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    Donnie Yen in Rogue One: A Star Wars Story Photo by Jonathan Olley (© 2016 Lucasfilm LFL)

    Donnie Yen in “Rogue One: A Star Wars Story” (Photo by Jonathan Olley © 2016 Lucasfilm LFL)


    L’arrivo nei nostri cinema di Star Wars: Rogue One, lo scorso 15 dicembre, ma anche l’uscita il prossimo 19 gennaio 2017 di xXx: il ritorno di Xander Cage, costringerà il grande pubblico italiano a fare i conti con quell’attore cinese cinquantenne presente in entrambi i titoli in ruoli importanti, lo stesso attore che pare abbia fatto slittare l’uscita di Star Wars VII in Cina perché lui doveva presentare un proprio film e non voleva “dispersioni” di pubblico. L’Occidente l’ha scoperto tardi, e l’Italia più tardi di tutti, ma Donnie Yen è la più grande star marziale mai vissuta, ed ha stracciato ogni record imposto dai suoi “colleghi” precedenti.
    Il problema è che la prima volta che si è affacciato in Italia, nel 2001, ha subìto uno smacco che mai i precedenti divi marziali hanno avuto: è stato doppiato malissimo. Perché se da una parte il nostro Paese è tra i più distratti a livello cinematografico, e discutibili politiche di distribuzione fanno sì che si importino preferibilmente i prodotti più economici – cioè i peggiori, che rovinano il mercato e il gusto – dall’altra abbiamo un grande pregio: a livello di doppiaggio siamo stati fra i pochi al mondo ad avere una qualità altissima in campo marziale.
    Vi invito ad un viaggio alla scoperta del fenomeno marziale in Italia e di come le grandi star asiatiche di questo genere siano state doppiate.

    Doppiatori di menare


    Indice:


    Le cinque dita di Lo Lieh

    cinque-dita-di-violenza-1973-02-21Il 27 gennaio 1973 la cultura popolare italiana cambia per sempre. In un cinema di Roma, il Royal di San Giovanni, viene proiettato per la prima volta un film di genere totalmente inedito, qualcosa mai visto nel nostro Paese: Cinque dita di violenza (King Boxer, 1972). È un filmetto che sarebbe già dimenticato se non avesse infiammato il mondo con la sua violenza di grana grossa – rimarrà paradigmatica la scena dello strappo degli occhi – e un’altra particolarità che nessuno spettatore aveva mai visto prima: c’è gente che si picchia a mani nude usando strane mosse. (In realtà un altro film era già stato proiettato, ma ne riparlerò più avanti.)

    Le arti marziali orientali erano ben note in Italia sin dagli anni Sessanta ma erano viste come qualcosa di particolarmente violento e volgare: per i ben pensanti sono i criminali e i poco di buono ad alzare la mano verso qualcuno, non i gentiluomini, mentre per i giovani sessantottini era identificata come roba da fascisti. Si perdonava agli agenti segreti, da James Bond a Matt Helm, di usare ogni tanto tecniche marziali, per “esigenze di servizio”, le stesse che poi avrebbe usato il criminale a fumetti Diabolik per anni, così come era socialmente accettata la scazzottata virile che si vedeva nei film americani: tutt’altro discorso era usare tecniche “mortali” di karate o kung fu.

    «Con un cartello si avvisa lo spettatore facilmente influenzabile che l’imitazione del “Kung-Fu”, la forma di lotta in uso nell’Oriente e reclamizzata nel film, condurrebbe a gravi e irreparabili lesioni se non alla morte dell’avversario. La potenza didattica del cinema, la sua foza di convinzione!»
    da “L’Unità”, 27 gennaio 1973

    Disprezzato da ogni forma di comunicazione, con l’accompagnamento di cori indignati e di richieste di bando, il cinema marziale entra prepotentemente in Italia e il primo divo marziale della nostra storia è quello meno abile: Lo Lieh, divo assoluto di Hong Kong sebbene sia mono-espressivo ed abbia solo vaghe conoscenze marziali imparate sul set.

    cinque-dita-di-violenza-1973-03-17Il cinema di Hong Kong nel venir esportato negli Stati Uniti ha conosciuto un doppiaggio pieno di caratterizzazioni e scelte di cattivo gusto, però questo l’ha reso parte integrante della cultura popolare. Ancora negli anni Ottanta il comico Michael Winslow nel ciclo Scuola di polizia faceva la gag in cui imitava il doppiaggio fuori sincrono tipico dei film asiatici portati nel suo Paese (una gag che semplicemente non trovava molti appigli nella nostra cultura. NdR). Il folto gruppo rap Wu-Tang Clan – fondato da quel RZA che dirigerà L’uomo con i pugni di ferro (2012) – nel 1993 riversa la propria titanica passione marziale nell’ottimo album Enter the Wu-Tang (36 Chambers), in cui a remixaggi di veri brani originali – come lo straziante splendido tema di Boxer Rebellion (1976) – aggiungono campionature di dialoghi tratti da storici film di Hong Kong. Sono doppiaggi terrificanti ma dimostrano quanto siano entrati nella cultura popolare.

    Per fortuna nel nostro Paese, che non aveva problemi a caratterizzare eccessivamente i personaggi – si pensi all’immancabile vecchietto nel Far West – sin da subito il genere marziale viene trattato con i guanti, e la star Lo Lieh ottiene la voce di Michele Kalamera, autorevole doppiatore di grandi attori come Clint Eastwood, Michael Caine e tanti altri. Credo che nessun Paese “doppiante” abbia dedicato tanto ad un piccolo filmetto marziale.

    Malgrado Cinque dita di violenza sia pessimo, entra di prepotenza nell’immaginario popolare italiano. Nel dicembre di quell’anno esce al cinema Furto di sera, bel colpo si spera di Mariano Laurenti, dove il noto comico Pippo Franco, sentendosi minacciato di botte, esclama: «Ahò, che mi fai: cinque dita di violenza?» Questo fa sì che l’inespressivo Lo Lieh diventi un nome amato dagli italiani e diversi registi lo chiameranno ad interpretare prodotti nostrani spacciati per americani, affiancandolo addirittura a decani come Lee Van Cleef: non pago di aver introdotto il kung fu sugli schermi italiani, Lo Lieh si ritrova ad essere valido esponente dell’italianissimo kung fu western (o come lo chiamo nel mio saggio, “spaghetti marziali”) con un film come Là dove non batte il sole (1974) doppiato da Adalberto Maria Merli. Ma questa è un’altra storia…


    Il furore di Bruce Lee

    Il successo travolgente spinge i distributori nostrani a battere il ferro finché è caldo, così pressano Hong Kong per farsi mandare qualsiasi altro prodotto abbiano sotto mano. C’è la Shaw Bros, leader incontrastata del mercato che offre prodotti di altissima qualità ma a prezzi non economici, e poi c’è la neonata Golden Harvest, che cerca di sopravvivere all’ombra della titanica concorrente offrendo prezzi più abbordabili. Ovviamente i prodotti sono quello che sono, ma guarda caso è disponibile il nuovo film di quell’attore che non è riuscito a sfondare in America ed è tornato in patria con la coda tra le gambe: per caso interessa? Si menano come fabbri dall’inizio alla fine. Ok, andata. Il 1° marzo 1973 la Titanus presenta in ben tre cinema di Roma il film Dalla Cina con furore (Fist of Fury, 1972), e la mania per il cinema marziale raggiunge livelli inarrestabili.

    dalla-cina-con-furore-1973-03-11

    La recitazione di Bruce Lee è problematica. È un attore consumato, recita da quando aveva sei anni, ha provato a conquistare Hollywood ma ha capito che nessun colpo di kung fu può nulla contro il razzismo, così è tornato in patria a fare quello che la classe popolare adora: il bullo. È pieno di attori impegnati in commedie musicali o romantiche, ma nessuno sa fare lo smargiasso altezzoso come Bruce, così si veste dell’orgoglio nazionale e interpreta un cinese medio alle prese con i nemici più acerrimi e disprezzati: giapponesi ed occidentali. Nasce dunque un problema: come lo doppi un attore che volutamente fa espressioni contratte in continuazione ed esagera ogni gesto?

    Per fortuna in Italia si gioca una carta di altissima classe: Cesare Barbetti, che con la sua voce potente ma vellutata regala a Bruce Lee la migliore resa possibile e immaginabile. Lo studio romano di doppiaggio CD in generale dedica una particolare cura a tutti i personaggi del film, anche di quelli minori: quei caratteristi cioè che di solito il cinema di Hong Kong riserva per i momenti comici o buffoneschi. Ogni personaggio ha un’ottima voce, e per fortuna lo stesso studio viene coinvolto quando – dato l’enorme successo della pellicola – i distributori corrono a cercare qualsiasi altro film sia interpretato da quel tizio che fa le boccacce e i versi strani. Purtroppo, ne esiste solamente un altro.

    lurlo-di-chen-1974-04-04Stavolta l’eco mediatica è di livello basso, così quasi senza lancio pubblicitario il 14 aprile 1973 la Titanus presenta a Torino Il furore della Cina colpisce ancora (The Big Boss, 1971), che arriverà nei cinema romani solamente ad ottobre: la voce è sempre dell’ottimo Cesare Barbetti. Lo studio CD ha mandato di ribattezzare il protagonista Chen, perché per gli italiani Bruce Lee sarà sempre Chen su grande schermo, così un allievo di una scuola marziale di inizio Novecento e un contadino ignorante emigrato in Thailandia negli anni Settanta si ritrovano ad essere in pratica sempre lo stesso personaggio…

    Il 18 gennaio 1974 sempre la Titanus porta nei cinema romani L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente (Way of the Dragon, 1972), chilometrico titolo che ancora una volta ci fa credere che il protagonista sia quel Chen. Stavolta è Bruce Lee stesso il regista e aver girato alcuni esterni a Roma l’ha reso così simpatico… che ancora oggi i romani sono convinti che il combattimento finale sia girato davvero al Colosseo, dimostrando quanto gli abitanti della Capitale non conoscano quel monumento! Torna lo studio CD e anche qui abbiamo una splendida gestione del doppiaggio, con il consueto Barbetti che dà la voce a Lee. Per l’ultima volta.

    Il 20 luglio 1973 l’attore muore e il mondo cinematografico rimane orfano di un money-maker d’eccellenza. Sei giorni dopo la sua dipartita, esce l’ultimo film girato dall’attore: Enter the Dragon, evento storico perché per la prima volta una blasonata casa americana si è “abbassata” a co-produrre con una casa asiatica: la giovane ma già talentuosa Golden Harvest, che cerca di fare concorrenza alla blasonata Shaw Bros. Finora i film di Lee sono venuti via a due spicci, ma ora che c’è la Warner di mezzo il discorso cambia: questo film sarà ignoto agli italiani per decenni, semplicemente perché distribuito pochissimo in quanto più costoso degli altri.

    i-3-delloperazione-drago-1973-12-28Il 28 dicembre 1973 arriva a Torino come I 3 dell’Operazione Drago, un titolo meno “marziale” ma che si riallaccia a temi spionistici più in voga all’epoca, e in effetti il film è una martial spy story. Il doppiaggio è affidato stavolta alla storica SAS (Società Attori Sincronizzatori) che gestisce ottimamente la caratterizzazione dei personaggi di un film corale. Il cinese Lee ottiene la voce di Carlo Sabatini, l’italo-americano John Saxon quella di Pierangelo Civera e il nero superbad Jim Kelly quella di Pierluigi Zollo. Chiude il ciclo il perfido Han con la voce di Emilio Cigoli. Ognuno di questi doppiatori sa fornire al personaggio la giusta connotazione e la giusta differenza etnica senza mai esagerare né cadere nel luogo comune.

    Qui finisce il mito di Bruce Lee, ma un ultimo colpo di coda arriva a sorpresa il 25 agosto 1978, quando in alcuni cinema di Roma la Titanus presenta un curioso film: L’ultimo combattimento di Chen (The Game of Death, 1978). È una truffa bella e buona, che racconto con dovizia di particolari (anche inediti) in un lungo speciale che gli ho dedicato, ma per gli italiani quella baracconata firmata da Sammo Hung è davvero l’ultima prova attoriale di Lee. Per l’occasione arriva lo studio CVD e dà al protagonista… va be’, ai vari sosia cinesi che fingono di essere Lee, la voce di Luigi La Monica. Un’ottima voce per un pessimo prodotto.


    Le mani di Angela Mao

    Cinque dita di violenza a gennaio e Dalla Cina con furore a marzo fanno capire subito quali siano i gusti degli spettatori, e sebbene non esista organo di stampa che non si lanci in mille insulti verso questo cinema barbaro e traviante, i distributori vanno a “colpo” sicuro. Riescono addirittura a portare in Italia un prodotto impensabile ancora per i decenni a seguire: un film dove una donna picchia degli uomini! L’attenta Fida Cinematografica il 6 aprile 1973 porta sugli schermi romani Mani che stritolano (Lady Whirlwind, 1972) dove la brava Mirella Pace dona la voce alla mitica Angela Mao, in assoluto tra le prime donne a combattere a mani nude su schermo.

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    Forse è per attrarre il “sesso debole”, si chiede lo schifato recensore de “L’Unità” che racconta il film il 7 aprile successivo, facendo ben notare che ad ogni pellicola del genere si apra una nuova palestra di karate in città, in ambienti già fascisti. Al di là di questo immotivato giudizio personale – che comunque rappresenta perfettamente il sentire comune dell’intellighenzia dell’epoca – il critico fa notare che questo è il sesto film cinese di arti marziali dall’inizio dell’anno, ed in effetti i conti tornano: 1) Cinque dita di violenza; 2) Dalla Cina con furore; 3) La morte nella mano; 4) Le 4 dita della furia; 5) Da Hong Kong: l’urlo, il furore, la morte e 6) Mani che stritolano.

    Il critico però sbaglia, i film sono sette ma non si può fargliene una colpa: il titolo “dimenticato” lo rimarrà molto a lungo. Quello che già nel 1973 non si ricordava più era che il genere in Italia aveva avuto un inizio anni prima, con l’arrivo di uno dei più famosi wuxiapian del mondo, che solo i più appassionati degli spettatori nostrani hanno poi saputo apprezzare…


    Il braccio di Wang Yu

    Con un divieto ai minori di 18 anni, il 2 dicembre 1969 si affaccia timidamente nei cinema di Torino il film Mantieni l’odio per la tua vendetta (One-Armed Swordsman, 1967), storica opera del maestro Chang Cheh che lancia il personaggio di Fang, lo spadaccino monco, che anni dopo viaggerà fino in Giappone per incontrare… Zatôichi, lo spadaccino cieco! (Il personaggio di Fang è così affascinante che io stesso mi sono divertito a rielaborarlo, calandolo nel progetto narrativo “Risorgimento di Tenebra” e trasformandolo in Fango per il mio racconto lungo Fuoco e Fango.)

    Primo film marziale apparso in Italia, passato del tutto inosservato all'epoca

    Primo film marziale apparso in Italia, passato del tutto inosservato all’epoca

    Sicuramente il pubblico occidentale non era pronto a vedere un protagonista che, battuto in combattimento, è costretto a tagliarsi via da solo il braccio destro per poi imparare a diventare fenomenale con il sinistro, così da trovare redenzione. Né ha aiutato la distribuzione traballante, che ha misteriosamente cambiato il nome dell’attore protagonista in… Oswald Gis. Ma che nome è? Anni dopo, però, con Lo Lieh e Bruce Lee nei cinema l’Italia è pronta al vero eroe che nel ’69 era stato mascherato dietro quel ridicolo pseudonimo: Jimmy Wang Yu. (Doppiato in quel film da Massimo Turci.)

    con-una-mano-ti-rompo-1973-05-23L’attore riesce ad essere ancora più incapace di Lo Lieh, è forse la persona meno in grado di combattere che esista al mondo, è un campione di nuoto che un giorno si è trovato davanti alla telecamera e ha scritto da solo la storia della cinematografia di Hong Kong… semplicemente perché ha avuto la fortuna di lavorare per titani che hanno saputo mascherare la sua totale inettitudine. La casa distributrice italiana Astor non bada certo a questi particolari, così il 9 marzo 1973 – a soli otto giorni di distanza da Dalla Cina con furore – porta nei cinema di Roma La morte nella mano (The Chinese Boxer, 1970), non sapendo che si trattasse di uno dei grandi capolavori del genere: è probabilmente il primo film che mostra combattimenti a mani nude, cioè l’origine del genere gongfupian.

    La Nuova Linea Cinematografica porta nelle sale di Torino il 17 aprile successivo lo storico Con una mano ti rompo, con due piedi ti spezzo (One-Armed Boxer, 1972), con Wang Yu che interpreta sempre un monco ma stavolta non uno spadaccino bensì un semplice lottatore. L’attore diventa in breve tempo molto famoso, tanto che la Euro International Films porta nei cinema di Torino il 18 agosto 1973 Wang Yu l’imbattibile (The Invincible, 1972), mentre il 28 maggio 1974 la Cervino distribuisce a Roma Wang-Yu il violento del karate (Knight Errant, 1973).

    Purtroppo non sono riuscito a trovare informazioni sui doppiatori di questo attore: le rare edizioni italiane rimaste di questi film non hanno titoli esaustivi.


    La “y” di Jackie Chan

    L’Italia degli anni Settanta era un’altra Italia, oggi irriconoscibile, così dopo la morte di Bruce Lee addirittura i quotidiani si chiedono chi riempirà il vuoto lasciato dall’attore marziale, e il 15 marzo 1979 “La Stampa” fornisce la risposta: Jacky Chan, con la “y”.

    Scoperto da Sze-Yuan per alcuni suoi film, scopriamo che l’Italia del ’79 addirittura cita l’opera del decano Siu Tin Yuen, il mitico drunken master del film omonimo, il papà di quel Yuen Woo-ping noto ad Hollywood per le sue coreografie di Matrix e Kill Bill. Non pago di questa sorpresa, il giornale ci rivela gli ultimi due film girati da “Jacky”: La iena senza paura e Il serpente all’ombra dell’aquila. Entrambi i titoli sono rarità sconosciute: Fearless Hyena apparirà e scomparirà in Italia con la velocità del lampo, mentre bisognerà aspettare il 2003 per riscoprire il secondo titolo in DVD. Per poter apprezzare cioè qualcosa che nel 1979 era dato per scontato.

    Al di là di questo, l’Italia del dopo-Bruce Lee è pronta ad accogliere un nuovo “re del kung fu”, e quindi – per citare l’avv. De Marchis di Febbre da cavallo (1976) – basta «il primo stronzo che passa» per dargli la corona. In mezzo al guazzabuglio di nomi farlocchi e filmacci pencolanti che arrivano da Hong Kong, nella stragrande maggioranza wuxiapian (film fantasy con cavalieri svolazzanti) mascherati da gongfupian (film dove si combatte a mani nude), non c’è un solo nome che possa avere un minimo di attenzione: l’unico è Jackie… stavolta senza “y”.

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    Qual è il sistema italiano usato per lanciare Bruce Lee? Si prende il primo film che capita e lo si lancia come fosse un capolavoro, poi si prende un titolo precedente e lo si rimaneggia in attesa che l’attore produca qualcosa di nuovo. E così avviene… solo che il risultato è che l’attore non è stato lanciato bensì bruciato.

    Il 24 gennaio 1981 la PIC porta nei cinema torinesi Chi tocca il giallo muore (Battle Creek Brawl, 1980): «Jackie Chan, il kung-fu che fa morire dal ridere» è il titolo del pezzo che gli dedica “L’Unità” quando il film arriva a Roma, il 3 marzo successivo. Al di là del ridicolo titolo, in perfetto stile italiano, all’epoca ancora non si sa che la Golden Harvest, orfana di Bruce, sta provando a lanciare Jackie in America e che per farlo si affida al peggior regista dell’epoca: Robert Clouse. Tutti quelli che hanno lavorato con lui in Asia lo disprezzano, ma ha contatti con la Warner Bros e dopo il grande successo de I 3 dell’Operazione Drago e L’ultimo combattimento di Chen è il regista di Bruce Lee. (Non è vero, ma tutti lo pensano.) Clouse dirige una porcata inguardabile dove un gruppo di attori funamboli cinesi va in America a fare il verso agli americani: una roba da picchiare Jackie con un giornale arrotolato. Ok, il primo brutto film è fatto.

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    Gli italiani procedono spediti e la Medusa il 24 luglio 1981 porta su schermo Jacky Chan: la mano che uccide (1979), che verrà rilanciato con più enfasi dal 5 maggio 1982. Un classico gongfupian come ormai però ce ne sono tanti: così un altro bel buco nell’acqua l’abbiamo fatto. Malgrado Jackie sia famoso per aver recitato nel The Hand of Death di John Woo, stando ai credits italiani della locandina italiana del film – che va sempre presa con beneficio d’inventario – Jacky Chan: la mano che uccide è probabilmente la versione italiana (dimenticata) di Fearless Hyena (1979), ma è difficile stabilirlo con assoluta certezza e per il fumoso cinema asiatico i database occidentali non sono completamente affidabili.

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    Jackie non ha il successo sperato nei cinema italiani e viene in pratica quasi dimenticato. Nel 1985 prova di nuovo a conquistare l’America con Protector – che decenni dopo verrà ricalcato da Rush Hour – un filmetto da dimenticare, un finto poliziesco all’americana che arriva nei cinema romani il 23 maggio 1986: solamente nel 1995 Jackie riuscirà a sfondare, arrivando ad avere una buona distribuzione anche da noi. Solamente dopo che Van Damme dal 1989 avrà fatto esplodere una richiesta titanica di film marziali. Solamente con Terremoto nel Bronx (Rumble in the Bronx, 1995) Jackie diventerà quello che è oggi, dopo quasi vent’anni di gavetta.

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    Jackie è un attore che ha sempre recitato in cantonese e, per sua stessa ammissione, non si è mai sentito a proprio agio a recitare in inglese. Se dunque nelle versioni anglofone dei suoi film la parlata un po’ buffa aiuta nella recitazione gigionesca, in Italia ha avuto la fortuna di ricevere la voce di Giuliano Giacomelli, che lo doppia sia nei primi film che arrivano al cinema – Chi tocca il giallo muore e Jacky Chan: la mano che uccide – sia nei mitici film che hanno scritto il suo successo (quelli sì che andavano proiettati!) arrivati da noi solo in home video negli anni Ottanta e riscoperti poi nel 2000 in DVD – Il ventaglio bianco (The Young Master, 1980), I due cugini (Dragon Lord, 1982), Project A (1983) e via dicendo. Il doppiatore sa essere frizzante o serio all’occorrenza e dona a Jackie una splendida resa italiana, priva di qualsiasi inflessione o stortura.

    Quando poi finalmente Jackie sfonda in Occidente, al doppiaggio arriva Oreste Baldini che copre alcuni dei film di cassetta di quel periodo: Terremoto nel Bronx (1995), Thunderbolt (1995) e First Strike (1996). Il successo fa portare nelle nostre videoteche altri ottimi titoli, doppiati da Vittorio De Angelis: Drunken Master (1978), Supercop (1992), Mr. Nice Guy (1997, il mio film preferito di Jackie del periodo) e Senza nome e senza regole (Who Am I?, 1998).

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    Raggiunto il culmine, Jackie perde totalmente l’interesse italiano: sia perché negli anni Duemila comincia ad essere un po’ imbarazzante nel suo ripetere ossessivamente coreografie nate negli anni Settanta, sia perché sul finire dei ’90 nel mondo occidentale – e nel nostro Paese in particolare – si comincia a rifiutare violentemente ogni tipo di marzialità. Il genere “arti marziali” scompare dai cataloghi e il massimo consentito nei film è una scena fatta male, di pochi secondi, in un film d’azione: non di più. Il film più “marziale” di questo periodo è Matrix, con un legnoso e incapace Keanu Reeves che fa cose che farebbero morire di vergogna l’ultimo scarto di palestra, ma quello è il massimo che l’Occidente offre alle arti marziali.


    Il cinese Jet Li

    fist-of-legend-vhsPer fortuna esiste una Resistenza che, di nascosto, continua ad apprezzare i buoni prodotti. Così se il grande schermo è assolutamente vietato a chiunque sappia combattere… c’è sempre il mercato home video. Nell’indifferenza più totale e nel disinteresse più profondo arriva in Italia in questi anni la più grande star marziale dell’epoca: Jet Li. Ormai in Italia il genere marziale è prerogativa di pochi rivoluzionari isolati, a cui rimane solo la pessima Cecchi Gori che porta in videoteca film che in Asia sono considerati di culto.

    Jet Li – che da bambino si esibì in uno spettacolo marziale alla Casa Bianca davanti a Nixon – è dal 1980 che sforna film marziali di altissimo profilo nella totale indifferenza del nostro Paese. Quando però nel 2000 la Dimension Films compra alcuni spettacolari film che definire capolavori è riduttivo, l’Italia è lì che scalpita… Che facciamo, lo distribuiamo il più grande divo marziale dell’Asia? Però in Italia c’è il divieto assoluto di presentare film che abbiamo più di trenta secondi di marzialità: in questo curioso Paese si chiama “combattimento” la scena di Mission: Impossible 2 (2000) con Tom Cruise che fa le capriole sulla spiaggia… gli spettatori non sono pronti per un dio marziale come Jet Li. Alla fine, il compromesso arriva: i capolavori marziali arrivano nelle nostre videoteche nel 2001… ma in lingua originale sottotitolati!

    Perché la Dimension Films ha distribuito in Occidente un gruppo di film di altissimo livello di Jet Li? Semplice, perché nel 1998 gli spettatori occidentali hanno scoperto l’attore come cattivo di Arma letale 4. Il celebre produttore Joel Silver sta dicendo a tutti di aver “scoperto” un divo d’azione a cui affiderà prossimi titoli da protagonista (e purtroppo manterrà questa insana promessa) ma si sa che ad Hollywood esiste una legge ferrea per gli stranieri: prima muori, poi fai il protagonista. Jet Li non è MAI morto nei suoi film, addirittura ha girato il remake di Dalla Cina con furore – storico film dove il protagonista muore – ed è sopravvissuto alla fucilazione finale! Jet, come Jackie e come tanti altri attori, impone per contratto di non morire MAI… ma in quel 1998 Silver deve aver messo sul tavolo così tanti soldi che Jet prende e muore.

    lethal-weapon-4-engSubito dopo Arma letale 4 – dove ha la voce di Enrico Di Troia – i suoi film girano per i mercati occidentali e la Cecchi Gori va a raschiare il barile, portando in videoteca La vendetta della Maschera Nera (Black Mask, 1996), dove Jet è doppiato ottimamente da Vittorio Guerrieri. Purtroppo gli italiani devono assolutamente rimanere all’oscuro che c’è un divo marziale in circolazione, perché ufficialmente il genere non esiste più, così scatta un piano diabolico degno del Dottor Male: ogni film di Jet Li… deve avere un doppiatore diverso!

    black-mask-vhs-itaCosì nel 2000 si avvera la profezia di Joel Silver ed ecco il film da protagonista Romeo deve morire (Romeo Must Die, 2000) con la voce di Francesco Prando; Luc Besson, che c’ha l’occhio lungo e in Francia gli attori marziali sono molto amati (pensa che strano Paese…) chiama subito Jet e gli fa girare lo spy action Kiss of the Dragon (2001), con la voce di Francesco Pezzulli; visto che Romeo è stato un flop, Jet prova con la fantascienza e gira l’orripilante e sbagliatissimo The One (2001), con voce di Antonio Sanna – che lo doppia anche nell’ottimo C’era una volta in Cina e in America (Once Upon a Time in China and America, 1997), che la Cecchi Gori prontamente porta in videoteca – e dopo l’imbarazzante Amici X la morte (Cradle 2 the Grave, 2003), con voce di Gaetano Varcasia, per fortuna la carriera americana di Jet può dirsi conclusa.

    Nel 2002 gira quell’immenso capolavoro di storia falsa e revisionistica che è Hero, che alterna immagini potenti ad un revisionismo storico degno del peggior regime, in cui le poche battute dell’attore sono rese in italiano da Fabio Boccanera, lo stesso che doppia il fugace ritorno di Jet negli USA con Rogue Il solitario (War, 2007). Dopo il francese Danny the Dog (2005) con la voce di Riccardo Rossi, la carriera di Jet conosce l’apice e il pedice: Fearless (2006), con di nuovo Fabio Boccanera al doppiaggio, è sia il film più famoso di Jet che l’ultimo decente da protagonista. Possiamo dire che la sua carriera finisce qui.

    sette-spade-della-vendetta-dvd-itaIntanto in videoteca fa furore. Nel 2002 la Elleu porta Le sette spade della vendetta (The Evil Cult, 1993) con la voce addirittura di Claudio Capone; nel 2003 la Columbia esagera e presenta una tripletta di film in pregiate (e costose) edizioni DVD: il wuxiapian classicissimo La leggenda del drago rosso (Legend of the Red Dragon, 1994) con la voce di Vittorio De Angelis, la versione cinese di Die Hard Meltdown (1995) con Massimo De Ambrosis e Contract Killer (1998) con Simone Mori.

    Quasi ritirato, Jet pensa bene di provare a sparare qualche cartuccia facendo capolino nella saga degli Expendables di Stallone, giusto una comparsata inutile per farsi prendere in giro e finire in pernacchia un’onorata carriera. (Sempre meglio di Jackie, che continua a fare il clown nei suoi insopportabili filmetti invece magari di fare il produttore e scoprire altri Jackie, come fecero i suoi maestri negli anni Settanta.) Quando così il 1° settembre del 2010 I mercenari arriva in Italia, il direttore del doppiaggio scopre qualcosa che nei vent’anni precedenti era sfuggito a tutti: Jet Li è cinese…

    expendables-2-movie-poster-jet-liTutti i doppiatori sin qui citati hanno fatto un lavoro eccezionale, donando una voce perfetta all’attore e soprattutto rendendola adatta al personaggio: Jet Li nei suoi film interpreta sempre e solo e rigorosamente l’eroe sì buono ma risoluto se non proprio brusco, che combatte per il bene con la serietà e la seriosità di un maestro di arti marziali. La voce italiana si è sempre adattata alla perfezione a questo ruolo, anche negli inevitabili siparietti comici tipici di Hong Kong. Quando ha recitato con attori occidentali, e gli è capitato spesso, il doppiaggio italiano non ha fatto alcuna distinzione o discriminazione, guadagnandosi le lodi più sentite. Poi però…

    Siamo d’accordo, un omino di un metro e 68 stona un po’ in mezzo a cristoni “ammericani” cresciuti a steroidi, ma è proprio questo il motivo della sua presenza: farlo litigare con i due metri di Dolph Lundgren è appunto il contrasto che voleva Stallone. Siamo d’accordo, è cinese – non della anglofona Hong Kong, proprio della Cina comunista! – e sicuramente avrà un po’ di cadenza malgrado da trent’anni sia un divo del cinema internazionale… ma dargli la voce di Mino Caprio è stato davvero inappropriato. Con tutto il rispetto per il bravo doppiatore romano, il cui lavoro con Peter Griffin meriterebbe un Oscar, il risultato è un distacco troppo forte: sembra che attori veri stiano parlando con un cartone animato!

    Perché non chiamare uno dei tanti doppiatori che hanno donato splendida voce a Jet Li? Perché chiamare una voce così caratteristica per un personaggio che non meritava alcuna caratterizzazione? Quel che è peggio è che questa scena indecorosa può vantare un triste precedente…


    Il maestro Donnie Yen

    highlander-4-endgame-3Il 3 settembre 2001 la famigerata Cecchi Gori porta in DVD e VHS a noleggio un film funesto, il quarto terrificante episodio di una saga che non doveva conoscere assolutamente seguiti: Highlander: Endgame (2000). È comprensibile che gli allibiti spettatori, con gli occhi bruciati da un film tanto orripilante, non abbiano fatto caso che per la prima volta un film occidentale presentava la più grande star marziale asiatica…

    Dal 1984 Donnie Yen porta avanti una grande carriera come attore marziale attraversando tutti i generi che i suoi colleghi più famosi man mano lanciano. Negli anni Ottanta va la comedy kung fu alla Jackie? E lui la fa. Poi va di moda il police drama? E lui ci si specializza. Non dimentichiamo che Hong Kong vive sempre e costantemente di wuxiapian, e lui li fa. E qualsiasi cosa lui tocchi, diventa oro. Quale sarà mai il segreto di Donnie Yen? Credo che sia che non ha mai tentato di arruffianarsi gli americani, come hanno fatto tutti i suoi colleghi, da Bruce Lee in poi. Donnie lavora per i cinesi e l’Asia, e per popoli ultranazionalisti come quelli è un valore che non passa inosservato. Mentre Jackie e Jet si calano le brache davanti ai dollari americani, rovinandosi la carriera, Donnie va a testa alta sfornando film di qualità sempre maggiore, creando prodotti di altissimo livello impensabili per le altre stelle marziali: nessuno dei nomi sin qui citati sarebbe mai stato in grado di interpretare un piccolo gioiello come Dragon Tiger Gate (2006) senza sembrare ridicolmente fuori parte.

    seven-swords-4L’Occidente lo ignora finché non succede qualcosa di inspiegabile e Donnie, praticamente inedito, comincia a fare stupidi piccoli ruoli inutili: che i dollari americani comincino a piacere anche a lui? La vera domanda è: quanto lo hanno pagato per abbassarsi così tanto?

    Lo troviamo dunque nella immotivata comparsata in Highlander: Endgame al suo solito, cioè molto “figo”: Donnie non è un gigione sorridente come Jackie né un serioso taciturno come Jet. Donnie è un cazzuto protagonista che se la comanda ovunque, e piomba in scena come fosse il suo film. Peccato però… che poi apra bocca ed esca fuori la voce di Vittorio Stagni

    Siamo d’accordo, anche Donnie è cinese e sicuramente in un film con attori americani la sua cadenza si nota, ma dargli una voce così fortemente caratterizzata è una scelta discutibile, soprattutto perché poi l’attore assume atteggiamenti da duro che contrastano fortemente con la voce italiana.

    ip-man-1-8Per fortuna il suo piccolo ruolo successivo, lo spadaccino di Blade II (2002), è talmente inutile che l’attore non ha neanche una battuta, e poi nel suo piccolo (e parimenti inutile) ruolino in 2 cavalieri a Londra (Shanghai Knights, 2003) lo si nota appena, anche se ha la voce “normale” di Pasquale Anselmo. Per fortuna i rarissimi titoli di Donnie che arrivano in Italia hanno un trattamento migliore del primo, sebbene da noi vengano distribuiti solo i film in cui l’attore è particolarmente taciturno, tipo il wuxiapian da mal di testa Seven Swords (2005), con la voce addirittura di Pino Insegno. Purtroppo capolavori inarrivabili come SPL: Sha po lang (2005) non sembrano avere speranze di arrivare nel nostro distratto Paese.

    Per fortuna l’enorme clamore internazionale per Ip Man (2008) ha spinto anche i nostri sordi distributori a farlo arrivare in Italia, stupendoci con la scelta coraggiosa di lasciare lo stesso doppiatore – Vittorio Guerrieri – per tutti e tre i film del personaggio, nel 2008, 2010 e 2015.


    Le ginocchia di Tony Jaa

    ong-bak-1-nato-per-combattere-8Donnie Yen non è mai stato lanciato in Italia come star marziale, anche perché in pratica è stato scoperto solamente nel 2008 grazie ad Ip Man. Che finalmente i distributori nostrani abbiano capito che devono smetterla di etichettare “il nuovo Bruce Lee” chiunque abbia gli occhi a mandorla? Eppure ancora nell’estate 2004 i trailer televisivi usavano quell’espressione per lanciare il thailandese Tony Jaa.

    Portato in Francia da Luc Besson e in America dal citato RZA, tutto il mondo – me compreso – dal 2003 aveva gli occhi pieni delle incredibili qualità marziali di Tony Jaa, uno degli allievi del titanico e compianto coreografo Panna Rittikrai. Per un solo mese, quell’agosto 2004, i cinema italiani hanno proiettato il film che invece il resto del mondo ha considerato l’inizio di una nuova èra: Ong-bak. E siccome siamo italiani e siamo famosi per la nostra creatività, gli abbiamo aggiunto il sottotitolo più stupido e banale e sfruttato della storia: nato per combattere.

    Chi (come me) ha avuto modo di vedere già prima il film in lingua originale, sa che il thailandese è una lingua che suona davvero urticante alle orecchie occidentali: è una compilation di miagolii irritanti che mal si addicono ad un eroe marziale. Malgrado la pessima distribuzione italiana, è stato lo stesso da elogiare il nostro Paese per aver dato al protagonista l’ottima voce di Stefano Crescentini. Sa rappresentare perfettamente un action hero totalmente diverso dal solito, senza alcuna dote “americana” a cui siamo abituati, ma grintoso ed abilissimo.

    the-protector-la-legge-del-muay-thai-9Lo studio SEDIF del primo film viene sostituito dal SEFIT-CDC ma rimane Crescentini a doppiare Jaa nella seconda uscita italiana: lo spettacolare The Protector. La legge del Muay Thai (Tom yum goong, 2005), anche qui per il solo mese di agosto 2007.

    Malgrado l’Italia ci metta un po’ a carburare, Tony Jaa è un divo internazionale dal 2003 e gira il mondo organizzando spettacoli dove esegue dal vivo le complicate e pericolose coreografie acrobatiche che si vedono nei suoi film, anche per rispondere alle critiche di chi parla di cavi o di computer grafica. Questo nuoce alla sua carriera da attore e così i suoi film cominciano ad essere rari… e purtroppo sempre più approssimativi.

    Se Ong-bak 2. La nascita del Dragone (Ong-bak 2, 2008) è un esotico affresco della Thailandia ottocentesca – con la voce di David Chevalier per la Technicolor – Ong-bak 3 (2010) è già una traballante ripetizione di cose già viste e un po’ trite – non ho trovato il doppiatore. L’arrivo di The Protector 2 (Tom yum goong 2, 2013) – con la voce di Massimo Triggiani per la CDR – dove recita al fianco dell’ex rapper RZA, è la prova che non si riesce più a trovare qualcosa da far fare all’attore. L’orripilante Skin Trade. Merce umana (2014) – con la voce di Riccardo Scarafoni per Video Sound Service – è la tomba sulla sua carriera, e ormai il destino dell’attore è fare piccole gustose particine in grandi film: come in Fast and Furious 7 (2015) con la voce Massimo Corvo per la CDC SEFIT. Paradossalmente la sua scena di combattimento con Paul Walker, cioè un attore non marziale, ha una qualità molto più alta degli interi film marziali in cui si è lanciato negli ultimi anni.

    ~

    Rimaniamo tutti in attesa del “nuovo Bruce Lee” proveniente dall’Asia, e finora molti bravi atleti si sono attribuiti quella qualifica: peccato che l’aspetto migliore dei loro film… sia l’ottimo doppiaggio italiano.

    L.
    P.S.
    Se simili resoconti vi interessano, vi invito a venire a trovarmi anche sul mio blog Il Zinefilo: viaggi nel cinema di serie Z.

  • Una conversazione con Carlo Marini – Aneddoti e curiosità sul doppiaggio che non c’è più (1^ parte)

    CarloMarini1

    Carlo Marini, classe 1950.


    Un preambolo lunghiiiiiiiiissimo!

    Il mondo del doppiaggio è un argomento che oggi appassiona un numero sempre maggiore di italiani, molti si sono avvicinati a questo argomento probabilmente partendo dalla curiosità di scoprire il nome associato ad una voce che continuavano a riconoscere (e magari ad apprezzare) in svariati film. Il passo successivo ovviamente è la scoperta di forum e siti web dove altri, accomunati dalla medesima curiosità, si sono ritrovati per condividere informazioni in merito.
    Internet è diventato un ottimo archivio di informazioni su questo mondo che fino agli inizi del 2000 era di difficile indagine, a meno di non conoscere direttamente qualcuno del settore capace di indicare voci e nomi dei protagonisti nell’ombra.
    Gran parte della conoscenza riversata su internet deriva da appassionati con l’orecchio fino ma anche dai doppiatori stessi i quali, in epoca di connessione per tutti, possono finalmente uscire dalle ristrette cerchie di amici ed arrivare ad informare chiunque, condividendo le proprie conoscenze, aiutando a mettere insieme i pezzi del puzzle.
    Questi input contribuiscono più o meno direttamente a far luce sulla lunga storia del doppiaggio e talvolta influenzano (non intenzionalmente) anche la fama di determinati nomi. Molti dei miei lettori avranno familiarità con nomi tipo Tonino Accolla, Luca Ward, Pino Insegno, Claudio Sorrentino, Michele Gammino, etc… questi infatti hanno la fortuna di essersi ritrovati, all’apice della carriera oppure ancora in piena attività lavorativa nell’era di internet, diventando volti noti (o perlomeno nomi noti) di un settore che fino a qualche decennio fa era solitamente quasi del tutto anonimo.
    Il limite di questa incredibile possibilità di accesso alle informazioni pubblicate on-line sul mondo del doppiaggio (e che prima di Internet erano praticamente insondabili ai più) sta nel fatto che, i doppiatori la cui carriera si è conclusa nelle decadi precedenti alla diffusione di internet, non avranno mai la stessa importanza (almeno agli occhi di un neofita) dei Luca Ward di turno. Mi perdoni Luca Ward, lo prendo ad esempio giusto per la sua popolarità ma non per altro motivo. Quello che non appare su siti come AntonioGenna.net sembra quasi non esistere agli occhi dei più, ma che dico “sembra”… non esiste proprio! E a un’indagine qualsiasi sul web si può giungere per esempio al paradosso di avere un Roberto Chevalier (classe 1952) che sembra aver diretto più doppiaggi di Emilio Cigoli (classe 1909). Cosa impossibile, fidatevi.
    Mentre la maggior parte degli appassionati di questo “universo” si avvicina ad esso a partire dal riconoscerne le voci, il mio approccio, come già molti di voi sapranno, è forse un po’ più inconsueto. Da bilingue e appassionato di cinema sono arrivato al mondo del doppiaggio analizzando gli adattamenti e soppesandone le scelte lessicali, cosa che tutt’oggi mi ostino a fare ed è ciò con cui il mio blog Doppiaggi Italioti si è fatto conoscere anche tra diversi professionisti del settore. Non sono mai voluto andare molto oltre per non sconfinare in argomenti di cui non sono esperto e che reputo comunque totalmente soggettivi (sebbene molto in voga sul web), come il giudicare la recitazione di un doppiatore, cosa che evito di fare in negativo salvo casi lampanti, ed ho sempre ribadito di non essere in alcun modo un conoscitore (e riconoscitore) di doppiatori.
    Per questo, alla prima domanda che mi ha posto Carlo Marini “tu sai chi è Emilio Cigoli, no?”, sono cascato dal pero. Perché, così come tanti altri, anche io mi sono avvicinato al mondo dei doppiatori basandomi su ciò che è reperibile su internet… lo stesso internet dove, sì, la voce di Cigoli è segnalata su centinaia di opere più o meno famose e volti noti del cinema americano (John Wayne, Gary Cooper, Clark Gable, Gregory Peck… tanti ce n’è), ma dove egli appare come direttore di doppiaggio unicamente in un paio di produzioni, un paio… di numero, quando invece la verità è che dagli anni ’40 agli anni ’70 Cigoli nelle sale di doppiaggio era una vera e propria divinità (o “egemone” forse preferiranno definirlo i suoi scissionisti), non solo come doppiatore ma soprattutto come direttore… e Carlo Marini, già alla fine degli anni ‘70, era presto diventato il suo pupillo.
    Quindi, con la medesima ignoranza comune a molti (poi subito colmata ovviamente), chiamo Carlo al telefono basandomi sul suo curriculum “on-line”, senza avere alcuna idea del suo ruolo da protagonista nella scena del doppiaggio a cavallo tra anni ’70 e ’80, cosa che avrei scoperto di lì a breve.

    emilio-cigoli2

    Le interviste migliori iniziano con la domanda “tu sai chi è Cigoli?”


    Il passaggio al nastro magnetico a più piste, Frank Agrama,
    The Immortal.

    La conversazione di oltre un’ora inizia con una mia semplice domanda da scolaro, “come è cambiato tecnicamente il modo di fare doppiaggio?”, ma è subito chiaro che Marini ha milioni di cose da raccontare! Dalle serie televisive americane su nastro che venivano copiate su pellicola verdognola 16mm tramite il vidigrafo (per creare i famosi “anelli” su cui incidere il doppiaggio) si vola quasi subito a “quella volta in cui a me e Cigoli ci chiamarono in America, da Agrama, per doppiare The Immortal… dal famoso Agrama, quello che è stato inquisito insieme a Berlusconi per i film che comprava a maggior prezzo… insomma, quell’Agrama lì”.
    Se in un primo momento mi è difficile capire il motivo di questo salto apparentemente pindarico, Carlo, dopo molti aneddoti riguardo il doppiaggio di questa serie e riagganciandosi alla mia domanda iniziale, arriva al punto del discorso: Frank Agrama, con la scusa (fasulla) di voler doppiare direttamente in America suddetta serie televisiva, aveva convocato a Los Angeles doppiatori italiani professionisti per testare i primi sistemi di incisione su nastro magnetico che avrebbero mandato in pensione tutto il complicato sistema basato sul pellicola, fino a quel momento necessario per incidere la traccia audio doppiata:
    Da quel momento in poi non è stato più necessario il gran macello che dovevamo orchestrare con il sistema a pellicola. Questo comportava prima un riversamento su pellicola col vidigrafo, poi doppiare in sala con il proiettore da 16 mm, con la necessità di avere due operatori, poi il tutto passava alla moviola perché bisognava missare e sincronizzare con la parte visiva… e sto omettendo dal discorso le parti in cui aspettavamo che arrivasse la pellicola dal laboratorio di stampa. Se volevi risentire quello che avevi inciso la settimana prima, non era possibile! Era un incubo dirigere un doppiaggio in questa maniera, anche se io per fortuna non ho mai diretto con questo sistema.

    Arrivato il sistema a nastro magnetico, l’unico inconveniente furono le quintalate di ferro buttate al vento.
    Mi spiega poi che il sistema di registrazione su nastri magnetici da un pollice (o “pollicione”, come lo ricorda Carlo) veniva testato alla fine degli anni ’70 negli Stati Uniti, dove era stato inventato. La sua convocazione risale al ’79-’80 circa, anche se Carlo non ricorda la data con certezza. Il vantaggio immediato del nuovo sistema era quello di poter registrare separatamente ciascuna voce e poi di missarle tutte insieme in un secondo tempo, ma soprattutto la possibilità di poter “mandare indietro” e risentire immediatamente ciò che si era appena registrato, senza le attese di sviluppo fotografico degli anelli del vecchio sistema a pellicola!
    Poi sono arrivati i sistemi di montaggio video, macchine diverse da quel “pollicione” e, insomma, le cose si sono evolute. C’è stato prima il Fostex, poi l’Avid, eccetera. Il passaggio ad altri sistemi è stato beneficiario per le società di doppiaggio, sia dal punto di vista pratico sia economicamente. Quando siamo passati al multipista, avevi a disposizione 16 o anche 24 piste audio. Io ad esempio mettevo Marini su una pista, quella su un’altra, quello su un’altra… e sentivo insieme se suonava bene. Ma a quel punto chiunque lo poteva fare, capito?

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    TASCAM 85-16B uno dei più celebri registratori a nastro da 1 pollice, a 16 piste. Prodotto dal 1979 al 1984

    Prima dei registratori a nastro magnetico il direttore di doppiaggio guardava il film ed aveva il compito di ricordare a mente, senza poterle risentire al momento di registrare, le varie intonazioni “e le varie incisioni!”, ci tiene a precisare Carlo.
    Ne’ La Zona Morta, ad esempio, quando il protagonista scrive alla fidanzata, la sera, alla fine del film… su quella feci, uh… 7 incastri! 10 incisioni, 7 incastri. Ma così, a mente! Perché mettevo i puntini… quello che mi piaceva… poi lo cancellavo, poi lo rimettevo, a seconda di come il doppiatore me la faceva.
    “Quindi nei doppiaggi di un tempo – chiedo io – una più libera interpretazione sui personaggi doppiati era in parte anche dovuta al sistema di registrazione in uso che, a livello tecnico, richiedeva…”. Carlo mi interrompe con la voce dell’esperienza: “Eh, richiedeva… richiedeva due bei coglioni!”.
    Chiedo maggiori informazioni sulla serie The Immortal che erano andati a doppiare in America, la storia inizia quasi come una barzelletta:
    C’era Cigoli, Renzo Stacchi, Emanuela Rossi con Massimo Rossi in veste di accompagnatore della sorella Emanuela, che dopo s’è messo lì anche lui a doppiare. Eravamo strapagati, eh! Tutto il giorno stavamo in giro a spasso e a mezzanotte iniziavamo a doppiare! Alla fine hanno capito che non potevano far così, con Cigoli che purtroppo già non stava bene e io che mi facevo quasi tutti i personaggi. Stacchi doppiava il protagonista, ma tutti i co-protagonisti, incluso Fletcher, in poche parole li doppiavo io.
    Ma non ce l’avevano detto il motivo per cui fummo convocati, io l’ho capito dopo, altrimenti avremmo chiesto molto di più.

    L'immortale_(serie_televisiva)

    Ora potete correre su Wikipedia ad aggiornare pure questa


    La prima società di Marini, Craxi, i portieri dei socialisti
    .

    Carlo oggi non lavora più nel doppiaggio per problemi con i colleghi, problemi sui quali, per il momento, sorvola e puntualizza che in ogni caso già non doppiava più da tempo in quanto era prevalentemente alla direzione dei doppiaggi, con una sua società dagli alti fatturati e grazie alla quale, di punto in bianco, era diventato un padreterno”!
    Gli domando come abbia fatto di punto in bianco a far decollare la sua azienda e Carlo, candidamente, re-inscena un dialogo che ha valenza storico-culturale e probabilmente è ancora valido tutt’oggi in Italia:
    Mi dissero: “se non ti fai raccomandare, non ti possiamo dare più nemmeno un film da doppiare!”. Dico: “ma ho lo stabilimento di doppiaggio, ho le macchine, le telecamere, c’ho tutto, ho 16 dipendenti…!” “EEE-ehehe-eee, eh ti devi fare raccomandare”.
    Per avere le commissioni ci si doveva raccomandare presso membri del partito a quel tempo in carica quindi, nel caso di Marini, dai socialisti. Così Marini tira fuori un altro aneddoto che potrebbe sembrare una scena di un film di Monicelli:
    Io avevo fatto delle grosse cortesie, sia a Craxi che a Martelli che a Tiraboschi… dico: “m’hanno detto che mi devo fare raccomandare, però non so da chi. Chi è che mi deve raccomandare?”, dice: “non ti preoccupare”. Poi un giorno mi chiama Angelo Tiraboschi e fa “adesso ti porto da Enrico”, dico “Enrico chi?” “Manca, no???”… spunta fuori che Tiraboschi e Manca erano amici. Dopo essere stati da Manca, il giorno dopo stesso, mi chiama [uno dalla RAI]: “Tu sei matto Marini, io adesso te devo da’ nove mijardi de lavoro! E non so come fare, perché non ce l’ho!”. Gli dico “e vabbé dammene di meno, ma che me ne frega!” e lui: “tu poi vai a parlare direttamente con Manca…!”, gli rispondo: “ma me l’hai detto tu di farmi raccomandare, me l’hai detto tu che conoscevi Tiraboschi, Martelli e Craxi”, e lui mi risponde “ma qua sono tutti raccomandati dal portiere del palazzo accanto, che è amico della moglie del figlio del portiere che sta da Craxi”.
    Capito? Ci si raccomandava ai portieri dei politici… e io invece ero andato direttamente da Enrico Manca.
    [ride]
    Difatti Angelo mi disse “mbé guarda, se mi chiedevi di fare un tratto di strada ferrata della direttissima Roma-Firenze faticavo de meno”. Per lui poi, che era abituato a dare a 
    Longarini 870 miliardi l’anno(!), sarebbe stata una stronzata e questo invece per prestare 9 miliardi l’anno a me… capito?
    La società di Marini si chiamava F.C.M., Carlo svela che l’acronimo stava per “Fernando Carlo Marini”. Fernando era il padre di Carlo che poi abbandonò esclamando “qua siete tutti matti!”. Successivamente l’azienda venne divisa in due: la FCM, per i doppiaggi per RAI e altra televisione, e l’Omega per i film.
    Carlo ribadisce che senza raccomandazioni non potevi lavorare in alcun modo. Nel 1991 produsse anche un film, Le mosche in testa, che all’epoca, dice Carlo, ebbe un gran successo al botteghino e gli fruttò 200 milioni di lire che arrivarono inaspettatamente in un periodo in cui era già “in discesa”.

    portineria

    Qui raccomandazioni


    Il teatro, lo schnauzer gigante del figlio di Claudio Villa, i primi brusii
    .

    Con brevi accenni ai suoi vent’anni, a ville del ‘500, grandi feste con ballerine, due anni di medicina ad Ancona, una forte amicizia con il figlio di Claudio Villa, etc… Carlo Marini ricollega la sua vita al mondo del doppiaggio partendo dal suo incontro con il regista teatrale fiorentino Franco Enriquez in occasione di un suo spettacolo allo Sferisterio di Macerata.
    Quando me lo chiese, gli dissi “a me sarebbe sempre piaciuto fare teatro, cinema… ma studio medicina” e lui: “ah, dai, vienimi pure a trovare a settembre al Teatro Argentina, chiedi di me e non ti preoccupare”. Qui Marini imita l’accento toscano di Enriquez: “Minima parte, minima paga”.
    CarloMarini2Ci andai e recitai in Coriolano (1975) e Il Sipario Ducale (1976), due lavori. Poi feci un film e mi doppiai nel film (“
    Cugine mie”, di Marcello Avallone, 1978). Quando mi sono doppiato in quel film, Rino Bolognesi mi disse “ma sai che tu potresti far doppiaggio?”, da lì entrai nell’ambiente, anche tramite il figlio di Claudio Villa, Mauro. Io ero molto amico di Mauro e poi di Claudio stesso. Pensa che sono andato al suo matrimonio e sono stato vicino alla famiglia quando Claudio morì.
    Con Mauro andammo a vivere in due appartamentini vicini l’un l’altro, io avevo un alano, Tommy, e lui aveva uno schnauzer gigante, io c’ave-… ma insomma tutta storia che non è che conti molto, però qui collego un po’ tutto, la mia vita con il doppiaggio… Parliamo dunque del doppiaggio: la madre di Mauro era Miranda Bonansea, la 
    doppiatrice di Shirley Temple. Col passare degli anni aveva perso questa cosa ed era diventata assistente al doppiaggio. Lì, un po’ una mano me l’ha data. Mi faceva chiamare per fare qualche “brusio”, cosette.


    Cooperativa Sincrovox e l’incontro con Emilio Cigoli
    .

    Carlo: Poi da lì mi chiamano alla Sincrovox, era un’altra società, dove c’era Cigoli ma non lavorai subito con lui perché mi misero in guardia inizialmente: “no, ancora non ti mandiamo da Cigoli, perché forse non sei ancora pronto. Non ti mandiamo perché, sai, Cigoli è uno tosto”.
    Cigoli era uno che “MMMhhh… Marini!!!” [Carlo imita un tono di rimprovero di Cigoli]… lui ti diceva come la dovevi fare la frase. Se non la facevi uguale a come diceva lui…
    Evit: Te ne andavi?
    Carlo: No, al contrario. NON te ne andavi! Fino a che non gliela facevi uguale non te ne andavi a casa!
    Dopo mie insistenze, alla fine mi dicono: “va bene, va’ a fa’ sto brusio co’ Cigoli, vedi un po’… perché se te pija de storto, poi dopo sei finito”. Porca miseria, pensai!
    La prima volta che andai da Cigoli fu per un brusio su un film italiano ed eravamo un piccolo gruppo di persone, ognuno con una battuta diversa – a me credo fosse toccata una battuta del tipo  “Ma sta cadendo la neve!” – e Cigoli dava a ciascuno di noi indicazioni su come doveva esser fatta la battuta.
    Devi tenere presente che quando sentivi Cigoli sembrava di parlare con Gary Cooper o con John Wayne! Perché, anche il microfonino filtrato che c’è tra la sala di doppiaggio e la cabina di regia, a lui non “tagliava” la voce, era proprio come sentire John Wayne in persona che parlava con te.
    A fine anello Cigoli dice [Carlo ancora una volta imita la voce severa di Cigoli]: “chi ha detto Sta cadendo la neve?”. Porca buttana – pensai – ecco, m’ha beccato! Gli rispondo con voce timorosa “sono io, signor Cigoli, Marini”. “Molto bene, dopo, alla fine, venga qui che le devo parlare”. [Carlo emette un verso strozzato, temeva il peggio]
    Il colloquio andò diversamente da come temevo e infatti da lì son diventato il pupillo suo, mi ha aperto tutti i cassetti. Cigoli alla fine diceva di me: “a Marini non gliela ricordo tanto la fa come vuole lui”. In realtà dovevi fare sempre come voleva lui e molto spesso non ci azzeccava tanto, però il cassetto intanto te lo apriva! Sapeva come funzionava quello, quello, quello e quello. Delle volte mi faceva aprire un cassetto che io non ero d’accordo… infatti, anche in Interceptor, dove lui era direttore, purtroppo c’è una frase che è raccapricciante…
    Evit: Quale?
    Carlo: “AHAaaahARRRGHGHGHHG!!!”, una cosa così. Ma d’altronde se non gliela facevi uguale a come la voleva lui non passavi.
    Il primo film importante che ho doppiato con Cigoli e per cui non sono andato neanche in viaggio di nozze è stato L’Inferno Sommerso, nel ’79, dove doppiavo Michael Caine. Da lì poi ho iniziato la mia carriera, ho diretto il doppiaggio di Bolero Extasy (1984) (NdA: della Cannon Film!), poi ricordo Sotto Tiro (1983), bellissimo film, con Gene Hackman, Nick Nolte e Johanna Cassidy… da lì ho cominciato praticamente a lavorare sui film americani con invidia crescente dei colleghi e poi anche per la RAI.


    Aggiorniamo qualche pagina web
    .

    A questo punto dell’intervista sono desideroso di chiedere a Carlo maggiori informazioni sugli interpreti e le curiosità di doppiaggi di cui su internet si trova poco. Quando chiedo della sua voce sul protagonista in Punto Zero (1971) Carlo risponde “non me lo ricordo, dovrei rivederlo, ma sai quanti ne ho fatti che non ricordo…“, purtroppo lo stesso capita quando gli chiedo se ricorda di altri colleghi in Interceptor – Il guerriero della strada, un film nel quale Marini come protagonista avrà avuto sì e no 16 battute (letteralmente) e quindi avrà passato poco tempo in sala di doppiaggio. I ricordi più solidi riguardano il primo film dove mi conferma che Cigoli dava la voce al capitano, quello pelato con i baffi, oltre ad essere il direttore di doppiaggio del film stesso (non è chiaro chi ha diretto il secondo film visto che il film è del 1981 e Cigoli è morto nel 1980). Mi conferma poi la voce di Mirella Pace come moglie di Rockatansky, sempre nel primo Interceptor (fino ad ora il nome della Pace era seguito da un punto interrogativo sul Genna) ed accenna anche al terzo film della serie (dove abbiamo Massimo Giuliani su Mel Gibson):
    Carlo: Poi per il terzo volevano me alla Warner ma qualcuno gli disse che mi ero trasferito in America, addirittura con i cavalli che avevo portato lì – perché all’epoca avevo un’azienda con i cavalli etc…
    Evit: ho capito.
    Carlo: hai capito, va’!
    Evit: in pratica ti hanno fatto le scarpe sul terzo film.
    Carlo: Sì, sì, sì! Anche perché poi Massimo Giuliani, che Dio lo perdoni… perché Sorrentino, ci sta bene, ma Massimo Giuliani… terribile su Mel Gibson!

    ________________________________

    Troverete ulteriori curiosità in esclusiva e divertenti aneddoti sul mondo del doppiaggio nella seconda parte dell’intervista con l’attore, doppiatore e direttore di doppiaggio Carlo Marini; di prossima pubblicazione.
    interceptorDVD

  • Frammenti di doppiaggio (12) – Wagon-lits con omicidi

    In questo film che in pochi ricordano c’è una battuta di Wilder doppiato da Oreste Lionello che fu il tormentone della mia giovinezza, forse il mio primo tormentone in assoluto della mia vita: lo stizzato “porca puttana!” di Wilder-Lionello ogni volta che Wilder veniva gettato giù dal treno. La prima scena è anche la più divertente ma dato che nel film ce ne sono ben tre, vi ho fatto una piccola compilation dei “porca puttana”!
    silver streak
    La battuta originale nella prima (e più memorabile) scena era:
    Goddamnit! Son of a bitch!
    laddove “goddamnit!” è stato sostituito dagli urletti stizzati ed il “son of a bitch!” ovviamente venne sostituito da “porca di puttana!“. Le successive due scene saranno solamente fatte di son of a bitch!/porca di puttana!.
    In inglese nessuno ricorda questa battuta; più che altro per i parlanti inglese è memorabile l’idea comica di Wilder che viene ripetutamente gettato giù dal treno.
    In italiano, grazie a Lionello e alla sua interpretazione, quella battuta diventa un vero e proprio tormentone, tanto che, mentre lavoravo a questo video a casa dei miei, mio padre lo sente da lontano e dice “ma quello è Gene Wilder in Wagon-lits? (risate) non lo sento da una vita!“.
    Chapeau!

  • Intervista al doppiatore Edoardo Stoppacciaro

    Edoardo Stoppacciaro
    Evit:
    Edoardo, noi due siamo quasi coetanei e ci siamo conosciuti grazie ad un film che entrambi amiamo, Guerre Stellari. La mia prima domanda è questa: i film anni ’70 e ’80 con i quali siamo cresciuti (Guerre Stellari, Ghostbusters, Indiana Jones… etc) con le loro splendide versioni italiane ti hanno influenzato verso la scelta di diventare doppiatore?

    Edoardo:
    Sono molto contento dei titoli che hai citato. Di uno in particolare: “Ghostbusters”. È il mio film preferito di sempre, e la tua domanda è dannatamente pertinente, perché sì, posso dire di essermi innamorato della figura del “Doppiatore” (la “D” maiuscola non è casuale, visti i Doppiatori di quel film) innamorandomi delle voci di “Ghostbusters”. Vedevo e rivedevo il film, a tutt’oggi lo so a memoria battuta per battuta, e ripetendomi le battute così come le avevo imparate, poco a poco le ho “consolidate” nella mia testa come le dicevano i grandi Oreste Rizzini, Sergio di Giulio, Mario Cordova & Co! Erano davvero, come dici tu, “splendide”, quelle versioni italiane. Così come i film di quegli anni, avevano la freschezza e la verità di una conversazione origliata per caso tra qualche amico, celando un lavoro certosino, di grande attenzione nella ricerca dei personaggi e nella loro resa in una lingua diversa, oltre che di grande divertimento, nel quale poco o nulla era lasciato al caso.  Ecco, erano pellicole capaci di far sognare, con doppiaggi capaci di far sognare a loro volta. E io sognavo la strana magia di poter dare la voce ai miei eroi preferiti. Mai avrei pensato, all’epoca, di poter un giorno vivere di questo!
    Quando incontri qualche doppiatore dei tuoi film preferiti, come ad esempio Ghostbusters, gli chiedi mai una imitazione come farebbe un qualsiasi fan?
    Ahahahahahahah! La tentazione è forte, ma mi contengo. A volte con un po’ di fatica!
    Come sei entrato nel mondo del doppiaggio?
    Io sono di Viterbo. Ho frequentato una scuola di teatro per bambini nella quale (e grazie alla quale) sono cresciuto. Quella scuola, negli anni, è diventata una compagnia, la “Teatro di Carta”, e sotto la guida della grande Elda Martinelli e delle persone che insieme a lei ci hanno formato, mi ha fatto innamorare (ammalare?) della recitazione. Purtroppo, ero stato da più parti scoraggiato dal tentare la strada del doppiaggio, e così, illuso che la mia avventura recitativa si fosse conclusa con le scuole superiori, dopo il liceo mi sono iscritto a giurisprudenza a Roma 3. E qui ci mise mano mamma: trovò l’inserzione di un’accademia di recitazione e doppiaggio gestita da Pino e Claudio Insegno, con maestri del calibro di Adalberto Maria Merli, Massimo Giuliani, Roberto Pedicini e Gianni Diotajuti. Feci il provino d’ammissione, lo superai, e proprio grazie a Massimo Giuliani iniziai a fare i miei primi turni, capendo che non avrei mai potuto fare altro nella vita (con buona pace del mondo del diritto, che di sicuro si gioverà grandemente della mia assenza!)
    Per essere “nuovo” del mestiere, nel tuo curriculum compaiono tanti film e serie tv del genere fantasy (Lo Hobbit, dove interpreti uno dei nani, Il Trono di Spade, dove doppi(avi) il personaggio di Robb Stark e C’era una volta, che… non ho mai visto), è una coincidenza o sei un appassionato del filone fantasy e partecipi attivamente a tutti i provini di questo genere?
    Appassionato? Sono un orgogliosissimo nerd! Purtroppo la partecipazione ai provini non dipende da me: se il provino è richiesto dalla committenza e se il direttore di doppiaggio ti vede come scelta plausibile per un ruolo, allora ti chiama. E a quel punto sta a te vincere o perdere. Ma posso dirti che quando mi è capitato di partecipare a provini o a lavorazioni come “Il Trono di Spade” e “Lo Hobbit”, ci ho messo veramente l’anima: sono storie e personaggi che mi emozionano sempre, e se non ci si emoziona, il nostro lavoro non viene bene.
    Il film/personaggio che ti è piaciuto maggiormente doppiare?
    Mmmmh… questa è difficile, perché quando sei lì e entri nelle storie che i personaggi ti raccontano, finisce che ti innamori un po’ di tutti. Di sicuro, i due che mi hanno dato di più, almeno di recente, sono Cesare Borgia nella serie “I Borgia” andata in onda su Sky, e Robb Stark ne “Il Trono di Spade”. Adoro la Storia, specialmente quella rinascimentale, e sono un fan sfegatato delle “Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” fin da quando la serie HBO non era neanche in programma: doppiare questi due eroi così diversi tra loro mi ha divertito ed emozionato. E poi sono anche due attori molto bravi!
    Sei invitato spesso ad eventi come Lucca Comics e simili dove ti intervistano e dove reciti parti di copioni di film famosi in cui tu hai prestato la voce… quale “prodotto” ti ha portato più fama ed attenzione in questi circuiti?
    Sicuramente “Il Trono di Spade”, ma anche “Lo Hobbit” mi ha reso abbastanza riconoscibile.
    Hai avuto modo di incontrare qualcuno degli attori da te doppiati?
    Una sola volta, e proprio per uno dei miei ruoli preferiti: sono stato sul set italiano de “I Borgia” e ho conosciuto Mark Ryder, l’attore che interpreta Cesare e al quale presto la voce in italiano. È stato molto divertente. Mi hanno anche inserito negli extra del dvd della seconda stagione: un grande onore, per me!
    Ho letto che hai partecipato al doppiaggio di un film che io ho criticato aspramente nel suo adattamento. Cosa ne pensi delle mie critiche all’adattamento di Pacific Rim?
    Ahahahah! Sì, avevo letto l’articolo con molto interesse. Scusa se inizio la risposta con la risata, ma ricordo che in chiusura c’era una foto del “Marshal John Rock” che mi aveva fatto morire dalle risate!…
    (Sono sempre felice di riuscire a far ridere qualcuno.)
    …Trovo le tue critiche assolutamente fondate. C’erano effettivamente dei passaggi del film in cui sembrava di ascoltare quelle conversazioni tra giovani industriali in carriera tipo “Spizzichiamo un po’ di finger-food per un brunch nel mio open space dopo il briefing col boss“… Non so come siano andate le cose nello specifico di questo film, ma conosco la prassi: quando si parla di termini specifici o di nomi (e credimi, fatico a inserire “Maresciallo” in entrambe le categorie), la nomenclatura per l’edizione italiana può essere decisa in due modi: se c’è un materiale letterario di riferimento, ci si rifà a quello; altrimenti viene decisa dalla committenza con (non sempre) un piccolo margine di trattativa per il direttore/adattatore. Conosco bene Fabrizio e mi è capitato spesso di lavorare su suoi adattamenti: essendo persona di notevole cultura e conoscendo molto bene l’italiano, è ben lontano da qualsiasi vezzo anglofono, te l’assicuro. Quindi ho pochi dubbi su cosa possa essere successo in fase di “pre-doppiaggio”.
    Dicci, dicci! Dietro le quinte, chi spinge per adattamenti sempre più “inglesizzati” e perché ci riesce?
    Sono spinte che arrivano sempre da oltreoceano, dal cliente (Warner, Paramount, Fox, Sony, Miramax e simili). I clienti affidano la supervisione dei doppiaggi ad un capo edizione, e capita che questo capo edizione sia anglofono, o che comunque abbia lavorato a lungo all’estero. Di solito sono loro a premere, perché definiscono “aderenza all’originale” dire il più precisamente possibile quello che viene detto nell’edizione in inglese. E spesso non è facile spiegare che “come l’inferno” è un termine di paragone che da noi non si usa. O che “Marshal” farà tanto fico, ma che da noi si dice maresciallo.
    Prima di registrare, avete modo e tempo (voi doppiatori) di provare le battute e in generale di studiare il personaggio?
    Magari! A me personalmente non è mai capitato. So che alcuni colleghi, per lavorazioni importanti, riescono ad ottenere il notevole privilegio, ma soprattutto adesso che va di moda far uscire i film in contemporanea, i materiali video per la lavorazione arrivano in versione non definitiva, con continue modifiche di settimana in settimana, criptati, in bianco e nero, a bassa risoluzione, pieni di scritte e bande rosse che ostacolano l’immagine. O addirittura, come fu per “transformers”, a schermo nero con un cerchietto che si apre in corrispondenza della faccia del personaggio SOLO per il tempo della battuta. O più semplicemente, i tempi sono talmente stretti che non c’è tempo per vedere il film prima dell’inizio della lavorazione. Sta al direttore del doppiaggio parlare del personaggio, spiegare le sue motivazioni, il suo carattere e la sua storia.
    Quindi ha ragione uno dei miei lettori che, a scherzo, si domandava se, come avviene per i videogiochi, anche nel caso dei film i doppiatori forse non vedono nemmeno cosa doppiano!  Tra “supervisors” ignoranti e doppiaggi “al buio” questo lavoro mi sembra sempre meno un sogno e sempre più un incubo, specialmente per i direttori di doppiaggio. Ma quando è cominciato ad essere così il lavoro del doppiatore e, sopratutto, è così per tutti i film oppure solo per le produzioni più “grandi”? Anche i film minori hanno supervisors in sala di doppiaggio e schermi neri con cerchietti sulle bocche?
    In genere sono solo i blockbuster più attesi ad avere un controllo così serrato. Purtroppo, per questi film, la battuta del tuo lettore non si è allontanata troppo dalla verità. L’influenza sempre maggiore dei cosiddetti ” supervisors” è iniziata molto prima che io mi affacciassi al lavoro di doppiatore, quindi me la sono trovata come realtà già consolidata. So come si lavorava prima dai racconti dei miei colleghi più grandi: mi parlano di un ambiente molto più selettivo, molto più rigoroso… In sala si entrava in punta di piedi, in giacca e cravatta, e ci si dava del lei. E le scelte erano TUTTE del direttore di doppiaggio, vero e proprio regista dell’edizione italiana.
    Cosa ne pensano i doppiatori professionisti dei ridoppiaggi di vecchi e nuovi classici? E cosa ne pensi tu nello specifico?
    Penso che siano un’operazione puramente economica: alle major costa meno ridoppiare tutto il film che rinnovare lo sfruttamento dei diritti sulle vecchie voci. Detto ciò, personalmente li trovo un’operazione priva di senso. Parliamo di film che furono doppiati con tecnologie e soprattutto con TEMPI impensabili, oggi e PERFETTI per quel tipo di prodotto. E quando dico “impensabili”, intendo anche “irripetibili”. Penso a un eventuale ridoppiaggio… che so… de “L’attimo fuggente”. So da colleghi che presero parte a quella lavorazione che spesso si doppiavano due, tre anelli a turno. Oggi abbiamo piani di lavorazione con trenta, quaranta anelli. E non è solo questo: c’erano una magia, una recitazione, una grana sonora, che creavano un’amalgama secondo me irriproducibile, oggi. E credo che questa sia anche l’opinione generalmente condivisa dai colleghi.
    Ti rigiro una domanda, pari pari come l’ho fatta a Luca Dal Fabbro: non vi secca (a voi doppiatori) lavorare alle volte su film di ultima scelta con attori che recitano da cani e che sapete essere destinati ad ore antelucane su canali regionali? A volte si vedono certi film scadenti e giustamente sconosciuti e viene da pensare “poveri doppiatori, impegnati in tale porcheria mentre ci sono capolavori che tutt’oggi non sono stati ancora doppiati”.
    Come ti dicevo, di solito ho la fortuna di appassionarmi a quasi tutto quello che doppio. E sottolineo “quasi”. È vero: quando ti trovi a dover doppiare un cagnone esasperante che vomita battute insulse in un film brutto ma brutto brutto brutto, ti prende un po’ male e il turno rischia di non passarti più. L’unica soluzione è ricordarsi che, comunque, anche quello è lavoro e che, in quanto tale, va portato a termine con la massima serietà e il massimo impegno possibile. Spesso ci sentiamo dire dal direttore “Guarda, lo so che lui con quella faccia non ti aiuta, ma nei limiti del possibile, cerca di farla un po’ meglio”. A quel punto diventa quasi un esercizio di recitazione. Poi ci sono casi in cui il film è veramente così brutto che l’unico escamotage per uscirne sani di mente è riderne tutti insieme tra un anello e l’altro. E ne escono turni davvero divertenti. Quindi in un modo o nell’altro, “la sfanghiamo”. La cosa diventa paradossale quando, come dici tu, ti trovi a doppiare ‘ste cose improbabili e magari la sera prima, in un cinemino d’essay ricavato in un sottoscala o su un dvd che hai fatto arrivare tra mille peripezie dalla Nuova Zelanda, ti trovi a vedere dei film pazzeschi che nel resto del mondo sono cult da anni e che qui da noi, probabilmente, non arriveranno mai. Questa, purtroppo, è una realtà contro la quale battersi è più impossibile che difficile.
    Hai un aneddoto divertente o curioso riguardante il tuo lavoro da condividere con i miei lettori?
    Mah, di cose curiose ne capitano quasi ogni giorno ( da cui la famosa espressione tanto usata nel nostro mestiere: “Se nun so’ matti nun ce li volémo”). La cosa che mi diverte sempre molto, e che non capita solo a me, è la richiesta che viene fatta il 90% delle volte quando, alla domanda “Che lavoro fai?”, rispondi “Il doppiatore”. Sorrisone ammiccante, risatina, e poi “No! Troppo fico! Me fai ‘na voce?”
    Infine, una domanda che pongo a tutti i miei intervistati…  cosa ne pensi di questo mio blog Doppiaggi Italioti? Hai avuto modo di esplorarlo un po’ per avere un’idea delle sue intenzioni?
    L’ho spulciato ed esplorato. Risposta da intervistato piacione: “Bèh, mi piace molto”. Risposta sincera di Edoardo: Bèh, mi piace molto! Ma davvero, giuro! Gli argomenti che tratti sono tutti meravigliosamente sulla mia lunghezza d’onda, e per quanto riguarda più strettamente il tema “doppiaggio”, voglio spendere qualche parola più specifica sul modo che hai scelto per parlarne. Il doppiaggio è semplicemente uno strumento di mediazione culturale. Come ogni strumento, si può scegliere di non avvalersene (possibilità mai così facile come negli ultimi anni e mai così ignorata dai detrattori più feroci del mio lavoro). Ecco… Il doppiaggio è un compromesso. Chi è perfettamente bilingue, ovviamente, può farne a meno senza problemi; chi non ha questa fortuna, ha BISOGNO di un compromesso. Alcuni preferiscono i sottotitoli; altri il doppiaggio, ma sempre di compromessi parliamo. E il doppiaggio è un compromesso che rappresenta un’eccellenza del nostro Paese. Oggi come oggi, però, fa molto fico, molto radical chic, molto “intellettuale duro e puro” sparare a zero sul doppiaggio, annientarlo senza se e senza ma, a volte con sufficienza, altre volte con autentica indignazione, scomodando termini come “stupro”, “barbarie”, “fascismo” e chi più ne ha più ne metta. Proprio questo mi piace, di “Doppiaggi Italioti”: critichi giustamente i brutti doppiaggi o le pecche in doppiaggi buoni, le ingenuità più o meno colpevoli negli adattamenti, argomentando dettagliatamente e sempre con grande ironia, ed è il genere di critica che io apprezzo sempre, perché è quella che fa crescere. Riesci a evidenziare i pregi e a stigmatizzare i difetti del nostro lavoro esprimendo pareri sempre ben documentati e ponendoti (e ponendoCI) domande precise e pertinenti.
    Sono onorato da ciò che dici perché mi hai confermato inequivocabilmente che le mie intenzioni sono percepite dai lettori. Nello scrivere un blog è difficile poi verificare se effettivamente i propri messaggi “passano” perché, eccetto che nell’area commenti, non c’è mai un vero e proprio confronto.
    Parlerai del mio blog ai tuoi colleghi?
    L’ho già fatto, spesso e anche abbastanza recentemente: su Facebook (dal quale mi tengo debitamente alla larga) un noto regista italiano “sbarcato” oltreoceano ha sparato a zero sul doppiaggio e, particolarmente, sui doppiatori, accusandoli di appiattire, rovinare, annientare, stuprare, svilire ecc ecc ecc…. tutto il lavoro che lui ha portato avanti per mesi coi suoi meravigliosi attori americani, dicendo che, ahilui, anche stavolta sarà costretto a lavorare con noi miserabili cialtroni perché una distribuzione solo in lingua originale, in un Paese ottuso, ignorante, gretto e pigro come l’Italia, sarebbe un suicidio. E nel polverone che si è scatenato, più di una volta mi sono trovato a chiacchierare con i colleghi sulla tendenza generalizzata a demonizzare il nostro lavoro, e a parlare di “Doppiaggi Italioti” proprio per i motivi che ti ho detto.
    Ho sentito di questa polemica sollevata da Moccioso Muccino, la trovo piuttosto sterile nei suoi contenuti… e dunque l’ho ampiamente ignorata. Non è neanche degna di nota.
    Ti ringrazio per i tantissimi complimenti e per esserti concesso a questa intervista caro Edoardo. Mandami una foto che la uso in apertura.
    Ti invio l’unica foto che ho trovato sul computer, non sono un grande cultore della mia immagine.
    Sei un esemplare raro. Bel maglioncino comunque.
    Grazie.
     

  • Altri 5 attori che la voce dei nostri doppiatori se la sognano

    paveseInizio con una nota particolare su Paila Pavese.
    Paila Pavese sembra la voce perfetta per chiunque lei doppi, che sia Kim Basinger in Batman, Karen Allen nei Predatori dell’Arca Perduta, Sigourney Weaver in Gorilla nella Nebbia o Kathleen Turner (Jessica Rabbit) in Chi Ha Incastrato Roger Rabbit?.
    In generale sembra essere particolarmente adatta nei ruoli della “damigella in pericolo”, riuscendo però a conferire ai suoi personaggi sia un senso di fragilità che di forza e sensualità (laddove necessaria). E’ un peccato che non abbia mai avuto ruoli stabili nel doppiaggio, bensì la troviamo spesso soltanto come una sorta di doppiatrice “jolly”, forse in sostituzione di altre colleghe di ruolo ma più probabilmente per via del teatro che le impegna molto tempo (e che sembra essere la sua attività principale).
    Mi piacerebbe sentirla più spesso e secondo me, a partire dagli anni ’80 avrebbe avuto tutte le carte in regola per diventare la doppiatrice ufficiale di almeno un paio di attrici americane famose.
    Detto questo, veniamo ai prossimi cinque attori che in italiano sono migliorati dai nostri doppiatori. Trattasi di un sèguito del precedente articolo 5 attori americani che la voce dei nostri doppiatori se la sognano…:
    1) John Travolta – Claudio Sorrentino

    Travolta - Sorrentino

    Eddaisù Johnny, nu’ piàgne! Ti sistemiamo noi in italiano… così passi pure per bravo attore… e no’ da altro!


    Sicuramente molti di voi non ricorderanno che, prima di Pulp Fiction, la carriera di Travolta era praticamente nel cesso! Il pilota scientologo John Travolta era ormai un attore largamente dimenticato. Ne era ben cosciente anche lui mentre firmava un contratto per “Senti chi parla adesso“, il terzo film di una serie che, ci tengo precisare, in Italia è solo famosa grazie ai comici nostrani che davano la voce ai bambini e proprio i bambini erano il pubblico principale di questi film. Quello accadeva nel 1993, ma anche prima di “Senti Chi Parla” del 1989 c’era praticamente un vuoto di 10 anni di filmacci e filmetti, incluso il seguito de’ “La Febbre del Sabato Sera” intitolato “Staying Alive” e diretto da Sylvester Stallone il quale, una mattina del 1983, avrà chiamato l’amico Travolta dicendogli: “yo Johnny, do you want to make some quick cash?“. Uno può anche dare colpa a Scientology ma non credo che una setta possa trasformarti in un scarpa di attore se già non lo eri prima… eppure mi era piaciuto tanto in La Febbre del Sabato Sera… ma, a ben pensarci, mi era piaciuto in italiano.
    In America molti comici famosi su YouTube che magari non conoscete (come Spoony, The Cinema Snob e The Nostalgia Critic) sono  ormai molti anni che lo prendono in giro… e a buon ragione! Perché in Italia non ce ne siamo mai resi conto? E’ semplice, per via di Claudio Sorrentino.
    Come esempio negativo sceglierò un film sconosciuto in Italia e conosciuto in America solo per gli sfottò che gli fanno: Battaglia per la terra (Battlefield Earth, del 2000), 2,4/10 su IMDb. Il film è diventato famoso in particolare per una frase recitata in maniera ridicola da Travolta: “while you were still learning to SPELL YOUR NAME, I was being trained to CONQUER GALAXIES!!!” [nel video troverete prima la traccia inglese e poi quella italiana]. Inutile dire che, a confronto, Sorrentino sarebbe da Oscar, riuscendo difatti a non far risultare per niente ridicola la scena, nonostante le gestualità dell’attore.
    Curiosità: in La Febbre del Sabato Sera, Claudio Sorrentino non doppiava Travolta, bensì uno dei suoi amici, Bobby (quello che poi fa il salto dal ponte di Verrazzano). Il doppiatore di Travolta in quel film era invece Flavio Bucci che qualcuno potrebbe ricordare nei panni del prete-brigante nel Marchese del Grillo. La sua caratterizzazione del personaggio era abbastanza simile a quella di Sorrentino che invece avrebbe ridoppiato Travolta per la versione DVD del film (si, un ridoppiaggio).

    2) Jean-Claude Van Damme – Francesco Pannofino
    Jean-Claude Van Damme
    Tra i suggerimenti emersi nei commenti al precedente articolo c’era lui, Jean-Claude Van Damme, di cui avevo visto soltanto un paio di film in italiano ma non avevo mai sentito in inglese, eccetto che per una recente serie di ridicole pubblicità britanniche per la birra Coors Light dove l’atleta, ormai invecchiato, spara battute e potrebbe ricordare un Rocco Siffredi che in Italia sponsorizza le patatine (ve li immaginate questi due ad una festa? Uno porta la birra, l’altro le patatine).
    Ebbene sono andato alla ricerca di alcuni tra i film più rappresentativi di Van Damme (una ricerca che mi ha rammentato tutti i motivi per cui non sopporto questo atleta-attore, atlettore) e ho notato soltanto una recitazione che ha un po’ della piattezza di Steven Seagal e un po’ della pacchianerìa di Sylvester Stallone… riassume cioè il peggio di altri due attori.
    Van Damme stesso ha ammesso “ero un pessimo attore“:

    “I was a bad actor, man, but the heart was there.”

    (parafrasando: “boia! Come attore ero pessimo… ma ci mettevo il cuore”)
    C’è veramente poco da dire, tutti i suoi doppiatori lo hanno migliorato, con Pannofino in cima alla lista dato che lo ha doppiato più spesso e in molti dei film più noti (nel bene o nel male).
    3) Kevin Costner – Michele Gammino
    Costner - Gammino
    Avevo già detto che Gammino migliora qualsiasi attore e non è un caso che figuri per la seconda volta in queste mie liste. Alcuni degli attori doppiati da Gammino sono già molto bravi e memorabili in lingua originale (es. Harrison Ford, Bob Hoskins), altri attori invece, come ad esempio Steven Seagal di cui ho parlato in precedenza, ma anche molti altri, possono e devono essere migliorati perché altrimenti non risulterebbero “vendibili” sul mercato italiano. Tra questi figura Kevin Costner che, nonostante sia riconosciuto e pluripremiato come regista, come attore invece ha vinto tanti di quei “razzies” che non capisco neanche come possa essere rimasto nell’olimpo degli strapagati per tutti gli anni ’90.
    Costner mi è stato portato all’attenzione dai vostri commenti nel precedente articolo e onestamente non lo avevo mai visto molto in inglese ma, per Diana, sono bastate un paio di scene su YouTube per capire il perché di tutti quei “trofei pernacchia” come attore… molte delle sue interpretazioni sono spesso piatte e immemorabili. Non è un caso che nella cultura popolare americana Costner abbia una pessima reputazione da attore.
    Se siete in grado apprezzare la recitazione in lingua inglese potrete avere un assaggio di Costner in Waterworld da questo link di Youtube, specialmente nelle battute “so can I” seguito da “I got better ones below” che riassumono al meglio la caratteristica piattezza della sua recitazione.
    Da italiani potremmo dire… e chi lo avrebbe mai detto? Dopo così tanti film memorabili e lo status da sex-symbol durante tutta la prima metà degli anni ’90, scoprire che Costner sia una mezza scarpa di attore è certamente uno shock! Tale fama in America è indubbiamente un po’ esagerata… ma in gran parte fondata. Il motivo per cui ignoriamo tale caratteristica recitativa di Costner è principalmente Michele Gammino, sua voce ufficiale. Ma con lui anche altri ottimi doppiatori lo hanno reso memorabilmente “bravo”: Luca Ward in Robin Hood, Sergio Di Stefano negli Intoccabili, sono due eccellenti esempi. Ma quando ci immaginiamo Costner che parla ce lo immaginiamo con la voce di Gammino.
    Non è solo una questione di recitazione ma anche di accenti verosimili; infatti non bisogna dimenticarci che il doppiaggio, in alcuni casi, trasforma disastrose interpretazioni come quella di Costner in Robin Hood: Prince of Thieves, dove Robin Hood parla con un inspiegabile accento americano, in materiale da primo premio nel nostro paese, dove invece il problema degli accenti non si pone. Grazie al doppiaggio italiano persino attori americani scarsi possono impersonare famosi personaggi britannici. Stessa cosa vale per Braveheart dove il protagonista, Mel Gibson, non è che avesse dato la più credibile delle imitazioni dell’accento scozzese (in Scozia ancora ridono dal 1995). Costner ha vinto un “razzie award” come “peggior attore” proprio per Robin Hood… eppure non lo avreste mai detto giudicandolo soltanto dal doppiaggio italiano. Stessa storia per L’Uomo del Giorno Dopo (The Postman) e molti altri.
    4) Michelle Pfeiffer – Emanuela Rossi
    Michelle Pfeiffer - Emanuela Rossi

    I actually still have this feeling I may get found out. That I really am a bad actor and I’ve just been fooling people all this time.

    Michelle Pfeiffer, 2007

    (Traduzione: A dire la verità ho ancora il presentimento che qualcuno possa accorgersene, che sono davvero una cattiva attrice e che ho ingannato la gente per tutto questo tempo.)
    Non lo sapevate che Michelle Pfeiffer era una cattiva attrice? Ok, niente di catastrofico quando la sentite in lingua originale ma, come molte attrici entrate dalla porta del settore moda, è sempre stata una gatta morta adatta in ben pochi ruoli; tanto per rimanere in tema Batman, nel suo ruolo di Catwoman in Batman Returns, per esempio, la Pfeiffer aveva delle ridicole battute che erano recitate, se possibile, in maniera ancora più ridicola. Questo ruolo è stato “salvato”, almeno nella recitazione, da Rossella Izzo che se non altro riusciva a dire “MIAO!” senza farmi accapponare la pelle per la vergogna, come invece avviene in inglese. [scena in italianoscena in inglese]
    Tuttavia Michelle Pfeiffer, in Italia, è più nota con la voce di Emanuela Rossi che potremmo definire la sua doppiatrice “ufficiale”, anzi abituale; Emanuela Rossi l’ha sempre caratterizzata alla perfezione, mai facendomi rimpiangere la voce originale che, vi ricordo, non ha mai vinto un oscar (solo nomination) e se non li ha vinti quando era al top della carriera (tra gli anni ’80 e i ’90) non li vincerà mai! MAI!!!
    Tuttavia, c’è da dire che con l’avanzare degli anni Michelle è migliorata molto ma riesce ancora a farmi cascare le palle per la noia e la mancanza di vitalità quando la vedo in una qualsiasi intervista. Non sorprendentemente, è praticamente scomparsa dopo i suoi pochi anni di picco.
    Passiamo all’ultimo ma non meno importante…
    5) Keanu Reeves – Chiunque lo doppi
    keanu
    Se non conoscevate Keanu Reeves prima di Matrix del 1999 allora forse non sapete che dalla fine degli anni ’80 alla prima metà dei ’90 il signor Reeves veniva assunto quasi esclusivamente perché avrebbe attirato nelle sale cinematografiche frotte di pubblico adolescenziale femminile. Si fa notare in Le Relazioni Pericolose, ma il suo vero successo comincia l’anno dopo con Bill & Ted’s Excellent Adventure (film mai doppiato in Italia per quanto ne sappia) dove interpreta un tipo di personaggio che per lungo tempo gli sarà difficile scrollarsi di dosso, ovvero lo stereotipo del surfista californiano che dice sempre “whoa!“, il tizio non troppo sveglio ma buono e simpatico, qualche canna di tanto in tanto e torso nudo quando possibile… ciò che in inglese si chiama un “dude” (letto: duuuuuuud’h!), in pratica un giovane Lebowski (per chi ha visto Il Grande Lebowski).
    I suoi personaggi, per molti anni a seguire, sono stati praticamente la copia del suo dude di “Bill & Ted” che ritroviamo poi in Parenti, amici e tanti guai (Parenthood), Un mitico viaggio (in originale “Bill & Ted’s bogus journey” sèguito del primo “Bill & Ted” ma che, al contrario del primo, venne doppiato) e Point Break dove interpreta un poliziotto che si infiltra in una banda di surfisti rapinatori di banche (perché chi meglio di lui può interpretare un surfista?); in seguito lo assume quel pervertito di Gus Van Sant che non vedeva l’ora di dargli un ruolo omoerotico insieme ad un altro sex symbol dell’epoca, River Phoenix, coronando così una perversione tutta personale che nei cinema uscirà con il titolo di Belli e dannati (My own private Idaho, 1991).
    Nei primi anni ’90 è ormai evidente che Keanu viene assunto solo perché è “il bello che va di moda”, questo spiega come sia possibile che Francis Ford Coppola abbia ingaggiato lui ed un’altra eroina dell’epoca, Winona Ryder, per interpretare due personaggi londinesi: i loro accenti nel film “Dracula” sono ancora oggi fonte di derisione non solo nel Regno Unito ma in tutto il mondo anglosassone al completo, Sud Africa compreso.

    Dracula

    WHOA gov’nor!


    Via via gli vengono assegnati film di un grado di serietà sempre crescente: Speed, Johnny Mnemonic, Reazione a catena, il profumo del mosto selvatico, l’avvocato del diavolo… ma negli occhi degli americani Keanu Reeves è sempre un “dude” che ogni tanto fa un paio di film più seri, perché non importa se Keanu sta disinnescando una bomba sotto ad un autobus oppure se sta trasportando gigabyte di dati nel suo cervello inseguito dalla Yakuza… rimane sempre un DUDE (!) e nel 1998 ne fanno anche una parodia nello sketch “The Keanu Reeves School of Acting“.
    Con Matrix (1999), Keanu Reeves diventa effettivamente un attore “mainstream” (scusate la parolaccia) che anche vostra madre comincia a riconoscere e si rivende cambiando anche modo di recitare… dalla recitazione in stile “surfista cannato” subentra un nuovo tipo di recitazione oggi giorno molto comune a Hollywood: il sospirato. Keanu Reeves dal 1999 non recita più, sospira e basta. In un certo senso è proprio l’opposto di ciò che aveva fatto fino a quel momento.
    La varietà recitativa di Keanu Reeves dunque è riducibile a due fasi della sua vita: la fase da “surfista”  e la fase “sospirata” (quest’ultima un po’ lo stile di Steven Seagal). Alla luce di questa grande scala interpretativa (comunque Keanu è bravo in quello che fa, solo che non lo vedrete mai in un opera teatrale) non c’è da sorprendersi se vi dico che, praticamente, quasi tutti i doppiatori che lo hanno fatto parlare italiano hanno sempre superato l’originale, in un modo o in un altro.
    Difatti dobbiamo un sentito grazie a Sandro Acerbo che ci ha risparmiato la sofferenza di udire l’atroce inglese ottocentesco esibito da Keanu Reeves in Dracula di Francis Ford Coppola (in quanto a recitazione poteva forse essere all’altezza soltanto di un Dracula di Dario Argento); inoltre è grazie a Luca Ward (forse tra i suoi doppiatori più memorabili) che la recitazione post-1999 di Keanu in italiano non si limita soltanto ad un sospirato, grazie Luca! Un grazie anche al fratello, Andrea Ward, che lo ha doppiato in un paio di film (nei suoi anni da “surfista”) e, ultimo ma non meno importante, Francesco Prando! Grazie a lui, in Italia, ignoriamo del tutto il motivo per cui Johnny Mnemonic sia deriso in tutto il mondo anglosassone per una ridicola scena denominata “I WANT ROOM SERVICE!” (“voglio il servizio in camera“) dove Keanu Reeves sbrocca e comincia una futile filippica elencando tutte le cose che gli piacerebbe avere in quel momento, inclusi “club sandwich”, birre messicane alla spina, puttane da $10.000 a notte e camice fresche di lavanderia come sanno farle all’Imperial Hotel (solo a riscrivere queste battute mi viene da ridere). In italiano è addirittura recitata bene! Grazie signor Prando per la sua estrema professionalità anche in film di dubbia riuscita, grazie!
    [curiosità: i “club” sandwich non sono altro che sandwich a più strati]
    Per me le voci di tutti questi doppiatori si confondono quando penso a Keanu Reeves in italiano… sono tutti bravi e quasi tutti almeno un po’ più bravi di lui. Se solo Keanu Reeves avesse avuto la bravura di alcuni dei nostri doppiatori sarebbe nell’olimpo dei grandi insieme a Meryl Streep, invece è ridotto a mettersi in dubbio con cose tipo 47 Ronin, l’uomo del Tai Chi, o a interpretare film del calibro di Generazione Um….
    Mi dicono spesso di rassomigliare a Keanu Reeves, la mia risposta tipica è puntualmente “peccato che non abbia anche la voce di Luca Ward!“.

  • 5 attori americani che la voce dei nostri doppiatori se la sognano…

    Titolo esagerato e un po’ provocatorio, lo so. Parto a bomba, poi spiego via via…
    BOOM!

    1) Eddie Murphy – Tonino Accolla

    Murphy - Accolla

    Eddie Murphy è bravo anche in lingua originale ma ha sempre dato l’impressione che mancasse di qualcosa di essenziale, risultando spesso sottotono. Ciò che gli manca in inglese è la risata di Tonino Accolla!
    Questa non è solo l’opinione di un italiano che è cresciuto guardando film in italiano, si vocifera infatti che fosse addirittura opinione dello stesso Murphy, il quale, in un’intervista televisiva, disse: “in Italia c’è un doppiatore che è più bravo di me“. Questa citazione prendetela con le pinze perché non sono riuscito ancora a trovare l’intervista in questione e mi rifaccio semplicemente a ciò che Accolla raccontava nelle sue interviste, lo stesso Accolla però proclamava anche che Eddie Murphy avesse alterato la sua risata dopo averla sentita doppiata in Italiano. Queste affermazioni (moooolto difficili da verificare e mi trattengo dal dire altro in merito) purtroppo lasciano il tempo che trovano ma rimane indubbio il talento di Tonino ed è bene ricordare come in Italia abbiamo avuto la fortuna, anzi il privilegio, di un abbinamento attore-doppiatore che ha finito per esaltare l’impatto comico di Eddie Murphy verso il pubblico nostrano degli anni ’80 e ’90, migliorando una caratteristica che già in originale era stranota ed apprezzata, la risata.
    Non mi credete? Andatevi a vedere una qualsiasi clip intitolata “Eddie Murphy’s laugh” e venitemi a dire se non vi delude almeno un pochino!

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    2) Steven Seagal – Michele Gammino


    L’inespressività di Seagal e la sua voce monocorde sono quasi proverbiali nel mondo anglosassone ed occasione di numerose prese di giro che fluttuano su internet da ben prima della creazione di YouTube [memorabili sono gli episodi a cartoni dello Steven Seagal Show di Ken McIntyre]. In Italia per fortuna la cosa è stata “sistemata” da Michele Gammino che aggiunge spessore e carattere (perbacco persino espressività!) ai personaggi del sensei Seagal e in generale gli dona una vasta gamma di emozioni che semplicemente non esistono in origine. È come doppiare un armadio e dargli carisma, non è cosa facile. Comunque diciamocelo, Gammino riesce ad “aggiustare” tutti con la sua voce da eroe. Non a caso è la voce ufficiale di Harrison Ford, salvo recenti e assurde eccezioni dovute forse al mondo delle raccomandazioni.
    Da quando Seagal ha smesso di fare film decenti (parliamo all’incirca dal 2000 in poi, con il film “Ferite Mortali” che si trova a cavallo tra vecchie glorie e futura carriera da benzinaio) anche Gammino ne ha abbandonato il doppiaggio (a parte qualche inatteso ritorno) lasciando spazio ad una sfilza di doppiatori casuali, quasi alla stregua di un qualsiasi attore di serie B poco noto… il che, devo dire, rispecchia perfettamente la decadenza del sensei e dei suoi film direct-to-DVD girati nell’Europa dell’est.
    Gammino è ritornato su Seagal per Machete (2010), l’unico cameo degno di nota nel periodo post-Ferite Mortali, per regalarci la voce che merita su un personaggio che merita. È bene e giusto lasciare tutti gli altri dimenticabili film al primo doppiatore che capita per puro caso nello studio di registrazione in quel momento… andrebbe bene anche il garzone del bar “da Sergio” che porta il caffé al direttore di doppiaggio. Potete andare a scomodare Gammino solo quando strettamente necessario, non c’è bisogno di sciuparlo su pellicole ammiscate cu nente.

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    3) Jack Nicholson – Giancarlo Giannini


    Qui potrei perdere di credibilità per alcuni ma rimango saldo su questo punto e voglio reiterarlo: nonostante Nicholson sia un ottimo attore e famoso nel mondo per le sue interpretazioni, alle orecchie del pubblico italiano purtroppo la sua voce originale risulta assai poco espressiva se rapportata all’interpretazione che ne ha fatto spesso Giannini; basti pensare al Joker di Nicholson nel film Batman (1989) che in inglese è incredibilmente… deludente, scusate l’assenza di altri aggettivi, al contrario di Giannini che con la sua risata rauca e gli sbalzi di tono completa alla perfezione la pazzia esilarante del personaggio psicopatico… e fa anche ridere. Joker-col-freno-a-mano di Nicholson invece no. In inglese il Joker è no-io-so! L’ho detto! Per quanto riguarda un’altra “giancarlata”, ovvero il Nicholson in Shining, vi ricordo semplicemente di una certa lettera di congratulazioni che Kubrick inviò a Giannini per il lavoro svolto e non dico altro. La voce di Giannini spesso migliora Nicholson come attore, è il suo doppiatore numero uno, UNO! [cit. da Batman]
    Adesso potete mandarmi il plotone di esecuzione a casa!
    [PS ciò che rendeva Batman più divertente in italiano era anche il lessico molto ricercato di fine anni ’80 del duo Maldesi-Jacquier, ma senza Giannini, con una recitazione fotocopia di quella originale, il prodotto avrebbe avuto un impatto minore a mio parere.]

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    4) Woody Allen – Oreste Lionello


    Lionello era uno di quei doppiatori che trasformava tutto ciò che recitava in oro colato, come già ebbi modo di dire nell’articolo su Frankenstein Junior. Cosa dire in merito… semplicemente che il Woody Allen doppiato da Lionello è più divertente di Woody Allen stesso! La sua tradizionale parlantina nevrotica è resa meglio da Oreste. L’ho detto!
    Ma lo ha detto lo stesso Woody Allen quando in passato, nonostante egli non sia mai stato un fan del doppiaggio, ha più volte elogiato Lionello ringraziandolo di aver aiutato la sua fama in Italia, come del resto si può capire da questa intervista (da me tradotta) dove alla domanda “cosa pensa del doppiaggio?” Woody Allen ha risposto:

    It’s a mixed blessing, I don’t like dubbing at all. Americans are not used to dubbing. We grew up without dubbing and so it’s always very, very strange to us and I am very much against it,
    [Il doppiaggio] è un’arma a doppio taglio, non mi piace affatto. Gli americani non ci sono abituati. Siamo cresciuti senza e di conseguenza ci sembra molto molto strano. Ne sono fortemente contrario.
    Whenever I send my films out to European countries I always try to get the prints subtitled if I can but I’m met with resistance because the countries are just not used to subtitles“.
    Ogniqualvolta che mando i miei film in Europa chiedo che ne facciano copie sottotitolate se possibile ma incontro sempre una forte resistenza perché in quei paesi non sono abituati ai sottotitoli.
    Now, having said this I would say that the man who dubbed me for years in Italy, now deceased, made me into a hero… it was his voice and everybody liked me. I don’t know for sure if they had heard my own voice they would have been that responsive to me“.
    Detto questo, devo ammettere che l’uomo che per anni mi ha doppiato in italiano, adesso deceduto [Oreste Lionello], mi ha trasformato in un eroe… la voce era sua eppure la gente apprezzava me. Non sono sicuro che mi avrebbero accolto altrettanto caldamente se avessero sentito la mia vera voce.
    I might have been good anyway, but there is no guarantee of it, so, you know, that’s how I feel. I consider myself lucky that I was dubbed even though I don’t like the process“.
    Forse avrei avuto lo stesso successo ma non è detto, quindi, questo è ciò che penso. Mi considero fortunato ad essere stato doppiato anche se il doppiaggio di per sé non mi piace.

    Non so cosa pensi Woody Allen della sua nuova voce, ovvero Leo Gullotta. Suppongo che non gliene freghi assolutamente niente, ormai è comunque famoso e ha la sua schiera di fan. Leo Gullotta ad ogni modo si è dimostrato un sostituto niente male che riesce a fare almeno una fotocopia di Allen, forse non aggiungerà altro ai suoi personaggi ma è almeno alla pari. Forse non tutti sanno che la sua carriera da doppiatore è lunga e costellata di memorabili perle anche se si tende a ricordarlo solo per i suoi personaggi in drag del Bagaglino e per la pubblicità dei Condorelli.

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    5) Robert De Niro – Ferruccio Amendola

    robert-de-niro-ferruccio-amendola
    C’è chi ritiene che Robert De Niro sia una scarpa di attore. Lascio il giudizio ad altri, è tuttavia innegabile che con il cambio di millennio e dopo una carriera di tutto rispetto fatta di ruoli ben selezionati per le proprie capacità, “Bobby” abbia deciso che nella vita di un attore ci sono cose molto più importanti della scelta attenta dei ruoli e delle sceneggiature, come ad esempio l’università dei figli, il mantenimento della moglie, la piscina nuova, le rate del mutuo sulle ville etc… e così ha cominciato ad accettare praticamente qualsiasi ruolo gli venisse offerto, spesso in commedie, a detta sua “per divertirsi”, a detta mia per portare a casa la pagnotta finché lo continuano ad ingaggiare. Chi non lo farebbe alla sua età? Sono felice per lui.
    Negli anni d’oro (che più o meno terminano tra Terapia e pallottole e Ti Presento i miei) abbiamo conosciuto De Niro attraverso la voce di Ferruccio Amendola e diciamo che nessuno si è mai lamentato di quanto De Niro sia infinitamente più bravo in lingua originale, nonostante l’avvento del DVD abbia consentito a tutti un confronto diretto. Infatti non lo è. Amendola lo ha sempre doppiato alla perfezione riportando nella nostra lingua un’equivalente interpretazione. Anzi ha persino reso celebri frasi che in inglese così celebri poi non sono, come ad esempio:

    You’re nothing but a lot of talk and a badge.

    Chiedetela ad un americano qualsiasi e vedrete che in pochi la identificherebbero subito. Provate invece a recitare ad un italiano la seguente frase e molte più persone vi diranno di averla almeno già sentita:

    Sei solo chiacchiere e distintivo, solo chiacchiere e distintivo!

    Avrei di che lamentarmi riguardo la voce di Amendola su certi attori come Al Pacino (specialmente in Scarface), ma su De Niro è sempre stato un abbinamento perfetto che spesso ha giovato all’attore. Degno sostituto di Amendola è stato Stefano De Sando che non solo rispecchia piuttosto bene la voce ormai senile di De Niro ma sa essere anche divertente, caratteristica molto importante negli anni del “tramonto” professionale dedicato alle commediole. Se Showtime fa ridere è solo grazie a De Sando. A ripensarci è praticamente lo stesso destino beffardo che è capitato a Seagal, ridottosi a fare film per pagare gli alimenti a Kelly LeBrock (scherzo, me lo sto inventando. Gli servono per il trapianto di capelli), solo che Seagal ha un senso dell’umorismo tutto suo e nelle commedie non sa e non può riciclarsi, così continua a far tirare calci alle sue controfigure fornendo il proprio volto sudato per fugaci primi piani. Così come per Seagal, anche per De Niro, con il cambio di millennio, è avvenuto un cambio di qualità (in negativo) ed un cambio di voce (per una ragione o per un’altra).

    De Niro nella sua classica

    De Niro nella sua classica “faccia piangente”


    Finisco su De Niro citando il grande comico non intenzionale Gianni Morandi: “lei è stato anche un grande regista oltre che un grande attore, ha lavorato con i più grandi registi del mondo… potrebbe dire come ha fatto a fare questo spogliarello?”
    CONCLUSIONE… era ora!
    È curioso come tutti questi attori americani siano noti nel mondo anglosassone, nel bene e nel male, proprio per la particolarità delle loro voci. Nella mia lista ho spaziato dalle scelte ovvie, come l’armadio a due ante Steven Seagal che in originale praticamente non recita, a scelte meno ovvie come Jack Nicholson, quindi da un esempio esagerato in cui la recitazione deve essere interamente aggiunta dal doppiatore ad uno in cui il doppiatore migliora il prodotto originale solamente di un tantino, magari anche solo per una risata meglio eseguita (come il caso di Accolla su Eddie Murphy).
    Se vi vengono in mente altri abbinamenti attore-doppiatore che hanno giovato all’attore scriveteli nei commenti, se trovo roba buona magari ne faccio un “PART DEUX”. Questo è tanto per ricordare che non sempre il doppiaggio sciupa una grande interpretazione originale come spesso si crede, c’è sempre la speranza che ogni tanto la possa anche migliorare o almeno proporne una valida “copia”.

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    SE NON VI È BASTATO, C’È SEMPRE LA SECONDA PARTE:

    ALTRI 5 ATTORI MIGLIORATI DAI DOPPIATORI ITALIANI

  • Lei… quella lì, la tizia che doppia Scarlett Johansson!

    Her
    Siamo all’alba di una nuova uscita cinematografica, “Lei” (Her, 2013) di Spike Jonze. All’alba per modo di dire perché in America era già uscito a novembre 2013 e non mi sorprenderebbe sapere che negli Stati Uniti sia già disponibile in Bluray. La chiave del successo di questo film: pagare Scarlett Johansson per qualche ora in uno studio di registrazione e far diventare la sua sola voce co-protagonista. Risultato: un’intelligenza artificiale di cui ci si potrebbe innamorare soltanto attraverso le parole… dolce, fragile e molto umana.
    Il film arriva in Italia con il solito ritardo di 4-5 mesi (ma se non altro con un titolo tradotto) e ancora prima di uscire fa scandalo…
    articolo su Lei1

    POLEMICA SUL DOPPIAGGIO: l’attrice Michaela Ramazzotti doppia Scarlett Johansson, ma la versione italiana del film di Jonze non funziona

    Intitola così “il Venerdì” senza neanche aver ancora visto il film in italiano. Lo sanno che Johansson è “stonata” anche in inglese? L’hanno sentita la voce originale oppure si basano solo su delle ricerchine nei gruppi Facebook? L’album di Scarlet Johansson “Anywhere I lay my head” ha ricevuto recensioni contrastanti e sullo scarso andante… ma questa è un’altra storia.
    Lo ammetto! Anche io, appena sentito che la voce di Scarlett Johansson è stata doppiata da Michaela Ramazzotti, ho subito pensato: chi diavolo è Michaela Ramazzotti nel mondo del doppiaggio? Può eguagliare la bravura della Johansson? Ebbene dopo aver visto il solo trailer (e sottolineo il solo trailer) un po’ mi sono pentito di tale pensiero. Almeno da ciò che si può udire nell’anteprima, l’interpretazione della Ramazzotti parrebbe essere quasi una FOTOCOPIA della voce di Scarlett Johansson! Per quello che mi riguarda potrebbe essere tranquillamente la Johansson che ha imparato l’italiano e doppia se stessa. Un discorso simile in realtà vale anche per chi doppia Joaquin Phoenix. Tutti gli attori sono stati ben caratterizzati a livello vocale… sempre per quanto mi è dato di sentire nel trailer italiano e avendo già visto il film in inglese, mesi or sono.
    Micaela Ramazzotti e Scarlett Johansson in due foto a confronto, entrambi voci doppiatrici nel film Lei di Spike Jonze
    Dato che il mio giudizio si basa unicamente sul trailer per ora, staremo a vedere se la qualità è mantenuta anche durante tutto il resto del film. Vero è però che io almeno ho giudicato sulla base di un trailer, molte riviste (online e cartacee) invece già si erano scagliate sulla scelta della Ramazzotti ancor prima di averla sentita, per partito preso, e forse a seguito di opinioni scovate su alcuni forum e gruppi Facebook dove diversi internauti, che hanno visto ed apprezzato il film in lingua originale (pur non capendola se non con l’ausilio di sottotitoli), non hanno potuto sopportare l’idea di altre interpretazioni vocali che non fossero quella originale!
    C’è invece anche chi ha visto il trailer e ha avuto un’opinione diversa dalla mia:

    La moglie di Virzì, stando a quanto si sente dal primo trailer pubblicato dalla BIM in anteprima su La Repubblica, non è in grado di reggere il peso di un’interpretazione così alta, come quella della Johansson, che pur non comparendo nemmeno per un istante in video, è ben più presente di molte altre attrici in altri film. Ma aspettiamo di vedere il film completo, in sala, per dare giudizi.

    A ciascuno la sua opinione, l’importante è che sia sempre basata sull’ascolto e non sulle voci di corridoio.
    La Ramazzotti mesì fa aveva già messo le mani avanti per evitare una crocifissione in sala mensa dicendo:

    È la mia prima volta al doppiaggio di un film così importante. La difficoltà principale è stata quella di doppiare solo una voce, perché Scarlett nel film non appare mai. Parla e basta. Una vera sfida, insomma. Io ce l’ho messa tutta.

    Sempre giudicando solo dal trailer (il che vuol dire tutto e niente) il risultato sembra ottimo per questa doppiatrice che potrebbe essere considerata quasi al pari di una “guest star” dei Simpson. Rimando ad una visione completa del film per poter giudicare, che è più di quanto hanno fatto molti a priori.
    Le doppiatrici che in passato hanno dato la voce alla Johansson sono state intervistate da Rai3 in merito alla scelta di Michaela Ramazzotti:
    Ilaria Stagni ha detto: “buon per lei“.
    Domitilla D’Amico considera la Ramazzotti “un talent” (e non è un complimento).
    Andando poi a cercarsi su internet l’opinione di chi ascolta i film doppiati senza pregiudizi sembra che il doppiaggio sia risultato decente, l’adattamento eccellente, che la Ramazzotti si sia rivelata non male e che sia riuscita a provocare le stesse emozioni che provocava la voce di Scarlett Johansson nello spettatore, persino nelle sue piccole imperfezioni comunque presenti anche nel personaggio in inglese.

    Non mi resta che RI-vedere Lei, questa volta in italiano, e giudicare per conto mio… quando uscirà il home video però. Esecuzione rimandata.

  • Nuova voce per Homer Simpson

    La scelta di Mediaset
    I pochi che ancora guardano le nuove serie dei Simpson lo sapranno già, a chi ha abbandonato la serie tempo fa invece non gliene fregherà niente… La notizia è che dopo la morte di Tonino Accolla, Homer Simpson in italiano ha cambiato necessariamente doppiatore.
    I due finalisti sono stati Alberto Pagnotta e Massimo Lopez e il ruolo alla fine è andato Massimo Lopez.
    Dall’anonimo mondo di internet, anzi di Facebook, numerose sono state le lamentele per questa scelta, difatti Pagnotta è noto su YouTube proprio per la sua ineccepibile imitazione di Tonino Accolla nei suoi vari personaggi e per molti la scelta di Pagnotta era quasi ovvia e molto attesa. È dunque comprensibile la delusione di molti quando la Mediaset ha deciso di optare per un doppiatore e attore con molta più esperienza, Lopez.
    Sebbene questa scelta sia comprensibile da un punto di vista professionale, ho trovato abbastanza deludente il provino di Massimo Lopez che ricorda un po’ l’orso Yoghi e un po’ imita Accolla. Se volevano un imitatore di Accolla tanto valeva scegliere Pagnotta che comunque non imita e basta ma sa anche caratterizzare nuovi dialoghi, chi conosce Pagnotta questo già lo sa. Se si voleva invece una interpretazione del tutto nuova e diversa da quella di Accolla allora avrebbe avuto più senso optare per un doppiaggio che somigli più da vicino allo Homer originale. Questa via di mezzo secondo me non ha molto senso. Comunque abbiamo visto solo un provino, vedremo cosa tira fuori Lopez… Anzi no, forse non lo vedremo proprio perché ormai la serie è naufragata nell’insipido e ha perso TUTTO quello che la rendeva famosa e speciale, i pochi che ancora se la guardano forse si lamenteranno del nuovo doppiaggio ma non interesserà a nessuno.
    L’unica cosa di cui sono contento è che il mio amico Alberto abbia avuto una chance arrivando così vicino alla meta, sono sicuro che a lui abbia dato molta soddisfazione il solo fatto di essere arrivato in finale con un professionista come Lopez. È solo un peccato che non vengano date più possibilità ai giovani emergenti ma Alberto ne avrà certamente molte altre.
    Buona fortuna Albe’.

  • Non tutti sanno che…


    Forse non tutti si sono accorti che… quel nome Liù Bosisio nei titoli di coda italiani dei Simpson è proprio lei, l’attrice che interpretò la prima (e unica) Pina in Fantozzi e nel Secondo Tragico Fantozzi. Lo so, era anche in Superfantozzi ma, lo ammetto sfacciatamente, non l’ho mai visto per intero e poco mi interessa. Gli unici film della serie che contano sono i primi due.
    Non solo Bosisio dà la voce a Marge Simpson (in maniera anche più espressiva dell’originale), alle sue sorelle gemelle e alla madre mi pare, ma è anche persona poliedrica: prima attrice di teatro, poi una parentesi di cinema (per altro con alcuni dei “maestri”) e ancora doppiatrice, scrittrice, artista… insomma quel personaggio in Fantozzi è solo la punta di un iceberg che certamente lei non sopporterà più di sentirselo nominare e non la biasimo. Per altro l’abbandono prima che la serie di Villaggio diventasse ridicola e dozzinale la rende ai miei occhi ancora più ammirevole.
    E’ grazie a persone così capaci che in Italia possiamo avere doppiaggi di classe che non hanno niente da invidiare alle voci originali. In questo caso mi permetto di dire, persino più brava di Julie Kavner, ecco, l’ho detto! Non riesco ad immaginare i mal di gola che si possano prendere a doppiare Marge Simpson.
    Una piccola curiosità riguardo al Superfantozzi che mi vanto di non aver mai visto per intero: nella prima parte del film ci sono delle scene ambientate nella preistoria, ebbene in una di queste potrete sentire un verso gutturale della Bosisio che è identico al “mmh!” delle sorelle di Marge. Eccetto che per questo raro spezzone è difficile altrimenti immaginare che la stessa attrice famosa per le prime pellicole di Paolo Villaggio sia la stessa che da la voce ad alcuni personaggi dei Simpson.
    Questo era un mio piccolissimo apprezzamento per Liù Bosisio. Per il resto vi consiglio di dare un’occhiata al suo sito web molto simpatico con tanto di menù “vocali” (non so come altro descriverli).
    Un mio affezionato saluto a lei. Spero che non se la prenda se ho usato una foto tratta da Fantozzi (1975).

  • Chicche quotidiane (4) – Il più bel complimento al doppiaggio italiano

    Lettera di Stanley Kubrick a Riccardo Aragno.

    Dear Riccardo, The story about the Clockwork Orange dubbing is a complete nonsense. I have always used the Italian dub as an example of how good a dubbing can be. My best to you and Mario. Stanley“.
    Caro Riccardo, la storia riguardante il doppiaggio di Arancia Meccanica non ha senso. Ho sempre menzionato il doppiaggio italiano come esempio di quanto può essere ben fatto un doppiaggio. I miei migliori saluti a te e a Mario. Stanley” (lettera autografa del 10 aprile 1996, pubblicata su Ciak, Luglio 1999).
    Consiglio vivamente a tutti gli interessati di visitare quel favoloso sito che è Archivio Kubrick dove troverete di tutto e di più. Splendida è la loro raccolta di corrispondenza privata e testimonianze, con tanto di storia di Maldesi e Aragno, i due grandi che si celavano dietro i doppiaggi dei film di Kubrick.