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  • Doctor Sleep: adattare alla perfezione, spiegato dal dialoghista Valerio Piccolo

    Tre locandine italiane del film Doctor Sleep del 2019

    Cosa non facile proseguire sulle tracce di Shining di Stanley Kubrick e ancora meno facile proseguire sulle tracce della sua versione italiana diretta dalla squadra storica scelta da Kubrick stesso: Mario Maldesi (alla direzione), Riccardo Aragno (alla traduzione) e, nel caso di Shining, Simona Izzo ai dialoghi (lei inventò il termine “luccicanza”). Per fortuna Doctor Sleep, seguito di Shining e basato sull’omonimo romanzo di Stephen King del 2013, è stato dato in mano a persone competenti che non solo hanno portato dialoghi in italiano che oserei definire perfetti, ma che si ricollegano anche senza soluzione di continuità a quello Shining adattato nel 1980, quasi quarant’anni fa. Oggi giorno una caratteristica non affatto scontata.

    Doctor Sleep insomma è un altro splendido adattamento di Valerio Piccolo, sempre attentissimo ai riferimenti storici, mai una parola fuori posto, dialoghi naturali e, soprattutto, nessun inglesismo superfluo, insomma un adattamento invisibile, come dovrebbe essere sempre. È proprio questo che caratterizza ciò che ho definito “dialoghi perfetti”. La saggista e critico cinematografico Daniela Catelli (Comingsoon, Ciak), anche lei intransigente per quanto riguarda adattamenti dall’italiano stentato o forzato, concorda in un suo tweet con la mia impressione definendolo: “uno dei pochissimi doppiaggi che non mi hanno dato fastidio“.

    Dal libro "Tradurre: una prospettiva interculturale" di Pierangela Diadori.

    Definizione di traduzione. (Foto di © Fabrizio Scuderi dalla pagina Facebook “Gualtiero Cannarsi, cambia lavoro”)

    Da anni, pur essendo il suo un lavoro che lo tiene nell’ombra, Valerio Piccolo lavora sodo e lavora bene, firmando i dialoghi di tanti film che hanno il pregio di essere così invisibili (nel suo campo è un complimento) da non finire mai tra le lamentele di questo blog. Nel 2015 lo avevo già intervistato per i dialoghi di Mad Max: Fury Road (ricordate la “blindocisterna”? Roba sua e approvata dal regista) e in questi anni tante altre sono state le occasioni in cui ho apprezzato silenziosamente il suo lavoro (Blade Runner 2049, The Hateful Eight, Pacific Rim – La rivolta… sono solo alcuni, qui una lista completa sul sito dell’Accademia Nazionale del Cinema), arrivando ogni volta a fine visione senza una singola obiezione sul lavoro di adattamento per poi, sui titoli di coda, poter esclamare: “ah-ha! È di Piccolo, lo sapevo!“. [NdA: non mi informo mai su chi adatta e doppia un film prima di entrare in sala, così da evitare bias personali, lo scopro soltanto arrivato ai titoli di coda]

    Avendo la possibilità di intervistare Valerio, non mi sono lasciato sfuggire questa occasione, perché dopo la visione di Doctor Sleep le domande che frullano per la testa sono tante, eccovi dunque la seconda conversa di Doppiaggi italioti a Valerio Piccolo. Una conversazione, anzi. La prima la trovate qui.

    L’intervista al dialoghista Valerio Piccolo

    Evit: Anche se ci scambiamo qualche “like” sui social e ogni morte di Papa ci scriviamo in privato, sono ben quattro anni dall’ultima volta in cui abbiamo fatto un’intervista, cosa è successo nella tua vita lavorativa nel frattempo?

    Valerio: Diciamo che non è cambiato molto, più che altro gli impegni sono aumentati e con loro anche le responsabilità. Ho avuto il privilegio di lavorare a grandissimi film, di creare parole per opere di registi del calibro di Spielberg, Scott, Polanski, Tarantino, Villeneuve eccetera, e di godermi film di eccelsa qualità. Per me questo lavoro, dopo 20 anni, non è ancora disgiunto dal piacere e dalla mia passione di cinefilo per cui, ogni volta che mi chiamano per assegnarmi un bel prodotto, il primo a essere felice è il Valerio amante del cinema.

    E: Scopro adesso che non solo sei il dialoghista per il film Doctor Sleep ma hai curato anche i dialoghi anche della versione estesa di Shining che è uscita di recente in home video anche in Italia con un nuovo doppiaggio nei 24 minuti che originariamente furono tagliati. Per Doctor Sleep e per la versione estesa di Shining sono state coinvolte società di doppiaggio diverse e direttori di doppiaggio diversi, l’unica costante sei tu. Come sei diventato essenzialmente il curatore dell’opera di Maldesi?

    V: Non c’è una “strategia” comune dietro tutto questo, come hai detto tu sono lavori arrivati da due committenti diversi. Adattare Doctor Sleep è stata (credo) una conseguenza abbastanza naturale del mio adattamento di “The Dark Tower”, altra opera cinematografica tratta da un libro di King su cui avevo messo le mani nel 2017. Le scene tagliate-e-poi-rimesse di “The Shining” sono state curate, per la direzione del doppiaggio, da Rodolfo Bianchi, con cui collaboro pressoché stabilmente da diversi anni, e quindi penso che alla base della società di doppiaggio (e della distribuzione) ci sia stata la volontà di affidarsi a questa “coppia artistica” già ben collaudata.

    Warner Bros presenta, titoli di inizio del film Doctor Sleep

    I titoli di inizio tradotti in italiano (foto scattata al cinema)

    E: Una gran fortuna per lo spettatore. Ci puoi raccontare i retroscena della lavorazione a Doctor Sleep (e anche alla versione estesa di Shining)? Che genere di libertà vi vengono concesse? Chi supervisiona il lavoro? Chi ha l’ultima parola sulle scelte di adattamento?

    V: L’ultima parola – di regola – spetta sempre al Capo Edizioni della società di distribuzione (la Warner Bros. Italia, nel caso di “Doctor Sleep”), che è anche colui/colei che supervisiona il lavoro, partendo dai dialoghi fino ad arrivare al doppiaggio e al mix del film. Il concetto di libertà è un concetto molto delicato e pieno di sfumature. Io, in quanto traduttore, sono dell’idea che, quando si lavora a un adattamento, è bene pensare in assoluto di non concedersi troppe libertà e di rimanere invece “incollati” il più possibile al testo originale. Ma è un discorso molto complesso, questo. Il caso di “Doctor Sleep” è uno di quei casi in cui bisogna affrontare la questione di una traduzione italiana del libro già esistente, e di eventuali decisioni legate al diritto d’autore, laddove – come appunto nel caso di “Doctor Sleep” – si decida di tradurre anche i “nomignoli” dei personaggi. Quando il doppiaggio di un film viene fatto seguendo tutti i passaggi, c’è sempre a monte una linea editoriale che viene discussa e decisa in primis tra capo edizioni e adattatore, e poi di conseguenza anche con il direttore di doppiaggio. Impostata quella linea, è ovvio che poi il dialoghista ha piena libertà di “ricreare” l’opera come meglio crede.

    Sottotitoli della versione cinematografica italiana di Doctor Sleep

    Sottotitoli descrittivi (foto scattata al cinema)

    E: Sicuramente potrà essere un po’ diverso da film a film ma è possibile dire che, generalmente, se in un adattamento italiano troviamo parole o nomignoli lasciati in inglese solitamente è per scelta del capo edizioni che segue una linea editoriale dettata dalla società di distribuzione?

    V: Sì, è possibile. Ed è anche giusto – credo – che un capo edizioni detti la linea editoriale. Poi, ovviamente, se ne discute insieme. In questo lavoro, a mio modo di vedere, il confronto è una grande chiave. È un lavoro di squadra, e le sfumature soggettive sono milioni. Quindi è giusto che se ne discuta, ed è giusto che ci siano anche più voci a cantare, ovviamente sempre restando nella linea editoriale dettata dall’alto.

    Scritte alla lavagna sottotitolate in italiano nella versione cinematografica di Doctor Sleep

    Foto dalla proiezione cinematografica

    E: La cosa più bella dei tuoi dialoghi è che sembrano sempre nascere direttamente in italiano, senza forzature, quindi quando parli di rimanere “incollati” al testo originale intendi dire, suppongo, che non vai ad inventarti niente di sana pianta, ma neanche si può dire che traduci mai “alla lettera”. È una distinzione che mi preme sempre di sottolineare visto che, come conseguenza di un accresciuto interesse e attenzione da parte del grande pubblico verso l’argomento traduzioni, serpeggia l’idea, un po’ ignorante, che fedele voglia dire alla lettera.
    Quasi anticipando questo trend recente, il traduttore italiano del romanzo Doctor Sleep, in una conversazione del 25 febbraio 2014 avvenuta in diretta streaming sul canale YouTube Libro martedì e intitolata Giovanni Arduino e Doctor Sleep, ad esempio, diceva che “la traduzione letterale non è una traduzione letteraria”:

    La traduzione letterale non è una traduzione letteraria. Quindi ogni traduzione letteraria è un’interpretazione, giocoforza. Quindi, voi non leggete Stephen King, voi leggete Stephen King tradotto da Giovanni Arduino, che questo sia chiaro. Ma questo è vero per qualsiasi cosa, soprattutto poi quando c’è un autore con una voce particolarmente forte, io seguo la sua voce ma naturalmente la filtro attraverso la mia esperienza, la mia sensibilità e tutto il resto. […] Si tratta semplicemente di capire dove King ha preso alcuni termini — perché non è che li abbia inventati dal nulla, niente si inventa dal nulla — e cercare un riferimento simile italiano e reinventarlo, naturalmente basandosi sulle origini della scelta di King. […] Non è un lavoro facile, è un lavoro lungo, però si fa. Le famose note piè di pagina sono il traduttore che si arrende, dal mio punto di vista in un romanzo di narrativa le note a piè di pagina sono praticamente inammissibili.

    Quella del reinventare basandosi sulle origini della scelta dell’autore mi ricorda un po’ il caso della tua blindocisterna di Fury Road. Ti ritrovi nelle parole di Arduino?

    V: Sì, molto. È esattamente questo il lavoro di un traduttore. Ed è quello che, secondo me, si nota di più negli adattamenti fatti da chi ha anche tradotto il testo. Cosa che, almeno per i prodotti di lingua inglese (ma anche spagnolo e francese, direi, considerando quello che arriva sul nostro mercato), dovrebbe essere di regola. Ma purtroppo non è così.

    E: Potremmo dire che questa regola di evitare di tradurre alla lettera si applichi ancora di più al cinema dove non ci possono essere note a piè di pagina?

    V: Sicuramente. Le note a margine, secondo me, in alcuni casi le potremmo traslare in intonazioni/interpretazioni dei doppiatori. Ovvero: aggiungere una sfumatura dove la lingua può rivelarsi leggermente ambigua o non esattamente “dritta”. Ma, ovviamente, i punti critici sarebbe meglio risolverli sempre a monte, ovvero in fase di adattamento.

    Shining extended edition versione 4k UHD e Blu-Ray

    La versione estesa di Shining in 4K e Blu-Ray, disponibile su Amazon

    E: Della lavorazione alla versione estesa di Shining cosa mi dici?

    V: Posso dire solo che è stato un grande onore, esclusivamente un grande onore, mettere le mani su qualcosa del genere. Non lo considero nemmeno un vero lavoro, ma una specie di regalo che mi è stato fatto. 

    E: Originariamente quella ventina di minuti era stata tradotta, adattata e doppiata ma non è mai arrivata al cinema, e nessuno quindi l’ha mai potuta sentire, ora è stata ridoppiata in occasione del suo recente restauro. Tu che hai lavorato alla nuova versione di quei 24 minuti, sai qualcosa di più di quei pezzi doppiati nel 1980 e, al momento, dati per dispersi? La Warner per l’occasione ha mai tirato fuori del materiale inedito legato al doppiaggio dell’epoca?

    V: No, io ho lavorato solo su materiale attualmente esistente e disponibile, ovvero le due versioni (originale e doppiata), in modo da potermi uniformare al meglio al doppiaggio dell’epoca.

    E: Ho notato che sei sempre accreditato come dialoghista mentre altri tuoi colleghi ricevono il nome di adattatore. C’è una differenza tra la definizione “dialoghi di” e “adattamento di” che vediamo nei titoli di coda dei film doppiati in italiano?

    V: Che io sappia, no. La definizione del nostro ruolo (e del nostro mestiere) è intercambiabile: dialoghista o adattatore. Adattatore è senz’altro quella più formale. Ufficiale, diciamo.

    E: So che oltre a musicista e dialoghista adesso sei anche docente. Vuoi chiudere l’intervista facendo un po’ di sana pubblicità al corso di adattamento dialoghi in cui ti hanno chiesto di insegnare, il Master Lab di adattamento dialoghi? Ogni quanto si tiene? Dove si tiene? Chi lo organizza? Chi sono i tuoi studenti tipici? Perché un interessato a questo mestiere dovrebbe iscriversi al corso (oltre all’ovvio fatto che ne sei tu il docente)? Vendimi il tuo corso.

    V:  Vendertelo è molto facile, perché il mio laboratorio si tiene in una città stupenda (Bologna) e in una sede ancora più bella, un palazzo stupendo in pieno centro dove questa struttura pazzesca e super-professionale (l’Accademia del Cinema) tiene corsi di qualsiasi tipo legati al cinema (da trucco a hairstyling, a regia/montaggio e perfino sound engineering) tenuti da tutti docenti di massimo livello (fioccano David di Donatello e premi Oscar). Il mio lab è un percorso in otto incontri, diretto e molto pratico, per impostare la figura dell’adattatore e renderlo pronto quanto meno a misurarsi con le sue stesse capacità: alla fine del lab, cioè, credo di poter sempre capire (e far capire agli allievi) se una persona può o non può cimentarsi in questo mestiere che – ci tengo a sottolinearlo – non è da tutti. Questo è un mestiere dove essere ottimi traduttori è fondamentale, ma a volte può non bastare, perché tecnica, ritmo e musicalità (queste due ultime, a mio avviso, sono requisiti imprescindibili per un adattatore) sono doti che non sempre si riescono a possedere del tutto. Il mio lab mette quasi subito alla prova l’allievo, e cerca di rispondere presto alla domanda fondamentale di chi si iscrive: è il lavoro che fa per me? Classi piccole (massimo 16 persone) e quindi interazione reale. Basta? 🙂

    E: Direi di sì, e sottolineiamo che non becco l’ombra di un quattrino per averne parlato. Se però dovessi consigliare di approfondire la conoscenza di questo mestiere da qualcuno, quello di Valerio Piccolo è certamente tra i primi nomi che mi vengono in mente.
    Speriamo di rivederlo sempre più spesso, specialmente su opere “delicate” come questa.

     

    Titoli di coda di Doctor Sleep

    Titoli di coda di Doctor Sleep

  • [Italian credits] La zona morta (1983)

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    Continuo a presentare la titolazione italiana dei film tratti da romanzi di Stephen King. Dopo Shining (1980) e Cose preziose (1993), questa settimana è il turno de La zona morta (The Dead Zone, 1983) di David Cronenberg.
    Per una recensione del film rimando al blog La Bara Volante, all’interno del suo ciclo dedicato al regista.
    Tratto dal romanzo omonimo del 1979 (in Italia, Sperling & Kupfer 1981), il film arriva sugli schermi italiani il 6 settembre 1984 e inizia la sua vita in home video – in data imprecisata – grazie a VHS targate Multivision e Skorpion, passando addirittura in Laserdisc RCS. Dal 2002 inizia ad essere ristampato in DVD e nel novembre 2014 la Pulp Video lo porta in DVD e Blu-ray.
    I titoli italiani che riporto qui sotto non provengono da nessuna di queste fonti: a sorpresa provengono da una trasmissione sulla Pay-TV StudioUniversal, che ha mandato in onda la pellicola italiana.

    Nota di Evit: la direzione del doppiaggio di questo film, come confermato dalle immagini qui sotto, è del nostro affezionato Carlo Marini. La ditta, la F.C.M. di Marini, e i dialoghi di Letizia Miller ci portano praticamente la stessa squadra di doppiaggio di Terminator. Con Carlo parlammo del doppiaggio della Zona Morta e di Terminator nella famosa intervista.

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  • [Italian credits] Cose preziose (1993)

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    Dopo Shining (1980), ecco questa settimana i titoli italiani dimenticati di un altro film tratto da un romanzo di Stephen King: Cose preziose (Needful Things, 1993) diretto da Fraser C. Heston.
    L’edizione di riferimento è una VHS Cecchi Gori purtroppo senza data. Il film arriva nei cinema italiani il 1° aprile 1994 e vi resta fino all’autunno, mentre il “Torino Sette” del 17 febbraio 1995 lo riporta al secondo posto delle videocassette più noleggiate della settimana: la VHS che ho recuperato è un’edizione in vendita quindi di poco posteriore.
    Il primo passaggio televisivo noto di Cose preziose è lunedì 6 maggio 1996 in prima serata su Italia1, che è probabilmente la prima volta che l’ho visto.
    Lo splendido romanzo del 1991 di King – di cui ho già parlato – finisce nelle mani capaci di W.D. Richter, il cui nome forse non fa squillare alcun campanello ma che è un autore di quelli da ricordare: basti dire che ha firmato la sceneggiatura di Terrore dallo spazio profondo (Invasion of the Body Snatchers, 1978), Brubaker (1980) ed ha messo la penna anche in quella di Grosso guaio a Chinatown (1986). Non pago, nel 1984 ha tentato anche la carriera registica con il sottovalutato Le avventure di Buckaroo Banzai nella quarta dimensione.

    Omaggio scopiazzante da Matheson

    King da sempre considera il grande Richard Matheson un maestro, e a pensar bene possiamo dire che forse ha voluto omaggiarlo inserendo nella storia di Cose preziose uno smaccato scopiazzamento di un racconto di Matheson: The Distributor, apparso nel marzo shocklibrodel 1958 su “Playboy” e arrivato in Italia per la prima volta come Il dispensatore, nell’antologia “Shock” (Mondadori 1984) con traduzione di Giuseppe Lippi. Maurizio Nati lo ritraduce come Il nuovo vicino di casa per l’antologia “Incubo a seimila metri” (Fanucci 2003).
    In questo racconto Matheson ci presenta un nuovo arrivato nel quartiere che fa subito amicizia con il vicinato, ma subito capiamo che qualcosa non va quando questi comincia uno strano gioco: ruba un oggetto da una casa per metterlo in un’altra, così che i due proprietari litighino. Con furti, maldicenze e pettegolezzi in pratica il nuovo arrivato fa esplodere il quartiere prima di trasferirsi in un altro… ed è esattamente il “metodo” che Leland Gaunt utilizza nella storia!

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  • [Italian credits] Shining (1980)

    shining_aQuesta settimana presentiamo i crediti italiani dimenticati di un film che definire di culto sarebbe davvero riduttivo. Un film discusso, controverso, amato ma anche odiato (soprattutto da Stephen King): ecco dunque i rarissimi crediti italiani di Shining (The Shining, 1980) di Stanley Kubrick.
    Presentato a Los Angeles il 23 maggio 1980, il film accende la curiosità degli italiani e già il 1° giugno successivo l’autorevole giornalista Furio Colombo – futuro direttore de “L’Unità” – dedica alla pellicola un lungo editoriale sul quotidiano “La Stampa”, pieno di lodi sperticate.
    Abbondantemente anticipato da critiche entusiastiche, il film arriva sui nostri schermi il 22 dicembre 1980. La Warner Home Video lo riversa in VHS nel 1985 (non è chiara la data di arrivo nelle nostre videoteche) e nel gennaio 1989 arriva in Italia la ristampa economica nella celebre collana “Gli Scudi”.

    Jack il noioso

    allworkUna delle sequenze diventate iconiche di questo film è quando Wendy (Shelley Duvall) scopre che suo marito Jack (Jack Nicholson) ha sì lavorato per molto tempo ad un romanzo, ma in realtà non ha fatto altro che riempire centinaia di pagine con una sola scritta: un vecchio proverbio che recita «All work and no play makes Jack a dull boy» (alla lettera: “Solo lavoro e niente gioco rende Jack un ragazzo noioso”).
    Quello di Jack Torrance è uno pseudobiblion, un “libro falso” inventato per esigenze narrative, ma spesso c’è chi ha voluto rendere reale qualcosa che non lo è mai stato: ecco dunque più volte affacciarsi operazioni in cui degli editori mettono in vendita il libro All Work and No Play Makes Jack a Dull Boy, firmato ovviamente da Jack Torrance.
    shining_simpsonsUna celebre rielaborazione di tutta la scena la si trova in The Shinning, primo segmento dell’episodio “La paura fa novanta V” (6×06, 30 ottobre 1994) della celebre serie televisiva di animazione “I Simpson“.
    I questa dichiarata parodia del film di Kubrick il foglio nella macchina da scrivere è bianco, perché Homer/Jack ha scritto sulle pareti di casa: «No TV and no beer make Homer go crazy», niente TV e niente birra fanno uscire pazzo il personaggio noto per abusare di entrambi.
    Un richiamo più sottile ma non meno stretto lo troviamo in un recente film horror di basso livello, Fertile Ground (2011) di Adam Gierasch. Invece di un albergo abbiamo una casa isolata in cui si ritirano a vivere i due personaggi protagonisti, marito e moglie, e dove per tutta la durata del film l’uomo dice di star dipingendo, passando molto tempo nello studio. Alla fine la moglie si decide ad entrare e scopre che lo studio è pieno di tele completamente bianche: anche se non ci sono scritte, lo stesso è un omaggio dichiarato ad una scena ormai entrata di prepotenza nella storia del cinema.

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    Un grazie ad Antonio L.e ad Evit per aver fornito queste immagini.
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  • TITOLI ITALIOTI (25^ puntata) – Horrore!

    È un po’ di tempo che non mi dedico ai titoli italioti, eh? Lo so, vi sono mancati. Ebbene riecco l’ennesimo episodio di questa rubrica e parliamo nuovamente di film dell’orrore, anzi, titoli dell’orrore!
    In realtà questi non sono tanto male, ma la battuta scontata era quasi d’obbligo.

    Body Bags (1993) ⇒ Body Bags – Corpi estranei

    Locandina italiana e inglese di Body Bags corpi estranei 1993 di John Carpenter
    Non ho mai capito bene perché abbiano distribuito questo film con questo strano nome che preserva il titolo originale (per altro incomprensibile per chi non conosce l’inglese, cosa abbastanza comune nel ’93) e aggiunge un sottotitolo che c’entra poco con la trama: “corpi estranei”.

    Il film è un horror a tre episodi presentati dal regista John Carpenter nelle vesti di un “ospite” dell’obitorio, un po’ come lo scheletrino de’ I racconti della cripta. Il primo episodio di questa antologia è uno “Scream” ante litteram, il secondo parla di un miracoloso trattamento anti calvizie (che ovviamente sfocia nell’orrido) e il terzo con Mark Hamill (ex-Luke Skywalker di Guerre stellari) che riceve un occhio nuovo dopo un incidente, l’inconveniente è che l’occhio trapiantato apparteneva ad un assassino e così Mark Hamill comincia a vedere la realtà con gli occhi di un serial killer che si impossessa di lui. Insomma, se il “corpi estranei” potrebbe incastrare con il secondo e con il terzo episodio, con il primo invece non c’entra una mazza. Evidentemente c’è stata la volontà di fare un doppio senso tra “corpi” inteso come oggetti (estranei) e “corpi” inteso come cadaveri… che lascia un po’ il tempo che trova.

    Per la cronaca i “body bags” sono i sacchi di plastica con i quali vengono trasportati i cadaveri all’obitorio. Mi suggeriscono nei commenti che si traducono come “sacchi da cadavere”, o anche “sacche per cadaveri”, ed evidentemente queste definizioni come sottotitoli non hanno convinto il distributore italiano. Credo che “Body Bags – Sacchi da cadavere” o “Body Bags – Sacche per cadaveri” avrebbero potuto funzionare tranquillamente e sarebbe stato certamente più sensato di “corpi estranei”. [NdA: Grazie a Giuseppe Benincasa per la traduzione dei sacchi]

    Plan 9 from Outer Space (1959) ⇒ Piano 9 da un altro spazio

    Locandina di Plan 9 from outer space, in Italia intitolato Piano 9 da un altro spazioMi viene in mente il cosiddetto “oltrespazio” di cui si parlava in Ghostbusters. “Da un altro spazio”? Ma quanti spazi esistono? Per definizione è solo uno.
    E il titolo italiano non arriva neanche dagli anni ’50, il film in Italia è arrivato soltanto in VHS (sottotitolato) ma non è chiaro quando sia comparso questo “Piano 9 da un altro spazio”, a stento possiamo considerarlo come una traduzione “ufficiale” perché, benché venga riportata in vari siti come Comingsoon e FilmTV, in realtà non ho trovato altre tracce della sua esistenza (forse da qualche trasmissione televisiva?). Il Mereghetti – Dizionario dei film 2000 lo riporta con il suo titolo originale. Quindi il dubbio resta… chi lo ha tradotto in quel modo?

    Riguardo al titolo stesso, ho il forte sospetto che abbiano tradotto “outer” come “altro”, il che sarebbe un’interpretazione per somiglianza, decisamente errata. Gli americani dicono spesso “outer space” che in realtà è traducibile semplicemente come “spazio” o, come andava di moda dire nella fantascienza tradotta, l’oltrespazio. Infatti, in inglese, quell’outer dà una valenza ancora più fantascientifica che indica un origine molto distante dalla Terra, ma in realtà non vuol dire niente di più del semplice spazio “extraterrestre”.

    Terror House (1972) ⇒ A cena con la signora omicidi

    Locandina del film A cena con la signora omicidi (1972) Un apprezzamento per questo titolo italiano, molto carino e riuscito meglio del film stesso, che purtroppo non è all’altezza delle aspettative.

    No, non è il seguito di La signora ammazzatutti. A cena con la signora omicidi è un film del 1972 conosciuto in America con molti titoli (e già questo è un pessimo segno): Terror HouseTerror at the Red Wolf InnTerror on the MenuClub Dead… e chi più ne ha! Da non confondere con Terror House che invece è il titolo americano per Quella villa in fondo al parco, film italiano del 1988 (uno di quelli con la casa di Psycho in copertina).

    Il film è pressoché sconosciuto, e non a caso. Il titolo italiota funziona meglio di tutti gli svariati altri titoli “originali” indicando chiaramente una commedia nera. Un buon titolo sprecato su un film mediocre.

    Waxwork 2 – Lost in time (1992) ⇒ Waxwork 2 – Bentornati al museo delle cere

    Titoli di apertura di Waxwork 2 lost in time
    Il bello questo film, seguito di Waxwork – Benvenuti al museo delle cere [dove il museo delle cere ESPLODEVA sul finale], è che non c’è nessun museo delle cere, quindi non si capisce bene perché in italiano ci sia un “bentornati”. Il film anzi è ben diverso dal primo e in qualche modo può ricordare alla lontana più L’armata delle tenebre rispetto ad un generico horror che si svolge in un museo delle cere (o forse è solo la presenza di Bruce Campbell che fa scattare questo collegamento). Non è neanche propriamente un horror, ma forse è meglio classificabile come appartenente al genere fantastico e persino della commedia. Per anni è stato impossibile da reperire in italiano e ne ricordavo soltanto una visione in videocassetta registrata dalla TV negli anni ’90. Lo ricordo con più affetto del primo film.

    Bruce Campbell in Waxwork 2Secondo WikipediaIl film è conosciuto in Italia anche con i sottotitoli Scomparsi nel tempo, Illusione infernale e Persi nel tempo” (in realtà era il primo Waxwork ad avere anche il titolo di “Illusione infernale”, ma lo sappiamo che Wikipedia non è infallibile). È evidente che nominare il museo delle cere era un po’ illusorio per il pubblico e non mi sorprende che abbia avuto altri titoli alternativi. Sempre su Wikipedia è presente anche una critica italiana al film, segno che comunque non sono il solo al mondo ad averlo visto doppiato! Negli anni ’90 lo si poteva trovare a noleggio (e forse passava pure su Italia1), ma non sono assolutamente certo che sia mai stato pubblicato in home video.

    Maximum Overdrive (1986) ⇒ Brivido

    Locandina italiana di Brivido di Stephen King, in originale Maximum Overdrive
    La storia di questo film è tratta da un racconto breve di Stephen King chiamato in italiano “Camion” (“Trucks” in originale) e parla di una misteriosa forza aliena che muove qualsiasi macchina sulla terra (dal tostapane ai camion per l’appunto) con lo scopo di uccidere tutti gli umani, così da consentire agli alieni di appropriarsi del pianeta. Nel film, i protagonisti si rifugiano in un autogrill assediati da tir assetati di sangue che non li lasciano andar via.

    Se non sbaglio, ma potrei sbagliarmi poiché non sono una cima in motori d’auto, il titolo in inglese fa riferimento appunto ai motori (l’overdrive dovrebbe essere un dispositivo legato al cambio delle marce).Seppur sia per me un po’ dubbio il significato del titolo originale, quello del titolo italiano è quanto di mai più random potevano inventarsi… “Brivido”! Un titolo che volendo si adatta praticamente a qualsiasi film horror o anche thriller! Non è neanche un film che dà poi tanti brividi a dir la verità; piuttosto è a metà tra l’avventura e l’horror ma di horror ha davvero poco (eccetto alcune scene truculente ma girate in maniera così esagerata da essere comiche per gli standard moderni); personalmente lo considero un film di avventura/thriller con un tocco di fantascienza. In italiano… Brivido, brr!
    Una piccola curiosità, in questo film recita Yeardley Smith, l’attrice che da la voce americana a Lisa Simpson)

    Termino l’articolo con qualcosa di più moderno che ho visto di recente in TV…

    P2 (2007) ⇒ -2 Livello del terrore

    Locandina di P2, in italiano -2 livello del terrore
    È ovvio che lasciare in italiano il titolo “P2” poteva far pensare ad un film sulla massoneria italiana e in ogni caso sarebbe stato poco indicativo, del resto anche in inglese è un titolo poco memorabile (come il film stesso). Oltre al cambio di “P2” in “-2”, anche l’aggiunta di un sottotitolo si rende necessaria e giustificata; difatti con la parola “livello” del sottotitolo si può capire oltre ogni ragionevole dubbio che quel “-2” non faccia parte di un’operazione matematica ma del piano “-2” (così come in Italia è indicato sulla pulsantiera degli ascensori). Quindi si tratta di un semplice ed efficace adattamento culturale, non c’è da urlare “bastaaaaaaaaaaaa!” in questo caso. Un buon titolo.

  • Adattamenti… necessari (1): Here’s Johnny di Shining e Hitler in Ghostbusters

    Credo che il titolo di questo articolo non abbia bisogno di molte spiegazioni. È facile accanirsi contro gli adattamenti e il doppiaggio italiano facendo di ogni erba un fascio e ne ho letti di commenti sulla rete dove i miei connazionali si lamentavano dell’alterazione dei dialoghi originali. Molte di queste lamentele erano lecite e giustificatissime. Non mancano però anche i commenti fini a sé stessi di gente apparentemente più impegnata a stilare liste che a proporre critiche sensate.
    Perchò ho deciso di presentarvi alcune scelte di adattamento che potrebbero far lamentare alcuni ma che ritengo siano state necessarie e che abbiano una ragion d’essere. Credo che potrei farne una nuova rubrica visto che di adattamenti italiani “necessari” ce ne sono a bizzeffe. Oggi mi limito a due casi:

    SHINING: Here’s Johnny! Ma chi è Johnny?

    Here's Johnny! Frase di Jack Nicholson in Shining, in italiano è diventata sono il lupo cattivo
    Nella scena in cui Jack Nicholson (nei panni di Jack Torrance) prende ad accettate la porta dietro alla quale si nascondono moglie e figlio, viene pronunciata una frase molto celebre in America “here’s Johnny!” (traducibile come “ecco a voi Johnny!” e a breve scoprirete perché).
    In italiano Nicholson dice invece “sono il lupo cattivo“. Ora, di primo acchito qualcuno potrebbe lamentarsi di questa scelta ma è davvero il caso di farlo? Perché Nicholson, che nel film si chiama Jack, si presenta come Johnny? Chi è questo Johnny?

    Here’s Johnny” deriva da un programma televisivo americano “The Tonight Show” presentato da un certo Johnny Carson che divenne celebre per il tormentone “here’s Johnny!” che lo introduceva. Questo show andò in onda per ben 30 anni (!) avendo un impatto culturale notevole sugli statunitensi, un po’ come il nostro “allegria!” di Mike Bongiorno. È ovvio che in nessun altro paese avrebbe senso tradurre “here’s Johnny” alla lettera (gran parte dei cittadini britannici ne ignorarono il significato per molti anni prima dell’avvento di internet) e tutto sommato il riferimento al “lupo cattivo” in italiano è un’ottima scelta di traduzione visto che nella stessa scena si fa riferimento alla fiaba dei tre porcellini e a Cappuccetto Rosso (anche se quest’ultima è presente solo italiano, in inglese si parla solo della fiaba dei porcellini).

    Considerate anche che chi adattava i film di Kubrick in italiano non era certo l’ultimo venuto (un certo Aragno e un certo Maldesi di cui ho già parlato nel mio blog un paio di volte). Insomma, prima di lamentarsi di un adattamento è bene chiedersi se avrebbe avuto senso una traduzione alla lettera che nessuno in Italia avrebbe compreso.

    GHOSTBUSTERS: J. Edgar Hoover o Hitler?

    J. Edgar Hoover e Hitler messi a confronto con l'uomo della pubblicità dei Marshmallow dal film Ghostbusters
    Nelle scene finali del film una divinità sumera Gozer offre agli acchiappafantasmi di scegliere la forma del mostro che li avrebbe distrutti (Dan Aykroyd sceglierà poi il Marshmallow Man). Prima di tale infausta scelta Bill Murray (nei panni di Peter Venkman) ne approfitta per una battuta satirica:

    Gozer: Choose! Choose the form of the Destructor!
    Peter: Whoa! I get it, I get it. Very cute! Whatever we think of – if we think of J. Edgar Hoover, J. Edgar Hoover will appear and destroy us, okay?

    In italiano:

    Gozer: Scegliete, scegliete la forma del distruggitore!
    Peter: Oh! oh, ho capito ho capito, hoho molto carino. A qualunque cosa pensiamo, se pensiamo ad Adolfo Hitler, Hitler appare e ci distrugge chiaro?

    J. Edgar Hoover è stato il fautore dell’FBI ed il suo primo direttore, forse lo risentirete nominare spesso perché ne hanno fatto un film con Di Caprio di recente. Abusò del suo potere per castigare dissidenti politici, attivisti per i diritti civili e presunti comunisti, accumulò informazioni diffamanti da usare contro avversari politici e ovviamente non volle mai dimettersi dalla sua poltrona (direttore dal ’24 al ’72!); diversi presidenti degli Stati Uniti considerarono l’estromissione di Hoover ma vi rinunciarono per paura di essere infangati (vi suona familiare questo genere di comportamento?). Pensate che ostacolò persino la carriera di molti agenti dell’FBI per gelosìa, nonostante i loro incredibili meriti.

    Nel 1984, anno dei Ghostbusters, Hoover se lo ricordavano ancora in molti, era stato protagonista di quasi cinquant’anni di storia americana. In Italia però il nome era pressoché sconosciuto, è per questo che, dovendo scegliere un’alternativa valida alla frase di Bill Murray su chi temere in caso di un suo ritorno, mi sembra lecita la scelta di Hitler… inoltre suona anche come una cosa che avrebbe realmente potuto dire un americano in tale situazione.

    L’adattamento da Hoover a Hitler è più che giustificato, manca di satira politica (che noi non avremmo comunque compreso) ma ha un suo impatto immediato… che è alla fin fine l’obiettivo dell’adattamento. Perché i film non si traducono solo alla lettera, vanno anche adattati.