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  • Punto di non ritorno (Event Horizon, 1997) – Liberate tutemet ex VV.S. Andersonis

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    Punto di non ritorno (Event Horizon, 1997) in italiano è un curioso assortimento di esempi positivi su come adattare bene i dialoghi per il cinema di fantascienza ed esempi negativi su come non si dovrebbe tradurre e adattare un copione, regalandoci così allo stesso tempo errori faciloni vecchio stile e perle per i posteri.
    Iniziamo con il dire che questo film rientra nei limiti di un’epoca nella quale ancora non era comune l’abuso di termini superflui in lingua inglese come maschera del provincialismo, del conformismo e sintomo di una scarsa conoscenza delle lingue (come ben spiegato in questo articolo in lingua inglese). Il suo adattamento italiano, sebbene non privo di errori e traduzioni dubbie, non pecca di un uso scorretto del linguaggio… la lingua parlata nel film è effettivamente “italiano” (oggi, 20 anni dopo, questa osservazione non è poi così ovvia) e da quel punto di vista caga in testa a qualsiasi The Martian, Captain America, Star Wars della Disney, etc… difatti we’re aborting non diventa “abortiamo” come accadeva in The Martianoverride e airlock non rimangono “override” e “airlock” anche in italiano come abbiamo sentito in Interstellar (una delle poche cose di cui peccava); persino offline non rimane all’inglese ma trova un suo corrispettivo funzionale alla trama con “non più attive”… eppure, guarda un po’, il film è riuscito a riportare ugualmente il loro significato nella nostra lingua con estrema naturalezza perché non sono elementi intraducibili come qualcuno potrebbe credere oggi, nel 2017, a neanche vent’anni di distanza.
    Stabilito dunque che in questo film doppiato si parli un italiano plausibile e non un calco dei dialoghi in lingua inglese, privo anche di termini lasciati in inglese con la scusa d’essere “tecnici”, vediamo quali sorprese ci riserva l’adattamento di Punto di non ritorno e cominciamo, come sempre, dal titolo.
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    Un titolo bivalente in entrambe le lingue

    Il titolo originale, Event Horizon, non è un nome casuale assegnato dagli sceneggiatori all'(astro)nave fantasma che funge da ambientazione per il film. Il nome fa riferimento ad un concetto della relatività generale riferita ai buchi neri, l’orizzonte degli eventi che su Wikipedia in lingua inglese viene descritto in parole povere (in layman’s terms) come the shell of “points of no return“, i punti oltre i quali l’attrazione gravitazionale diventa così grande da rendere la fuga impossibile, anche per la luce. I buchi neri sono l’argomento principe nel film dato che il motore della nave Even Horizon sfrutta proprio i buchi neri (creati artificialmente) per viaggiare oltre i confini della galassia. [È curioso notare che nei dialoghi originali qualcuno chieda a Sam Neill di spiegargli il concetto proprio in “layman’s terms”… richiesta che dopo porterà alla battuta “Fuck layman’s terms, do you speak English? / Parole povere un cazzo, potrebbe parlare come noi?”]
    event-horizon-singularityÈ adesso chiaro che la scelta del titolo non è così casuale come potrebbe apparire di primo acchito a molti ma, al contrario, è stata ben ponderata e mira a riportare un doppio senso nel titolo: se in originale questo includeva sia il nome della nave che il concetto fisico relativo ai buchi neri, in italiano (e direi molto appropriatamente) il titolo fa sia riferimento al concetto fisico dell’orizzonte degli eventi che ad un più generico “punto di non ritorno”, che ben si adatta al genere horror. Simili sforzi sono lodevoli se valutati oggi, nell’era di titoli sputacchieri alla CaPTain America. Direi che i paesi di lingua spagnola si siano impegnati molto meno con la loro nave de la muerte, sebbene abbiano ingarrato perfettamente il corretto sottogenere horror, cosa per altro ben spiegata in questo approfonditissimo articolo del nostro blog amico Il Zinefilo, vero ispiratore della mia analisi sull’adattamento.

    L’adattamento

    Seppur in generale molto buono e con dialoghi che non sono mai traduzioni letterali (nel 2017 questa sola frase potrebbe concludere la mia analisi), l’adattamento rimane un po’ altalenante purtroppo.
    A volte frasi secondarie e tutto sommato inutili vengono cambiate con altrettanta inutilità, come hats off in the tank (niente cappelli nelle vasche) – detto dal capitano prima di togliere il cappello ad un membro dell’equipaggio che lo stava ancora indossando mentre entrava nella “vasca ionica” – che diventa “apri il portello delle vasche“(?). Altre volte i dialoghi tendono alla semplificazione (probabilmente per questioni di tempi del labiale), già nei primi 5 minuti infatti troviamo espressioni colorite (molto comuni negli horror americani di quegli anni) che con una traduzione diretta avrebbero confuso lo spettatore: “I haven’t got more than my hand in weeks” (letteralmente: “non ho avuto altro che la mia mano nelle ultime settimane”) diventa più comprensibilmente “sei settimane senza sesso“.
    Altre volte ancora la presenza di battute è intuibile solo dalle espressioni degli attori, come quando la spalla comica di colore (altro elemento tipico degli horror di quell’epoca) dice ad un collega in procinto ad uscire in esplorazione: “oh, calmo, calmo, dimentichi la valigetta“, mentre invece in inglese recitava “caro, caro, dimentichi la valigetta” (honey, honey, don’t forget your briefcase!), una frase stereotipata da moglie casalinga anni ’50 che aiuta il marito a prepararsi ad andare a lavoro. E non si capisce infatti perché in italiano l’altro debba ridere visto che effettivamente poi gli viene passata una valigetta con la strumentazione.

    In generale l’adattamento se la cava bene con il gergo da piloti spaziali e, come ho già accennato, risulta privo di inglesismi superflui laddove anche “are off-line” diventa “non sono più attive” e dove non ci sono “airlock esterni” (outer airlocks) bensì “ingressi esterni” ma alcuni piccoli momenti offrono occasione di dire “eh, cosa?”:
    Originale: We have a lock on Event Horizon’s navigation beacon.
    Doppiato: Stiamo ricevendo il riflesso luminoso della Event Horizon.

    Eh, cosa? Avete tradotto navigation beacon come “riflesso luminoso” invece di “radiofaro”? Mai visto Alien e Aliens a cui questo film si ispira PESANTEMENTE, tanto da esserne quasi una fotocopia? (tranne nei momenti in cui diventa “Hellraiser in space” ovviamente)

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    Quando controllano le bombole di refrigerante ancora funzionanti (sempre ad emulazione di una scena in Alien) uno esclama “shot!” per tutte quelle che trova vuote o, suppongo, non funzionanti. In italiano esclama “chiuso” sebbene non ne capisca bene il motivo della scelta di questa parola, sarebbe stato più chiaro un “andato” (o “vuoto”) per ciascun cilindro che scarta gettandolo per terra. La parola shot era anche già stata utilizzata in una precedente frase dove si parlava di filtri di CO2 “the CO2 filters on the Event Horizon are shot” che in italiano era riportata come “i filtri di CO2 della Event Horizon sono saltati“, quindi dire “chiuso!” non ha proprio alcun precedente nei dialoghi.
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    L’allarme di prossimità, il proximity warning, viene enunciato come manovra di aggancio (eh, cosa?).
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    Ribadisco di non voler dare l’impressione che il gergo tecnico sia costantemente sbagliato, tutt’altro! Il film brilla in moltissimi momenti, è proprio per questo che le piccole sviste risaltano ancora di più.
    Quando in inglese viene accennata la “singolarità” (singularity), ad esempio, in italiano si parla di eccentricità (eh, cosa?). Non c’è dubbio che alla fine degli anni ’90 questo termine associato ai buchi neri fosse ancora sconosciuto ai più, difatti soltanto da pochi anni ha cominciato a farsi strada tra le masse anche in Italia, proprio grazie al cinema di fantascienza. Negli Stati Uniti il termine singularity è generalmente più noto e da molto più tempo ma di solito viene usato nei film quasi fosse una parola magica da buttare lì, in mezzo ai dialoghi, per fare linguaggio tecnico con poco e, sebbene non sia automaticamente sinonimo di “buco nero”, di solito nei copioni lo diventa. In questo film però il termine è usato volutamente come “parolone” quando Sam Neill (il fisico a bordo) deve fare la gag della spiegazione tecnica che nessuno degli altri personaggi (e degli spettatori) può capire:
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    “Si usa un trattenitore di campo magnetico per mettere a fuoco un fascio luminoso di gravitoni in modo che pieghino lo spazio tempo conformemente alla legge della dinamica tensiva di Weyl, finché la curvatura dello spazio-tempo non diventa infinitamente grande producendo un’eccentricità…”
    Insomma, non sappiamo a cosa si riferisca quell’eccentricità ma forse è proprio questo il punto… non serve saperlo, anzi, non DOVETE saperlo! Poco dopo infatti arriverà la spiegazione “per tutti” che nomina i buchi neri con l’esempio del foglio di carta piegato su sé stesso e attraversato da una penna (Interstellar, non pensavi mica di passarla liscia), quindi tutto sommato non perdiamo niente da questa curiosa sostituzione di singolarità con eccentricità, ma con la prima forse il film in italiano sarebbe risultato ancora più attuale oggi.
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    Continuando con le alterazioni degne di nota…

    Il “drive” che tanto fa fantascienza

     Il mio più grande problema con le scelte di adattamento di questo film ruota intorno al termine “drive” che, in generale, si riferisce ad un tipo di propulsione, letteralmente una spinta. Già dall’inizio, il film ci introduce al suo vocabolario fantascientifico e sentiamo parlare di astronavi normali spinte da una “ion drive” e della sperimentale “gravity drive” che invece spinge la Event Horizon attraverso buchi neri.
    Il problema è la scelta italiana di tradurre quel drive come trasferitore (eh, cosa?). Abbiamo dunque un trasferitore ionico (ion drive) ed un trasferitore gravitazionale (gravity drive)… ma cosa trasferisce esattamente? Potremmo dire che, trattandosi di fantascienza, trasferirà ioni (???) in una maniera a noi sconosciuta e quindi insondabile ma che in qualche modo fa funzionare quella tecnologia, praticamente l’equivalente di un motore a cosi ionici, è fantascienza… che ce ne frega, giusto? Ma il “drive” non è poi così insondabile e di difficile comprensione per gli americani, è semplicemente una “propulsione”. Ricordate la propulsione silenziosa (silent drive) di Caccia a Ottobre Rosso? Anche quella era tecnologia fantascientifica ma di significato immediatamente comprensibile e avrei preferito che lo fosse anche qui. Una propulsione ionica e una propulsione gravitazionale non sfigurerebbero affatto nei dialoghi italiani di Event Horizon. Peccato fu deciso di tradurlo con un “coso” invece.
    I fan del film mi potranno dire: e che dire delle grav tanks che diventano vasche ioniche? In questo caso non c’è un errore e, anzi, ci dimostra che chi ha lavorato alla versione italiana è stato molto attento alla trama. Le vasche nelle quali l’equipaggio dormiva durante tutto il viaggio, come viene spiegato nel film, servono ad annullare gli effetti dell’accelerazione dovuta alla spinta della propulsione ionica (scusate se non la chiamo “trasferimento ionico”) che altrimenti schiaccerebbe l’equipaggio alla partenza e all’arrivo. Quindi sono le vasche da usare durante la spinta ionica… “vasche ioniche”. È un’ottima trovata con un suo lato pratico: abbrevia ottimamente la frase italiana che altrimenti sarebbe dovuta essere con tutta probabilità “vasche gravitazionali”, di lunghezza veramente eccessiva per qualcosa di così breve come “grav tanks”
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    Ma passiamo alla vera supposta spaziale. Pronti? Occhio che arriva….
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    Ahia!

    Il latinorum spaziale

    In un blog in cui parlo di traduzione dall’inglese all’italiano è curioso che mi ritrovi a parlare di latino. Nel film sentiamo una registrazione audio che inizialmente viene scambiata come richiesta di aiuto e solo successivamente viene correttamente interpretata come un messaggio di avvertimento (tutti i riferimenti ad Alien sono puramente casuali). In questo caso il messaggio non è alieno ma è in latino, quindi in teoria è il genere di situazione che dovrebbe facilitarci durante l’adattamento italiano… e non portare al suicidio della logica.
    Liberate me (ex inferis)“, sembra recitare il messaggio in inglese, molto disturbato e smozzicato anche dopo un’ardua pulitura tramite magici filtri audio. La rivelazione arriva dopo quando si scopre che in realtà il messaggio diceva “libera tutemet (ex inferis)“, salvatevi dall’Inferno. Sebbene la frase originale già fa discutere in quanto a correttezza del latino stesso, in italiano si va oltre.
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    Un fan di Terenzio

    Nel doppiaggio italiano il messaggio dice chiaramente (e forse più correttamente) “liberate vos“, ma il nostro traduttore della domenica, il personaggio che riconosce il latino laddove nessun esperto sulla terra era riuscito nell’impresa, ci sente erroneamente “liberate me“, che poi traduce agli altri come salvatemi. Un momento di raccoglimento… Sicuri che non avrebbe dovuto sentirci “liberate nos” e quindi tradurlo con salvateci? Perché sarebbe giustificabile scambiare vos con nos in un audio disturbato e giustificare il colpo di scena che arriva a tre quarti del film.
    Questa è la situazione:
    MESSAGGIO REALE / MESS. PERCEPITO (lingua originale)
    Libera tutemet / liberate me
    ______
    MESSAGGIO REALE / MESS. PERCEPITO (doppiato)
    Liberate vos / liberate me
    ______
    Come sarebbe dovuto essere…
    MESSAGGIO REALE / MESS. PERCEPITO (doppiato)
    Liberate vos / Liberate nos
    Come nos/vos possa essere scambiato con “me” non è chiaro, la spiegazione secondo me è solo una: l’unico di loro che parlava latino era anche sordo come una campana… in italiano. Il labiale chiaramente NON era il problema principale visto che nella rivelazione finale il “liberate me” della traccia audio inglese diventa tranquillamente altro.
    .
    Insomma, al latino da cono in testa dietro la lavagna degli americani ci aggiungiamo anche del nonsenso tutto italiano? La frittata è completa.
    ____________________
    In conclusione, un adattamento decisamente interessante. Peccato solo per quella frase in latino e per qualche altra scelta dubbia, perché per il resto rimane veramente un lavoro esemplare con ottimi interpreti.
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  • Blog tour: 30 anni dall'uscita italiana di Aliens

    L’apprezzamento dei miei due articoli, uno sull’adattamento di Alien (1979) e un altro su Aliens (1986), da parte dei fan della serie mi ha trascinato nella celebrazione congiunta con altri blogger per il trentennale (proprio oggi) dell’uscita italiana di Aliens di James Cameron. Prima di fare il tour di raccomandazioni, una breve nota.
    bishopIl mondo si divide in due categorie, quelli che amano di più Alien di Ridley Scott e quelli che amano di più Aliens di James Cameron; io sto tra i primi ma mentirei se non vi dicessi di aver destinato centinaia di ore anche a ripetute visioni di Aliens.
    Per me Aliens però è il genere di film da amare in segreto, senza dichiararlo in pubblico, per paura di trovare altri fan… perché il fan di Aliens, diciamocelo, è di solito un po’ squilibrato, tipicamente possiede una cornucopia di statuine dei personaggi del film, orride mani stupratrici sugli scaffali, spesso anche in forma di peluche, DVD della saga contenuti in aberranti cofanetti raccogli-polvere a forma di alieno, magliette nere con ristampe di Giger con cui si presenta la domenica a pranzo dai nonni e non si fa mancare neanche il pupazzetto con la testa a molla sul cruscotto dell’automobile. I più hipster collezionano anche le action figures dei primi anni ’90, quelle della Kenner che dovevano uscire insieme al cartone animato poi cancellato ma che ci ha portato personaggi assurdi come Bishop che praticamente è un Terminator con il mitragliatore da Predator.
    I peggiori poi si vestono da alieno o da marines.
    Infine ci sono quelli come me che segretamente sognano tutto ciò e snobbano i precedenti ma si fanno tutte le foto possibili e immaginabili quando vedono uno in costume oppure i gadget del film.

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    Tali individui, i più malati, sono gli stessi che poi acquistano costosi orologi vintage della Seiko e ancor più rare scarpe della Reebok di serie limitatissime… ma mi dicono che dovrei parlare di altri blogger e dei loro articoli a tema Aliens quindi iniziamo questo blog tour innanzitutto con una bella auto-celebrazione, ovvero con i miei scritti riguardanti questo film:

    • Il mio articolo sull’adattamento italiano di Aliens (1986), corredato dei tipici fumetti…

    Ease down!

    • …e l’episodio della serie “critica alla critica”, datato ma sempre valido, con la più celebre fonte di recensioni vaticane (“Segnalazioni cinematografiche”) in cui l’autore descrisse Aliens di James Cameron come mortalmente noioso e ripetitivo.

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    Si passa dunque ad altri blog con Italian Pulp Movie Posters – Locandine italiani d’annata dove il blogger Lucius Etruscus ci porta una storica rassegna di ritagli di giornale dell’epoca. Eccone un esempio dal titolo in puro stile cronaca locale:
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    Non sarei io se non vi facessi notare la stupidità del titolo di questo pezzo, per come è scritto potrebbe far intendere che una donna, particolarmente avversa al film Aliens, si sia armata e abbia fatto il diavolo a quattro per protestare contro il film. Avrà sparato ad un’anteprima?
    Sempre Lucius nel suo Il Zinefilo ci porta una reclame del film registrata nel 1992, oltre ai suoi ricordi personali.
    Ci spostiamo dunque ad un altro blog che mi suggeriscono, il Cumbrugliume, dove, con l’articolo ri-escono dalle fottute pareti!, l’autore invita alla riscoperta di questo grande classico.
    Non manca in questo tour un articolo del critico cinematografico più tronfio del web, il Gerliotti, su Il Gerliotti – Il cinema ripensabile [link qui].
    E come ciliegina sulla torta vi consiglio l’approfondimento di Cassidy sul suo blog La Bara Volante, che ormai è patria delle migliori retrospettive sui film di tre decadi fa.
     
     

  • #AlienDay 26/4 (o 4/26?)


    Il reparto vendite della 20th Century Fox ha decretato che oggi è la giornata mondiale della saga di Alien, o #AlienDay (se vi chiedete “ma perché oggi?” ve lo spiego nei commenti dato che si tratta di una cosa così scema da non necessitare di ulteriore spazio o approfondimenti. Suggerimento: riguarda la data di oggi scritta all’americana), e per festeggiarla ci anticipano che nel prossimo Alien 5 il regista Blomkamp (Chappie, Elysium) stuprerà anche il personaggio di Newt (because fuck Alien3!).
    Per festeggiare insieme a Doppiaggi Italioti vi invito a scoprire (o riscoprire) i miei articoli sugli adattamenti italiani di Alien (-> Alien (1979) – L’alieno è siliconato) e di Aliens (-> Aliens – scontro finale (1986)) e per l’occasione vi ricordo che spariamo scemenze anche su Twitter (@doppita) e, controvoglia, persino su Facebook.
    Quindi buona giornata mondiale di Alien che serve ad alimentare la campagna pubblicitaria delle prossime porcate, ehm, capolavori indiscussi di Scott e Blomkamp.

  • Aliens – scontro finale (1986)

    Kane
    È cosa poco nota che l’adattamento di questo film soffra, in alcuni (pochi) momenti, di scelte non ben ponderate dove il significato di certe battute risulta chiaro solo con il copione originale alla mano. In questo articolo analizzerò l’adattamento italiano di Aliens – Scontro finale per filo e per segno. Pronti? Via!

    Guardia costiera galattica

    There goes our salvage
    Iniziamo col botto: la primissima battuta di questo film è tradotta male!
    Vediamo la navicella di Ripley alla deriva che viene abbordata da una nave più grande. Strumenti robotici sondano l’interno della navicella mostrandoci che Ripley è ancora ibernata nel tubo criogeno. Entra dunque una squadra di umani a constatare che la nostra protagonista risulta essere ancora viva ed il loro “leader” esclama:

    Well, there goes our salvage, guys.”

    (Traducibile come: “beh, possiamo dire addio al nostro recupero“)
    Nel doppiaggio italiano è stato invece tradotto con la frase:

    …e anche questo salvataggio è fatto“.

    Perché la frase italiana non funziona?

    Per come è messa, lo spettatore è portato a pensare che i salvatori di Ripley appartengano ad una sorta di guardacoste dello spazio che salva i naufraghi alla deriva. Hanno appena salvato l’ennesimo naufrago perso nello spazio, giusto? Così viene da pensare sentendo “e anche questo salvataggio è fatto“!
    In inglese non ci sono dubbi invece, si tratta di una squadra che recupera per profitto relitti abbandonati nello spazio profondo [nell’universo immaginario della serie di Alien vige una sorta di legge marittima e le (astro)navi abbandonate sono di chi le ritrova]. Il fatto che Ripley sia ancora viva dentro il suo tubo criogeno significa che la squadra di recupero non potrà appropriarsi legalmente del relitto e che la loro operazione li ha lasciati a mani vuote per questa volta. C’è del disappunto nelle parole del “leader” della squadra di recupero quando recita la sua battuta.
    In italiano invece c’è un tono di soddisfazione “e anche questo salvataggio è fatto!”.
    Avranno confuso “salvage” con salvataggio? “Salvage” è il relitto da recuperare, più precisamente è “il recupero del relitto” stesso e che, purtroppo per loro, è andato a farsi benedire perché, trovando una persona ancora viva a bordo della nave, significa che non ne potranno reclamare la proprietà. Forse la frase era troppo breve per permettersi di dire altro? Difficoltoso far passare il significato originale in poche parole (la battuta dura infatti mezzo secondo)? Chissà.
    Nella scena successiva verrà rivelato alla protagonista, Ripley, che è stata molto fortunata ad essere stata ritrovata da una “squadra di salvataggio” (“deep salvage team” in originale), forse squadra di “recupero” sarebbe stato più appropriato ma oramai lo spettatore italiano pensa agli eroi della guardia costiera spaziale e perlomeno sono stati coerenti nell’adattamento, il che è sempre cosa da elogiare.

    Questi momenti ambigui lasciano un po’ sorpresi considerando chi ha lavorato a questa pellicola:

    DIALOGHI ITALIANI: SERGIO JACQUIER
    DIREZIONE DEL DOPPIAGGIO: MARIO MALDESI

    Posso solo immaginare che siano stati limitati dalla eccessiva brevità di molti dei termini anglosassoni… deep salvage team non può essere tradotto altrettanto brevemente quando già solo con il termine  “deep” si intende “spazio profondo”, tanto per intenderci.
    Sia chiaro, sono scelte che non alterano la trama in minima parte ma visto che sono qui a fare una dettagliata lista delle alterazioni del doppiaggio di questo film consentitemi di lasciarmi andare alla minuziosità.

    Kane o Krane?

    Il defunto Kane
    Quando Ripley parla del defunto Kane (personaggio del primo film interpretato da John Hurt), in italiano il nome è pronunciato “Krane” e letto quindi “crein” invece che “chein”, se non lo ripetesse due volte di fila non ci avrei neanche fatto caso:

    Krane, un membro dell’equipaggio… Krane che entrò in quella nave disse di aver visto migliaia di uova là, migliaia!

    Ma è solo una piccola svista della eccellente doppiatrice di Sigourney Weaver, oppure no? Il nome viene ripetuto errato anche successivamente, in una sequenza completamente diversa del film, quando Ripley racconta la sua storia ai Marines e dice:

    Krane sembrava rimesso“.

    Ma chi è ‘sto Krane? Che ci sia stato un errore di battitura a monte del processo di traduzione? Una volta o due l’errore può scappare, ma TRE VOLTE vuol dire che qualcuno lo ha trascritto male sul copione destinato alla doppiatrice. Purtroppo dubito che qualcuno ne possegga ancora una copia per verificare l’ipotesi del refuso.
    Kane

    Testolina di lisca… per non dire altro!

    il gatto Jonesy
    In italiano, prima di imbarcarsi nella pericolosa avventura che la riporterà sul pianeta alieno, Ripley dice al suo gatto:

    e tu, testolina di lisca… tu resti qui.”

    Una frase che strappa una risata di tenerezza fin quando non andate a sentire la battuta originale:

    and you, you little shit-head, you’re staying here.”

    Chiamare il proprio gatto “testolina di merda” strappa una risata, ma di altro genere. È come se avesse detto “e tu merdina… tu resti qui”. Il gatto la guarda con un’indifferenza che solo i gatti possono sfoderare contro gli umani che li prendono in giro.

    Ripley la drammatica

    Vasquez
    Durante l’incontro con i Marines coloniali, Ripley descrive la sua esperienza con la creatura aliena ma il discorso si dilunga portandola ad essere emotiva, allora la macho-soldatessa sudamericana del gruppo la interrompe:

    Escucia muchacha, io ho bisogno de sapere solo una cosa… Donde esta!

    Al che Ripley, con espressione greve, le dice: “spero che tu ce la faccia, con tutto il cuore“.
    Ho sempre pensato che questa risposta fosse un po’ esagerata da parte di Ripley, come a dire “spero che tu ce la faccia a sopravvivere”. Per altro tale frase sarebbe anche fuori luogo, perché dovrebbe sperarlo con tutto il cuore dato che non le conosce nemmeno queste persone (i marines)? Mai mi sarei sognato che la frase significasse altro! Difatti scoprendo poi il film in lingua originale, molti anni dopo, ho capito il significato inteso di questa risposta. In inglese:

    Vasquez: “Look man, I only need to know one thing… Where they are!
    Ripley: “I hope you’re right, I really do”

    Tanto per intenderci la risposta di Ripley significa “spero che tu abbia ragione, lo spero davvero”. E per “aver ragione” intendeva “aver ragione sulla facilità con cui i Marines credono di poter affrontare gli alieni”.
    La frase italiana va dunque reinterpretata alla luce di questo dettaglio e significa in pratica “spero che tu ce la faccia (…a fare ciò che hai appena detto di poter fare con tanta facilità)”. Non proprio una frase immediatamente comprensibile se non alla luce del copione originale. Forse l’avremmo capita meglio con qualcosa tipo “spero che sia così semplice”.

    Vasquez, aliena o immigrata clandestina?

    Nella stessa scena dello “spero che tu ce la faccia” c’è una battuta molto celebre e molto citata nel mondo anglosassone in cui il soldato semplice Hudson sfotte Vasquez; in inglese lo sfottò ricade sulle sue origini “clandestine”, in italiano invece sulla sua poca femminilità:

    Hudson: “Somebody said “alien” she thought they said “illegal alien” and signed up!
    Vasquez: “Fuck you, man!

    In italiano:

    Hudson: “qualcuno ha detto “salviamo i coloni“, lei ha capito “vi diamo i coglioni” e si è arruolata subito“.
    Vasquez: “Fatte fottere, amigo!

    In questo caso si tratta di un ottimo adattamento e di un cambiamento giustificatissimo. Negli Stati Uniti illegal alien” significa “immigrato clandestino quindi, secondo lo sfottò di Hudson, Vasquez aveva sentito la parola “alien” nella pubblicità per l’arruolamento nei Marines e, pensando che si riferisse a lei in quanto clandestina, si era arruolata subito (presumibilmente per ottenere la cittadinanza americana, cosa che accadeva normalmente nella guerra di Corea e Vietnam).
    In italiano si mantiene la rima e si cambia necessariamente la battuta. Bravo Maldesi, le battute ti riuscivano sempre bene (Frankenstein Junior docet).
    StopIllegalAlienInvasionBanner(1)

    Bishop, androide a sorpresa ma non più di tanto

    Bishop
    L’androide Bishop (Lance Henriksen) rivela la sua identità non umana solo dopo essersi accidentalmente tagliato con un coltello, lo scorrimento del freudiano sangue bianco allerta Ripley della sua identità. Se non fosse stato per questo incidente, il pubblico, così come Ripley, non avrebbe avuto altri indizzi per scoprirlo. Agli italiani però piace la pappa pronta e al posto di una voce calda e “umana” come quella che Bishop ha originariamente (a suggerire la natura benevola del personaggio), con il doppiaggio italiano abbiamo invece una fredda voce “metallica” perché, si sa, in Italia niente fa più “robot” di una bella voce metallica o, in alternativa, di una bella recitazione robotica come quella di Boba Fett nell’Impero Colpisce Ancora.

    “On-line” negli anni ’80

    informatica degli anni '80
    Durante la sortita dei Marines coloniali nel “nido” alieno sentiamo il controllo missione dire “su linea” come traduzione di “on-line”. Mi sento sciocco e anagraficamente vecchio a doverlo specificare ma questo non è un errore come alcuni credono. Negli anni ’80 e fino agli inizi del 2000 non era insolito sentire tradotti termini informatici che oggi giorno passano direttamente in inglese. Pensate che agli inizi dell’era informatica “domestica” la situazione era quasi opposta, si usava l’italiano a sproposito con traduzioni sconsiderate come “direttorio” per “directory“.

    I punti di forza dell’adattamento italiano

    Dopo le poche lamentele un po’ di elogi. Il film doppiato non manca di brillare in diversi momenti:

    Glauco Onorato doppia il sergente dei Marines

    Glauco Onorato
    Glauco era di quei doppiatori che riusciva a rendere divertente qualsiasi personaggio per il solo modo di recitare. Non a caso ha reso memorabili e ha contribuito alla fama di attori come Bud Spencer in innumerevoli film e Danny Glover in Arma Letale con il suo celebre “ehi Riggs!“. Qualsiasi battuta lui doppiasse diventava automaticamente divertente e la sua interpretazione del sergente in Aliens non è da meno. È curioso come ad Onorato venissero puntualmente assegnati attori di colore: Mister T in Rocky 3, Danny Glover in Arma Letale, Bill Duke in Due nel mirino, Fred Williamson in Dal Tramonto All’Alba, poi ancora Sidney Poitier, O.J. Simpson (sì sì, il famoso O. J. Simpson… ), Yaphet Kotto in 007 e tanti, tanti altri attori di colore.
    Un altro doppiatore da complimentoni è Stefano De Sando che dà la voce al caporale Hudson (Bill Paxton) caratterizzandolo in maniera altrettanto memorabile di quanto lo fosse in originale, quasi tutte le sue battute sono spassose parimenti alle frasi originali.

    Qualche battuta di Aliens risulta più divertente in italiano

    Come ad esempio:

    Sergente Apone
    Hudson: “ehi sergente, ti cadono le labbra a fumare quelli” (riferito ai sigari)

    Che in inglese era:

    Hey Sarge! You’ll get lip cancer smoking those!”

    Il “cancro al labbro” fa meno ridere rispetto al “ti cadono le labbra”, la nostra infatti è una battuta molto affine alla cultura linguistica italiana dove la caduta di parti del corpo, di medievale memoria, suscita automaticamente ilarità.
    Successivamente, il sergente (di Glauco Onorato) urla: “scattare, scattare, scattare… Ahhh, assolutamente belve! In gabbia belve!” (aprendo la porta del blindato per far entrare i soldati) che in inglese era “absolutely badasses! Let’s pack them in.“. L’espressione impacchettiamoli (“let’s pack them in”) non continua la battuta che lo precede come accade invece in italiano. Mi è sempre piaciuta quella della gabbia per belve, merito ovviamente dei ritocchi di Jaquier ai dialoghi e di Onorato al doppiaggio del sergente.
    Game-Over-Man-Game-Over
    Ce ne sono molte altre di battute che fanno sorridere un pochino di più in italiano e altre che invece sono meno memorabili di quelle originali nel mondo anglosassone (“game over, man!” è certamente più celebre del nostro “fine dei giochi!“, culturalmente parlando), ma in generale rimane il fatto che l’intero film goda di un buon adattamento e di un buon doppiaggio.

    Ripley la dura di comprendonio

    Ease down!
    Dopo l’eroico salvataggio dei Marines da parte di Ripley, il caporale Hicks chiede a Ripley di fermre il blindato, ormai distrutto, ripetendo ben quattro volte la frase “ease down!” (tradotto nel film in italiano con “rallenta!“). Il dialogo in inglese mi è sempre sembrato ridondante mentre in italiano è stato “aggiustato” in questo modo:

    Ease down! – Su rallenta per favore
    Ease down! – Rallenta
    Ease down! – (muto)
    Ease down! – (muto)

    Negli ultimi due “ease down!” il caporale è o di spalle o di profilo ma si può comunque notare il labiale. Comprendo l’alterazione del dialogo e anche le frasi omesse poiché in originale fa un po’ ridere che la stessa richiesta sia ripetuta quattro volte senza variazione di formula… lo so che c’era tensione e probabilmente rispecchia ciò che accadrebbe anche nella realtà ma in un film funziona un po’ meno. Ce lo vedo Michael Biehn che legge il copione e guarda Cameron incuriosito: “devo dirglielo QUATTRO volte di rallentare?”.
    Facendo una piccola parentesi che c’entra poco col doppiaggio… da eroe degli anni ’80, Michael Biehn adesso sembra un senza tetto che arrotonda la pensione firmando autografi alle convention di fantascienza, alle quali si presenta non di rado ubriaco e di mal umore. Avrà ricevuto un pugno da Mario Brega che lo ha rispedito a fare il gelataro a New York? Non mi sorprenderebbe di vederlo al Lucca Comics tra pochi anni.

    Alieni fotti-madre!

    aliens commodore64
    Ricordate il mio articolo sulle traduzioni italiane della parolaccia “motherfucker“? No? Andatevelo a rileggere (Quelle parole intraducibili). Nella famosa sequenza di questo film dove gli alieni irrompono nella stanza dal controsoffito, il soldato Hudson apre il fuoco urlando “die motherfucker, die!!!“, tradotto in “crepa maledetto!” (si può dire che se non altro hanno mantenuto la “m” iniziale). Se avete letto il mio articolo sulla parola intraducibile sapete come la penso in merito: sono traduzioni non solo necessarie ma persino benvenute e che richiedono di essere “adattate” caso per caso e qui il “maledetto” al posto di “motherfucker” ci sta benissimo, non è una traduzione diretta ma ne coglie perfettamente e funzionalmente l’intenzione “finale”.
    Allo stesso modo è stata tradotta la celebre battuta di Ripley la quale, quando affronta la regina, dice:

    Get away from her… you BITCH!

    Nonostante la difficoltà di un labiale spietato, questa frase è stata sostituita in maniera magistrale da:

    Stai lontana da lei… MALEDETTA!

    In questo caso il labiale, necessariamente imperfetto, ha lo strano effetto di intensificare l’espressività dell’esclamazione in italiano, dove Ripley infatti sembra così infuriata da urlare “maledetta” aprendo la bocca poche volte ma mostrando molto i denti. Quando questo genere di “operazione” nel doppiaggio funziona, funziona alla grande. Un esempio simile è il “merda!” alla fine del film Io e Zio Buck dove John Candy in realtà dice “shit!” ma il labiale è così differente da diventare quasi parte di un’espressione comica facciale.

    Il titolo (e il sottotitolo) italiano

    Poster VHS
    Finiti gli elogi, concludo con una considerazione sul titolo italiano Aliens – Scontro finale. Apprezzo che i titolisti italiani all’epoca abbiano immaginato che questo capolavoro potesse essere il capitolo ultimo della serie (infatti, come continuare la serie se i protagonisti hanno nuclearizzato un area “pari allo stato del Nebraska”, giusto?) ma non avevano fatto i conti con l’avidità di Hollywood che ha inutilmente proseguito una serie che poteva tranquillamente fermarsi in grande stile con il film di James Cameron invece di propinarci seguiti discutibilmente brutti e film derivativi anche peggiori.
    Per me questo secondo film è davvero lo scontro “finale”, i capitoli successivi li considero al pari di un esercizio di immaginazione (Alien3) o non li considero affatto (Alien: La Clonazione). In merito al titolo di questo secondo capitolo vi rimando ad una vecchia puntata di “titoli italioti” dove era stato definito “poco lungimirante” e concludo con una vignetta che, come spesso accade da queste parti, non ha a che vedere con niente di quello che è stato detto…
    ma è un malocchio questo

  • Prometheus – La recensione italiota


    Un’imprevista partenza per il Regno Unito. Prenoto i biglietti all’ultimo secondo, la mattina dopo mi trovo già sull’aereo Ryanair, assonnato. C’era qualcosa che dovevo assolutamente fare approfittando di questo viaggio, penso, ma non mi viene in mente niente, troppo sonno. Il volo ritarda 30 minuti perché in Italia gli aeroporti internazionali sono alla mercè delle esercitazioni militari, ma non fa niente, già dormivo mentre la gente sbraitava “è mezz’ora che aspettiamo! Almeno fateci sapere cosa succede!“. Mi sveglio in volo 45 minuti dopo e come in una scena da Mamma Ho Perso L’Aereo urlo una sola parola: PROMETHEUS!!!
    L’inattesa sosta nel Regno Unito si è rivelata, da questo punto di vista, incredibilmente vantaggiosa. Vedere Promesseus senza dover aspettare fino al 19 Ottobre. La fortuna è a quanto pare dalla mia parte, infatti proprio il giorno dopo dal mio arrivo, Promesseus viene proiettato anche in 2D nei cinema della città dove mi trovo. Fin’ora era soltanto in 3D. Dato che aborro il 3D, attendo un interminabile giorno prima di potermi godere il film al cinema e ieri finalmente eccomi seduto lì nella poltrona. Mando un messaggio al mio amico Fibrottolo per dirgli che sta per iniziare il film e farlo schiattare di invidia. Lui dal caldo-umido a 32° del suo ufficio mi manda una maledizione egizia e mi augura una buona visione.
    Il film inizia e finisce senza che mi domandi mai “ma che ore sono?“, non c’è tempo di farsi simili domande mentre fantascienza pura ti viene vomitata in faccia da Ridley Scott. Esco dalla sala soddisfattissimo, già ero al corrente del “finale aperto” e delle polemiche sulle domande senza una risposta… dopo aver visto l’intera serie di Lost questo era davvero niente a confronto.
    Promesseus si confronta male con Alien: Alien è un horror puro con ambientazione fantascientifica. Questo è invece un film di fantascienza pura con alcune, poche, note di horror. Un’ottima scelta secondo me. Pura fantascienza come lo era quella di Mass Effect nel campo videoludico. Il sottoscritto ha apprezzato enormemente.
    Cercherò dunque di parlare di Promesseus senza dare spoiler, quei poverini che se lo vedranno solo ad ottobre hanno già tanto di cui soffrire (per gli spoiler potete leggervi la recensione dei 400 Calci).

    UN FILM MOLTO CRITICATO

    Molti si aspettavano un Alien e ho letto molte critiche riguardo Promesseus prima ancora di vedermelo (evitando gli spoiler accuratamente). Sapevo già cosa aspettarmi più o meno. Tutte le critiche che ho letto sono ahimé fondate anche se questo non toglie dalla bellezza del film:
    , tantissime domande sono lasciate al promesso sequel (e speriamo se ne occupi Scott, altrimenti siamo del gatto)
    , non si capiscono bene le motivazioni di alcuni personaggi
    , i mostri sono troppi e dalle troppe incomprensibili evoluzioni
    , alcuni personaggi sono male ideati e un po’ ridicoli
    Più in dettaglio: abbiamo un geologo che ha l’aspetto di uno “squatter”, testa rasata su un lato con decorazioni alla Blade, temperamento costantemente incazzato, faccia da ceffo che non vorresti incontrare di notte per strada. Gli mancava solo una bottiglia di birra in mano (con dito indice al posto del tappo) e un cane con collare borchiato al guinzaglio. Pensi subito che si tratti di bassa manovalanza, magari un mercenario che segue la spedizione “solo per soldi” (sue testuali parole), invece si scopre a metà film che questo personaggio dovrebbe essere un geologo. Un geologo???
    Il geologo-punk esordisce dicendo ad uno sfigato con gli occhiali (il figlio di Timohty Spall che si presenta come biologo) che non si trova lì per fare amicizia ma unicamente per i soldi. Dopo si unisce alla squadra esplorativa con aria sempre incazzata, vorrebbe persino portarsi dietro un lanciafiamme ma la protagonista, senza alcuna autorità di comando, gli ordina di non portarlo e lui non lo porta. Sicuri che questo non doveva essere un soldato nel copione originale? Forse nel futuro geologia si studia solo nelle accademie militari o negli istituti di recupero per tossico-dipendenti? Mah, boh!
    La squadra trova un complesso alieno formidabile contenente anche tanti cadaveri alieni di 2000 anni fa (ma preservati benissimo), persino un ignorante ne sarebbe almeno incuriosito… ma non il rabbioso geologo-punk, no, lui si incazza perché lui studia rocce e non ci sono rocce da studiare, se ne vuole tornare sulla nave perché evidentemente si sta annoiando a morte all’interno di un complesso alieno inaudito, anzi, in-visto.
    Vi ricordate in Lost i personaggi che non sembravano interessati assolutamente ai misteri dell’isola?
    Ragazzi c’è un complesso sotterraneo su quest’isola dove non ci aspettavamo di trovare altro che palme!
    – Si? E chissenefrega, io sono un uomo di scienza e la curiosità non fa parte della mia professione
    .
    Invece io sono un uomo di fede, quindi sono curioso e indagatore per definizione!
    I personaggi creati dallo stesso autore di Lost si sentono subito e puzzano di merda. I soliti scienziati privi di curiosità verso l’ignoto (Jack il dottore in Lost aveva questa funzione) contro gli uomini di fede che invece sono curiosi e indagatori, vogliono scoprire tutto lo scopribile (Locke in Lost aveva questa funzione)… roba da ignoranti, da farci rimpiangere i personaggi di Emmerich.
    La cosa ancor più incredibile è che il biologo in cerca di amicizia LO SEGUE!!!! Fate un respiro forte e riflettete… il biologo (respiro)… dopo aver visto cadaveri alieni che non analizza nemmeno -questo è compito per un’archeologa piena di fede cristiana- (respiro)… decide di tornarsene sull’astronave insieme al geologo-punk. Il biologo (respiro)… non sembra avere alcun interesse professionale… (respiro) verso i corpi alieni… nessuno! NESSUNO!!! (iperventilazione)
    A questo punto già sai che due personaggi creati così male non possono che essere carne da macello come nei più classici “slasher movies” alla Venerdì 13. Difatti molto presto accade che mentre gli altri tornano di fretta alla nave per una sopraggiunta tempesta, i due si trovano bloccati nel pauroso complesso alieno (vi ricorda Stargate? A me si). Incappano ben presto in un alieno gigeriano uscito da una melma nera (alla X-Files) e la morte non tarda ad arrivare, specie perché il biologo vuole far amicizia con l’essere da lui definito “simil-rettile”, questo tanto per ricordarci che lui è un biologo della domenica. Entrambi muoiono in maniera atroce e gigeriana (=cose infilate in bocca) anche se senza farci troppa impressione. Liberatici di questi due pseudo-personaggi, il film può tornare finalmente su standard un po’ più alti.

    Poi c’erano due co-piloti che vediamo praticamente solo alla fine e il cui sacrificio lascia un po’ perplessi visto che li abbiamo notati solo a 3 minuti dai titoli di coda.
    Parlando di personaggi ridicoli, concludo con Guy Pearce invecchiato cosmeticamente che mi ha subito ricordato Biff Tannen in Ritorno al Futuro Parte II.
    E’ evidente che lo rivedremo in qualche flashback nei prossimi capitoli della pre-saga, altrimenti non avrebbe senso la sua presenza.

    LE MIE CRITICHE

    Troppi personaggi. All’inizio del film la nave Prometheus viene descritta come vascello da esplorazione con 17 membri di equipaggio. WOW ho pensato, come faremo a ricordarceli tutti? Speravo in una provvidenziale morte della metà di loro nei primi 10 minuti del film (alla Alien3), invece no, fino alla fine vediamo personaggi secondari apparire su schermo e viene da pensare “chi era quello?” e di conseguenza “perché dovremmo interessarci al loro destino?” (la stessa domanda che mi ponevo ogni cinque secondi ne’ La Cosa). Dimenticatevi i memorabili personaggi della saga di Alien, qui non mi ricordo nemmeno il nome della protagonista, figuriamoci!
    Ok alcuni personaggi ERANO memorabili: il capitano di colore, Charlize Theron (ormai diventata una MIMF), la protagonista archeologa e il suo collega/amante, l’ambiguo androide David  e… basta! Su 17 solo 5 erano memorabili. Ovviamente c’è anche il geologo-punk e il biologo della domenica, che erano memorabili ma non per motivi buoni.

    L’accento di una donna. Ok questo non lo sentirete nel film doppiato per fortuna (+1 punto al doppiaggio dei film) ma un personaggio aveva un accento della periferia di Glasgow inutilmente marcato (non un accetto genericamente scozzese). L’effetto era orrendo persino, anzi, soprattutto per la mia ragazza scozzese ed impoveriva il film. Vi immaginate un ipotetico film di fantascienza italiano a budget altissimo e attori di un certo calibro dove il medico di bordo parla con accento sardo? Non sarebbe fuori luogo? Non farebbe incazzare persino i sardi? E se parlasse come Di Pietro? O come il santone che porta la parola di Quelo?

    Prevedibilità. Grazie anche al dannatissimo trailer, denso di scene prese dall’ultima mezz’ora del film, la trama è stata almeno per me piuttosto prevedibile più che si andava avanti col film. Nessun colpo di scena lascia veramente esterrefatti.

    Alcuni aspetti scientifici. Cercherò di non tediarvi con le mie obiezioni di natura scientifica, vi dico solo che abbiamo una macchina-bara per la chirurgia alla quale voi dite cosa vi volete fare, entrate nella bara e la macchina esegue l’operazione con minimo uso di anestesia (quella ve la fate voi come optional, non è fornita nel pacchetto). La macchina era sperimentale e non ancora progettata per le donne, nonostante ciò la protagonista riesce a farsi fare un cesareo, dicendo al computer di “aprire e togliere il corpo estraneo in area addominale”… semplice no? NO! L’allegro chirurgo spruzza una minima dose di disinfettante, taglia la pancia, cala un gancio all’interno e fa la sua pesca miracolosa… fosse stato un uomo (come la macchina supponeva) si sarebbe dovuto almeno sollevare il grande omento, spostare un po’ di intestino tenue, estrarre il corpo. Qui siamo invece in presenza di un’operazione immaginata da chi di chirugia non sa niente: un taglio, e la mano meccanica estrae il tutto… come tirare fuori un oggetto da un sacco e ricucire il sacco. Ci sarebbe da obiettare che una macchina solo programmata per il genere maschile potrebbe potenzialmente identificare l’intero utero come corpo estraneo. Perché infatti avrebbe dovuto tagliare la sua parete ed estrarre qualcosa dal suo interno se non sa nemmeno che cosa sia l’utero? Le macchine non improvvisano di certo. Invece no, tira fuori il feto alieno e la protagonista strappa il cordone ombelicale, non lo spezza, lo tira proprio via “a strappo”… incurante dei gravi rischi di una simile procedura. Si sono dimenticati anche della placenta, credo le sia rimasta dentro… forse se l’è ritrovata dopo nelle mutande e non ce l’hanno mostrato, chi sa? La mano maschile in questa sceneggiatura è qui palese.
    Una graffettatura esterna poi ha risolto tutto il resto (ma si, lasciamolo aperto questo utero, oppure ricuciamolo insieme alla pelle).

    “Favoloso” poi l’aspetto del DNA, roba che nemmeno in Resident Evil. Ci sono anche baggianate come la datazione al carbonio-14, un DNA immutabile nei secoli come vorrebbero i creazionisti… ma per fortuna sono tutti elementi molto rapidi, un brivido momentaneo che magari tornerà a tormentarmi più che ci penso, per ora non ci penso.

    LE MIE CONTRO-CRITICHE

    Il film è indubbiamente un’esperienza cinematografica incredibile, il giorno dopo ancora ci pensi e cerchi di capire il significato di molte sequenze. Mai viene da pensare “guarda tutta quella CGI”, MAI! Siamo nel 2012 e riscopriamo che i film possono essere girati ancora in luoghi reali. Tutte realistico, credibile e affascinante… eccetto i mostri, sì, quelli non mi hanno stupito molto. Ci sono molte domande insolute che ovviamente attendono uno (o forse due) sequel e speriamo vivamente che non si tratti di un finale alla Lost che lascia tutti delusi e incazzati. Nel frattempo ci godiamo l’atmosfera, attendiamo curiosi gli sviluppi, facciamo qualche supposizione.
    E’ stato detto che il film ruba idee da molte altre pellicole, questo era vero anche per il primo Alien che era stato fatto in questo modo volutamente. La cosa mi ha disturbato poco.
    I fan accaniti di Alien si sono lamentati di quanto poco “Alien” ci fosse in questo film, solo pochi accenni. Ma da Sir Ridley Scott cosa vi aspettavate, una cosa ritrita come Alien3?

    Ah ve l’ho detto che Ridley se ne fotte dei vari Alien Vs. Predator e invece omaggia Aliens di Cameron? Grande Scott!

    Incredibile come Ridley sia capace di realizzare un film allo stesso tempo prevedibile, con alcuni personaggi stupidi eppure di puro intrattenimento e bello a vedersi!

    IL DOPPIAGGIO ITALIOTA

    Ovviamente ancora non so niente del doppiaggio italiano, vi posso dire che gli alieni precedentemente noti col nomignolo di “Space Jokeys” (ovvero “Piloti dello spazio”, secondo la vecchia accezione del termine “jockey”)  vengono chiamati “engineers” (ingegneri), l’astronave è la Prometheus (che venga tradotta? Speriamo di no, non avrebbe senso)… c’è anche una lettura dell’atmosfera del pianeta contenente “azoto”, avranno il coraggio di tradurre nitrogen come nitrogeno così come fecero per il primo Alien?
    Sono tutti quesiti che verranno risolti solo il 19 Ottobre, data della disgraziata uscita italiana di questo film. Ne riparleremo poi.

  • Critica alla Critica – 1° episodio – Aliens – Scontro Finale

    C’è stato un ritardo di un giorno, a voler essere ridicolo potrei dirvi che c’è stato un delay di un giorno, si perchè oggi giorno si può usare l’inglese a caso o a cazzo (e comunque a sproposito). Ad ogni modo c’è stato un ritardo di un giorno, doveva essere pubblicato mercoledì, ma meglio tardi che mai. Seguite questo link –> CRITICA ALLA CRITICA – Aliens Scontro Finale per leggervi il primo pezzo della mia nuova rubrica che viene pubblicata settimanalmente sul sito Vita di un IO per permettere a questo mio blog di rimanere dedicato al suo scopo ufficiale, ovvero la pubblica esposizione di doppiaggi atroci e (ogni tanto anche) l’elogio di quelli ben fatti.

  • TITOLI ITALIOTI (7^ PUNTATA) – Fritto misto

    Altri titoli completamente alterati

    The Sound of Music -> Tutti Insieme Appassionatamente
    Praticamente un titolo da karaoke.
    Citizen Kane -> Quarto Potere
    Ovvero il potere dei mass media di influenzare l’opinione pubblica, un titolo abbastanza attinente con il tema del film. Questo è forse tra i titoli oggi più datati per un paio di motivi: in primis, suppongo che i nati negli ultimi 20 anni sappiano cosa sia il “quarto potere”, un concetto che è andato scomparendo dalla cultura popolare. In secondo luogo è difficile immaginare con occhi moderni il problema che si sarebbe posto nell’Italia degli anni ’40, ’50 e anche ’60, un titolo tradotto in maniera diretta come “Cittadino Kane”… vista la conoscenza della lingua inglese all’epoca, sarebbe stato difficile non cadere nella battuta facile del “Cittadino Cane”.
    Un titolo così oggi lo avrebbero lasciato “Citizen Kane” ne sono sicuro, “tanto si capisce”.
    THX-1138 -> L’Uomo Che Fuggì Dal Futuro
    Ho capito che è un film di fantascienza ma il protagonista non ha una macchina del tempo e non fugge dal futuro.
    Il titolo è da intendersi in senso lato ovviamente, Robert Duvall fugge dalla società oppressiva che nel futuro si è venuta a creare. Il titolo fa riferimento al film del 1960 “L’Uomo Che Visse Nel Futuro” a sua volta basato sul romanzo “La Macchina Del Tempo” di H. G. Wells. Insomma autocitazionismo tra titolatori italiani.
    The French Connection -> Il Braccio Violento della Legge
    Erano gli anni ‘70 e in Italia certi termini andavano di moda, certo si capisce che è un poliziesco però potevano impegnarsi di più. E’ un titolo così generico che si potrebbe adattare a molti film di quell’epoca, qualsiasi film dell’Ispettore Callaghan potrebbe essere intitolato “Il Braccio Violento della Legge”. Il titolo in inglese ha senso poichè la trama ruota intorno ad un traffico di droga dalla Francia agli Stati Uniti, quindi c’è un collegamento (o un nesso) con la Francia, un “nesso francese” per così dire. Non voglio certo dire che “Il Nesso Francese” sarebbe stato un titolo migliore o anche proponibile, dico solo che “Il Braccio Violento della Legge” è proprio uno di quei titoli per attrarre la gioventù rivoluzionaria degli anni ’70 al cinema illudendoli con un titolo che sa di film impegnato… invece tiè! Giovani rivoluzionari vi beccate un normalissimo (seppur eccellente) poliziesco e niente restituzione dei soldi del biglietto.
    CURIOSITA’: in un episodio dei Simpson, Homer diventa critico gastronomico e tutti i ristoratori si mettono d’accordo per farlo fuori. Uno chef francese gli prepara una ciambella avvelenata, la sua bancarella si chiama “The French Confection”, una citazione passata ovviamente inosservata dal pubblico italiano.
    The Texas Chainsaw Massacre -> Non Aprite Quella Porta
    Uno potrebbe immaginarsi un film basato sulla presenza di un mostro in soffitta o in una stanza della casa. Forse era meglio chiamarlo “Non Entrate In Quella Casa”. Ma del resto, a film di serie B titoli di serie B, come è giusto che sia (sigh!).
    Da questo film è nato un vero e proprio filone di titoli italioti che iniziano per “Non Aprite“: “…Quel Cancello” (The Gate), “…Quell’Armadio” (Monster in the Closet), “…Quella Tomba” etc… e loro eventuali seguiti (o sequel come va di moda dire oggi).
    Death Wish -> Il Giustiziere della Notte.
    Devo dire che qui il titolo italiano non stona con il film, il titolo originale deriva da un’espressione idiomatica “to have a death wish” (letteralmente “avere un desiderio di morte”, potremmo anche pensarla come “istinti suicidi” o più ironicamente “essere votato alla morte”… insomma avete capito) ma in quanto espressione idiomatica non dovrebbe mai essere tradotta alla lettera, l’idiomatico “death wish” corrisponde banalmente al nostro “te le cerchi?” ed è chiaro che nella nostra lingua non sarebbe facile trasformarlo in un titolo da film.
    Nel film il protagonista si aggira nottetempo nei posti più malfamati della città e non vede l’ora di incontrare qualche criminale per ucciderlo e così vendicarsi di quello che una banda di teppisti ha fatto a moglie e figlia. Di giorno è invece un rispettabilissimo architetto (quindi il “giustiziere della notte” è più che mai azzeccato come titolo).
    Pirates of the Caribbean: The Curse of the Black Pearl -> La Maledizione della Prima Luna
    Per qualche motivo preferisco il titolo nostrano che lo vorrebbe un film “a se” non minacciato da orrendi seguiti (che invece arrivarono e altri ne arriveranno in futuro). Per me la serie poteva fermarsi al primo episodio, l’unico carino a mio parere.
    Airplane! -> L’Aereo Più Pazzo Del Mondo
    Ovviamente “Aeroplano!” non avrebbe funzionato bene in Italia. Che dire dunque, ce lo teniamo così.
    Come ho già fatto notare in un mio precedente articolo, “Pazzo” nel titolo introduce sempre un film demenziale, il titolo del secondo “Aereo” è ancora più pazzo, letteralmente.
    Falling Down -> Un Giorno di Ordinaria Follia
    Titolo che ormai si presenta da solo ma insomma che cos’è, un tentativo di riassumere la trama in poche parole? Tuttavia preferisco il titolo italiano con tanto di ossimoro finale.
    Slicence of the Lambs -> Il Silenzio degli Innocenti
    Certo “Il Silenzio degli Agnelli” sembra più il titolo di un film sui segreti della FIAT, però chi sa, magari ci saremmo abituati ugualmente… dopotutto se ci siamo abituati a cose come “Per Favore Non Toccate Le Vecchiette” (“The Producers”)!
    Inutile dire che il titolo del film si rifà prima di tutto al titolo tradotto del romanzo, quindi è una scelta editoriale più che di distribuzione cinematografica.
    To Kill A Mockingbird -> Il Buio Oltre la Siepe
    “Uccidere un usignolo” o un passerotto, come dicono nel film, è una frase di rilevanza ripetuta un paio di volte e si riferisce al peccato di una morte inutile, il titolo in italiano invece è più metarofico riferendosi al vicino di casa che non hanno mai visto, che non conoscono e che quindi temono. Tuttavia l’alterazione del titolo, anche qui come per il Silenzio degli Innocenti, è da attribuirsi unicamente al romanzo da cui è inspirato, pubblicato in Italia con il titolo “Il Buio Oltre la Siepe” appunto.
    Monty Python and the Holy Grail -> Monty Python
    Una scelta del titolo tanto assurda quanto il suo doppiaggio (di cui già parlai precedentemente) . Per l’uscita DVD ci hanno fatto la grazia di chiamarlo “Monty Python e il Sacro Graal” ma ancora attendiamo un ridoppiaggio del film.
    Indubbiamente chi lo ribattezzò “Monty Python” non avrebbe immaginato che questo gruppo di comici avrebbe fatto altri film. Come chiamare “Tre Uomini e Una Gamba” con il titolo “Aldo, Giovanni e Giacomo” sperando che non facciano altri film.
    Aliens -> Aliens – Scontro Finale
    Un titolo poco lungimirante dato che ne hanno fatti altri due seguiti; comunque questo film di Cameron avrebbe dovuto davvero essere lo scontro finale, vista la deprimente trama di Alien3 e quell’orripilante film chiamato “Alien: La Clonazione” (il cui titolo originale era Alien Resurrection, e se permettete non è la stessa cosa ma in epoca di pecora Dolly immagino che il titolo subito stimolasse la fantasia dei potenziali spettatori).
    Kingdom of Heaven -> Le Crociate
    Peccato rovinare un titolo di Ridley Scott con un banale “Le Crociate”. Proprio per questo titolo ricordo di non essere andato a vedermelo al cinema, cosa di cui poi mi sono pentito. Non chiedetemi perchè ma trovo il titolo “Le Crociate” altamente riduttivo, sbrigativo, insignificante e fuorviante. Come chiamare “Il Nome Della Rosa”… “L’Abbazia”, oppure “Salvate il Soldato Ryan“… chessò, “Lo Sbarco in Normandia“.
    La Boum -> Il Tempo delle Mele
    Ovviamente! Chi non avrebbe tradotto “La Boum” come “Il Tempo delle Mele”?
    Qui sforo nei titoli francesi e per terminare lo sforamento cito anche il film di Truffaut “Domicile Conjugal” -> “Non drammatiziamo… è solo questione di corna”. Il tempo delle “mele” ovviamente si riferisce al periodo della giovinezza… anche se di questi tempi, titoli simili non possono che sfuggire la moderna comprensione.
    Home Alone -> Mamma Ho Perso L’Aereo
    Molti italioti odiano questo titolo ma io non lo trovo così drammatico. Una traduzione diretta di “Home Alone” sarebbe risultata indubbiamente stravagante per una commedia e adatta più ad un film horror (o a pensar male anche ad un film osé). Forse perchè questo film è stato il primo che io abbia visto al cinema, cari titolatori di “Mamma Ho Perso L’Aereo“, come disse Ralph Finnes in “Schindler’s List”, io vi perdono.
    Jaws -> Lo Squalo
    Chissà se FAUCI avrebbe funzionato altrettanto bene, forse no ma una cosa è certa… ancor prima di vedere il film, chiunque in Italia sa che il mostro sarà uno squalo. Una rivelazione non da poco! Altro che spoiler.
    Metro -> Uno Sbirro Tuttofare
    Che titolo atroce, non commento oltre. Peccato, il film è carino.
    Shallow Grave -> Piccoli Omicidi Tra Amici
    Il titolo scelto in italiano non è male, indubbiamente indica il genere (commedia nera). A voi il giudizio.