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  • La questione Laurel & Hardy

    All’appassionato non far sapere… quant’è buona l’opinione di Leo con le pere

    L’arrivo online (pochi giorni fa) del trailer del film di imminente uscita, Stan & Ollie di Jon S. Baird, non può che risvegliare curiosità legittime su come questo film verrà doppiato in italiano ed è quindi giunta l’ora di parlare di un argomento che mi sembra a questo punto inevitabile.

    Questo film biografico su Laurel & Hardy ha come protagonisti Steve Coogan e John C. Reilly, entrambi detentori di candidature all’Oscar, e verrà presentato in anteprima al BFI Film Festival questo 21 ottobre. Uscirà poi ufficialmente nei cinema britannici a partire dall’11 gennaio 2019. Al momento in cui si scrive questo articolo non si sa nulla di una eventuale uscita italiana, ma si ipotizza al più tardi una proiezione primaverile.

    Stanlio e Ollio nell’immaginario collettivo italiano

    La coppia comica per eccellenza ha una presenza ancora forte nell’immaginario collettivo nostrano e in gran parte è dovuta ai memorabili doppiaggi storici, interpretazioni fortemente caratterizzate da un accento inglese/americano. La storia di queste versioni è ampiamente documentata ed è possibile saggiare alcuni dei doppiaggi arrivati fino a noi grazie a questo filmato antologico sulla storia delle voci di Stanlio e Ollio, estratto da un documentario del 2002 curato da Benedetto “Enciclopedia” Gemma dell’Oasi 165 dei “Figli Del Deserto”, la società internazionale dedita all’apprezzamento di L&H.

    Gli accenti di Stanlio e Ollio nacquero quando, agli albori del sonoro, non era stato ancora inventato il doppiaggio. La nascente industria cinematografica era già attentissima ai mercati stranieri e, non volendo perdere vendite in quei paesi (finita l’era muta non bastava più cambiare le didascalie!), escogitò uno stratagemma: girare lo stesso film più volte in lingue diverse. A seconda dei casi potevano rimanere fissi i protagonisti e cambiare soltanto i comprimari, in altri frangenti si sceglieva di sostituire tutto il cast con attori che parlassero bene la lingua di destinazione, quello che è successo con Dracula del 1931, dove gli stessi set venivano usati di giorno per girare il film in inglese con Bela Lugosi e, nottetempo, la sua versione spagnola con Carlos Villarìas.

    Due scene a confronto di Dracula (1931) nella sua versione americana con Bela Lugosi e la versione in spagnolo

    Stesso film, stessi set, attori e lingue diverse

    Nel caso invece che gli interpreti americani rimanessero gli stessi, questi dovevano leggere da lavagne poste fuori campo sopra cui venivano scritte foneticamente le battute in lingua straniera. Ciò vuol dire che gli attori leggevano frasi scritte approssimativamente “come si dovevano leggere”, senza conoscere la lingua e quindi senza sapere veramente ciò che dicevano, scena per scena.
    Così fu infatti per Laurel & Hardy, che girarono tra il 1930 e il 1931 le versioni “fonetiche” di alcuni cortometraggi (nonché un lungometraggio) in spagnolo, tedesco, francese… e italiano.

    Ecco un esempio tratto dalla versione ri-girata in spagnolo (ed espansa) di Chickens Come Home (1931), intitolata Politiquerìas dove è possibile vedere Oliver Hardy che recita in spagnolo.

    Sono certo che anche quelli di voi non ferratissimi in spagnolo avranno notato il forte accento americano. Ebbene, immaginate dunque che qualcosa di molto simile fu ciò che si poteva sentire nei cinema del Bel Paese quando uscì da noi la versione ri-girata per il mercato italiano del loro primo lungometraggio, Pardon Us (1931), qui intitolata Muraglie.
    Sì, immaginate e basta! Ad oggi questa versione “alternativa” del film è considerata perduta. Stesso destino è presunto per Ladroni, versione italiana del corto Night Owls (1930).

    Il resto, per usare un cliché già vecchio ai tempi di Gutenberg, è storia. L’accento straniero fece ridere gli italiani che videro Muraglie, e qualche anno dopo arrivò il doppiaggio e con esso il film Fra’ Diavolo nel quale, per la prima volta i loro personaggi vengono chiamati “Stanlio” e “Ollio”, sensatamente direi, perché la storia era ambientata proprio in Italia. Da allora Laurel & Hardy vennero sempre doppiati con accento straniero e si chiamarono sempre Stanlio e Ollio, anche se l’ambientazione non era più italiana.

    Per approfondimenti sulla storia delle voci italiane, rimandiamo a questi due ottimi articoli: Introduzione alla storia delle voci di Stanlio e Ollio (di Andrea Ciaffaroni, 2012) e La vera storia delle voci italiane di Stan Laurel e Oliver Hardy (di Antonio Costa Barbè, 2000).

    La pratica del doppiaggio con accento straniero si è estesa perfino ai film in cui Oliver Hardy recitava senza Laurel e il personaggio non era per niente (nella versione originale del film in questione) quello di “Ollie”; non solo dando la voce e l’accento buffo di Sordi a un personaggio che non li richiedeva, ma arrivando anche a chiamarlo “Ollio” e a stravolgere completamente il copione, come nel caso del film Zenobia (1939) poi ri-titolato per il mercato italiano Ollio, sposo mattacchione (nel quale gli dà la voce Carlo Croccolo). Un vecchio caso di titolo italiota e sequel apocrifo!

    Locandina italiana del film Zenobia (1939), intitolato in italiano come Ollio sposo mattacchione

    In questo film Hardy interpreta il dottor Henry Tibbett, medico condotto in una commedia ambientata ai tempi della guerra civile americana. La distribuzione italiana ha pensato bene di chiamarlo Ollio Hardy, di affiancargli una moglie che parla come Stanlio e di inserire la foto dell’amico magro nell’album di famiglia. Ah, e non dimentichiamo gli schiavi neri ghe barlano gozì, badrone, che in un doppiaggio del dopoguerra erano ancora considerati cosa normale.

    Nel film Il ritorno del kentuckiano (1949) poi si è voluti affiancare “Ollio” addirittura a John Wayne, quando in realtà il personaggio interpretato da Oliver Hardy si chiamava semplicemente “Willie”. Ormai Oliver Hardy e il suo personaggio “Ollio” erano un’entità unica e inseparabile… in Italia.

    Il doppiaggio “buffo” per tradizione è continuato fino ai giorni nostri quando, in ultimo, Mediaset richiamò nel 2008 il duo Ariani e Garinei, che aveva già prestato le voci ai S&O negli anni ’80, per doppiare il film I maestri di ballo (1943), il cui doppiaggio storico è andato perduto.

    Qui vorrei tirare una riga immaginaria con la matita. Perché è arrivato il momento di parlare della eventuale uscita italiana di questo tanto atteso film biografico su Laurel & Hardy, un progetto dalla lunga gestazione che finalmente sta vedendo la luce. Inutile dire che tutti i fan e gli appassionati sono in attesa e fiduciosi, vista la risposa ampiamente positiva al trailer. Resta l’incognita italica dell’adattamento e del doppiaggio i quali, qualunque sarà la direzione intrapresa, si porteranno dietro non pochi problemi.

    Stan & Ollie (2018) coming soon poster

    Stanlio e Ollio nel film biografico del 2018

    Chi conosce le voci originali di Laurel e Hardy può constatare con piacere che Coogan e Reilly, a giudicare dal trailer, hanno fatto un eccellente lavoro di ricalco vocale.
    Il film, da quello che si sa già, parlerà del periodo finale della loro carriera di coppia e della loro relazione personale lontano dalle cineprese. Nell’ottobre del 1953 Stan Laurel e Oliver Hardy si imbarcano in quello che sarà il loro terzo e ultimo tour teatrale nel Regno Unito, terminato bruscamente a causa di un improvviso malore di Hardy nel maggio del 1954.

    Una pellicola biografica, dunque, che si suppone drammatizzerà, romanzerà e dipingerà, magari con qualche libertà artistica, la vicenda umana di due persone veramente vissute. Ci si aspetta momenti in cui si sorride, ma lungi dunque dal voler essere una commedia “slapstick”.

    Cosa aspettarci dalla versione italiana di questo film?

    Tutto ciò che si sa, per il momento, è che la distribuzione sarà di Lucky Red (secondo il sito Mymovies) quindi si deve presumere per forza di cose che il titolo “tradotto” che troviamo su IMDb (Stanlio e Ollio) sia venuto da loro ma altri dettagli su una versione italiana non sono pervenuti, tutti i siti di informazione hanno semplicemente riportato il trailer (al momento soltanto in inglese, senza sottotitoli) facendo poi un copia&incolla di notizie generali sul film e ripetendo ciò che già sappiamo.

    Non ci è dato di sapere a questo punto se il titolo italiano sia definitivo o provvisorio, messo lì intanto per battere un po’ il tamburo e svegliare chi potrebbe essere interessato all’uscita del film. Non ci è dato neanche di sapere, ancora, che linea prenderà l’adattamento dei dialoghi e il doppiaggio, e dunque se anche in questo film biografico faranno capolino i vecchi accenti “buffi”, anche solo per le scene in costume.

    Immagine dal film Stan and Ollie (2018), Stanlio e Ollio in posa

    Opinione di chi scrive è che sarebbero assolutamente fuori posto in un film come questo, rappresentano ormai un anacronismo, una tradizione della quale non tutti ricordano l’origine e che ormai si è ridotta a una catena di imitazioni dell’attore che lo ha preceduto, sempre più sbiadite. E, ad ogni modo, sarebbero un madornale errore di tono all’interno di quello che, a tutti gli effetti, vuole essere comunque un film “serio”. Allo stesso tempo c’è il problema della nostalgia che in Italia è legata indissolubilmente al doppiaggio con voci buffe.

    Chiunque concorderà con il fatto che non potranno farli parlare in modo macchiettistico anche nelle scene “fuori dal set”, ma c’è sempre la possibilità che li doppino con i familiari accenti inglesi nelle scene in cui Coogan & Reilly sono “nel personaggio”. Non è una prospettiva così lontana perché ancora oggi, come è stato rimarcato spesso su questo stesso blog, quando si vuol indicare un cambio di codice, la risposta più veloce e semplice per il doppiaggio italiano è usare un accento, che sia esso straniero o regionale. Vedasi per esempio il controverso caso de Il concerto di Radu Mihăileanu: un film che nasce bilingue, parlato sia in francese che in russo. La maggior parte degli interpreti parla appunto in russo, e i comprimari in francese. Allora per quale ragione si è dato l’italiano standard ai francesi, e l’italiano accentato in russo ai russi? Forse la spiegazione sta nel fatto che i russi in questo film rappresenterebbero “gli stranieri” in Francia e quindi il codice vorrebbe indicare “l’altro”, ma resta il fatto che il risultato sia grottesco perché questa operazione è stata fatta nel 2009 e non in piena guerra fredda con gli ufficiali sovietici che domandano a Totò se è veramente lui l’ammiraglio Canarinis.

    È forse giunta l’ora di scrollarci di dosso queste abitudini? Sarà ormai superato il trovare “buffo” l’accento straniero di una persona che si sforza di parlare nella nostra lingua?

    Stan & Ollie, poster del film su Stanlio e Ollio, in uscita nel 2018

    L’opinione fuori dal coro

    Chi scrive ha imparato la lingua inglese grazie, in primo luogo, proprio a Stan & Ollie, avendo avuto la curiosità, più di dieci anni addietro, di andarmi a cercare i loro film in lingua originale. Imparando l’inglese ho imparato ad amare questa coppia comica che, come tanti della mia generazione, avevo comunque conosciuto in televisione, in film doppiati in italiano e spesso attraverso copie super tagliuzzate, sbiadite, col contrasto a mille o magari colorate male al computer; e voglio che sia chiaro, apprezzo i doppiaggi italiani dei loro film… ne apprezzo molti ma non tutti (quelli anni ’80 in particolare sono di un trash puro quindi chi ama Stanlio e Ollio in italiano dovrebbe sempre specificare esattamente quali film include nella sua lista di adattamenti da difendere). Conoscendoli più approfonditamente in lingua originale però ho compreso che effettivamente non avrebbero bisogno di questi accenti per essere divertenti, erano due “clown” che facevano uso (venendo dal cinema muto) principalmente del linguaggio fisico.

    A proposito dei doppiaggi anni ’80 di Stanlio e Ollio, se il nostro amato Evit scoprisse la qualità degli adattamenti anni ’80 firmati da un tale Guido Leoni, fautore di molti infausti adattamenti televisivi “italioti” (La tata è uno dei suoi, ma anche Pappa e ciccia), potrebbe dare un nuovo nome al suo dolore.

    Il fatto che le loro voci originali abbiano funzionato è stata la loro salvezza a cavallo tra il 1928 e il 1930 perché tanti loro colleghi non riuscirono a fare il salto al sonoro. In lingua originale ci hanno dato tantissime battute memorabili, ma resta il fatto che Stan & Ollie possono essere visti anche senza il sonoro e fanno cascare lo stesso giù il teatro dalle risate!

    Provate però a proporre a un fan italiano di Stanlio e Ollio di sentirli doppiati “normali”. Vi dirà che nessuno li vuole così o al peggio vi chiamerà “stupìdi”.
    E posso anche capirlo, so benissimo di essere un fan atipico, una voce fuori dal coro tra gli appassionati del duo comico, in minoranza, specie perché realizzare nuovi (ulteriori) doppiaggi delle vecchie comiche con il pretesto di doppiarli “normali” sarebbe sempre una operazione bislacca vista l’età di questi film. D’accordo, lasciamo in pace i doppiaggi storici (e magari impegniamoci a preservarli e restaurarli ove ancora possibile) ma, per quanto riguarda il nuovo film, direi che quella dell’accento “buffo” è una tradizione che possiamo lasciarci alle spalle, e salutare con un bell’arrivedorci!

    John C. Riley nei panni di Oliver Hardi che saluta con un arrivedorci. Photo by Joan Wakeham/REX/Shutterstock (8595101y) John C Reilly 'Stan and Ollie' on set filming, Bristol, UK - 10 Apr 2017

  • Independence Day: Rigenerazione – L'adattamento italiano che non risorge

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    No, seriamente, rigenerazione di cosa? Quando sono uscito dal cinema il mio iniziale dubbio sul titolo era ancora lì. Rigenerazione di cosa? Apriamo il dizionario:

    1 Azione e risultato del rigenerare o del rigenerarsi, spec. di tessuti animali o vegetali distrutti: la r. dei tessuti consente la cicatrizzazione delle ferite
    SIN. riproduzione

    …mmh, non ricordo tessuti animali distrutti che venivano rigenerati.

    2 Rinvigorimento: un buon farmaco ricostituente è quello che ci vuole per la tua r.
    || fig. Rinascita, rinnovamento spirituale e morale: r. dal peccato; r. civile e morale del popolo

    …mmh, sicuramente gli alieni avranno avuto un rinnovamento morale e spirituale pensando di poter riprendere la Terra ma non mi sembrava proprio un elemento così importante da dedicargli il titolo del film.

    3 RELIG. Stato di grazia spirituale che si ottiene, per i cattolici mediante il battesimo, per i protestanti attraverso l’accettazione del vangelo

    Che gli alieni tornino sulla Terra per essere battezzati? Hanno trovato il Vero Dio? Ma sono protestanti o cattolici?

    4 TECN. Trattamento di una sostanza logorata o alterata dall’uso al fine di riportarla alla sua primitiva efficienza: sottoporre un materiale al processo di r.

    Mmh, no.
    Insomma il sottotitolo tradotto in italiano non ha senso. Vediamo cosa significa “resurgence“:

    Rinascita, ripresa, ritorno, revival.
    Es. “Le cause di questo ritorno della malaria sono riconducibili all’uomo”

    Insomma, è uno di quei casi dove  persino un banalissimo “Independence Day – Il ritorno” avrebbe avuto più senso, perché è esattamente ciò che significa resurgence.
    Independence Day – Rigenerazione è un titolo incomprensibile prima di andare a vedere il film e resta incomprensibile anche dopo averlo visto. Paradossalmente, il titolo sarebbe stato più chiaro a molte più persone se fosse rimasto in inglese, non pensavo che avrei mai potuto fare un’affermazione simile.
    Anche la trama ufficiale del film è stata riportata ovunque con un ingenuo errore di traduzione:
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    Se il film in italiano inizia con queste premesse, l’adattamento di Marco Guadagno, colui che vedo come il yes-man dei grandi distributori americani (sua la firma sull’adattamento di Captain America: Winter Soldier), non delude, regalandoci un prodotto perfettamente in linea con altri pasticci moderni.
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    L’adattamento… se di adattamento si più parlare

    È chiaro ormai che chi lavora ai cosiddetti blockbuster (non la catena di negozi), in primis il direttore di doppiaggio e il dialoghista, ha spesso le mani legate da scelte che altri fanno per loro e che gli vengono imposte.
    Quindi non mi sorprende affatto la presenza dell’ennesimo termine immodificabile per questioni di marketing (o qualunque altro inutile motivo ne sia la scusa): la nave “harvester” deve rimanere così anche in italiano, punto. Senza contesto, senza spiegazioni. I ragazzini giocano ai videogiochi e sanno già che cosa significa (forse), non rompete le scatole voi vecchiardi che nel 1996, già da adulti, avete visto Independence Day, cazzi vostri che in vent’anni non vi siete aggiornati e non avete ancora capito che l’inglese può capitarvi tra capo e collo in qualsiasi momento mentre parlate in italiano con altri italiani (si percepisce la mia ironia? Bene). Dagli Stati Uniti dicono che non si può cambiare perché harvester è già un marchio registrato ed è un peccato sprecarlo adattandolo con altre parole non di proprietà intellettuale della Fox, e poi i cartonati delle action figures sono già in stampa con quella parola… insomma va lasciata così anche in italiano.
    Idem con la parola “blaster” eh, basta lamentarsene! E poi ha già un precedente famosissimo e innegabile con Star Wars 7 – Il risveglio della forza, quindi ormai è una parola con pedigree, accettabilissima in qualsiasi contesto sebbene in Italia non la usi nessuno nel parlato quotidiano. Troglodita chi non la accetta. Torna a zappare, Evit, che hai osato parlar male dell’adattamento di “Star Wars 7”.

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    L’harvester con cui Evit torna alla terra


    E pensare che avevo iniziato a guardare il film con pieno ottimismo verso l’adattamento italiano! Ci avete voluto lasciare i motori con il fusion drive? Benissimo! Tanto ci fanno vedere subito in cosa consiste (una specie di spintona come l’iniezione di protossido di azoto per le auto – vedi Fast & Furious, Mad Max) e il contesto aiuta. I dialoghisti italiani, per testare le vostre conoscenze di inglese, insieme a fusion drive ci lasciano anche l’hard drive, cioè due tipi diversi di drive, entrambi facilmente sostituibili con eleganza in lingua italiana ma perché sforzarsi, giusto? Il primo inteso come “spinta”, il secondo drive invece lo conoscete già, è l’abbreviazione di “hard disk drive” che oggi non va più di moda chiamarlo hard disk ma si è deciso di cambiare tipo di abbreviazione colloquiale e adesso è hard drive. Sì, l’interrogazione finale verterà anche su questi argomenti.
    Come sempre, non mi stancherò mai di dirlo, è il contesto che rende un termine inglese accettabile in un film e di dubbio gusto in un altro. Volete chiamare le armi aliene blaster anche in italiano? Bene, ho capito che oggi in italiano non si adatta più niente (a volte non si traduce nemmeno più) e in questo film tale scelta è comunque meno grave che in Star Wars 7 dove la tecnologia che sentiamo nominare aveva già un adattamento stranoto e sul quale uno spettatore potrebbe anche esigere una cosetta da niente che forse avrete sentito nominare qualche volta, mi pare si chiami CONTINUITÀ. Nel precedente Independence Day non si parlava delle armi aliene (sono una novità di questo nuovo capitolo) quindi c’è stata carta bianca sull’adattamento di questo termine e, in linea con lo stile moderno, non si è adattato il termine. OK. Vedete che non sono così vetusto? Mi va bene, mi va bene.
    Va bene, va tutto bene!

    Va bene, va tutto bene!


    Passiamo alla prossima lamentela da vetusto pedante quale sono.
    Le informazioni contenute nell’hard drive di un misterioso dispositivo alieno, si poteva tranquillamente dire che fossero contenute nella sua memoria ad esempio, che poi è la soluzione più elegante a prova di obsolescenza tecnologica ma anche in questo caso vaaaaaaa bene! Va tutto bene! Si è deciso di lasciare hard drive? Bravi! Mi va bene, mi va bene, mi va be-ne [tic nervoso agli occhi]! Ma il problema in quella frase è un altro. In inglese lo scienziato parla di “proverbial hard drive” che non è, come invece hanno avuto il coraggio di tradurlo, adattarlo e doppiarlo: “il suo famoso hard drive“. Quella è la traduzione a cui potrebbe giungere chi traduce con google. Chi conosce veramente l’inglese invece riconoscerebbe che “proverbial” è usato in maniera insolita per indicare una cosa che non è propriamente un hard disk come lo intendiamo noi ma che di fatto lo è, quindi era un hard disk “di fatto”, non certo un hard disk “famoso”! Ma che cazzo stiamo sentendo?
    A concentrarsi solo sulle parole inglesi ci si dimentica che le frasi italiane dovrebbero avere anche un senso. Nessuno infatti durante tutto il film aveva sentito parlare dell’hard disk di quel marchingegno alieno, quindi l’hard disk non aveva nessuna reputazione e nessuna fama, viene letteralmente introdotto dal nulla come “il famoso hard drive”. Prego, gettate cacca in direzione dello schermo.
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    La mia reazione


    Vogliamo ritornare a parlare della nave harvester? No? E invece sì.
    Ricordate quando parlavo del contesto? Di come certe scelte possono essere ancora accettabili e altre meno, di come ad esempio blaster è ancora accettabile qui in Independence Day ma non altrettanto accettabile in Star Wars 7, ricordate? L’ho detto un attimo fa.
    Ebbene, “nave harvester” qui non ha alcun senso, porcaccia di quel dio alieno infame!
    Il contesto è il seguente: un misterioso dispositivo tecnologico alieno (che ricorda la nave di 2001: Odissea nello Spazio e mille altri film di fantascienza dal 1968 fino a Oblivion passando per la Guida Galattica per Autostoppisti) ascoltava le conversazioni umane decifrandone il linguaggio in modo da poter finalmente comunicare con noi in maniera comprensibile, nel nostro caso doveva parlare agli americani, quindi in lingua inglese. Semplice, no? Logica vuole che in questo complesso mondo del doppiaggese si trasli tutto ciò alla lingua italiana. Semplice, no? No. La scelta di fargli dire “nave harvester” è insensata nel contesto.
    Abbiamo dunque un alieno che decifra la lingua inglese (per noi doppiato in italiano) e, una volta acquisita, si rivolge agli scienziati parlando loro in inglese, che viene giustamente doppiato per noi in italiano ma con una commistione di italiano e parole anglosassoni? Ma che cazzo stiamo sentendo?
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    La mia reazione


    Sulla carta, l’ordine dei supervisori americani “harvester ship deve rimanere nave harvester” è purtroppo quanto di più ordinario avvenga nel doppiaggio italiano di questi tempi, almeno per i grandi film hollywoodiani, ma in certe occasioni (come questa) va proprio a stridere con l’intero concetto di adattamento introducendo un vero e proprio cortocircuito di insensatezza. Non aiuta che lo stesso droide alieno insista su questo concetto parlando anche di regina harvester nella nave harvester. Bleah! Abbiate pietà di noi poveri spettatori italioti.
    La regina dei raccolti

    La regina dei raccolti


    E dire che stavano andando così bene, con il programma di difesa Earth Space Defense tradotto in italiano (Difesa Spazio-Terra o qualcosa del genere) e con un cast di doppiatori niente male a parte il droide-palla alieno che sembrava l’annunciatrice sarcastica di Theme Hospital, ma in generale tutti capaci; per eventuali lamentele sulla piattezza di alcune interpretazioni rifatevela con lo stile di interpretazione-fotocopia che per svariati motivi impera da una quindicina d’anni.

    Nota curiosa: il ragazzo che interpreta il figlio di Will Smith sembra sia riuscito a riprodurre molto bene il modo di recitare di Will Smith, una piccola accortezza da parte dell’attore di cui ovviamente non avrete neanche il minimo sospetto guardandolo in italiano, ma ci sono qui io a togliervi dubbi e interrogativi che non sapevate neanche di avere.

    La prima mezz’ora insomma procede senza problemi lessicali, poi si comincia con piccole cose come “la devastazione sull’East Coast sarà incalcolabile” e “iniziare il countdown simultaneo” che da sole non danno alcun fastidio sebbene siano di facile traduzione e lasciare questi termini in inglese non porta nessun significato addizionale (cioè, lo fate tanto per! E vabbè, se è di moda… contenti voi). Peccato però arrivare a fine film con qualche calco dall’inglese di troppo, un paio di enormi scelte insensate e quella idiozia dell’hard disk famoso, roba che non sentivamo più da decenni, da epoche passate in cui comunque l’errore umano non era facilmente risolvibile con una ricerca su internet perché internet non c’era, oggi invece si può e in tempi inferiori al minuto… sempre a patto di sapere cosa si stia cercando.
    È quello il guaio, la ricerchina su internet aiuta fino ad un certo punto, oltre c’è bisogno di gente che l’inglese lo conosca per davvero. Lo stesso vale per altre lingue.

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  • Abortiamo o lo teniamo? L'adattamento italiano di "Sopravvissuto – The Martian"

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    Rispondo subito alla domanda che vi gira per la testa, sì, il titolo Sopravvissuto non mi dispiace di per sé, ma ahimè questo non è il titolo del film, infatti dovrei dire che Sopravvissuto non mi dispiacerebbe se fosse il titolo del film, ma il titolo del film è Sopravvissuto – The Martian ed è sbagliato per molte ragioni.
    Vogliamo partire dal fatto che mettere il titolo originale come sottotitolo sia una brutta abitudine in voga nell’ultimo decennio? Brutta abitudine semplicemente per via della nostra poca familiarità con questa forma di titolazione, s’intende. Certo non ci sono regole scritte su come titolare un film per la distribuzione italiana e, negli ultimi anni, abbiamo visto questi tentativi post-moderni di reinventare lo stile di titolazione, con un titolo italiano seguito da quello originale che viene però usato come sottotitolo… questo contro la consuetudine e, perché no, la logica, che vorrebbe un titolo solamente in italiano oppure, in alternativa, il titolo originale seguito da un esplicativo sottotitolo in italiano.
    themartianVogliamo sottolineare come il titolo del romanzo pubblicato in Italia fosse L’Uomo di Marte? Non mi pare per niente un brutto titolo.
    Vogliamo evidenziare come il tentativo di dare al film un titolo italiano (“Sopravvissuto”) venga totalmente vanificato dalla scelta di lasciare il titolo originale (“The Martian”) come sottotitolo? Vanificato perché tutti parleranno di questo film chiamandolo solamente “The Martian”, e quindi il “Sopravvissuto” a che serve se non a fare un autogol verso la coraggiosa scelta commerciale di dargli anche un titolo italiano? Coraggiosa per essere nel 2015, intendiamoci. Non avrebbe avuto più senso allora chiamarlo solo Sopravvissuto? Era l’occasione buona di rispolverare antiche tradizioni, ma si sa, ai tempi dell’internet sulla tazza del cesso poi si rischia di confondere i bambini di tutte le età che si solleverebbero al grido di “perché non chiamarlo semplicemente Il Marziano? Mapecché in Italia cambiano sempre i titoli? Pecchépecché??? Maledetti!”.
    Insomma tutta questa smenata ve l’ho scritta per dire semplicemente che è inutile e controproducente proporre un titolo come Sopravvissuto – The Martian, dove un coraggioso titolo IN ITALIANO (ripeto, coraggioso per il 2015) viene vanificato dall’uso del titolo originale come sottotitolo. A questo punto o usate solo quello originale, “The Martian”, o solo quello italiano, “Sopravvissuto”, oppure la più familiare e logica forma moderna del titolo originale e sottotitolo italiano: The Martian – Sopravvissuto. L’inverso non serve assolutamente niente.

    L’adattamento

    Passiamo alle note dolenti, l’adattamento del film. Qui vado a memoria perché l’ho visto qualche giorno fa al cinema e non ho intenzione di rivederlo almeno per i prossimi due anni, non perché sia un film brutto ma semplicemente non è di quei film che esigono una seconda visione, quindi non sarà una recensione dettagliata sull’adattamento di Massimo Giuliani (che ritroviamo sia ai dialoghi che alla direzione del doppiaggio) ma solo una breve osservazione pesata.
    Sorvolo rapidamente sul fatto che alcune delle voci scelte per il doppiaggio italiano siano state a mio parere scelte male o, probabilmente, solo “dirette” male (e si vocifera che sia Ridley Scott stesso ad avere l’ultima parola sulla scelta dei doppiatori). Sorvolo su questo argomento perché, e chi mi segue da molto tempo lo sa bene, tendo il più possibile ad evitare opinioni puramente estetiche e personali sul doppiaggio, limitandomi agli errori contenuti negli adattamenti (questi sì incontrovertibili). Quindi che Edoardo Purgatori faccia un pessimo accento teutonico sul suo personaggio tedesco è opinione puramente personale! Che la voce di Rossa Caputo sulla donna in sala controllo della NASA sia troppo adolescenziale, anche quello è puramente personale!
    Avevo altre lamentele puramente personali ma adesso me le sono dimenticate. Meglio così.
    Ciò che invece non ricade nell’opinione personale ma nella triste verità è l’uso, anzi, il NON uso dell’italiano. Perché quando nei primi minuti sento cose come…

    A che livello si abortisce?
    Abortiamo, è un ordine!

    …beh, questo non è italiano.
    Non è italiano neanche quando sentiamo:

    Alle 7 Central Standard Time
    Alle 7 Central Time.

    Certo, quando si parla della NASA e volendo dare un realismo al film (come del resto accadeva anche in Apollo 13), è accettabile e normale che si sentano parole come Mission Control, ma l’ora nel fuso orario americano “CST” che senso ha? E, soprattutto, è davvero necessaria? Ancora peggio poi, l’uso di parole come “abortire” come traduzione di “abort” che, invece, esige di essere tradotto come “annullare” o “interrompere“! Cos’è, gli astronauti nel futuro prossimo parlano per senso figurato?
    Se già l’adattamento di Interstellar di Marco Mete ci aveva abituati all’idea che, per ragioni più o meno giustificabili, persino i migliori, nel mezzo di doppiaggi altrimenti immacolati, possono finire per usare parole come airlock, Mad Max Fury Road di Valerio Piccolo ci aveva rimesso sulla retta via, ricordandoci la filosofia fondante di questo mio blog, ovvero che il buon doppiaggio italiano si… può… FA-RE! e dobbiamo esigerlo, sempre.
    E anche se si trattasse di quel solo caso sopra menzionato, un buon doppiaggio non può avere ben due battute sull’abortire una missione. Non può.
    abortiamo

  • TITOLI ITALIOTI: Un'occasione da Dio

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    Terry Jones, ex-membro dei Monty Python, quest’anno porta al cinema un film con Simon Pegg chiamato Absolutely anything, in cui altri membri del gruppo comico britannico Monty Python, in veste di extraterrestri, conferiscono al protagonista il potere di fare qualsiasi cosa egli desideri. Nel trailer c’è anche un cane che siede a tavola e nella locandina porta gli occhiali in posa comica.
    È l’occasione in Italia di spacciare questo titolo come un film appartenente alla serie iniziata con Una settimana da Dio (Bruce Almighty, 2003) e proseguita con Un’impresa da Dio (Evan Almighty, 2007) in cui Morgan Freeman, in veste di Dio, conferiva poteri e responsabilità divine a Jim Carrey e Steve Carell rispettivamente.
    Così Absolutely anything viene distribuito da noi come Un’occasione da Dio… e sapete una cosa? Non ho verificato e potrei sbagliarmi ma voglio scommettere che questo film è distribuito in Italia dalla Eagle Pictures.
    Perché, vi chiederete, mi passa per la testa questo pensiero bislacco e apparentemente casuale? Perché un uccellino mi disse una volta che l’individuo che nel 2004 si inventò il titolo di Se mi lasci ti cancello come versione italiana di Eternal Sunshine of the Spotless Mind, adesso lavora alla Eagle Pictures.
    Se fosse vero si parlerebbe comunque solo di prove indiziarie e niente più… andate voi a controllare nel trailer italiano, a me non interessa.
    In ogni caso voglio ricordare che la filosofia del marketing è di vendere un prodotto a più persone possibili, con tutti gli artifici possibili. Un film, agli occhi dei distributori e dei produttori (ma anche dei registi, a meno che non si parli di gente tipo Jodorowsky), è un prodotto da vendere. Quindi, così come avviene in America, anche in Italia i titoli vengono scelti da chi li distribuisce perché il loro unico scopo è di attrarre più persone possibili al cinema, perché l’arte senza qualcuno che la paga rimane solo un hobby. Per questo esistono i “se mi lasci ti cancello” (in quanto all’epoca andavano di moda le commedie romantiche che erano immediatamente identificabili con quel genere di titolo) e per questo esistono le “occasioni da Dio”.
    Così va il mondo. Vuol dire che la cosa debba piacerci? No. Lamentatevi quanto vi pare, ne avete facoltà.
    __________
    Se vi piacciono i “titoli italioti”, scopritene altri nella rubrica apposita.

  • TITOLI ITALIOTI: Happy Days – La Banda dei Fiori di Pesco

    Nel 1977, oltre a Guerre stellari, in Italia arrivò un altro prodotto americano, la serie televisiva Happy Days… e fu subito successo. Proprio questo successo spinse i distributori italiani ad abusare dei propri poteri per vendere un film qualsiasi spacciandolo per un film legato alla serie.

    I padroni di Flatbush? Mmh, no. Meglio HAPPY DAYS - BEGINS

    “I padroni di Flatbush”? Mmh, no. Meglio “HAPPY DAYS – BEGINS”


    È il caso di The Lords of Flatbush, del 1974, nel cui cast compare Sylvester Stallone e Henry Winkler (l’attore che interpreta Fonzie in Happy Days) e che fu distribuito in Italia solo nel 1979 dalla Impegno Reak con il titolo di Happy Days – La Banda dei Fiori di Pesco. E di impegno ce ne sarà voluto veramente poco per inventarsi un titolo simile.
    HAPPY DAYS - IL FILM

    HAPPY DAYS – IL FILM… ma anche no.

    Happy Days, il primo titolo italiota

    Il film parla di una gang di scansafatiche italo-americani di fine anni ’50, uno dei membri di questa banda è il personaggio interpretato da Henry Winkler, si chiama Butchey Weinstein ma nel film doppiato in italiano (leggo su Wikipedia) ha un soprannome molto particolare, sicuramente una pura coincidenza eh… il suo soprannome è Fonzie! Come se fosse un “prequel” della nota serie televisiva per famiglie. The Lords of Flatbush in realtà uscì in America dopo la prima stagione di Happy Days. In Italia venne doppiato invece soltanto dopo il successo della suddetta serie. La locandina stessa sottolinea la presenza di Fonzie con lo slogan “Fonzie vi dice…“, con il quale Fonzie, in maniera pietosa, implora il pubblico italiano di andare a vedersi questo film (“veniteci a vedere”).
    Inoltre, per giustificare l’esistenza di tale titolo, sul finale il narratore dice “Happy days, amici. Happy days!“, anche se da come è recitato non è chiaro se sia un augurio per il futuro o una descrizione nostalgica dei giorni passati. Forse non lo sapevano neanche loro, ma da qualche parte dovevano dirlo questo “happy days”. Una presa di culo finale per lo spettatore italiota che aveva ormai pagato il biglietto ed era rimasto seduto fino alla fine del film nonostante avesse già capito che non si trattava di un antefatto della serie televisiva, bensì di una becera mossa commerciale per staccare biglietti.
    provaci
    A questo punto mi domando se il “fiori di pesco” del titolo (traduzione di “Flatbush”, un area di Brooklyn a New York) non faccia riferimento alla canzone di Battisti (“Fiori rosa di pesco”), un successo di qualche anno prima (1970)… così, tanto per riuscire a vendere ancora meglio un prodotto altrimenti quasi invendibile.
    Questa strategia commerciale ha fatto fesso persino il mio critico cinematografico preferito, Mereghetti, il quale lo descrisse come la prima volta di Winkler nei panni di Fonzie

    Happy Days la banda dei fiori di pesco, recensione dal dizionario dei film Mereghetti

    C’è cascato pure il Mereghetti


    Non avendo visto il film per intero non saprei dirvi se il doppiaggio faccia mai riferimento ai “fiori di pesco” del titolo. Sarebbe veramente inusuale se avessero tradotto in italiano il nome di un quartiere di Brooklyn… ma non sarebbe neanche la prima volta.

    Il secondo titolo italiota

    Probabilmente vergognatisi di quel primo fallimentare tentativo di imbrogliare i fan italiani della serie Happy Days, dal 1984 in poi, il film viene rilasciato nuovamente da altre case di distribuzione non meno sfacciate (Taurus Cinematografica, Capitol International Video, Columbia Tristar Home Video) che lo adottarono con un nuovo titolo “Brooklyn Graffiti” e nelle nuove locandine fecero leva più sulla presenza di Stallone (nel frattempo diventato super star) che sulla presenza di Fonzie.
    Adesso infatti non è più “Fonzie vi dice…” bensì “Sylvester Stallone vi dice…“.

    Locandina datata 1984 (immagine rubata da eBay)

    Locandina datata 1984 (immagine rubata da eBay). Qualcuno ha dimenticato di mettere uno spazio dopo la virgola di “giovani” e ne ha messo uno di troppo tra “risse” e il punto esclamativo.


    Il titolo è un ovvio richiamo ad American Graffiti di George Lucas ed è più adeguato, perlomeno. Anche questo film, infatti, appartiene a quel filone esploso negli anni ’70 che faceva leva sulla nostalgia di fine anni ’50 perché coincideva proprio con gli anni in cui erano adolescenti gli sceneggiatori del tempo. American Graffiti e Grease forse sono i prodotti più memorabili di un filone molto abusato in quegli anni. L’Italia, in ritardo cronico, arriva a questo filone soltanto diversi anni più tardi con pallonate tipo Sapore di mare (1983) di Vanzina che, se vi interessa sapere, sembra essere arrivato anche all’estero con titoli quali Time for loving (USA) e Gelati und Amore (Germania). Quale sia stata poi l’effettiva distribuzione è difficile da verificare.
    Sylvester Stallone, quasi scritto nelle stesse dimensioni del titolo

    “Sylvester Stallone”, quasi scritto delle stesse dimensioni del titolo

    Piccola curiosità da Antoniogenna.net: Flavio Bucci ha doppiato Stallone in questo film. Lo stesso aveva già doppiato Travolta in Grease e La Febbre del Sabato Sera (almeno nei loro doppiaggi originali) ed era anche il doppiatore di un personaggio secondario della serie Happy Days, Potsie.

    Piccola curiosità aggiuntiva da Wikipedia: Stallone fu pagato in t-shirt per recitare in questo film.

     

    Titolo italiota bonus: I ragazzi di Happy Days

    sweater-girls-movie-poster

    Operazione simile fu compiuta per Sweater Girls (1978) che ricevette il titolo di I Ragazzi di “Happy Days” o, per essere più precisi, il titolo intero sarebbe I ragazzi di “Happy Days”: le ragazze pullover (ma con la seconda parte del titolo scritta in caratteri minuscoli tipo contratto di Willy Wonka), incentrato su un gruppo di ragazze adolescenti che formano un club chiamato The Sweater Girls, “le ragazze in pullover” appunto, con l’obiettivo di preservare la propria verginità. Unico nesso con “Happy Days”, l’ambientazione nostalgia-anni ’50.
    i ragazzi di happy days
    Quando nel poster italiano trovate scritto “HAPPY DAYS” a caratteri cubitali e trovate la raffigurazione, in primo piano, di un ragazzo giacca di pelle-e-capelli alla Fonzie (per giunta a cavallo di una motocicletta!), potete stare tranquilli… è la distribuzione italiana che sta cercando di buttarvelo in culo. Quasi come tutti i film di Bruce Lee che nel titolo italiano avevano Bruce Lee, nel poster italiano avevano Bruce Lee ma nel film non c’era Bruce Lee.

    L’origine del personaggio di Fonzie

    Concludo con una curiosità sul personaggio di Fonzie visto che Sylvester Stallone sostiene che Henry Winkler abbia alterato il personaggio di Fonzie in Happy Days imitando sempre di più lo stile che aveva invece il personaggio di Stallone in The Lords of Flatbush. Ciò significa che, ad un certo punto della sua carriera, Stallone possa aver visto la foto Henry Winlker vestito da Fonzie in una guida televisiva ed aver esclamato…
    io già un paio di anni fa in The Lords of Flatbush interpretavo un personaggio molto ma molto simile. Il look della giacca di pelle, modestamente, prima di lui ce lo avuto io…
    stallone1(semi-cit.)
     

  • Trappola di Cristallo (Die Hard, 1988) – Quaranta piani di splendido doppiaggio

    intro-die-hard
    “Trappola di Cristallo” è probabilmente il film d’azione perfetto: un protagonista ordinario (nel quale tutti si possono identificare) che si ritrova nel posto sbagliato al momento sbagliato, intrappolato in un grattacielo in mano ai terroristi e, all’esterno, solo forze dell’ordine incapaci! Spetta a lui risolvere la situazione per riuscire a salvare sua moglie ma, dato che è un protagonista ordinario, ad ogni scontro si ritrova sempre ad un passo dalla morte. La battuta pronta e una dose di sbruffonaggine completano il personaggio di John McClane.
    Questo è tra i miei film d’azione preferiti e, forse, potrei azzardare a dire che sia addirittura il primo della lista! Se io fossi un regista di film d’azione vorrei aver girato questo film. Insomma avrete capito che sono particolarmente affezionato a “Trappola di Cristallo“.
    Una domanda ormai comune tra alcuni lettori di questo blog è la seguente: “Evit, te lo guardi in inglese o in italiano?“. Be’, da quando uscì in DVD nel lontano 2002 non l’ho più visto in italiano se non nei rari passaggi televisivi. Cos’ha di brutto la versione italiana? Niente, è solo che mi sono affezionato alla versione in lingua originale dalla primissima visione… talvolta capita! Tuttavia non denigrerei il doppiaggio italiano, tutto il contrario… ci sono molte parti del film che ritengo necessitino il cambio di lingua con il telecomando del lettore DVD, così da godersi certe battute doppiate.
    Cari miei, questa sarà una di quelle analisi abbastanza neutrali e senza troppo livore 😉, quindi preparate i cuscini e la copertina perché si parla dell’adattamento di Trappola di Cristallo… o almeno di tutto ciò che io reputo degno di essere citato.

    MUORI DURO – Una storia di titolisti indecisi

    Come da tradizione, partiamo parlando del titolo perché questo film ha più titoli del Re d’Italia:
    Titolo uno…Prima locandina italiana del film Die Hard del 1988, mostra il titolo originale A un passo dall'inferno e tra parentesi Trappola di cristalloA un passo dall’inferno e tra parentesi “trappola di cristallo”, stampato sull’immagine più anonima che potevano trovare e che sembra essere stata fotocopiata trecento volte! Questo fu, presumibilmente, il titolo provvisorio adottato durante la campagna pubblicitaria del 1988-89 e poi ripensato all’ultimo momento. Difatti il secondo titolo, adottato per il “vero” poster cinematografico, fu semplicemente Trappola di cristallo.
    Locandina italiana di Trappola di cristallo, Die Hard, 1988. Slogan del film: 40 piani di autentica avventura
    La mia supposizione è che i due titoli italiani volessero fare un richiamo intenzionale al popolare film catastrofico degli anni ’70 “L’inferno di cristallo” (The Towering Inferno, 1974), un film al quale Die Hard del resto presta alcuni omaggi. A riconferma di ciò, il Morandini accusò proprio il titolo d’essere fuorviante:

    “Il titolo originale ‘Die Hard’ è meno fuorviante di quello italiano: si riferisce proprio al protagonista e alla feroce lotta che deve intraprendere. Non è un catastrofico, è uno stringato avvincente film d’azione.” (Laura e Morando Morandini, Telesette)

    Anche il secondo film, al momento dell’uscita cinematografica, ebbe un titolo molto differente da quello originale. Era noto come 58 minuti per morire e sulla locandina, come sottotitolo, aveva anche: “Die Harder” (scritto molto piccolo e largamente ignorato).
    Niente legava i due titoli. Non a caso il dizionario Mereghetti descrive “58 minuti per morire” come:

    Seguito di “Trappola di Cristallo” con lo stesso protagonista.

    Con le uscite in VHS (a partire dal 1990-1991) e con l’aggiunta di un terzo capitolo alla serie, i distributori italiani hanno pensato bene di dare una qualche continuità ai tre titoli facendogli precedere la dicitura “Die Hard” e così, per l’home video, abbiamo il nostro terzo (e ultimo?) titolo: Die Hard – Trappola di cristallo.
    Copertina VHS del film Die Hard Trappola di cristallo
    Nessun’altro paese al mondo ha così tanti titoli alternativi per “Die Hard”, è un record italiota molto duro a morire. Personalmente trovo giusta la scelta di aggiungere la dicitura “Die Hard” all’inizio di ogni capitolo della serie; purtroppo però, la continuità postuma di “Die Hard – Trappola di cristallo” e “Die Hard 2 – 58 minuti per morire” è un po’ interrotta dalla titolazione di casa CecchiGori che, invece di chiamare il terzo capitolo “Die Hard 3 – sottotitolo italiano” ha optato per una via di mezzo fuori dai ranghi, ovvero “Die Hard – Duri a morire“, un titolo che ho sempre trovato ridondante (“die hard” è un gioco di parole traducibile appunto come “duro a morire”) e che non da l’idea di essere un terzo episodio, bensì un capostipite.
    Per sistemare la cosa sarebbe bastata l’aggiunta del numero “3” sulla copertina dell’edizione home video! Invece, così facendo, CecchiGori ha creato un precedente che porterà i successivi episodi a chiamarsi semplicemente “Die Hard – qualcosa qualcosa“, e così adios alla pratica numerazione… ma sappiamo che CecchiGori fa sempre le cose a cazzo. Pensate che ancora oggi, nel 2014, ha il coraggio di pubblicare il Bluray di Die Hard 3 riciclando la stessa copertina oscena che produssero nel 1995 con Microsoft Paint.
    Scusate, ho perso il filo… è che CecchiGori mi fa sempre uscire fuori dai gangheri! Ah, si…
     

    ADATTAMENTO, ERRORI E ALTRE CURIOSITÀ

    Vediamo dunque l’adattamento italiano, tra scelte di doppiaggio, un po’ di errori e qualche pregio, in ordine cronologico come le troverete nel film (più o meno).

    Niente “Merry Christmas” per noi

    Nella prima scena del film, John McClane (Bruce Willis) è su un aeroplano. In inglese sentiamo la voce di un assistente di volo che da il benvenuto a Los Angeles e augura a tutti un buon Natale. Al termine di questa frase, parte la musica natalizia drammatica a base di sonaglini da slitta di Babbo Natale che sentiremo anche in altre parti del film.
    Nella traccia audio italiana quella frase di benvenuto è completamente assente rendendo così dubbiosa la scelta della musica natalizia; solo qualche scena più tardi capiremo che è Natale.

    buon natale

    Questa frase la troverete in lingua italiana soltanto nei sottotitoli del DVD/Bluray che traducono direttamente quelli inglesi.

    Gennarì, bella di zio, come ti chiami?

    Gli americani e le loro pronunce! Succede che la moglie di John McClane faccia di cognome “Gennaro”, o almeno così appare scritto nei titoli di coda.
    gennaro titoli
    Anche all’inizio del film vediamo lo stesso cognome su uno schermo touch-screen ma, come per magia (o meglio, per errore di qualcuno agli effetti speciali), il nome cambia dopo la selezione.
    Scena dal film Die Hard in cui lo schermo inquadrato mostra un nome diverso, Gennaro diventa Gennero quando McClane preme il bottone
    Poco dopo ritroviamo lo stesso nome (Gennero) sulla porta dell’ufficio
    L'insegna sulla porta di Holly Gennaro legge H. M. Gennero
    Non è ben chiaro quale sia il nome vero e quale quello errato. A mio modestissimo parere “Gennaro” sarà stato il nome vero e, siccome gli americani lo pronunciano “Gennero”, immagino che qualcuno, durante l’allestimento del set, avrà detto: “Alan! Com’era il nome da mettere sulla porta?“, “Gennaro (pronunciato all’americana), vuoi che ti faccia lo spelling?“, “no grazie“, “sicuro?” “si, si, a posto così… G-E-N-N-E-…“.
    Credo che lo stesso sospetto sia venuto anche al direttore di doppiaggio Maldesi che nel film doppiato in italiano ha fatto pronunciare tale cognome sempre come “Gennaro”. Nessun aiuto giunge dal copione originale sul quale tale nome appare scritto in entrambi i modi purtroppo. Ma, se può essere di qualche importanza, nel romanzo da cui è tratto il film si parla ovviamente di…
    Foto di una pagina del romanzo dove il nome è Miss Gennaro
    Sì, perché ho anche il libro da cui è tratto il film, sia in inglese che in italiano… vi avevo accennato che adoro il primo Die Hard?
    Copertina italiana e copertina inglese del romanzo di Roderick Thorp, Nulla è eterno Joe (in inglese: nothing lasts forever) su cui è basato il film Trappola di cristallo
    Quindi, sì, non facciamoci illusioni, il cognome è Gennaro, solo che le troppe pronunce awanagana si sono intromesse nel “dietro le quinte” generando così sottotitoli, schermate di computer e nomi su porte che riportano erroneamente “Gennero”.

    Il personaggio di Holly Gennaro in piedi davanti alla porta che riporta l'insegna Gennero

    ‘tacci loro!

    Takaghi, Takagi o Akagi?

    Un altro nome, per così dire, problematico è quello del presidente della Nakatomi, Takagi, che in lingua originale viene pronunciato come “takaghi” mentre nel doppiaggio italiano viene pronunciato così come si scrive, con la g dolce. Tra le due, la pronuncia errata, mi dispiace dirlo, è proprio quella italiana… se vogliamo dar retta a queste indicazioni di grammatica giapponese:

    G” è sempre dura, come “Ghiro”
    Es. “Tochigi = tocighi. Non tokigi!

    Piccola curiosità aggiuntiva sul nome: in molti si domandano (e lo citano pure come errore!) perché sul computer compaia il nome “Akagi” quando il nome sappiamo essere “Takagi”. La risposta è molto semplice: quello non è il suo nome, bensì è la sua password per accedere al caveau. Ciò è anche confermato dal commento audio al film ma senza perdere tempo a cercare spiegazioni nei contenuti extra dei DVD (che uno può avere come più non avere) vediamo la scena con i nostri occhi…
    Computer che mostra la scritta Akagi
    Osservando bene, vediamo su schermo la scheda personale di Takagi in cui viene mostrata la biografia del padre. Si presume che sia il padre perché, prima di tutto, la foto non è quella dell’attore che interpreta Takagi, inoltre si può leggere “military record: assigned aircraft carrier Akagi“, ovvero “servizio militare: assegnato alla portaerei Akagi nel luglio del 1940“. Alan Rickman ci aveva rivelato all’inizio del film che Takagi era nato nel 1937, un po’ giovane per imbarcarsi nel 1940 su una portaerei… quindi il tizio che compare sullo schermo del computer altro non può essere che il padre di Takagi.
    [Altra curiosità aggiuntiva: la portaerei Akagi era una nave realmente esistente che fu usata dai giapponesi nell’attacco a Pearl Harbor. Nel film è la seconda volta che viene citato questo evento.]

    Nella scena in questione vediamo dunque i terroristi che, non avendo ottenuto la password del caveau dal presidente Takagi, provavano a inserire tutte le parole chiave possibili e immaginabili, estrapolandole dalla sua biografia e da quella della sua famiglia. Gli hacker nel 1988!
    Il direttore della Nakatomi, Takagi, affiancato allo schermo del computer che mostra al scritta Akagi
    Capisco che molti, vedendo quel “AKAGI” lampeggiare su schermo, abbiano pensato che fosse il nome scritto male del presidente Takagi… ma avete visto che la foto è di una persona diversa dall’attore??? E, più che altro, non avrete davvero creduto che il presidente di una potente multinazionale giapponese usasse il suo cognome come password!? Sarebbe la password più stupida dai tempi di Balle Spaziali!
    password

    Dettagli senza tempo

    Chi dice che gli adattamenti italiani peggiorino sempre i prodotti finali? Quando sentiamo il presidente della Nakatomi che fa la battuta “Pearl Harbor non è servita… e vi battiamo nell’elettronica” ci troviamo di fronte all’adattamento della frase “Pearl Harbor didn’t work out, so we got you with tape decks” che sarebbe divenuta molto presto obsoleta se l’avessero tradotta direttamente come “Pearl Harbor non è servita, così vi battiamo con i mangianastri“.

    Italiani doppiati educatamente

    cornuto
    Frase originale:

    Marco: A sinistra dai, a sinistra dietro l’angolo.
    Uli: This way?
    Marco: On the left! On the left! A sinistra, cazzo! Dietro l’angolo, dai!

    Il terrorista “Marco” era interpretato dall’attore di soap americane Lorenzo Caccialanza di Cologno Monzese. L’accento del nord è facilmente percepibile ma viene sostituito da un italiano pulitissimo di Fabrizio Pucci che recita:

    Marco: svelto dai, a sinistra. Dietro l’angolo
    Uli: di qua?
    Marco: A sinistra! A sinistra! Dietro l’angolo, dai!

    Lasciarlo in originale (in un film dove tutti parlano perfettamente) avrebbe stonato per le orecchie italiane, generando uno strano momento in stile “Alex l’ariete” e strappandovi fuori dall’illusione del doppiaggio.
    Strano che non gli abbiano dato il solito accento americapoletano per farci capire che si tratta un “italiano” in un film doppiato.
    Riguardo al “cazzo” mancante non ho niente da dire, l’espressività del doppiatore Francesco Pucci evidentemente non aveva bisogno di esclamazioni volgari rafforzative.

    Le cene davanti alla TV

    tv-dinner

    A cosa pensa per davvero John McClane quando parla di cene davanti alla TV


    Mentre John McClane striscia nei condotti di aerazione esclama:

    Mi ricorda tanto le cene davanti alla TV.

    Questa frase in italiano non ha mai avuto molto senso. Perché strisciare in un condotto di aerazione dovrebbe ricordargli le cene davanti alla TV? La frase originale era:

    I know what a TV dinner feels like.

    Ovvero: adesso so cosa prova un “tv dinner”.
    Ora, i “TV dinner” sono semplicemente delle vaschette multicompartimentate contenenti pasti precotti pronti per essere scaldati al forno/microonde, nacquero negli anni ’50 come pasto da scaldare velocemente e da portarsi davanti alla TV (che solitamente era in salotto, non in cucina dove si mangia). Il cibo all’interno è molto compattato, da qui il riferimento al “sentirsi come un pasto precotto” di John McClane, costretto all’interno di una conduttura di alluminio.

    Tv dinner

    TV dinner


    L’equivalente italiano sarebbe potuto essere, anzi, DOVEVA essere: “adesso so cosa prova una sardina in scatola“. Purtroppo credo che sia mancata, a monte, la comprensione di cosa fosse un “TV dinner”, credo.
    Difatti mi suggerisce un lettore che la battuta italiana può essere intesa (e forse proprio questa era l’intenzione) come continuazione di quella precedente “Vieni in California, vedrai che bello, ci divertiremo da matti.”. Come a dire che gli era stato prospettato un tranquillo Natale in famiglia ed invece si ritrova in un fottuto condotto d’areazione.
    È possibile che chi ha tradotto non sapesse cosa fossero i “TV dinner” ed abbia pensato alle “cene davanti alla TV”, cioè una promessa di relax familiare da legare al precedente invito a venire in California. Per espandere bene la battuta precedente però sarebbe stato meglio qualcosa del tipo “mi ricorda proprio il cenone” detto con sarcasmo (visto che l’invito era natalizio) oppure “mi ricorda proprio le cene in famiglia”… abbandonando quel riferimento alla TV perché, onestamente, a me questa battuta delle “cene davanti alla TV” rimaneva sfuggevole anche molto prima di conoscere la battuta originale. Per gli italiani la TV nelle orecchie mentre si mangia è una triste realtà quotidiana che non si collega automaticamente ad un’idea di relax familiare.
    È uno di quei casi in cui “si poteva fare un po’ meglio”, sia che si scegliesse un adattamento più fedele sia che si decidesse di andare nella direzione opposta, più creativa, dell’inventarsi una nuova battuta che si lega ad una precedente. [grazie a Davide Serra]

    Esclamazioni che sembrano bestemmie

    gesu

    Una scena che mi ha sempre fatto ridere in inglese è l’esclamazione “Jesus H. Christ!” del poliziotto di Otto sotto un tetto, mentre gli sparano addosso con l’artiglieria pesante. Quando ero più giovane e ancora non conoscevo bene molte espressioni americane mi domandavo cosa potesse voler dire quella “H.” (maiuscola e puntata) posta tra “Jesus” e “Christ”, quasi ad abbreviare un nome. Ho poi scoperto che sta per “Holy” (Santo)… ma ancora oggi mi piace pensare che Gesù Cristo per gli americani possa avere un insospettabile secondo nome… non so, Harold o Henry.

    “YIPPEE YA-YEH, PEZZO DI MERDA”

    yippee

    Hans: Sei uno dei tanti americani che hanno visto troppi film di avventure? Un orfano di una cultura in rovina che crede di essere uno sceriffo, John Wayne, o Rambo?
    McClane: Sono sempre stato un grande ammiratore di Roy Rogers, mi piacevano le sue giacche coi lustrini.
    Hans: Credi sul serio di avere qualche speranza, povero cowboy?
    McClane: Yippee ya-yeh, pezzo di merda.

    Frequente domanda italiota (da leggere con voce petulante): perché “yippee ki-yay” è stato cambiato in “yippee ya-yeh“? Risposta veloce: Perché al doppiaggio c’era Mario Maldesi e sicuramente l’avrà reputata una valida scelta di adattamento linguistico, perché dubitarne? Per gli italiani suona meglio yippee ya-yay, parola di Maldesi!
    La domanda più interessante è invece: cosa vuol dire “yippee ki-yay“?
    È un espressione derivante dalla cultura americana sviluppatasi negli anni ’40-’50 intorno al mito dei cowboy, solitamente è usata come espressione di gioia e deriva dai versi che facevano i mandriani per interagire con i loro animali. Ce lo spiega lo stesso Maldesi quando fa dire a Hans “qual è quel verso tipico dei cowboy…?” (al posto di “What was it you said to me before…?“, cioè “com’era quella cosa che mi avevi detto prima…?“).
    Questo “verso tipico” lo troviamo nel ritornello della canzone “I’m an old cowhand” cantata nel 1943 da Roy Rogers che recita per l’appunto “yippie ay-yo ka-yay“. Il riferimento di McClane era appunto al già citato Roy Rogers.
    Aggiungo un’altra curiosità, troviamo un’altra traccia di questa espressione nella canzone Ghost Rider in the Sky cantata nel 1948 da Burl Ives; il ritornello recita “yippee ay-yoh, yippee ay-yeh” (tra l’altro senza la “k” in questo caso). Questa canzone deriva da una famosa marcia ottocentesca chiamata “When Johnny comes marching home” divenuta popolare anche grazie a tantissimi film di Hollywood… tra i quali figura, guarda caso, Die Hard 3 (di cui è il tema principale!).
    La curiosità forse più interessante è che la frase in questione (“yippee ki-yay, motherfucker“) era stata improvvisata sul momento. In un intervista del 2013 alla domanda “avresti mai pensato, all’epoca, che quella tua battuta sarebbe rimasta famosa per oltre 25 anni?” Bruce Willis risponde:

    “I have to tell you, it was a throwaway. I was just trying to crack up the crew and I never thought it was going to be allowed to stay in the film.”

    Traduco liberamente: Pensa che era buttata là. L’avevo detta solo per far ridere la gente sul set, non pensavo che poi l’avrebbero tenuta nel film.
    happy trails
    Un altro riferimento a Roy Rogers compare nel finale quando McClane spara al cattivo, soffia sulla canna della pistola e dice “Happy trails, Hans“. Happy trails vuol dire esattamente ciò che hanno tradotto nel doppiaggio italiano, ovvero “fai buon viaggio” ed era la canzone di chiusura del The Roy Rogers Show.
    Come vedete, siamo nelle mani di Maldesi che la sapeva lunga la canzone e la sapeva anche cantare.

    In formazione di copertura

    two-by-two
    Durante l’irruzione della polizia, Theo, il tecnico del gruppo, segue i movimenti della squadra d’assalto descrivendoli in “standard two-by-two cover formation” (ovvero in formazione standard di copertura “a due a due); questo dettaglio è errato perché gli agenti di polizia si avvicinano senza comporre alcuna formazione (e questo errore è anche citato in vari siti americani) ma in italiano la battuta viene cambiata più semplicemente in “in formazione di copertura” (senza “a due a due”), quindi in italiano c’è un errore in meno. Un punto in più per la versione doppiata.

    Geronimo, pezzo di merda!

    geronimo

    Sottotitoli DVD


    Geronimo, motherfucker!” è stato alterato in “con i miei saluti, pezzo di merda” che è carino e memorabile ma non ha lo stesso impatto comico. “Geronimo” poteva rimanere e sarebbe stato ugualmente divertente.
    “Geronimo!” è ciò che dal 1940 urlano i paracadutisti americani prima di lanciarsi. È stato suggerito che l’origine sia da ricercare in un’omonima canzone, molto popolare a quel tempo, che i paracadutisti adottarono sostituendola all’urlo di battaglia “Currahee!”.
    In Die Hard, John McClane la esclama prima di gettare dell’esplosivo C4 giù per la tromba dell’ascensore.

    “Hans… bubi!”

    hans bubi

    Hans… bubby! I’m your White Night!” è traducibile come “Hans… bello mio! Sono il tuo salvatore!” o “Hans… tesoro! Sono il tuo salvatore!“.
    In italiano invece la battuta recita “Hans, bubi! Sono il tuo salvatore!” che per me non ha alcun senso! Perché “bubi”? Forse quando lo adattarono, non avendo “Urban Dictionary” a disposizione (e se per questo neanche internet), gli sarà sfuggito questo modo di dire colloquiale/enfatico? Chissà! Nella versione italiana ci rimane questo “bubi” che ha un unico corrispondente nel nome di un popolo africano. Dubito che c’entri qualcosa.

    La famosa puntualità delle aperture a tempo

    timelock

    Hans: Sono quelli dell’FBI. Daranno l’ordine di togliere la corrente all’edificio. Tutto puntuale come un orologio.
    Theo: o un’apertura a tempo!

    Le battute originali erano “regular as clockwork“, “…or a time lock!“.
    In italiano risulta più esile il nesso logico che porta Theo a pensare ad una “apertura a tempo” dalla frase “tutto puntuale come un orologio“, ma ci si può stare. Di meglio non si poteva fare.

    “Nein, questo è mio”

    nein

    Sottotitoli DVD


    La frase “nein, this is mine!” viene lasciata in lingua originale, spacciandola per tedesco. In realtà avrebbe dovuto dire “nein, questo è mio” (o anche solo “questo è mio“). Lo stacco dal doppiato di Massimo Foschi alla voce originale di Alan Rickman è così improvviso e le due voci sono così diverse che ad una prima visione si potrebbe avere il dubbio su chi abbia pronunciato quella frase (nell’inquadratura non compare colui che la pronuncia sebbene si possa indovinare per esclusione).
    Purtroppo il film è pieno di scene in cui si possono udire nettamente le voci originali, specialmente in momenti come Alan Rickman che canticchia nell’ascensore, molti dei gemiti di Bruce Willis, le urla sguaiate della moglie sul finale e tantissimi altri.
    urla sguaiate

    urla sguaiate

    La frase più “italiana” del film

    ginnasio

    Agente Speciale Johnson: Yee-hah! Just like fucking Saigon, eh, Slick?
    Agente Johnson: I was in Junior High, dickhead.

    Agente Speciale Johnson: Aaaah-ha! Sembra di essere tornati a Saigon, eh, volpina?
    Agente Johnson: Io andavo ancora al ginnasio, testa di cazzo.

    Inizialmente considerai un errore quello di tradurre “junior high” (l’equivalente americano delle nostre “scuole medie”) come “ginnasio” (che nella mia esperienza si riferisce ai primi due anni di classico) ma c’è da considerare che Maldesi si riferiva ovviamente alla sua esperienza personale, di quando aveva lui 12-13 anni e il ginnasio comprendeva anche le scuole medie… quindi non facciamogliela pesare. Per “ginnasio” si intendevano i cinque anni dopo le elementari che poi, più tardi, si sarebbero trasformati in tre anni di “scuole medie” (unificate) e i due restanti furono accorpati alle “scuole superiori” (il ginnasio del liceo classico).
    Tuttavia suona strano sentire un americano che parla di “ginnasio” e già nel 1988 la battuta era invecchiata prematuramente.

     

    Alcune delle frasi più belle in italiano

    ammazza quel maiale

    “Ammazza quel maiale!”

    “Ammazza quel maiale!”
    (“Nail that sucker!”)

    maledetto porco

    “O’ maledetto porco. Ti ammazzo… poi ti cucino… e poi ti mangio! E POI TI MANGIO!”
    (“You motherfucker, I’m gonna kill you! I’m gonna fuckin’ cook you, and I’m gonna fuckin’ eat you!”)

     

    I doppiatori di Trappola di cristallo

    Roberto Pedicini su Bruce Willis (una strana scelta oggi giorno) si è rivelato adattissimo al ruolo e, in molte scene, ritengo che sia anche più bravo del Bruce Willis originale. I suoi momenti “esasperati” sono comici al punto giusto da regalarci tante frasi memorabili e non stona neanche più di tanto come voce giovanile dell’attore. Dall’interpretazione di Pedicini, il passaggio a Claudio Sorrentino (che doppierà Willis da Die Hard 3) non è traumatico come invece lo è stato quello a Oreste Rizzini che lo doppiava discutibilmente in Die Hard 2 (con tutto il rispetto per Rizzini, che amo in tanti altri ruoli, ma la sua voce ha letteralmente rovinato il secondo film).
    Non dimentichiamoci poi che la frase più divertente del film è detta proprio da Pedicini: “o’ maledetto porco, ti ammazzo, poi ti cucino e poi ti mangio! E POI TI MANGIO!“. Tale frase risulta più memorabile in italiano e occasione di qualche rewind di troppo.
    ti cucino e poi ti mangio
    Personalmente avrei fatto sempre ritornare Pedicini sui successivi Die Hard (o almeno sul secondo), in ogni caso Claudio Sorrentino ha fatto uno splendido lavoro nel terzo film, pur rischiando di ricordarci un po’ troppo il suo Mel Gibson di Arma Letale.
    Sul debuttante attore britannico Alan Rickman (che interpreta il cattivo principale, Hans Gruber) abbiamo Massimo Foschi, famoso per la sua voce di Darth Fener in Guerre Stellari. Detto questo spero di non avervi rovinato la visione di Die Hard durante la quale immaginerete ogni battuta di Alan Rickman come se fosse pronunciata da Fener.
    Come al solito Foschi riesce a dare un’ottima caratterizzazione da “cattivo” ed è davvero eccezionale… purtroppo i momenti in cui sentiamo la voce originale di Alan Rickman (negli stacchi in tedesco) la differenza è troppo netta, tanto che in certi momenti (quando parla ma non è inquadrato) risulta difficile credere che sia lo stesso personaggio a parlare. Avrebbero dovuto prestare più attenzione in fase di doppiaggio a questi stacchi o, ancora meglio, avrebbero dovuto far improvvisare un po’ di tedesco a Foschi, tanto non è che Alan Rickman sapesse parlare tedesco visto che in Germania lo hanno ridoppiato perché, a detta loro, non se poteva proprio senti’.
    Il 1988 non era ancora il periodo di Francesco Vairano (che ha doppiato Rickman nei film di Harry Potter nei panni del Professor “Severus Piton”) e, devo dire la verità, è un vero peccato perché, nonostante Rickman offra interpretazioni quasi sempre inarrivabili in lingua italiana (mancando queste dell’accendo britannico che lo caratterizza), trovo che Vairano sappia imitarlo alla perfezione e sarebbe stato azzeccatissimo in questo ruolo. Sarei curioso di sentire una sua interpretazione di questo personaggio… ma non diamo adito a tentativi di ridoppiaggio, sono solo curiosità personali!
    Hans
    Riguardo all’accento di Alan Rickman, sul sito Antonio Genna viene riferito che, in lingua originale, l’accento tedesco di Hans viene perso nella scena in cui si trova faccia a faccia con il protagonista e che, al contrario, in italiano Hans parla sempre senza accento.
    Devo farvi notare invece che tutto ciò è semplicemente errato. Difatti l’accento originale di Hans Gruber è un accento britannico (quello proprio di Alan Rickman) e non tedesco! L’accento britannico nel cinema americano è usato da sempre per dare un senso di elitarietà e/o di arroganza al cattivo di turno (non a caso gli ufficiali imperiali in Guerre Stellari erano tutti interpretati da attori inglesi mentre i ribelli erano tutti americani). La giustificazione di questo accento britannico in bocca ad un personaggio tedesco è forse da ricercare nella storia stessa del personaggio, il quale dichiara di aver ricevuto un’educazione classica e di vestire a Londra, suggerendo che possa aver studiato a Oxford (o Londra stessa) perché di buona famiglia.

    alan rickman

    [PIANGE IN TEDESCO]

    Sempre sulla stessa pagina web sopra citata viene sostenuto che: “nella versione italiana tale differenza (di accenti) non viene resa, ma non c’è un cambio di adattamento del dialogo: come in originale, McClane si prende gioco dell’accento usato da Gruber.” ma anche questo è errato. Il “cambio di adattamento del dialogo” sulla battuta dell’accento “da televisione” c’è. C’è eccome!
    Frase originale:

    McClane: That’s pretty tricky with that accent. You oughta be on fucking TV with that accent.

    (Traduzione: “Non è stato facile con quell’accento. Dovresti essere in televisione con quell’accento.“)
    Il riferimento è al finto accento americano che Hans aveva interpretato ritrovandosi davanti a McClane, fingendo di essere uno degli ostaggi. Il suo “americano” era pulito (forse anche troppo perfetto) e degno di un presentatore televisivo. La battuta sul copione originale infatti era: “È stato difficile (scoprirti) con quell’accento. Scommetto che potresti imitare Ed Sullivan” (“That was tricky, with the accent. I bet you do a great Ed Sullivan.”).
    La battuta doppiata è decisamente diversa:

    McClane: ma chi vuoi imbrogliare col tuo tedesco, avresti successo in televisione con quell’accento?

    Nella versione doppiata, il riferimento cambia: non più all’imitazione di un impeccabile accento americano (che ovviamente noi nel doppiaggio italiano non possiamo sentire), bensì alle precedenti scene in cui Hans parlava tedesco. Con la seconda frase McClane insinua che Hans non potrebbe avere mai successo sulla TV americana parlando tedesco.
    jolly
    Per finire l’argomento “doppiatori”, il premio “Doppiatore Jolly” va a Fabrizio Pucci con ben tre ruoli accreditati (il tizio sull’aereo all’inizio del film; Marco, il terrorista italiano; il presentatore del telegiornale Harvey Johnson). Tra un po’ gli facevano anche doppiare la tosse di Mr. Quaggott.

    Ridoppiaggio delle scene aggiuntive

    estesa

    L’edizione speciale in Blu-Ray contiene una scena estesa (62 secondi) al momento in cui l’FBI stacca la corrente. Le scene aggiunte, già presenti dall’edizione speciale del DVD del 2002 (ma solo in lingua originale come contenuti extra), sono state reinserite nel film e doppiate ex-novo. È improprio parlare di ridoppiaggio visto che non erano mai state doppiate prima e aggiungo che sembrerebbero doppiate dagli stessi doppiatori originali ma sono così poche battute che non saprei dirlo con esattezza.
    Di sicuro abbiamo Massimo Foschi che ritorna su Alan Rickman e solo la sua voce si amalgama benissimo al resto del film (ma Foschi oggi ha ancora la stessa voce che aveva nel 1988? È un mostro!); chi doppia invece l’operatore Theo è molto diverso, non so se è cambiato il doppiatore ma se è lo stesso dell’epoca allora la sua interpretazione non è sufficientemente simile a quella del 1988.
    In generale, tutte le nuove battute sembrano assai piatte e stonano in un film doppiato nel 1988 quando la reinterpretazione (e non la banale fotocopia) delle battute originali era cosa comune e, direi, necessaria. Comunque si tratta di poche battute in totale, un problema veramente da poco.
    shish


    NOTE FINALI

    Come in tutti gli adattamenti su cui ha lavorato Maldesi, anche in Die Hard sentiamo battute ed espressioni che ci suonano naturali e che sembrano essere nate in lingua italiana, segno di un ottimo lavoro di adattamento. Tutte le eventuali alterazioni dei dialoghi originali sono giustificabili (non le ho neanche elencate in dettaglio perché sarebbe stato superfluo) e tutti gli interpreti che hanno partecipato al doppiaggio erano all’altezza del compito.
    Perché allora me lo guardo sempre in inglese? Semplicemente perché adoro molte battute per via della loro memorabile espressività. Mi riferisco a qualsiasi battuta di Alan Rickman (una delle più famose nel mondo anglosassone è “shoot the glass“, non particolarmente memorabile in italiano), ma ce ne sono molte altre: il furioso “I want blood!” (“voglio il suo sangue!” in italiano), la moglie che risponde “tell that to Takagi” (“raccontalo a Takagi”) e l’ordine di irruzione dell’ispettore capo spaccone “kick ass!” (“dateci dentro” in italiano)… la lista potrebbe davvero andare avanti in eterno e ovviamente è una preferenza del tutto soggettiva, dategli quindi il giusto peso.
    Oggettivamente, invece, l’intero film è adattato benissimo ed ha tante battute memorabili anche in italiano, qualcuna persino meglio riuscita della controparte originale! Quindi per chi conosce bene l’inglese consiglio di godersi, almeno una volta, il film in lingua originale. Per quelli che non possono, c’è ancora tanto da apprezzare nella versione doppiata che si rivela essere adattata quasi alla perfezione e con voci adeguate. Un privilegio di cui il seguito, Die Hard 2, purtroppo non ha goduto.

  • TITOLI ITALIOTI: La serie di "Bruce Lee"

    Sapevo che questa “meme” un giorno sarebbe tornata utile…


    La distribuzione internazionale dei film di arti marziali dall’oriente è rObA dA pAZzi! Difatti sono impazzito nello scrivere questo articolo e se trovate degli errori ve li tenete perché non lo voglio più rivedere questo argomento che tra l’altro mi fu richiesto anni e anni fa (scusa il ritardo ma era veramente un tema palloso). Pensate che mi sono anche avvalso di un foglio Excel per capirci qualcosa. Tra un po’ tiravo fuori una lavagna alla Ritorno al Futuro. Anche la mia testa, come quella di Jackie Chan nell’immagine quassù, è piena di esclamativi “FUCK!”.
    L’uscita nei paesi “occidentali” (non solo l’Italia) è sempre stata soggetta alla moda passeggera e alla fantasia dei distributori, ottenendo un effetto estraniante nello spettatore che, confuso dai titoli, può affidarsi unicamente alle raccomandazioni di amici esperti in materia o, in decenni più recenti, alle informazioni depositate su internet. All’epoca dovevi solo andare al cinema e nella maggior parte dei casi venir fregato da titoli truffaldini.
    Nella lista di Bruce Lee qui stilata per voi troverete l’anno di uscita a Hong Kong (con titolo “internazionale”) seguìto dal titolo italiano e l’anno di uscita in Italia. Al contrario delle mie solite lamentele sui titoli italioti qui non mi lamento tanto della mancata o errata traduzione dall’inglese perché non avrebbe  molto senso in questo caso, trattandosi di film orientali. Quindi godetevi semplicemente le perle di fantasia dei distributori nostrani e la tempistica delle uscite cinematografiche che hanno portato a paradossi del tipo “il primo film della serie esce come sequel“:
    1971 – Fists of Fury/ The Big BossIl Furore della Cina Colpisce Ancora (uscita italiana: giugno 1973)
    Il furore dalla Cina colpisce ancora
    Come potete immaginare leggendone il titolo, questo film è uscito in Italia solo dopo il successo internazionale e italiano del suo seguito, ovvero…
    1972 – Fist of Fury/The Chinese ConnectionDalla Cina con Furore (uscita italiana: maggio 1973)
    Dalla Cina con furore
    Capostipite di una serie inesistente dato che “Dalla Cina con Furore” e “Il Furore dalla Cina colpisce ancora” hanno in origine titoli diversi, trame diverse, personaggi diversi… insomma sono film non legati tra di loro. Questa è la pellicola che in Italia ha spalancato le porte ai film di Bruce Lee. Per vostra curiosità, il titolo americano The Chinese Connection deriva dal film Il Braccio Violento della Legge che in inglese si chiama The French Connection. Viene da pensare quali simili titoli avrebbero avuto il coraggio di sfornare in Italia negli anni ’70… forse qualcosa del tipo “il braccio violento di Chen“.
    1972 – Way of the DragonL’Urlo di Chen Terrorizza Anche l’Occidente (uscita italiana: dicembre 1973-gennaio 1974)
    L'urlo di Chen terrorizza anche l'occidente
    Questo titolo continua una serie (inesistente) basata su un certo personaggio  “Chen” che porta terrore ovunque urlando. Apparentemente, in Italia, tutti i personaggi di Bruce Lee erano chiamati “Chen”, come se adesso rinominassimo tutti i personaggi di Harrison Ford “Indiana Jones“. Avremmo dunque cose tipo La frusta di Indiana Jones terrorizza anche la galassia per Guerre Stellari.
    Per vostra informazione esiste anche un “L’urlo di Chen terrorizza tutti i continenti” dove, come ha scritto qualcuno sul forum Filmbrutti, non c’è nessun Chen, nessun urlo e nessun continente. E’ ambientato invece nel solito medioevo orientale (ovvero probabilmente il 1700) e vi lascio con la trama descritta dall’utente barbarians89 del suddetto forum:

    Trama….. . . . (????) Due fricchettoni (tra cui uno vestito di rosa che va in giro a combattere con solo una frusta!) cercano un bandito che era appena stato fatto evadere, per farsi dire dove aveva nascosto il suo tesoro.
    Ovviamente i duelli sono infarciti di acrobazie inutili… salti di 9 metri toccando per terra con la punta del piede… insomma tutto ciò che ci rende felici e che ci fa dire questo è un FILMBRUTTO!
    Consigliato per l’autopunizione..

    1973 – Fist of Unicorn/Bruce Lee and IIl Vendicatore dalle Mani d’Acciaio (uscita italiana imprecisata: 1973-1975)
    Il vendicatore dalla mani d'acciaio
    Il bello di questo film è che Bruce Lee appare in una sola scena, come comparsa ed era pure un errore. Lee in quel film era semplicemente il coreografo delle sequenze d’azione, un giorno per sbaglio è finito nell’inquadratura e così adesso ci ritroviamo Bruce Lee sulla copertina di molti DVD. Il film in realtà è dell’amico di infanzia di Bruce Lee, uno dal nome d’arte “Unicorn Chan“. Non avrebbe avuto senso associarlo alla serie “L’urlo di Chen…” visto che siamo qui a imbrogliare gli spettatori? La locandina italiana inganna sin dalla prima frase: “RITORNA BRUCE LEE”! Ritorna, sì, ma come maestro coreografo.
    1973 – Enter the DragonI 3 dell’Operazione Drago (uscita italiana: gennaio 1974)
    enter the dragon / i tre dell'operazione drago
    Se conoscete la trama del film saprete allora che il titolo italiano è un buon titolo e si adatta perfettamente al film. Difatti la trama ruota intorno a tre personaggi (uno di questi è Bruce Lee) che giocano a fare James Bond ed hanno il compito di infiltrarsi nell’isola-fortezza del “Dr. Male” di turno con la scusa di un torneo internazionale di arti marziali, in questo modo sono garantiti allo spettatore i tanto agognati sganascioni mentre vengono a fondersi il genere spionaggio alla 007 con il cinema di Hong Kong. Ha tutte le ragioni insomma per chiamarsi “Operazione Drago”, difatti all’epoca andava di moda intitolare i film del genere spionaggio con la parola “operazione”.
    Questi fin’ora elencati sono i film che realmente hanno avuto Bruce Lee come attore (se vogliamo ignorare quello in cui appare per un secondo, tra la folla), fino a questo punto ho evitato tutti quei titoli che invece sfruttano materiale di repertorio rubato ad altri film. Per evitare che anche la vostra testa si riempia di FUCK come quella di Jackie Chan vi ho fatto questo riassuntino (cliccate per ingrandire):
    film di bruce lee
    Film post-mortem
    Dopo la morte di Lee nel luglio del 1973 è iniziato lo sfruttamento del suo nome (e/o della sua immagine) per dozzine e dozzine di pellicole fino agli anni ’90, in taluni casi utilizzando anche materiale di repertorio. Era del resto un decennio in cui si poteva questo ed altro!
    Vi cito alcuni titoli:
    1976 – Exit the Dragon, Enter the TigerEsce il drago, entra la tigre (uscita italiana: 1979)
    Entra Pierino, esce Gastone. Brutto il titolo e brutto il film. Vi ricorda per caso “La tigre e il dragone” (2000), che in inglese era Crouching tiger, hidden dragon? A me no. Star del film: un certo Bruce Li.
    1978 – Game of DeathL’Ultimo Combattimento di Chen
    C’è proprio una passione tutta italiana nel dare una sensazione di “fine” ai titoli, con l’aggiunta del fatidico “ultimo” (!) o “finale” (!!!). D’altra parte è anche comprensibile dato che Bruce Lee era già morto nel 1973 e questo “Game of Death” venne creato usando gli spezzoni che Lee aveva cominciato a girare già prima di Operazione Drago. La continuità di questa pellicola, se di continuità si può parlare, è “garantita” da:
    1) un attore che sostituisce Bruce Lee ma che non gli assomiglia per niente (e indossa sempre occhiali da sole per arginare il problema);
    2) dal riciclo di scene prese da altri film di Bruce Lee (e persino riprese del vero funerale di Lee, scelta di dubbio gusto);
    3) dal ridoppiaggio di battute delle scene riciclate (questo per fortuna non si nota grazie al doppiaggio);
    4) da effetti speciali anni ’50… ehm, ’70.
    La parola “garantita“, come avrete inteso, è chiusa tra molte virgolette perché ovviamente le scene dove non appare il vero Bruce Lee sono palesi.

    Curiosità: in questo film Bruce Lee indossa la famosa tuta gialla con strisce nere, riportata poi alla notorietà tra le nuove generazioni grazie a Kill Bill.
    1981 – Game of Death 2L’Ultima Sfida di Bruce Lee
    Questa ricorda molto “L’Ultima Pazzia di Mel Brooks” (titolo originale: Silent Movie) in cui l’attore diventa più importante del film stesso. Un’altra spiegazione è che ormai “Bruce Lee” era diventato un titolo onorario, alla stregua di “Cesare” o di “Khan”. Anche qui vengono usate controfigure e spezzoni di altri film fino alla morte del personaggio; da quel momento il fratello (del personaggio) prende le redini della storia, comodo no? Non so perché dovrebbe quindi chiamarsi l’ultima sfida di Bruce Lee ma è certo che avrebbero avuto problemi nel chiamarlo “L’ultimo combattimento di Chen 2” per non cadere in titoli alla Ennio Annio come “Il veramente ultimo combattimento di Chen”. Il film non ha niente a che vedere con il precedente “Game of Death” e anche in inglese è propinato come sequel (apocrifo) pur di venderlo agli appassionati. A questo punto io lo avrei chiamato “Il fratello più furbo di Bruce Lee“.
    Dato che ormai in Italia il nome di Bruce Lee era sinonimo di arti marziali, negli anni ’70 i distributori non si sono fatti scrupoli a ficcarcelo come il prezzemolo in moltissime altre pellicole di Hong Kong (di solito le più scadenti o invendibili) e così abbiamo avuto:
    L’Emulo di Bruce Lee (Killer in the Dark, 1973) – questo addirittura non è neanche un film di arti marziali vero e proprio, bensì sembra essere un thriller in salsa “giallo” come anche il titolo internazionale suggerisce “Killer in the dark”.
    Bruce Lee Superdrago, uscito in Italia nel 1977 (Bruce Lee, Superdragon, 1976). Star del film un certo Bruce Le, attore protagonista di numerose altre pellicole intitolate “Bruce Lee qualcosa” e che sono proseguite durante tutti gli anni ’80 pur avendo perso qualsiasi contatto con il tarapia tapioco, ehm volevo dire con il vero Bruce Lee (nonostante le locandine continuassero a suggerire diversamente).
    Il precedente titolo fa pendant con Bruce Lee Supercampione, del 1976 e uscito in Italia solo in anni recenti, credo. Ma a questo punto posso dirvi che ho l’espressione fissa di Jackie Chan dell’immagine iniziale; questo è stato l’articolo più pesante che sia mai stato costretto a scrivere. Quindi concludo con Il Colpo Maestro di Bruce Lee (1979), senza Bruce Lee ovviamente, dove…

    … la trama sfiora la pazzia pura!
    Due combattenti del kung-fu (tanto per cambiare) durante un combattimento vengono amputati rispettivamente uno delle braccia l’altro delle gambe. Fin qui quasi nulla di strano se non per il fatto che i due, fatto incredibile, si mettono uno sulle spalle dell’altro e si uniscono tipo transformer per combattere i nemici che hanno causato la perdita dei loro arti! Pazzia pura!

    ______________________________

  • May the Fourth – Maratona Guerre Stellari originali

    Quatto maggio 2013, mi trovo in fila insieme ad altre 200 persone davanti ad un piccolo cinema nella provincia di Ravenna. Lontano dal caos della grande città e soddisfatto dopo un viaggetto in autostrada senza traffico seguito da una sosta nelle campagne emiliane per cambiarmi d’abito e rinfrescarmi un po’.
    Ci attende subito un tocco di classe, sopra l’ingresso del cinema, a caratteri mobili su sfondo bianco, come si usava decenni fa, è riportato il programma della giornata: GUERRE STELLARI, L’IMPERO COLPISCE ANCORA, IL RITORNO DELLO JEDI.
    Sembra di essere tornati indietro nel tempo.
    Cinema le dune

    Foto dal blog Lega Nerd

    Non sapevo cosa aspettarmi venendo qui ma avrei presto scoperto che da quel momento in poi sarebbe stato tutto in salita.
    Nell’atrio le locandine originali esposte, una riproduzione del robot protocollare D3BO e l’astrodroide C1P8 ci danno il benvenuto. Lungo le pareti della sala troviamo vari costumi e repliche allestite con maestria. Che organizzazione! Mi ricorda le migliori convention estere, qui siamo ben lontani dai tristi eventi italioti a cui sono abituato.
    lobby sala sala
    Dopo introduzioni e spiegazioni varie da parte del team di EmpiRa (la maggior parte di queste incentrate sulle rocambolesche avventure che hanno affrontato per riuscire a farci vedere il film nonostante il giorno prima mancasse il secondo tempo di Guerre Stellari!) viene dato il via alla proiezione. Chi tra i fan si è sciaguratamente abituato alle versioni continuamente rivedute e corrette di questi film già si emoziona a vedere la scritta, semplice e in verde, della Lucasfilm… e poi BOOM! Il logo di Guerre Stellari (non di “Star Wars”) appare sullo schermo facendo partire la più sincera ed emozionata delle ovazioni tra i presenti in sala mentre la fanfara di John Williams induce la pelle d’oca. La colonna sonora ci accompagna nel primo incredibile scontro tra ribelli e soldati imperiali. Musica ed esplosioni si fondono in una sinfonia familiare e nostalgica ma allo stesso tempo esaltante… Non esiste alcun film che mi emozioni allo stesso modo nei primi 4 minuti. Mi torna in mente di essere un fan di guerre stellari, una sensazione che non avevo più provato…
    L'Impero Colpisce Ancora
    BOOM!
    È un Guerre stellari splendidamente imperfetto, un Guerre stellari in versione “grindhouse”: tanti graffi e qualche frame mancante. Particolari che sono una gustosa aggiunta all’esperienza, ci ricordano che siamo in presenza di un pezzo di storia del cinema e tutto ciò rende l’evento ancora più significativo e, sin dal 1977, inedito. Il Ritorno dello Jedi è forse la pellicola nelle migliori condizioni, in alcune scene c’è da meravigliarsi del fatto che abbia 30 anni. Nell’Impero Colpisce Ancora i neri sono diventati marroni ma per il resto una qualità visiva con i controcazzi! Con quei colori sul marrone, il film si è avvicinato più che mai ai serial cinematografici americani del bianco e nero che hanno ispirato la saga di Guerre Stellari.
    Il pubblico è tanto eccezionale quanto i film stessi. Gli esulti, le risate e gli applausi scaturiscono sempre nei momenti giusti e in dosi adeguate. Non potevo aspettarmi dei migliori “compagni”, anche se non conoscevo nessuno personalmente.
    I film procedono più velocemente di quanto ricordassi e la serata finisce con un quiz, ho modo di conoscere Marco Puglia di EmpiRa con cui ero in contatto nei giorni precedenti e con Amedeo Tecchio, proprietario delle pellicole e di molti costumi presenti all’evento. Lascio il cinema alle 1.30 del mattino, stanchissimo e contentissimo allo stesso tempo.
    proiettore
    pellicole
    Primo tempo de' L'Impero Colpisce Ancora
    È stato un vero tuffo nel passato ma anche di più: vedere i film originali così come erano stati presentati all’epoca, oggi, nel 2013… la rarità dell’occasione è difficile da spiegare a chi non conosce la storia delle riedizioni di guerre stellari che dal 1981 in poi hanno subito continue modifiche e alterazioni fino al ridicolo, oltre all’impossibilità di recuperare le versioni originali in formati moderni e/o di qualità decente.

    Il valore aggiunto per me è stata la possibilità di registrare clip video di cose che nessuno ha più visto dal 1977 portando un contributo al progetto di preservazione della trilogia originale in HD iniziato sul forum Original Trilogy e curato nella sua versione italiana dal mio amico e collaboratore Leonardo. Ci mancavano difatti elementi chiave come i sottotitoli, assenti nelle prime VHS e alterati nelle riedizioni più recenti, sia nell’aspetto che nella traduzione e che nessuno aveva più visto dal 1977. Adesso potremo riprodurre la pellicola originale fin nei minimi dettagli, usando ad esempio un font identico a quello della pellicola cinematografica, errori inclusi! Perché quando si parla di preservazione, qui a Doppiaggi Italioti, non si scherza.
    Eccovi un assaggio della versione HD con sottotitoli datati 1977 e a presto.

    Greedo in HD

  • TITOLI ITALIOTI (26^ puntata) – Fantascemenza Part Deux


    Rieccoci ad un’altra puntata della rubrica titoli italioti, ancora una volta incentrata sui film di fantascienza. Se volete leggere il precedente episodio di “fantascemenza” potete trovarlo qui. Nonostante l’ironica “vignetta” d’apertura questa volta sono stato molto meno critico del solito, lo so, mi sto ammorbidendo. Comunque tra film noti e i meno noti eccovi altri titoli italioti personalmente selezionati per voi:
    Fortress (1992) –> 2013 – La Fortezza

    Come dissi una volta, in Italia è, anzi era, tradizione aggiungere al titolo un anno del futuro. Questa è stata tradizione comune dagli anni ’60 fino agli anni ’90! Se al titolo non era premessa una data futuristica non eravamo contenti. Difatti, l’anno (spesso si trattava di poco prima o poco dopo il fatidico 2000), è sempre stato usato per indicare il genere fantascientifico. Suddetta abitudine viene in alcuni casi usata anche nei titoli inglesi ma mai è stata tanto prolifica quanto in Italia.
    Come al solito divago e ancora non ho detto niente riguardo 2013 – La Fortezza. Che dire… la data futuristica (almeno fino all’anno prossimo) era, diciamo, necessaria. Un titolo come “La Fortezza” da solo non sarebbe stato indicativa per il pubblico italiano che, ammettiamolo, nella stragrande maggioranza dei casi non si interessa di cinema e se lo fa si interessa solo in maniera superficiale (questo lo dico senza alcun disprezzo ma come dato di fatto), quindi un titolo deve già poter indicare il genere agli italiani così da permettere una rapida scelta del film senza doversi informare troppo, abitudine molto pratica. Ben vengano dunque queste alterazioni titolistiche, alla fine hanno un loro scopo e riescono nel loro intento (nel Regno Unito per esempio questo film non è noto come in Italia e io do la colpa proprio all’assenza del “2013” nel titolo).
    L’unica cosa “italiota” di questo titolo è il fatto che il film si svolga nel 2017 e non nel 2013, anche se devo ammettere non ricordo alcun momento del film in cui viene dichiarata una data specifica quindi qualche giustificazione ce l’hanno.

    E’ curioso come il titolo italiano del suo ignominioso seguito, Fortress 2 (2000), si sia invece allontanato da quello del primo film con un anonimo “La fortezza: segregati nello spazio” che non suggerisce né che ne sia un seguito di 2013 – La Fortezza né che i due film siano in qualche modo legati tra loro (eccetto per la faccia di Lambert in copertina). Sottotitolo apparte, che può anche essere accettabile, sicuramente avrebbe avuto più senso un titolo come “La Fortezza 2” oppure “2020 – La Fortezza 2” (il film mi pare si svolga 7 anni dopo).
    Virtuosity (1995) –> Virtuality

    Credo che questo sia uno dei rari titoli “italiani” (nonostante faccia uso dell’inglese) ad avere più senso di quello originale! Banale ma attinente. Credo anche di essere uno dei pochi al mondo che se lo guarda ogni volta che passa in TV nel periodo estivo. A Russell Crowe si addice la parte del cattivo. Da notare la frase di lancio anche in questo caso più azzeccata in italiano “La realtà virtuale non è più un gioco” al posto di “La giustizia ha bisogno di un nuovo programma“.
    DeepStar Six (1989) –> Creatura degli Abissi

    Simile a Leviathan (entrambi del 1989) ma di qualità nettamente inferiore. L’ennesimo tardivo sfruttamento del concetto di Alien, ben dieci anni dopo il film di Ridley Scott. Per anni ho confuso i due film (Leviathan e Creatura degli Abissi) per colpa di questo generico titolo che potrebbe valere per entrambi. Inoltre la scelta di traduzione del titolo secondo me doveva essere inversa, ovvero avrebbero fatto meglio a tradurre Leviatano e lasciare DeepStar Six in inglese, questo perché nel primo il nome “Leviathan” (pronunciato “levaiatan” anche nel doppiaggio) è il nome di una nave russa che gli americani trovano sul fondo del mare, dato che tale nome era in cirillico e viene tradotto a voce non capisco perché abbiano optato per dirlo all’inglese “levaiatan”. Nel secondo caso, “DeepStar Six”, si tratta del nome della stazione sottomarina dove si svolgono gli eventi, per tanto potevano lasciarla non tradotta anche se possiamo ammettere che “Creatura degli abissi” sia un titolo molto più immediato.

    Entrambi sono da non confondere con Alien degli Abissi, sempre del 1989, la solita vaccata italiana mirata a fare soldi facili fallendo miseramente come sempre. Anche qui da non confondersi con La Cosa degli Abissi (The Rift, 1990) di produzione USA/Spagna, anche questo una boiata pazzesca.
    Gattaca (1997) –> Gattaca – La porta dell’universo

    Sono passati molti anni da quando vidi questo film ma non ricordo alcuna porta dell’universo. Si, il film parla anche di una missione spaziale a cui il protagonista vuole partecipare ma secondo me i distributori hanno meschinamente cercato di sfruttare l’immenso successo di Stargate di pochi anni prima; difatti “la porta dell’universo” a stento riguarda Gattaca e come sottotitolo è del tutto futile. Insomma in Gattaca – La porta dell’universo non c’è alcuna porta dell’universo come in Pandorum – L’Universo parallelo non c’era alcun universo parallelo, o almeno cosi mi dicono quelli che hanno visto il film. In realtà su Wikipedia viene spiegato che “Il titolo del film si riferisce ad una condizione psicologica a cui sono soggetti gli astronauti che viaggiano nello spazio profondo“. In Portogallo hanno un titolo identico: Pandorum – Universo Paralelo. Ammetto che possa essere un po’ fuorviante.
    Una nota sul titolo di Gattaca: GATTACA deriva da una combinazione “leggibile” di sigle di basi azotate che compongono il DNA. Questo l’ho letto su Wikipedia altrimenti non ci sarei mai arrivato, infatti nel 1997 mi domandavo che cavolo significasse il titolo e che cosa avesse a che fare col film. Una scelta quanto mai infelice per gli italiani ai quali il titolo al massimo può solo ricordare qualcosa che si avvicina ad un felino. Magari in qualche dialetto regionale “gattaca” vuol dire proprio “gattaccia”. Che Uma Thurman fosse la “gattaca” del titolo? La domanda nel 1997, ovvero prima di Wikipedia, era lecita. A causa del titolo per anni non mi interessai mai a questo Gattaca… a riprova che i titoli hanno la lo importanza culturale e governano la scelta di interessarsi o meno ad un film.
    The Fly (1958) –> L’Esperimento del Dottor K

    Difficile capire che La Mosca di Cronenberg del 1986 sia un remake di questo film, purtroppo il titolo italiano (L’Esperimento del Dottor K) è molto meno esplicito dell’originale (The Fly) seppur devo ammettere rimanga piuttosto accattivante e tipico dell’era in cui fu girato.
    Il seguito, The Return of the Fly (1959), ha mantenuto se non altro la sua forma italiana venendosi a chiamare La Vendetta del Dottor K. I riferimenti vengono tuttavia a mancare nel terzo capitolo della serie Curse of the Fly (1965) che abbandona il “dottor K” in favore di una traduzione tardivamente attinente: La Maledizione della Mosca; a questo punto sarebbe stato meglio una maledizione del Dottor K.
    E’ un titolo italiota perché nella trama del film non si parla di nessun Dottor K, lo scienziato in questione si chiama invece Andrè Delambre.