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  • Doctor Sleep: adattare alla perfezione, spiegato dal dialoghista Valerio Piccolo

    Tre locandine italiane del film Doctor Sleep del 2019

    Cosa non facile proseguire sulle tracce di Shining di Stanley Kubrick e ancora meno facile proseguire sulle tracce della sua versione italiana diretta dalla squadra storica scelta da Kubrick stesso: Mario Maldesi (alla direzione), Riccardo Aragno (alla traduzione) e, nel caso di Shining, Simona Izzo ai dialoghi (lei inventò il termine “luccicanza”). Per fortuna Doctor Sleep, seguito di Shining e basato sull’omonimo romanzo di Stephen King del 2013, è stato dato in mano a persone competenti che non solo hanno portato dialoghi in italiano che oserei definire perfetti, ma che si ricollegano anche senza soluzione di continuità a quello Shining adattato nel 1980, quasi quarant’anni fa. Oggi giorno una caratteristica non affatto scontata.

    Doctor Sleep insomma è un altro splendido adattamento di Valerio Piccolo, sempre attentissimo ai riferimenti storici, mai una parola fuori posto, dialoghi naturali e, soprattutto, nessun inglesismo superfluo, insomma un adattamento invisibile, come dovrebbe essere sempre. È proprio questo che caratterizza ciò che ho definito “dialoghi perfetti”. La saggista e critico cinematografico Daniela Catelli (Comingsoon, Ciak), anche lei intransigente per quanto riguarda adattamenti dall’italiano stentato o forzato, concorda in un suo tweet con la mia impressione definendolo: “uno dei pochissimi doppiaggi che non mi hanno dato fastidio“.

    Dal libro "Tradurre: una prospettiva interculturale" di Pierangela Diadori.

    Definizione di traduzione. (Foto di © Fabrizio Scuderi dalla pagina Facebook “Gualtiero Cannarsi, cambia lavoro”)

    Da anni, pur essendo il suo un lavoro che lo tiene nell’ombra, Valerio Piccolo lavora sodo e lavora bene, firmando i dialoghi di tanti film che hanno il pregio di essere così invisibili (nel suo campo è un complimento) da non finire mai tra le lamentele di questo blog. Nel 2015 lo avevo già intervistato per i dialoghi di Mad Max: Fury Road (ricordate la “blindocisterna”? Roba sua e approvata dal regista) e in questi anni tante altre sono state le occasioni in cui ho apprezzato silenziosamente il suo lavoro (Blade Runner 2049, The Hateful Eight, Pacific Rim – La rivolta… sono solo alcuni, qui una lista completa sul sito dell’Accademia Nazionale del Cinema), arrivando ogni volta a fine visione senza una singola obiezione sul lavoro di adattamento per poi, sui titoli di coda, poter esclamare: “ah-ha! È di Piccolo, lo sapevo!“. [NdA: non mi informo mai su chi adatta e doppia un film prima di entrare in sala, così da evitare bias personali, lo scopro soltanto arrivato ai titoli di coda]

    Avendo la possibilità di intervistare Valerio, non mi sono lasciato sfuggire questa occasione, perché dopo la visione di Doctor Sleep le domande che frullano per la testa sono tante, eccovi dunque la seconda conversa di Doppiaggi italioti a Valerio Piccolo. Una conversazione, anzi. La prima la trovate qui.

    L’intervista al dialoghista Valerio Piccolo

    Evit: Anche se ci scambiamo qualche “like” sui social e ogni morte di Papa ci scriviamo in privato, sono ben quattro anni dall’ultima volta in cui abbiamo fatto un’intervista, cosa è successo nella tua vita lavorativa nel frattempo?

    Valerio: Diciamo che non è cambiato molto, più che altro gli impegni sono aumentati e con loro anche le responsabilità. Ho avuto il privilegio di lavorare a grandissimi film, di creare parole per opere di registi del calibro di Spielberg, Scott, Polanski, Tarantino, Villeneuve eccetera, e di godermi film di eccelsa qualità. Per me questo lavoro, dopo 20 anni, non è ancora disgiunto dal piacere e dalla mia passione di cinefilo per cui, ogni volta che mi chiamano per assegnarmi un bel prodotto, il primo a essere felice è il Valerio amante del cinema.

    E: Scopro adesso che non solo sei il dialoghista per il film Doctor Sleep ma hai curato anche i dialoghi anche della versione estesa di Shining che è uscita di recente in home video anche in Italia con un nuovo doppiaggio nei 24 minuti che originariamente furono tagliati. Per Doctor Sleep e per la versione estesa di Shining sono state coinvolte società di doppiaggio diverse e direttori di doppiaggio diversi, l’unica costante sei tu. Come sei diventato essenzialmente il curatore dell’opera di Maldesi?

    V: Non c’è una “strategia” comune dietro tutto questo, come hai detto tu sono lavori arrivati da due committenti diversi. Adattare Doctor Sleep è stata (credo) una conseguenza abbastanza naturale del mio adattamento di “The Dark Tower”, altra opera cinematografica tratta da un libro di King su cui avevo messo le mani nel 2017. Le scene tagliate-e-poi-rimesse di “The Shining” sono state curate, per la direzione del doppiaggio, da Rodolfo Bianchi, con cui collaboro pressoché stabilmente da diversi anni, e quindi penso che alla base della società di doppiaggio (e della distribuzione) ci sia stata la volontà di affidarsi a questa “coppia artistica” già ben collaudata.

    Warner Bros presenta, titoli di inizio del film Doctor Sleep

    I titoli di inizio tradotti in italiano (foto scattata al cinema)

    E: Una gran fortuna per lo spettatore. Ci puoi raccontare i retroscena della lavorazione a Doctor Sleep (e anche alla versione estesa di Shining)? Che genere di libertà vi vengono concesse? Chi supervisiona il lavoro? Chi ha l’ultima parola sulle scelte di adattamento?

    V: L’ultima parola – di regola – spetta sempre al Capo Edizioni della società di distribuzione (la Warner Bros. Italia, nel caso di “Doctor Sleep”), che è anche colui/colei che supervisiona il lavoro, partendo dai dialoghi fino ad arrivare al doppiaggio e al mix del film. Il concetto di libertà è un concetto molto delicato e pieno di sfumature. Io, in quanto traduttore, sono dell’idea che, quando si lavora a un adattamento, è bene pensare in assoluto di non concedersi troppe libertà e di rimanere invece “incollati” il più possibile al testo originale. Ma è un discorso molto complesso, questo. Il caso di “Doctor Sleep” è uno di quei casi in cui bisogna affrontare la questione di una traduzione italiana del libro già esistente, e di eventuali decisioni legate al diritto d’autore, laddove – come appunto nel caso di “Doctor Sleep” – si decida di tradurre anche i “nomignoli” dei personaggi. Quando il doppiaggio di un film viene fatto seguendo tutti i passaggi, c’è sempre a monte una linea editoriale che viene discussa e decisa in primis tra capo edizioni e adattatore, e poi di conseguenza anche con il direttore di doppiaggio. Impostata quella linea, è ovvio che poi il dialoghista ha piena libertà di “ricreare” l’opera come meglio crede.

    Sottotitoli della versione cinematografica italiana di Doctor Sleep

    Sottotitoli descrittivi (foto scattata al cinema)

    E: Sicuramente potrà essere un po’ diverso da film a film ma è possibile dire che, generalmente, se in un adattamento italiano troviamo parole o nomignoli lasciati in inglese solitamente è per scelta del capo edizioni che segue una linea editoriale dettata dalla società di distribuzione?

    V: Sì, è possibile. Ed è anche giusto – credo – che un capo edizioni detti la linea editoriale. Poi, ovviamente, se ne discute insieme. In questo lavoro, a mio modo di vedere, il confronto è una grande chiave. È un lavoro di squadra, e le sfumature soggettive sono milioni. Quindi è giusto che se ne discuta, ed è giusto che ci siano anche più voci a cantare, ovviamente sempre restando nella linea editoriale dettata dall’alto.

    Scritte alla lavagna sottotitolate in italiano nella versione cinematografica di Doctor Sleep

    Foto dalla proiezione cinematografica

    E: La cosa più bella dei tuoi dialoghi è che sembrano sempre nascere direttamente in italiano, senza forzature, quindi quando parli di rimanere “incollati” al testo originale intendi dire, suppongo, che non vai ad inventarti niente di sana pianta, ma neanche si può dire che traduci mai “alla lettera”. È una distinzione che mi preme sempre di sottolineare visto che, come conseguenza di un accresciuto interesse e attenzione da parte del grande pubblico verso l’argomento traduzioni, serpeggia l’idea, un po’ ignorante, che fedele voglia dire alla lettera.
    Quasi anticipando questo trend recente, il traduttore italiano del romanzo Doctor Sleep, in una conversazione del 25 febbraio 2014 avvenuta in diretta streaming sul canale YouTube Libro martedì e intitolata Giovanni Arduino e Doctor Sleep, ad esempio, diceva che “la traduzione letterale non è una traduzione letteraria”:

    La traduzione letterale non è una traduzione letteraria. Quindi ogni traduzione letteraria è un’interpretazione, giocoforza. Quindi, voi non leggete Stephen King, voi leggete Stephen King tradotto da Giovanni Arduino, che questo sia chiaro. Ma questo è vero per qualsiasi cosa, soprattutto poi quando c’è un autore con una voce particolarmente forte, io seguo la sua voce ma naturalmente la filtro attraverso la mia esperienza, la mia sensibilità e tutto il resto. […] Si tratta semplicemente di capire dove King ha preso alcuni termini — perché non è che li abbia inventati dal nulla, niente si inventa dal nulla — e cercare un riferimento simile italiano e reinventarlo, naturalmente basandosi sulle origini della scelta di King. […] Non è un lavoro facile, è un lavoro lungo, però si fa. Le famose note piè di pagina sono il traduttore che si arrende, dal mio punto di vista in un romanzo di narrativa le note a piè di pagina sono praticamente inammissibili.

    Quella del reinventare basandosi sulle origini della scelta dell’autore mi ricorda un po’ il caso della tua blindocisterna di Fury Road. Ti ritrovi nelle parole di Arduino?

    V: Sì, molto. È esattamente questo il lavoro di un traduttore. Ed è quello che, secondo me, si nota di più negli adattamenti fatti da chi ha anche tradotto il testo. Cosa che, almeno per i prodotti di lingua inglese (ma anche spagnolo e francese, direi, considerando quello che arriva sul nostro mercato), dovrebbe essere di regola. Ma purtroppo non è così.

    E: Potremmo dire che questa regola di evitare di tradurre alla lettera si applichi ancora di più al cinema dove non ci possono essere note a piè di pagina?

    V: Sicuramente. Le note a margine, secondo me, in alcuni casi le potremmo traslare in intonazioni/interpretazioni dei doppiatori. Ovvero: aggiungere una sfumatura dove la lingua può rivelarsi leggermente ambigua o non esattamente “dritta”. Ma, ovviamente, i punti critici sarebbe meglio risolverli sempre a monte, ovvero in fase di adattamento.

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    La versione estesa di Shining in 4K e Blu-Ray, disponibile su Amazon

    E: Della lavorazione alla versione estesa di Shining cosa mi dici?

    V: Posso dire solo che è stato un grande onore, esclusivamente un grande onore, mettere le mani su qualcosa del genere. Non lo considero nemmeno un vero lavoro, ma una specie di regalo che mi è stato fatto. 

    E: Originariamente quella ventina di minuti era stata tradotta, adattata e doppiata ma non è mai arrivata al cinema, e nessuno quindi l’ha mai potuta sentire, ora è stata ridoppiata in occasione del suo recente restauro. Tu che hai lavorato alla nuova versione di quei 24 minuti, sai qualcosa di più di quei pezzi doppiati nel 1980 e, al momento, dati per dispersi? La Warner per l’occasione ha mai tirato fuori del materiale inedito legato al doppiaggio dell’epoca?

    V: No, io ho lavorato solo su materiale attualmente esistente e disponibile, ovvero le due versioni (originale e doppiata), in modo da potermi uniformare al meglio al doppiaggio dell’epoca.

    E: Ho notato che sei sempre accreditato come dialoghista mentre altri tuoi colleghi ricevono il nome di adattatore. C’è una differenza tra la definizione “dialoghi di” e “adattamento di” che vediamo nei titoli di coda dei film doppiati in italiano?

    V: Che io sappia, no. La definizione del nostro ruolo (e del nostro mestiere) è intercambiabile: dialoghista o adattatore. Adattatore è senz’altro quella più formale. Ufficiale, diciamo.

    E: So che oltre a musicista e dialoghista adesso sei anche docente. Vuoi chiudere l’intervista facendo un po’ di sana pubblicità al corso di adattamento dialoghi in cui ti hanno chiesto di insegnare, il Master Lab di adattamento dialoghi? Ogni quanto si tiene? Dove si tiene? Chi lo organizza? Chi sono i tuoi studenti tipici? Perché un interessato a questo mestiere dovrebbe iscriversi al corso (oltre all’ovvio fatto che ne sei tu il docente)? Vendimi il tuo corso.

    V:  Vendertelo è molto facile, perché il mio laboratorio si tiene in una città stupenda (Bologna) e in una sede ancora più bella, un palazzo stupendo in pieno centro dove questa struttura pazzesca e super-professionale (l’Accademia del Cinema) tiene corsi di qualsiasi tipo legati al cinema (da trucco a hairstyling, a regia/montaggio e perfino sound engineering) tenuti da tutti docenti di massimo livello (fioccano David di Donatello e premi Oscar). Il mio lab è un percorso in otto incontri, diretto e molto pratico, per impostare la figura dell’adattatore e renderlo pronto quanto meno a misurarsi con le sue stesse capacità: alla fine del lab, cioè, credo di poter sempre capire (e far capire agli allievi) se una persona può o non può cimentarsi in questo mestiere che – ci tengo a sottolinearlo – non è da tutti. Questo è un mestiere dove essere ottimi traduttori è fondamentale, ma a volte può non bastare, perché tecnica, ritmo e musicalità (queste due ultime, a mio avviso, sono requisiti imprescindibili per un adattatore) sono doti che non sempre si riescono a possedere del tutto. Il mio lab mette quasi subito alla prova l’allievo, e cerca di rispondere presto alla domanda fondamentale di chi si iscrive: è il lavoro che fa per me? Classi piccole (massimo 16 persone) e quindi interazione reale. Basta? 🙂

    E: Direi di sì, e sottolineiamo che non becco l’ombra di un quattrino per averne parlato. Se però dovessi consigliare di approfondire la conoscenza di questo mestiere da qualcuno, quello di Valerio Piccolo è certamente tra i primi nomi che mi vengono in mente.
    Speriamo di rivederlo sempre più spesso, specialmente su opere “delicate” come questa.

     

    Titoli di coda di Doctor Sleep

    Titoli di coda di Doctor Sleep

  • Vroom, vroom! Scansatevi, arriva l’adattamento di Le Mans ’66 – La grande sfida

    Le Mans '66 - La grande sfida, locandina orizzontale del film

    Alcuni film dovrebbero servire da esempio su come si adatta e come si traduce anche l’intraducibile. Le Mans ’66 – La grande sfida, titolo per il mercato europeo in sostituzione dell’originale Ford v. Ferrari, è uno di questi… e del titolo italiano ne riparliamo alla fine. Sembra strano che un film del 2019 possa insegnare ancora qualcosa ai doppiaggi del passato (più precisamente dovrei parlare di adattamenti del passato) eppure è così. Infatti, i dialoghi di Le Mans ’66 presentano due delle più classiche sfide del doppiaggio: la prima è la presenza di qualcuno che chiede di “parlare inglese” per chiarezza. Ok, questa forse non è una grandissima sfida ma sicuramente un argomento che piace molto agli appassionati (per qualche strana ragione). La seconda è la presenza di personaggi che parlano italiano e le loro parole vengono tradotte da un interprete. Questo sì cruccio di molti, moltissimi doppiaggi, e che qui viene affrontato come si deve.

    Insomma è un articolo di apprezzamento.

     

    La mia lingua la sai parlare? “Parlare inglese” per “parlare chiaro”.

    Il pubblico italiano ha una strana passione per i dialoghi in lingua inglese dove qualcuno chiede di “parlare in inglese”, che nella gran parte dei casi è sinonimo di “parlare chiaro”. Celebre il caso di Pulp Fiction del 1994 (o meglio, l’unico caso che conosce il pubblico) dove la domanda-tormentone di Samuel Jackson, “English, motherfucker, do you speak it?” nella versione doppiata diventa “la mia lingua, figlio di puttana, tu la sai parlare?“, perché ovviamente avrebbe avuto poco senso fargli chiedere se parlasse inglese in un film doppiato in italiano o, ancora peggio, l’italiano! Sebbene io non ritenga che sia questa grande sfida linguistica degna di essere citata in continuazione, è certamente uno di quei casi che sentirete nominare un po’ ovunque, su Facebook, nei forum… ovunque, tra poco ne parla anche mia nonna.
    Indubbiamente quello del “parli la mia lingua?” è un ottimo stratagemma di adattamento che non traduce alla lettera pur portando essenzialmente lo stesso significato, eppure sono quasi certo che non sarà stato un caso così speciale per Francesco Vairano (dialoghista di Pulp Fiction), già abituato a creare dialoghi naturali e degni adattamenti.

    Doc Brown spiega le linee temporali alternative in Ritorno al futuro 2

    Doc lo spiega “in inglese”

    Il “problema” del tradurre frasi del tipo “do you speak English?” non è certo nuovo nel panorama del doppiaggio e Pulp Fiction non è certamente l’unico caso in cui, davanti ad una frase simile, si è dovuti ricorrere ad uno stratagemma per trasformarla in una battuta sensata nella sua versione doppiata. Per rimanere su film noti al grande pubblico, in Ritorno al futuro – parte II (1989, direzione e dialoghi di Manlio De Angelis), la spiegazione del dottor Brown sulle linee temporali alternative porta il protagonista Marty ad esclamare “English, Doc!“, che in italiano diventa un altrettanto divertente “che lingua è, Doc?!“.

    Eppure non si può proprio dire che in tutti i casi della storia del doppiaggio sia stato trovato uno stratagemma efficace, o sensato. È il caso, ad esempio, della miniserie in due puntate It, del 1990 ma arrivata in Italia nel 1993, quindi solo un anno prima di Pulp Fiction. In questa troviamo una battuta simile che però è stata tradotta in modo inatteso:

    It (1990), dialogo originaledoppiaggio italiano
    That’s not empirically possible.
    In English: ain’t no such thing.
    Queste cose sono empiricamente impossibili.
    Tradotto in italiano: non esistono.

     

    Ehm, che lingua dovrebbero stare parlando? La prima regola del doppiaggio di prodotti simili dovrebbe essere quella di non sottolineare che i protagonisti americani parlino in italiano. Questa battuta in It infrange l’illusione del doppiaggio ed è a suo modo un abbattimento della proverbiale quarta parete, come se l’attrice avesse ammiccato agli spettatori.

    English motherfucker, do you speak it? Scena da Pulp Fiction

    Vendimi un corso di inglese.

    Entrambi i doppiaggi, (sia quello di It sia quello di Pulp Fiction) sono della Gruppo Trenta ma con persone diverse ai dialoghi e alla direzione. Casi come quello di It ci insegnano che niente è mai da dare per scontato, quindi consentitemi un piccolo elogio a Le Mans ’66 dove un “You wanna run that by me in English?” (traducibile come: vuoi provare a ripetermelo in inglese?) è stato adattato come si deve.
    All’inizio del film, infatti, vediamo un meccanico Ken Miles (Christian Bale) spiegare ad un suo cliente che l’automobile da corsa che ha comprato non ha niente che non vada.

    – L’auto non ha niente, è il modo in cui la guida.

    – Il modo in cui la guido?

    – Troppo carburante e scintille non sufficienti. Questo la ingolfa.

    E tradotto che cosa significa?

    Quanto sarebbe stata sbagliata una traduzione alla lettera tipo “vuoi provare a ripetermelo in inglese?” oppure quella ancora meno sensata alla It: “tradotto in italiano cosa significa?“. Per i professionisti del settore potrebbe sembrare una banalità eppure il mondo doppiaggio non è nuovo a errori simili e quindi una sua versione sensata non è proprio da dare per scontata. Le Mans ’66, dialogato da Massimo Giuliani, lo adatta come si deve.

    I don’t speak Italian, but he ain’t happy.

    Mi sbaglierò ma non mi sembra per niente contento.

    Noi invece siamo contentissimi di questo adattamento.

     

    Tradurre l’intraducibile: gli interpreti italiani nei film doppiati

    Nel film in lingua originale abbiamo scene in cui attori italiani parlano italiano. Sono quelli dell’azienda Ferrari che, all’inizio del film, viene visitata dai lacchè della Ford interessata ad acquistarla, approfittando del suo imminente fallimento. Questa situazione porta ad una conversazione tra il signor Ferrari e i dipendenti della Ford, una conversazione che viene ovviamente tradotta grazie ad un’interprete lì presente. Questo genere di scene sono da sempre le più difficili da trasporre nel doppiaggio di un film.

    Infatti, in decenni passati, situazioni simili hanno portato a soluzioni a volte insensate, spesso forzate. Nel 2009 abbiamo avuto i soldati americani in Bastardi senza gloria che, dal parlare un italiano standard nel doppiaggio italiano, si mettono a parlare in dialetti del sud quando i loro personaggi si improvvisano “italiani” in una scena che rasenta l’assurdo e che è stata già discussa nel mio articolo “Traduttori senza gloria”. Se andiamo indietro nel tempo troviamo difficoltà simili anche negli anni ’70, quando un Al Pacino nel film Il padrino (1972), si ritrova in Sicilia dove tutti parlano in italiano con accento del sud mentre il suo inglese rimane doppiato in un italiano standard e lo spettatore italiano riesce a comprendere entrambi, quindi a maggior ragione risultano forzati i momenti in cui l’italiano standard di Al Pacino viene “tradotto” da un interprete che semplicemente ripete gli stessi concetti in un “siciliano” comunque comprensibile, anzi semplificandoli.

    Lee Iacocca della Ford stringe la mani a Enzo Ferrari nel film Le Mans '66 - La grande sfida

    Dirigente marketing Lee Iacocca della Ford incontra Enzo Ferrari

    Nella versione italiana di Le Mans ’66 – La grande sfida viene fatta l’unica cosa veramente sensata, nella scena con l’interprete i dialoghi vengono cambiati e, invece di avere qualcuno che traduce per il signor Enzo Ferrari (e l’insensatezza che questa scelta si porterebbe dietro), il personaggio dell’interprete viene trasformato in quella che potrebbe essere una consulente legale di Ferrari, o forse una sua assistente, e le sue battute aggiungono nuovi contenuti pur non alterando il succo della scena. Non solo, si sfrutta anche il labiale silenzioso dell’interprete della Ford per poter realizzare un botta e risposta realistico, evitando così situazioni assurde viste in film come Il Padrino.

    Vediamo i dialoghi a confronto tra quelli del film in lingua originale e quelli del film doppiato. Nella colonna dei dialoghi del doppiaggio italiano userò la definizione di “assistente di Ferrari” e poi più brevemente di “assistente”, al posto di “interprete” presente invece nella colonna dei dialoghi originali, visto che il personaggio cambia effettivametne di ruolo nella versione nostrana. In un colore diverso sono evidenziate quelle battute che sono state alterate in maniera sostanziale per rendere questa scena sensata a chi lo guarda in italiano.

    dialoghi originali
    doppiaggio italiano
    E questo è il dipartimento delle macchine da corsa. The racing department.

    _______________

    Iacocca: This merger between our companies will form two entities.

    Interprete: Questa fusione tra le nostre aziende formerà due entità.

    Iacocca: Ford-Ferrari. 90% owned by Ford who controls all production.

    Interprete: Ford-Ferrari, al 90% proprietà di Ford che controllerà l’intera produzione.

    Iacocca: Secondly, Ferrari-Ford, the race team. 90% owned by Ferrari.

    Interprete: Secondariamente, Ferrari-Ford, la squadra di gara al 90% di proprietà di Ferrari.

    Iacocca: In order to secure this Ford will pay the sum…

     

    Interprete: Per assicurarsela Ford pagherà la somma di…

    Iacocca: Dieci milioni di dollari.

    Ferrari: Avrò bisogno di un po’ di tempo per leggere.

    Interprete: He will need some time to read this.

    Iacocca: Please.

    _______________

    Ferrari: Signori, ho solo una piccola domanda riguardo al mio programma delle corse.

    Interprete: Only one small question. It concerns my race program.

    Ferrari: Se io voglio correre a Le Mans e voi non volete che io corra a Le Mans, io ci vado o non ci vado.

    Assistente di Iacocca: If I wish to race Le Mans and you do not wish for me to race Le Mans, do we or do we not go?

     

    Iacocca: In that unlikely scenario, if we just can’t agree, then, yes. I mean, no. You are correct. You do not go.

    Interprete: In quel caso se non doves-…

    Ferrari: Grazie, ho capito.
    La mia dignità di costruttore, di uomo, di italiano, è profondamente offesa dalla vostra proposta.

    Traduttore: My integrity as a constructor, as a man, as an Italian is deeply insulted by your proposal.

    Ferrari: Tornatevene in Michigan.

    Traduttore: Go back to Michigan.

     

    Ferrari: Tornate alla vostra grossa, brutta fabbrica.

    Traduttore: Back to your big ugly factory.

    Ferrari: A costruire le vostre brutte e insignificanti macchine.

    Traduttore: Back to your big ugly factory, making its ugly little cars.

    Ferrari: E dite a quel porco del vostro padrone che i suoi arroganti dirigenti sono solo una massa di figli di puttana da quattro soldi.

    Traduttore: Tell your pig-headed boss that all his smug executives are worthless sons of whores.

    Ferrari: Tell him he’s not Henry Ford. He is Henry Ford II.

    E questo è il dipartmento delle macchine da corsa. Il nostro orgoglio.

    _______________

    Iacocca (che parla per Ford): La nostra proposta, come vedrà, è chiara e dettagliata.

    Assistente di Ferrari: Si parla di una fusione tra le aziende che formerebbe due entità.

    Iacocca: Ford-Ferrari. Il 90% delle azioni alla Ford che controllerà la catena di montaggio.

    Assistente: Nel contratto è specificato che la prima entità sarebbe destinata solo allo sviluppo e alla produzione.

    Iacocca: La seconda, Ferrari-Ford la squadra corse, al 90% della Ferrari.

    Assistente: Sì, la seconda entità è a maggioranza Ferrari che gestirebbe la squadra corse autonomamente da Maranello.

    Iacocca: Per chiudere questa operazione, Ford pagherà una somma importante.

    Assistente: Sulla bozza di contratto non era ancora quantificata la cifra.

    Iacocca: Dieci milioni di dollari.

    Ferrari: Avrò bisogno di un po’ di tempo per leggere.

    Assistente: Beh, credo che non avrete problemi ad accettare.

    Iacocca: Prego.

    _______________

    Ferrari: Signori, ho solo una piccola domanda riguardo al mio programma delle corse.

    Assistente di Iacocca: Se è solo sulle corse vuol dire che tutto il resto va bene.

    Ferrari: Se io voglio correre a Le Mans e voi non volete che io corra a Le Mans, io ci vado o non ci vado.

    Assistente di Iacocca: Non lo so… l’obiettivo di Le Mans è assolutamente fondamentale per il signor Ford. Non credo sia possibile dargli il via libera.

    Iacocca: Ascolti. Nel caso di uno sgradevole scenario, se non riuscissimo a metterci d’accordo, allora sì. Voglio dire, no. Ha detto bene lei, voi non ci andate.

    Assistente: Loro non vorrebbero che…

    Ferrari: Grazie, ho capito.
    La mia dignità di costruttore, di uomo, di italiano, è profondamente offesa dalla vostra proposta.

    Assistente di Iacocca: Onestamente siamo sorpresi, non ci sembrava che la nostra proposta potesse suonare offensiva.

    Ferrari: Tornatevene in Michigan.

    Colletto bianco Ford ad un collega: Sta diventando sgradevole.

    Ferrari: Tornate alla vostra grossa, brutta fabbrica.

    Assistente di Iacocca: evitiamo di rispondergli.

    Ferrari: A costruire le vostre brutte e insignificanti macchine.

    Assistente di Iacocca: non cadiamo nella provocazione, dammi retta.

    Ferrari: E dite a quel porco del vostro padrone che i suoi arroganti dirigenti sono solo una massa di figli di puttana da quattro soldi.

    Assistente di Iacocca: noi le abbiamo semplicemente portato una proposta. Non penso che siano insulti meritati. Riferiremo al signor Ford.

    Ferrari: E ditegli che lui non è Henry Ford. È Henry Ford secondo.

    Come è possibile notare, nessuno ha tirato fuori improbabili scene dialettali, cambi di nazionalità (impossibili visto che si parla dell’italianissima Ferrari) né persone che ripetono gli stessi concetti una seconda volta solo perché non si sapeva che cosa far dire all’interprete che parla italiano nella versione doppiata. La scelta di Massimo Giuliani è stata elegante, una boccata di aria fresca dopo decenni di forzature e insensatezze. Aiutato dalle dinamiche (fisiche, di gesti e sguardi) tra interprete e persona tradotta (che ben si adattano a quelle che intercorrono tra un consigliere fidato e la persona consigliata), da qualche frase detta da persone non inquadrate e da altre frasi che in originale sono solo bisbigliate e non udibili allo spettatore, il direttore di doppiaggio di Le Mans ’66 è riuscito a dare sensatezza e soprattutto naturalezza ad una scena altrimenti quasi impossibile da adattare in italiano. Complimenti.

     

    Sviste minori

    Non sarei io se non trovassi qualcosa. Facciamoci un giro tra le osservazioni lessicali per cui questo blog è noto, vi va?

    Henry Ford secondo piange, scena dal film Le Mans '66 - La grande sfida

    Si parte

     

    “Pops” e paparini

    Nell’introduzione al personaggio di Carroll Shelby (Matt Damon) e al suo collaboratore abbiamo questa battuta di Damon:

    (originale) Early bird gets the worm, Pops.

    (doppiaggio) Chi dorme non piglia pesci, Pops.

    Il problema non sta nel “pigliare pesci” ovviamente, il detto sull’uccellino mattiniero che cattura i vermi è essenzialmente l’equivalente del nostro “chi dorme…”, come evidenziato anche dalla linguista Licia Corbolante nel suo blog Terminologia etc…

    In inglese non è mattiniera solo l’allodola ma anche l’early bird, la persona che arriva o inizia a fare qualcosa molto per tempo, prima di tutti gli altri.
    The early bird catches the worm è un modo di dire simile a chi prima arriva meglio alloggia o, da un’altra prospettiva, è anche paragonabile a chi dorme non piglia pesci.

    Confezione dei Coco Pops, cereali della Kellogs

    La colazione dei campioni

    Il problemino invece è su quel “Pops” che in inglese è un modo informale per chiamare il proprio padre o, come in questo caso, per chiamare a scherzo (con affetto o scherno) una persona più anziana, ed è certamente trasformabile in papà, a volte lo si è anche sentito tradotto come paparino, solitamente viene fuori proprio in frasi ironiche dove si parla del “proprio vecchio” (altra definizione sentita in vari doppiaggi di film americani). In italiano “Pops” non vuol dire niente, lo troviamo nei Coco Pops (dove il “pop” è l’onomatopea dello scoppiettio, cioè il rumore tipico di quei cereali nel latte) e a qualcuno ricorderà quello delle classifiche “Top of the Pops”, dall’omonimo programma televisivo britannico con le canzoni più popolari del momento, poi anche importato dalla Rai nel 2000. Posso capire che il labiale di quella scena non lasciasse molto spazio, ma dire “Pops” in un copione in italiano è una di quelle cose che, non cogliendola al volo, sfuggirà a molti. Qualcuno penserà possa essere un nome di persona o un suo abbreviativo.

    Torna anche successivamente quando Matt Damon dice “Pops, incorniciala.” e così lo chiama anche Christian Bale (“fammi ripartire, Pops!”). A questo punto Pops sembra proprio il nome del personaggio, difficile intuire che si tratti del nomignolo di un collaboratore che è quasi un membro di famiglia. Per molti spettatori italiani sarà il “signor Pops” o forse l’abbreviativo di un qualche nome a noi ignoto. Popeye? Poppo? Popovich? Si tratta dell’ingegnere capo Phil Remington, collaboratore di lunga data di Shelby (Matt Damon).

    È sempre Matt Damon che tira fuori questo Pops anche in un altro contesto, durante il discorso pubblico per la Ford:

    When I was 10 years old, my Pops said…

    Che in italiano diventa

    Quando avevo 10 anni, Papà mi disse…

    La presenza di un Pops tradotto correttamente come papà fa intuire che la scelta di lasciare “Pops” nelle battute viste in precedenza sia stata deliberata e avrà avuto i suoi motivi, ma come fa il pubblico italiano a capire che “Pops” e “papà” sono equivalenti quando lo stesso film doppiato li tratta differentemente? Potreste pensare che sia un nomignolo lasciato in inglese per accuratezza storica e invece la figlia di Phil Remington specifica che nessuno lo ha mai chiamato così (anche se possiamo ammettere che il direttore di doppiaggio questo non lo poteva sapere):

    Benché onorata di vedere suo padre in un ruolo così prominente nel film, la figlia [di Phil Remington], Kati Blackledge, non ha potuto fare a meno di notare di come egli sia stato rappresentato diversamente da com’era realmente. Remington – sempre chiamato “Rem” da colleghi e amici – era sulla quarantina d’anni quando Ford partecipò a Le Mans e non ha mai avuto la barba in vita sua, tantomeno i baffi. Nel film, McKinnon interpreta un Remington molto più anziano e con i baffi, che risponde sia al nome di “Phil” che di “Pops”. “Mia madre era l’unica a chiamarlo Phil, e ricordo di aver riso la prima volta che lo hanno chiamato ‘Pops’ nel film” – dice la Blackledge. – “Potevo sentire la voce di papà nella mia testa che diceva ‘You calling me Pops?! I’ll give you a pop!’ [Traduzione di Evit: ‘Se mi chiami papà ti do una papagna’], alzava gli occhi al cielo e si allontanava. Era davvero divertente e aveva sempre un ghigno da sfottitore stampato in faccia.

    da ‘Motorsports HoF takes a bow in ‘Ford v Ferrari’’ su Racer.com
    (traduzione di Evit)

    Insomma “Pops”, per quanto non storicamente accurato, anzi, proprio in virtù di questo, poteva rimanere “papà”. La scena introduttiva non lascia dubbi sul fatto che non si tratti letteralmente del padre di Shelby.

    Ray McKinnon intervistato sul set del film Le Mans '66 - La grande sfida in cui viene chiamato Pops

    Papà Evit che vi spiega le cose

    Contaminazioni linguistiche: absolutely tradotto come assolutamente

    Tanto per essere chiari, siamo al verde?

    Assolutamente.

    In inglese la risposta “absolutely!” corrisponde al nostro “assolutamente sì“, quindi un sì deciso e inequivocabile. In italiano un “assolutamente” senza altre aggiunte è più ambiguo perché è un rafforzativo neutro, quindi richiederebbe l’aggiunta di un “sì” o “no” finale  perché, senza uno di questi, non solo rimane ambigua come risposta ma in alcuni casi potrebbe essere facilmente intesa come una risposta decisamente negativa, un “no” categorico, come riassunto dall’Accademia della Crusca nella pagina su l’uso di assolutamente dove viene riportato che nel 2003, il Sabatini Coletti. Dizionario della lingua italiana spiegava così l’uso del solo avverbio come risposta:

    Per ellissi della negazione [“assolutamente”] ha acquistato anche il significato di “no”, “per niente”, specialmente nelle risposte: “Sei stanco?” “Assolutamente”». Sembra quindi che, almeno in alcune zone d’Italia, l’avverbio abbia subito una deviazione di significato simile a quella che ha colpito affatto, che originariamente ha il significato di ‘del tutto’ ma viene spesso impiegato con valore negativo, in luogo di niente affatto.

    Passano gli anni e sempre più l’italiano viene “contaminato” dall’inglese ma già nel 1989 in Grammatica italiana. Italiano comune e lingua letteraria della UTET, veniva fatto notare come l’uso di assolutamente in senso positivo potrebbe risentire dell’influsso dell’inglese (absolutely). Un uso certamente andato ad aumentare nell’ultimo decennio, per quanto La Crusca concludeva la questione semplicemente consigliando di usare assolutamente “sempre in unione con sì o no”.

    Certamente, in un testo recitato (e non solo scritto) ci si può permettere di far dire al doppiatore la parola “assolutamente” in modo che si capisca se la risposta è positiva o negativa ma, così come La Crusca, anche io avrei consigliato di accompagnare quel “assolutamente” con un “sì”, soprattutto visto che il labiale in questa scena non lo precludeva. Dopo “absolutely”, infatti, la bocca rimaneva aperta e un “sì” ci poteva stare tranquillamente. Per quanto mi riguarda, “assolutamente” senza un “sì” o un “no”, rimane in gran parte dei casi una traduzione influenzata dall’inglese e da evitare se possibile nei film doppiati, ancora di più nella letteratura.

    Per fortuna sono i dialoghi originali stessi a portare subito chiarezza, la frase successiva è: as in “totally”? tradotto correttamente con: nel senso di “totalmente”?.

    I personaggi di Shelby e Ford nel film Le Mans '66 - La grande sfida

    – Vuole che rallenti?
    – Assolutamente.
    – Assolutamente sì o assolutamente no?

     

    Sformati di maiale, maledette guerre, beatnik e altre piccole cose

    Pork pies tradotto come “sformati di maiale” è la prima volta che lo sento dire, rispetto al più comune “pasticcio di (carne di) maiale” (da non confondere con il cappello pork-pie che prende il nome dalla forma del pasticcio di carne di maiale). Niente labiale in questa scena. A ben pensare, un qualsiasi “pasticcio di carne” sarebbe stato sufficiente. Perché specificare di maiale, specialmente in una battuta detta di spalle. Non un delitto, solo una scelta curiosa.

    “Una” maledetta guerra diventa “quella” maledetta guerra (“Because you fought in a bloody war!” ⇒ “perché hai combattuto in quella maledetta guerra!“). Sembra una cosa da niente presa fuori contesto ma cambia il significato implicito, sembra che la moglie ce l’abbia con quella guerra in particolare (la seconda guerra mondiale). Il contesto, in breve, è il seguente: Ken Miles (Christian Bale), avendo ormai 45 anni, si lamenta di aver iniziato troppo tardi la sua carriera da pilota per diventare un professionista, la moglie invece sottolinea il vero motivo, “Because you fought in a bloody war!“, che tradurrò come “(è) perché eri in guerra, dannazione!”. Entrambi i personaggi sono britannici, usano “bloody” come gli americani usano “fucking”, un’imprecazione. [NdA: Quel “bloody” in bocca ad un britannico infatti non vuol dire letteralmente “sanguinosa”, come qualcuno ingenuamente potrebbe credere.]
    Ma l’imprecazione “bloody war” non è rivolta alla guerra in sé, la moglie non sta maledicendo la seconda guerra mondiale né la partecipazione del marito, usa “bloody” per sottolinare in maniera forte la parola “guerra” come legittima giustificazione per una carriera iniziata tardivamente. Mettere l’imprecazione alla fine (dannazione, maledizione… quello che preferite) avrebbe riportato correttamente il significato di questa frase. Capirete che dire “perché eri in una maledetta guerra” oppure dire “perché eri in guerra, maledizione!” non sia proprio la stessa cosa.
    Tra parentesi, ammattendo pure che tutte le guerre siano brutte, un cittadino britannico non la definirebbe mai “una maledetta guerra” perché nella loro ottica è stata una guerra di difesa dall’invasione nazista.

    Il personaggio di Lee Iacoca nel film Le Mans '66

    Vi torna tutto fin qui?

    “Good to see you.” (è bello rivederti) diventa “Quanto tempo.” anche se i due personaggi (quello di Matt Damon e il figlio del pilota) si erano visti solo pochi giorni prima. Forse era il personaggio di Matt Damon che voleva essere simpatico con una battuta, ma tale comicità non è presente nell’originale e lo spettatore più disattento potrebbe essere portato a pensare che sia passato effettivamente tanto tempo dall’ultimo incontro. È comunque un momento simpatico, fedele al personaggio, quindi anche qui nessun grave delitto.

    “Senior creatives” (i dirigenti del settore marketing) diventano “i creativi della vecchia guardia” e quanto cavolo mi piace questa traduzione! Nel film è esattamente ciò che sono, la vecchia guardia del reparto marketing della Ford che mal vedono i più giovani con idee nuove (e odiano i beatnik) e gli mettono i bastoni tra le ruote. Le dinamiche dello scontro tra i colletti bianchi e i colletti blu, che poi sono il fulcro e la parte migliore del film, sono meglio riassunte da Cassidy del blog amico La bara volante nella sua recensione del film.

    Shelby (Matt Damon) difende la scelta del pilota Miles (Christian Bale) che non è ben visto dai dirigenti bacchettoni della Ford: “un beatnik? Quell’uomo è sbarcato con un carro armato sulla spiaggia al D-Day e lo ha portato fino a Berlino“. So che non c’era spazio per inserirci ulteriori parole ma in originale non aveva semplicemente portato un “carro armato” (tank) dalla spiaggia in Normandia fino a Berlino, bensì un “busted tank“, ovvero un carro armato già “rotto” alla partenza, il che attesta ulteriormente la sua capacità di meccanico oltre che di pilota, ma quella battuta serviva a far capire ai colletti bianchi della Ford che il personaggio di Christian Bale non fosse per niente un beatnik, quindi niente di sbagliato nell’abbandonare questo dettaglio per farci entrare il resto della frase. Purtroppo certe parole in italiano sono necessariamente più lunghe (tank = carro armato) e riducono i tempi utili delle battute.

    Nella lista delle cose che sono andate storte con la prima gara viene detto “E si sono rotte tante cose, in effetti le uniche cose che non si sono rotte sono i freni“. Sfugge il senso di quel “in effetti” (corretta traduzione di “in fact”), la non rottura dei freni come conseguenza logica delle tante altre rotture…? In inglese è una battuta consequenziale perché “break” come verbo (rompere) è la stessa parola usata al sostantivo plurale per i freni (breaks). La frase originale infatti è la seguente: “And a lot of stuff broke. In fact, the only thing that didn’t break was the brakes“. Non si può rendere tuto ma forse “in effetti” poteva essere sostituito da qualcosa di più appropriato o addirittura eliminato completamente. Lo so, direte e mi diranno “ma il labiale etc etc…”. Parafrasando Mark Twain: le preoccupazioni sul labiale, per quanto lecite, sono decisamente esagerate.

     

    Perché Ford v. Ferrari arriva in Italia come Le Mans ’66 – La grande sfida?

    ford v ferrari e Le mans 66 - la grande sfida, titolo e locandine poster a confronto

    Titoli e locandine a confronto

    È necessario specificare che l’Italia non è l’unico paese in cui il filmFord v. Ferrari” è arrivato con il titolo “Le Mans ’66. La Fox ha distribuito questo film come “Le Mans ’66” praticamente in tutti i paesi europei (con o senza l’aggiunta di un sottotitolo), incluso il Regno Unito, mentre è rimasto Ford v. Ferrari per Stati Uniti, Canada (sia nel titolo in francese che in quello inglese), Australia, Brasile, India, Israele, Nuova Zelanda, Russia, Vietnam. Nei paesi di lingua spagnola del Sud America arriva invece come Contra lo imposible.
    Nonostante abbia etichettato questo articolo nella mia rubrica “titoli italioti“, è chiaro che non si tratta di una scelta limitata alla distribuzione italiana, né di una scelta della divisione italiana della Fox, ma di una precisa scelta di marketing presa a più alti livelli della 20th Century. Quella del sottotitolo invece, “la grande sfida”, può effettivamente essere una scelta della divisione italiana della Fox e la ritroviamo anche nella titolazione di altri paesi dove ritorna spesso l’idea di un duello o di una sfida. Per quanto possa personalmente piacere o non piacere, è chiaro che non si tratta della solita titolazione “a caso”, che invece abbiamo visto tante altre volte per il mercato italiano.

    Le motivazioni della Fox per questo cambio di titolo per il mercato europeo non sono state rese note ufficialmente, ma questo limite geografico, così specifico, può farci immaginare il motivo. Il sito Screenrant la mette così:

    Considerando che la 24 ore di Le Mans si svolge in Francia ed è una gara immensamente popolare in Europa, ha senso che il film prenda il nome da un evento che gli europei – inclusi quelli che non sono appassionati delle corse automobilistiche – possano in qualche modo riconoscere.

    Pur non essendo in alcun modo appassionato di motori, anche un ignorante come me ha sentito parlare di “Le Mans”, l’idea di una versione europea del titolo è dunque un cambiamento più che comprensibile ma chi ha visto il film potrà concordare con l’autore di quello stesso articolo quando nel paragrafo successivo indica il titolo di Le Mans ’66 in qualche modo fuorviante, in quanto mette l’attenzione sulla gara (che è sì rappresentata nella porzione finale del film) invece che su quello che è il vero soggetto e motore della storia, ovvero la sfida quasi impossibile della Ford nel costruire un’auto da corsa che potesse competere con la Ferrari, e le persone che vi hanno contribuito. Non è Rush di Ron Howard, tanto per intenderci.

    Un sito americano dedicato all’industria automobilistica riporta le perplessità sulla scelta del titolo “Le Mans ’66” per il mercato britannico e riassume brevemente altri possibili motivi del cambiamento di titolo per il mercato europeo, tutte ipotesi in attesa di una spiegazione ufficiale che forse non arriverà mai.

    Non riesco a trovare nulla che indichi il motivo per cui il titolo sia stato modificato per l’uscita britannica. Forse per qualche problema di copyright. Forse il titolo “Ford batte Ferrari” è a un tale livello di orgoglio americano che la 20th Century Fox avrà pensato non avrebbe risuonato altrettanto bene con il pubblico britannico. O forse qualcuno da quelle parti [nel Regno Unito] avrà pensato potesse sembrare il titolo di film in cui la Ford fa causa alla Ferrari, e ha deciso che era stupido, proprio come Batman V Superman era stupido.

    da ‘Weirdly Ford V Ferrari is called Le Mans ’66 in the UK’ su Jalopnik.com
    (traduzione di Evit)

    Il problema del titolo italiano (e in generale europeo) è che potrebbe dare delle false aspettative. Personalmente non ho trovato di alcuna attrattiva il titolo “Le Mans ’66” perché rifuggo l’argomento motori come la peste, ed è stato solo il titolo americano (oltre alla visione del trailer) a farmene invece interessare, essendo il titolo originale (Ford v Ferrari) più diretto, immediato, più rappresentativo e più appetibile anche ai non appassionati: una sfida tra marchi noti dove è implicito che sia la Ford a dover faticare per sfidare Ferrari. Chiarissimo.
    A prescindere dai miei interessi personali, nominare Le Mans ’66 fa pensare invece soltanto ad una sfida in pista alla famosa (per me solo di nome) gara automobilistica di Le Mans, argomento di interesse più limitato per un pubblico generalista.

     

    L’adattamento Le Mans ’66 – La grande sfida ha vinto la gara?

    Come è possibile intuire dall’oggetto delle mie “lamentele”, marginali e di poca importanza, il copione di Le Mans ’66 non è adattato bene, è adattato benissimo! E per quanto ne capisca io di automobili, lo è anche nelle parti più tecniche dei dialoghi. Dopotutto nei titoli di coda è citata la consulenza tecnica di un ingegner Ireneo Germani. La traduzione messa a confronto con il copione in inglese attesta la competenza con la quale è stato tradotto, non ci sono mai inglesismi superflui né parole che stonerebbero in un film ambientato negli anni ’60 (team player, pork pie, termini del marketing etc… sono stati tutti adattati, e neppure “sandwich” è rimasto in inglese sebbene avrebbe potuto) e i dialoghi non soffrono di traduzioni troppo dirette (“finer than frog fur“, ad esempio non è diventato “più fine del pelo di rana” ma “più prezioso di una perla rara”) e denotano una comprensione tutto sommato profonda del testo originale.

    Se un lavoro simile poteva non essere degno di nota in un’epoca diversa, nel 2019, cioè nello stesso anno di altri film doppiati con dialoghi che inciampano nella comprensione e quindi della traduzione delle frasi più semplici, oppure le forzano al punto da essere anacronistiche o innaturali, questo lavoro su Le Mans ’66 diventa qualcosa da sottolineare e da applaudire.

    Christian Bale che fa il segno dell'OK nel film Le Mans '66 - La grande sfida

    È andata

  • TITOLI ITALIOTI: Jimmy Bobo – Bullet to the Head

    Locandina italiana di Jimmy Bobo Bullet to the Head con Sylvester Stallone

    Il pubblico italiano si domanda spesso chi si cela dietro la scelta di titoli italiani assurdi, insensati, “spoileranti”, incomprensibili, sgrammaticati o anche semplicemente scemi… quei titoli insomma che raccolgo nell’apposita rubrica titoli italioti. Il più delle volte ci dobbiamo fermare ad incolpare “quelli” della distribuzione, delle non ben precisate e anonime figure degli uffici marketing dei distributori cinematografici il cui scopo è quello di trovare un titolo il più accattivante possibile per il mercato italiano. Stavolta possiamo dire qualcosa di più sull’origine di un titolo che ancora fa sghignazzare internamente.

    Il 14 novembre 2012 viene presentato in anteprima mondiale al Festival del cinema di Roma Bullet to the head con Sylvester Stallone, letteralmente “una pallottola in testa” (frase presente nel film, nonché situazione ricorrente), è il ritorno di Walter Hill alla regia dopo un decennio di assenza dalle scene. Questo “action thriller”, molti mesi dopo il mezzo flop ai botteghini americani, arriva nelle sale italiane il 4 aprile 2013 con il titolo Jimmy Bobo -- Bullet to the Head. Siamo l’unico paese a ricevere un titolo contenente questo buffo nome, Jimmy BOBO, che poi è il soprannome di James Bonomo, il personaggio interpretato da Stallone nel film. Cosa è successo al titolo di questo film nel lasso di tempo trascorso tra l’anteprima romana e l’uscita nelle sale italiane? Una cosa inusuale: la distribuzione ha chiesto agli italiani di scegliere un titolo, con un sondaggio su internet.

    James Bonomo alias Jimmy Bobo

    Il sondaggio per scegliere il titolo italiano di Bullet to the Head

    Il 21 novembre 2012, pochi giorni dopo l’anteprima romana, il blog ScreenWeek.it riporta l’annuncio dell’arrivo di Bullet to the Head nelle sale italiane il successivo aprile con un titolo a scelta tra questi tre:

    1. Jimmy Bobo
    2. Le regole di Jimmy Bobo
    3. Il codice di Jimmy Bobo

    Tutti e tre focalizzati sul buffo soprannome del protagonista. Sia ScreenWeek, BadTaste che Cineblog si fanno portavoce del sondaggio per la scelta del titolo con cui arriverà nelle sale del nostro paese. Una settimana dopo viene annunciato il titolo che ha ricevuto più voti.

    BadTaste riporta così la vittoria:

    Ad aver vinto, con il 40.1% delle preferenze, è stato Jimmy Bobo. La pellicola verrà quindi distribuita con questo titolo nei cinema dello stivale.

    E infatti qui trovate il sondaggione [che riporto anche nell’immagine sotto, dovesse sparire in futuro!]. Per non fare brutta figura hanno evitato di specificare il numero complessivo dei partecipanti. 100? 1000? 10.000? …10?

    Risultati del sondaggio per la scelta del titolo Jimmy Bobo Bullet to the Head

    E così vinse Jimmy Bobo in una scelta tra Jimmy Bobo, Qualcosa di Jimmy Bobo e Qualcos’altro di Jimmy Bobo.

    And the winner is… Jimmy Bobo

    Inutile girarci intorno, il problema di questo titolo “Jimmy Bobo” è che suona scemo. Sarà pure il nome del protagonista, ma come titolo del film è ridicolo, soprattutto se pensiamo che comunque la gente di solito prima sente un titolo e poi, forse, decide di guardare il film. In realtà non è neanche il nome del protagonista bensì il suo SOPRANNOME, nonostante la campagna pubblicitaria avesse cercato a lungo di giustificare questo Jimmy Bobo dicendo che era il suo nome, quasi fosse un nuovo John Rambo, cercando di dargli una qualche legittimità o addirittura dignità. Scavando nelle recensioni di chi sponsorizzava il sondaggio per la scelta del “nome più scemo per un film di Stallone”, sembra che fossero tutti concordi su una cosa: avrebbero preferito “Jimmy Bobo” e basta.

    Alla redazione di ScreenWeek piace il più semplice, Jimmy Bobo, proprio perché richiama i titoli più noti della carriera di Sylvester Stallone, sempre centrati sul nome del protagonista (Rocky, Rambo, Cobra) ed entrati tutti nella storia del cinema.

    Certo, Rambo, Rocky, Cobra… Bobo. Stessa epicità.

    Anche l’autrice dell’articolo su Cineblog, prima propone i tre titoli a scelta e poi ci tiene a specificare:

    A me piace il semplice “Jimmy Bobo”. A Voi?

    A noi non piace neanche Jimmy Bobo se è per questo.
    Di solito quando si propone un sondaggio al pubblico avrebbe anche senso non dare la propria opinione in merito, forse è stato suggerito di imboccare quella risposta? Jimmy Bobo liscio, senza ghiaccio. Le mie sono illazioni di poco conto, rimane comunque il problema della non-scelta, perché quelle tre opzioni non rappresentavano una vera scelta, sono semplicemente lo stesso titolo con qualche variante, e in più suona ridicolo. Come dite? “Bobo” è nel film? Beh, non c’era bisogno di metterlo anche nel titolo.

    Come diceva una vecchia pubblicità con Sylvester Stallone e regia di Zack Snyder (non sto scherzando): per essere credibili il nome è importante.

    (I distributori non hanno badato all’avvertimento della pubblicità.)

    L’effetto buffonesco di questo titolo non è sfuggito né al fumettista Leo Ortolani, che nel suo libro Il buio in sala presenta la recensione a fumetti del film con il titolo Jimmy Bobo -- Una pallottola in testa al titolista italiano, né tanto meno a “Nanni Cobretti”, autore del blog i400calci, che sulla scelta dei titoli scrive:

    salta fuori che mettono a disposizione solo tre misere opzioni di cui la a) è triste, la b) è uguale alla a) ma con tre paroline in più, e la c) è un esatto sinonimo della b).
    Insomma: non siamo per nulla soddisfatti.

    e nello stesso post propone un contro-sondaggio con suggerimenti ironici come è nello stile dei 400 calci: “Uccidere in faccia“, “Bobo e Momo nemiciamici“, “Bobocop“, “Dio perdona, Jimmy Bobo… Boh“, “RamBobo“, “Fermati o Bobo spara“, “The ExpendaBobols“, etc…;

    Vignetta di Leo Ortolani su Jimmy Bobo intitolato una pallottola in testa al titolista italiano

    da CineMah presenta IL BUIO IN SALA, di Leo Ortolani. Pagina 33.

     

    L’intera recensione a fumetti la trovate sul sito di Leo Ortolani BULLET TO THE HEAD – la recensione di Jimmy Bobo.

    L’adattamento italiano di Jimmy Bobo

    Una piccola nota sulla versione italiana del film curata da Marco Guadagno (all’adattamento e alla direzione) che ci regala un adattamento a dir poco perfetto, senza grinze, con frasi naturali e nessuna traduzione diretta, molto lontano da alcuni suoi altri lavori disneyani o netflixiani di cui abbiamo parlato anche qui. Se in Dolemite Is My Name (recensito dal nostro Leo) abbiamo scoperto ad esempio che i “motherfucker” diventavano tutti invariabilmente “figlio di puttana” a scapito anche della naturalezza di alcuni dialoghi, in Jimmy Bobo abbiamo un “you motherfucker!” che diventa “brutto pezzo di merda!”, l’esclamazione “Jesus!” che diventa “cazzo!” e potrei andare avanti a lungo. Se sulla carta vi sembrano traduzioni non esatte è perché non avete il contesto della scena.

    Queste frasi, sentite nel contesto (così come tante altre frasi del film), suonano completamente naturali perché è ciò che direbbe una persona in lingua italiana nella stessa situazione. Si parla infatti di “adattamento” e non semplicemente di traduzione. È un concetto sempre più estraneo al pubblico di oggi che, pur con una conoscenza in molti casi limitata ma sovrastimata dell’inglese, pretende traduzioni alla lettera e questa cosa la chiama “fedeltà al testo originale”.

    Tolta di mezzo questa nota e mio plauso personale a Marco Guadagno (quando ce vo’, ce vo’), non facciamoci distrarre dalle cose serie e torniamo al nostro titolo scemo: JIMMY BOBO!

    Un concorso truccato?

    Di quanto fosse ridicolo il titolo se ne devono essere resi conto anche alla Buena Vista International in realtà, perché quando poi sono andati a distribuirlo hanno sentito il bisogno di introdurci l’originale “Bullet to the Head” come sottotitolo, il titolo con cui è arrivato in sala dunque non è semplicemente “Jimmy Bobo” come votato dal 40% dei partecipanti al sondaggio bensì “Jimmy Bobo -- Bullet to the Head”. Quindi il sondaggio per scegliere “il miglior titolo italiano” cosa lo fate a fare?

    Per la scelta in sé non possiamo nemmeno dare la colpa ai partecipanti al sondaggio visto che, a conti fatti, la scelta era già stata fatta a priori e temo che l’idea del sondaggio sia stata una bieca manovra, un po’ pubblicitaria (far parlare del film grazie alle facili condivisioni di un “contest”) e un po’ paracula (se qualcuno se ne lamenta diremo che l’hanno scelto gli italiani con un “sondaggio su Facebook”). Intanto ci teniamo Jimmy BOBO, titolo italiota, a vita. Vediamo il bicchiere mezzo pieno però, pensate se si fosse chiamato POPO. Ad aggiungere un accento alla fine è un attimo.

    Comunque credo di aver capito chi lavora negli uffici italiani della Walt Disney…

    Il signor Burns con l'orsacchiotto Bobo, dai Simpson

    L’unico e VERO Bobo, con una pallottola in testa.

     

  • Ghostbusters II – Il sequel del Puzzaware

    Scena di Ghostbusters II dove i protagonisti dicono do-re-Egon ma nella vignetta alterato in do-re-Evit

    [Per i nuovi lettori, io sono “Evit” e questa è un’altra analisi d’adattamento cinematografico con vignette autoreferenziali.]

    Se siete tra i fan che amano Ghostbusters II tanto quanto il primo e non avete mai capito perché nel resto del mondo questo film venga bistrattato in tutti i modi, vi propongo la mia personalissima teoria: sono i dialoghi in italiano che lo migliorano. Potrei anche chiudere l’articolo qui.
    A ben vedere, il secondo film (in italiano) risulta citabile quasi quanto il primo e, per una commedia, la riuscita delle battute (ve ne cito una a caso, a memoria, senza sbirciare: “mio padre dice che vendete fumo e merda, è per quello che siete finiti zampe all’aria“) è forse ancora più importante della trama stessa, trama che difatti in “GBII” consiste nel riproporre in modo più o meno identico (o al massimo in modo speculare) gli stessi elementi del primo film, seguendone la struttura.

    ghostbusters 2 similarities

    E noi ci lamentavamo di Star Wars 7!

    Quindi capisco e accetto tutte le critiche che vengono mosse a questa pellicola, sono tutte lecite. Ciononostante, come commedia funziona molto bene a prescindere dall’essere un vergognoso clone del capostipite. Almeno in italiano. Se vogliamo partire proprio dalla frase da me citata a memoria:

    gb2_1

    doppiaggio:
    -Mio padre dice così, che vendete fumo e merda.
    -C’è molta difficoltà a credere nel paranormale.
    -No, lui dice che vendete fumo e merda, è per quello che siete finiti zampe all’aria.

    originale:
    -My dad says you’re full of crap.
    -Some people don’t believe in us.
    -He just says you’re full of crap, that’s why you went out of business.

    Oggi come ci verrebbe proposto un dialogo simile? Ma alla lettera, ovviamente! “Vendete fumo e merda” tornerebbe ad essere “dite solo stronzate” e invece di finire “zampe all’aria” avrebbero semplicemente “fatto fallimento”. Ammetterete che una traduzione diretta, benché più fedele (alla lettera ma non nelle intenzioni), risulti meno spassosa e ancor meno memorabile. Doppiato oggi questo film otterrebbe la stessa tiepida reazione che il film ha sempre ottenuto nei paesi di lingua inglese… fan sfegatati esclusi, s’intende. Quelli amerebbero anche uno spin-off sul criceto di Peter Venkman.

    Proprio per questo, Ghostbusters II è il film ideale per riproporre una domanda che da sempre accompagna gli adattamenti linguistici in ogni campo: quanto è lecito alterare il testo originale? Ed è lecito proporre (in una commedia) battute “migliori” di quelle in lingua originale?
    Mettete su il caffè, è una cosa lunga.

    ghostbusters 2 vigo

    La faccia di chi ha già capito che tipo di articolo sarà.

    Se oggi stesso poneste questa stessa domanda ad un qualsiasi professionista, questi vi risponderà che no, non è lecito alterare il testo originale! In parte perché, attualmente, nel mondo dell’adattamento per il cinema, salvo isolati casi, non vengono effettivamente concesse simili libertà (non è detto che questo sia un male ma neanche necessariamente un bene) e in parte per evitare che l’interlocutore si faccia un’idea sbagliata qualora non abbia familiarità con lavoro di traduzione e di adattamento. Difatti, rispondendo di sì, l’italiano medio andrebbe subito a pensare a cose come Flash Gordon con i suoi scioperi dei sindacati, l’uso dei dialetti in Fritz -- il pornogatto e le battute dozzinali di Bombolo in Monty Python e il Sacro Graal. La verità è che tutti gli addetti ai lavori sanno benissimo che tradurre è un po’ tradire ma a domanda diretta non lo ammetterebbero mai pubblicamente, per evitare fraintendimenti.

    Quanto alla domanda se sia lecito nel genere comico/commedia proporre battute italiane più divertenti di quanto lo siano quelle originali per il pubblico di lingua inglese… credo che in risposta a questo ci sia la memorabilità delle tante commedie americane degli anni ’80 le cui versioni italiane, ancora oggi, non vengono rinnegate neppure dai tanti che si oppongono al doppiaggio a trecentosessanta gradi, quelli che “tutti i cinema dovrebbero proiettare solo in lingua originale sottotitolati” ma che poi Una poltrona per due se lo riguardano ogni santo Natale rigorosamente in italiano.

    “Ma quelli erano doppiati bene” è una delle giustificazioni più frequenti alle personalissime eccezioni alla regola, ma ciò che sfugge ai più è che, piuttosto, erano adattati molto bene! Perché, pur tradendo qui e là, erano riusciti a strappare la risata al pubblico negli stessi punti in cui ridevano gli americani e a volte anche in momenti inediti ma con battute comunque attinenti alla psicologia dei personaggi che le pronunciano… perché un Edgar Hoover citato in Ghostbusters (1984) non avrebbe avuto alcun impatto sugli italiani rispetto ad un Adolfo Hitler e l’impatto di una battuta in una commedia deve avere la priorità sulla fedeltà al testo; perché dire un bel twinkie invece che un bel plum cake non avrebbe suscitato una singola risata ma soltanto confusione; perché dire di essersi venduti la cassa del fondo cassa per indicare che gli acchiappafantasmi fossero al verde fa più ridere di aver speso quello che avanzava dal fondo cassa, così come “ma questa è la fiera del precotto!” è una soluzione più comica di “guarda quanto cibo spazzatura!” ed è comprensibile che questa battuta venga pronunciata proprio da un pagliaccio come il Dott. Venkman (Bill Murray). In sostanza, perché è così che si adattano i film e non fissandosi su una traslitterazione diretta di tutti i riferimenti a scapito dell’efficacia delle battute che, nel genere commedia, ripeto, sono basilari (Benvenuti a Zombieland, ce l’ho con te). Non siamo davanti ad un libro in cui si può mettere una nota a piè di pagina, da consultare a piacimento interrompendo momentaneamente la lettura… questo è cinema.

    ghostbusters 2 tribunale

    Ottimo Evit, non breve ma affossante.

    E dopo tutto questo bel discorso arriviamo a Ghostbusters II che in quanto ad adattamento è francamente un bel casino!
    Benché sia mia convinzione che i dialoghi italiani migliorino il film, non si può dire che il suo adattamento sia privo di difetti o di scelte bislacche. Non tutte le ciambelle riescono col buco, è vero, ma finché l’impasto è dolce, il tutto rimane comunque commestibile. I pregi di questo adattamento saranno sufficienti a coprirne le falle? A chi dare la colpa di eventuali mancanze?
    Puntiamo subito il dito su qualcuno…

    Ghostbusters 2 - lionello

    Per entrambi i film rimane il dialoghista Sergio Jacquier ma cambia il direttore di doppiaggio. A Maldesi del primo Ghostbusters succede Oreste Lionello che nel precedente film interpretava soltanto il vicino rompiscatole, Louis Tully (Rick Moranis).
    La bravura di Lionello dietro al microfono è assolutamente indiscussa, sia chiaro, ma in merito al suo lavoro come direttore di doppiaggio le mie sicurezze vacillano, a partire dalle scelte bislacche che sentiamo in diversi momenti, e dico bislacche perché sembrano essere alterazioni dei dialoghi prive di una comprensibile motivazione dal momento che non svolgono alcuna funzione di adattamento culturale ma sembrano solo fini a sé stesse. È chiaro che non è possibile determinare a posteriori chi tra dialoghista e direttore di doppiaggio sia responsabile di questa o quella singola scelta ma, essendo il direttore di doppiaggio colui che orchestra tutta l’opera e, pur nel rispetto dei ruoli da lui assegnati, mantiene (in teoria) il diritto di avere l’ultima parola sulle singole scelte finali, viene automatico identificare questa figura come la responsabile di qualsiasi guaio.

    I problemi con questo film iniziano dalla primissima battuta che udiamo nel film e che mi tormenta da tempo! La prima voce che sentiamo è quella di un signore che, adirato, si lamenta per una multa (ma la macchinaaaah!). La stessa voce la troviamo sul guardiano del museo che sostiene che il programma televisivo di Venkman fosse secondo soltanto a “Vermi preziosi, un programma di pesca” (aggiunta comica in sostituzione di Bassmasters dell’originale, da noi sconosciuto). La stessa voce ritorna chiaramente anche come il signor Fianella della compagnia dei telefoni che interrompe le operazioni di scavo degli acchiappafantasmi sulla First Avenue (ma che mi racconta-aaaah, i cavi telefonici sono là!), personaggio che poi ritroviamo nella scena del tribunale ma con un’altra voce, quella del tenente Colombo!

    ghostbusters 2 voce

    Non vi basta? Successivamente sentiamo la stessa identica voce sull’autista che impreca contro quel “salame” di Louis Tully che era rimasto imbambolato in mezzo alla strada. Se fosse stata una voce meno caratteristica sarebbe più difficile farci caso e invece, sotto la direzione di Lionello e con la stessa voce che appare su più personaggi anche di primo piano, la città di New York sembra essere improvvisamente molto molto piccola e questo è un po’ un peccato (per quanto quella voce sia molto comica, su questo non si discute).

    Ad oggi il nome del doppiatore non è reperibile né su internet né sui titoli di coda del film ma lo abbiamo ritrovato in tantissimi altri film (quasi tutti doppiati dalla CVD), quasi sempre nel ruolo di personaggi di sfondo con una o poche battute, da Scuola di Polizia (era il capo di Mahoney all’inizio del film) e Scuola di Polizia 3 (una voce dalla TV che dice “sei morto piedipiatti!” e il signore che si rifiuta di spegnere il sigaro dicendo “vai a cagare, lo spengo quando voglio”) a film italiani come Zucchero Miele e Peperoncino, fin’anche a Guerre Stellari! Il mio collaboratore Leo infatti lo ha riconosciuto anche come la voce dell’ammiraglio Ackbar nel Ritorno dello Jedi, anche questo non elencato su internet (o elencato erroneamente e non presente nei titoli di coda della pellicola 35mm), come dimostrato da queste recentissime schermate dei maggiori siti di riferimento sui doppiatori:

    Il pezzo mancante del puzzle ancora una volta ce lo fornisce un amico fraterno di questo blog, l’utente “Swann” del forum DVDessential che ne ha svelato l’identità “in esclusiva web”. Se avete idea di chi possa essere la voce misteriosa fatecelo sapere nei commenti. Proprio a questo proposito non perdetevi il concorsone “indovina il doppiatore” alla fine dell’articolo dove troverete anche una collezione di clip video da ascoltare per provare ad indovinare il nome del doppiatore misterioso. In palio una maglietta del blog Doppiaggi Italioti.

    ghostbusters 2 concorso

    Se al riciclo dello stesso doppiatore su QUATTRO ruoli diversi ci aggiungiamo anche quei momenti non doppiati, come nell’esclamazione “whoa!” di Dan Aykroyd in tribunale, le urla e le risate nella medesima scena (cose minori, s’intende), così come altri piccoli momenti simili, è comprensibile che qualche spettatore italiano possa avere l’impressione di un doppiaggio eseguito a risparmio, anche se probabilmente così non è stato, e questo è un po’ un peccato.

    Non che far doppiare ruoli molto piccoli allo stesso doppiatore sia di per sé un’operazione deprecabile a prescindere. Abbiamo già visto casi in cui questo era fatto in modo invisibile o quasi, come in Il silenzio degli innocenti dove Tonino Accolla si accollava (questo gioco di parole non morirà mai, abituatevi) ben tre ruoli, idem con Fabrizio Pucci che aveva tre ruoli in Trappola di cristallo, oppure come accadeva in Fuga da New York dove ci vuole un orecchio assai fine per accorgersi che alcune delle voci nella folla durante la scena della lotta sul ring appartengono al medesimo doppiatore (Carlo Valli) che dà la voce al protagonista! Insomma, che un doppiatore copra più ruoli non è cosa nuova, né strana. Lo diventa però se l’interpretazione è palesemente identica in tutti i ruoli interpretati. E questa in Ghostbusters II è così facile da riconoscere che adesso che ve l’ho fatta notare darà fastidio anche a voi! Non ditemi grazie tutti insieme.
    Proseguiamo dunque con le scelte bislacche, molte delle quali sono già stranote ai fan degli acchiappafantasmi ma che per alcuni potrebbero risultare nuove.

     

    L’eroe anni ’80 che tutti i bambini desiderano

    ghostbusters 2 triman

    TRI-MAN!

    Benché molti appassionati soffrano di pareidolia acustica quando si parla dei dialoghi dei film di Ghostbusters e sentano “He-Man” nella battuata “ma io credevo che venisse Tri-Man!” (in originale “I thought it was gonna be He-Man“), è anche vero che fenomeni simili si verificano quasi sempre in presenza di battute italiane senza senso, quindi non datevi la colpa, è il vostro cervello che, comprensibilmente, cerca di trovarne uno per correggere frasi insensate, e così vi fa udire “He-Man”.

    L’esempio più lampante di questo fenomeno è l’esultazione di Jim Carrey in The Mask, “spumeggiante!”, che si è scoperto poi essere in realtà “sfumeggiante!” (questo è stato confermato dal dialoghista italiano, non me lo invento io). È chiaro che l’origine del rifiuto mentale al sentire una effe in sfumeggiante sta nel fatto che sfumeggiante come esclamazione non ha alcun senso, così la mente di tutti gli italiani ha deviato sulla prima parola simile che nel contesto avesse più senso e nel nostro caso era solo questione di una consonante: spumeggiante! Che poi diciamocelo, spumeggiante è una scelta di gran lunga più sensata di sfumeggiante, parola che suppongo volesse collegarsi in qualche modo allo “smokin’!” di Carrey, che tradotto alla lettera vuol dire “fumante” ma essendo un’espressione idiomatica (vuol dire “da urlo!”), non necessita, anzi, non deve essere tradotta alla lettera, quindi non c’era bisogno di far nessun riferimento a fumi o a sfumi, qualunque cosa essi siano. La pareidolia acustica nel caso di The Mask correggeva ciò che per me è una discutibile scelta di adattamento e a volte basta una consonante diversa per trasformare discutibili scelte in ottimi e memorabili adattamenti.

    Nel caso di Ghostbusters II posso solo considerare fortunati coloro ai quali il cervello ha rielaborato l’informazione acustica da Tri-Man in He-Man perché vi permette di percepire una versione più corretta e sensata rispetto a noi altri. Vi invidio.
    Tale discorso vale a meno che i bambini alla festa non si aspettassero questo personaggio della Marvel…

    Copertina del fumetto Marvel TRIMAN, da Tri-man lives
    …ma ne dubito. O forse era l’uomo-albero, Tree-Man? Non lo sapremo mai.


    Le alterazioni di cui potevamo fare a meno

    Esempi di alterazioni altrettanto immotivate non mancano in questo film, a partire dal nome di Venkman che, senza alcun motivo apparente, in questo film diventa Vinkman (altri strascichi dalla serie animata o semplice scelta arbitraria? Non ho la pazienza di verificarlo) fino a Louis Tully (Rick Moranis) che propone di giocare a formica contro draghi invece che a Super Mario Bros., e qui siamo quasi alla stregua di un doppiaggio televisivo dove non si vogliono nominare prodotti commerciali i cui diritti magari sono in mano a canali concorrenti. Dunque dopo He-Man che diventa fantasiosamente Tri-Man, anche Super Mario viene cassato. Al contrario di alterazioni dei dialoghi mirate alla più vasta e immediata comprensione, come lo erano le battute su Hoover che diventa Hitler nel primo Ghostbusters, qui alcune delle alterazioni vengono a snaturare il copione originale senza apparente motivo: lo spettatore italiano si chiede infatti cosa possa essere il gioco “formica contro draghi” o chi sia mai questo agognato Tri-Man, mentre il pubblico americano di ragazzini all’epoca esultò internamente al grido di “ha nominato qualcosa che conosco!”. Forse Sergio Jacquier (ai dialoghi) non credette nella longevità del brand di Super Mario e si inventò un gioco inesistente e anche un eroe inesistente con la speranza forse di mantenere la battuta fresca nei secoli? Purtroppo oggi, nel 2017, stiamo ancora qui a chiederci cosa sia formiche contro draghi mentre per gli americani la battuta rimane comunque culturalmente attuale. Nel caso di He-Man forse ci ha visto bene, ma non è questo il punto.
    I guai di Ghostbusters 2 non finiscono qui. Rimaniamo con Louis e Janine…

    Ghostbusters 2 rita hayworth

    Evit, magna e zitto!

    Louis: No. That’s Rita Hayworth. She was married to Citizen Kane while they were doing this thing. Then right after they finished, she dumped him for some polo player. I don’t why beautiful girls love horses so much. Do you love horses?

    Doppiaggio: No, quella è Rita la rossa, che si sposò con Orson Kafka mentre lui girava Le Giarrettiere all’Atomica. Dopo che ebbero finito a Shanghai lo piantò per un giocatore di polo, non so perché le donne amino tanto i cavalli, tu ami i cavalli?

    Questa frase così adattata funziona soltanto sulla carta, quando la andiamo ad analizzare punto per punto (cosa che farò), ma in un dialogo veloce si trasforma in un delirio insensato di parole a caso e ciò che era di immediata comprensione in inglese diventa un pastrocchio di riferimenti difficili da seguire in italiano.
    Ghostbusters 2 rita hayworth2Si inizia con “quella è Rita la rossa” che descrive Rita Hayworth (effettivamente nota per i suoi capelli rossi benché castana di nascita), già qui il pubblico più giovane che non ha familiarità con la Hayworth potrebbe pensare che Louis stia descrivendo un personaggio del film alla TV e non che stia parlando proprio dell’attrice. Con un più semplice e diretto “quella è Rita Hayworth” il fraintendimento sarebbe stato facilmente scongiurato.

    Nella frase che segue Louis identifica Orson Welles chiamandolo “Citizen Kane” (Quarto potere in italiano), per il pubblico americano lo sforzo di comprensione non esiste visto che Quarto potere è radicato nella cultura popolare americana e penso anche i bifolchi che vivono con 2 dollari al giorno nel delta del Mississippi sanno che il “cittadino Kane” fosse interpretato da Orson Welles e a lui si riferisca. In italiano quel “citizen Kane” diventa “Orson Kafka“. Chi, per ragioni anagrafiche o culturali, non si era già perso per strada a quel “Rita la rossa”, avrà certamente qualche difficoltà ad intuire che “Orson Kafka” stia ad indicare proprio Orson Welles. Perché mai Kafka, vi chiederete? “Semplice”, per via del film Il processo (1962) diretto da Orson Welles! Le intenzioni di chi ha adattato il dialogo sono chiare, il risultato meno. Infatti, se i proletari della periferia di Detroit dall’alto della loro quinta elementare stanno seguendo senza problemi questo dialogo, comprendendone tutti i riferimenti, in Italia ci vorrebbe un esperto di cinema niente male per riuscire a cogliere tutte le strizzatine d’occhio di cui le sole due prime frasi sono infarcite… ma anche i più colti cascherebbero alla successiva quando “while they were doing this thing” (traducibile con: “quando stavano girando questo film“) diventa “mentre lui girava Le Giarrettiere all’Atomica“. Un titolo di pura invenzione che suppongo volesse aggiungere commedia ad una sequenza dalla traduzione già abbastanza confusionaria.

    Non contenti(!), nella frase successiva si aggiunge ulteriore marasma con quel “dopo che ebbero finito a Shanghai“. Il riferimento adesso è proprio al film che stavano guardando, La signora di Shanghai (1947), che ovviamente non fu girato a Shanghai quindi al massimo avrebbe dovuto dire “dopo che ebbero finito con Shanghai” o “sul set di Shanghai” (o anche meglio “dopo che ebbero finito di girare questo film”), tempi permettendo.
    Insomma, l’intera frase è puro lionellismo “a bischero sciolto”, come si dice a Firenze e come forse avrà anche pensato il dialoghista fiorentino Jacquier, sempre che non fosse proprio lui a proporre simili cambiamenti.
    Se vi sentite un po’ confusi è normale. Per la cronaca, adesso vi tradurrò io il testo di quella sequenza così potrete capire quanto era semplice e quanto invece è stato complicato inutilmente nel doppiaggio:

    No. Quella è Rita Hayworth. Si sposò con quello di “Quarto Potere” mentre giravano questo film. Poi, subito dopo la fine delle riprese, lei lo piantò per un giocatore di polo.

    diventato poi

    No, quella è Rita la rossa, che si sposò con Orson Kafka mentre lui girava “Le Giarrettiere all’Atomica”. Dopo che ebbero finito a Shanghai lo piantò per un giocatore di polo.

    (In realtà il matrimonio tra Orson Welles e Rita Hayworth non durò soltanto quei pochi mesi di riprese della Signora di Shanghai come crede Louis e la relazione con il giocatore di polo è in riferimento a Porfirio Rubirosa. Una piccola curiosità che elargisco gratis)

    Orson Welles e Rita Hayworth nel 1947 sul set di La signora di Shanghai. Nella vignetta Welles dice: Rita, ma che cavolo sta dicendo Oreste? Con riferimento a Oreste Lionello
    Infine, per finire la lista di alterazioni non giustificate, quando Sigourney Weaver viene bloccata da un tubo di plastica posseduto da Vigo, in italiano urla “tagliatemelo!” mentre in inglese ordina a Bill Murray di portare via il bambino (“Get him away!“), cosa che infatti fa subito, andandolo a nascondere. Difficile indovinare se ci fosse stato un errore di comprensione a monte del processo di traduzione oppure se si tratta di una scelta fatta in sala di doppiaggio. In ogni caso si tratta di un’altra alterazione inutile che non intacca il film ma che ho il piacere di farvi notare.


    Battute che forse non capirete

    “Brainiac” diventa “Crappenstein” (allora, Crappenstein?), parola inventata che unisce “crapa” (scherzoso per “testa”) e “Frankenstein”, tanto fantasiosa quanto bizzarra se ascoltata con orecchie moderne (so che i più giovani di voi avranno pensato subito alla parolaccia inglese “crap” e invece!). Ci saremmo accontentati anche di un semplice “geniaccio” ma tant’è! Più difficile da capire è il perché qualche esame ginecologico alla madre diventi il test dell’espansività alla madre. O meglio, lo si può capire “a posteriori”, conoscendo dove voleva andare a parare la battuta originale, molto più diretta: vorrei fare degli esami ginecologici alla madre -- e chi no?. Nei dialoghi italiani si è optato per qualcosa di più sottile ma non altrettanto comprensibile e forse un pochino più spinto: io farei il test di espansività alla madre -- e chi no?.

    Uno scambio di battute fuorviante in italiano avviene poi quando gli acchiappafantasmi visitano il museo per misurare l’attività paranormale: Venkman interroga Janosz in merito alle sue origini ed egli risponde “the Upper West Side” (che in italiano diventa “Harlem alta“), a quel punto Egon interviene dicendo “ambiente estremamente attivo“. Ho sempre creduto, e non penso di essere il solo, che Egon si riferisse ad Harlem definendola come un’area urbana ad alta attività paranormale, e che quindi questo ponesse dubbi su Janosz stesso (in qualche modo). La scelta delle parole, il modo di recitarla e i tempi della battuta non lasciano molto spazio ad altra interpretazione… in italiano. Invece in inglese è chiaro che Egon stesse parlando della stanza del museo che stavano sondando con la loro attrezzatura: “the whole room’s extremely hot, Peter” (l’intera stanza ribolle, Peter).
    È certamente possibile che quel “ambiente estremamente attivo” non sia altro che la traduzione della frase originale, se accettiamo che la parola “ambiente” faccia riferimento a “the whole room” e che “estremamente attivo” sia la traduzione di “extremely hot”, ma queste sono tutte valide considerazioni che è possibile fare solo con il testo originale a portata di mano, confrontando parola per parola. Come accadeva nel caso di “Orson Kafka” però, anche qui si tratta di scelte che funzionano sulla carta ma che diventano fuorvianti nella loro messa in atto. A meno che non fosse effettivamente intenzione del dialoghista quella di cambiare l’intera battuta in modo che anche lo scambio con Egon ruoti intorno alle origini di Janosh.  Del resto la frase sull’origine di “Jangi” non era necessariamente alla portata di tutti, infatti gli americani ridono al fatto che Janosh dichiari di venire dall’Upper West Side perché conferma la nozione che New York sia un melting pot di culture diverse e che il pregiudizio di Venkman, il quale sospettava un’origine estera di Janosz solo in base al suo accento e nome, fosse infondato. Ultimo ma non meno importante, l’upper west side era anche il quartiere a maggiore diversificazione etnica, dove i nuovi arrivati in città che cercavano occupazione nel settore artistico prendevano casa ed era anche il quartiere con il maggior numero di bar per omosessuali. Per Venkman (e per gli spettatori) si abbatte un pregiudizio e se ne crea subito un altro: se Janosh è effettivamente newyorkese, dove altro poteva vivere se non nell’Upper West?
    Come avrete capito da questa lunga spiegazione di una battuta che dura 3 secondi, c’è molto dietro quello scambio di frasi che può arrivare ad un americano ed è proprio quello che c’è dietro che crea l’umorismo. Agli italiani, al nominare l’Upper West Side, di certo non sarebbero arrivati alle orecchie con così tanti sottintesi.

    Dunque è possibile intuire perché il riferimento geografico all’Upper West Side sia stato alterato verso uno più noto (la malfamata Harlem) ma rimane poco chiaro se quel “ambiente estremamente attivo” sia effettivamente un fuorviante adattamento di “l’intera stanza ribolle, Peter” oppure una continuazione della battuta su di una Harlem infestata dai fantasmi, un concetto che può fa ridere se chi lo dice è Egon il quale, con cotanta serietà, ce la descrive da un punto di vista inedito e insospettato. Forse ai troppi omicidi ad Harlem corrispondono troppi fantasmi in circolazione? Oppure è l’odio che c’è nel quartiere ad aumentare la melma psicomagneterica e conseguentemente i fenomeni paranormali nella zona?

    Il sindaco nel film Ghostbusters II che dice: psico-cosa?

    Psico-cosa?

    A proposito di melma psicomagneterica, in inglese entrambi i film presentano la parola “slime” (=melma, bava) ma, se nel primo “slime” e sue derivazioni descrivevano soltanto il residuo ectoplasmatico inerte lasciato dai fantasmi quando questi attraversavano la materia, nel secondo film viene anche usata per descrivere qualcosa di completamente nuovo, ovvero quel liquame generato da Vigo che aumenta di volume all’aumentare delle emozioni umane negative e che, superato un certo livello, porta al manifestarsi dei fantasmi. La parola “slime” in originale descrive dunque due concetti completamente diversi ma il doppiaggio italiano ci salva (forse involontariamente) da eventuali dubbi: se nel primo film si parlava di “inzaccheratori” e di “smerdare” (he slimed me! / mi ha smerdato!), nel secondo la distinzione tra residuo ectoplasmatico e il nuovo “slime” umorale è chiara ed inequivocabile proprio grazie alla scelta di far riferimento al nuovo “slime” con una parola inedita: “melma”. Una scelta forse dettata più dalla poca versatilità delle precedenti opzioni nel nuovo contesto ma che alla fine funziona meglio che in inglese. L’uso di “zacchera” ritorna brevemente solo sul finale quando Janosh, risvegliandosi, si domanda perché gocciolasse di zacchera (dripping with goo).


    Sul cast di doppiaggio

    Chi mi conosce sa che sul mio blog parlo prevalentemente di adattamento e raramente mi sbilancio a dare opinioni sull’interpretazione o la scelta di voci. Sarà probabilmente una blasfemia per qualcuno se vi dicessi che per molti anni (prima del mio interesse per il doppiaggio) non mi sono mai accorto che dal primo al secondo film fossero cambiati i doppiatori di ben due acchiappafantasmi su quattro (Egon e Winston), così come le voci di Janine, del sindaco e persino di Dana (Sigourney Weaver)! La sostituzione dei doppiatori, qualunque ne sia il motivo, evidentemente è stata svolta con una certa cura ed una buona dose di rispetto verso le precedenti interpretazioni.
    Alla luce delle tante sostituzioni, trovo singolare invece che la voce di Bill Murray sembri appartenere ad un film completamente diverso, tanto da aver creduto (da bambino) che potesse trattarsi di un doppiatore differente. La voce invece è sempre in mano ad Oreste Rizzini ma l’interpretazione ricorda molto più alcuni dei suoi Michael Douglas che quel Bill Murray di cinque anni prima. Qui parlo solo di impressioni personali ovviamente ma di tutti i personaggi, inclusi quelli che hanno subito un cambio di doppiatore, Venkman rimane l’unico “stonato” per me. Con questo non voglio dire che sia un’interpretazione inferiore, solo un po’ distante da quella del primo film.

    Rimanendo sul tema delle personalissime opinioni, prima di tornare a cose più concrete come traduzioni e adattamento, vorrei scagliare una pietra anche in favore di Janosh (o “Janosz” in inglese, prima ho usato entrambe le grafie volutamente), perché voglio sottolineare quanto Luca Lionello, figlio del direttore di doppiaggio, sia assolutamente azzeccato su questo personaggio e quindi sono ben disposto ad ignorare il fatto che sotto la direzione di Oreste ci sia mezza famiglia Lionello. Qualsiasi battuta di Luca diventa memorabile, l’accento di origine incerta è ideale nel contesto del film e la voce somiglia molto a quella originale… insomma, complimenti. Quando le raccomandazioni italiche funzionano!

    Scena di Ghostbusters 2 dove Ray abbraccia Janosz

    Io e Luca Lionello, se ci conoscessimo


    Alterazioni necessarie

    Ho voluto prima elencare gli esempi peggiori così da toglierceli subito di torno ma a questo punto devo anche sottolineare che i dialoghi di Jacquier non mancano di brillare in molti altri punti, specialmente in quanto a comicità di determinate scelte lessicali e nelle necessarie alterazioni di riferimenti culturali a noi sconosciuti.
    I riferimenti pubblicitari a noi ignoti facenti parte di battute umoristiche sono proprio l’esempio lampante di ciò che è necessario cambiare in un buon adattamento se non si vogliono tradire completamente le intenzioni del dialogo originale. Sembrerebbe un paradosso ma non lo è. Mantenere invece degli sconosciuti riferimenti alla cultura popolare americana fa sì che questi diventino un elemento di disturbo nei dialoghi italiani, cosa che ovviamente non erano per il pubblico di destinazione originario. Avremmo dunque spettatori di paesi diversi che percepiscono la medesima battuta in modo diametralmente opposto, questo è esattamente ciò che il doppiaggio non si propone di fare.

    Scena di Ghostbusters 2 momenti di melma

    Cin-cin!

    It’s slime time! (nel doppiaggio “momenti di melma!“) riprende lo slogan pubblicitario “it’s Miller time!” già usato nel primo film come celebrazione in seguito alla presunta sconfitta di Gozer (per gli americani è sinonimo di è tempo di festeggiare… con birra). Nel primo film era stato reso comicamente con la memorabile “ancora una volta venimmo, vedemmo… e senza indugio la fottemmo” che si rifaceva ad un’altra precedente e riuscitissima battuta del film (prima o poi parlerò anche del primo, non temete). Anche in Ghostbusters II si è badato prima di tutto al contesto e la nuova traduzione, “momenti di melma”, funziona altrettanto bene nel contesto. Vi ho già detto di quanto siano più importanti cose come IL CONTESTO e l’efficacia di una battuta in un film del genere commedia rispetto al preservare pedissequamente tutti i riferimenti pubblicitari che non fanno neanche parte della nostra cultura popolare? L’esempio dei “wonton” nei dialoghi italiani del recente Ghostbusters (2016) forse ci possono far immaginare una traduzione moderna della battuta qui presa in esempio: “È l’ora di farsi una Miller”.

    Sempre in tema di riferimenti pubblicitari modificati per un audience non americana, Venkman promette alla statua della libertà un weekend a Las Vegas con il Colosso di Rodi, invece del Jolly Green Giant dei dialoghi americani; sempre Venkman poi cita lo slogan pubblicitario “there’s always room for Jell-O” (=c’è sempre spazio per il Jell-O), slogan che dal 1964 è entrato nella cultura popolare americana così come qui è successo per alcuni slogan nostrani, ed è chiaro che non è cosa da tradurre alla lettera. Così in italiano Venkman coglie la palla al balzo per fare una rima dal sapore pubblicitario: -- “Odio la gelatina. -- Ma fa bene alla pancina e felice la mammina.”.
    Tradurre una battuta del genere alla lettera sarebbe un tradimento dei dialoghi originali ancora più grave, chi non capisce questo non ha capito assolutamente niente di che cosa sia l’adattamento. Non c’è sempre spazio per il Jell-O quando si parla di doppiaggio.

    Bill Murray in Ghostbusters 2 che dice: Ma fa bene alla pancina e felice la mammina

    Ma c’è sempre spazio per il buon Adattament-O

    Questo secondo film a ben vedere è stracolmo di prodotti pubblicitari, nominati o anche solo mostrati, che ad una visione in lingua inglese possono sembrare persino eccessivi. Del resto il film, triste a dirsi, è stato poco più che una bieca operazione commerciale per sfruttare l’onda di successo che la serie animata stava avendo già da diversi anni, una popolarità che faceva vendere giocattoli e gadget a non finire e che influenzò molte scelte del film: via i baffi di Winston perché nel cartone non li aveva, capelli rossi pazzi alla segretaria perché così era nel cartone, le gag di Slimer, etc…; trovo che sia un sollievo dunque che durante il pilotaggio della statua della libertà la frase I don’t think they make Nikes in her size diventi pantofole della sua misura non credo ne facciano, detto da Egon mentre tiene in mano un joystick della Nintendo. Come dicevo, il film è letteralmente la più vergognosa delle commercialate. Se non ve ne siete mai accorti è perché eravate troppo giovani, come me. Poi però si cresce e anche sentir citare “Super Mario Brothers” nei dialoghi originali comincia a sembrarci una scelta molto paracula. Forse è davvero meglio l’inaudito “formica contro draghi” dopotutto. Forse.

    Scena di Ghostbusters 2, Janosz in veste di fantasma rapisce il bambino

    Così Evit vi ruba l’infanzia

    Tornando ai prodotti commerciali sconosciuti, quando i due improbabili baby-sitter dichiarano di aver messo a dormire il bebè dopo avergli dato della “French bread pizza” fanno inorridire il pubblico americano che si immagina un infante alle prese con un simile alimento nocivo. Si tratta infatti di un terrificante cibo spazzatura che altro non è che un connubio tra una baguette e la pizza surgelata, da riscaldare al microonde e inutilmente dannoso per denti e gengive dato che la crosta della baguette diviene molto dura con la cottura. In Italia è stato sufficiente fargli dire che gli avevano messo un po’ di pizza nel latte per far inorridire qualsiasi mamma (e italiano in generale… quale umano metterebbe la pizza nel latte?). Il risultato finale è identico, si ride per lo stesso identico motivo (un alimento inadatto ad un infante somministrato da baby-sitter improvvisati) ma non per la stessa identica cosa (pizza nel latte al posto della “French bread pizza”). Cosa che non sarebbe stata possibile mantenendo “French bread pizza” nei dialoghi italiani come, ad errore, si tende a fare oggi nei prodotti doppiati che puntano più alla fedeltà delle singole parole a scapito dell’immediatezza delle battute. Questo è un chiaro esempio di adattamento vs. traduzione diretta.

    Testa di defunto nella scena della metropolitana in Ghostbusters 2

    Un consumatore abituale di “french bread pizza”

    Esempi simili sono disseminati un po’ ovunque in tutto il film. Quando Venkman chiede se il tostapane animato dalla melma sappia anche imitare Michael Jackson, in originale si riferiva ad Emmylou Harris. Capite che se avesse detto Emmylou Harris anche in italiano ci saremmo persi su riferimenti a noi non familiari, eppure ad un film doppiato oggi difficilmente sarebbero concesse simili libertà, tanto il pubblico può andarselo a controllare su Wikipedia e le rare volte che si fa uno strappo alla regola e si propongono alternative “localizzate” capita che magari si sia trattato di scelte pescate da un concorso indetto via Facebook che ci ha portato ad un “Captain America” che sfodera un taccuino dove ha annotato di andarsi ad aggiornare su Vasco e Valentino Rossi, o i mondiali di calcio Italia-Germania. L’apice massimo della deficienza.

    Qualcuno si chiederà perché allora io ritenga giustificata la presenza della parola “marshmallow” nel doppiaggio di Ghostbusters (1984). Fino ad ora ho precisato che stiamo parlando di una commedia, particolare essenziale per comprendere l’intero discorso, e che molti dei nomi e dei marchi alterati per il doppiaggio sono parte integrante di brevi battute volte unicamente a strappare una risata. La cantante Emmylou Harris, la “French bread pizza”, la gelatina instantanea “Jell-O”, il Jolly Green Giant, etc… sono tutti accomunati dall’essere parte integrante di battute che risultano tali soltanto se conosciamo il prodotto citato. Una battuta sul tostapane che balla come Michael Jackson fa ridere soltanto se sappiamo già chi sia Michael Jackson senza doverci pensare troppo su e, come abbiamo visto nel caso della birra Miller, il tipo di alterazione deve tener conto anche del contesto per funzionare. I marshmallow citati nel primo Ghostbusters non fanno parte di alcuna battuta e conoscere il prodotto dolciario a priori non è essenziale perché non deve strappare nessuna risata (a differenza del “Twinkie” ad esempio). I dialoghi di quel film ci dicono che lo “Stay Puft Marshmallow Man” è l’uomo della pubblicità dei marshmallow, quindi un personaggio immaginario di un prodotto che passa in TV. Altro non serve sapere per capire il perché della forma comica e amichevole del gigantesco mostro apparso per demolire New York.

    Contesto e scopo della frase sono le colonne portanti dell’adattamento. Al contrario di “Twinkie”, “Marshmallow” ha ragione d’esistere nei dialoghi italiani di Ghostbusters proprio per via di questi due capisaldi che spesso vengono ignorati da coloro che si lamentano superficialmente di questa o quella traduzione e che pensano all’adattamento per assoluti. “Tutti i riferimenti dovrebbero essere sempre tradotti” oppure “nessun riferimento dovrebbe essere mai e poi mai alterato”… sarebbe bello se il mondo fosse così semplice. Lasciare tutti i riferimenti culturali inalterati a priori è un modo di lavorare che può andar bene per chi sottotitola per DVD e Blu-Ray e non ha libertà artistica di “adattare” per il pubblico di destinazione, non certo per il doppiaggio di commedie in cui le battute devono essere tanto istantanee quanto quelle in lingua originale.

    Altri esempi di buone alterazioni riguardano i riferimenti geografici ignoti.
    La sensitiva ospite al programma di Venkman, Mondo medianico (The World of the Psychic), sosteneva che, come aveva già spiegato a suo marito, un alieno l’aveva avvicinata mentre era sola al bar dell’hotel Royal a Brooklyn e che l’aveva convinta, forse grazie ad un dispositivo di controllo mentale, a seguirla nella sua stanza d’albergo dove le fu rivelata la data della fine del mondo (“per San Valentino, mazzata!”). Lo sguardo comico di Bill Murray conferma ciò che tutti noi stavamo già pensando riguardo alla storia dell’alieno che abborda le signore al bar di un hotel e le porta nella propria stanza. Per gli americani c’è un piccolo dettaglio che rende il tutto ancora più palese: il bar non era quello dell’hotel Royal a Brooklyn bensì si trattava di un Holiday Inn a Paramus, nel New Jersey. Se già Brooklyn non era il top del romanticismo negli anni ’80, il nome “Royal” poteva per lo meno suggerire che si trattasse di un hotel di lusso, mentre per il pubblico americano un Holiday Inn nel New Jersey poteva solo far pensare, senza ombra di dubbio, al luogo ideale per un atto di infedeltà coniugale.

    Scena di Ghostbusters 2, Venkman guarda nella telecamera

    Lo sguardo che conferma il nostro presentimento

    L’alterazione italiana rimane comprensibile dal momento che negli anni ’80 nessuno conosceva gli Holiday Inn, né tanto meno Paramus in New Jersey, ma soprattutto non avrebbe avuto idea di cosa questi dettagli potessero implicare. Si suppone che “Royal” sia stato scelto come nome plausibile per un hotel e che entrasse anche bene nel labiale. Del resto la storia della signora era già comunque sufficientemente chiara a tutti.
    Se può interessarvi una scappatella nel New Jersey, sappiate che l’Holiday Inn dove potrete essere abbordati da un “alieno” al bar si trova su Prospect street, di fronte all’Ikea di Paramus. Google Maps vi aiuterà certamente nella vostra ricerca di vita aliena.

    Foto recente di Dan Aykroyd con dei dischi volanti alieni di sfondo

    Dan, li stai cercando nel posto sbagliato!

    Vogliamo tornare al discorso dei brand? Altro ottimo adattamento comico è quello della “serata buffet al Sizzler”. Il Sizzler era una catena di ristoranti che si elevava di poco sopra al fast-food e che, proprio per colpa della qualità dei loro buffet, assunse presto una pessima nomea per finire poi “zampe all’aria”; il messaggio implicito è che i nostri eroi fossero vestiti da poveri che vanno a mangiare spazzatura. Una battuta che sarebbe stata incomprensibile, così quel “all-you-can-eat barbecue rib night at the Sizzler” diventa “un déjeuner alla mensa stradini“.

    ghostbusters 2 mensa

    L’eleganza è per un déjeuner alla mensa stradini?

    Da applauso.
    Una battuta simile oggi sarebbe diventata quasi certamente “l’eleganza è per una cena buffet all’all-you-can-eat del Sizzler?”, ci scommetterei quello che volete (con le mie scommesse vinte però ci perdiamo tutti).
    Non dimentichiamoci anche il “povero Oscar”, a cui avevano “dato un nome da statuetta” (splendida battuta italiana) ma a cui in originale era “ti hanno dato il nome di un hot dog“. Se avete dovuto cliccare sul link per capirne il riferimento vuol dire che l’alterazione italiana era assolutamente necessaria.

    Altre piccole chicche sono ad esempio il negozio di libri dell’occulto di Ray, in inglese abbreviato in Ray’s Occult e che in italiano diventa l’occultoteca (tradotto oggi sarebbe banalmente “L’Occulto di Ray”), oppure il giudice soprannominato “the hammer” che in italiano diventa “il bisonte”, descrivendone la sua apertura mentale. Quando Ray parla della storia di Vigo “E neanche morì di vecchiaia! Fu avvelenato, pugnalato, impalato, impiccato, sbudellato, affogato e squartato.“, Peter risponde memorabilmente con “ed è guarito?” mentre in inglese diceva soltanto “ouch!” (equivalente del nostro “ahia!”).

    Successivamente, quando gli acchiappafantasmi vengono portati di forza in un ospedale psichiatrico, sentiamo le seguenti battute:

    -- Well, it’s gonna come back!
    -- Ma non conoscete il detto “Dio ripaga il sabato”?
    -- All we wanna do is help!
    -- Aiutatevi che noi vi aiutiamo!

    Scena in Ghostbusters 2, Peter Venkman e Ray in camicia di forza
    Il proverbio citato in maniera errata da Ray (quello corretto dovrebbe essere “dio non paga il sabato”) indica l’inevitabilità di una punizione (divina) che presto o tardi arriverà. Il riferimento ovviamente è all’imminente ritorno di Vigo e, sebbene si punti all’esagerazione rimarcata da Winston che tira fuori un altro pseudo-proverbio (“aiutatevi che noi vi aiutiamo”), le intenzioni finali della scena sono mantenute: è comico che gli acchiappafantasmi, pur dicendo il vero, peggiorino la loro situazione di TSO.
    Comunque, tutto questo parlare ma ancora non ho parlato di lui…

    Scena da Ghostbusters 2, il quadro di Vigo il carpatico e Janosz che lo invoca
    …di Viiiigo!

    “Ragazzi azzurri”, arlecchini e carpatici

    Take a look, it’s not Gainsborough’s ‘Blue Boy’ there. He is Vigo!
    Da uno sguardo, quello non è ‘Arlecchino’ di Picasso, lui è Vigo!

    In un’Italia stracolma di artisti memorabili, è facile che i nostri concittadini possano non aver mai sentito parlare del pittore inglese Gainsborough (1727-1788) e del suo dipinto “ragazzo azzurro“, eppure nella cultura anglosassone gode di una certa notorietà, grazie anche alle numerose ristampe che, già negli anni ’20 del ‘900, lo fecero diventare il fiore all’occhiello della National Gallery di Londra nonché uno dei ritratti più popolari nel Regno Unito! Tanto che quando nel 1921 venne acquistato da un magnate delle ferrovie americane per 700 mila dollari del tempo (il quadro più costoso dopo Madonna col bambino di Leonardo!), si levò un grido di protesta da parte del popolo britannico che non accettava che il proprio ragazzo azzurro abbandonasse la madrepatria. Ciononostante, nel 1921 arrivò negli Stati Uniti entrando a far parte della cultura americana, già nel 1929 diventa protagonista di un film di Stanlio & Ollio (Blue Boy, un cavallo per un quadro) e nel 1989 viene citato proprio in un prodotto della cultura popolare americana, Ghostbusters 2, dove Janosh fa notare che i nostri protagonisti non hanno a che fare con l’innocente ragazzo azzurro di Gainsborough, ma con Vigo, flagello della Carpazia e travaglio della Moldavia. Ironicamente ma non casualmente i due ritratti hanno una posa e uno sfondo praticamente identico e se volete un’altra curiosità, Django in una sequenza di Django Unchained vestiva proprio come il ragazzo azzurro! Tanto per farvi capire quanto, ancora oggi, quel quadro influenzi la cultura popolare americana.

    Essendo questa della ragazzo azzurro una battuta (anche ben riuscita) che affonda le radici nella cultura di lingua inglese, è chiaro che non poteva essere riportata tale e quale in italiano. Nella nostra versione si fa riferimento ad un “Arlecchino di Picasso“. Di Arlecchini di Picasso in realtà ce ne sono tanti, il dialogo doppiato dunque lascerebbe intuire che quello di Vigo non sia un quadro qualsiasi ma in realtà la battuta in italiano fa ridere proprio per la scelta del soggetto, Arlecchino, dal momento che Vigo è esattamente l’opposto dell’immagine mentale che potremmo farci pensando ad un “Arlecchino” qualsiasi, così come del resto l’innocenza del ragazzo vestito d’azzurro era l’opposto della figura del despota, quindi la battuta italiana funziona anche non avendo familiarità con i lavori di Picasso, né sapendo che ce ne sono più di uno, risultando così a portata di tutte le età e, curiosamente, funziona meglio della battuta originale visto che, per quanto parte della cultura popolare americana, comunque ci sarà pur sempre una fetta di America che non conosce Gainsborough e il suo ragazzo azzuro e che quindi non capirà quella battuta. Vi avevo già detto che questo film funziona meglio in italiano, vero? Questo mi porta al prossimo paragrafo…

    Alcune delle battute più riuscite in italiano

    È più bello terminare con delle note positive e quindi ecco alcune delle tante battute più riuscite in italiano come avevo suggerito dalla mia introduzione. Questa non è altro che una piccola selezione tra le tantissime che questo film ha da offrire.
    ghostbusters 2 short but pointless

    Ottimo, Louis. Breve ma affossante.

    (Originale: Very good, Louis. Short but pointless = breve ma inutile)

    ghostbusters 2 due in cassetta

    Due in cassetta. Siamo forti. Noi redivivi e loro redimorti.

    Questa battuta non solo riporta una rima ma è anche più attinente alla trama di quanto lo fosse la rima originale (two in the box, ready to go. We be fast and they be slow) dato che viene enunciata alla fine di una cattura che li avrebbe riportati in affari. A dirla tutta la battuta originale è piuttosto pietosa, poveri acchiappafantasmi, che cosa vi fanno dire!
    ghostbusters 2 birba

    Tocca a lei, birba!
    (originale: you’re next, bubbles!)

    Qui ho sempre pensato che Venkman incitasse il giudice a fare la prossima mossa (ovvero decidersi ad annullare la diffida che gli impediva di utilizzare gli zaini protonici e cacciare fantasmi), in realtà in inglese è chiaro che stesse terrorizzando il giudice dicendogli che sarebbe stato lui la prossima vittima, dal momento che l’avvocatessa dell’accusa era stata appena trascinata via dai fantasmi dei fratelli Scoleri a cui il giudice aveva “fatto dare la sedia”.
    La battuta in italiano in questo caso è divertente tanto quanto quella originale, il soprannome “bubbles” dovrebbe indicare l’irascibilità del giudice che “ribolle” come una pentola d’acqua sul fuoco. In quegli anni poi c’era anche Bubbles, la scimmietta di Michael Jackson che, come tutti gli scimpanzé, per via della sua crescita in cattività, era diventato aggressivo. In entrambi i casi “birba” sopperisce adeguatamente alla necessità di una parola breve che inizi per “b” e che stia ad indicare il carattere incazzoso del giudice.
    Ma non è tutto qui!

    Hold it right there, deadhead!
    You want a baby? Go ahead and knock up some willing hellhound, otherwise I’m giving you three to get back in that painting where you belong!

    Fermati lì, iettatore
    Vuoi un bambino? Ingravidati qualche diavolessa compiacente. Ti do tempo fino al tre per tornare in quel tuo brutto quadro da rigattiere.

    È proprio vero che sono le piccole cose a fare la differenza. L’offesa “dead-head” (letteralmente “testa di morto”, versione edulcorata di dick-head/testa di cazzo, probabilmente in riferimento alla leggenda delle ultime parole di Vigo, pronunciate prima che la sua testa morì) diventa “iettatore”; “hellhound” (un demone dalla forma canina come Cerbero -- un invito di Ray a scoparsi un cane, né più né meno) diventa più sensatamente una “diavolessa” e, infine, il “quadro a cui appartieni” diventa comicamente “quel tuo brutto quadro da rigattiere”. Le intenzioni offensive di Ray sono pervenute ma in maniera più memorabile in italiano, iettatori e rigattieri infatti sono tutti elementi inconsciamente familiari e meno banali di “un quadro a cui appartieni” o di una qualsiasi offesa inventata sul momento, come “testa di morto”. Venkman poi continua le offese a Vigo apostrofandolo con l’offensivo “bonehead” (=tonto, idiota, testone) che si trasforma quasi fantozzianamente in un magnifico “coglionaccio!”. Quando mai sentirete offese così ben “localizzate” come queste?

    Quale soluzione elegante poi ci ritroviamo tra le mani quando “pitiful half-men” (letteralmente “miserabili mezz’uomini”) diventa “voi omuncoli”, oppure quando la metafora del “come poliziotto in una fabbrica di ciambelle” diventa per noi “come un piranha in una piscina affollata”, un adattamento che tiene conto dell’esistente distanza culturale nei modi di dire e nell’immaginario popolare tra Italia e USA (i nostri poliziotti non sono famosi per mangiare ciambelle, in America invece è praticamente una figura iconografica pop). Stesso per “does anyone speak English?” (usato per sottolineare ironicamente che nessuno capiva ciò che gli acchiappafantasmi stessero dicendo) che diventa “non c’è qui un interprete arabo?”. Chi tra un briefing ed un’apericena si è dimenticato l’italiano e i suoi modi di dire, vi ricordo che esiste un detto nostrano, “parlare arabo”, che significa parlare in modo incomprensibile (ed è spesso usato ironicamente). Anche qui, come in molti precedenti esempi, il contesto è essenziale.

    Poi ci sono le alterazioni che sulla carta non dovrebbero funzionare eppure funzionano:

    Suo padre puzza? Tuo padre era del Puzzaware?

    originale: Did his father stink? Daddy was smelly?

    Insomma, avevo iniziato a scrivere di questo film in modo un po’ alterato e mi sono addolcito man mano che riscoprivo le tantissime battute ben riuscite del doppiaggio italiano. Ciò che adoro da sempre dei lavori di Sergio Jacquier è la ricchezza e la ricercatezza dell’italiano usato nei dialoghi che ben si addice a personaggi come Egon e Ray con il loro linguaggio scientifico e para-scientifico, dove persino un “she’s twitching” (=sta fremendo. “Twitch” è un muoversi nervosamente) diventa “eppur si muove”, del resto erano pur sempre ex-docenti universitari. Così un precursory medical examination (alla lettera: “esame medico preliminare”) diventa un “esame clinico cursorio“; uno “stool sample” (campione di feci) diventa uno “scampolo delle feci” (i pratici link sono lì per arricchire il vostro vocabolario, a piacimento); lo Slinky (tipico giocattolo che ciascun americano ha posseduto almeno una volta nella vita) viene contestualizzato alla realtà italiana con un misirizzi (per i più anziani che mi leggono era il vostro “Ercolino sempre in piedi”) e, invece di aver “raddrizzato” la molla Slinky, Egon in italiano estrasse il piombo dal misirizzi. Sono entrambe a loro modo comiche, il riferimento va in entrambi i casi a giocattoli noti nei rispettivi paesi di riferimento e con cui lo spettatore del 1989 aveva familiarità. L’azione dell’Egon bambino in entrambe le lingue era volta allo sciupare un giocattolo che lui non percepiva come tale, così da sottolineare comicamente quanto anormale fosse stata la sua infanzia.

    Al contempo, i dialoghi di Jacquier risultano in alcuni punti troppo ricercati per il loro stesso bene, con le intenzioni di certe battute che risultano comprensibili solo dopo un’analisi testuale dei dialoghi originali (Orson Kafka), e a volte sono addirittura fuorvianti come abbiamo visto nella scena della Harlem estremamente attiva. Questo è un difetto già visto in alcuni momenti di altri suoi adattamenti, come ad esempio in Aliens, di cui ho già scritto in passato. Potrei estendere i miei dubbi persino sulla strumentazione tecnica degli acchiappafantasmi che è stata ovviamente tradotta. Abbiamo ad esempio il gigameter che diventa gargarometro (o garganometro? Boh) e lo spectral analyzer diventa lo spettronzolizzatore (???). È solo la mia impressione o c’era una volontà di inserire parole semi-comiche anche qui?

    Tutto ciò che tu fa è male. Voglio che tu sa ciò.

    Per concludere (complimenti a chi è arrivato fino in fondo!), come qualità di doppiaggio Ghostbusters II è in generale molto altalenante con dialoghi mediamente migliori e memorabili di quelli originali ma che in alcuni momenti sono appesantiti da scelte bislacche, da alcune battute forzate, Venkman che diventa Vinkman, pronunce insolite sebbene tecnicamente non errate (come il Tìtanič) e reinterpretazioni di difficile comprensione.
    Allo stesso modo procede la recitazione: impeccabile per gran parte del cast, con un gruppo di doppiatori che, opinione personale, sono stati sostituiti in maniera pressoché invisibile anche ad una visione ravvicinata dal primo film, con recitazioni eccezionali (a volte è anche solo il modo in cui viene detta una frase che fa ridere), affiancate però da un Venkman Vinkman che non sembra ritornare con la stessa interpretazione del primo film (qualcuno mi ha detto di aver avuto la stessa sensazione sul personaggio di Louis), oppure dalla voce riciclata 2-3 volte di troppo (a proposito di voce riciclata, non dimentichiamo il concorsone Doppiaggi Italioti a fine articolo!) con tanto di sig. Fianella che prima, in strada, parla come un vecchio rimbambito e poi successivamente, in tribunale, sfoggia la voce del tenente Colombo! (Non si erano accorti che era lo stesso personaggio? Boh.) Ed aggiungiamoci pure quei brevissimi momenti neanche doppiati (per risparmiare? Boh), avremo così il quadro completo. Se gran parte delle alterazioni sono benvenute, anzi, sono da annali della traduzione audiovisiva, per altre non possiamo che domandarci: perché? Boh.

    È un doppiaggio che, mi dispiace dirlo, un po’ puzza. È del Puzzaware. Da Doppiaggi Italioti per oggi è tutto. Bau bau!
    ghostbusters 2 bau bau

    .


    CONCORSO “INDOVINA LA VOCE”

    Nell’articolo ho puntato il dito contro una fantastica voce da caratterista che però viene riciclata un po’ troppe volte durante il doppiaggio di Ghostbusters II. Questa voce non è segnalata da nessuna parte perché prima d’ora nessuno si era preoccupato di indagare su chi fosse, eppure l’abbiamo sentita in svariati film, quasi sempre su personaggi con una sola o poche battute. Se ci tenete a vincere una maglietta del blog non vi resta che indovinare chi è. Troverete una clip video è in fondo all’articolo.
    Premio in palio: una maglietta ufficiale del blog Doppiaggi Italioti con banner stampato come quella che appare in questa foto.

    IMG_3452

    Fabrizio Mazzotta, nostro testimonial involontario dal 2014

    Regolamento: i partecipanti, senza limite di tempo, potranno scrivere nei commenti a questo articolo il nome del doppiatore che credono di aver riconosciuto. Potete tentare quante volte volete, sparatene il più possibile. Vince colui o colei che nella cronologia dei commenti ha nominato il doppiatore prima di tutti gli altri. Per praticità, faranno testo soltanto i commenti pubblicati in coda a questo articolo, non quelli su Facebook, Twitter o Google+.
    È consentito farsi aiutare da gente del mestiere. Anche doppiatori professionisti possono partecipare al concorso se proprio ci tengono ad avere una maglietta del blog.

    Consegna del premio: la t-shirt in palio verrà preparata e spedita entro due mesi dalla conferma del vincitore senza alcun costo per il ricevente. Il vincitore dovrà indicarci la taglia richiesta e fornirci un indirizzo per la spedizione. La combinazione di colori potrebbe variare in base alla disponibilità.

    Ecco una clip con tutti i momenti doppiati dalla voce misteriosa

    ________________
    AGGIORNAMENTO
    La voce jolly presente su questi quattro personaggi secondari di Ghostbusters è di FRANCESCO DI FEDERICO. Lo stesso doppiava anche l’ammiraglio Ackbar in Il ritorno dello jedi che non figura da nessuna parte sul web (che ne dite di questa esclusiva “doppiaggi italioti”?) ed era anche la voce di Hordak in He-Man come riportato su Antonio Genna. Era anche la voce del maestro nella serie animata “C’era una volta l’uomo” (nel primo doppiaggio CVD-RAI), come correttamente identificato dal nostro Leo. Francesco Di Federico era una abituale presenza nei doppiaggi CVD specialmente negli anni ’80. Questa una sua ricca scheda su un celebre archivio di doppiatori. Per l’occasione rispolvero il mio meme preferito…

    aggiornare-il-genna

  • Punto di non ritorno (Event Horizon, 1997) – Liberate tutemet ex VV.S. Andersonis

    event-horizon-core1
    Punto di non ritorno (Event Horizon, 1997) in italiano è un curioso assortimento di esempi positivi su come adattare bene i dialoghi per il cinema di fantascienza ed esempi negativi su come non si dovrebbe tradurre e adattare un copione, regalandoci così allo stesso tempo errori faciloni vecchio stile e perle per i posteri.
    Iniziamo con il dire che questo film rientra nei limiti di un’epoca nella quale ancora non era comune l’abuso di termini superflui in lingua inglese come maschera del provincialismo, del conformismo e sintomo di una scarsa conoscenza delle lingue (come ben spiegato in questo articolo in lingua inglese). Il suo adattamento italiano, sebbene non privo di errori e traduzioni dubbie, non pecca di un uso scorretto del linguaggio… la lingua parlata nel film è effettivamente “italiano” (oggi, 20 anni dopo, questa osservazione non è poi così ovvia) e da quel punto di vista caga in testa a qualsiasi The Martian, Captain America, Star Wars della Disney, etc… difatti we’re aborting non diventa “abortiamo” come accadeva in The Martianoverride e airlock non rimangono “override” e “airlock” anche in italiano come abbiamo sentito in Interstellar (una delle poche cose di cui peccava); persino offline non rimane all’inglese ma trova un suo corrispettivo funzionale alla trama con “non più attive”… eppure, guarda un po’, il film è riuscito a riportare ugualmente il loro significato nella nostra lingua con estrema naturalezza perché non sono elementi intraducibili come qualcuno potrebbe credere oggi, nel 2017, a neanche vent’anni di distanza.
    Stabilito dunque che in questo film doppiato si parli un italiano plausibile e non un calco dei dialoghi in lingua inglese, privo anche di termini lasciati in inglese con la scusa d’essere “tecnici”, vediamo quali sorprese ci riserva l’adattamento di Punto di non ritorno e cominciamo, come sempre, dal titolo.
    event-horizon_titolo

    Un titolo bivalente in entrambe le lingue

    Il titolo originale, Event Horizon, non è un nome casuale assegnato dagli sceneggiatori all'(astro)nave fantasma che funge da ambientazione per il film. Il nome fa riferimento ad un concetto della relatività generale riferita ai buchi neri, l’orizzonte degli eventi che su Wikipedia in lingua inglese viene descritto in parole povere (in layman’s terms) come the shell of “points of no return“, i punti oltre i quali l’attrazione gravitazionale diventa così grande da rendere la fuga impossibile, anche per la luce. I buchi neri sono l’argomento principe nel film dato che il motore della nave Even Horizon sfrutta proprio i buchi neri (creati artificialmente) per viaggiare oltre i confini della galassia. [È curioso notare che nei dialoghi originali qualcuno chieda a Sam Neill di spiegargli il concetto proprio in “layman’s terms”… richiesta che dopo porterà alla battuta “Fuck layman’s terms, do you speak English? / Parole povere un cazzo, potrebbe parlare come noi?”]
    event-horizon-singularityÈ adesso chiaro che la scelta del titolo non è così casuale come potrebbe apparire di primo acchito a molti ma, al contrario, è stata ben ponderata e mira a riportare un doppio senso nel titolo: se in originale questo includeva sia il nome della nave che il concetto fisico relativo ai buchi neri, in italiano (e direi molto appropriatamente) il titolo fa sia riferimento al concetto fisico dell’orizzonte degli eventi che ad un più generico “punto di non ritorno”, che ben si adatta al genere horror. Simili sforzi sono lodevoli se valutati oggi, nell’era di titoli sputacchieri alla CaPTain America. Direi che i paesi di lingua spagnola si siano impegnati molto meno con la loro nave de la muerte, sebbene abbiano ingarrato perfettamente il corretto sottogenere horror, cosa per altro ben spiegata in questo approfonditissimo articolo del nostro blog amico Il Zinefilo, vero ispiratore della mia analisi sull’adattamento.

    L’adattamento

    Seppur in generale molto buono e con dialoghi che non sono mai traduzioni letterali (nel 2017 questa sola frase potrebbe concludere la mia analisi), l’adattamento rimane un po’ altalenante purtroppo.
    A volte frasi secondarie e tutto sommato inutili vengono cambiate con altrettanta inutilità, come hats off in the tank (niente cappelli nelle vasche) – detto dal capitano prima di togliere il cappello ad un membro dell’equipaggio che lo stava ancora indossando mentre entrava nella “vasca ionica” – che diventa “apri il portello delle vasche“(?). Altre volte i dialoghi tendono alla semplificazione (probabilmente per questioni di tempi del labiale), già nei primi 5 minuti infatti troviamo espressioni colorite (molto comuni negli horror americani di quegli anni) che con una traduzione diretta avrebbero confuso lo spettatore: “I haven’t got more than my hand in weeks” (letteralmente: “non ho avuto altro che la mia mano nelle ultime settimane”) diventa più comprensibilmente “sei settimane senza sesso“.
    Altre volte ancora la presenza di battute è intuibile solo dalle espressioni degli attori, come quando la spalla comica di colore (altro elemento tipico degli horror di quell’epoca) dice ad un collega in procinto ad uscire in esplorazione: “oh, calmo, calmo, dimentichi la valigetta“, mentre invece in inglese recitava “caro, caro, dimentichi la valigetta” (honey, honey, don’t forget your briefcase!), una frase stereotipata da moglie casalinga anni ’50 che aiuta il marito a prepararsi ad andare a lavoro. E non si capisce infatti perché in italiano l’altro debba ridere visto che effettivamente poi gli viene passata una valigetta con la strumentazione.

    In generale l’adattamento se la cava bene con il gergo da piloti spaziali e, come ho già accennato, risulta privo di inglesismi superflui laddove anche “are off-line” diventa “non sono più attive” e dove non ci sono “airlock esterni” (outer airlocks) bensì “ingressi esterni” ma alcuni piccoli momenti offrono occasione di dire “eh, cosa?”:
    Originale: We have a lock on Event Horizon’s navigation beacon.
    Doppiato: Stiamo ricevendo il riflesso luminoso della Event Horizon.

    Eh, cosa? Avete tradotto navigation beacon come “riflesso luminoso” invece di “radiofaro”? Mai visto Alien e Aliens a cui questo film si ispira PESANTEMENTE, tanto da esserne quasi una fotocopia? (tranne nei momenti in cui diventa “Hellraiser in space” ovviamente)

    event-horizon-bridge
    Quando controllano le bombole di refrigerante ancora funzionanti (sempre ad emulazione di una scena in Alien) uno esclama “shot!” per tutte quelle che trova vuote o, suppongo, non funzionanti. In italiano esclama “chiuso” sebbene non ne capisca bene il motivo della scelta di questa parola, sarebbe stato più chiaro un “andato” (o “vuoto”) per ciascun cilindro che scarta gettandolo per terra. La parola shot era anche già stata utilizzata in una precedente frase dove si parlava di filtri di CO2 “the CO2 filters on the Event Horizon are shot” che in italiano era riportata come “i filtri di CO2 della Event Horizon sono saltati“, quindi dire “chiuso!” non ha proprio alcun precedente nei dialoghi.
    .
    L’allarme di prossimità, il proximity warning, viene enunciato come manovra di aggancio (eh, cosa?).
    .
    Ribadisco di non voler dare l’impressione che il gergo tecnico sia costantemente sbagliato, tutt’altro! Il film brilla in moltissimi momenti, è proprio per questo che le piccole sviste risaltano ancora di più.
    Quando in inglese viene accennata la “singolarità” (singularity), ad esempio, in italiano si parla di eccentricità (eh, cosa?). Non c’è dubbio che alla fine degli anni ’90 questo termine associato ai buchi neri fosse ancora sconosciuto ai più, difatti soltanto da pochi anni ha cominciato a farsi strada tra le masse anche in Italia, proprio grazie al cinema di fantascienza. Negli Stati Uniti il termine singularity è generalmente più noto e da molto più tempo ma di solito viene usato nei film quasi fosse una parola magica da buttare lì, in mezzo ai dialoghi, per fare linguaggio tecnico con poco e, sebbene non sia automaticamente sinonimo di “buco nero”, di solito nei copioni lo diventa. In questo film però il termine è usato volutamente come “parolone” quando Sam Neill (il fisico a bordo) deve fare la gag della spiegazione tecnica che nessuno degli altri personaggi (e degli spettatori) può capire:
     .
    “Si usa un trattenitore di campo magnetico per mettere a fuoco un fascio luminoso di gravitoni in modo che pieghino lo spazio tempo conformemente alla legge della dinamica tensiva di Weyl, finché la curvatura dello spazio-tempo non diventa infinitamente grande producendo un’eccentricità…”
    Insomma, non sappiamo a cosa si riferisca quell’eccentricità ma forse è proprio questo il punto… non serve saperlo, anzi, non DOVETE saperlo! Poco dopo infatti arriverà la spiegazione “per tutti” che nomina i buchi neri con l’esempio del foglio di carta piegato su sé stesso e attraversato da una penna (Interstellar, non pensavi mica di passarla liscia), quindi tutto sommato non perdiamo niente da questa curiosa sostituzione di singolarità con eccentricità, ma con la prima forse il film in italiano sarebbe risultato ancora più attuale oggi.
    event_horizon-explaintation
    .
    Continuando con le alterazioni degne di nota…

    Il “drive” che tanto fa fantascienza

     Il mio più grande problema con le scelte di adattamento di questo film ruota intorno al termine “drive” che, in generale, si riferisce ad un tipo di propulsione, letteralmente una spinta. Già dall’inizio, il film ci introduce al suo vocabolario fantascientifico e sentiamo parlare di astronavi normali spinte da una “ion drive” e della sperimentale “gravity drive” che invece spinge la Event Horizon attraverso buchi neri.
    Il problema è la scelta italiana di tradurre quel drive come trasferitore (eh, cosa?). Abbiamo dunque un trasferitore ionico (ion drive) ed un trasferitore gravitazionale (gravity drive)… ma cosa trasferisce esattamente? Potremmo dire che, trattandosi di fantascienza, trasferirà ioni (???) in una maniera a noi sconosciuta e quindi insondabile ma che in qualche modo fa funzionare quella tecnologia, praticamente l’equivalente di un motore a cosi ionici, è fantascienza… che ce ne frega, giusto? Ma il “drive” non è poi così insondabile e di difficile comprensione per gli americani, è semplicemente una “propulsione”. Ricordate la propulsione silenziosa (silent drive) di Caccia a Ottobre Rosso? Anche quella era tecnologia fantascientifica ma di significato immediatamente comprensibile e avrei preferito che lo fosse anche qui. Una propulsione ionica e una propulsione gravitazionale non sfigurerebbero affatto nei dialoghi italiani di Event Horizon. Peccato fu deciso di tradurlo con un “coso” invece.
    I fan del film mi potranno dire: e che dire delle grav tanks che diventano vasche ioniche? In questo caso non c’è un errore e, anzi, ci dimostra che chi ha lavorato alla versione italiana è stato molto attento alla trama. Le vasche nelle quali l’equipaggio dormiva durante tutto il viaggio, come viene spiegato nel film, servono ad annullare gli effetti dell’accelerazione dovuta alla spinta della propulsione ionica (scusate se non la chiamo “trasferimento ionico”) che altrimenti schiaccerebbe l’equipaggio alla partenza e all’arrivo. Quindi sono le vasche da usare durante la spinta ionica… “vasche ioniche”. È un’ottima trovata con un suo lato pratico: abbrevia ottimamente la frase italiana che altrimenti sarebbe dovuta essere con tutta probabilità “vasche gravitazionali”, di lunghezza veramente eccessiva per qualcosa di così breve come “grav tanks”
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    Ma passiamo alla vera supposta spaziale. Pronti? Occhio che arriva….
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    event-horizon-supposta
    Ahia!

    Il latinorum spaziale

    In un blog in cui parlo di traduzione dall’inglese all’italiano è curioso che mi ritrovi a parlare di latino. Nel film sentiamo una registrazione audio che inizialmente viene scambiata come richiesta di aiuto e solo successivamente viene correttamente interpretata come un messaggio di avvertimento (tutti i riferimenti ad Alien sono puramente casuali). In questo caso il messaggio non è alieno ma è in latino, quindi in teoria è il genere di situazione che dovrebbe facilitarci durante l’adattamento italiano… e non portare al suicidio della logica.
    Liberate me (ex inferis)“, sembra recitare il messaggio in inglese, molto disturbato e smozzicato anche dopo un’ardua pulitura tramite magici filtri audio. La rivelazione arriva dopo quando si scopre che in realtà il messaggio diceva “libera tutemet (ex inferis)“, salvatevi dall’Inferno. Sebbene la frase originale già fa discutere in quanto a correttezza del latino stesso, in italiano si va oltre.
    event-horizon-latino

    Un fan di Terenzio

    Nel doppiaggio italiano il messaggio dice chiaramente (e forse più correttamente) “liberate vos“, ma il nostro traduttore della domenica, il personaggio che riconosce il latino laddove nessun esperto sulla terra era riuscito nell’impresa, ci sente erroneamente “liberate me“, che poi traduce agli altri come salvatemi. Un momento di raccoglimento… Sicuri che non avrebbe dovuto sentirci “liberate nos” e quindi tradurlo con salvateci? Perché sarebbe giustificabile scambiare vos con nos in un audio disturbato e giustificare il colpo di scena che arriva a tre quarti del film.
    Questa è la situazione:
    MESSAGGIO REALE / MESS. PERCEPITO (lingua originale)
    Libera tutemet / liberate me
    ______
    MESSAGGIO REALE / MESS. PERCEPITO (doppiato)
    Liberate vos / liberate me
    ______
    Come sarebbe dovuto essere…
    MESSAGGIO REALE / MESS. PERCEPITO (doppiato)
    Liberate vos / Liberate nos
    Come nos/vos possa essere scambiato con “me” non è chiaro, la spiegazione secondo me è solo una: l’unico di loro che parlava latino era anche sordo come una campana… in italiano. Il labiale chiaramente NON era il problema principale visto che nella rivelazione finale il “liberate me” della traccia audio inglese diventa tranquillamente altro.
    .
    Insomma, al latino da cono in testa dietro la lavagna degli americani ci aggiungiamo anche del nonsenso tutto italiano? La frittata è completa.
    ____________________
    In conclusione, un adattamento decisamente interessante. Peccato solo per quella frase in latino e per qualche altra scelta dubbia, perché per il resto rimane veramente un lavoro esemplare con ottimi interpreti.
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  • 1997: Fuga da New York – Jena, non Snake. Psicologia di un nome

    JenaPlissken
    Ho già parlato di 1997: Fuga da New York, nel lontano 2011, in un articoletto che, tutto sommato, era molto più completo e a trecentosessanta gradi di molti altri dello stesso periodo e in cui le osservazioni più salienti furono riportate in maniera sintetica… il dono della sintesi, questo sconosciuto. Tale articolo è ancora valido e molto adatto al lettore occasionale privo di pazienza, quello abituato a leggere soltanto vuoti acchiappa-click condivisi su Facebook. Oggi invece parliamo in maniera poco sintetica dell’adattamento italiano del film in tutte le sue minuziose finezze, negli errori e nei pregi. Insomma, il solito approfondimento la solita rottura di balle come se ne vedono già da molti anni su questo blog.

    Ma prima, partiamo con l’offendere dozzine di potenziali lettori! Come diceva il dottor Frankenstein in Frankenstein Jr.: si va?

    Quando si parla dell’adattamento di Fuga da New York, l’unico argomento che emerge è seeeeempre il solito: il nome del protagonista nella versione doppiata è diverso dall’originale e blablabla…

    blahblahblah
    Per fortuna il film non è popolare come, diciamo, Guerre Stellari, quindi è più infrequente incappare in qualcuno che tira fuori l’argomento “Snake è meglio di Jena“, nonostante questa alterazione sia ben più sostanziosa rispetto a, diciamo, Fener Vader. Ma, come vedrete, è molto più motivata.

    I più arditi tra i detrattori del doppiaggio in generale lo additeranno certamente come uno dei tanti esempi di alterazione che conferma la loro idea maturata su internet secondo la quale il doppiaggio dovrebbe essere abolito domani mattina per tutti oppure, se proprio deve esistere, che sia almeno una copia diretta dei dialoghi stranieri, con tanto di costruzione grammaticale estera e vocaboli non tradotti. Nell’era in cui anche la lingua è diventata, come tutto il resto, un’opinione e in cui al grido di “così si parla oggi, aggiornatevi!” si giustifica la propria ignoranza radicalizzata all’interno di forum e pagine Facebook ricolme di menti adolescenti, anche la trasformazione di Snake in Jena capisco che possa diventare per qualcuno l’ennesima riprova del fallimento del doppiaggio, proprio come accade nel complottismo dove qualsiasi dichiarazione “ufficiale” diventa una riprova di accordi segreti tra il governo ed extraterrestri.
    Se invece siete curiosi di capire perché Jena ha più senso di Snake in italiano, procedete pure con la lettura.

    slegate

    Se mi slegate inizio il mio approfondimento

     
    Psicologia di un (sopran)nome

    Gli appassionati più accaniti di Carpenter forse sapranno che il nome del personaggio deriva da un qualche bullo di scuola che conosceva un amico di Carpenter, un bullo che si faceva chiamare “Snake”, viveva a Cleveland ed aveva un tatuaggio a forma di serpente… una storia del genere. simpsons-snakeChiedendo che fine avesse fatto Snake, qualcuno poteva tranquillamente rispondere “credevo fosse morto” e, anche se questa battuta origina da un film con John Wayne, supponiamo che si applicasse benissimo anche a quel Snake di Cleveland, una sorta di mito di periferia. Da qui nascono le basi di un personaggio che praticamente si è scritto da solo e spero che il vero Snake di Cleveland sia ancora vivo per apprezzare il contributo fondamentale che i suoi pochi anni di scuola hanno portato al cinema mondiale, prima della sfavillante carriera da benzinaio.

    “Snake” nella cultura americana è un tipico soprannome da criminale ed uno statunitense non dubiterebbe di ciò per un istante.

    snakes1

    “Snake” (e varianti) nella cultura americana

    La scelta di Iena al posto di Snake nell’adattamento italiano si rivela forse tra le più riuscite della storia del doppiaggio. Non solo per via del labiale PERFETTO (dato che il movimento delle labbra è assolutamente identico nella pronuncia dei due nomi) ma anche perché è servita a consolidare istantaneamente l’epicità di un personaggio in cui è prima il (sopran)nome, più che le sue azioni, a farci capire la cosiddetta “psicologia del personaggio” e a dargli spessore. A breve capirete come e perché.

    Serpenti americani e serpenti italiani

    L’uso del “serpente” come soprannome è fortemente evocativo nella cultura anglosassone e in particolare quella americana: indica una persona pericolosa, sempre pronta a pugnalarti alle spalle per tornaconto personale e di cui di conseguenza ci si può fidare poco. È il tipico soprannome da criminale che si addice bene anche al nostro Plissken e, sebbene molti dizionari indichino un’equivalenza con il nostro “serpe”, in questo caso, come vedremo, non è un opzione praticabile.
    L’alterazione (anzi, l’adattamento) di “Snake” in italiano diventa una necessità quando si vuole ottenere un equiparabile impatto culturale in una lingua diversa da quella originale. Infatti, se volessimo immaginare l’ipotetico caso di una traduzione più alla lettera per “Snake”, ci scontreremmo con due situazioni problematiche.

    La prima è quella di movimenti labiali impraticabili come nel caso di “cobra”. Tra le alternative possibili, Cobra ovviamente porta con sé l’invidiabile vantaggio di giustificare quel tatuaggio addominale che vediamo al protagonista durante lo scontro gladiatorio a torso nudo. Una scelta di adattamento su cui puntò la Corea a quanto pare ma è un’opzione che funziona soltanto sulla carta, difatti se ai coreani non importa molto di ricreare un labiale plausibile che “illuda” lo spettatore, in Italia invece questo è sempre stato fondamentale per rendere credibile l’illusione del doppiaggio, perché di illusione si tratta… e quando si slega troppo ce ne accorgiamo subito (questo vale anche per i film italiani).

    cobra
    La seconda situazione problematica è quella di “serpe”, ovvero una parola che si avvicina sufficientemente a “Snake” sia per significato che per lunghezza (entrambe parole brevi che iniziano per esse ed indicano dei crotali) e quindi apparentemente la scelta ideale ma, ahimè, del tutto inadeguata nel caso specifico.
    In italiano, infatti, “serpe” suggerisce una persona malvagia e subdola, che trama alle spalle, capace di fare del male nascondendosi sotto un’apparente gentilezza (questa è la definizione di “serpe” nel suo senso figurato, idem per “vipera”), ovvero l’esatto opposto di Plissken che non fa mai finta di essere gentile e non lo nasconde di certo (cit. “non me ne frega un cazzo del vostro Presidente“) ma allo stesso tempo sappiamo che non è una persona malvagia, dietro la sua aria da duro prova molta più compassione di quanta ne potranno mai provare i suoi carcerieri e meno che mai il Presidente… loro sì infidi e subdoli, delle vere serpi!

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    Citazione che rispunta sempre fuori durante le elezioni presidenziali americane

    Quindi abbiamo un “cobra” che non sta bene sul labiale ed un “serpe” che però è ben diverso dalle intenzioni di quello “snake” del copione americano ma che, soprattutto, non c’entra assolutamente niente con il nostro eroe! Plissken non è un personaggio di Beautiful.
    Sono sicuro che avranno anche tentato un “chiamami Serpente” come del resto hanno fatto anche gli spagnoli (“chiamame Serpiente“) ma nella nostra cultura italica non sembra un soprannome realisticamente proponibile per un personaggio simile. Sottolineo quello che dicevo prima, ovvero che “Snake”, nel cinema e nella televisione, è un soprannome tipico del criminale americano, se vogliamo anche un po’ cliché. In Italia però “Serpente” non è culturalmente equivalente a “Snake” e se negli Stati Uniti (e suppongo nei paesi di lingua spagnola) qualcuno può farsi chiamare Serpente ed apparire immediatamente “figo”, non si può dire che questo avvenga altrettanto facilmente anche da noi.
    L’intuizione di chi ha adattato, e che trovo molto azzeccata, è stata quella di spostare l’attenzione su un animale differente, con un labiale proponibile anche sui primi piani e che fosse comunque adeguato al personaggio.
    Anche se il “iena” della soluzione adottata in italiano non porta lo stesso identico significato che “snake” ha per gli americani, gli si avvicina comunque moltissimo e, cosa basilare, descrive accuratamente il personaggio: una persona di cui non fidarsi e con cui non è bene abbassare mai la guardia perché si approfitterebbe subito di un momento di debolezza dell’avversario, una vera carogna insomma… questo sempre dal punto di vista delle autorità o, come dicono gli americani, “the Man!“.

    Un nome che si presenta da solo

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    Il livello di epicità del personaggio alla sua apparizione viene superato pochi istanti dopo, quando sentiamo come si fa chiamare.

    La scelta di “iena” in sostituzione di Snake è, come scelta di adattamento, molto più lontana di quanto Fener lo fosse da Vader in Guerre Stellari ma allo stesso tempo è anche più giustificata, dal momento che il cambiamento non è da ricercare in un volersi allontanare da un nome immaginario dal suono anglosassone troppo reminiscente di una tazza del cesso. In questo caso invece si tratta a tutti gli effetti di un soprannome con un suo preciso (ed evocativo) significato che contribuisce in maniera sostanziale al film nel suo insieme e quindi è importante che “arrivi” a tutti gli spettatori italiani così come in inglese arriva a tutti gli spettatori del mondo anglosassone.

    Qualcuno si sarà già posto la fatidica domanda… e lasciarlo “Snake” anche in italiano?

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    In 1997: Fuga da New York, un film dove tutti i criminali hanno un soprannome con cui sono conosciuti nell’ambiente (o che hanno assunto una volta in carcere) -- menzione d’onore per Mente (Brain), il Tassista (Cabbie) e il Duca (the Duke) -- anche Plissken possiede il suo: Jena (Snake). Non veniamo mai a conoscenza del vero nome di Snake ma dubito che quelle iniziali lette da Lee Van Cleef sulla scheda del detenuto, “S. D. Plissken“, stiano per “Snake Delano Plissken”. Che mamma Plissken abbia potuto fare un tale sgarbo da chiamarlo davvero Snake alla nascita? Non è molto plausibile.
    La prima risposta di Plissken è, infatti, “call me Snake” (chiamami Jena, in italiano), perché non vuole essere associato al suo vero “nome” da ex-eroe di guerra, una guerra combattuta per un paese per il quale non vale più la pena combattere da quando si è trasformato in una distopia fascista, un governo con il quale Plissken non vuole aver più niente a che fare. Egli preferisce essere chiamato con il suo soprannome da criminale perché, in un paese simile, essere contro lo Stato è un atto di eroismo, non di tradimento.
    Poche parole e abbiamo già capito quasi tutto del suo personaggio. Queste poche battute sono già degne di essere insegnate in tutti i corsi di sceneggiatura.

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    “soprannome”

    Durante tutto il film, Hauk (Lee Van Cleef) continua a chiamarlo “Plissken” come farebbe con uno qualsiasi dei suoi soldati/sottoposti così da ricordargli costantemente chi è che comanda. Solo sul finale, quando vuole offrirgli un lavoro, Hauk lo appella finalmente con il suo soprannome preferito, Snake(/Jena). Non è altro che un viscido tentativo di distensione per convincerlo ad accettare un futuro lavoro per quelle stesse autorità che Plissken disprezza (“the Man”). Jena però mostra il suo rifiuto chiudendo la gag del nome con un “mi chiamo Plissken” così da distanziarsi dai tentativi di finta amicizia dell’Alto Commissario Hauk. Un’esclamazione che potrebbe essere tranquillamente letta come un “non ci penso neanche” o qualcosa di ancor più diretto e più volgare.
    Quindi la storia del nome fa un cerchio dove Plissken inizialmente chiede di essere chiamato con il suo soprannome per mantenere le distanze dal suo passato da eroe al servizio del suo paese e dall’autorità da lui ora disconosciuta (cit. “Presidente di cosa?“) e poi finisce per chiedere di essere chiamato per cognome per il medesimo motivo.
    Un “chiamami Snake” lasciato così in italiano avrebbe rotto questo sottile meccanismo psicologico dato che lo spettatore italiano sarebbe stato indotto a considerare “Snake” come un nome proprio di una lingua straniera, non più come un palese soprannome dunque, e tutto il gioco tra il “chiamami con il mio soprannome da criminale/chiamami con il mio vero nome” sarebbe stato vanificato in una gag per molti inafferrabile e nella quale il protagonista inizialmente vuole essere chiamato per nome proprio e successivamente per cognome, senza una ragione specifica. Scelta che risulterebbe insensata nella trama stessa… perché mai, infatti, Plissken dovrebbe desiderare una certa informalità iniziale con i suoi carcerieri chiedendo di essere chiamato per nome proprio?
    Per questo motivo Snake non è rimasto Snake in italiano. È un soprannome che svolge una propria e importante funzione narrativa e introduttiva al personaggio. È un soprannome che deve essere adattato per portare allo spettatore italiano gli stessi sottintesi che arrivano allo spettatore americano. E non solo! Nello stesso film, come ho già detto, ci sono altri personaggi che, come spesso capita tra criminali e detenuti, hanno un loro soprannome che è stato italianizzato (e di cui nessuno si è mai lamentato, a riprova che gran parte di queste lamentele derivano da pensieri maturati a posteriori, FUORI dalla visione di un film e non sono mai contestualizzate), quindi dare a Snake un corrispettivo italiano non è che una logica conseguenza di un adattamento fatto con una buona dose di coerenza interna. Ve li ricordate gli adattamenti con una coerenza logica interna? No? Lo so, i troppi Captain America™ e i vari Django Unchained hanno fatto danni alle orecchie e alla mente.
    Rimane un solo dubbio sul soprannome…

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    Evit che vi inocula il dubbio

    …perché “Jena” scritto con la i lunga alla Pirandello?
    La prima indicazione su come si scriva il nome del personaggio la troviamo nelle recensioni pubblicate sui giornali italiani del 1982, si suppone che fosse dunque riportato in tal modo sul “press kit” fornito all’anteprima stampa. Si tratta indubbiamente di una scelta stilistica deliberata da parte di chi ha adattato il film, ma perché? La risposta semplice: è italiano!
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    la I e la J condividono gran parte della loro storia, prima di essere distinte in due lettere diverse […] La lettera J faceva parte dell’alfabeto italiano, ma cadde quasi completamente in disuso fra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento.
    In italiano pochissime parole vengono tutt’ora scritte utilizzando la J (jella, jena, jota, juta, fidejussione ecc.), oltre a un certo numero di nomi propri di persona o di luogo (Jacopo, Jannacci, Jesolo ecc.)

    fonte

    Se ignoriamo ciò che è venuto dopo (romanzi, fumetti, il suo seguito a Los Angeles) e ci concentriamo solo sul film così come uscì all’epoca, l’unica indicazione sulla grafia del nome poteva venire unicamente dal “cartello” sui doppiatori nei titoli di coda del film, una cosa però IMPOSSIBILE da trovare tranne che su pellicola italiana in 35mm!
    Tuttavia sono riuscito a trovarvi anche questo riferimento visivo. Tiè! Beccatevi questa rarissima esclusiva, anzi, questo vero e proprio miracolo dato che non è mai apparso né in VHS, né in televisione ma solo al cinema!

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    Correte ad aggiornare il Genna va’!

    Purtroppo, come potete vedere, non solo manca il nome di Plissken, ma il cognome ha uno spelling diverso, mancando di una “s”. E anche qui è difficile stabilire a posteriori se si fosse trattato di un refuso o se effettivamente nell’adattamento italiano Snake Plissken fosse diventato Jena Plisken, con una sola esse. Sarebbe curioso adesso trovare uno dei copioni che veniva dato ai doppiatori così da verificare quale nome fosse annotato lì ma… un altro miracolo non è stato possibile. Qualcuno chiami Carlo Valli, magari ce l’ha ancora e lo usa occasionalmente come sottobicchiere.

    L’impatto culturale del nome “Jena”

    Cito parte di un articolo del 15 settembre 1982 dove si parla proprio dei nomi italiani:

    La frase che sgrana a mezza bocca sul finire di 1997: Fuga da New York è già diventata famosa come una di Clint o uno champagne d’annata di James Bond. ‘Chiamami Plissken’ dice, finalmente libero, al poliziotto Van Cleef; e noi ci ricordiamo che appena un’ora prima, all’inizio del film, questo nerboruto criminale scampato alla prima guerra atomica, e ridotto a numero carcerario, aveva ghignato in faccia a un secondino ‘chiamami Jena‘. In ogni caso, Jena è un gran bel nome per un eroe che si presenta in canottiera nera, pantaloni mimetici, scarponi militari, capelli lunghi e benda sull’occhio. Se ci fate caso, sono azzeccati anche i nomi di tutti gli altri eroi di celluloide che il cinema d’oltre oceano ci ha regalato in quest’ultimo anno.

    Lode a Sergio Jacquier (di cui già parlai negli articoli su Aliens -- Scontro finale e Batman, oltre che in questo piccolo “trafiletto”) e alla donna che ne diresse il doppiaggio: Fede Arnaud. Costoro ci hanno deliziato con dialoghi tanto memorabili quanto lo erano quelli originali per il pubblico anglosassone perché, diciamocelo, i film di Carpenter sono resi epici all’80% proprio dai dialoghi (la sola battuta “Hai pilotato il Gullfire su Leningrado“, ispirando lo scrittore William Gibson, ha letteralmente portato alla creazione dell’intero genere della fantascienza cyberpunk. Oh, da una sola mezza frase di poca importanza buttata lì si arriva fino a Matrix, mica cazzi!) ed è compito dell’adattamento quello di trasporre tali dialoghi in modo che siano altrettanto memorabili quando vengono localizzati in altre lingue… e Fuga da NY ha dialoghi memorabilissimi in italiano così come in lingua inglese, a partire dal “nome” stesso di Jena, la cui notorietà è stata consolidata da subito, come abbiamo visto da quell’articolo del 1982 (ed è rimasta indiscussa per decenni a venire), fino alle singole battute, tutte citabili e che funzionano in qualunque lingua decidiate di guardare il film.

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    In questa foto rubata altrove troviamo Mauro Di Francesco che si fa chiamare Jena nel film “Il Ras del Quartiere” (1983)

    Nel panorama europeo, siamo stati uno dei pochi paesi in cui chi ne curò il doppiaggio intuì che proprio di soprannomi si trattava (Snake, Brain, the Duke, etc…), per questo motivo Snake (serpente) è stato italianizzato in un animale che si potesse adattare al personaggio di Plissken e che funzionasse bene sul labiale anche nei primissimi piani (nel nostro caso una iena), lasciando che il tatuaggio addominale (un cobra) diventasse soltanto l’ennesimo addobbo stilistico come lo sono la benda sull’occhio e la giacca di pelle consunta; una “perdita” che però non detrae niente dall’epicità personaggio.

    In Francia optarono per un adattamento misto e meno coerente: Snake, Brain e gli altri soprannomi rimasero tutti in inglese tranne le Duc. In Germania dell’Ovest invece optarono (non inaspettatamente) per una americanizzazione totale, lasciando tutti i soprannomi inalterati sebbene il titolo tedesco del film sia Die Klapperschlange (“il serpente a sonagli”). La Spagna ha il suo Serpiente ma durante la lotta gladiatoria non si sono curati di doppiare i cori che inneggiano a “Snake! Snake! Snake!”. Tenete presente che stiamo pur sempre parlando di un film essenzialmente a basso costo distribuito in maniera indipendente e l’unico paese in cui i film indipendenti venivano doppiati con la stessa cura di quelli più blasonati era proprio l’Italia degli anni ’80.

    Insomma, a posteriori è molto facile lagnarsi su internet al grido di “perché Jena e non Snake? Doppiaggi italiani infami!” e chi non ha capito le ragioni di questo adattamento, quelle che ho spiegato prima, si merita di ritrovare “Snake” nel doppiaggio dell’immancabile rifacimento senz’anima (remake) che si suppone arriverà nel 2017.
    Per fortuna il periodo d’oro del doppiaggio italiano è capitato quasi esattamente in concomitanza del periodo d’oro del cinema americano moderno, il meglio sembra che sia già stato dato da entrambi! Quindi, per quanto mi riguarda, nel remake possono anche metterci Snake, Brain, Cabbie e The Duke con tanto di articolo determinativo in inglese. Fate del vostro peggio, poco importa… tanto è un remake! E mi raccomando, che Maggie non sia più la squinzia di Mente, bensì la “squeeze” di Brain. Si parla così oggi, vero Captain America 2?

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    Un altro celeberrimo “Brain”


    L’adattamento italiano di Fuga da New York

    Entriamo dunque nel merito della versione italiana di Sergio Jacquier e della nostra Fede Arnaud, fondatrice della famosa Cine Video Doppiatori (CVD) -- donna talentuosa ma dall’oscuro e mai rinnegato passato [link] -- e parliamo dell’adattamento! Ecco una bella lista di errori e presunti errori. Lo so, sono ore che la aspettavate.

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    Il volo in aliante

    Durante la discesa su New York, dopo una brusca virata con l’aliante, Plissken dice:

    Originale: It’s been a while.
    Doppiato: Erano anni che non vedevo New York.

    escape_from_new_york_wireframeOriginariamente però, egli non si riferisce al fatto di non aver visitato New York da tanto tempo, bensì al non aver pilotato da tanto tempo. Anche perché non ha mai avuto molto senso dire che non vedeva New York da anni, visto che Plissken fino a quel momento aveva osservato la città principalmente attraverso una rappresentazione stilizzata sugli schermi del computer di bordo. Tuttavia, l’alterazione onestamente non è così rilevante e c’è da chiedersi quanto fosse intenzionale.
    new-yorkQui permettetemi una sottile osservazione; anche se si trattasse di una svista di chi ha tradotto i dialoghi originali (il che è possibilissimo a partire da quel generico “it’s been a while”, cioè “è passato un po’ di tempo”), il nominare New York, dicendo che erano anni che non la vedeva, pone l’attenzione proprio sull’aspetto della città, propriamente post-apocalittico, non illuminato, in totale rovina e con le strade vuote… cioè l’esatto opposto di ciò che nell’immaginario di tutti è la città di New York. Questo aiuta lo spettatore ad immedesimarsi ancor di più con il protagonista che si trova spaesato alla vista di una New York ben diversa da quella che tutti immaginano o ricordano. Quindi, se di svista si tratta, non ha poi influito molto; anzi, a suo modo funziona perfettamente nel contesto di quella scena.

    La rasatura del presidente

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    Se ho fornito una giustificazione postuma per la storia dell’aliante, non c’è giustificazione che tenga per la seconda svista nell’adattamento del film.
    Quando sul finale il Presidente degli Stati Uniti si sta facendo truccare e radere la barba, vede Plissken che si avvicina e dice in inglese “it’s all right!“. Sta parlando a qualche guardia del corpo fuori campo che probabilmente si sarebbe mossa per fermare l’avvicinarsi di qualsiasi persona non autorizzata; tradotto per chi non sa l’inglese sarebbe alla lettera “è tutto a posto”, ma traducibile nel contesto come “lasciatelo passare”. In italiano questa battuta è stata scambiata per un apprezzamento del taglio della barba o sul trucco, diventando quindi un “mh, così va bene“.
    Potremmo sempre sospettare una scelta voluta in fase di doppiaggio in quanto “lasciatelo passare” sarebbe risultato troppo lungo sul labiale di “it’s all right” ma, vista la vicinanza tra “it’s all right” ed il nostro “così va bene” mi viene facile pensare che si fosse trattato di una svista bella e buona. Anche in questo caso, per fortuna, non incide per niente sul film, anzi, probabilmente non l’avevate mai notata prima.

    Un Presidente americano… britannico(?)

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    Parlando sempre del Presidente, Donald Pleasance, in lingua originale questo personaggio ha un accento britannico che non viene mai giustificato nel film e che lascia interdetti molti spettatori americani. Questo ovviamente non avviene in lingua italiana dove il Presidente parla un italiano “standard”, togliendoci così da qualsiasi impiccio sulla credibilità del personaggio. La spiegazione di quell’accento britannico la fornì Carpenter anni dopo in un’intervista; egli infatti aveva immaginato il personaggio di Donald Pleasance come il figlio illegittimo della Margaret Thatcher (e il padre si presume fosse Ronald Regan, ovviamente!).
    Ho letto che anche Donald Pleasance diede una sua versione della storia, inventandosi che dopo la guerra tra USA e Unione Sovietica, l’Inghilterra thatcheriana aveva approfittato dell’indebolimento statunitense per soggiogare nuovamente gli americani e farli ritornare allo status di colonia britannica. Questa visione è smentita da Carpenter che ovviamente aveva dato all’attore britannico Pleasance quel ruolo unicamente perché apprezzava la bravura di Pleasance come attore, non perché necessitasse di un attore britannico a tutti i costi, l’idea del figlio illegittimo della Thatcher è stata nient’altro che una giustificazione a posteriori; un po’ come il fossato illogico di Jurassic Park che appare e scompare… sta lì soltanto perché Spielberg voleva che ci fosse una parete da scalare a tutti i costi. Punto e basta.
    In italiano mai avremmo sospettato tante seghe mentali derivate dal solo modo di parlare del Presidente, eppure gli americani se le sono fatte. Detto da me poi!

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    Il logo alternativo di Doppiaggi Italioti

    Il cabarè dei prigionieri

    Nel teatrino improvvisato che vediamo nella città-prigione di New York assistiamo ad una recita molto gaia dei detenuti che cantano una canzone spassosa chiamata “Everyone’s coming to New York” ma che purtroppo non fu adattata in italiano e non sentiamo mai per intero sebbene sia possibile da recuperare nella colonna sonora del film. È un ottimo esempio di “world building”, ovvero tutti quei piccoli dettagli inseriti di sfuggita in un film ma che ne espandono la trama, rendendo più credibile il mondo che ci viene presentato. Un po’ un peccato per chi non sa l’inglese perché la canzone è piuttosto comica.
    Solo nel Blu-Ray italiano la canzone è sottotitolata per la prima volta nella storia, difatti non lo è mai stata in precedenza, né al cinema né in VHS e DVD. Sulla qualità della traduzione però… mmh-mmh, nzomma.
    Per cultura vi copio qui il testo originale (anni fa lo avevo anche adattato in italiano per svago ma non riesco proprio a ritrovare il documento).

    Shoot a cop, with a gun, the Big Apple is plenty of fun!
    Stab a priest, with a fork, and you’ll spend your vacation in New York.
    Rob a bank, take a truck, you can get here by stealing a buck.
    This is bliss, it’s a lark! Buddy, everyone’s coming to New York!
    No more Yankees, strike the word from your ears.
    Spin the roulette, there’s no more opera at the Met.
    This is hell, this is fate, but now this is your world and it’s great!
    So rejoice, pop a cork, buddy, everyone’s coming to New York!

    Lascio a voi il gusto di tradurlo con Google Translate, la qualità non sarà troppo lontana da quella dei sottotitoli in commercio.

    Proprio questa scena dello spettacolo teatrale dei prigionieri è legata indirettamente ad un altro errore sicuramente a monte del processo di traduzione quando il tassista, giunto in soccorso di Jena, dice di trovarsi in quei brutti paraggi solo perché era venuto ad assistere allo spettacolo, quello dei prigionieri che cantavano e ballavano, perché quella roba era una rarità nel carcere di New York.

    Usually I’m not down around here myself, but I wanted to catch that show.
    This stuff is like gold around here, you know.

    Il problema è che la seconda frase la dice mentre sta per lanciare una molotov e proprio in un periodo storico segnato dalle crisi petrolifere (non dimenticate che Mad Max era negli stessi anni), così la frase è stata mal interpretata e la sua seconda battuta diventa “Questa vale come oro qui, caro.“, con ovvio riferimento alla bottiglia di benzina e non più allo spettacolo a cui aveva assistito. Avrebbe dovuto dire qualcosa del tipo “roba simile è una rarità da queste parti, sai?”. L’errore è facilmente comprensibile perché anche in inglese può essere interpretata come riferita alla bottiglia di benzina, ma dal contesto è facile capire che così non sia.

    The “Man”

    theman

    The Man sent him in here / Hauk l’ha mandato qui

    Come accennavo prima, nel film ricorre spesso il termine “the Man”, un termine inventato negli anni ’60, figlio delle proteste studentesche e della generazione hippie, che è diventato parte del gergo americano ed era ancora molto in uso negli anni ’80. In italiano corrisponde al nostro “il sistema”, come quando si dice “ribellati al sistema” o “abbasso il sistema” (down with the Man). The Man è la generica autorità che opprime le libertà individuali del cittadino americano e si estende a varie figure autoritarie fino al proprio datore di lavoro dal momento che in qualche modo fa parte anch’egli del “sistema” che opprime l’uomo comune.
    Ricordate la canzone Proud Mary di CCR/Tina Turner? “Left a good job in the city, working for the Man every night and day…“. In quel caso the Man è traducibile in italiano come “il capo” o anche meglio con “il padrone” (parola che già implica una condizione di subalternità sociale). Uno che lavora per il governo invece lavora per “il sistema”, “il potere” o per dei generici “loro”: “lavori per loro adesso?” (you work for the Man now?).
    Questo per far capire che non c’è un modo univoco ed ovvio di tradurre “the Man”, dipende da… dai che ormai lo avete capito tutti… [in coro] dipende dal contesto.

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    Down with the Man!

    Non è difficile capire perché “the Man” si è dunque trasformato nel meno generico (ma più istantaneamente comprensibile) “Hauk”, l’Alto commissario che aveva inviato Jena a New York per salvare il Presidente e che era il diretto rappresentante dell’odiata autorità e il capo delle operazioni. Il personaggio di Mente lo cita due volte e tutto sommato la battuta funziona, è diretta e non sbagliatissima di per sé ma… i detenuti avevano mai visto Hauk o sapevano di lui? Perché questo cambierebbe un po’ le cose.

    Come spettatori vediamo Hauk in capo alle operazioni ma ricorderete che lui è lì soltanto per via della faccenda del velivolo non identificato (poi scopertosi essere l’Air Force One) che si dirigeva verso lo spazio aereo di New York e il suo titolo, “Alto commissario”, indica una persona investita di speciali funzioni che quindi non si occupa regolarmente del penitenziario di New York, né tanto meno dell’accoglienza detenuti (tra l’altro un ottimo adattamento di “Police Commissioner” che tradotto alla lettera come “commissario di Polizia” sarebbe stato invece un errore madornale).

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    Io credo che i detenuti non sapessero dell’esistenza di Hauk e, sebbene comprenda la ragione del cambiamento da “the Man” a “Hauk”, non penso abbia moltissimo senso all’interno della trama. Forse un “lo hanno mandato loro” non si abbinava altrettanto bene ma sarebbe stato più logico. Poi magari mi sbaglio e Hauk era stranoto tra la popolazione carceraria di New York, in tal caso “the Man=Hauk” va benissimo.

    Piccole osservazioni

    Il labiale sul Presidente è forse quello che funziona meno, sarà per il modo in cui Donald Pleasance muove la bocca oppure perché a furia di lavorare alla sincronizzazione dell’audio per la preservazione italiana di questo film ho osservato la sua bocca molto più approfonditamente di quanto farebbe un generico spettatore. Visto il livello eccelso sugli altri personaggi, penso sia proprio l’inevitabile conseguenza di un modo di muovere le labbra da parte dell’attore, non è il primo film in cui il labiale di Pleasance doppiato in italiano mi convince poco.

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    Nel combattimento al Madison Square Garden sentiamo la folla che acclama “JENA! JENA! JENA!” ma di sottofondo è facilmente udibile “SNAKE! SNAKE! SNAKE!”, evidentemente gli americani non avevano fornito alla ditta di doppiaggio una traccia audio pulita e senza le voci della folla (forse supponendo, a torto, che nessuno all’estero avrebbe alterato il nome del protagonista oppure, molto più probabilmente, per risparmiare sui costi). C’è da considerare però che nessun italiano nel 1981 avrebbe potuto sospettare il vero nome di Plissken e quando l’orecchio non si aspetta di sentire “Snake” non ce lo sente di sicuro, al massimo viene percepita come una strana eco. [Nel doppiaggio spagnolo, dove neanche si sono curati di sostituire “Serpiente!” ai cori, dubito che gli espectadores del 1981 possano aver colto che i criminali inneggiassero al nostro protagonista dopo la sua vittoria contro il gigante]. Sono quei momenti in cui aver familiarità con l’inglese detrae dalla visione del film in lingua italiana (come accadeva in Mamma ho perso l’aereo quando Kevin urla “I’m free!”).

    A proposito di iene, non avete provato un brivido quando in Hateful Eight doppiato in italiano vi siete ritrovati con questa battuta che nel nostro paese diventa inavvertitamente anche una citazione?

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    Mi aspettavo quasi che Kurt Russell si girasse verso gli spettatori per lanciare una strizzatina d’occhio… ma solo sulla pellicola italiana.

    Il restauro storico di Doppiaggi Italioti

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    Scusate la filigrana

    Da diversi anni ormai sono impegnato nella preservazione storica dei film così come si presentavano agli spettatori che li videro al cinema per la prima volta. In tutto questo tempo mi è capitato di incontrare altri malati come me che condividono la medesima passione, quella di poter scoprire o riscoprire i film così come arrivarono al cinema, con i titoli tradotti in italiano, il missaggio audio dell’epoca etc… ma in un formato moderno, in alta definizione se possibile. Tra questi mi si è presentato un tale Roberto (che mai finirò di ringraziare) il quale mi disse di avere una videocassetta pirata d’epoca riversata direttamente da pellicola 35mm. efny_cart1Grazie a questo raro cimelio è arrivata fino a noi una testimonianza di come il film apparisse al cinema in Italia e su questo riferimento si basa la mia opera di ricostruzione della versione cinematografica italiana originale in alta definizione, un lavoro certosino che non solo restaura i titoli tradotti ma ricrea l’intera esperienza cinematografica con tracce audio italiana, inglese (e anche tedesca) nel loro missaggio stereo originale (vi ricordo che nel 1981 non esisteva il 5.1), qui presentate alla massima qualità disponibile.

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    i lavori certosini

    Gran parte del tempo è stato destinato a sistemare tremendi errori presenti sui Blu-Ray disponibili in commercio, centinaia di ore spese su “poche” sequenze di fotogrammi come avevo già accennato in questa intervista.

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    Quelli con monitor sufficientemente luminosi potranno notare una linea blu verticale nell’ovale giallo che ho inserito a sinistra. Questa affliggeva l’intera sequenza ed è stata rimossa con molta, moltissssssssima pazienza, fotogramma per fotogramma.

    Come tutte i progetti di preservazione storica in cui il gruppo di Doppiaggi Italioti si cimenta (parlo al plurale perché sono opere che coinvolgono necessariamente più collaboratori anche se il grosso del lavoro poi viene svolto da una sola persona, in questo caso me), anche questo è dedicato esclusivamente ai possessori di copia originale in alta definizione del film, di cui questo disco rappresenta nient’altro che una copia privata con una copertina più bella (sempre di mia creazione e basata sul poster originale).
    È dedicato a chi vuole rivivere l’esperienza cinematografica del 1981, ai cultori che hanno piccole fissazioni come quella di esigere un missaggio audio storico inalterato, colori il più possibile fedeli alla pellicola 35mm, la grana originale… cosette così che mi rendo conto non sono per tutti ma del resto neanche questo blog lo è.

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    La copertina che sarà. È ancora in lavorazione ma siamo lì.

    Il nostro Blu-Ray di preservazione storico-culturale sarà disponibile relativamente breve e ne riparlerò in questo stesso blog e sulla nostra pagina Facebook, dove avrò modo di andare più nei dettagli e mostrare molte più immagini e tutti i difetti che ho dovuto correggere.


    Un desiderio finale

    Di questo film esiste un’intera sequenza di apertura, tagliata poi dal montaggio finale, in cui Jena ed un suo complice rapinano una banca, ciò che poi conduce alla cattura del nostro protagonista. È una scena molto significativa che mostra tutta l’umanità di Jena quando decide di lasciarsi catturare pur di non abbandonare un amico. Da anni la si trova in molte edizioni home video estere e non dubito che un giorno sarà presente anche su future edizioni Blu-Ray italiane, interamente restaurata. Il mio desiderio è che la facciano doppiare a Carlo Valli prima che sia troppo tardi… Capisc’a me!

    E da Evit di Doppiaggi Italioti

    questo-e-tutto
    ____________
    Letture consigliate
    -La recensione completa di Cassidy del blog La Bara Volante.
    -L’articolo di Priscilla Page (in inglese): The Criminal Heroes Of ESCAPE FROM NEW YORK And THE WARRIORS
    -L’articolo (uno dei tanti) sull’importanza di questo film per la fantascienza cyberpunk (in inglese): “You flew the Gullfire over Leningrad…” Observations about a recurring motif in Cyberpunk media
    --
    Per rimanere in tema Carpenter: il mio precedente articolo sull’adattamento italiano di La Cosa: Cosa? L’adattamento e il doppiaggio di La Cosa (1982)
    -Tutti i ritagli di giornale italiani del 1981 su Italian Pulp Movie Poster.

  • Un biglietto… in due, un doppiaggio… tutto d’un pezzo! (Un biglietto in due, 1987)

    John Candy nel film Un biglietto in due. La vignetta dice: ero sicuro che lo avrebbe recensito!
    Un biglietto in due è uno di quei film che sin dal titolo, solo apparentemente italiota, ha avuto un trattamento esemplare per la versione italiana. Personalmente lo considero come una delle più belle, se non la più bella, commedia mai realizzata. Molti darebbero questo appellativo a Frankenstein Junior o a qualche classico della commedia italiana, per me invece spetta al film di John Hughes perché non solo “fa ridere”, ma racchiude un senso di dolcezza misto ad amarezza in grado di toccare il cuore anche di coloro i quali alle commedie preferiscono film più impegnativi.

    Dietro il film un trio d’eccezione: John Hughes, un genio dietro la macchina da presa, qui faceva un salto in avanti rispetto alle commedie giovanilistiche per le quali era conosciuto. biglietto2taxiSteve Martin, re della commedia americana anni ‘80 e poi l’immenso (per talento) John Candy, anche lui voglioso di rimettersi in gioco in una commedia più adulta, meno demenziale di quelle al quale era abituato e che due anni dopo lo portò ad un ruolo di calibro simile in Io e zio Buck.
    Le risate nel film sono sempre genuine, mai gratuite. Parte del merito va ad un adattamento che, come dice spesso Evit, era tipico degli anni ’80. La ricercatezza nel rendere le battute appetibili al pubblico italiano lo rende addirittura superiore alla controparte originale. La versione americana, soprattutto nella fase centrale, rischia qualche tempo morto, mentre la visione in italiano non stanca mai. Non c’è alcuna storpiatura, il testo è quello, ma è la scelta dei vocaboli, la scelta di certe tipiche espressioni nostrane dal significato attiguo, l’uso di qualche parolaccia, l’intonazione nel doppiaggio che eleva l’adattamento ad uno standard che forse non vedremo ripetersi mai più.

    Solo in rari casi la battuta viene completamente stravolta, probabilmente per motivi culturali, ma non sono di quelle che fanno gridare allo scandalo e, cosa ben più importante, non si nota, a meno che non si faccia un confronto con traduzione a fronte. Se questo non è un complimento all’adattamento del film non so cosa lo sia.

    Le battute migliori

    Le due battute in italiano che si ricordano ancora oggi, hanno un equivalente americano divertente, ma non altrettanto memorabile:

    1) I piedi che abbaiano
    Del Griffith (John Candy), dopo un’intera giornata di cammino per New York, sull’aereo si toglie scarpe e calze e comincia a sventolarle in faccia al malcapitato Neal Page (Steve Martin).

    biglietto1
    Ora sì che si ragiona, ho i piedi che parlano da soli oggi”. In inglese è “My dogs are barking today”. Nella versione americana i piedi di Del Griffith vengono definiti cani e, per metafora, il fatto che siano doloranti rende i cani abbaianti. È un’espressione tipica del Sud degli Stati Uniti. Da noi la metafora non avrebbe mai funzionato. Ma l’allusione al cattivo odore e al dolore che fa addirittura “parlare” i piedi non ha rivali.

    2) Il bifolco
    Uno dei tanti tentativi di arrivare a Chicago prevede il passaggio da parte di un bifolco (N.d.R. in italiano doppiato da Tonino Accolla) che sprona la moglie “piccola e ossuta, ma forte” (short and skinny, but she’s strong) a dare una mano con il baule.
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    Il senso di prestanza viene espresso con “Il primo bambino l’ha cagato su un marciapiede!”, che in originale è “Her first baby came out sideways”. Qui è evidente il motivo di come l’espressione assurda americana di un bambino che esce di lato venga rimpiazzata da un’altra, più sconvolgente -il marciapiede anziché un ospedale o al massimo una casa- con l’aggiunta dell’uso della parolaccia per intensificare il messaggio.

    (NdR: Eccovi la scena intera (finché dura il video su YouTube), da notare come la sua voce al minuto 1:45 si spezzi a causa del muco che sta tirando su. Tanto disgustoso quando esilarante.)

    Esempi di un adattamento non banale

    Tante frasi, anziché essere tradotte alla lettera, vengono rese con parole diverse che ne mantengano il significato. Un’espressione tipicamente americana come “You scared the Bejesus out of me” (Alterazione di by Jesus, per indicare una grande paura) viene resa con l’altrettanto efficace “Me la sono quasi fatta sotto”. A volte questo migliora la battuta stessa; un semplice “What happens next”, con l’aggiunta di qualche vocabolo ricercato, ha un effetto comico: “Smanio di sapere cosa succederà adesso”. “Annoying blabbermouth” (letteralmente un fastidioso chiacchierone) diventa “un noioso attaccabottoni”. Oggigiorno frasi di questo tipo verrebbero tradotte senza alcun estro immaginativo, impoverendo così non solo il doppiaggio, ma anche la lingua italiana.

    biglietto10_sixbucks
    Scommetto sei pezzi e il mio coglione sinistro che non atterrerà a Chicago”. Una frase come “Six bucks and my right nut” verrebbe facilmente tradotta come “sei dollari e il mio testicolo destro”, ma la scelta di usare “pezzi” (verdoni di solito è riservato a tagli più alti) e l’aggiunta della parolaccia non può che suscitare ilarità. Che l’attributo cambi posizione poi, è probabilmente dovuto al labiale.

    Quando Neal Page (Steve Martin) cerca termini di paragone per comunicare all’altro quanto sia noioso, gli dice di poter sopportare “any insurance seminar” che in italiano diventa “tribune elettorali”, entrambi noiosissimi! Qui si sceglie la prima cosa che possa venire in mente quando si parla di noia, a seconda del Paese.
    Have a point” diventa “Fai delle pause”. “Arriva al dunque” sarebbe stato più letterale, ma il fatto che Neal inviti Del a prendere fiato esprime al meglio come le sue storie fossero assillanti e di scarso interesse. Segue nella versione originale “It makes it more interesting for the listener” mentre in italiano, riallacciandosi al “fai delle pause”, questa diventa “Saranno la parte più interessante per chi ti ascolta”.

    vintage-60s-chatty-cathy-doll-strawberry-blonde-pull-_1Nello stesso discorso, Neal paragona Del a “quei bambolotti parlanti che c’erano una volta” affermando che “dietro la schiena hai la cordicella”, e subito dopo mima la voce gracchiante che esce dal petto della bambola (“Agh! Agh! Agh!”). Sta parlando (e in inglese la nomina) della “Chatty Cathy Doll”, una linea di bambole lanciata nel 1962 e presto diventata anche un’espressione idiomatica americana per descrivere qualcuno che non smette mai di parlare. Da noi arrivarono negli stessi anni Cicciobello e Michela, nomi che però non entrarono mai nella cultura popolare come sinonimi di persone loquaci.
    La frase sostitutiva “uno di quei bambolotti parlanti che c’erano una volta” adatta perfettamente la battuta rendendola anche senza tempo.

    gobble

    In America il tacchino fa “gobble gobble”

    Errori?

    Veniamo ora ai due casi in cui modifiche necessarie hanno cambiato il senso originale.
    I figli di Neal Page, in trepidante attesa del Giorno del ringraziamento si chiedono se l’arrivo dei nonni porti “hoogies”, reso come “gelatine”, e “Indian burns”, reso come
    “marzapane”. indian-burnL’intento americano era quello di nonni che fanno piccoli dispetti ai nipotini, mentre nella nostra versione, dove dei cari nonni non si può parlar male (al massimo di qualche zio), si trasforma la frase in dolcetti, seppur non particolarmente graditi.
    (NdR da notare che gli “Indian burns” nel Regno Unito si chiamano invece “Chinese burns”. In italiano dovrebbe tradursi con “fare gli spilli” o qualcosa del genere).
    Se di errore interpretativo si è trattato, è comunque un piccolo incidente di percorso sul quale si può soprassedere data la grande attenzione ai dettagli che spinge persino a doppiare (o meglio a remissare) i brani della colonna sonora, quando fanno riferimento a quello che accade sullo schermo (“Vi siete messi contro la persona sbagliata!”). Questi sono tutti esempi di come tempo a disposizione e voglia possano determinare un prodotto di qualità.
    La seconda modifica fa riferimento al colpo allo stomaco sferrato da Neal a Del, il quale esagera un po’ le conseguenze “That’s how Houdini died” (=è così che morì Houdini). In italiano viene addolcito aggiungendo anche un po’ di autocritica: “Io sono un ciccione, ma sono delicato”.

    Nota di Evit

    biglietto7-ero-sicuro

    Se dovessi scegliere un momento rappresentativo di come la recitazione italiana renda comici anche i momenti “minori”, sceglierei sicuramente la prima scena all’aeroporto dove Del Griffith (John Candy) riconosce Neal Page (Steve Martin) come la persona a cui ha precedentemente “rubato” il taxi e per scusarsi si propone di offrirgli qualcosa da mangiare (con una serie di cibi correttamente alterati per adeguarli al pubblico italiano, così come accadeva in Frankenstein Jr.), poi fa una pausa ed esclama “I knew I knew you!” / “Ero sicuro di conoscerla!“. Questa battuta, per come è recitata, non manca mai di farmi ridere.

    Finché durano i link a youtube vi ripropongo le due scene a confronto.
    In inglese:


    e in italiano:


    A quanto ci fa sapere Antonio Genna, il doppiaggio fu eseguito dal Gruppo Trenta che al tempo aveva un po’ l’egemonia su prodotti americani di questo tipo e che grazie a Dio ci ha regalato un doppiaggio da annali. Spero che Evit tiri fuori la sua copia in VHS così da recuperare i titoli italiani e le informazioni mancanti su coloro che hanno curato l’ottima versione italiana di questo film.

    Se volete scoprire (o riscoprire) questo classico della commedia americana, oggi che in America si festeggia col tacchino è un giorno buono come un altro. Dalla mia mai innevata Los Angeles vi saluto e mi accingo ad unirmi ai festeggiamenti… marzapane e gelatine mi aspettano (sempre meglio delle gomitate dei nonni burloni). Glu-glu-glu!

    Michele “Michael” Traversa

    biglietto3devil

    Un film diabolicamente esilarante

     


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  • Mamma, ho riperso l’aereo – mi sono smarrito a New York: quest’anno il Natale è arrivato in anticipo!

    Vignetta di apertura sulle recensioni di Evit sul blog doppiaggi italioti
    Che il secondo film della serie “Home Alone” non sia all’altezza del primo lo intuii persino io in giovane età quando vidi Mamma, ho riperso l’aereo in un’arena estiva nel 1993 e mia cugina, di un anno più grande, mi chiese perché non ridessi alla scivolata cartonesca di Marv verso l’armadio delle vernici, oppure perché non ridessi a sufficienza della sua folgorazione con tanto di scheletro urlante.

    Marv viene folgorato e diventa uno scheletro, da Mamma ho riperso l'aereo
    OK, quella dello scheletro era esilarante, soprattutto abbinata all’urlo effemminato dell’attore Daniel Stern, ma la degenerazione di Mamma, ho riperso l’aereo con le sue gag da cartone animato purtroppo non gli consentono di rimanere eternamente e interamente godibile come il primo film.

    La premessa stessa è odiossissima. Infatti qui Kevin McCallister non è più vittima delle circostanze bensì pienamente artefice delle sue malefatte grazie alle quali si trasforma da subito in “villain” del suo stesso film, il peggior nemico di se stesso… perché quando capisci di aver sbagliato aereo, ti ritrovi all’aeroporto di New York con la borsa di tuo padre e decidi “si fotta la famiglia in Florida, me la spasso a New York con la carta di credito di papà”, non hai più l’innocenza del bambino che credeva di aver fatto sparire magicamente la propria famiglia e che cercava di difendere la sua dimora dai ladri in attesa che un miracolo la facesse ricomparire… sei solo un bambino stronzo e viziato, e a Natale riceverai solo tante botte.

    Kevin McCallister a New York

    Il cattivo del film

    Premessa a parte, dopo un primo tempo spassoso incentrato su Kevin a New York, trovo che il film affondi stile Titanic, spezzandosi in due prima di calare a picco. Il momento fatidico è quello dell’abbandono dell’hotel di lusso, seguito dalla replica dell’attacco in casa del primo capitolo, che non sarebbe stata neanche una brutta idea in un film simile (“Ghostbusters IIdocet) se non l’avessero condita però di situazioni sempre più improbabili: se nel primo film Marv veniva colpito in testa da un ferro da stiro che cadeva dal piano superiore di casa McCallister, qui viene invece colpito alla testa da svariati mattoni gettati energicamente dal quinto piano di un palazzo. Willy E. Coyote ne sarebbe stato soddisfatto. Neanche la scena in cui Joe Pesci viene catapultato a 10 metri d’altezza grazie ad una leva fatta con un bidone e un’asse di legno della ACME fa guadagnare al film molti punti ai miei occhi.

    Joe Pesci come ladro Harry che vola prima di cascare a terra

    Harry fa pratica nel “salto dello squalo”

    L’adattamento italiano di Mamma, ho riperso l’aereo

    Nonostante il film scada spesso in una sciocca parodia del precedente, l’adattamento italiano si mantiene a livelli alti e per dimostrarvi da subito (e incontrovertibilmente) che il seguito di Mamma, ho perso l’aereo gode di un adattamento italiano tanto ottimo quanto quello del primo capitolo, vi propongo subito questo dialogo preso dai primi minuti del film:

    Kevin McCallister che nel doppiaggio italiano di Mamma ho riperso l'aereo dice sono rimasto fottuto
    Altro che il “vietato ai minori non accompagnati” di Deadpool! Gli anni ’90 ridono in faccia alla Marvel del 2016. Far dire ad un bambino di 10 anni “fottuto” in un film destinato proprio ai bambini è un azzardo che forse non vedremo mai più, i primi anni ’90 erano gli anni d’oro per quel genere di commedia (il periodo del “le parolacce fanno ridere i bambini”).

    Ma passiamo subito alla lista di Evit, ovvero tutti gli elementi degni di nota riguardanti l’adattamento italiano. Questo adattamento italiano, nonostante torni nelle mani capaci di Silvia Monelli, direttrice di doppiaggio del primo film, perde di continuità in alcuni riferimenti al precedente capitolo ed eccoveli tutti, nella poco fantasiosa formula della “lista della spesa”.

    Riferimenti mancati al precedente Mamma ho perso l’aereo

    i ladri del nastro isolante
    Mentre Marv nel primo film proponeva il nome di “the wet bandits” (memorabilmente tradotto come “i banditi del rubinetto“), all’inizio di questo film se ne viene fuori con “the sticky bandits”, adattato come “i ladri del nastro isolante“. Per richiamare il precedente adattamento in realtà avrebbero dovuto proporre “i banditi del nastro isolante” piuttosto. Questo in teoria… magari nella pratica il labiale funzionava meno per via del primo piano di Marv quando lo dice, oppure si erano semplicemente dimenticati del primo adattamento, anche questo può capitare.

    Sul finale (in inglese) ritorna la storia dei banditi del rubinetto, ad emulazione della stessa scena dell’arresto nel primo film…

    mamma2stickybandits

    Nella versione doppiata, Marv diceva: ci pensi, Harry? Diventeremo famosi! ed Harry rispondeva famosi un accidente! (seguito da un calcio in culo), questa frase era al posto di “non siamo i banditi del nastro isolante, sta’ zitto!”.

    Merry Christmas, you filthy animal!
    Tutti voi ricorderete il film in bianco e nero che si guardava Kevin nel primo Mamma ho perso l’aereo, ciò che lo rendeva memorabile anche nel nostro paese era quella frase da annali di storia del cinema: “tieni il resto, lurido bastardo!“. All’interno di Mamma ho riperso l’aereo vediamo il seguito di quel film in bianco e nero (“Angels with Even Filthier Souls”, Angeli con l’anima ancora più sporca) dove lo spietato antagonista questa volta smitraglia la fidanzata infedele per poi tirar fuori un’altra perla delle sue: “Buon Natale, maledetto animale!“.

    In originale si trattava però della stessa battuta usata nel precedente film “ya filthy animal!“, letteralmente “lurido animale!”. Riferendosi adesso ad una donna però, il primo adattamento, “lurido bastardo”, non solo non era chiaramente riproponibile (“lurida bastarda” avrebbe travalicato le intenzioni della frase originale) ma cambiandolo al femminile non avrebbe comunque funzionato vista la scena successiva dove Kevin sfrutta quei dialoghi per scacciare il concierge dell’albergo. Si tratta dunque di uno di quei cambiamenti, purtroppo necessari, a svantaggio della continuità delle battute tra il primo film e il secondo. In italiano quel personaggio, semplicemente, ne tirava fuori un’altra delle sue; in inglese invece la comicità della scena viene anche dallo scoprire che la stessa identica battuta veniva riproposta a qualsiasi vittima, uomo o donna che fosse, chiamandoli tutti “luridi animali”.

    Me lo immagino un terzo film in cui vediamo il cattivone ripetere il mortale conto alla rovescia al suo cane per un crimine minore, tipo aver fatto la pipì sul tappeto, e poi concludere la sparatoria con un “stai a cuccia, lurido animale!”. Aspettate… mi è venuto in mente che esiste anche un terzo film ma io non l’ho mai visto, ditemi che c’era una scena simile!

    I due ladri di Mamma ho riperso l'aereo
    Un altro piccolo elemento ricorrente nella versione originale, ma alterato in fase di adattamento, è l’augurio che si scambiano i due ladri “crowbars up!” (letteralmente “su i piedi di porco”), una specie di cin-cin tra scassinatori che nel primo film era stato tradotto con il termine “presentatàrm” mentre nel secondo film viene tradotto come “onore alle armi”. Questo è solo un altro piccolo elemento che avrete sentito in entrambi i film e che magari non avreste potuto immaginare si trattasse della stessa battuta.

    Riferimenti che nel 1992 forse non avreste capito e quindi sono stati cambiati

    Quando i due ladri svaligiano il negozio di giocattoli e si ritrovano davanti ai soldi destinati all’ospedale pediatrico esclamano…

    Merry Christmas, Harry. Happy Hanukkah, Marv! Home alone 2
    Nell’adattamento italiano troviamo un più familiare scambio di auguri al suo posto:

    – Buon Natale, Harry.
    – Felice anno nuovo, Marv.

    Scommetto che non avreste mai sospettato che Marv fosse ebreo.

    Riferimenti che non avreste capito comunque

    Gesto scaramantico dei genitori di Kevin che bussano sul legno, da Mamma ho riperso l'aereo
    Quando il padre dice “sembrerà strano ma i bagagli non li perdiamo mai” vediamo i due genitori bussare sulla scrivania davanti a loro. Per chi non avesse familiarità con i gesti scaramantici americani, “bussare” sul legno (“knock on wood” per gli statunitensi o “touch wood” in Gran Bretagna) è praticamente l’equivalente del nostro “tocca ferro”. Alcuni sostengono che il gesto scaramantico derivi dalla tradizione pagana germanica dove si bussava sugli alberi (e per estensione sul legno) per invocare la protezione degli spiriti benevoli che in essi dimorano. Secondo altre fonti serviva invece, all’opposto, a scacciare spiriti malevoli. Qualunque sia l’origine, il gesto serve a scongiurare un possibile evento infausto a cui si è appena fatto riferimento (in questo caso la perdita di bagagli).

    Per il pubblico italiano tale gesto non sembra altro che una manifestazione dell’eccentricità dei genitori in un momento di stress, quasi volessero scaricare la tensione in maniera comica dopo la brutta battuta del padre su come si perdano continuamente Kevin mentre i bagagli invece non li perdevano mai. In un film italiano avremo certamente visto il gesto delle corna.

    Mentre alcune battute possono essere adattate meglio o peggio di altre, gesti simili restano “intraducibili”; del resto l’atto di bussare sul legno a mo’ di scongiuro ci è così poco familiare che tutt’ora quella scena credo vada spiegata a gran parte degli spettatori italiani ma, se volete vederla da un altro punto di vista, lo scongiuro fatto bussando sul legno è comune a così tante culture nel mondo che potremmo dire di essere noi italiani la mosca bianca, cioè l’unico popolo che tocca ferro al posto del legno.

    Altri cambiamenti degni di nota

    “Quello ha le pigne nel cervello”

    Mentre in inglese Buzz continuava la sceneggiata del ragazzo per bene dicendo “che giovanotto inquieto” (what a troubled young man), in italiano diventa la scusa per l’ennesima, comica, offesa fraterna (quello ha le pigne nel cervello).

    Buzz che dice: quello ha le pigne nel cervello
    “Tutta la famiglia è contro di me”

    Questo è uno di quei momenti comici dove il bambino usa la parola “jerks”, ne avevo già discusso nel precedente articolo su Mamma ho perso l’aereo dove sottolineavo come “jerks” non sia un’espressione traducibile sempre allo stesso modo, cambia molto da contesto a contesto invece. L’equivalente della frase originale di questa scena teoricamente sarebbe “sono tutti degli stronzi”, ma nel contesto non funzionerebbe benissimo (Kevin lo dice con resentimento e rassegnazione, ma quando gli italiani dicono “stronzo” non è mai detto con rassegnazione). Come tutte le battute contenenti “jerk” (elencate nel precedente articolo), anche questa frase richiede l’analisi del contesto… ricordate quando i film doppiati venivano anche “adattati” e non solo tradotti alla lettera? Ecco. Ricordate che se non dice la stessa identica cosa non vuol dire automaticamente che sia una cattiva traduzione e questa battuta ne è un ottimo esempio.

    Tutta la famiglia è contro di me, da Mamma ho riperso l'aereo
    In questo caso Kevin era stato mandato in camera dopo aver subito un processo domestico ingiusto dove sentiva tutti contro di lui, così in italiano si trasforma nella constatazione “tutta la famiglia è contro di me”. Forse non sarà divertente quanto “sono tutti una manica di stronzi” ma è funzionale alla scena e, comunque, così come l’uso di “jerks” in inglese, anche l’espressione italiana fa sorridere perché rappresenta ciò che spesso percepiscono i bambini di quella età quando vengono incolpati di qualcosa. Kevin, in breve, anche in italiano, si esprime come un bambino vero e non come un bambino tradotto in doppiaggese.

    Hai la carta d’imbarco? Bravo chi la trova

    In originale: è qui da qualche parte.

    Kevin McCallister non trova la carta di imbarco
    Cerca di scoprire tutto quello che puoi su quella mezzacartuccia

    Cerca di scoprire tutto quello che puoi su quella mezzacartuccia
    Qui la piccola miglioria sta su “that young fellow” (quel giovanotto) che in italiano diventa “quella mezzacartuccia”. L’alterazione non solo è più comica ma si addice perfettamente al personaggio e lo introduce alla perfezione.

    Seccherebbe a qualcuno se facessi un tuffo acrobatico?

    Il tuffo in piscina, da Mamma ho riperso l'aereo
    In originale il ragazzino chiedeva letteralmente “seccherebbe a qualcuno se mi esercitassi sul tuffo a bomba?”. Ovviamente l’ironia originale sta nel fatto che non serve far pratica per raffinare l’arte del uffo “a bomba”. In italiano la battuta risulta più divertente visto che preannuncia un tuffo acrobatico prima di eseguirne uno “a bomba” (o “a cofanetto”, come si dice in certe regioni).

    Guarda che sta dicendo una balla!

    Kevin McCallister che commenta la visione di film non adatti ai minori
    Mentre Kevin guarda un film troppo violento per la sua età, partecipa attivamente ai dialoghi (come capita non di rado anche a certi adulti alle prese con film che li spaventano), commentando tra sé e sé che la donna nel film è spacciata (“she’s rat-bait” – per farvi capire il senso lo tradurrò come “è già bella che morta” / i sottotitoli del DVD propongono “è cibo per vermi”). Anche in italiano Kevin partecipa attivamente ai dialoghi del film ma, invece di parlare tra sé e sé, sembra addirittura parteggiare per lo spietato antagonista dal grilletto facile suggerendogli che le parole della donna fossero tutte balle. Un’alterazione che non solo si adatta perfettamente al labiale (“balla” sta benissimo su “bait”) ma che trovo anche più divertente di un più semplice “è spacciata”, tanto meno “è cibo per vermi” suggerito nei sottotitoli.

    Conclusione va’, oggi chiudiamo prima del solito!

    Nei dialoghi italiani ci sono tanti altri piccoli momenti comici come l’esclamazione “l’artrosi!” di pozzettiana memoria, detta dopo una caduta per terra, oppure Kevin che dice “cavolo, sei stato un razzo!”, frase rivolta a Babbo Natale dopo la comparsa della madre sul finale, proprio quando aveva espresso il desiderio di rivederla al più presto. In generale, insomma, l’adattamento di questo film si rivela ottimo, persino migliore del primo se contiamo che ha molti meno errori del capostipite, che già era fenomenale (l’articolo sul primo film lo trovate qui).

    Dipendenti dell'hotel caduti con la schiena per terra nel tentativo di catturare Kevin in Mamma ho riperso l'aereo

    Ahhh, l’artrosi!

    Difatti in questo film di veri errori non mi pare di averne trovati, tutte le differenze elencate qui ricadono nelle scelte di adattamento e non in errori a monte del processo interpretativo, e c’è una bella differenza tra le due cose.

    Chiudo con dire che Mino Caprio risulta sempre più comico nei panni di Marv, il suo ruolo in assoluto più memorabile… almeno fino all’avvento di Peter Griffin.

    adesso basta con questa svenevole manifestazione di giubilo

    “Be’, adesso basta con questa svenevole manifestazione di giubilo”

    E per terminare l’articolo citando le parole del fratello Buzz: be’, adesso basta con questa svenevole manifestazione di giubilo (che ovviamente non era così memorabile in inglese) e buona visione a tutti, perché lo so che adesso avete voglia di rivedervi lo scheletro di Marv che urla con voce acuta: Ahhhh! Ahhhh! Ahhhh!

    Alla prossima recensione, salvo imprevisti.

    knock on wood

  • Mamma, ho perso l’aereo – Il film che nessuno sente il bisogno di chiamare “Home Alone”

    Vignetta di introduzione alla recensione dell'adattamento e doppiaggio italiano di Mamma ho perso l'aereo.
    Le feste natalizie sono sempre una buona occasione per rivedersi una di quelle commedie per famiglie che hanno segnato il Natale di un intero decennio e forse più: Mamma, ho perso l’aereo, visto di persona al cinema nel lontano 1991.
    Dopo l’adolescenza non lo rividi più, se non distrattamente in qualche passaggio televisivo. Nel frattempo, tra le tante cose, ho messo su un blog focalizzato sull’apprezzamento e sui rimproveri al doppiaggio italiano così ho pensato che fosse arrivata l’occasione giusta per rivisitarlo con occhi diversi, anzi, orecchie diverse.
    Con oltre un mese di ritardo dal Natale, ecco la mia recensione dell’adattamento italiano di Mamma, ho perso l’aereo!

    Vignetta basata sulla scena dei due ladri del film Mamma ho perso l'aereo.
    Partiamo subito dal fatto che questo film del 1990 gode di un adattamento con i controcoglioni, dove le frasi non sono semplici traslitterazioni delle battute originali e dove il linguaggio dei bambini e degli adolescenti cerca (e trova) corrispondenze con quello degli italiani che all’epoca avevano la stessa età. Quindi non sorprendetevi se, mettendo a confronto le due versioni, potreste trovarci un “faccia di culo” che non corrisponde a nessuna offesa in inglese (e certamente non ad “ass-face”) mentre, poco dopo, un “puke-breath” (alito di vomito) viene semplicemente sostituito in italiano da un “Jeff”. In breve, nel doppiaggio italiano di questo film, le offese bambinesche sono state inserite laddove sembrava più appropriato, senza forzature nei dialoghi, senza che si trasformasse in una neo-lingua pseudo-adolescenziale derivativa dell’inglese ed inesistente in italiano (svegliati, Fright Night! Ti è arrivata una frecciatina).

    Inoltre, per la fortuna di tutti i posteri, questo film è giunto a noi in un periodo dove doppiare film dedicati ai più giovani non impediva di metterci espressioni come “porca puttana!” come espedienti comici, se la scena lo necessitava; tra l’altro erano gli stessi anni in cui anche nei Simpson comparivano battute piuttosto sboccate perché “faceva ridere”. Tale caratteristica non solo fa ridere ancora oggi ma ha sempre reso i film adolescenziali che venivano doppiati in quegli anni molto più realistici. Anche solo per questa caratteristica, il doppiaggio di Mamma, ho perso l’aereo resta memorabile. Idem per molti altri film partoriti sempre da John Hughes.

    Scena del film Mamma ho perso l'aereo, Babbo Natale che dice porca puttana. In inglese la battuta era: brutto figlio di
    Con questa premessa, vediamo tutte le alterazioni presenti nell’adattamento italiano, se e quanto fossero giustificate:

    La “cosina” delle francesi e altre alterazioni necessarie

    Il fratello Buzz, in italiano, chiede se è vero che le francesi si rasino la “cosina”. In inglese invece chiedeva se fosse vero che le francesi non si rasino le ascelle.

    Buzz, il fratello di Kevin McCallister
    È facile comprendere l’origine dell’alterazione. Anche in Italia, per le ragazze del 1990, era cosa abbastanza comune non rasarsi le ascelle, ma lo spettatore deve potersi immedesimare nella curiosità esotica di Buzz, buzzurro borghese americano, riguardo ad un trattamento estetico che per gli americani è cosa normale (rasarsi le ascelle) e nell’impatto culturale dello scoprire che non sia la norma in altri paesi. Così in italiano si è optato per far dire a Buzz che le francesi si rasano la “cosina”, che nel 1990 sembrava altrettanto esotico per noi italiani quanto lo era un’ascella pelosa per un americano.

    Lo zio di Kevin con citazione in lingua originale: look what ya did, you little jerk!
    Un elemento lessicale ricorrente nel copione originale è la parola “jerks” che in italiano varia sempre di traduzione adattandosi ai vari scopi, frase per frase. Da “per me quello è scemo” (he’s just being a jerk) al “guarda che cosa hai fatto, piccolo delinquente” (look what ya did, you little jerk!), oppure “quello fa sempre il cretino” (he’s acted like a jerk too many times). Ovviamente era difficile trovare un equivalente italiano che si adattasse univocamente a tutte le situazioni in cui jerk viene utilizzato, tuttavia questo non detrae dall’impatto di molte battute come ad esempio quella del “piccolo delinquente”/”you little jerk!” che rimangono egualmente memorabili in entrambe le lingue.

    T-shirt con lo zio di Mamma ho perso l'aereo e la scritta look what you did, you little jerk!
    Altre alterazioni, che in un doppiaggio odierno sarebbero state probabilmente tradotte alla lettera (perché ora va di moda fare così), sono ad esempio la tardiva preoccupazione della madre quando sente di essersi dimenticata qualcosa e si chiede “ho spento il gas?” laddove in originale si chiedeva se avesse “spento il caffè” (cioè la macchina del caffè), oppure l’eggnog offerto a Joe Pesci (vestito da poliziotto) che in italiano diventa “un goccetto” e si adatta bene alla reazione stessa del personaggio che si sorprende che gli venga offerto qualcosa di alcolico. Possiamo anche aggiungerci i “wet bandits” che diventano “i banditi del rubinetto”, nomi che lasciano il segno in entrambe le lingue.

    Riferimenti che non avreste capito e che quindi sono stati cambiati

    mamma4
    Quando la madre di Kevin chiede se i bambini sono stati contati, la ragazza più grande risponde “11 inclusa me, 5 maschi, 6 femmine, 4 gentori, 2 autisti… e nessuno ha marcato visita“, quest’ultima affermazione è un tentativo di adattare in qualche modo una battuta altrimenti intraducibile “and a partridge in a pear tree“, che viene dalla canzone dei “dodici giorni di Natale” dove ogni strofa conta i regali ricevuti dall’amata(/o) e termina con il ritornello “e una pernice sul pero“.

    L’unica pecca è che “marcare visita” non si lega al Natale in alcun modo, né ad equiparabili filastrocche. La cosa che più si avvicinerebbe potrebbe essere “solo non si vedono i due liocorni”, ma lungi dal suggerire una battuta simile. Semplicemente non si può “rendere” tutto. È la dura legge della traduzione.

    [Una piccola curiosità aggiuntiva sulla canzone dei 12 giorni di Natale: al “secondo giorno di Natale”, la canzone conta due tortore (turtle doves) e proprio le due tortorelle saranno un elemento di rilievo nel secondo film. I riferimenti al Natale americano sono sparsi ovunque nei due Mamma ho perso l’aereo anche se, per via di una certa distanza culturale, ci è impossibile coglierli tutti, anche vedendo il film in originale. Sono i limiti intrinseci in cui si incorre guardando pellicole estere. Difatti consiglio la visione di questo film in lingua originale solo a coloro che hanno familiarità con la cultura americana, altrimenti non ne trarrete alcun vantaggio aggiuntivo rispetto ad una visione esclusivamente in lingua italiana.]

    Scena della multa a Babbo Natale nel film Mamma ho perso l'aereo
    Quando Babbo Natale si lamenta per la multa che trova sul tergicristalli, in inglese dice “what’s next? Rabies shots for the Easter Bunny?” (e poi che faranno, l’antirabbica al coniglio pasquale?) mentre in italiano è stata adattata in “e alla Befana che faranno, le sequestrano la scopa?“. Considerando che quella del coniglio pasquale è una figura giunta in Italia solo in anni recenti (grazie a Lidl?), la battuta fu intelligentemente “spostata” sulla Befana che, tra l’altro, è ben più natalizia del coniglio pasquale (e ovviamente nel 1990 non avevamo modo di sospettare che questo personaggio esistesse esclusivamente in Italia).

    Se volessi cedere ad un momentaneo (e per me atipico) orgoglio nazionale, direi che la battuta del sequestro della scopa alla Befana calza anche meglio (per quella che è la nostra cultura) dopo la multa all’auto di Babbo Natale, ben rappresentando un’immaginaria escalation di ritorsioni della polizia contro le figure tipiche del periodo natalizio.

    Riferimenti che non potevate capire in ogni caso

    La vita è meravigliosa, di Frank Capra in una scena da Mamma ho riperso l'aereo
    Durante la permanenza della famiglia McCallister in Francia, vediamo i bambini che guardano alla TV un film in bianco e nero in lingua francese e si annoiano a morte. I genitori che portarono i figli al cinema nel 1991 per vedere questo film avranno forse riconosciuto (ma forse neanche in molti) La vita è meravigliosa, di Frank Capra.
    Se per un italiano del 1990 può sembrare semplicemente che i ragazzi nel film si stessero annoiando per via del film in bianco e nero (del resto, quale bambino italiano negli anni ’90 guardava film in bianco e nero a Natale?) questa scena è molto più significativa per gli americani dove La vita è meravigliosa è, sin dalla fine degli anni ’70, non “un” ma IL classico di Natale! Ora vi spiego perché.

    Questa pellicola di Capra venne più o meno snobbata quando uscì nel 1946 ed il mancato rinnovo dei diritti d’autore nel 1974 la fece cadere nel dominio pubblico, così verso la fine degli anni ’70 divenne il film più trasmesso della televisione americana nel periodo natalizio, acquistando una popolarità inaspettata, tanto che nel 1990 (per pura coincidenza lo stesso anno di Mamma, ho perso l’aereo), la Biblioteca del Congresso scelse di preservarlo nel suo archivio dedicato ai film “di importanza storica, culturale o estetica”. Per farla breve, è il film che qualsiasi famiglia americana si aspetta di vedere ogni Santo Natale… così si spiega l’espressione dei bambini in Mamma, ho perso l’aereo che sono costretti a vederselo in una lingua a loro sconosciuta (il francese), cosa che fa immedesimare anche meglio lo spettatore americano nelle disavventure natalizie dei McCallister, sapendo che si sentirebbe perso senza poter godere tale film a dicembre.

    Se dovessi riportare la loro situazione ad un equivalente italiano moderno, vi basti immaginare di ritrovarvi a Natale a vedere Una poltrona per due in una lingua straniera a voi sconosciuta (russo? Ceco? Fate voi).

    La famiglia McCallister in Florida che guarda La vita è meravigliosa in spagnolo

    (da “Mamma, ho riperso l’aereo”)

    Questo elemento culturale era ovviamente fuori dalla portata di qualsiasi doppiaggio e adattamento, in poche parola BISOGNA essere americani per percepire quella scena allo stesso modo. La cosa si fa ancora più comica quando, nel secondo film, in McCallister vanno in Florida e trovano l’attesissimo classico di Natale solo in lingua spagnola.
    A questo punto mi domando se in francese questa scena del primo film non abbia un impatto ancora minore!

    Little Nero's Pizza, da Mamma ho perso l'aereo
    Un’altra nota di cultura americana: il ragazzo delle pizze di “Little Nero” è minorenne, consegna la pizza in macchina perché negli Stati Uniti si può avere la patente dai 16 anni, età in cui gli adolescenti neo-patentati corrono a comprarsi le auto più economiche che possono permettersi (e quindi spesso le più sgangherate). Quella scena del fattorino auto-munito è l’equivalente di un adolescente italiano che porta le pizze col motorino, cosa che io, così come tanti altri bambini nel 1991, ignoravo completamente (era prima di Wikipedia, di internet e prima di aver visto Licenza di guida) ed il fatto che buttasse giù la statuetta dei McCallister ogni volta che veniva a consegnare una pizza lo attribuivo ad un atto di goffaggine del guidatore, non al fatto che avesse poca esperienza come autista.

    Angeli con l’anima sporca

    La videocassetta di Angeli con la faccia sporca
    Il finto film noirAngels with Filthy Souls (titolo parodistico sulla falsa riga di Angels with Dirty Faces, in italiano Angeli con la faccia sporca), che Kevin si guarda in assenza dei genitori, ha un doppiaggio che ricorda quello degli anni ’50-’60 e che ben si adatta allo stile del film. In questo finto noir compare il personaggio di “Snakes”, italianizzato in un più familiare e funzionale “Cobra”, al quale il cattivo Johnny fa la conta da uno a dieci (one… two… ten!) per far sparire la sua brutta faccia gialla. In italiano mi è sempre sembrato che il doppiatore dicesse “uno, due, tie’!“, probabilmente per rimanere nel labiale del “ten”, sebbene a scapito dell’ironia di una conta da uno a dieci composta da tre numeri. Sempre che non si tratti di un problema di missaggio audio in cui il suono del mitragliatore va a coprire il finale di “dieci” (die—).

    Tieni il resto, lurido bastardo. Film noir da Mamma ho perso l'aereo
    Come tutti saprete sicuramente, la scena si conclude con l’immortale “tieni il resto, lurido bastardo!“, adattamento di “keep the change, ya filthy animal!“. Questa scelta memorabile purtroppo non funzionò altrettanto bene nel seguito quando la stessa frase veniva usata riferendosi ad una donna e quindi il “Merry Christmas, ya filthy animal!” torna ad essere più fedelmente “Buon Natale, maledetto animale“, ma adiós riferimento alla battuta del primo film. Ne riparleremo con il secondo film.

    Sul titolo italiano di “Home Alone”

    Joe Pesci che dice he's home alone
    Potrei forse associarmi alle più inutili lamentele sul web/gruppi Facebook e lagnarmi del titolo italiano? “Mamma, ho perso l’aereo” è un titolo anni ’90 che ancora oggi funziona alla perfezione. Al contrario di molti altri titoli dell’epoca, alterati unicamente per attirare gli spettatori al cinema in modo truffaldino, con scelte che non c’entravano niente con la trama (Balle Spaziali 2 – La vendetta docet), “Mamma, ho perso l’aereo” dà al consumatore esattamente ciò che promette e non fa finta di essere un film diverso per poi tradire le aspettative di un qualsivoglia potenziale spettatore.

    Paradossalmente, un letterale “Solo in casa” avrebbe avuto un effetto diametralmente opposto, suggerendo un film potenzialmente sconsigliato ai minori. È logico che sia stato cambiato e non mi sorprende affatto scoprire che non siamo stati di certo l’unico paese a farlo (Maman, j’ai raté l’avion! / Mi pobre angelito / Kevin sam w domu sono alcune varianti che troviamo in altri paesi). La vicinanza al titolo francese in realtà mi fa supporre che siano stati gli stessi produttori a suggerire titoli alternativi per il mercato estero, altrimenti quale incredibile coincidenza avrebbe portato sia la Francia che l’Italia a scegliere, per puro caso, la medesima inconsueta formula?

    Urla autentiche

    La tarantola sul volto di Daniel Stern in Mamma ho perso l'aereo
    Quasi tutte le urla (di dolore o di gioia) che sentiamo nel film sono state lasciate in originale e, vista l’eccelsa scelta degli interpreti, si nota relativamente poco se non fosse per quei “whoa!” di Kevin che certamente in Italia suonavano leggermente stravaganti nel 1990 ma, in ogni caso, attribuibili ad un modo di esprimersi di uno specifico bambino (il protagonista). Nella mia esperienza personale da bambino che nel 1990 aveva pressappoco la stessa età del protagonista, ricordo che all’epoca risultava molto curioso (e molto “americano”) quel modo di esternare estrema sorpresa.

    L’unica distrazione — mai notata in più giovane età, ma palese adesso — viene dalla scena in cui Kevin corre per la casa dopo aver fatto “sparire” la famiglia e urla “I’m free! Free!” (sono libero). Per un orecchio italico impreparato può sembrare semplicemente che Kevin stia urlando di felicità (qualcosa come “iiiiiiii!”), col senno di poi ci sento benissimo “I’m free!!!” e mi sembra così strano che non sia stato doppiato che, memore di esperienze come l’audio 5.1 di Terminator, mi domando se non si tratti di una clip audio “perduta” nel missaggio per DVD. Non sarebbe la prima volta.

    Il sale intacca i cadaveri e altre frasi più memorabili in italiano

    Il vecchio vicino che sparge il sale, dal film Mamma ho perso l'aereo
    Come tutti i film della propria giovinezza visti in italiano, è facile avere delle battute rimaste impresse che poi, andandole a scoprire in lingua originale, possano risultare meno memorabili o di minor impatto.
    Questa è la mia personale lista:

    Il sale intacca i cadaveri e li trasforma in mummie.
    (The salt turns the bodies into mummies.)

    Le famiglie rompono!
    (Families suck!)

    Erano anni che mi perseguitava [il seminterrato].
    (It’s bothered me for years.)

    Larry le vuoi parlare tu? C’è una signora che mi sembra un po’ suonata.
    (Larry can you pick up? There’s some lady on hold, sounds kind of hyper.)

    seguito da:

    Rose? La suonata sulla due.
    (Rose? Hyper on two.)

    [“la suonata” fa più ridere di “l’isterica”.]

    Poi ancora…

    La mamma che cerca di vendere i suoi orecchini in cambio di un biglietto aereo, in Mamma ho perso l'aereo
    Quando la mamma di Kevin offre i suoi orecchini alla coppia di anziani, il marito della coppia le risponde che la moglie ne ha tanti che non sa che farsene, ne ha una scatola da scarpe piena, sembra un albero di Natale e dicendo questo si mette la mano all’orecchio e muove le dita. In realtà in inglese sottolineava soltanto come la moglie ne avesse già tanti di orecchini, inclusi quelli “a pendente” (dangley ones). Il gesto che il vecchio fa con la mano all’orecchio serviva a prendere in giro la gestualità della mamma di Kevin intenta a vendere i suoi orecchini (che erano del tipo “a pendente” per l’appunto).
    La battuta del “sembra un albero di Natale” la trovo più spassosa ed ispirata rispetto ad un banale “a pendente”, ed è anche a tema natalizio. Ovviamente è Mario Milita (lo conoscete sicuramente come nonno Simpson) che dà la voce al vecchio scorbutico, chi altri poteva essere? Sarà forse quello che l’ha resa memorabile nel doppiaggio italiano.


    Un’altra piccola battuta viene adattata quando un presentatore televisivo legge delle comiche lettere indirizzate a Babbo Natale: “l’anno scorso ho avuto una sorellina, quest’anno preferirei un robot“, con robot in sostituzione di clay dough (quello che ai miei tempi si chiamava didò). Trovo l’alterazione non soltanto leggermente più spassosa, ma che sia rimasta anche più duratura dal momento che in Italia quel materiale ha assunto nomi diversi a seconda delle varianti e dei periodi storici (DAS, pongo, plastilina…). Un robot invece sarà sempre un robot.

    Scelte di adattamento molto dubbie

    Queste le lascio sempre per ultime e stavolta si tratta di poca roba, ed il fatto che sia poca roba la dice lunga sulla qualità di adattamento di questo film in generale.

    Quando il “re della polka” (John Candy, doppiato dal sempre spassoso Paolo Buglioni, già elogiato in Tremors) racconta di aver lasciato suo figlio alle pompe funebri, in italiano narra di come il bambino fosse rimasto chiuso dentro con la madre morta quando in realtà in inglese parla di un generico cadavere (si può supporre un parente, forse un nonno?). L’errore deriva forse da una frase lasciata a metà nel momento in cui John Candy nomina la moglie (“the wife and I…”). Mi domando se non fosse anche in questo caso una scelta voluta per aumentare l’effetto tragicomico della storia che John Candy raccontava, in modo del tutto fuori luogo (come spesso accade ai personaggi comici di Candy), alla madre di Kevin “per farla sentire meglio”.

    John Candy che racconta la storia del bambino chiuso all'obitorio, da Mamma ho perso l'aereo
    Un’altra frase che mi lascia allibito (e che da giovane non avevo mai neanche capito perché non avevo familiarità col termine usato) è quella della madre che, tornata a casa il giorno di Natale, esclama:

    qualcuno corra al drugstore, non abbiamo nemmeno il latte.

    (in originale: someone has to find an open store. We don’t have milk.)

    Onestamente mi domando quale fosse il fascino perverso nei primi anni novanta per questa parola “drugstore” (tra l’altro pronunciata anche correttamente “dragstor”). Difatti, la stessa parola l’avevamo già trovata ne’ Il silenzio degli innocenti (1991) e si può dire che ad oggi sia effettivamente scomparsa dal vocabolario del doppiaggese, in netta controtendenza moderna a mantenere tutti i riferimenti possibili e immaginabili in inglese (a volte portando i dialoghi italiani al limite della farsa). Posso solo supporre che in quegli anni, “drugstore” identificasse, con una sola parola importata, un tipo di negozio che in Italia non aveva alcun corrispettivo: quelli che rimangono aperti tutta la notte e che vendono un po’ di tutto (oltre a fare da farmacia). Forse l’evoluzione delle attività commerciali italiane ha reso molto presto obsoleta questa parola d’importazione.

    Evit, giustifichi sempre tutti i doppiaggi “del passato”, non hai nessuna vera lamentela?

    Mettiamocele va’, sennò mi dicono che sono nostalgico (ignorando che mi sono già lamentato di grandi classici del passato).

    Il grinch nel cartone animato1) Ho sempre trovato curioso, già dalle prime visioni di questa pellicola, che i classici di Natale che Kevin si guarda in TV siano tutti doppiati tranne il cartone animato del Grinch. All’epoca ovviamente non sapevamo cosa fosse il Grinch ma avrei apprezzato che anche quello comparisse doppiato (magari ricostruendo la canzone che sentiamo nel cartone animato, perché no!), giusto per non spezzare quella illusione che durante tutto il film, eccetto quando compare il cartone animato del Grinch, non viene mai meno!

    [Mi riferisco ovviamente all’illusione creata dal doppiaggio che ci permette di guardare un film straniero facendoci credere di star assistendo alle vicissitudini di persone che parlano altre lingue diverse dalla nostra ma che noi, “per magia”, riusciamo a capire e blah-blah, blah-blah, blah-blah…! Dai su, lo sapete già ormai, non mi fate dire sempre le stesse cose.]

    Il cartone del Grinch torna anche nel secondo film e anche lì non è doppiato.

    La sorella di Kevin McCallister
    2) La frase della sorella (o cugina?) preoccupata “ma è così piccolo, secondo te è un po’ picchiato?” mi è sempre sembrata stramba (sebbene il labiale sia sopraffino e forse ne è la sua unica giustificazione). In originale era “but he’s so little and helpless. Do you think he’s flipped out?” che significa “ma è così piccolo e indifeso. Secondo te è spaventato a morte?”.
    Capisco quale possa essere l’origine dell’errore, scambiare “he’s” come abbreviazione di “he is” quando invece lo è di “he has”, da questo assunto errato hanno presumibilmente interpretato “flipped out” come sinonimo di “impazzito”. Un errore a suo modo comprensibile, sebbene non giustificabile. Perché dovrebbe essere “un po’ picchiato” se la colpa è loro per averlo lasciato a casa? Ovviamente la domanda della ragazza non combacia poi molto bene con la risposta del fratello.

    Kevin in chiesa con l'anziano vicino di casa, da Mamma ho perso l'aereo
    3) C’è un’altra battuta che penso sia stata alterata per un errore umano in fase di traduzione, quando il vecchio incontra Kevin in chiesa e gli chiede se è stato buono. Kevin inizialmente dice di sì ma quando il vecchio incalza con un “puoi giurarlo?”, Kevin nega. Il vecchio allora gli risponde “yeah, I had a feeling” (letteralmente: “già, ne ho avuto il presentimento”, traducibile semplicemente come “già, lo immaginavo” o “lo avevo capito”). La risposta nel film doppiato invece riporta un “io mi sentivo triste” che poi continua con la storia di come la chiesa fosse il luogo ideale per chi è scontento di sé.
    È lecito pensare che abbiano voluto affrettare il discorso dato che nella frase successiva c’era effettivamente poco tempo per far entrare tutte le parole che il vecchio dice in inglese, tuttavia mi domando se quel “I had a feeling” non sia stato mal interpretato a monte e quindi sia stato poi tradotto erroneamente come “io mi sentivo triste”.
    Tra parentesi, chi doppia il vecchio è il mitico Nando Gazzolo, di cui già parlai nell’articolo sulla trilogia del dollaro di Sergio Leone.

    Comunque, ho parlato anche troppo! Terminao qui le mie osservazioni.

    CONCLUSIONE!

    Mi resta solo da dispensare un paio di complimenti al gruppo che ha lavorato al doppiaggio di questo film, a partire dalla direttrice di doppiaggio Silvia Monelli e dalla sua scelta degli interpreti, all’incredibile prova di Ilaria Stagni su Macaulay Culkin, lei poco più che ventenne all’epoca ma che nello stesso anno arrivava in Italia anche come voce di Bart Simpson. Un complimentone anche a Mino Caprio che in questo film non solo è lontano da altri suoi personaggi (come Peter Griffin in cui sembra esserti fossilizzato di recente) ma, in generale, ci dona un’incredibile interpretazione comica che si integra anche molto bene con gli strilli non doppiati di Daniel Stern. In proposito, sarebbe carino vedere una versione doppiata da Caprio di questo video che Dainel Stern ha pubblicato su YouTube come risposta a quest’altro video di Macaulay Culkin (basta che non la faccia alla Peter Griffin, s’intende).
    Qualcuno faccia in modo in modo che accada.

    Ci rivediamo a New York.

    Kevin che si appresta a mangiare un piatto di macaroni cheese accompagnato da un bicchiere di latte. La vignetta dice: Macaroni cheese, m'hai provocato e io te distruggo adesso. Ad imitazione della famosa frase di Alberto Sordi.