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  • Django Unchained – La D è muta ma l'adattamento lascia ammutoliti

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    Quando Django Unchained uscì nei cinema italiani, il popolino di internet ebbe un moto intestinale e cacò fuori l’argomento più arido e ritrito dal 2005 a questa parte e che ciclicamente torna a far parlare di sé grazie ai social network e grazie ad articoli acchiappa-click: versione originale o versione doppiata?
    Casus belli: la notizia internettiana che descriveva di come, nei primi giorni di proiezione a Roma, il film avesse incassato più nelle sale dove veniva proiettato in inglese (sottotitolato in italiano) che in quelle dove girava la versione doppiata del film; da questo “fatto” poi ogni articolista/blogger (chiamarli “giornalisti” sarebbe un offesa persino per il giornalismo italiano) ci aggiunse le sue considerazioni personali sottolineando come questo fosse significativo di qualcosa (lasciamo perdere che a questo “qualcosa” ci arrivavano con ragionamenti in stile teologia medievale) …e l’internet si divise in fazioni: chi sosteneva energicamente che il film doppiato fosse una pallida e indegna versione del capolavoro linguistico di Tarantino, nel quale si possono trovare letteralmente dozzine di differenti modi di parlare l’inglese [ovviamente non tutti “riproducibili” in un doppiaggio italiano] e a chi non gliene fregava assolutamente niente ed è andato a vedere il film nella lingua a lui o lei più comprensibile.
    Come spesso accade, per un po’ i più chiassosi fecero parlare di sé, vendendo l’idea che i film in lingua originale avrebbero venduto sempre meglio perché l’italiano medio era stufo dello spregevole doppiaggio italico che tradisce i sacri dialoghi originali, perché il doppiato non è bello come l’originale, è sempre una piatta reinterpretazione etc, etc… salvo poi necessitare di sottotitoli per capirlo, come dimostrato dalla proiezione di The Hateful Eight all’Arcadia di Milano dove il tardivo annuncio che il film in lingua originale non avrebbe avuto sottotitoli ha causato una corsa alla rivendita, en masse, dei biglietti incautamente acquistati in anticipo.
    Insomma nel 2013, ad informarsi sul web, sembrava che l’avvento della grande lettura collettiva in sala buia fosse quasi alle porte ma, ovviamente, nessuna rivoluzione in questo senso accadde perché, nel bene e nel male, il cinema straniero è il più venduto in Italia anche in virtù della sua enorme facilità di fruizione data dal doppiaggio, a beneficio di qualsiasi spettatore: dall’ipovedente all’ottantenne, a quello che a scuola ha studiato francese, al dislessico, a chi è semplicemente conscio dei limiti del proprio inglese. Anche loro sono spettatori paganti del resto.
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    Come tutte le sterili disquisizioni che nascono da articoli acchiappa-click e finiscono per essere trampolino di lancio per baggianate da sparare su Facebook e su forum non inerenti all’argomento –con i disquisitori che vorrebbero arrivare a discutere dei massimi sistemi a suon di frasi fatte del calibro di: all’estero non doppiano e sanno tutti l’inglese / il doppiaggio in Italia è il migliore del mondo! / I sospiri originali!!! / Luca Ward mi ti farei!– così anche questa discussione su Django Unchained, presunta cartina tornasole dell’Italia che vorrebbe i film solo in lingua originale, si espanse finendo per gravitare su cose che secondo me lasciano un po’ il tempo che trovano, come ad esempio la somiglianza delle voci e delle interpretazioni, l’espressività, il suono delle parole, etc… ma perdendo di vista il vero problema di questo film in italiano: il suo adattamento.

    NOTA: in risposta alla menzionata lamentela sterile esplosa nel 2013 all’uscita del film: sì, certo, la varietà di accenti presenti nel film non è interamente riproducibile in una localizzazione italiana dei dialoghi. Ed è una novità? Guardando Titanic avete provato un’emozione diversa prima di sapere che i ricchi parlavano diversamente dai poveri? È ovvio che l’adattamento linguistico e quindi il doppiaggio, nel suo complesso, abbia limiti intrinseci e per aggirarli c’è solo un modo: imparare la lingua e la cultura del paese di origine del film, ma a livello “nativo”, non abbisognando di sottotitoli per capirci qualcosa!

     
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    Se il precedente Bastardi Senza Gloria aveva già fatto parlare di sé in questo stesso blog per via di quei dialoghi multilingue discutibilmente adattati, a Django Unchained non andrà molto meglio! Questo a causa del suo adattamento incostante (perché non saprei come altro definirlo) che, è vero, ci regala dialoghi splendidamente e canonicamente tarantiniani come “l’unico che ci deve vedere è il cavallo del cazzo!” e “io non vendo i negri che non voglio vendere” (solo Tarantino sa essere così piacevolmente pleonastico) oppure quelle azzeccate scelte linguistiche come il “gnorsì” detto dalla servitù ai propri padroni bianchi, ma tali lodevoli sforzi di adattamento vengono subito deturpati da elementi d’intrusione come gli inutili inglesismi di cui spesso mi lamento nel blog ed appartenenti ad una delle abitudini linguistiche nostrane più infime e deprecabili, quelle degli italiani che subiscono, anche linguisticamente, la globalizzazione invece di cavalcarla per espandere le proprie conoscenze. Scelte lessicali post-moderne che poi fanno a cazzotti con il genere e con l’ambientazione di Django: il western.
    Perché di deturpamento si tratta quando nei dialoghi italiani viene mantenuto un soprannome come “Big Daddy” (così la schiava nera chiamava il suo padrone) in quanto, non solo un fantomatico rispetto delle fonti risulta insensato nel doppiaggio di un film di questo genere ma, al generico spettatore italiano, il sentire “big daddy” venir fuori dalla bocca di una persona di colore è più facile che possa rimandare alla subcultura rap americana moderna da videoclip, piuttosto che allo schiavismo dell’800.
    Una scelta che fa leva su un linguaggio che, per quanto ovvia a molti di voi che mi leggete, non può arrivare a tutti. Chi non sa l’inglese, né conosce la cultura americana, glissa su quel nomignolo, forse non interpretandolo nemmeno come tale. Lo capisco io come bilingue? Certamente. Lo capisce lo spettatore medio dai 14 ai 45? Molto probabile! Ma c’è una qualche necessità narrativa o linguistica che porti ad esigere che un nomignolo rimanga identico al copione americano? Assolutamente no, specialmente quando lo si accosta poi ad un termine storicamente appropriato: “Gnorsì, Bid Daddy“.

    bigdaddy

    Boh… sarà un western!


    Similmente, non si capisce il bisogno di tanta fedeltà ai nomignoli originali neanche per “Old Ben” (così veniva chiamato il servitore nero di fiducia della famiglia Candie) oppure nella scena in cui gli australiani chiamano il protagonista “blackie” (rimasto “blachi” anche in italiano, la “e” è muta ;D ), specialmente in un film dove poi si nomina Isacco Newton. Il generico pubblico italiano cosa dovrebbe trarne dall’improvvisato appellativo “blackie” (dispregiativo di “black”, nero, ma non forte come “negro”) detto in un paio di battute dirette a Django? (“affare fatto, blackie“)
    Per lo spettatore di lingua inglese, questo appellativo sottolinea un modo di parlare britannico ma in italiano cosa starebbe a sottolineare? Assolutamente niente. Per questo gli appellativi dovrebbero essere adattati in italiano, perché altrimenti non significano niente; per alcuni finiscono per essere solo suoni vuoti, per altri sono suoni che “forzano” la mente dello spettatore a pensare “ah già, perché in inglese black è nero, quindi sarà stato l’appellativo con cui lo chiamavano in lingua originale”… un brevissimo flusso di pensieri che, per quanto inconsciamente possa avvenire, se avviene, rappresenta il fallimento dell’idea stessa di “doppiaggio”. La differenza è ancora più lampante quando lo confrontiamo col recente The Hateful Eight a cura di Valerio Piccolo dove NIENTE dei dialoghi viene lasciato in lingua inglese (meno che mai gli appellativi!) e in cui nessuno viene chiamato “blackie”, né “big daddy”; in parole povere nessun elemento dei dialoghi di The Hateful Eight vi fa mai pensare a “ah già, ma nella realtà loro parlano inglese!”.
    In italiano, semplicemente, non c’è modo di rendere l’idea che il personaggio che diceva “blackie” parlasse con accento e modi di dire da australiano e questo, come ho detto, è uno dei limiti più noti del doppiaggio. Ma il far sì che almeno ciò che dicono i personaggi sia comprensibile a tutti (e sottolineo “a tutti”) fa parte proprio delle basi dell’adattamento! Indurre nello spettatore certi ragionamenti del calibro di “blackie sarà black, cioè nero, quindi forse è un appellativo perché Django è di colore” non trovano spazio in un sistema comunicativo che deve essere tanto immediato quanto lo è in lingua originale per l’orecchio anglosassone. Aggiungiamoci poi che in italiano “blacky” è un nome da animale domestico…
    cat1
    Mettiamo in questa lista di orrori anche anche un bel “marshal” (“ora potete chiamare il marshal” / “lo iù-es-Marshal“), perché se non avete familiarità con la giustizia americana, magari non avete idea di che cosa sia uno “U.S. Marshal”! Se però ve lo descrivessi come uno “sceriffo federale” (come lo traducevano nel film Il Fuggitivo) vi sarebbe subito più chiaro e, almeno intuitivamente, chiunque può capire che si tratti di un ruolo di grado superiore a quello dello sceriffo di città. Capisco sempre l’esigenza di rispettare i tempi delle battute ma non la giustifico. Dovremmo forse pensare che il doppiaggio debba anche svolgere una funzione educativa, insegnandoci a pronunciare i nomi originali di ruoli istituzionali americani solo perché chi ha adattato i dialoghi ritiene sia bene conoscerli? Non è meglio favorire invece l’immediata comprensione dei dialoghi per tutti? Non è certo la prima volta che sentiamo parlare degli “U.S. Marshals” nel cinema doppiato ma, come sempre in questo campo, c’è da valutare anche il contesto, se c’è tempo e modo per far comprendere a tutti di cosa si stia parlando e altre cosette così che sembrano da poco ma non lo sono; in questo western, la parola Marshal piomba come un macigno per chi non l’ha mai sentita prima, viene ripetuta 11 volte nel giro di 2 minuti e poi non la sentiamo pronunciare mai più per tutto il resto del film, ergo se ne poteva fare anche a meno.
    django-unchained-Schultz …continuiamo?
    Quando sentiamo parlare di una banda di fuorilegge chiamata i Brittle brothers, è proprio necessario questo “assaggio” di cultura americana? Che senso ha questo fritto misto dove “brothers” rimane in inglese? È il nome di una banda di fratelli malviventi oppure di una banda musicale? L’allitterazione era così fondamentale da giustificare una non-traduzione? Emblematica la reazione dei miei genitori (ultrasessantenni) quando videro il film e non colsero niente di quel “Brittle Brothers”. Quando ti ritrovi a dover “spiegare” (o ripetere) alcune parole di un film western doppiato a degli ultrasessantenni (che di western ne hanno visti a bizzeffe ai loro tempi) qualche domanda sulla qualità dell’adattamento me la porrei a prescindere.
    Passando oltre, che senso ha dire “ammetto che siamo un bel team” in ambito western? Erano ad una riunione aziendale del 2013?
    Ancora. Quando Django fa lo spelling del suo nome a Franco Nero, che senso ha che lo faccia con alcune lettere pronunciate all’inglese e altre all’italiana? “Di-gei-a-en-gi-o”. Passi anche quel “gei”, dall’inglese “jay” (che comunque non esiste in italiano), ma in Italia la lettera “n” si legge “en”? E da quando? In quale universo parallelo accade ciò? Nell’Italia dei shish forse.
    Django-Unchained-Sorry

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    Google Translate 1 – Adattamento italiano 0

    Ad aggravare il tutto, ci sono dialoghi in cui si sente il peso di una traduzione pedissequa come quando ci dobbiamo sorbire “200 dollari, morto o vivo” dall’iconico “dead or alive” americano che in Italia è sempre stato tradotto con l’altrettanto iconico “vivo o morto”. In entrambe le lingue l’ordine delle parole è probabilmente dettato dalla sonorità, oltre ad essere un’assodata formula storica, ma nel doppiaggio di Django Unchained si è deciso di reinventarla per chissà quale insensata “ricerca dell’originale”.
    Inizialmente lo dice il dentista tedesco e lo spettatore italiano viene portato a pensare che sia parte del suo stravagante modo di parlare, difatti, durante la sopra citata visione con i miei genitori (oh, qualsiasi scusa è buona per rivedersi Tarantino), mia madre rise per l’inaspettato modo di dire del Dr. Schultz tetesco di Cermania… in realtà ci sarebbe da piangere quando dopo si scopre che anche personaggi madrelingua dicono “morto o vivo” al posto di “vivo o morto” ed è chiaro che è stato scelto (per non si sa quale motivo) di tradurre alla lettera la frase americana.
    django_wanted
    Siccome poi piove sempre sul bagnato, quando Django legge il manifesto di alcuni ricercati, in italiano dice “Wanted morti o vivi…” quando poteva tranquillamente dire “Ricercati vivi o morti…“. Certo, “wanted” è facilmente comprensibile da gran parte del pubblico moderno ma, ancora una volta, era necessario? E a che pro? Il fatto che in quella scena il pubblico abbia modo di vedere chiaramente il manifesto con la scritta WANTED non deve certo essere la scusa per propinarci un italiano con cui, onestamente, gli italiani hanno poca familiarità (mi riferisco all’inversione “morto o vivo”) e che sembra tradotto da qualcuno che non ha mai visto un solo film western (doppiato) in vita sua.
    djangotranslate
    Insomma, quando Google Translate fa meglio di voi, ancora una volta, io qualche domanda me la porrei.

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    Battute dubbie

    Passiamo alle frasi che è facile identificare come scelte poco sensate anche senza il testo originale a fronte:
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    Dopo aver liberato gli schiavi, il dentista tedesco suggerisce loro di fuggire verso aree del paese più tolleranti e dice “e nel remoto caso che vi siano degli appassionati di astronomia in mezzo a voi, la stella polare è quella” (e se ne va).
    Ora, questa frase in italiano non può che lasciare gli schiavi allibiti, quasi avesse fatto loro una piccola supercazzola (anzi dovrei dire “supercàzzora“). A cosa può servire a degli schiavi (che molto probabilmente erano del tutto ignoranti) una simile informazione? Azzarderei a dire che nel 2016 anche qualche italiano potrebbe non sapere che la stella polare indichi il nord.
    In inglese la stella polare si chiama North Star, il suggerimento per aiutare gli schiavi in fuga stava dunque nel nome stesso della stella indicata, a prescindere dal “remoto caso che vi siano appassionati di astronomia” tra i suddetti schiavi (una frase che ovviamente era una battuta! Infatti non serviva che ci fossero tra loro degli appassionati di astronomia per capire il messaggio implicito). Avrebbe avuto più senso inserire qualche parola in più nel dialogo italiano affinché questa frase avesse senso nel contesto: “la stella polare che indica il nord è quella!” (o “la stella che indica il nord è quella!”).

    NdA: se pensate che tutto ciò siano solo inutili minuzie non conoscete ancora bene il mio blog e non avete idea di quante altre piccole lamentele ho eliminato in fase di correzione bozze perché apparivano troppo pedanti persino per me. 😉 Ai nuovi lettori, benvenuti a Doppiaggi Italioti.

    Poi ancora…” (cit.) quando Django trova i “Brittle brothers” dice alla schiava della piantagione “va’ da quel bianco che è venuto con me“, frase che per chi parla italiano significa implicitamente “vai da quel bianco e restaci”. In realtà avrebbe dovuto dire “va’ a chiamare quel bianco che è venuto con me” e lo si intuisce anche senza andare a verificare che in inglese diceva infatti “go git that white man I came here with“. Per rientrare nei tempi della frase al massimo si poteva sacrificare il “che è venuto con me” in favore di “che era con me”, ma certamente non il verbo “chiamare” [lasciamo perdere il fatto che comunque “I came here with” avrebbe dovuto essere tradotto come “con cui sono arrivato”].
    Il “va’ da quel bianco” lascia sottinteso un po’ troppo (al contrario della lineare frase originale) e alla prima visione passa inosservato ma diventa palese nelle successive, quando già sappiamo cosa intendesse dire.
    Django-shootout

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    Casi con scusanti e qualche elogio

    L’unico momento in cui lo spelling all’inglese non stona lo abbiamo quando il dentista tedesco afferma che non aveva “intenzione di morire a Chickasaw County, Mississippi, U.S.A.” (pronunciato “iù-es-ei”), questo funziona unicamente perché a pronunciare queste parole è uno straniero, il dentista tedesco, il quale si può supporre stia canzonando il modo di scrivere gli indirizzi postali americani, così sottolineando in modo spregiativo il luogo in cui non aveva intenzione di morire. Lo avesse detto un personaggio americano allora sarebbe l’ennesimo caso di non-adattamento, ma in bocca al tedesco funziona. Come vedete è sempre una questione di contesto. [Tolto il fatto che un personaggio madrelingua, nel doppiaggio, avrebbe dovuto dire perlomeno “nella contea di Chickasaw” e non “a Chickasaw County”]
    Il resto dell’adattamento di questo film non manca di momenti veramente azzeccati come il “positive?” tradotto come “persuaso?” di cui Django non conosceva il significato, come il linguaggio del dentista tedesco che risultava troppo raffinato per i bifolchi americani i quali replicavano con “speak English, goddamit!” (-> Parla cristiano, perdio!), oppure per altre espressioni similmente memorabili (to parley with you -> per avere un abboccamento).
    Ho volutamente evitato l’argomento “doppiatori e interpretazioni” ma se devo sbilanciarmi per dire almeno una cosa in merito, voglio che sia qualcosa di positivo: voglio quindi sottolineare la insita comicità nell’interpretazione di Mario Cordova sul personaggio di “Big Daddy” dove ogni frase è degna di un riavvolgimento con tasto rewind per poterla risentire una seconda volta e ridere di nuovo. Per fare un parallelo con un precedente film di Tarantino doppiato in italiano, un momento equivalente a questo, ovvero un momento dove un personaggio doppiato rende molto bene le intenzioni comiche originali (e le supera?), lo troviamo in Kill Bill 2 dove Marco Mete doppiava Larry, il volgare proprietario di strip club con il suo “è l’ora del calendario di Budd“… e probabilmente non è un caso che le interpretazioni più memorabili originino proprio da quei doppiatori che vengono dalla “vecchia scuola” di doppiaggio.
    larry kill bill
    CONCLUSIONE – Sì, ci siamo arrivati
    In conclusione, ribadisco ciò che già ho detto all’inizio dell’articolo: il film in italiano ha molte frasi memorabili (sarei sciocco a sconsigliarvene una visione in italiano perché non è tutto da buttare) quindi mi spiace davvero che anche questo adattamento sia dovuto finire nella mia lista nera a far bella compagnia a Star Wars VII – Il risveglio della Forza e ai Bastardi senza gloria (e se gli appellativi lasciati in inglese e gli anglicismi inutili vi hanno ricordato il recente Star Wars VII non è un caso) ma certi futili inglesismi, certe frasi tradotte pedissequamente che nemmeno google translate si azzarderebbe a proporvi e, addirittura, lo spelling mezzo all’inglese e mezzo all’italiana(!), sono tutte cose che meritano di essere fatte saltare in aria con la dinamite.

    Per l’adattamento di Django Unchained… BOOM!

    DjangoUnchained_end.gif

  • "Traduttori senza gloria" sbarca in Francia


    Per chi sa leggere il francese o si accontenta di Google translator, vi rimando ad un articolo molto interessante di una blogger francese che tempo fa mi contattò chiedendomi informazioni e quant’altro in merito al mio visitatissimo “pezzo” su Bastardi Senza Gloria, incentrato sulla “scena degli italiani”.
    In tale articolo, pubblicato sul blog dell’associazione francese di traduttori di audiovisivi (ATAA), troverete una dettagliatissima ricerca sulle differenze di traduzione di questo film nelle varie lingue in cui è stato doppiato e riporta ciò di cui hanno parlato in una conferenza (a quanto pare si fanno anche conferenze su tali argomenti).
    Qui potete leggerlo per intero: http://ataa.fr/images/Inglourious%20Basterds%20-%20article%20complet.pdf
    Titolo dell’articolo: “À la recherche de la cohérence perdue: étude comparative de quatre doublages d’Inglourious Basterds (Quentin Tarantino, 2009)” della traduttrice Anne-Lise Weidmann.
    Credo che il titolo si spieghi già da solo. Insomma se siete interessati dateci un’occhiata. Io sono citato in fondo 😉
    Ve l’ho già detto che è in francese vero?

  • Intervista con il doppiatore Luca Dal Fabbro


    Evit: Luca, tu sei la voce ufficiale di Steve Buscemi, me lo confermi?
    Luca: Diciamo che sono io quello che lo ha doppiato più volte. Ormai non esiste più la voce ufficiale. Normalmente, se un direttore è intelligente tende a conservare la voce che meglio aderisce a quella originale. Ma ci sono i direttori creativi che vogliono inventare il doppiaggio e cercano soluzioni strane. Il termine stesso “doppiaggio” dovrebbe far capire che bisognerebbe essere il più vicino possibile all’originale, cercare di restituire l’opera il più fedele possibile all’originale, ma molti direttori hanno velleità artistiche e vogliono riscrivere il film, sconvolgendo l’originale. C’è stato un capo edizione di un’importante casa cinematografica che non voleva la mia voce su un personaggio di un cartone doppiato da Steve Buscemi e l’ha cambiata. Risultato: ho dovuto ridoppiare il film in colonna separata.
    Cartone, cartone… parliamo dei Simpson per caso?
    No, parliamo de: “La tela di Carlotta”.
    Mi racconti come hai ottenuto il ruolo di doppiatore di Steve Buscemi?
    Una ventina di anni fa insieme a dei colleghi abbiamo creato la “Cast doppiaggio” (ora siamo quasi tutti usciti dalla società) e fra i primi film che ci vennero assegnati ci fu “Reservoir dogs” di Quentin Tarantino (allora sconosciuto) e Carlo Valli, che faceva il direttore del film, mi scelse per doppiare “Mister Pink”. La scelta piacque molto e da allora l’ho doppiato in tanti film.
    Lasciami ribadire come tu sia stato il doppiatore più adatto per Buscemi che le orecchie italiane abbiamo mai sentito e speriamo che tornerai ad esserlo sempre in futuro. A proposito, hai mai incontrato Steve Buscemi?
    Sì, l’ho incontrato, anzi ha voluto lui conoscermi per ringraziarmi del lavoro fatto, in occasione della presentazione in Italia del suo film “An interview”.Persona splendida, carina, semplice, cordiale e che si rende conto dell’importanza che assume il doppiaggio, soprattutto nei film dove il dialogo è preminente.
    E’ un riguardo che hanno tanti attori americani oppure non in molti dimostrano tale sensibilità?
    No, non tutti gli attori americani sono cosi gentili e disponibili, anche se in linea di massima hanno molta stima dei doppiatori italiani.
    Quando doppi Buscemi cerchi di imitarlo oppure lo reinterpreti a modo tuo? Te lo chiedo perché conoscendo bene la voce di Buscemi in inglese mi sono sempre stupito di come sia praticamente “equivalente” in italiano.
    Io sono fautore del doppiaggio. Per me è fondamentale cercare di rifare al meglio il “suono” dell’originale. Per questo, al contrario di tanti miei colleghi, ascolto più volte l’originale. Se l’attore è bravo, basta andargli dietro ed il gioco è fatto.
    E noi tutti ti ringraziamo per questo. Vuoi raccontarmi cosa è accaduto nel caso di Boardwalk Empire?
    Niente di particolare, semplicemente non sono stato contattato. La direttrice del doppiaggio voleva una voce più calda, più da capo (io non sapevo che esistessero le voci da capo ma che fosse sufficiente fare la voce da capo. Siamo attori, no?
    Questa è la stessa cosa che ha fatto innervosire me e di cui parlavo nel mio articolo in merito… se in originale Buscemi parla con la sua solita voce, e la tua interpretazione di Buscemi è equivalente… perché ricercare una voce “da capo”? Non ha alcun senso. Io spero di non essere stato il solo a lagnarsene. Te ne sei lamentato?

    Io non ho fatto nessuna rimostranza, non è nel mio carattere. Avevo anche pensato di chiamare Buscemi, ma poi ho soprasseduto.
    La giustificazione che dà questa signora (la direttrice di doppiaggio) a chi le ha chiesto il perché del cambiamento è questa: “Sai, è un capo un protagonista, bisogna mettergli una voce affascinante”. La signora in questione che evidentemente mastica poco di recitazione pensa che il fascino stia nel timbro e non nel modo in cui viene usata la voce! Comunque la cosa che mi ha ferito, non è la scelta della direttrice (che ha solo dimostrato di non essere una persona intelligente), ma il comportamento del collega che davanti faceva tutto l’amico e poi… come si dice “Il peggio non è mai morto”!
    Capisco. Ti ringrazio per la spiegazione.
    Ho un paio di piccole curiosità… Avevi un piccolo ruolo nel film “Un Mitico Viaggio”, con Keanu Reeves. Te ne ricordi?

    Sinceramente non ricordo il film.
    Peccato, volevo chiederti del perché questo film, che è il seguito di “Bill & Ted Excellent Adventure”, sia stato doppiato mentre il primo rimane inedito in Italia.
    Anche a questa domanda non so risponderti.
    Ricordo la tua voce associata anche ad uno dei tre hacker nella serie X-Files, il capellone biondo se non sbaglio.
    Verissimo
    Ed è tua la voce narrante della serie documentaristica “non lo sapevo” su Cielo?
    Non ho mai visto o sentito di questa serie, non mi sembra, ma posso sbagliare. Facciamo tante cose, chissà.
    Ho letto che lavori anche agli adattamenti dei dialoghi. Ti piace più doppiare o adattare? Come è iniziato il tuo lavoro come adattatore?
    Mi è sempre piaciuto scrivere. E facendo l’attore, ho dimistichezza con le battute. Il passo è stato facile. Adattare i dialoghi per un film o altro è il lavoro più faticoso e difficile (se uno vuole farlo bene) nel nostro campo. Quindi , sicuramente preferisco stare in sala, al leggio, che chiuso in casa, solo, davanti al computer. Recitare scarica, dici le tue quattro stronzate e tanti saluti. Adattare, se sei serio, è una continua ricerca della frase migliore, del sync (il movimento delle labbra), quindi ti porti il lavoro ovunque (perfino al cesso)! E non sei mai soddisfatto al cento per cento.
    Me ne rendo perfettamente conto! Sai che insieme ad un mio lettore e collaboratore stiamo al momento lavorando ad un ridoppiaggio di Monty Python e il Sacro Graal che sia fedele all’originale? Questo per ovviare alla carenza di un “vero” doppiaggio, dato che l’originale è stato vittima di un adattamento che oserei definire “volgare”. Abbiamo già dei fantastici doppiatori ma soprattutto un favoloso copione e a breve inizierà il doppiaggio vero e proprio. L’idea è quella di realizzare un doppiaggio che non abbia niente da invidiare a quelli professionali degli anni ’70-’80. Se ti interessa ti terremo aggiornato in merito.
    Certo che mi interessa, fatemi sapere.
    Chi adatta i film ha un ruolo nella scelta del titolo italiano con cui questo verrà distribuito? Avrai notato che nel blog parlo di “titoli italioti“. La scelta (e spesso l’alterazione) dei titoli originali è frequentemente giustificata dal tentativo di adattamento culturale ma molte altre volte appare gratuita ed insensata (quando non volutamente ingannevole). In merito a ciò, spesso mi accanisco contro i distributori cinematografici italiani dandogli la colpa di tutto ma chi realmente ha l’ultima parola sulla scelta di un titolo? E quanto influisce la scelta di mercato sulla scelta di un titolo?
    L’adattatore fa una proposta di titoli che poi vengono vagliati dal cliente (case cinematografiche, rai, mediaset, fox, ecc.), e poi la grande decisione viene presa dai creativi del marketing. Normalmente si tende a conservare il titolo originale. Quando in italiano la semplice traduzione non suona bene si cercano altre strade (a volte con successo, altre no). Ci sono casi, in passato, di ottimi titoli (“High noon” uscito in Italia col titolo “Mezzogiorno di fuoco”. Stilisticamente più bello ed accattivante). I dialoghi sono il grande scoglio del doppiaggio. Non esiste una lingua italiana parlata, per dare forza ed efficacia ad una frase o per marcare le differenze sociali, avremmo bisogno di ricorrere ai dialetti, cosa che ci è categoricamente proibita, quindi dobbiamo usare quelle poche espressioni gergali che sono comuni un po’ in tutta Italia. Purtroppo c’è anche da dire che i dialoghi spesso finiscono in mano a mogli di direttori frustrate, figli che non riescono a combinare niente, parenti, amanti e via così. (Berlusconi docet). Gente che spesso ha poca familiarietà con la nostra lingua e che quindi si limita ad una traduzione più o meno arrangiata dell’originale. Lasciando spesso la costruzione della lingua originale senza metterla in italiano, esempio: “Hai lavato le tue mani?” invece di “Ti sei lavato le mani?”. Per arrivare al paradosso “Piovono cani e gatti”, perché è la traduzione pedissequa dell’inglese. L’errore che noi facciamo è correggere in sala questi errori, mandando avanti gente incapace ma raccomandata e lasciando a casa persone che sanno fare il proprio lavoro.
    Mi racconti di cose che neanche avrei immaginato, mi vengono i brividi solo a pensarci. A proposito di raccomandati, accetti raccomandazioni per doppiatori/adattatori? 😉
    No, parlando seriamente, bisogna vivere necessariamente a Roma per lavorare come adattatore?

    Non bisogna vivere necessariamente a Roma una volta che hai una continuità lavorativa, ma i primi tempi è fondamentale, per trovare e seguire i contatti.
    Quali sono i passaggi chiave che portano ad un film doppiato? Dovrebbe esserci prima di tutto un adattamento dei testi da parte di linguisti vero? Come prosegue il lavoro e soprattutto in quale fase nascono la maggior parte delle “magagne”? (es. scalpel tradotto come scalpello invece che bisturi, alterazione di concetti etc…).
    E’ proprio il dialogo, lo scoglio, dove nascono le magagne. Un dialogo, fluido, ben scritto diventa facile da recitare e l’attore può concentrarsi sul come dire le battute, con un brutto dialogo tutto diventa difficile. Quindi, fondamentale rivolgersi ad un buon traduttore, che renda in italiano quelle che sono le espressioni dell’originale dopodichè dare la traduzione ad un buon dialoghista. La fase successiva è quella della distribuzione, cioè assegnare ad ogni personaggio la voce giusta.Se tutto questo viene rispettato la garanzia di un buon doppiaggio è garantita.
    Non vi secca lavorare alle volte su film di ultima scelta con attori che recitano da cani e che sapete essere destinati ad ore antelucane su canali regionali? A volte si vedono certi film scadenti e giustamente sconosciuti e viene da pensare “poveri doppiatori, impegnati in tale porcheria mentre ci sono capolavori che tutt’oggi non sono stati ancora doppiati”.
    Anche i brutti film (e i pessimi attori) per noi sono lavoro, e il lavoro va sempre fatto al meglio. Un brutto film o un attore cane, non si salvano col doppiaggio, ma un bel film può essere rovinato da un brutto doppiaggio!
    Cosa ne pensi dei ridoppiaggi? (ovvero la distribuzione di film con nuove voci che vanno a sostituire i doppiaggi cosiddetti “storici”) Perchè questo avviene?
    I film vengono ridoppiati perché chi possiede i diritti del doppiaggio non vuole cederli ed allora si è costretti a ridoppiare il film per poterlo utilizzare.
    I diritti sulla traccia audio di un film sono separati dai diritti di distribuzione del film stesso?
    Quello dei diritti è un mondo molto complesso. A volte le colonne (il doppiaggio italiano) sono del distributore a volte dei produttori del film.
    Concordi con la sensazione diffusa che la qualità dei doppiaggi stia calando? E’ colpa delle esigenze di mercato che spingono a lavorare troppo in fretta e a basso costo o ci sono altri motivi?
    Concordo in pieno. Il livello del doppiaggio si è abbassato sicuramente per il continuo abbassamento dei prezzi e la concorrenza spietata di società senza scrupoli che pur di accaparrarsi il lavoro fanno di tutto, ma anche per il poco amore che viene messo nel farlo. Non c’è più la possibilità di curare il prodotto(molto per colpa nostra che non ci siamo saputi far rispettare, un po’ per tanti improvvisati che dirigono senza sapere veramente quello che fanno e che non sono in grado di dirigere gli attori e molto per i giovani, che spesso nascono dal doppiaggio e che conoscono solo intonazioni stereotipate.
    Mi capita spesso di vedere cartelli pubblicitari che propongono corsi di doppiaggio professionali. Hai qualche collega che viene da queste scuole o sono soltanto una perdita di tempo e soldi?
    Adesso che è difficile, per motivi di tempo, poter crescere un doppiatore, le scuole di doppiaggio possono aiutare a migliorare le qualità tecniche, ma non ti possono insegnare a recitare. Attenti che molte rubano i soldi. Controllare bene chi sono i docenti dei corsi. L’unico corso che ha sfornato buoni doppiatori è stato quello in collaborazione con la regione dal quale sono usciti: Anna Cesareni, Massimo Corvo, Massimo Lodolo ed altri che adesso non ricordo.
    E’ vero che i doppiatori migliori vengono dal teatro?
    Sì, se uno viene dal teatro sicuramente ha più dimistichezza col lavoro dell’attore, ha più tecnica, sa ridere, è più abituato a cercare l’intonazione ed è pronto al sacrificio, a sudare per arrivare ad una giusta intonazione. Quello che è solo doppiatore non ama faticare, si appoggia sulla voce e tanti saluti.
    Infine, hai già avuto modo di dare un’occhiata più approfondita al mio blog?
    No, ma lo farò al più presto e ti farò sapere.
    Attendo con gioia un tuo parere 😉

    C’è una qualche tua foto in particolare che potrei usare o mi autorizzi a pescare volgarmente da google images senza problemi?
    Ti autorizzo a pescare dove ti pare!
  • Quei maledetti sottotitoli mancanti


    In questi ultimi mesi mi è capitato spesso di incappare sul canale RaiMovie nel film Quel Maledetto Treno Blindato (1978) di Enzo Castellari, film di guerra made in Italy che, per chi non lo sapesse, è servito da ispirazione per il titolo di Bastardi Senza Gloria di Tarantino. Difatti il titolo internazionale del film di Castellari era proprio “The Inglorious Bastards“, Tarantino lo ha leggermente modificato aggiungendoci errori grammaticali (Inglourious Basterds).
    Una curiosità: il sito imdb.com riporta moltissimi altri titoli con cui questo film è conosciuto negli Stati Uniti: Counterfeit Commandos, Deadly Mission, G.I. Bro, Hell’s Heroes, Dirty 7. A proposito, per gli appassionati della tematica c’è un articolo dedicato proprio ai titoli italiani tradotti in inglese.

    “G.I. Bro” posso supporre fosse dedicato al pubblico afro-americano dato che sulla copertina compare solo Fred Williamson con lo slogan che dice letteralmente “se sei un crucco, lui ti farà fuori” (quasi a suggerire che l’attore di colore ritratto in copertina fosse il solo protagonista). Su “Hell’s Heroes” invece si può fare confusione. Difatti quel titolo si riferisce anche a Eroi dell’Inferno (1987), altro film italiano questa volta sul Vietnam, che in America è stato distribuito come Inglorious Bastards 2: Hell’s Heroes (o Hell Heroes) cercando disperatamente e inutilmente di non farlo passare inosservato. Le uniche cose che questo film ha in comune con Quel Maledetto Treno Blindato sono:
    1) l’essere un film italiano che cerca di sfruttare il successo commerciale dei film di guerra americani (entrambi in ritardo cronico, realizzati quando i generi “seconda guerra mondiale” e “vietnam” rispettivamente erano già passati di moda o sul tramontare)
    2) la presenza di Fred Williamson nel cast.

    Un’altra curiosità è che alcuni attori del “Treno Blindato” sono presenti anche in molti altri film prodotti o diretti da Tarantino: Bo Svenson era sia in Kill Bill che in Bastardi Senza Gloria di Tarantino. Fred Williamson (l’unico attore di colore in Quel Maledetto Treno Blindato) aveva un ruolo piccolo ma memorabile nel film Dal Tramonto All’Alba come reduce del Vietnam. Persino il regista, Castellari, fa la sua comparsa nei Bastardi Senza Gloria.
    Inoltre abbiamo Mauro Vestri celebre agli italiani per il suo ruolo nel film Il Secondo Tragico Fantozzi e che nel Treno Blindato interpreta un partigiano francese:

    Curiosità a parte, cito questo film anche nella rubrica “chicche quotidiane” per lamentarmi della mancanza di sottotitoli nelle parti parlate in tedesco. Dato che queste si dilungano per un bel po’ e sembrano contenere elementi della trama ho quasi il timore che qualcuno a RaiMovie si sia semplicemente dimenticato di aggiungere i sottotitoli. Sospetto che abbiano semplicemente acquistato il film in DVD ed è probabile che queste scene nel DVD non contenessero i sottotitoli “storici”. Difatti la qualità video è troppo elevata per essere un film del 1978 tirato fuori dagli archivi RAI, in tal caso sono sicuro che avremmo visto i soliti sottotitoli enormi in colore giallo tipici dell’epoca (qualcuno che ce l’ha in VHS me lo può confermare?). Io che il tedesco purtroppo non lo conosco mi trovo a domandarmi “che diavolo staranno dicendo?”.
    Infine, mi fa sorridere questa citazione dal sito di Rai Movie che dice “Film di enorme successo internazionale che ha ispirato Quentin Tarantino per Inglorius Bastard“, si come no! Difatti lo conoscevano in molti questo film prima che ne parlasse Tarantino. Film di “enorme successo” internazionale… ma fateci il piacere! Poi hanno pure commesso errori nello scrivere il titolo in inglese… per l’ennesima volta mi domando chi sia il tizio (o tizi) che, a digiuno di film e di inglese, lavora ai contenuti online di RaiMovie?

  • Traduttori senza gloria (Bastardi senza gloria, 2009)

    Bastardi senza gloria, scena degli italiani

    La scena degli “italiani” in Bastardi senza gloria (Inglourious basterds, 2009) in italiano non ha molto senso e fa poco ridere. Innanzitutto in originale (eccetto per i dialoghi in italiano) la scena era interamente recitata in tedesco con sottotitoli. La versione doppiata invece cambia i dialoghi dal tedesco all’italiano quando ancora Diane Kruger e Christoph Waltz stanno discorrendo in tedesco. Non si capisce esattamente in che lingua starebbero parlando… francese? Inglese? Perché due tedeschi dovrebbero improvvisamente smettere di parlare il tedesco in favore di una seconda lingua? A meno che i doppiatori non si siano concessi delle libertà ipotizzando che il personaggio di Diane Kruger fosse a conoscenza delle capacità linguistiche del colonnello Landa (Christoph Walz) ma in realtà parte della comicità della scena è anche basata sul fatto che nessuno si sarebbe aspettato che il colonnello delle SS parlasse la nostra lingua e che avrebbe tormentato gli infiltrati mettendo a dura prova il loro improvvisato italiano.

    “La scena degli italiani” (nome con cui è nota all’estero) è l’unica cosa che non mi piace nel film doppiato poiché chi ha curato l’adattamento ha anche deciso che evidentemente questa divertente sequenza poteva essere resa più comica inserendo (per l’ennesima volta nella storia del doppiaggio) un’ironia basata su dialetti regionali… e ovviamente si sbagliavano.

    Trascrizione della scena degli italiani

    Questa la trascrizione dei dialoghi, sia in originale che nella versione doppiata in italiano.

    (originale in tedesco sottotitolato) They are friends of mine from Italy. (I miei amici sono italiani)
    (doppiato) I miei amici sono siciliani.

    (orig. sott.) This is a wonderful Italian stuntman, Ezio Gorlomi. (le presento l’eccezionale stuntman italiano, Ezio Gorlomi. -per mantenere veridicità storica si poteva usare “controfigura” o “cascatore”-)
    (doppiato) Le presento il grande attore siciliano, Ezio Gorlomi.

    (orig. sott.) a very talented cameraman, Antonio Margheriti… (un cineoperatore di talento, Antonio Margheriti)
    (doppiato) il suo assistente personale, Antonio Margheriti…

    (orig. sott) and Antonio’s camera assistant, Doninick DeCocco. (e il suo assistente operatore Dominick DeCocco)
    (doppiato) e il suo impareggiabile parrucchiere Domenico DeCocco.

    In una scena precedente, mentre la Kruger viene interrogata nello studio veterinario mostra a Brad Pitt gli inviti dicendo infatti che l’idea era quella di infiltrare spie parlanti tedesco nei panni di “un operatore tedesco e il suo assistente”. Il piano poi viene alterato in favore degli stessi ruoli ma parlanti italiano. Nella traduzione nostrana però non solo si parla di “siciliani” (scelta quasi necessaria) ma vengono alterati anche i ruoli stessi per aggiungere comicità dove questa originariamente non c’era.

    Tornando alla scena in questione, a questo punto Diane Kruger, dopo aver presentato al colonnello Landa i suoi amici “italiani” (parlando in tedesco sottotitolato), si rivolge adesso a questi ultimi parlando proprio in italiano… in questo momento il dialogo si fa divertente, almeno nel film originale; nel film doppiato diventa soltanto sciocco.

    Kruger (originale): Signori, questo es un vecchio amico mio, colonnello Hans Landa della SS.
    Kruger (doppiato): Signori, lui è un vecchio amico mio, il colonnello Hans Landa della SS.

    Pitt (orig.): Bonjorno.
    Pitt (dop.): Baciamo le mani.

    Walz (orig.): Signori è un piacere.
    Walz (dop.): Signori è un piacere.

    Walz (orig.): gli amici della vedette, ammirata da tutti noi, questa gemma proprio della nostra cultura, saranno naturalmente accolti per la durata del loro soggiorno.
    Waltz (dop.): quante estati ho passato nella vostra splendida Sicilia dall’Etna alle spiagge di Taormina. Sarete naturalmente accolti sotto la mia protezione per la durata del vostro soggiorno.

    Pitt (orig.): Grazie!
    Pitt (dop.): Mizzica!

    Walz (orig.): Gorlomi? Lo pronuncio correttamente?
    Walz (dop.): Gorlomi? Ed è un cognome di Palermo?

    Pitt (orig.): Si, ehm… correcto.
    Pitt (dop.): Ah… si, minchia, indovinò.

    Walz (orig.): Gor-la… Gor-lo-mi? Per cortesia, me lo ripeti ancora?
    Walz (dop.): Gor-la… Gor-lo-mi? Per cortesia, me lo ripete ancora?

    Pitt (orig.): Go(r)lami! (pronunciato all’americana)
    Pitt (dop.): Gorlami (pronunciato con accento siciliano)

    Walz (orig.): Excusi, com’è?
    Walz (dop.): Mi scusi, come?

    Pitt (orig.): Gorlami! (pronunciato meglio)
    Pitt (dop.): Garlomi! (sempre con accento siciliano)

    Walz (orig.): Ancora una volta.
    Walz (dop.): Ancora una volta.

    Pitt (orig.): Gor(l)ami. (sottovoce)
    Pitt (dop.): Gorlomi (sottovoce, niente accento siciliano)

    Walz (orig.): E come si chiama lei?
    Walz (dop.): E lei da dove viene?

    Roth (orig.): Antonio Marga-riti.
    Roth (dop.): Strittu ri Missina.

    Walz (orig.): Ancora?
    Walz (dop.): Ripeta?

    Roth (orig.): Margareeeeeti (con voce alla Super Mario)
    Roth (dop.): Stretto di Messiiina.

    Walz (orig.): Un’altra volta ma adesso vorrei sentire proprio la musica delle parole!
    Walz (dop.): Un’ultima volta ma adesso mi faccia ricordare il profumo della vostra terra!

    Roth (orig.): Antonio Marga-reeeeeiiiiiiiiti.
    Roth (dop.): Stretto di Messi-na. (scandendo ogni parola)

    Walz (orig.): Margheriti! E lei?
    Walz (dop.): Mmh… alta marea, e lei?

    Doom (orig.): Dominick-dicoco.
    Doom (dop.): Posillipo basso. (con accento napoletano)

    Walz (orig.): Come?
    Walz (dop.): Da dove?

    Doom (orig.): Dominick-dicoco
    Doom (dop.): Basso posillipo.

    Walz (orig.): Bravo! Bravo!
    Walz (dop.): Bravo! Bravo!

    La scena degli italiani in Bastardi senza gloria fa meno ridere e non ha molto senso

    Questa scena, permettetemi di ribadirlo, era originariamente molto comica: Pitt che risponde a suon di “buongiorno”, “grazie” e “arrivederci” con accento palesemente americano (mentre doveva spacciarsi per italiano madrelingua), gli altri due finti italiani che enunciano il loro nome con pronunce alla Super Mario o spagnoleggianti (come Dominick DeCocco) e facendo il tipico gesto del “che vuoi?”Scena degli italiani, dal film Bastardi senza gloria di Tarantino. Dominic DeCocco fa il gesto del che vuoi per imitare gli italiani per il quale siamo noti in tutto il mondo, il colonnello Landa che sapendo delle loro false identità li tormenta chiedendogli di ripetere innumerevoli volte il loro nome e gratificandoli dopo il terzo o quarto tentativo con un sonoro “bravo!” come ad incoraggiare uno studente mediocre… sono tutti elementi che rendono la scena esilarante.

    Nella versione italiana la comicità (o presunta tale) si sposta invece non sulle pronunce ma sulle origini meridionali. La scelta dei dialetti mi rendo conto che era quasi necessaria, altrimenti come giustificare il loro improvviso accento alla Stanlio & Ollio e alla Super Mario all’ascoltatore italiano che li ha sentiti parlare un perfetto italiano fino a poco prima; certo è che potevano giocarsi meglio questa carta. Invece sono scaduti in battute alterate come la provenienza, “Posillipo bassa” e “lo strittu ri Missina”, che tolgono l’ironia originale basata sul fatto che i soldati travestiti da italiani non sapevano nemmeno pronunciare il proprio nome fasullo e il colonnello Landa li tormentava chiedendogli di pronunciarlo più e più volte.

    Non sto neanche a soffermarmi su quanto sia ridicolo anche a livello della trama il semplice fatto che i due soldati, dichiaratamente ignoranti di italiano (e dell’Italia in generale) conoscessero Posillipo bassa e lo Strittu ri Missina. La logica del film viene temporaneamente abbandonata per questa scena riuscita solo a metà (nel doppiaggio italiano). La scena degli italiani in Bastardi senza gloria è difatti insensata e di ridotta efficacia comica rispetto a quella in lingua originale.

    Solo per questa scena alterata che tanto mi fece ridere in inglese e che invece fa pietà e compassione ad ascoltarla in italiano sostengo che non valga la pena di guardare Bastardi senza gloria tradotto. In questo caso consiglio la visione in lingua originale. Peccato, tutto il resto era di alta qualità.

  • Cose meglio lasciate "intradotte"

    Quelle parolacce intraducibili…

    S. L. Jackson: Adesso voglio che tu guardi in quel sacco, e trovi il mio portafogli.
    Tim Roth: E qual è?
    S. L. Jackson: Quello con la scritta “brutto figlio di puttana”!
    Talvolta lo si è sentito tradotto alla lettera ma per fortuna sono rarissimi i casi in cui “motherfucker” viene tradotto in questo modo. Copioso nei film di Tarantino ma non solo. La celebre frase di Bruce Willis in Die Hard è “Yippee ki-yay motherfucker” tradotto come “Yippy-ya-ye, pezzo di merda”. Sul portafoglio di Samuel Jackson in Pulp Fiction appare la scritta “BAD MOTHERFUCKER”.
    Questo improperio a dir poco Freudiano non ha una corrispondenza nella nostra lingua e perciò offre una vasta gamma di possibili traduzioni:
    pezzo di merda
    stronzo
    figlio di puttana
    stronzo figlio di puttana (per aumentare la dose)
    bastardo
    etc…
    In italiano la sacra figura materna non si tocca, ragione per cui non esiste una corrispondenza diretta. Qualsiasi insulto italiano sembra quasi un complimento se comparato con il significato dell’offesa originale la quale raggiunge livelli di volgarità impensati e impensabili in Italia.