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  • Paolo Buglioni ci fa venire i tremori

    Il 1990 è stato un anno caratterizzato da diverse memorabili uscite cinematografiche… Pretty woman, Mamma ho perso l’aereo, Quei bravi ragazzi, Edward – mani di forbice, Ghost – Fantasma, Atto di forza, Caccia a Ottobre Rosso e molti mooooolti altri. E’ curioso notare come tutti presentassero un doppiaggio italiano con i fiocchi, a un livello che oggi ci possiamo solo sognare… tra i migliori doppiaggi di quell’anno c’è quel piccolo capolavoro di Tremors.

    Lo so che “ufficialmente” (ovvero secondo IMDb che, si sa, non sempre ha ragione) il titolo italiano è Tremors – Tremori ma io c’ero nel 1990 e nessuno lo ha mai chiamato “Tremori“, era semplicemente conosciuto come “Tremors“. La parola originale era immediatamente appetibile così da rendere un suo eventuale sottotitolo… inutile. Ad avvalore la mia tesi c’è anche il Mereghetti che difatti lo riporta come Tremors e basta. Anche nelle locandine italiane e nelle VHS dell’epoca non sembra esserci traccia di questo sottotitolo italiotia, tremori. Chissà da dove se lo sono tirati fuori.
    Comunque, titolo a parte, perchè considero questo film come un esempio di buon di doppiaggio? Di solito raramente mi sbilancio nell’elogiare i doppiaggi, difatti sono solito considerarli automaticamente di ottima qualità salvo le eccezioni di cui parlo in questo blog… quindi per dire “buon doppiaggio” se lo devono proprio meritare (vedi l’insuperabile doppiaggio di Arancia Meccanica). Ebbene mi è capitato il mese scorso di rivedere questo film in inglese durante il mio abituale soggiorno nel Regno Unito, alla fine della visione mi ritrovo a pensare: “mi ricordavo battute più divertenti “.

    La coppia che scoppia

    La coppia Fred Ward & Kevin Bacon indubbiamente funziona e aggiunge una buona dose di commedia al film ma nella versione doppiata gli scambi di battute tra i due diventano ancor più divertenti per il modo in cui sono recitati. Dietro il microfono infatti abbiamo un grande Loris Loddi per la voce di Kevin Bacon ed un’eccezionale Paolo Buglioni che doppia Fred Ward.
    Paolo Buglioni ha il dono raro di riuscire a rendere divertenti le frasi più blande, per esempio una sua battuta di Danny Glover in Predator 2 mi ha sempre fatto ridere anche se di per sé non era niente di speciale (mi riferisco in particolare alla scena sul tetto quando dei piccioni, per la seconda volta, spaventano il protagonista. Se la ritrovo la pubblico).
    Voglio ricordare Buglioni anche per altri film come la voce: John Cleese nel film Monty Python – Il Senso della Vita, la voce dell’ispettore nel film di Benigni Il Mostro, Basil l’investigatopo e tanti altri cartoni animati (era anche una delle varie voci di Gargamella nei Puffi) oltre che al gorilla della pubblicità del Crodino.
    Sandro Iovino invece dà la voce a Michael Gross che interpreta il patito per le armi, purtroppo sostituito in Tremors 2: Aftershocks da Franco Zucca, una scelta a me non molto gradita, la sua voce mi ricorda troppi film inglesi (Timothy Spall di Segreti e Bugie, Tom Wilkinson di RocknRolla e Shakespeare in love oppure Pete Postlethwaite in Grazie, signora Thatcher!). Un bravissimo doppiatore ma non adatto al ruolo. Ho scoperto che anche i successivi film della serie Tremors hanno avuto un regolare cambio di doppiatore per lo stesso personaggio ma ammetto di non saperne molto. Amo il primo film, sopporto il secondo e non mi sono mai azzardato a guardare i seguiti in cui, mi hanno detto, vengono introdotte nuove abilità dei “mostri” come il lancio di merde infuocate… no no, io mi fermo al primo film grazie!

    L’origine del nome

    Degna di nota è l’origine del nome dei mostri: i graboid. Difatti questo era il nome che il negoziante asiatico aveva dato alle creature, inventandoselo al volo e scegliendolo tra i tanti come il più orecchiabile. Il fatto che fosse di pura invenzione (e anche un po’ sciocco) fu percepito correttamente dai doppiatori che tradussero la parola graboid come “agguantatori”. La cosa ridicola è che nel secondo film (e da quando ho capito anche nella serie tv e nei successivi film) sembra che graboid sia diventato il nome “ufficiale” di questi mostri, tanto che i doppiatori italiani furono costretti a mantenere il nome in inglese (“graboid”), sostituendo così il precedente “agguantatori”.
    In italiano dunque non si capisce da dove derivi questo nome.
    Per avere un po’ di riferimenti eccovi i dialoghi dai primi due film:
    In una scena del primo film il negoziante Walter Chang e un ragazzo sono alle prese con la scelta di un nome per i mostri:
    Ragazzo: Suck-oids
    Walter: -oids, -oids! I like that! …Snakeoids!
    In italiano invece che il suffisso “-oidi” si è optato per “sauri”:
    Ragazzo: i succhiasauri
    Walter: -sauri, -sauri, mi piace! … Rettilosauri!
    In una scena successiva Walter dà un altro suggerimento:
    Walter: “That’s what they’re like… grab-oid, that’s it, “Graboid”. […] We’re gonna be sorry if we don’t give it a name”
    In italiano invece di optare per agguantoidi (o agguantosauri se volessimo rimanere fedeli alla scelta del suffisso “sauri”), graboid viene tradotto come agguantatori:
    Walter: “Ecco ho trovato, “Agguantatori” ! Suona bene. “Agguantatori” ! […] ci pentiremo se non gli daremo un nome
    All’inizio di Tremors II: Aftershocks viene stabilito che “graboid” è il nome usato sopravvissuti del primo film per descrivere le creature sotterranee (probabilmente in onore del fu-Walter Chang morto dopo avergli dato tale ridicolo nome):
    Ortega: “Per ora siamo riusciti solo a stabilire che sono stati uccisi da una specie di grossi animali sotterranei”
    Earl: “I graboid”
    Grady: “Ah-ha! Gliel’ho detto che li chiamano così!”
    A prescindere da scelte di doppiaggio, nel primo film i mostri non avevano un nome ufficiale, ma per motivi di mercato glien’è stato affibbiato uno ed è questo uno dei tanti motivi perchè il secondo film non mi piace molto e anche perchè non guarderò mai i seguiti né tantomeno la serie TV.

    Nota finale

    Vi lascio con una clip video contenente alcuni degli scambi di battute più divertenti (tenete in mente che in inglese erano sì divertenti ma in italiano lo sono ancora di più). Nel finale potrete anche sentire la voce di Iovino (doppiatore di Mr. Burns dei Simpson). Perdonate lievi difetti di sincronizzazione nel primo spezzone, non è stato facile convertire queste clip.

    http://www.youtube.com/watch?v=kL7CZDRYy3M?hl=it&fs=1

  • BENVENUTI A "ORE D’ORRORE"… DAL VIVO (Fright Night vs Ammazzavampiri)

    Fright Night il vampiro della porta accanto che dice benvenuti a ore d'orrore, vignetta sul doppiaggio del film
    Ebbene si, mi sono andato a vedere questo stramaledetto Fright Night – Il vampiro della porta accanto (titolo originale: Fright Night) ed è una stronzata con un adattamento italiano terribile, ma andiamo per ordine.

    Due giorni fa ho beccato in TV, qui nel Regno Unito, Fright Night del 1985, conosciuto da noi con il titolo di Ammazzavampiri. Subito scatta lo scandalo per il titolo italiota direte voi; certo potevano chiamarlo Ore d’Orrore ma a me è sempre piaciuto il titolo italiano, si lega alla trama del film e non delude. Lo scandalo scatta invece con il remake che invece di chiamarlo nuovamente Ammazzavampiri ce lo propongono come Fright Night – Il vampiro della porta accanto. Non solo dunque ci godiamo il titolo inglese con nessun riferimento (in italiano) al film del 1985, ma c’è anche la beffa di un sottotitolo a tutti gli effetti… scemo. Doppia libidine.

    Ammazzavampiri (Fright Night, 1985)

    Ritorniamo però al classico del 1985. Un film di cui avevo soltanto memorie di gioventù e che a rivederlo ho trovato migliore di quanto ricordassi, molto migliore. La trama la conoscete già? Una finestra sul cortile… CON VAMPIRI! Non sto a raccontarvi, per la trama rimando a questa recensione che è una recensione coi controcazzi.

    Dopo la visione televisiva di Fright Night in lingua originale sono corso (per modo di dire) a ricercarlo in italiano scoprendo un adattamento sorprendentemente accurato, come li sapevano fare all’epoca. L’unico dettaglio degno di nota riguardo al doppiaggio del 1985 è il soprannome dell’amico del protagonista, “Evil“, che in italiano diventa “Fiele” (scelta che trovo curiosa ma in senso positivo, sarebbe stato stupido soprannominarlo “cattivo“). Nella nuova versione (2011) torna invece ad essere “Evil” pronunciato addirittura all’inglese (i-vl). Avevano forse paura che i giovani moderni non conoscessero la parola fiele?

    Il doppiaggio di Ammazzavampiri è fedele e ben fatto con un Mino Caprio perfetto nel doppiare il personaggio di “Fiele“. Molti forse ricorderanno Caprio per ben altri personaggi come Peter Griffin o la rana Kermit o anche Marv, il ladro alto e stupido di Mamma ho perso l’aereo). Ottimo anche il resto del cast: Mario Cordova, Francesco Prando, Alessandra Korompay, Luciano Melani e gli altri.

    Vignetta con scena dal film Ammazzavampiri, Roddy McDowall con una croce dice vade retro remake

     

    Fright Night – Il vampiro della porta accanto (Fright Night, 2011)

    Benvenuti a “Ore d’orrore”… dal vivo!“, questa era la frase con cui il vampiro accoglieva i due protagonisti del film Ammazzavampiri nel 1985. La stessa frase potrebbe introdurre il remake, ma non perché questo film faccia particolarmente paura (non ne fa per niente), l’orrore sta nel vedere quale mediocre remake abbiano potuto produrre per i “giovani moderni” e, per quanto mi riguarda, l’orrore sta anche nel sentire quale mediocre adattamento dobbiamo sorbirci nel doppiaggio di questi tempi… vere e proprie ore d’orrore. Anzi per la precisione oltre un’ora e quaranta d’orrore.

    Se non vi bastasse sapere che la sceneggiatura di questo film è stata stesa dalla stessa persona che si è fatta le ossa sceneggiando (per cosi dire, perché in realtà ha scritto veramente poco) alcuni episodi di serie TV quali Buffy The Vampire Slayer e Angel, allora non so proprio come altro convincervi ad evitare questo ennesimo rifacimento, inutile e dimenticabile. Comunque non starò qui a fare la critica al film, io mi occupo soltanto di traduzioni e adattamenti nel doppiaggio, difatti l’inizio del film mi aveva già dato qualche grattacapo con un linguaggio “giovanile” fuori da ogni tempo:

    “quelli dell’ultimo anno non vanno al ballo, non è cool

    Neanche usare parole inglesi è cool. Sembra un diversivo da quattro soldi per far capire allo spettatore che colui o colei che parla è un “giovane moderno“, ovviamente scritto da chi ha almeno 60 anni oggi. Il problema è che i curatori di questo genere di adattamenti probabilmente hanno in mente la loro esperienza giovanile da paninari (vista in TV)… solo che questo non è un remake di Italian Fast Food e certe parole anglosassoni messe in bocca ai giovani cosi gratuitamente suonano veramente forzate.

    Non sono mancati poi discorsi di questo genere:

    STUDENTE “Oh, dai, belle, che scarpe!
    PROTAGONISTA “Pulce.
    STUDENTE “Cazzo, sì!” (con voce completamente amatoriale, su YouTube ho sentito imbranati con voci migliori.)

    Il dialogo originale era:

    STUDENTE “oh nice man, nice kicks!
    PROTAGONISTA “Puce.
    STUDENTE “Fuck yeah!

    Mi domandavo se pulce fosse la marca di scarpe. Poi ascoltando il dialogo originale ho capito che si riferiva al colore; difatti (lo ignoravo) esiste effettivamente il “color pulce”. Il fatto è che la parola “pulce” da sola fa pensare immediatamente a tutt’altro se non viene preceduta da “colòr“. La cosa che da più fastidio di quell’intero scambio di frasi è proprio lo studente che dice “cazzo, sì“: vorrei sapere chi è che alle scuole superiori dice “cazzo, sì!” dopo che un amico gli ha rivelato il colore specifico delle proprie scarpe alla moda, e non importa quanto le scarpe siano cool. “Fuck yeah!” non era da tradurre alla lettera, il contesto va anche preso in considerazione.

    Come al solito molti di questi doppiaggi moderni finiscono per essere a dir poco “scolastici” e per niente veritieri.
    Sempre sul “pulce” (il colore), la frase originale pronunciata da Colin Farrellwell, it takes a real man to wear, uh… puce.” passa dal lievemente divertente in inglese al lievemente ridicolo nella sua traduzione che recita: “ci vuole un vero uomo per delle scarpe… pulce” (sembrava quasi che chiamasse il ragazzo “pulce“, come il “pidocchio” di Biff Tannen in Ritorno al Futuro).

    Il linguaggio finto-giovanile purtroppo non finisce qui. Difatti ci dobbiamo ancora sorbire studenti che rispondono “yo!” all’appello in classe. Anche in inglese era “yo“, ovviamente. Se “cool” può avere qualche giustificante, da quand’è che “yo” è entrato nel vocabolario italiano? Vorrei chiedere a insegnanti italiani se hanno mai sentito un alunno rispondere “yo!“. Tale espressione sarebbe al massimo scambiata per un “no“.

    Rossi, c’è Rossi?
    Yo!
    No? Allora segno assente.

    Altra frase fittizia dal film: “oh, l’attrezzo ci sta per parlare” (riferendosi al compagno sfigato). La frase in inglese era “dude, I think it’s gonna talk to us“. Volevano evitare di usare “coso”, ho capito, ma attrezzo? Come gli è venuto in mente? Spero di aver udito male.

    Nelle frasi finali del film poi c’è un’ultima perla:

    you little shit, next time […] give me a heads-up first

    che nel doppiaggio italiano recita…

    sei una merdina. La prossima volta […] magari prima avverti, eh?

    Una… merdina? Ma chi parla cosi? Un fratello che tormenta il fratellino più piccolo? Ma soprattutto chi traduce cosi? A quanto pare Carlo Cosolo, secondo il sito Antonio Genna.
    Stronzetto” è solitamente la traduzione più utilizzata per “little shit“. Non credo che un trentenne userebbe la parola “merdina“; dipende tutto dal contesto, certo, e questo non era il contesto giusto.

    Un adattamento assurdo, tra il finto giovanile e la traduzione parola-per-parola, che non dovremmo mai sentire in un film doppiato in italiano.
    Come nota finale aggiungo che la voce di Farrell (Simone D’Andrea) funziona, a differenza del suo personaggio. Purtroppo non tutte le altre ciambelle sono riuscite col buco. Quella di David Tennant (sia per recitazione e impostazione della voce) è piuttosto ridicola se messa al confronto con quella originale… anzi direi che sia proprio inaccettabile il modo in cui lo hanno doppiato, ma visto la qualità del film direi che un gran bel CHISSENE ci sta benissimo!

  • Beetlejuice – Spiritello porcello. Fortunati a non essere morti in Uganda

    Beetlejuice che dice mio sganascio dalle risate tutte le porche volte che me lo vado a rivedere

    Beetlejuice – Spiritello porcello (sì, ottimo sottotitolo italiano, non sono qui per parlare di quello) appartiene a quel periodo che io definisco “di quando i film venivano doppiati quasi sempre bene”, siamo negli anni ’80 ovviamente, 1988 per essere precisi. Al netto della nostalgia di quel decennio, Beetlejuice rimane un film divertente con un doppiaggio (della Gruppo Trenta) all’altezza della sua fama. Ed è del doppiaggio e di un paio di scene che voglio parlare.

    “Le offro, così fumo di meno”

    L’interpretazione “spumeggiante” di Michael Keaton nei panni del bioesorcista chiamato Beetlejuice viene resa alla perfezione dal poliedrico Carlo Reali (che per me è anche memorabile per il doppiaggio del pagliaccio di IT, 1990), stesso timbro di voce e stessa energia, inoltre alcune scene (come spesso accadeva per i film comici doppiati in quegli anni) sono rese più divertenti dal doppiaggio stesso. Un esempio lo troviamo nella scena sala d’attesa dell’aldilà dove un uomo morto carbonizzato offre una sigaretta ad Alec Baldwin. In inglese l’uomo carbonizzato ha una voce assolutamente normale e fa ridere proprio per questo contrasto tra aspetto e voce, il dialogo recita:

    – You want a cigarette?
    – No, thank you.
    – I’m trying to cut down myself.

    …in italiano la stessa scena è resa ancora più spassosa dalla scelta di dare all’uomo carbonizzato una voce più comica (e per quanto mi riguarda più appropriata) da cartonesco fumatore incallito. Il dialogo italiano recita:

    – Una sigaretta?
    – No, grazie.
    – Le offro, così fumo di meno!

    Spero che i video da YouTube permangano perché la scena va ascoltata più che letta in una trascrizione. Ancora oggi è una frase che imito per scherzo.

    Dire “puttane” per far ridere

    È la battuta successiva nella medesima scena che ci porta un altro momento degno di nota, quando i protagonisti chiedono se è questo che ciò che capita quando uno muore:

    Is this what happens when you die?
    This is what happens when you die. That is what happens when he dies. And that is what happens when they die.

    La dipendente pubblica dell’aldilà (ex-Miss Argentina che si è suicidata tagliandosi le vene) parla di “they” (loro) indicando genericamente tutti gli altri defunti in attesa del loro turno. Tim Burton decide in quel momento di inquadrare una donna vestita in modo succinto e tagliata metà, presumibilmente la vittima di un trucco di magia andato storto. Qui l’adattamento italiano inventa una sua battuta:

    È questo che capita quando uno muore?
    È questo che capita quando lei muore e quello quando lui muore e quello quando muoiono las putanas.

    L’assistente del prestigiatore tagliata a metà è diventata una puttana nella versione italiana, e a questo punto non è chiaro se tutte le putanas nell’aldilà finiscano per essere tagliate in due. In ogni caso, la gag italiana si fa più visiva che altro (calze a rete, trucco pesante, etc…) e potremmo supporre che il cambio sia voluto dal dialoghista alla ricerca di una battuta e che non si tratti di un frantendimento. Avranno davvero pensato che si trattasse di una prostituta? Niente è da escludere.

    Scena dal film Beetlejuice spiritello porcello dove il doppiaggio italiano parla di putanas

    Un paio di calze a rete ed è subito putanas (sigh)

    A parte quella di las putanas, che non a caso sembra la sola battuta un po’ cattiva e un tantino gratuita all’interno dell’intero film doppiato, il film in italiano è pieno di divertenti aggiunte e, nel complesso, veramente poche battute originali risultano meno divertenti nella nostra lingua (difatti al momento non ne ricordo alcuna).

    “Siete fortunati a non essere morti in Uganda”

    Infine, di questo film è certamente da notare (ai fini del mio blog) la battuta “Things seem pretty quiet here.You should thank God you didn’t die in Italy” che in italiano diventa “Sembra abbastanza tranquillo qui (riferendosi alla casa). Siete fortunati a non essere morti in Uganda”. Mettendosi un attimo nei panni del pubblico e degli sceneggiatori americani, lo stereotipo che fa funzionare la battuta in lingua originale è quello delle case italiane, affollate e chiassose, in particolare al sud d’Italia che per gli Americani si estende a modello per tutto lo stivale.
    Per la versione doppiata la gag ricasca sull’Uganda, che sia questo per la ricerca di un corrispettivo simile del terzo mondo oppure perché l’Uganda negli anni ’80 era in continuo subbuglio politico-militare e quindi certamente non “tranquillo”? Visto al di fuori degli anni ’80 e con occhi moderni forse la battuta italiana è invecchiata molto peggio e non risulta altrettanto immediata.

    Sebbene leggermente offensiva per noi chiassosi mangiaspaghetti, credo che avrebbero potuto lasciare la battuta originale sul non essere morti in Italia, almeno potevamo avere un’idea di cosa pensano di noi gli americani o ci saremmo fatti almeno un paio di domande. Avranno poi veramente torto? Quanti di voi non hanno esperienza di cene rumorose, con sigla del TG1 a volume troppo alto?

    Betelgeuse o Beetlejuice?

    Per concludere, una nota sul titolo che deriva dal nome del personaggio interpretato da Michael Keaton, Betelgeuse per l’appunto (sì, scritto come la stella), lo spiritello porcello (quale definizione fu mai più adatta) che compare se ne pronunciate il nome tre volte. Il problema per gli americani è proprio quello della pronuncia, soprattutto di nomi così inusuali come Betelgeuse e quindi il nostro spiritello, non potendo egli stesso pronunciare il proprio nome (per qualche regola ultraterrena a noi ignota), lo fa capire alla nostra protagonista grazie al gioco dei mimi con parole in inglese (qui il doppiaggio se la cava con questo stragemma), dove fa prima comparrie un insetto enorme, il nostro “beetle”, seguito da un succo di frutta, juice.

    Gioco dei mimi con Beetlejuice che mostra un succo di frutta

    Beetlejuice, letteralmente “succo di scarafaggio” (ma non ditelo agli entomologi che si incazzano se traducete troppo liberamente beetle come scarafaggio) è quindi un modo per aiutare la nostra protagonista e con lei l’americano medio ad indovinare la pronuncia del nome Betelgeuse. Ma Betelgeuse si pronuncia davvero “biitelgiuis” in inglese? Se lo sono chiesti anche degli appassionati di astronomia nel forum Cloudy Nights arrivando ad una diatriba sulla corretta pronuncia che vi riassumo io così: in inglese ci sono tanti modi per pronunciarlo, ciascuno fa appello ad una sua filologia sull’origine del nome, tra questi c’è anche /ˈbiːtəldʒuːs/ o “bit’-uhl-joos”, ed è opinione comunque che sia diventato più popolare soltanto dopo l’uscita del film.

    Su Wikipedia in inglese sono riportate le varie pronunce del nome Betelegeuse, tutte giuste, dipende da quale fonte volete prendere in considerazione:

    • /ˈbɛtəldʒuːz/ BET-əl-jooz – Oxford English Dictionary and Royal Astronomical Society of Canada
    • /ˈbiːtəldʒuːz, -dʒɜːz/ BEET-əl-jooz, -⁠jurz – Oxford English Dictionary
    • /ˈbiːtəldʒuːs/ BEET-əl-joos – Canadian Oxford Dictionary, Webster’s Collegiate Dictionary
    • /bɛtəlˈɡɜːrz/ bet-əl-GURZ – Martha Evans Martin, The Friendly Stars

    Di sicuro una di queste è diventata la più comune in lingua inglese a partire dal 1988 proprio grazie al film, per stessa ammissione dei vari appassionati di astronomia che hanno partecipato alla discussione. È la cultura popolare che ancora una volta finisce per influenzare la lingua, quindi niente di strano.

    Volantino di Betelguese il bio esorcista. Dal film Beetlejuice

    Per quanto riguarda la pronuncia italiana della stella, il DiPI – Dizionario di pronuncia italiana online suggerisce betelˈʤɛuze (quindi con ogni singola lettera inclusa e non “-gius”) ma tutto questo discorso sulla pronuncia alla fin fine ci interessa poco visto che è il diretto interessato, il nostro spiritello porcello, a dirci come si pronuncia il suo stesso nome e non possiamo certo dirgli niente.

    Le osservazioni sull’adattamento italiano di Beetlejuice – Spiritello porcello finiscono qui ma non sono certamente le uniche degne di nota e se ci sono altri momenti del film che vi piacciono o che vi sono rimasti impressi sentitevi liberi di segnalarli nei commenti.

  • Arancia Meccanica, fior fiore del doppiaggio

    Scena dal film Arancia Meccanica, i drughi sull'auto da corsa Durango 95
    Non credo esista opera scritta in inglese di più difficile traduzione di Arancia meccanica. Il solo fatto che la fruibilità del film (e del libro) sia eguale in italiano come in inglese è a dimostrazione delle elevatissime potenzialità presenti nel nostro paese. Posso in tutta franchezza dichiarare che Arancia meccanica è un vero rappresentante dell’eccellenza italiana nell’adattamento dei dialoghi, nella recitazione e nella traduzione. Già il libro offrì una sfida probabilmente unica nel suo genere, tradurre uno slang futuristico comprensibile solo per associazione di idee ed immagini mentali. L’adattamento italiano di concetti reconditi e di un dialogo intriso di neologismi frammisti a vocaboli dal russo e dal dialetto londinese “cockney” è semplicemente un’impresa senza pari; un tale sforzo lo si poteva soltanto sperare dai professionisti degli anni ’60 e ’70.

    Arancia meccanica, un doppiaggio molto karasciò

    Un esempio che voglio riportare è l’espressione “real horrorshow” tradotto come “molto karascov”. Entrambi le frasi (nella cultura inglese e italiana rispettivamente) portano alla mente lo stesso concetto, “qualcosa di molto piacevole” (se avessero lasciato horrorshow anche in italiano si avrebbe avuto l’effetto opposto, l’idea di qualcosa di negativo).

    L’espressione deriva dal nadsat, la lingua inventata dall’autore Anthony Burgess e usata dai personaggi del suo romanzo, contenente termini ed espressioni in parte inventate e in parte prese dal russo ma con grafie e pronunce inglesi. Così la parola russa khorosho (buono) diventa in inglese horrorshow e in italiano “karasciò”. In entrambi i casi si tratta di una storpiatura della stessa parola russa, tradurlo direttamente dall’inglese non avrebbe avuto senso e da questo punto di vista il dialoghista italiano (Roberto De Leonardis) ha lavorato molto meglio del traduttore del libro che aveva trasfromato horrorshow in cinebrivido, per quanto affascinante come parola di certo è molto lontana dal reale motivo dietro l’uso di horrorshow. Da questo semplice esempio si capisce che gli autori italiani (il trio Aragno all’edizione italiana, De Leonardis ai dialoghi e Maldesi alla direzione del doppiaggio) siano andati all’origine delle singole parole e non si siano fermati ad una semplice traduzione.

    Titoli di coda di Arancia meccanica da VHS, in cui si legge Riccardo Aragno, dialoghi di Roberto De Leonardis, diretto da Mario Maldesi

    Dalla VHS di Arancia Meccanica, cartelli poi scomparsi dal DVD in poi

    Il “dolce su e giù” invece che “the old in-out in-out” (riferito al rapporto sessuale e inteso come abbreviazione di “the good old in-out”, cioè il buon vecchio su e giù) è un altro piccolissimo esempio. “Il vecchio dentro e fuori” non sarebbe stato altrettanto efficace in italiano, comprensibile forse ma non immediato come in-out è per la lingua inglese.

    Pochi in realtà sono gli adattamenti dello slang, la maggior parte dei termini (specie quelli russi) sono mantenuti tali e quali anche nel doppiaggio italiano. Tutto questo lo dobbiamo al grande Riccardo Aragno (1915-2003), curatore di tutti gli adattamenti italiani dei film di Kubrick, al dialoghista Roberto De Leonardis e agli attori di teatro, diretti da Mario Maldesi, che prestarono la loro voce per il doppiaggio del film.

    Malcom McDowel che ispeziona il vino prima di berlo, da una scena del film Arancia meccanica
    Quando voglio guardare Arancia Meccanica sono sempre indeciso se metterlo in inglese o in italiano. La scelta è a suo modo equivalente e alcune frasi sono addirittura più memorabili in italiano, cito ad esempio soltanto “SON BUONI ALMENO???” che chi ha visto il film ricorderà sicuramente (vedi immagine sopra) e in generale tutti i dialoghi del personaggio dello scrittore, doppiato da Silvio Spaccesi (già doppiatore di Yoda e del cieco in Frankenstein Junior, ma per me memorabile anche per il suo ruolo del mago imbroglione nel film Pacco, doppio pacco e contropaccotto).

    Un peccato però che i graffiti sui muri non abbiano (almeno nel mio DVD) la traduzione sottotitolata. Uno in particolare mi ha fatto sempre ridere: quello che recita “IF IT MOVES KISS IT” riferendosi al pene disegnato sulla figura di un anziano (ironia anglosassone da graffiti, ma forse anche tradotta non farebbe ridere gli italiani).

    Brigadieri inglesi?

    Dopo tanto elogi, non sarei me stesso se non avessi qualcosa da far notare. Una sciocchezza in realtà ma che mi fa sempre sorridere. Nel finale, quando la personalità politica viene a trovare il protagonista all’ospedale chiede all’agente di guardia di uscire un momento.

    Just wait outside for a moment, officer
    Per favore vuole aspettare fuori, brigadiere?

    La cosa che può far ridere oggi è l’uso della parola “brigadiere” invece di un più generico “agente”, cioè di una carica che suona assai poco britannica. Forse nel 1971 il ruolo del piantone in ospedale era riservato esclusivamente ai brigadieri? La scelta non è neanche giustificata dal labiale in quanto i personaggi sono ben lontani dalla cinepresa, quindi ci dev’essere una spiegazione che forse sfugge alle orecchie moderne. Una risposta ce la dà la voce relativa a “Brigadiere” su Wikipedia:

    Fino al 1992 il grado di brigadiere era in uso anche nel disciolto Corpo degli agenti di custodia (ora Corpo di polizia penitenziaria), e fino al 1981 era in uso nel Corpo delle guardie di pubblica sicurezza (ora Polizia di Stato); attualmente i due corpi civili usano la corrispondente qualifica di sovrintendente.

    Nel 1971 quindi “brigadiere” indicava esattamente il ruolo del personaggio a cui viene chiesto di uscire dalla stanza di ospedale dove piantonava Alex.

    Anche quello che poteva sembrare un piccolo errore della versione italiana si rivela invece essere l’ennesima riconferma della cura con la quale è stato adattato il film nella nostra lingua. Certo, sentito oggi quel “brigadiere” lascia un attimo interdetti ma se quest’unica battuta è invecchiata maluccio ma non è certo per colpa degli adattatori. Potrebbe quindi sembrare ma non si tratta di traduzione italiota, Arancia meccanica con il suo doppiaggio rimane un esempio di eccellenza.

    VOTO DOPPIAGGIO: 10 !

    Personaggio dello scrittore dal film Arancia meccanica, in preda a una crisi

  • Simpson: PRO e CONTRO del suo doppiaggio italiano

    Homer Simpson davanti al cartello DIE - DIET
    Ecco i miei pro e contro del doppiaggio italiano dei Simpson in una rapida lista che prende in considerazione alcuni buoni esempi e alcune critiche alla nostra versione italiana. Per motivi diversi è una serie apprezzabile sia in inglese che in italiano. Se avete altri pro e contro scriveteli nei commenti, mi fa piacere conoscere i vostri.

    I “pro” del doppiaggio italiano dei Simpson

    La bravura dei doppiatori

    I doppiatori sono indubbiamente bravissimi, Lisa Ward e Tonino Accolla punte di diamante. Sandro Iovino che interpreta Mr. Burns è tuttavia il mio preferito e quando guardo episodi dei Simpson in inglese sento sempre la nostalgia della sua voce (assai più malvagia e spassosa dell’originale. In inglese ha più una voce da viscido che da perfido). La qualità delle voci è pari o talvolta superiore dunque non ci possiamo certo lamentare sotto questo punto di vista.

    Non di rado poi alcune frasi vengono rese più divertenti e memorabili in italiano. Il mio primo esempio è quello della voce di Lenny che ripete nella testa di Homer “convenzione odontoiatrica“. Secondo esempio: la canzone “spider pork” del film dei Simpson fa ridere, la canzone originale “spider pig” semplicemente non fa ridere e me lo conferma anche la mia amata dolce metà (che, chi ha seguito il mio blog fin ora già lo sa, è una cittadina britannica, scozzese sarda scozzese per la precisione):

    ORIGINALE: Spider-pig, Spider-pig. Does whatever Spider-pig does. Can he swing from a web? No, he can’t, he’s a pig. Look out, here’s a Spider-pig.

    letteralmente traducibile come: “Spider-pig, spider-pig. Fa qualunque cosa Spider-pig faccia. Può dondolarsi dalla ragnatela? No, non può perché è un maiale. Stai attento, arriva Spider-pig”.
    Dire piatta è dir poco.

    ITALIANO: Spider-pork, spider-pork. Il soffitto tu mi sporc’. Tu mi balli sulla test’. E mi macchi tutto il rest’. Tu qua, ti amo Spider-pork.

    Homer che canta spider pig, scena dal film dei SImpson
    Non è strano che in italiano sia poi diventato un tormentone. Tra le due versioni quella originale in inglese lascia indifferenti, quella italiana fa almeno sorridere, è in rima e fa anche riferimento alla scena in corso, ovvero al maiale che sta macchiando il soffitto [il film rimane tuttavia mediocre sia in inglese che in italiano].

    Grattachecca e Fighetto sono un’altra memorabile alterazione che ha reso divertente il nome di Itchy & Scratchy (per un solo episodio tradotti più fedelmente come Grattino e Pruritino perché la coerenza nell’adattamento non è sempre stata una presenza costante nel doppiaggio di una serie così duratura come quella dei Simpson).

    Uso dei dialetti nei Simpson

    Generalmente l’uso dei dialetti nel doppiaggio italiano è una cosa che fa rabbrividire (vedi il doppiaggio di Monty Python), raramente trova ragione d’essere, ma posso comprenderne la necessità. Nei Simpson viene fatto largo uso di varie inflessioni dell’inglese ma, mentre esiste un corrispettivo in italiano dell’accento inglese, di quello indiano, e anche del modo di parlare dei bifolchi (“rednecks”), restano intraducibili gli accenti scozzesi e irlandesi per i quali non abbiamo corrispettivi nella nostra lingua. Il giardinere scozzese Willy (“Willie” in inglese) pertanto diventa sardo seppur i traduttori stessi rimarranno sempre in dubbio sulla sua origine, talvolta vien detto che si tratti di un immigrato scozzese, talvolta sardo, talvolta un sardo-scozzese (?). Che si decidano una buona volta!

    La scelta del sardo non è del tutto ingiustificata. L’accento sardo è il più vicino per suono a quello scozzese e in Sardegna come in Scozia ampi territori sono dedicati alla pastorizia, inoltre l’eia è equiparable all’aye scozzese, entrambi significano “sì”, quindi un legame lo si può trovare e vi assicuro che non è campato in aria come sembra (ascoltate l’accento scozzese per rendervi conto, già gli inglesi non lo capiscono).

    Gli irlandesi comparsi nella serie invece sono spesso tradotti con una parlata simil-abruzzese (folletto leprechaun compreso), qui la scelta sembra più casuale, come del resto sembra casuale anche quella del collega di Homer, Carl, che parla con accento veneto. Non ha certo molto senso ma insomma, si può sopportare essendo limitata a pochi personaggi. Nell’animazione doppiata in italiano, la presenza di dialetti usati a scopi comici risale almeno agli anni ’70 con casi più o meno sensati (es. Romeo negli Aristogatti) e casi più imbarazzanti come in Fritz il gatto.

    Poca censura nella versione italiana dei Simpson

    Se confrontato con “Family Guy” (in italiano “I Griffin”) possiamo considerarci molto fortunati nel poterci vedere i Simpson praticamente senza censura, cosa che invece accade in molti altri paesi. Anzi c’è da dire che nelle ultime stagioni sembra che abbiano permesso ai doppiatori di dirne di tutti i colori, ormai le parolacce non sono più un tabù (finalmente), ma anche le prime stagioni non scherzavano: tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 c’è stato un periodo dove far dire parolacce in prodotti per bambini “faceva ridere” ed era consentito (Mamma ho riperso l’aereo sia da esempio).

    Grattachecca e Fichetto

     


    I “contro” del doppiaggio italiano dei Simpson

    Le guest-star italiane

    Ovvero celebrità italiane che si improvvisano doppiatori d’eccezione per uno o più episodi. Di solito non sono attori professionisti ma celebrità da rotocalco, comici e politici italioti. Le voci stridono a confronto di quelle dei professionisti; sembrano doppiaggi fatti in casa da caricare su youtube per essere offesi in pubblica piazza!

    Uno scempio criticato anche su Facebook dal gruppo chiamato “Al rogo le “guest star” nel doppiaggio italiano dei Simpson!” dai quali gentilmente prendo con un copia e incolla la cosiddetta “black list” degli ospiti indesiderati:

    VALERIA MARINI, GIANFRANCO D’ANGELO, SANDRA MONDAINI, GIORGIO GORI, PAOLO LIGUORI, PAOLO BONOLIS, VITTORIO SGARBI, VERONICA PIVETTI, PAOLA BARALE, LUCIANA LITTIZZETTO, SERENA DANDINI, IGNAZIO LA RUSSA, CORRADO GUZZANTI, MICHELE FORESTA, LEO GULLOTTA, GIORGIA, ALESSANDRA MUSSOLINI, MIKE BONGIORNO, GENNARO GATTUSO, FRANCESCO TOTTI, ILARY BLASI, MARIA GRAZIA CUCINOTTA, JOVANOTTI, LUCA LAURENTI, EMILIO FEDE, MARCO MATERAZZI, AMBRA ANGIOLINI.

    Non tutti ma molti di questi hanno davvero rovinato interi episodi. E “chissene” se lo hanno fatto per beneficenza! Mi rovinate ab eternum interi episodi di una serie TV… per beneficenza?

    Quelli che dopotutto se la sono cavata regalandoci buone interpretazioni sono attori che hanno già avuto esperienza di doppiaggio. Scommetto ad esempio che molti di voi non sapete che Leo Gullotta è un ottimo doppiatore cinematografico.

    In America i Simpson hanno numerose guest star che prestano la loro voce. Se funziona da loro non significa che possa funzionare anche qui da noi. Non so se sia stata la Fox stessa a proporre l’idea di “guest star” italiane per replicare l’idea originale ma sentire Totti e la Blasi nei Simpson è una cosa atroce che ci auguriamo non capiti più nella storia dei cartoni animati e del doppiaggio in generale. A ciascuno il suo mestiere, grazie.

    L’alterazione di alcuni nomi: Moe che diventa Boe

    Casus belli: il nome di “Moe” che diventa “Boe” e costringe continuamente a “rititolare” l’insegna del suo bar. Moe non è un nome così difficile! Il mio collaboratore Leo suggeriva che forse è dovuto alla vicinanza con il “mo’ ” dialettale ma entrambi concordiamo sull’inutilità di tale cambiamento, anche perché la pronuncia della “o” sarebbe diversa nei due casi.

    Una piccola curiosità: in un episodio Boe in italiano diceva di aver ereditato il suo bar da un certo Moe e di avergli lasciato il nome. Che ci sia stato dunque un tentativo di riparare al “danno” dovuto al cambio immotivato di nome? Anche se così fosse dovrebbero allora eliminare tutte le sovrapposizioni (per altro orrende) del nome del bar “Moe”. Più probabile che si tratti di una delle altre mille inconsistenze dell’adattamento italiano. In un doppiaggio passato di mano così tante volte e a così tante aziende diverse, è un miracolo che la famiglia stessa non abbia cambiato nomi tre o quattro volte.

    Riferimenti mancati o alterati

    Ahimè non di rado si perdono riferimenti culturali e di conseguenza alcune battute risultano incomprensibili. Purtroppo non c’è molto che si possa fare a riguardo, è la dura legge della traduzione e l’adattamento da altre lingue e altre culture. Altre volte battute tradotte correttamente non suonano affatto divertenti in italiano mentre lo sono in inglese. A questo si aggiunge il dramma degli “adattamenti culturali” in cui un riferimento, di solito di cultura popolare, viene cambiato da quello americano a quello italiano. Tanto per fare un esempio, in un episodio Bart criticava il festival di Sanremo (in italiano) mentre in inglese il riferimento era agli Emmy Awards (evidentemente non conosciuti in Italia all’epoca in cui fu tradotto l’episodio).

    Un altro esempio: dubito che i più abbiano capito perché Homer nel film dei Simpson sbatteva tra una roccia e un edificio chiamato “A Hard Place”.

    Simpson il film, Homer tra una roccia e a hard place

    L’espressione “caught between a rock and a hard place” è l’equivalente italiano di “trovarsi tra incudine e martello”, in seguito Homer comincia a dondolare tra una “fork” (forchetta) e un “hard place”.

    The Zesty Fork restaurant. Dal film dei simpson

    Anche conoscendo la frase originale, questa scena non era certo l’apice della comicità (anzi, l’intero film aveva pochi momenti veramente divertenti) e mi rimane incomprensibile perché il pubblico italiano in sala si sganasciasse dalle risate. Forse basta che Homer si faccia male per cominciare a reggersi la pancia? Le cose che suscitano ilarità tra gran parte del pubblico italiano sono sempre le più sciocche… la maggior parte degli spettatori non ride mai alle battute argute, né alle citazioni cinematografiche, ma solo a cose triviali come rutti e flatulenze e mi domando che cosa se li guardino a fare i Simpson… vabbè, sto divagando.

    Cambio dei doppiatori

    Alcuni personaggi secondari non hanno purtroppo doppiatori fissi ma anche personaggi più noti, nel corso degli anni hanno cambiato voce almeno un paio di volte (Moe, Barney, Flanders ed il direttore Skinner tra i primi che mi vengono in mente). Una cosa abbastanza fastidiosa specie quando la differenza appare veramente lampante, come nelle prime stagioni.

    In conclusione…

    Questi erano alcuni dei miei pro e contro. Al contrario dei Griffin che ritengo siano godibili soltanto in inglese, i Simpson rimangono divertenti sia in originale che doppiati, magari non sempre negli stessi momenti ma il doppiaggio italiano di questa serie ha molto da regalare allo spettatore. Vedendoli in lingua originale ad esempio mi manca sempre la voce di Mr. Burns ma almeno capisco tutte le battute e i riferimenti, quando li guardo doppiati spesso vorrei non dovermi sentire cose come i riferimenti a “Sanremo”. È un difficile equilibrio.

  • QUEL DIAVOLO DI GIANNINI !


    Seppur la buonanima di Ferruccio Amendola abbia caratterizzato con la sua voce la maggiorparte degli attori americani con discendenze italiane (Stallone, De Niro, Al Pacino etc…), il doppiatore di Al Pacino che io preferisco e adoro è Giancarlo Giannini. Potrei darvi mille spiegazioni sul perchè ma suggerisco semplicemente di guardare L’Avvocato del Diavolo per capire quanto sia azzeccata la scelta di Giannini. Inoltre, a differenza di Amendola, Giannini ha anche il pregio di cambiare molto lo stile della sua voce tra un personaggio doppiato ed un’altro e mi ci è voluto un po’ per realizzare che la voce del Joker nel film Batman (1989) fosse la stessa usata per molti ruoli di Pacino. Una piccola curiosità da notare: il nuovo Joker del film Il Cavaliere Oscuro è stato doppiato dal figlio di Giannini e curiosamente trovo che l’interpretazione del figlio di Giannini sia più vicina a quella di Nicholson del Batman del 1989 che a quella del fu Heath Ledger che in realtà non mi è piaciuta affatto; ancora una volta, sia padre che figlio hanno migliorato il prodotto originale.
    Giannini non è spesso considerato nell’Olimpo dei doppiatori italiani famosi, forse si è più propensi a ricordarlo come attore, ma dovrebbe essere seriamente riscoperto.
    Ecco alcuni degli attori/film da lui resi memorabili:
    –        Jack Nicholson in Shining, ruolo per cui si dice che Kubrick stesso abbia inviato una lettera di congratulazioni a Giannini per l’ottimo doppiaggio svolto (!), e Batman nell’insuperabile ruolo del Joker, tanto che risulta più divertente e pazzo nella versione italiana che con la voce originale di Nicholson.
    –        Mel Gibson nell’Amleto (nel ruolo del giovane Amleto), l’unico film tratto da Shakespeare che guardo con piacere, un’interpretazione vocale che solo ad un attore vero come Giannini sarebbe potuta riuscire così bene.
    –        Al Pacino nel film L’Avvocato Del Diavolo (nel ruolo di Satana in persona, una voce e una recitazione praticamente equiparabile all’originale), “Scient of a Woman – Profumo di Donna” (nel ruolo del colonnello non vedente).
    Se solo Scarface avesse avuto la fortuna di Giannini come doppiatore sono sicuro che Giancarlo si sarebbe prodigato nel provare ad imitare quel curioso accento cubano che ha Pacino nel film. Purtroppo in italiano questa rilevante caratteristica è stata perduta con Amendola che invece ha prestato una voce normale senza uscire dai ranghi e senza neanche tentare ad un minimo accento “latino”. Il film in italiano, seppur memorabile (in quanto buon film), deficita gravemente sotto questo punto di vista.
    Spero che Giannini continui a doppiare Al Pacino anche in futuro e, caro Giancarlo, ti ringrazio a nome di molti per i favolosi doppiaggi che regali a noi italioti, rendendo alla perfezione le interpretazioni originali quando non migliorandole!

  • Quegli epici doppiaggi anni ’70 – ’80! Samurai Itto Ogami


    Di recente mi sono appassionato ad una serie giapponese degli anni ’70 molto difficile da reperire chiamata “SAMURAI” (originariamente “Kozure ôkami)  che ha per protagonista un ronin, ovvero un samurai senza padrone, e suo figlio di tre anni. Molte altre informazioni possono essere reperite online.

    Veniamo al tema del mio blog. Se mi sento di parlare di questa serie è per elogiarne il doppiaggio.
    Non mi posso esprimere sulla qualità della traduzione perché non conosco il giapponese quindi non sono in condizione di comparare l’originale alla versione italiana ma quello su cui posso esprimermi è la qualità dei doppiatori. Per essere una serie piuttosto sconosciuta in Italia (inizialmente passava solo su canali regionali come Italia 7 in tarda serata) ha avuto il privilegio di essere doppiata dal fior fiore dei doppiatori nostrani di quel periodo. La voce del protagonista Itto Ogami è data da Pino Colizzi, pluripremiato e apprezzato professionista, ma anche personaggi secondari hanno ricevuto il dono di voci memorabili. Il doppiaggio era a cura della “CD COOPERATIVA DOPPIATORI” (come indicato alla fine di ogni episodio) e mi ha dato l’impressione che ospitasse a turno, in ciascun episodio, doppiatori talentuosi; questo tanto per avvalorare ancor di più la mia personalissima sensazione che negli anni ‘70 e ’80 non c’era un doppiatore che non fosse bravo, a differenza d’oggi, ma non vorrei cadere in discorsi in stile “il pane di una volta era più buono” (anche perché qui in toscana non abbiamo memoria di tempi in cui il pane era più buono dato che è sempre stato insipido).

    La voce narrante (a volte in apertura e chiusura degli episodi, altre volte assente) non è costante ed ha almeno due diversi doppiatori, in alcuni casi è affidata a Michele Gammino (già doppiatore di Harrison Ford) la scelta ideale per una voce narrante. Altri doppiatori identificati in episodi vari sono Ferruccio Amendola (personaggio secondario in almeno un episodio), in molti episodi compaiono le voci di Claudio Capone (voce di Luke in Guerre Stellari), Sandro Iovino (voce di Mr. Burns nei Simpson), Renato Mori (doppiatore di Morgan Freeman), Giorgio Lopez (doppiatore di Danny De Vito). Insomma voci ben note al pubblico italiano ed eccezionalmente bravi (ma questo è inutile ribadirlo). Purtroppo non sono riuscito a trovare una lista completa dei professionisti che hanno offerto le loro voci, ogni episodio finiva semplicemente con la scritta “CD COOPERATIVA DOPPIAGGI” senza ulteriori dettagli ma posso assicurarvi che sono tutte voci piuttosto familiari, se ne riconoscerò altre le annoterò qui.

    In Italia “SAMURAI” non è disponibile né in DVD né in VHS e sarò per sempre grato a quel grand’uomo che registrò gli episodi dai passaggi televisivi e solo grazie ad essi sono riuscito a godermi questa bellissima serie così ben doppiata. Molte sequenze sono visibili su youtube.

  • SAY HELLO TO MY LITTLE FRIEND FERRUCCIO!

    Al Pacino in una scena di Scarface dove tiene in mano un fucile d'assalto. Una vignetta gli fa dire: salutatemi i doppiatori italiani, invece di salutatemi il mio amico Sosa, che era la versione italiana di: say hello to my little friend
    Scarface (1983) è indubbiamente uno dei miei film preferiti, soprattutto in lingua originale. Ci sono alcune differenze tra la versione originale in inglese e la versione doppiata in italiano che spesso non vengono fatte notare dai fan ma sono sicuramente degne di nota.

    Frasi cambiate nel doppiaggio italiano di Scarface

    Le parolacce

    All’inizio del film gli agenti dell’immigrazione che interrogano Tony Montana (Al Pacino) non credono al fatto che non sia mai stato in carcere e chiedono molto volgarmente come si è fatto la cicatrice che ha in faccia. In italiano la domanda è:

    Dove te la sei fatta questa cicatrice, giocando con qualche bambola?

    In inglese molto più volgarmente:

    Where’d you get the beauty scar, tough guy? Eatin’ pussy?

    Per il dovere di cronaca ne riporto la traduzione letterale, ovvero: “dove te la sei fatta questa bella cicatrice, osso duro, leccando fiche?
    Si capisce quindi da dove gli viene quel “giocando con qualche bambola”. In questo caso non possiamo che apprezzare l’alleggerimento della volgarità. E pensare che in una versione censurata che passa in TV negli Stati Uniti la battuta è stata cambiata in “Come te la sei fatta questa cicatrice, mangiando ananas?”.
    In inglese gran parte delle volgarità di Tony Montanta comunque si limitano quasi esclusivamente alla parola “fuck” (e sue derivate) che, secondo statistiche ufficiali, viene ripetuta 226 volte nel corso del film con una media di più di una al minuto (su youtube c’è anche un video divertente di più di un minuto che le raccoglie tutte una dopo l’altra).

    Per la versione italiana i doppiatori non si sono concentrati specificatamente su una sola parolaccia portante (“vaffanculo” viene detto 25 volte ma ben lontano dalle 226 volte di “fuck”) ma abbiamo invece una discreta varietà di alternative. Difatti Michelle Pfeiffer ad un certo punto dice:

    (in italiano) Tony per cortesia smettila di dire tutte queste parolacce!

    (in inglese) Can’t you stop saying “fuck” all the time?

    Che tradotta alla lettera vuol dire “puoi smetterla di dire “fuck” in continuazione?”. Impossibile da tradurre alla lettera visto che “vaffanculo” lo diceva solo 25 volte, quindi una soluzione perfetta quella di “tutte queste parolacce”, forse l’unica soluzione possibile.

    Salutatemi il mio amico Sosa

    Sul finire del film arriva la frase di Tony Montana che è diventata una delle battute più celebri della storia del cinema. Mentre gli assassini colombiani al soldo di Sosa assaltano la villa per far fuori il protagonista, Tony Montana tira fuori un fucile con lanciagranate e dice “Say hello to my little friend!” (riferendosi all’arma che impugna) poco prima di sparare una granata sulla porta in risposta agli assalitori.
    In italiano al posto della celebre frase, Tony Montana esclama “Salutatemi il mio amico Sosa!”.

    Scarface gif say hello to my little friend
    Mi sono sempre domandato… che i traduttori abbiano davvero creduto che Tony Montana si riferisse a Sosa (che fino a quel momento era stato suo amico)? Oppure la traduzione letterale di “say hello to my little friend” in riferimento ironico al lanciagranate non funzionava altrettanto efficacemente in italiano? Difficile a dirsi. La battuta in italiano ha un suo senso ma, traducendo in questo modo, ci siamo persi una delle frasi più celebri del mondo anglosassone. Dire “say hello to my little friend” è automaticamente associato a Scarface (provate a ricercarlo su Google images e vedrete se non viene fuori soltanto Al Pacino con il fucile in mano o suoi imitatori). Probabilmente ci sono tante commedie e film di animazione dove questa battuta è usata come occhiolino a Scarface ma che passa inosservata nei suoi adattamenti italiani.

    Il doppiaggio di Ferruccio Amendola

    In ultimo una considerazione sul doppiaggio, che poi è la critica maggiore che mi sento di fare al film in italiano doppiato. In inglese Al Pacino dà al suo personaggio un’interpretazione unica nel suo genere, recitando in un modo del tutto particolare con un esagerato accento cubano. Questa ricchezza di interpretazione (costata a Pacino non poche ore di studio e impegno), mi dispiace ammetterlo, non è soltanto sminuita ma totalmente annichilita dal doppiaggio di Ferruccio Amendola che purtroppo ha dato al personaggio una normalissima voce italiana, senza neanche un vago accento “latino”. Accento che invece ha Manny, l’amico di Tony, anche lui cubano, quindi non si capisce com’è che uno parli perfettamente a l’altro con un accento, sebbene siano sbarcati insieme.
    La logica interna del doppiaggio italiano di Scarface sembra essere stata messa in secondo piano rispetto all’interpretazione, “standard”, forse ritenendo che il pubblico italiano avesse determinate aspettative e che lo strano accento non sarebbe stato accettato su un personaggio principale? Una vera spiegazione ufficiale non c’è, non è stata mai fornita, né è stata mai chiesta prima d’ora.

    Un ridoppiaggio di Scarface?

    Il danno è fatto e Scarface ce lo teniamo così, con Tony Montana che parla come un qualunque altro personaggio americano. Mi auguro che ai distributori non venga mai in mente di ridoppiarlo perché: 1) il ridoppiaggio è una pratica barbara raramente giustificabile; 2) a parte Tony Montana, gli altri personaggi sono doppiati alla perfezione e con le voci giuste, appropriate per il decennio a cui appartiene il film, cosa che sarebbe difficilissimo da ricreare oggi.
    Nel suo complesso il doppiaggio italiano di Scarface dà comunque una buonissima impressione perché, a farla breve, è un ottimo film. Ma se siete in grado di guardarvi un film in lingua originale, non tornerete più indietro dopo aver sentito l’autentico Al Pacino di questo film, memorabile proprio per quel suo modo di parlare che nel mondo anglosassone è diventato subito iconico e riconoscibile mentre in italiano è il “solito” Ferruccio Amendola che non aggiunge niente ai tanti Stallone/De Niro/Dustin Hoffman che abbiamo conosciuto in quegli anni.

    Se possiamo soprassedere sulla battuta dell’amico Sosa, forse non dovremmo fare lo stesso sulla mancata occasione di dare a Tony Montana il suo legittimo accento cubano.