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  • [Italian Credits] Frankenstein (1931)

    Nel gennaio del 1818 vedeva la luce il romanzo Frankenstein, or The Modern Prometheus: sebbene originariamente senza firma, era il primo passo per il successo immortale di Mary Shelley. Per festeggiare i duecento anni della “creatura”, i media italiani hanno spesso utilizzato le immagini di Frankenstein Junior (1974), perché la sensazione è che ad essere noto è il personaggio parodico, non l’originale.

    L’idea di Frankenstein entra subito nell’immaginario collettivo appena nasce, e per capire quanto sia altamente “contagiosa” basti pensare che nei primi anni Trenta del Novecento il suo spunto – la creatura che si rivolta contro il creatore – viene citato nei quotidiani italiani quando addirittura il film non è ancora uscito nel nostro Paese. Quando addirittura si ignora che esista un romanzo con quel titolo e che esista un’autrice di nome Mary Shelley. Perché Frankenstein sa giocare bene le sue carte: le carte del mito.
    Il mito di Prometeo non è mai tramontato e la Shelley specifica già nel titolo che la sua storia vi fa palese riferimento. Il personaggio che vuole rubare la sapienza agli dèi è parte integrante della cultura occidentale, tanto da essere in pratica un archetipo. La Shelley è stata in grado di prendere un elemento-base e invece di limitarsi a sfruttarlo pigramente è riuscita a creare un nuovo elemento-base: qualcosa per nulla scontato e che non riesce a molti.
    Capita per esempio che un autore ormai alla frutta, in cerca di facili consensi perché non più in grado di creare nulla, decida di sfruttare lo stesso tema della Shelley e si inventi un personaggio che rubando la conoscenza agli dèi finisca a creare mostri, magari xenomorfi, che sfuggono al suo controllo. Questa fotocopia-sbiadita dell’archetipo potremmo benissimo chiamarla Prometheus (senza Modern), ma questa è un’altra storia…

    Come festeggiare dunque questo bicentenario? Parlando del mito che tutti conoscono… o del film che in Italia è più “sentito dire” che “noto”? Visto che è altamente probabile che la maggioranza degli italiani abbia visto la parodia di Mel Brooks ma non l’originale, è dell’originale che voglio parlare. E della frase che lo rende più Prometeo di Prometeo.
    Il personaggio greco voleva aiutare gli umani donando loro la conoscenza degli dèi, rendendo pubblico quel sapere segreto che pochi custodiscono per detenere il potere: il dottor Frankenstein del 1931 invece vuole diventare un dio egli stesso… e questo suo intento è stato sin da subito censurato.
    Troverete scritto dappertutto che alcuni tagli apportati all’epoca alla pellicola sono stati in seguito restaurati: ma “in seguito” quando? E da chi? E come hanno reagito i doppiaggi esteri? Tenetevi forti, perché il temporale è arrivato e i fulmini cominciano a scrosciare: sarò il vostro Fritz in quest’opera di creazione blasfema…

    Colin Clive e Dwight Frye in “Frankenstein” (© 1931 Universal)


    Premessa

    Per la storia della lavorazione del film di James Whale mi sono basato sul saggio The Genius of the System: Hollywood Filmmaking in the Studio Era (1988) di Thomas Schatz, storico del cinema a cui di solito fanno riferimento i critici successivi, integrando con altri saggi e altre fonti, tutte citate nel testo. Quando esprimo un’opinione lo dico chiaramente: tutto il resto è frutto di ricerca.

    Se avete altre fonti, o testi più precisi ed accurati, sarò felicissimo di integrare o correggere, accreditandovi.


    La creazione del mostro

    Il 1931 è un anno strano per la Universal Pictures. A marzo esce Dracula e comincia a riscuotere subito un successo immenso, eppure i debiti della casa sono ingenti: si parla addirittura di due milioni di dollari dell’epoca. Una cifra esorbitante. Il capo Carl Laemmle, che ha creato la Universal con le proprie mani, comincia a licenziare centinaia di persone per consentire al figlio di proseguire nella sua politica di presentare film ad altissimo budget.

    Set del film (© 1931 Universal)

    Tutti i critici sono convinti che il successo del tutto inaspettato di Dracula sia un unicum, l’operazione non riuscirà di nuovo e questi film costosi manderanno in rovina la casa. Laemmle junior non ne vuol sapere di rinunciare alla sua filosofia e vuole partire con il suo progetto ambizioso, che pare avesse sulla propria scrivania già prima che Dracula iniziasse le riprese. Un progetto che gli aveva segnalato John L. Balderston, sceneggiatore che lavorava per il teatro – autore della versione teatrale di Dracula – e che qualche anno prima aveva adattato per i palcoscenici americani un testo del 1927 della londinese Peggy Webling. Un testo dal titolo Frankenstein.
    Nell’aprile 1931 Laemmle junior acquista i diritti dell’adattamento di Balderston e paga 20 mila dollari alla Webling, più l’1% dei ricavi di ogni film tratto dal suo lavoro. La donna non lo sa ancora, ma sta per diventare leggermente ricca…
    Così come Dracula, anche Frankenstein ha ben poco a che vedere con il testo originale, ma scrivere “tratto dal romanzo” in locandina è sempre un grande richiamo pubblicitario.

    A fine agosto del 1931 iniziano le riprese del film. Sono previsti trenta giorni di lavorazione: si sfora solamente di cinque, così come si sfora il budget iniziale di 262 mila dollari. (Il regista James Whale dirà che comunque si è rimasti sotto i 300 mila.)
    Laemmle junior è presente e pressante nella fase di montaggio, e quello stesso ottobre ha in mano una versione completa del film da far “testare”.


    La proiezione di prova

    Proprio dal 1931 la Universal adotta il sistema di organizzare delle anteprime per tastare il polso al pubblico, e nel caso tagliare o rigirare scene a seconda delle reazioni e dei suggerimenti degli spettatori, quindi Laemmle junior organizza una proiezione di prova: il 29 ottobre 1931 gli spettatori chiamati a fare da test vedono qualcosa che non aveva alcun tipo di precedente.
    Filmati fantastici e horror ce n’erano già stati parecchi, ma il Frankenstein della Universal può contare su un effetto totalmente devastante: il sonoro. Per la prima volta il pubblico in sala assiste a personaggi che muoiono urlando, ascolta l’agonia e il disumano grugnito di una creatura immonda, l’acuto strillo di una donna in balìa d’un mostro… L’effetto è devastante, unito poi a scene di cadaveri dissezionati e cervelli in bottiglia. Laemmle junior è ormai sicuro che sarà un successo, anche perché ottiene il visto censura della MPPDA (Motion Picture Association of America): può proiettarlo in sala… ma c’è una piccola nota di cui tenere conto.

    Jon Towlson nel suo The Turn to Gruesomeness in American Horror Films (2016) riporta un estratto della lettera che Fred Beetson della MPPDA invia il 2 novembre 1931 a Laemmle junior:

    «Alcuni censori probabilmente avranno da obiettare al grido di Frankenstein, dopo che ha creato l’uomo: “In nome di Dio” e lui dice “Dio, ora so cosa si prova ad essere un Dio“. Siamo dell’opinione che questa frase si possa utilizzare perché non è pronunciata in modo profano, ma è molto probabile che non sarà accettata da alcuni censori.»

    Qui l’ambizioso produttore si sta giocando tutto: Carl Laemmle jr. ha solo 23 anni eppure l’intera Universal dipende da lui. Grazie alla fiducia del padre l’ha portata al limite, ma se Frankenstein fallisce c’è solo il baratro.
    La concorrente Paramount sta montando il girato del Dr. Jekyll and Mr. Hyde – in uscita il 3 gennaio 1932 – che sarà un antagonista molto difficile da affrontare, e se disgraziatamente il pubblico comincia a boicottare Frankenstein per quella frase su Dio… è la rovina.
    Il produttore decide di andarci con i piedi di piombo.


    La manomissione post-test

    Laemmle jr. richiama Edward Van Sloan, che nel film interpreta lo scienziato che cerca di salvare il protagonista, e gli fa recitare un prologo in cui mette in guardia gli spettatori:

    «Il signor Carl Laemmle ritiene che non sia opportuno presentare questo film senza due parole di avvertimento. Stiamo per raccontarvi la storia di Frankenstein, un eminente scienziato che cercò di creare un uomo a sua immagine e somiglianza, senza temere il giudizio divino. È una delle storie più strane che siano mai state narrate, tratta dei due grandi misteri della Creazione: la vita e la morte. Penso che vi emozionerà, forse vi colpirà, potrebbe anche inorridirvi. Se pensate che non sia il caso di sottoporre ad una simile tensione i vostri nervi, allora sarà meglio che voi… Be’, vi abbiamo avvertito.»

    L’effetto è duplice: stuzzicare la curiosità degli spettatori e allo stesso tempo mettere in chiaro con i sensibili e i moralisti che «vi abbiamo avvertito» (well, we warned you…).
    Il 25 ottobre 1990, al momento di inaugurare la fortunata consuetudine de “La paura fa novanta” (Treehouse of Horror), la serie animata I Simpson pensa bene di usare Marge in una scena palesemente ispirata al warning di Van Sloan.

    Marge Simpson che, nel 1990, rifà l’Edward Van Sloan del 1931

    Il secondo passo è tagliar via la scena in cui la creatura getta in acqua la bambina: è una scena di grande emozione ma è troppo forte per l’epoca.

    Il terzo passo è cambiare il finale. Com’è stato appurato in seguito, l’effetto più soddisfacente per l’epoca è quando una vicenda dai toni truculenti si conclude bene e con la composizione di un nucleo familiare tradizionale. (A fine film, insomma, il protagonista uomo deve sposare la donna.) Non importa le mostruosità fatte da Henry Frankenstein, a farlo finire tra le fiamme del mulino – come prevede il primo girato – si manda a casa gli spettatori con il magone. Lasciarlo in vita e nel tepore familiare è invece la formula perfetta.
    Laemmle jr. ignora il regista Whale che vuole mantenere il finale tragico e gira un happy end: il film esordisce in sala il 21 novembre 1931 ed è il successo di cui la Universal ha disperatamente bisogno, rimanendo negli annali della storia e dando vita ad un filone cinematografico più che prolifico.

    E la frase su Dio? Che fine ha fatto?

    Curiosamente i saggisti ben informati da cui ho tratto le informazioni fin qui raccontate non ne fanno parola. Scott Essman nel suo Frankenstein: 80th Anniversary (2011) dice che la battuta è stata tagliata nelle prime copie del film e poi riattaccata nelle versioni successive. La cosa è abbastanza ovvia, il problema è rimediare informazioni più precise di questa.
    Ci affidiamo dunque a John T. Soister, che nel suo Of Gods and Monsters (1999) specifica:

    «Vennero fatti alcuni cambiamenti aggiuntivi dettati dall’indignazione pubblica [public outrage]: il riferimento di Henry Frankenstein al fatto di sapere cosa si provi ad essere Dio, per esempio, colpì molti spettatori come assolutamente blasfemo. Il rimedio fu di inserire un rombo di tuono che mascherasse i suoni frammentari superstiti al taglio della scena.»

    Quindi la soluzione adottata da Laemmle junior è quella di tagliare la frase incriminata, e per mascherare il fatto che la scena ne rimane monca si va giù di fulmini e si sfuma in dissolvenza. Questa è probabilmente la versione vista dagli spettatori dell’epoca, almeno negli Stati in cui il film è stato proiettato in versione censurata.
    Dopo la prima di New York del dicembre 1931 è il momento di attraversare l’oceano: bisogna portare il film in Europa. Il 25 gennaio 1932 Frankenstein esordisce al Tivoli di Londra (ce lo racconta il primo numero della rivista britannica “Hammer’s House of Horror” nel 1978), ma intanto si va anche dall’altra parte del globo: si va in Australia.


    L’esperienza australiana

    il 10 giugno 1932 il “The Telegraph” di Brisbane (Australia) ci informa che durante una proiezione mattutina del film ben tre donne ed un uomo sono stati portati fuori dalla sala ed accuditi da un’infermiera, ingaggiata appositamente in previsione di quell’evento. (Come a dire che il proprietario se l’aspettava.) Altri spettatori sono stati rifocillati con acqua e “sali” (a sniff of smelling salts) ma – ci tiene a specificare il signor E. Lane, dirigente del celebre Tivoli Theatre di Brisbane – tutti poi hanno voluto tornare in sala e proseguire la visione.
    Questo è niente in confronto a come il film è stato anticipato nel Paese.

    “The Sun” del 13 maggio 1932, con la frase “incriminata”

    Venerdì 13 (giorno perfetto!) maggio 1932 il “The Sun” esce con una pubblicità quasi a tutta pagina dedicata all’imminente uscita di Frankenstein, con tanto di avvertimento «Non osate vederlo!»
    Mentre alcune scritte avvertono che i Lloyd di Londra hanno mandato di pagare 1.000 dollari in contanti al parente più prossimo di chi morirà durante la visione del film (!!!), ci sono due fra le scritte più furbe della storia del cinema. Dietro sembra avvertibile il pensiero di Laemmle jr.: mi avete fatto togliere due scene potenti? E allora io… ve le racconto in pubblicità!

    Un intero box racconta la “scena del lago” «che vi rimarrà in mente», cioè la scena in cui la creatura getta la bambina in acqua, un altro ci racconta l’operato del dottore finché

    «egli proclama al Cielo il suo primo spasmo di trionfo: “Ora so cosa si provi ad essere Dio!” grida.»

    “The Sun” del 13 maggio 1932

    E così, anche se la scena è tagliata, il pubblico ne è venuto a conoscenza in altro modo e tanto basta. Ma è davvero tagliata, in questa prima proiezione australiana?

    Forse no, perché un mese dopo l’uscita australiana il reverendo N. Claridge Goss di Sydney cita la pellicola addirittura in un sermone, riportato l’8 giugno sempre dal “The Sun”, dove viene citata di nuovo la frase relativa a Dio. «[Il film] dipinge il terribile quadro di come sia la natura umana quando si perde il divino».
    Il pubblico australiano ha potuto udire la frase incriminata… o come al solito ci si è limitati a citare una frase in bocca a tutti, senza aver visto il film?

    Ora, però, è il momento di andare a casa nostra. È il momento di sbarcare in Italia.


    L’arrivo in Italia

    Nell’agosto del 1932 la Biennale di Venezia decide di inaugurare un nuovo settore, dedicandolo alla “nuova arte” di successo: il cinema. Quel mese dunque nasce la Mostra del Cinema di Venezia, «il primo festival cinematografico mai organizzato nel mondo», specifica ancora oggi il sito ufficiale: forse ci si riferisce al fatto che venissero presentati film da tutto il mondo, perché gli Academy Awards (il Premio Oscar) c’era già dal 1929…

    Al Lido di Venezia giungono attori italiani ed americani, con film presentati in anteprima… ma in quale lingua? Va ricordato che solo da pochissimo (dal 1927) il cinema ha inaugurato il sonoro, e solo dal 1931 sembra nascere la pratica del doppiaggio italiano: è plausibile pensare che i film proiettati in anteprima durante questo festival siano sottotitolati invece che doppiati.

    Boris Karloff (© 1931 Universal)

    Come hanno reagito i nostri connazionali all’epoca ce lo racconta “La Stampa” del 10 agosto 1932:

    «Il film più giallo sinora proiettato pare sia Frankenstein che è il nome di un bandito mostruoso: gente scannata e trucidata ve ne è a josa, ma il peggio si è che tutta questa gente, per via del sonoro, prima di morire urla, singulta, sbraita, strepita, suscitando emozioni facili ad intuirsi. Tant’è che spesso gli spettatori e più di frequente le spettatrici, atterrite e suggestionate, fanno coro e allora la sonorità meccanica e umana nella sala diviene indescrivibile. Ma che stupendo spettacolo…»

    Il film piace ma c’è un problema: dopo quella proiezione… scompare. I giornalisti lanciano appelli perché si spieghi il motivo di questa assenza dai cinema, loro che adoravano il tema molto prima che il film sbarcasse da noi.

    «Adesso la vecchia Europa si meraviglia che la gentile creatura uscita dal suo seno sia diventata un pauroso colosso, nel timore che esso, come il mostro di Frankenstein, si rivolga contro il proprio artefice.»

    Come fa Amerigo Ruggiero a scrivere queste parole su “La Stampa” il 12 giugno 1929… cioè due anni prima che nascesse il film e ben 15 anni in anticipo rispetto alla prima edizione italiana nota del romanzo di Mary Shelley? Forse aveva letto il romanzo in lingua originale o magari ci sono state edizioni italiane poi dimenticate.
    Comunque rimane il fatto che molti lo evocano ma il film non spunta nei nostri cinema.

    Finalmente viene annunciato il 2 dicembre 1935, distribuito dalla Artisti Associati. È «il film del terrore che il pubblico italiano attende da due anni», anche se in realtà gli anni sono di più. Purtroppo non sappiamo altro, di quell’arrivo in sala.

    Manifesto del 1936 (visto il riferimento al film con Paula Wessely)

    L’autorevole Mario Praz il 4 marzo 1938 presenta un ritratto di Mary Shelley – talmente ignota all’epoca che il film in sala viene presentato come «tratto da una novella di Percy Shelley»! – e l’uscita del romanzo nel 1944 non sembra lasciare molte tracce nell’opinione pubblica, visto che ancora il 18 novembre 1952 Leo Pestelli scrive su “La Stampa”:

    «Non tutti sanno che Frankenstein, uno dei più popolari spauracchi dello schermo, non è farina di Hollywood, ma come il suo confratello dottor Jekill, un derivato letterario. L’orrendo mostro dagli occhi acquosi e non finiti, è figlio di mamma gentilissima, e prende sulfurea pappa da due autentici geni.»

    Il pubblico del 1935 ascolta il dottor Frankenstein parlare con la voce di Giulio Panicali (stando ad Antonio Genna), e quel doppiaggio italiano della CDC gira per alcuni anni nelle sale italiane… per poi scomparire nel nulla.

    Perché però quel ritardo, fra il 1932 e il 1935?


    Visti censura

    Quando ci sono dubbi, mi piace andare alla fonte, e Frankenstein come tutti gli altri film è passato per il Catalogo AFI (American Film Institute), la cui pagina ufficiale è sciabordante di incredibili informazioni.
    Per esempio ci racconta che negli archivi della Academy c’è una lettera della MPAA (Motion Picture Association of America) datata 18 agosto 1931 in cui l’ufficio del Codice Hays (quel codice che dal 1930 imponeva una certa “morale” al cinema) informava la Universal delle scene considerate sensibili, che molti Stati avrebbero potuto censurare. Il Kansas per esempio fece tagliare un primo piano di una siringa che entrava nelle carni della creatura, durante la lotta con il dottor Waldman, mentre il Quebec bloccò l’intero film a meno che la casa madre non facesse pesantissimi tagli.

    Scopriamo così che nel 1932 il film fu vietato nell’Irlanda del Nord, in Svezia… e in Italia. Ma come, se proprio nell’agosto del ’32 venne proiettato a Venezia! Che sia stata quell’occasione a far nascere il bando, così da slittare l’arrivo in sala fino al 1935?

    Per saperne di più andiamo a consultare il sito del Ministero dei Beni Culturali dedicato al cinema, e più precisamente la banca dati della revisione cinematografica (Italia Taglia). Un meraviglioso PDF fotografa un documento rilasciato il 27 maggio 1941 che duplica il nulla osta che il Ministero della Cultura Popolare, Direzione Generale per la Cinematografia, nel XV anno dell’èra fascista rilascia riguardo al film “Frankestein”. (Va be’, una “n” si è persa per strada, ma in fondo chiama “Collin Cliv” l’attore protagonista.)
    Quindi solamente il 19 novembre 1935 il film ottiene il nulla osta dell’autorità italiana per essere distribuito in sala: perché tre anni di attesa dalla proiezione di Venezia del 1932? Magari possiamo ipotizzare che, seguendo quanto dice il documento citato sopra, la commissione di censura italiana abbia in primo momento bloccato il film per poi consertirne la proiezione a patto di far rimuovere alcune scene troppo forti – per esempio è stata tagliata con l’accetta la scena che mostra il povero Fritz impiccato dal mostro – ma forse l’attenzione italiana non è così opprimente come potremmo pensare.

    Visto censura del 1935

    Merita di essere riportata la “descrizione del soggetto” riportata da questo documento del 1935: lascio intatti anche gli errori.

    «Frankenstein, studente in medicina, crede di poter scoprire, il segreto della vita. Si ritira in una torre isolata, nella quale ha installato il suo laboratorio, e, mediante l’elettricità atmosferica, in una notte di tempesta, riesce a dar movimento alle membra irrigidite di un morto. Ma il suo maestro nega che quella sia vera vita. Non si possono infatti violare le leggi della natura. L’automa ha, d’un tratto, delle reazioni violentissime, minacciose. I due scienziati decidono di togliere a quel corpo la fittizia energia e ci riescono con un narcotico. Frankestei convinto dell’impossibilità di crescere una nuova vita, ritorna alla casa paterna. Ma l’energia chiusa nell’automa non si è spenta. Egli si risveglia, si alza ed esce all’aperto. Mentre Frankenstein, felice, stà per passare a nozze, l’automa entra nella sua casa, atterrisce la fidanzata e fugge. Tutto il paese è in subbuglio. E’ organizzata una caccia, guidata llo stesso Frankestein. Mentre tutti si disperdono per la campagna, Frankenstein si trova faccia a faccia con l’automa che lo afferra e lo porta in un mulino a vento. Nella lotta Frankenstein riesce a liberarsi mentre l’automa scompare nell’incendio del mulino. Frankenstein guarisce ben presto dalle ferite riportate e, sopratutto, dal suo folle sogno.»

    Nessun accenno a Dio, addirittura si parla di «violare le leggi della natura», frase quanto mai laica visto che di solito quando si critica l’operato del protagonista si parla di violare le leggi di Dio. Inoltre l’approvazione non richiede alcun intervento aggiuntivo: per spiegare cosa questo significhi, prendo per esempio il nulla osta del 31 dicembre 1927 del film Metropolis di Fritz Lang, “approvato con riserva”.

    «Nel 1° atto, la sequela di scene di operai che vanno al lavoro a passo lento, sia appena accennata.
    Nel terzo atto siano soppresse le didascalie: “Fratelli io vi dico: Colui che compirà il miracolo è in cammino; Quegli ch’è in cammino vi darà la felicità senza macchia”.
    Nel 6° atto sia soppresso l’ultimo periodo: “Tra il cervello e le braccia”: ecc…»

    Queste sono le “condizioni” (chiamate così proprio dal documento) perché il film possa essere proiettato: nulla del genere si legge nel caso di Frankenstein.

    “Famous Monsters Filmland” n. 57 (1969) mostra la scena tagliata della morte di Fritz

    Il suddetto documento ci informa che l’edizione approvata per la proiezione nei cinema misura 1.659 metri di pellicola, e stando a Wikipedia:

    «per la pellicola in formato 35 mm, proiettata alla normale frequenza di 24 fotogrammi/secondo, un minuto di proiezione corrisponde a 27,36 metri e un’ora a 1.641,60 metri.»

    Il calcolo sembra confermato dai forum che ho spulciato, e stando anche a questa tabella i 1.659 metri del Frankenstein vistati si riferiscono a circa un’ora. Il problema è che le copia giunta miracolosamente fino a noi dura 53 minuti: sarà stata tagliata rispetto a quella cinematografica o si tratta semplicemente di differenza di velocità dei fotogrammi?


    Ritrovamento e recupero

    da “Fangoria” 72 (1988)

    Nei citati archivi della Academy c’è anche la corrispondenza con la PCA (Production Code Administration) in cui scopriamo che nel 1937 la Universal accetta il consiglio di tagliare il punto in cui si nomina Dio quando Fritz tormenta il mostro con una torcia: malgrado non venga citata, la frase ben più scabrosa su Dio avrà plausibilmente subìto lo stesso destino.

    Infine la AFI ci informa che le scene tagliate sono state ritrovate nel 1986, “riattaccate” dalla Universal che subito ha presentato in video la nuova versione del film, con la nuova durata di 72 minuti.
    La rivista “Castle of Frankenstein” (2000) dice che risale al 1987 la pellicola con le scene tagliate (fra cui il mostro che getta la bambina nel lago). Ecco invece la presentazione del Frankenstein (restored), targato MCA, da “Fangoria” n. 72 (1988):

    «Sì, fan dell’horror golden age, ci siamo! Il classico, com’è stato concepito per esser visto, alla fine è sfuggito alle catene del terribile Codice Hayes, gli autoproclamati custodi della moralità su celluloide che costrinsero la Universal a tagliare alcuni “spettacoli gratuiti” dal capolavoro.»

    Riguardo alla frase incriminata, ecco cosa dice:

    «Curiosamente, quella batttuta non è stata montata nel film originale ma in una ristampa successiva.»

    L’edizione 1988 della “Video Movie Guide” di Mick Martin e Marsha Porter, compilata 1987, ci informa che ora il film

    «può essere visto nella sua interezza per la prima volta in oltre cinquant’anni, visto che la Universal Pictures ha finalmente dissotterrato [unearthed] la scena mancante dove la creatura getta la bambina nel lago nella speranza che galleggi.»

    “Video Movie Guide 1988” di Mick Martin e Marsha Porter

    Nel 1989 su alcune riviste di settore, come “Slaughterhouse Magazine”, “Fangoria” e lo speciale “Horror Video”, la Fantaco Enterprises pubblicizza l’uscita della VHS del film a $ 29,95, ma per saperne di più dobbiamo rivolgerci ad Allan Kozinn, che sul quotidiano “The New York Times” così scrive il 5 febbraio 1989:

    «La versione video del compact disk, registrata sotto il nome di CD video, è appena uscita e già ha un catalogo di migliaia di film, musica e documentari di alta qualità del suono.»

    Il giornalista sta presentando il CDV (Compact Disk Video), il progenitore del DVD che in realtà la Philips e la MCA hanno inventato nel 1978 con il nome Magnavision. Ora è il momento di rispolverare questa tecnologia per i puristi di video e suono, e Allan ci racconta delle case che stanno puntando su questa tecnologia per ripresentare film storici. La CBS/Fox per esempio ha già sfornato la trilogia di Star Wars (sui 50 dollari di prezzo), «per quelli che vogliono studiare gli effetti speciali da vicino», mentre la stessa MCA Home Video che ha inventato il formato mette a disposizione film classici a 35 dollari.

    «Questi dischi inoltre contengono i trailer cinematografici e in alcuni casi (come per esempio in Frankenstein) materiale aggiuntivo in precedenza tagliato dalla versione originale. [restored footage cut from the original release

    “Monsters Attack!” n. 5 (dicembre 1990)

    Sul numero 5 (dicembre 1990) della rivista “Monsters Attack!”, interamente dedicato al cinema di Frankenstein, Kevin McMahon ci informa:

    «Per anni ci sono state due scene chiave tagliate dalla versione originale del film. La prima è quando il mostro dopo aver gettato fiori nel fiume con la giovane Maria (Marilyn Harris) e averli guardati andare alla deriva, prova a fare lo stesso con la bambina. Questa, non sapendo nuotare, affoga e la creatura si dà alla fuga presa da sgomento. Carl Laemmle, capo della Universal, all’epoca pensò che la scena fosse troppo violenta, e anche le proiezioni di prova testimoniarono il turbamento degli spettatori, così la scena venne tagliata, spezzando il grande impatto della sequenza che rivelava il lato vulnerabile della creatura e la sua natura infantile.
    L’altra scena tagliata era quella in cui Henry Frankenstein (Colin Clive) al culmine dell’eccitazione, durante la creazione del mostro, grida “È vivo! È vivo!” e poi esclama “Ora so cosa si provi ad essere Dio”. Questa frase fu accusata di blasfemia da censori bacchettoni [religious minded censors].»

    Quindi possiamo azzardare una cronologia: nel 1986 la Universal ritrova le scene tagliate dal film (le due grandi citate da quest’ultima rivista e plausibilmente tutte quelle brevi sforbiciate nei vari Stati americani); la notizia gira per anni finché solo nel 1988 la VHS (o addirittura il laserdisc) di Frankenstein (restored) viene effettivamente messa in vendita, presentata a spron battuto dalle riviste specialistiche fino al 1990.

    E in Italia? Quando arriva in Italia questa videocassetta? Ma soprattutto… è arrivata?


    La breve vita in TV

    Quando gli italiani iniziano a ridere di gusto davanti alla parodia di Mel Brooks, nessuno ha ormai più idea di cosa sia il film Frankenstein, scomparso dagli anni Trenta.

    A sorpresa nel luglio 1982 viene presentato al XX Festival del Cinema di Fantascienza di Trieste, nell’ultima edizione prima che il festival venga soppresso per molti anni. Malgrado non esista menzione nel sito ufficiale dell’evento, il giornalista Piero Zanotto ce ne dà notizia il 14 luglio su “La Stampa”, annunciando che in quella edizione del festival ci sarà un ciclo “Dal romanzo al film”. Frankenstein in questa occasione è proiettato in lingua originale o con doppiaggio italiano? E quale versione è stata presentata? Nessuno sembra occuparsene.

    Novelization del film uscita in tre puntate nel 1969 su “Famous Monsters of Filmland”

    Il primo segno di ritorno in vita del film si ha venerdì 29 ottobre 1982, quando viene trasmesso su Reteuno alle 21,20. Vista la data, questa versione non può essere quella restaurata, risalente almeno al 1986, allora è quella vista al cinema nel 1935?
    Domenica 17 luglio 1983 Reteuno replica alle 14,00, poi sabato 30 settembre 1989 ripresenta il film all’interno del contenitore “Sabato Club”. Domenica 30 dicembre 1990 tocca a Raidue presentarlo, alle 1,05, finché la pellicola passa a Rete4, che lo trasmette mercoledì 29 settembre 1999 alle 1,25. Tutta qua la vita televisiva provata di uno dei film che hanno scritto la storia del cinema…

    Che versione è stata trasmessa dalla Rai? E quando il film è passato a Mediaset nel 1999 presentava le scene censurate o no? A meno che qualche lettore non abbia registrato all’epoca uno di questi passaggi, purtroppo è impossibile rispondere.

    L’unico ad essere arrivato fino a noi – per vie “traverse” – è un passaggio su StudioUniversal, canale a pagamento che ha trasmesso il film per la prima (e forse unica!) volta domenica 15 novembre 1998 alle 9,00 del mattino. (Ringrazio di cuore Francesca della NBC Universal per l’informazione!) La versione del film trasmessa è identica alla prima VHS italiana: che lo siano state anche le versioni trasmesse dalle altre emittenti?


    La misteriosa vita in VHS

    Per l’arrivo in home video italiano del film purtroppo non esiste alcuna fonte se non la mia testimonianza personale, di quando nel luglio 1990 con i miei genitori siamo andati alla sede romana della Skema Video per comprare alcuni film visti in un catalogo.

    VHS Skema 1990 (circa)

    Al ragguardevole prezzo di 25 mila lire cadauno, mia madre acquistò Ivan il terribile, La congiura dei boiardi ed Aleksandr Nevskij, tutti di Sergej M. Ejzenštejn e in un caso (Ivan) riversamento da splendida pellicola italiana con tanto di italian credits: io invece mi limitai al solo Frankenstein, che la paghetta di 16enne non mi permetteva altro. (Né in fondo altro volevo). Plausibilmente era la prima edizione VHS italiana del film, a quanto mi è dato sapere: purtroppo non c’è alcuna datazione sulle prime videocassette del film.
    Se qualche lettore ha informazioni più complete – supportate da prove – è il benvenuto.

     

    Questa VHS della Skema ha lo stesso audio che tutti possiamo ascoltare anche nelle varie attuali edizioni DVD e Blu-ray, un doppiaggio di cui si ignora TUTTO: sia i nomi degli attori sia quando sia stato fatto. E perché. Qui entra in scena mia madre come testimone: interrogata sulla questione, ricorda perfettamente che all’epoca la Skema si occupava di riversare pellicole in VHS, vendendole poi per corrispondenza. Essendo noi di Roma, invece di usare la posta siamo andati di persona a comprare dunque prodotti derivanti da pellicole cinematografiche.
    Sottolineo che questa non è una fonte, bensì un semplice ricordo: rimango in attesa un giorno di poterlo confermare in qualche modo.

    Questa misteriosa edizione italiana è stata prodotta nel 1982 per il primo passaggio RAI? Oppure, se ha ragione mia madre, deriva da una pellicola proiettata nei cinema in tempi non meglio definiti? Come dicevo, tutto ciò che riguarda l’edizione che ancora oggi potete acquistare in digitale è totalmente ignoto.

    Una cosa è sicura: questa edizione non è la Frankenstein (restored). Manca tanto la scena del lago quanto la frase su Dio, però è assente il prologo di Van Sloan che invece era persente nelle vecchie copie americane: nel luglio 1969, quando la rivista “Famous Monsters of Filmland” n. 56 presenta il cine-racconto del film, lo fa iniziare proprio con l’avvertimento di Van Sloan, che quindi almeno all’epoca faceva parte integrante della pellicola.

    VHS CIC Video 1994

    Dall’Archivio MCA scopriamo che prima dell’edizione del dicembre 1986, con le scene inedite riattaccate, Frankenstein risultava in catalogo nell’ottobre 1980: è possibile che sia quest’ultima edizione ad essere stata acquistata dalla Rai per trasmetterla nel 1982? Magari per l’occasione è stato organizzato un doppiaggio che poi è stato riciclato per il mondo dell’home video anni dopo? Purtroppo, in mancanza di qualsiasi tipo di informazioni e fonti, rimaniamo nel campo delle ipotesi.

    Risultano almeno sei edizioni VHS del film, tutte difficilissime da datare:

    • Skema
    • Fonit Cetra Video
    • Pantmedia (Gruppo Editoriale Bramante)
    • CIC Video (finora l’unica con data certa)
    • Mondadori Video
    • AVO Film

    Chiunque abbia notizie sicure è il benvenuto.


    Tagli e ritagli

    Dall’avvento del digitale esiste un’unica edizione di Frankenstein, che ogni Paese ha adattato con il proprio doppiaggio precedente. Il problema è che la frase su Dio era assente fino a che non è stata ritrovata nel 1986, quando ormai ogni Paese aveva già doppiato il film: cosa hanno fatto? In occasione del DVD hanno doppiato quei secondi di film? Ovviamente no: ognuno ha messo una toppa a modo proprio. Solo l’edizione italiana attuale lascia un “buco” talmente lungo da cui si può sentire il doppiaggio originale sottostante…

    Lascio però la parola ad un filmato esplicativo di mia produzione: è caricato su GoogleDrive quindi potete scaricarlo facilmente, se volete.


    Titoli di testa

    È giunto il momento di presentare i meravigliosi cartelli italiani del film, nell’edizione del 1935 miracolosamente ritrovata e presentata dalla Sinister Film (Cecchi Gori) nel 2013: dove l’ha trovata? Dov’è stata tutti questi anni? Ovviamente nessuno l’ha detto né qualcuno l’ha chiesto…

    Ringrazio di cuore Matt sal e javriel per aver messo questo splendido materiale a disposizione.

    La lettera

    Il dottor Waldman, prima di procedere alla dissezione della creatura (o comunque a provarci), prende una breve nota su carta che però nell’edizione italiana diventa un momento per tranquillizzare il pubblico: il mostro di Frankenstein non è proprio vivo, è più un…

    «corpo saturo di una energia sconosciuta, di origine elettrocosmica, che ha dato apparenza di vita ad un cadavere».

    Lettera originale del dottor Waldman

    Versione italiana del 1935

    Titoli di coda

    L.

    P.S.
    Se simili resoconti vi interessano continuate a seguirci ogni due venerdì qui su Doppiaggi Italioti e vi invito a venire a trovarmi anche sul mio blog Il Zinefilo: viaggi nel cinema di serie Z.

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    Se mi chiedessero un esempio di film ben doppiato e rappresentativo dell’alta qualità a cui l’Italia può aspirare non potrei che rispondervi Frankenstein Junior (Young Frankenstein, 1974) di Mel Brooks il cui adattamento e doppiaggio a cura di Mario Maldesi non solo è brillante come tutti gli adattamenti di Maldesi ma le battute sembrano così azzeccate in italiano che in alcuni casi sono addirittura più divertenti o meglio recitate delle originali (e in tutti gli altri casi sono di pari qualità). Non è un caso che in Italia questo film abbia un numero di appassionati non indifferente e che sia stato l’unico (per quanto ne so) ad avere un’edizione DVD dedicata specificatamente ai fan italiani, la Frankenstein Junior Italian Fans Edition, sebbene io aborra l’idea di mettere il titolo in inglese per un edizione dedicata proprio ai fan italiani (che ironia!).

    Vi cito la traduzione di alcune, poche, battute-esempio:

    What knockers!
    Mai visti due così!

    con doppio senso sia verso i giganteschi batacchi del portone, sia verso i seni prosperosi dell’assistente (knocker difatti vuol dire batacchio ma il plurale, knockers, è più comunemente usato per indicare seni prosperosi).

    Persino la celebre battuta “lupo ulu-là, castello ulu-lì” per quanto non esattamente in pari con il gioco lessicale di werewolf -> where wolf -> there wolf, è pur sempre un coraggioso e astuto adattamento che mantiene persino il “there” (il in ulu) giocando più sul nonsense che sul gioco di pronunce (impossibile da rendere in italiano) ma cavandosela comunque egregiamente; difatti credo che sia una delle frasi più celebri per i fan italiani del film.

    Per chi non ha familiarità con l’inglese, la battuta originale si basa sulla somiglianza di pronuncia tra la parola werewolf (lupo mannaro) e “where wolf?” (traducibile con “dov’è lupo?”, detto alla tedesca) alla quale Igor risponde: “there. There wolf, there castle” (che se volessimo tradurre sempre mantenendo il costrutto finto-tedesco verrebbe qualcosa tipo: “lì. Lupo essere lì, castello essere là”).

    – Damn your eyes!
    – Too late. (indicando gli occhi protrudenti)
    che in italiano diventa…
    – Ma questo è un malocchio!
    – E questo no?

    Quest’ultima battuta è persino più divertente in italiano che in inglese. Quando mi capita di vedere il film in inglese questa è la battuta di cui sento più la mancanza.
    In inglese sarebbe qualcosa tipo: “maledetti gli occhi tuoi!” / “troppo tardi“.

    L’adattamento è così curato che persino quando Frau Blücher chiede al barone se necessita di qualcosa da bere prima di andare a dormire, la scelta di bevande è stata leggermente alterata per mantenere riferimenti noti al pubblico. In inglese c’era un brandy, poi del warm milk (latte caldo) e infine Ovaltine (prodotto molto popolare in America, praticamente identico al Nesquik). In italiano invece venivano offerti: brandy, una buona camomilla e infine orzata con latte.

    L’alterazione da latte caldo a camomilla è certamente dettata dall’abitudine più tradizionalmente italiana della camomilla (praticamente sconosciuta nei paesi anglosassoni in cui è più comune il latte caldo prima di andare a dormire), inoltre il movimento della bocca per dire “warm” (wooom) è quasi identico a quello che facciamo per dire “buon”. L’Ovaltine invece non era così noto in Italia anche se suppongo che l’idea dell’orzata con latte venga dal fatto che l’Ovaltine avesse come ingrediente principale l’estratto di malto (il nome italiano difatti è Ovomaltina). Avrebbe potuto dire “Ovomaltina” o “Nesquik con latte” ma nel 1974 il Nesquik era stato solo da poco introdotto (1971) e dubito che godesse già di una diffusa notorietà. Non so neanche se l’Ovomaltina svizzera fosse arrivata in Italia nel 1974. Insomma queste alterazioni sono più che comprensibili e, anzi, direi necessarie.

    Il successo del film non è dovuto soltanto al riuscitissimo adattamento ma anche alla scelta dei doppiatori, eccezionali dal primo all’ultimo. In primis Oreste Lionello (nei panni di Gene Wilder) che fa ridere anche a prescindere dal contenuto delle sue battute e ben si associa al volto di Wilder; il formidabile labiale è attestato da quel “si può fare“, una frase che sembra emergere direttamente dalla bocca di Wilder, tanto che molti si domandano quale possa essere la battuta originale. Si può fare nella versione inglese è it could work!.

    Il povero Lionello è morto nel 2009 lasciando sguarnito Woody Allen di cui era doppiatore ufficiale ma facendoci anche rimpiangere quelle strillanti performance che rendevano Wilder ancor più divertente in alcuni dei suoi film; chi ricorda ancora lo stizzato “porca puttana!” di Wilder nel film Wagons lits con omicidi (Silver Streak, 1976)? E il primo “nano-nano” di Robin Williams in Mork & Mindy? Oppure la logorrea di Rick Moranis nei film dei Ghostbusters? Vi confido che un mio desiderio segreto è quello di riuscire ad imitare Oreste Lionello soltanto per poter usare le sue celebri frasi in ambiti quotidiani (specialmente il “si… può… fa-re!” di Frankenstein Junior). Non è da tutti saper far ridere con il solo modo di pronunciare le parole.

    Silvio Spaccesi che doppia Gene Hackman è un altro degno di nota. Con il suo personaggio dell’eremita cieco, Abelardo (Harold in inglese), ispira ilarità al solo sentirlo recitare.
    Persino la mia ragazza, cittadina del Regno Unito, che è molto affezionata al film originale, trova che i dialoghi italiani siano all’altezza, con parole e frasi altrettanto memorabili (“sigari?“).

    La morale è che adattamenti e doppiaggi di qualità possono e DEVONO esser fatti.

    Frankenstein Junior ci insegna che non solo è possibile rendere a pieno un film straniero grazie ad un lavoro di adattamento e doppiaggio ben fatto, ma che lo si può persino migliorare in determinati punti (come dimostrato dalla battuta del malocchio).

    Paradossalmente il mio unico dubbio rimane sulla scelta del titolo Frankenstein Junior (essendo l’originale Young Frankenstein) ma non avendone di migliori da proporre non me ne lamento! Essendo “junior” una parola più comune nel mondo anglosassone che in quello italico ho sempre pensato che Frankenstein Junior fosse proprio il titolo originale. La prima volta che lo dissi alla mia ragazza lei spalancò gli occhi e ancora oggi ride di tale curioso titolo! Quindi penso che alla fin fine la scelta del titolo italiano abbia funzionato: se fa ridere… funziona, no?