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  • Spiritika, la trilogia che spaventika (Witchboard 1986-1993)

    locandina italiana del film Spiritika, Witchboard

    Suppongo che Spiritika si debba leggere come la parola “spirìtica” di “seduta spiritica” ma io non riesco a non chiamarlo “spiritìca”… come si pronuncia non si sa mika. Questo titolo con la “k” non so da dove se lo siano tirati fuori Carlo Verdone e Vittorio Cecchigori quando il 23 luglio 1987 la loro neonata azienda Giulia Vittoria Audiovisivi porta Witchboard di Kevin Tenney al cinema in Italia. La data è quella dell’anteprima romana ma si comincerà a parlare di questo film solo a ottobre dello stesso anno.

    Flano di giornale per il film Spiritika

    “Abbiamo deciso di dedicare alle nostre figlie Giulia e Vittoria – ha precisato Verdone – la società con la quale stiamo operando dall’anno scorso con due interessanti film: “Cavalli di razza” e “Spiritika”. Ho deciso di reinvestire i miei guadagni nel cinema perché, dopo la famiglia, è la cosa che mi piace di più ed è quella alla quale tengo maggiormente nella vita. Certo ci vuole molta dedizione ed oculatezza ma io ho la fortuna di avere un socio molto esperto e bravo come Vittorio Cecchi Gori”.

    Da “Carlo Verdone imprenditore“, Repubblica 31 ottobre 1987

    Okay, Carlo. L’importante è fidarsi.

    Il vero protagonista della pellicola è un oggetto di proprietà intellettuale della Parker Brothers (attualmente della Hasbro) e, da quando nel 1973 è comparso nella veramente vera storia vera ispirata a storie ancor più vere e certamente accadute veramente nella vita reale, L’esorcista, terrorizza gli italiani anche solo a guardarla o sentirne parlare. “Uh, attento a giocarci che non si sa mai…”. Sto parlando ovviamente della tavoletta “Ouija”, che come la nomini lo spirito capitalista della Parker Brothers compare e ti chiede di pagarne i diritti di sfruttamento. Gli autori del film narrano che il timore di ripercussioni legali sia stato il motivo del cambio di titolo, da Ouija (titolo sulla sceneggiatura e anche durante le riprese) a quello definitivo arrivato nei cinema americani, Witchboard, che per ammissione degli autori “suona anche più figo”.

    E così perché non farci un film sopra, avrà pensato l’appena trentenne Kevin Tenney? Dire che Spiritika sia un film derivativo dell’Esorcista è quasi scontato perché tutti i film horror dopo il 1973 ne sembrano essere stati influenzati nella stessa misura in cui Dante ha influenzato la Chiesa Cattolica con la sua iconografia dell’aldilà.

    Scena della tavoletta ouija da film L'esorcista del 1973

    Scena dal film L’esorcista (1973)

    A parte la tavoletta spiritica (di origine ottocentesca ma con picco di popolarità negli anni ’20, quando erano tutti molto forti in sumerìa. Cit.), Witchboard ruba a L’esorcista anche il concetto di “intrappolamento progressivo“, cioè se la usi in solitaria più ti ci trastulli e più lo spirito comincia a possederti e ti fa bestemmiare (bella scusa, veneti e livornesi!) fino ad arrivare alla possessione vera e propria che, in questo caso, ricorda più un furto di identità che altro. Parlando di furti, un’altra idea rubata all’Esorcista è quella di diffondere leggende su misteriosi avvenimenti durante le riprse del film. Anche quelli avvenuti veramente veramente. Del resto lo sanno tutti che se a Hollywood non giri un horror con spiriti veri non sei nessuno.

     

    UGIA, OUGIA, UIGIA, BAUGIGIA… ma come si pronuncia “Ouija”?

    tavola ouija dal film Spiritika

    “in un clima di ritorno all’esorcismo impiega come gioco di società un tabellone alfabetico, iellatore e criminale
    (Repubblica, 10 ottobre 1987)

    I dubbi sulla sua pronuncia sono più che leciti perché derivano dall’improvvisa comparsa nella nostra lingua di un oggetto nuovo dal nome strambo. Infatti, per quanto oggi sembri famosa a molti, la tavola ouija è cosa relativamente nuova in Italia, dove non c’è mai stato un vero e proprio “fenomeno” di massa che l’abbia popolarizzata come invece è avvenuto nel mondo anglosassone e per fare un resoconto di ciò mi sono dovuto districare tra dozzine e dozzine di frescacce nate da storici passaparola e leggende infondate. Non sono qui per ricostruire la storia completa di questo “tabellone alfabetico, iellatore e criminale” ma voglio dargli un po’ di contesto limitandomi ai fatti (“fatti, non pugnette!” cit.), così da capire perché ogni film di questa trilogia finisca per pronunciare “ouija” un po’ come cazzo gli pare.

    Prima degli anni ’80 io non esistevo e agli inizi del secolo nemmeno voi, quindi per parlare di incidenza di una parola nel passato mi devo basare sul numero di volte in cui questa parola compare nella letteratura e in generale nella carta stampata, con tutti i limiti che ne conseguono visto che non tutto nella cultura popolare lascia tracce scritte. Questa mia analisi è stata svolta con l’ausilio di uno strumento di Google chiamato Ngram Viewer grazie al quale è stato possibile verificare che la presenza della parola “ouija” nella carta stampata registrò un boom di presenze in tutto il mondo anglosassone negli anni ’20 del XX secolo, e di riflesso se ne trovano tracce anche in Italia e in altri paesi europei, seppur molto limitate.

    La tavoletta ouija nella cultura americana

     

    Grafico della presenza delle parole ouija e witchboard su ngram viewer con picco negli anni '20

    “ouija” e “witchboard” in inglese americano, da Ngram Viewer di Google

    Curiosità: L’unico articolo veramente documentato sulla storia commerciale della “tavoletta parlante” lo trovate sul sito The Big Game Hunter, a cura dello storico dei giochi da tavolo Bruce Whitehill il quale, invece di copiare e incollare informazioni false lette altrove, narra di ben altre vicende paurose avvenute per davvero… come ad esempio dei tentativi di vendere la tavola Ouija evitando la tassazione statunitense. Che oggetto mistico!

    Dopo il picco di popolarità degli anni ’20, questa tavoletta per mettersi in contatto con gli spiriti rimane una presenza costante nella cultura popolare americana grazie non solo alla furba commercializzazione che la collocava sugli scaffali dei negozi insieme ad altri giochi da tavolo, ma anche grazie alla cultura americana stessa che, come dice Linda Rodriguez McRobbie nell’articolo The Strange and Mysterious History of the Ouija Board (2013, Smithsonian Magazine), portava a non percepire alcun conflitto tra spiritualismo e fede cristiana, quindi era accettabile per gli americani farsi una seduta spiritica il sabato sera con gli amici e poi andare a messa la mattina dopo senza scrupoli di sorta (non a caso nel film Spiritika sentiamo questa frase “avrò amici per il fine settimana e vogliamo usarla“). Si trattava di un’attività ricreativa compatibile con la vita religiosa, almeno fino all’arrivo nel 1973 di The Exorcist che ha terrorizzato i timorati di Dio cambiando completamente la percezione di quel gioco da tavolo; da quel momento in poi, tutti i successivi horror in cui compare questa tavola non hanno fatto che rinsaldare l’idea che usandola si possano inavvertitamente spalancare le porte dell’inferno, oppure che possa portare all’ottavo stadio Yoga che permette la torsione della testa di 360°.

    Retro della scatola contenente il gioco Ouija della Parker Brothers

    Prodotto in serie in una fabbrica di Salem, in Massachusetts, da streghe tenute al minimo sindacale (e quindi ancora più vendicative)

    A prescindere da come sia cambiata la percezione di questo spiritico gioco da tavolo, gli americani lo conoscono “da sempre”. Non a caso sul finale del film Witchboard l’anziana padrona di casa trova la tavola ouija ed esclama: “una “uiglia”, ma guarda! Non ne avevo viste più da quando ero bambina“, la nipote adolescente le risponde “non sapevo che esistessero da tanto tempo“. Ebbene sì, i giovini anni ’80 non sanno che la First Lady Mary Todd Lincoln ne usò una per una seduta spiritica spiritika tenutasi alla Casa Bianca nel 1862 dopo la morte del figlio William Wallace Lincoln (nome vero, giuro!). Purtroppo la ouija non le diede la chiaroveggenza necessaria (cit.!) per prevedere l’assassinio del marito, appena tre anni dopo.
    Ah, ci saranno tanti “cit.” nell’articolo, vi avverto.

    La tavoletta ouija in Italia

    grafico della comparsa della parola ouija in Italia, da ngram viewer di Google

    “ouija” in italiano, da Ngram Viewer di Google

    A differenza degli Stati Uniti, in Italia questa parola “ouija” dopo qualche fugace apparizione negli anni ’20 fa perdere tracce di sé fino a molti decenni dopo, negli anni ’70, quando comincia a ricomparire successivamente all’uscita di (provate a indovinare da soli…) l’Esorcista, nel 1974, ovviamente! Nel film non veniva nominata direttamente (solo mostrata) ma immagino che il film avrà portato su questo oggetto un’attenzione “transmediale” di cui vediamo un riflesso nella carta stampata italiana; una presenza che arriverà a picchi significativi durante i successivi anni ’80 e ’90 quando i film sulle possessioni in cui compare questo giocattolo cominciano ad essere sempre più numerosi.

    Grafico con film anni '80 e '90 in cui compare la tavola ouija per sedute spiritiche

    Film anni ’80 e ’90 in cui compare la tavola ouija, le date sono quelle di uscita in Italia

    La vera e propria notorietà per la parola ouija esplode però nella seconda metà degli anni 2000 dove fioccano film e film sull’argomento, fino al 2014 dove la parola “ouija” comincia a comparire addirittura nel titolo del film, a dimostrazione che ormai il nome è dato per conosciuto (almeno per chi si è tenuto aggiornato sugli horror degli ultimi 10 anni) e non c’è più bisogno di “farlo arrivare” al pubblico con l’ausilio di concetti più familiari come ad esempio quello della seduta spiritica, o… spiritìka, se preferite. Ma perché la kappa? C’entra qualcosa la Perestrojka forse? O la paprika? Boh.

    Non sorprenderà quindi lo scoprire che nel doppiaggio italiano della trilogia Witchboard qui presa in esame, la pronuncia della parola “ouija” cambi essenzialmente da film a film, visto che nell’Italia post-Esorcista ce la siamo trovata tra capo e collo, con quello spelling strano e nessun parente degli anni ’20 appassionato di spiritualismo a cui chiedere.

    Scena dal film Witchboard Spiritika, mani sulla tavola ouija

    Lo spirito di Evit vi detta OUIJA ma la pronuncia rimane ignota

    Leggenda vuole (e sottolineo leggenda) che il nome Ouija nasca dall’accostamento di “sì” in francese e “sì” in tedesco, quindi oui+ja. Questa almeno è la spiegazione che ci viene fornita nel primo film:

    – Anch’io ne ho evocato qualcuno.
    – Come, con una tavola “ui-ii“?
    – Ui-ia. Si chiama “ui-ia”, non “ui-ii”, È l’unione del vocabolo “sì” in francese e in tedesco: ouija. “Ui-ia”. E questa… è una planchette.
    – Perché usi tante parole difficili, bello? È solo un gioco, come dama o scacchi.

    (dal doppiaggio italiano di Spiritika, 1987)

    Secondo questa spiegazione, la pronuncia italiana (che suona tanto come uìglia quando pronunciata da alcuni doppiatori nel film e uìa per altri) non fa una piega: uì+ja. Del resto la i lunga è stata a lungo presente nel nostro vocabolario, è quella di jella, jena, Jena Plissken, juta, fidejussione, etc… cioè una i semiconsonantica che si avvicina molto a “gl” ma che nello scritto è andata a perdersi in tempi più moderni, nonostante sia ancora prevista come alternativa dalla grammatica italiana (jena o iena).
    In lingua originale l’interlocutore che veniva corretto dall’appassionato di spiritismo nella scena sopracitata parla di “uìggi” e gli viene detto che si pronuncia “uigia”, non “uigi”.

    Di chi fidarsi? Secondo il DiPI Online, il dizionario di pronuncia italiana del fonetista Luciano Canepari pubblicato da Zanichelli dal 1999, “ouija” si pronuncia uˈiʤa, cioè quello che avevo ignorantemente trascritto come “uigia”. Questa è la pronuncia sulla quale avranno fatto affidamento anche i doppiatori del film Le verità nascoste visto che nel 2000 Michelle Pfeiffer diceva in italiano: vuole che vada a comprare una di quelle tavole uìgia?.
    Insomma, Zanichelli si affida alla pronuncia americana, o almeno ad una delle pronunce possibili ma gli altri dizionari? Il DOP (Dizionario italiano multimediale e multilingue d’ortografia e di pronunzia), la cui prima edizione risale al 1981, neanche riporta “ouija” tra le sue voci e a dir la verità questa parola non è riportata da nessuno dei principali dizionari italiani, probabilmente proprio perché visto come marchio registrato di un gioco da tavolo. La pagina dedicata alla tavola ouija su Wikipedia Italia riporta questa come pronuncia inglese: [ˈwiːdʒə], ma la pronuncia anglosassone in realtà è lontana dall’essere così semplice. Basta andare sulla pagina Wikipedia in inglese infatti per trovarne almeno tre! /ˈwiːdʒə/, WEE-jə e /-dʒi, quindi approssimativamente: uiggia, uiigia e uiiggi.

    L’unica traccia sonora che ho ritrovato online si trova sul Dizionario Olivetti datato 2003, che la legge “uii-ia” e che riporto direttamente qui nel caso possa scomparire o essere sostituito in futuro (sì, gliel’ho rubato il file! È questa la pirateria che ci piace!):

    oui–jà
    pronuncia: /wiˈja/
    sostantivo maschile

     

    parapsicologia: tavoletta di legno a rotelle che, posta su un cartone recante le lettere dell’alfabeto, era utilizzata in passato dagli spiritisti per ricevere i messaggi dell’aldilà

    E così la pronunciano nel film Spiritika, che Dio li maledika. Curioso che questo dizionario parli di sostantivo maschile visto che verrebbe naturale parlarne al femminile piuttosto, non tanto per la a finale ma perché è facile associare questa strana parola all’idea di tavola o tavoletta, quindi la tavoletta ouija… la ouija. L’esempio stesso del dizionario Olivetti poi ne parla al femminile quando dice “era utilizzata”. Boh, valli a capire. Ad ogni modo negli anni 2000 abbiamo due diversi riferimenti per quanto riguarda la pronuncia. Ma negli anni ’80?(??)

    Ho il presentimento che nel decennio ’80 la ouija sia arrivata prima in forma scritta che parlata, e immagino che al momento di doppiare Spiritika – se ci giochi poi non sai mika – non avendo riferimenti italiani “storici” sulla pronuncia di questa parola avranno fatto tesoro della presunta origine del nome spiegata nel film stesso (dico presunta perché anche sulla sua origine le leggende non mancano), ottenendo così una pronuncia italiana che viene dall’unione del “uì” francese e il “jà” tedesco, quindi uì-ia, che è quasi uìglia. E come fargliene una colpa?

    spartito della canzone Weegee Weegee 1920

    Spartito della canzone “Weegee Weegee”, del 1920

    La scena iniziale del primo film, in cui viene spiegata la pronuncia della parola Ouija, serve uno scopo specifico per il pubblico americano: è il regista, dichiaratamente appassionato dell’argomento, che attraverso un personaggio educa il pubblico americano a non chiamarla “uìggi” (pronuncia più usuale negli USA) ma “uì-giah”, presumibilmente la pronuncia corretta, sempre secondo il regista. Un articolo molto divertente pubblicato nel 2016 sul sito Bloody-disgusting.com (‘Witchboard’ Turns 30 Today and It’s Still a Campy, Creepy Classic! di Daniel Kurlan) sottolinea come nell’intera trilogia di Witchboard tutti i personaggi chiameranno la nostra amata tavoletta sempre usando la sua pronuncia più inusuale “ui-giah”, anche nei due sequel dove nessuno dà alcuna giustificazione per questa scelta di pronuncia, bislacca e poco familiare per l’orecchio americano.

    Nella versione italiana, tale coerenza interna alla serie, come spesso capita con i doppiaggi curati da aziende diverse e persone diverse, non esiste! Il doppiaggio di Spiritika 2 ad esempio se ne frega del precedente film e qui ouija viene pronunciata “ùgia” , con una bella g pronunciata alla firoentina (chiedete a un fiorentino  come si pronuncia “la giostra”, la “gente”… è quella “g” lì! È la J del nome francese Jean).

    Non contenti di questa vasta gamma di pronunce, nel terzo capitolo della trilogia si parla di lo uìgia, al maschile, ma poi nello stesso film sentiamo anche parlare di “tavola ouìgia” e “oùgia“, pronunciati così come li ho scritti, quindi Spiritika 3 se ne frega della pronuncia della parola ouija addirittura all’interno dello stesso film!

    Ma allora come si pronuncia OUIJA in italiano???

    Visto la novità della parola nella lingua italiana e lo scarso impatto culturale che la Ouija ha avuto nel nostro paese, non penso si possa parlare di una pronuncia italiana “ufficiale” e per poter rispondere alla domanda “come si pronuncia ouija in italiano?” mi trovo costretto ad esprimere un’opinione personale, cioè che la parola in italiano possa essere pronunciata come “uìgia“, come diceva anche Emanuela Rossi diretta da Manlio De Angelis nel film Le verità nascoste (2000) e come propone anche l’autore della trilogia Witchboard in lingua originale, oppure che si possa optare direttamente per riportare anche in italiano la pronuncia più comune e più familiare per il mondo anglosassone, quella di “uìggi“.

    Come indicazione ai colleghi dialoghisti e adattatori del doppiaggio cinetelevisivo, se dovessi scegliere, io opterei per la prima, uìgia, che in ogni caso è contemplata tra le pronunce anglosassoni possibili ed è più facilmente accettabile dal pubblico di lingua italiana che, vedendo scritto “ouija” sulla tavola stessa o addirittura nel titolo del film, troverebbe più naturale accettarne una pronuncia che termina per -gia piuttosto di una che termina per -ggi. Ripeto e sottolineo, opinione personale.

    Penso sia è giunta l’ora di affrontare uno ad uno i film della serie Spiritika… che Dio la benedika.

    Spiritika (Witchboard)

    seduta spiritica intorno alla tavola ouija, una scena del film Spiritika

    “Comincia con R. / Rinoceronte!” (cit. anni ’90)

    Trama breve: ad una festa, Linda viene invitata a giocare con una tavola ouija, è attraverso questa che entra in contatto con lo spirito di un bambino, David. Nei giorni successivi continuerà a utilizzare la tavola da sola (e questo è male! cit.) ed è qui che amici e conoscenti cominciano a morire a destra e a manca mentre Linda, da ragazza a modo, diventa sempre più volgare: “Cristo santo, non farmi mai più uno scherzo del genere. Fottiti! Merda!” – dice alla prima persona che le compare silenziosamente alle spalle. ““Oddio” e “accidenti” erano le parole più forti che ti avevo sentito usare“, le dice il fidanzato. Sono i sintomi di un galoppante “intrappolamento progressivo” (progressive entrapment), o almeno così ci spiega il film senza usare la parola galoppante.

    Ma Linda sta contattando solo lo spirito del piccolo David o c’è di mezzo qualche altra entità più malefica? Ovviamente è la seconda che ho detto. Lo spirito che si è intromesso è un qualche portoghese di inizi novecento che sembra la copia sputata di Giuseppe Ferlini [il tombarolo italiano che nell’800 fece saltare in aria tutte le 40 piramidi del Sudan e qualcuno ancora definisce “archeologo”. Come? Non sapete che il Sudan era pieno di piramidi? Ora sapete chi ringraziare], dotato di barba alla Capitano Nemo e che nella mia testa è letteralmente lo spirito di uno scaricatore di porto, questo spiegherebbe il linguaggio colorito di Linda e… sì, il nome della protagonista è solo un altro dei tanti riferimenti all’Esorcista. Insomma mi stai dicendo che io vivo con Linda Blair?” è una vera frase del film, giuro!

    A sinistra Malfeitor, il portoghese bestemmiatore. A destra quel farabutto di Giuseppe Ferlini. Dai che è lui!

     

    L’adattamento italiano di Spirtika

    Quello di Spiritika– spirito, non mi freghi mika – è indubbiamente un buon adattamento, datato 1987. Doppiatori adeguati e dialoghi naturali nonostante la sfida di scene in cui sentiamo lo spelling delle parole in inglese che gli spiriti dettano attraverso la tavola ouija. Questo ostacolo linguistico è superato facendo sì che i diretti partecipanti poi traducano al volo per noi queste parole dettate in inglese (evidentemente i personaggi sono tutti provetti traduttori!):

    Di, erre, a, i, enne… “drain” … vuoi dire in un tubo? Il tubo di un lavandino?

    Menomale che sapeva l’inglese sennò…

    L’unica alternativa possibile a questo stratagemma sarebbe stata quella di leggere lettere diverse da quelle che vengono evidenziate sulla tavola ouija. Ovviamente si tratterebbe di un qualcosa di insensato e ancora più straniante. Lo stratagemma adottato invece nel doppiaggio italiano del film, cioè quello di far fare ai personaggi lo spelling a voce alta, leggere la parola completa in inglese e poi enunciarne la traduzione italiana, funziona meglio di quanto possa sembrare dall’esempio che ho trascritto.

    Il resto del film non è degno di alcuna nota particolare riguardo l’adattamento italiano, eccezion fatta per una sequenza che coinvolge una medium new age chiamata Zarabeth; è da questa porzione del film che spuntano fuori battute che in italiano sono addirittura più sensate di quelle originali. Ad esempio il protagonista che dice della medium: “con quella testa sembra una gallina spennacchiata“, una frase che funziona molto meglio della battuta originale che qui traduco per voi: “ha i capelli color arcobaleno!“. Sì, i capelli di Zarabeth sono tinti ma siamo ben lontani dai capelli multicolore della Cyndi Lauper di quegli stessi anni.

    La medium new age Zarabeth dal film Spiritika o Witchboard

    Spennacchiata o color arcobaleno?

    Diciamo che quella dei capelli color arcobaleno è un tipo di battuta che risuona di più nel pubblico di lingua inglese, così come noi troviamo più familiare il concetto di una capigliatura che possa far sembrare “spennacchiato” qualcuno. Anche in queste piccole cose si assaggia il vero significato di adattamento. Amanti delle traduzioni dirette al limite della traslitterazione fatevi da parte, questo film non è per voi.

    Quando poi le viene chiesto se durante la seduta spiritica i partecipanti debbano tenersi per mano, la medium alla moda risponde che quello “succede solo nei psico-film brutti“, mentre in lingua originale diceva che succede “solo nei film di vampiri“. Eh? Nghe senso, scusa? (cit.). Non ricordo film di vampiri con sedute spiritiche in cui la gente si tiene per mano, ma se mi è sfuggito un intero sottogenere horror fatemelo sapere che vado a recuperare. La battuta italiana fa riferimento ai film in cui compaiono i medium (“psico-film”) e sottolinea quelli “brutti”, che poi era anche il senso della battuta originale, negli anni ’80 infatti i “film di vampiri” erano ancora associati all’idea di film spazzatura (trash diremmo oggi) dopo decenni di abuso di quel genere da parte della Hammer. Poche le eccezioni, la vera redenzione del genere vampiresco sarebbe arrivata a breve.

    Le battute italiane di questa porzione del film hanno generalmente un po’ più senso e c’è anche lo slang anni ’80 alla quale in qualche modo si è voluto dare risposta: “bitchin’!” diventa “rimarchevole!“. Oggi forse rimarrebbe bitchin’ anche nel doppiaggio italiano, con buona pace di chi l’inglese non lo mastica.

    Insomma un buon adattamento, da guardare in italiano senza timore e senza dubbi. Anche le battute più strambe tipo “ma che, per caso c’è scritto “spastico” da qualche parte” (indicando la maglietta che indossa) purtroppo sono anche nel copione originale (“oh, please, do you see “spaz” written on this anywhere?” ). Gli anni ’80… quando c’era un offesa proprio per tutti!

    Malfeitor spirito malefico del film Spiritika Witchboard

    Niente accettate di Evit questa volta.

    Il cast di doppiatori di Spiritika

    Sul web nessuna traccia del cast di doppiaggio di Spiritika – chi lo doppia non si sa mika – né alcun tipo di informazione su chi lo abbia diretto o adattato in italiano. L’azienda di Verdone e Cecchigori nei pochissimi anni in cui è stata attiva sembra essersi avvalsa dello studio di doppiaggio Open che faceva largo uso di doppiatori della CDC, quindi per un eventuale riconoscimento dei doppiatori bisognerebbe confrontarli probabilmente con quelli che solitamente lavoravano per la CDC. Per chi non conosce il nome, CDC è il sinonimo di un doppiaggio di alto livello. Tra le voci note troviamo un Michele Gammino sul personaggio del tenente Dewhurst e mi sarebbe piaciuto identificarne tante altre ma siccome sono una scarpa in queste cose ho chiesto ai soliti noti, le orecchie del blog Doppiaggi italioti per così dire, cioè il mio braccio destro Leo e il mio orecchio sinistro Francesco Finarolli che avevo già sfruttato per un’operazione simile su Il ritorno dei morti viventi), e così ancora una volta siamo riusciti a dare un nome alle voci. Ecco dunque il cast di doppiaggio di Spiritika – se ha coraggio lo ridika! – per la prima volta sull’internet!

    Sandro Acerbo: Jim (riconosciuto da Leo)
    Serena Verdirosi
    : Linda (riconosciuto da Finarolli)
    Stefano Mondini: Brandon (riconosciuto da Finarolli, questo era arduo!)
    Massimo Corizza: Lloyd (riconosciuto da L.)
    Michele Gammino
    : tenente Dewhurst (riconosciuto da Evit)
    Anna Rita Pasanisi: la medium Zarabeth (F.)
    Manlio De Angelis: ospite baffuto alla festa, la prima voce che sentiamo nel film (F.)
    Francesco Pannofino: Roger, l’ospite alla festa seduto sul divano (L.)
    Franca Dominici: la signora Moses, la padrona di casa (F.)
    Vittorio De Angelis: il collega di cantiere di Jim che lo avverte di una telefonata (F.)
    Alessandro Rossi: la voce di Malfeitor (F.)
    Eleonora De Angelis: la nipote della padrona di casa (E.)

    Rimangono ignoti per il momento: il prete che sposa i protagonisti (a 1h33m58s), l’ospite alla festa che dice “sì, ci sono stato anch’io” e l’altro ospite che subito dopo dice “dovevi vederla, era ubriaca fradiscia” (2m30s), la Dott.ssa Gelineau (a 1h2m39s e 1h14m35) e il giornalista che annuncia la morte della medium (54:34). I tempi segnalati si riferiscono ad una versione che gira su YouTube e finché dura il link la potete trovare qui. Legalmente potete vedere Spiritika in italiano su Amazon Prime e, in teoria, a breve dovrebbe tornare disponibile anche in DVD dopo anni di “fuori catalogo”.

    Un sentito grazie al mio “gruppo di ascolto” di Doppiaggi italioti per l’identificazione di tutte queste voci.

    Scena dell'accetta dal film Spiritika

    AAAH! Ecco dov’era la mia accetta! Giusto in tempo per parlare del 2.

     

    Spiritika 2 – Il gioco del Diavolo (Witchboard 2: The Devil’s Doorway)

    Se Spiritika se la cava egregiamente con i suoi interpreti e con il suo adattamento italiano di cui c’è veramente ben poco da dire, è con Spiritika 2 – Il gioco del Diavolo (arrivato grazie a Medusa direttamente in VHS senza passare dal via cinema) che ci facciamo le grasse risate.

    Witchboard 2 ouija board

    Oh, sveglia! Sei l’attore in un film.

     

    Trama e adattamento italiano

    Ritorna ovviamente la tavoletta ouija e l’intrappolamento progressivo, anche qui di una ragazza innocente, Paige (Amy Dolenz), appena trasferitasi in un loft in città per fare l’artista bohemienne (ma non era anche la trama di un Amytiville o mi confondo? Dai che è lui! È Amityville: A New Generation…  pure dello stesso anno, 1993, quando a Los Angeles i loft te li tiravano dietro evidentemente). È in cima ad un armadio a muro del nuovo appartamento che Paige trova proprio la nostra amata tavoletta. tavola ouija da Spiritika 2Nessun legame con quella del precedente film anche se appaiono essere identiche. Ma dopotutto si ispira pur sempre ad un prodotto sfornato in serie in un impianto industriale del Massachusetts.

    Se nel primo film capivamo dagli improperi fuori luogo che l’intrappolamento progressivo stava gradualmente trasformando la personalità di una ragazza latte-e-miele in quella di uno scaricatore di porto, nel corso del secondo film non abbiamo mai la sensazione che alcun cambiamento sia in atto, questo perché nel doppiaggio italiano la dolce e sorridente (ingenua quasi! cit.) Paige chiama PUTTANA chiunque! Anzi, per essere precisi, tutti i personaggi in Spiritika 2 dicono “puttana” gratuitamente a chicchessia, anche senza alcun intervento spiritico spiritiko… perché ovviamente si tratta della traduzione errata di “bitch” (stronza). Allora se una collega ti fa un dispetto nascondendoti il lavoro è subito “quella puttana!” e se il fantasma di una donna assassinata si impossessa del corpo di della tua amica, tu le dici “eri una puttana, e lo sei ancora“, anche se quella non era la sua professione da viva. Quanta misoginia interiorizzata! Spiritika 2, benvenuto nel mio catalogo di doppiaggi che odiano le donne!

    Amy Dolenz in Witchboard 2

    Quella che chiama tutte le donne “puttana”

    Mi sa proprio che chi ha tradotto e adattato Spirtika 2 in italiano lo abbia fatto sotto l’influenza dello spirito di uno scaricatore di porto, solo che non ho idea di chi possa averlo evocato. Infatti, anche in questo caso, dell’azienda che ha doppiato il film e dei suoi interpreti vocali non sembrano esserci tracce scritte da nessuna parte.

    Lo spirito che si è impossessato del traduttore o della traduttrice di Spiritika 2, oltre a chiamare tutte “puttane” al posto di “stronze” (e c’è una bella differenza!) ogni tanto si dimentica dei congiuntivi, che vengono a mancare e poi ricompaiono anche a distanza di pochi secondi l’uno dall’altro. Ad esempio scompare il congiuntivo da “volevo assicurarmi che tu stavi bene“, detto al citofono, per poi ricomparire al posto giusto nella stessa frase ripetuta dallo stesso personaggio appena 5 secondi dopo quando sale su in casa! Lo avrà ritrovato per le scale, il congiuntivo?

    Vignetta sul doppiaggio italiano di Spiritika 2: sono gloria ho lasciato il congiuntivo in cucina accanto alla frutta

    Prima di continuare con gli errori scemi di traduzione voglio ammettere qui ed ora che questo secondo film, scritto e diretto dallo stesso regista del primo Witchboard, non è poi così lontano in qualità e stile dal primo capitolo, se vi era piaciuto quello potreste apprezzare anche il secondo. Solo che intanto sono arrivati gli anni ’90 e quindi le capigliature sono meno epiche del precedente e anche il budget è ancora più risicato. Salta all’occhio però un uso virtuoso della cinepresa che si infila in spazi improbabili per gli anni ’90, come l’intelaiatura di una finestra o il parabrezza di un veicolo. Spazi in cui non ti aspetteresti possa passare una cinepresa dell’epoca. Piuttosto sorprendente per il 1993.

    Tutto bello insomma (o, se non bello, accettabile) se non fosse per un doppiaggio che chiamarlo “da videocassetta” è fargli quasi un complimento. Gli interpreti vocali sono al più decenti, ma generalmente mediocri, e chiunque sia il doppiatore che dà la voce al personaggio di Russel è da codice penale, DA CO-DI-CE PE-NA-LE! (cit.) ed un bene che non conosca i loro nomi.
    A giudicare da certi momenti in cui scappa un’apertura sbagliata sulle vocali, posso dire con una certa sicurezza che si tratti di un doppiaggio del nord Italia, di una delle tante ditte che doppiavano a prezzi concorrenziali per il mercato delle videocassette e alle quali si affidavano spesso distributori come 20th Century Fox. Perché spendere di più quando puoi spendere meno, no? Beh, magari per non sentire “Mitch ha trovato il tuo corpo, ora sta andando sul pÒsto“, con una bella “o” aperta, fonica.

    tavola ouija lettera e

    E-V-I-T… I-N-C-A-Z-Z-A-T-O

    Ma fosse solo quello! L’adattamento dall’inglese all’italiano è dilettantesco.

    – Da dove cominciamo?
    – Lei ha detto Park Wood 217, significa qualcosa.
    – Credi che troveremo un cartello con su scritto 217 con una grossa X che segna il posto?

    Segna il posto? Che posto segna? X marks the spot è un’espressione di lingua inglese, nota nella cultura popolare, associata alla caccia al tesoro piratesca dove la X indica sempre il punto dove è nascosto il tesoro. È a tutti gli effetti un modo di dire, un idioma, e in quanto tale non è da tradurre alla lettera (regola base della traduzione da quando esiste la traduzione nella storia dell’umanità). Nel film Indiana Jones e l’ultima crociata, questa espressione diventa il fulcro di una gag dove a lezione il Professor Jones istruisce i suoi alunni sulla vera archeologia, dove la X non indica mai il punto dove scavare, salvo poi trovare l’accesso alle catacombe a Venezia proprio sotto una enorme X (il 10 in numeri romani) e si vede costretto ad esclamare “la X è il punto dove scavare“. Notare che in tutti questi casi viene chiarito cosa sia quel punto (spot), perché non essendo un idioma anche in italiano non ne possiamo dare per scontato il significato implicito. Chi ha adattato Indiana Jones (Roberto Rizzi, per la CDC, azienda seria) sapeva di non poterla tradurre direttamente in “la X segna il posto.” (il posto di che?), gli ignoranti invece si fermano alle traduzioni dirette e non scavano mai oltre. Piaciuta la battuta? “Scavano”? Vabbè.

    Witchboard 2 Russel

    Russel che vuole sparare al suo doppiatore

    E perché tradurre “assuming that” con “assumendo che” quando abbiamo una cornucopia di traduzioni italiane più valide? Ipotizzando che, supponendo che, partendo dal presupposto che, posto che… tre le prime che mi vengono in mente; dobbiamo proprio ipotizzare che lo abbia tradotto qualcuno con poca familiarità con la lingua inglese… ma anche con quella italiana.

    Ovviamente con cotanta dimestichezza nella traduzione, non è una sorpresa trovare in questo film anche battute in un italiano irreale, cose come “tu devi avere una dannata pila di multe non pagate” (helloooo-o, doppiaggese?) oppure ancora “Lo stesso tipo di dannata relazione che avevo con mio padre“. Chi era il padre, uno stregone? Quando poi si parla del distintivo di un poliziotto qualcuno deve aver proprio capito fischi per fiaschi: “Venticinque zero cinque, giusto? Il tuo numero di targa. Volevo assicurarmi di averlo visto bene“. Ma in italiano la targa è quella automobilistica, non certo la traduzione di “badge number“, cioè il numero di distintivo.

    Malfeitor aiutami tu!

    Malfeitor spirito malefico del film Spiritika Witchboard

    Anche in questo film torna lo stratagemma (l’unico veramente sensato) di leggere ad alta voce le parole che lo spirito detta in inglese attraverso la tavoletta per poi farle tradurre al volo in italiano per la nostra comprensione. Il livello di sfida linguistica però aumenta molto con questo secondo film e va ben oltre le capacità di chi già traduce “una X che segna il posto” e “numero di targa“.

    La sfida è dovuta alla dislessia palese di cui soffre lo spirito in questo Spiritika 2 e quando detta parole attraverso la tavoletta ouija non ne azzecca mai una! Solo che, anche se le parole che vengono fuori durante la seduta spiritica non hanno uno spelling perfetto, lo spettatore italiano non ci fa caso perché vengono comunque tradotte dai protagonisti in un italiano corretto, e quando lo spirito detta parole incomprensibili, a noi spettatori italiani cominciano a sorgere seri dubbi. Com’è infatti che “riflecape” (parola inesistente che sembra composta di “rifle” e “cape” ) ci viene tradotta al volo come “minecatto“? Da dove viene fuori questa parola inventata?

    Ciò che il fantasma voleva scrivere in realtà era FIREPLACE, cioè “camino”, o CAMINETTO, ma siccome lo spirito è dislessico è venuta fuori come RIFLECAPE, che la protagonista inizialmente pensa possa essere un nome o una parola di cui non conosce il significato. Ma se non lo capisce lei come può tradurlo al volo con una inesistente parola italiana (minecatto)… che per puro caso funzionerà perfettamente anche come anagramma? Boh.
    Chiaramente una sfida linguistica che andava ben oltre le possibilità del traduttore/traduttrice di questo secondo capitolo di Spiritika – cominci a stare un po’ antipatika – e possiamo dire che non ci hanno provato nemmeno.

    Questa scemenza del “riflecape” (o “minecatto”) sarà alla base dell’anagramma più telefonato della storia del cinema. Driiin driiin, Spiritika? Mi dika!

    Verdone da Un sacco bello che dice Caminetto, non minecatto

     

    Il cast di doppiatori di Spiritika 2

    Laura Lenghi: Paige, la protagonista
    Giuliano Santi
    : Jonas, il padrone di casa
    Stefania Romagnoli: Elaine, moglie di Jonas
    Toni Orlandi: il sig. Morris, il negoziante esperto di occulto

    Per quanto scarna, se questa lista esiste è merito dell’orecchio di Francesco Finarolli, di cui dovrei fare un action figure targato Doppiaggi italioti, del nostro Leo che per qualche oscuro motivo conosce molto bene la voce di Toni Orlandi (di Leo da anni ho già il soggettone appeso alla parete, la sua faccia ritagliata e appiccicata sul poster di Rambo 2, tanto per rimanere in area Carlo Verdone), e di chi ha contribuito nei commenti, come ‘Alex’ che ha riconosciuto nella protagonista la voce di Laura Lenghi. Mancano all’appello la voce di Mitch, il fidanzato della protagonista, quella del fotografo Russel, del fantasma di Susan, della collega gelosa e dei due netturbini sul finale. Sono difficili da identificare perché alcuni di questi (e non starò a dire quali), mi dispiace dirlo, sono davvero al limite dell’incapace. Ma dico io… ci sono tanti pomodori da raccogliere al sud, perché insistere proprio nella carriera di doppiatori?

    Finché dura potete trovare il film su YouTube a questo link. Il DVD della Cecchi Gori è invece fuori catalogo da anni e per comprarne anche una copia usata dovreste dissanguarvi. Quindi per il momento non c’è modo di vederlo legalmente.

    Copertina DVD di Spiritika 2Il titolo italiano: il gioco del Diavolo

    Per finire, il sottotitolo italiano “il gioco del Diavolo”, così come quello originale (“The Devil’s Doorway”), fanno riferimento ad un Diavolo che in realtà non metterà mai piede nella trama. Lo spirito “possessore” (la conio io qui e ora) è quello di una donna morta, Susan, di cui non conosciamo le intenzioni ma siccome è un film di pauuuuva potete già immaginare che le sue intenzioni non siano benefiche. Per la titolazione di questo film, il Regno Unito si è buttato su un più generico ma forse più appropriato “il ritorno” (Witchboard 2: The Return). Il Diavolo con la D maiuscola sarà invece protagonista solo nel terzo film.

    Spiritika 2 – Il gioco del Diavolo sarà anche l’ultimo capitolo a chiamarsi “Spiritika”, spavento non fai mika.

     

    A letto con il demonio (Witchboard III: The Possession)

    Diavolo in A letto con il demonio witchboard 3

    LU DIAVOLO!

    Witchboard III: The Possession (del 1995) arriva in Italia in VHS nel 1998 per mano della Fox in combutta con la Eagle, queste due aziende di certo non avranno voluto far alcuna pubblicità ai precedenti due “Spiritika” che invece erano in mano alla concorrenza Cecchi Gori-Berlusconi e così questo terzo capitolo viene spacciato come film a sé con il titolo A LETTO CON IL DEMONIO. Qualche pubblicitario con ancora in testa “A letto con il nemico” del 1991 deve essersi compiaciuto molto di questa scelta.
    Anche le VHS però devono riportare il titolo originale da qualche parte sulla copertina e quindi l’acquirente italiano non si sarebbe poi accorto di quel numero romano in “Witchboard III” ? Presto fatto, togliamo il numero romano dalla copertina della videocassetta, et voilà:

    VHS di A letto con il diavolo, titolo italiano di Witchboard 3 del 1995 e seguito di Spiritika

    Il terzo film non viene penalizzato realmente da questa dipartita tutta italiana dalla trilogia Witchboard visto che comunque si distanzia sostanzialmente dai precedenti due capitoli, incluso il totale cambio di look della tavoletta ouija e anche della sua planchette accessoria (cioè quel puntatore di legno a forma di goccia con un foro al centro): adesso questi sono addirittura un qualche reperto maya! Seh, vabbè.
    “A letto con il demonio” è effettivamente un titolo molto appropriato per la trama del film visto che il protagonista viene posseduto nientepopodimenoche da lu diavolo in persona, ma in tempi moderni forse è ora di far tornare questo Witchboard a casa con un nuovo titolo italiano, dai che viene facile… Spiritika 3: a letto col demonio. Perché separare le famiglie? Non è una cosa bella (cit.). Se mai esisterà un cofanetto di questa trilogia, dovrebbero rititolarlo così.

    Witchboard 3 ouija board

    Trama e adattamento italiano

    L’introduzione del film parla subito di una “tavola della strega“, la traduzione diretta di “witchboard” (semmai delle streghe… al plurale, no?), perché si dice che “la tavola fosse usata dalle streghe“, insomma la stessa storia già sentita nel precedente capitolo. Qui in realtà la sparano anche più grossa: “lo o-uìgia esiste sin dai tempi di Pitagora“.
    Seeeh, vabbè, dall’uomo di Similaun!

    scena da Witchboard 3

    fate partire la Unchained Melody

    La trama: Julie è una docente universitaria ed è l’unica che porta soldi a casa perché suo marito Brian è un “broke” broker, un broker finanziario rimasto senza lavoro che passa tutto il giorno in vestaglia, non si pettina, i colloqui gli vanno male, l’ufficio di collocamento non lo richiama nemmeno più… insomma vive come un trentenne italiano di oggi, solo che per i parametri anni ’90 Brian è in un momento molto brutto della propria vita. Il proprietario del palazzo in cui si sono appena trasferiti però lo invita nel suo appartamento dove, grazie a un’antica tavoletta ouija, gli dimostra che si possono sfruttare gli spiriti dell’aldilà per fare soldi in borsa. Oh, finalmente un’idea intelligente in tutta questa serie!

    Vi chiederete: perché svelare ad uno sfigato il segreto del proprio successo? Perché il proprietario del palazzo è posseduto da LU DEMONIO!!! Ma lu demonio si è impossessato (spoiler eh) del corpo di un impotente (il suddetto proprietario) e non ha mai potuto generare un erede, quindi è ora di suicidarsi per passare nel corpo di Brian, che ha anche la moglie carina e in salute. Il vecchio dunque regala un anello merovingio a Brian e si getta con nonchalance giù dal balcone. È da questo momento che Brian ha libero accesso alla tavoletta che, come nella tradizione di questi film che copiano le dinamiche dell’Esorcista, inizialmente si dimostra di grande aiuto, così da portare Brian alla possessione. Al contrario dei precedenti però, questa possessione non avviene tramite “intrappolamento progressivo”, bensì Brian viene folgorato, il suo spirito attraversa l’occhio della planchette e da quel momento si ritrova intrappolato nel mondo degli specchi. Il corpo resuscitato invece è un nuovo Brian, più figo, che usa il gel per buttare i capelli all’indietro, che veste in pelle nera, mangia mele e fa ‘n sacco de sordi giocando in borsa, ora vuole anche un figlio con Julie… IL FIGLIO DE LU DEMONIO! Mammamija!

    Lo spirito del vero Brian cerca di avvertire Julie comparendo negli specchi di casa e berciando come un disperato ma lei non può vederlo né sentirlo, quindi il Brian intrappolato nella zona fantasma (se non è cit. questa non so cosa lo sia!) dovrà mettersi in contatto con lei attraverso la tavoletta ouija. Riuscirà Brian a salvarla dal lu demonio e riprendere possesso del proprio corpo???

    tavola ouija con la planchette che indica il sì, dal film a letto con il demonio

    Dei tre film, Witchboard III è quello che più facilmente svanisce dalla memoria, forse per una trama non freschissima, dal diavolo che vuole un figlio (da quando esiste questo tòpos? Dall’anno 1000 almeno!) all’idea di un doppelgänger, cioè il sosia malvagio che minaccia di sostituirsi al protagonista, in questo caso si tratta di una possessione ma il concetto è lo stesso. Witchboard III potrebbe ricordare qualcuno degli episodi più noiosi di X-Files che andava in onda in quegli stessi anni, sia per le tematiche sia per il look del film. Si fa guardare e si fa anche dimenticare, sopravvivendo nella sua mediocrità da produzione televisiva, ma la sua esistenza non offende. Se il link perdura, lo trovate su YouTube seguendo questo link.

    devil in Witchboard 3

    LU DIAVOLO IN CGI!

    Cast di doppiaggio

    Francesco Prando: Brian
    Antonella Baldini: Julie
    Barbara De Bortoli: Lisa, l’amica di Julie
    Germano Longo: Francis, il proprietario
    Alberto Caneva: reporter in TV

    Ancora una volta è Francesco Finarolli che ha aiutato nel riconoscimento degli interpreti. Rimangono ignote le voci del banchiere usuraio Sig. Finch, della vedova Dora, della conduttrice del TG, oltre ad altri brevissimi ruoli di poche parole come quelle del tirapiedi del Sig. Finch, Ronald, di un’altra reporter del TG che commenta dalla sala delle contrattazioni della borsa, e le voci dei due paramedici.

    Come nella tradizione di questa trilogia, ignoti sono il direttore, l’adattatore e l’azienda di doppiaggio (in base ai nomi potrebbe essere la Tecnosound o Cast Doppiaggio Srl) ma posso affermare con sicurezza che A letto con il demonio sia stato doppiato e adattato decisamente meglio di Spiritika 2. Rimane comunque un prodotto quasi televisivo nel quale non riconosco nessun interprete vocale (se non era per il Finarolli, boh!) ma neanche palesi errori di traduzione. L’unica nuova stramberia rimane la pronuncia di ouija che qui diventa ouìgia e oùgia, a volte al maschile e a volte al femminile… ma il capitolo veramente comico rimane comunque il secondo Spiritika – recensire questa trilogia è stata una fatika.

    Tavola ouija con planchette che indica la parola bye

  • 2001: Un’astronave spuntata nello spazio… aridaje col silicio!

    Leslie Nielsen star child da 2001 un'astronave spuntata nello spazio

    Leslie Nielsen: un nome, una garanzia. Almeno lo è stato fino alla prima metà degli anni ‘90. La carriera dell’attore canadese, come molti sanno, è iniziata in maniera serissima con film come Il pianeta proibito (1956), e dopo esser diventato volto noto al pubblico americano per drammi e soap opera, il film L’aereo più pazzo del mondo (1980) cambiò per sempre la sua carriera e il modo in cui oggi percepiamo il suo personaggio.
    La felice collaborazione con i fratelli Zucker continuò per qualche annetto ma ben presto il loro filone giunse al termine. Questo non impedì, però, ad altri registi di utilizzare(/abusare di) Nielsen in film comici con il preciso scopo di scopiazzare, a volte anche spudoratamente (come nel caso qui in analisi), i film de La pallottola spuntata (ma più spesso Hot Shots!), nel vano tentativo di replicarne il successo.

    Tra i tentativi più tristi in assoluto c’è il film canadese 2001: Un’astronave spuntata nello spazio di Allan A. Goldstein, l’acclamato regista di… Il giustiziere della notte 5. Dopo un giro di festival iniziato nell’ottobre del 2000, Un’astronave spuntata riesce ad arrivare negli Stati Uniti soltanto in DVD, a marzo 2002; e in Italia soltanto nel 2008, direttamente in TV. Già questo un segno di altissima qualità!

    Titolo italiano 2001 un'astronave spuntata nello spazio, in originale 2001 a space travesty

     

    2001: Un’astronave spuntata in canna 33 e lascia spiare part deux

    Immediatamente dal titolo italiota ecco l’ammiccamento allo spettatore, con quello “spuntata” che ci sta proprio come il ketchup sugli spaghetti. Il titolo originale è 2001: A Space Travesty, ovvero una farsa spaziale. Mai titolo fu più adatto.
    Richiamo spudorato davvero quello del titolo italiota, ma sempre meglio delle Filippine dove (IMDb dice) arriva come “Il figlio della pallottola spuntata”. E non a caso! Il film ce la mette davvero tutta a cercare di farci credere che stiamo guardando un film della serie della pallottola spuntata, fin dai primi minuti che iniziano con una narrazione fuori campo del personaggio di Nielsen (vestito col costume di Frank Drebin, il suo personaggio in Una pallottola spuntata), e una negoziazione con dei sequestratori.

    Qui spezzo una lancia, una sola, a favore del doppiaggio di questo film: il bravissimo Adalberto Maria Merli dà la voce a Leslie Nielsen. Non è Sergio Rossi, ma è molto adatto al volto. A dire il vero un talento sprecato su questo filmaccio.
    Il nome del personaggio principale, nella versione originale, è Richard “Dick” Dix, e il cognome è omofono di “dicks”, ovvero “CAZZI” (e Dick Dix è come Cazzo Cazzi. Non guardate me, questo è il livello di commedia), quindi altra piccola lode, e l’ultima, al doppiaggio italiano, è la trovata di chiamarlo Dick Hudson, ovvero DIC AZZO(n), che quando chiamato per cognome fa semplicemente ‘AZZOn (“è così, vero? “Azzon”? O ha dimenticato una “c”?”, il film, tristemente, non manca di sottolineare la gag del nome, tanto era riuscita! Sigh.).

    L’adattamento italiano che neanche ci prova

    copertina DVD di 2001 a space travesty

    DVD QUOTE: “Il film che non piacerà a nessuno”

    Ecco, a partire da qui, ed elogiato ciò che c’era da elogiare, è letteralmente impossibile parlare in termini positivi del film o del suo adattamento italiano. Detto in due parole, la pellicola è imbarazzante e volgare, ma soprattutto completamente “a caso”. Forse il peggiore film con Leslie Nielsen mai visto, secondo solo a Riposseduta del 1990 (altro adattamento italiano terrificante, magari in futuro ne parlerà il nostro Evit). “Astronave spuntata” è confusionario, senza senso, con gag che vanno avanti all’infinito senza mai tirare fuori una risata dallo spettatore, il quale aspetta con dolore il termine di questi 99 minuti di tortura.

    L’adattamento italiano, curato da Mario Cordova e realizzato dalla Multimedia Network, non riesce a salvare questa poveracciata, e non ci prova nemmeno!
    L’esempio più lampante di “non ci hanno neanche provato” lo abbiamo quando sullo schermo arriva il personaggio di Ezio Greggio (sorpresa, co-produttore!). Greggio interpreta un Capitano della polizia di nome Valentino Di Pasquale, questo il suo nome nella versione originale (con tanto di cognome pronunciato alla napoletana, pasc-quale, per farlo capire meglio agli americani). Nel doppiaggio italiano (in cui, come sempre, Greggio si doppia da sé… e a modo suo) si presenta invece come Valentino Fumagalli, e inizia subito una supercazzola in dialetto lombardo che nessuno al di sotto di Mantova sarà in grado di comprendere. Dopo questa scena il doppiaggio si dimentica del Fumagalli, ritornando a chiamarlo Di Pasquale come se niente fosse. Uno svarione che non è sfuggito a nessuno di quel centinaio scarso di persone che in Italia hanno visto il film, difatti è l’unica curiosità che viene riportata ovunque. E qui ci sento proprio lo zampino pesante di Greggio che (plausibilmente) si inventa battute in sala doppiaggio, con dei “pirla” e dei “testa” messi a caso nel resto del film ogni volta che compare il suo “Di Pasquale”, senza farsi mancare “O’ mia bela Madunina” cantata ben due volte, di cui una da DARTH MAUL (oh, yes! Proprio lui). Lo stesso Darth Maul dice anche “forza Milan!” perché ha la faccia dipinta… rossonero.

    Parodia di Darth Maul in 2001 un'astronave spuntata nello spazio

    C’è da dire anche che nella versione originale Darth Maul fa il verso a Sammy Davis Jr (morto nel 1990) senza alcuna ragione, quindi quale versione fa più schifo? A voi l’ardua sentenza.

    Questo momento rende “l’astronave spuntata” l’unica vera parodia cinematografica dei prequel di Star Wars (anche se per pochi fugaci secondi), ma arrivata in Italia con nove anni di ritardo. Non che Episodio 1 avesse bisogno di parodie, ma lasciamo perdere.

    Valeva davvero la pena di far la gag di Greggio che parla in dialetto brianzolo se poi lo stesso film se ne dimentica neanche 5 minuti dopo? I neri di L’aereo più pazzo del mondo non dimenticavano di parlare napoletano nelle scene successive del film (se ne dimenticheranno solo nel secondo film ma questa storia è per un’altra volta).
    È solo la punta di un iceberg di monnezza. Si dice in brianzolo “monnezza”?

    Errori storici

    Veniamo all’errore più classico di tutti, quasi un marchio di fabbrica – si potrebbe dire – delle traduzioni fatte male, tanto che non ci si crede che nel 2008 potesse ancora arrivare alle nostre orecchie. Sto parlando dell’amatissimo silicio che diventa silicone, e già ci sentiamo a casa! Per altro ripetuto più volte all’inizio del film e apparentemente parte essenziale della trama, almeno finché il film non si dimentica di aver bisogno di una trama.

    Homer Simpson che dice sifilone mi pare, invece di silicone

    Questo svarione sul silicio è come un buon vino e qui questo delicato rosso acquista ulteriori note di incompetenza quando vediamo Leslie Nielsen che, come parte di una gag, soffia via della sabbia da alcuni oggetti sul set… il silicio per l’appunto! E lo fa per ben due volte nella stessa scena. Non c’era nessuna scusa per sbagliare questa traduzione e non ne è risultata neanche una battuta sulle tette rifatte al silicone, che sembrava quasi arrivare. Così come non arriva mai quella del “ménage à trois”, visto che la protagonista femminile si chiama (senza particolare motivo) Menage, Cassandra Menage. Ma questa è una colpa da attribuire agli sceneggiatori americani, il nome infatti non se l’è inventato il doppiaggio italiano. E in questo frangente ci vediamo tristi scopiazzature di un film di più ampio successo, Austin Powers (1997 il primo, 1999 il secondo), che aveva le sue Ivona Pompilova e Annabella Fagina, come qui abbiamo la signorina Granbel Passer (Yetta Pussel in inglese). Già da questo esempio è chiaro che “l’astronave spuntata”, non riesce neanche a copiare bene.

    Cercando di ricalcare la formula dei film parodistici, anche “l’astronave spuntata” ogni tanto si ricorda che in una parodia bisogna fare il verso ai film del momento così come facevano gli Hot Shots! e i loro terribili imitatori. Solo che “del momento” c’è assai poco qui. Ad esempio, il film perde tempo facendo il verso ad una famosa scena di True Lies, con 6-7 anni di ritardo. In ritardo è anche su Atto di forza (1990) di cui ci mette l’arrivo sulla base lunare, per non parlare di Mr. Crocodile Dundee, di ben 14 anni prima, e ovviamente 2001: Odissea nello spazio (1968). Non contento, il film arriva addirittura ad emulare sfacciatamente una gag da Una pallottola spuntata (di 12 anni prima). Potete chiamarli omaggi se vi fa sentire meglio con voi stessi, tra questi ci mettiamo anche la musica “d’amore” presa direttamente da L’aereo più pazzo del mondo.
    Queste cosiddette parodie e i rimandi durano però solo il tempo di chiedersi “ma perché stanno parodiando questo adesso?”.

    Testa di Leslie Nielsen tra un paio di gambe, scena dal film 2001 un'astronave spuntata nello spazioQuando non “parodieggia”, il film “stronzeggia”, ed è anche peggio. Le gag create appositamente per questo film vanno dalla defecatio a gravità zero proprio dopo il valzer di Strauss (povero Kubrick!), a una discesa in ascensore con distorsioni facciali generate al computer che il mio falegname etc, etc… fino ad arrivare a gag che oggi andrebbero addirittura spiegate, come quella che ruota intorno ad un esame dermatologico per identificare le voglie sul pene del presidente “Klinton” così da distinguerlo dal suo clone. Klinton è palesemente Bill Clinton, già non più in carica quando il film è cominciato ad uscire nel mondo nel 2001, e la visita dermatologica era uno dei tanti dettagli del processo in cui era coinvolta anche Monica Lewinsky. Se quello delle voglie era già un riferimento datato nell’America post-torri gemelle, figuriamoci all’uscita italiana nel 2008! Questa gag è resa ancora più confusionaria da insert di donne in filmati di repertorio in bianco e nero che urlano disperate ogni volta che si parla della pelle del Presidente. Il montaggio analoggico di questo film mi ha completamente sconvolto.

    A questo punto ritengo che gli autori del film abbiano preso l’altro significato della parola “gag” in inglese: quello di “conato di vomito”. È anche difficile tenere il conto dei tantissimi momenti inutili o assurdi come la presenza del monolite di 2001 che volteggia nello spazio tanto per giustificare il titolo del film: del resto simili dettagli tendono a sfuggire quando il cervello è intasato di domande come: PERCHÉ QUESTA SCENA COI TIROLESI DURA COSÌ TANTO???

    Clandestini alieni, il Piper Club e la grammatica un po’ così…

    L’adattamento italiano era l’unica cosa che avrebbe potuto risollevare (di poco) questo film, eppure fa il minimo indispensabile (come biasimarli!?), anzi, come già detto, a volte non ci prova neanche. Oltre al già menzionato silicio che diventa silicone (e lo sentirete tante volte nei primi 20 minuti!), ci sono battute che avrebbero dovuto essere reinventate completamente e invece vengono riportate quasi alla lettera in italiano, come quella degli “alieni”.

    Capo – “La signorina Menage si occupa delle relazioni fra umani e alieni.”
    Nielsen – “Una specie di agenzia matrimoniale.”
    Capo – “No, supervisiona i nostri delicati rapporti con gli alieni.”
    Nielsen – “Oh, non c’è niente di delicato, servono più uomini, soprattutto al confine messicano.”
    Capo – “Hudson! Sto parlando di altri alieni.”
    Nielsen – “Aah, altri alieni! Certo, certo….. Quelli provenienti dallo spazio?”

    Se non lo aveste già letto in altri articoli precedenti, per gli americani “illegal aliens” vuol dire “immigrati irregolari”, con particolare riferimento ai centro- e sud-americani ovviamente. Il binomio alieni = immigrati è una di quelle associazioni che in lingua italiana non abbiamo mai avuto, né importato, quindi gag del genere per essere tali dovrebbero essere necessariamente stravolte, come ci insegna Aliens – Scontro finale (1986), altrimenti non hanno alcun senso:

    In originale:
    Hudson: “Somebody said “alien” she thought they said “illegal alien” and signed up!”
    In italiano:
    Hudson: “qualcuno ha detto “salviamo i coloni“, lei ha capito “vi diamo i coglioni” e si è arruolata subito”

    Proseguiamo con gli errori di adattamento. Il riferimento ad un modellino dell’aeroplano Piper J-3 Cub diventa nei dialoghi italiani il modellino della famosa discoteca Piper Club di Roma. Voglio credere che sia stato un cambiamento intenzionale e non dall’aver preso fischi per fiaschi.

    in originale: Doctor, the next time you’re on Earth I’ll show you the Piper Cub model plane that I made.

    doppiaggio: Dottore, la prossima volta che verrà sulla Terra le mostrerò il modellino del Piper Club che ho fatto.

    E non ci sono possibili fraintendimenti di sorta, perché Cub è pronunciato “cab” da Nielsen, mentre il suo doppiatore Merli dice chiaramente “cléb”, intendendo quindi un locale.

    La battuta italiana sembra essere più logica, dopotutto era la risposta di Nielsen alla visione di un complesso modellino della base lunare Vegan, quindi una costruzione per un’altra costruzione, ma per essere appunto una battuta, non dovrebbe essere “più logica”! In originale, alla vista di un elaborato modellino dell’intera base lunare, Nielsen si proponeva di mostrargli in cambio qualcosa di molto meno impressionante, il modellino più popolare e quindi più banale messo in commercio negli Stati Uniti, classica battuta “nonsense” alla Leslie Nielsen. In italiano avrebbe dovuto dire qualcosa come: “Dottore, la prossima volta che verrà sulla Terra le mostrerò un aeroplanino che ho fatto io”.

    Leslie Nielsen in 2001 un'astronave spuntata nello spazio

    C’è confusione anche sul nome della base lunare “Vegan” (altro nome-gag che non va da nessuna parte) quando i personaggi ogni tanto se ne escono con frasi come “vuol dire che il presidente è prigioniero su Vegan” oppure “ogni cosa eretta su Vegan ha bisogno della mia approvazione”. Uno spettatore distratto potrebbe pensare che si tratti di un pianeta chiamato Vegan. Avrebbero dovuto dire “è prigioniero qui a Vegan” così come faceva (ehi, tiriamolo fuori!) il doppiaggio di 2001: Odissea nello spazio quando nominava la base lunare di Clavius (“ultimamente sono accadute delle cose stranissime a Clavius.”, “hanno negato il permesso di un atterraggio di emergenza a Clavius.”, “Qualunque sia il motivo del suo viaggio a Clavius”). Dettagli? Chiedetelo a Evit, che guardava distrattamente il film in diretta TV insieme a me e fino alla fine ha creduto che la trama si svolgesse su un pianeta chiamato Vegan invece che sulla Luna.

    Mettiamoci pure qualche congiuntivo non pervenuto (“sono convinto che il presidente è qui“) e un bel “formerly” tradotto come “formalmente” invece che “precedentemente” (altro classico false friend) ed è chiaro che il copione avrebbe avuto bisogno di una revisione in più, a dir poco. Anche se il film non se la merita.

    È LUI O NON È LUI? Purtroppo è lui

    Leslie Nielsen e Ezio Greggio

    Che dire di Greggio? L’abbiamo visto recitare (o provarci, almeno) in altri frangenti, no? È, per fargli un complimento, estremamente limitato come attore, e questo film fa uso di lui molto meno di quanto farebbe credere la guida TV, che lo elenca come secondo nome tra gli attori protagonisti dopo Leslie Nielsen. Il suo stile recitativo è unico nel suo genere, in inglese a momenti è appena comprensibile per via del pesante accento mentre in italiano la recitazione è resa ancora più legnosa dal fatto che si doppia da solo. Come se non bastasse, ai fini della trama le sue scene sono completamente inutili! Si potrebbe benissimo tagliarle ed assegnare l’unica battuta importante al personaggio del Tenente Shitzu (sì, come il cane… lasciamo perdere) e il film sarebbe risultato certamente più snello e scorrevole.

    Vedendo le scene in cui si ritrova da solo a recitare con Leslie Nielsen capiamo che alla fine sono state scritte proprio con lo scopo di essere scene in cui recita con il suo idolo, e nient’altro. La più inutile? Quella in cui Di Pasquale/Fumagalli, sedicente maestro dei travestimenti, prepara una maschera aliena per Hudson, che egli non metterà MAI! La più appagante? Quella in cui Di Pasquale si ritrova suo malgrado dentro un gabinetto con un alieno che espleta i suoi bisogni corporali una volta ogni anno.
    La scena che invece non avremmo mai voluto vedere? Quella del (presunto) pompino che Ezio Greggio riceve dalla bionda di turno. Tranquilli, era solo la schiuma del caffelatte, però quella scena è ora marchiata a fuoco nel mio cervello.

     

    In conclusione, doppiaggio con un adattamento realizzato in maniera abbastanza superficiale per un film assolutamente da dimenticare, quindi nulla di valore è andato perso. Viste le imitazioni di personaggi a caso, che nel film in lingua originale si sprecano, direi che una visione in inglese risulterebbe ancora più confusionaria e, ancora una volta, inutile. Ma non temete, se siete fan di Leslie Nielsen non mancheranno altre occasioni per riscattare il suo buon nome anche qui su Doppiaggi italioti. Per il momento vi è toccato questo. Ringraziate Mediaset che programma ‘sti filmacci e suscita curiosità malsane. “Ehi, questo film con Leslie Nielsen non l’ho mai visto, né mai sentito nominare!” sono sempre parole che precedono il disastro.

    Verdetto finale sul film: 1 scorreggia a gravità zero su 5 e premio speciale al doppiaggio italiano per aver rimosso almeno un peto dal missaggio audio.

     

    vignetta sulla traduzione di 2001 un'astronave spuntata nello spazio

  • Vroom, vroom! Scansatevi, arriva l’adattamento di Le Mans ’66 – La grande sfida

    Le Mans '66 - La grande sfida, locandina orizzontale del film

    Alcuni film dovrebbero servire da esempio su come si adatta e come si traduce anche l’intraducibile. Le Mans ’66 – La grande sfida, titolo per il mercato europeo in sostituzione dell’originale Ford v. Ferrari, è uno di questi… e del titolo italiano ne riparliamo alla fine. Sembra strano che un film del 2019 possa insegnare ancora qualcosa ai doppiaggi del passato (più precisamente dovrei parlare di adattamenti del passato) eppure è così. Infatti, i dialoghi di Le Mans ’66 presentano due delle più classiche sfide del doppiaggio: la prima è la presenza di qualcuno che chiede di “parlare inglese” per chiarezza. Ok, questa forse non è una grandissima sfida ma sicuramente un argomento che piace molto agli appassionati (per qualche strana ragione). La seconda è la presenza di personaggi che parlano italiano e le loro parole vengono tradotte da un interprete. Questo sì cruccio di molti, moltissimi doppiaggi, e che qui viene affrontato come si deve.

    Insomma è un articolo di apprezzamento.

     

    La mia lingua la sai parlare? “Parlare inglese” per “parlare chiaro”.

    Il pubblico italiano ha una strana passione per i dialoghi in lingua inglese dove qualcuno chiede di “parlare in inglese”, che nella gran parte dei casi è sinonimo di “parlare chiaro”. Celebre il caso di Pulp Fiction del 1994 (o meglio, l’unico caso che conosce il pubblico) dove la domanda-tormentone di Samuel Jackson, “English, motherfucker, do you speak it?” nella versione doppiata diventa “la mia lingua, figlio di puttana, tu la sai parlare?“, perché ovviamente avrebbe avuto poco senso fargli chiedere se parlasse inglese in un film doppiato in italiano o, ancora peggio, se parlasse l’italiano! Sebbene io non ritenga che sia poi questa grande sfida linguistica degna di essere citata in continuazione, è certamente uno di quei casi che sentirete nominare un po’ ovunque, su Facebook, nei forum… ovunque! Tra poco ne parla anche mia nonna.
    Indubbiamente quello del “parli la mia lingua?” è un ottimo stratagemma di adattamento che non traduce alla lettera pur portando essenzialmente lo stesso significato, eppure sono quasi certo che non sarà stato un caso così speciale per Francesco Vairano (dialoghista di Pulp Fiction), già abituato a creare dialoghi naturali e degni adattamenti.

    Doc Brown spiega le linee temporali alternative in Ritorno al futuro 2

    Doc lo spiega “in inglese”

    Il “problema” del tradurre frasi del tipo “do you speak English?” non è certo nuovo nel panorama del doppiaggio e Pulp Fiction non è certamente l’unico caso in cui, davanti ad una frase simile, si è dovuti ricorrere ad uno stratagemma per trasformarla in una battuta sensata nella sua versione doppiata. Per rimanere su film noti al grande pubblico, in Ritorno al futuro – parte II (1989, direzione e dialoghi di Manlio De Angelis), la spiegazione del dottor Brown sulle linee temporali alternative porta il protagonista Marty ad esclamare “English, Doc!“, che in italiano diventa un altrettanto divertente “che lingua è, Doc?!“.

    Eppure non si può proprio dire che in tutti i casi della storia del doppiaggio sia stato trovato uno stratagemma efficace, o sensato. È il caso, ad esempio, della miniserie in due puntate It, del 1990 ma arrivata in Italia nel 1993, quindi solo un anno prima di Pulp Fiction. In questa troviamo una battuta simile che però è stata tradotta in modo inatteso:

    It (1990), dialogo originale doppiaggio italiano
    That’s not empirically possible.
    In English: ain’t no such thing.
    Queste cose sono empiricamente impossibili.
    Tradotto in italiano: non esistono.

     

    Ehm, che lingua dovrebbero stare parlando? La prima regola del doppiaggio di prodotti simili dovrebbe essere quella di non sottolineare che i protagonisti americani stiano parlando in italiano. Questa battuta in It infrange l’illusione del doppiaggio ed è a suo modo un abbattimento della proverbiale quarta parete, come se l’attrice avesse ammiccato agli spettatori.

    English motherfucker, do you speak it? Scena da Pulp Fiction

    Vendimi un corso di inglese.

    Entrambi i doppiaggi, (sia quello di It sia quello di Pulp Fiction) sono della Gruppo Trenta ma con persone diverse ai dialoghi e alla direzione. Casi come quello di It ci insegnano che niente è mai da dare per scontato, quindi consentitemi un piccolo elogio a Le Mans ’66 dove un “You wanna run that by me in English?” (traducibile come: vuoi provare a ripetermelo in inglese?) è stato adattato come si deve.
    All’inizio del film, infatti, vediamo un meccanico Ken Miles (Christian Bale) spiegare ad un suo cliente che l’automobile da corsa che ha comprato non ha niente che non vada.

    – L’auto non ha niente, è il modo in cui la guida.

    – Il modo in cui la guido?

    – Troppo carburante e scintille non sufficienti. Questo la ingolfa.

    E tradotto che cosa significa?

    Quanto sarebbe stata sbagliata una traduzione alla lettera tipo “vuoi provare a ripetermelo in inglese?” oppure quella ancora meno sensata alla It: “tradotto in italiano cosa significa?“. Per i professionisti del settore potrebbe sembrare una banalità eppure il mondo doppiaggio non è nuovo a errori simili e quindi una sua versione sensata non è proprio da dare per scontata. Le Mans ’66, dialogato da Massimo Giuliani, lo adatta come si deve.

    I don’t speak Italian, but he ain’t happy.

    Mi sbaglierò ma non mi sembra per niente contento.

    Noi invece siamo contentissimi di questo adattamento.

     

    Tradurre l’intraducibile: gli interpreti italiani nei film doppiati

    Nel film in lingua originale abbiamo scene in cui attori italiani parlano italiano. Sono quelli dell’azienda Ferrari che, all’inizio del film, viene visitata dai lacchè della Ford interessata ad acquistarla, approfittando del suo imminente fallimento. Questa situazione porta ad una conversazione tra il signor Ferrari e i dipendenti della Ford, una conversazione che viene ovviamente tradotta grazie ad un’interprete lì presente. Questo genere di scene sono da sempre le più difficili da trasporre nel doppiaggio di un film.

    Infatti, in decenni passati, situazioni simili hanno portato a soluzioni a volte insensate, spesso forzate. Nel 2009 abbiamo avuto i soldati americani in Bastardi senza gloria che, dal parlare un italiano standard nel doppiaggio italiano, si mettono a parlare in dialetti del sud quando i loro personaggi si improvvisano “italiani” in una scena che rasenta l’assurdo e che è stata già discussa nel mio articolo “Traduttori senza gloria”. Se andiamo indietro nel tempo troviamo difficoltà simili anche negli anni ’70, quando Al Pacino nel film Il padrino (1972) si ritrova in una Sicilia dove tutti parlano in italiano con accento del sud mentre il suo inglese rimane doppiato in un italiano standard e lo spettatore italiano riesce a comprendere entrambi, quindi a maggior ragione risultano forzati i momenti in cui l’italiano standard di Al Pacino viene “tradotto” da un interprete che semplicemente ripete gli stessi concetti in un “siciliano” comunque comprensibile, anzi semplificandoli.

    Lee Iacocca della Ford stringe la mani a Enzo Ferrari nel film Le Mans '66 - La grande sfida

    Dirigente marketing Lee Iacocca della Ford incontra Enzo Ferrari

    Nella versione italiana di Le Mans ’66 – La grande sfida viene fatta l’unica cosa veramente sensata, nella scena con l’interprete i dialoghi vengono cambiati e, invece di avere qualcuno che traduce per il signor Enzo Ferrari (e l’insensatezza che questa scelta si porterebbe dietro), il personaggio dell’interprete viene trasformato in quella che potrebbe essere una consulente legale di Ferrari, o forse una sua assistente, e le sue battute aggiungono nuovi contenuti pur non alterando il succo della scena. Non solo, si sfrutta anche il labiale silenzioso dell’interprete della Ford per poter realizzare un botta e risposta realistico, evitando così situazioni assurde viste in film come Il Padrino.

    Vediamo i dialoghi a confronto, tra quelli del film in lingua originale e quelli del film doppiato. Nella colonna dedicata ai dialoghi del doppiaggio italiano userò la definizione di “assistente di Ferrari” e poi più brevemente di “assistente”, al posto di “interprete” che invece è la definizione che userò nella colonna dei dialoghi originali, visto che il personaggio a tutti gli effetti cambia di ruolo nella versione nostrana. In un colore diverso sono evidenziate quelle battute che risultano alterate in maniera sostanziale per rendere questa scena sensata a chi lo guarda in italiano.

    dialoghi originali
    doppiaggio italiano
    E questo è il dipartimento delle macchine da corsa. The racing department.

    _______________

    Iacocca: This merger between our companies will form two entities.

    Interprete: Questa fusione tra le nostre aziende formerà due entità.

    Iacocca: Ford-Ferrari. 90% owned by Ford who controls all production.

    Interprete: Ford-Ferrari, al 90% proprietà di Ford che controllerà l’intera produzione.

    Iacocca: Secondly, Ferrari-Ford, the race team. 90% owned by Ferrari.

    Interprete: Secondariamente, Ferrari-Ford, la squadra di gara al 90% di proprietà di Ferrari.

    Iacocca: In order to secure this Ford will pay the sum…

     

    Interprete: Per assicurarsela Ford pagherà la somma di…

    Iacocca: Dieci milioni di dollari.

    Ferrari: Avrò bisogno di un po’ di tempo per leggere.

    Interprete: He will need some time to read this.

    Iacocca: Please.

    _______________

    Ferrari: Signori, ho solo una piccola domanda riguardo al mio programma delle corse.

    Interprete: Only one small question. It concerns my race program.

    Ferrari: Se io voglio correre a Le Mans e voi non volete che io corra a Le Mans, io ci vado o non ci vado.

    Assistente di Iacocca: If I wish to race Le Mans and you do not wish for me to race Le Mans, do we or do we not go?

     

    Iacocca: In that unlikely scenario, if we just can’t agree, then, yes. I mean, no. You are correct. You do not go.

    Interprete: In quel caso se non doves-…

    Ferrari: Grazie, ho capito.
    La mia dignità di costruttore, di uomo, di italiano, è profondamente offesa dalla vostra proposta.

    Traduttore: My integrity as a constructor, as a man, as an Italian is deeply insulted by your proposal.

    Ferrari: Tornatevene in Michigan.

    Traduttore: Go back to Michigan.

     

    Ferrari: Tornate alla vostra grossa, brutta fabbrica.

    Traduttore: Back to your big ugly factory.

    Ferrari: A costruire le vostre brutte e insignificanti macchine.

    Traduttore: Back to your big ugly factory, making its ugly little cars.

    Ferrari: E dite a quel porco del vostro padrone che i suoi arroganti dirigenti sono solo una massa di figli di puttana da quattro soldi.

    Traduttore: Tell your pig-headed boss that all his smug executives are worthless sons of whores.

    Ferrari: Tell him he’s not Henry Ford. He is Henry Ford II.

    E questo è il dipartmento delle macchine da corsa. Il nostro orgoglio.

    _______________

    Iacocca (che parla per Ford): La nostra proposta, come vedrà, è chiara e dettagliata.

    Assistente di Ferrari: Si parla di una fusione tra le aziende che formerebbe due entità.

    Iacocca: Ford-Ferrari. Il 90% delle azioni alla Ford che controllerà la catena di montaggio.

    Assistente: Nel contratto è specificato che la prima entità sarebbe destinata solo allo sviluppo e alla produzione.

    Iacocca: La seconda, Ferrari-Ford la squadra corse, al 90% della Ferrari.

    Assistente: Sì, la seconda entità è a maggioranza Ferrari che gestirebbe la squadra corse autonomamente da Maranello.

    Iacocca: Per chiudere questa operazione, Ford pagherà una somma importante.

    Assistente: Sulla bozza di contratto non era ancora quantificata la cifra.

    Iacocca: Dieci milioni di dollari.

    Ferrari: Avrò bisogno di un po’ di tempo per leggere.

    Assistente: Beh, credo che non avrete problemi ad accettare.

    Iacocca: Prego.

    _______________

    Ferrari: Signori, ho solo una piccola domanda riguardo al mio programma delle corse.

    Assistente di Iacocca: Se è solo sulle corse vuol dire che tutto il resto va bene.

    Ferrari: Se io voglio correre a Le Mans e voi non volete che io corra a Le Mans, io ci vado o non ci vado.

    Assistente di Iacocca: Non lo so… l’obiettivo di Le Mans è assolutamente fondamentale per il signor Ford. Non credo sia possibile dargli il via libera.

    Iacocca: Ascolti. Nel caso di uno sgradevole scenario, se non riuscissimo a metterci d’accordo, allora sì. Voglio dire, no. Ha detto bene lei, voi non ci andate.

    Assistente: Loro non vorrebbero che…

    Ferrari: Grazie, ho capito.
    La mia dignità di costruttore, di uomo, di italiano, è profondamente offesa dalla vostra proposta.

    Assistente di Iacocca: Onestamente siamo sorpresi, non ci sembrava che la nostra proposta potesse suonare offensiva.

    Ferrari: Tornatevene in Michigan.

    Colletto bianco Ford ad un collega: Sta diventando sgradevole.

    Ferrari: Tornate alla vostra grossa, brutta fabbrica.

    Assistente di Iacocca: evitiamo di rispondergli.

    Ferrari: A costruire le vostre brutte e insignificanti macchine.

    Assistente di Iacocca: non cadiamo nella provocazione, dammi retta.

    Ferrari: E dite a quel porco del vostro padrone che i suoi arroganti dirigenti sono solo una massa di figli di puttana da quattro soldi.

    Assistente di Iacocca: noi le abbiamo semplicemente portato una proposta. Non penso che siano insulti meritati. Riferiremo al signor Ford.

    Ferrari: E ditegli che lui non è Henry Ford. È Henry Ford secondo.

    Come è possibile notare, nessuno ha tirato fuori improbabili scene dialettali, cambi di nazionalità (impossibili visto che si parla dell’italianissima Ferrari) né persone che ripetono gli stessi concetti una seconda volta solo perché non si sapeva che cosa far dire all’interprete che parla italiano nella versione doppiata. La scelta di Massimo Giuliani è stata elegante, una boccata di aria fresca dopo decenni di forzature e insensatezze. Aiutato dalle dinamiche (fisiche, di gesti e di sguardi) tra interprete e persona tradotta (che ben si adattano a quelle che intercorrono tra un consigliere fidato e la persona consigliata), aiutato anche da qualche frase detta da persone non inquadrate e da altre frasi che in originale sono solo bisbigliate e non udibili allo spettatore, il direttore di doppiaggio di Le Mans ’66 è riuscito a dare sensatezza e soprattutto naturalezza ad una scena altrimenti quasi impossibile da adattare in italiano. Complimenti.

     

    Sviste minori

    Non sarei io se non trovassi qualcosa. Facciamoci un giro tra le osservazioni lessicali per cui questo blog è noto, vi va?

    Henry Ford secondo piange, scena dal film Le Mans '66 - La grande sfida

    Si parte

     

    “Pops” e paparini

    Nell’introduzione al personaggio di Carroll Shelby (Matt Damon) e al suo collaboratore abbiamo questa battuta di Damon:

    (originale) Early bird gets the worm, Pops.

    (doppiaggio) Chi dorme non piglia pesci, Pops.

    Il problema non sta nel “pigliare pesci” ovviamente, il detto sull’uccellino mattiniero che cattura i vermi è essenzialmente l’equivalente del nostro “chi dorme…”, come evidenziato anche dalla linguista Licia Corbolante nel suo blog Terminologia etc…

    In inglese non è mattiniera solo l’allodola ma anche l’early bird, la persona che arriva o inizia a fare qualcosa molto per tempo, prima di tutti gli altri.
    The early bird catches the worm è un modo di dire simile a chi prima arriva meglio alloggia o, da un’altra prospettiva, è anche paragonabile a chi dorme non piglia pesci.

    Confezione dei Coco Pops, cereali della Kellogs

    La colazione dei campioni

    Il problemino invece è su quel “Pops” che in inglese è un modo informale per chiamare il proprio padre o, come in questo caso, per chiamare a scherzo (con affetto o scherno) una persona più anziana, ed è certamente trasformabile in papà, a volte lo si è anche sentito tradotto come paparino, solitamente viene fuori proprio in frasi ironiche dove si parla del “proprio vecchio” (altra definizione sentita in vari doppiaggi di film americani). In italiano “Pops” non vuol dire niente, lo troviamo nei Coco Pops (dove il “pop” è l’onomatopea dello scoppiettio, cioè il rumore tipico di quei cereali nel latte) e a qualcuno ricorderà quello delle classifiche “Top of the Pops”, dall’omonimo programma televisivo britannico con le canzoni più popolari del momento, poi anche importato dalla Rai nel 2000. Posso capire che il labiale di quella scena non lasciasse molto spazio, ma dire “Pops” in un copione in italiano è una di quelle cose che, non cogliendola al volo, sfuggirà a molti. Qualcuno penserà possa essere un nome di persona o un suo abbreviativo.

    Torna anche successivamente quando Matt Damon dice “Pops, incorniciala.” e così lo chiama anche Christian Bale (“fammi ripartire, Pops!”). A questo punto Pops sembra proprio il nome del personaggio, difficile intuire che si tratti del nomignolo di un collaboratore che è quasi un membro di famiglia. Per molti spettatori italiani sarà il “signor Pops” o forse l’abbreviativo di un qualche nome a noi ignoto. Popeye? Poppo? Popovich? Si tratta dell’ingegnere capo Phil Remington, collaboratore di lunga data di Shelby (Matt Damon).

    È sempre Matt Damon che tira fuori questo Pops anche in un altro contesto, durante il discorso pubblico per la Ford:

    When I was 10 years old, my Pops said…

    Che in italiano diventa

    Quando avevo 10 anni, Papà mi disse…

    La presenza di un Pops tradotto correttamente come papà fa intuire che la scelta di lasciare “Pops” nelle battute viste in precedenza sia stata deliberata e avrà avuto i suoi motivi, ma come fa il pubblico italiano a capire che “Pops” e “papà” sono equivalenti quando lo stesso film doppiato li tratta differentemente? Potreste pensare che sia un nomignolo lasciato in inglese per accuratezza storica e invece la figlia di Phil Remington specifica che nessuno lo ha mai chiamato così (anche se possiamo ammettere che il direttore di doppiaggio questo non lo poteva sapere):

    Benché onorata di vedere suo padre in un ruolo così prominente nel film, la figlia [di Phil Remington], Kati Blackledge, non ha potuto fare a meno di notare di come egli sia stato rappresentato diversamente da com’era realmente. Remington – sempre chiamato “Rem” da colleghi e amici – era sulla quarantina d’anni quando Ford partecipò a Le Mans e non ha mai avuto la barba in vita sua, tantomeno i baffi. Nel film, McKinnon interpreta un Remington molto più anziano e con i baffi, che risponde sia al nome di “Phil” che di “Pops”. “Mia madre era l’unica a chiamarlo Phil, e ricordo di aver riso la prima volta che lo hanno chiamato ‘Pops’ nel film” – dice la Blackledge. – “Potevo sentire la voce di papà nella mia testa che diceva ‘You calling me Pops?! I’ll give you a pop!’ [Traduzione di Evit: ‘Se mi chiami papà ti do una papagna‘], alzava gli occhi al cielo e si allontanava. Era davvero divertente e aveva sempre un ghigno da sfottitore stampato in faccia.

    da ‘Motorsports HoF takes a bow in ‘Ford v Ferrari’’ su Racer.com
    (traduzione di Evit)

    Insomma “Pops”, per quanto non storicamente accurato, anzi, proprio in virtù di questo, poteva rimanere “papà”. La scena introduttiva non lascia dubbi sul fatto che non si tratti letteralmente del padre di Shelby.

    Ray McKinnon intervistato sul set del film Le Mans '66 - La grande sfida in cui viene chiamato Pops

    Papà Evit che vi spiega le cose

    Contaminazioni linguistiche: absolutely tradotto come assolutamente

    Tanto per essere chiari, siamo al verde?

    Assolutamente.

    In inglese la risposta “absolutely!” corrisponde al nostro “assolutamente sì“, quindi un sì deciso e inequivocabile. In italiano un “assolutamente” senza altre aggiunte è più ambiguo perché è un rafforzativo neutro, quindi richiederebbe l’aggiunta di un “sì” o “no” finale  perché, senza uno di questi, non solo rimane ambigua come risposta ma in alcuni casi potrebbe essere facilmente intesa come una risposta decisamente negativa, un “no” categorico, come riassunto dall’Accademia della Crusca nella pagina su l’uso di assolutamente dove viene riportato che nel 2003, il Sabatini Coletti. Dizionario della lingua italiana spiegava così l’uso del solo avverbio come risposta:

    Per ellissi della negazione [“assolutamente”] ha acquistato anche il significato di “no”, “per niente”, specialmente nelle risposte: “Sei stanco?” “Assolutamente”». Sembra quindi che, almeno in alcune zone d’Italia, l’avverbio abbia subito una deviazione di significato simile a quella che ha colpito affatto, che originariamente ha il significato di ‘del tutto’ ma viene spesso impiegato con valore negativo, in luogo di niente affatto.

    Passano gli anni e sempre più l’italiano viene “contaminato” dall’inglese ma già nel 1989 in Grammatica italiana. Italiano comune e lingua letteraria della UTET, veniva fatto notare come l’uso di assolutamente in senso positivo potrebbe risentire dell’influsso dell’inglese (absolutely). Un uso certamente andato ad aumentare nell’ultimo decennio, per quanto La Crusca concludeva la questione semplicemente consigliando di usare assolutamente “sempre in unione con sì o no”.

    Certamente, in un testo recitato (e non solo scritto) ci si può permettere di far dire al doppiatore la parola “assolutamente” in modo che si capisca se la risposta è positiva o negativa ma, così come La Crusca, anche io avrei consigliato di accompagnare quel “assolutamente” con un “sì”, soprattutto visto che il labiale in questa scena non lo precludeva. Dopo “absolutely”, infatti, la bocca rimaneva aperta e un “sì” ci poteva stare tranquillamente. Per quanto mi riguarda, “assolutamente” senza un “sì” o un “no”, rimane in gran parte dei casi una traduzione influenzata dall’inglese e da evitare se possibile nei film doppiati, ancora di più nella letteratura.

    Per fortuna sono i dialoghi originali stessi a portare subito chiarezza, la frase successiva è: as in “totally?” tradotto correttamente con: nel senso di “totalmente”?.

    I personaggi di Shelby e Ford nel film Le Mans '66 - La grande sfida

    – Vuole che rallenti?
    – Assolutamente.
    – Assolutamente sì o assolutamente no?

     

    Sformati di maiale, maledette guerre, beatnik e altre piccole cose

    Pork pies tradotto come “sformati di maiale” è la prima volta che lo sento dire, rispetto al più comune “pasticcio di (carne di) maiale”, e da non confondere con il cappello pork-pie che prende il nome dalla forma del pasticcio di carne di maiale. Niente labiale in questa scena, non capisco perché si sia puntato per  questo inusuale”sformato di maiale”. A ben pensare, un qualsiasi “pasticcio di carne” sarebbe stato sufficiente, perché specificare di maiale in una battuta detta di spalle? Non un delitto, solo una scelta curiosa.

    “Una” maledetta guerra diventa “quella” maledetta guerra (“Because you fought in a bloody war!” ⇒ “perché hai combattuto in quella maledetta guerra!“). Sembra una cosa da niente presa fuori contesto ma cambia il significato implicito della frase, sembra infatti che la moglie ce l’abbia con quella guerra in particolare (la seconda guerra mondiale) ma non è lo stesso effetto che dà la frase originale.
    Il contesto, in breve, è il seguente: Ken Miles (Christian Bale), avendo ormai 45 anni, si lamenta di aver iniziato troppo tardi la sua carriera da pilota e quindi non diventerà mai un professionista, la moglie invece sottolinea il vero motivo con la frase “Because you fought in a bloody war!“, che tradurrò come “(è) perché eri in guerra, dannazione!”. Entrambi i personaggi sono britannici, usano “bloody” come gli americani usano “fucking”, un’imprecazione. [NdA: Quel “bloody” in bocca ad un britannico infatti non vuol dire letteralmente “sanguinosa”, come qualcuno ingenuamente potrebbe credere.]
    Ma l’imprecazione “bloody war” non è rivolta alla guerra in sé, la moglie non sta maledicendo la seconda guerra mondiale né la partecipazione del marito come soldato, usa “bloody” per sottolinare in maniera forte la parola “guerra” come legittima giustificazione per una carriera iniziata tardivamente. Per riportare correttamente il significato e il senso della battuta, l’imprecazione (dannazione, maledizione… quella che preferite) sarebbe dovuta arrivare alla fine della frase. Capirete infatti che dire “perché sei stato in una maledetta guerra” oppure dire “perché sei stato in guerra, maledizione!” non siano proprio la stessa cosa.
    Tra parentesi, ammettendo pure che tutte le guerre siano brutte, un cittadino britannico non definirebbe mai la Seconda guerra mondiale come una “maledetta guerra” perché nella loro ottica è stata una guerra di difesa dall’invasione nazista, ben differente da guerre americane come quella del Vietnam che spesso abbiamo sentito definite come “maledette”.

    Il personaggio di Lee Iacoca nel film Le Mans '66

    Vi torna tutto fin qui?

    “Good to see you.” (è bello rivederti) diventa “Quanto tempo!” anche se i due personaggi (quello di Matt Damon e il figlio del pilota) si erano visti solo pochi giorni prima. Forse era il personaggio di Matt Damon che voleva essere simpatico con una battuta, ma tale comicità non è presente nell’originale e lo spettatore più disattento potrebbe essere portato a pensare che sia passato effettivamente tanto tempo dall’ultimo incontro. È comunque un momento simpatico, fedele al personaggio, quindi anche qui nessun grave delitto.

    “Senior creatives” (i dirigenti del settore marketing) diventano “i creativi della vecchia guardia” e quanto cavolo mi piace questa traduzione! Nel film è esattamente ciò che sono, la vecchia guardia del reparto marketing della Ford che mal vedono i più giovani con idee nuove (e odiano i beatnik) e gli mettono i bastoni tra le ruote. Le dinamiche dello scontro tra i colletti bianchi e i colletti blu, che poi sono il fulcro e la parte migliore del film, sono meglio riassunte da Cassidy del blog amico La bara volante nella sua recensione del film.

    Shelby (Matt Damon) difende la scelta del pilota Miles (Christian Bale) che non è ben visto dai dirigenti bacchettoni della Ford: “un beatnik? Quell’uomo è sbarcato con un carro armato sulla spiaggia al D-Day e lo ha portato fino a Berlino“. So che non c’era spazio per inserirci ulteriori parole ma in originale non aveva semplicemente portato un “carro armato” (tank) dalla spiaggia in Normandia fino a Berlino, bensì un “busted tank“, ovvero un carro armato già “rotto” alla partenza, il che attesta ulteriormente la sua capacità di meccanico oltre che di pilota, ma quella battuta serviva a far capire ai colletti bianchi della Ford che il personaggio di Christian Bale non fosse per niente un beatnik, quindi niente di sbagliato nell’abbandonare questo dettaglio per farci entrare il resto della frase. Purtroppo certe parole in italiano sono necessariamente più lunghe (tank = carro armato) e riducono i tempi utili delle battute.

    Nella lista delle cose che sono andate storte con la prima gara viene detto “E si sono rotte tante cose, in effetti le uniche cose che non si sono rotte sono i freni“. Sfugge il senso di quel “in effetti” (corretta traduzione di “in fact”), la non rottura dei freni come conseguenza logica delle tante altre rotture…? In inglese è una battuta consequenziale perché “break” come verbo (rompere) è la stessa parola usata al sostantivo plurale per i freni (breaks). La frase originale infatti è la seguente: “And a lot of stuff broke. In fact, the only thing that didn’t break was the brakes“. Non si può rendere tutto ma forse “in effetti” poteva essere sostituito da qualcosa di più appropriato o addirittura eliminato completamente. Lo so, direte e mi diranno “ma il labiale etc etc…”. Parafrasando Mark Twain: le preoccupazioni sul labiale, per quanto lecite, sono decisamente esagerate.

     

    Perché Ford v. Ferrari arriva in Italia come Le Mans ’66 – La grande sfida?

    ford v ferrari e Le mans 66 - la grande sfida, titolo e locandine poster a confronto

    Titoli e locandine a confronto

    È necessario specificare che l’Italia non è l’unico paese in cui il filmFord v. Ferrari” è arrivato con il titolo “Le Mans ’66. La Fox ha distribuito questo film come “Le Mans ’66” praticamente in tutti i paesi europei (con o senza l’aggiunta di un sottotitolo), incluso il Regno Unito, mentre è rimasto Ford v. Ferrari per Stati Uniti, Canada (sia nel titolo in francese che in quello inglese), Australia, Brasile, India, Israele, Nuova Zelanda, Russia, Vietnam. Nei paesi di lingua spagnola del Sud America arriva invece come Contra lo imposible.
    Nonostante abbia etichettato questo articolo nella mia rubrica “titoli italioti“, è chiaro che non si tratta di una scelta limitata alla distribuzione italiana, né di una scelta della divisione italiana della Fox, ma di una precisa scelta di marketing presa a più alti livelli della 20th Century. Quella del sottotitolo invece, “la grande sfida”, può effettivamente essere una scelta della divisione italiana della Fox e la ritroviamo anche nella titolazione di altri paesi dove ritorna spesso l’idea di un duello o di una sfida. Per quanto possa personalmente piacere o non piacere, è chiaro che non si tratta della solita titolazione “a caso”, che invece abbiamo visto tante altre volte per il mercato italiano.

    Le motivazioni della Fox per questo cambio di titolo per il mercato europeo non sono state rese note ufficialmente, ma questo limite geografico, così specifico, può farci immaginare il motivo. Il sito Screenrant la mette così:

    Considerando che la 24 ore di Le Mans si svolge in Francia ed è una gara immensamente popolare in Europa, ha senso che il film prenda il nome da un evento che gli europei – inclusi quelli che non sono appassionati delle corse automobilistiche – possano in qualche modo riconoscere.

    Pur non essendo in alcun modo appassionato di motori, anche un ignorante come me ha sentito parlare di “Le Mans”, l’idea di una versione europea del titolo è dunque un cambiamento più che comprensibile ma chi ha visto il film potrà concordare con l’autore di quello stesso articolo quando nel paragrafo successivo indica il titolo di Le Mans ’66 in qualche modo fuorviante, in quanto mette l’attenzione sulla gara (che è sì rappresentata nella porzione finale del film) invece che su quello che è il vero soggetto e motore della storia, ovvero la sfida quasi impossibile della Ford nel costruire un’auto da corsa che potesse competere con la Ferrari, e le persone che vi hanno contribuito. Non è Rush di Ron Howard, tanto per intenderci.

    Un sito americano dedicato all’industria automobilistica riporta le perplessità sulla scelta del titolo “Le Mans ’66” per il mercato britannico e riassume brevemente altri possibili motivi del cambiamento di titolo per il mercato europeo, tutte ipotesi in attesa di una spiegazione ufficiale che forse non arriverà mai.

    Non riesco a trovare nulla che indichi il motivo per cui il titolo sia stato modificato per l’uscita britannica. Forse per qualche problema di copyright. Forse il titolo “Ford batte Ferrari” è a un tale livello di orgoglio americano che la 20th Century Fox avrà pensato non avrebbe risuonato altrettanto bene con il pubblico britannico. O forse qualcuno da quelle parti [nel Regno Unito] avrà pensato potesse sembrare il titolo di film in cui la Ford fa causa alla Ferrari, e ha deciso che era stupido, proprio come Batman V Superman era stupido.

    da ‘Weirdly Ford V Ferrari is called Le Mans ’66 in the UK’ su Jalopnik.com
    (traduzione di Evit)

    Il problema del titolo italiano (e in generale europeo) è che potrebbe dare delle false aspettative. Personalmente non ho trovato di alcuna attrattiva il titolo “Le Mans ’66” perché rifuggo l’argomento motori come la peste, ed è stato solo il titolo americano (oltre alla visione del trailer) a farmene invece interessare, essendo il titolo originale (Ford v Ferrari) più diretto, immediato, più rappresentativo e più appetibile anche ai non appassionati: una sfida tra marchi noti dove è implicito che sia la Ford a dover faticare per sfidare Ferrari. Chiarissimo.
    A prescindere dai miei interessi personali, nominare Le Mans ’66 fa pensare invece soltanto ad una sfida in pista alla famosa (per me solo di nome) gara automobilistica di Le Mans, argomento di interesse più limitato per un pubblico generalista.

     

    L’adattamento Le Mans ’66 – La grande sfida ha vinto la gara?

    Come è possibile intuire dall’oggetto delle mie “lamentele”, marginali e di poca importanza, il copione di Le Mans ’66 non è adattato bene, è adattato benissimo! E per quanto ne capisca io di automobili, lo è anche nelle parti più tecniche dei dialoghi. Dopotutto nei titoli di coda è citata la consulenza tecnica di un ingegner Ireneo Germani. La traduzione messa a confronto con il copione in inglese attesta la competenza con la quale è stato tradotto, non ci sono mai inglesismi superflui né parole che stonerebbero in un film ambientato negli anni ’60 (team player, pork pie, termini del marketing etc… sono stati tutti adattati, e neppure “sandwich” è rimasto in inglese sebbene avrebbe potuto) e i dialoghi non soffrono di traduzioni troppo dirette (“finer than frog fur“, ad esempio non è diventato “più fine del pelo di rana” ma “più prezioso di una perla rara”) e denotano una comprensione tutto sommato profonda del testo originale.

    Se un lavoro simile poteva non essere degno di nota in un’epoca diversa, nel 2019, cioè nello stesso anno di altri film doppiati con dialoghi che inciampano nella comprensione e quindi della traduzione delle frasi più semplici, oppure le forzano al punto da essere anacronistiche o innaturali, questo lavoro su Le Mans ’66 diventa qualcosa da sottolineare e da applaudire.

    Christian Bale che fa il segno dell'OK nel film Le Mans '66 - La grande sfida

    È andata

  • TITOLI ITALIOTI: Jimmy Bobo – Bullet to the Head

    Locandina italiana di Jimmy Bobo Bullet to the Head con Sylvester Stallone

    Il pubblico italiano si domanda spesso chi si cela dietro la scelta di titoli italiani assurdi, insensati, “spoileranti”, incomprensibili, sgrammaticati o anche semplicemente scemi… quei titoli insomma che raccolgo nell’apposita rubrica titoli italioti. Il più delle volte ci dobbiamo fermare ad incolpare “quelli” della distribuzione, delle non ben precisate e anonime figure degli uffici marketing dei distributori cinematografici il cui scopo è quello di trovare un titolo il più accattivante possibile per il mercato italiano. Stavolta possiamo dire qualcosa di più sull’origine di un titolo che ancora fa sghignazzare internamente.

    Il 14 novembre 2012 viene presentato in anteprima mondiale al Festival del cinema di Roma Bullet to the head con Sylvester Stallone, letteralmente “una pallottola in testa” (frase presente nel film, nonché situazione ricorrente), è il ritorno di Walter Hill alla regia dopo un decennio di assenza dalle scene. Questo “action thriller”, molti mesi dopo il mezzo flop ai botteghini americani, arriva nelle sale italiane il 4 aprile 2013 con il titolo Jimmy Bobo – Bullet to the Head. Siamo l’unico paese a ricevere un titolo contenente questo buffo nome, Jimmy BOBO, che poi è il soprannome di James Bonomo, il personaggio interpretato da Stallone nel film. Cosa è successo al titolo di questo film nel lasso di tempo trascorso tra l’anteprima romana e l’uscita nelle sale italiane? Una cosa inusuale: la distribuzione ha chiesto agli italiani di scegliere un titolo, con un sondaggio su internet.

    James Bonomo alias Jimmy Bobo

    Il sondaggio per scegliere il titolo italiano di Bullet to the Head

    Il 21 novembre 2012, pochi giorni dopo l’anteprima romana, il blog ScreenWeek.it riporta l’annuncio dell’arrivo di Bullet to the Head nelle sale italiane il successivo aprile con un titolo a scelta tra questi tre:

    1. Jimmy Bobo
    2. Le regole di Jimmy Bobo
    3. Il codice di Jimmy Bobo

    Tutti e tre focalizzati sul buffo soprannome del protagonista. Sia ScreenWeek, BadTaste che Cineblog si fanno portavoce del sondaggio per la scelta del titolo con cui arriverà nelle sale del nostro paese. Una settimana dopo viene annunciato il titolo che ha ricevuto più voti.

    BadTaste riporta così la vittoria:

    Ad aver vinto, con il 40.1% delle preferenze, è stato Jimmy Bobo. La pellicola verrà quindi distribuita con questo titolo nei cinema dello stivale.

    E infatti qui trovate il sondaggione [che riporto anche nell’immagine sotto, dovesse sparire in futuro!]. Per non fare brutta figura hanno evitato di specificare il numero complessivo dei partecipanti. 100? 1000? 10.000? …10?

    Risultati del sondaggio per la scelta del titolo Jimmy Bobo Bullet to the Head

    E così vinse Jimmy Bobo in una scelta tra Jimmy Bobo, Qualcosa di Jimmy Bobo e Qualcos’altro di Jimmy Bobo.

    And the winner is… Jimmy Bobo

    Inutile girarci intorno, il problema di questo titolo “Jimmy Bobo” è che suona scemo. Sarà pure il nome del protagonista, ma come titolo del film è ridicolo, soprattutto se pensiamo che comunque la gente di solito prima sente un titolo e poi, forse, decide di guardare il film. In realtà non è neanche il nome del protagonista bensì il suo SOPRANNOME, nonostante la campagna pubblicitaria avesse cercato a lungo di giustificare questo Jimmy Bobo dicendo che era il suo nome, quasi fosse un nuovo John Rambo, cercando di dargli una qualche legittimità o addirittura dignità. Scavando nelle recensioni di chi sponsorizzava il sondaggio per la scelta del “nome più scemo per un film di Stallone”, sembra che fossero tutti concordi su una cosa: avrebbero preferito “Jimmy Bobo” e basta.

    Alla redazione di ScreenWeek piace il più semplice, Jimmy Bobo, proprio perché richiama i titoli più noti della carriera di Sylvester Stallone, sempre centrati sul nome del protagonista (Rocky, Rambo, Cobra) ed entrati tutti nella storia del cinema.

    Certo, Rambo, Rocky, Cobra… Bobo. Stessa epicità.

    Anche l’autrice dell’articolo su Cineblog, prima propone i tre titoli a scelta e poi ci tiene a specificare:

    A me piace il semplice “Jimmy Bobo”. A Voi?

    A noi non piace neanche Jimmy Bobo se è per questo.
    Di solito quando si propone un sondaggio al pubblico avrebbe anche senso non dare la propria opinione in merito, forse è stato suggerito di imboccare quella risposta? Jimmy Bobo liscio, senza ghiaccio. Le mie sono illazioni di poco conto, rimane comunque il problema della non-scelta, perché quelle tre opzioni non rappresentavano una vera scelta, sono semplicemente lo stesso titolo con qualche variante, e in più suona ridicolo. Come dite? “Bobo” è nel film? Beh, non c’era bisogno di metterlo anche nel titolo.

    Come diceva una vecchia pubblicità con Sylvester Stallone e regia di Zack Snyder (non sto scherzando): per essere credibili il nome è importante.

    (I distributori non hanno badato all’avvertimento della pubblicità.)

    L’effetto buffonesco di questo titolo non è sfuggito né al fumettista Leo Ortolani, che nel suo libro Il buio in sala presenta la recensione a fumetti del film con il titolo Jimmy Bobo – Una pallottola in testa al titolista italiano, né tanto meno a “Nanni Cobretti”, autore del blog i400calci, che sulla scelta dei titoli scrive:

    salta fuori che mettono a disposizione solo tre misere opzioni di cui la a) è triste, la b) è uguale alla a) ma con tre paroline in più, e la c) è un esatto sinonimo della b).
    Insomma: non siamo per nulla soddisfatti.

    e nello stesso post propone un contro-sondaggio con suggerimenti ironici come è nello stile dei 400 calci: “Uccidere in faccia“, “Bobo e Momo nemiciamici“, “Bobocop“, “Dio perdona, Jimmy Bobo… Boh“, “RamBobo“, “Fermati o Bobo spara“, “The ExpendaBobols“, etc…;

    Vignetta di Leo Ortolani su Jimmy Bobo intitolato una pallottola in testa al titolista italiano

    da CineMah presenta IL BUIO IN SALA, di Leo Ortolani. Pagina 33.

     

    L’intera recensione a fumetti la trovate sul sito di Leo Ortolani BULLET TO THE HEAD – la recensione di Jimmy Bobo.

    L’adattamento italiano di Jimmy Bobo

    Una piccola nota sulla versione italiana del film curata da Marco Guadagno (all’adattamento e alla direzione) che ci regala un adattamento a dir poco perfetto, senza grinze, con frasi naturali e nessuna traduzione diretta, molto lontano da alcuni suoi altri lavori disneyani o netflixiani di cui abbiamo parlato anche qui. Se in Dolemite Is My Name (recensito dal nostro Leo) abbiamo scoperto ad esempio che i “motherfucker” diventavano tutti invariabilmente “figlio di puttana” a scapito anche della naturalezza di alcuni dialoghi, in Jimmy Bobo abbiamo un “you motherfucker!” che diventa “brutto pezzo di merda!”, l’esclamazione “Jesus!” che diventa “cazzo!” e potrei andare avanti a lungo. Se sulla carta vi sembrano traduzioni non esatte è perché non avete il contesto della scena.

    Queste frasi, sentite nel contesto (così come tante altre frasi del film), suonano completamente naturali perché è ciò che direbbe una persona in lingua italiana nella stessa situazione. Si parla infatti di “adattamento” e non semplicemente di traduzione. È un concetto sempre più estraneo al pubblico di oggi che, pur con una conoscenza in molti casi limitata ma sovrastimata dell’inglese, pretende traduzioni alla lettera e questa cosa la chiama “fedeltà al testo originale”.

    Tolta di mezzo questa nota e mio plauso personale a Marco Guadagno (quando ce vo’, ce vo’), non facciamoci distrarre dalle cose serie e torniamo al nostro titolo scemo: JIMMY BOBO!

    Un concorso truccato?

    Di quanto fosse ridicolo il titolo se ne devono essere resi conto anche alla Buena Vista International in realtà, perché quando poi sono andati a distribuirlo hanno sentito il bisogno di introdurci l’originale “Bullet to the Head” come sottotitolo, il titolo con cui è arrivato in sala dunque non è semplicemente “Jimmy Bobo” come votato dal 40% dei partecipanti al sondaggio bensì “Jimmy Bobo – Bullet to the Head”. Quindi il sondaggio per scegliere “il miglior titolo italiano” cosa lo fate a fare?

    Per la scelta in sé non possiamo nemmeno dare la colpa ai partecipanti al sondaggio visto che, a conti fatti, la scelta era già stata fatta a priori e temo che l’idea del sondaggio sia stata una bieca manovra, un po’ pubblicitaria (far parlare del film grazie alle facili condivisioni di un “contest”) e un po’ paracula (se qualcuno se ne lamenta diremo che l’hanno scelto gli italiani con un “sondaggio su Facebook”). Intanto ci teniamo Jimmy BOBO, titolo italiota, a vita. Vediamo il bicchiere mezzo pieno però, pensate se si fosse chiamato POPO. Ad aggiungere un accento alla fine è un attimo.

    Comunque credo di aver capito chi lavora negli uffici italiani della Walt Disney…

    Il signor Burns con l'orsacchiotto Bobo, dai Simpson

    L’unico e VERO Bobo, con una pallottola in testa.

     

  • La questione Laurel & Hardy

    All’appassionato non far sapere… quant’è buona l’opinione di Leo con le pere

    L’arrivo online (pochi giorni fa) del trailer del film di imminente uscita, Stan & Ollie di Jon S. Baird, non può che risvegliare curiosità legittime su come questo film verrà doppiato in italiano ed è quindi giunta l’ora di parlare di un argomento che mi sembra a questo punto inevitabile.

    Questo film biografico su Laurel & Hardy ha come protagonisti Steve Coogan e John C. Reilly, entrambi detentori di candidature all’Oscar, e verrà presentato in anteprima al BFI Film Festival questo 21 ottobre. Uscirà poi ufficialmente nei cinema britannici a partire dall’11 gennaio 2019. Al momento in cui si scrive questo articolo non si sa nulla di una eventuale uscita italiana, ma si ipotizza al più tardi una proiezione primaverile.

    Stanlio e Ollio nell’immaginario collettivo italiano

    La coppia comica per eccellenza ha una presenza ancora forte nell’immaginario collettivo nostrano e in gran parte è dovuta ai memorabili doppiaggi storici, interpretazioni fortemente caratterizzate da un accento inglese/americano. La storia di queste versioni è ampiamente documentata ed è possibile saggiare alcuni dei doppiaggi arrivati fino a noi grazie a questo filmato antologico sulla storia delle voci di Stanlio e Ollio, estratto da un documentario del 2002 curato da Benedetto “Enciclopedia” Gemma dell’Oasi 165 dei “Figli Del Deserto”, la società internazionale dedita all’apprezzamento di L&H.

    Gli accenti di Stanlio e Ollio nacquero quando, agli albori del sonoro, non era stato ancora inventato il doppiaggio. La nascente industria cinematografica era già attentissima ai mercati stranieri e, non volendo perdere vendite in quei paesi (finita l’era muta non bastava più cambiare le didascalie!), escogitò uno stratagemma: girare lo stesso film più volte in lingue diverse. A seconda dei casi potevano rimanere fissi i protagonisti e cambiare soltanto i comprimari, in altri frangenti si sceglieva di sostituire tutto il cast con attori che parlassero bene la lingua di destinazione, quello che è successo con Dracula del 1931, dove gli stessi set venivano usati di giorno per girare il film in inglese con Bela Lugosi e, nottetempo, la sua versione spagnola con Carlos Villarìas.

    Due scene a confronto di Dracula (1931) nella sua versione americana con Bela Lugosi e la versione in spagnolo

    Stesso film, stessi set, attori e lingue diverse

    Nel caso invece che gli interpreti americani rimanessero gli stessi, questi dovevano leggere da lavagne poste fuori campo sopra cui venivano scritte foneticamente le battute in lingua straniera. Ciò vuol dire che gli attori leggevano frasi scritte approssimativamente “come si dovevano leggere”, senza conoscere la lingua e quindi senza sapere veramente ciò che dicevano, scena per scena.
    Così fu infatti per Laurel & Hardy, che girarono tra il 1930 e il 1931 le versioni “fonetiche” di alcuni cortometraggi (nonché un lungometraggio) in spagnolo, tedesco, francese… e italiano.

    Ecco un esempio tratto dalla versione ri-girata in spagnolo (ed espansa) di Chickens Come Home (1931), intitolata Politiquerìas dove è possibile vedere Oliver Hardy che recita in spagnolo.

    Sono certo che anche quelli di voi non ferratissimi in spagnolo avranno notato il forte accento americano. Ebbene, immaginate dunque che qualcosa di molto simile fu ciò che si poteva sentire nei cinema del Bel Paese quando uscì da noi la versione ri-girata per il mercato italiano del loro primo lungometraggio, Pardon Us (1931), qui intitolata Muraglie.
    Sì, immaginate e basta! Ad oggi questa versione “alternativa” del film è considerata perduta. Stesso destino è presunto per Ladroni, versione italiana del corto Night Owls (1930).

    Il resto, per usare un cliché già vecchio ai tempi di Gutenberg, è storia. L’accento straniero fece ridere gli italiani che videro Muraglie, e qualche anno dopo arrivò il doppiaggio e con esso il film Fra’ Diavolo nel quale, per la prima volta i loro personaggi vengono chiamati “Stanlio” e “Ollio”, sensatamente direi, perché la storia era ambientata proprio in Italia. Da allora Laurel & Hardy vennero sempre doppiati con accento straniero e si chiamarono sempre Stanlio e Ollio, anche se l’ambientazione non era più italiana.

    Per approfondimenti sulla storia delle voci italiane, rimandiamo a questi due ottimi articoli: Introduzione alla storia delle voci di Stanlio e Ollio (di Andrea Ciaffaroni, 2012) e La vera storia delle voci italiane di Stan Laurel e Oliver Hardy (di Antonio Costa Barbè, 2000).

    La pratica del doppiaggio con accento straniero si è estesa perfino ai film in cui Oliver Hardy recitava senza Laurel e il personaggio non era per niente (nella versione originale del film in questione) quello di “Ollie”; non solo dando la voce e l’accento buffo di Sordi a un personaggio che non li richiedeva, ma arrivando anche a chiamarlo “Ollio” e a stravolgere completamente il copione, come nel caso del film Zenobia (1939) poi ri-titolato per il mercato italiano Ollio, sposo mattacchione (nel quale gli dà la voce Carlo Croccolo). Un vecchio caso di titolo italiota e sequel apocrifo!

    Locandina italiana del film Zenobia (1939), intitolato in italiano come Ollio sposo mattacchione

    In questo film Hardy interpreta il dottor Henry Tibbett, medico condotto in una commedia ambientata ai tempi della guerra civile americana. La distribuzione italiana ha pensato bene di chiamarlo Ollio Hardy, di affiancargli una moglie che parla come Stanlio e di inserire la foto dell’amico magro nell’album di famiglia. Ah, e non dimentichiamo gli schiavi neri ghe barlano gozì, badrone, che in un doppiaggio del dopoguerra erano ancora considerati cosa normale.

    Nel film Il ritorno del kentuckiano (1949) poi si è voluti affiancare “Ollio” addirittura a John Wayne, quando in realtà il personaggio interpretato da Oliver Hardy si chiamava semplicemente “Willie”. Ormai Oliver Hardy e il suo personaggio “Ollio” erano un’entità unica e inseparabile… in Italia.

    Il doppiaggio “buffo” per tradizione è continuato fino ai giorni nostri quando, in ultimo, Mediaset richiamò nel 2008 il duo Ariani e Garinei, che aveva già prestato le voci ai S&O negli anni ’80, per doppiare il film I maestri di ballo (1943), il cui doppiaggio storico è andato perduto.

    Qui vorrei tirare una riga immaginaria con la matita. Perché è arrivato il momento di parlare della eventuale uscita italiana di questo tanto atteso film biografico su Laurel & Hardy, un progetto dalla lunga gestazione che finalmente sta vedendo la luce. Inutile dire che tutti i fan e gli appassionati sono in attesa e fiduciosi, vista la risposta ampiamente positiva al trailer. Resta l’incognita italica dell’adattamento e del doppiaggio i quali, qualunque sarà la direzione intrapresa, si porteranno dietro non pochi problemi.

    Stan & Ollie (2018) coming soon poster

    Stanlio e Ollio nel film biografico del 2018

    Chi conosce le voci originali di Laurel e Hardy può constatare con piacere che Coogan e Reilly, a giudicare dal trailer, hanno fatto un eccellente lavoro di ricalco vocale.
    Il film, da quello che si sa già, parlerà del periodo finale della loro carriera di coppia e della loro relazione personale lontano dalle cineprese. Nell’ottobre del 1953 Stan Laurel e Oliver Hardy si imbarcano in quello che sarà il loro terzo e ultimo tour teatrale nel Regno Unito, terminato bruscamente a causa di un improvviso malore di Hardy nel maggio del 1954.

    Una pellicola biografica, dunque, che si suppone drammatizzerà, romanzerà e dipingerà, magari con qualche libertà artistica, la vicenda umana di due persone veramente vissute. Ci si aspetta momenti in cui si sorride, ma lungi dunque dal voler essere una commedia “slapstick”.

    Cosa aspettarci dalla versione italiana di questo film?

    Tutto ciò che si sa, per il momento, è che la distribuzione sarà di Lucky Red (secondo il sito Mymovies) quindi si deve presumere per forza di cose che il titolo “tradotto” che troviamo su IMDb (Stanlio e Ollio) sia venuto da loro ma altri dettagli su una versione italiana non sono pervenuti, tutti i siti di informazione hanno semplicemente riportato il trailer (al momento soltanto in inglese, senza sottotitoli) facendo poi un copia&incolla di notizie generali sul film e ripetendo ciò che già sappiamo.

    Non ci è dato di sapere a questo punto se il titolo italiano sia definitivo o provvisorio, messo lì intanto per battere un po’ il tamburo e svegliare chi potrebbe essere interessato all’uscita del film. Non ci è dato neanche di sapere, ancora, che linea prenderà l’adattamento dei dialoghi e il doppiaggio, e dunque se anche in questo film biografico faranno capolino i vecchi accenti “buffi”, anche solo per le scene in costume.

    Immagine dal film Stan and Ollie (2018), Stanlio e Ollio in posa

    Opinione di chi scrive è che sarebbero assolutamente fuori posto in un film come questo, rappresentano ormai un anacronismo, una tradizione della quale non tutti ricordano l’origine e che ormai si è ridotta a una catena di imitazioni dell’attore che lo ha preceduto, sempre più sbiadite. E, ad ogni modo, sarebbero un madornale errore di tono all’interno di quello che, a tutti gli effetti, vuole essere comunque un film “serio”. Allo stesso tempo c’è il problema della nostalgia che in Italia è legata indissolubilmente al doppiaggio con voci buffe.

    Chiunque concorderà con il fatto che non potranno farli parlare in modo macchiettistico anche nelle scene “fuori dal set”, ma c’è sempre la possibilità che li doppino con i familiari accenti inglesi nelle scene in cui Coogan & Reilly sono “nel personaggio”. Non è una prospettiva così lontana perché ancora oggi, come è stato rimarcato spesso su questo stesso blog, quando si vuol indicare un cambio di codice, la risposta più veloce e semplice per il doppiaggio italiano è usare un accento, che sia esso straniero o regionale. Vedasi per esempio il controverso caso de Il concerto di Radu Mihăileanu: un film che nasce bilingue, parlato sia in francese che in russo. La maggior parte degli interpreti parla appunto in russo, e i comprimari in francese. Allora per quale ragione si è dato l’italiano standard ai francesi, e l’italiano accentato in russo ai russi? Forse la spiegazione sta nel fatto che i russi in questo film rappresenterebbero “gli stranieri” in Francia e quindi il codice vorrebbe indicare “l’altro”, ma resta il fatto che il risultato sia grottesco perché questa operazione è stata fatta nel 2009 e non in piena guerra fredda con gli ufficiali sovietici che domandano a Totò se è veramente lui l’ammiraglio Canarinis.

    È forse giunta l’ora di scrollarci di dosso queste abitudini? Sarà ormai superato il trovare “buffo” l’accento straniero di una persona che si sforza di parlare nella nostra lingua?

    Stan & Ollie, poster del film su Stanlio e Ollio, in uscita nel 2018

    L’opinione fuori dal coro

    Chi scrive ha imparato la lingua inglese grazie, in primo luogo, proprio a Stan & Ollie, avendo avuto la curiosità, più di dieci anni addietro, di andarmi a cercare i loro film in lingua originale. Imparando l’inglese ho imparato ad amare questa coppia comica che, come tanti della mia generazione, avevo comunque conosciuto in televisione, in film doppiati in italiano e spesso attraverso copie super tagliuzzate, sbiadite, col contrasto a mille o magari colorate male al computer; e voglio che sia chiaro, apprezzo i doppiaggi italiani dei loro film… ne apprezzo molti ma non tutti (quelli anni ’80 in particolare sono di un trash puro quindi chi ama Stanlio e Ollio in italiano dovrebbe sempre specificare esattamente quali film include nella sua lista di adattamenti da difendere). Conoscendoli più approfonditamente in lingua originale però ho compreso che effettivamente non avrebbero bisogno di questi accenti per essere divertenti, erano due “clown” che facevano uso (venendo dal cinema muto) principalmente del linguaggio fisico.

    A proposito dei doppiaggi anni ’80 di Stanlio e Ollio, se il nostro amato Evit scoprisse la qualità degli adattamenti anni ’80 firmati da un tale Guido Leoni, fautore di molti infausti adattamenti televisivi “italioti” (La tata è uno dei suoi, ma anche Pappa e ciccia), potrebbe dare un nuovo nome al suo dolore.

    Il fatto che le loro voci originali abbiano funzionato è stata la loro salvezza a cavallo tra il 1928 e il 1930 perché tanti loro colleghi non riuscirono a fare il salto al sonoro. In lingua originale ci hanno dato tantissime battute memorabili, ma resta il fatto che Stan & Ollie possono essere visti anche senza il sonoro e fanno cascare lo stesso giù il teatro dalle risate!

    Provate però a proporre a un fan italiano di Stanlio e Ollio di sentirli doppiati “normali”. Vi dirà che nessuno li vuole così o al peggio vi chiamerà “stupìdi”.
    E posso anche capirlo, so benissimo di essere un fan atipico, una voce fuori dal coro tra gli appassionati del duo comico, in minoranza, specie perché realizzare nuovi (ulteriori) doppiaggi delle vecchie comiche con il pretesto di doppiarli “normali” sarebbe sempre una operazione bislacca vista l’età di questi film. D’accordo, lasciamo in pace i doppiaggi storici (e magari impegniamoci a preservarli e restaurarli ove ancora possibile) ma, per quanto riguarda il nuovo film, direi che quella dell’accento “buffo” è una tradizione che possiamo lasciarci alle spalle, e salutare con un bell’arrivedorci!

    John C. Riley nei panni di Oliver Hardi che saluta con un arrivedorci. Photo by Joan Wakeham/REX/Shutterstock (8595101y) John C Reilly 'Stan and Ollie' on set filming, Bristol, UK - 10 Apr 2017

  • Independence Day: Rigenerazione – L’adattamento italiano che non risorge

    Independence day rigenerazione, locandina con vignetta che chiede rigenerazione di cosa?
    No, seriamente, rigenerazione di cosa? Quando sono uscito dal cinema il mio iniziale dubbio sul titolo era ancora lì. Rigenerazione di cosa? Apriamo il dizionario:

    1 Azione e risultato del rigenerare o del rigenerarsi, spec. di tessuti animali o vegetali distrutti: la r. dei tessuti consente la cicatrizzazione delle ferite
    SIN. riproduzione

    Mmh, non ricordo tessuti animali distrutti che venivano rigenerati.

    2 Rinvigorimento: un buon farmaco ricostituente è quello che ci vuole per la tua r.
    || fig. Rinascita, rinnovamento spirituale e morale: r. dal peccato; r. civile e morale del popolo

    Mmh, sicuramente gli alieni avranno avuto un rinnovamento morale e spirituale pensando di poter riprendere la Terra ma non mi sembrava proprio un elemento così importante da dedicargli il titolo del film.

    3 RELIG. Stato di grazia spirituale che si ottiene, per i cattolici mediante il battesimo, per i protestanti attraverso l’accettazione del vangelo

    Che gli alieni tornino sulla Terra per essere battezzati? Hanno trovato il Vero Dio? Ma sono protestanti o cattolici?

    4 TECN. Trattamento di una sostanza logorata o alterata dall’uso al fine di riportarla alla sua primitiva efficienza: sottoporre un materiale al processo di r.

    Mmh, no.
    Insomma il sottotitolo tradotto in italiano non ha senso. Vediamo cosa significa “resurgence“:

    Rinascita, ripresa, ritorno, revival.
    Es. “Le cause di questo ritorno della malaria sono riconducibili all’uomo”

    Insomma, è uno di quei casi dove  persino un banalissimo “Independence Day – Il ritorno” avrebbe avuto più senso, perché è esattamente ciò che significa resurgence.
    Independence Day – Rigenerazione è un titolo incomprensibile prima di andare a vedere il film e resta incomprensibile anche dopo averlo visto. Paradossalmente, il titolo sarebbe stato più chiaro a molte più persone se fosse rimasto in inglese, non pensavo che avrei mai potuto arrivare ad un’affermazione simile.
    Anche la trama ufficiale del film è stata riportata ovunque con un ingenuo errore di traduzione:
    ingenuity tradotto come ingenuità invece di ingegnosità
    Se il film in italiano inizia con queste premesse, l’adattamento di Marco Guadagno, colui che vedo come il yes-man dei grandi distributori americani (sua la firma sull’adattamento di Captain America: Winter Soldier), non delude, regalandoci un prodotto perfettamente in linea con altri pasticci moderni.

    adattamento italiano di Independence Day 2

    L’adattamento… se di adattamento si più parlare

    È chiaro ormai che chi lavora ai cosiddetti blockbuster (non la catena di negozi), in primis il direttore di doppiaggio e il dialoghista, ha spesso le mani legate da scelte che altri fanno per loro e che gli vengono imposte.
    Quindi non mi sorprende affatto la presenza dell’ennesimo termine immodificabile per questioni di marketing (o qualunque altro inutile motivo ne sia la scusa): la nave “harvester” deve rimanere così anche in italiano, punto. Senza contesto, senza spiegazioni. I ragazzini giocano ai videogiochi e sanno già che cosa significa (forse), non rompete le scatole voi vecchiardi che nel 1996, già da adulti, avete visto Independence Day, cazzi vostri che in vent’anni non vi siete aggiornati e non avete ancora capito che l’inglese può capitarvi tra capo e collo in qualsiasi momento mentre parlate in italiano con altri italiani (si percepisce la mia ironia? Bene). Dagli Stati Uniti dicono che non si può cambiare perché harvester è già un marchio registrato ed è un peccato sprecarlo adattandolo con altre parole non di proprietà intellettuale della Fox, e poi i cartonati delle action figures sono già in stampa con quella parola… insomma va lasciata così anche in italiano.

    Idem con la parola “blaster” eh, basta lamentarsene! E poi ha già un precedente famosissimo e innegabile con Star Wars 7 – Il risveglio della forza, quindi ormai è una parola con pedigree, accettabilissima in qualsiasi contesto sebbene in Italia non la usi nessuno nel parlato quotidiano. Troglodita chi non la accetta. Torna a zappare, Evit, che hai osato parlar male dell’adattamento di “Star Wars 7”.

    Foto di una mietitrice

    L’harvester con cui Evit torna alla terra

    E pensare che avevo iniziato a guardare il film con pieno ottimismo verso l’adattamento italiano! Ci avete voluto lasciare i motori con il fusion drive? Benissimo! Tanto ci fanno vedere subito in cosa consiste (una specie di spintona come l’iniezione di protossido di azoto per le auto – vedi Fast & Furious, Mad Max) e il contesto aiuta. I dialoghisti italiani, per testare le vostre conoscenze di inglese, insieme a fusion drive ci lasciano anche l’hard drive, cioè due tipi diversi di drive, entrambi facilmente sostituibili con eleganza in lingua italiana ma perché sforzarsi, giusto? Il primo inteso come “spinta”, il secondo drive invece lo conoscete già, è l’abbreviazione di “hard disk drive” che oggi non va più di moda chiamarlo hard disk ma si è deciso di cambiare tipo di abbreviazione colloquiale e adesso è hard drive. Sì, l’interrogazione finale verterà anche su questi argomenti.

    Come sempre, e non mi stancherò mai di dirlo, è il contesto che rende un termine inglese accettabile in un film e di dubbio gusto in un altro. Volete chiamare le armi aliene blaster anche in italiano? Bene, ho capito che oggi in italiano non si adatta più niente (a volte non si traduce nemmeno più) e in questo film tale scelta è comunque meno grave che in Star Wars 7 dove la tecnologia che sentiamo nominare aveva già un adattamento stranoto per il quale uno spettatore potrebbe anche esigere una cosetta da niente che forse avrete sentito nominare qualche volta, mi pare si chiami CONTINUITÀ. Nel precedente Independence Day non si parlava delle armi aliene (sono una novità di questo nuovo capitolo) quindi c’è stata carta bianca sull’adattamento di questo termine e, in linea con lo stile moderno, non si è adattato il termine. OK. Vedete che non sono così vetusto? Mi va bene, mi va bene.

    Va bene, va tutto bene!

    Va bene, va tutto bene!

    Passiamo alla prossima lamentela da vetusto pedante quale sono.

    Le informazioni contenute nell’hard drive di un misterioso dispositivo alieno, si poteva tranquillamente dire che fossero contenute nella sua memoria ad esempio, che poi è la soluzione più elegante a prova di obsolescenza tecnologica ma anche in questo caso vaaaaaaa bene! Va tutto bene! Si è deciso di lasciare hard drive? Bravi! Mi va bene, mi va bene, mi va be-ne [tic nervoso agli occhi]! Ma il problema in quella frase è un altro. In inglese lo scienziato parla di “proverbial hard drive” che non è, come invece hanno avuto il coraggio di tradurlo, adattarlo e doppiarlo: “il suo famoso hard drive“. Quella è la traduzione a cui potrebbe giungere chi traduce con google. Chi conosce veramente l’inglese invece riconoscerebbe che “proverbial” è usato in maniera insolita per indicare una cosa che non è propriamente un hard disk come lo intendiamo noi ma che di fatto lo è, quindi era un hard disk “di fatto”, il suo “cosiddetto” hard disk, non certo un hard disk “famoso”! Ma che cazzo stiamo sentendo?

    A concentrarsi solo sulle parole inglesi ci si dimentica che le frasi italiane dovrebbero avere anche un senso. Nessuno infatti durante tutto il film aveva sentito parlare dell’hard disk di quel marchingegno alieno, quindi l’hard disk non aveva nessuna reputazione e nessuna fama, viene letteralmente introdotto dal nulla come “il famoso hard drive”. Prego, gettate cacca in direzione dello schermo.

    Reazione di Jeff Goldblum in Independence Day 2

    La mia reazione

    Vogliamo ritornare a parlare della nave harvester? No? E invece sì.

    Ricordate quando parlavo del contesto? Di come certe scelte possono essere ancora accettabili e altre meno, di come ad esempio blaster è ancora accettabile qui in Independence Day ma non altrettanto accettabile in Star Wars 7, ricordate? L’ho detto un attimo fa.
    Ebbene, “nave harvester” qui non ha alcun senso, porcaccia di quel dio alieno infame!

    Spieghiamo brevemente il contesto: un misterioso dispositivo tecnologico alieno (che ricorda la nave di 2001: Odissea nello Spazio e mille altri film di fantascienza dal 1968 fino a Oblivion passando per la Guida Galattica per Autostoppisti) ascoltava le conversazioni umane decifrandone il linguaggio in modo da poter finalmente comunicare con noi in maniera comprensibile, nel nostro caso doveva parlare agli americani, quindi in lingua inglese. Semplice, no? Logica vuole che in questo complesso mondo del doppiaggese si trasli tutto ciò alla lingua italiana. Semplice, no? No. La scelta di fargli dire “nave harvester” è insensata nel contesto.
    Abbiamo dunque un alieno che decifra la lingua inglese (per noi doppiato in italiano) e, una volta acquisita, si rivolge agli scienziati parlando loro in inglese, che viene giustamente doppiato per noi in italiano ma con una commistione di italiano e parole anglosassoni? Ma che cazzo stiamo sentendo?

    La reazione dell'attore Brent Spinner in Independence Day 2

    La mia reazione

    Sulla carta, l’ordine dei supervisori americani “harvester ship deve rimanere nave harvester” è purtroppo quanto di più ordinario avvenga nel doppiaggio italiano di questi tempi, almeno per i grandi film hollywoodiani, ma in certe occasioni (come questa) va proprio a stridere con l’intero concetto di adattamento introducendo un vero e proprio cortocircuito di insensatezza. Non aiuta che lo stesso androide alieno insista su questo concetto parlando anche di regina harvester nella nave harvester. Bleah! Abbiate pietà di noi poveri spettatori italioti.

    La regina aliena in Independence Day 2

    La regina dei raccolti

    E dire che stavano andando così bene, con il programma di difesa Earth Space Defense tradotto in italiano (Difesa Spazio-Terra o qualcosa del genere) e con un cast di doppiatori niente male a parte il droide-palla alieno che sembrava l’annunciatrice sarcastica del videogioco Theme Hospital, ma in generale tutti capaci; per eventuali lamentele sulla piattezza di alcune interpretazioni rifatevela con lo stile di interpretazione-fotocopia che per svariati motivi impera da una quindicina d’anni.

    Nota curiosa: il ragazzo che interpreta il figlio di Will Smith sembra sia riuscito a riprodurre molto bene il modo di recitare di Will Smith, una piccola accortezza da parte dell’attore di cui ovviamente non avrete neanche il minimo sospetto guardandolo in italiano, ma ci sono qui io a togliervi dubbi e interrogativi che non sapevate neanche di avere.

    La prima mezz’ora insomma procede senza problemi lessicali, poi si comincia con piccole cose come “la devastazione sull’East Coast sarà incalcolabile” e “iniziare il countdown simultaneo” che da sole non danno alcun fastidio sebbene siano di facile traduzione e lasciare questi termini in inglese non porta nessun significato addizionale (cioè, lo fate tanto per! E vabbè, se è di moda… contenti voi). Peccato però arrivare a fine film con qualche calco dall’inglese di troppo, un paio di enormi scelte insensate e quella idiozia dell’hard disk famoso, roba che non sentivamo più da decenni, da epoche passate in cui comunque l’errore umano non era facilmente risolvibile con una ricerca su internet perché internet non c’era, oggi invece si può e in tempi inferiori al minuto… sempre a patto di sapere cosa si stia cercando. È quello il guaio, la ricerchina su internet aiuta fino ad un certo punto, oltre c’è bisogno di gente che l’inglese lo conosca per davvero. Lo stesso vale per altre lingue.


  • Videocommento a Trancers (1984) e alcune note sul titolo e sul doppiaggio

    Vi avevo promesso dei contenuti tappabuchi per il periodo estivo ed ecco il prossimo, un nuovo episodio della serie “i videocommentatori” che pubblichiamo su YouTube. In questo episodio, io e il mio compagno di visioni brutte, Petar, ci siamo visti Trancers (titolo originale Ninja III – The Domination), uno dei film più pazzi prodotti della Cannon di Golan-Globus.

     

    Due parole sul titolo e sul doppiaggio di Trancers

    Come molti dei film della Cannon, anche questo Trancers ha un doppiaggio curato dal fu Claudio Razzi, già noto per scelte di adattamento piuttosto disastrose (THX-1138 e Space Vampires sono tra le sue vittime più note da queste parti) e sempre arricchite dal suo dipendente preferito, Claudio Capone, che ovviamente trova posto anche nel doppiaggio di questo film.

    Dal punto di vista dell’adattamento, per fortuna, non troviamo drammi degni di questo blog, perché con film non fantascientifici Razzi se la cavava abbastanza decentemente, l’unico elemento inconsueto che è forse quel “campo da golf comunale” (che in America non trova proprio corrispettivi) e poi, ovviamente, l’invenzione del titolo Trancers!

    Non so quanto questa sia attribuibile a Razzi stesso ma l’alterazione dei titoli dà poco fastidio quando almeno si degnano di giustificarla all’interno del film, come per fortuna è avvenuto in questo caso. Difatti la narrazione apre proprio con la necessaria spiegazione del titolo italiano, dove “trancers” è il nome usato per descrivere una speciale setta di guerrieri ninja immortali che possono essere uccisi solo da altri trancers (e implicitamente si capisce che hanno anche la capacità di trasferirsi in altre persone qualora questi siano fisicamente uccisi da chiunque non sia un ninja come loro).

    “Trancer” era un termine abbastanza di moda all’epoca e deriva ovviamente dalla “trance“, lo stato psicofisiologico, che in quegli anni andava di moda associare anche allo spiritismo. In breve, trancer, stava ad indicare un individuo capace di trasferire se stesso nel corpo di qualcun altro. La trama verte proprio intorno a questo e trovo che il titolo italiano sia anche più adatto di quello originale. Difatti, il titolo americano non ha mai avuto molto senso per il pubblico statunitense in quanto non esiste nessun film chiamato semplicemente Ninja né tanto meno è mai esistito un Ninja II, bensì si tratta di un successore spirituale di altri due film a tema ninja della Cannon di Golan-Globus:
    enter the ninjaNinja_la_furia_umana_83
    L’Invincibile Ninja (Enter the Ninja, 1981) con Franco Nero, diretto da Menahem Golan stesso, e Ninja la furia umana (Revenge of the Ninja, 1983), dello stesso regista di Trancers.
    Lo stesso sottotitolo, the domination, non è chiaro a cosa voglia far riferimento… la dominazione di cosa? Una domanda che si sono posti ironicamente anche i ragazzi di Redlettermedia nell’episodio della serie “Best of the Worst” in cui compariva questo film (se capite l’inglese e vi piacciono i “film brutti”, vi consiglio caldamente di seguire l’intera serie).
    Indubbiamente avrebbe avuto più senso un Ninja III – The Possession, vista l’evidente ispirazione (per non dire “plagio”) dei film a base di possessioni demoniache (in particolare L’esorcista) ma, come tutti i film Cannon, anche questo non prende ispirazione da un solo film, piuttosto fa un mix inedito di vari successi di quel periodo, di generi più disparati (in questo caso Flashdance, L’esorcista e Poltergeist sembrano gli ingredienti principali).

    Se volete saperne di più della Cannon Films e del loro pazzo modo di produrre film, vi consiglio caldamente il documentario intitolato Electric Boogaloo: The Wild, Untold Story of Cannon Films, che potrete sicuramente trovare sottotitolato in qualche sito pirata di vostra preferenza. Solitamente sarei l’ultima persona al mondo a consigliare di rivolgervi alla pirateria ma purtroppo se non sapete l’inglese e necessitate di sottotitoli in italiano, al momento non c’è altro modo di vedere quello che secondo me è uno dei documentari sul cinema più interessanti mai realizzati, insieme a Jodorowsy’s Dune. Quando uscirà anche in italiano vi assicuro che vi consiglierò un acquisto legale, per ora non ci sono altre vie.

    Non posso non consigliarvi anche la lettura delle spassose recensioni di questi film sul blog Malastrana VHS di Andrea Lanza:

    Oggi sono in vena di consigli quindi aggiungo anche una lettura consigliata, un saggio essenziale (dal costo irrisorio di 0,99 euro) del blogger italiano Lucius Etruscus dedicato ai Ninja, tra cinema e realtà: NINJA – Un mito cine-letterario.
    Buona visione e buona lettura a tutti.

    enter the ninja2

  • Abortiamo o lo teniamo? L'adattamento italiano di "Sopravvissuto – The Martian"

    sopravvissuto1
    Rispondo subito alla domanda che vi gira per la testa, sì, il titolo Sopravvissuto non mi dispiace di per sé, ma ahimè questo non è il titolo del film, infatti dovrei dire che Sopravvissuto non mi dispiacerebbe se fosse il titolo del film, ma il titolo del film è Sopravvissuto – The Martian ed è sbagliato per molte ragioni.
    Vogliamo partire dal fatto che mettere il titolo originale come sottotitolo sia una brutta abitudine in voga nell’ultimo decennio? Brutta abitudine semplicemente per via della nostra poca familiarità con questa forma di titolazione, s’intende. Certo non ci sono regole scritte su come titolare un film per la distribuzione italiana e, negli ultimi anni, abbiamo visto questi tentativi post-moderni di reinventare lo stile di titolazione, con un titolo italiano seguito da quello originale che viene però usato come sottotitolo… questo contro la consuetudine e, perché no, la logica, che vorrebbe un titolo solamente in italiano oppure, in alternativa, il titolo originale seguito da un esplicativo sottotitolo in italiano.
    themartianVogliamo sottolineare come il titolo del romanzo pubblicato in Italia fosse L’Uomo di Marte? Non mi pare per niente un brutto titolo.
    Vogliamo evidenziare come il tentativo di dare al film un titolo italiano (“Sopravvissuto”) venga totalmente vanificato dalla scelta di lasciare il titolo originale (“The Martian”) come sottotitolo? Vanificato perché tutti parleranno di questo film chiamandolo solamente “The Martian”, e quindi il “Sopravvissuto” a che serve se non a fare un autogol verso la coraggiosa scelta commerciale di dargli anche un titolo italiano? Coraggiosa per essere nel 2015, intendiamoci. Non avrebbe avuto più senso allora chiamarlo solo Sopravvissuto? Era l’occasione buona di rispolverare antiche tradizioni, ma si sa, ai tempi dell’internet sulla tazza del cesso poi si rischia di confondere i bambini di tutte le età che si solleverebbero al grido di “perché non chiamarlo semplicemente Il Marziano? Mapecché in Italia cambiano sempre i titoli? Pecchépecché??? Maledetti!”.
    Insomma tutta questa smenata ve l’ho scritta per dire semplicemente che è inutile e controproducente proporre un titolo come Sopravvissuto – The Martian, dove un coraggioso titolo IN ITALIANO (ripeto, coraggioso per il 2015) viene vanificato dall’uso del titolo originale come sottotitolo. A questo punto o usate solo quello originale, “The Martian”, o solo quello italiano, “Sopravvissuto”, oppure la più familiare e logica forma moderna del titolo originale e sottotitolo italiano: The Martian – Sopravvissuto. L’inverso non serve assolutamente niente.

    L’adattamento

    Passiamo alle note dolenti, l’adattamento del film. Qui vado a memoria perché l’ho visto qualche giorno fa al cinema e non ho intenzione di rivederlo almeno per i prossimi due anni, non perché sia un film brutto ma semplicemente non è di quei film che esigono una seconda visione, quindi non sarà una recensione dettagliata sull’adattamento di Massimo Giuliani (che ritroviamo sia ai dialoghi che alla direzione del doppiaggio) ma solo una breve osservazione pesata.
    Sorvolo rapidamente sul fatto che alcune delle voci scelte per il doppiaggio italiano siano state a mio parere scelte male o, probabilmente, solo “dirette” male (e si vocifera che sia Ridley Scott stesso ad avere l’ultima parola sulla scelta dei doppiatori). Sorvolo su questo argomento perché, e chi mi segue da molto tempo lo sa bene, tendo il più possibile ad evitare opinioni puramente estetiche e personali sul doppiaggio, limitandomi agli errori contenuti negli adattamenti (questi sì incontrovertibili). Quindi che Edoardo Purgatori faccia un pessimo accento teutonico sul suo personaggio tedesco è opinione puramente personale! Che la voce di Rossa Caputo sulla donna in sala controllo della NASA sia troppo adolescenziale, anche quello è puramente personale!
    Avevo altre lamentele puramente personali ma adesso me le sono dimenticate. Meglio così.
    Ciò che invece non ricade nell’opinione personale ma nella triste verità è l’uso, anzi, il NON uso dell’italiano. Perché quando nei primi minuti sento cose come…

    A che livello si abortisce?
    Abortiamo, è un ordine!

    …beh, questo non è italiano.
    Non è italiano neanche quando sentiamo:

    Alle 7 Central Standard Time
    Alle 7 Central Time.

    Certo, quando si parla della NASA e volendo dare un realismo al film (come del resto accadeva anche in Apollo 13), è accettabile e normale che si sentano parole come Mission Control, ma l’ora nel fuso orario americano “CST” che senso ha? E, soprattutto, è davvero necessaria? Ancora peggio poi, l’uso di parole come “abortire” come traduzione di “abort” che, invece, esige di essere tradotto come “annullare” o “interrompere“! Cos’è, gli astronauti nel futuro prossimo parlano per senso figurato?
    Se già l’adattamento di Interstellar di Marco Mete ci aveva abituati all’idea che, per ragioni più o meno giustificabili, persino i migliori, nel mezzo di doppiaggi altrimenti immacolati, possono finire per usare parole come airlock, Mad Max Fury Road di Valerio Piccolo ci aveva rimesso sulla retta via, ricordandoci la filosofia fondante di questo mio blog, ovvero che il buon doppiaggio italiano si… può… FA-RE! e dobbiamo esigerlo, sempre.
    E anche se si trattasse di quel solo caso sopra menzionato, un buon doppiaggio non può avere ben due battute sull’abortire una missione. Non può.
    abortiamo

  • TITOLI ITALIOTI: Un’occasione da Dio

    Un'occasione da Dio, locandina italiana a confronto con il poster originale di Absolutely Anything
    Terry Jones, ex-membro dei Monty Python, quest’anno porta al cinema un film con Simon Pegg chiamato Absolutely anything, in cui altri membri del gruppo comico britannico Monty Python, in veste di extraterrestri, conferiscono al protagonista il potere di fare qualsiasi cosa egli desideri. Nel trailer c’è anche un cane che siede a tavola e nella locandina porta gli occhiali in posa comica.

    È l’occasione in Italia di spacciare questo titolo come un film appartenente alla serie iniziata con Una settimana da Dio (Bruce Almighty, 2003) e proseguita con Un’impresa da Dio (Evan Almighty, 2007) in cui Morgan Freeman, in veste di Dio, conferiva poteri e responsabilità divine a Jim Carrey e Steve Carell rispettivamente.
    Così Absolutely Anything viene distribuito da noi come Un’occasione da Dio… e sapete una cosa? Non ho verificato e potrei sbagliarmi ma voglio scommettere che questo film è distribuito in Italia dalla Eagle Pictures.
    Perché, vi chiederete, mi passa per la testa questo pensiero bislacco e apparentemente casuale? Perché un uccellino mi disse una volta che l’individuo che nel 2004 si inventò il titolo di Se mi lasci ti cancello come versione italiana di Eternal Sunshine of the Spotless Mind, adesso lavora alla Eagle Pictures.
    Se fosse vero si parlerebbe comunque solo di prove indiziarie e niente più… andate voi a controllare nel trailer italiano, a me non interessa.

    In ogni caso voglio ricordare che la filosofia del marketing è di vendere un prodotto a più persone possibili, con tutti gli artifici possibili. Un film, agli occhi dei distributori e dei produttori (ma anche dei registi, a meno che non si parli di gente tipo Jodorowsky), è un prodotto da vendere. Quindi, così come avviene in America, anche in Italia i titoli vengono scelti da chi li distribuisce perché il loro unico scopo è di attrarre più persone possibili al cinema, perché l’arte senza qualcuno che la paga rimane solo un hobby. Per questo esistono i “se mi lasci ti cancello” (in quanto all’epoca andavano di moda le commedie romantiche che erano immediatamente identificabili con quel genere di titolo) e per questo esistono le “occasioni da Dio”.
    Così va il mondo. Vuol dire che la cosa debba piacerci? No. Lamentatevi quanto vi pare, ne avete facoltà.

     


    Se vi piacciono i “titoli italioti”, scopritene altri nella rubrica apposita.

  • TITOLI ITALIOTI: Happy Days – La Banda dei Fiori di Pesco

    Nel 1977, oltre a Guerre stellari, in Italia arrivò un altro prodotto americano, la serie televisiva Happy Days… e fu subito successo. Proprio questo successo spinse i distributori italiani ad abusare dei propri poteri per vendere un film qualsiasi spacciandolo per un film legato alla serie.

    I padroni di Flatbush? Mmh, no. Meglio HAPPY DAYS - BEGINS

    “I padroni di Flatbush”? Mmh, no. Meglio “HAPPY DAYS – BEGINS”


    È il caso di The Lords of Flatbush, del 1974, nel cui cast compare Sylvester Stallone e Henry Winkler (l’attore che interpreta Fonzie in Happy Days) e che fu distribuito in Italia solo nel 1979 dalla Impegno Reak con il titolo di Happy Days – La Banda dei Fiori di Pesco. E di impegno ce ne sarà voluto veramente poco per inventarsi un titolo simile.
    HAPPY DAYS - IL FILM

    HAPPY DAYS – IL FILM… ma anche no.

    Happy Days, il primo titolo italiota

    Il film parla di una gang di scansafatiche italo-americani di fine anni ’50, uno dei membri di questa banda è il personaggio interpretato da Henry Winkler, si chiama Butchey Weinstein ma nel film doppiato in italiano (leggo su Wikipedia) ha un soprannome molto particolare, sicuramente una pura coincidenza eh… il suo soprannome è Fonzie! Come se fosse un “prequel” della nota serie televisiva per famiglie. The Lords of Flatbush in realtà uscì in America dopo la prima stagione di Happy Days. In Italia venne doppiato invece soltanto dopo il successo della suddetta serie. La locandina stessa sottolinea la presenza di Fonzie con lo slogan “Fonzie vi dice…“, con il quale Fonzie, in maniera pietosa, implora il pubblico italiano di andare a vedersi questo film (“veniteci a vedere”).
    Inoltre, per giustificare l’esistenza di tale titolo, sul finale il narratore dice “Happy days, amici. Happy days!“, anche se da come è recitato non è chiaro se sia un augurio per il futuro o una descrizione nostalgica dei giorni passati. Forse non lo sapevano neanche loro, ma da qualche parte dovevano dirlo questo “happy days”. Una presa di culo finale per lo spettatore italiota che aveva ormai pagato il biglietto ed era rimasto seduto fino alla fine del film nonostante avesse già capito che non si trattava di un antefatto della serie televisiva, bensì di una becera mossa commerciale per staccare biglietti.
    provaci
    A questo punto mi domando se il “fiori di pesco” del titolo (traduzione di “Flatbush”, un area di Brooklyn a New York) non faccia riferimento alla canzone di Battisti (“Fiori rosa di pesco”), un successo di qualche anno prima (1970)… così, tanto per riuscire a vendere ancora meglio un prodotto altrimenti quasi invendibile.
    Questa strategia commerciale ha fatto fesso persino il mio critico cinematografico preferito, Mereghetti, il quale lo descrisse come la prima volta di Winkler nei panni di Fonzie

    Happy Days la banda dei fiori di pesco, recensione dal dizionario dei film Mereghetti

    C’è cascato pure il Mereghetti


    Non avendo visto il film per intero non saprei dirvi se il doppiaggio faccia mai riferimento ai “fiori di pesco” del titolo. Sarebbe veramente inusuale se avessero tradotto in italiano il nome di un quartiere di Brooklyn… ma non sarebbe neanche la prima volta.

    Il secondo titolo italiota

    Probabilmente vergognatisi di quel primo fallimentare tentativo di imbrogliare i fan italiani della serie Happy Days, dal 1984 in poi, il film viene rilasciato nuovamente da altre case di distribuzione non meno sfacciate (Taurus Cinematografica, Capitol International Video, Columbia Tristar Home Video) che lo adottarono con un nuovo titolo “Brooklyn Graffiti” e nelle nuove locandine fecero leva più sulla presenza di Stallone (nel frattempo diventato super star) che sulla presenza di Fonzie.
    Adesso infatti non è più “Fonzie vi dice…” bensì “Sylvester Stallone vi dice…“.

    Locandina datata 1984 (immagine rubata da eBay)

    Locandina datata 1984 (immagine rubata da eBay). Qualcuno ha dimenticato di mettere uno spazio dopo la virgola di “giovani” e ne ha messo uno di troppo tra “risse” e il punto esclamativo.


    Il titolo è un ovvio richiamo ad American Graffiti di George Lucas ed è più adeguato, perlomeno. Anche questo film, infatti, appartiene a quel filone esploso negli anni ’70 che faceva leva sulla nostalgia di fine anni ’50 perché coincideva proprio con gli anni in cui erano adolescenti gli sceneggiatori del tempo. American Graffiti e Grease forse sono i prodotti più memorabili di un filone molto abusato in quegli anni. L’Italia, in ritardo cronico, arriva a questo filone soltanto diversi anni più tardi con pallonate tipo Sapore di mare (1983) di Vanzina che, se vi interessa sapere, sembra essere arrivato anche all’estero con titoli quali Time for loving (USA) e Gelati und Amore (Germania). Quale sia stata poi l’effettiva distribuzione è difficile da verificare.
    Sylvester Stallone, quasi scritto nelle stesse dimensioni del titolo

    “Sylvester Stallone”, quasi scritto delle stesse dimensioni del titolo

    Piccola curiosità da Antoniogenna.net: Flavio Bucci ha doppiato Stallone in questo film. Lo stesso aveva già doppiato Travolta in Grease e La Febbre del Sabato Sera (almeno nei loro doppiaggi originali) ed era anche il doppiatore di un personaggio secondario della serie Happy Days, Potsie.

    Piccola curiosità aggiuntiva da Wikipedia: Stallone fu pagato in t-shirt per recitare in questo film.

     

    Titolo italiota bonus: I ragazzi di Happy Days

    sweater-girls-movie-poster

    Operazione simile fu compiuta per Sweater Girls (1978) che ricevette il titolo di I Ragazzi di “Happy Days” o, per essere più precisi, il titolo intero sarebbe I ragazzi di “Happy Days”: le ragazze pullover (ma con la seconda parte del titolo scritta in caratteri minuscoli tipo contratto di Willy Wonka), incentrato su un gruppo di ragazze adolescenti che formano un club chiamato The Sweater Girls, “le ragazze in pullover” appunto, con l’obiettivo di preservare la propria verginità. Unico nesso con “Happy Days”, l’ambientazione nostalgia-anni ’50.
    i ragazzi di happy days
    Quando nel poster italiano trovate scritto “HAPPY DAYS” a caratteri cubitali e trovate la raffigurazione, in primo piano, di un ragazzo giacca di pelle-e-capelli alla Fonzie (per giunta a cavallo di una motocicletta!), potete stare tranquilli… è la distribuzione italiana che sta cercando di buttarvelo in culo. Quasi come tutti i film di Bruce Lee che nel titolo italiano avevano Bruce Lee, nel poster italiano avevano Bruce Lee ma nel film non c’era Bruce Lee.

    L’origine del personaggio di Fonzie

    Concludo con una curiosità sul personaggio di Fonzie visto che Sylvester Stallone sostiene che Henry Winkler abbia alterato il personaggio di Fonzie in Happy Days imitando sempre di più lo stile che aveva invece il personaggio di Stallone in The Lords of Flatbush. Ciò significa che, ad un certo punto della sua carriera, Stallone possa aver visto la foto Henry Winlker vestito da Fonzie in una guida televisiva ed aver esclamato…
    io già un paio di anni fa in The Lords of Flatbush interpretavo un personaggio molto ma molto simile. Il look della giacca di pelle, modestamente, prima di lui ce lo avuto io…
    stallone1(semi-cit.)