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  • The Abyss (1989) – La tortura della goccia

    Gif animata con Guzzanti che esclama subbaqqueria, nella serie di sketch Rieducational Channel con Vulvia, la presentatrice.

    The Abyss è il sogno (e anche il film) più bagnato di James Cameron perché riunisce tutte le sue più grandi passioni: personaggi femminili forti, le immersioni nelle profondità marine, la paura della guerra nucleare, il maltrattamento di attori e troupe e, tempo permettendo, pure gli alieni. Ciascun film di Jimmy contiene sempre almeno due o tre di questi elementi ma mai prima del 1989 era riuscito ad infilarceli tutti quanti in un colpo solo. E me cojoni, direte!

    Poster del film The Abyss modificato in The Abuse

    Working title

    Ma quando l’attore protagonista ti tira un cazzotto in faccia perché stavi per farlo affogare nel tuo film sugli alieni subacquei con donna forte e testata nucleare che rischia di esplodere, forse è il momento di domandarsi se fosse davvero necessario far coesistere tutti questi elementi in un solo film.
    Ma voi siete qui per l’adattamento, giusto? E non per le curiosità dai dietro le quinte tipo Mary Elizabeth Mastrantonio (uè, cumpà!) che scappa dal set in lacrime urlando “siamo attori, non animali!”.

    Ebbene, se ne saranno accorti in pochissimi ma l’adattamento italiano di The Abyss fa acqua da tutti le parti ed è pieno di errori più o meno gravi che, se sommati insieme, come tante gocce d’acqua, diventano quasi una tortura medievale che rischia di portarvi alla pazzia.

    Fate un bel respiro, ragazzi. Stiamo per immergerci negli abissi della mia pedanteria. Sì, questo sarà un altro dei miei articoli da mister tritacazzi (semi-cit.).

    Scena dal film The Abyss, il personaggio di One Night che si mette un dito in bocca per vomitare

     

    Tutta colpa di Netflix

    La mia prima esposizione a questo film è avvenuta, così come per molti altri, nell’era analogica, quando le videocassette imperavano e il confronto con l’originale in inglese era cosa assai poco pratica, diciamo pure impossibile; in DVD poi non credo lo abbia mai comprato nessuno e se lo avete fatto sta sicuramente lì, a prendere polvere nella terza fila dello scaffale, ammettetelo!
    In Blu-Ray poi ancora non esiste. Cameron ce lo promette da anni ma fino ad ora è stato troppo occupato a ritoccare continuamente i suoi Terminator e a pianificare quattro o cinque nuovi seguiti di Avatar di cui nessuno sente il bisogno, quindi devo solo ringraziare Netflix che, finalmente, dopo 29 anni mi ha consentito di vederlo in inglese.

    L’articolo sull’adattamento italiano che segue è la conseguenza di tale visione.

    Una scena del film The Abyss (1989)

    È una di “quelle” recensioni. Armiamoci di santa pazienza.

    Lo sapevate? L’adattamento di The Abyss è terribile. Sapevatelo

    The Abyss è uno di quei casi in cui abbiamo un ottimo doppiaggio (la scelta degli interpreti e la loro interpretazione è davvero eccellente) che però si basa su un pessimo adattamento, ma prima di parlare dell’adattamento voglio togliervi un dubbio che probabilmente non vi eravate mai neanche posti: come si pronuncia il titolo del film?
    Per una pronuncia corretta l’accento va sulla y, quindi “abìss” e non “àbiss”, ecco, ce lo siamo tolto di torno. Avete notato come nessun film di James Cameron abbia mai avuto un titolo tradotto in italiano? Curiosa ‘sta cosa. Comunque, tornando ai miei tormenti, qual è il problema della versione italiana? Non ce n’è solo uno, questo film infatti ne è colmo, tra frasi omesse, frasi che cambiano il significato dei dialoghi, frasi che anticipano sorprese… questi sono alcuni dei tanti problemi che affliggono il suo doppiaggio.

    Oltre a questi, la versione italiana è costellata di tante piccole scelte di traduzione discutibili, piccole goccioline che dopo 145 minuti possono anche portarvi alla pazzia, io vi ho avvertiti. Contiamo le goccioline insieme e forse The Abyss diventerà una tortura insostenibile anche per voi. Orsù accomodatevi, comincia il film.

    Raffigurazione della tortura della goccia

    Seduti comodi?

    Prima scena, primi errori

    Il film comincia subito con una battuta che, come si dice nella terra del tè con il latte a tutte le ore, “it’s not quite right”, non è proprio corretta.

    In un sottomarino americano, il marinaio addetto al sonar sta seguendo gli spostamenti di un oggetto subacqueo non identificato che si muove a velocità impossibili per un sommergibile sovietico. Ci viene detto che l’oggetto non emette cavitazione, né rumori di un reattore e che “non si avvertono neanche segni di eliche” . Detto così sembrerebbe che non emetta proprio alcun rumore, che sia quindi del tutto silenzioso. Questo è ciò che percepiamo dai dialoghi italiani.
    Interpretazione subito smentita dal superiore che preme un pulsante e ci fa sentire ciò che il marinaio stava ascoltando in cuffia. Un suono alieno.

    Scena iniziale del film The Abyss, tre sommergibilisti davanti al sonar

    Una banale occhiata ai dialoghi in inglese e scopriamo invece che l’ultima frase del marinaio era ben altro: “non sembra neanche il suono di eliche” (it doesn’t even sound like screws). La battuta in inglese dovrebbe far scattare una curiosità nella mente dello spettatore in merito all’oggetto misterioso e al suono che emette, un suono sconosciuto e indescrivibile. Che suono sarà? Cosa diavolo lo emette? Faccelo sentire anche a noi!

    Da questo primo esempio è già evidente come una piccola alterazione apparentemente da poco possa alterare completamente la percezione di una frase e della scena stessa. Cameron la sa lunga su come creare aspettative con i dialoghi e su come poi distribuire piccole ricompense. Già le primissime battute del film riescono nell’intento, a patto che lo stiate guardando in inglese però.

    Se in italiano ci fai pensare che l’oggetto misterioso non emetta alcun suono e poi un suono invece lo sentiamo hai già ammazzato i dialoghi dalle primissime battute. Anche noi spettatori ignoranti vogliamo poter confermare che non si tratta di un rumore di eliche dopo esserci chiesti “che rumore sarà mai?”.
    Il modo in cui è stato tradotto potrebbe far sospettare ad una superficiale conoscenza dell’inglese ma lasciamo il beneficio del dubbio imputandolo ad una scelta di traduzione… magari per rispettare il labiale? Speriamo e andiamo avanti.

    Che sarà mai, dite? Sottigliezze, dite? Sofismi? Questa è soltanto la prima goccia.

    goccia d'acqua che cade sulla testa

    Plic!

    Linguaggio da marinai o da scaricatori di porto?

    Da spettatori italiani di blockbuster (doppiati), siamo facilmente portati a credere che in una situazione di pericolo dei marinai possano dire cose come “siamo nella merda” oppure “i serbatoi di prua sono fottuti“, frasi molto plausibili in bocca a dei sommergibilisti di un film d’azione statunitense, se non fosse per il fatto che tale linguaggio stereotipato non ha corrispondenze in lingua originale.

    In situazioni d’emergenza sul mare non c’è spazio per un linguaggio così informale e ridondante perché può solo costare la vita a tutti. Lo sa bene Cameron, appassionato di immersioni, che ci mette più realismo possibile nei dialoghi di film su i suoi amatissimi abissi, e lo sa anche mio padre, ex-ufficiale di marina (mercantile), che davanti a queste frasi storce sempre il naso (se vedesse The Abyss in italiano lo storcerebbe di sicuro). È vero che questo genere di dialoghi è quasi la norma nei film americani ma non in questo. Allora perché dovremmo accettare dialoghi italiani da film di Michael Bay come “i serbatoi di prua sono fottuti” quando in inglese diceva semplicemente “falla nei serbatoi di prua” (forward tanks are ruptured)? La sostanza non cambia ma lasciamo che il film si esprima con il lessico scelto dal regista.

    Non passano neanche pochi secondi che ci arriva un altro scambio di battute dove l’adattamento italiano decide di andare un po’ a braccio:

    – We’re losing her! (Letteralmente “lo stiamo perdendo”, il sommergibile)
    [scambio di sguardi]
    Launch the buoy. (“Lancia la boa”)

    Ancora una volta nella situazione di emergenza non c’è tempo da perdere, ciascuna frase è significativa ed ha un suo peso. Nessuno perde tempo con inutili sottintesi o frasi ridondanti. Viene subito detto che il sottomarino è ormai spacciato. Chiaro. Semplice. Quel lancio delle boe è un tentativo probabilmente futile ma è l’unica cosa che resta da fare. Tutto molto accessibile, ci arriva anche il bifolco americano.

    Nel doppiaggio della terra di poeti, santi e navigatori, la prima battuta diventa invece “lanciamo una boa“, seguìta da una drammatica riconferma:

    “Lanciamo una boa…

    dramatic prairie dog gift

    …di segnalazione!”.

    Cosa cambia? La frase italiana vuole essere ad effetto e, invece di dichiarare subito e in modo chiaro che il sommergibile è “perduto”, sentiamo l’ordine di “lanciare le boe”, il sottoposto guarda con preoccupazione ma non muove un dito, ha capito qualcosa che gran parte degli spettatori ancora non sa, cioè cosa implica lanciare “le boe”. Non lo capiamo anche noi finché il capitano non specifica che le boe sono “di segnalazione”. Ora possiamo finalmente intuire che il sommergibile e il suo equipaggio sono spacciati e che non hanno altro che la speranza di essere recuperati dalla Marina.
    Lo spettatore americano e quello italiano percepiscono la scena in modo leggermente diverso. Questa è la prima di tante omissioni o alterazioni che ci accompagneranno per il resto del film. Nessun grave delitto, è soltanto un’altra gocciolina. Plic!

    goccia d'acqua che cade sulla testa

    Ahia, porco D…

    Siamo a poche frasi dall’inizio del film e l’adattamento italiano già fa acqua da tutte le parti. speriamo che non affondi.

    Il linguaggio tecnico dei subbaqqui: scogli per precipizi

    Di linguaggio tecnico in The Abyss ce n’è tanto e sembra essere quasi sempre corretto, forse frutto di un’ottima consulenza, lo dimostrano cose come il winch (termine che include sia il significato di verricello che di argano), usato proprio in nautica anche in lingua italiana. Eppure, in maniera inattesa, la traduzione ci casca nei momenti più banali come ad esempio quando una messa a terra (“ground connection”) diventa letteralmente una “connessione al suolo“.

    Bypassa la connessione al suolo sul sequenziatore di separazione

    Tale frase viene fuori nella scena in cui i sommozzatori dei Navy Seals armeggiano con una testata nucleare che di certo non è connessa “al suolo” come una tenda da campeggio. A riconferma di ciò, se cerchiamo “connessione al suolo” su Google troviamo la bellezza di un centinaio di risultati, nessuno legato all’elettronica (contro gli oltre 2 milioni di “messa a terra”, tutti legati all’elettronica). Certo, Google non c’era nel 1989, ma la “messa a terra” esiste dai primi esperimenti di Faraday dell’800.

    Scena dal film The Abyss

    Doppiaggio: “Bypassa la connessione al suolo sul sequenziatore di separazione”

    Ancora più fuorviante è un’altra battuta che arriva poco dopo, quando sentiamo che invece di essere trascinati verso il precipizio la nostra Mastrantonio (nella versione italiana) ci avverte che stanno per essere trascinati verso uno scoglio.

    Definizione di scoglio: “porzione di roccia che affiora o emerge dalla superficie del mare, di laghi o di fiumi”.

    Ora, dubito che questo si qualifichi come “scoglio”.

    Scena dal film The Abyss, un sommozzatore sul bordo di uno strapiombo

    In inglese infatti non si parla affatto di scogli.

    Scena dal film The Abyss

    Doppiaggio: “Stiamo andando contro lo scoglio”

    La frase italiana fa pensare che si sarebbero presto schiantati contro una parete o un masso, ben altra cosa rispetto al rischio di CADERE DA UN PRECIPIZIO nelle profondità marine! Mamma mia, sento già la tensione che sale in me… ma solo in inglese! Infatti lo strapiombo di cui parlano nella versione originale lo vediamo solo successivamente, quando la gru alla quale sono rimasti ancorati precipita giù rischiando di trascinarli oltre il baratro. Resosi conto di ciò che sta per accadere, Capitan Ovvio urla “ci trascina via!” mentre in inglese la battuta era semplicemente “reggetevi a qualcosa” perché ciò che stava per accadere era chiaro persino al bifolco americano.

    Scena dal film The Abyss

    Doppiaggio: “Ci trascina via!”

    Da notare che quasi tutte le frasi incriminate sono dette fuori campo, non vediamo mai la bocca di chi le pronuncia quindi sono scelte difficili da poter giustificare in qualche modo.

    A proposito di pronuncia, con il doppiaggio di The Abyss è la prima volta che sento il segnale di soccorsoMAYDAY” pronunciato come “mai-dei” invece di “mei-dei” (o come viene spesso trascritto MEDE’), molto curioso visto che lo stesso personaggio (Sonny, doppiato da Franco Zucca) nella medesima scena pronuncia poi il nome della piattaforma Deep Core come “dip COAR”, forse ad emulazione della pronuncia americana. La pronuncia di parole estere evidentemente rimane a discrezione degli interpreti.
    Visto che stiamo a parlare di pronunce, perché i mini sommergibili radiocomandati “Big Geek” e “Little Geek”, vengono chiamati “little gic” e “big gic”? Forse “bigghick” suonava male? Chissà in quanti avranno pensato di sentirci “Big Jim” all’epoca. (La pronuncia corretta di geek è “ghiik”.)

    Mentre nel caso dello scoglio/strapiombo i dialoghi italiani restano incomprensibili finché non vediamo con i nostri occhi cosa sta per accadere, in altre scene invece anticipano persino troppo. È il caso del famoso incontro con la protuberanza fatta d’acqua. Dico famoso perché questa scena certamente la conoscete anche senza aver visto il film.

    Scena dal film Abyss, una protuberanza fatta d'acqua imita il volto dell'attrice Mastrantonio

    Protuberanze acquatiche, su Rieducational Channel!

    Successivamente a questo primo contatto, la protuberanza si allontana, addentrandosi in altre parti della struttura sottomarina. Dove starà andando? In inglese la protagonista pensa che sia diretta verso il modulo B della struttura (“I think it’s headed for B module“). La musica è gioiosa finché non vedono che si è fermata ad osservare la testata nucleare portata a bordo dai militari paranoici.
    Nella versione doppiata, la costruzione dell’intera sequenza è rovinata da uno “spoilerino”: invece di dire che sta andando verso il modulo B, in italiano il personaggio di Lindsay (Mastrantonio) mostra doti paranormali di preveggenza quando dice: sta andando verso la testata!

    Scena del film The Abyss, l'equipaggio segue la protuberanza acquatica verso la testata nucleare

    Doppiaggio: sta andando verso la testata!

    Che ne sai, Lindsay? Hai letto il copione? È una gigantografia del copione quella che vedo appesa alla parete nell’immagine qui sopra?
    In italiano, dunque, la musica rimane gioiosa nonostante Lindsay abbia detto che la protuberanza aliena sia diretta verso la testata nucleare, a questa informazione gli spettatori italiani non danno quindi il giusto peso perché la musica si fa più seria soltanto dopo. Questo non ha senso nel linguaggio del cinema.

    goccia d'acqua che cade sulla testa

    Ahhhhh!

    Abissali fraintendimenti

    Per essere un film sulle profondità marine e sulle immersioni, The Abyss ha dialoghi davvero alla portata di tutti, immediatamente comprensibili a patto che conosciate l’inglese. Non mi spiego infatti come mai molte frasi siano state fuorviate in fase di traduzione e adattamento, complicando anche le cose più banali. Qualcuno deve proprio essersi perso in un bicchier d’acqua.

    Siamo ancora all’inizio del film, l’ingegnere Lindsday Brigman (Mary Elizabeth Mastrantonio) è in un piccolo sommergibile con i marinai delle forze speciali Seal. Una volta attraccati alla piattaforma sottomarina Deep Core devono ancora attendere l’equilibratura della pressione prima di poterci entrare.

    A questo punto Lindsay annuncia una brutta notizia e una notizia ancora peggiore:

    Il personaggio di Lindsay che porta una brutta notizia

    Il personaggio di Lindsay che porta una notizia ancora più brutta

    The bad news is, we got eight hours in this can blowing down and the worse news, it’s gonna take us three weeks to decompress later.

    La brutta notizia è che dovranno rimanere 8 ore in quella scatoletta per la compressione, la notizia ancora più brutta è che al ritorno in superficie poi gli ci vorranno tre settimane per la decompressione.

    In Italia, terra di poeti, di navigatori e di quelli che si complicano la vita inutilmente, il dialogo è stato tradotto in questo modo:

    Siamo stati più di otto ore a zonzo dentro questa scatola e mi dispiace per voi ma ora ci aspettano tre settimane di decompressione.

    TUTTO ciò è sbagliato. Otto ore non è il tempo già speso per raggiungere la piattaforma Deep Core bensì quello che dovranno attendere prima di poterci entrare. Dicendo poi “ora ci aspettano tre settimane di decompressione” sembra che faccia riferimento al tempo di attesa per l’equilibratura della pressione (che invece è di 8 ore). Sono quei dialoghi che forse sulla carta avevano un qualche senso ma che nella pratica risultano fuorvianti.

    Scena dell'equalizzazione della pressione dal film The Abyss

    Tre settimane a guardare l’orologio

    I fraintendimenti non finiscono certo qui. Dopo un diverbio tra Lindsay e il tenente Coffey in cui quasi ci scappa il morto, si parla di un “fattore culo” che in italiano porta irrimediabilmente a pensare al culo inteso come fortuna, come del resto testimoniano le molte pubblicazioni che riportano questo nome (spesso abbreviato in “fattore c”) e addirittura un programma televisivo.

    Io dico che in tutta questa storia do al fattore culo un’importanza di 9 punti su 10.

    Ben altra valenza ha la battuta originale…

    I got to tell you, I give this whole thing a sphincter factor of about 9.5

    …nella quale si parla di un “fattore sfintere” a cui viene attribuito un livello di strizza di 9,5 su 10 per via della situazione rischiosa in cui si erano trovati. Un modo divertente per dire che quasi si cagava addosso e su questa battuta si conclude la scena. Certo, erano stati anche fortunati, ma un fattore strizza è una migliore conclusione della scena rispetto ad un generico fattore fortuna. Se è stato scelto “culo” sperando che si capisse la battuta originale hanno sbagliato di grosso, se invece si è optato per un cambio di battuta, quella originale funziona comunque meglio.

    Ed Harris nella scena del gabinetto, guarda nel cesso dopo averci gettato l'anello

    Come vedete, qui a Doppiaggi italioti…

    Ed Harris nella scena del gabinetto, cerca di recuperare l'anello

    …si scava proprio a fondo nelle questioni.

    Tra moglie e marito non mettere il dito (antico consiglio per traduttori)

    Una delle cose più memorabili dell’intera vicenda (oltre agli alieni di plastica alla fine) è certamente il rapporto di odio e amore tra il capitano della stazione subacquea, Virgil “Bud” Brigman (Ed Harris) e la moglie da cui sta divorziando, l’Ing. Lup. Mann. Lindsay Brigman (Mary Elizabeth Mastrantonio), che ha progettato la piattaforma. La giornalista Silvia Bizio nell’articolo Troppi misteri in fondo al mare nel 17 agosto 1989 ci riporta ciò che all’epoca sospettavano in tanti, cioè che ci sia qualcosa di autobiografico nel rapporto tra moglie e marito che vediamo in The Abyss.

    […]nonostante i suoi dubbi inizi nel 1981 (con Pirana II) ha firmato, in tandem con la moglie produttrice Gale Ann Hurd (il loro matrimonio è andato a fondo durante le riprese di The Abyss), film come Terminator (1984) e Aliens (1986). Non a caso molti sostengono che il soggetto di The Abyss che Cameron aveva scritto a solo 17 anni, sia stato integrato con molti elementi autobiografici relativi a Cameron e alla Hurd: due persone unite dal lavoro e separate dal conflitto fra carriera e famiglia.

    È certamente una di quelle semplificazioni che piacciono tanto ai pettegoli appassionati di gossip e agli spacciatori di curiosità (quasi sempre false) sul cinema e anche io farò come Silvia Bizio, prendendo le distanze da simili congetture in attesa di conferme o smentite da parte degli interessati; possiamo però constatare che raramente capita di vedere conflitti di coppia così ben rappresentati su pellicola, qualunque ne sia l’origine.

    I due protagonisti del film The Abyss

    Realistiche conversazioni di coppia

    Purtroppo nell’adattamento italiano anche i battibecchi di coppia tra Lindsay e “Bud” non sono esenti da errori di traduzione o reinterpretazioni, a partire dal marito che ricorda alla moglie che non le è mai piaciuto essere chiamata “signora Brigman” e lei risponde “mi è piaciuto quando significava qualcosa” mentre originariamente era l’esatto contrario “not even when it meant something” (neanche quando significava qualcosa). E faccio notare che questi dialoghi sono di spalle, la scusa del labiale non sussiste.

    E non è il solo esempio. Il dialogo che segue cambia ancora una volta l’atteggiamento della co-protagonista che da persona orgogliosa che fa molta fatica ad elargire un complimento al marito, in italiano diventa quasi lo stereotipo della casalinga preoccupata.

    La frase…

    You know, you did okay back there, Virgil. I was fairly impressed.
    (= sai, te la sei cavata bene prima, Virgil. Sono alquanto colpita.)

    è stata adattata in questo:

    Menomale che sei rientrato in tempo. Ero davvero preoccupata.

    Se l’obbiettivo di questo adattamento era quello di riempirlo di frasi banali hanno fatto uno splendido lavoro. Manca solo qualche “non correre, papà”, ci sarebbe stato bene durante la discesa negli abissi, alla fine.
    Il botta e risposta da coppia che fa scintille continua in entrambe le lingue concordemente a quanto detto nelle precedenti battute:

    ORIGINALE Yeah? Well, not good enough. We still got to catch Big Geek.
    (=Ah, sì? Be’, non abbastanza. Dobbiamo ancora recuperare Big Geek)

    DOPPIAGGIO: In tempo per cosa? Per perdere Big “Gick”?

    E poi sul finale di questo battibecco ritorna una diversa interpretazione del personaggio di Lindsay che, invece di avere l’ultima parola, diventa comprensiva e non competitiva.

    ORIGINALE. Lindsay: Yeah. Well, not in this thing.
    (=Be’ di certo non con questo affare)

    DOPPIAGGIO: Be’, non intendevo questo.

    “Bud” può essere acido, Lindsay per qualche ragione no, ma si sa, dietro ogni marito burbero c’è una moglie comprensiva. Si è dimenticata solo di ricordargli di prendere il latte al ritorno dal lavoro. Basta pochissimo per stravolgere la psicologia dei personaggi.

    Roba troppo sottile? Allora che ne dite di quando Lindsay propone al marito di tornare indietro e prenderle una muta prima che la falla nel sommergibile la faccia annegare? Lui conta che ci vorrebbero 7-8 minuti per andare e tornare a nuoto e in italiano le dice che potrebbe farcela, mentre in inglese dice l’esatto opposto.

    Scena da The Abyss, il personaggio di Bud conta quanto gli ci vorrà a nuotare per prendere una seconda muta

    That would take me about 7, 8 minutes to swim, get the gear, come back.

    Ci vorranno 7 o 8 minuti per andare e tornare.

    Fin qui niente di male.

    Il personaggio di Ed Harris in The Abyss calcola di non potercela fare a salvare la moglie

    I wouldn’t make it. Look at this, by the time I got back you’d be…
    (=non ce la farei. Stammi a sentire, al mio ritorno saresti già…)

    che nel doppiaggio italiano diventa

    Va bene, dovrei farcela. Tu mi aspetti qui ma devi restare molto calma.

    Le frasi che seguono sono state alterate concordemente. Se in inglese lei cambiava idea e diceva di guardarsi intorno alla ricerca di altre soluzioni, in italiano accade tutto l’opposto, lei promette che sarebbe stata calma ma che lui avrebbe dovuto fare in fretta. Non si capisce poi perché dopo il marito tergiversi e ai due caschi il mondo addosso quando trovano un respiratore ma questo non funziona. Ma non doveva arrivare a nuoto a prenderle una muta il più presto possibile? Che sta aspettando? Ahh, già, i dialoghi sono stati cambiati e non hanno senso. Scemo io.

    Una situazione drammatica diventa così un’incomprensibile perdita di tempo con tanto di “calmati, donna”.

    Correction guy meme con vignetta: ti salvo ma calmati

    Se non sapessi che dialoghi e direzione del doppiaggio sono di Susanna Javicoli avrei certamente pensato al peggiore dei maschilisti.

    Mi copi o mi ricevi? Boh, facciamo entrambi

    I dialoghi di questo film sono in gran parte radiotrasmessi e quindi strapieni di termini noti ai radioamatori (un po’ meno al grande pubblico) con cose come “mi copi?”, cioè “mi ricevi?”, una diretta traduzione maccheronica (ma storica) di “do you copy?”. Una iniezione di realismo forse eccessiva quando nello stesso film i “serbatoi di prua”, invece di “avere una falla”, possono essere descritti come “fottuti”.

    E così il film abbonda di “mi copi?” laddove un “mi ricevi” non avrebbe infastidito nessuno e dove non mancano neanche i “roger” (ne avevamo già parlato con Star Wars – Episodio I), un’espressione di conferma/risposta affermativa che in questo film non viene sempre tradotta allo stesso modo: a volte rimane “roger”, altre volte diventa “affermativo”, altre ancora “ok”.
    Anche i “copy” non sono sempre tradotti come “mi copi” ma ogni tanto diventano “mi ascolti?” o “mi senti” (persino all’interno della stessa scena) e quindi pure la scusa del labiale se ne va al diavolo.

    Dunque non solo abbiamo inglesismi superflui ma anche incoerenti. Doppia libidine, proprio!

    Jerry Calà che fa il gesto della doppia libidine

    Parlavamo di maschilismo… mi sembra una vignetta adeguata.

    Aggiunte e omissioni italiote

    Possiamo aggiungere al quadretto l’enorme quantità di frasi mai pronunciate in italiano, almeno non nella versione che ho visto io su Netflix ma lascio sempre il beneficio del dubbio perché non sarebbe il primo film in cui il missaggio audio fa scomparire intere frasi dalla versione home video italiana (come in Terminator, per dirne una).
    Ne cito solo qualcuna, come ad esempio la frase “loro non possiamo aiutarli ma forse troveremo dei sopravvissuti più avanti“, totalmente assente nei dialoghi originali della scena dell’esplorazione del sommergibile affondato, oppure la risposta “I’m dealing“(=ce la faccio) alla domanda “tutto a posto ragazzi?” (la risposta era assente in italiano), oppure ancora quando il tenente Coffey, ormai impazzito, dichiara ad un suo sottoposto che è ora di passare alla fase tre e il sottotenente Monk gli risponde con una frase inesistente nella colonna sonora italiana: “we don’t have orders for that“, cioè che non hanno autorizzazioni dall’alto (evidentemente necessarie) per poterlo fare. Questa risposta è particolarmente importante perché sottolinea come il tenente Coffey stesse agendo di sua spontanea iniziativa guidato solo dalla psicosi e questo dovrebbe anticiparci anche la defezione del sottotenente Monk che poi si metterà dalla parte dei protagonisti in quanto l’unico della squadra Seals a riconoscere la follia del suo superiore.

    Siccome non vogliamo farci mancare niente in questa terra di poeti, marinai etc, etc… il film doppiato sfoggia anche frasi inesistenti in inglese e frasi insensate in italiano, come durante la preparazione del protagonista all’immersione finale quando sentiamo questo dialogo

    Gli attori Ed Harris, Mary Elizabeth Mastrantonio e Adam Nelson in una scena di The Abyss

    Lindsay: vorrei restare un po’ con lui.

    Sottotenente Monk: Ok.

    Lindsay: Grazie.

    Soltanto che nessuno si allontana per lasciare Lindsay sola con il marito, la procedura di vestizione procede normalmente come se lei non avesse detto niente. Questo perché lo scambio di battute appena menzionato esiste solo in italiano e posso supporre derivi da un errore nel missaggio audio del film, perché niente nei dialoghi in inglese può far pensare ad un errore di traduzione. Quel “okay” del sottotenente Monk era solo riferito al corretto inserimento del casco.

    Altre battute alterate non tardano ad arrivare, quando Lindsay deve parlare a “Bud” per distrarlo dai dolori della discesa a profondità estreme e lo fa ridere dicendo che “non è facile essere una stronza di ferro [traduzione letterale], ci vogliono disciplina e anni di allenamento. Tanta gente non lo capisce.”.

    Una scena sottotitolata del film The Abyss: it's not easy being a cast-iron bitch  Una battuta del film The Abyss, sottotitolata in inglese: it takes discipline and years of training

    Una battuta del film The Abyss, sottotitolata in inglese: a lot of people don't appreciate that

    Scena dal film The Abyss, Ed Harris ride ad una battuta mentre è in immersione nel liquido ossigenato

    Per qualche strana ragione, al posto dell’auto-ironico “cast-iron bitch” (traducibile anche come “stronza patentata” o, come altri hanno tradotto prima di me, “stronza di proporzioni bibliche“), in italiano si parla di “rigida professionista” quindi il discorso si sposta sulla sua professionalità invece che sulla consapevolezza di passare da stronza:

    “Non è facile essere una rigida professionista, ci vuole disciplina e molti anni di studio”.

    È molto meno chiaro perché il marito dovrebbe ridere a questa battuta. Lo sappiamo tutti che per diventare professionisti (rigidi o meno) ci vogliono anni di studio e disciplina. Questo è complicare anche le battute più semplici e ancora una volta la psicologia della protagonista femminile ne risulta alterata in qualche modo.

    Questo delle donne che passano da stronze (bitch) evidentemente è un tema molto caro a Gale Anne Hurd che nel 2016 al festival cinematografico “South by Southwest” ha raccontato le difficoltà nell’essere una produttrice cinematografica donna e durante la sessione di domande e risposte un’aspirante produttrice le ha chiesto suggerimenti su come trovare un compromesso tra il passare da debole e passare da stronza. La risposta della Hurd non è stata per niente ambigua:

    Io voglio passare da stronza (bitch). Nessun uomo verrebbe etichettato allo stesso modo, non c’è un termine equivalente per il genere maschile [NdT: non c’è in inglese come non c’è in italiano per “troia”]. Non è tanto un “passare da stronza” quanto piuttosto farsi rispettare, difendersi e potersi esprimere.

    Viene facile trovare un nesso tra ciò che disse Hurd alla conferenza del 2016 e il personaggio da lei scritto negli anni ’80 per The Abyss, quello di Lindsay che abbraccia l’idea di passare da stronza anche se chiaramente avrebbe voluto farne a meno. Un nesso che però è difficile da trovare se facciamo riferimento ai dialoghi italiani. Nella versione italiana non c’è spazio per donne indipendenti che passano da scassacazzi solo per potersi far rispettare in un ambiente dominato da uomini, ci sono solo rigide professioniste. Sapevatelo.

    Scena dell'annegamento di Lindsay in The Abyss

    Scena in cui il marito affoga letteralmente la moglie, per poi far pace con lei dopo.

    Errori invisibili ai più, ma perché?

    È certamente curioso che nessuno abbia mai fatto veramente caso ai tanti errori madornali presenti nell’adattamento di questo film, che ho esposto per la prima volta e che sono certamente più gravi di quella manciata di esempi più frequentemente discussi sulla rete (mi riferisco a scoperte dell’acqua calda del calibro di Fener che in realtà si chiama Vader! Nooo, lo sapevate? Io no. E Se mi lasci ti cancello in realtà in inglese è un titolo elevatissimo… mai nella mia vita ne avevo sentito parlare, giuro).

    Il motivo di questa svista è in parte da imputare alla scarsa popolarità del film (diciamocelo, è un bel film ma non se lo incula quasi nessuno) ma in gran parte è anche merito di James Cameron e della sua bravura comunicativa. Il film, infatti, aiuta sempre visivamente lo spettatore quindi anche se qualche battuta è stata alterata non vi sarete persi niente che il film non riesca a farvi capire con le immagini. E se lo conoscete già non noterete i momenti in cui i personaggi anticipano eventi della trama ancora non avvenuti.

    Questa è una spiegazione plausibile del perché nessuno si è mai veramente lamentato dell’adattamento di The Abyss prima di me, ma di certo non è il modo di lavorare correttamente e si poteva certamente far di meglio, come ci dimostra la scena (in lingua originale) in cui la protagonista chiama il tenente Coffey Roger Ramjet, un personaggio dei cartoni animati che incarna (al ribasso) lo stereotipo dell’eroe americano: patriottico e non troppo sveglio. In italiano è diventato “signor Commodoro”, ignorando l’offesa implicita della battuta originale. Del resto in Italia non abbiamo mai sentito parlare di Roger Ramjet, sebbene un generico “Capitan America” sarebbe stata un’ottima alternativa.

    Curioso che la stessa azienda di doppiaggio abbia sfornato in quello stesso anno, 1989, il doppiaggio italiano di Batman di Tim Burton, quello sì un capolavoro di adattamento.

    Scena del topo che respira sott'acqua, nel film The Abyss

    Ma cosa spinge il topo ad immergersi? Spingitori di topi subbaqqui. Su Rieducational Channel!

    Un adattamento di poeti, santi e navigatori

    Con questo articolo sulla versione italiota di Abyss abbiamo dunque coperto sia i poeti (ai dialoghi di questo film, quelli che si inventano cose a caso), sia i navigatori (i sommergibilisti visti nel film) che i santi, quelli offesi dalle mie bestemmie durante la visione del film. Ma voglio concludere con le cose positive.

    Ci sono momenti che ritengo superiori in italiano pur nelle loro variazioni e il cast di doppiaggio è superlativo sia nell’abbinamento delle voci ai volti degli attori, sia nelle loro interpretazioni: Luca Biagini su Ed Harris (in quello stesso anno Biagini era anche la voce di Batman), Silvia Pepitoni su Mary Elizabeth Mastrantonio (curiosamente presente anche in Robin Hood il principe dei ladri dove però non doppiava Lady Marian della Mastrantonio bensì la sua damigella), Saverio Moriones (già Ed Harris in altri film ma qui come voce di Michael Biehn, per la prima e ultima volta), Pasquale Anselmo, Loris Loddi, Luca Ward, Franco Zucca (guardatevi un film britannico chiamato “Segreti e bugie” per rendervi conto di quanto è bravo Franco Zucca). Piccoli ruoli anche per Luca Dal Fabbro, Stefano De Sando, Luigi Ferraro, Silvio Anselmo, Angelo Maggi, Stefano Benassi e Stefano Pietrosanto-Valli.
    Leggo che gran parte di questi doppiatori sono ritornati ai loro ruoli per la versione estesa del film pubblicata nel 1996 anche se non ho mai avuto modo di vedere questa “director’s cut” doppiata in italiano, però fa sempre piacere quando la distribuzione ci mette abbastanza cura da richiamare i doppiatori originali.

    Un’altra cosa positiva è il linguaggio tecnico che, come già detto, è molto accurato anche quando fa uso di parole in inglese ma è proprio nelle frasi più banali che casca l’adattamento italiano di The Abyss impedendomi di capire cose che invece sono chiarissime per chi lo guarda in lingua originale. E questo non è bene.

    Scena di The Abyss, il personaggio One Night seduta nella cabina di pilotaggio del sommergibile

    Evit mentre si guarda The Abyss per recensirlo

     

  • Space girls senza sottana (Space Vampires, 1985)

    Mathilda-May
    Adesso che ho la vostra completa attenzione, parliamo dell’adattamento di questo film.
    Nel 1985 esce il film più ambizioso della Cannon Group, Lifeforce, da noi intitolato Space Vampires, e per una volta non è un nome inventato dalla distribuzione italiana ma si tratta del titolo provvisorio americano che originava a sua volta dal romanzo da cui è tratto, “The Space Vampires”. Sicuramente in Italia fu mantenuto quel titolo perché comprensibilmente molto evocativo.
    Come nella più tipica tradizione della Cannon, questo film raffazzona più generi insieme e si lancia in palesi scopiazzature di pellicole più famose, così creando un misto inedito: la fantascienza si fonde all’erotico, al vampiresco, allo zombesco, al catastrofico, e chi più ne ha…; tanto per dire, ad un inizio alla Alien seguono scene da Notte dei morti viventi e una trama da Dracula, ma i riferimenti si perdono.
    Se non sapete cosa sia la Cannon Group, vi consiglio caldamente di recuperare in qualche modo il documentario intitolato Electric Boogaloo: The Wild, Untold Story of Cannon Films.
    Data la poca notorietà di Space Vampires, sento di dovervi raccontare un minimo di trama.
    lifeforce2
    Trama: un gruppo di astronauti scopre un’enorme nave aliena nascosta nella coda della cometa di Halley. Al suo interno si trovano delle bare di cristallo contenenti tre bellissimi umanoidi (uno è Mathilda May e gli altri sono due inutili maschi) che, ahinoi, si scopriranno essere dei vampiri spaziali che prima ti seducono e poi succhiano l’energia vitale (la “lifeforce” del titolo americano) riducendo la vittima ad una mummia che a sua volta sarà costretta a succhiare energia da altri esseri umani per evitare l’auto-distruzione. Riportati sulla terra comincia a spargersi l’infezione e ben presto la città Londra diviene vittima di orde di questi vampiri-zombi-mummie (stiamo parlando di un film della Cannon, quindi anche i mostri sono un misto di almeno 3 generi diversi!) e, in maniera poco chiara, la trama culmina nel momento in cui la cometa è più vicina alla Terra, con l’astronave aliena a perpendicolo su Londra nell’atto di risucchiare energia vitale a tutti i suoi cittadini snob, così da fare il pieno di “vita” e ripartire alla volta di nuovi pianeti. Ce la faranno i nostri eroi a fermare la vampiressa e il suo crudele succhia-succhia galattico?

    Come nella più classica delle tradizioni italiane, persino la locandina vi sciupa il finale

    Come nella più classica delle tradizioni italiane, persino la locandina vi sciupa il finale


    Un film che consiglio a tutti gli appassionati di fantascienza di serie B e se non sono gli iconici seni della vampiressa a convincervi, QUESTA colonna sonora dovrebbe riuscirci (ascoltatela mentre vi leggete il resto dell’articolo). Se vi suona familiare ma non avete mai visto il film, forse è perché avete giocato a Baldur’s Gate che ne faceva ampio uso.
    Ovviamente l’uscita italiana in DVD e Bluray di questo film riporta tutti i cartelli in inglese, così ho recuperato una copia VHS di Space Vampires con titoli e cartelli in italiano scoprendo informazioni sul suo doppiaggio non note sulla rete, come ad esempio:
    space vampires 1 space vampires 2
    Se a queste ci aggiungete anche queste informazioni recuperabili su internet.

    Claudio Capone: colonnello Tom Carlsen (Steve Railsback)
    Cristiana Lionello: “space girl” (Mathilda May)
    Renato Cortesi: colonnello Colin Caine (Peter Firth)
    Marcello Tusco: Dr. Hans Fallada (Frank Finlay)
    —(vedi sotto)—: dottor Armstrong (Patrick Stewart)
    Pietro Biondi: dottor Bukovsky (Michael Gothard)
    Vittorio Congia: Sir Percy Heseltine (Aubrey Morris)
    Solvejg D’assunta: Ellen Donaldson (Nancy Paul)
    Alvise Battain: il primo ministro (Peter Porteous)
    Federico Neri: giornalista BBC (John Edmunds)

    [e ci aggiungo pure un giovane Luca Dal Fabbro che ho riconosciuto, e Luca me lo ha confermato, in un paio di frasi di un anonimo dipendente della NASA; inoltre correggo Sergio Di Giulio che trovate segnalato ovunque come voce del dottor Armstrong (Patrick Stewart); non è Sergio Di Giulio ma palesemente Gianni Bonagura. Beccatevi ‘sto bonus!]
    …vi ritroverete per le mani abbastanza materiale per aggiornare la poverissima scheda presente su antoniogenna.net. Ma torniamo a noi.
    La presenza di Carlo Baccarini come direttore di doppiaggio ci preoccupa relativamente poco (per via della sua lunga carriera alla CVD di cui era vice-presidente, socio fondatore e chi più ne ha…), la mia vera preoccupazione sta in Claudio Razzi alla -GULP!- edizione italiana. Non me ne voglia la figlia, Claudia, anche lei del mestiere, ma parliamo dello stesso Claudio Razzi che negli anni ’70 curò l’edizione italiana di L’Uomo che fuggì dal futuro. Tale adattamento, per chi non se lo ricordasse, era semplicemente agghiacciante, forse complice anche lo stile del film e il linguaggio finto-tecnico portato all’eccesso da George Lucas ma insomma, un vero peccato per i doppiatori, quelli sì bravi, che prestarono le proprie voci in un prodotto adattato in maniera inadeguata. Per coloro che non ricordano o non hanno voglia di rileggere il mio antichissimo articolo in merito, vi basti sapere che nel film L’Uomo che fuggì dal futuro la scritta “FOETUS” (feto) che appariva su un monitor fu riportata come un nome proprio di persona, Foetus per l’appunto. Tipico nome, no? In un mondo dove tutti si chiamano con una sigla di tre lettere e quattro cifre (es. THX-1138), all’improvviso spunta un nuovo nascituro chiamato Foetus. A genius!
    space-vampires-claudio-razzi489jpg
    Scusate la digressione, era tanto per dire che già dal primo minuto di titoli si potrebbero presagire tragedie nell’adattamento e, sebbene si possano trovare alcuni momenti criticabili (di cui vi parlerò, o’ se ve ne parlerò), per fortuna il danno è piuttosto contenuto e il film doppiato si mantiene su standard tipici dell’epoca, con tanto di Claudio Capone che potreste ricordare come voce di Luke Skywalker in Guerre Stellari, ma sicuramente lo conoscerete come voce narrante dei documentari di Superquark (e purtroppo scomparso nel 2008).
    Solo che in Superquark non avete mai sentito Capone dire la frase “si sta tirando su la sottana”.
    space vampires la sottana
    Pensavo che dicessimo sottana solo a Firenze… Ma veniamo ai danni.
    Ho come l’impressione che in Claudio Razzi (o in chi per lui) ci fosse una infatuazione per la lingua inglese che ogni tanto travalicava il buon senso. C’era difatti un tempo in cui in Italia si lasciavano parole in inglese solo perché era “figo” farlo, non perché glielo imponesse qualcuno dall’alto come avviene adesso. Negli anni ’80 specialmente, la cultura americana faceva pesantemente capolino con molte parole che cominciavano ad essere non dico di uso comune ma comunque di significato ben noto (la stessa cultura del tempo avrebbe partorito i “paninari” del programma “Drive In”).
    Quando però queste parole fanno capolino nel doppiaggio, ovvero in quel sistema di adattamento culturale basato sulla precaria illusione che gli attori sullo schermo stiano parlando una lingua diversa ma, come per magia, a noi comprensibile, si rischia l’infrangere dell’illusione e, per estensione, si rischia il fallimento del doppiaggio, fosse anche momentaneamente.

    Esagero?

    mathilda may

    Sempre!

    L’esempio più lampante in questo film è quello del personaggio della vampiressa che tutti nel film doppiato chiamano “space girl“. Inizialmente lascia un po’ sorpresi, poi ci si fa l’abitudine e in frasi come Penso che quell’essere, quella “space girl”, abbia sottratto forza vitale alla guardia sembra QUASI che vada bene. Poi ce ne sono altre in cui tale scelta lessicale funziona decisamente a sfavore: Non è un essere umano ma una space girl!
    Avrebbe senso se all’interno del film sentissimo magari qualche giornalista darle questo nomignolo (visto che la trama si svolge a Londra), invece iniziano tutti da subito a chiamarla così, senza motivo apparente; e più il film procede più diviene chiaro che non si tratta di un nomignolo, bensì del nome americano che qualcuno ha pensato potesse essere “figo” lasciare in originale. Per carità, per essere comprensibile è comprensibile, anche per gli italiani del 1985, ma grazie tante per averci infranto l’illusione del doppiaggio. Fosse solo per quei pochi momenti.
    Un altro indizio su come l’inglese sia usato un po’ perché “fa figo” (e non perché lo si conosca veramente) ci viene dalla cometa di Halley, che nel film sentiamo pronunciata due o tre volte come “cometa di Hèley” o, in alternativa, “hèllei”. Sicuramente nel 1985 se ne parlava molto e non vedo come fossero possibili simili sviste ma a quanto pare tutto è possibile.
    Ma non è tutto qui, il meglio me lo tengo per il finale.

    “Non mi rovinate l’animatronic che dopo serve a O’Bannon per il suo Ritorno dei Morti Viventi!”

    BREVE NOTA SULL’EDIZIONE LOCALIZZATA IN ITALIANO

    La versione italiana fa un uso molto creativo delle scene iniziali allo scopo di inserire i cartelli localizzati in italiano al minimo costo possibile, così viene tagliato un dettagliato prologo in favore di una semplice e riduttiva descrizione scritta (che può anche andar bene, per carità).

    prologo space vampires

    “La navetta spaziale Churchill vola verso l’infinito” deriva dalla frase “The H.M.S. ChurchiII, outward bound.”


    Vengono tagliati anche i titoli iniziali, che avevano la superficie di una cometa in movimento come sfondo, in favore di un più economico titolo su fondo nero e lo spostamento di tutti i cartelli in concomitanza delle prime sequenze del film, così distraendo un po’ lo spettatore dalla parte più fantascientifica del film.
    Ecco la sequenza dei titoli italiani per i cultori dell’argomento, per gli altri… scorrete al prossimo punto.
    fate click per ingrandire

    fate click per ingrandire

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    space vampires giornalista
    Sebbene abbia visto questo film quasi esclusivamente in italiano, è stato facile sospettare che questa frase, detta da un conduttore del telegiornale, sia brutalmente inventata:

    Come tutti ricorderanno, la cometa di “Hèllei” viene considerata premonitrice di guerra e di disgrazia. Non per niente gli antichi romani le avevano dato il nome di “disaster”, e i romani di astronomia se ne intendevano.

    Quest’ultima frase di chiusura sembra adeguata ad uno dei sardonici telegiornali del film RoboCop più che ad un immaginario telegiornale della BBC. Difatti la frase originale non aveva un simile umorismo:

    Our viewers may be interested to know that comets were once considered to be harbingers of Evil and one of the earliest words for comets was “disaster”, which in Latin means “evil star”.

    La frase originale si chiudeva dunque con:che in latino significa astro malevolo“. Non vedo perché infilarci una battuta “e i romani di astronomia se ne intendevano” che in un film simile lascia un po’ interdetti.

    Belli gli effetti speciali, ma ho ancora problemi a digerire il principio di conservazione dell’energia vitale


    Infine, la frase che si porta a casa il premio Doppiaggi Italioti è la voce di una trasmissione radio che recita:

    In un ultimo tentativo di impedire la diffusione della malattia, che è stata denominata “Intergalactic Pest“, è entrata in vigore la legge marziale”.

    lifeforce patrick stewart

    Tenetelo stretto! Non si capisce nemmeno se Evit stia ridendo o urlando di disperazione.


    Mettendo in secondo piano il fatto che questa frase sia stata quasi interamente inventata e non ha un corrispettivo nei dialoghi originali, quella di Intergalactic Pest è da ribaltarsi dalle risate! A maggior ragione perché inventata di sana pianta.
    Il dialogo originale accennava alla parola “plague” che significa appunto “peste”, ma il vocabolo inglese “pest” si dice di insetti infestanti o al massimo significa “peste” in senso figurato, come quando si dice a un bambino “sei una peste!”. Quindi il nome della malattia diffusasi tra gli umani sulla Terra può ricordare più un pappatacio intergalattico che una piaga venuta dallo spazio per trasformare gli uomini in vampiri-zombi-mummie. Cioè, si sono persino sforzati per mettere parole inglesi (sbagliate) che manco c’erano in originale. Vuol dire proprio andarsele a cercare.
    Adesso potete andarvi a vedere il film.
    pappataci

  • 28 Giorni Dopo… la vendetta di Cujo

    Acchiapparello
    Ho un problema molto semplice riguardo l’adattamendo di 28 Giorni Dopo di Danny Boyle:
    LA RABBIA.
    RICERCATORE: Quelle scimmie sono infette. Sono altamente contagiose. Le stiamo monitorando.
    ANIMALISTA 1: Infette da cosa?
    RICERCATORE: Dobbiamo prima capire per poterle curare altrimenti…
    ANIMALISTA 1: Sono infette da cosa???
    RICERCATORE: Rabbia.
    ANIMALISTA 2: Ma che cazzo sta dicendo questo?
    ANIMALISTA 1: Non abbiamo tempo per le cazzate.
    Per molto tempo ho creduto che il ricercatore avesse semplicemente sparato la prima malattia che gli era venuta in mente, tanto per dissuadere gli animalisti dall’aprire le gabbie e liberare le scimmie infette; se avesse detto scarlattina al posto di rabbia avrei avuto la stessa reazione. Invece l’impatto di quella battuta dovrebbe essere alla stregua di:
    – Sono infette da cosa?
    – Gelosia
    Ragione per il quale uno degli animalisti risponde con l’eloquente “ma che cazzo sta dicendo questo?“.
    In inglese il virus che trasforma le persone infettate in violenti proto-zombi si chiama “the Rage” che senza dubbio vuol dire “la rabbia” ma che in un dialogo come quello che ho riportato sopra (“Sono infettate da cosa?”, “Rabbia”) rischia di far pensare ad una ben più nota Rabbia, quella canina!
    Cujo
    Dopo la prima scena nel laboratorio (di cui avete letto il dialogo sopra) questo fantomatico “virus della Rabbia” (Rage Virus, da non confondere con la rabbia dei cani idrofobi che in inglese è “rabies”) non viene più nominato per tutta la durata del film. Non ci sono dunque altre occasioni di chiarire che si tratta di qualcosa di diverso dalla Rabbia di Cujo, il rischio è quello di confondere le idee allo spettatore italiota (come me) che quasi inevitabilmente è portato a pensare che:
    1) il ricercatore abbia sparato la prima malattia contagiosa che gli era venuta in mente solo al fine di evitare la liberazione delle scimmie infette da parte degli animalisti oppure che…
    2) il virus sia la ben nota Rabbia (geneticamente modificata).
    Entrambe le eventualità purtroppo sono errate visto che 1) il ricercatore nomina in realtà il virus per quello che è (sebbene in modo molto poco scientifico) e 2) non è un ceppo della Rabbia, bensì dell’Ebola.
    Allora come avrebbe potuto essere tradotto altrimenti? Non è certo lavoro mio ma “follìa”, “pura rabbia”, “pazzìa”, “collera” vengono in mente… quest’ultimo in particolare mi piace molto, ma come dicevo non è il mio lavoro. Il lavoro degli adattatori invece è quello prima di tutto di non confondere le idee allo spettatore ma mi rendo conto che possano esserci dei limiti (il labiale? I tempi della battuta? Le variabili sono sempre tante in questo lavoro creativo).
    Penne all'ARRABBIATA
    Che con questa scelta di adattamento si rischi di portare confusione nello spettatore italiano è però comprovato dal fatto che qualcuno su Wikipedia abbia scritto la seguente frase:

    Un medico ricercatore li mette in guardia confessandogli che agli animali è stato somministrato un inibitore altamente contagioso, un virus (un ceppo modificato della Rabbia).

    Sorvolando su altri errori di questa affermazione, il virus chiamato “Rage” non è nessun ceppo modificato della Rabbia!
    Dal romanzo a fumetti “28 days later: the Aftermath” scopriamo difatti che il virus “Rage” origina da un ceppo modificato di Ebola. Se vi interessa la storia fittizia di questo virus eccola qui riassunta (di mala voglia) per voi, non dite che non vi voglio bene:

    A Cambridge i ricercatori Clive e Warren erano alla ricerca di specifici neurotrasmettitori responsabili di comportamenti aggressivi e ira. Lo scopo di questo studio era quello di trovare un inibitore dei centri nervosi della rabbia, cosa che i due scienziati riescono a fare con successo creando così una nuova sostanza per il controllo dell’aggressività. Warren tuttavia decise che la commercializzazione di questa sostanza sotto forma di pillole o aerosol non era sufficiente e così sfruttò il virus dell’Ebola come vettore. Dopo due settimane la sostanza inibitrice interagì con alcuni ceppi di Ebola mutandolo. Come conseguenza l’inibitore ebbe l’effetto opposto, la rabbia invece di essere inibita veniva scatenata e di conseguenza il paziente affetto risulta vittima di un costante e incontrollabile stato di aggressività. Questa è l’origine del “Rage virus”.

    Dato che Doppiaggiitalioti va sempre fino alla fonte quando questo è possibile, ho chiesto direttamente a Luca Dal Fabbro (direttore del doppiaggio sia di 28 Giorni Dopo che di 28 Settimane Dopo) interrogandolo sul perché di questa scelta di tradurre Rage come Rabbia nonostante il rischio di fraintendimenti ed ecco la sua risposta:

    dalfabbroLUCA DAL FABBRO: Ciao Enrico […], ricordo il film. No, sicuramente non è stata usata la parola rabbia per esigenze di labiali. “Rage” è priva di labiali mentre rabbia ne ha due belle grosse. Il problema è un altro. “Collera”, “follia”, come suggerisci tu, non sono parole forti, mentre qui avevamo bisogno di una parola che avesse una forza, una spinta maggiore e rabbia anche se si può confondere con la malattia canina, sono convinto che sia stata la scelta migliore.

    Ringrazio Dal Fabbro per questa sua delucidazione che chiude il caso. Nel mondo inventato da Danny Boyle c’è il “Rage virus” che trasforma gli infettati in persone incontrollabilmente violente e c’è il classico “rabies”, virus dell’idrofobia. Nella versione italiana invece abbiamo il virus della Rabbia (mutazione del virus dell’Ebola) da non confondere con l’omonimo virus della Rabbia (quello dell’idrofobia).

  • La Congiura della Pietra Nera… con sorpresa


    Ricordate il caso Boardwalk Empire in cui per la voce di Steve Buscemi non fu scelto Luca Dal Fabbro? Il motivo… per la direttrice del doppiaggio Dal Fabbro non aveva la voce “da capo”. In una recente intervista Luca mi aveva detto:

    La direttrice del doppiaggio voleva una voce più calda, più da capo. Io non sapevo che esistessero le voci da capo ma che fosse sufficiente fare la voce da capo. Siamo attori, no?

    E difatti come schiaffo morale ritrovo la voce di Luca Dal Fabbro quando vado al cinema a vedermi La Congiura della Pietra Nera. E quale interpretazione ci regala Luca in questa occasione. Interpreta forse un personaggio dalla voce buffa che dice cose buffe? No! È nientepopodimeno che… la voce del capo malvagio soprannominato “il Re della Ruota”! E l’interpretazione è esattamente quella che ci si aspetta per un personaggio con tale nome e di tale malvagità (e ovviamente è ottima), mai ti aspetti da un momento all’altro la battuta del violino più piccolo del mondo, anzi per più di mezzo film non mi ero neanche reso conto che fosse proprio Dal Fabbro.
    La mia risposta alla domanda retorica di Dal Fabbro è: sì, siete attori. E che attori! Anzi, che attore!
    I miei vivi complimenti, questa si che è una bella riprova Luca… ed anche una splendida ripicca verso chi non ha avuto l’intelligenza e, direi, la lungimiranza di sceglierti anche per Boardwalk Empire.

  • Intervista con il doppiatore Luca Dal Fabbro


    Evit: Luca, tu sei la voce ufficiale di Steve Buscemi, me lo confermi?
    Luca: Diciamo che sono io quello che lo ha doppiato più volte. Ormai non esiste più la voce ufficiale. Normalmente, se un direttore è intelligente tende a conservare la voce che meglio aderisce a quella originale. Ma ci sono i direttori creativi che vogliono inventare il doppiaggio e cercano soluzioni strane. Il termine stesso “doppiaggio” dovrebbe far capire che bisognerebbe essere il più vicino possibile all’originale, cercare di restituire l’opera il più fedele possibile all’originale, ma molti direttori hanno velleità artistiche e vogliono riscrivere il film, sconvolgendo l’originale. C’è stato un capo edizione di un’importante casa cinematografica che non voleva la mia voce su un personaggio di un cartone doppiato da Steve Buscemi e l’ha cambiata. Risultato: ho dovuto ridoppiare il film in colonna separata.
    Cartone, cartone… parliamo dei Simpson per caso?
    No, parliamo de: “La tela di Carlotta”.
    Mi racconti come hai ottenuto il ruolo di doppiatore di Steve Buscemi?
    Una ventina di anni fa insieme a dei colleghi abbiamo creato la “Cast doppiaggio” (ora siamo quasi tutti usciti dalla società) e fra i primi film che ci vennero assegnati ci fu “Reservoir dogs” di Quentin Tarantino (allora sconosciuto) e Carlo Valli, che faceva il direttore del film, mi scelse per doppiare “Mister Pink”. La scelta piacque molto e da allora l’ho doppiato in tanti film.
    Lasciami ribadire come tu sia stato il doppiatore più adatto per Buscemi che le orecchie italiane abbiamo mai sentito e speriamo che tornerai ad esserlo sempre in futuro. A proposito, hai mai incontrato Steve Buscemi?
    Sì, l’ho incontrato, anzi ha voluto lui conoscermi per ringraziarmi del lavoro fatto, in occasione della presentazione in Italia del suo film “An interview”.Persona splendida, carina, semplice, cordiale e che si rende conto dell’importanza che assume il doppiaggio, soprattutto nei film dove il dialogo è preminente.
    E’ un riguardo che hanno tanti attori americani oppure non in molti dimostrano tale sensibilità?
    No, non tutti gli attori americani sono cosi gentili e disponibili, anche se in linea di massima hanno molta stima dei doppiatori italiani.
    Quando doppi Buscemi cerchi di imitarlo oppure lo reinterpreti a modo tuo? Te lo chiedo perché conoscendo bene la voce di Buscemi in inglese mi sono sempre stupito di come sia praticamente “equivalente” in italiano.
    Io sono fautore del doppiaggio. Per me è fondamentale cercare di rifare al meglio il “suono” dell’originale. Per questo, al contrario di tanti miei colleghi, ascolto più volte l’originale. Se l’attore è bravo, basta andargli dietro ed il gioco è fatto.
    E noi tutti ti ringraziamo per questo. Vuoi raccontarmi cosa è accaduto nel caso di Boardwalk Empire?
    Niente di particolare, semplicemente non sono stato contattato. La direttrice del doppiaggio voleva una voce più calda, più da capo (io non sapevo che esistessero le voci da capo ma che fosse sufficiente fare la voce da capo. Siamo attori, no?
    Questa è la stessa cosa che ha fatto innervosire me e di cui parlavo nel mio articolo in merito… se in originale Buscemi parla con la sua solita voce, e la tua interpretazione di Buscemi è equivalente… perché ricercare una voce “da capo”? Non ha alcun senso. Io spero di non essere stato il solo a lagnarsene. Te ne sei lamentato?

    Io non ho fatto nessuna rimostranza, non è nel mio carattere. Avevo anche pensato di chiamare Buscemi, ma poi ho soprasseduto.
    La giustificazione che dà questa signora (la direttrice di doppiaggio) a chi le ha chiesto il perché del cambiamento è questa: “Sai, è un capo un protagonista, bisogna mettergli una voce affascinante”. La signora in questione che evidentemente mastica poco di recitazione pensa che il fascino stia nel timbro e non nel modo in cui viene usata la voce! Comunque la cosa che mi ha ferito, non è la scelta della direttrice (che ha solo dimostrato di non essere una persona intelligente), ma il comportamento del collega che davanti faceva tutto l’amico e poi… come si dice “Il peggio non è mai morto”!
    Capisco. Ti ringrazio per la spiegazione.
    Ho un paio di piccole curiosità… Avevi un piccolo ruolo nel film “Un Mitico Viaggio”, con Keanu Reeves. Te ne ricordi?

    Sinceramente non ricordo il film.
    Peccato, volevo chiederti del perché questo film, che è il seguito di “Bill & Ted Excellent Adventure”, sia stato doppiato mentre il primo rimane inedito in Italia.
    Anche a questa domanda non so risponderti.
    Ricordo la tua voce associata anche ad uno dei tre hacker nella serie X-Files, il capellone biondo se non sbaglio.
    Verissimo
    Ed è tua la voce narrante della serie documentaristica “non lo sapevo” su Cielo?
    Non ho mai visto o sentito di questa serie, non mi sembra, ma posso sbagliare. Facciamo tante cose, chissà.
    Ho letto che lavori anche agli adattamenti dei dialoghi. Ti piace più doppiare o adattare? Come è iniziato il tuo lavoro come adattatore?
    Mi è sempre piaciuto scrivere. E facendo l’attore, ho dimistichezza con le battute. Il passo è stato facile. Adattare i dialoghi per un film o altro è il lavoro più faticoso e difficile (se uno vuole farlo bene) nel nostro campo. Quindi , sicuramente preferisco stare in sala, al leggio, che chiuso in casa, solo, davanti al computer. Recitare scarica, dici le tue quattro stronzate e tanti saluti. Adattare, se sei serio, è una continua ricerca della frase migliore, del sync (il movimento delle labbra), quindi ti porti il lavoro ovunque (perfino al cesso)! E non sei mai soddisfatto al cento per cento.
    Me ne rendo perfettamente conto! Sai che insieme ad un mio lettore e collaboratore stiamo al momento lavorando ad un ridoppiaggio di Monty Python e il Sacro Graal che sia fedele all’originale? Questo per ovviare alla carenza di un “vero” doppiaggio, dato che l’originale è stato vittima di un adattamento che oserei definire “volgare”. Abbiamo già dei fantastici doppiatori ma soprattutto un favoloso copione e a breve inizierà il doppiaggio vero e proprio. L’idea è quella di realizzare un doppiaggio che non abbia niente da invidiare a quelli professionali degli anni ’70-’80. Se ti interessa ti terremo aggiornato in merito.
    Certo che mi interessa, fatemi sapere.
    Chi adatta i film ha un ruolo nella scelta del titolo italiano con cui questo verrà distribuito? Avrai notato che nel blog parlo di “titoli italioti“. La scelta (e spesso l’alterazione) dei titoli originali è frequentemente giustificata dal tentativo di adattamento culturale ma molte altre volte appare gratuita ed insensata (quando non volutamente ingannevole). In merito a ciò, spesso mi accanisco contro i distributori cinematografici italiani dandogli la colpa di tutto ma chi realmente ha l’ultima parola sulla scelta di un titolo? E quanto influisce la scelta di mercato sulla scelta di un titolo?
    L’adattatore fa una proposta di titoli che poi vengono vagliati dal cliente (case cinematografiche, rai, mediaset, fox, ecc.), e poi la grande decisione viene presa dai creativi del marketing. Normalmente si tende a conservare il titolo originale. Quando in italiano la semplice traduzione non suona bene si cercano altre strade (a volte con successo, altre no). Ci sono casi, in passato, di ottimi titoli (“High noon” uscito in Italia col titolo “Mezzogiorno di fuoco”. Stilisticamente più bello ed accattivante). I dialoghi sono il grande scoglio del doppiaggio. Non esiste una lingua italiana parlata, per dare forza ed efficacia ad una frase o per marcare le differenze sociali, avremmo bisogno di ricorrere ai dialetti, cosa che ci è categoricamente proibita, quindi dobbiamo usare quelle poche espressioni gergali che sono comuni un po’ in tutta Italia. Purtroppo c’è anche da dire che i dialoghi spesso finiscono in mano a mogli di direttori frustrate, figli che non riescono a combinare niente, parenti, amanti e via così. (Berlusconi docet). Gente che spesso ha poca familiarietà con la nostra lingua e che quindi si limita ad una traduzione più o meno arrangiata dell’originale. Lasciando spesso la costruzione della lingua originale senza metterla in italiano, esempio: “Hai lavato le tue mani?” invece di “Ti sei lavato le mani?”. Per arrivare al paradosso “Piovono cani e gatti”, perché è la traduzione pedissequa dell’inglese. L’errore che noi facciamo è correggere in sala questi errori, mandando avanti gente incapace ma raccomandata e lasciando a casa persone che sanno fare il proprio lavoro.
    Mi racconti di cose che neanche avrei immaginato, mi vengono i brividi solo a pensarci. A proposito di raccomandati, accetti raccomandazioni per doppiatori/adattatori? 😉
    No, parlando seriamente, bisogna vivere necessariamente a Roma per lavorare come adattatore?

    Non bisogna vivere necessariamente a Roma una volta che hai una continuità lavorativa, ma i primi tempi è fondamentale, per trovare e seguire i contatti.
    Quali sono i passaggi chiave che portano ad un film doppiato? Dovrebbe esserci prima di tutto un adattamento dei testi da parte di linguisti vero? Come prosegue il lavoro e soprattutto in quale fase nascono la maggior parte delle “magagne”? (es. scalpel tradotto come scalpello invece che bisturi, alterazione di concetti etc…).
    E’ proprio il dialogo, lo scoglio, dove nascono le magagne. Un dialogo, fluido, ben scritto diventa facile da recitare e l’attore può concentrarsi sul come dire le battute, con un brutto dialogo tutto diventa difficile. Quindi, fondamentale rivolgersi ad un buon traduttore, che renda in italiano quelle che sono le espressioni dell’originale dopodichè dare la traduzione ad un buon dialoghista. La fase successiva è quella della distribuzione, cioè assegnare ad ogni personaggio la voce giusta.Se tutto questo viene rispettato la garanzia di un buon doppiaggio è garantita.
    Non vi secca lavorare alle volte su film di ultima scelta con attori che recitano da cani e che sapete essere destinati ad ore antelucane su canali regionali? A volte si vedono certi film scadenti e giustamente sconosciuti e viene da pensare “poveri doppiatori, impegnati in tale porcheria mentre ci sono capolavori che tutt’oggi non sono stati ancora doppiati”.
    Anche i brutti film (e i pessimi attori) per noi sono lavoro, e il lavoro va sempre fatto al meglio. Un brutto film o un attore cane, non si salvano col doppiaggio, ma un bel film può essere rovinato da un brutto doppiaggio!
    Cosa ne pensi dei ridoppiaggi? (ovvero la distribuzione di film con nuove voci che vanno a sostituire i doppiaggi cosiddetti “storici”) Perchè questo avviene?
    I film vengono ridoppiati perché chi possiede i diritti del doppiaggio non vuole cederli ed allora si è costretti a ridoppiare il film per poterlo utilizzare.
    I diritti sulla traccia audio di un film sono separati dai diritti di distribuzione del film stesso?
    Quello dei diritti è un mondo molto complesso. A volte le colonne (il doppiaggio italiano) sono del distributore a volte dei produttori del film.
    Concordi con la sensazione diffusa che la qualità dei doppiaggi stia calando? E’ colpa delle esigenze di mercato che spingono a lavorare troppo in fretta e a basso costo o ci sono altri motivi?
    Concordo in pieno. Il livello del doppiaggio si è abbassato sicuramente per il continuo abbassamento dei prezzi e la concorrenza spietata di società senza scrupoli che pur di accaparrarsi il lavoro fanno di tutto, ma anche per il poco amore che viene messo nel farlo. Non c’è più la possibilità di curare il prodotto(molto per colpa nostra che non ci siamo saputi far rispettare, un po’ per tanti improvvisati che dirigono senza sapere veramente quello che fanno e che non sono in grado di dirigere gli attori e molto per i giovani, che spesso nascono dal doppiaggio e che conoscono solo intonazioni stereotipate.
    Mi capita spesso di vedere cartelli pubblicitari che propongono corsi di doppiaggio professionali. Hai qualche collega che viene da queste scuole o sono soltanto una perdita di tempo e soldi?
    Adesso che è difficile, per motivi di tempo, poter crescere un doppiatore, le scuole di doppiaggio possono aiutare a migliorare le qualità tecniche, ma non ti possono insegnare a recitare. Attenti che molte rubano i soldi. Controllare bene chi sono i docenti dei corsi. L’unico corso che ha sfornato buoni doppiatori è stato quello in collaborazione con la regione dal quale sono usciti: Anna Cesareni, Massimo Corvo, Massimo Lodolo ed altri che adesso non ricordo.
    E’ vero che i doppiatori migliori vengono dal teatro?
    Sì, se uno viene dal teatro sicuramente ha più dimistichezza col lavoro dell’attore, ha più tecnica, sa ridere, è più abituato a cercare l’intonazione ed è pronto al sacrificio, a sudare per arrivare ad una giusta intonazione. Quello che è solo doppiatore non ama faticare, si appoggia sulla voce e tanti saluti.
    Infine, hai già avuto modo di dare un’occhiata più approfondita al mio blog?
    No, ma lo farò al più presto e ti farò sapere.
    Attendo con gioia un tuo parere 😉

    C’è una qualche tua foto in particolare che potrei usare o mi autorizzi a pescare volgarmente da google images senza problemi?
    Ti autorizzo a pescare dove ti pare!
  • Boardwalk Empire manca di Luca Dal Fabbro


    Per chi sta seguendo in queste settimane la serie tv Boardwalk Empire su RAI4 forse si sarà accorto della voce “anomala” che doppia Steve Buscemi. E’ un vero peccato che non sia stato doppiato dall’usuale Luca Dal Fabbro che ha una voce molto vicina all’originale e riesce a caratterizzare Buscemi molto similmente. Forse avranno pensato che la voce di Dal Fabbro non si addicesse al personaggio del boss mafioso interpretato da Buscemi? Ma allora che dire della sua voce originale che alla fin fine è molto simile? In inglese Buscemi è forse doppiato da qualcun altro perché non possedeva una voce adatta al ruolo? No!
    Dato che solitamente sono gli americani stessi a fare i provini per il doppiaggio italiano e a selezionare le voci degli interpreti mi viene solo da chiedere… ma che gli passava per la testa? (what were they thinking????)
    Succede che alla fine mi guardo gli episodi di questa serie immaginandomi le battute di Buscemi con la voce di Dal Fabbro. Sugli altri attori non mi pronuncio anche perché sono poco noti al grande pubblico e non ne conosco le voci originali.
    Per quanto riguarda il titolo mi fa piacere che la serie abbia almeno un sottotitolo italiano (seppur approssimativo): Boardwalk Empire – L’impero del crimine. ‘Boardwalk Empire’ da solo non sarebbe stato significativo per lo spettatore italiano medio, quindi approvo.
    Eccetto la voce di Buscemi, un altro mio cruccio è che nella serie tradotta i personaggi si riferiscono al “boardwalk”, lasciato in inglese. Non hanno neanche tentato di tradurlo… che sfaticati. Il “boardwalk” è la passeggiata in riva al mare fatta in legno (sulla quale solitamente ci costruiscono dei luna park o comunque degli esercizi commerciali) dove “walk”, manco a dirlo, indica la passeggiata e “board” le tavole di legno di cui è fatta. Non mi aspettavo che venisse tradotto in maniera “diretta” ma neanche che lo lasciassero in inglese. Una cosa simile dubito che l’avremmo sentita in un doppiaggio d’epoca.

    AGGIORNAMENTO (6 giugno 2012)
    Luca Dal Fabbro in persona scrive per precisare che la scelta di cambiare la voce italiana di Buscemi non è originata dagli Stati Uniti ma è venuta da Sonia Scotti (voce ufficiale di Whoopy Goldberg, nota per innumerevoli altri ruoli ma anche direttrice di doppiaggio) che, rivela Dal Fabbro, non lo ha neanche contattato.