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  • Ghostbusters II – Il sequel del Puzzaware

    Scena di Ghostbusters II dove i protagonisti dicono do-re-Egon ma nella vignetta alterato in do-re-Evit

    [Per i nuovi lettori, io sono “Evit” e questa è un’altra analisi d’adattamento cinematografico con vignette autoreferenziali.]

    Se siete tra i fan che amano Ghostbusters II tanto quanto il primo e non avete mai capito perché nel resto del mondo questo film venga bistrattato in tutti i modi, vi propongo la mia personalissima teoria: sono i dialoghi in italiano che lo migliorano. Potrei anche chiudere l’articolo qui.
    A ben vedere, il secondo film (in italiano) risulta citabile quasi quanto il primo e, per una commedia, la riuscita delle battute (ve ne cito una a caso, a memoria, senza sbirciare: “mio padre dice che vendete fumo e merda, è per quello che siete finiti zampe all’aria“) è forse ancora più importante della trama stessa, trama che difatti in “GBII” consiste nel riproporre in modo più o meno identico (o al massimo in modo speculare) gli stessi elementi del primo film, seguendone la struttura.

    ghostbusters 2 similarities

    E noi ci lamentavamo di Star Wars 7!

    Quindi capisco e accetto tutte le critiche che vengono mosse a questa pellicola, sono tutte lecite. Ciononostante, come commedia funziona molto bene a prescindere dall’essere un vergognoso clone del capostipite. Almeno in italiano. Se vogliamo partire proprio dalla frase da me citata a memoria:

    gb2_1

    doppiaggio:
    -Mio padre dice così, che vendete fumo e merda.
    -C’è molta difficoltà a credere nel paranormale.
    -No, lui dice che vendete fumo e merda, è per quello che siete finiti zampe all’aria.

    originale:
    -My dad says you’re full of crap.
    -Some people don’t believe in us.
    -He just says you’re full of crap, that’s why you went out of business.

    Oggi come ci verrebbe proposto un dialogo simile? Ma alla lettera, ovviamente! “Vendete fumo e merda” tornerebbe ad essere “dite solo stronzate” e invece di finire “zampe all’aria” avrebbero semplicemente “fatto fallimento”. Ammetterete che una traduzione diretta, benché più fedele (alla lettera ma non nelle intenzioni), risulti meno spassosa e ancor meno memorabile. Doppiato oggi questo film otterrebbe la stessa tiepida reazione che il film ha sempre ottenuto nei paesi di lingua inglese… fan sfegatati esclusi, s’intende. Quelli amerebbero anche uno spin-off sul criceto di Peter Venkman.

    Proprio per questo, Ghostbusters II è il film ideale per riproporre una domanda che da sempre accompagna gli adattamenti linguistici in ogni campo: quanto è lecito alterare il testo originale? Ed è lecito proporre (in una commedia) battute “migliori” di quelle in lingua originale?
    Mettete su il caffè, è una cosa lunga.

    ghostbusters 2 vigo

    La faccia di chi ha già capito che tipo di articolo sarà.

    Se oggi stesso poneste questa stessa domanda ad un qualsiasi professionista, questi vi risponderà che no, non è lecito alterare il testo originale! In parte perché, attualmente, nel mondo dell’adattamento per il cinema, salvo isolati casi, non vengono effettivamente concesse simili libertà (non è detto che questo sia un male ma neanche necessariamente un bene) e in parte per evitare che l’interlocutore si faccia un’idea sbagliata qualora non abbia familiarità con lavoro di traduzione e di adattamento. Difatti, rispondendo di sì, l’italiano medio andrebbe subito a pensare a cose come Flash Gordon con i suoi scioperi dei sindacati, l’uso dei dialetti in Fritz – il pornogatto e le battute dozzinali di Bombolo in Monty Python e il Sacro Graal. La verità è che tutti gli addetti ai lavori sanno benissimo che tradurre è un po’ tradire ma a domanda diretta non lo ammetterebbero mai pubblicamente, per evitare fraintendimenti.

    Quanto alla domanda se sia lecito nel genere comico/commedia proporre battute italiane più divertenti di quanto lo siano quelle originali per il pubblico di lingua inglese… credo che in risposta a questo ci sia la memorabilità delle tante commedie americane degli anni ’80 le cui versioni italiane, ancora oggi, non vengono rinnegate neppure dai tanti che si oppongono al doppiaggio a trecentosessanta gradi, quelli che “tutti i cinema dovrebbero proiettare solo in lingua originale sottotitolati” ma che poi Una poltrona per due se lo riguardano ogni santo Natale rigorosamente in italiano.

    “Ma quelli erano doppiati bene” è una delle giustificazioni più frequenti alle personalissime eccezioni alla regola, ma ciò che sfugge ai più è che, piuttosto, erano adattati molto bene! Perché, pur tradendo qui e là, erano riusciti a strappare la risata al pubblico negli stessi punti in cui ridevano gli americani e a volte anche in momenti inediti ma con battute comunque attinenti alla psicologia dei personaggi che le pronunciano… perché un Edgar Hoover citato in Ghostbusters (1984) non avrebbe avuto alcun impatto sugli italiani rispetto ad un Adolfo Hitler e l’impatto di una battuta in una commedia deve avere la priorità sulla fedeltà al testo; perché dire un bel twinkie invece che un bel plum cake non avrebbe suscitato una singola risata ma soltanto confusione; perché dire di essersi venduti la cassa del fondo cassa per indicare che gli acchiappafantasmi fossero al verde fa più ridere di aver speso quello che avanzava dal fondo cassa, così come “ma questa è la fiera del precotto!” è una soluzione più comica di “guarda quanto cibo spazzatura!” ed è comprensibile che questa battuta venga pronunciata proprio da un pagliaccio come il Dott. Venkman (Bill Murray). In sostanza, perché è così che si adattano i film e non fissandosi su una traslitterazione diretta di tutti i riferimenti a scapito dell’efficacia delle battute che, nel genere commedia, ripeto, sono basilari (Benvenuti a Zombieland, ce l’ho con te). Non siamo davanti ad un libro in cui si può mettere una nota a piè di pagina, da consultare a piacimento interrompendo momentaneamente la lettura… questo è cinema.

    ghostbusters 2 tribunale

    Ottimo Evit, non breve ma affossante.

    E dopo tutto questo bel discorso arriviamo a Ghostbusters II che in quanto ad adattamento è francamente un bel casino!
    Benché sia mia convinzione che i dialoghi italiani migliorino il film, non si può dire che il suo adattamento sia privo di difetti o di scelte bislacche. Non tutte le ciambelle riescono col buco, è vero, ma finché l’impasto è dolce, il tutto rimane comunque commestibile. I pregi di questo adattamento saranno sufficienti a coprirne le falle? A chi dare la colpa di eventuali mancanze?
    Puntiamo subito il dito su qualcuno…

    Ghostbusters 2 - lionello

    Per entrambi i film rimane il dialoghista Sergio Jacquier ma cambia il direttore di doppiaggio. A Maldesi del primo Ghostbusters succede Oreste Lionello che nel precedente film interpretava soltanto il vicino rompiscatole, Louis Tully (Rick Moranis).
    La bravura di Lionello dietro al microfono è assolutamente indiscussa, sia chiaro, ma in merito al suo lavoro come direttore di doppiaggio le mie sicurezze vacillano, a partire dalle scelte bislacche che sentiamo in diversi momenti, e dico bislacche perché sembrano essere alterazioni dei dialoghi prive di una comprensibile motivazione dal momento che non svolgono alcuna funzione di adattamento culturale ma sembrano solo fini a sé stesse. È chiaro che non è possibile determinare a posteriori chi tra dialoghista e direttore di doppiaggio sia responsabile di questa o quella singola scelta ma, essendo il direttore di doppiaggio colui che orchestra tutta l’opera e, pur nel rispetto dei ruoli da lui assegnati, mantiene (in teoria) il diritto di avere l’ultima parola sulle singole scelte finali, viene automatico identificare questa figura come la responsabile di qualsiasi guaio.

    I problemi con questo film iniziano dalla primissima battuta che udiamo nel film e che mi tormenta da tempo! La prima voce che sentiamo è quella di un signore che, adirato, si lamenta per una multa (ma la macchinaaaah!). La stessa voce la troviamo sul guardiano del museo che sostiene che il programma televisivo di Venkman fosse secondo soltanto a “Vermi preziosi, un programma di pesca” (aggiunta comica in sostituzione di Bassmasters dell’originale, da noi sconosciuto). La stessa voce ritorna chiaramente anche come il signor Fianella della compagnia dei telefoni che interrompe le operazioni di scavo degli acchiappafantasmi sulla First Avenue (ma che mi racconta-aaaah, i cavi telefonici sono là!), personaggio che poi ritroviamo nella scena del tribunale ma con un’altra voce, quella del tenente Colombo!

    ghostbusters 2 voce

    Non vi basta? Successivamente sentiamo la stessa identica voce sull’autista che impreca contro quel “salame” di Louis Tully che era rimasto imbambolato in mezzo alla strada. Se fosse stata una voce meno caratteristica sarebbe più difficile farci caso e invece, sotto la direzione di Lionello e con la stessa voce che appare su più personaggi anche di primo piano, la città di New York sembra essere improvvisamente molto molto piccola e questo è un po’ un peccato (per quanto quella voce sia molto comica, su questo non si discute).

    Ad oggi il nome del doppiatore non è reperibile né su internet né sui titoli di coda del film ma lo abbiamo ritrovato in tantissimi altri film (quasi tutti doppiati dalla CVD), quasi sempre nel ruolo di personaggi di sfondo con una o poche battute, da Scuola di Polizia (era il capo di Mahoney all’inizio del film) e Scuola di Polizia 3 (una voce dalla TV che dice “sei morto piedipiatti!” e il signore che si rifiuta di spegnere il sigaro dicendo “vai a cagare, lo spengo quando voglio”) a film italiani come Zucchero Miele e Peperoncino, fin’anche a Guerre Stellari! Il mio collaboratore Leo infatti lo ha riconosciuto anche come la voce dell’ammiraglio Ackbar nel Ritorno dello Jedi, anche questo non elencato su internet (o elencato erroneamente e non presente nei titoli di coda della pellicola 35mm), come dimostrato da queste recentissime schermate dei maggiori siti di riferimento sui doppiatori:

    Il pezzo mancante del puzzle ancora una volta ce lo fornisce un amico fraterno di questo blog, l’utente “Swann” del forum DVDessential che ne ha svelato l’identità “in esclusiva web”. Se avete idea di chi possa essere la voce misteriosa fatecelo sapere nei commenti. Proprio a questo proposito non perdetevi il concorsone “indovina il doppiatore” alla fine dell’articolo dove troverete anche una collezione di clip video da ascoltare per provare ad indovinare il nome del doppiatore misterioso. In palio una maglietta del blog Doppiaggi Italioti.

    ghostbusters 2 concorso

    Se al riciclo dello stesso doppiatore su QUATTRO ruoli diversi ci aggiungiamo anche quei momenti non doppiati, come nell’esclamazione “whoa!” di Dan Aykroyd in tribunale, le urla e le risate nella medesima scena (cose minori, s’intende), così come altri piccoli momenti simili, è comprensibile che qualche spettatore italiano possa avere l’impressione di un doppiaggio eseguito a risparmio, anche se probabilmente così non è stato, e questo è un po’ un peccato.

    Non che far doppiare ruoli molto piccoli allo stesso doppiatore sia di per sé un’operazione deprecabile a prescindere. Abbiamo già visto casi in cui questo era fatto in modo invisibile o quasi, come in Il silenzio degli innocenti dove Tonino Accolla si accollava (questo gioco di parole non morirà mai, abituatevi) ben tre ruoli, idem con Fabrizio Pucci che aveva tre ruoli in Trappola di cristallo, oppure come accadeva in Fuga da New York dove ci vuole un orecchio assai fine per accorgersi che alcune delle voci nella folla durante la scena della lotta sul ring appartengono al medesimo doppiatore (Carlo Valli) che dà la voce al protagonista! Insomma, che un doppiatore copra più ruoli non è cosa nuova, né strana. Lo diventa però se l’interpretazione è palesemente identica in tutti i ruoli interpretati. E questa in Ghostbusters II è così facile da riconoscere che adesso che ve l’ho fatta notare darà fastidio anche a voi! Non ditemi grazie tutti insieme.
    Proseguiamo dunque con le scelte bislacche, molte delle quali sono già stranote ai fan degli acchiappafantasmi ma che per alcuni potrebbero risultare nuove.

     

    L’eroe anni ’80 che tutti i bambini desiderano

    ghostbusters 2 triman

    TRI-MAN!

    Benché molti appassionati soffrano di pareidolia acustica quando si parla dei dialoghi dei film di Ghostbusters e sentano “He-Man” nella battuata “ma io credevo che venisse Tri-Man!” (in originale “I thought it was gonna be He-Man“), è anche vero che fenomeni simili si verificano quasi sempre in presenza di battute italiane senza senso, quindi non datevi la colpa, è il vostro cervello che, comprensibilmente, cerca di trovarne uno per correggere frasi insensate, e così vi fa udire “He-Man”.

    L’esempio più lampante di questo fenomeno è l’esultazione di Jim Carrey in The Mask, “spumeggiante!”, che si è scoperto poi essere in realtà “sfumeggiante!” (questo è stato confermato dal dialoghista italiano, non me lo invento io). È chiaro che l’origine del rifiuto mentale al sentire una effe in sfumeggiante sta nel fatto che sfumeggiante come esclamazione non ha alcun senso, così la mente di tutti gli italiani ha deviato sulla prima parola simile che nel contesto avesse più senso e nel nostro caso era solo questione di una consonante: spumeggiante! Che poi diciamocelo, spumeggiante è una scelta di gran lunga più sensata di sfumeggiante, parola che suppongo volesse collegarsi in qualche modo allo “smokin’!” di Carrey, che tradotto alla lettera vuol dire “fumante” ma essendo un’espressione idiomatica (vuol dire “da urlo!”), non necessita, anzi, non deve essere tradotta alla lettera, quindi non c’era bisogno di far nessun riferimento a fumi o a sfumi, qualunque cosa essi siano. La pareidolia acustica nel caso di The Mask correggeva ciò che per me è una discutibile scelta di adattamento e a volte basta una consonante diversa per trasformare discutibili scelte in ottimi e memorabili adattamenti.

    Nel caso di Ghostbusters II posso solo considerare fortunati coloro ai quali il cervello ha rielaborato l’informazione acustica da Tri-Man in He-Man perché vi permette di percepire una versione più corretta e sensata rispetto a noi altri. Vi invidio.
    Tale discorso vale a meno che i bambini alla festa non si aspettassero questo personaggio della Marvel…

    Copertina del fumetto Marvel TRIMAN, da Tri-man lives
    …ma ne dubito. O forse era l’uomo-albero, Tree-Man? Non lo sapremo mai.


    Le alterazioni di cui potevamo fare a meno

    Esempi di alterazioni altrettanto immotivate non mancano in questo film, a partire dal nome di Venkman che, senza alcun motivo apparente, in questo film diventa Vinkman (altri strascichi dalla serie animata o semplice scelta arbitraria? Non ho la pazienza di verificarlo) fino a Louis Tully (Rick Moranis) che propone di giocare a formica contro draghi invece che a Super Mario Bros., e qui siamo quasi alla stregua di un doppiaggio televisivo dove non si vogliono nominare prodotti commerciali i cui diritti magari sono in mano a canali concorrenti. Dunque dopo He-Man che diventa fantasiosamente Tri-Man, anche Super Mario viene cassato. Al contrario di alterazioni dei dialoghi mirate alla più vasta e immediata comprensione, come lo erano le battute su Hoover che diventa Hitler nel primo Ghostbusters, qui alcune delle alterazioni vengono a snaturare il copione originale senza apparente motivo: lo spettatore italiano si chiede infatti cosa possa essere il gioco “formica contro draghi” o chi sia mai questo agognato Tri-Man, mentre il pubblico americano di ragazzini all’epoca esultò internamente al grido di “ha nominato qualcosa che conosco!”. Forse Sergio Jacquier (ai dialoghi) non credette nella longevità del brand di Super Mario e si inventò un gioco inesistente e anche un eroe inesistente con la speranza forse di mantenere la battuta fresca nei secoli? Purtroppo oggi, nel 2017, stiamo ancora qui a chiederci cosa sia formiche contro draghi mentre per gli americani la battuta rimane comunque culturalmente attuale. Nel caso di He-Man forse ci ha visto bene, ma non è questo il punto.
    I guai di Ghostbusters 2 non finiscono qui. Rimaniamo con Louis e Janine…

    Ghostbusters 2 rita hayworth

    Evit, magna e zitto!

    Louis: No. That’s Rita Hayworth. She was married to Citizen Kane while they were doing this thing. Then right after they finished, she dumped him for some polo player. I don’t why beautiful girls love horses so much. Do you love horses?

    Doppiaggio: No, quella è Rita la rossa, che si sposò con Orson Kafka mentre lui girava Le Giarrettiere all’Atomica. Dopo che ebbero finito a Shanghai lo piantò per un giocatore di polo, non so perché le donne amino tanto i cavalli, tu ami i cavalli?

    Questa frase così adattata funziona soltanto sulla carta, quando la andiamo ad analizzare punto per punto (cosa che farò), ma in un dialogo veloce si trasforma in un delirio insensato di parole a caso e ciò che era di immediata comprensione in inglese diventa un pastrocchio di riferimenti difficili da seguire in italiano.
    Ghostbusters 2 rita hayworth2Si inizia con “quella è Rita la rossa” che descrive Rita Hayworth (effettivamente nota per i suoi capelli rossi benché castana di nascita), già qui il pubblico più giovane che non ha familiarità con la Hayworth potrebbe pensare che Louis stia descrivendo un personaggio del film alla TV e non che stia parlando proprio dell’attrice. Con un più semplice e diretto “quella è Rita Hayworth” il fraintendimento sarebbe stato facilmente scongiurato.

    Nella frase che segue Louis identifica Orson Welles chiamandolo “Citizen Kane” (Quarto potere in italiano), per il pubblico americano lo sforzo di comprensione non esiste visto che Quarto potere è radicato nella cultura popolare americana e penso anche i bifolchi che vivono con 2 dollari al giorno nel delta del Mississippi sanno che il “cittadino Kane” fosse interpretato da Orson Welles e a lui si riferisca. In italiano quel “citizen Kane” diventa “Orson Kafka“. Chi, per ragioni anagrafiche o culturali, non si era già perso per strada a quel “Rita la rossa”, avrà certamente qualche difficoltà ad intuire che “Orson Kafka” stia ad indicare proprio Orson Welles. Perché mai Kafka, vi chiederete? “Semplice”, per via del film Il processo (1962) diretto da Orson Welles! Le intenzioni di chi ha adattato il dialogo sono chiare, il risultato meno. Infatti, se i proletari della periferia di Detroit dall’alto della loro quinta elementare stanno seguendo senza problemi questo dialogo, comprendendone tutti i riferimenti, in Italia ci vorrebbe un esperto di cinema niente male per riuscire a cogliere tutte le strizzatine d’occhio di cui le sole due prime frasi sono infarcite… ma anche i più colti cascherebbero alla successiva quando “while they were doing this thing” (traducibile con: “quando stavano girando questo film“) diventa “mentre lui girava Le Giarrettiere all’Atomica“. Un titolo di pura invenzione che suppongo volesse aggiungere commedia ad una sequenza dalla traduzione già abbastanza confusionaria.

    Non contenti(!), nella frase successiva si aggiunge ulteriore marasma con quel “dopo che ebbero finito a Shanghai“. Il riferimento adesso è proprio al film che stavano guardando, La signora di Shanghai (1947), che ovviamente non fu girato a Shanghai quindi al massimo avrebbe dovuto dire “dopo che ebbero finito con Shanghai” o “sul set di Shanghai” (o anche meglio “dopo che ebbero finito di girare questo film”), tempi permettendo.
    Insomma, l’intera frase è puro lionellismo “a bischero sciolto”, come si dice a Firenze e come forse avrà anche pensato il dialoghista fiorentino Jacquier, sempre che non fosse proprio lui a proporre simili cambiamenti.
    Se vi sentite un po’ confusi è normale. Per la cronaca, adesso vi tradurrò io il testo di quella sequenza così potrete capire quanto era semplice e quanto invece è stato complicato inutilmente nel doppiaggio:

    No. Quella è Rita Hayworth. Si sposò con quello di “Quarto Potere” mentre giravano questo film. Poi, subito dopo la fine delle riprese, lei lo piantò per un giocatore di polo.

    diventato poi

    No, quella è Rita la rossa, che si sposò con Orson Kafka mentre lui girava “Le Giarrettiere all’Atomica”. Dopo che ebbero finito a Shanghai lo piantò per un giocatore di polo.

    (In realtà il matrimonio tra Orson Welles e Rita Hayworth non durò soltanto quei pochi mesi di riprese della Signora di Shanghai come crede Louis e la relazione con il giocatore di polo è in riferimento a Porfirio Rubirosa. Una piccola curiosità che elargisco gratis)

    Orson Welles e Rita Hayworth nel 1947 sul set di La signora di Shanghai. Nella vignetta Welles dice: Rita, ma che cavolo sta dicendo Oreste? Con riferimento a Oreste Lionello
    Infine, per finire la lista di alterazioni non giustificate, quando Sigourney Weaver viene bloccata da un tubo di plastica posseduto da Vigo, in italiano urla “tagliatemelo!” mentre in inglese ordina a Bill Murray di portare via il bambino (“Get him away!“), cosa che infatti fa subito, andandolo a nascondere. Difficile indovinare se ci fosse stato un errore di comprensione a monte del processo di traduzione oppure se si tratta di una scelta fatta in sala di doppiaggio. In ogni caso si tratta di un’altra alterazione inutile che non intacca il film ma che ho il piacere di farvi notare.


    Battute che forse non capirete

    “Brainiac” diventa “Crappenstein” (allora, Crappenstein?), parola inventata che unisce “crapa” (scherzoso per “testa”) e “Frankenstein”, tanto fantasiosa quanto bizzarra se ascoltata con orecchie moderne (so che i più giovani di voi avranno pensato subito alla parolaccia inglese “crap” e invece!). Ci saremmo accontentati anche di un semplice “geniaccio” ma tant’è! Più difficile da capire è il perché qualche esame ginecologico alla madre diventi il test dell’espansività alla madre. O meglio, lo si può capire “a posteriori”, conoscendo dove voleva andare a parare la battuta originale, molto più diretta: vorrei fare degli esami ginecologici alla madree chi no?. Nei dialoghi italiani si è optato per qualcosa di più sottile ma non altrettanto comprensibile e forse un pochino più spinto: io farei il test di espansività alla madre e chi no?.

    Uno scambio di battute fuorviante in italiano avviene poi quando gli acchiappafantasmi visitano il museo per misurare l’attività paranormale: Venkman interroga Janosz in merito alle sue origini ed egli risponde “the Upper West Side” (che in italiano diventa “Harlem alta“), a quel punto Egon interviene dicendo “ambiente estremamente attivo“. Ho sempre creduto, e non penso di essere il solo, che Egon si riferisse ad Harlem definendola come un’area urbana ad alta attività paranormale, e che quindi questo ponesse dubbi su Janosz stesso (in qualche modo). La scelta delle parole, il modo di recitarla e i tempi della battuta non lasciano molto spazio ad altra interpretazione… in italiano. Invece in inglese è chiaro che Egon stesse parlando della stanza del museo che stavano sondando con la loro attrezzatura: “the whole room’s extremely hot, Peter” (l’intera stanza ribolle, Peter).
    È certamente possibile che quel “ambiente estremamente attivo” non sia altro che la traduzione della frase originale, se accettiamo che la parola “ambiente” faccia riferimento a “the whole room” e che “estremamente attivo” sia la traduzione di “extremely hot”, ma queste sono tutte valide considerazioni che è possibile fare solo con il testo originale a portata di mano, confrontando parola per parola. Come accadeva nel caso di “Orson Kafka” però, anche qui si tratta di scelte che funzionano sulla carta ma che diventano fuorvianti nella loro messa in atto. A meno che non fosse effettivamente intenzione del dialoghista quella di cambiare l’intera battuta in modo che anche lo scambio con Egon ruoti intorno alle origini di Janosh.  Del resto la frase sull’origine di “Jangi” non era necessariamente alla portata di tutti, infatti gli americani ridono al fatto che Janosh dichiari di venire dall’Upper West Side perché conferma la nozione che New York sia un melting pot di culture diverse e che il pregiudizio di Venkman, il quale sospettava un’origine estera di Janosz solo in base al suo accento e nome, fosse infondato. Ultimo ma non meno importante, l’upper west side era anche il quartiere a maggiore diversificazione etnica, dove i nuovi arrivati in città che cercavano occupazione nel settore artistico prendevano casa ed era anche il quartiere con il maggior numero di bar per omosessuali. Per Venkman (e per gli spettatori) si abbatte un pregiudizio e se ne crea subito un altro: se Janosh è effettivamente newyorkese, dove altro poteva vivere se non nell’Upper West?
    Come avrete capito da questa lunga spiegazione di una battuta che dura 3 secondi, c’è molto dietro quello scambio di frasi che può arrivare ad un americano ed è proprio quello che c’è dietro che crea l’umorismo. Agli italiani, al nominare l’Upper West Side, di certo non sarebbero arrivati alle orecchie con così tanti sottintesi.

    Dunque è possibile intuire perché il riferimento geografico all’Upper West Side sia stato alterato verso uno più noto (la malfamata Harlem) ma rimane poco chiaro se quel “ambiente estremamente attivo” sia effettivamente un fuorviante adattamento di “l’intera stanza ribolle, Peter” oppure una continuazione della battuta su di una Harlem infestata dai fantasmi, un concetto che può fa ridere se chi lo dice è Egon il quale, con cotanta serietà, ce la descrive da un punto di vista inedito e insospettato. Forse ai troppi omicidi ad Harlem corrispondono troppi fantasmi in circolazione? Oppure è l’odio che c’è nel quartiere ad aumentare la melma psicomagneterica e conseguentemente i fenomeni paranormali nella zona?

    Il sindaco nel film Ghostbusters II che dice: psico-cosa?

    Psico-cosa?

    A proposito di melma psicomagneterica, in inglese entrambi i film presentano la parola “slime” (=melma, bava) ma, se nel primo “slime” e sue derivazioni descrivevano soltanto il residuo ectoplasmatico inerte lasciato dai fantasmi quando questi attraversavano la materia, nel secondo film viene anche usata per descrivere qualcosa di completamente nuovo, ovvero quel liquame generato da Vigo che aumenta di volume all’aumentare delle emozioni umane negative e che, superato un certo livello, porta al manifestarsi dei fantasmi. La parola “slime” in originale descrive dunque due concetti completamente diversi ma il doppiaggio italiano ci salva (forse involontariamente) da eventuali dubbi: se nel primo film si parlava di “inzaccheratori” e di “smerdare” (he slimed me! / mi ha smerdato!), nel secondo la distinzione tra residuo ectoplasmatico e il nuovo “slime” umorale è chiara ed inequivocabile proprio grazie alla scelta di far riferimento al nuovo “slime” con una parola inedita: “melma”. Una scelta forse dettata più dalla poca versatilità delle precedenti opzioni nel nuovo contesto ma che alla fine funziona meglio che in inglese. L’uso di “zacchera” ritorna brevemente solo sul finale quando Janosh, risvegliandosi, si domanda perché gocciolasse di zacchera (dripping with goo).


    Sul cast di doppiaggio

    Chi mi conosce sa che sul mio blog parlo prevalentemente di adattamento e raramente mi sbilancio a dare opinioni sull’interpretazione o la scelta di voci. Sarà probabilmente una blasfemia per qualcuno se vi dicessi che per molti anni (prima del mio interesse per il doppiaggio) non mi sono mai accorto che dal primo al secondo film fossero cambiati i doppiatori di ben due acchiappafantasmi su quattro (Egon e Winston), così come le voci di Janine, del sindaco e persino di Dana (Sigourney Weaver)! La sostituzione dei doppiatori, qualunque ne sia il motivo, evidentemente è stata svolta con una certa cura ed una buona dose di rispetto verso le precedenti interpretazioni.
    Alla luce delle tante sostituzioni, trovo singolare invece che la voce di Bill Murray sembri appartenere ad un film completamente diverso, tanto da aver creduto (da bambino) che potesse trattarsi di un doppiatore differente. La voce invece è sempre in mano ad Oreste Rizzini ma l’interpretazione ricorda molto più alcuni dei suoi Michael Douglas che quel Bill Murray di cinque anni prima. Qui parlo solo di impressioni personali ovviamente ma di tutti i personaggi, inclusi quelli che hanno subito un cambio di doppiatore, Venkman rimane l’unico “stonato” per me. Con questo non voglio dire che sia un’interpretazione inferiore, solo un po’ distante da quella del primo film.

    Rimanendo sul tema delle personalissime opinioni, prima di tornare a cose più concrete come traduzioni e adattamento, vorrei scagliare una pietra anche in favore di Janosh (o “Janosz” in inglese, prima ho usato entrambe le grafie volutamente), perché voglio sottolineare quanto Luca Lionello, figlio del direttore di doppiaggio, sia assolutamente azzeccato su questo personaggio e quindi sono ben disposto ad ignorare il fatto che sotto la direzione di Oreste ci sia mezza famiglia Lionello. Qualsiasi battuta di Luca diventa memorabile, l’accento di origine incerta è ideale nel contesto del film e la voce somiglia molto a quella originale… insomma, complimenti. Quando le raccomandazioni italiche funzionano!

    Scena di Ghostbusters 2 dove Ray abbraccia Janosz

    Io e Luca Lionello, se ci conoscessimo


    Alterazioni necessarie

    Ho voluto prima elencare gli esempi peggiori così da toglierceli subito di torno ma a questo punto devo anche sottolineare che i dialoghi di Jacquier non mancano di brillare in molti altri punti, specialmente in quanto a comicità di determinate scelte lessicali e nelle necessarie alterazioni di riferimenti culturali a noi sconosciuti.
    I riferimenti pubblicitari a noi ignoti facenti parte di battute umoristiche sono proprio l’esempio lampante di ciò che è necessario cambiare in un buon adattamento se non si vogliono tradire completamente le intenzioni del dialogo originale. Sembrerebbe un paradosso ma non lo è. Mantenere invece degli sconosciuti riferimenti alla cultura popolare americana fa sì che questi diventino un elemento di disturbo nei dialoghi italiani, cosa che ovviamente non erano per il pubblico di destinazione originario. Avremmo dunque spettatori di paesi diversi che percepiscono la medesima battuta in modo diametralmente opposto, questo è esattamente ciò che il doppiaggio non si propone di fare.

    Scena di Ghostbusters 2 momenti di melma

    Cin-cin!

    It’s slime time! (nel doppiaggio “momenti di melma!“) riprende lo slogan pubblicitario “it’s Miller time!” già usato nel primo film come celebrazione in seguito alla presunta sconfitta di Gozer (per gli americani è sinonimo di è tempo di festeggiare… con birra). Nel primo film era stato reso comicamente con la memorabile “ancora una volta venimmo, vedemmo… e senza indugio la fottemmo” che si rifaceva ad un’altra precedente e riuscitissima battuta del film (prima o poi parlerò anche del primo, non temete). Anche in Ghostbusters II si è badato prima di tutto al contesto e la nuova traduzione, “momenti di melma”, funziona altrettanto bene nel contesto. Vi ho già detto di quanto siano più importanti cose come IL CONTESTO e l’efficacia di una battuta in un film del genere commedia rispetto al preservare pedissequamente tutti i riferimenti pubblicitari che non fanno neanche parte della nostra cultura popolare? L’esempio dei “wonton” nei dialoghi italiani del recente Ghostbusters (2016) forse ci possono far immaginare una traduzione moderna della battuta qui presa in esempio: “È l’ora di farsi una Miller”.

    Sempre in tema di riferimenti pubblicitari modificati per un audience non americana, Venkman promette alla statua della libertà un weekend a Las Vegas con il Colosso di Rodi, invece del Jolly Green Giant dei dialoghi americani; sempre Venkman poi cita lo slogan pubblicitario “there’s always room for Jell-O” (=c’è sempre spazio per il Jell-O), slogan che dal 1964 è entrato nella cultura popolare americana così come qui è successo per alcuni slogan nostrani, ed è chiaro che non è cosa da tradurre alla lettera. Così in italiano Venkman coglie la palla al balzo per fare una rima dal sapore pubblicitario: – “Odio la gelatina. – Ma fa bene alla pancina e felice la mammina.”.
    Tradurre una battuta del genere alla lettera sarebbe un tradimento dei dialoghi originali ancora più grave, chi non capisce questo non ha capito assolutamente niente di che cosa sia l’adattamento. Non c’è sempre spazio per il Jell-O quando si parla di doppiaggio.

    Bill Murray in Ghostbusters 2 che dice: Ma fa bene alla pancina e felice la mammina

    Ma c’è sempre spazio per il buon Adattament-O

    Questo secondo film a ben vedere è stracolmo di prodotti pubblicitari, nominati o anche solo mostrati, che ad una visione in lingua inglese possono sembrare persino eccessivi. Del resto il film, triste a dirsi, è stato poco più che una bieca operazione commerciale per sfruttare l’onda di successo che la serie animata stava avendo già da diversi anni, una popolarità che faceva vendere giocattoli e gadget a non finire e che influenzò molte scelte del film: via i baffi di Winston perché nel cartone non li aveva, capelli rossi pazzi alla segretaria perché così era nel cartone, le gag di Slimer, etc…; trovo che sia un sollievo dunque che durante il pilotaggio della statua della libertà la frase I don’t think they make Nikes in her size diventi pantofole della sua misura non credo ne facciano, detto da Egon mentre tiene in mano un joystick della Nintendo. Come dicevo, il film è letteralmente la più vergognosa delle commercialate. Se non ve ne siete mai accorti è perché eravate troppo giovani, come me. Poi però si cresce e anche sentir citare “Super Mario Brothers” nei dialoghi originali comincia a sembrarci una scelta molto paracula. Forse è davvero meglio l’inaudito “formica contro draghi” dopotutto. Forse.

    Scena di Ghostbusters 2, Janosz in veste di fantasma rapisce il bambino

    Così Evit vi ruba l’infanzia

    Tornando ai prodotti commerciali sconosciuti, quando i due improbabili baby-sitter dichiarano di aver messo a dormire il bebè dopo avergli dato della “French bread pizza” fanno inorridire il pubblico americano che si immagina un infante alle prese con un simile alimento nocivo. Si tratta infatti di un terrificante cibo spazzatura che altro non è che un connubio tra una baguette e la pizza surgelata, da riscaldare al microonde e inutilmente dannoso per denti e gengive dato che la crosta della baguette diviene molto dura con la cottura. In Italia è stato sufficiente fargli dire che gli avevano messo un po’ di pizza nel latte per far inorridire qualsiasi mamma (e italiano in generale… quale umano metterebbe la pizza nel latte?). Il risultato finale è identico, si ride per lo stesso identico motivo (un alimento inadatto ad un infante somministrato da baby-sitter improvvisati) ma non per la stessa identica cosa (pizza nel latte al posto della “French bread pizza”). Cosa che non sarebbe stata possibile mantenendo “French bread pizza” nei dialoghi italiani come, ad errore, si tende a fare oggi nei prodotti doppiati che puntano più alla fedeltà delle singole parole a scapito dell’immediatezza delle battute. Questo è un chiaro esempio di adattamento vs. traduzione diretta.

    Testa di defunto nella scena della metropolitana in Ghostbusters 2

    Un consumatore abituale di “french bread pizza”

    Esempi simili sono disseminati un po’ ovunque in tutto il film. Quando Venkman chiede se il tostapane animato dalla melma sappia anche imitare Michael Jackson, in originale si riferiva ad Emmylou Harris. Capite che se avesse detto Emmylou Harris anche in italiano ci saremmo persi su riferimenti a noi non familiari, eppure ad un film doppiato oggi difficilmente sarebbero concesse simili libertà, tanto il pubblico può andarselo a controllare su Wikipedia e le rare volte che si fa uno strappo alla regola e si propongono alternative “localizzate” capita che magari si sia trattato di scelte pescate da un concorso indetto via Facebook che ci ha portato ad un “Captain America” che sfodera un taccuino dove ha annotato di andarsi ad aggiornare su Vasco e Valentino Rossi, o i mondiali di calcio Italia-Germania. L’apice massimo della deficienza.

    Qualcuno si chiederà perché allora io ritenga giustificata la presenza della parola “marshmallow” nel doppiaggio di Ghostbusters (1984). Fino ad ora ho precisato che stiamo parlando di una commedia, particolare essenziale per comprendere l’intero discorso, e che molti dei nomi e dei marchi alterati per il doppiaggio sono parte integrante di brevi battute volte unicamente a strappare una risata. La cantante Emmylou Harris, la “French bread pizza”, la gelatina instantanea “Jell-O”, il Jolly Green Giant, etc… sono tutti accomunati dall’essere parte integrante di battute che risultano tali soltanto se conosciamo il prodotto citato. Una battuta sul tostapane che balla come Michael Jackson fa ridere soltanto se sappiamo già chi sia Michael Jackson senza doverci pensare troppo su e, come abbiamo visto nel caso della birra Miller, il tipo di alterazione deve tener conto anche del contesto per funzionare. I marshmallow citati nel primo Ghostbusters non fanno parte di alcuna battuta e conoscere il prodotto dolciario a priori non è essenziale perché non deve strappare nessuna risata (a differenza del “Twinkie” ad esempio). I dialoghi di quel film ci dicono che lo “Stay Puft Marshmallow Man” è l’uomo della pubblicità dei marshmallow, quindi un personaggio immaginario di un prodotto che passa in TV. Altro non serve sapere per capire il perché della forma comica e amichevole del gigantesco mostro apparso per demolire New York.

    Contesto e scopo della frase sono le colonne portanti dell’adattamento. Al contrario di “Twinkie”, “Marshmallow” ha ragione d’esistere nei dialoghi italiani di Ghostbusters proprio per via di questi due capisaldi che spesso vengono ignorati da coloro che si lamentano superficialmente di questa o quella traduzione e che pensano all’adattamento per assoluti. “Tutti i riferimenti dovrebbero essere sempre tradotti” oppure “nessun riferimento dovrebbe essere mai e poi mai alterato”… sarebbe bello se il mondo fosse così semplice. Lasciare tutti i riferimenti culturali inalterati a priori è un modo di lavorare che può andar bene per chi sottotitola per DVD e Blu-Ray e non ha libertà artistica di “adattare” per il pubblico di destinazione, non certo per il doppiaggio di commedie in cui le battute devono essere tanto istantanee quanto quelle in lingua originale.

    Altri esempi di buone alterazioni riguardano i riferimenti geografici ignoti.
    La sensitiva ospite al programma di Venkman, Mondo medianico (The World of the Psychic), sosteneva che, come aveva già spiegato a suo marito, un alieno l’aveva avvicinata mentre era sola al bar dell’hotel Royal a Brooklyn e che l’aveva convinta, forse grazie ad un dispositivo di controllo mentale, a seguirla nella sua stanza d’albergo dove le fu rivelata la data della fine del mondo (“per San Valentino, mazzata!”). Lo sguardo comico di Bill Murray conferma ciò che tutti noi stavamo già pensando riguardo alla storia dell’alieno che abborda le signore al bar di un hotel e le porta nella propria stanza. Per gli americani c’è un piccolo dettaglio che rende il tutto ancora più palese: il bar non era quello dell’hotel Royal a Brooklyn bensì si trattava di un Holiday Inn a Paramus, nel New Jersey. Se già Brooklyn non era il top del romanticismo negli anni ’80, il nome “Royal” poteva per lo meno suggerire che si trattasse di un hotel di lusso, mentre per il pubblico americano un Holiday Inn nel New Jersey poteva solo far pensare, senza ombra di dubbio, al luogo ideale per un atto di infedeltà coniugale.

    Scena di Ghostbusters 2, Venkman guarda nella telecamera

    Lo sguardo che conferma il nostro presentimento

    L’alterazione italiana rimane comprensibile dal momento che negli anni ’80 nessuno conosceva gli Holiday Inn, né tanto meno Paramus in New Jersey, ma soprattutto non avrebbe avuto idea di cosa questi dettagli potessero implicare. Si suppone che “Royal” sia stato scelto come nome plausibile per un hotel e che entrasse anche bene nel labiale. Del resto la storia della signora era già comunque sufficientemente chiara a tutti.
    Se può interessarvi una scappatella nel New Jersey, sappiate che l’Holiday Inn dove potrete essere abbordati da un “alieno” al bar si trova su Prospect street, di fronte all’Ikea di Paramus. Google Maps vi aiuterà certamente nella vostra ricerca di vita aliena.

    Foto recente di Dan Aykroyd con dei dischi volanti alieni di sfondo

    Dan, li stai cercando nel posto sbagliato!

    Vogliamo tornare al discorso dei brand? Altro ottimo adattamento comico è quello della “serata buffet al Sizzler”. Il Sizzler era una catena di ristoranti che si elevava di poco sopra al fast-food e che, proprio per colpa della qualità dei loro buffet, assunse presto una pessima nomea per finire poi “zampe all’aria”; il messaggio implicito è che i nostri eroi fossero vestiti da poveri che vanno a mangiare spazzatura. Una battuta che sarebbe stata incomprensibile, così quel “all-you-can-eat barbecue rib night at the Sizzler” diventa “un déjeuner alla mensa stradini“.

    ghostbusters 2 mensa

    L’eleganza è per un déjeuner alla mensa stradini?

    Da applauso.
    Una battuta simile oggi sarebbe diventata quasi certamente “l’eleganza è per una cena buffet all’all-you-can-eat del Sizzler?”, ci scommetterei quello che volete (con le mie scommesse vinte però ci perdiamo tutti).
    Non dimentichiamoci anche il “povero Oscar”, a cui avevano “dato un nome da statuetta” (splendida battuta italiana) ma a cui in originale era “ti hanno dato il nome di un hot dog“. Se avete dovuto cliccare sul link per capirne il riferimento vuol dire che l’alterazione italiana era assolutamente necessaria.

    Altre piccole chicche sono ad esempio il negozio di libri dell’occulto di Ray, in inglese abbreviato in Ray’s Occult e che in italiano diventa l’occultoteca (tradotto oggi sarebbe banalmente “L’Occulto di Ray”), oppure il giudice soprannominato “the hammer” che in italiano diventa “il bisonte”, descrivendone la sua apertura mentale. Quando Ray parla della storia di Vigo “E neanche morì di vecchiaia! Fu avvelenato, pugnalato, impalato, impiccato, sbudellato, affogato e squartato.“, Peter risponde memorabilmente con “ed è guarito?” mentre in inglese diceva soltanto “ouch!” (equivalente del nostro “ahia!”).

    Successivamente, quando gli acchiappafantasmi vengono portati di forza in un ospedale psichiatrico, sentiamo le seguenti battute:

    – Well, it’s gonna come back!
    – Ma non conoscete il detto “Dio ripaga il sabato”?
    – All we wanna do is help!
    – Aiutatevi che noi vi aiutiamo!

    Scena in Ghostbusters 2, Peter Venkman e Ray in camicia di forza
    Il proverbio citato in maniera errata da Ray (quello corretto dovrebbe essere “dio non paga il sabato”) indica l’inevitabilità di una punizione (divina) che presto o tardi arriverà. Il riferimento ovviamente è all’imminente ritorno di Vigo e, sebbene si punti all’esagerazione rimarcata da Winston che tira fuori un altro pseudo-proverbio (“aiutatevi che noi vi aiutiamo”), le intenzioni finali della scena sono mantenute: è comico che gli acchiappafantasmi, pur dicendo il vero, peggiorino la loro situazione di TSO.
    Comunque, tutto questo parlare ma ancora non ho parlato di lui…

    Scena da Ghostbusters 2, il quadro di Vigo il carpatico e Janosz che lo invoca
    …di Viiiigo!

    “Ragazzi azzurri”, arlecchini e carpatici

    Take a look, it’s not Gainsborough’s ‘Blue Boy’ there. He is Vigo!
    Da uno sguardo, quello non è ‘Arlecchino’ di Picasso, lui è Vigo!

    In un’Italia stracolma di artisti memorabili, è facile che i nostri concittadini possano non aver mai sentito parlare del pittore inglese Gainsborough (1727-1788) e del suo dipinto “ragazzo azzurro“, eppure nella cultura anglosassone gode di una certa notorietà, grazie anche alle numerose ristampe che, già negli anni ’20 del ‘900, lo fecero diventare il fiore all’occhiello della National Gallery di Londra nonché uno dei ritratti più popolari nel Regno Unito! Tanto che quando nel 1921 venne acquistato da un magnate delle ferrovie americane per 700 mila dollari del tempo (il quadro più costoso dopo Madonna col bambino di Leonardo!), si levò un grido di protesta da parte del popolo britannico che non accettava che il proprio ragazzo azzurro abbandonasse la madrepatria. Ciononostante, nel 1921 arrivò negli Stati Uniti entrando a far parte della cultura americana, già nel 1929 diventa protagonista di un film di Stanlio & Ollio (Blue Boy, un cavallo per un quadro) e nel 1989 viene citato proprio in un prodotto della cultura popolare americana, Ghostbusters 2, dove Janosh fa notare che i nostri protagonisti non hanno a che fare con l’innocente ragazzo azzurro di Gainsborough, ma con Vigo, flagello della Carpazia e travaglio della Moldavia. Ironicamente ma non casualmente i due ritratti hanno una posa e uno sfondo praticamente identico e se volete un’altra curiosità, Django in una sequenza di Django Unchained vestiva proprio come il ragazzo azzurro! Tanto per farvi capire quanto, ancora oggi, quel quadro influenzi la cultura popolare americana.

    Essendo questa della ragazzo azzurro una battuta (anche ben riuscita) che affonda le radici nella cultura di lingua inglese, è chiaro che non poteva essere riportata tale e quale in italiano. Nella nostra versione si fa riferimento ad un “Arlecchino di Picasso“. Di Arlecchini di Picasso in realtà ce ne sono tanti, il dialogo doppiato dunque lascerebbe intuire che quello di Vigo non sia un quadro qualsiasi ma in realtà la battuta in italiano fa ridere proprio per la scelta del soggetto, Arlecchino, dal momento che Vigo è esattamente l’opposto dell’immagine mentale che potremmo farci pensando ad un “Arlecchino” qualsiasi, così come del resto l’innocenza del ragazzo vestito d’azzurro era l’opposto della figura del despota, quindi la battuta italiana funziona anche non avendo familiarità con i lavori di Picasso, né sapendo che ce ne sono più di uno, risultando così a portata di tutte le età e, curiosamente, funziona meglio della battuta originale visto che, per quanto parte della cultura popolare americana, comunque ci sarà pur sempre una fetta di America che non conosce Gainsborough e il suo ragazzo azzuro e che quindi non capirà quella battuta. Vi avevo già detto che questo film funziona meglio in italiano, vero? Questo mi porta al prossimo paragrafo…

    Alcune delle battute più riuscite in italiano

    È più bello terminare con delle note positive e quindi ecco alcune delle tante battute più riuscite in italiano come avevo suggerito dalla mia introduzione. Questa non è altro che una piccola selezione tra le tantissime che questo film ha da offrire.
    ghostbusters 2 short but pointless

    Ottimo, Louis. Breve ma affossante.

    (Originale: Very good, Louis. Short but pointless = breve ma inutile)

    ghostbusters 2 due in cassetta

    Due in cassetta. Siamo forti. Noi redivivi e loro redimorti.

    Questa battuta non solo riporta una rima ma è anche più attinente alla trama di quanto lo fosse la rima originale (two in the box, ready to go. We be fast and they be slow) dato che viene enunciata alla fine di una cattura che li avrebbe riportati in affari. A dirla tutta la battuta originale è piuttosto pietosa, poveri acchiappafantasmi, che cosa vi fanno dire!
    ghostbusters 2 birba

    Tocca a lei, birba!
    (originale: you’re next, bubbles!)

    Qui ho sempre pensato che Venkman incitasse il giudice a fare la prossima mossa (ovvero decidersi ad annullare la diffida che gli impediva di utilizzare gli zaini protonici e cacciare fantasmi), in realtà in inglese è chiaro che stesse terrorizzando il giudice dicendogli che sarebbe stato lui la prossima vittima, dal momento che l’avvocatessa dell’accusa era stata appena trascinata via dai fantasmi dei fratelli Scoleri a cui il giudice aveva “fatto dare la sedia”.
    La battuta in italiano in questo caso è divertente tanto quanto quella originale, il soprannome “bubbles” dovrebbe indicare l’irascibilità del giudice che “ribolle” come una pentola d’acqua sul fuoco. In quegli anni poi c’era anche Bubbles, la scimmietta di Michael Jackson che, come tutti gli scimpanzé, per via della sua crescita in cattività, era diventato aggressivo. In entrambi i casi “birba” sopperisce adeguatamente alla necessità di una parola breve che inizi per “b” e che stia ad indicare il carattere incazzoso del giudice.
    Ma non è tutto qui!

    Hold it right there, deadhead!
    You want a baby? Go ahead and knock up some willing hellhound, otherwise I’m giving you three to get back in that painting where you belong!

    Fermati lì, iettatore
    Vuoi un bambino? Ingravidati qualche diavolessa compiacente. Ti do tempo fino al tre per tornare in quel tuo brutto quadro da rigattiere.

    È proprio vero che sono le piccole cose a fare la differenza. L’offesa “dead-head” (letteralmente “testa di morto”, versione edulcorata di dick-head/testa di cazzo, probabilmente in riferimento alla leggenda delle ultime parole di Vigo, pronunciate prima che la sua testa morì) diventa “iettatore”; “hellhound” (un demone dalla forma canina come Cerbero – un invito di Ray a scoparsi un cane, né più né meno) diventa più sensatamente una “diavolessa” e, infine, il “quadro a cui appartieni” diventa comicamente “quel tuo brutto quadro da rigattiere”. Le intenzioni offensive di Ray sono pervenute ma in maniera più memorabile in italiano, iettatori e rigattieri infatti sono tutti elementi inconsciamente familiari e meno banali di “un quadro a cui appartieni” o di una qualsiasi offesa inventata sul momento, come “testa di morto”. Venkman poi continua le offese a Vigo apostrofandolo con l’offensivo “bonehead” (=tonto, idiota, testone) che si trasforma quasi fantozzianamente in un magnifico “coglionaccio!”. Quando mai sentirete offese così ben “localizzate” come queste?

    Quale soluzione elegante poi ci ritroviamo tra le mani quando “pitiful half-men” (letteralmente “miserabili mezz’uomini”) diventa “voi omuncoli”, oppure quando la metafora del “come poliziotto in una fabbrica di ciambelle” diventa per noi “come un piranha in una piscina affollata”, un adattamento che tiene conto dell’esistente distanza culturale nei modi di dire e nell’immaginario popolare tra Italia e USA (i nostri poliziotti non sono famosi per mangiare ciambelle, in America invece è praticamente una figura iconografica pop). Stesso per “does anyone speak English?” (usato per sottolineare ironicamente che nessuno capiva ciò che gli acchiappafantasmi stessero dicendo) che diventa “non c’è qui un interprete arabo?”. Chi tra un briefing ed un’apericena si è dimenticato l’italiano e i suoi modi di dire, vi ricordo che esiste un detto nostrano, “parlare arabo”, che significa parlare in modo incomprensibile (ed è spesso usato ironicamente). Anche qui, come in molti precedenti esempi, il contesto è essenziale.

    Poi ci sono le alterazioni che sulla carta non dovrebbero funzionare eppure funzionano:

    Suo padre puzza? Tuo padre era del Puzzaware?

    originale: Did his father stink? Daddy was smelly?

    Insomma, avevo iniziato a scrivere di questo film in modo un po’ alterato e mi sono addolcito man mano che riscoprivo le tantissime battute ben riuscite del doppiaggio italiano. Ciò che adoro da sempre dei lavori di Sergio Jacquier è la ricchezza e la ricercatezza dell’italiano usato nei dialoghi che ben si addice a personaggi come Egon e Ray con il loro linguaggio scientifico e para-scientifico, dove persino un “she’s twitching” (=sta fremendo. “Twitch” è un muoversi nervosamente) diventa “eppur si muove”, del resto erano pur sempre ex-docenti universitari. Così un precursory medical examination (alla lettera: “esame medico preliminare”) diventa un “esame clinico cursorio“; uno “stool sample” (campione di feci) diventa uno “scampolo delle feci” (i pratici link sono lì per arricchire il vostro vocabolario, a piacimento); lo Slinky (tipico giocattolo che ciascun americano ha posseduto almeno una volta nella vita) viene contestualizzato alla realtà italiana con un misirizzi (per i più anziani che mi leggono era il vostro “Ercolino sempre in piedi”) e, invece di aver “raddrizzato” la molla Slinky, Egon in italiano estrasse il piombo dal misirizzi. Sono entrambe a loro modo comiche, il riferimento va in entrambi i casi a giocattoli noti nei rispettivi paesi di riferimento e con cui lo spettatore del 1989 aveva familiarità. L’azione dell’Egon bambino in entrambe le lingue era volta allo sciupare un giocattolo che lui non percepiva come tale, così da sottolineare comicamente quanto anormale fosse stata la sua infanzia.

    Al contempo, i dialoghi di Jacquier risultano in alcuni punti troppo ricercati per il loro stesso bene, con le intenzioni di certe battute che risultano comprensibili solo dopo un’analisi testuale dei dialoghi originali (Orson Kafka), e a volte sono addirittura fuorvianti come abbiamo visto nella scena della Harlem estremamente attiva. Questo è un difetto già visto in alcuni momenti di altri suoi adattamenti, come ad esempio in Aliens, di cui ho già scritto in passato. Potrei estendere i miei dubbi persino sulla strumentazione tecnica degli acchiappafantasmi che è stata ovviamente tradotta. Abbiamo ad esempio il gigameter che diventa gargarometro (o garganometro? Boh) e lo spectral analyzer diventa lo spettronzolizzatore (???). È solo la mia impressione o c’era una volontà di inserire parole semi-comiche anche qui?

    Tutto ciò che tu fa è male. Voglio che tu sa ciò.

    Per concludere (complimenti a chi è arrivato fino in fondo!), come qualità di doppiaggio Ghostbusters II è in generale molto altalenante con dialoghi mediamente migliori e memorabili di quelli originali ma che in alcuni momenti sono appesantiti da scelte bislacche, da alcune battute forzate, Venkman che diventa Vinkman, pronunce insolite sebbene tecnicamente non errate (come il Tìtanič) e reinterpretazioni di difficile comprensione.
    Allo stesso modo procede la recitazione: impeccabile per gran parte del cast, con un gruppo di doppiatori che, opinione personale, sono stati sostituiti in maniera pressoché invisibile anche ad una visione ravvicinata dal primo film, con recitazioni eccezionali (a volte è anche solo il modo in cui viene detta una frase che fa ridere), affiancate però da un Venkman Vinkman che non sembra ritornare con la stessa interpretazione del primo film (qualcuno mi ha detto di aver avuto la stessa sensazione sul personaggio di Louis), oppure dalla voce riciclata 2-3 volte di troppo (a proposito di voce riciclata, non dimentichiamo il concorsone Doppiaggi Italioti a fine articolo!) con tanto di sig. Fianella che prima, in strada, parla come un vecchio rimbambito e poi successivamente, in tribunale, sfoggia la voce del tenente Colombo! (Non si erano accorti che era lo stesso personaggio? Boh.) Ed aggiungiamoci pure quei brevissimi momenti neanche doppiati (per risparmiare? Boh), avremo così il quadro completo. Se gran parte delle alterazioni sono benvenute, anzi, sono da annali della traduzione audiovisiva, per altre non possiamo che domandarci: perché? Boh.

    È un doppiaggio che, mi dispiace dirlo, un po’ puzza. È del Puzzaware. Da Doppiaggi Italioti per oggi è tutto. Bau bau!
    ghostbusters 2 bau bau

    .


    CONCORSO “INDOVINA LA VOCE”

    Nell’articolo ho puntato il dito contro una fantastica voce da caratterista che però viene riciclata un po’ troppe volte durante il doppiaggio di Ghostbusters II. Questa voce non è segnalata da nessuna parte perché prima d’ora nessuno si era preoccupato di indagare su chi fosse, eppure l’abbiamo sentita in svariati film, quasi sempre su personaggi con una sola o poche battute. Se ci tenete a vincere una maglietta del blog non vi resta che indovinare chi è. Troverete una clip video è in fondo all’articolo.
    Premio in palio: una maglietta ufficiale del blog Doppiaggi Italioti con banner stampato come quella che appare in questa foto.

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    Fabrizio Mazzotta, nostro testimonial involontario dal 2014

    Regolamento: i partecipanti, senza limite di tempo, potranno scrivere nei commenti a questo articolo il nome del doppiatore che credono di aver riconosciuto. Potete tentare quante volte volete, sparatene il più possibile. Vince colui o colei che nella cronologia dei commenti ha nominato il doppiatore prima di tutti gli altri. Per praticità, faranno testo soltanto i commenti pubblicati in coda a questo articolo, non quelli su Facebook, Twitter o Google+.
    È consentito farsi aiutare da gente del mestiere. Anche doppiatori professionisti possono partecipare al concorso se proprio ci tengono ad avere una maglietta del blog.

    Consegna del premio: la t-shirt in palio verrà preparata e spedita entro due mesi dalla conferma del vincitore senza alcun costo per il ricevente. Il vincitore dovrà indicarci la taglia richiesta e fornirci un indirizzo per la spedizione. La combinazione di colori potrebbe variare in base alla disponibilità.

    Ecco una clip con tutti i momenti doppiati dalla voce misteriosa

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    AGGIORNAMENTO
    La voce jolly presente su questi quattro personaggi secondari di Ghostbusters è di FRANCESCO DI FEDERICO. Lo stesso doppiava anche l’ammiraglio Ackbar in Il ritorno dello jedi che non figura da nessuna parte sul web (che ne dite di questa esclusiva “doppiaggi italioti”?) ed era anche la voce di Hordak in He-Man come riportato su Antonio Genna. Era anche la voce del maestro nella serie animata “C’era una volta l’uomo” (nel primo doppiaggio CVD-RAI), come correttamente identificato dal nostro Leo. Francesco Di Federico era una abituale presenza nei doppiaggi CVD specialmente negli anni ’80. Questa una sua ricca scheda su un celebre archivio di doppiatori. Per l’occasione rispolvero il mio meme preferito…

    aggiornare-il-genna

  • Punto di non ritorno (Event Horizon, 1997) – Liberate tutemet ex VV.S. Andersonis

    event-horizon-core1
    Punto di non ritorno (Event Horizon, 1997) in italiano è un curioso assortimento di esempi positivi su come adattare bene i dialoghi per il cinema di fantascienza ed esempi negativi su come non si dovrebbe tradurre e adattare un copione, regalandoci così allo stesso tempo errori faciloni vecchio stile e perle per i posteri.
    Iniziamo con il dire che questo film rientra nei limiti di un’epoca nella quale ancora non era comune l’abuso di termini superflui in lingua inglese come maschera del provincialismo, del conformismo e sintomo di una scarsa conoscenza delle lingue (come ben spiegato in questo articolo in lingua inglese). Il suo adattamento italiano, sebbene non privo di errori e traduzioni dubbie, non pecca di un uso scorretto del linguaggio… la lingua parlata nel film è effettivamente “italiano” (oggi, 20 anni dopo, questa osservazione non è poi così ovvia) e da quel punto di vista caga in testa a qualsiasi The Martian, Captain America, Star Wars della Disney, etc… difatti we’re aborting non diventa “abortiamo” come accadeva in The Martianoverride e airlock non rimangono “override” e “airlock” anche in italiano come abbiamo sentito in Interstellar (una delle poche cose di cui peccava); persino offline non rimane all’inglese ma trova un suo corrispettivo funzionale alla trama con “non più attive”… eppure, guarda un po’, il film è riuscito a riportare ugualmente il loro significato nella nostra lingua con estrema naturalezza perché non sono elementi intraducibili come qualcuno potrebbe credere oggi, nel 2017, a neanche vent’anni di distanza.
    Stabilito dunque che in questo film doppiato si parli un italiano plausibile e non un calco dei dialoghi in lingua inglese, privo anche di termini lasciati in inglese con la scusa d’essere “tecnici”, vediamo quali sorprese ci riserva l’adattamento di Punto di non ritorno e cominciamo, come sempre, dal titolo.
    event-horizon_titolo

    Un titolo bivalente in entrambe le lingue

    Il titolo originale, Event Horizon, non è un nome casuale assegnato dagli sceneggiatori all'(astro)nave fantasma che funge da ambientazione per il film. Il nome fa riferimento ad un concetto della relatività generale riferita ai buchi neri, l’orizzonte degli eventi che su Wikipedia in lingua inglese viene descritto in parole povere (in layman’s terms) come the shell of “points of no return“, i punti oltre i quali l’attrazione gravitazionale diventa così grande da rendere la fuga impossibile, anche per la luce. I buchi neri sono l’argomento principe nel film dato che il motore della nave Even Horizon sfrutta proprio i buchi neri (creati artificialmente) per viaggiare oltre i confini della galassia. [È curioso notare che nei dialoghi originali qualcuno chieda a Sam Neill di spiegargli il concetto proprio in “layman’s terms”… richiesta che dopo porterà alla battuta “Fuck layman’s terms, do you speak English? / Parole povere un cazzo, potrebbe parlare come noi?”]
    event-horizon-singularityÈ adesso chiaro che la scelta del titolo non è così casuale come potrebbe apparire di primo acchito a molti ma, al contrario, è stata ben ponderata e mira a riportare un doppio senso nel titolo: se in originale questo includeva sia il nome della nave che il concetto fisico relativo ai buchi neri, in italiano (e direi molto appropriatamente) il titolo fa sia riferimento al concetto fisico dell’orizzonte degli eventi che ad un più generico “punto di non ritorno”, che ben si adatta al genere horror. Simili sforzi sono lodevoli se valutati oggi, nell’era di titoli sputacchieri alla CaPTain America. Direi che i paesi di lingua spagnola si siano impegnati molto meno con la loro nave de la muerte, sebbene abbiano ingarrato perfettamente il corretto sottogenere horror, cosa per altro ben spiegata in questo approfonditissimo articolo del nostro blog amico Il Zinefilo, vero ispiratore della mia analisi sull’adattamento.

    L’adattamento

    Seppur in generale molto buono e con dialoghi che non sono mai traduzioni letterali (nel 2017 questa sola frase potrebbe concludere la mia analisi), l’adattamento rimane un po’ altalenante purtroppo.
    A volte frasi secondarie e tutto sommato inutili vengono cambiate con altrettanta inutilità, come hats off in the tank (niente cappelli nelle vasche) – detto dal capitano prima di togliere il cappello ad un membro dell’equipaggio che lo stava ancora indossando mentre entrava nella “vasca ionica” – che diventa “apri il portello delle vasche“(?). Altre volte i dialoghi tendono alla semplificazione (probabilmente per questioni di tempi del labiale), già nei primi 5 minuti infatti troviamo espressioni colorite (molto comuni negli horror americani di quegli anni) che con una traduzione diretta avrebbero confuso lo spettatore: “I haven’t got more than my hand in weeks” (letteralmente: “non ho avuto altro che la mia mano nelle ultime settimane”) diventa più comprensibilmente “sei settimane senza sesso“.
    Altre volte ancora la presenza di battute è intuibile solo dalle espressioni degli attori, come quando la spalla comica di colore (altro elemento tipico degli horror di quell’epoca) dice ad un collega in procinto ad uscire in esplorazione: “oh, calmo, calmo, dimentichi la valigetta“, mentre invece in inglese recitava “caro, caro, dimentichi la valigetta” (honey, honey, don’t forget your briefcase!), una frase stereotipata da moglie casalinga anni ’50 che aiuta il marito a prepararsi ad andare a lavoro. E non si capisce infatti perché in italiano l’altro debba ridere visto che effettivamente poi gli viene passata una valigetta con la strumentazione.

    In generale l’adattamento se la cava bene con il gergo da piloti spaziali e, come ho già accennato, risulta privo di inglesismi superflui laddove anche “are off-line” diventa “non sono più attive” e dove non ci sono “airlock esterni” (outer airlocks) bensì “ingressi esterni” ma alcuni piccoli momenti offrono occasione di dire “eh, cosa?”:
    Originale: We have a lock on Event Horizon’s navigation beacon.
    Doppiato: Stiamo ricevendo il riflesso luminoso della Event Horizon.

    Eh, cosa? Avete tradotto navigation beacon come “riflesso luminoso” invece di “radiofaro”? Mai visto Alien e Aliens a cui questo film si ispira PESANTEMENTE, tanto da esserne quasi una fotocopia? (tranne nei momenti in cui diventa “Hellraiser in space” ovviamente)

    event-horizon-bridge
    Quando controllano le bombole di refrigerante ancora funzionanti (sempre ad emulazione di una scena in Alien) uno esclama “shot!” per tutte quelle che trova vuote o, suppongo, non funzionanti. In italiano esclama “chiuso” sebbene non ne capisca bene il motivo della scelta di questa parola, sarebbe stato più chiaro un “andato” (o “vuoto”) per ciascun cilindro che scarta gettandolo per terra. La parola shot era anche già stata utilizzata in una precedente frase dove si parlava di filtri di CO2 “the CO2 filters on the Event Horizon are shot” che in italiano era riportata come “i filtri di CO2 della Event Horizon sono saltati“, quindi dire “chiuso!” non ha proprio alcun precedente nei dialoghi.
    .
    L’allarme di prossimità, il proximity warning, viene enunciato come manovra di aggancio (eh, cosa?).
    .
    Ribadisco di non voler dare l’impressione che il gergo tecnico sia costantemente sbagliato, tutt’altro! Il film brilla in moltissimi momenti, è proprio per questo che le piccole sviste risaltano ancora di più.
    Quando in inglese viene accennata la “singolarità” (singularity), ad esempio, in italiano si parla di eccentricità (eh, cosa?). Non c’è dubbio che alla fine degli anni ’90 questo termine associato ai buchi neri fosse ancora sconosciuto ai più, difatti soltanto da pochi anni ha cominciato a farsi strada tra le masse anche in Italia, proprio grazie al cinema di fantascienza. Negli Stati Uniti il termine singularity è generalmente più noto e da molto più tempo ma di solito viene usato nei film quasi fosse una parola magica da buttare lì, in mezzo ai dialoghi, per fare linguaggio tecnico con poco e, sebbene non sia automaticamente sinonimo di “buco nero”, di solito nei copioni lo diventa. In questo film però il termine è usato volutamente come “parolone” quando Sam Neill (il fisico a bordo) deve fare la gag della spiegazione tecnica che nessuno degli altri personaggi (e degli spettatori) può capire:
     .
    “Si usa un trattenitore di campo magnetico per mettere a fuoco un fascio luminoso di gravitoni in modo che pieghino lo spazio tempo conformemente alla legge della dinamica tensiva di Weyl, finché la curvatura dello spazio-tempo non diventa infinitamente grande producendo un’eccentricità…”
    Insomma, non sappiamo a cosa si riferisca quell’eccentricità ma forse è proprio questo il punto… non serve saperlo, anzi, non DOVETE saperlo! Poco dopo infatti arriverà la spiegazione “per tutti” che nomina i buchi neri con l’esempio del foglio di carta piegato su sé stesso e attraversato da una penna (Interstellar, non pensavi mica di passarla liscia), quindi tutto sommato non perdiamo niente da questa curiosa sostituzione di singolarità con eccentricità, ma con la prima forse il film in italiano sarebbe risultato ancora più attuale oggi.
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    .
    Continuando con le alterazioni degne di nota…

    Il “drive” che tanto fa fantascienza

     Il mio più grande problema con le scelte di adattamento di questo film ruota intorno al termine “drive” che, in generale, si riferisce ad un tipo di propulsione, letteralmente una spinta. Già dall’inizio, il film ci introduce al suo vocabolario fantascientifico e sentiamo parlare di astronavi normali spinte da una “ion drive” e della sperimentale “gravity drive” che invece spinge la Event Horizon attraverso buchi neri.
    Il problema è la scelta italiana di tradurre quel drive come trasferitore (eh, cosa?). Abbiamo dunque un trasferitore ionico (ion drive) ed un trasferitore gravitazionale (gravity drive)… ma cosa trasferisce esattamente? Potremmo dire che, trattandosi di fantascienza, trasferirà ioni (???) in una maniera a noi sconosciuta e quindi insondabile ma che in qualche modo fa funzionare quella tecnologia, praticamente l’equivalente di un motore a cosi ionici, è fantascienza… che ce ne frega, giusto? Ma il “drive” non è poi così insondabile e di difficile comprensione per gli americani, è semplicemente una “propulsione”. Ricordate la propulsione silenziosa (silent drive) di Caccia a Ottobre Rosso? Anche quella era tecnologia fantascientifica ma di significato immediatamente comprensibile e avrei preferito che lo fosse anche qui. Una propulsione ionica e una propulsione gravitazionale non sfigurerebbero affatto nei dialoghi italiani di Event Horizon. Peccato fu deciso di tradurlo con un “coso” invece.
    I fan del film mi potranno dire: e che dire delle grav tanks che diventano vasche ioniche? In questo caso non c’è un errore e, anzi, ci dimostra che chi ha lavorato alla versione italiana è stato molto attento alla trama. Le vasche nelle quali l’equipaggio dormiva durante tutto il viaggio, come viene spiegato nel film, servono ad annullare gli effetti dell’accelerazione dovuta alla spinta della propulsione ionica (scusate se non la chiamo “trasferimento ionico”) che altrimenti schiaccerebbe l’equipaggio alla partenza e all’arrivo. Quindi sono le vasche da usare durante la spinta ionica… “vasche ioniche”. È un’ottima trovata con un suo lato pratico: abbrevia ottimamente la frase italiana che altrimenti sarebbe dovuta essere con tutta probabilità “vasche gravitazionali”, di lunghezza veramente eccessiva per qualcosa di così breve come “grav tanks”
    .
    Ma passiamo alla vera supposta spaziale. Pronti? Occhio che arriva….
    .
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    Ahia!

    Il latinorum spaziale

    In un blog in cui parlo di traduzione dall’inglese all’italiano è curioso che mi ritrovi a parlare di latino. Nel film sentiamo una registrazione audio che inizialmente viene scambiata come richiesta di aiuto e solo successivamente viene correttamente interpretata come un messaggio di avvertimento (tutti i riferimenti ad Alien sono puramente casuali). In questo caso il messaggio non è alieno ma è in latino, quindi in teoria è il genere di situazione che dovrebbe facilitarci durante l’adattamento italiano… e non portare al suicidio della logica.
    Liberate me (ex inferis)“, sembra recitare il messaggio in inglese, molto disturbato e smozzicato anche dopo un’ardua pulitura tramite magici filtri audio. La rivelazione arriva dopo quando si scopre che in realtà il messaggio diceva “libera tutemet (ex inferis)“, salvatevi dall’Inferno. Sebbene la frase originale già fa discutere in quanto a correttezza del latino stesso, in italiano si va oltre.
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    Un fan di Terenzio

    Nel doppiaggio italiano il messaggio dice chiaramente (e forse più correttamente) “liberate vos“, ma il nostro traduttore della domenica, il personaggio che riconosce il latino laddove nessun esperto sulla terra era riuscito nell’impresa, ci sente erroneamente “liberate me“, che poi traduce agli altri come salvatemi. Un momento di raccoglimento… Sicuri che non avrebbe dovuto sentirci “liberate nos” e quindi tradurlo con salvateci? Perché sarebbe giustificabile scambiare vos con nos in un audio disturbato e giustificare il colpo di scena che arriva a tre quarti del film.
    Questa è la situazione:
    MESSAGGIO REALE / MESS. PERCEPITO (lingua originale)
    Libera tutemet / liberate me
    ______
    MESSAGGIO REALE / MESS. PERCEPITO (doppiato)
    Liberate vos / liberate me
    ______
    Come sarebbe dovuto essere…
    MESSAGGIO REALE / MESS. PERCEPITO (doppiato)
    Liberate vos / Liberate nos
    Come nos/vos possa essere scambiato con “me” non è chiaro, la spiegazione secondo me è solo una: l’unico di loro che parlava latino era anche sordo come una campana… in italiano. Il labiale chiaramente NON era il problema principale visto che nella rivelazione finale il “liberate me” della traccia audio inglese diventa tranquillamente altro.
    .
    Insomma, al latino da cono in testa dietro la lavagna degli americani ci aggiungiamo anche del nonsenso tutto italiano? La frittata è completa.
    ____________________
    In conclusione, un adattamento decisamente interessante. Peccato solo per quella frase in latino e per qualche altra scelta dubbia, perché per il resto rimane veramente un lavoro esemplare con ottimi interpreti.
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  • 1997: Fuga da New York – Jena, non Snake. Psicologia di un nome

    JenaPlissken
    Ho già parlato di 1997: Fuga da New York, nel lontano 2011, in un articoletto che, tutto sommato, era molto più completo e a trecentosessanta gradi di molti altri dello stesso periodo e in cui le osservazioni più salienti furono riportate in maniera sintetica… il dono della sintesi, questo sconosciuto. Tale articolo è ancora valido e molto adatto al lettore occasionale privo di pazienza, quello abituato a leggere soltanto vuoti acchiappa-click condivisi su Facebook. Oggi invece parliamo in maniera poco sintetica dell’adattamento italiano del film in tutte le sue minuziose finezze, negli errori e nei pregi. Insomma, il solito approfondimento la solita rottura di balle come se ne vedono già da molti anni su questo blog.

    Ma prima, partiamo con l’offendere dozzine di potenziali lettori! Come diceva il dottor Frankenstein in Frankenstein Jr.: si va?

    Quando si parla dell’adattamento di Fuga da New York, l’unico argomento che emerge è seeeeempre il solito: il nome del protagonista nella versione doppiata è diverso dall’originale e blablabla…

    blahblahblah
    Per fortuna il film non è popolare come, diciamo, Guerre Stellari, quindi è più infrequente incappare in qualcuno che tira fuori l’argomento “Snake è meglio di Jena“, nonostante questa alterazione sia ben più sostanziosa rispetto a, diciamo, Fener Vader. Ma, come vedrete, è molto più motivata.

    I più arditi tra i detrattori del doppiaggio in generale lo additeranno certamente come uno dei tanti esempi di alterazione che conferma la loro idea maturata su internet secondo la quale il doppiaggio dovrebbe essere abolito domani mattina per tutti oppure, se proprio deve esistere, che sia almeno una copia diretta dei dialoghi stranieri, con tanto di costruzione grammaticale estera e vocaboli non tradotti. Nell’era in cui anche la lingua è diventata, come tutto il resto, un’opinione e in cui al grido di “così si parla oggi, aggiornatevi!” si giustifica la propria ignoranza radicalizzata all’interno di forum e pagine Facebook ricolme di menti adolescenti, anche la trasformazione di Snake in Jena capisco che possa diventare per qualcuno l’ennesima riprova del fallimento del doppiaggio, proprio come accade nel complottismo dove qualsiasi dichiarazione “ufficiale” diventa una riprova di accordi segreti tra il governo ed extraterrestri.
    Se invece siete curiosi di capire perché Jena ha più senso di Snake in italiano, procedete pure con la lettura.

    slegate

    Se mi slegate inizio il mio approfondimento

     
    Psicologia di un (sopran)nome

    Gli appassionati più accaniti di Carpenter forse sapranno che il nome del personaggio deriva da un qualche bullo di scuola che conosceva un amico di Carpenter, un bullo che si faceva chiamare “Snake”, viveva a Cleveland ed aveva un tatuaggio a forma di serpente… una storia del genere. simpsons-snakeChiedendo che fine avesse fatto Snake, qualcuno poteva tranquillamente rispondere “credevo fosse morto” e, anche se questa battuta origina da un film con John Wayne, supponiamo che si applicasse benissimo anche a quel Snake di Cleveland, una sorta di mito di periferia. Da qui nascono le basi di un personaggio che praticamente si è scritto da solo e spero che il vero Snake di Cleveland sia ancora vivo per apprezzare il contributo fondamentale che i suoi pochi anni di scuola hanno portato al cinema mondiale, prima della sfavillante carriera da benzinaio.

    “Snake” nella cultura americana è un tipico soprannome da criminale ed uno statunitense non dubiterebbe di ciò per un istante.

    snakes1

    “Snake” (e varianti) nella cultura americana

    La scelta di Iena al posto di Snake nell’adattamento italiano si rivela forse tra le più riuscite della storia del doppiaggio. Non solo per via del labiale PERFETTO (dato che il movimento delle labbra è assolutamente identico nella pronuncia dei due nomi) ma anche perché è servita a consolidare istantaneamente l’epicità di un personaggio in cui è prima il (sopran)nome, più che le sue azioni, a farci capire la cosiddetta “psicologia del personaggio” e a dargli spessore. A breve capirete come e perché.

    Serpenti americani e serpenti italiani

    L’uso del “serpente” come soprannome è fortemente evocativo nella cultura anglosassone e in particolare quella americana: indica una persona pericolosa, sempre pronta a pugnalarti alle spalle per tornaconto personale e di cui di conseguenza ci si può fidare poco. È il tipico soprannome da criminale che si addice bene anche al nostro Plissken e, sebbene molti dizionari indichino un’equivalenza con il nostro “serpe”, in questo caso, come vedremo, non è un opzione praticabile.
    L’alterazione (anzi, l’adattamento) di “Snake” in italiano diventa una necessità quando si vuole ottenere un equiparabile impatto culturale in una lingua diversa da quella originale. Infatti, se volessimo immaginare l’ipotetico caso di una traduzione più alla lettera per “Snake”, ci scontreremmo con due situazioni problematiche.

    La prima è quella di movimenti labiali impraticabili come nel caso di “cobra”. Tra le alternative possibili, Cobra ovviamente porta con sé l’invidiabile vantaggio di giustificare quel tatuaggio addominale che vediamo al protagonista durante lo scontro gladiatorio a torso nudo. Una scelta di adattamento su cui puntò la Corea a quanto pare ma è un’opzione che funziona soltanto sulla carta, difatti se ai coreani non importa molto di ricreare un labiale plausibile che “illuda” lo spettatore, in Italia invece questo è sempre stato fondamentale per rendere credibile l’illusione del doppiaggio, perché di illusione si tratta… e quando si slega troppo ce ne accorgiamo subito (questo vale anche per i film italiani).

    cobra
    La seconda situazione problematica è quella di “serpe”, ovvero una parola che si avvicina sufficientemente a “Snake” sia per significato che per lunghezza (entrambe parole brevi che iniziano per esse ed indicano dei crotali) e quindi apparentemente la scelta ideale ma, ahimè, del tutto inadeguata nel caso specifico.
    In italiano, infatti, “serpe” suggerisce una persona malvagia e subdola, che trama alle spalle, capace di fare del male nascondendosi sotto un’apparente gentilezza (questa è la definizione di “serpe” nel suo senso figurato, idem per “vipera”), ovvero l’esatto opposto di Plissken che non fa mai finta di essere gentile e non lo nasconde di certo (cit. “non me ne frega un cazzo del vostro Presidente“) ma allo stesso tempo sappiamo che non è una persona malvagia, dietro la sua aria da duro prova molta più compassione di quanta ne potranno mai provare i suoi carcerieri e meno che mai il Presidente… loro sì infidi e subdoli, delle vere serpi!

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    Citazione che rispunta sempre fuori durante le elezioni presidenziali americane

    Quindi abbiamo un “cobra” che non sta bene sul labiale ed un “serpe” che però è ben diverso dalle intenzioni di quello “snake” del copione americano ma che, soprattutto, non c’entra assolutamente niente con il nostro eroe! Plissken non è un personaggio di Beautiful.
    Sono sicuro che avranno anche tentato un “chiamami Serpente” come del resto hanno fatto anche gli spagnoli (“chiamame Serpiente“) ma nella nostra cultura italica non sembra un soprannome realisticamente proponibile per un personaggio simile. Sottolineo quello che dicevo prima, ovvero che “Snake”, nel cinema e nella televisione, è un soprannome tipico del criminale americano, se vogliamo anche un po’ cliché. In Italia però “Serpente” non è culturalmente equivalente a “Snake” e se negli Stati Uniti (e suppongo nei paesi di lingua spagnola) qualcuno può farsi chiamare Serpente ed apparire immediatamente “figo”, non si può dire che questo avvenga altrettanto facilmente anche da noi.
    L’intuizione di chi ha adattato, e che trovo molto azzeccata, è stata quella di spostare l’attenzione su un animale differente, con un labiale proponibile anche sui primi piani e che fosse comunque adeguato al personaggio.
    Anche se il “iena” della soluzione adottata in italiano non porta lo stesso identico significato che “snake” ha per gli americani, gli si avvicina comunque moltissimo e, cosa basilare, descrive accuratamente il personaggio: una persona di cui non fidarsi e con cui non è bene abbassare mai la guardia perché si approfitterebbe subito di un momento di debolezza dell’avversario, una vera carogna insomma… questo sempre dal punto di vista delle autorità o, come dicono gli americani, “the Man!“.

    Un nome che si presenta da solo

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    Il livello di epicità del personaggio alla sua apparizione viene superato pochi istanti dopo, quando sentiamo come si fa chiamare.

    La scelta di “iena” in sostituzione di Snake è, come scelta di adattamento, molto più lontana di quanto Fener lo fosse da Vader in Guerre Stellari ma allo stesso tempo è anche più giustificata, dal momento che il cambiamento non è da ricercare in un volersi allontanare da un nome immaginario dal suono anglosassone troppo reminiscente di una tazza del cesso. In questo caso invece si tratta a tutti gli effetti di un soprannome con un suo preciso (ed evocativo) significato che contribuisce in maniera sostanziale al film nel suo insieme e quindi è importante che “arrivi” a tutti gli spettatori italiani così come in inglese arriva a tutti gli spettatori del mondo anglosassone.

    Qualcuno si sarà già posto la fatidica domanda… e lasciarlo “Snake” anche in italiano?

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    In 1997: Fuga da New York, un film dove tutti i criminali hanno un soprannome con cui sono conosciuti nell’ambiente (o che hanno assunto una volta in carcere) – menzione d’onore per Mente (Brain), il Tassista (Cabbie) e il Duca (the Duke) – anche Plissken possiede il suo: Jena (Snake). Non veniamo mai a conoscenza del vero nome di Snake ma dubito che quelle iniziali lette da Lee Van Cleef sulla scheda del detenuto, “S. D. Plissken“, stiano per “Snake Delano Plissken”. Che mamma Plissken abbia potuto fare un tale sgarbo da chiamarlo davvero Snake alla nascita? Non è molto plausibile.
    La prima risposta di Plissken è, infatti, “call me Snake” (chiamami Jena, in italiano), perché non vuole essere associato al suo vero “nome” da ex-eroe di guerra, una guerra combattuta per un paese per il quale non vale più la pena combattere da quando si è trasformato in una distopia fascista, un governo con il quale Plissken non vuole aver più niente a che fare. Egli preferisce essere chiamato con il suo soprannome da criminale perché, in un paese simile, essere contro lo Stato è un atto di eroismo, non di tradimento.
    Poche parole e abbiamo già capito quasi tutto del suo personaggio. Queste poche battute sono già degne di essere insegnate in tutti i corsi di sceneggiatura.

    snake-nickname

    “soprannome”

    Durante tutto il film, Hauk (Lee Van Cleef) continua a chiamarlo “Plissken” come farebbe con uno qualsiasi dei suoi soldati/sottoposti così da ricordargli costantemente chi è che comanda. Solo sul finale, quando vuole offrirgli un lavoro, Hauk lo appella finalmente con il suo soprannome preferito, Snake(/Jena). Non è altro che un viscido tentativo di distensione per convincerlo ad accettare un futuro lavoro per quelle stesse autorità che Plissken disprezza (“the Man”). Jena però mostra il suo rifiuto chiudendo la gag del nome con un “mi chiamo Plissken” così da distanziarsi dai tentativi di finta amicizia dell’Alto Commissario Hauk. Un’esclamazione che potrebbe essere tranquillamente letta come un “non ci penso neanche” o qualcosa di ancor più diretto e più volgare.
    Quindi la storia del nome fa un cerchio dove Plissken inizialmente chiede di essere chiamato con il suo soprannome per mantenere le distanze dal suo passato da eroe al servizio del suo paese e dall’autorità da lui ora disconosciuta (cit. “Presidente di cosa?“) e poi finisce per chiedere di essere chiamato per cognome per il medesimo motivo.
    Un “chiamami Snake” lasciato così in italiano avrebbe rotto questo sottile meccanismo psicologico dato che lo spettatore italiano sarebbe stato indotto a considerare “Snake” come un nome proprio di una lingua straniera, non più come un palese soprannome dunque, e tutto il gioco tra il “chiamami con il mio soprannome da criminale/chiamami con il mio vero nome” sarebbe stato vanificato in una gag per molti inafferrabile e nella quale il protagonista inizialmente vuole essere chiamato per nome proprio e successivamente per cognome, senza una ragione specifica. Scelta che risulterebbe insensata nella trama stessa… perché mai, infatti, Plissken dovrebbe desiderare una certa informalità iniziale con i suoi carcerieri chiedendo di essere chiamato per nome proprio?
    Per questo motivo Snake non è rimasto Snake in italiano. È un soprannome che svolge una propria e importante funzione narrativa e introduttiva al personaggio. È un soprannome che deve essere adattato per portare allo spettatore italiano gli stessi sottintesi che arrivano allo spettatore americano. E non solo! Nello stesso film, come ho già detto, ci sono altri personaggi che, come spesso capita tra criminali e detenuti, hanno un loro soprannome che è stato italianizzato (e di cui nessuno si è mai lamentato, a riprova che gran parte di queste lamentele derivano da pensieri maturati a posteriori, FUORI dalla visione di un film e non sono mai contestualizzate), quindi dare a Snake un corrispettivo italiano non è che una logica conseguenza di un adattamento fatto con una buona dose di coerenza interna. Ve li ricordate gli adattamenti con una coerenza logica interna? No? Lo so, i troppi Captain America™ e i vari Django Unchained hanno fatto danni alle orecchie e alla mente.
    Rimane un solo dubbio sul soprannome…

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    Evit che vi inocula il dubbio

    …perché “Jena” scritto con la i lunga alla Pirandello?
    La prima indicazione su come si scriva il nome del personaggio la troviamo nelle recensioni pubblicate sui giornali italiani del 1982, si suppone che fosse dunque riportato in tal modo sul “press kit” fornito all’anteprima stampa. Si tratta indubbiamente di una scelta stilistica deliberata da parte di chi ha adattato il film, ma perché? La risposta semplice: è italiano!
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    la I e la J condividono gran parte della loro storia, prima di essere distinte in due lettere diverse […] La lettera J faceva parte dell’alfabeto italiano, ma cadde quasi completamente in disuso fra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento.
    In italiano pochissime parole vengono tutt’ora scritte utilizzando la J (jella, jena, jota, juta, fidejussione ecc.), oltre a un certo numero di nomi propri di persona o di luogo (Jacopo, Jannacci, Jesolo ecc.)

    fonte

    Se ignoriamo ciò che è venuto dopo (romanzi, fumetti, il suo seguito a Los Angeles) e ci concentriamo solo sul film così come uscì all’epoca, l’unica indicazione sulla grafia del nome poteva venire unicamente dal “cartello” sui doppiatori nei titoli di coda del film, una cosa però IMPOSSIBILE da trovare tranne che su pellicola italiana in 35mm!
    Tuttavia sono riuscito a trovarvi anche questo riferimento visivo. Tiè! Beccatevi questa rarissima esclusiva, anzi, questo vero e proprio miracolo dato che non è mai apparso né in VHS, né in televisione ma solo al cinema!

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    Correte ad aggiornare il Genna va’!

    Purtroppo, come potete vedere, non solo manca il nome di Plissken, ma il cognome ha uno spelling diverso, mancando di una “s”. E anche qui è difficile stabilire a posteriori se si fosse trattato di un refuso o se effettivamente nell’adattamento italiano Snake Plissken fosse diventato Jena Plisken, con una sola esse. Sarebbe curioso adesso trovare uno dei copioni che veniva dato ai doppiatori così da verificare quale nome fosse annotato lì ma… un altro miracolo non è stato possibile. Qualcuno chiami Carlo Valli, magari ce l’ha ancora e lo usa occasionalmente come sottobicchiere.

    L’impatto culturale del nome “Jena”

    Cito parte di un articolo del 15 settembre 1982 dove si parla proprio dei nomi italiani:

    La frase che sgrana a mezza bocca sul finire di 1997: Fuga da New York è già diventata famosa come una di Clint o uno champagne d’annata di James Bond. ‘Chiamami Plissken’ dice, finalmente libero, al poliziotto Van Cleef; e noi ci ricordiamo che appena un’ora prima, all’inizio del film, questo nerboruto criminale scampato alla prima guerra atomica, e ridotto a numero carcerario, aveva ghignato in faccia a un secondino ‘chiamami Jena‘. In ogni caso, Jena è un gran bel nome per un eroe che si presenta in canottiera nera, pantaloni mimetici, scarponi militari, capelli lunghi e benda sull’occhio. Se ci fate caso, sono azzeccati anche i nomi di tutti gli altri eroi di celluloide che il cinema d’oltre oceano ci ha regalato in quest’ultimo anno.

    Lode a Sergio Jacquier (di cui già parlai negli articoli su Aliens – Scontro finale e Batman, oltre che in questo piccolo “trafiletto”) e alla donna che ne diresse il doppiaggio: Fede Arnaud. Costoro ci hanno deliziato con dialoghi tanto memorabili quanto lo erano quelli originali per il pubblico anglosassone perché, diciamocelo, i film di Carpenter sono resi epici all’80% proprio dai dialoghi (la sola battuta “Hai pilotato il Gullfire su Leningrado“, ispirando lo scrittore William Gibson, ha letteralmente portato alla creazione dell’intero genere della fantascienza cyberpunk. Oh, da una sola mezza frase di poca importanza buttata lì si arriva fino a Matrix, mica cazzi!) ed è compito dell’adattamento quello di trasporre tali dialoghi in modo che siano altrettanto memorabili quando vengono localizzati in altre lingue… e Fuga da NY ha dialoghi memorabilissimi in italiano così come in lingua inglese, a partire dal “nome” stesso di Jena, la cui notorietà è stata consolidata da subito, come abbiamo visto da quell’articolo del 1982 (ed è rimasta indiscussa per decenni a venire), fino alle singole battute, tutte citabili e che funzionano in qualunque lingua decidiate di guardare il film.

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    In questa foto rubata altrove troviamo Mauro Di Francesco che si fa chiamare Jena nel film “Il Ras del Quartiere” (1983)

    Nel panorama europeo, siamo stati uno dei pochi paesi in cui chi ne curò il doppiaggio intuì che proprio di soprannomi si trattava (Snake, Brain, the Duke, etc…), per questo motivo Snake (serpente) è stato italianizzato in un animale che si potesse adattare al personaggio di Plissken e che funzionasse bene sul labiale anche nei primissimi piani (nel nostro caso una iena), lasciando che il tatuaggio addominale (un cobra) diventasse soltanto l’ennesimo addobbo stilistico come lo sono la benda sull’occhio e la giacca di pelle consunta; una “perdita” che però non detrae niente dall’epicità personaggio.

    In Francia optarono per un adattamento misto e meno coerente: Snake, Brain e gli altri soprannomi rimasero tutti in inglese tranne le Duc. In Germania dell’Ovest invece optarono (non inaspettatamente) per una americanizzazione totale, lasciando tutti i soprannomi inalterati sebbene il titolo tedesco del film sia Die Klapperschlange (“il serpente a sonagli”). La Spagna ha il suo Serpiente ma durante la lotta gladiatoria non si sono curati di doppiare i cori che inneggiano a “Snake! Snake! Snake!”. Tenete presente che stiamo pur sempre parlando di un film essenzialmente a basso costo distribuito in maniera indipendente e l’unico paese in cui i film indipendenti venivano doppiati con la stessa cura di quelli più blasonati era proprio l’Italia degli anni ’80.

    Insomma, a posteriori è molto facile lagnarsi su internet al grido di “perché Jena e non Snake? Doppiaggi italiani infami!” e chi non ha capito le ragioni di questo adattamento, quelle che ho spiegato prima, si merita di ritrovare “Snake” nel doppiaggio dell’immancabile rifacimento senz’anima (remake) che si suppone arriverà nel 2017.
    Per fortuna il periodo d’oro del doppiaggio italiano è capitato quasi esattamente in concomitanza del periodo d’oro del cinema americano moderno, il meglio sembra che sia già stato dato da entrambi! Quindi, per quanto mi riguarda, nel remake possono anche metterci Snake, Brain, Cabbie e The Duke con tanto di articolo determinativo in inglese. Fate del vostro peggio, poco importa… tanto è un remake! E mi raccomando, che Maggie non sia più la squinzia di Mente, bensì la “squeeze” di Brain. Si parla così oggi, vero Captain America 2?

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    Un altro celeberrimo “Brain”


    L’adattamento italiano di Fuga da New York

    Entriamo dunque nel merito della versione italiana di Sergio Jacquier e della nostra Fede Arnaud, fondatrice della famosa Cine Video Doppiatori (CVD) – donna talentuosa ma dall’oscuro e mai rinnegato passato [link] – e parliamo dell’adattamento! Ecco una bella lista di errori e presunti errori. Lo so, sono ore che la aspettavate.

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    Il volo in aliante

    Durante la discesa su New York, dopo una brusca virata con l’aliante, Plissken dice:

    Originale: It’s been a while.
    Doppiato: Erano anni che non vedevo New York.

    escape_from_new_york_wireframeOriginariamente però, egli non si riferisce al fatto di non aver visitato New York da tanto tempo, bensì al non aver pilotato da tanto tempo. Anche perché non ha mai avuto molto senso dire che non vedeva New York da anni, visto che Plissken fino a quel momento aveva osservato la città principalmente attraverso una rappresentazione stilizzata sugli schermi del computer di bordo. Tuttavia, l’alterazione onestamente non è così rilevante e c’è da chiedersi quanto fosse intenzionale.
    new-yorkQui permettetemi una sottile osservazione; anche se si trattasse di una svista di chi ha tradotto i dialoghi originali (il che è possibilissimo a partire da quel generico “it’s been a while”, cioè “è passato un po’ di tempo”), il nominare New York, dicendo che erano anni che non la vedeva, pone l’attenzione proprio sull’aspetto della città, propriamente post-apocalittico, non illuminato, in totale rovina e con le strade vuote… cioè l’esatto opposto di ciò che nell’immaginario di tutti è la città di New York. Questo aiuta lo spettatore ad immedesimarsi ancor di più con il protagonista che si trova spaesato alla vista di una New York ben diversa da quella che tutti immaginano o ricordano. Quindi, se di svista si tratta, non ha poi influito molto; anzi, a suo modo funziona perfettamente nel contesto di quella scena.

    La rasatura del presidente

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    Se ho fornito una giustificazione postuma per la storia dell’aliante, non c’è giustificazione che tenga per la seconda svista nell’adattamento del film.
    Quando sul finale il Presidente degli Stati Uniti si sta facendo truccare e radere la barba, vede Plissken che si avvicina e dice in inglese “it’s all right!“. Sta parlando a qualche guardia del corpo fuori campo che probabilmente si sarebbe mossa per fermare l’avvicinarsi di qualsiasi persona non autorizzata; tradotto per chi non sa l’inglese sarebbe alla lettera “è tutto a posto”, ma traducibile nel contesto come “lasciatelo passare”. In italiano questa battuta è stata scambiata per un apprezzamento del taglio della barba o sul trucco, diventando quindi un “mh, così va bene“.
    Potremmo sempre sospettare una scelta voluta in fase di doppiaggio in quanto “lasciatelo passare” sarebbe risultato troppo lungo sul labiale di “it’s all right” ma, vista la vicinanza tra “it’s all right” ed il nostro “così va bene” mi viene facile pensare che si fosse trattato di una svista bella e buona. Anche in questo caso, per fortuna, non incide per niente sul film, anzi, probabilmente non l’avevate mai notata prima.

    Un Presidente americano… britannico(?)

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    Parlando sempre del Presidente, Donald Pleasance, in lingua originale questo personaggio ha un accento britannico che non viene mai giustificato nel film e che lascia interdetti molti spettatori americani. Questo ovviamente non avviene in lingua italiana dove il Presidente parla un italiano “standard”, togliendoci così da qualsiasi impiccio sulla credibilità del personaggio. La spiegazione di quell’accento britannico la fornì Carpenter anni dopo in un’intervista; egli infatti aveva immaginato il personaggio di Donald Pleasance come il figlio illegittimo della Margaret Thatcher (e il padre si presume fosse Ronald Regan, ovviamente!).
    Ho letto che anche Donald Pleasance diede una sua versione della storia, inventandosi che dopo la guerra tra USA e Unione Sovietica, l’Inghilterra thatcheriana aveva approfittato dell’indebolimento statunitense per soggiogare nuovamente gli americani e farli ritornare allo status di colonia britannica. Questa visione è smentita da Carpenter che ovviamente aveva dato all’attore britannico Pleasance quel ruolo unicamente perché apprezzava la bravura di Pleasance come attore, non perché necessitasse di un attore britannico a tutti i costi, l’idea del figlio illegittimo della Thatcher è stata nient’altro che una giustificazione a posteriori; un po’ come il fossato illogico di Jurassic Park che appare e scompare… sta lì soltanto perché Spielberg voleva che ci fosse una parete da scalare a tutti i costi. Punto e basta.
    In italiano mai avremmo sospettato tante seghe mentali derivate dal solo modo di parlare del Presidente, eppure gli americani se le sono fatte. Detto da me poi!

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    Il logo alternativo di Doppiaggi Italioti

    Il cabarè dei prigionieri

    Nel teatrino improvvisato che vediamo nella città-prigione di New York assistiamo ad una recita molto gaia dei detenuti che cantano una canzone spassosa chiamata “Everyone’s coming to New York” ma che purtroppo non fu adattata in italiano e non sentiamo mai per intero sebbene sia possibile da recuperare nella colonna sonora del film. È un ottimo esempio di “world building”, ovvero tutti quei piccoli dettagli inseriti di sfuggita in un film ma che ne espandono la trama, rendendo più credibile il mondo che ci viene presentato. Un po’ un peccato per chi non sa l’inglese perché la canzone è piuttosto comica.
    Solo nel Blu-Ray italiano la canzone è sottotitolata per la prima volta nella storia, difatti non lo è mai stata in precedenza, né al cinema né in VHS e DVD. Sulla qualità della traduzione però… mmh-mmh, nzomma.
    Per cultura vi copio qui il testo originale (anni fa lo avevo anche adattato in italiano per svago ma non riesco proprio a ritrovare il documento).

    Shoot a cop, with a gun, the Big Apple is plenty of fun!
    Stab a priest, with a fork, and you’ll spend your vacation in New York.
    Rob a bank, take a truck, you can get here by stealing a buck.
    This is bliss, it’s a lark! Buddy, everyone’s coming to New York!
    No more Yankees, strike the word from your ears.
    Spin the roulette, there’s no more opera at the Met.
    This is hell, this is fate, but now this is your world and it’s great!
    So rejoice, pop a cork, buddy, everyone’s coming to New York!

    Lascio a voi il gusto di tradurlo con Google Translate, la qualità non sarà troppo lontana da quella dei sottotitoli in commercio.

    Proprio questa scena dello spettacolo teatrale dei prigionieri è legata indirettamente ad un altro errore sicuramente a monte del processo di traduzione quando il tassista, giunto in soccorso di Jena, dice di trovarsi in quei brutti paraggi solo perché era venuto ad assistere allo spettacolo, quello dei prigionieri che cantavano e ballavano, perché quella roba era una rarità nel carcere di New York.

    Usually I’m not down around here myself, but I wanted to catch that show.
    This stuff is like gold around here, you know.

    Il problema è che la seconda frase la dice mentre sta per lanciare una molotov e proprio in un periodo storico segnato dalle crisi petrolifere (non dimenticate che Mad Max era negli stessi anni), così la frase è stata mal interpretata e la sua seconda battuta diventa “Questa vale come oro qui, caro.“, con ovvio riferimento alla bottiglia di benzina e non più allo spettacolo a cui aveva assistito. Avrebbe dovuto dire qualcosa del tipo “roba simile è una rarità da queste parti, sai?”. L’errore è facilmente comprensibile perché anche in inglese può essere interpretata come riferita alla bottiglia di benzina, ma dal contesto è facile capire che così non sia.

    The “Man”

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    The Man sent him in here / Hauk l’ha mandato qui

    Come accennavo prima, nel film ricorre spesso il termine “the Man”, un termine inventato negli anni ’60, figlio delle proteste studentesche e della generazione hippie, che è diventato parte del gergo americano ed era ancora molto in uso negli anni ’80. In italiano corrisponde al nostro “il sistema”, come quando si dice “ribellati al sistema” o “abbasso il sistema” (down with the Man). The Man è la generica autorità che opprime le libertà individuali del cittadino americano e si estende a varie figure autoritarie fino al proprio datore di lavoro dal momento che in qualche modo fa parte anch’egli del “sistema” che opprime l’uomo comune.
    Ricordate la canzone Proud Mary di CCR/Tina Turner? “Left a good job in the city, working for the Man every night and day…“. In quel caso the Man è traducibile in italiano come “il capo” o anche meglio con “il padrone” (parola che già implica una condizione di subalternità sociale). Uno che lavora per il governo invece lavora per “il sistema”, “il potere” o per dei generici “loro”: “lavori per loro adesso?” (you work for the Man now?).
    Questo per far capire che non c’è un modo univoco ed ovvio di tradurre “the Man”, dipende da… dai che ormai lo avete capito tutti… [in coro] dipende dal contesto.

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    Down with the Man!

    Non è difficile capire perché “the Man” si è dunque trasformato nel meno generico (ma più istantaneamente comprensibile) “Hauk”, l’Alto commissario che aveva inviato Jena a New York per salvare il Presidente e che era il diretto rappresentante dell’odiata autorità e il capo delle operazioni. Il personaggio di Mente lo cita due volte e tutto sommato la battuta funziona, è diretta e non sbagliatissima di per sé ma… i detenuti avevano mai visto Hauk o sapevano di lui? Perché questo cambierebbe un po’ le cose.

    Come spettatori vediamo Hauk in capo alle operazioni ma ricorderete che lui è lì soltanto per via della faccenda del velivolo non identificato (poi scopertosi essere l’Air Force One) che si dirigeva verso lo spazio aereo di New York e il suo titolo, “Alto commissario”, indica una persona investita di speciali funzioni che quindi non si occupa regolarmente del penitenziario di New York, né tanto meno dell’accoglienza detenuti (tra l’altro un ottimo adattamento di “Police Commissioner” che tradotto alla lettera come “commissario di Polizia” sarebbe stato invece un errore madornale).

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    Io credo che i detenuti non sapessero dell’esistenza di Hauk e, sebbene comprenda la ragione del cambiamento da “the Man” a “Hauk”, non penso abbia moltissimo senso all’interno della trama. Forse un “lo hanno mandato loro” non si abbinava altrettanto bene ma sarebbe stato più logico. Poi magari mi sbaglio e Hauk era stranoto tra la popolazione carceraria di New York, in tal caso “the Man=Hauk” va benissimo.

    Piccole osservazioni

    Il labiale sul Presidente è forse quello che funziona meno, sarà per il modo in cui Donald Pleasance muove la bocca oppure perché a furia di lavorare alla sincronizzazione dell’audio per la preservazione italiana di questo film ho osservato la sua bocca molto più approfonditamente di quanto farebbe un generico spettatore. Visto il livello eccelso sugli altri personaggi, penso sia proprio l’inevitabile conseguenza di un modo di muovere le labbra da parte dell’attore, non è il primo film in cui il labiale di Pleasance doppiato in italiano mi convince poco.

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    Nel combattimento al Madison Square Garden sentiamo la folla che acclama “JENA! JENA! JENA!” ma di sottofondo è facilmente udibile “SNAKE! SNAKE! SNAKE!”, evidentemente gli americani non avevano fornito alla ditta di doppiaggio una traccia audio pulita e senza le voci della folla (forse supponendo, a torto, che nessuno all’estero avrebbe alterato il nome del protagonista oppure, molto più probabilmente, per risparmiare sui costi). C’è da considerare però che nessun italiano nel 1981 avrebbe potuto sospettare il vero nome di Plissken e quando l’orecchio non si aspetta di sentire “Snake” non ce lo sente di sicuro, al massimo viene percepita come una strana eco. [Nel doppiaggio spagnolo, dove neanche si sono curati di sostituire “Serpiente!” ai cori, dubito che gli espectadores del 1981 possano aver colto che i criminali inneggiassero al nostro protagonista dopo la sua vittoria contro il gigante]. Sono quei momenti in cui aver familiarità con l’inglese detrae dalla visione del film in lingua italiana (come accadeva in Mamma ho perso l’aereo quando Kevin urla “I’m free!”).

    A proposito di iene, non avete provato un brivido quando in Hateful Eight doppiato in italiano vi siete ritrovati con questa battuta che nel nostro paese diventa inavvertitamente anche una citazione?

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    Mi aspettavo quasi che Kurt Russell si girasse verso gli spettatori per lanciare una strizzatina d’occhio… ma solo sulla pellicola italiana.

    Il restauro storico di Doppiaggi Italioti

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    Scusate la filigrana

    Da diversi anni ormai sono impegnato nella preservazione storica dei film così come si presentavano agli spettatori che li videro al cinema per la prima volta. In tutto questo tempo mi è capitato di incontrare altri malati come me che condividono la medesima passione, quella di poter scoprire o riscoprire i film così come arrivarono al cinema, con i titoli tradotti in italiano, il missaggio audio dell’epoca etc… ma in un formato moderno, in alta definizione se possibile. Tra questi mi si è presentato un tale Roberto (che mai finirò di ringraziare) il quale mi disse di avere una videocassetta pirata d’epoca riversata direttamente da pellicola 35mm. efny_cart1Grazie a questo raro cimelio è arrivata fino a noi una testimonianza di come il film apparisse al cinema in Italia e su questo riferimento si basa la mia opera di ricostruzione della versione cinematografica italiana originale in alta definizione, un lavoro certosino che non solo restaura i titoli tradotti ma ricrea l’intera esperienza cinematografica con tracce audio italiana, inglese (e anche tedesca) nel loro missaggio stereo originale (vi ricordo che nel 1981 non esisteva il 5.1), qui presentate alla massima qualità disponibile.

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    i lavori certosini

    Gran parte del tempo è stato destinato a sistemare tremendi errori presenti sui Blu-Ray disponibili in commercio, centinaia di ore spese su “poche” sequenze di fotogrammi come avevo già accennato in questa intervista.

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    Quelli con monitor sufficientemente luminosi potranno notare una linea blu verticale nell’ovale giallo che ho inserito a sinistra. Questa affliggeva l’intera sequenza ed è stata rimossa con molta, moltissssssssima pazienza, fotogramma per fotogramma.

    Come tutte i progetti di preservazione storica in cui il gruppo di Doppiaggi Italioti si cimenta (parlo al plurale perché sono opere che coinvolgono necessariamente più collaboratori anche se il grosso del lavoro poi viene svolto da una sola persona, in questo caso me), anche questo è dedicato esclusivamente ai possessori di copia originale in alta definizione del film, di cui questo disco rappresenta nient’altro che una copia privata con una copertina più bella (sempre di mia creazione e basata sul poster originale).
    È dedicato a chi vuole rivivere l’esperienza cinematografica del 1981, ai cultori che hanno piccole fissazioni come quella di esigere un missaggio audio storico inalterato, colori il più possibile fedeli alla pellicola 35mm, la grana originale… cosette così che mi rendo conto non sono per tutti ma del resto neanche questo blog lo è.

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    La copertina che sarà. È ancora in lavorazione ma siamo lì.

    Il nostro Blu-Ray di preservazione storico-culturale sarà disponibile relativamente breve e ne riparlerò in questo stesso blog e sulla nostra pagina Facebook, dove avrò modo di andare più nei dettagli e mostrare molte più immagini e tutti i difetti che ho dovuto correggere.


    Un desiderio finale

    Di questo film esiste un’intera sequenza di apertura, tagliata poi dal montaggio finale, in cui Jena ed un suo complice rapinano una banca, ciò che poi conduce alla cattura del nostro protagonista. È una scena molto significativa che mostra tutta l’umanità di Jena quando decide di lasciarsi catturare pur di non abbandonare un amico. Da anni la si trova in molte edizioni home video estere e non dubito che un giorno sarà presente anche su future edizioni Blu-Ray italiane, interamente restaurata. Il mio desiderio è che la facciano doppiare a Carlo Valli prima che sia troppo tardi… Capisc’a me!

    E da Evit di Doppiaggi Italioti

    questo-e-tutto
    ____________
    Letture consigliate
    -La recensione completa di Cassidy del blog La Bara Volante.
    -L’articolo di Priscilla Page (in inglese): The Criminal Heroes Of ESCAPE FROM NEW YORK And THE WARRIORS
    -L’articolo (uno dei tanti) sull’importanza di questo film per la fantascienza cyberpunk (in inglese): “You flew the Gullfire over Leningrad…” Observations about a recurring motif in Cyberpunk media
    Per rimanere in tema Carpenter: il mio precedente articolo sull’adattamento italiano di La Cosa: Cosa? L’adattamento e il doppiaggio di La Cosa (1982)
    -Tutti i ritagli di giornale italiani del 1981 su Italian Pulp Movie Poster.

  • Un biglietto… in due, un doppiaggio… tutto d’un pezzo! (Un biglietto in due, 1987)

    John Candy nel film Un biglietto in due. La vignetta dice: ero sicuro che lo avrebbe recensito!
    Un biglietto in due è uno di quei film che sin dal titolo, solo apparentemente italiota, ha avuto un trattamento esemplare per la versione italiana. Personalmente lo considero come una delle più belle, se non la più bella, commedia mai realizzata. Molti darebbero questo appellativo a Frankenstein Junior o a qualche classico della commedia italiana, per me invece spetta al film di John Hughes perché non solo “fa ridere”, ma racchiude un senso di dolcezza misto ad amarezza in grado di toccare il cuore anche di coloro i quali alle commedie preferiscono film più impegnativi.

    Dietro il film un trio d’eccezione: John Hughes, un genio dietro la macchina da presa, qui faceva un salto in avanti rispetto alle commedie giovanilistiche per le quali era conosciuto. biglietto2taxiSteve Martin, re della commedia americana anni ‘80 e poi l’immenso (per talento) John Candy, anche lui voglioso di rimettersi in gioco in una commedia più adulta, meno demenziale di quelle al quale era abituato e che due anni dopo lo portò ad un ruolo di calibro simile in Io e zio Buck.
    Le risate nel film sono sempre genuine, mai gratuite. Parte del merito va ad un adattamento che, come dice spesso Evit, era tipico degli anni ’80. La ricercatezza nel rendere le battute appetibili al pubblico italiano lo rende addirittura superiore alla controparte originale. La versione americana, soprattutto nella fase centrale, rischia qualche tempo morto, mentre la visione in italiano non stanca mai. Non c’è alcuna storpiatura, il testo è quello, ma è la scelta dei vocaboli, la scelta di certe tipiche espressioni nostrane dal significato attiguo, l’uso di qualche parolaccia, l’intonazione nel doppiaggio che eleva l’adattamento ad uno standard che forse non vedremo ripetersi mai più.

    Solo in rari casi la battuta viene completamente stravolta, probabilmente per motivi culturali, ma non sono di quelle che fanno gridare allo scandalo e, cosa ben più importante, non si nota, a meno che non si faccia un confronto con traduzione a fronte. Se questo non è un complimento all’adattamento del film non so cosa lo sia.

    Le battute migliori

    Le due battute in italiano che si ricordano ancora oggi, hanno un equivalente americano divertente, ma non altrettanto memorabile:

    1) I piedi che abbaiano
    Del Griffith (John Candy), dopo un’intera giornata di cammino per New York, sull’aereo si toglie scarpe e calze e comincia a sventolarle in faccia al malcapitato Neal Page (Steve Martin).

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    Ora sì che si ragiona, ho i piedi che parlano da soli oggi”. In inglese è “My dogs are barking today”. Nella versione americana i piedi di Del Griffith vengono definiti cani e, per metafora, il fatto che siano doloranti rende i cani abbaianti. È un’espressione tipica del Sud degli Stati Uniti. Da noi la metafora non avrebbe mai funzionato. Ma l’allusione al cattivo odore e al dolore che fa addirittura “parlare” i piedi non ha rivali.

    2) Il bifolco
    Uno dei tanti tentativi di arrivare a Chicago prevede il passaggio da parte di un bifolco (N.d.R. in italiano doppiato da Tonino Accolla) che sprona la moglie “piccola e ossuta, ma forte” (short and skinny, but she’s strong) a dare una mano con il baule.
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    Il senso di prestanza viene espresso con “Il primo bambino l’ha cagato su un marciapiede!”, che in originale è “Her first baby came out sideways”. Qui è evidente il motivo di come l’espressione assurda americana di un bambino che esce di lato venga rimpiazzata da un’altra, più sconvolgente -il marciapiede anziché un ospedale o al massimo una casa- con l’aggiunta dell’uso della parolaccia per intensificare il messaggio.

    (NdR: Eccovi la scena intera (finché dura il video su YouTube), da notare come la sua voce al minuto 1:45 si spezzi a causa del muco che sta tirando su. Tanto disgustoso quando esilarante.)

    Esempi di un adattamento non banale

    Tante frasi, anziché essere tradotte alla lettera, vengono rese con parole diverse che ne mantengano il significato. Un’espressione tipicamente americana come “You scared the Bejesus out of me” (Alterazione di by Jesus, per indicare una grande paura) viene resa con l’altrettanto efficace “Me la sono quasi fatta sotto”. A volte questo migliora la battuta stessa; un semplice “What happens next”, con l’aggiunta di qualche vocabolo ricercato, ha un effetto comico: “Smanio di sapere cosa succederà adesso”. “Annoying blabbermouth” (letteralmente un fastidioso chiacchierone) diventa “un noioso attaccabottoni”. Oggigiorno frasi di questo tipo verrebbero tradotte senza alcun estro immaginativo, impoverendo così non solo il doppiaggio, ma anche la lingua italiana.

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    Scommetto sei pezzi e il mio coglione sinistro che non atterrerà a Chicago”. Una frase come “Six bucks and my right nut” verrebbe facilmente tradotta come “sei dollari e il mio testicolo destro”, ma la scelta di usare “pezzi” (verdoni di solito è riservato a tagli più alti) e l’aggiunta della parolaccia non può che suscitare ilarità. Che l’attributo cambi posizione poi, è probabilmente dovuto al labiale.

    Quando Neal Page (Steve Martin) cerca termini di paragone per comunicare all’altro quanto sia noioso, gli dice di poter sopportare “any insurance seminar” che in italiano diventa “tribune elettorali”, entrambi noiosissimi! Qui si sceglie la prima cosa che possa venire in mente quando si parla di noia, a seconda del Paese.
    Have a point” diventa “Fai delle pause”. “Arriva al dunque” sarebbe stato più letterale, ma il fatto che Neal inviti Del a prendere fiato esprime al meglio come le sue storie fossero assillanti e di scarso interesse. Segue nella versione originale “It makes it more interesting for the listener” mentre in italiano, riallacciandosi al “fai delle pause”, questa diventa “Saranno la parte più interessante per chi ti ascolta”.

    vintage-60s-chatty-cathy-doll-strawberry-blonde-pull-_1Nello stesso discorso, Neal paragona Del a “quei bambolotti parlanti che c’erano una volta” affermando che “dietro la schiena hai la cordicella”, e subito dopo mima la voce gracchiante che esce dal petto della bambola (“Agh! Agh! Agh!”). Sta parlando (e in inglese la nomina) della “Chatty Cathy Doll”, una linea di bambole lanciata nel 1962 e presto diventata anche un’espressione idiomatica americana per descrivere qualcuno che non smette mai di parlare. Da noi arrivarono negli stessi anni Cicciobello e Michela, nomi che però non entrarono mai nella cultura popolare come sinonimi di persone loquaci.
    La frase sostitutiva “uno di quei bambolotti parlanti che c’erano una volta” adatta perfettamente la battuta rendendola anche senza tempo.

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    In America il tacchino fa “gobble gobble”

    Errori?

    Veniamo ora ai due casi in cui modifiche necessarie hanno cambiato il senso originale.
    I figli di Neal Page, in trepidante attesa del Giorno del ringraziamento si chiedono se l’arrivo dei nonni porti “hoogies”, reso come “gelatine”, e “Indian burns”, reso come
    “marzapane”. indian-burnL’intento americano era quello di nonni che fanno piccoli dispetti ai nipotini, mentre nella nostra versione, dove dei cari nonni non si può parlar male (al massimo di qualche zio), si trasforma la frase in dolcetti, seppur non particolarmente graditi.
    (NdR da notare che gli “Indian burns” nel Regno Unito si chiamano invece “Chinese burns”. In italiano dovrebbe tradursi con “fare gli spilli” o qualcosa del genere).
    Se di errore interpretativo si è trattato, è comunque un piccolo incidente di percorso sul quale si può soprassedere data la grande attenzione ai dettagli che spinge persino a doppiare (o meglio a remissare) i brani della colonna sonora, quando fanno riferimento a quello che accade sullo schermo (“Vi siete messi contro la persona sbagliata!”). Questi sono tutti esempi di come tempo a disposizione e voglia possano determinare un prodotto di qualità.
    La seconda modifica fa riferimento al colpo allo stomaco sferrato da Neal a Del, il quale esagera un po’ le conseguenze “That’s how Houdini died” (=è così che morì Houdini). In italiano viene addolcito aggiungendo anche un po’ di autocritica: “Io sono un ciccione, ma sono delicato”.

    Nota di Evit

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    Se dovessi scegliere un momento rappresentativo di come la recitazione italiana renda comici anche i momenti “minori”, sceglierei sicuramente la prima scena all’aeroporto dove Del Griffith (John Candy) riconosce Neal Page (Steve Martin) come la persona a cui ha precedentemente “rubato” il taxi e per scusarsi si propone di offrirgli qualcosa da mangiare (con una serie di cibi correttamente alterati per adeguarli al pubblico italiano, così come accadeva in Frankenstein Jr.), poi fa una pausa ed esclama “I knew I knew you!” / “Ero sicuro di conoscerla!“. Questa battuta, per come è recitata, non manca mai di farmi ridere.

    Finché durano i link a youtube vi ripropongo le due scene a confronto.
    In inglese:

    e in italiano:


    A quanto ci fa sapere Antonio Genna, il doppiaggio fu eseguito dal Gruppo Trenta che al tempo aveva un po’ l’egemonia su prodotti americani di questo tipo e che grazie a Dio ci ha regalato un doppiaggio da annali. Spero che Evit tiri fuori la sua copia in VHS così da recuperare i titoli italiani e le informazioni mancanti su coloro che hanno curato l’ottima versione italiana di questo film.

    Se volete scoprire (o riscoprire) questo classico della commedia americana, oggi che in America si festeggia col tacchino è un giorno buono come un altro. Dalla mia mai innevata Los Angeles vi saluto e mi accingo ad unirmi ai festeggiamenti… marzapane e gelatine mi aspettano (sempre meglio delle gomitate dei nonni burloni). Glu-glu-glu!

    Michele “Michael” Traversa

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    Un film diabolicamente esilarante

     


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  • Mamma, ho riperso l'aereo – mi sono smarrito a New York: quest'anno il Natale è arrivato in anticipo!

    Mamma2intro489
    Che il secondo film della serie “Home Alone” non sia all’altezza del primo lo intuii persino io in giovane età quando lo vidi in un’arena estiva e mia cugina, di un anno più grande, mi chiese perché non ridessi alla scivolata cartonesca di Marv verso l’armadio delle vernici, oppure perché non ridessi a sufficienza della sua folgorazione con tanto di scheletro urlante.
    mamma2marv
    OK, quella dello scheletro era esilarante abbinata all’urlo effemminato dell’attore, ma la degenerazione di Mamma, ho riperso l’aereo con le sue gag da cartone animato purtroppo non gli consentono di rimanere eternamente e interamente godibile come il primo film.
    La premessa stessa è odiossissima. Infatti qui Kevin McCallister non è più vittima delle circostanze bensì è pienamente artefice delle sue malefatte grazie alle quali si trasforma da subito in “villain” del suo stesso film, il peggior nemico di sé stesso… perché quando capisci di aver sbagliato aereo, ti trovi all’aeroporto di New York con la borsa di tuo padre e decidi “si fotta la famiglia in Florida, io me la spasso a New York con la carta di credito di papà”, non hai più l’innocenza del bambino che credeva di aver fatto sparire magicamente la propria famiglia e che cercava di difendere la sua dimora dai ladri in attesa che un miracolo facesse ricomparire i genitori… sei solo un bambino stronzo e viziato e a Natale riceverai solo tante botte.

    mamma2cattivo

    Il cattivo del film


    Premessa a parte, dopo un primo tempo spassoso incentrato su Kevin a New York, trovo che il film affondi stile Titanic, spezzandosi in due prima di affondare. Il momento fatidico è quello dell’abbandono dell’hotel di lusso, seguìto dalla replica dell’attacco in casa del primo capitolo, il che non sarebbe stata neanche una brutta idea in un film simile (“Ghostbusters II” docet) se non l’avessero condita però di situazioni sempre più improbabili: se nel primo film Marv veniva colpito in testa da un ferro da stiro che cadeva dal piano superiore di casa McCallister, qui viene invece colpito alla testa da svariati mattoni gettati energicamente dal quinto piano di un palazzo. Willy E. Coyote ne sarebbe stato soddisfatto. Neanche la scena in cui Joe Pesci viene catapultato a 10 metri d’altezza grazie ad una leva fatta con un bidone e un’asse di legno della ACME fa guadagnare al film molti punti ai miei occhi.
    Mamma2harry

    Harry fa pratica nel “salto dello squalo”

    L’adattamento italiano

    Nonostante il film scada spesso in una sciocca parodia del precedente, l’adattamento italiano si mantiene a livelli alti e per dimostrarvi da subito (e incontrovertibilmente) che il seguito di Mamma, ho perso l’aereo gode di un adattamento italiano tanto ottimo quanto quello del primo capitolo, vi propongo subito questo dialogo preso dai primi minuti del film:
    mamma2fottuto
    Altro che il “vietato ai minori non accompagnati” di Deadpool! Gli anni ’90 ridono in faccia alla Marvel del 2016… far dire ad un bambino di 10 anni “fottuto” in un film destinato ai bambini. Un azzardo che forse non vedremo mai più, erano gli anni d’oro per quel genere di commedia (il periodo del “le parolacce fanno ridere i bambini”).
    Ma passiamo subito alla lista di Evit, ovvero tutti gli elementi degni di nota riguardanti l’adattamento italiano. Questo, nonostante torni nelle mani capaci di Silvia Monelli, direttrice di doppiaggio del primo film, perde di continuità in alcuni riferimenti al precedente capitolo ed eccoveli tutti, nella poco fantasiosa formula della “lista della spesa”.

    Riferimenti mancati

    mamma2nastro
    Mentre Marv nel primo film proponeva il nome di “the wet bandits” (memorabilmente tradotto come “i banditi del rubinetto“), all’inizio di questo film se ne viene fuori con “the sticky bandits”, adattato come “i ladri del nastro isolante“. Per richiamare il precedente adattamento in realtà avrebbero dovuto proporre “i banditi del nastro isolante” piuttosto. Questo in teoria… magari nella pratica il labiale funzionava meno per via del primo piano di Marv quando lo dice, oppure si erano semplicemente dimenticati del primo adattamento, anche questo può capitare.
    Sul finale (in inglese) ritorna la storia dei banditi del rubinetto, ad emulazione della stessa scena dell’arresto nel primo film…
    mamma2stickybanditsNella versione doppiata, Marv diceva: ci pensi, Harry? Diventeremo famosi! ed Harry rispondeva famosi un accidente! (seguito da calcio in culo) al posto di “non siamo i banditi del nastro isolante, sta zitto!”.
    mamma2animal
    Tutti voi ricorderete il film in bianco e nero che si guardava Kevin nel primo Mamma ho perso l’aereo, ciò che lo rendeva memorabile anche nel nostro paese era quella frase da annali di storia del cinema: “tieni il resto, lurido bastardo!“.
    All’interno di di Mamma ho riperso l’aereo vediamo il seguito di quel film in bianco e nero dove lo spietato antagonista questa volta smitraglia la fidanzata infedele per poi tirar fuori un’altra perla delle sue: “Buon Natale, maledetto animale!“.
    In originale si trattava però della stessa affermazione usata nel precedente film “ya filthy animal“, letteralmente “lurido animale”. Riferendosi adesso ad una donna però, il primo adattamento, “lurido bastardo”, non solo non era chiaramente riproponibile (“lurida bastarda” avrebbe travalicato le intenzioni della frase originale) ma cambiandolo al femminile non avrebbe comunque funzionato vista la scena successiva dove Kevin sfrutta quei dialoghi per scacciare il concierge. Si tratta dunque di uno di quei cambiamenti purtroppo necessari a svantaggio della continuità delle battute tra il primo film e il secondo. In italiano quel personaggio, semplicemente, ne tirava fuori un’altra delle sue; in inglese invece la comicità della scena viene dallo scoprire che la stessa identica battuta viene ripetuta con qualsiasi vittima, uomo o donna che sia, chiamandoli tutti “luridi animali”.
    Me lo immagino un terzo film in cui vediamo il cattivone ripetere il mortale conto alla rovescia al suo cane per aver fatto la pipì sul tappeto e poi concludere la sparatoria con un “stai a cuccia, lurido animale!”. Aspettate… mi è venuto in mente che esiste anche un terzo film ma io non l’ho mai visto, ditemi che c’era una scena simile!
    mamma2crowbars
    Un altro piccolo elemento ricorrente nella versione originale, ma alterato in fase di adattamento, è l’augurio che si scambiano i due ladri “crowbars up!” (letteralmente “su i piedi di porco”), una specie di cin-cin tra scassinatori che nel primo film era stato tradotto con il termine “presentatàrm” mentre nel secondo film viene tradotto come “onore alle armi”. Questo è solo un altro piccolo elemento che avrete sentito in entrambi i film e che magari non avreste potuto immaginare si trattasse della stessa battuta.

    Riferimenti che nel 1991 forse non avreste capito e quindi sono stati cambiati

    Quando i due ladri svaligiano il negozio di giocattoli e si ritrovano davanti ai soldi destinati all’ospedale pediatrico esclamano…
    mamma2hanukkah
    Nell’adattamento italiano troviamo un più familiare scambio di auguri al suo posto:
    – Buon Natale, Harry.
    – Felice anno nuovo, Marv.
    Scommetto che non avreste mai sospettato che Marv fosse ebreo, eh?

    Riferimenti che non avreste capito comunque

    mamma2knock
    Quando il padre dice “sembrerà strano ma i bagagli non li perdiamo mai” vediamo i due genitori bussare sulla scrivania davanti a loro. Per chi non avesse familiarità con i gesti scaramantici americani, “bussare” sul legno (“knock on wood” per gli statunitensi o “touch wood” in Gran Bretagna) è praticamente l’equivalente del nostro “tocca ferro”. Alcuni sostengono che il gesto scaramantico derivi dalla tradizione pagana germanica dove si bussava sugli alberi (e per estensione sul legno) per invocare la protezione degli spiriti benevoli che in essi dimorano. Secondo altre fonti serviva invece, all’opposto, a scacciare spiriti malevoli. Qualunque sia l’origine, il gesto serve a scongiurare un possibile evento infausto a cui si è appena fatto riferimento (in questo caso la perdita di bagagli).
    Per il pubblico italiano tale gesto non sembra altro che una manifestazione dell’eccentricità dei genitori in un momento di stress, quasi volessero scaricare la tensione in maniera comica dopo la brutta battuta del padre (su come si perdano continuamente Kevin mentre i bagagli invece non li perdevano mai), in un film italiano avremo certamente visto il gesto delle corna.
    Mentre alcune battute possono essere adattate meglio o peggio di altre, gesti simili restano “intraducibili”; del resto l’atto di bussare sul legno a mo’ di scongiuro ci è così poco familiare che tutt’ora quella scena credo vada spiegata a gran parte degli spettatori italiani ma, se volete vederla da un altro punto di vista, lo scongiuro fatto bussando sul legno è comune a così tante culture nel mondo che potremmo dire di essere noi italiani la mosca bianca, cioè l’unico popolo che tocca ferro al posto del legno.

    Altri cambiamenti degni di nota

    “Quello ha le pigne nel cervello”
    Mentre in inglese Buzz continuava la sceneggiata del ragazzo per bene dicendo “che giovanotto inquieto” (what a troubled young man), in italiano diventa la scusa per l’ennesima, comica, offesa fraterna (quello ha le pigne nel cervello).
    mamma2buzz
    “Tutta la famiglia è contro di me”
    Questo è una di quei momenti comici dove il bambino usa la parola “jerks”, ne avevo già discusso nel precedente articolo dove sottolineavo come “jerks” non sia un espressione traducibile sempre allo stesso modo, cambia molto da contesto a contesto invece. L’equivalente della frase originale di questa scena sarebbe teoricamente “sono tutti degli stronzi”, ma nel contesto non funzionerebbe benissimo (Kevin lo dice con resentimento e rassegnazione, ma quando gli italiani dicono “stronzo” non è mai detto con rassegnazione). Come tutte le battute contenenti “jerk” (elencati nel precedente articolo), anche questa frase richiede l’analisi del contesto… ricordate quando li “adattavano” anche i film doppiati? Ecco.
    mamma2jerks
    In questo caso Kevin era stato mandato in camera dopo aver subito un processo domestico ingiusto dove sentiva tutti contro di lui, così in italiano si trasforma nella constatazione “tutta la famiglia è contro di me”. Forse non sarà divertente quanto “sono tutti una manica di stronzi” ma è funzionale alla scena e, comunque, così come l’uso di “jerks” in inglese, anche l’espressione italiana fa sorridere perché rappresenta ciò che spesso percepiscono i bambini di quella età quando tutti li incolpano di qualcosa. Kevin, in breve, anche in italiano si esprime come un bambino vero e non come un bambino tradotto.
    “Hai la carta d’imbarco? Bravo chi la trova”
    In originale: è qui da qualche parte.
    mamma2bravo
    “Cerca di scoprire tutto quello che puoi su quella mezzacartuccia”
    mamma2mezzacartuccia
    Qui la piccola miglioria sta su “that young fellow” (quel giovanotto) che in italiano diventa “quella mezzacartuccia”. L’alterazione non solo è più comica ma si addice perfettamente al personaggio, come vedremo poi dopo nel resto del film.
    “Seccherebbe a qualcuno se facessi un tuffo acrobatico?”
    mamma2tuffo
    In originale il ragazzino chiedeva letteralmente “seccherebbe a qualcuno se mi esercitassi sul tuffo a bomba?”. Ovviamente l’ironia originale sta nel fatto che non serve far pratica per raffinare l’arte del uffo “a bomba”. In italiano la battuta risulta più divertente visto che preannuncia un tuffo acrobatico prima di eseguirne uno “a bomba” (o “a cofanetto”, come si dice in certe regioni).
    “Guarda che sta dicendo una balla!”
    mamma2ratbait
    Mentre Kevin guarda un film troppo violento per la sua età, partecipa attivamente ai dialoghi (come capita non di rado anche a certi adulti alle prese con film che li spaventano) commentando tra sé e sé che la donna nel film è spacciata (“she’s rat-bait” – per farvi capire il senso lo tradurrò come “è già bella che morta” / i sottotitoli del DVD propongono “è cibo per vermi”). Anche in italiano Kevin partecipa attivamente ai dialoghi del film ma invece di parlare tra sé e sé sembra addirittura parteggiare per lo spietato antagonista dal grilletto facile suggerendogli che le parole della donna fossero tutte balle. Un’alterazione che non solo si adatta perfettamente al labiale (“balla” sta benissimo su “bait”) ma che trovo anche più divertente di un più semplice “è spacciata”, tanto meno “è cibo per vermi” suggerito nei sottotitoli.

    Conclusione va’, oggi chiudiamo prima del solito!

    Nei dialoghi italiani ci sono tanti altri piccoli momenti comici come l’esclamazione “l’artrosi!” di pozzettiana memoria, oppure Kevin che dice “cavolo, sei stato un razzo!” frase rivolta a Babbo Natale dopo la comparsa della madre sul finale, proprio quando aveva espresso il desiderio di rivederla al più presto. In generale, insomma, l’adattamento di questo film si rivela ottimo, persino migliore del primo se contiamo che ha molti meno errori del capostipite, che già era fenomenale (l’articolo sul primo film lo trovate qui).

    artrosi

    Ahhh, l’artrosi!


    Difatti in questo film non mi pare di averne trovati di veri errori, tutte le differenze elencate qui ricadono nelle scelte di adattamento e non in errori a monte del processo interpretativo, e c’è una bella differenza tra le due cose.
    Chiudo con dire che Mino Caprio risulta sempre più comico nei panni di Marv, il suo ruolo in assoluto più memorabile… almeno fino all’avvento di Peter Griffin.
    giubilo_buz

    “Be’, adesso basta con questa svenevole manifestazione di giubilo”


    E per terminare l’articolo citando le parole del fratello Buzz… be’, adesso basta con questa svenevole manifestazione di giubilo (che ovviamente non era così memorabile in inglese) e buona visione a tutti, perché lo so che adesso avete voglia di rivedervi lo scheletro di Marv che urla in maniera effeminata. Ahhhhhhhh! Ahhhhhh! Ahhhhh!
    Alla prossima recensione, salvo imprevisti.
    mamma2knock
     

  • Mamma, ho perso l'aereo – Il film che nessuno sente il bisogno di chiamare "Home Alone"

    Vignetta di introduzione alla recensione dell'adattamento e doppiaggio italiano di Mamma ho perso l'aereo.
    Le feste natalizie sono sempre una buona occasione per rivedersi una di quelle commedie per famiglie che hanno segnato il Natale di un intero decennio e forse più: Mamma, ho perso l’aereo, visto di persona al cinema nel lontano 1991.
    Dopo l’adolescenza non lo rividi più, se non distrattamente in qualche passaggio televisivo. Nel frattempo, tra le tante cose, ho messo su un blog focalizzato sull’apprezzamento e sui rimproveri al doppiaggio italiano così ho pensato che fosse arrivata l’occasione giusta per rivisitarlo con occhi diversi, anzi, orecchie diverse.
    Con oltre un mese di ritardo, ecco la mia recensione dell’adattamento italiano di Mamma, ho perso l’aereo!
    Vignetta basata sulla scena dei due ladri del film Mamma ho perso l'aereo.
    Partiamo subito dal fatto che questo film del 1990 gode di un adattamento con i controcoglioni, dove le frasi non sono semplici traslitterazioni delle battute originali e dove il linguaggio dei bambini e degli adolescenti cerca (e trova) corrispondenze con quello degli italiani che all’epoca avevano la stessa età. Quindi non sorprendetevi se, mettendo a confronto le due versioni, potreste trovarci un “faccia di culo” che non corrisponde a nessuna offesa in inglese (e certamente non ad “ass-face”) mentre, poco dopo, un “puke-breath” (alito di vomito) viene semplicemente sostituito in italiano da un “Jeff”. In breve, nel doppiaggio italiano di questo film, le offese bambinesche sono state inserite laddove sembrava più appropriato, senza forzature nei dialoghi, senza che si trasformasse in una neo-lingua pseudo-adolescenziale derivativa dell’inglese ed inesistente in italiano (svegliati, Fright Night! Ti è arrivata una frecciatina).
    Inoltre, per la fortuna di tutti i posteri, questo film è giunto a noi in un periodo dove doppiare film dedicati ai più giovani non impediva di metterci espressioni come “porca puttana!” come espedienti comici, se la scena lo necessitava; tra l’altro erano gli stessi anni in cui anche nei Simpson comparivano battute piuttosto sboccate perché “faceva ridere”. Tale caratteristica non solo fa ridere ancora oggi ma ha sempre reso i film adolescenziali che venivano doppiati in quegli anni molto più realistici. Anche solo per questa caratteristica, il doppiaggio di Mamma, ho perso l’aereo resta memorabile. Idem per molti altri film partoriti sempre da John Hughes.
    Scena del film Mamma ho perso l'aereo, Babbo Natale che dice porca puttana. In inglese la battuta era: brutto figlio di
    Con questa premessa, vediamo tutte le alterazioni presenti nell’adattamento italiano, se e quanto fossero giustificate:

    La “cosina” delle francesi e altre alterazioni necessarie

    Il fratello Buzz, in italiano, chiede se è vero che le francesi si rasino la “cosina”. In inglese invece chiedeva se fosse vero che le francesi non si rasino le ascelle.
    Buzz, il fratello di Kevin McCallister
    È facile comprendere l’origine dell’alterazione. Anche in Italia, per le ragazze del 1990, era cosa abbastanza comune non rasarsi le ascelle, ma lo spettatore deve potersi immedesimare nella curiosità esotica di Buzz, buzzurro borghese americano, riguardo ad un trattamento estetico che per gli americani è cosa normale (rasarsi le ascelle) e nell’impatto culturale dello scoprire che non sia la norma in altri paesi. Così in italiano si è optato per far dire a Buzz che le francesi si rasano la “cosina”, che nel 1990 sembrava altrettanto esotico per noi italiani quanto lo era un’ascella pelosa per un americano.
    Lo zio di Kevin con citazione in lingua originale: look what ya did, you little jerk!
    Un elemento lessicale ricorrente nel copione originale è la parola “jerks” che in italiano varia sempre di traduzione adattandosi ai vari scopi, frase per frase. Da “per me quello è scemo” (he’s just being a jerk) al “guarda che cosa hai fatto, piccolo delinquente” (look what ya did, you little jerk!), oppure “quello fa sempre il cretino” (he’s acted like a jerk too many times). Ovviamente era difficile trovare un equivalente italiano che si adattasse univocamente a tutte le situazioni in cui jerk viene utilizzato, tuttavia questo non detrae dall’impatto di molte battute (come quella del “piccolo delinquente”/”you little jerk!”) che rimangono egualmente memorabili in entrambe le lingue.
    T-shirt con lo zio di Mamma ho perso l'aereo e la scritta look what you did, you little jerk!
    Altre alterazioni, che in un doppiaggio odierno sarebbero state probabilmente tradotte alla lettera (perché va di moda farlo), sono ad esempio la tardiva preoccupazione della madre quando sente di essersi dimenticata qualcosa e si chiede “ho spento il gas?” laddove in originale si chiedeva se avesse “spento il caffè”, oppure l’eggnog offerto a Joe Pesci (vestito da poliziotto) che in italiano diventa “un goccetto” e si adatta bene alla reazione stessa del personaggio che si sorprende che gli venga offerto. Possiamo anche aggiungerci i “wet bandits” che diventano “i banditi del rubinetto”, nomi che lasciano il segno in entrambe le lingue.

    Riferimenti che non avreste capito e che quindi sono stati cambiati

    mamma4
    Quando la madre di Kevin chiede se i bambini sono stati contati, la ragazza più grande risponde “11 inclusa me, 5 maschi, 6 femmine, 4 gentori, 2 autisti… e nessuno ha marcato visita“, quest’ultima affermazione è un tentativo di adattare in qualche modo una battuta altrimenti intraducibile “and a partridge in a pear tree“, che viene dalla canzone dei “dodici giorni di Natale” dove ogni strofa conta i regali ricevuti dall’amata(/o) e termina con il ritornello “e una pernice sul pero“. L’unica pecca è che “marcare visita” non si lega al Natale in alcun modo, né ad equiparabili filastrocche. La cosa che più si avvicinerebbe potrebbe essere “solo non si vedono i due liocorni”, ma lungi dal suggerire una battuta simile. Semplicemente non si può “rendere” tutto. È la dura legge della traduzione.
    [Una piccola curiosità aggiuntiva: al “secondo giorno di Natale”, la canzone conta due tortore (turtle doves) e proprio le due tortorelle saranno un elemento di rilievo nel secondo film. I riferimenti al Natale americano sono sparsi ovunque nei due Mamma ho perso l’aereo anche se, per via di una certa distanza culturale, ci è impossibile coglierli tutti, anche vedendo il film in originale. Sono i limiti intrinseci in cui si incorre guardando pellicole estere. Difatti consiglio la visione di questo film in lingua originale solo a coloro che hanno familiarità con la cultura americana altrimenti non ne trarrete alcun vantaggio aggiuntivo rispetto alla visione esclusivamente in lingua italiana. Sapere che gli americani dicono “fuck yeah!” e guardare The Walking Dead sottotitolato, ahimè, non qualifica.]
    mamma1
    Quando Babbo Natale si lamenta per la multa che trova sul tergicristalli, in inglese dice “what’s next? Rabies shots for the Easter Bunny?” (e poi che faranno, l’antirabbica al coniglio pasquale?) mentre in italiano è stata adattata in “e alla Befana che faranno, le sequestrano la scopa?“. Considerando che quella del coniglio pasquale è una figura giunta in Italia solo in anni recenti (grazie a Lidl?), la battuta fu intelligentemente “spostata” sulla Befana che, tra l’altro, è ben più natalizia del coniglio pasquale (e ovviamente nel 1990 non avevamo modo di sospettare che questo personaggio esistesse esclusivamente in Italia). Se volessi cedere ad un momentaneo ed atipico orgoglio nazionale, potrei dire che la battuta del sequestro della scopa alla Befana calza anche meglio (per quella che è la nostra cultura) dopo la multa all’auto di Babbo Natale, ben rappresentando un’immaginaria escalation di ritorsioni della polizia contro le figure tipiche del periodo natalizio.

    Riferimenti che non potevate capire in ogni caso

    mamma_life2
    Durante la permanenza della famiglia McCallister in Francia, vediamo i bambini che guardano alla TV un film in bianco e nero in lingua francese e si annoiano a morte. I genitori che portarono i figli al cinema nel 1991 per vedere questo film avranno forse riconosciuto (ma forse neanche in molti) La Vita è Meravigliosa, di Frank Capra.
    Se per un italiano del 1990 può sembrare semplicemente che i ragazzi nel film si stessero annoiando per via del film in bianco e nero (quale bambino italiano negli anni ’90 guardava film in bianco e nero a Natale???) questa scena è molto più significativa per gli americani dove La Vita è meravigliosa è, sin dalla fine degli anni ’70, non “un” ma IL classico di Natale! Ora vi spiego perché.
    Questa pellicola venne più o meno snobbata quando uscì nel 1946 ed il mancato rinnovo dei diritti d’autore nel 1974 la fece cadere nel dominio pubblico, così verso la fine degli anni ’70 divenne il film più trasmesso della televisione americana nel periodo natalizio, acquistando una popolarità inaspettata, tanto che nel 1990 (anno di Mamma, ho perso l’aereo, tra l’altro), la Biblioteca del Congresso scelse di preservarlo nel suo archivio dedicato ai film “di importanza storica, culturale o estetica”. Per farla breve, è il film che qualsiasi famiglia americana si aspetta di vedere ogni Santo Natale… così si spiega l’espressione dei bambini in Mamma, ho perso l’aereo che sono costretti a vederselo in una lingua a loro sconosciuta (il francese), cosa che fa immedesimare anche meglio lo spettatore americano nelle disavventure natalizie dei McCallister, sapendo che si sentirebbe perso senza poter godere tale film a dicembre.
    Se dovessi riportare la loro situazione ad un equivalente italiano moderno, vi basti immaginare di ritrovarvi a Natale a vedere Una poltrona per due in una lingua straniera a voi sconosciuta (russo? Ceco? Fate voi).

    mamma_life1

    (da “Mamma, ho riperso l’aereo”)


    Questo elemento culturale era ovviamente fuori dalla portata di qualsiasi doppiaggio e adattamento, in poche parola BISOGNA essere americani per percepire quella scena allo stesso modo. La cosa si fa ancora più comica quando, nel secondo film, in McCallister vanno in Florida e trovano l’attesissimo classico di Natale solo in spagnolo.
    A questo punto mi domando se in francese questa scena del primo film non abbia un impatto ancora minore!
    mamma_pizza
    Un’altra nota di cultura americana… il ragazzo delle pizze di “Little Nero” è minorenne, consegna la pizza in macchina perché negli Stati Uniti si può avere la patente dai 16 anni, età in cui gli adolescenti neo-patentati corrono a comprarsi le auto più economiche che possono permettersi (e quindi spesso le più sgangherate). Quella scena del fattorino auto-munito è l’equivalente di un adolescente italiano che porta le pizze col motorino, solo che quando ero più giovane (prima di Wikipedia, di internet e prima di aver visto Licenza di Guida) lo ignoravo ed il fatto che buttasse giù la statuetta dei McCallister ogni volta che veniva a consegnare una pizza lo attribuivo ad un atto di goffaggine del guidatore, non al fatto che avesse poca esperienza come autista.

    Tocchi di classe

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    Il finto film noirAngels with Filthy Souls (titolo parodistico sulla falsa riga di Angels with Dirty FacesAngeli con la faccia sporca), che Kevin si guarda in assenza dei genitori, ha un doppiaggio che ricorda quello degli anni ’50-’60 e che ben si adatta allo stile del film. In questo finto noir compare il personaggio di “Snakes”, italianizzato in un più familiare e funzionale “Cobra”, al quale il cattivo Johnny fa la conta da uno a dieci (one… two… ten!) per far sparire la sua brutta faccia gialla. In italiano mi è sempre sembrato che il doppiatore dicesse “uno, due, tie’!“, probabilmente per rimanere nel labiale del “ten” sebbene a scapito dell’ironia di una conta da uno a dieci composta da tre numeri. Sempre che non si tratti di un problema di missaggio audio in cui il suono del mitragliatore va a coprire il finale di “dieci” (die—).
    mamma_change
    Come tutti saprete sicuramente, la scena si conclude con l’immortale “tieni il resto, lurido bastardo!“, adattamento di “keep the change, ya filthy animal!“. Questa scelta memorabile purtroppo non funzionò altrettanto bene nel seguito quando la stessa frase veniva usata riferendosi ad una donna e quindi il “Merry Christmas, ya filthy animal!” torna ad essere più fedelmente “Buon Natale, maledetto animale“, ma adiós riferimento alla battuta del primo film.

    Sul titolo italiano…

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    Potrei forse associarmi alle più inutili lamentele sul web/gruppi Facebook e lagnarmi del titolo italiano? “Mamma, ho perso l’aereo” è un titolo anni ’90 che ancora oggi funziona alla perfezione. Al contrario di molti altri titoli dell’epoca, alterati unicamente per attirare gli spettatori al cinema in modo truffaldino, con scelte che non c’entravano niente con la trama (Balle Spaziali 2 – La Vendetta docet), “Mamma, ho perso l’aereo” dà al consumatore esattamente ciò che promette e non fa finta di essere un film diverso per poi tradire le aspettative di un qualsivoglia potenziale spettatore.
    Paradossalmente, un letterale “Solo in casa” avrebbe avuto un effetto diametralmente opposto, suggerendo un film potenzialmente sconsigliato ai minori. È logico che sia stato cambiato e non mi sorprende affatto scoprire che non siamo stati di certo l’unico paese a farlo (Maman, j’ai raté l’avion! / Mi pobre angelito / Kevin sam w domu). La vicinanza al titolo francese in realtà mi fa supporre che siano stati gli stessi produttori a suggerire titoli alternativi per il mercato estero, altrimenti quale incredibile coincidenza che entrambi i paesi, Francia e Italia, abbiano scelto per puro caso la medesima formula?

    Urla autentiche

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    Quasi tutte le urla (di dolore o di gioia) che sentiamo nel film sono state lasciate in originale e, vista l’eccelsa scelta degli interpreti, si nota relativamente poco se non fosse per quei “whoa!” di Kevin che certamente in Italia suonavano leggermente stravaganti nel 1990 ma, in ogni caso, attribuibili ad un modo di esprimersi di uno specifico bambino (il protagonista). Ricordo che all’epoca mi risultava molto curioso (e molto “americano”) quel modo di esternare estrema sorpresa.
    L’unica distrazione (mai notata in più giovane età ma palese adesso) viene dalla scena in cui Kevin corre per la casa dopo aver fatto “sparire” la famiglia e urla “I’m free! Free!” (sono libero). Per un orecchio italico impreparato può sembrare semplicemente che Kevin stia urlando di felicità (qualcosa come “iiiiiiii!”), col senno di poi ci sento benissimo “I’m free!!!” e mi sembra così strano che non sia stato doppiato che, memore di esperienze come l’audio 5.1 di Terminator, mi domando se non si tratti di una clip audio “perduta” nel missaggio per DVD. Non sarebbe la prima volta.

    Frasi più memorabili in italiano

    mamma11
    Come tutti i film della propria giovinezza visti in italiano, è facile avere delle battute rimaste impresse che poi, andandole a scoprire in lingua originale, possano risultare meno memorabili o di minor impatto.
    Questa è la mia personale lista:
    Il sale intacca i cadaveri e li trasforma in mummie.
    (The salt turns the bodies into mummies.)
    Le famiglie rompono!
    (Families suck!)
    Erano anni che mi perseguitava [il seminterrato].
    (It’s bothered me for years.)
    – Larry le vuoi parlare tu? C’è una signora che mi sembra un po’ suonata.
    (Larry can you pick up? There’s some lady on hold, sounds kind of hyper.)
    seguìto da:
    – Rose? La suonata sulla due.
    (Rose? Hyper on two.)
    [“la suonata” fa più ridere di “l’isterica”.]
    Poi ancora…
    mamma7
    Quando la mamma di Kevin offre i suoi orecchini alla coppia di anziani, il marito le risponde che la moglie ne ha tanti che non sa che farsene, ne ha una scatola da scarpe piena, sembra un albero di Natale (mettendosi la mano all’orecchio e muovendo le dita). In realtà in inglese sottolineava soltanto come la moglie ne avesse già tanti di orecchini, inclusi quelli “a pendente” (dangley ones). Il gesto che il vecchio fa con la mano all’orecchio serviva a prendere in giro la gestualità della mamma di Kevin intenta a offrire i suoi orecchini (che erano del tipo “a pendente” per l’appunto).
    La battuta del “sembra un albero di Natale” la trovo più spassosa ed ispirata rispetto ad un banale “a pendente” (ed è anche a tema). Ovviamente è Mario Milita (nonno Simpson) che dà la voce al vecchio scorbutico, chi altri poteva essere? Sarà forse quello che l’ha resa memorabile.
    mamma5
    Un’altra piccola battuta viene adattata quando un presentatore televisivo legge delle comiche lettere indirizzate a Babbo Natale: “l’anno scorso ho avuto una sorellina, quest’anno preferirei un robot“, con robot in sostituzione di clay dough (quello che ai miei tempi si chiamava didò), trovo l’alterazione non soltanto leggermente più spassosa ma che sia rimasta anche più duratura, dal momento che in Italia quel materiale ha assunto nomi diversi a seconda delle varianti e dei periodi storici (DAS, pongo, plastilina…). Un robot sarà sempre un robot.

    Scelte di adattamento molto dubbie

    Queste le lascio sempre per ultime e stavolta si tratta di poca roba, ed il fatto che sia poca roba la dice lunga sulla qualità di adattamento di questo film in generale.
    Quando il “re della polka” (John Candy, doppiato dal sempre spassoso Paolo Buglioni) racconta di aver lasciato suo figlio alle pompe funebri, in italiano narra di come il bambino fosse rimasto chiuso dentro con la madre morta quando in realtà in inglese parla di un generico cadavere (si può supporre un parente, forse un nonno). L’errore deriva forse da una frase lasciata a metà nel momento in cui John Candy nomina la moglie (“the wife and I…”). Mi domando se non fosse anche in questo caso una scelta voluta per aumentare l’effetto tragicomico della storia che John Candy raccontava, in modo del tutto fuori luogo (come spesso accade ai personaggi comici di Candy), alla madre di Kevin “per farla sentire meglio”.
    mamma8
    Un’altra frase che mi lascia allibito (e che da giovane non avevo mai neanche capito perché non avevo familiarità col termine usato) è quella della madre che, tornata a casa il giorno di Natale, esclama:

    qualcuno corra al drugstore, non abbiamo nemmeno il latte.

    (in originale: someone has to find an open store. We don’t have milk.)
    Onestamente mi domando quale fosse il fascino perverso nei primi anni novanta per questa parola “drugstore” (tra l’altro pronunciata anche correttamente “dragstor”). Difatti, la stessa parola l’avevamo già trovata nel Silenzio degli Innocenti (1991) e si può dire che ad oggi sia effettivamente scomparsa dal vocabolario del doppiaggese, in netta controtendenza moderna a mantenere tutti i riferimenti possibili e immaginabili in inglese (a volte portando i dialoghi italiani al limite della farsa). Posso solo supporre che in quegli anni, “drugstore” identificasse, con una sola parola importata, un tipo di negozio che in Italia non aveva alcun corrispettivo: quelli che rimangono aperti tutta la notte e che vendono un po’ di tutto (oltre a fare da farmacia). Forse l’evoluzione delle attività commerciali italiane ha reso molto presto obsoleta questa parola d’importazione.

    Evit, giustifichi sempre tutti i doppiaggi “del passato”, non hai nessuna vera lamentela?

    Mettiamocele va’, sennò mi dicono che sono nostalgico (ignorando che mi sono già lamentato di grandi classici del passato).
    mamma_grinch1) Ho sempre trovato curioso, già dalle prime visioni di questa pellicola, che i classici di Natale che Kevin si guarda in TV siano tutti doppiati tranne il cartone animato del Grinch. All’epoca ovviamente non sapevamo cosa fosse il Grinch ma avrei apprezzato che anche quello comparisse doppiato (magari ricostruendo la canzone che sentiamo nel cartone animato, perché no!), giusto per non spezzare quella illusione che, eccetto in quella scena
    del Grinch, durante tutto il film non viene mai meno!
    (mi riferisco ovviamente all’illusione creata dal doppiaggio che ci permette di guardare un film straniero facendoci credere di star assistendo alle vicissitudini di persone che parlano altre lingue diverse dalla nostra ma che noi, “per magia”, riusciamo a capire e blah-blah, blah-blah, blah-blah…! Dai su, lo sapete già ormai, leggete questo blog da una vita, non mi fate dire sempre le stesse cose).
    Il cartone del Grinch torna anche nel secondo film e anche lì non è doppiato.
    mamma6
    2) La frase della sorella (o cugina?) preoccupata “ma è così piccolo, secondo te è un po’ picchiato?” mi è sempre sembrata stramba (sebbene il labiale sia sopraffino e forse ne è la sua unica giustificazione). In originale era “but he’s so little and helpless. Do you think he’s flipped out?” che significa “ma è così piccolo e indifeso. Secondo te è spaventato a morte?”. Capisco quale possa essere l’origine dell’errore, scambiare “he’s” come abbreviazione di “he is” quando invece lo è di “he has”, da questo assunto errato hanno presumibilmente interpretato “flipped out” come sinonimo di “impazzito”. Un errore a suo modo comprensibile, sebbene non giustificabile. Perché dovrebbe essere “un po’ picchiato” se la colpa è loro per averlo lasciato a casa? Ovviamente la domanda della ragazza non combacia poi molto bene con la risposta del fratello.
    mamma12
    3) C’è un’altra battuta che penso sia stata alterata per un errore umano in fase di traduzione, quando il vecchio incontra Kevin in chiesa e gli chiede se è stato buono. Kevin inizialmente dice di sì ma quando il vecchio incalza con un “puoi giurarlo?”, Kevin nega. Il vecchio allora gli risponde “yeah, I had a feeling” (letteralmente: “già, ne ho avuto il presentimento”, traducibile semplicemente come “già, lo immaginavo” o “lo avevo capito”). La risposta nel film doppiato invece riporta un “io mi sentivo triste” che poi continua con la storia di come la chiesa fosse il luogo ideale per chi è scontento di sé. È lecito pensare che abbiano voluto affrettare il discorso dato che nella frase successiva c’era effettivamente poco tempo per far entrare tutte le parole che il vecchio diceva in inglese, tuttavia mi domando se quel “I had a feeling” non sia stato mal interpretato a monte e quindi sia stato poi tradotto erroneamente come “io mi sentivo triste”.
    Tra parentesi, chi doppia il vecchio è il mitico Nando Gazzolo, di cui già parlai qui.
    Basta, ho parlato anche troppo…

    CONCLUSIONE!

    Mi resta solo da dispensare un paio di complimenti al gruppo che ha lavorato al doppiaggio di questo film, a partire dalla direttrice di doppiaggio Silvia Monelli e dalla sua scelta degli interpreti, all’incredibile prova di Ilaria Stagni su Macaulay Culkin, lei poco più che ventenne all’epoca (e famosa anche per Bart Simpson). Un complimentone anche a Mino Caprio che in questo film non solo è lontano da altri suoi personaggi (come Peter Griffin in cui sembra esserti fossilizzato di recente) ma, in generale, ci dona un’incredibile interpretazione comica che si integra anche molto bene con gli strilli non doppiati di Daniel Stern. In proposito, sarebbe carino vedere una versione doppiata da Caprio di questo video che Dainel Stern ha pubblicato su YouTube come risposta a quest’altro video di Macaulay Culkin (basta che non la faccia alla Peter Griffin, s’intende).
    Qualcuno faccia in modo in modo che accada.
    Ci rivediamo a New York.
    Kevin che si appresta a mangiare un piatto di macaroni cheese accompagnato da un bicchiere di latte. La vignetta dice: Macaroni cheese, m'hai provocato e io te distruggo adesso. Ad imitazione della famosa frase di Alberto Sordi.

  • Ehi, ma che cazzo è? È Terminator Genisys

    Non sapete quanta voglia io abbia di parlare nuovamente di Terminator Genisys… spero che la mia ironia sia palese, siamo tra il “così me lo tolgo dai piedi” e il “lo faccio perché mi è stato chiesto da uno sull’internet“; siccome qualcosa da dire dopotutto ce l’ho, ecco l’articolo su Genisys ed il suo adattamento italiano. Contenti, no? Parliamo ancora di Genisys! Fate cadere i palloncini.
    scena della festa di capodanno nel parco di Grattachecca e Fighetto, dai Simpson
    Terminator Genisys, per come è ideato, ci mette davanti ad una situazione curiosa per il doppiaggio italiano: il misto tra alcune battute adattate 31 anni fa ed il resto delle battute adattate oggi, nel 2015; Genisys infatti ripropone tantissimi dei dialoghi originali mettendoli in bocca a nuovi attori, dalle frasi più famose fino a quella del monnezzaro che impreca contro il suo camion.
    Scena dal film Terminator dove Bill Paxton vestito da punk urla in facci al robot minacciandolo con un coltello. La vignetta legge: sciacquati la bocca con il sapone quando citi Terminator del 1984
    In particolare, la sequenza del monnezzaro della versione americana di Genisys fa leva su un’imitazione della frase del primo film mentre la versione italiana, tristemente, reinterpreta in chiave “moderna” ma ci ritorno su questa scena, eh se non ci ritorno!
    Ciò che mi ha subito sorpreso dei dialoghi presi dal primo film e qui “riproposti” è stato il coraggioso rispetto delle fonti. Difatti i dialoghi italiani che originano dal primo Terminator, quelli creati dalla Letizia Ciotti Miller, sono riportati fedelmente in questo adattamento di Terminator Genisys a cura di Fabrizio Pucci, il quale Pucci troviamo sia ai dialoghi che alla direzione del doppiaggio.
    Oggi giorno, tale fedelissima attenzione è cosa abbastanza rara e l’unico comprensibile cambiamento pare sia avvenuto per la storica “I’ll be back” che in questo film diventa “tornerò” (mentre nel doppiaggio del 1984 era stata tradotta con il tanto lamentato “aspetto fuori“), ma non è neanche un vero cambiamento in realtà! Potremmo infatti sostenere che “tornerò” sia stata presa dal doppiaggio del secondo capitolo della saga, altro film citato in Genisys, e quindi che omaggi T2 più che Terminator nello specifico.
    Anche non ricordando precisamente i dialoghi italiani del 1984, potrete facilmente identificare le battute “storiche” della Ciotti-Miller perché sono le uniche frasi che stonano leggermente con il resto dell’adattamento moderno; del resto in 31 anni lo stile e i metodi di lavoro nel mondo del doppiaggio sono cambiati in maniera totale e in questo film si scontrano verbalmente, se avete le orecchie per farci caso.

    Nuova versione della scena dei punk in Terminator Genisys

    Fate click sull’immagine per vedere la scena


    Un’altra occasione unica per gli appassionati del doppiaggio è stata quella di ritrovare Alessandro Rossi che va a ridoppiare Schwarzenegger anche nelle sequenze del 1984, regalandoci un grandissimo “ma se…?”: ma se Rossi avesse doppiato Schwarzenegger anche nel primo Terminator al posto di Glauco Onorato? Queste sono occasioni rare per i fanatici del doppiaggio.
    Sapete già dal mio articolo sull’adattamento di Terminator che la voce di Onorato su Schwarzenegger in quel film non mi è mai andata a genio, per le ragioni che ho già spiegato nell’articolo stesso, quindi ritrovare Rossi nelle sequenze del 1984 è stato certamente… interessante.
    Purtroppo i miei complimenti a Genisys terminano qui.

    MONNEZZARO 1984 vs. MONNEZZARO 2015

    Il monnezzaro di Terminator (1984)

    Fate click sull’immagine per vedere le scene a confronto


    versione 2015 in inglese : What the hell?
    versione 1984 in italiano: Ehi, ma che diavolo gli prende a questo maledettissimo figlio di puttana? Ehi, ma che cazzo è? (voce di Carlo Marini IDENTICA a quella originale)
    versione 2015 in italiano: Ma che cazzo è (con tono molto rabbioso, assente in inglese, e voce impostatissima)
    Tale scena viene riproposta in Genisys leggermente abbreviata, così non mi sorprende scoprire che, sia in inglese che in italiano, abbiano mantenuto unicamente il secondo “what the hell?” (quello che in italiano era “ehi, ma che cazzo è?“). La lieve differenza è che quel “ma che cazzo è” era riferito ai lampi e non al camion che smette di funzionare. Ad ogni modo, quella che è a tutti gli effetti una frase insignificante del film originale, per me rimane immortale sia in inglese sia per come fu resa identicamente in italiano da Carlo Marini e il sentirla banalmente riproposta con la tipica voce rabbiosa e molto impostata che oggi giorno mettono su CHIUNQUE, si tramuta nell’ennesimo promemoria su come il nuovo modo di recitare sia spesso tremendamente standardizzato, stereotipato, piatto e neanche necessariamente fedele all’originale come si potrebbe credere.
    Se al lettore occasionale questa sull’esclamazione del monnezzaro può sembrare una critica puntigliosamente inutile, sicuramente non mi conosce ma forse non si rende neanche conto che tale minuscola espressione presente in Genisys è tremendamente rappresentativa di come si doppia oggi; che se mettiamo un doppiatore della “vecchia scuola” accanto ad un doppiatore “odierno”, questi due strideranno da morire. Non è solo la mia opinione ma lo era anche del fu-Glauco Onorato in questa intervista del 2011 (dal minuto 10:02) e di Michele Kalamera in questa lunghissima intervista (da 3:52:40 a 3:56:38).

    IL MESSAGGIO DI JOHN ALLA MADRE

    versione 1984

    Grazie Sarah per il tuo coraggio negli anni oscuri. Io non posso aiutarti in quello che presto dovrai affrontare se non dicendoti che il futuro non è deciso. Tu devi essere più forte di quanto immagini tu possa essere. Tu devi sopravvivere, altrimenti non potrò esistere.

    versione 2015

    Grazie Sarah per il tuo coraggio negli anni oscuri. Io non posso aiutarti in quello che dovrai affrontare ma il futuro non è deciso. Non c’è alcun fato se non quello che creiamo noi stessi. Devi essere più forte di quanto immagini tu possa essere. Tu devi sopravvivere, altrimenti io non potrò esistere.

    La vera differenza sta nella frase sul fato, aggiunta nei dialoghi originali (in inglese) per far riferimento, a posteriori, anche a Terminator 2.Altre alterazioni sembrano più dovute a questione di “tempi” che a scelte stilistiche.

    John Connor stringe la mano a Kyle Reese e nella vignetta gli dice salutami a mammeta

    I DIALOGHI DEL TERMINATOR

    Non l’ho ucciso. Fra poco il T-1000 scopre la nostra posizione.

    Dopo oltre 30 anni il Terminator non ha ancora imparato la lingua sufficientemente bene da poter dire “fra poco scoprirà la nostra posizione”? Sempre questione di tempi? Chi sa. Non è propriamente un errore, ma neanche ciò che direbbe naturalmente una persona in… “italiano”. La scusa che si tratti di un robot non regge come giustificazione. Anzi, sembra che nonostante la trentina d’anni passati a contatto con gli umani, il terminator si sia rincoglionito ancora di più, specialmente quando poco dopo esclama cose tipo…

    Terminator che esclama: siamo stati recuperati

    Fate click sull’immagine per vedere la scena

    we’ve been reacquired

    che in italiano diventa incomprensibilmente…

    siamo stati recuperati

    …quando il T-1000 li raggiunge con l’automobile.
    Sebbene comprendo che si volesse rendere in qualche modo il dialogo simil-militare del terminator che parla di essere stati “riacquisiti”, trovo che l’uso della parola “recuperati” sia una scelta piuttosto ambigua e confusionaria. Il termine “re-acquired” difatti deriva dal termine militare del “target acquisition” che in italiano si traduce con “localizzazione dei bersagli”; con una traduzione meno bella questo potrebbe diventare “acquisizione dei bersagli” (termine che comunque è stato anche usato in passato), ma certamente è difficile da ricondurre ad un “recupero dei bersagli”, che indicherebbe piuttosto la cattura dei bersagli e non la loro individuazione.
    Una battuta che trovo più divertente in italiano è la seguente:

    Kyle: Sei già stato qui?
    T-800: Mi sono infiltrato tra gli operai che ci hanno lavorato.
    Sarah: Hai un lavoro nell’edilizia?
    T-800: Sono un esubero.

    In inglese alla richiesta “hai lavorato nell’edilizia?”, Schwarzenegger rispondeva semplicemente “until I was laid off”, ovvero “finché non mi hanno licenziato”. La scelta della parola “esubero” è particolarmente azzeccata perché negli Stati Uniti, patria del licenziamento senza giusta causa, c’è differenza tra “laid off” e “fired”.
    Mentre “fired” si usa quando una persona viene licenziata per ragioni personali (non lavora bene, ha offeso il capo, ruba o simili)…

    Scena da Ritorno al Futuro 2 con Marty McFly che guarda il fax di licenziamento con scritto YOU'RE FIRED

    (Ritorno al Futuro 2)


    …”laid off” viene usato invece quando si perde il lavoro per via della situazione economica dell’azienda (recessione, tagli al personale)…
    Scena dal film Chi ha incastrato Roger Rabbit nella quale vediamo la scritta laid-off

    (Chi ha incastrato Roger Rabbit?)


    …ovvero in tutti in quei casi in cui si viene licenziati per un eccedenza di personale rispetto alle necessità/disponibilità economiche dell’azienda (e di solito si finisce in cassa integrazione).
    Quindi “laid off” vuol dire letteralmente “licenziato per eccedenza di personale”, che poi è l’esatta definizione di esubero. Chapeau!

    I DIALOGHI DI KYLE REESE

    Kyle Reese che chiede chi è il lavoro in pelle? Ovvio riferimento a Blade Runner

    Reese: Chi è il lavoro in pelle?

    Questa battuta era identica in inglese purtroppo (“skin job”) quindi non possiamo dare la colpa all’adattamento italiano in questo caso. Con questo termine non viene fatto riferimento ad un precedente capitolo della saga di Terminator ma ad un altro film di culto degli anni ’80, Blade Runner. Starete pensando “cavolo, Genisys si appiglia così tanto alla nostalgia anni ’80 che comincia a citare anche altri film di quel periodo!”. A me invece piace pensare che sia un intenzionale indizio per farci presagire l’orrore che si presenterà a noi tra un paio di anni… ebbene sì, l’ennesimo seguito non richiesto dell’ennesimo film di culto anni ’80: Il Secondo Tragico Blade Runner. Abbiate paura, abbiate molta paura.
    Ad ogni modo, i fan accaniti di Blade Runner non hanno apprezzato la strizzatina d’occhio fuori luogo.
    Continuiamo con le frasi di Kyle Reese:

    Skynet è soltanto un programma. Finché è in sviluppo, è bloccato. Ma appena viene caricato sul server… non può più essere fermato.

    Dato che non sono proprio ignorante del mondo del computer e conoscendo la trama del film, quel “appena viene caricato sul server” mi puzzava un po’ quando lo sentii al cinema. Skynet caricato SUL server? Quale server? Su un solo server? Quindi sono andato a verificare e in originale diceva:

    Skynet is a computer program. As long as it’s still being coded, it’s contained. Once is uploaded from the servers… it can’t be stopped.

    Come volevasi dimostrare, la situazione è la seguente:

    1. ci si dovrebbe riferire ai server al plurale;
    2. Skynet (sotto forma di sistema operativo “Genisys”) si trova nei server della Cyberdyne in attesa di essere rilasciato, quindi l’upload dovrebbe avvenire “DAI server” e non “SUL server”.

    Un “ma una volta messo in rete” sarebbe stata una soluzione di gran lunga più elegante ma avrebbe voluto dire omettere la parola “server”, allontanandosi TROPPO dalla frase originale secondo gli standard odierni… e tale pratica sappiamo che è diventata tabù nel mondo del doppiaggio moderno dove la creatività viene disincentivata (solitamente dai supervisori americani) in cambio di frasi-fotocopia.
    Scena dal film Fantozzi quando al ristorante cinese gli implorano di non chiedere pane. Nella vignetta si dice che la creatività è proibita
     

    ERRORI DEL 1984 INCONTRANO QUELLI DEL 2015 E SI RICONOSCONO

    Abbiamo un poliziotto anziano che cerca di convincere un giovane agente del 2017 che l’apparizione di Kyle e Sarah in una sfera di luce sia la prova di ciò che sostiene da oltre trent’anni, ovvero che esistono dei viaggiatori del tempo. Questo a riprova di quanto vide nel 1984 da giovane poliziotto di pattuglia che era.
    Per questo la battuta…

    è la prova di quello che ti dico da ormai… da 30 anni

    …puzza pure questa di errore. Che TI dico? Come fa ad averglielo detto per 30 anni se collega a cui si rivolge ne dimostra appena 35 e non è suo parente?
    Difatti in inglese diceva:

    this is proof of what I’ve been talking about for 30… whatever years.

    cioè è la prova di quello che l’anziano poliziotto cerca di dire da 30 anni e passa… ma non è indirizzato a nessuno in particolare. Curioso che siamo nel 2015 e vengono commessi errori PRATICAMENTE IDENTICI a quelli che si commettevano nel 1984 (quando Kyle Reese diceva “tu ancora non mi credi” invece di “voi ancora non mi credete”); solo che nel 2015 si hanno molte meno scuse di 30 anni fa.
    Scena del film Terminator Genisys. Un poliziotto cerca di convincere altri due

    IL FINALONE

    – Papà! Credevo che fossi morto!
    – No, solo app-gradato!

    Ed Evit in lacrime dalle risate, tanto ormai…
    In un film dove sono stati sempre attenti a non cadere nella trappola dei termini informatici (“caricato” al posto di “uploaded” ve ne dà un’idea), un trattamento di cui non tutti i film moderni possono vantarsi (pensate all’osceno “posso uploadarmi nel mainframe della nave” di L’Uomo d’acciaio), ecco che si presenta sul finale una battuta dove hanno optato di far dire ad Alessandro Rossi quel termine italianizzato: upgradato (che tra l’altro suona proprio come “app gradato” a me che non ho l’abitudine di pensare “giovane”).
    Ad ogni modo, visto che la frase era comunque una battuta, direi che sono riusciti nello scopo di farmi ridere (sebbene non per lo stesso motivo per cui si ride in lingua originale). Quasi comprendo la necessità di optare per “upgradato” ma non la giustifico, né la approvo, né la apprezzo. Peccato sciupare un record invidiabile per un film di fantascienza altrimenti scevro da inglesismi e neologismi. Proprio sul finale… ce l’aveva quasi fatta.
    Foto sul set: un uomo da indicazioni ai membri della troupe. La vignetta parla di una supercazzola di Amici Miei

    In conclusione, un film adattato discretamente bene rispetto alle mie iniziali aspettative (insomma non è Captain America 2) con la curiosa “intromissione” di frasi adattate invece 30 anni fa e che stanno lì a sottolineare (per i più attenti e sensibili all’argomento) come siano cambiati i tempi anche per il doppiaggio italiano. In ogni caso si tratta di una invidiabile prova di fedeltà verso le fonti che probabilmente riflette proprio una volontà dei produttori americani, visto che l’intero film altro non è che una massiccia “operazione nostalgia”.
    Resta la presenza di alcuni errori nell’adattamento di Genisys i quali, seppur numericamente inferiori agli errori dell’adattamento del primo film del 1984, sono ancor meno giustificabili di quelli di trent’anni fa.

    Però ce l’aveva quasi fatta.

    Foto dal set, Schwarzenegger guarda le foto della sua copia digitale e la vignetta ricorda Johnny Stecchino con la sua battuta storica: non mi somiglia per niente

  • "AMMIRATELO!" – Una conversazione col dialoghista Valerio Piccolo

    AMMIRATELO!!!

    Il grande Piccolo


    Evit: Piacere di conoscerti Valerio e benvenuto. Come forse avrai avuto modo di notare, il blog Doppiaggi Italioti è un blog di critica al doppiaggio italiano condito da una vena comica e con la parola “critica” intesa nel senso più neutrale possibile, difatti elogiamo sempre i doppiaggi ben fatti con la stessa energia con cui critichiamo quelli meno riusciti.
    Nel mio blog (e qui parlo al plurale estendendolo anche ai miei lettori e pochi collaboratori) siamo i cultori dei dialoghi tradotti che sembrano nati in lingua italiana e non di quelli pedissequamente tradotti dall’inglese, a volte direttamente con costrutti anglosassoni, conditi da parole non tradotte e altamente estranianti. Questa mia fissazione per i doppiaggi ben fatti mi ha portato a trovare te, Valerio, dato che sono molti anni che ritrovo il tuo nome nei titoli di coda di film di cui ho apprezzato molto i dialoghi italiani (lista dei suoi lavori –> qui).
    Ci racconti le tue origini professionali e come sei entrato nel mondo dell’adattamento dei dialoghi per film doppiati? Perché mi pare di capire dal tuo sito web che questa attività di dialoghista sia secondaria rispetto alla tua vera professione.
    ValerioDiciamo che la mia vita si divide a metà, tra musica e doppiaggio. Sono infatti anche un cantautore e chitarrista con 3 dischi alle spalle e vari progetti musical-teatrali in piedi tra Italia e Stati Uniti. Professionalmente però “nasco” traduttore, e dopo anni di lavori in campo letterario, nel 2000 ho avuto un’occasione per cimentarmi nel mondo del doppiaggio. Casualmente, quasi. Un amico, che all’epoca lavorava da fonico di doppiaggio e che sapeva del mio lavoro di traduttore, mi disse che una società cercava traduttori/adattatori “giovani”, e allora pensai: “Perché no?”. Era un società coraggiosa, che evidentemente credeva in me e non ebbe paura di lanciarmi sul mercato: contrariamente alla gavetta classica di un dialoghista, il mio sesto adattamento in assoluto fu già un film di circuito!
    Valerio Piccolo con Suzanne Vega

    Valerio Piccolo con Suzanne Vega


    E: come si diventa dialoghista di professione e a quali regole non scritte ti attieni per produrre ciò che ritieni un buon dialogo adattato?
    V: Come forse saprai, a tutt’oggi non esiste un vero e proprio iter “ufficiale” per diventare dialoghisti. Non esistono diplomi o lauree “ufficiali” e i vari master e corsi di cui sento parlare lasciano (almeno per la mia piccola esperienza) il tempo che trovano. Nel mio caso si è trattato praticamente di un percorso da autodidatta, e ho imparato quasi tutto sul campo. Dopo quella “chiamata” da parte della società di doppiaggio di cui parlavo prima, ho avuto un paio di “lezioni” da una dialoghista, e poi ho dovuto fare da solo. Secondo me, resta un lavoro in cui le regole non scritte sono maggiori di quelle scritte. E non è per forza un male, se lascia spazio alla creatività individuale. Certo è che ci vogliono alcuni requisiti di base che, a mio parere, sono indispensabili: la conoscenza dell’inglese, almeno, e un’ottima proprietà dell’italiano. Ma anche ritmo, musicalità e cultura cinematografica, indubbiamente.
    E: Spesso che chi dirige i doppiaggi è anche responsabile dell’adattamento, nel tuo caso invece possiamo dire che tu sia uno specialista di soli dialoghi e adattamento. Quanto fedelmente viene rispettato il lavoro di traduzione e adattamento dal direttore del doppiaggio?
    V: Io mi aspetto che un direttore di doppiaggio rispetti il lavoro di un dialoghista, soprattutto per quanto riguarda la fedeltà all’originale e il registro stilistico. Per il resto, però, penso che il doppiaggio sia un vero e proprio lavoro d’equipe, per cui ben vengano i cambiamenti in sala, se in quel momento si trovano soluzioni più felici. Il copione che io adatto poi passa l’esame di tanti altri occhi: i cambiamenti sono inevitabili e, nella maggior parte dei casi, scelte che migliorano il prodotto finale.
    E: La casa di distribuzione (e per estensione la celeberrima figura del supervisor americano) ha una qualche influenza su colui o colei che adatta il copione in italiano oppure questa interagisce soltanto con i direttori di doppiaggio in sala?
    V: Da una seria società di distribuzione mi aspetto sempre un confronto sui dialoghi, ancor prima che il copione da me adattato entri in sala di doppiaggio. Per fortuna, ho a che fare con responsabili delle edizioni italiane molto professionali, e quindi questo succede quasi sempre. Più un copione arriva in sala “perfetto”, più il lavoro del direttore di doppiaggio sarà facilitato. Poi, certo, supervisor e responsabili hanno il compito (il dovere?) di relazionarsi con il direttore, e ovviamente assistere in sala ai turni di doppiaggio, per intervenire dove sia necessario.
    E: hai mai avuto conflitti creativi in merito ad un tuo lavoro? E come si sono risolti, se si sono risolti?
    V: È successo, può succedere, e probabilmente succederà ancora. A volte i conflitti si risolvono costruttivamente e, come ho detto prima, possono anche portare ad un migliore prodotto finale. A volte, invece, una delle due parti deve abbozzare, magari. Ma questo vale per tutti i lavori, no?
    E: Molti italiani si lamentano, spesso motivatamente (ma non sempre), dell’alterazione dei titoli e sappiamo che l’ultima parola ce l’hanno i pubblicitari dell’ufficio marketing della distribuzione italiana il cui lavoro è attirare al cinema il maggior numero di persone. Tu, come dialoghista e adattatore, proponi titoli tuoi?
    V: No, mi sarà successo al massimo un paio di volte di essere interpellato al riguardo. I titoli restano una prerogativa del marketing. E a volte – in questo do ragione ai “molti italiani” – non è una buona notizia.
    Valerio Piccolo quando non è impegnato a creare dialoghi per il cinema

    Valerio Piccolo quando non è impegnato a creare dialoghi per il cinema


    E: Cosa ne pensi in generale di chi si pone a favore di una distribuzione cinematografica straniera esclusivamente sottotitolata, volendo abolire il doppiaggio completamente?
    V: In linea di principio sono favorevole. Personalmente mi piace vedere i film in lingua originale, e penso che una distribuzione in tal senso sottolineerebbe tra l’altro un miglioramento linguistico degli italiani. Chi però è favorevole a questo “estremo” troppo spesso dimentica che per una “rivoluzione” del genere non basta portare al cinema i film in lingua originale. Il primo passo va fatto in televisione, a mio parere. Se non abitui un popolo QUOTIDIANAMENTE a vedere le cose in lingua originale, non puoi aspettarti poi che sia favorevole ad andare al cinema e trovarsi improvvisamente a dover leggere i sottotitoli. Chi fa questo pur giusto discorso spesso dimentica che il doppiaggio dei film di circuito rappresenta solo una piccola percentuale di tutto il settore. Cambiamo pure, sono assolutamente d’accordo. Ma partiamo dalla base, non dalla punta dell’iceberg.
    E: mi sorprende che questa presa di posizione venga da un dialoghista così bravo come te. In un epoca in cui i film in TV vengono trasmessi con l’opzione della lingua originale e in cui nei multisala delle grandi città trovi sempre qualche proiezione in lingua originale (solo a Firenze abbiamo almeno 4 cinema che lo fanno regolarmente), non pensi che ipotizzare una “rivoluzione” che inizi dai salotti di casa sia non solo controproducente (dato che i sottotitoli stessi sono adattati, talvolta difficili da seguire e comunque sempre molto riduttivi, tanto per dirne alcune) ma ormai fuori tempo massimo?
    V: Forse non mi sono espresso bene. La mia non è una presa di posizione. E il discorso è molto, molto complesso. Perché va a toccare internet, lo streaming, la fruizione ormai facilitata di opere in lingua originale, e tanti altri piccoli aspetti. Poi andrebbero fatti anche degli altri distinguo, perché una cosa è parlare dell’inglese, un’altra è pensare a prodotti cinesi, coreani, ecc. Insomma, ci vorrebbero pagine e pagine per analizzare la questione. Io dico soltanto che la mia preoccupazione principale è che non vengano fatte delle rivoluzioni “cialtrone”. Vogliamo abolire il doppiaggio? Per me può andare bene, a patto che si faccia una riforma strutturale, che tocchi tutti i settori, per una transizione concreta e corretta. È vero che, come dici tu, a Firenze ci sono cinema che programmano regolarmente film in lingua originale. Ma per una rivoluzione del genere non si può fare l’esempio di Firenze, e neanche di Roma (dove comunque non abbondano i film in lingua originale). Io ad esempio so che già a Milano non è facile trovare proiezioni in lingua originale. Ma, a prescindere da questo, non è a Firenze e a Roma che bisogna pensare quando si fa un discorso del genere. Penso a Caserta (dove sono nato), a Catania, a Forlì. Quanta gente – soprattutto quella di una certa età – in queste città è davvero disposta a pagare euro per vedere una proiezione in lingua originale, se non viene prima “abituata” quotidianamente dalla tv? E siamo sicuri che in queste città tutti vedano film trasmessi dalle pay-tv e usino l’opzione doppio audio? Ti faccio un esempio: le amiche di mia madre, che ovviamente hanno una certa età ma amano cinema e teatro, andrebbero a vedere “Youth” di Sorrentino in lingua originale? Io ho dei dubbi. E allora chi glielo spiega al gestore del cinema, con tutti i soldi che è costretto a pagare per avere una prima visione, che perde il gruppo delle amiche di mia madre? Ecco, lo dico solo per considerare tutti gli aspetti di una vicenda molto, molto complessa. In cui a volte si perde il senso di quello che succede davvero nelle piccole città con, ad esempio, UN SOLO cinema per tutti. 
    C'è solo un piccolo particolare...

    C’è solo un piccolo particolare…

    E: Qui però tocchi uno degli argomenti che mi stanno più a cuore, ed apriti cielo [i lettori che mi conoscono staranno già facendo roteare gli occhi]. Dici che saresti favorevole ad una abolizione del doppiaggio, se questo fosse unito ad una rivoluzione culturale “non cialtrona”. Il problema è che tale rivoluzione, da alcuni anelata (specialmente membri di certi gruppi Facebook), non potrà che essere (in mancanza di miglior temine) cialtrona, anche per i motivi che hai correttamente elencato tu stesso.

    Ribadisco che oggi giorno tra DVD/Bluray e canali free-view (in qualsiasi parte d’Italia) non è che manchi la scelta di potersi vedere film in lingua originale, se si desidera farlo. Ovvio che le sale cinematografiche con proiezioni in lingua originale siano limitate alle grandi città, perché comunque interessano una ristretta percentuale della popolazione, che in un centro urbano minore sarebbe sovra-rappresentata anche con un solo cinema dedicato (il caso di Firenze è particolare perché abbiamo molti istituti di lingua inglese e turisti americani).

    _______APERTE PARENTESI_______

    (i non interessati all’argomento “doppiaggio in Italia” possono scorrere fino al segnale di chiusura parentesi)

    E: Ti spiego il motivo principale perché una rivoluzione in tal senso non la trovo auspicabile: semplicemente trovo che il prodotto “originale”, nelle sue intenzioni, arriverebbe allo spettatore anche più difficilmente, e sarebbe ancora più snaturato che in qualsiasi doppiaggio italiano.
    Prendo l’esempio dei film giapponesi: potrei anche pensare “che bello sentirli in lingua originale” (sottotitolati); potrei supporre che vedendomeli in originale possa “arrivarmi” di più rispetto ad una versione doppiata ma, non conoscendo né la lingua né la cultura giapponese, per me e per le mie orecchie ignoranti di giapponese, qualsiasi emozione esprimano gli attori nipponici verrà percepita solo come frasi di rabbia più o meno contenuta. La prosodia di quella lingua, come di qualunque altra, non corrisponde alla mia e vice versa, e questo è un altro fattore da non trascurare dello straniamento dell’ascoltare una lingua diversa dalla propria.
    Quindi mi sto vedendo un prodotto sì in lingua originale ma delle cui intenzioni originali non mi arriva assolutamente niente dato che l’espressività degli interpreti è per me incomprensibile; a questo aggiungici pure che i sottotitoli che leggo (e che ci auguriamo siano tradotti e adattati sempre alla perfezione) sono immancabilmente e necessariamente riduttivi…
    Insomma, già da questo semplice esempio puoi capire perché trovo incredibilmente improbabile che avvenga alcuna rivoluzione che porti la lingua originale nelle case di tutti gli italiani a scapito delle versioni doppiate, ora, nel 2015.
    Chi non è già a suo agio con la cultura del paese di origine del film (o programma TV che sia), potrà solo guardarsi un prodotto le cui intenzioni originali arrivano ancora più difficilmente, se arrivano. Quantomeno con il doppiaggio hai la comodità di un prodotto culturale adattato (ci si augura) in maniera adeguata, mutatis mutandis, per la cultura di destinazione, recitato da attori che forniscano interpretazioni vocali equivalenti.
    E ti parlo da bilingue quindi, vista la predominanza americana nella distribuzione cinematografica, io personalmente sarei proprio l’ultimo a soffrire per un simile cambiamento. Ma solo perché io personalmente mi trovo a mio agio con la lingua del 90% dei film importati in Italia, non mi sentirei di augurarlo ad altri. Il mio pensiero va a mio padre, ad esempio, il quale adesso non ci vede più molto bene e i sottotitoli non li riesce a leggere in tempo; per il “Trono di Spade”, di cui è un grande appassionato, deve necessariamente attendere che venga trasmesso doppiato perché, semplicemente, non riesce a seguirlo con i sottotitoli.
    Non si può augurare un cambiamento totale, a scapito di coloro che non sono interessati ma soprattutto che non possono leggere i sottotitoli (un numero non indifferente, tra difficoltà visive e dislessici), specialmente perché non c’è modo di fare una simile rivoluzione in un modo che non sia cialtrona.
    Difatti, l’unica alternativa “non cialtrona” a questa rivoluzione sperata da alcuni sarebbe che tutti gli italiani imparassero prima tutte le lingue presenti sul mercato cinematografico, lo stesso discorso che poi vale anche per la letteratura: per leggere I fratelli Karamazov dovremmo imparare prima il russo ed apprezzarne le scelte lessicali e le intenzioni originali dell’autore.
    In un paese dove la lingua ufficiale è l’italiano… scritto.

    _______CHIUSE PARENTESI_______

    Comunque, tornando a noi [sospiro di sollievo dei miei lettori], il tuo primo grosso film mi risulta che sia stato Mulholland Drive di Lynch (2001) e da lì in poi è stato un alternarsi di titoli più o meno noti: Il mistero dei templariA Scanner DarklyTerminator SalvationGrindhouse di Tarantino e tanti, tanti altri! Ce n’è qualcuno di cui sei più orgoglioso e altri di cui lo sei meno?
    V: Sì, mi ritengo molto fortunato a poter mettere mano ogni anno a tanti film importanti di registi che amo. Ci sono sicuramente tanti film che ho amato, tra quelli che ho adattato, e anche tanti in cui penso – senza falsa modestia – di aver fatto un buon lavoro. Un film che ancora mi piace guardare oggi è il mio primo lavoro su film di circuito, “Y tu mamà tambien” di Alfonso Cuaron, con un giovanissimo Gael Garcia Bernal (con il quale, tra l’altro, mi ubriacai clamorosamente di tequila alla festa della produzione del film dopo la proiezione al Festival di Venezia). È un film che mi resta nel cuore e che, quando lo rivedo, mi sorprende per il “realismo” e la veridicità dei dialoghi, nonostante fossi chiaramente alle prime armi.
    E: Quando ti trovi davanti a film con origini letterarie come, ne prendo uno a caso, A Scanner Darkly, o comunque film che derivano da famosi precedenti (Terminator SalvationIl Grande e potente OzA-Team etc…) vai a ricercarne la versione italiana del libro, o film originario che sia, per assicurarti di mantenere una certa continuità nell’adattamento? Ne hai il tempo e soprattutto ne senti la necessità?
    V: Cerco sempre di risalire alle origini, certo. Ma queste cose – fare ricerche, documentarsi, spulciare la rete in cerca di curiosità e riferimenti – fa parte di una predisposizione che tutti noi traduttori coscienziosi abbiamo. In questo, credo, il mio passato di traduttore letterario mi aiuta. Mi aiuta nell’inseguire una ricerca a tutto tondo e una profondità che, con i tempi stretti del doppiaggio, non sempre sono facili da ottenere.
    E: Quanto tempo richiede un buon adattamento dei dialoghi e quanto tempo effettivamente ti danno?
    V: Partiamo da quanto effettivamente ci danno: 15 giorni per un film. Che purtroppo a volte – e sempre più di frequente – diventano anche meno. 15 giorni a buoni ritmi quotidiani possono forse essere anche sufficienti, se sei sufficientemente veloce. Ma è vero che ci sono film più complicati che hanno sicuramente bisogno di un tempo che si avvicina ai 20 giorni.
    E: La tua esperienza nel campo della musica ti avrà aiutato in titoli come Sweeney Todd di Tim Burton, ma anche film più inaspettati come Una Notte Da Leoni in cui uno dei protagonisti improvvisava un pezzo al pianoforte che descriveva le loro disavventure. Quanto è importante e quanto è utile, nel campo dell’adattamento dei dialoghi, una preparazione a tutto campo, musicale, teatrale… etc?
    V: Sicuramente la musica e la musicalità sono importantissime per il mio lavoro. Questo perché il ritmo è uno degli aspetti tecnici FONDAMENTALI del lavoro di dialoghista. Per essere efficace in quella che io chiamo “mostruosità innaturale” (far parlare in italiano un uomo che, di fatto, sta parlando UN’ALTRA LINGUA!!!), devi entrare nel ritmo dell’attore e incollarci un ritmo identico fatto di parole italiane. Un’impresa non sempre facile. Più ti incolli all’attore, meno lo spettatore farà caso alla manipolazione. E per fare questo, la musica aiuta eccome.
    E: ma ti permettono di vedere il film in anticipo? Prima di iniziare l’adattamento intendo.
    V: Spesso, ma non sempre, si organizza una proiezione con i responsabili della distribuzione, il direttore del doppiaggio e il dialoghista, di modo che si possa subito fare una riunione per decidere gli aspetti generali del film in questione. 

    Rolemodels

    Role Models (2008) – Fate click per vedere la sequenza


    E: Dal 2009 ti vengono assegnati anche alcuni titoli di quel genere che io personalmente definisco la nuova commedia americana, sto parlando della sopracitata serie di Una Notte Da Leoni (Hungover) e, ad esempio, Role Models di cui sei sempre l’autore dei dialoghi.
    A mio parere questi film sono particolari per la resa comica dei dialoghi in italiano, non è solo mio parere ma anche della mia partner britannica che ha scoperto tali film proprio in lingua italiana trovandoli “brillanti” e sottolineando come non sempre siano altrettanto divertenti nella versione originale.
    Vuoi dire qualcosa in merito al genere commedia/comico da te adattato? Quanta libertà di manovra hai nell’inventarti battute? Ti diverti con questi lavori? Il nome “Artonio” ti dice niente?
    V: La commedia di regola lascia a noi dialoghisti un margine maggiore di “creatività”. Bisogna stare attenti, però, perché se ti fai prendere la mano poi tendi a snaturare l’idea originale del film. E invece – non mi stancherò mai di dirlo – la fedeltà al testo e al registro originali sono sempre da rispettare. Mi spiego: se un film, in originale, pur essendo etichettato come “commedia”, fa sorridere MA NON ridere, dev’essere così anche nella versione italiana, e non bisogna snaturare il prodotto originale cercando di far sganasciare di risate lo spettatore laddove il regista magari cercava un più elegante sorrisetto. In effetti, però, come dici tu, mi è capitato di vedere film da me adattati e accorgermi che facevano ridere di più nella versione italiana che in quella originale. Ma se questo succede, non è detto che sia per forza un bene. Almeno nel senso del rispetto dell’idea originale del film.
    E: Non dico che si debba cambiare registro comico, ma se è possibile migliorare un prodotto trovando una soluzione lessicale che sia più memorabile in italiano (pur rispettandone le intenzioni originali), non credi che sia lecito farlo?
    V: Come in tutte le cose della vita, è una questione di buon senso, di misura. Se non si esagera, tutto è lecito. Senza mai dimenticare che la nostra è una “forzatura”, un procedimento innaturale che già di per sé, inevitabilmente, stravolge l’opera originale.
    E: Più che “stravolgere”, a me piace dire semplicemente che si “adatta” l’opera originale, credo che in questa parola sia racchiuso il vero significato, scevro da connotati elogiativi o negativi. Del resto lo si fa anche nella traduzione letteraria.
    Questo mi porta anche al recente Mad Max: Fury Road di cui hai creato i dialoghi italiani e che mi ha spinto originariamente a contattarti. Devo ammettere che ero molto in apprensione prima di andarlo a vedere in italiano, visto l’andazzo sul doppiaggio di grossi film come ad esempio quelli della Marvel, ed ero pronto al peggio. Sorprendentemente ho trovato un adattamento veramente ben fatto, dove praticamente tutto è stato adattato e non solo “tradotto” (scavengers -> saprofagi; war rig -> blindocisterna; “witness me!” -> “ammiratelo!” etc…) e dove solo il minimo indispensabile è rimasto in lingua originale: i luoghi (come “Bullet Farm” e “Gas Town”), alcuni nomi (es. “Immortan Joe”), un paio di parole di slang australiano. Del resto l’ambientazione non è fantasy ma si tratta di un’Australia post-apocalittica dove ha senso che persone e luoghi abbiano nomi propri in lingua inglese.
    Scelte di adattamento, tra l’altro, in linea con il precedente film dove avevamo Bartertown, Master-Blaster, eccetera. Che goduria nel sentire tutto il resto ADATTATO! Perché nel doppiaggio moderno si sta quasi perdendo il senso di questa parola, adattamento. Vuoi parlarci di come hai affrontato questo film, dal punto di vista dei dialoghi e dell’adattamento?
    V: Su questo film è stato fatto un lavoro splendido da tutti (primo fra tutti Massimiliano Alto, che ha sfoderato come sempre una grande direzione), ed è stato un film che, per una volta, ha avuto giusti tempi di lavorazione (più dei famosi 15 giorni, per intenderci) e anche tanti confronti con la distribuzione sui termini da utilizzare. In più, caso davvero unico, George Miller ha mandato a noi adattatori di tutto il mondo un suo “commentary” di tutto il film, pezzo per pezzo, con le spiegazioni delle origini di ogni termine che era stato inventato per il film. Un’esperienza stupenda che – almeno credo – ha dato un notevole valore aggiunto alla versione italiana del film.
    whataday
    E: Un valore che si percepisce e ci possiamo considerare veramente fortunati (noi, pubblico italiano) se la tua presenza e una simile (ed inaudita) attenzione da parte della distribuzione e del regista hanno portato al prodotto che poi abbiamo visto al cinema! Di questi tempi è cosa rara per film simili.
    Voglio concludere ribadendo quanto apprezzi il tuo lavoro, nei film visti fino ad ora in cui tu hai lavorato mai mi è capitato di storcere il naso, mai! Ed è un peccato che in siti come Antonio Genna tu (così come molti altri dialoghisti) non abbia una scheda personale perché, ancor prima dei doppiatori, ciò che rende un film ben realizzato nella sua versione italiana sono proprio l’adattamento e i dialoghi.
    V: Grazie davvero di questi complimenti. Faccio questo lavoro da 15 anni, e lo faccio ancora con l’entusiasmo del primo giorno. La traduzione, la manipolazione della parola, sono il mio pane quotidiano. Posso quasi dire che, dopo 15 anni, pur lavorando mediamente 10 ore al giorno, ancora non mi sembra un “vero” lavoro, non so se mi spiego.
    E: Chiarissimo! Hai consigli da dare per chi volesse diventare dialoghista di audiovisivi?
    V: Consigli per chi vuole fare questo mestiere? Trovare un dialoghista che sia molto bravo, e che sia anche molto disposto a insegnarvelo. O almeno a spiegarvi le basi, per poi farvi trovare un metodo che per voi funzioni.
    E: Hai avuto modo di dare un’occhiata al blog, cosa ne pensi?
    V: Penso che sei pazzo! [ride] E che le cose fatte con passione sono quanto di meglio si possa trovare in questo mondo così difficile. Per cui ben venga un posto come questo dove interagire con gli appassionati innanzitutto di cinema.
    Continua così Piccolo, nel Valhalla dei dialoghisti ti attendono già.

    Continua così Piccolo, nel Valhalla dei dialoghisti già ti attendono.

  • Interceptor, il guerriero della strada – Un doppiaggio d'altri tempi per un film d'altri tempi

    mad-max-road-warrior-blu-ray

    Il secondo Mad Max si rivela un seguito essenzialmente diverso e migliore. È l’equivalente post-apocalittico de’ La Casa 2, ovvero contiene tutto ciò che il regista avrebbe voluto mettere nel primo film, ma finalmente con i soldi per poterlo fare!
    Gli diedero il budget più alto mai speso in Australia fino ad allora per un film. L’Australia non è Hollywood, quindi un budget simile rimane comunque nel limite del “ti aggiungiamo uno zero al costo del tuo primo film… e ci stiamo dissanguando”; il quale film, ricordiamo, era stato finanziato praticamente da Miller stesso attraverso turni extra di guardia medica (a quei tempi Miller era appena laureato in medicina). Ciononostante, anche quel solo zero in più sull’assegno permise a George Miller di fare tutto ciò che aveva in mente di fare.
    Basta(!) quindi con la retribuzione degli stuntmen non professionisti a suon di casse di Peroni gelate e mai più sarebbe ricorso al furto con destrezza di cartelli (e oggettistica varia) presi “in prestito” dai portici dei negozi dell’outback australiano prima dell’orario di apertura. Adesso Miller poteva permettersi un vero e proprio set futuristico costruito nel bel mezzo del deserto australiano (e di farlo poi saltare in aria alla fine del film), poteva permettersi anche dei veri costumi, un numero maggiore di veicoli da sfasciare, dei veri stuntmen… e con gli spiccioli avanzati, qualche scatolone su cui farli cascare.

    Speriamo abbiano messo abbastanza scatoloni

    Speriamo abbiano messo abbastanza scatoloni


    Le ossa rotte in questo film non sono mancate, ma sullo schermo si ripagano da sole! A certi voli che si vedono su schermo c’è da prendere il cellulare al volo e controllare Wikipedia solo per assicurarsi che non sia morto nessuno durante le riprese del film. Colonna sonora e fotografia di questo film sono a livelli inaspettati di spettacolarità. Non è un caso che il secondo capitolo di Mad Max sia il più amato dei tre a livello mondiale.
    Quello che nel 2015, agli occhi dei più giovani, potrebbe sembrare un film da poco, in realtà supera in azione (e in tensione) la maggior parte dei polpettoni “action” che sfornano oggi come il pane toscano: insipido e spesso già stantio.
    Addio lettori toscani, è stato bello avervi conosciuto.

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    Vi piace la locandina rubata ad un altro sito?

    Vi piace la locandina rubata ad un altro sito?


    In un precedente articolo avevamo visto come il primo film di Mad Max, da noi intitolato Interceptor dal nome dell’auto “supercarburata” che guida il protagonista, contenesse alcune strambe scelte di adattamento, un paio di errori di traduzione (errare humanum est), alcuni nomi alterati accanto ad altri mantenuti in inglese – ma pronunciati in maniera curiosa. Tutto sommato però si trattava di un lavoro eccellente, recitato alla vecchia maniera (forse anche troppo alla vecchia maniera, secondo l’opinione di Carlo Marini che doppiava Mel), con frasi mai e poi mai tradotte pedissequamente… insomma un vero e proprio doppiaggio vecchio stile. Difatti nonostante le pecche ne consigliavo una visione esclusivamente in lingua italiana!
    Dopo aver conversato con Carlo Marini, voce di Mel Gibson, sono venuti alla luce dettagli fino ad ora non noti riguardo l’adattamento dei primi due film della serie (aspettate però che io pubblichi l’intervista completa con Carlo Marini prima di precipitarvi ad aggiornare Wikipedia e Antonio Genna come dei forsennati):
    in primis che la direzione del doppiaggio del primo film era in mano a Emilio Cigoli, classe 1909, noto come voce italiana di John Wayne e di molti altri eroi americani degli anni ’50-’60. Insomma, uno che non si sarebbe mai sognato di lasciare un vocabolo inglese ignoto in un film doppiato, ma che allo stesso tempo impediva a Marini di esprimersi liberamente nell’interpretazione di Mel Gibson, specialmente nelle scene del primo film in cui lo vediamo affaticato/disperato e ciononostante con una voce inflessibile, dato che, secondo Cigoli, “un eroe non si affatica mai!” citazione necessaria
    Neanche la scalinata di Pai Mei piegherebbe Mad Max in italiano.

    Neanche la scalinata di Pai Mei farebbe venire il fiatone Mad Max in italiano.


    Quindi anche se Mad Max dovesse correre la distanza da Maratona ad Atene sotto il peso di un’armatura, nella traccia italiana lo sentireste pronunciare “abbiamo vinto” in un bellissimo italiano, calmo e impostato. Inutile fu lo sforzo di Marini nel far notare al direttore, Cigoli, che Mad Max non è esattamente il prototipo di eroe senza macchia, in stile vecchia Hollywood. È un uomo accecato dalla vendetta nel primo film e indifferente alle sofferenze umane nel secondo, nel quale aiuta i “buoni” solo per suo tornaconto personale.
    Il ritorno, anche nel secondo film, di Carlo Marini su Mel Gibson consente alla serie di proseguire la strada e di far tesoro dell’eredità di Cigoli, con adattamento e recitazioni ancora in stile anni ’50-’60 (con tutti i pregi e i difetti che ne seguono) ma, se nel primo film questo tipo di adattamento altro non è che una piacevole aggiunta, è nel secondo che il doppiaggio in stile “vecchio western hollywoodiano” trova tutta la sua ragione d’essere!
    Awanagana!

    Awanagana!


    Difatti, mentre il primo “Mad Max” può ricordare più un road movie indipendente degli anni ’70, con il secondo capitolo vediamo una trama classicheggiante ripresa dall’Iliade e una caratterizzazione dei personaggi che sembrano invece presi direttamente dai western di Sergio Leone (il protagonista taciturno e solitario) e da quelli di John Ford (i barbari motorizzati come indiani pellirossa)… quale miglior connubio potevamo desiderare tra un film che richiama fortemente ad uno stile “classico” ed un doppiaggio italiano tipico proprio di quei generi che Mad Max ripresenta in chiave post-apocalittica?
    Amazzoni post-apocalittiche

    Amazzoni post-apocalittiche


    Il solo prologo di questo secondo film rasenta la poesia se confrontato con il testo originale, vi cito solo un piccolo frammento invitandovi a cercarvelo per intero su YouTube:

    Ordinary men were battered and smashed.
    I deboli scomparivano senza lasciare neanche il segno di una croce… su delle misere pietre.

    Questa sola frase ci ricorda come dovrebbe essere l’adattamento dei dialoghi di un film e di come invece non è più. Frasi che sembrano nate in lingua italiana e non la traslitterazione parola per parola, con costrutti anglosassoni, come ahimè accade sempre più spesso nei film doppiati di oggi! Questa è la chiave di un buon adattamento… e non il far dire a Captain America che c’è bisogno di un pararescue (a cui piace l’Ultimate Fighting) per bypassare il blade server di targeting e per fare il back-up dell’hard drive degli helicarrier Insight, grazie ad un software tracer.
    Ah, se solo questi fossero dialoghi di mia immaginazione e non la cruda realtà dell’adattamento moderno.
    Torniamo a noi.
    Il prologo appena citato, che apre il film Interceptor – Il guerriero della strada, è narrato da Mario Milita il quale, un decennio più tardi, sarebbe divenuto molto celebre come voce di nonno Simpson nell’omonima serie. Difatti, riguardando oggi quella scena di apertura di Mad Max 2, per quanto poetica, viene un po’ da ridere ripensando al personaggio di nonno Simpson che parla a vanvera.
    Proprio per questo vi ho preparato una chicca narrata dal nostro Leo:
    Nonno Simpson narra l’introduzione di Interceptor – Il Guerriero della strada
    copertina-blog
    Un’altra voce nota che compare all’inizio del film è quella di Claudio Sorrentino sul personaggio del pilota. Ironia vuole che Sorrentino sia poi diventato la voce “ufficiale” di Mel Gibson neanche pochi anni dopo, immortalandone i personaggi da Arma Letale in poi. È un po’ strano sentire la sua voce provenire da un personaggio che parla proprio rivolgendosi a Mel Gibson. Un po’ come quello che successe con La Febbre del Sabato Sera in cui Sorrentino doppiava l’amico di Travolta, prima che diventasse la voce “ufficiale” di Travolta stesso e finisse anche per doppiarlo nel ridoppiaggio per DVD/Bluray, facendo dimenticare così a tutti che la prima voce di Tony Manero fu del grande Flavio Bucci.
    Lo stesso personaggio del pilota ritorna nel terzo film di Mad Max con la voce, forse anche più adeguata, di Mino Caprio (oggi noto come voce del personaggio animato Peter Griffin).
    Mad Max Sorrentino
    Parliamo della versione italiana… ci sono errori degni di nota?
    In realtà… no! Una cosa che forse non è ben chiara in italiano, così come lo è in inglese, è l’omosessualità di molti dei barbari, pressoché impercettibile nella nostra versione.
    Difatti, mentre in italiano la voce del cattivo “Humungus” declama a ripetizione “io sono il grande Humungus. Per la gloria del grande Humungus, datemi la benzina“, nella traccia audio inglese sentiamo anche altro, ad esempio:

    Smegma crazies to the left!
    Gayboy berserkers to the gate!

    Una cosa che potrebbe tradursi molto liberamente con qualcosa come “ragazzi smegma, attaccate da sinistra! Checche isteriche ai cancelli!“.
    In realtà un qualche riferimento a quelle battute si trova anche nei dialoghi italiani ma le parole sono indistinguibili perché coperte dagli effetti sonori di quella scena. Quindi qualcosa c’è, ma non perviene.

    Le checche isteriche

    Checche isteriche post-apocalittiche


    Le eventuali differenze nella versione italiana non sono da imputare a errori, bensì a scelte di adattamento:
    Il Mostruoso

    Il Mostruoso “Lord Enorme”

    Nothing can escape! The Humungus rules the Wasteland!
    A noi non sfugge nessuno! I padroni delle terre perdute sono gli Humungus.

    There has been too much violence, too much pain.
    La vita degli Humungus è troppo preziosa.

    l’ll talk to this Humungus!
    Vado io a parlare con quel capo Humungus!

    Dai dialoghi italiani capiamo che la banda di barbari motorizzati si chiama “Humungus” e il tizio con la maschera da hockey è il loro Signore, Lord Humungus. In realtà tali barbari non hanno un nome in inglese, è solo il loro capo che si chiama Humungus (in inglese la parola “humungous” è un superlativo alla maniera fantozziana, che suona come “mostruosamente enorme”), un nome usato al modo di un titolo regale o militare (tipo Shogun), quindi la traduzione corretta di quella prima frase sarebbe dovuta essere “Lord Humungus è il padrone delle terre perdute“, e non “i padroni delle terre perdute sono gli Humungus“.
    Nel resto del film sentiamo parlare degli “Humungus” con riferimento a questo gruppo di vandali del dopobomba. Vista la coerenza con cui viene usata questa parola durante tutto il film doppiato, non lo considero un vero e proprio errore, quanto piuttosto una scelta di adattamento che conferisce un nome alla banda nemica (altrimenti senza nome).

    Sogni mostruosamente post-atomici

    Sogni mostruosamente post-atomici


    Altre alterazioni che non sono errori…
    Non menzionato in italiano (e a buon ragione), il capitano Valiant, leader del villaggio, che si chiama “Pappagallo”… quindi se leggete una recensione del film dove si parla di un tale “Pappagallo” vuol dire che l’hanno copiata da una recensione scritta in inglese; il bambino selvaggio (“feral kid” nei titoli di coda) viene nominato come “kid” nel doppiaggio italiano (“boy” in originale), ma considerando che Superman degli anni ’50-’60 in Italia si chiamava Nembo Kid, la cosa non mi sorprende. È uno di quei vocaboli inglesi adottati nella lingua italiana dei giovani del boom economico e poi caduti praticamente in disuso. Un po’ come “bounty killer“.
    Senza contestualizzazione storica, lo spettatore moderno occasionale potrebbe supporre che il nome del bambino sia “Kidd”, il che non creerebbe neanche troppi problemi, quindi funziona per qualsiasi generazione di spettatori.
    Il Parrocchetto

    L’uomo-parrocchetto


    Ci sarebbe da notare che nella scena del discorso di “Pappagallo”, una delle battute sembra essere tagliata e poi l’intera traccia audio va fuori sincrono. Questo credo sia da attribuirsi alla distribuzione Warner. Infatti, originariamente, al cinema arrivò una versione più lunga che poi la Warner tagliò negli Stati Uniti per la distribuzione home video. Il problema tutto italiano origina dalla brutta abitudine della Warner di distribuire in Italia le versioni americane dei propri film, su cui poi ci “appiccicano sopra” l’audio doppiato. Trovandosi per le mani dunque una versione americana più breve dell’audio italiano dalla versione cinematografica, avranno dovuto tagliare e appiccicare in malo modo frasi non nate per essere tagliuzzate, introducendo anche un fuori sincrono fastidioso che ancora oggi persiste nelle versioni DVD e BluRay.
    E i tanti nomi storpiati del primo film dove sono finiti? Scomparsi nelle terre perdute.
    Mentre il primo film era pieno di piccoli errori abbastanza curiosi, questo secondo capitolo è qualitativamente migliore dal punto di vista dell’adattamento. Difatti, data l’ambientazione post-apocalittica dove la vita non è data per scontata e i nomi importano poco (il cane di Mel in inglese era chiamato semplicemente “dog”, così come il bambino era chiamato “boy”), il film Mad Max 2 presenta pochi nomi stranieri e in generale pochi dialoghi (Mel Gibson apre bocca appena 16 volte), quindi anche meno occasioni di errori.

    “Dog” (personaggio che parla più di molti altri nel film)


    Voglio fare una piccola parentesi storica sull’adattamento e che deriva dalla mia conversazione con Carlo Marini:
    È imperativo sottolineare che, come mi raccontava Marini, ai tempi di Mad Max, il ruolo del direttore del doppiaggio era quello di ricordare a memoria le intonazioni e le intenzioni delle battute originali, in modo da dirigere al meglio la recitazione dei doppiatori, i quali leggevano le loro battute italiane su un copione tradotto ma non avevano alcun ausilio audio.
    Piccole variazioni sui concetti, sulla pronuncia dei nomi, etc… sono quindi da imputare, nel caso di film di quel periodo, non solo ad umani errori di chi traduce il copione originale, ma anche al fatto che non era disponibile l’audio originale da riascoltare prima di registrare la propria battuta. Gli anelli su cui registrare le battute doppiate difatti erano muti, stava al direttore “dirigere” gli attori su quella che si potrebbe definire una “tela bianca”, il tutto basato sulla memoria di ciò che era stato visto dal direttore in fase preliminare.
    Ovviamente rimando all’intervista con Carlo Marini di prossima pubblicazione. Abbiate pazienza, a Doppiaggi Italioti abbiamo la mente più veloce delle mani.
    Molto comici però rimangono due piccoli momenti segnalati da un mio lettore: 1) la voce del ragazzo che nella notte dei preparativi per la partenza risponde “Bene, non ti preoccupare”, non può essere un vero attore! A detta di chi me l’ha segnalata “pare un commercialista genoves”; 2) l’assistente di Pappagallo che scivola clamorosamente sul romanesco dicendo “abbiamo perso altri otto uomini STAMMATINA”.

    Conclusione

    Per concludere, Mad Max 2 è un altro film adattato bene, pieno di voci dal familiare allo stranoto anche su ruoli minori, praticamente senza errori di traduzione (qualsiasi incongruenza è attribuibile a scelte di adattamento) e in questo caso ne consiglio la visione in entrambe le lingue perché, al contrario del primo film, i dialoghi qui sono comprensibili anche in inglese. Tuttavia, quando lo vedrete in italiano, fatelo come se steste guardando un vecchio western hollywoodiano doppiato in italiano, il film ne guadagna.

    La faccia di Evit quando gli chiedete di parlare di Mad Max 2

    La faccia di Evit quando gli chiedete di parlare di Mad Max 2

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    TITOLO ITALIOTA BONUS

    Parlando di sequel apocrifi, nel 1983 qualche “indipendente regionale” ebbe la faccia tosta di prendere un film del 1977 chiamato “Speed Trap” e distribuirlo in Italia come SPEED INTERCEPTOR III (o “Speed Interceptor III°), cercando dunque di spacciarlo come il terzo capitolo della serie.
    speed interceptor III
    Confrontatelo con la locandina originale…
    interceptor
    Fate un po’ voi.
    Il vero terzo capitolo della serie con Mel Gibson sarebbe arrivato soltanto nel 1985 con il titolo di Mad Max – Oltre la sfera del tuono. Ma questa è un’altra storia.