non si può fargliene una colpa: il titolo “dimenticato” lo rimarrà molto a lungo. Quello che già nel 1973 non si ricordava più era che il genere in Italia aveva avuto un inizio anni prima, con l’arrivo di uno dei più famosi wuxiapian del mondo, che solo i più appassionati degli spettatori nostrani hanno poi saputo apprezzare…


    Il braccio di Wang Yu

    Con un divieto ai minori di 18 anni, il 2 dicembre 1969 si affaccia timidamente nei cinema di Torino il film Mantieni l’odio per la tua vendetta (One-Armed Swordsman, 1967), storica opera del maestro Chang Cheh che lancia il personaggio di Fang, lo spadaccino monco, che anni dopo viaggerà fino in Giappone per incontrare… Zatôichi, lo spadaccino cieco! (Il personaggio di Fang è così affascinante che io stesso mi sono divertito a rielaborarlo, calandolo nel progetto narrativo “Risorgimento di Tenebra” e trasformandolo in Fango per il mio racconto lungo Fuoco e Fango.)

    Primo film marziale apparso in Italia, passato del tutto inosservato all'epoca

    Primo film marziale apparso in Italia, passato del tutto inosservato all’epoca

    Sicuramente il pubblico occidentale non era pronto a vedere un protagonista che, battuto in combattimento, è costretto a tagliarsi via da solo il braccio destro per poi imparare a diventare fenomenale con il sinistro, così da trovare redenzione. Né ha aiutato la distribuzione traballante, che ha misteriosamente cambiato il nome dell’attore protagonista in… Oswald Gis. Ma che nome è? Anni dopo, però, con Lo Lieh e Bruce Lee nei cinema l’Italia è pronta al vero eroe che nel ’69 era stato mascherato dietro quel ridicolo pseudonimo: Jimmy Wang Yu. (Doppiato in quel film da Massimo Turci.)

    con-una-mano-ti-rompo-1973-05-23L’attore riesce ad essere ancora più incapace di Lo Lieh, è forse la persona meno in grado di combattere che esista al mondo, è un campione di nuoto che un giorno si è trovato davanti alla telecamera e ha scritto da solo la storia della cinematografia di Hong Kong… semplicemente perché ha avuto la fortuna di lavorare per titani che hanno saputo mascherare la sua totale inettitudine. La casa distributrice italiana Astor non bada certo a questi particolari, così il 9 marzo 1973 – a soli otto giorni di distanza da Dalla Cina con furore – porta nei cinema di Roma La morte nella mano (The Chinese Boxer, 1970), non sapendo che si trattasse di uno dei grandi capolavori del genere: è probabilmente il primo film che mostra combattimenti a mani nude, cioè l’origine del genere gongfupian.

    La Nuova Linea Cinematografica porta nelle sale di Torino il 17 aprile successivo lo storico Con una mano ti rompo, con due piedi ti spezzo (One-Armed Boxer, 1972), con Wang Yu che interpreta sempre un monco ma stavolta non uno spadaccino bensì un semplice lottatore. L’attore diventa in breve tempo molto famoso, tanto che la Euro International Films porta nei cinema di Torino il 18 agosto 1973 Wang Yu l’imbattibile (The Invincible, 1972), mentre il 28 maggio 1974 la Cervino distribuisce a Roma Wang-Yu il violento del karate (Knight Errant, 1973).

    Purtroppo non sono riuscito a trovare informazioni sui doppiatori di questo attore: le rare edizioni italiane rimaste di questi film non hanno titoli esaustivi.


    La “y” di Jackie Chan

    L’Italia degli anni Settanta era un’altra Italia, oggi irriconoscibile, così dopo la morte di Bruce Lee addirittura i quotidiani si chiedono chi riempirà il vuoto lasciato dall’attore marziale, e il 15 marzo 1979 “La Stampa” fornisce la risposta: Jacky Chan, con la “y”.

    Scoperto da Sze-Yuan per alcuni suoi film, scopriamo che l’Italia del ’79 addirittura cita l’opera del decano Siu Tin Yuen, il mitico drunken master del film omonimo, il papà di quel Yuen Woo-ping noto ad Hollywood per le sue coreografie di Matrix e Kill Bill. Non pago di questa sorpresa, il giornale ci rivela gli ultimi due film girati da “Jacky”: La iena senza paura e Il serpente all’ombra dell’aquila. Entrambi i titoli sono rarità sconosciute: Fearless Hyena apparirà e scomparirà in Italia con la velocità del lampo, mentre bisognerà aspettare il 2003 per riscoprire il secondo titolo in DVD. Per poter apprezzare cioè qualcosa che nel 1979 era dato per scontato.

    Al di là di questo, l’Italia del dopo-Bruce Lee è pronta ad accogliere un nuovo “re del kung fu”, e quindi – per citare l’avv. De Marchis di Febbre da cavallo (1976) – basta «il primo stronzo che passa» per dargli la corona. In mezzo al guazzabuglio di nomi farlocchi e filmacci pencolanti che arrivano da Hong Kong, nella stragrande maggioranza wuxiapian (film fantasy con cavalieri svolazzanti) mascherati da gongfupian (film dove si combatte a mani nude), non c’è un solo nome che possa avere un minimo di attenzione: l’unico è Jackie… stavolta senza “y”.

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    Qual è il sistema italiano usato per lanciare Bruce Lee? Si prende il primo film che capita e lo si lancia come fosse un capolavoro, poi si prende un titolo precedente e lo si rimaneggia in attesa che l’attore produca qualcosa di nuovo. E così avviene… solo che il risultato è che l’attore non è stato lanciato bensì bruciato.

    Il 24 gennaio 1981 la PIC porta nei cinema torinesi Chi tocca il giallo muore (Battle Creek Brawl, 1980): «Jackie Chan, il kung-fu che fa morire dal ridere» è il titolo del pezzo che gli dedica “L’Unità” quando il film arriva a Roma, il 3 marzo successivo. Al di là del ridicolo titolo, in perfetto stile italiano, all’epoca ancora non si sa che la Golden Harvest, orfana di Bruce, sta provando a lanciare Jackie in America e che per farlo si affida al peggior regista dell’epoca: Robert Clouse. Tutti quelli che hanno lavorato con lui in Asia lo disprezzano, ma ha contatti con la Warner Bros e dopo il grande successo de I 3 dell’Operazione Drago e L’ultimo combattimento di Chen è il regista di Bruce Lee. (Non è vero, ma tutti lo pensano.) Clouse dirige una porcata inguardabile dove un gruppo di attori funamboli cinesi va in America a fare il verso agli americani: una roba da picchiare Jackie con un giornale arrotolato. Ok, il primo brutto film è fatto.

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    Gli italiani procedono spediti e la Medusa il 24 luglio 1981 porta su schermo Jacky Chan: la mano che uccide (1979), che verrà rilanciato con più enfasi dal 5 maggio 1982. Un classico gongfupian come ormai però ce ne sono tanti: così un altro bel buco nell’acqua l’abbiamo fatto. Malgrado Jackie sia famoso per aver recitato nel The Hand of Death di John Woo, stando ai credits italiani della locandina italiana del film – che va sempre presa con beneficio d’inventario – Jacky Chan: la mano che uccide è probabilmente la versione italiana (dimenticata) di Fearless Hyena (1979), ma è difficile stabilirlo con assoluta certezza e per il fumoso cinema asiatico i database occidentali non sono completamente affidabili.

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    Jackie non ha il successo sperato nei cinema italiani e viene in pratica quasi dimenticato. Nel 1985 prova di nuovo a conquistare l’America con Protector – che decenni dopo verrà ricalcato da Rush Hour – un filmetto da dimenticare, un finto poliziesco all’americana che arriva nei cinema romani il 23 maggio 1986: solamente nel 1995 Jackie riuscirà a sfondare, arrivando ad avere una buona distribuzione anche da noi. Solamente dopo che Van Damme dal 1989 avrà fatto esplodere una richiesta titanica di film marziali. Solamente con Terremoto nel Bronx (Rumble in the Bronx, 1995) Jackie diventerà quello che è oggi, dopo quasi vent’anni di gavetta.

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    Jackie è un attore che ha sempre recitato in cantonese e, per sua stessa ammissione, non si è mai sentito a proprio agio a recitare in inglese. Se dunque nelle versioni anglofone dei suoi film la parlata un po’ buffa aiuta nella recitazione gigionesca, in Italia ha avuto la fortuna di ricevere la voce di Giuliano Giacomelli, che lo doppia sia nei primi film che arrivano al cinema – Chi tocca il giallo muore e Jacky Chan: la mano che uccide – sia nei mitici film che hanno scritto il suo successo (quelli sì che andavano proiettati!) arrivati da noi solo in home video negli anni Ottanta e riscoperti poi nel 2000 in DVD – Il ventaglio bianco (The Young Master, 1980), I due cugini (Dragon Lord, 1982), Project A (1983) e via dicendo. Il doppiatore sa essere frizzante o serio all’occorrenza e dona a Jackie una splendida resa italiana, priva di qualsiasi inflessione o stortura.

    Quando poi finalmente Jackie sfonda in Occidente, al doppiaggio arriva Oreste Baldini che copre alcuni dei film di cassetta di quel periodo: Terremoto nel Bronx (1995), Thunderbolt (1995) e First Strike (1996). Il successo fa portare nelle nostre videoteche altri ottimi titoli, doppiati da Vittorio De Angelis: Drunken Master (1978), Supercop (1992), Mr. Nice Guy (1997, il mio film preferito di Jackie del periodo) e Senza nome e senza regole (Who Am I?, 1998).

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    Raggiunto il culmine, Jackie perde totalmente l’interesse italiano: sia perché negli anni Duemila comincia ad essere un po’ imbarazzante nel suo ripetere ossessivamente coreografie nate negli anni Settanta, sia perché sul finire dei ’90 nel mondo occidentale – e nel nostro Paese in particolare – si comincia a rifiutare violentemente ogni tipo di marzialità. Il genere “arti marziali” scompare dai cataloghi e il massimo consentito nei film è una scena fatta male, di pochi secondi, in un film d’azione: non di più. Il film più “marziale” di questo periodo è Matrix, con un legnoso e incapace Keanu Reeves che fa cose che farebbero morire di vergogna l’ultimo scarto di palestra, ma quello è il massimo che l’Occidente offre alle arti marziali.


    Il cinese Jet Li

    fist-of-legend-vhsPer fortuna esiste una Resistenza che, di nascosto, continua ad apprezzare i buoni prodotti. Così se il grande schermo è assolutamente vietato a chiunque sappia combattere… c’è sempre il mercato home video. Nell’indifferenza più totale e nel disinteresse più profondo arriva in Italia in questi anni la più grande star marziale dell’epoca: Jet Li. Ormai in Italia il genere marziale è prerogativa di pochi rivoluzionari isolati, a cui rimane solo la pessima Cecchi Gori che porta in videoteca film che in Asia sono considerati di culto.

    Jet Li – che da bambino si esibì in uno spettacolo marziale alla Casa Bianca davanti a Nixon – è dal 1980 che sforna film marziali di altissimo profilo nella totale indifferenza del nostro Paese. Quando però nel 2000 la Dimension Films compra alcuni spettacolari film che definire capolavori è riduttivo, l’Italia è lì che scalpita… Che facciamo, lo distribuiamo il più grande divo marziale dell’Asia? Però in Italia c’è il divieto assoluto di presentare film che abbiamo più di trenta secondi di marzialità: in questo curioso Paese si chiama “combattimento” la scena di Mission: Impossible 2 (2000) con Tom Cruise che fa le capriole sulla spiaggia… gli spettatori non sono pronti per un dio marziale come Jet Li. Alla fine, il compromesso arriva: i capolavori marziali arrivano nelle nostre videoteche nel 2001… ma in lingua originale sottotitolati!

    Perché la Dimension Films ha distribuito in Occidente un gruppo di film di altissimo livello di Jet Li? Semplice, perché nel 1998 gli spettatori occidentali hanno scoperto l’attore come cattivo di Arma letale 4. Il celebre produttore Joel Silver sta dicendo a tutti di aver “scoperto” un divo d’azione a cui affiderà prossimi titoli da protagonista (e purtroppo manterrà questa insana promessa) ma si sa che ad Hollywood esiste una legge ferrea per gli stranieri: prima muori, poi fai il protagonista. Jet Li non è MAI morto nei suoi film, addirittura ha girato il remake di Dalla Cina con furore – storico film dove il protagonista muore – ed è sopravvissuto alla fucilazione finale! Jet, come Jackie e come tanti altri attori, impone per contratto di non morire MAI… ma in quel 1998 Silver deve aver messo sul tavolo così tanti soldi che Jet prende e muore.

    lethal-weapon-4-engSubito dopo Arma letale 4 – dove ha la voce di Enrico Di Troia – i suoi film girano per i mercati occidentali e la Cecchi Gori va a raschiare il barile, portando in videoteca La vendetta della Maschera Nera (Black Mask, 1996), dove Jet è doppiato ottimamente da Vittorio Guerrieri. Purtroppo gli italiani devono assolutamente rimanere all’oscuro che c’è un divo marziale in circolazione, perché ufficialmente il genere non esiste più, così scatta un piano diabolico degno del Dottor Male: ogni film di Jet Li… deve avere un doppiatore diverso!

    black-mask-vhs-itaCosì nel 2000 si avvera la profezia di Joel Silver ed ecco il film da protagonista Romeo deve morire (Romeo Must Die, 2000) con la voce di Francesco Prando; Luc Besson, che c’ha l’occhio lungo e in Francia gli attori marziali sono molto amati (pensa che strano Paese…) chiama subito Jet e gli fa girare lo spy action Kiss of the Dragon (2001), con la voce di Francesco Pezzulli; visto che Romeo è stato un flop, Jet prova con la fantascienza e gira l’orripilante e sbagliatissimo The One (2001), con voce di Antonio Sanna – che lo doppia anche nell’ottimo C’era una volta in Cina e in America (Once Upon a Time in China and America, 1997), che la Cecchi Gori prontamente porta in videoteca – e dopo l’imbarazzante Amici X la morte (Cradle 2 the Grave, 2003), con voce di Gaetano Varcasia, per fortuna la carriera americana di Jet può dirsi conclusa.

    Nel 2002 gira quell’immenso capolavoro di storia falsa e revisionistica che è Hero, che alterna immagini potenti ad un revisionismo storico degno del peggior regime, in cui le poche battute dell’attore sono rese in italiano da Fabio Boccanera, lo stesso che doppia il fugace ritorno di Jet negli USA con Rogue Il solitario (War, 2007). Dopo il francese Danny the Dog (2005) con la voce di Riccardo Rossi, la carriera di Jet conosce l’apice e il pedice: Fearless (2006), con di nuovo Fabio Boccanera al doppiaggio, è sia il film più famoso di Jet che l’ultimo decente da protagonista. Possiamo dire che la sua carriera finisce qui.

    sette-spade-della-vendetta-dvd-itaIntanto in videoteca fa furore. Nel 2002 la Elleu porta Le sette spade della vendetta (The Evil Cult, 1993) con la voce addirittura di Claudio Capone; nel 2003 la Columbia esagera e presenta una tripletta di film in pregiate (e costose) edizioni DVD: il wuxiapian classicissimo La leggenda del drago rosso (Legend of the Red Dragon, 1994) con la voce di Vittorio De Angelis, la versione cinese di Die Hard Meltdown (1995) con Massimo De Ambrosis e Contract Killer (1998) con Simone Mori.

    Quasi ritirato, Jet pensa bene di provare a sparare qualche cartuccia facendo capolino nella saga degli Expendables di Stallone, giusto una comparsata inutile per farsi prendere in giro e finire in pernacchia un’onorata carriera. (Sempre meglio di Jackie, che continua a fare il clown nei suoi insopportabili filmetti invece magari di fare il produttore e scoprire altri Jackie, come fecero i suoi maestri negli anni Settanta.) Quando così il 1° settembre del 2010 I mercenari arriva in Italia, il direttore del doppiaggio scopre qualcosa che nei vent’anni precedenti era sfuggito a tutti: Jet Li è cinese…

    expendables-2-movie-poster-jet-liTutti i doppiatori sin qui citati hanno fatto un lavoro eccezionale, donando una voce perfetta all’attore e soprattutto rendendola adatta al personaggio: Jet Li nei suoi film interpreta sempre e solo e rigorosamente l’eroe sì buono ma risoluto se non proprio brusco, che combatte per il bene con la serietà e la seriosità di un maestro di arti marziali. La voce italiana si è sempre adattata alla perfezione a questo ruolo, anche negli inevitabili siparietti comici tipici di Hong Kong. Quando ha recitato con attori occidentali, e gli è capitato spesso, il doppiaggio italiano non ha fatto alcuna distinzione o discriminazione, guadagnandosi le lodi più sentite. Poi però…

    Siamo d’accordo, un omino di un metro e 68 stona un po’ in mezzo a cristoni “ammericani” cresciuti a steroidi, ma è proprio questo il motivo della sua presenza: farlo litigare con i due metri di Dolph Lundgren è appunto il contrasto che voleva Stallone. Siamo d’accordo, è cinese – non della anglofona Hong Kong, proprio della Cina comunista! – e sicuramente avrà un po’ di cadenza malgrado da trent’anni sia un divo del cinema internazionale… ma dargli la voce di Mino Caprio è stato davvero inappropriato. Con tutto il rispetto per il bravo doppiatore romano, il cui lavoro con Peter Griffin meriterebbe un Oscar, il risultato è un distacco troppo forte: sembra che attori veri stiano parlando con un cartone animato!

    Perché non chiamare uno dei tanti doppiatori che hanno donato splendida voce a Jet Li? Perché chiamare una voce così caratteristica per un personaggio che non meritava alcuna caratterizzazione? Quel che è peggio è che questa scena indecorosa può vantare un triste precedente…


    Il maestro Donnie Yen

    highlander-4-endgame-3Il 3 settembre 2001 la famigerata Cecchi Gori porta in DVD e VHS a noleggio un film funesto, il quarto terrificante episodio di una saga che non doveva conoscere assolutamente seguiti: Highlander: Endgame (2000). È comprensibile che gli allibiti spettatori, con gli occhi bruciati da un film tanto orripilante, non abbiano fatto caso che per la prima volta un film occidentale presentava la più grande star marziale asiatica…

    Dal 1984 Donnie Yen porta avanti una grande carriera come attore marziale attraversando tutti i generi che i suoi colleghi più famosi man mano lanciano. Negli anni Ottanta va la comedy kung fu alla Jackie? E lui la fa. Poi va di moda il police drama? E lui ci si specializza. Non dimentichiamo che Hong Kong vive sempre e costantemente di wuxiapian, e lui li fa. E qualsiasi cosa lui tocchi, diventa oro. Quale sarà mai il segreto di Donnie Yen? Credo che sia che non ha mai tentato di arruffianarsi gli americani, come hanno fatto tutti i suoi colleghi, da Bruce Lee in poi. Donnie lavora per i cinesi e l’Asia, e per popoli ultranazionalisti come quelli è un valore che non passa inosservato. Mentre Jackie e Jet si calano le brache davanti ai dollari americani, rovinandosi la carriera, Donnie va a testa alta sfornando film di qualità sempre maggiore, creando prodotti di altissimo livello impensabili per le altre stelle marziali: nessuno dei nomi sin qui citati sarebbe mai stato in grado di interpretare un piccolo gioiello come Dragon Tiger Gate (2006) senza sembrare ridicolmente fuori parte.

    seven-swords-4L’Occidente lo ignora finché non succede qualcosa di inspiegabile e Donnie, praticamente inedito, comincia a fare stupidi piccoli ruoli inutili: che i dollari americani comincino a piacere anche a lui? La vera domanda è: quanto lo hanno pagato per abbassarsi così tanto?

    Lo troviamo dunque nella immotivata comparsata in Highlander: Endgame al suo solito, cioè molto “figo”: Donnie non è un gigione sorridente come Jackie né un serioso taciturno come Jet. Donnie è un cazzuto protagonista che se la comanda ovunque, e piomba in scena come fosse il suo film. Peccato però… che poi apra bocca ed esca fuori la voce di Vittorio Stagni

    Siamo d’accordo, anche Donnie è cinese e sicuramente in un film con attori americani la sua cadenza si nota, ma dargli una voce così fortemente caratterizzata è una scelta discutibile, soprattutto perché poi l’attore assume atteggiamenti da duro che contrastano fortemente con la voce italiana.

    ip-man-1-8Per fortuna il suo piccolo ruolo successivo, lo spadaccino di Blade II (2002), è talmente inutile che l’attore non ha neanche una battuta, e poi nel suo piccolo (e parimenti inutile) ruolino in 2 cavalieri a Londra (Shanghai Knights, 2003) lo si nota appena, anche se ha la voce “normale” di Pasquale Anselmo. Per fortuna i rarissimi titoli di Donnie che arrivano in Italia hanno un trattamento migliore del primo, sebbene da noi vengano distribuiti solo i film in cui l’attore è particolarmente taciturno, tipo il wuxiapian da mal di testa Seven Swords (2005), con la voce addirittura di Pino Insegno. Purtroppo capolavori inarrivabili come SPL: Sha po lang (2005) non sembrano avere speranze di arrivare nel nostro distratto Paese.

    Per fortuna l’enorme clamore internazionale per Ip Man (2008) ha spinto anche i nostri sordi distributori a farlo arrivare in Italia, stupendoci con la scelta coraggiosa di lasciare lo stesso doppiatore – Vittorio Guerrieri – per tutti e tre i film del personaggio, nel 2008, 2010 e 2015.


    Le ginocchia di Tony Jaa

    ong-bak-1-nato-per-combattere-8Donnie Yen non è mai stato lanciato in Italia come star marziale, anche perché in pratica è stato scoperto solamente nel 2008 grazie ad Ip Man. Che finalmente i distributori nostrani abbiano capito che devono smetterla di etichettare “il nuovo Bruce Lee” chiunque abbia gli occhi a mandorla? Eppure ancora nell’estate 2004 i trailer televisivi usavano quell’espressione per lanciare il thailandese Tony Jaa.

    Portato in Francia da Luc Besson e in America dal citato RZA, tutto il mondo – me compreso – dal 2003 aveva gli occhi pieni delle incredibili qualità marziali di Tony Jaa, uno degli allievi del titanico e compianto coreografo Panna Rittikrai. Per un solo mese, quell’agosto 2004, i cinema italiani hanno proiettato il film che invece il resto del mondo ha considerato l’inizio di una nuova èra: Ong-bak. E siccome siamo italiani e siamo famosi per la nostra creatività, gli abbiamo aggiunto il sottotitolo più stupido e banale e sfruttato della storia: nato per combattere.

    Chi (come me) ha avuto modo di vedere già prima il film in lingua originale, sa che il thailandese è una lingua che suona davvero urticante alle orecchie occidentali: è una compilation di miagolii irritanti che mal si addicono ad un eroe marziale. Malgrado la pessima distribuzione italiana, è stato lo stesso da elogiare il nostro Paese per aver dato al protagonista l’ottima voce di Stefano Crescentini. Sa rappresentare perfettamente un action hero totalmente diverso dal solito, senza alcuna dote “americana” a cui siamo abituati, ma grintoso ed abilissimo.

    the-protector-la-legge-del-muay-thai-9Lo studio SEDIF del primo film viene sostituito dal SEFIT-CDC ma rimane Crescentini a doppiare Jaa nella seconda uscita italiana: lo spettacolare The Protector. La legge del Muay Thai (Tom yum goong, 2005), anche qui per il solo mese di agosto 2007.

    Malgrado l’Italia ci metta un po’ a carburare, Tony Jaa è un divo internazionale dal 2003 e gira il mondo organizzando spettacoli dove esegue dal vivo le complicate e pericolose coreografie acrobatiche che si vedono nei suoi film, anche per rispondere alle critiche di chi parla di cavi o di computer grafica. Questo nuoce alla sua carriera da attore e così i suoi film cominciano ad essere rari… e purtroppo sempre più approssimativi.

    Se Ong-bak 2. La nascita del Dragone (Ong-bak 2, 2008) è un esotico affresco della Thailandia ottocentesca – con la voce di David Chevalier per la Technicolor – Ong-bak 3 (2010) è già una traballante ripetizione di cose già viste e un po’ trite – non ho trovato il doppiatore. L’arrivo di The Protector 2 (Tom yum goong 2, 2013) – con la voce di Massimo Triggiani per la CDR – dove recita al fianco dell’ex rapper RZA, è la prova che non si riesce più a trovare qualcosa da far fare all’attore. L’orripilante Skin Trade. Merce umana (2014) – con la voce di Riccardo Scarafoni per Video Sound Service – è la tomba sulla sua carriera, e ormai il destino dell’attore è fare piccole gustose particine in grandi film: come in Fast and Furious 7 (2015) con la voce Massimo Corvo per la CDC SEFIT. Paradossalmente la sua scena di combattimento con Paul Walker, cioè un attore non marziale, ha una qualità molto più alta degli interi film marziali in cui si è lanciato negli ultimi anni.

    ~

    Rimaniamo tutti in attesa del “nuovo Bruce Lee” proveniente dall’Asia, e finora molti bravi atleti si sono attribuiti quella qualifica: peccato che l’aspetto migliore dei loro film… sia l’ottimo doppiaggio italiano.

    L.
    P.S.
    Se simili resoconti vi interessano, vi invito a venire a trovarmi anche sul mio blog Il Zinefilo: viaggi nel cinema di serie Z.

  • Videocommento a Trancers (1984) e alcune note sul titolo e sul doppiaggio

    Vi avevo promesso dei contenuti tappabuchi per il periodo estivo ed ecco il prossimo, un nuovo episodio della serie “i videocommentatori” che pubblichiamo su YouTube. In questo episodio, io e il mio compagno di visioni brutte, Petar, ci siamo visti Trancers (titolo originale Ninja III – The Domination), uno dei film più pazzi prodotti della Cannon di Golan-Globus.

    Due parole sul titolo e sul doppiaggio

    Come molti dei film della Cannon, anche questo ha un doppiaggio curato dal fu Claudio Razzi, già noto per scelte di adattamento piuttosto disastrose (THX-1138 e Space Vampires sono tra le sue vittime più note da queste parti) e sempre arricchite dal suo dipendente preferito, Claudio Capone, che ovviamente trova posto anche nel doppiaggio di questo film.
    Dal punto di vista dell’adattamento, per fortuna, non troviamo drammi degni di questo blog, perché con film non fantascientifici Razzi se la cavava abbastanza decentemente, l’unico elemento inconsueto che ricordo è un “campo da golf comunale” (che in America non trova proprio corrispettivi) e poi, ovviamente, l’invenzione del titolo Trancers!
    Non so quanto questa sia attribuibile a Razzi stesso ma l’alterazione dei titoli dà poco fastidio quando almeno si degnano di giustificarla all’interno del film, come per fortuna è avvenuto in questo caso. Difatti la narrazione apre proprio con la necessaria spiegazione del titolo italiano, dove “trancers” è il nome usato per descrivere una speciale setta di guerrieri ninja immortali che possono essere uccisi solo da altri trancers (e implicitamente si capisce che hanno anche la capacità di trasferirsi in altre persone qualora questi siano fisicamente uccisi da chiunque non sia un ninja come loro).
    “Trancer” era un termine abbastanza di moda all’epoca e deriva ovviamente dalla “trance“, lo stato psicofisiologico, che in quegli anni andava di moda associare anche allo spiritismo. In breve, trancer, stava ad indicare un individuo capace di trasferire sé stesso nel corpo di qualcun altro. La trama verte proprio intorno a questo e trovo che il titolo italiano sia anche più adatto di quello originale. Difatti, il titolo americano non ha mai avuto molto senso per il pubblico statunitense in quanto non esiste nessun film chiamato Ninja né tanto meno è mai esistito un Ninja II, bensì si tratta di un successore spirituale di altri due film a tema ninja della Cannon di Golan-Globus:
    enter the ninjaNinja_la_furia_umana_83
    L’Invincibile Ninja (Enter the Ninja, 1981) con Franco Nero, diretto da Menahem Golan stesso, e Ninja la furia umana (Revenge of the Ninja, 1983), dello stesso regista di Trancers.
    Lo stesso sottotitolo, the domination, non è chiaro a cosa voglia far riferimento… la dominazione di cosa? Una domanda che si sono posti ironicamente anche i ragazzi di Redlettermedia nell’episodio della serie “Best of the Worst” in cui compariva questo film (se capite l’inglese e vi piacciono i “film brutti”, vi consiglio caldamente di seguire l’intera serie).
    Indubbiamente avrebbe avuto più senso un Ninja III – The Possession, vista l’evidente ispirazione (per non dire “plagio”) dei film a base di possessioni demoniache (in particolare L’Esorcista) ma, come tutti i film Cannon, anche questo non prende ispirazione da un solo film ma fa un mix inedito di vari successi di quel periodo, di generi più disparati (in questo caso Flashdance, L’Esorcista e Poltergeist sembrano gli ingredienti principali).
    Se volete saperne di più della Cannon Films e del loro pazzo modo di produrre film, vi consiglio caldamente il documentario intitolato Electric Boogaloo: The Wild, Untold Story of Cannon Films, che potrete sicuramente trovare sottotitolato in qualche sito pirata di vostra preferenza. Solitamente sarei l’ultima persona al mondo a consigliare di rivolgervi alla pirateria ma purtroppo se non sapete l’inglese e necessitate di sottotitoli in italiano, al momento non c’è altro modo di vedere quello che secondo me è uno dei documentari sul cinema più interessanti mai realizzati, insieme a Jodorowsy’s Dune. Quando uscirà anche in italiano vi assicuro che vi consiglierò un acquisto legale, per ora non ci sono altre vie.
    Non posso non consigliarvi anche la lettura delle spassose recensioni di questi film sul blog Malastrana VHS di Andrea Lanza:

    Oggi sono in vena di consigli quindi aggiungo anche una lettura consigliata, un saggio essenziale (dal costo irrisorio di 0,99 euro) del blogger italiano Lucius Etruscus dedicato ai Ninja, tra cinema e realtà: NINJA – Un mito cine-letterario.
    Buona visione e buona lettura a tutti.
    enter the ninja2