• Home
  • Tag Archives:  doppiaggi arti marziali
  • [Italian credits] I nuovi eroi (1992)


    Mancano quattro venerdì alla fine di questo 2017 e nel mio blog “Il Zinefilo” ho deciso di festeggiare la pessima tetralogia di film che proprio 25 anni fa iniziava la sua missione fanta-marziale. Visto che conservo dal 1993 una VHS con la pellicola italiana del primo film della serie, ne approfitto per presentare qui i titoli di testa localizzati: la saga è quella di Universal Soldier, che nel 1992 ha visto la luce con I nuovi eroi. La scelta del titolo nostrano è solo una delle discutibili manipolazioni della resa italiana, di cui parlo nella recensione zinefila.

    (Ri)doppiaggio

    In una data imprecisata che probabilmente è il 2009 – visto che il primo prodotto home video che la riporta pare essere del 2010 – la Eagle Pictures acquisisce i diritti di questo film dalla Penta Video per farne delle belle edizioni digitali, con locandine prive di datazione. (Il sito Antonio Genna dice che è stata la Universal per un passaggio televisivo su Italia1 del 2011 ma sui dischi “incriminati” l’etichetta è della Eagle.)

    Blu-ray Eagle Pictures 2011


    Abbiamo così il Blu-ray (2010) e il DVD “Protagonisti” (2011), finché nel luglio 2017 – per festeggiare i 25 anni del titolo – sforna l’edizione “Fighting Stars” (DVD e Blu-ray). Per l’occasione la Eagle ridoppia il film, stando attenta a ricalcare quasi esattamente il precedente adattamento: che drammatico spreco di tempo…
    Io ignoravo questo ridoppiaggio quando ho iniziato a vedere il nuovo DVD del film, preso su bancarella a 3 euro durante l’ultima sagra bancarellaria. Tutto era come lo ricordavo, ma premetto che conosco il film meglio in inglese che in italiano: prima che uscisse in home video nostrano, in una fornita libreria del centro di Roma trovai l’edizione VHS originale, che consumai a forza di vedere. Quindi se mi chiedete qualche battuta del film mi viene in inglese, non in italiano…
    Comunque, dicevo, il film è esattamente come me lo ricordavo quindi niente attira la mia attenzione… finché non arriviamo all’abominio finale. Ma se volete saperne di più sulla devastante devastazione devastata che il nuovo doppiaggio è riuscito a fare, cambiando solamente due o tre frasi (snaturando l’originale) vi invito al mio pezzo per il Zinefilo.
    Dal sito di Antonio Genna riporto i nomi dei principali doppiatori delle due edizioni:

    Edizione originale (1992):

    Personaggio Attore Doppiatore
    Luc Deveraux Van Damme Francesco Pannofino
    Andrew Scott Dolph Lundgren Alessandro Rossi
    Veronica Roberts Ally Walker Cristina Boraschi
    Colonnello Perry Ed O’Ross Luciano De Ambrosis

    Doppiaggio: C.D.C.
    Dialoghi italiani: Alberto Piferi
    Direzione del doppiaggio: Sandro Acerbo
    Assistente al doppiaggio: Isabella Marucci

    Edizione ridoppiata:

    Personaggio Attore Doppiatore
    Luc Deveraux Van Damme Massimo Rossi
    Andrew Scott Dolph Lundgren Stefano Mondini
    Veronica Roberts Ally Walker Cristina Boraschi
    Colonnello Perry Ed O’Ross Paolo Marchese

    Titoli di testa

    Le seguenti schermate sono catturate dalla mia personale VHS Penta Video “Pepite” dell’epoca, purtroppo senza data: visto che il film è uscito nelle sale italiane nel gennaio 1993, facile che questa edizione risalga a quell’anno. Essendo però una ristampa in economica, potrebbe trattarsi anche del 1994. (Dai miei appunti dell’epoca risulta che nel febbraio 1994 questo è stato il 10° fra i film più noleggiati nelle videoteche italiane.)
    Non possiedo il DVD Cecchi Gori del 2001 e quindi non so dire se anche quest’edizione presenti la pellicola italiana: se qualcuno avesse notizie mi faccia sapere.






























    Titoli di coda





    L.
    P.S.
    Se simili resoconti vi interessano continuate a seguirci ogni due venerdì qui su Doppiaggi Italioti e vi invito a venire a trovarmi anche sul mio blog Il Zinefilo: viaggi nel cinema di serie Z.

    – Ultimi post simili:

  • Doppiatori di menare: storia delle "voci" del cinema marziale

    Donnie Yen in Rogue One: A Star Wars Story Photo by Jonathan Olley (© 2016 Lucasfilm LFL)

    Donnie Yen in “Rogue One: A Star Wars Story” (Photo by Jonathan Olley © 2016 Lucasfilm LFL)


    L’arrivo nei nostri cinema di Star Wars: Rogue One, lo scorso 15 dicembre, ma anche l’uscita il prossimo 19 gennaio 2017 di xXx: il ritorno di Xander Cage, costringerà il grande pubblico italiano a fare i conti con quell’attore cinese cinquantenne presente in entrambi i titoli in ruoli importanti, lo stesso attore che pare abbia fatto slittare l’uscita di Star Wars VII in Cina perché lui doveva presentare un proprio film e non voleva “dispersioni” di pubblico. L’Occidente l’ha scoperto tardi, e l’Italia più tardi di tutti, ma Donnie Yen è la più grande star marziale mai vissuta, ed ha stracciato ogni record imposto dai suoi “colleghi” precedenti.
    Il problema è che la prima volta che si è affacciato in Italia, nel 2001, ha subìto uno smacco che mai i precedenti divi marziali hanno avuto: è stato doppiato malissimo. Perché se da una parte il nostro Paese è tra i più distratti a livello cinematografico, e discutibili politiche di distribuzione fanno sì che si importino preferibilmente i prodotti più economici – cioè i peggiori, che rovinano il mercato e il gusto – dall’altra abbiamo un grande pregio: a livello di doppiaggio siamo stati fra i pochi al mondo ad avere una qualità altissima in campo marziale.
    Vi invito ad un viaggio alla scoperta del fenomeno marziale in Italia e di come le grandi star asiatiche di questo genere siano state doppiate.

    Doppiatori di menare


    Indice:


    Le cinque dita di Lo Lieh

    cinque-dita-di-violenza-1973-02-21Il 27 gennaio 1973 la cultura popolare italiana cambia per sempre. In un cinema di Roma, il Royal di San Giovanni, viene proiettato per la prima volta un film di genere totalmente inedito, qualcosa mai visto nel nostro Paese: Cinque dita di violenza (King Boxer, 1972). È un filmetto che sarebbe già dimenticato se non avesse infiammato il mondo con la sua violenza di grana grossa – rimarrà paradigmatica la scena dello strappo degli occhi – e un’altra particolarità che nessuno spettatore aveva mai visto prima: c’è gente che si picchia a mani nude usando strane mosse. (In realtà un altro film era già stato proiettato, ma ne riparlerò più avanti.)

    Le arti marziali orientali erano ben note in Italia sin dagli anni Sessanta ma erano viste come qualcosa di particolarmente violento e volgare: per i ben pensanti sono i criminali e i poco di buono ad alzare la mano verso qualcuno, non i gentiluomini, mentre per i giovani sessantottini era identificata come roba da fascisti. Si perdonava agli agenti segreti, da James Bond a Matt Helm, di usare ogni tanto tecniche marziali, per “esigenze di servizio”, le stesse che poi avrebbe usato il criminale a fumetti Diabolik per anni, così come era socialmente accettata la scazzottata virile che si vedeva nei film americani: tutt’altro discorso era usare tecniche “mortali” di karate o kung fu.

    «Con un cartello si avvisa lo spettatore facilmente influenzabile che l’imitazione del “Kung-Fu”, la forma di lotta in uso nell’Oriente e reclamizzata nel film, condurrebbe a gravi e irreparabili lesioni se non alla morte dell’avversario. La potenza didattica del cinema, la sua foza di convinzione!»
    da “L’Unità”, 27 gennaio 1973

    Disprezzato da ogni forma di comunicazione, con l’accompagnamento di cori indignati e di richieste di bando, il cinema marziale entra prepotentemente in Italia e il primo divo marziale della nostra storia è quello meno abile: Lo Lieh, divo assoluto di Hong Kong sebbene sia mono-espressivo ed abbia solo vaghe conoscenze marziali imparate sul set.

    cinque-dita-di-violenza-1973-03-17Il cinema di Hong Kong nel venir esportato negli Stati Uniti ha conosciuto un doppiaggio pieno di caratterizzazioni e scelte di cattivo gusto, però questo l’ha reso parte integrante della cultura popolare. Ancora negli anni Ottanta il comico Michael Winslow nel ciclo Scuola di polizia faceva la gag in cui imitava il doppiaggio fuori sincrono tipico dei film asiatici portati nel suo Paese (una gag che semplicemente non trovava molti appigli nella nostra cultura. NdR). Il folto gruppo rap Wu-Tang Clan – fondato da quel RZA che dirigerà L’uomo con i pugni di ferro (2012) – nel 1993 riversa la propria titanica passione marziale nell’ottimo album Enter the Wu-Tang (36 Chambers), in cui a remixaggi di veri brani originali – come lo straziante splendido tema di Boxer Rebellion (1976) – aggiungono campionature di dialoghi tratti da storici film di Hong Kong. Sono doppiaggi terrificanti ma dimostrano quanto siano entrati nella cultura popolare.

    Per fortuna nel nostro Paese, che non aveva problemi a caratterizzare eccessivamente i personaggi – si pensi all’immancabile vecchietto nel Far West – sin da subito il genere marziale viene trattato con i guanti, e la star Lo Lieh ottiene la voce di Michele Kalamera, autorevole doppiatore di grandi attori come Clint Eastwood, Michael Caine e tanti altri. Credo che nessun Paese “doppiante” abbia dedicato tanto ad un piccolo filmetto marziale.

    Malgrado Cinque dita di violenza sia pessimo, entra di prepotenza nell’immaginario popolare italiano. Nel dicembre di quell’anno esce al cinema Furto di sera, bel colpo si spera di Mariano Laurenti, dove il noto comico Pippo Franco, sentendosi minacciato di botte, esclama: «Ahò, che mi fai: cinque dita di violenza?» Questo fa sì che l’inespressivo Lo Lieh diventi un nome amato dagli italiani e diversi registi lo chiameranno ad interpretare prodotti nostrani spacciati per americani, affiancandolo addirittura a decani come Lee Van Cleef: non pago di aver introdotto il kung fu sugli schermi italiani, Lo Lieh si ritrova ad essere valido esponente dell’italianissimo kung fu western (o come lo chiamo nel mio saggio, “spaghetti marziali”) con un film come Là dove non batte il sole (1974) doppiato da Adalberto Maria Merli. Ma questa è un’altra storia…


    Il furore di Bruce Lee

    Il successo travolgente spinge i distributori nostrani a battere il ferro finché è caldo, così pressano Hong Kong per farsi mandare qualsiasi altro prodotto abbiano sotto mano. C’è la Shaw Bros, leader incontrastata del mercato che offre prodotti di altissima qualità ma a prezzi non economici, e poi c’è la neonata Golden Harvest, che cerca di sopravvivere all’ombra della titanica concorrente offrendo prezzi più abbordabili. Ovviamente i prodotti sono quello che sono, ma guarda caso è disponibile il nuovo film di quell’attore che non è riuscito a sfondare in America ed è tornato in patria con la coda tra le gambe: per caso interessa? Si menano come fabbri dall’inizio alla fine. Ok, andata. Il 1° marzo 1973 la Titanus presenta in ben tre cinema di Roma il film Dalla Cina con furore (Fist of Fury, 1972), e la mania per il cinema marziale raggiunge livelli inarrestabili.

    dalla-cina-con-furore-1973-03-11

    La recitazione di Bruce Lee è problematica. È un attore consumato, recita da quando aveva sei anni, ha provato a conquistare Hollywood ma ha capito che nessun colpo di kung fu può nulla contro il razzismo, così è tornato in patria a fare quello che la classe popolare adora: il bullo. È pieno di attori impegnati in commedie musicali o romantiche, ma nessuno sa fare lo smargiasso altezzoso come Bruce, così si veste dell’orgoglio nazionale e interpreta un cinese medio alle prese con i nemici più acerrimi e disprezzati: giapponesi ed occidentali. Nasce dunque un problema: come lo doppi un attore che volutamente fa espressioni contratte in continuazione ed esagera ogni gesto?

    Per fortuna in Italia si gioca una carta di altissima classe: Cesare Barbetti, che con la sua voce potente ma vellutata regala a Bruce Lee la migliore resa possibile e immaginabile. Lo studio romano di doppiaggio CD in generale dedica una particolare cura a tutti i personaggi del film, anche di quelli minori: quei caratteristi cioè che di solito il cinema di Hong Kong riserva per i momenti comici o buffoneschi. Ogni personaggio ha un’ottima voce, e per fortuna lo stesso studio viene coinvolto quando – dato l’enorme successo della pellicola – i distributori corrono a cercare qualsiasi altro film sia interpretato da quel tizio che fa le boccacce e i versi strani. Purtroppo, ne esiste solamente un altro.

    lurlo-di-chen-1974-04-04Stavolta l’eco mediatica è di livello basso, così quasi senza lancio pubblicitario il 14 aprile 1973 la Titanus presenta a Torino Il furore della Cina colpisce ancora (The Big Boss, 1971), che arriverà nei cinema romani solamente ad ottobre: la voce è sempre dell’ottimo Cesare Barbetti. Lo studio CD ha mandato di ribattezzare il protagonista Chen, perché per gli italiani Bruce Lee sarà sempre Chen su grande schermo, così un allievo di una scuola marziale di inizio Novecento e un contadino ignorante emigrato in Thailandia negli anni Settanta si ritrovano ad essere in pratica sempre lo stesso personaggio…

    Il 18 gennaio 1974 sempre la Titanus porta nei cinema romani L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente (Way of the Dragon, 1972), chilometrico titolo che ancora una volta ci fa credere che il protagonista sia quel Chen. Stavolta è Bruce Lee stesso il regista e aver girato alcuni esterni a Roma l’ha reso così simpatico… che ancora oggi i romani sono convinti che il combattimento finale sia girato davvero al Colosseo, dimostrando quanto gli abitanti della Capitale non conoscano quel monumento! Torna lo studio CD e anche qui abbiamo una splendida gestione del doppiaggio, con il consueto Barbetti che dà la voce a Lee. Per l’ultima volta.

    Il 20 luglio 1973 l’attore muore e il mondo cinematografico rimane orfano di un money-maker d’eccellenza. Sei giorni dopo la sua dipartita, esce l’ultimo film girato dall’attore: Enter the Dragon, evento storico perché per la prima volta una blasonata casa americana si è “abbassata” a co-produrre con una casa asiatica: la giovane ma già talentuosa Golden Harvest, che cerca di fare concorrenza alla blasonata Shaw Bros. Finora i film di Lee sono venuti via a due spicci, ma ora che c’è la Warner di mezzo il discorso cambia: questo film sarà ignoto agli italiani per decenni, semplicemente perché distribuito pochissimo in quanto più costoso degli altri.

    i-3-delloperazione-drago-1973-12-28Il 28 dicembre 1973 arriva a Torino come I 3 dell’Operazione Drago, un titolo meno “marziale” ma che si riallaccia a temi spionistici più in voga all’epoca, e in effetti il film è una martial spy story. Il doppiaggio è affidato stavolta alla storica SAS (Società Attori Sincronizzatori) che gestisce ottimamente la caratterizzazione dei personaggi di un film corale. Il cinese Lee ottiene la voce di Carlo Sabatini, l’italo-americano John Saxon quella di Pierangelo Civera e il nero superbad Jim Kelly quella di Pierluigi Zollo. Chiude il ciclo il perfido Han con la voce di Emilio Cigoli. Ognuno di questi doppiatori sa fornire al personaggio la giusta connotazione e la giusta differenza etnica senza mai esagerare né cadere nel luogo comune.

    Qui finisce il mito di Bruce Lee, ma un ultimo colpo di coda arriva a sorpresa il 25 agosto 1978, quando in alcuni cinema di Roma la Titanus presenta un curioso film: L’ultimo combattimento di Chen (The Game of Death, 1978). È una truffa bella e buona, che racconto con dovizia di particolari (anche inediti) in un lungo speciale che gli ho dedicato, ma per gli italiani quella baracconata firmata da Sammo Hung è davvero l’ultima prova attoriale di Lee. Per l’occasione arriva lo studio CVD e dà al protagonista… va be’, ai vari sosia cinesi che fingono di essere Lee, la voce di Luigi La Monica. Un’ottima voce per un pessimo prodotto.


    Le mani di Angela Mao

    Cinque dita di violenza a gennaio e Dalla Cina con furore a marzo fanno capire subito quali siano i gusti degli spettatori, e sebbene non esista organo di stampa che non si lanci in mille insulti verso questo cinema barbaro e traviante, i distributori vanno a “colpo” sicuro. Riescono addirittura a portare in Italia un prodotto impensabile ancora per i decenni a seguire: un film dove una donna picchia degli uomini! L’attenta Fida Cinematografica il 6 aprile 1973 porta sugli schermi romani Mani che stritolano (Lady Whirlwind, 1972) dove la brava Mirella Pace dona la voce alla mitica Angela Mao, in assoluto tra le prime donne a combattere a mani nude su schermo.

    mani-che-stritolano-1973-04-30

    Forse è per attrarre il “sesso debole”, si chiede lo schifato recensore de “L’Unità” che racconta il film il 7 aprile successivo, facendo ben notare che ad ogni pellicola del genere si apra una nuova palestra di karate in città, in ambienti già fascisti. Al di là di questo immotivato giudizio personale – che comunque rappresenta perfettamente il sentire comune dell’intellighenzia dell’epoca – il critico fa notare che questo è il sesto film cinese di arti marziali dall’inizio dell’anno, ed in effetti i conti tornano: 1) Cinque dita di violenza; 2) Dalla Cina con furore; 3) La morte nella mano; 4) Le 4 dita della furia; 5) Da Hong Kong: l’urlo, il furore, la morte e 6) Mani che stritolano.

    Il critico però sbaglia, i film sono sette ma non si può fargliene una colpa: il titolo “dimenticato” lo rimarrà molto a lungo. Quello che già nel 1973 non si ricordava più era che il genere in Italia aveva avuto un inizio anni prima, con l’arrivo di uno dei più famosi wuxiapian del mondo, che solo i più appassionati degli spettatori nostrani hanno poi saputo apprezzare…


    Il braccio di Wang Yu

    Con un divieto ai minori di 18 anni, il 2 dicembre 1969 si affaccia timidamente nei cinema di Torino il film Mantieni l’odio per la tua vendetta (One-Armed Swordsman, 1967), storica opera del maestro Chang Cheh che lancia il personaggio di Fang, lo spadaccino monco, che anni dopo viaggerà fino in Giappone per incontrare… Zatôichi, lo spadaccino cieco! (Il personaggio di Fang è così affascinante che io stesso mi sono divertito a rielaborarlo, calandolo nel progetto narrativo “Risorgimento di Tenebra” e trasformandolo in Fango per il mio racconto lungo Fuoco e Fango.)

    Primo film marziale apparso in Italia, passato del tutto inosservato all'epoca

    Primo film marziale apparso in Italia, passato del tutto inosservato all’epoca

    Sicuramente il pubblico occidentale non era pronto a vedere un protagonista che, battuto in combattimento, è costretto a tagliarsi via da solo il braccio destro per poi imparare a diventare fenomenale con il sinistro, così da trovare redenzione. Né ha aiutato la distribuzione traballante, che ha misteriosamente cambiato il nome dell’attore protagonista in… Oswald Gis. Ma che nome è? Anni dopo, però, con Lo Lieh e Bruce Lee nei cinema l’Italia è pronta al vero eroe che nel ’69 era stato mascherato dietro quel ridicolo pseudonimo: Jimmy Wang Yu. (Doppiato in quel film da Massimo Turci.)

    con-una-mano-ti-rompo-1973-05-23L’attore riesce ad essere ancora più incapace di Lo Lieh, è forse la persona meno in grado di combattere che esista al mondo, è un campione di nuoto che un giorno si è trovato davanti alla telecamera e ha scritto da solo la storia della cinematografia di Hong Kong… semplicemente perché ha avuto la fortuna di lavorare per titani che hanno saputo mascherare la sua totale inettitudine. La casa distributrice italiana Astor non bada certo a questi particolari, così il 9 marzo 1973 – a soli otto giorni di distanza da Dalla Cina con furore – porta nei cinema di Roma La morte nella mano (The Chinese Boxer, 1970), non sapendo che si trattasse di uno dei grandi capolavori del genere: è probabilmente il primo film che mostra combattimenti a mani nude, cioè l’origine del genere gongfupian.

    La Nuova Linea Cinematografica porta nelle sale di Torino il 17 aprile successivo lo storico Con una mano ti rompo, con due piedi ti spezzo (One-Armed Boxer, 1972), con Wang Yu che interpreta sempre un monco ma stavolta non uno spadaccino bensì un semplice lottatore. L’attore diventa in breve tempo molto famoso, tanto che la Euro International Films porta nei cinema di Torino il 18 agosto 1973 Wang Yu l’imbattibile (The Invincible, 1972), mentre il 28 maggio 1974 la Cervino distribuisce a Roma Wang-Yu il violento del karate (Knight Errant, 1973).

    Purtroppo non sono riuscito a trovare informazioni sui doppiatori di questo attore: le rare edizioni italiane rimaste di questi film non hanno titoli esaustivi.


    La “y” di Jackie Chan

    L’Italia degli anni Settanta era un’altra Italia, oggi irriconoscibile, così dopo la morte di Bruce Lee addirittura i quotidiani si chiedono chi riempirà il vuoto lasciato dall’attore marziale, e il 15 marzo 1979 “La Stampa” fornisce la risposta: Jacky Chan, con la “y”.

    Scoperto da Sze-Yuan per alcuni suoi film, scopriamo che l’Italia del ’79 addirittura cita l’opera del decano Siu Tin Yuen, il mitico drunken master del film omonimo, il papà di quel Yuen Woo-ping noto ad Hollywood per le sue coreografie di Matrix e Kill Bill. Non pago di questa sorpresa, il giornale ci rivela gli ultimi due film girati da “Jacky”: La iena senza paura e Il serpente all’ombra dell’aquila. Entrambi i titoli sono rarità sconosciute: Fearless Hyena apparirà e scomparirà in Italia con la velocità del lampo, mentre bisognerà aspettare il 2003 per riscoprire il secondo titolo in DVD. Per poter apprezzare cioè qualcosa che nel 1979 era dato per scontato.

    Al di là di questo, l’Italia del dopo-Bruce Lee è pronta ad accogliere un nuovo “re del kung fu”, e quindi – per citare l’avv. De Marchis di Febbre da cavallo (1976) – basta «il primo stronzo che passa» per dargli la corona. In mezzo al guazzabuglio di nomi farlocchi e filmacci pencolanti che arrivano da Hong Kong, nella stragrande maggioranza wuxiapian (film fantasy con cavalieri svolazzanti) mascherati da gongfupian (film dove si combatte a mani nude), non c’è un solo nome che possa avere un minimo di attenzione: l’unico è Jackie… stavolta senza “y”.

    chi-tocca-il-giallo-muore-1981-01-24

    Qual è il sistema italiano usato per lanciare Bruce Lee? Si prende il primo film che capita e lo si lancia come fosse un capolavoro, poi si prende un titolo precedente e lo si rimaneggia in attesa che l’attore produca qualcosa di nuovo. E così avviene… solo che il risultato è che l’attore non è stato lanciato bensì bruciato.

    Il 24 gennaio 1981 la PIC porta nei cinema torinesi Chi tocca il giallo muore (Battle Creek Brawl, 1980): «Jackie Chan, il kung-fu che fa morire dal ridere» è il titolo del pezzo che gli dedica “L’Unità” quando il film arriva a Roma, il 3 marzo successivo. Al di là del ridicolo titolo, in perfetto stile italiano, all’epoca ancora non si sa che la Golden Harvest, orfana di Bruce, sta provando a lanciare Jackie in America e che per farlo si affida al peggior regista dell’epoca: Robert Clouse. Tutti quelli che hanno lavorato con lui in Asia lo disprezzano, ma ha contatti con la Warner Bros e dopo il grande successo de I 3 dell’Operazione Drago e L’ultimo combattimento di Chen è il regista di Bruce Lee. (Non è vero, ma tutti lo pensano.) Clouse dirige una porcata inguardabile dove un gruppo di attori funamboli cinesi va in America a fare il verso agli americani: una roba da picchiare Jackie con un giornale arrotolato. Ok, il primo brutto film è fatto.

    jacky-chan-la-mano-che-uccide-1982-05-05

    Gli italiani procedono spediti e la Medusa il 24 luglio 1981 porta su schermo Jacky Chan: la mano che uccide (1979), che verrà rilanciato con più enfasi dal 5 maggio 1982. Un classico gongfupian come ormai però ce ne sono tanti: così un altro bel buco nell’acqua l’abbiamo fatto. Malgrado Jackie sia famoso per aver recitato nel The Hand of Death di John Woo, stando ai credits italiani della locandina italiana del film – che va sempre presa con beneficio d’inventario – Jacky Chan: la mano che uccide è probabilmente la versione italiana (dimenticata) di Fearless Hyena (1979), ma è difficile stabilirlo con assoluta certezza e per il fumoso cinema asiatico i database occidentali non sono completamente affidabili.

    protector-1986-06-21

    Jackie non ha il successo sperato nei cinema italiani e viene in pratica quasi dimenticato. Nel 1985 prova di nuovo a conquistare l’America con Protector – che decenni dopo verrà ricalcato da Rush Hour – un filmetto da dimenticare, un finto poliziesco all’americana che arriva nei cinema romani il 23 maggio 1986: solamente nel 1995 Jackie riuscirà a sfondare, arrivando ad avere una buona distribuzione anche da noi. Solamente dopo che Van Damme dal 1989 avrà fatto esplodere una richiesta titanica di film marziali. Solamente con Terremoto nel Bronx (Rumble in the Bronx, 1995) Jackie diventerà quello che è oggi, dopo quasi vent’anni di gavetta.

    terremoto-nel-bronx-1996-08-30

    Jackie è un attore che ha sempre recitato in cantonese e, per sua stessa ammissione, non si è mai sentito a proprio agio a recitare in inglese. Se dunque nelle versioni anglofone dei suoi film la parlata un po’ buffa aiuta nella recitazione gigionesca, in Italia ha avuto la fortuna di ricevere la voce di Giuliano Giacomelli, che lo doppia sia nei primi film che arrivano al cinema – Chi tocca il giallo muore e Jacky Chan: la mano che uccide – sia nei mitici film che hanno scritto il suo successo (quelli sì che andavano proiettati!) arrivati da noi solo in home video negli anni Ottanta e riscoperti poi nel 2000 in DVD – Il ventaglio bianco (The Young Master, 1980), I due cugini (Dragon Lord, 1982), Project A (1983) e via dicendo. Il doppiatore sa essere frizzante o serio all’occorrenza e dona a Jackie una splendida resa italiana, priva di qualsiasi inflessione o stortura.

    Quando poi finalmente Jackie sfonda in Occidente, al doppiaggio arriva Oreste Baldini che copre alcuni dei film di cassetta di quel periodo: Terremoto nel Bronx (1995), Thunderbolt (1995) e First Strike (1996). Il successo fa portare nelle nostre videoteche altri ottimi titoli, doppiati da Vittorio De Angelis: Drunken Master (1978), Supercop (1992), Mr. Nice Guy (1997, il mio film preferito di Jackie del periodo) e Senza nome e senza regole (Who Am I?, 1998).

    senza-nome-e-senza-regole-1999-06-12

    Raggiunto il culmine, Jackie perde totalmente l’interesse italiano: sia perché negli anni Duemila comincia ad essere un po’ imbarazzante nel suo ripetere ossessivamente coreografie nate negli anni Settanta, sia perché sul finire dei ’90 nel mondo occidentale – e nel nostro Paese in particolare – si comincia a rifiutare violentemente ogni tipo di marzialità. Il genere “arti marziali” scompare dai cataloghi e il massimo consentito nei film è una scena fatta male, di pochi secondi, in un film d’azione: non di più. Il film più “marziale” di questo periodo è Matrix, con un legnoso e incapace Keanu Reeves che fa cose che farebbero morire di vergogna l’ultimo scarto di palestra, ma quello è il massimo che l’Occidente offre alle arti marziali.


    Il cinese Jet Li

    fist-of-legend-vhsPer fortuna esiste una Resistenza che, di nascosto, continua ad apprezzare i buoni prodotti. Così se il grande schermo è assolutamente vietato a chiunque sappia combattere… c’è sempre il mercato home video. Nell’indifferenza più totale e nel disinteresse più profondo arriva in Italia in questi anni la più grande star marziale dell’epoca: Jet Li. Ormai in Italia il genere marziale è prerogativa di pochi rivoluzionari isolati, a cui rimane solo la pessima Cecchi Gori che porta in videoteca film che in Asia sono considerati di culto.

    Jet Li – che da bambino si esibì in uno spettacolo marziale alla Casa Bianca davanti a Nixon – è dal 1980 che sforna film marziali di altissimo profilo nella totale indifferenza del nostro Paese. Quando però nel 2000 la Dimension Films compra alcuni spettacolari film che definire capolavori è riduttivo, l’Italia è lì che scalpita… Che facciamo, lo distribuiamo il più grande divo marziale dell’Asia? Però in Italia c’è il divieto assoluto di presentare film che abbiamo più di trenta secondi di marzialità: in questo curioso Paese si chiama “combattimento” la scena di Mission: Impossible 2 (2000) con Tom Cruise che fa le capriole sulla spiaggia… gli spettatori non sono pronti per un dio marziale come Jet Li. Alla fine, il compromesso arriva: i capolavori marziali arrivano nelle nostre videoteche nel 2001… ma in lingua originale sottotitolati!

    Perché la Dimension Films ha distribuito in Occidente un gruppo di film di altissimo livello di Jet Li? Semplice, perché nel 1998 gli spettatori occidentali hanno scoperto l’attore come cattivo di Arma letale 4. Il celebre produttore Joel Silver sta dicendo a tutti di aver “scoperto” un divo d’azione a cui affiderà prossimi titoli da protagonista (e purtroppo manterrà questa insana promessa) ma si sa che ad Hollywood esiste una legge ferrea per gli stranieri: prima muori, poi fai il protagonista. Jet Li non è MAI morto nei suoi film, addirittura ha girato il remake di Dalla Cina con furore – storico film dove il protagonista muore – ed è sopravvissuto alla fucilazione finale! Jet, come Jackie e come tanti altri attori, impone per contratto di non morire MAI… ma in quel 1998 Silver deve aver messo sul tavolo così tanti soldi che Jet prende e muore.

    lethal-weapon-4-engSubito dopo Arma letale 4 – dove ha la voce di Enrico Di Troia – i suoi film girano per i mercati occidentali e la Cecchi Gori va a raschiare il barile, portando in videoteca La vendetta della Maschera Nera (Black Mask, 1996), dove Jet è doppiato ottimamente da Vittorio Guerrieri. Purtroppo gli italiani devono assolutamente rimanere all’oscuro che c’è un divo marziale in circolazione, perché ufficialmente il genere non esiste più, così scatta un piano diabolico degno del Dottor Male: ogni film di Jet Li… deve avere un doppiatore diverso!

    black-mask-vhs-itaCosì nel 2000 si avvera la profezia di Joel Silver ed ecco il film da protagonista Romeo deve morire (Romeo Must Die, 2000) con la voce di Francesco Prando; Luc Besson, che c’ha l’occhio lungo e in Francia gli attori marziali sono molto amati (pensa che strano Paese…) chiama subito Jet e gli fa girare lo spy action Kiss of the Dragon (2001), con la voce di Francesco Pezzulli; visto che Romeo è stato un flop, Jet prova con la fantascienza e gira l’orripilante e sbagliatissimo The One (2001), con voce di Antonio Sanna – che lo doppia anche nell’ottimo C’era una volta in Cina e in America (Once Upon a Time in China and America, 1997), che la Cecchi Gori prontamente porta in videoteca – e dopo l’imbarazzante Amici X la morte (Cradle 2 the Grave, 2003), con voce di Gaetano Varcasia, per fortuna la carriera americana di Jet può dirsi conclusa.

    Nel 2002 gira quell’immenso capolavoro di storia falsa e revisionistica che è Hero, che alterna immagini potenti ad un revisionismo storico degno del peggior regime, in cui le poche battute dell’attore sono rese in italiano da Fabio Boccanera, lo stesso che doppia il fugace ritorno di Jet negli USA con Rogue Il solitario (War, 2007). Dopo il francese Danny the Dog (2005) con la voce di Riccardo Rossi, la carriera di Jet conosce l’apice e il pedice: Fearless (2006), con di nuovo Fabio Boccanera al doppiaggio, è sia il film più famoso di Jet che l’ultimo decente da protagonista. Possiamo dire che la sua carriera finisce qui.

    sette-spade-della-vendetta-dvd-itaIntanto in videoteca fa furore. Nel 2002 la Elleu porta Le sette spade della vendetta (The Evil Cult, 1993) con la voce addirittura di Claudio Capone; nel 2003 la Columbia esagera e presenta una tripletta di film in pregiate (e costose) edizioni DVD: il wuxiapian classicissimo La leggenda del drago rosso (Legend of the Red Dragon, 1994) con la voce di Vittorio De Angelis, la versione cinese di Die Hard Meltdown (1995) con Massimo De Ambrosis e Contract Killer (1998) con Simone Mori.

    Quasi ritirato, Jet pensa bene di provare a sparare qualche cartuccia facendo capolino nella saga degli Expendables di Stallone, giusto una comparsata inutile per farsi prendere in giro e finire in pernacchia un’onorata carriera. (Sempre meglio di Jackie, che continua a fare il clown nei suoi insopportabili filmetti invece magari di fare il produttore e scoprire altri Jackie, come fecero i suoi maestri negli anni Settanta.) Quando così il 1° settembre del 2010 I mercenari arriva in Italia, il direttore del doppiaggio scopre qualcosa che nei vent’anni precedenti era sfuggito a tutti: Jet Li è cinese…

    expendables-2-movie-poster-jet-liTutti i doppiatori sin qui citati hanno fatto un lavoro eccezionale, donando una voce perfetta all’attore e soprattutto rendendola adatta al personaggio: Jet Li nei suoi film interpreta sempre e solo e rigorosamente l’eroe sì buono ma risoluto se non proprio brusco, che combatte per il bene con la serietà e la seriosità di un maestro di arti marziali. La voce italiana si è sempre adattata alla perfezione a questo ruolo, anche negli inevitabili siparietti comici tipici di Hong Kong. Quando ha recitato con attori occidentali, e gli è capitato spesso, il doppiaggio italiano non ha fatto alcuna distinzione o discriminazione, guadagnandosi le lodi più sentite. Poi però…

    Siamo d’accordo, un omino di un metro e 68 stona un po’ in mezzo a cristoni “ammericani” cresciuti a steroidi, ma è proprio questo il motivo della sua presenza: farlo litigare con i due metri di Dolph Lundgren è appunto il contrasto che voleva Stallone. Siamo d’accordo, è cinese – non della anglofona Hong Kong, proprio della Cina comunista! – e sicuramente avrà un po’ di cadenza malgrado da trent’anni sia un divo del cinema internazionale… ma dargli la voce di Mino Caprio è stato davvero inappropriato. Con tutto il rispetto per il bravo doppiatore romano, il cui lavoro con Peter Griffin meriterebbe un Oscar, il risultato è un distacco troppo forte: sembra che attori veri stiano parlando con un cartone animato!

    Perché non chiamare uno dei tanti doppiatori che hanno donato splendida voce a Jet Li? Perché chiamare una voce così caratteristica per un personaggio che non meritava alcuna caratterizzazione? Quel che è peggio è che questa scena indecorosa può vantare un triste precedente…


    Il maestro Donnie Yen

    highlander-4-endgame-3Il 3 settembre 2001 la famigerata Cecchi Gori porta in DVD e VHS a noleggio un film funesto, il quarto terrificante episodio di una saga che non doveva conoscere assolutamente seguiti: Highlander: Endgame (2000). È comprensibile che gli allibiti spettatori, con gli occhi bruciati da un film tanto orripilante, non abbiano fatto caso che per la prima volta un film occidentale presentava la più grande star marziale asiatica…

    Dal 1984 Donnie Yen porta avanti una grande carriera come attore marziale attraversando tutti i generi che i suoi colleghi più famosi man mano lanciano. Negli anni Ottanta va la comedy kung fu alla Jackie? E lui la fa. Poi va di moda il police drama? E lui ci si specializza. Non dimentichiamo che Hong Kong vive sempre e costantemente di wuxiapian, e lui li fa. E qualsiasi cosa lui tocchi, diventa oro. Quale sarà mai il segreto di Donnie Yen? Credo che sia che non ha mai tentato di arruffianarsi gli americani, come hanno fatto tutti i suoi colleghi, da Bruce Lee in poi. Donnie lavora per i cinesi e l’Asia, e per popoli ultranazionalisti come quelli è un valore che non passa inosservato. Mentre Jackie e Jet si calano le brache davanti ai dollari americani, rovinandosi la carriera, Donnie va a testa alta sfornando film di qualità sempre maggiore, creando prodotti di altissimo livello impensabili per le altre stelle marziali: nessuno dei nomi sin qui citati sarebbe mai stato in grado di interpretare un piccolo gioiello come Dragon Tiger Gate (2006) senza sembrare ridicolmente fuori parte.

    seven-swords-4L’Occidente lo ignora finché non succede qualcosa di inspiegabile e Donnie, praticamente inedito, comincia a fare stupidi piccoli ruoli inutili: che i dollari americani comincino a piacere anche a lui? La vera domanda è: quanto lo hanno pagato per abbassarsi così tanto?

    Lo troviamo dunque nella immotivata comparsata in Highlander: Endgame al suo solito, cioè molto “figo”: Donnie non è un gigione sorridente come Jackie né un serioso taciturno come Jet. Donnie è un cazzuto protagonista che se la comanda ovunque, e piomba in scena come fosse il suo film. Peccato però… che poi apra bocca ed esca fuori la voce di Vittorio Stagni

    Siamo d’accordo, anche Donnie è cinese e sicuramente in un film con attori americani la sua cadenza si nota, ma dargli una voce così fortemente caratterizzata è una scelta discutibile, soprattutto perché poi l’attore assume atteggiamenti da duro che contrastano fortemente con la voce italiana.

    ip-man-1-8Per fortuna il suo piccolo ruolo successivo, lo spadaccino di Blade II (2002), è talmente inutile che l’attore non ha neanche una battuta, e poi nel suo piccolo (e parimenti inutile) ruolino in 2 cavalieri a Londra (Shanghai Knights, 2003) lo si nota appena, anche se ha la voce “normale” di Pasquale Anselmo. Per fortuna i rarissimi titoli di Donnie che arrivano in Italia hanno un trattamento migliore del primo, sebbene da noi vengano distribuiti solo i film in cui l’attore è particolarmente taciturno, tipo il wuxiapian da mal di testa Seven Swords (2005), con la voce addirittura di Pino Insegno. Purtroppo capolavori inarrivabili come SPL: Sha po lang (2005) non sembrano avere speranze di arrivare nel nostro distratto Paese.

    Per fortuna l’enorme clamore internazionale per Ip Man (2008) ha spinto anche i nostri sordi distributori a farlo arrivare in Italia, stupendoci con la scelta coraggiosa di lasciare lo stesso doppiatore – Vittorio Guerrieri – per tutti e tre i film del personaggio, nel 2008, 2010 e 2015.


    Le ginocchia di Tony Jaa

    ong-bak-1-nato-per-combattere-8Donnie Yen non è mai stato lanciato in Italia come star marziale, anche perché in pratica è stato scoperto solamente nel 2008 grazie ad Ip Man. Che finalmente i distributori nostrani abbiano capito che devono smetterla di etichettare “il nuovo Bruce Lee” chiunque abbia gli occhi a mandorla? Eppure ancora nell’estate 2004 i trailer televisivi usavano quell’espressione per lanciare il thailandese Tony Jaa.

    Portato in Francia da Luc Besson e in America dal citato RZA, tutto il mondo – me compreso – dal 2003 aveva gli occhi pieni delle incredibili qualità marziali di Tony Jaa, uno degli allievi del titanico e compianto coreografo Panna Rittikrai. Per un solo mese, quell’agosto 2004, i cinema italiani hanno proiettato il film che invece il resto del mondo ha considerato l’inizio di una nuova èra: Ong-bak. E siccome siamo italiani e siamo famosi per la nostra creatività, gli abbiamo aggiunto il sottotitolo più stupido e banale e sfruttato della storia: nato per combattere.

    Chi (come me) ha avuto modo di vedere già prima il film in lingua originale, sa che il thailandese è una lingua che suona davvero urticante alle orecchie occidentali: è una compilation di miagolii irritanti che mal si addicono ad un eroe marziale. Malgrado la pessima distribuzione italiana, è stato lo stesso da elogiare il nostro Paese per aver dato al protagonista l’ottima voce di Stefano Crescentini. Sa rappresentare perfettamente un action hero totalmente diverso dal solito, senza alcuna dote “americana” a cui siamo abituati, ma grintoso ed abilissimo.

    the-protector-la-legge-del-muay-thai-9Lo studio SEDIF del primo film viene sostituito dal SEFIT-CDC ma rimane Crescentini a doppiare Jaa nella seconda uscita italiana: lo spettacolare The Protector. La legge del Muay Thai (Tom yum goong, 2005), anche qui per il solo mese di agosto 2007.

    Malgrado l’Italia ci metta un po’ a carburare, Tony Jaa è un divo internazionale dal 2003 e gira il mondo organizzando spettacoli dove esegue dal vivo le complicate e pericolose coreografie acrobatiche che si vedono nei suoi film, anche per rispondere alle critiche di chi parla di cavi o di computer grafica. Questo nuoce alla sua carriera da attore e così i suoi film cominciano ad essere rari… e purtroppo sempre più approssimativi.

    Se Ong-bak 2. La nascita del Dragone (Ong-bak 2, 2008) è un esotico affresco della Thailandia ottocentesca – con la voce di David Chevalier per la Technicolor – Ong-bak 3 (2010) è già una traballante ripetizione di cose già viste e un po’ trite – non ho trovato il doppiatore. L’arrivo di The Protector 2 (Tom yum goong 2, 2013) – con la voce di Massimo Triggiani per la CDR – dove recita al fianco dell’ex rapper RZA, è la prova che non si riesce più a trovare qualcosa da far fare all’attore. L’orripilante Skin Trade. Merce umana (2014) – con la voce di Riccardo Scarafoni per Video Sound Service – è la tomba sulla sua carriera, e ormai il destino dell’attore è fare piccole gustose particine in grandi film: come in Fast and Furious 7 (2015) con la voce Massimo Corvo per la CDC SEFIT. Paradossalmente la sua scena di combattimento con Paul Walker, cioè un attore non marziale, ha una qualità molto più alta degli interi film marziali in cui si è lanciato negli ultimi anni.

    ~

    Rimaniamo tutti in attesa del “nuovo Bruce Lee” proveniente dall’Asia, e finora molti bravi atleti si sono attribuiti quella qualifica: peccato che l’aspetto migliore dei loro film… sia l’ottimo doppiaggio italiano.

    L.
    P.S.
    Se simili resoconti vi interessano, vi invito a venire a trovarmi anche sul mio blog Il Zinefilo: viaggi nel cinema di serie Z.

  • Videocommento a Kickboxer (1989) + BLOG TOUR

    Il nuovo episodio della nostra serie video di svago cinematografico è disponibile come sempre sul canale YouTube di Doppiaggi Italioti. In quest’ultima puntata troverete il commento alla visione di Kickboxer (1989), di e con  Jean-Claude Van Damme.
    locandina
    Si sono uniti alla commemorazione di questo film altri tre blogger che qui sono ormai di casa:

    Il blog tour di oggi si chiama: ARRIVANO LE KICKBOTTE!
    img_9095-0
    ______
    Per chi se lo fosse perso, il precedente episodio della nostra serie video era su Ant-Man (2015)…
    copertina
    …con tanto di scene eliminate
    copertina_scenetagliate

  • Videocommento a Trancers (1984) e alcune note sul titolo e sul doppiaggio

    Vi avevo promesso dei contenuti tappabuchi per il periodo estivo ed ecco il prossimo, un nuovo episodio della serie “i videocommentatori” che pubblichiamo su YouTube. In questo episodio, io e il mio compagno di visioni brutte, Petar, ci siamo visti Trancers (titolo originale Ninja III – The Domination), uno dei film più pazzi prodotti della Cannon di Golan-Globus.

    Due parole sul titolo e sul doppiaggio

    Come molti dei film della Cannon, anche questo ha un doppiaggio curato dal fu Claudio Razzi, già noto per scelte di adattamento piuttosto disastrose (THX-1138 e Space Vampires sono tra le sue vittime più note da queste parti) e sempre arricchite dal suo dipendente preferito, Claudio Capone, che ovviamente trova posto anche nel doppiaggio di questo film.
    Dal punto di vista dell’adattamento, per fortuna, non troviamo drammi degni di questo blog, perché con film non fantascientifici Razzi se la cavava abbastanza decentemente, l’unico elemento inconsueto che ricordo è un “campo da golf comunale” (che in America non trova proprio corrispettivi) e poi, ovviamente, l’invenzione del titolo Trancers!
    Non so quanto questa sia attribuibile a Razzi stesso ma l’alterazione dei titoli dà poco fastidio quando almeno si degnano di giustificarla all’interno del film, come per fortuna è avvenuto in questo caso. Difatti la narrazione apre proprio con la necessaria spiegazione del titolo italiano, dove “trancers” è il nome usato per descrivere una speciale setta di guerrieri ninja immortali che possono essere uccisi solo da altri trancers (e implicitamente si capisce che hanno anche la capacità di trasferirsi in altre persone qualora questi siano fisicamente uccisi da chiunque non sia un ninja come loro).
    “Trancer” era un termine abbastanza di moda all’epoca e deriva ovviamente dalla “trance“, lo stato psicofisiologico, che in quegli anni andava di moda associare anche allo spiritismo. In breve, trancer, stava ad indicare un individuo capace di trasferire sé stesso nel corpo di qualcun altro. La trama verte proprio intorno a questo e trovo che il titolo italiano sia anche più adatto di quello originale. Difatti, il titolo americano non ha mai avuto molto senso per il pubblico statunitense in quanto non esiste nessun film chiamato Ninja né tanto meno è mai esistito un Ninja II, bensì si tratta di un successore spirituale di altri due film a tema ninja della Cannon di Golan-Globus:
    enter the ninjaNinja_la_furia_umana_83
    L’Invincibile Ninja (Enter the Ninja, 1981) con Franco Nero, diretto da Menahem Golan stesso, e Ninja la furia umana (Revenge of the Ninja, 1983), dello stesso regista di Trancers.
    Lo stesso sottotitolo, the domination, non è chiaro a cosa voglia far riferimento… la dominazione di cosa? Una domanda che si sono posti ironicamente anche i ragazzi di Redlettermedia nell’episodio della serie “Best of the Worst” in cui compariva questo film (se capite l’inglese e vi piacciono i “film brutti”, vi consiglio caldamente di seguire l’intera serie).
    Indubbiamente avrebbe avuto più senso un Ninja III – The Possession, vista l’evidente ispirazione (per non dire “plagio”) dei film a base di possessioni demoniache (in particolare L’Esorcista) ma, come tutti i film Cannon, anche questo non prende ispirazione da un solo film ma fa un mix inedito di vari successi di quel periodo, di generi più disparati (in questo caso Flashdance, L’Esorcista e Poltergeist sembrano gli ingredienti principali).
    Se volete saperne di più della Cannon Films e del loro pazzo modo di produrre film, vi consiglio caldamente il documentario intitolato Electric Boogaloo: The Wild, Untold Story of Cannon Films, che potrete sicuramente trovare sottotitolato in qualche sito pirata di vostra preferenza. Solitamente sarei l’ultima persona al mondo a consigliare di rivolgervi alla pirateria ma purtroppo se non sapete l’inglese e necessitate di sottotitoli in italiano, al momento non c’è altro modo di vedere quello che secondo me è uno dei documentari sul cinema più interessanti mai realizzati, insieme a Jodorowsy’s Dune. Quando uscirà anche in italiano vi assicuro che vi consiglierò un acquisto legale, per ora non ci sono altre vie.
    Non posso non consigliarvi anche la lettura delle spassose recensioni di questi film sul blog Malastrana VHS di Andrea Lanza:

    Oggi sono in vena di consigli quindi aggiungo anche una lettura consigliata, un saggio essenziale (dal costo irrisorio di 0,99 euro) del blogger italiano Lucius Etruscus dedicato ai Ninja, tra cinema e realtà: NINJA – Un mito cine-letterario.
    Buona visione e buona lettura a tutti.
    enter the ninja2

  • Direct to schifio – L’uscita italiana di The Raid – Redenzione

    Scena da film The Raid, un personaggio chiede: ho fatto qualcosa di sbagliato, ufficiale? L'altro risponde: sì, hai detto ufficiale, imbecille. Dai dialoghi italiani del film doppiato
    In una piccola casa di distribuzione cinematografica in Italia:

    – Regaz, ci hanno appena assegnato un film indonesiano da doppiare e distribuire!
    – Ma noi l’indonesiano non lo sappiamo!
    – E chissene! Prendiamo il DVD americano sottotitolato in inglese e traduciamo tutto dall’inglese.
    – Ma noi non sappiamo nemmeno l’inglese.
    Annamo bene, proprio bene!

    Dopo l’inatteso successo americano di Serbuan maut (2011), un film d’azione indonesiano del genere “mazzate-e-pistole” il cui titolo dovrebbe stare a significare “irruzione mortale” (anche se distribuito negli Stati Uniti come “The Raid – Redemption“), e sopratutto dopo tantissime sfavillanti recensioni di chi già se lo è visto piratato e sottotitolato, era solo questione di tempo prima che arrivasse anche in Italia “direct-to-video” e doppiato.
    Già, il doppiaggio… questo terno al lotto.

    Locandina del film The raid - redenzione con il protagonista di spalle che guarda un grattacielo davanti a lui. La vignetta legge: dieci piani di morbidezza

    Il doppiaggio italiano di The Raid – redenzione

    Mi chiederete a che titolo adesso io venga a parlarvi del doppiaggio di un film indonesiano visto che, come potrete forse immaginarvi, io l’indonesiano non lo conosco. Come potrò dare un giudizio su quanto bene possa essere stato adattato il dialogo indonesiano originale? Semplicissimo! Non importa conoscere l’indonesiano per capire che questo “adattamento” italiano è stato eseguito a partire dai dialoghi in inglese del doppiaggio americano, passati poi attraverso Google Translator e infine rigirati talis qualis ai doppiatori italiani. Insomma si vola alto con questo doppiaggio, altissimo!

    Scena d'azione dal film The Raid dove una persona viene scaraventata via tenendola per un piede ma il fotogramma dà l'illusione che stia volando. La vignetta legge tienimi: non lasciarmi volare via!
    Sono fortemente ignorante di film marziali quindi non so esattamente cosa ci sia di così epico in questo film (arrivo a vederlo dopo un anno di recensioni che lo descrivono come la seconda venuta di Cristo, se Cristo prendesse la gente a mazzate), forse il fatto che sia tecnicamente ben realizzato nonostante evidenti limiti economici (sicuramente vero), forse perché le mazzate sono incredibilmente realistiche e costanti, e forse l’elogio tessuto dal blog i400calci, che, si sa, questi film li mangiano a colazione, avrà attirato l’attenzione giusta sul film giusto… ad ogni modo The Raid – Redemption (titolo americano) arriva con li dovuto ritardo anche in Italia, tradotto come The Raid – Redenzione. Parliamone…

    Iniziamo dal titolo

    In primis mi prendete un titolo americano di un film indonesiano, che è un po’ come prendere il film Eternal Sunshine of the Spotless Mind, tradurlo in Se mi lasci ti cancello e ridistribuirlo altrove come If you leave me I’ll erase you. E va be’, sorvoliamo!
    In secundis se state a tradurlo non fatelo a metà, chiamatelo “Il raid – redenzione” con l’articolo determinativo in italiano e completate l’opera, del resto “raid” è una parola presente anche nel nostro dizionario. Invece no, fanno le cose a metà: The Raid – Redenzione. A questo punto è quasi meglio il titolo originale in stile Steven Seagal, “irruzione mortale”.

    I maledettissimi dialoghi italiani

    Ci sono alcuni pervertiti come me che, quando guardano qualche film doppiato, si divertono ad indovinare quale fosse la battuta originale. Quando questo gioco funziona troppo bene allora vuol dire che all’adattamento abbiamo nientepopodimenoche il Sig. Google Translator.

    Facciamo un gioco semplicissimo… io vi faccio un paio di esempi di cosa ho sentito nel doppiaggio di questo film, poi vi chiedo secondo voi quale potrebbe essere la presunta battuta originale ed infine “come invece avrebbero dovuto tradurla” (queste ultime due scelte saranno scritte di colore bianco su sfondo bianco quindi per scoprirle dovrete evidenziare il testo).
    Se non vi va di giocare, allora evidenziate da subito ciò che segue (così da scoprire anche le parole “nascoste”) e potete considerarlo come un mio normale articolo.

    Indovina la frase originale

    Esempio n°1

    Cosa ho sentito nel doppiaggio?
    Ho fatto qualcosa di sbagliato, ufficiale?

    Quale era (quasi sicuramente) la battuta originale?
    Have I done something wrong, officer?

    Come avrebbero dovuto tradurla?
    Ho fatto qualcosa di sbagliato, agente?

    Questa è quasi la prova provata che Google Translator è stato invero utilizzato. Oppure che alle traduzioni ci mettono i cuggini raccomandati, come del resto mi raccontava Luca Dal Fabbro.

    Esempio n°2

    Cosa ho sentito nel doppiaggio?
    – Tony, Ang, andate con lui.
    – Sto bene da solo.
    – Con lui… arrivano.
    [Ma Tony e Ang erano già lì accanto, chi è che “arriva”??? Questa battuta non ha senso]

    Quale era (quasi sicuramente) la battuta originale?
    – Tony, Ang, go with him.
    – I’m fine alone
    – Go with him… they’re coming (with you).

    Come avrebbero dovuto tradurla?
    – Tony, Ang, andate con lui.
    – Sto bene da solo.
    – Con lui…
    vengono con te.

    Questi erano tra gli esempi più lampanti. Nel doppiaggio di The Raid – Redenzione ce ne sono tanti altri, seppur molto minori, sparsi per tutto il film; inoltre molte delle frasi di questo film risultano meglio comprensibili se si vanno a leggere i sottotitoli italiani (che traducono più fedelmente quelli inglesi di quanto faccia il doppiaggio) perché con tutte le libertà che si sono presi nel doppiaggio italiano viene meno persino la comprensione di determinate battute, vi rendete conto? Non che ci sia una trama complicata da capire ma se in quel poco che parlano andate pure a confondere le idee allora diventa tutto inutile.

    Alcuni esempi:

    Doppiaggio: Di nuovo. Chi ha ordinato questo schifo?
    Sottotitoli: Lo chiedo per l’ultima volta, chi ha ordinato il raid?

    Doppiaggio: Un’altra volta. Non sono ancora morto.
    Sottotitoli:
    Un’altra volta forse. Prima mi gioco le mie chance qui.

    Doppiaggio: Bastardo!
    Sottotitoli: Accomodati!

    Vecchia pubblicità di uno spray per insetti di nome Raid

    Guardatevelo in originale, cioè in indonesiano

    Al momento non mi è dato sapere di chi sia doppiaggio di The Raid – redenzione, a naso direi che possa trattarsi di un doppiaggio torinese, un po’ per via degli interpreti da videogioco doppiato e un po’ per gli strafalcioni nei dialoghi. Di certo è molto lontano dalla qualità dei film solitamente doppiati per uscite cinematografiche, non si capisce perché l’home video debba essere afflitto da simili prodotti anche se ce lo possiamo facilmente immaginare: costerà meno.
    Proprio per questo ve ne consiglio una visione in lingua originale con i sottotitoli italiani che traducono quelli inglesi. Almeno non vi confonderete con frasi che semplicemente non funzionano o che non hanno molto senso e non vi faranno capire molto. Il doppiaggio americano poi evitatelo come la peste, non sembra neanche che le voci escano dalle bocche degli attori. Un piccolo promemoria su quanto siano inesperti gli americani nel campo del doppiaggio.

    In conclusione vi lascio con una vignetta dal blog Pensieri cannibali.

    Scena dal film The Raid, due indonesiani con facce urlanti mentre si picchiano

    “Ahia!”
    “Ahia, tu!”
    (eletto all’unanimità come miglior dialogo del film)

  • TITOLI ITALIOTI: La serie di "Bruce Lee"

    Sapevo che questa “meme” un giorno sarebbe tornata utile…


    La distribuzione internazionale dei film di arti marziali dall’oriente è rObA dA pAZzi! Difatti sono impazzito nello scrivere questo articolo e se trovate degli errori ve li tenete perché non lo voglio più rivedere questo argomento che tra l’altro mi fu richiesto anni e anni fa (scusa il ritardo ma era veramente un tema palloso). Pensate che mi sono anche avvalso di un foglio Excel per capirci qualcosa. Tra un po’ tiravo fuori una lavagna alla Ritorno al Futuro. Anche la mia testa, come quella di Jackie Chan nell’immagine quassù, è piena di esclamativi “FUCK!”.
    L’uscita nei paesi “occidentali” (non solo l’Italia) è sempre stata soggetta alla moda passeggera e alla fantasia dei distributori, ottenendo un effetto estraniante nello spettatore che, confuso dai titoli, può affidarsi unicamente alle raccomandazioni di amici esperti in materia o, in decenni più recenti, alle informazioni depositate su internet. All’epoca dovevi solo andare al cinema e nella maggior parte dei casi venir fregato da titoli truffaldini.
    Nella lista di Bruce Lee qui stilata per voi troverete l’anno di uscita a Hong Kong (con titolo “internazionale”) seguìto dal titolo italiano e l’anno di uscita in Italia. Al contrario delle mie solite lamentele sui titoli italioti qui non mi lamento tanto della mancata o errata traduzione dall’inglese perché non avrebbe  molto senso in questo caso, trattandosi di film orientali. Quindi godetevi semplicemente le perle di fantasia dei distributori nostrani e la tempistica delle uscite cinematografiche che hanno portato a paradossi del tipo “il primo film della serie esce come sequel“:
    1971 – Fists of Fury/ The Big BossIl Furore della Cina Colpisce Ancora (uscita italiana: giugno 1973)
    Il furore dalla Cina colpisce ancora
    Come potete immaginare leggendone il titolo, questo film è uscito in Italia solo dopo il successo internazionale e italiano del suo seguito, ovvero…
    1972 – Fist of Fury/The Chinese ConnectionDalla Cina con Furore (uscita italiana: maggio 1973)
    Dalla Cina con furore
    Capostipite di una serie inesistente dato che “Dalla Cina con Furore” e “Il Furore dalla Cina colpisce ancora” hanno in origine titoli diversi, trame diverse, personaggi diversi… insomma sono film non legati tra di loro. Questa è la pellicola che in Italia ha spalancato le porte ai film di Bruce Lee. Per vostra curiosità, il titolo americano The Chinese Connection deriva dal film Il Braccio Violento della Legge che in inglese si chiama The French Connection. Viene da pensare quali simili titoli avrebbero avuto il coraggio di sfornare in Italia negli anni ’70… forse qualcosa del tipo “il braccio violento di Chen“.
    1972 – Way of the DragonL’Urlo di Chen Terrorizza Anche l’Occidente (uscita italiana: dicembre 1973-gennaio 1974)
    L'urlo di Chen terrorizza anche l'occidente
    Questo titolo continua una serie (inesistente) basata su un certo personaggio  “Chen” che porta terrore ovunque urlando. Apparentemente, in Italia, tutti i personaggi di Bruce Lee erano chiamati “Chen”, come se adesso rinominassimo tutti i personaggi di Harrison Ford “Indiana Jones“. Avremmo dunque cose tipo La frusta di Indiana Jones terrorizza anche la galassia per Guerre Stellari.
    Per vostra informazione esiste anche un “L’urlo di Chen terrorizza tutti i continenti” dove, come ha scritto qualcuno sul forum Filmbrutti, non c’è nessun Chen, nessun urlo e nessun continente. E’ ambientato invece nel solito medioevo orientale (ovvero probabilmente il 1700) e vi lascio con la trama descritta dall’utente barbarians89 del suddetto forum:

    Trama….. . . . (????) Due fricchettoni (tra cui uno vestito di rosa che va in giro a combattere con solo una frusta!) cercano un bandito che era appena stato fatto evadere, per farsi dire dove aveva nascosto il suo tesoro.
    Ovviamente i duelli sono infarciti di acrobazie inutili… salti di 9 metri toccando per terra con la punta del piede… insomma tutto ciò che ci rende felici e che ci fa dire questo è un FILMBRUTTO!
    Consigliato per l’autopunizione..

    1973 – Fist of Unicorn/Bruce Lee and IIl Vendicatore dalle Mani d’Acciaio (uscita italiana imprecisata: 1973-1975)
    Il vendicatore dalla mani d'acciaio
    Il bello di questo film è che Bruce Lee appare in una sola scena, come comparsa ed era pure un errore. Lee in quel film era semplicemente il coreografo delle sequenze d’azione, un giorno per sbaglio è finito nell’inquadratura e così adesso ci ritroviamo Bruce Lee sulla copertina di molti DVD. Il film in realtà è dell’amico di infanzia di Bruce Lee, uno dal nome d’arte “Unicorn Chan“. Non avrebbe avuto senso associarlo alla serie “L’urlo di Chen…” visto che siamo qui a imbrogliare gli spettatori? La locandina italiana inganna sin dalla prima frase: “RITORNA BRUCE LEE”! Ritorna, sì, ma come maestro coreografo.
    1973 – Enter the DragonI 3 dell’Operazione Drago (uscita italiana: gennaio 1974)
    enter the dragon / i tre dell'operazione drago
    Se conoscete la trama del film saprete allora che il titolo italiano è un buon titolo e si adatta perfettamente al film. Difatti la trama ruota intorno a tre personaggi (uno di questi è Bruce Lee) che giocano a fare James Bond ed hanno il compito di infiltrarsi nell’isola-fortezza del “Dr. Male” di turno con la scusa di un torneo internazionale di arti marziali, in questo modo sono garantiti allo spettatore i tanto agognati sganascioni mentre vengono a fondersi il genere spionaggio alla 007 con il cinema di Hong Kong. Ha tutte le ragioni insomma per chiamarsi “Operazione Drago”, difatti all’epoca andava di moda intitolare i film del genere spionaggio con la parola “operazione”.
    Questi fin’ora elencati sono i film che realmente hanno avuto Bruce Lee come attore (se vogliamo ignorare quello in cui appare per un secondo, tra la folla), fino a questo punto ho evitato tutti quei titoli che invece sfruttano materiale di repertorio rubato ad altri film. Per evitare che anche la vostra testa si riempia di FUCK come quella di Jackie Chan vi ho fatto questo riassuntino (cliccate per ingrandire):
    film di bruce lee
    Film post-mortem
    Dopo la morte di Lee nel luglio del 1973 è iniziato lo sfruttamento del suo nome (e/o della sua immagine) per dozzine e dozzine di pellicole fino agli anni ’90, in taluni casi utilizzando anche materiale di repertorio. Era del resto un decennio in cui si poteva questo ed altro!
    Vi cito alcuni titoli:
    1976 – Exit the Dragon, Enter the TigerEsce il drago, entra la tigre (uscita italiana: 1979)
    Entra Pierino, esce Gastone. Brutto il titolo e brutto il film. Vi ricorda per caso “La tigre e il dragone” (2000), che in inglese era Crouching tiger, hidden dragon? A me no. Star del film: un certo Bruce Li.
    1978 – Game of DeathL’Ultimo Combattimento di Chen
    C’è proprio una passione tutta italiana nel dare una sensazione di “fine” ai titoli, con l’aggiunta del fatidico “ultimo” (!) o “finale” (!!!). D’altra parte è anche comprensibile dato che Bruce Lee era già morto nel 1973 e questo “Game of Death” venne creato usando gli spezzoni che Lee aveva cominciato a girare già prima di Operazione Drago. La continuità di questa pellicola, se di continuità si può parlare, è “garantita” da:
    1) un attore che sostituisce Bruce Lee ma che non gli assomiglia per niente (e indossa sempre occhiali da sole per arginare il problema);
    2) dal riciclo di scene prese da altri film di Bruce Lee (e persino riprese del vero funerale di Lee, scelta di dubbio gusto);
    3) dal ridoppiaggio di battute delle scene riciclate (questo per fortuna non si nota grazie al doppiaggio);
    4) da effetti speciali anni ’50… ehm, ’70.
    La parola “garantita“, come avrete inteso, è chiusa tra molte virgolette perché ovviamente le scene dove non appare il vero Bruce Lee sono palesi.

    Curiosità: in questo film Bruce Lee indossa la famosa tuta gialla con strisce nere, riportata poi alla notorietà tra le nuove generazioni grazie a Kill Bill.
    1981 – Game of Death 2L’Ultima Sfida di Bruce Lee
    Questa ricorda molto “L’Ultima Pazzia di Mel Brooks” (titolo originale: Silent Movie) in cui l’attore diventa più importante del film stesso. Un’altra spiegazione è che ormai “Bruce Lee” era diventato un titolo onorario, alla stregua di “Cesare” o di “Khan”. Anche qui vengono usate controfigure e spezzoni di altri film fino alla morte del personaggio; da quel momento il fratello (del personaggio) prende le redini della storia, comodo no? Non so perché dovrebbe quindi chiamarsi l’ultima sfida di Bruce Lee ma è certo che avrebbero avuto problemi nel chiamarlo “L’ultimo combattimento di Chen 2” per non cadere in titoli alla Ennio Annio come “Il veramente ultimo combattimento di Chen”. Il film non ha niente a che vedere con il precedente “Game of Death” e anche in inglese è propinato come sequel (apocrifo) pur di venderlo agli appassionati. A questo punto io lo avrei chiamato “Il fratello più furbo di Bruce Lee“.
    Dato che ormai in Italia il nome di Bruce Lee era sinonimo di arti marziali, negli anni ’70 i distributori non si sono fatti scrupoli a ficcarcelo come il prezzemolo in moltissime altre pellicole di Hong Kong (di solito le più scadenti o invendibili) e così abbiamo avuto:
    L’Emulo di Bruce Lee (Killer in the Dark, 1973) – questo addirittura non è neanche un film di arti marziali vero e proprio, bensì sembra essere un thriller in salsa “giallo” come anche il titolo internazionale suggerisce “Killer in the dark”.
    Bruce Lee Superdrago, uscito in Italia nel 1977 (Bruce Lee, Superdragon, 1976). Star del film un certo Bruce Le, attore protagonista di numerose altre pellicole intitolate “Bruce Lee qualcosa” e che sono proseguite durante tutti gli anni ’80 pur avendo perso qualsiasi contatto con il tarapia tapioco, ehm volevo dire con il vero Bruce Lee (nonostante le locandine continuassero a suggerire diversamente).
    Il precedente titolo fa pendant con Bruce Lee Supercampione, del 1976 e uscito in Italia solo in anni recenti, credo. Ma a questo punto posso dirvi che ho l’espressione fissa di Jackie Chan dell’immagine iniziale; questo è stato l’articolo più pesante che sia mai stato costretto a scrivere. Quindi concludo con Il Colpo Maestro di Bruce Lee (1979), senza Bruce Lee ovviamente, dove…

    … la trama sfiora la pazzia pura!
    Due combattenti del kung-fu (tanto per cambiare) durante un combattimento vengono amputati rispettivamente uno delle braccia l’altro delle gambe. Fin qui quasi nulla di strano se non per il fatto che i due, fatto incredibile, si mettono uno sulle spalle dell’altro e si uniscono tipo transformer per combattere i nemici che hanno causato la perdita dei loro arti! Pazzia pura!

    ______________________________

  • Ip Man finalmente doppiato in italiano! (su Rai 4)


    Per i fan dei film di arti marziali vorrei segnalare due pellicole narranti in maniera semi-biografica la vita del signor Ip Man, leggendario insegnante di Wing Chun che fu anche maestro di Bruce Lee. Qualcuno avrà già indovinato… parlo di Ip Man (2008) e del suo seguito Ip Man 2 (2010) che sono passati in TV su RAI 4 alla fine del mese scorso… finalmente doppiati in italiano.
    Gli appassionati già sapranno che questi film fin ora non erano mai stati distribuiti in Italia; spero che a questo passaggio televisivo faccia seguito anche un’uscita blu-ray e che non rimangano invece relegati ad inconsistenti palinsesti televisivi per i quali i film oggi ci sono e domani chissà! Nel dubbio mi sono registrato l’audio non sia mai che scompaiano dalla circolazione!
    Pur non essendo un patito di film di arti marziali, questi Ip Man e Ip Man 2 sono due film che consiglio calorosamente e indistintamente a tutti !
    Ovviamente non so dirvi niente sulla qualità della traduzione perché non conosco il cantonese! Posso esprimermi soltanto sulla qualità delle voci, che come in molti film di arti marziali doppiati, sono miste: alcuni interpreti vocali sono bravissimi, altri un po’ meno seppur comunque il prodotto risulti nel complesso molto buono.
    Sono sicuro che non tarderanno ad essere pubblicati in DVD (aggiornamento 18/02/2012: difatti ho appena visto il DVD in vendita, come volevasi dimostrare).

  • Quegli epici doppiaggi anni ’70 – ’80! Samurai Itto Ogami


    Di recente mi sono appassionato ad una serie giapponese degli anni ’70 molto difficile da reperire chiamata “SAMURAI” (originariamente “Kozure ôkami)  che ha per protagonista un ronin, ovvero un samurai senza padrone, e suo figlio di tre anni. Molte altre informazioni possono essere reperite online.

    Veniamo al tema del mio blog. Se mi sento di parlare di questa serie è per elogiarne il doppiaggio.
    Non mi posso esprimere sulla qualità della traduzione perché non conosco il giapponese quindi non sono in condizione di comparare l’originale alla versione italiana ma quello su cui posso esprimermi è la qualità dei doppiatori. Per essere una serie piuttosto sconosciuta in Italia (inizialmente passava solo su canali regionali come Italia 7 in tarda serata) ha avuto il privilegio di essere doppiata dal fior fiore dei doppiatori nostrani di quel periodo. La voce del protagonista Itto Ogami è data da Pino Colizzi, pluripremiato e apprezzato professionista, ma anche personaggi secondari hanno ricevuto il dono di voci memorabili. Il doppiaggio era a cura della “CD COOPERATIVA DOPPIATORI” (come indicato alla fine di ogni episodio) e mi ha dato l’impressione che ospitasse a turno, in ciascun episodio, doppiatori talentuosi; questo tanto per avvalorare ancor di più la mia personalissima sensazione che negli anni ‘70 e ’80 non c’era un doppiatore che non fosse bravo, a differenza d’oggi, ma non vorrei cadere in discorsi in stile “il pane di una volta era più buono” (anche perché qui in toscana non abbiamo memoria di tempi in cui il pane era più buono dato che è sempre stato insipido).

    La voce narrante (a volte in apertura e chiusura degli episodi, altre volte assente) non è costante ed ha almeno due diversi doppiatori, in alcuni casi è affidata a Michele Gammino (già doppiatore di Harrison Ford) la scelta ideale per una voce narrante. Altri doppiatori identificati in episodi vari sono Ferruccio Amendola (personaggio secondario in almeno un episodio), in molti episodi compaiono le voci di Claudio Capone (voce di Luke in Guerre Stellari), Sandro Iovino (voce di Mr. Burns nei Simpson), Renato Mori (doppiatore di Morgan Freeman), Giorgio Lopez (doppiatore di Danny De Vito). Insomma voci ben note al pubblico italiano ed eccezionalmente bravi (ma questo è inutile ribadirlo). Purtroppo non sono riuscito a trovare una lista completa dei professionisti che hanno offerto le loro voci, ogni episodio finiva semplicemente con la scritta “CD COOPERATIVA DOPPIAGGI” senza ulteriori dettagli ma posso assicurarvi che sono tutte voci piuttosto familiari, se ne riconoscerò altre le annoterò qui.

    In Italia “SAMURAI” non è disponibile né in DVD né in VHS e sarò per sempre grato a quel grand’uomo che registrò gli episodi dai passaggi televisivi e solo grazie ad essi sono riuscito a godermi questa bellissima serie così ben doppiata. Molte sequenze sono visibili su youtube.