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  • Un biglietto… in due, un doppiaggio… tutto d’un pezzo! (Un biglietto in due, 1987)

    John Candy nel film Un biglietto in due. La vignetta dice: ero sicuro che lo avrebbe recensito!
    Un biglietto in due è uno di quei film che sin dal titolo, solo apparentemente italiota, ha avuto un trattamento esemplare per la versione italiana. Personalmente lo considero come una delle più belle, se non la più bella, commedia mai realizzata. Molti darebbero questo appellativo a Frankenstein Junior o a qualche classico della commedia italiana, per me invece spetta al film di John Hughes perché non solo “fa ridere”, ma racchiude un senso di dolcezza misto ad amarezza in grado di toccare il cuore anche di coloro i quali alle commedie preferiscono film più impegnativi.

    Dietro il film un trio d’eccezione: John Hughes, un genio dietro la macchina da presa, qui faceva un salto in avanti rispetto alle commedie giovanilistiche per le quali era conosciuto. biglietto2taxiSteve Martin, re della commedia americana anni ‘80 e poi l’immenso (per talento) John Candy, anche lui voglioso di rimettersi in gioco in una commedia più adulta, meno demenziale di quelle al quale era abituato e che due anni dopo lo portò ad un ruolo di calibro simile in Io e zio Buck.
    Le risate nel film sono sempre genuine, mai gratuite. Parte del merito va ad un adattamento che, come dice spesso Evit, era tipico degli anni ’80. La ricercatezza nel rendere le battute appetibili al pubblico italiano lo rende addirittura superiore alla controparte originale. La versione americana, soprattutto nella fase centrale, rischia qualche tempo morto, mentre la visione in italiano non stanca mai. Non c’è alcuna storpiatura, il testo è quello, ma è la scelta dei vocaboli, la scelta di certe tipiche espressioni nostrane dal significato attiguo, l’uso di qualche parolaccia, l’intonazione nel doppiaggio che eleva l’adattamento ad uno standard che forse non vedremo ripetersi mai più.

    Solo in rari casi la battuta viene completamente stravolta, probabilmente per motivi culturali, ma non sono di quelle che fanno gridare allo scandalo e, cosa ben più importante, non si nota, a meno che non si faccia un confronto con traduzione a fronte. Se questo non è un complimento all’adattamento del film non so cosa lo sia.

    Le battute migliori

    Le due battute in italiano che si ricordano ancora oggi, hanno un equivalente americano divertente, ma non altrettanto memorabile:

    1) I piedi che abbaiano
    Del Griffith (John Candy), dopo un’intera giornata di cammino per New York, sull’aereo si toglie scarpe e calze e comincia a sventolarle in faccia al malcapitato Neal Page (Steve Martin).

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    Ora sì che si ragiona, ho i piedi che parlano da soli oggi”. In inglese è “My dogs are barking today”. Nella versione americana i piedi di Del Griffith vengono definiti cani e, per metafora, il fatto che siano doloranti rende i cani abbaianti. È un’espressione tipica del Sud degli Stati Uniti. Da noi la metafora non avrebbe mai funzionato. Ma l’allusione al cattivo odore e al dolore che fa addirittura “parlare” i piedi non ha rivali.

    2) Il bifolco
    Uno dei tanti tentativi di arrivare a Chicago prevede il passaggio da parte di un bifolco (N.d.R. in italiano doppiato da Tonino Accolla) che sprona la moglie “piccola e ossuta, ma forte” (short and skinny, but she’s strong) a dare una mano con il baule.
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    Il senso di prestanza viene espresso con “Il primo bambino l’ha cagato su un marciapiede!”, che in originale è “Her first baby came out sideways”. Qui è evidente il motivo di come l’espressione assurda americana di un bambino che esce di lato venga rimpiazzata da un’altra, più sconvolgente -il marciapiede anziché un ospedale o al massimo una casa- con l’aggiunta dell’uso della parolaccia per intensificare il messaggio.

    (NdR: Eccovi la scena intera (finché dura il video su YouTube), da notare come la sua voce al minuto 1:45 si spezzi a causa del muco che sta tirando su. Tanto disgustoso quando esilarante.)

    Esempi di un adattamento non banale

    Tante frasi, anziché essere tradotte alla lettera, vengono rese con parole diverse che ne mantengano il significato. Un’espressione tipicamente americana come “You scared the Bejesus out of me” (Alterazione di by Jesus, per indicare una grande paura) viene resa con l’altrettanto efficace “Me la sono quasi fatta sotto”. A volte questo migliora la battuta stessa; un semplice “What happens next”, con l’aggiunta di qualche vocabolo ricercato, ha un effetto comico: “Smanio di sapere cosa succederà adesso”. “Annoying blabbermouth” (letteralmente un fastidioso chiacchierone) diventa “un noioso attaccabottoni”. Oggigiorno frasi di questo tipo verrebbero tradotte senza alcun estro immaginativo, impoverendo così non solo il doppiaggio, ma anche la lingua italiana.

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    Scommetto sei pezzi e il mio coglione sinistro che non atterrerà a Chicago”. Una frase come “Six bucks and my right nut” verrebbe facilmente tradotta come “sei dollari e il mio testicolo destro”, ma la scelta di usare “pezzi” (verdoni di solito è riservato a tagli più alti) e l’aggiunta della parolaccia non può che suscitare ilarità. Che l’attributo cambi posizione poi, è probabilmente dovuto al labiale.

    Quando Neal Page (Steve Martin) cerca termini di paragone per comunicare all’altro quanto sia noioso, gli dice di poter sopportare “any insurance seminar” che in italiano diventa “tribune elettorali”, entrambi noiosissimi! Qui si sceglie la prima cosa che possa venire in mente quando si parla di noia, a seconda del Paese.
    Have a point” diventa “Fai delle pause”. “Arriva al dunque” sarebbe stato più letterale, ma il fatto che Neal inviti Del a prendere fiato esprime al meglio come le sue storie fossero assillanti e di scarso interesse. Segue nella versione originale “It makes it more interesting for the listener” mentre in italiano, riallacciandosi al “fai delle pause”, questa diventa “Saranno la parte più interessante per chi ti ascolta”.

    vintage-60s-chatty-cathy-doll-strawberry-blonde-pull-_1Nello stesso discorso, Neal paragona Del a “quei bambolotti parlanti che c’erano una volta” affermando che “dietro la schiena hai la cordicella”, e subito dopo mima la voce gracchiante che esce dal petto della bambola (“Agh! Agh! Agh!”). Sta parlando (e in inglese la nomina) della “Chatty Cathy Doll”, una linea di bambole lanciata nel 1962 e presto diventata anche un’espressione idiomatica americana per descrivere qualcuno che non smette mai di parlare. Da noi arrivarono negli stessi anni Cicciobello e Michela, nomi che però non entrarono mai nella cultura popolare come sinonimi di persone loquaci.
    La frase sostitutiva “uno di quei bambolotti parlanti che c’erano una volta” adatta perfettamente la battuta rendendola anche senza tempo.

    gobble

    In America il tacchino fa “gobble gobble”

    Errori?

    Veniamo ora ai due casi in cui modifiche necessarie hanno cambiato il senso originale.
    I figli di Neal Page, in trepidante attesa del Giorno del ringraziamento si chiedono se l’arrivo dei nonni porti “hoogies”, reso come “gelatine”, e “Indian burns”, reso come
    “marzapane”. indian-burnL’intento americano era quello di nonni che fanno piccoli dispetti ai nipotini, mentre nella nostra versione, dove dei cari nonni non si può parlar male (al massimo di qualche zio), si trasforma la frase in dolcetti, seppur non particolarmente graditi.
    (NdR da notare che gli “Indian burns” nel Regno Unito si chiamano invece “Chinese burns”. In italiano dovrebbe tradursi con “fare gli spilli” o qualcosa del genere).
    Se di errore interpretativo si è trattato, è comunque un piccolo incidente di percorso sul quale si può soprassedere data la grande attenzione ai dettagli che spinge persino a doppiare (o meglio a remissare) i brani della colonna sonora, quando fanno riferimento a quello che accade sullo schermo (“Vi siete messi contro la persona sbagliata!”). Questi sono tutti esempi di come tempo a disposizione e voglia possano determinare un prodotto di qualità.
    La seconda modifica fa riferimento al colpo allo stomaco sferrato da Neal a Del, il quale esagera un po’ le conseguenze “That’s how Houdini died” (=è così che morì Houdini). In italiano viene addolcito aggiungendo anche un po’ di autocritica: “Io sono un ciccione, ma sono delicato”.

    Nota di Evit

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    Se dovessi scegliere un momento rappresentativo di come la recitazione italiana renda comici anche i momenti “minori”, sceglierei sicuramente la prima scena all’aeroporto dove Del Griffith (John Candy) riconosce Neal Page (Steve Martin) come la persona a cui ha precedentemente “rubato” il taxi e per scusarsi si propone di offrirgli qualcosa da mangiare (con una serie di cibi correttamente alterati per adeguarli al pubblico italiano, così come accadeva in Frankenstein Jr.), poi fa una pausa ed esclama “I knew I knew you!” / “Ero sicuro di conoscerla!“. Questa battuta, per come è recitata, non manca mai di farmi ridere.

    Finché durano i link a youtube vi ripropongo le due scene a confronto.
    In inglese:


    e in italiano:


    A quanto ci fa sapere Antonio Genna, il doppiaggio fu eseguito dal Gruppo Trenta che al tempo aveva un po’ l’egemonia su prodotti americani di questo tipo e che grazie a Dio ci ha regalato un doppiaggio da annali. Spero che Evit tiri fuori la sua copia in VHS così da recuperare i titoli italiani e le informazioni mancanti su coloro che hanno curato l’ottima versione italiana di questo film.

    Se volete scoprire (o riscoprire) questo classico della commedia americana, oggi che in America si festeggia col tacchino è un giorno buono come un altro. Dalla mia mai innevata Los Angeles vi saluto e mi accingo ad unirmi ai festeggiamenti… marzapane e gelatine mi aspettano (sempre meglio delle gomitate dei nonni burloni). Glu-glu-glu!

    Michele “Michael” Traversa

    biglietto3devil

    Un film diabolicamente esilarante

     


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  • L’invasione delle salsicce volanti (Due nel mirino, 1990)

    Due nel mirino 1990, battuta sulla salsiccia volante

    Eccovi una piccola chicca post-natalizia: nel film “Due nel mirino” (Bird on a wire, 1990) con Mel Gibson e Goldie Hawn, i due protagonisti sono braccati continuamente e in un punto del film Goldie Hawn nota in lontananza un elicottero e Mel Gibson si ricorda di quando vederono delle salsicce volanti (?).

    Due nel mirino, e le salsicce volanti

    Le battute proferite nel film sono le seguenti:

    Goldie Hawn: Ti ricordi quando ho visto le salsicce volanti?
    Mel Gibson: si, avevamo fumato parecchio quel giorno, roba di classe.
    Goldie Hawn: strano, anche adesso ne vedo una.

    Salsicce volanti? Ma che si erano fumati i doppiatori? Controllo il copione originale scoprendo ciò che già sospettavo, in originale si parlava di “dischi volanti” (flying saucers):

    Goldie Hawn: Remember the time I saw that flying saucer?
    Mel Gibson: We were smoking some pretty heavy stuff back then.
    Goldie Hawn: I think I see another one.

    Chiamo il mio collaboratore Leo, pronto per farmi due risate ma Leo cade dalla sedia e rimane incredulo e con il culo per terra; con voce tombale proclama: quei cretini hanno capito “flying sausagesinvece di “flying saucers“.

    Il bello è che questa battuta per arrivare in sala doppiaggio ha dovuto passare varie fasi, da quella di traduzione del testo originale, il suo adattamento (dialoghi di Ruggero Busetti per la Gruppo Trenta, dice Antoniogenna), almeno una revisione, poi infine la registrazione in sala doppiaggio, evidentemente a nessuno è mai venuto un dubbio in tutti questi passaggi. A noi rimangono le salsicce volanti.

    Salsicce volanti non identificate

    Se non mi credete (perché io non mi crederei!), ho caricato la clip video su YouTube. Se non me la rimuovono potrete sentire con le vostre orecchie. Ecco la clip:

  • E tu saresti un traduttore? Qualche volta (Indiana Jones 4)


    Dopo l’articolo su Bastardi senza gloria e l’insoddisfacente doppiaggio della sua celebre scena degli italiani rivolgo brevemente la mia attenzione ad un altro film doppiato dalla stessa compagnia (la PUMAISDUE, ex Gruppo Trenta a quanto leggo su Wikipedia).
    Il film in questione è Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo (che abbrevierò chiamando Indy 4 o Indiana Jones 4 perché la vita è breve e gli impegni sono tanti).
    Se il film già di per se è molto criticabile e palesemente molto distante dai canoni della trilogia di Indiana Jones (non vi nascondo che come fan di Indiana Jones io lo abbia in tutta onestà detestato dopo i primi 10 promettenti minuti), alcune piccole scelte di doppiaggio hanno se possibile contribuito ad allontanare maggiormente questa pellicola dalla vecchia trilogia.
    Voglio partire con una nota positiva però. Posso dirvi che siamo stati fortunati che Harrison Ford abbia ottenuto nuovamente la voce di Michele Gammino. Fortunati perché nel recente ridoppiaggio della trilogia con cui Sky ha “omaggiato” i fan, la nuova voce di Indy era di Pino Insegno. Questa cosa ha scatenato un vero e proprio finimondo (giustamente). Mi pare che ci sia ancora il dubbio su quale doppiaggio ritroveremo nella versione Bluray; io intanto mi tengo strettissimo il primo cofanetto DVD (che è anche esente da piccole alterazioni digitali introdotte successivamente). Scusate la digressione.
    Gammino aveva già doppiato Ford in I Predatori dell’arca perdutaL’Ultima crociata (i due capisaldi dell’intera serie) ma le nostre fortune purtroppo si sono fermate lì.
    La recitazione di Gammino in questo film secondo me lascia un po’ il tempo che trova. Non ce l’ho con lui per carità, già è un miracolo che Harrison Ford non lo abbia doppiato qualcun altro ma insomma, si poteva fare di meglio.
    Karen Allen, che ritorna nel ruolo di Marion Ravenwood (la Indy girl del primo film), non ha ricevuto lo stesso magnanimo trattamento di Ford e gli è stata affibbiata una nuova doppiatrice. Paila Pavese, perfetta come voce della Allen nei Predatori, è stata infatti sostituita per Indiana Jones 4 da Chiara Salerno, una voce più “soft” ma non riconoscibile e caratteristica come quella della Pavese.
    (Se, come mi è sembrato di leggere da qualche parte, la Paramount ha messo bocca nella scelta dei doppiatori direi che si dovrebbero fare una vagonata di ca**i loro e lasciarci la Pavese a doppiare Karen Allen.)
    L’accento russo di Emanuela Rossi mi ha convinto poco ma devo dire che anche quello di Cate Blanchett non era un gran che (anzi, a tratti anche un po’ imbarazzante), quindi niente peggioramenti qui ma certo c’era spazio per delle migliorìe, invece si è optato per un doppiaggio-fotocopia come si suol fare di questi tempi.
    Infine… ciò che mi ha più tormentato: l’unica battuta divertente del film viene annichilita nell’adattamento italiano.
    [dopo che Indy fa fuori un assalitore, il personaggio di Shia LaBeouf scopre che Indiana non è il tipico professore e gli chiede stupefatto…]
    LaBeouf: You’re a teacher?
    Ford: Part-time.
    LaBeouf: E tu saresti un professore?
    Ford: Qualche volta.
    La risposta italiana di Indy non ha senso e non fa ridere. “Qualche volta”? Come fa uno ad essere un professore solo “qualche volta”? Di tutte le possibili alternative a “part-time” il “qualche volta” penso sia tra le peggiori. “Non a tempo pieno” o “non sempre” sarebbero state già delle valide alternative che avrebbero anche permesso di mantenere un velo d’ironia soprattutto se recitate nel modo giusto.
    Da notare che nel videogioco Lego Indiana Jones c’è un livello chiamato [“Sei un insegnante?” “Part-time”]. Evidentemente chi ha tradotto il videogioco ha fortunatamente ignorato l’adattamento italiano del film. Anche qui però si tratta di una traduzione soltanto mezza riuscita. Difatti la domanda “E tu saresti un professore?” è più corretta come traduzione di “You’re a teacher?” rispetto a “Sei un insegnante?” (visto il contesto e il modo in cui veniva detto, s’intende).
    Anche quel “porca miseria, ho calcolato male!” (damn! I thought it was closer!) poteva essere adattato meglio.
    Nota finale. Ho avuto l’impressione che i dialoghi di questo film siano stati mantenuti volutamente “puliti” per favorire un pubblico anche molto giovane. Che fine hanno fatto i “brutto figlio di puttana” dei Predatori? Adesso diventa “figlio di buona donna” e persino i “damn!” diventano “porca miseria“, ovvero la denaturazione completa del personaggio di Indy; porca miseria lo dico io! C’era modo e modo per rendere questo mediocre film almeno memorabile nei dialoghi italiani, invece ho sentito solo bubbole e scempiaggini. Nessuna frase che colpisce o che rimane, niente di niente. Un lavoro di adattamento non certo all’altezza delle aspettative.

  • Beetlejuice – Spiritello porcello. Fortunati a non essere morti in Uganda

    Beetlejuice che dice mio sganascio dalle risate tutte le porche volte che me lo vado a rivedere

    Beetlejuice – Spiritello porcello (sì, ottimo sottotitolo italiano, non sono qui per parlare di quello) appartiene a quel periodo che io definisco “di quando i film venivano doppiati quasi sempre bene”, siamo negli anni ’80 ovviamente, 1988 per essere precisi. Al netto della nostalgia di quel decennio, Beetlejuice rimane un film divertente con un doppiaggio (della Gruppo Trenta) all’altezza della sua fama. Ed è del doppiaggio e di un paio di scene che voglio parlare.

    “Le offro, così fumo di meno”

    L’interpretazione “spumeggiante” di Michael Keaton nei panni del bioesorcista chiamato Beetlejuice viene resa alla perfezione dal poliedrico Carlo Reali (che per me è anche memorabile per il doppiaggio del pagliaccio di IT, 1990), stesso timbro di voce e stessa energia, inoltre alcune scene (come spesso accadeva per i film comici doppiati in quegli anni) sono rese più divertenti dal doppiaggio stesso. Un esempio lo troviamo nella scena sala d’attesa dell’aldilà dove un uomo morto carbonizzato offre una sigaretta ad Alec Baldwin. In inglese l’uomo carbonizzato ha una voce assolutamente normale e fa ridere proprio per questo contrasto tra aspetto e voce, il dialogo recita:

    – You want a cigarette?
    – No, thank you.
    – I’m trying to cut down myself.

    …in italiano la stessa scena è resa ancora più spassosa dalla scelta di dare all’uomo carbonizzato una voce più comica (e per quanto mi riguarda più appropriata) da cartonesco fumatore incallito. Il dialogo italiano recita:

    – Una sigaretta?
    – No, grazie.
    – Le offro, così fumo di meno!

    Spero che i video da YouTube permangano perché la scena va ascoltata più che letta in una trascrizione. Ancora oggi è una frase che imito per scherzo.

    Dire “puttane” per far ridere

    È la battuta successiva nella medesima scena che ci porta un altro momento degno di nota, quando i protagonisti chiedono se è questo che ciò che capita quando uno muore:

    Is this what happens when you die?
    This is what happens when you die. That is what happens when he dies. And that is what happens when they die.

    La dipendente pubblica dell’aldilà (ex-Miss Argentina che si è suicidata tagliandosi le vene) parla di “they” (loro) indicando genericamente tutti gli altri defunti in attesa del loro turno. Tim Burton decide in quel momento di inquadrare una donna vestita in modo succinto e tagliata metà, presumibilmente la vittima di un trucco di magia andato storto. Qui l’adattamento italiano inventa una sua battuta:

    È questo che capita quando uno muore?
    È questo che capita quando lei muore e quello quando lui muore e quello quando muoiono las putanas.

    L’assistente del prestigiatore tagliata a metà è diventata una puttana nella versione italiana, e a questo punto non è chiaro se tutte le putanas nell’aldilà finiscano per essere tagliate in due. In ogni caso, la gag italiana si fa più visiva che altro (calze a rete, trucco pesante, etc…) e potremmo supporre che il cambio sia voluto dal dialoghista alla ricerca di una battuta e che non si tratti di un frantendimento. Avranno davvero pensato che si trattasse di una prostituta? Niente è da escludere.

    Scena dal film Beetlejuice spiritello porcello dove il doppiaggio italiano parla di putanas

    Un paio di calze a rete ed è subito putanas (sigh)

    A parte quella di las putanas, che non a caso sembra la sola battuta un po’ cattiva e un tantino gratuita all’interno dell’intero film doppiato, il film in italiano è pieno di divertenti aggiunte e, nel complesso, veramente poche battute originali risultano meno divertenti nella nostra lingua (difatti al momento non ne ricordo alcuna).

    “Siete fortunati a non essere morti in Uganda”

    Infine, di questo film è certamente da notare (ai fini del mio blog) la battuta “Things seem pretty quiet here.You should thank God you didn’t die in Italy” che in italiano diventa “Sembra abbastanza tranquillo qui (riferendosi alla casa). Siete fortunati a non essere morti in Uganda”. Mettendosi un attimo nei panni del pubblico e degli sceneggiatori americani, lo stereotipo che fa funzionare la battuta in lingua originale è quello delle case italiane, affollate e chiassose, in particolare al sud d’Italia che per gli Americani si estende a modello per tutto lo stivale.
    Per la versione doppiata la gag ricasca sull’Uganda, che sia questo per la ricerca di un corrispettivo simile del terzo mondo oppure perché l’Uganda negli anni ’80 era in continuo subbuglio politico-militare e quindi certamente non “tranquillo”? Visto al di fuori degli anni ’80 e con occhi moderni forse la battuta italiana è invecchiata molto peggio e non risulta altrettanto immediata.

    Sebbene leggermente offensiva per noi chiassosi mangiaspaghetti, credo che avrebbero potuto lasciare la battuta originale sul non essere morti in Italia, almeno potevamo avere un’idea di cosa pensano di noi gli americani o ci saremmo fatti almeno un paio di domande. Avranno poi veramente torto? Quanti di voi non hanno esperienza di cene rumorose, con sigla del TG1 a volume troppo alto?

    Betelgeuse o Beetlejuice?

    Per concludere, una nota sul titolo che deriva dal nome del personaggio interpretato da Michael Keaton, Betelgeuse per l’appunto (sì, scritto come la stella), lo spiritello porcello (quale definizione fu mai più adatta) che compare se ne pronunciate il nome tre volte. Il problema per gli americani è proprio quello della pronuncia, soprattutto di nomi così inusuali come Betelgeuse e quindi il nostro spiritello, non potendo egli stesso pronunciare il proprio nome (per qualche regola ultraterrena a noi ignota), lo fa capire alla nostra protagonista grazie al gioco dei mimi con parole in inglese (qui il doppiaggio se la cava con questo stragemma), dove fa prima comparrie un insetto enorme, il nostro “beetle”, seguito da un succo di frutta, juice.

    Gioco dei mimi con Beetlejuice che mostra un succo di frutta

    Beetlejuice, letteralmente “succo di scarafaggio” (ma non ditelo agli entomologi che si incazzano se traducete troppo liberamente beetle come scarafaggio) è quindi un modo per aiutare la nostra protagonista e con lei l’americano medio ad indovinare la pronuncia del nome Betelgeuse. Ma Betelgeuse si pronuncia davvero “biitelgiuis” in inglese? Se lo sono chiesti anche degli appassionati di astronomia nel forum Cloudy Nights arrivando ad una diatriba sulla corretta pronuncia che vi riassumo io così: in inglese ci sono tanti modi per pronunciarlo, ciascuno fa appello ad una sua filologia sull’origine del nome, tra questi c’è anche /ˈbiːtəldʒuːs/ o “bit’-uhl-joos”, ed è opinione comunque che sia diventato più popolare soltanto dopo l’uscita del film.

    Su Wikipedia in inglese sono riportate le varie pronunce del nome Betelegeuse, tutte giuste, dipende da quale fonte volete prendere in considerazione:

    • /ˈbɛtəldʒuːz/ BET-əl-jooz – Oxford English Dictionary and Royal Astronomical Society of Canada
    • /ˈbiːtəldʒuːz, -dʒɜːz/ BEET-əl-jooz, -⁠jurz – Oxford English Dictionary
    • /ˈbiːtəldʒuːs/ BEET-əl-joos – Canadian Oxford Dictionary, Webster’s Collegiate Dictionary
    • /bɛtəlˈɡɜːrz/ bet-əl-GURZ – Martha Evans Martin, The Friendly Stars

    Di sicuro una di queste è diventata la più comune in lingua inglese a partire dal 1988 proprio grazie al film, per stessa ammissione dei vari appassionati di astronomia che hanno partecipato alla discussione. È la cultura popolare che ancora una volta finisce per influenzare la lingua, quindi niente di strano.

    Volantino di Betelguese il bio esorcista. Dal film Beetlejuice

    Per quanto riguarda la pronuncia italiana della stella, il DiPI – Dizionario di pronuncia italiana online suggerisce betelˈʤɛuze (quindi con ogni singola lettera inclusa e non “-gius”) ma tutto questo discorso sulla pronuncia alla fin fine ci interessa poco visto che è il diretto interessato, il nostro spiritello porcello, a dirci come si pronuncia il suo stesso nome e non possiamo certo dirgli niente.

    Le osservazioni sull’adattamento italiano di Beetlejuice – Spiritello porcello finiscono qui ma non sono certamente le uniche degne di nota e se ci sono altri momenti del film che vi piacciono o che vi sono rimasti impressi sentitevi liberi di segnalarli nei commenti.