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  • Una conversazione con Carlo Marini (2^ parte) – I doppiaggi di Terminator, Platoon, La rivincita dei nerds, Il caso Moro

    Foto di Carlo Marini, doppiatore e direttore di doppiaggio

    Carlo Marini, l’intervistato

    Ma il mio Terminator… me l’hai distrutto!” esordisce al telefono Carlo Marini, direttore di doppiaggio, dopo aver letto il mio articolo sull’adattamento del film, articolo che intitolai molto poco diplomaticamente “Terminator (1984) – Si poteva fare di meglio“. Faccio notare a Carlo che le mie lamentele erano rivolte quasi unicamente al lavoro del dialoghista (come quasi sempre accade in questo blog), non al suo lavoro di direzione del doppiaggio, né alla scelta degli interpreti su cui non ho mai avuto da ridire (eccezion fatta per Glauco Onorato su Schwarzenegger, con le motivazioni già esposte nell’articolo) e la telefonata si conclude con l’invito di Carlo a recensire altri dei film su cui ha lavorato. Cosa che prometto di fare, non solo per curiosità personale ma anche per i miei lettori, perché c’è una filmografia interessantissima nel catalogo dei film il cui doppiaggio fu diretto da Marini, ad oggi poco noto. Proprio sui retroscena del suo ruolo di direttore di doppiaggio, Carlo condivide con me altre storie inedite e aneddoti.

    Questo avveniva, mi vergogno quasi a scriverlo, oltre due anni fa, forse tre. A volte la vita, il lavoro, la famiglia, ci tengono impegnati e il tempo corre più velocemente del previsto. Quello che sembra un batter d’occhio ad un trentenne, può avere un peso ben diverso per un sessantenne.

    Carlo è morto il 5 gennaio 2019, all’età di mio padre, lasciandomi un bagaglio di aneddoti che mi sono stati raccontati in una serie di nostre interviste a telefono e poi un incontro dal vivo su suo invito che dire indimenticabile è dir poco. Definire Carlo un “personaggio” è riduttivo, sicuramente è stata una figura controversa nel mondo del doppiaggio per motivi che posso solo immaginare leggendo tra le righe dei suoi aneddoti (e molti li ho dovuti/voluti censurare per varie ragioni), probabilmente più piacevole da conoscere come intervistato che come collega, ma non si può negare che abbia avuto un posto nella storia del doppiaggio italiano, anche se poco documentato o ricordato. Se non fosse stato per il nipote non avremmo neanche saputo del suo decesso.
    Mi ha sempre chiesto scherzosamente se queste interviste avrei finito di pubblicarle mentre era ancora in vita. In sua memoria mi sono impegnato a finire di narrarle su questo blog e così riprendo da dove avevo lasciato e senza alterare niente, mantenendo anche le mie tradizionali vignette come se non se ne fosse mai andato.

    Evit

    Nella prima parte dell’intervista avevamo lasciato Carlo Marini poco dopo la scomparsa nel 1980 di Emilio Cigoli, suo mentore e figura imperante nel mondo del doppiaggio. Dai primi anni ’80 Marini stesso, con la sua azienda, era in piena attività come direttore di doppiaggio, lavorando sia su film di spessore artistico e intellettuale (gran parte oggi dimenticati) sia su film di maggior successo commerciale, titoli del calibro di Platoon (1986). Ed è proprio dai titoli più celebri che voglio cominciare.

    Terminator, gli “inventati”, Platoon

    Come già accennato, tra i lavori più noti di Marini c’è la direzione del doppiaggio di Terminator (uscito in Italia ai primi di gennaio del 1985) di cui Carlo ricorda prima di tutto una difficile ricerca di una voce adatta per la protagonista Sarah Connor (Linda Hamilton) che ha portato l’esordiente Daniela De Silva ad ottenere la parte. Carlo inizia la sua storia con questa frase: “c‘ha una faccia strana quell’attrice“. Le storie di Carlo iniziano sempre in medias res.

    Linda Hamilton in Terminator nel ruolo di cameriera, la collega che le parla dice in una vignetta: dice c'hai la faccia strana

    Carlo: C’ha una faccia strana quell’attrice… stavo impazzendo perché non riuscivo a metterci nessuna voce di quelle che conoscevo, impazzivo proprio. C’era una ragazza [Daniela De Silva] che era venuta tre o quattro volte a seguire il doppiaggio e le dissi “sentiamo un attimo la voce tua su questa qua” e lei “ma io non l’ho mai fatto, il doppiaggio” – “Ma te lo dico io! Voglio sentire un attimo… cerca di andare a sync il più possibile e non ti preoccupare, voglio solo sentire”. Questa prende, apre bocca… ed era PER-FET-TA!

    Evit: L’ho sempre trovata molto azzeccata sul personaggio. Non ho mai pensato per un momento che potesse essere una doppiatrice alle prime armi.

    Carlo: No! Non alle primealla prima! Purtroppo ha fatto solo quello di film. Insomma le dissi “lo fai tu!”. All’epoca avevo la forza per dirigere, ci tenevo, quindi riuscivo a coinvolgere molto i doppiatori, avevo ancora la forza per crearli da zero e portarli avanti, erano degli “inventati”.
    In uno di questi lavori ricordo che un venerdì sera dovetti partire per Venezia, lasciai in fretta lo studio e la doppiatrice non se ne accorse… e fa buona la prima, e fa buona la seconda, poi ancora tre, quattro, cinque, sei, sette incisioni, otto incisioni… VENTI INCISIONI! Alla ventunesima dice [Carlo imita una voce stanca e disperata] “com’era?” e il fonico “ma, non lo so, Marini è da 24 ore che è andato via”. Erano le sette e venti erano, dico, roba da… va be’, e quindi anche Daniela era un’altra “inventata”.
    Un altro con cui ho dovuto faticarci molto è il mio amico Claudio De Davide che mi avevano messo su Christopher Walken in La Zona Morta e forse all’epoca non era ancora pronto per quel ruolo ma sono riuscito a portarcelo comunque e mi sembra che il risultato finale ne sia la prova. Poi l’ho sentito qualche anno dopo ed era migliorato molto.

    Evit: mi sembra di capire che fossi molto esigente nei confronti dei tuoi doppiatori, specialmente con quelli con ruoli da protagonista.

    Carlo: Molto esigente! Franca De Stradis mi disse che con Il diario di Edith (1983), dove doppiava la protagonista, era giusto che l’avessi diretta così come ho fatto ma che l’avevo fatta finire in analisi, dallo psicologo. Se guardi il film poi capirai perché.
    Come doppiatore io molte cose le sapevo fare per via di Cigoli [Carlo si lancia in un’altra perfetta imitazione di Cigoli] “maaaaa… cosa succederebbe se non rispettassi più la legge, lo hai già fatto?”, come puoi sentire era una recitazione antica che non era più facilmente accostabile con quella di certi nuovi doppiatori. Comunque nelle cose più difficili da articolare Cigoli se ne usciva sempre con un “ci batta dentro Marini”. Tra le tante cose poi mi ha insegnato come aprire, come chiudere, come abbassare la voce, la respirazione, tutto insomma… Cigoli è stato veramente un maestro per me. Poi, dopo, sai, i doppiatori lo prendevano in giro perché intanto il panorama era cambiato, erano cambiati gli attori. Doppiatori come Amendola, che hanno fatto cose bellissime ma che all’epoca di Cigoli potevano fare al massimo qualche caratterista, Amendola avrebbe mai potuto doppiare Paul Newman o Marlon Brando?

    Evit: Erano nuovi doppiatori per un nuovo tipo di attori…

    Carlo: Nuovi attori, diversi, non più bellissimi e quindi sono cambiate anche le voci… ma per molti anni il primo attore è sempre rimasto primo attore, come lo sono stato io, Malaspina, Renzo Stacchi… cioè con una voce non caratteristica, una voce pulita che non riconosci subito. Alle volte non mi riconosco manco io!

    Daniela De Silva nel film Il caso Moro, 1986

    Daniela De Silva nel film Il caso Moro (1986)

    L’ingaggio di Glauco Onorato per la voce del Terminator

    Carlo: Parlando di voci, insomma, in Terminator non ti è piaciuta tanto la voce di Glauco [NdA: Carlo fa riferimento al mio articolo su Terminator, poi gli viene subito in mente un altro aneddoto]… ah, te ne racconto un’altra, di quando ho dovuto chiamare il povero Glauco Onorato per il doppiaggio di Terminator. Gli dissi: “Glauco, senti, ci serve un protagonista”. [Carlo imita Glauco] “Mbè io sempre fatti i protagonisti, sa’, mica…” e io “Glauco, l’unica cosa è che è un film un po’ strano. Insomma, questo protagonista c’ha solo sei anelli.”. [Imitando Glauco] “Che cazzo dici!? Un protagonista co’ sei anelli??? Ma che, sei diventato matto a Marini! T’ha dato de testa er cervello”. Gli dissi “guarda però non ti preoccupare, io non è che ti pago solo per i sei anelli, ti do una cifra adeguata al personaggio”, e una certa cifra gli ho dato, ora non mi ricordo quanto ma era consistente, e lui mi fa “ah, vabbè, vabbè, allora vengo”. Da quel momento in poi mi ha sempre ringraziato, diceva di me: “io devo a lui che mi ha dato questi due anelli veri e quattro erano proprio tutti… effettati, però lo devo a lui se c’ho sempre fatto un sacco, se ho chiesto sempre un sacco de sordi”. Questo per dirti di Glauco su Terminator.

    E qualcuno all’epoca cominciava già a volere le voci dei doppiatori uguali a quelle degli attori americani, con lo stesso timbro di voce. Ci potevi mettere un cane, che abbaiava proprio, con una voce che non gli stava tanto bene, con una voce che lo stesso attore americano direbbe “mamma mia che voce brutta che c’ho”… ma se aveva lo stesso timbro allora andava bene. A quel punto mi sono molto amareggiato. Adesso poi è quasi impossibile perché dicono “sai, ci sono i dischi ora [NdA: i DVD] dove sono presenti sia l’inglese che l’italiano e non si devono sentire differenze”… ma che cazzo te ne frega?! Tu senti l’italiano, poi senti l’inglese, se ti piace di più l’inglese te lo senti in inglese e ti ciucci la voce sua vera… io ti propongo una voce forse più giusta per l’orecchio nostro.

    Evit: Una delle interferenze dall’estero che più gravano sui doppiaggi moderni sono le interpretazioni fotocopia.

    Carlo: Tanti attori americani sono mooolto bravi eh, devo dire che se riesci a stargli appresso… però l’inglese è proprio un’altra lingua, un modo di recitare diverso, come anche il francese [imita comicamente il francese con voce nasale misto a pernacchie], c’hanno un altro modo. Gli inglesi, e soprattutto gli americani, hanno quel … [Carlo si lancia in un’altra comica imitazione del suono della lingua inglese] WAAAhhh-Waah-Weh-weh! Tu non so se hai visto Platoon.

    Evit: Sì.

    Carlo: Ecco, quello l’ho diretto io e c’avevo Oliver Stone vicino, per tre turni, è stato lì attaccato a me in sei metri quadri di stanzetta e a lui gli è andata anche bene, perché ad altri… ah, a proposito, avrai da ridire senz’altro sull’adattamento di Platoon.

    Evit: Veramente, no. [rido] Anzi, forse un giorno dovrei parlarne sul blog.

    Carlo: Te lo chiedo perché quello che dicevano gli attori nel film in inglese spesso divergeva molto dal doppiato, perché quella originale era roba da andare in galera: “bocchinaro demmerda”, “tu madre la deve pigliare nel culo da tu’ zio”… roba così.

    Evit: È comprensibile un’alterazione delle parolacce nell’adattamento italiano, in America, così come in altri paesi, la percezione di ciò che volgare è ben diversa dalla nostra… se si dovesse tradurre alla lettera tutto si avrebbe anche una differente percezione di espressioni, che magari risulterebbero esageratamente offensive per un italiano mentre invece gli americani non le trovano poi così esagerate.

    Carlo: eh, lo so, però tu capisci che questi… vai a dire “fagli male” e invece quello in lingua originale diceva “rompigli il culo”, “fagli un culo come una cosa”, dicevano cose così… oppure “Ho-Chi-Min…” ora non mi ricordo [NdA: la frase che Carlo non ricordava esattamente o che non ha avuto il coraggio di terminare era Ho-Chi-Min succhia i cazzi ai morti (“sucks dead dick”) che l’adattamento italiano traduceva con Ho-Chi-Min è un rotto in culo].
    Lì ho dovuto alzare l’età un po’ di tutti perché ragazzi di vent’anni non c’erano. L’ho dovuto doppiare persino io [NdA: Carlo dava la voce a Chris Pedersen]… pensa che l’ho dovuto finire di doppiare alle quattro e mezza… e a mezzanotte è andato al cinema!

    Evit: Accidenti!

    Carlo: E quindi figurati!

    [Platoon uscì in Italia il 13 marzo 1987. Fonte IMDb]

    2014 Beijing International Film Festival - Director Oliver Stone Interview

    Oliver Stone

    Le voci di Marini, Edward – mani di forbice

    Carlo: Poi ho doppiato William Hurt in Gorky Park, Michael Cain in Vestito per Uccidere di Brian De Palma, anche quello un cult movie. Michael Caine l’ho doppiato altre volte, spesso in realtà, tranne in Quarto Protocollo dove non l’ho doppiato perché in quel film dirigevo il doppiaggio e l’ho dato ad un altro, stupidamente.

    Evit: È difficile dirigere e doppiare allo stesso tempo?

    Carlo: Non è quello il problema, è che in queste situazioni se facevo contemporaneamente il direttore, poi doppiavo una piccola parte e interpretavo pure il protagonista poi si lamentavano che mi stessi accaparrando un po’ troppi ruoli (e stipendi). Che poi io ho sempre avuto un senso di autocritica, sapevo se la mia voce sarebbe potuta stare dietro a quella di un attore, l’accordo di Do con la voce lo facevo tutto e, non so se tu sai qualcosa di musica…

    Evit: sì, ho studiato pianoforte.

    Carlo: allora capirai che fare direttore e anche il doppiatore può andar bene finché l’attore da doppiare rimane entro l’accordo di Do ma se con la voce devi fare una settima allora lì devi essere diretto da qualcuno. Al Pacino ad esempio non ha un accordo preciso, non fa “do-mi-sol” manco a morire, ha tutte settime, sbalza continuamente.

    Evit: Non immaginavo che nel doppiaggio si pensasse alla voce anche in questi termini.

    Carlo: No, no, questo lo faccio io. Questo discorso lo facevo io e non lo sentirai fare da nessun altro.

    Al Pacino in Angels in America dove era doppiato da Carlo Marini

    Al Pacino in Angels in America (2003) dove era doppiato da Carlo Marini

    Chiedo a Carlo qualcosa in merito alla scelta dei titoli italiani, prendendo ad esempio Interceptor, per capire chi sceglie i titoli per la distribuzione italiana e come funzionino i dietro le quinte:

    Ma guarda, [i dietro le quinte della distribuzione] non li conosce nessuno alla fine. All’epoca, per “Interceptor” mi chiamarono per doppiare e basta. Anche dopo, da direttore di doppiaggio, non ero io che suggerivo i titoli, al massimo li può suggerire l’adattatore. Qualcuno richiede di proporre tre titoli italiani ma questo sui filmetti, invece sui film grossi dove alle spalle ci sono la Warner, la Fox, la Columbia… lì decidono tutto loro.

    Essendo in tema di titoli, faccio notare a Carlo un errore tremendo nella titolazione di un film da lui diretto, Edward – Mani di forbice (l’errore è nelle forbici che non esistono al singolare).
    Il titolo che gli hanno dato è Edward mani di “forbice”? – chiede un po’ incredulo Carlo – …cioè al singolare, non al plurale? Ma pensa tu… ma come fai caso a queste cose? -. Sono nato curioso indagatore ma anche rompiballe.

    Johnny Depp in Edward mani di forbice

    Evit: Ti ricordi qualcosa di “Edward – Mani di forbice”?

    Carlo: Beh, quello è un film stupendo… sì, ricordo Johnny Depp e il suo doppiatore (Fabrizio Manfredi). Edward anche in italiano aveva una voce stupenda, un’umanità fantastica… perché ci azzeccavo nella scelta degli interpreti. E la Romagnoli sulla presentatrice Avon, non era fantastica? Anche lei aveva fatto mooooolto poco, qualche brusio, qualche cosa così. La prima cosa grossa l’ha fatta con me in Edward Mani di forbici… e per me ci stava, non mi dire niente perché ci stava da Dio! Ta-tan ta-tan ta-tà! [Carlo imita la gaiezza dell’interpretazione della Romagnoli.]

    Evit: Si tratta di uno di quei film che non sento di dover guardare in inglese e questo è un mio grande complimento. Un ottimo lavoro.

    Prima di procedere, Carlo dispensa un consiglio d’essai:

    Comunque vediti Cuore di vetro di Herzog, non te lo puoi perdere. È un altro di cui ho diretto il doppiaggio. Nel film gli attori erano in stato di ipnosi, Herzog li ha fatti ipnotizzare e li ha mandati sul set. La voce del narratore è la mia, quella di Hias. I miei doppiatori non li feci ipnotizzare ma adesso non ricordo cosa congegnai all’epoca per doppiare quei personaggi. Qualcosa feci di sicuro.

    La Rivincita dei Nerds, Il caso Moro, aneddoti

    Cast del film La Rivincita dei nerds nel quale il doppiatore Fabrizio Mazzotta doppiava il più piccolo del gruppo

    Il nostro amico Fabrizio Mazzotta era il piccolo “nerd” in prima fila al centro, proprio davanti al “dottor Mark Green” (Anthony Edwards).

    Evit: Ti ricordi la direzione del doppiaggio di La Rivincita dei Nerds?

    Carlo: L’uno e il due.

    Evit: Hai diretto anche il secondo?

    Carlo: Sì, sì, anche il due. Il terzo no.

    Evit: Non sapevo neanche ci fosse un terzo. Ti ricordi come mai la scelta di lasciare la parola “nerds” nell’adattamento e quindi nel titolo? Adesso è un vocabolo molto più conosciuto ma all’epoca era probabilmente la prima volta che lo sentivamo in Italia.

    Carlo: questo era coso, un bravissimo adattatore della Fox, lo faceva… era un adattatore famoso, li faceva quasi tutti lui. In realtà erano due adattatori, anzi tre, compresi che due erano fratelli, uno molto bravo, l’altro bravo solo perché si chiamava come il fratello… purtroppo ora non me li ricordo.

    Evit: Li scegliesti tu gli interpreti?

    Carlo: Nei Nerds? Non ricordo. Ricordo che c’era Glauco (Onorato) su John Goodman, l’allenatore, poi c’era Fabrizio Mazzotta e Massimo Corizza, anche lì c’è un aneddoto tutto da ridere… comunque con i Nerds ci siamo divertiti, c’era pure Maurizio Mattioli che faceva “AAAAAAHRRR”, il personaggio Ogre.

    Il personaggio di Ogre nel film La rivincita dei Nerds, doppiato da Maurizio Mattioli

    Informazione inedita: era Maurizio Mattioli ad urlare NEEEEEEERDS!!! Non lo troverete scritto altrove.

    Carlo: Ti posso raccontare un aneddoto su Maurizio Mattioli durante il doppiaggio su un film italiano di Giuseppe Ferrara, Il caso Moro (1986). La scena è questa: Fono Roma, scena di due macchine, quella di Moro e quella dietro, cadaveri a terra, cadaveri dentro, quasi si sentiva la polvere da sparo anche dalla pellicola; organizziamo il brusio, tu ti prendi quel poliziotto là, io mi prendo quello, una ragazza si prende quella vecchietta là, etc… [Carlo imita i cosiddetti brusii] “Ho sentito degli spari”, “largo, largo! Per favore, fate largo!”, poi in un momento in cui altri parlavano si sente Maurizio Mattioli che fa “e state indietro! Non è successo niente!” – faccio fermare l’anello – “ferma, ferma! Ah, Mauri’! Ma come non è successo niente!? La storia d’Italia! Hanno ammazzato uno che voleva fare il compromesso storico coi comunisti e tu dici non è successo niente?”

    Evit: Sembra una battuta di un film parodistico.

    Carlo: …Cinque morti lì per terra! Moro venne rapito, non volava una mosca a Roma quando avvenne… “Non è successo niente!” [ride]. Va be’, niente, la Rivincita dei Nerds, bellissimo!

    È curioso notare come Daniela De Silva, la voce che Marini scelse per la protagonista di Terminator, aveva invece un ruolo di attrice proprio nel film Il caso Moro dove interpreta Maria Fida Moro.

    Scena di Una pallottola spuntata quando Leslie Nielsen dice che non c'è niente da vedere mentre dietro di lui esplode tutto

    Il caso Moro (1986)

    (Continua con una terza e ultima parte)

  • Una conversazione con Carlo Marini – Aneddoti e curiosità sul doppiaggio che non c’è più (1^ parte)

    CarloMarini1

    Carlo Marini, classe 1950.


    Un preambolo lunghiiiiiiiiissimo!

    Il mondo del doppiaggio è un argomento che oggi appassiona un numero sempre maggiore di italiani, molti si sono avvicinati a questo argomento probabilmente partendo dalla curiosità di scoprire il nome associato ad una voce che continuavano a riconoscere (e magari ad apprezzare) in svariati film. Il passo successivo ovviamente è la scoperta di forum e siti web dove altri, accomunati dalla medesima curiosità, si sono ritrovati per condividere informazioni in merito.
    Internet è diventato un ottimo archivio di informazioni su questo mondo che fino agli inizi del 2000 era di difficile indagine, a meno di non conoscere direttamente qualcuno del settore capace di indicare voci e nomi dei protagonisti nell’ombra.
    Gran parte della conoscenza riversata su internet deriva da appassionati con l’orecchio fino ma anche dai doppiatori stessi i quali, in epoca di connessione per tutti, possono finalmente uscire dalle ristrette cerchie di amici ed arrivare ad informare chiunque, condividendo le proprie conoscenze, aiutando a mettere insieme i pezzi del puzzle.
    Questi input contribuiscono più o meno direttamente a far luce sulla lunga storia del doppiaggio e talvolta influenzano (non intenzionalmente) anche la fama di determinati nomi. Molti dei miei lettori avranno familiarità con nomi tipo Tonino Accolla, Luca Ward, Pino Insegno, Claudio Sorrentino, Michele Gammino, etc… questi infatti hanno la fortuna di essersi ritrovati, all’apice della carriera oppure ancora in piena attività lavorativa nell’era di internet, diventando volti noti (o perlomeno nomi noti) di un settore che fino a qualche decennio fa era solitamente quasi del tutto anonimo.
    Il limite di questa incredibile possibilità di accesso alle informazioni pubblicate on-line sul mondo del doppiaggio (e che prima di Internet erano praticamente insondabili ai più) sta nel fatto che, i doppiatori la cui carriera si è conclusa nelle decadi precedenti alla diffusione di internet, non avranno mai la stessa importanza (almeno agli occhi di un neofita) dei Luca Ward di turno. Mi perdoni Luca Ward, lo prendo ad esempio giusto per la sua popolarità ma non per altro motivo. Quello che non appare su siti come AntonioGenna.net sembra quasi non esistere agli occhi dei più, ma che dico “sembra”… non esiste proprio! E a un’indagine qualsiasi sul web si può giungere per esempio al paradosso di avere un Roberto Chevalier (classe 1952) che sembra aver diretto più doppiaggi di Emilio Cigoli (classe 1909). Cosa impossibile, fidatevi.
    Mentre la maggior parte degli appassionati di questo “universo” si avvicina ad esso a partire dal riconoscerne le voci, il mio approccio, come già molti di voi sapranno, è forse un po’ più inconsueto. Da bilingue e appassionato di cinema sono arrivato al mondo del doppiaggio analizzando gli adattamenti e soppesandone le scelte lessicali, cosa che tutt’oggi mi ostino a fare ed è ciò con cui il mio blog Doppiaggi Italioti si è fatto conoscere anche tra diversi professionisti del settore. Non sono mai voluto andare molto oltre per non sconfinare in argomenti di cui non sono esperto e che reputo comunque totalmente soggettivi (sebbene molto in voga sul web), come il giudicare la recitazione di un doppiatore, cosa che evito di fare in negativo salvo casi lampanti, ed ho sempre ribadito di non essere in alcun modo un conoscitore (e riconoscitore) di doppiatori.
    Per questo, alla prima domanda che mi ha posto Carlo Marini “tu sai chi è Emilio Cigoli, no?”, sono cascato dal pero. Perché, così come tanti altri, anche io mi sono avvicinato al mondo dei doppiatori basandomi su ciò che è reperibile su internet… lo stesso internet dove, sì, la voce di Cigoli è segnalata su centinaia di opere più o meno famose e volti noti del cinema americano (John Wayne, Gary Cooper, Clark Gable, Gregory Peck… tanti ce n’è), ma dove egli appare come direttore di doppiaggio unicamente in un paio di produzioni, un paio… di numero, quando invece la verità è che dagli anni ’40 agli anni ’70 Cigoli nelle sale di doppiaggio era una vera e propria divinità (o “egemone” forse preferiranno definirlo i suoi scissionisti), non solo come doppiatore ma soprattutto come direttore… e Carlo Marini, già alla fine degli anni ‘70, era presto diventato il suo pupillo.
    Quindi, con la medesima ignoranza comune a molti (poi subito colmata ovviamente), chiamo Carlo al telefono basandomi sul suo curriculum “on-line”, senza avere alcuna idea del suo ruolo da protagonista nella scena del doppiaggio a cavallo tra anni ’70 e ’80, cosa che avrei scoperto di lì a breve.

    emilio-cigoli2

    Le interviste migliori iniziano con la domanda “tu sai chi è Cigoli?”


    Il passaggio al nastro magnetico a più piste, Frank Agrama, The Immortal.

    La conversazione di oltre un’ora inizia con una mia semplice domanda da scolaro, “come è cambiato tecnicamente il modo di fare doppiaggio?”, ma è subito chiaro che Marini ha milioni di cose da raccontare! Dalle serie televisive americane su nastro che venivano copiate su pellicola verdognola 16mm tramite il vidigrafo (per creare i famosi “anelli” su cui incidere il doppiaggio) si vola quasi subito a “quella volta in cui a me e Cigoli ci chiamarono in America, da Agrama, per doppiare The Immortal… dal famoso Agrama, quello che è stato inquisito insieme a Berlusconi per i film che comprava a maggior prezzo… insomma, quell’Agrama lì”.

    Se in un primo momento mi è difficile capire il motivo di questo salto apparentemente pindarico, Carlo, dopo molti aneddoti riguardo il doppiaggio di questa serie e riagganciandosi alla mia domanda iniziale, arriva al punto del discorso: Frank Agrama, con la scusa (fasulla) di voler doppiare direttamente in America suddetta serie televisiva, aveva convocato a Los Angeles doppiatori italiani professionisti per testare i primi sistemi di incisione su nastro magnetico che avrebbero mandato in pensione tutto il complicato sistema basato sul pellicola, fino a quel momento necessario per incidere la traccia audio doppiata:

    Da quel momento in poi non è stato più necessario il gran macello che dovevamo orchestrare con il sistema a pellicola. Questo comportava prima un riversamento su pellicola col vidigrafo, poi doppiare in sala con il proiettore da 16 mm, con la necessità di avere due operatori, poi il tutto passava alla moviola perché bisognava missare e sincronizzare con la parte visiva… e sto omettendo dal discorso le parti in cui aspettavamo che arrivasse la pellicola dal laboratorio di stampa. Se volevi risentire quello che avevi inciso la settimana prima, non era possibile! Era un incubo dirigere un doppiaggio in questa maniera, anche se io per fortuna non ho mai diretto con questo sistema.

    Arrivato il sistema a nastro magnetico, l’unico inconveniente furono le quintalate di ferro buttate al vento.

    Mi spiega poi che il sistema di registrazione su nastri magnetici da un pollice (o “pollicione”, come lo ricorda Carlo) veniva testato alla fine degli anni ’70 negli Stati Uniti, dove era stato inventato. La sua convocazione risale al ’79-’80 circa, anche se Carlo non ricorda la data con certezza. Il vantaggio immediato del nuovo sistema era quello di poter registrare separatamente ciascuna voce e poi di missarle tutte insieme in un secondo tempo, ma soprattutto la possibilità di poter “mandare indietro” e risentire immediatamente ciò che si era appena registrato, senza le attese di sviluppo fotografico degli anelli del vecchio sistema a pellicola!

    Poi sono arrivati i sistemi di montaggio video, macchine diverse da quel “pollicione” e, insomma, le cose si sono evolute. C’è stato prima il Fostex, poi l’Avid, eccetera. Il passaggio ad altri sistemi è stato beneficiario per le società di doppiaggio, sia dal punto di vista pratico sia economicamente. Quando siamo passati al multipista, avevi a disposizione 16 o anche 24 piste audio. Io ad esempio mettevo Marini su una pista, quella su un’altra, quello su un’altra… e sentivo insieme se suonava bene. Ma a quel punto chiunque lo poteva fare, capito?

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    TASCAM 85-16B uno dei più celebri registratori a nastro da 1 pollice, a 16 piste. Prodotto dal 1979 al 1984

    Prima dei registratori a nastro magnetico il direttore di doppiaggio guardava il film ed aveva il compito di ricordare a mente, senza poterle risentire al momento di registrare, le varie intonazioni “e le varie incisioni!”, ci tiene a precisare Carlo.
    Ne’ La Zona Morta, ad esempio, quando il protagonista scrive alla fidanzata, la sera, alla fine del film… su quella feci, uh… 7 incastri! 10 incisioni, 7 incastri. Ma così, a mente! Perché mettevo i puntini… quello che mi piaceva… poi lo cancellavo, poi lo rimettevo, a seconda di come il doppiatore me la faceva.
    “Quindi nei doppiaggi di un tempo – chiedo io – una più libera interpretazione sui personaggi doppiati era in parte anche dovuta al sistema di registrazione in uso che, a livello tecnico, richiedeva…”. Carlo mi interrompe con la voce dell’esperienza: “Eh, richiedeva… richiedeva due bei coglioni!”.
    Chiedo maggiori informazioni sulla serie The Immortal che erano andati a doppiare in America, la storia inizia quasi come una barzelletta:
    C’era Cigoli, Renzo Stacchi, Emanuela Rossi con Massimo Rossi in veste di accompagnatore della sorella Emanuela, che dopo s’è messo lì anche lui a doppiare. Eravamo strapagati, eh! Tutto il giorno stavamo in giro a spasso e a mezzanotte iniziavamo a doppiare! Alla fine hanno capito che non potevano far così, con Cigoli che purtroppo già non stava bene e io che mi facevo quasi tutti i personaggi. Stacchi doppiava il protagonista, ma tutti i co-protagonisti, incluso Fletcher, in poche parole li doppiavo io.
    Ma non ce l’avevano detto il motivo per cui fummo convocati, io l’ho capito dopo, altrimenti avremmo chiesto molto di più.

    L'immortale_(serie_televisiva)

    Ora potete correre su Wikipedia ad aggiornare pure questa


    La prima società di Marini, Craxi, i portieri dei socialisti.

    Carlo oggi non lavora più nel doppiaggio per problemi con i colleghi, problemi sui quali, per il momento, sorvola e puntualizza che in ogni caso già non doppiava più da tempo in quanto era prevalentemente alla direzione dei doppiaggi, con una sua società dagli alti fatturati e grazie alla quale, di punto in bianco, era diventato un padreterno”!
    Gli domando come abbia fatto di punto in bianco a far decollare la sua azienda e Carlo, candidamente, re-inscena un dialogo che ha valenza storico-culturale e probabilmente è ancora valido tutt’oggi in Italia:
    Mi dissero: “se non ti fai raccomandare, non ti possiamo dare più nemmeno un film da doppiare!”. Dico: “ma ho lo stabilimento di doppiaggio, ho le macchine, le telecamere, c’ho tutto, ho 16 dipendenti…!” “EEE-ehehe-eee, eh ti devi fare raccomandare”.
    Per avere le commissioni ci si doveva raccomandare presso membri del partito a quel tempo in carica quindi, nel caso di Marini, dai socialisti. Così Marini tira fuori un altro aneddoto che potrebbe sembrare una scena di un film di Monicelli:
    Io avevo fatto delle grosse cortesie, sia a Craxi che a Martelli che a Tiraboschi… dico: “m’hanno detto che mi devo fare raccomandare, però non so da chi. Chi è che mi deve raccomandare?”, dice: “non ti preoccupare”. Poi un giorno mi chiama Angelo Tiraboschi e fa “adesso ti porto da Enrico”, dico “Enrico chi?” “Manca, no???”… spunta fuori che Tiraboschi e Manca erano amici. Dopo essere stati da Manca, il giorno dopo stesso, mi chiama [uno dalla RAI]: “Tu sei matto Marini, io adesso te devo da’ nove mijardi de lavoro! E non so come fare, perché non ce l’ho!”. Gli dico “e vabbé dammene di meno, ma che me ne frega!” e lui: “tu poi vai a parlare direttamente con Manca…!”, gli rispondo: “ma me l’hai detto tu di farmi raccomandare, me l’hai detto tu che conoscevi Tiraboschi, Martelli e Craxi”, e lui mi risponde “ma qua sono tutti raccomandati dal portiere del palazzo accanto, che è amico della moglie del figlio del portiere che sta da Craxi”.
    Capito? Ci si raccomandava ai portieri dei politici… e io invece ero andato direttamente da Enrico Manca.
    [ride]
    Difatti Angelo mi disse “mbé guarda, se mi chiedevi di fare un tratto di strada ferrata della direttissima Roma-Firenze faticavo de meno”. Per lui poi, che era abituato a dare a 
    Longarini 870 miliardi l’anno(!), sarebbe stata una stronzata e questo invece per prestare 9 miliardi l’anno a me… capito?

    La società di Marini si chiamava F.C.M., Carlo svela che l’acronimo stava per “Fernando Carlo Marini”. Fernando era il padre di Carlo che poi abbandonò esclamando “qua siete tutti matti!”. Successivamente l’azienda venne divisa in due: la FCM, per i doppiaggi per RAI e altra televisione, e l’Omega per i film.
    Carlo ribadisce che senza raccomandazioni non potevi lavorare in alcun modo. Nel 1991 produsse anche un film, Le mosche in testa, che all’epoca, dice Carlo, ebbe un gran successo al botteghino e gli fruttò 200 milioni di lire che arrivarono inaspettatamente in un periodo in cui era già “in discesa”.

    portineria

    Qui raccomandazioni


    Il teatro, lo schnauzer gigante del figlio di Claudio Villa, i primi brusii.

    Con brevi accenni ai suoi vent’anni, a ville del ‘500, grandi feste con ballerine, due anni di medicina ad Ancona, una forte amicizia con il figlio di Claudio Villa, etc… Carlo Marini ricollega la sua vita al mondo del doppiaggio partendo dal suo incontro con il regista teatrale fiorentino Franco Enriquez in occasione di un suo spettacolo allo Sferisterio di Macerata.
    Quando me lo chiese, gli dissi “a me sarebbe sempre piaciuto fare teatro, cinema… ma studio medicina” e lui: “ah, dai, vienimi pure a trovare a settembre al Teatro Argentina, chiedi di me e non ti preoccupare”. Qui Marini imita l’accento toscano di Enriquez: “Minima parte, minima paga”.
    CarloMarini2Ci andai e recitai in Coriolano (1975) e Il Sipario Ducale (1976), due lavori. Poi feci un film e mi doppiai nel film (“
    Cugine mie”, di Marcello Avallone, 1978). Quando mi sono doppiato in quel film, Rino Bolognesi mi disse “ma sai che tu potresti far doppiaggio?”, da lì entrai nell’ambiente, anche tramite il figlio di Claudio Villa, Mauro. Io ero molto amico di Mauro e poi di Claudio stesso. Pensa che sono andato al suo matrimonio e sono stato vicino alla famiglia quando Claudio morì.
    Con Mauro andammo a vivere in due appartamentini vicini l’un l’altro, io avevo un alano, Tommy, e lui aveva uno schnauzer gigante, io c’ave-… ma insomma tutta storia che non è che conti molto, però qui collego un po’ tutto, la mia vita con il doppiaggio… Parliamo dunque del doppiaggio: la madre di Mauro era Miranda Bonansea, la 
    doppiatrice di Shirley Temple. Col passare degli anni aveva perso questa cosa ed era diventata assistente al doppiaggio. Lì, un po’ una mano me l’ha data. Mi faceva chiamare per fare qualche “brusio”, cosette.


    Cooperativa Sincrovox e l’incontro con Emilio Cigoli.

    Carlo: Poi da lì mi chiamano alla Sincrovox, era un’altra società, dove c’era Cigoli ma non lavorai subito con lui perché mi misero in guardia inizialmente: “no, ancora non ti mandiamo da Cigoli, perché forse non sei ancora pronto. Non ti mandiamo perché, sai, Cigoli è uno tosto”.
    Cigoli era uno che “MMMhhh… Marini!!!” [Carlo imita un tono di rimprovero di Cigoli]… lui ti diceva come la dovevi fare la frase. Se non la facevi uguale a come diceva lui…
    Evit: Te ne andavi?
    Carlo: No, al contrario. NON te ne andavi! Fino a che non gliela facevi uguale non te ne andavi a casa!
    Dopo mie insistenze, alla fine mi dicono: “va bene, va’ a fa’ sto brusio co’ Cigoli, vedi un po’… perché se te pija de storto, poi dopo sei finito”. Porca miseria, pensai!
    La prima volta che andai da Cigoli fu per un brusio su un film italiano ed eravamo un piccolo gruppo di persone, ognuno con una battuta diversa – a me credo fosse toccata una battuta del tipo  “Ma sta cadendo la neve!” – e Cigoli dava a ciascuno di noi indicazioni su come doveva esser fatta la battuta.
    Devi tenere presente che quando sentivi Cigoli sembrava di parlare con Gary Cooper o con John Wayne! Perché, anche il microfonino filtrato che c’è tra la sala di doppiaggio e la cabina di regia, a lui non “tagliava” la voce, era proprio come sentire John Wayne in persona che parlava con te.
    A fine anello Cigoli dice [Carlo ancora una volta imita la voce severa di Cigoli]: “chi ha detto Sta cadendo la neve?”. Porca buttana – pensai – ecco, m’ha beccato! Gli rispondo con voce timorosa “sono io, signor Cigoli, Marini”. “Molto bene, dopo, alla fine, venga qui che le devo parlare”. [Carlo emette un verso strozzato, temeva il peggio]
    Il colloquio andò diversamente da come temevo e infatti da lì son diventato il pupillo suo, mi ha aperto tutti i cassetti. Cigoli alla fine diceva di me: “a Marini non gliela ricordo tanto la fa come vuole lui”. In realtà dovevi fare sempre come voleva lui e molto spesso non ci azzeccava tanto, però il cassetto intanto te lo apriva! Sapeva come funzionava quello, quello, quello e quello. Delle volte mi faceva aprire un cassetto che io non ero d’accordo… infatti, anche in Interceptor, dove lui era direttore, purtroppo c’è una frase che è raccapricciante…
    Evit: Quale?
    Carlo: “AHAaaahARRRGHGHGHHG!!!”, una cosa così. Ma d’altronde se non gliela facevi uguale a come la voleva lui non passavi.
    Il primo film importante che ho doppiato con Cigoli e per cui non sono andato neanche in viaggio di nozze è stato L’Inferno Sommerso, nel ’79, dove doppiavo Michael Caine. Da lì poi ho iniziato la mia carriera, ho diretto il doppiaggio di Bolero Extasy (1984) (NdA: della Cannon Film!), poi ricordo Sotto Tiro (1983), bellissimo film, con Gene Hackman, Nick Nolte e Johanna Cassidy… da lì ho cominciato praticamente a lavorare sui film americani con invidia crescente dei colleghi e poi anche per la RAI.


    Aggiorniamo qualche pagina web.

    A questo punto dell’intervista sono desideroso di chiedere a Carlo maggiori informazioni sugli interpreti e le curiosità di doppiaggi di cui su internet si trova poco. Quando chiedo della sua voce sul protagonista in Punto Zero (1971) Carlo risponde “non me lo ricordo, dovrei rivederlo, ma sai quanti ne ho fatti che non ricordo…“, purtroppo lo stesso capita quando gli chiedo se ricorda di altri colleghi in Interceptor – Il guerriero della strada, un film nel quale Marini come protagonista avrà avuto sì e no 16 battute (letteralmente) e quindi avrà passato poco tempo in sala di doppiaggio. I ricordi più solidi riguardano il primo film dove mi conferma che Cigoli dava la voce al capitano, quello pelato con i baffi, oltre ad essere il direttore di doppiaggio del film stesso (non è chiaro chi ha diretto il secondo film visto che il film è del 1981 e Cigoli è morto nel 1980). Mi conferma poi la voce di Mirella Pace come moglie di Rockatansky, sempre nel primo Interceptor (fino ad ora il nome della Pace era seguito da un punto interrogativo sul Genna) ed accenna anche al terzo film della serie (dove abbiamo Massimo Giuliani su Mel Gibson):
    Carlo: Poi per il terzo volevano me alla Warner ma qualcuno gli disse che mi ero trasferito in America, addirittura con i cavalli che avevo portato lì – perché all’epoca avevo un’azienda con i cavalli etc…
    Evit: ho capito.
    Carlo: hai capito, va’!
    Evit: in pratica ti hanno fatto le scarpe sul terzo film.
    Carlo: Sì, sì, sì! Anche perché poi Massimo Giuliani, che Dio lo perdoni… perché Sorrentino, ci sta bene, ma Massimo Giuliani… terribile su Mel Gibson!

     


    Troverete ulteriori curiosità in esclusiva e divertenti aneddoti sul mondo del doppiaggio nella seconda parte dell’intervista con l’attore, doppiatore e direttore di doppiaggio Carlo Marini; di prossima pubblicazione.

    interceptorDVD

  • Interceptor, il guerriero della strada – Un doppiaggio d'altri tempi per un film d'altri tempi

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    Il secondo Mad Max si rivela un seguito essenzialmente diverso e migliore. È l’equivalente post-apocalittico de’ La Casa 2, ovvero contiene tutto ciò che il regista avrebbe voluto mettere nel primo film, ma finalmente con i soldi per poterlo fare!
    Gli diedero il budget più alto mai speso in Australia fino ad allora per un film. L’Australia non è Hollywood, quindi un budget simile rimane comunque nel limite del “ti aggiungiamo uno zero al costo del tuo primo film… e ci stiamo dissanguando”; il quale film, ricordiamo, era stato finanziato praticamente da Miller stesso attraverso turni extra di guardia medica (a quei tempi Miller era appena laureato in medicina). Ciononostante, anche quel solo zero in più sull’assegno permise a George Miller di fare tutto ciò che aveva in mente di fare.
    Basta(!) quindi con la retribuzione degli stuntmen non professionisti a suon di casse di Peroni gelate e mai più sarebbe ricorso al furto con destrezza di cartelli (e oggettistica varia) presi “in prestito” dai portici dei negozi dell’outback australiano prima dell’orario di apertura. Adesso Miller poteva permettersi un vero e proprio set futuristico costruito nel bel mezzo del deserto australiano (e di farlo poi saltare in aria alla fine del film), poteva permettersi anche dei veri costumi, un numero maggiore di veicoli da sfasciare, dei veri stuntmen… e con gli spiccioli avanzati, qualche scatolone su cui farli cascare.

    Speriamo abbiano messo abbastanza scatoloni

    Speriamo abbiano messo abbastanza scatoloni


    Le ossa rotte in questo film non sono mancate, ma sullo schermo si ripagano da sole! A certi voli che si vedono su schermo c’è da prendere il cellulare al volo e controllare Wikipedia solo per assicurarsi che non sia morto nessuno durante le riprese del film. Colonna sonora e fotografia di questo film sono a livelli inaspettati di spettacolarità. Non è un caso che il secondo capitolo di Mad Max sia il più amato dei tre a livello mondiale.
    Quello che nel 2015, agli occhi dei più giovani, potrebbe sembrare un film da poco, in realtà supera in azione (e in tensione) la maggior parte dei polpettoni “action” che sfornano oggi come il pane toscano: insipido e spesso già stantio.
    Addio lettori toscani, è stato bello avervi conosciuto.

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    Vi piace la locandina rubata ad un altro sito?

    Vi piace la locandina rubata ad un altro sito?


    In un precedente articolo avevamo visto come il primo film di Mad Max, da noi intitolato Interceptor dal nome dell’auto “supercarburata” che guida il protagonista, contenesse alcune strambe scelte di adattamento, un paio di errori di traduzione (errare humanum est), alcuni nomi alterati accanto ad altri mantenuti in inglese – ma pronunciati in maniera curiosa. Tutto sommato però si trattava di un lavoro eccellente, recitato alla vecchia maniera (forse anche troppo alla vecchia maniera, secondo l’opinione di Carlo Marini che doppiava Mel), con frasi mai e poi mai tradotte pedissequamente… insomma un vero e proprio doppiaggio vecchio stile. Difatti nonostante le pecche ne consigliavo una visione esclusivamente in lingua italiana!
    Dopo aver conversato con Carlo Marini, voce di Mel Gibson, sono venuti alla luce dettagli fino ad ora non noti riguardo l’adattamento dei primi due film della serie (aspettate però che io pubblichi l’intervista completa con Carlo Marini prima di precipitarvi ad aggiornare Wikipedia e Antonio Genna come dei forsennati):
    in primis che la direzione del doppiaggio del primo film era in mano a Emilio Cigoli, classe 1909, noto come voce italiana di John Wayne e di molti altri eroi americani degli anni ’50-’60. Insomma, uno che non si sarebbe mai sognato di lasciare un vocabolo inglese ignoto in un film doppiato, ma che allo stesso tempo impediva a Marini di esprimersi liberamente nell’interpretazione di Mel Gibson, specialmente nelle scene del primo film in cui lo vediamo affaticato/disperato e ciononostante con una voce inflessibile, dato che, secondo Cigoli, “un eroe non si affatica mai!” citazione necessaria
    Neanche la scalinata di Pai Mei piegherebbe Mad Max in italiano.

    Neanche la scalinata di Pai Mei farebbe venire il fiatone Mad Max in italiano.


    Quindi anche se Mad Max dovesse correre la distanza da Maratona ad Atene sotto il peso di un’armatura, nella traccia italiana lo sentireste pronunciare “abbiamo vinto” in un bellissimo italiano, calmo e impostato. Inutile fu lo sforzo di Marini nel far notare al direttore, Cigoli, che Mad Max non è esattamente il prototipo di eroe senza macchia, in stile vecchia Hollywood. È un uomo accecato dalla vendetta nel primo film e indifferente alle sofferenze umane nel secondo, nel quale aiuta i “buoni” solo per suo tornaconto personale.
    Il ritorno, anche nel secondo film, di Carlo Marini su Mel Gibson consente alla serie di proseguire la strada e di far tesoro dell’eredità di Cigoli, con adattamento e recitazioni ancora in stile anni ’50-’60 (con tutti i pregi e i difetti che ne seguono) ma, se nel primo film questo tipo di adattamento altro non è che una piacevole aggiunta, è nel secondo che il doppiaggio in stile “vecchio western hollywoodiano” trova tutta la sua ragione d’essere!
    Awanagana!

    Awanagana!


    Difatti, mentre il primo “Mad Max” può ricordare più un road movie indipendente degli anni ’70, con il secondo capitolo vediamo una trama classicheggiante ripresa dall’Iliade e una caratterizzazione dei personaggi che sembrano invece presi direttamente dai western di Sergio Leone (il protagonista taciturno e solitario) e da quelli di John Ford (i barbari motorizzati come indiani pellirossa)… quale miglior connubio potevamo desiderare tra un film che richiama fortemente ad uno stile “classico” ed un doppiaggio italiano tipico proprio di quei generi che Mad Max ripresenta in chiave post-apocalittica?
    Amazzoni post-apocalittiche

    Amazzoni post-apocalittiche


    Il solo prologo di questo secondo film rasenta la poesia se confrontato con il testo originale, vi cito solo un piccolo frammento invitandovi a cercarvelo per intero su YouTube:

    Ordinary men were battered and smashed.
    I deboli scomparivano senza lasciare neanche il segno di una croce… su delle misere pietre.

    Questa sola frase ci ricorda come dovrebbe essere l’adattamento dei dialoghi di un film e di come invece non è più. Frasi che sembrano nate in lingua italiana e non la traslitterazione parola per parola, con costrutti anglosassoni, come ahimè accade sempre più spesso nei film doppiati di oggi! Questa è la chiave di un buon adattamento… e non il far dire a Captain America che c’è bisogno di un pararescue (a cui piace l’Ultimate Fighting) per bypassare il blade server di targeting e per fare il back-up dell’hard drive degli helicarrier Insight, grazie ad un software tracer.
    Ah, se solo questi fossero dialoghi di mia immaginazione e non la cruda realtà dell’adattamento moderno.
    Torniamo a noi.
    Il prologo appena citato, che apre il film Interceptor – Il guerriero della strada, è narrato da Mario Milita il quale, un decennio più tardi, sarebbe divenuto molto celebre come voce di nonno Simpson nell’omonima serie. Difatti, riguardando oggi quella scena di apertura di Mad Max 2, per quanto poetica, viene un po’ da ridere ripensando al personaggio di nonno Simpson che parla a vanvera.
    Proprio per questo vi ho preparato una chicca narrata dal nostro Leo:
    Nonno Simpson narra l’introduzione di Interceptor – Il Guerriero della strada
    copertina-blog
    Un’altra voce nota che compare all’inizio del film è quella di Claudio Sorrentino sul personaggio del pilota. Ironia vuole che Sorrentino sia poi diventato la voce “ufficiale” di Mel Gibson neanche pochi anni dopo, immortalandone i personaggi da Arma Letale in poi. È un po’ strano sentire la sua voce provenire da un personaggio che parla proprio rivolgendosi a Mel Gibson. Un po’ come quello che successe con La Febbre del Sabato Sera in cui Sorrentino doppiava l’amico di Travolta, prima che diventasse la voce “ufficiale” di Travolta stesso e finisse anche per doppiarlo nel ridoppiaggio per DVD/Bluray, facendo dimenticare così a tutti che la prima voce di Tony Manero fu del grande Flavio Bucci.
    Lo stesso personaggio del pilota ritorna nel terzo film di Mad Max con la voce, forse anche più adeguata, di Mino Caprio (oggi noto come voce del personaggio animato Peter Griffin).
    Mad Max Sorrentino
    Parliamo della versione italiana… ci sono errori degni di nota?
    In realtà… no! Una cosa che forse non è ben chiara in italiano, così come lo è in inglese, è l’omosessualità di molti dei barbari, pressoché impercettibile nella nostra versione.
    Difatti, mentre in italiano la voce del cattivo “Humungus” declama a ripetizione “io sono il grande Humungus. Per la gloria del grande Humungus, datemi la benzina“, nella traccia audio inglese sentiamo anche altro, ad esempio:

    Smegma crazies to the left!
    Gayboy berserkers to the gate!

    Una cosa che potrebbe tradursi molto liberamente con qualcosa come “ragazzi smegma, attaccate da sinistra! Checche isteriche ai cancelli!“.
    In realtà un qualche riferimento a quelle battute si trova anche nei dialoghi italiani ma le parole sono indistinguibili perché coperte dagli effetti sonori di quella scena. Quindi qualcosa c’è, ma non perviene.

    Le checche isteriche

    Checche isteriche post-apocalittiche


    Le eventuali differenze nella versione italiana non sono da imputare a errori, bensì a scelte di adattamento:
    Il Mostruoso

    Il Mostruoso “Lord Enorme”

    Nothing can escape! The Humungus rules the Wasteland!
    A noi non sfugge nessuno! I padroni delle terre perdute sono gli Humungus.

    There has been too much violence, too much pain.
    La vita degli Humungus è troppo preziosa.

    l’ll talk to this Humungus!
    Vado io a parlare con quel capo Humungus!

    Dai dialoghi italiani capiamo che la banda di barbari motorizzati si chiama “Humungus” e il tizio con la maschera da hockey è il loro Signore, Lord Humungus. In realtà tali barbari non hanno un nome in inglese, è solo il loro capo che si chiama Humungus (in inglese la parola “humungous” è un superlativo alla maniera fantozziana, che suona come “mostruosamente enorme”), un nome usato al modo di un titolo regale o militare (tipo Shogun), quindi la traduzione corretta di quella prima frase sarebbe dovuta essere “Lord Humungus è il padrone delle terre perdute“, e non “i padroni delle terre perdute sono gli Humungus“.
    Nel resto del film sentiamo parlare degli “Humungus” con riferimento a questo gruppo di vandali del dopobomba. Vista la coerenza con cui viene usata questa parola durante tutto il film doppiato, non lo considero un vero e proprio errore, quanto piuttosto una scelta di adattamento che conferisce un nome alla banda nemica (altrimenti senza nome).

    Sogni mostruosamente post-atomici

    Sogni mostruosamente post-atomici


    Altre alterazioni che non sono errori…
    Non menzionato in italiano (e a buon ragione), il capitano Valiant, leader del villaggio, che si chiama “Pappagallo”… quindi se leggete una recensione del film dove si parla di un tale “Pappagallo” vuol dire che l’hanno copiata da una recensione scritta in inglese; il bambino selvaggio (“feral kid” nei titoli di coda) viene nominato come “kid” nel doppiaggio italiano (“boy” in originale), ma considerando che Superman degli anni ’50-’60 in Italia si chiamava Nembo Kid, la cosa non mi sorprende. È uno di quei vocaboli inglesi adottati nella lingua italiana dei giovani del boom economico e poi caduti praticamente in disuso. Un po’ come “bounty killer“.
    Senza contestualizzazione storica, lo spettatore moderno occasionale potrebbe supporre che il nome del bambino sia “Kidd”, il che non creerebbe neanche troppi problemi, quindi funziona per qualsiasi generazione di spettatori.
    Il Parrocchetto

    L’uomo-parrocchetto


    Ci sarebbe da notare che nella scena del discorso di “Pappagallo”, una delle battute sembra essere tagliata e poi l’intera traccia audio va fuori sincrono. Questo credo sia da attribuirsi alla distribuzione Warner. Infatti, originariamente, al cinema arrivò una versione più lunga che poi la Warner tagliò negli Stati Uniti per la distribuzione home video. Il problema tutto italiano origina dalla brutta abitudine della Warner di distribuire in Italia le versioni americane dei propri film, su cui poi ci “appiccicano sopra” l’audio doppiato. Trovandosi per le mani dunque una versione americana più breve dell’audio italiano dalla versione cinematografica, avranno dovuto tagliare e appiccicare in malo modo frasi non nate per essere tagliuzzate, introducendo anche un fuori sincrono fastidioso che ancora oggi persiste nelle versioni DVD e BluRay.
    E i tanti nomi storpiati del primo film dove sono finiti? Scomparsi nelle terre perdute.
    Mentre il primo film era pieno di piccoli errori abbastanza curiosi, questo secondo capitolo è qualitativamente migliore dal punto di vista dell’adattamento. Difatti, data l’ambientazione post-apocalittica dove la vita non è data per scontata e i nomi importano poco (il cane di Mel in inglese era chiamato semplicemente “dog”, così come il bambino era chiamato “boy”), il film Mad Max 2 presenta pochi nomi stranieri e in generale pochi dialoghi (Mel Gibson apre bocca appena 16 volte), quindi anche meno occasioni di errori.

    “Dog” (personaggio che parla più di molti altri nel film)


    Voglio fare una piccola parentesi storica sull’adattamento e che deriva dalla mia conversazione con Carlo Marini:
    È imperativo sottolineare che, come mi raccontava Marini, ai tempi di Mad Max, il ruolo del direttore del doppiaggio era quello di ricordare a memoria le intonazioni e le intenzioni delle battute originali, in modo da dirigere al meglio la recitazione dei doppiatori, i quali leggevano le loro battute italiane su un copione tradotto ma non avevano alcun ausilio audio.
    Piccole variazioni sui concetti, sulla pronuncia dei nomi, etc… sono quindi da imputare, nel caso di film di quel periodo, non solo ad umani errori di chi traduce il copione originale, ma anche al fatto che non era disponibile l’audio originale da riascoltare prima di registrare la propria battuta. Gli anelli su cui registrare le battute doppiate difatti erano muti, stava al direttore “dirigere” gli attori su quella che si potrebbe definire una “tela bianca”, il tutto basato sulla memoria di ciò che era stato visto dal direttore in fase preliminare.
    Ovviamente rimando all’intervista con Carlo Marini di prossima pubblicazione. Abbiate pazienza, a Doppiaggi Italioti abbiamo la mente più veloce delle mani.
    Molto comici però rimangono due piccoli momenti segnalati da un mio lettore: 1) la voce del ragazzo che nella notte dei preparativi per la partenza risponde “Bene, non ti preoccupare”, non può essere un vero attore! A detta di chi me l’ha segnalata “pare un commercialista genoves”; 2) l’assistente di Pappagallo che scivola clamorosamente sul romanesco dicendo “abbiamo perso altri otto uomini STAMMATINA”.

    Conclusione

    Per concludere, Mad Max 2 è un altro film adattato bene, pieno di voci dal familiare allo stranoto anche su ruoli minori, praticamente senza errori di traduzione (qualsiasi incongruenza è attribuibile a scelte di adattamento) e in questo caso ne consiglio la visione in entrambe le lingue perché, al contrario del primo film, i dialoghi qui sono comprensibili anche in inglese. Tuttavia, quando lo vedrete in italiano, fatelo come se steste guardando un vecchio western hollywoodiano doppiato in italiano, il film ne guadagna.

    La faccia di Evit quando gli chiedete di parlare di Mad Max 2

    La faccia di Evit quando gli chiedete di parlare di Mad Max 2

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    TITOLO ITALIOTA BONUS

    Parlando di sequel apocrifi, nel 1983 qualche “indipendente regionale” ebbe la faccia tosta di prendere un film del 1977 chiamato “Speed Trap” e distribuirlo in Italia come SPEED INTERCEPTOR III (o “Speed Interceptor III°), cercando dunque di spacciarlo come il terzo capitolo della serie.
    speed interceptor III
    Confrontatelo con la locandina originale…
    interceptor
    Fate un po’ voi.
    Il vero terzo capitolo della serie con Mel Gibson sarebbe arrivato soltanto nel 1985 con il titolo di Mad Max – Oltre la sfera del tuono. Ma questa è un’altra storia.

  • Interceptor (Mad Max, 1979) – Intercettatemi Mad Max

    buona la mela sana la pera
    Togliamoci subito di torno l’argomento titolo! Ne parlai brevemente (ma esaurientemente) agli esordi di questo blog, più di tre anni fa, nell’articolo TITOLI ITALIOTI: La serie di Mad Max (Interceptor), il titolo italiano prende il nome dall’automobile che guida Max. Oggi parliamo del film… vale la pena guardarselo in lingua originale? Come sono doppiaggio e adattamento italiano? Risponderò a questa e ed altre domande.

    L’inglese australiano e il ridoppiaggio americano

    La cosa più stramba di guardarsi Mad Max in lingua originale è certamente l’accento australiano che per molti (me incluso) è così inusuale da rendere la visione in lingua originale un’esperienza molto alienante. Direte voi: vabbè Evit ma noi siamo italiani, ovvio che ci sentiamo alienati, è normale. L’accento australiano era alienante persino per gli americani a quanto pare, dato che, nel 1980, la casa distributrice, la Warner ritenne indispensabile farlo RIDOPPIARE da attori americani (sì, avete letto correttamente, ridoppiare), alterando molto dello slang e dei termini locali come “Oi!” che diventava “Hey!“, perché “Oi!” non è abbastanza awanagana.

    I cittadini statunitensi non avrebbero mai visto la versione in lingua “originale” del film fino all’uscita dello stesso in DVD nel 2000, vent’anni dopo, Pensate un po’! Vi lascio solo immaginare il livello qualitativo del ridoppiaggio americano (noto solo per il suo “comedy value“, ovvero per il “fattore comico” non intenzionale), considerando che gli americani non doppiano mai niente e quando lo fanno, come con l’animazione giapponese, questi prodotti risultano così pessimamente recitati che qualsiasi statunitense amante degli anime vive secondo il motto: “solo lingua originale con sottotitoli in inglese, please“. Noi invece abbiamo ancora bravi attori di teatro e persino delle scuole di doppiaggio di tutto rispetto, pensa che stronzi (semi-cit.).

    Apocalisse domani… quando ci saranno più soldi

    Strade del futuro nel film Interceptor (Mad Max)

    Attenzione ragazzi, siamo nel futuro post-apocalittico! Lo dicono i cartelli.

    Il primo film della serie Mad Max soffre di un budget così risicato che dovrete lavorare di fantasia per comprendere che si tratta di un film post-apocalittico e non semplicemente di un’eccentrica versione australiana di Hazzard dove i poliziotti vestono in pelle nera e si divertono a correre dietro a dei teppisti sulle autostrade del deserto australiano, a bordo di vecchie automobili pompatissime. Pensate, il budget era così risicato che alcune comparse venivano pagate a suon di familiari di Peroni gelate, e molti degli oggetti di scena (come i cartelli pubblicitari e le insegne) venivano “rubati” all’alba, dall’esterno di veri negozi, e rimessi al loro posto prima dell’apertura, ad insaputa degli esercenti locali.

    Locandina italiana di Interceptor - Mad MaxIl film è figlio della crisi petrolifera del 1973 e solo nel seguente Interceptor – Il guerriero della strada si parlerà di un conflitto nucleare che, ci narra Mario Milita (nonno Simpson), è avvenuto cronologicamente tra il primo e il secondo film. Fosse stato per il regista, egli avrebbe inserito la storia del conflitto nucleare anche nel primo film, ma non c’erano i soldi per ricreare i costumi e le ambientazioni tipiche del filone post-apocalittico. La tematica della scarsità di carburante è tuttavia preservata dal primo all’ultimo capitolo della serie e nel terzo film si accenna persino ad energie alternative come unica via di salvezza per l’umanità. Vi ho già detto che adoro la serie di Mad Max?

    Vista la grande attenzione del film verso le automobili, chi lo ha distribuito in Italia deve aver pensato che il protagonista fosse non tanto Mel Gibson, all’epoca sconosciuto persino in America (figuriamoci in Italia), bensì la sua automobile da inseguimento, la “Interceptor“. Una scelta poco lungimirante vista la piega che avrebbe preso la trama nei successivi film: nel secondo la sfasciano nella prima mezz’ora, nel terzo film è solo un rottame trainato da cavalli… quindi praticamente l’auto del titolo italiano scompare dalle scene relativamente presto, questo diventerà un problema soltanto nel secondo film. Per l’Italia del 1980 era un titolo stiloso perfetto.

    Interceptor è un film strano. Sulla carta è un film di vendetta (revenge movie), ma è fuori dai canoni dei filoni a cui fa capo. Non è sufficientemente “fantascientifico” da essere palesemente un film post-apocalittico, eppure lo è, le indicazioni in merito sono velate, mooolto velate. Non ha neanche la struttura tipica dei film di vendetta americani, difatti l’antagonista non è neppure l’ultimo ad essere ucciso. Inoltre, il mondo rappresentato è così lontano dalla nostra cultura di base che risulta difficile distinguere quanto sia finzione fantascientifica e quanto invece possa ricadere nella normalità della vita delle piccole comunità rurali australiane. Per quanto ne so io dell’Australia (e per quanto ne sapevamo tutti noi nel 1979), poteva anche darsi che nell’arida campagna australiana vi fossero realmente delle prepotenti bande di motociclisti a fare il bello e il cattivo tempo! [Direte voi “eh, esagerato!” eppure tra le curiosità del film possiamo leggere che una vera banda di motociclisti, i Vigilantes, erano stati assunti per il film. Un po’ come furono assunte delle vere gang di strada per il film “I guerrieri della notte“] Ma qui a Doppiaggi italioti parliamo di adattamento. Parliamo dunque di adattamento iniziando da…

    Le alterazioni degne di nota nell’adattamento italiano

    Il doppiaggi italiano di questo film, per quanto ben recitato, soffre di alcune scelte un po’ stravaganti nell’adattamento. Ecco alcune alterazioni degne di nota:

    L’auto da inseguimento supercarburata

    V8 supercarburata

    Il film inizia con un folle e la sua compagna, membri di una gang, che hanno rubato un’auto da inseguimento della polizia. In una comunicazione via radio sentiamo in lingua originale:

    What’s he driving?
    That’s what hurts. It’s one of our V8s. Pursuit Special on methane. Super hot!

    Questa frase diventa:

    Che macchina ha?
    Qui sta la fregatura. Una nostra V8 veloce, supercarburata per inseguimento di emergenza.

    Questa delle V8 supercarburate la sentirete spesso durante tutto il film, pur non derivando da nessuna parola in particolare del copione originale. L’hanno aggiunta solo perché fa figo. Potrebbe essere la traduzione molto libera di quel “super hot!“. Per quanto poco ne sappia io, supercarburato non vuol dire assolutamente niente nel campo dei motori. Però fa figo, lo ammetto.

    Via dell’Anarchia… all’incrocio con piazza Libertà

    Anarchie Road, Mad Max Interceptor. Tradotto come via dell'anarchia

    We’re about half a mile off Anarchie Road. You’ll see him any minute now. Siamo a un chilometro da Via dell’Anarchia. Dovreste avvistarlo tra poco.

    La mia reazione ovviamente…

    Reazione alla traduzione di via dell'anarchia in Interceptor Mad Max
    Curioso che abbiano tradotto “Anarchie Road” (pronunciato ovviamente come “Anarchy road”) direttamente come “via dell’Anarchia” ma non credo che si possa considerare un vero e proprio errore di traduzione! Sto scherzando… riprendete i monocoli che vi sono caduti. VIA DELL’ANARCHIA??? CANAGLIE!

    Seguendo la trama ci rendiamo conto che il governo australiano ha perso completamente il controllo dell’area in cui si svolge la storia (del resto dell’Australia e del mondo non ci è dato sapere) e solo un gruppo di poliziotti, spericolati e molto “al limite della legge”, cerca di arginare la dilagante piaga delle bande di motociclisti che in quelle zone spadroneggiano. Ha senso all’interno della trama che la strada sia stata ribattezzata “Anarchie Road” ma non ha molto senso sentirla tradotta in italiano, in quanto solitamente i nomi delle strade non si traducono (a meno che non si tratti di un fantasy). Fosse stato un “nomignolo” informale avrei capito e avallato questa scelta di adattamento, ma lo vediamo scritto persino su un cartello stradale!

    I nomi? Li cambiamo tutti!

    Scena di Interceptor dove Nightrider chiama Toecutter come Teocotter

    INGLESE: Do you see me, Toecutter?
    ITALIANO: Dove sei TEO-COTTER!?

    e qualche momento più tardi…

    Lo sa TEOCOTTER chi sono io? Io sono il Night Rider!
    (in originale: The Toecutter… he knows who I am. I am the Nightrider!)

    Sentire per credere. “Toecutter” è il soprannome del crudele capo banda di questi motociclisti nomadi, letteralmente significa “tagliatore di dita dei piedi” il quale, per estensione, potremmo ribattezzare “tagliapiedi”. In ogni caso è rimasto in inglese per scelta di chi ha adattato i dialoghi e va bene così, ma almeno pronunciatemelo bene! Chi è Teo-cotter? L’elicottero di Teo, il teocottero? Più tardi anche Mad Max dirà “tu e io dovremo fare un discorsetto su Teocotter“. È chiaro che ci dev’essere stato un tentativo di italianizzare un po’ quel nome per renderlo meno ostico alle nostre orecchie italiote (“tò-càrher” non il più immediato dei nomi da comprendere per l’orecchio italiano). Tanto valeva tradurlo con il mio “Tagliapiedi” e farla finita con queste vie di mezzo dove si tiene il soprannome originale (perché di soprannome si parla, quindi traducibile con un suo equivalente italiano) ma lo si pronuncia in maniera più chiara, alterandone parte delle lettere. Un discreto abominio.

    Ma torniamo un attimo alla scena di prima:

    The Nightrider, that is his name. Il Night Rider, questo è il nome dell'eroe della notte.

    Inglese: The Nightrider, that is his name.
    Italiano: Il Night Rider, questo è il nome dell’eroe della notte.

    Il pazzo drogato al volante continua a canzonare i poliziotti via radio urlando:

    Nightrider che canzona i poliziotti

    (non udibile) Night Rider! L’eroe della notte, che passa alla velocità della paura! Statemi a sentire tutti… Sono io il Night Rider, l’eroe della notte. Sono una macchina suicida che ha fatto il pieno. Mi sentite bronzi? Mi sentite piedipiatti?

    In originale I am the Nightrider, cruising at the speed of fright! (non udibile)… I am the Nightrider and I ain’t never coming back! I’m a fuel-injected suicide machine! Do you hear me, pigs? Do you hear me, Bronze?

    Lo so che state per zompare al collo per quel “Night Rider” lasciato in inglese, ma rileggete bene la frase che avevo elencato prima, diceva “The Toecutter… he knows who I am“, ovvero “il Tagliapiedi” (da me ribattezzato). È chiaro che Nightrider e Toecutter sono soprannomi che si sono dati i membri di questa gang di teppisti come evidenziato anche da un telegiornale che (solo in originale, non riportato nel doppiaggio) diceva:

    Montazano, who called himself the Nightrider, …“.
    (traduzione: Montazano, che si faceva chiamare il Night Rider)

    Per capirci, tradotto alla lettera Nightrider significherebbe “colui che guida (la moto) nella notte”, un “motociclista della notte”. È comprensibile il perché non sia stato tradotto così, sembra un nome molto scemo e anche una scelta bizzarra. In inglese “rider” è usato per definire chi va a cavallo (cavaliere), in bicicletta (ciclista) e in motocicletta (motociclista) e da non confondere con “raider” (incursore, raziatore, predone), quindi in inglese quel “Night Rider” suona proprio come un “cavaliere della notte”. Possiamo forse capire come siano arrivati a quel “eroe della notte” nei dialoghi italiani, che è un’ottima idea per adattare Nightrider in questo caso.

    Il dialoghista (o forse il direttore di doppiaggio stesso, poi rivelatoci essere nientemeno che Emilio Cigoli) evidentemente scelse di lasciare questi soprannomi in lingua originale, una scelta lecita ma un po’ buffa quando poi nello stesso film mi traducono “Anarchie Road” come “via dell’Anarchia”; posso solo dire che almeno sui soprannomi sono stati coerenti… o quasi, come vedrete dopo. Se solo fossero almeno pronunciati bene!

    Un altro soprannome pronunciato a caso infatti è “Mudguts” (pronuncia originale “madgats”) il quale viene pronunciato (leggete le vocali all’italiana): Mudgut. “Mudguts” secondo il blog Becoming Aussie è un sinonimo di diarrea nello slang australiano, così era soprannominato il membro più mingherlino della gang di motociclisti. Pur non conoscendo lo slang australiano, la parola è comprensibile ai parlanti inglese in quanto composta da “mud” (fango) e guts (intestino/budella). Un altro membro della gang, Cundalini, diventa poi Cundilini e persino il cognome di Max, Rockatansky, lo sentiamo pronunciato Rockatesky dal capo della polizia… ma che gli avranno fatto di male quei nomi? Ma non è finita qui. Si continua con Bubba Zanetti, chiamato Bubba Zanovich in italiano, e “Johnny the Boy” che diventa “Johnny il ragazzo“. Ma come, avete lasciato tutti gli altri soprannomi in inglese ma “the boy” era da tradurre? Posso anche accettarlo, ma attenetevi alle vostre stesse regole!

    Il dialetto australiano… che comunque non capirete mai

    Un vantaggio della traccia italiana è che quasi tutti i dialoghi, specialmente quelli via radio, sono ben udibili. Cosa che non avviene sulla traccia australiana originale in cui spesso i rumori dei motori, della natura o la musica (insomma qualsiasi cosa) disturbano lo spettatore non permettendogli di udire bene, o affatto, molti dei dialoghi. Di questo se n’erano lamentati anche gli americani quando nel 2002 scoprirono che la traccia originale, pur essendo migliore dal punto di vista recitativo, aveva questo difettuccio (chiamatelo da niente!).

    Ma anche mettendo i sottotitoli potreste avere dei problemi di comprensione davanti a frasi come questa…

    Due poliziotti all'inseguimento in Interceptor Mad Max

    Understand this. That scag and his floozy, they’re gonna die!

    Ovvero: “sia chiaro: quel drogato e la sua puttana moriranno!” ma reso in maniera più divertente in italiano da:

    Sia chiara una cosa. Quell’aborto e quella mignotta devono morire!

    Capite dunque che non sempre basta “conoscere l’inglese” per potersi guardare film “in lingua originale”. Se non avete vissuto in Australia troverete difficili i dialoghi originali di Mad Max in ogni caso.

    In Australia non si bestemmia

    Come al solito poi, le frasi un po’ ambigue risultano essere sempre il parto di dialoghisti nostrani che si allontanano dal testo originale, rendendo dubbie certe reazioni o certi scambi di battute. In questo caso un poliziotto urla al collega di fargli posto alla guida:

    Una scena con i due poliziotti, uno dice all'altro: tu spadroneggi sempre

    – E allora togliti dalle palle!
    – Tu spadroneggi sempre. Io non voglio avere a che fare con te.

    Perché dovrebbe rispondere “non voglio avere a che fare con te”? La frase non ha molto senso nel contesto e suona fuori posto. In originale infatti recitava altro:

    – For Christ’s sake, shove over!
    – You’re blaspheming again. I don’t have to work with a blasphemer.

    Ovvero: “Cristo Santo, spostati!” / “Stai bestemmiando di nuovo. Non voglio lavorare con un bestemmiatore“. Da bestemmiatore passa a prepotente e ci può anche stare ma il botta e risposta suona innaturale. Difficile comprendere le motivazioni di questa piccola alterazione.

    Errori umani

    In tantissimi film doppiati possiamo trovare alterazioni che non sono dovute a scelte del direttore o del dialoghista, bensì a semplici errori nel processo di traduzione/adattamento/doppiaggio, e qui a Doppiaggi italioti, sappiamo che errare è umano, quindi perdoniamo le seguenti pecche:

    1) L’uomo del ministero degli interni in giacca, cravatta e soprabito da samurai parla di Max con il capitano di polizia:

    l'uomo del ministero (vestito da samurai)

    Originale: Your top pursuit man wants to quit the road and we have to seduce him with candy? People don’t believe in heroes anymore.

    Doppiato: Tu sei il più bravo di tutti ma vuoi andartene e me tocca sedurre quel moccioso con roba del genere. La gente agli eroi non ci crede più ormai.

    L’errore è probabilmente a monte, una svista. L’uomo del ministero avrebbe dovuto dire (riferendosi a Max e non al capo della polizia): “È il più bravo di tutti ma vuole andarsene e a noi tocca sedurlo con roba del genere?

    2) Un altro errore è:

    borgata gerusalemme

    Originale: We have incident at Wee Jerusalem.
    Doppiato: Segnalazione di rissa a via Gerusalemme.

    Purtroppo qui non si parla di una “via” bensì di un minuscolo centro urbano chiamato “Piccola Gerusalemme” che, essendo un nome di città, poteva anche rimanere “Wee Jerusalem” (“wee” è sinonimo di “little”, piccolo) e ancora una volta nomi geografici sono stati tradotti. Ad aggiungere stranezze arriva una frase successiva dove la stessa voce alla radio parla di “borgata Gerusalemme”. La traduzione con il termine borgata può essere fraintesa oggi pensando alle borgate dei grandi centri urbani, ma è assolutamente giusta! Il suo primo significato sul dizionario Treccani è infatti il seguente:

    borgata s. f. [der. di borgo]. – 1. Centro abitato di piccole dimensioni (di norma allungato ai lati d’una strada o riunito a un incontro di strade), connesso con zone a base economica essenzialmente rurale, di cui costituisce il centro di raccolta più o meno elementare.

    “Borgata” definisce alla perfezione quell’agglomerato urbano comune nell’Australia rurale, quindi è chiaro che stato capito il senso della battuta originale. Ma perché allora prima si parlava di “via” Gerusalemme? Borgata Gerusalemme era su via Gerusalemme? Possibile. Rimane però la domanda già posta in precedenza: perché tradurre Jerusalem visto che è il nome di una cittadina? Perché tradurre i nomi geografici ma non i soprannomi?

    Fa niente, capita a tutti di fare errori. Io vi perdono

    scena da Schindler's list in cui Ralph Finnes fa il gesto del perdono

    Altre considerazioni sull’adattamento italiano

    Mel Gibson in Interceptor si mangia cotognata e miele

    Cotognata e miele” era davvero nella versione doppiata, al posto di “peanut butter and honey” (ovvero burro d’arachidi e miele). Adesso mi è venuta voglia di cotognata.

    In generale il film denota un livello di adattamento italiano di alta qualità tipico dell’epoca, dove anche gli attori-doppiatori secondari sono bravi attori, dove le voci sono ben associate ai volti (Carlo Marini è azzeccatissimo sul Mel Gibson degli esordi) e dove i testi non sono pedissequamente tradotti! Al contrario, venivano reinterpretati dove necessario (ciò che poi si chiama “a-dat-ta-mén-to”).
    Per farvi un esempio la battuta:

    You’d better send a meat truck. Charlie’s been hurt bad

    (ovvero: “è meglio che mandiate il furgone della carne”)

    diventa in italiano

    mandate un’ambulanza subito, Charlie è stato ferito gravemente

    dimostrando che gli adattattori, all’epoca, avevano inteso il significato della battuta e, invece di tradurre alla lettera quel “furgone della carne“, hanno giustamente usato la parola “ambulanza“. Non mi sorprenderebbe se oggi giorno una battuta simile possa essere tradotta come “camion della carne“, con il supervisor che ordina “lasciate tutto alla lettera! TUTTO!” e con i traduttori che pensano “boh, dice così, lasciamolo così“.

    Curiosità: la battuta del furgone della carne origina dall’esperienza maturata dal regista nei suoi anni da studente di medicina, quando vedeva molte vittime di incidenti stradali arrivare senza molta speranza all’ospedale, diciamo che arrivavano perlopiù “a pezzi”.

    Un’altra battuta ben resa è l’ironica “odio le armi”:

    “I hate guns!”.
    “Ahh! Aborro i fucili!”.

    Qualsiasi adattamento che contiene la parola “aborro” è automaticamente buono. Tra l’altro, il linguaggio, a volte ricercato, usato dall’antagonista “Teocotter” nel doppiaggio italiano è più che corretto sul personaggio. In lingua originale, infatti, l’attore che lo interpreta (Hugh Keays-Byrne) ne dà un’interpretazione molto teatrale portando nel film quella che era la sua esperienza maturata in anni di spettacoli teatrali per la Royal Shakespeare Company. Anche in lingua originale (inglese australiano) dunque il personaggio si esprime in modo teatrale e questo è reso bene da momenti come “aborro i fucili” che oggi diventerebbero automaticamente “io odio le armi”.

    Considerazioni finali: meglio in italiano o in inglese?

    Vale la pena dunque vederselo in lingua originale? Secondo me… no! OK, via dell’Anarchia è abbastanza scema come scelta ma lo slang australiano è piuttosto oscuro anche ai madrelingua di altre parti del globo, inoltre molti dei dialoghi si perdono, affogati dalla musica o dagli effetti sonori. Ad esempio, gran parte delle scene con il “Nightrider” sono quasi incomprensibili in lingua originale, sempre per via dei dialoghi affogati da musica e suoni; al contrario i dialoghi italiani sono sempre chiari e piuttosto memorabili.

    Quindi, a meno che non stiate preparando una tesi sulla cinematografia australiana, non vedo perché complicarsi la vita ascoltandosi un film che solo sulla carta è in inglese, ma di cui non capirete molto. Se poi, per motivi tutti vostri, sapete già che in australiano “barbie” non è una bambola della Mattel, bensì il “barbecue”, e se sapete anche cosa significhino “scags” e “floozies”, allora questo film in lingua originale potrebbe fare per voi. E dunque non venitemi a dire “ma Evit, non hai ancora imparato che in originale è sempre meglio!?“.

    Figlio di Mad Max che gioca con la pistola
    Infine, come accennavo prima, la scelta dei doppiatori è stata, come è da aspettarsi, adeguata all’aspetto dei personaggi. In particolare Toecutter, in “australiano”, non ha una voce particolarmente minacciosa, nonostante l’aspetto da violento selvaggio e il corpo da vespasiano. Anzi, in originale suona più come una checca isterica (e forse la cosa è voluta). L’unica cosa che forse rimane un peccato è che non siano stati tradotti i soprannomi dei motociclisti nomadi, fosse stato per me avrei tradotto quelli in italiano, mentre avrei lasciato in inglese le varie “roads” e i nomi delle città.

    Ecco una pratica tabella di tutti i nomi alterati (e di cosa avrei proposto io in alternativa):

    Nome o soprannome in inglese

    Nome pronunciato in italiano Adattamento dei soprannomi
    (proposto)
    Max Rockatansky Max Rockatesky
    “Toecutter” “Teocotter” “Tagliapiedi”
    “Nightrider” “Nightrider” / “Eroe della notte” “Eroe della notte”
    Bubba Zanetti Bubba Zanovich
    Johnny “the Boy” Johnny “il ragazzo”
    “Mudguts” “Mudgut”
    (vocali lette all’italiana)
    Un sinonimo colloquale qualsiasi di “diarrea”
    Cundalini Cundilini

     

    Reazione di Toecutter ai nomi alterati

  • TITOLI ITALIOTI (3^ PUNTATA) – La serie di Mad Max (Interceptor)

    Mad Max e l'auto Interceptor
    Per la serie, serie rese confuse dalla titolazione italiana

    La serie di Mad Max con Mel Gibson

    1. Mad Max ⇒ Interceptor
    2. Mad Max 2 ⇒ Interceptor, il guerriero della strada.
    3. Mad Max: Beyond the Thunderdrome ⇒ Mad Max – Oltre la sfera del tuono

    Prima di tutto è da chiarire a chi non avesse mai visto il film che Interceptor è l’automobile usata nel film dal poliziotto Max Rockatansky (Mel Gibson) per compiere la sua vendetta finale sulla banda di motociclisti che gli ha ucciso moglie e figlio. Dopo questo evento, Max impazzisce (o si incazza veramente tanto) e viene dunque denominato “Mad” Max quando la sua ultima vittima urla:

    You’re mad, man!

    (“Tu sei pazzo!” nei dialoghi italiani)

    La scelta del titolo italiano è ricaduta sull’automobile “supercarburata”, per molti la vera protagonista del film (e forse anche per i titolatori italiani). Quando però, all’inizio del secondo film, la macchina viene distrutta e a stento la si nota nel terzo, i titolatori alla Warner Bros. senza dubbio si saranno saranno posti qualche domanda… se chiamare o meno quel 3° film “Interceptor – Oltre La Sfera del Tuono” nonostante l’assenza dell’automobile che aveva dato il nome italiano ai due film precedenti. Problemi tutti italiani.

    La scelta di chiamarlo “Interceptor” è esclusivamente italiana. Molti altri paesi hanno optato per lasciare “Mad Max”, in alcuni casi seguito da un sottotitolo esplicativo nella loro lingua, in alcuni casi hanno tradotto anche quel “Mad” (in Slovenia ad esempio il titolo è Pobesneli Max che potete immaginare cosa significhi). Rarissimi i casi di alterazioni complete come in Canada francese con “Bolides hurlants” (secondo IMDb.com) e Portogallo con “As Motos da Morte” (poi successivamente alterato in “Mad Max – As Motos da Morte” con l’arrivo dei successivi capitoli). Insomma è chiaro che Interceptor sia venuto in mente a qualcuno in Italia, probabilmente per venire incontro al gusto italico per le parole inglesi. Ed è un bel titolo… se non venisse vanificato dai seguiti.

    Del titolo italiano per Mad Max 2, Interceptor, il guerriero della strada, ho una sola vera lamentela: potevano almeno degnarsi di chiamarlo “Interceptor 2 – Il guerriero della strada”, con l’aggiunta del numero “2” per rendere chiaro quale dei due sia il primo e quale il secondo.

    Arrivati al terzo film erano nella cacca e sono tornati all’originale “Mad Max”: Mad Max – Oltre la sfera del tuono.

    A proposito, mi pare che stiano realizzando un quarto Mad Max. Mi domando se si chiamerà sempre Mad Max o prenderà il nome di un personaggio secondario. Magari per confonderci ancora di più qui da noi si chiamerà “Mad Max 2“.