• Home
  • Tag Archives:  adattamenti ottimi
  • Mamma, ho perso l’aereo – Il film che nessuno sente il bisogno di chiamare “Home Alone”

    Vignetta di introduzione alla recensione dell'adattamento e doppiaggio italiano di Mamma ho perso l'aereo.
    Le feste natalizie sono sempre una buona occasione per rivedersi una di quelle commedie per famiglie che hanno segnato il Natale di un intero decennio e forse più: Mamma, ho perso l’aereo, visto di persona al cinema nel lontano 1991.
    Dopo l’adolescenza non lo rividi più, se non distrattamente in qualche passaggio televisivo. Nel frattempo, tra le tante cose, ho messo su un blog focalizzato sull’apprezzamento e sui rimproveri al doppiaggio italiano così ho pensato che fosse arrivata l’occasione giusta per rivisitarlo con occhi diversi, anzi, orecchie diverse.
    Con oltre un mese di ritardo dal Natale, ecco la mia recensione dell’adattamento italiano di Mamma, ho perso l’aereo!

    Vignetta basata sulla scena dei due ladri del film Mamma ho perso l'aereo.
    Partiamo subito dal fatto che questo film del 1990 gode di un adattamento con i controcoglioni, dove le frasi non sono semplici traslitterazioni delle battute originali e dove il linguaggio dei bambini e degli adolescenti cerca (e trova) corrispondenze con quello degli italiani che all’epoca avevano la stessa età. Quindi non sorprendetevi se, mettendo a confronto le due versioni, potreste trovarci un “faccia di culo” che non corrisponde a nessuna offesa in inglese (e certamente non ad “ass-face”) mentre, poco dopo, un “puke-breath” (alito di vomito) viene semplicemente sostituito in italiano da un “Jeff”. In breve, nel doppiaggio italiano di questo film, le offese bambinesche sono state inserite laddove sembrava più appropriato, senza forzature nei dialoghi, senza che si trasformasse in una neo-lingua pseudo-adolescenziale derivativa dell’inglese ed inesistente in italiano (svegliati, Fright Night! Ti è arrivata una frecciatina).

    Inoltre, per la fortuna di tutti i posteri, questo film è giunto a noi in un periodo dove doppiare film dedicati ai più giovani non impediva di metterci espressioni come “porca puttana!” come espedienti comici, se la scena lo necessitava; tra l’altro erano gli stessi anni in cui anche nei Simpson comparivano battute piuttosto sboccate perché “faceva ridere”. Tale caratteristica non solo fa ridere ancora oggi ma ha sempre reso i film adolescenziali che venivano doppiati in quegli anni molto più realistici. Anche solo per questa caratteristica, il doppiaggio di Mamma, ho perso l’aereo resta memorabile. Idem per molti altri film partoriti sempre da John Hughes.

    Scena del film Mamma ho perso l'aereo, Babbo Natale che dice porca puttana. In inglese la battuta era: brutto figlio di
    Con questa premessa, vediamo tutte le alterazioni presenti nell’adattamento italiano, se e quanto fossero giustificate:

    La “cosina” delle francesi e altre alterazioni necessarie

    Il fratello Buzz, in italiano, chiede se è vero che le francesi si rasino la “cosina”. In inglese invece chiedeva se fosse vero che le francesi non si rasino le ascelle.

    Buzz, il fratello di Kevin McCallister
    È facile comprendere l’origine dell’alterazione. Anche in Italia, per le ragazze del 1990, era cosa abbastanza comune non rasarsi le ascelle, ma lo spettatore deve potersi immedesimare nella curiosità esotica di Buzz, buzzurro borghese americano, riguardo ad un trattamento estetico che per gli americani è cosa normale (rasarsi le ascelle) e nell’impatto culturale dello scoprire che non sia la norma in altri paesi. Così in italiano si è optato per far dire a Buzz che le francesi si rasano la “cosina”, che nel 1990 sembrava altrettanto esotico per noi italiani quanto lo era un’ascella pelosa per un americano.

    Lo zio di Kevin con citazione in lingua originale: look what ya did, you little jerk!
    Un elemento lessicale ricorrente nel copione originale è la parola “jerks” che in italiano varia sempre di traduzione adattandosi ai vari scopi, frase per frase. Da “per me quello è scemo” (he’s just being a jerk) al “guarda che cosa hai fatto, piccolo delinquente” (look what ya did, you little jerk!), oppure “quello fa sempre il cretino” (he’s acted like a jerk too many times). Ovviamente era difficile trovare un equivalente italiano che si adattasse univocamente a tutte le situazioni in cui jerk viene utilizzato, tuttavia questo non detrae dall’impatto di molte battute come ad esempio quella del “piccolo delinquente”/”you little jerk!” che rimangono egualmente memorabili in entrambe le lingue.

    T-shirt con lo zio di Mamma ho perso l'aereo e la scritta look what you did, you little jerk!
    Altre alterazioni, che in un doppiaggio odierno sarebbero state probabilmente tradotte alla lettera (perché ora va di moda fare così), sono ad esempio la tardiva preoccupazione della madre quando sente di essersi dimenticata qualcosa e si chiede “ho spento il gas?” laddove in originale si chiedeva se avesse “spento il caffè” (cioè la macchina del caffè), oppure l’eggnog offerto a Joe Pesci (vestito da poliziotto) che in italiano diventa “un goccetto” e si adatta bene alla reazione stessa del personaggio che si sorprende che gli venga offerto qualcosa di alcolico. Possiamo anche aggiungerci i “wet bandits” che diventano “i banditi del rubinetto”, nomi che lasciano il segno in entrambe le lingue.

    Riferimenti che non avreste capito e che quindi sono stati cambiati

    mamma4
    Quando la madre di Kevin chiede se i bambini sono stati contati, la ragazza più grande risponde “11 inclusa me, 5 maschi, 6 femmine, 4 gentori, 2 autisti… e nessuno ha marcato visita“, quest’ultima affermazione è un tentativo di adattare in qualche modo una battuta altrimenti intraducibile “and a partridge in a pear tree“, che viene dalla canzone dei “dodici giorni di Natale” dove ogni strofa conta i regali ricevuti dall’amata(/o) e termina con il ritornello “e una pernice sul pero“.

    L’unica pecca è che “marcare visita” non si lega al Natale in alcun modo, né ad equiparabili filastrocche. La cosa che più si avvicinerebbe potrebbe essere “solo non si vedono i due liocorni”, ma lungi dal suggerire una battuta simile. Semplicemente non si può “rendere” tutto. È la dura legge della traduzione.

    [Una piccola curiosità aggiuntiva sulla canzone dei 12 giorni di Natale: al “secondo giorno di Natale”, la canzone conta due tortore (turtle doves) e proprio le due tortorelle saranno un elemento di rilievo nel secondo film. I riferimenti al Natale americano sono sparsi ovunque nei due Mamma ho perso l’aereo anche se, per via di una certa distanza culturale, ci è impossibile coglierli tutti, anche vedendo il film in originale. Sono i limiti intrinseci in cui si incorre guardando pellicole estere. Difatti consiglio la visione di questo film in lingua originale solo a coloro che hanno familiarità con la cultura americana, altrimenti non ne trarrete alcun vantaggio aggiuntivo rispetto ad una visione esclusivamente in lingua italiana.]

    Scena della multa a Babbo Natale nel film Mamma ho perso l'aereo
    Quando Babbo Natale si lamenta per la multa che trova sul tergicristalli, in inglese dice “what’s next? Rabies shots for the Easter Bunny?” (e poi che faranno, l’antirabbica al coniglio pasquale?) mentre in italiano è stata adattata in “e alla Befana che faranno, le sequestrano la scopa?“. Considerando che quella del coniglio pasquale è una figura giunta in Italia solo in anni recenti (grazie a Lidl?), la battuta fu intelligentemente “spostata” sulla Befana che, tra l’altro, è ben più natalizia del coniglio pasquale (e ovviamente nel 1990 non avevamo modo di sospettare che questo personaggio esistesse esclusivamente in Italia).

    Se volessi cedere ad un momentaneo (e per me atipico) orgoglio nazionale, direi che la battuta del sequestro della scopa alla Befana calza anche meglio (per quella che è la nostra cultura) dopo la multa all’auto di Babbo Natale, ben rappresentando un’immaginaria escalation di ritorsioni della polizia contro le figure tipiche del periodo natalizio.

    Riferimenti che non potevate capire in ogni caso

    La vita è meravigliosa, di Frank Capra in una scena da Mamma ho riperso l'aereo
    Durante la permanenza della famiglia McCallister in Francia, vediamo i bambini che guardano alla TV un film in bianco e nero in lingua francese e si annoiano a morte. I genitori che portarono i figli al cinema nel 1991 per vedere questo film avranno forse riconosciuto (ma forse neanche in molti) La vita è meravigliosa, di Frank Capra.
    Se per un italiano del 1990 può sembrare semplicemente che i ragazzi nel film si stessero annoiando per via del film in bianco e nero (del resto, quale bambino italiano negli anni ’90 guardava film in bianco e nero a Natale?) questa scena è molto più significativa per gli americani dove La vita è meravigliosa è, sin dalla fine degli anni ’70, non “un” ma IL classico di Natale! Ora vi spiego perché.

    Questa pellicola di Capra venne più o meno snobbata quando uscì nel 1946 ed il mancato rinnovo dei diritti d’autore nel 1974 la fece cadere nel dominio pubblico, così verso la fine degli anni ’70 divenne il film più trasmesso della televisione americana nel periodo natalizio, acquistando una popolarità inaspettata, tanto che nel 1990 (per pura coincidenza lo stesso anno di Mamma, ho perso l’aereo), la Biblioteca del Congresso scelse di preservarlo nel suo archivio dedicato ai film “di importanza storica, culturale o estetica”. Per farla breve, è il film che qualsiasi famiglia americana si aspetta di vedere ogni Santo Natale… così si spiega l’espressione dei bambini in Mamma, ho perso l’aereo che sono costretti a vederselo in una lingua a loro sconosciuta (il francese), cosa che fa immedesimare anche meglio lo spettatore americano nelle disavventure natalizie dei McCallister, sapendo che si sentirebbe perso senza poter godere tale film a dicembre.

    Se dovessi riportare la loro situazione ad un equivalente italiano moderno, vi basti immaginare di ritrovarvi a Natale a vedere Una poltrona per due in una lingua straniera a voi sconosciuta (russo? Ceco? Fate voi).

    La famiglia McCallister in Florida che guarda La vita è meravigliosa in spagnolo

    (da “Mamma, ho riperso l’aereo”)

    Questo elemento culturale era ovviamente fuori dalla portata di qualsiasi doppiaggio e adattamento, in poche parola BISOGNA essere americani per percepire quella scena allo stesso modo. La cosa si fa ancora più comica quando, nel secondo film, in McCallister vanno in Florida e trovano l’attesissimo classico di Natale solo in lingua spagnola.
    A questo punto mi domando se in francese questa scena del primo film non abbia un impatto ancora minore!

    Little Nero's Pizza, da Mamma ho perso l'aereo
    Un’altra nota di cultura americana: il ragazzo delle pizze di “Little Nero” è minorenne, consegna la pizza in macchina perché negli Stati Uniti si può avere la patente dai 16 anni, età in cui gli adolescenti neo-patentati corrono a comprarsi le auto più economiche che possono permettersi (e quindi spesso le più sgangherate). Quella scena del fattorino auto-munito è l’equivalente di un adolescente italiano che porta le pizze col motorino, cosa che io, così come tanti altri bambini nel 1991, ignoravo completamente (era prima di Wikipedia, di internet e prima di aver visto Licenza di guida) ed il fatto che buttasse giù la statuetta dei McCallister ogni volta che veniva a consegnare una pizza lo attribuivo ad un atto di goffaggine del guidatore, non al fatto che avesse poca esperienza come autista.

    Angeli con l’anima sporca

    La videocassetta di Angeli con la faccia sporca
    Il finto film noirAngels with Filthy Souls (titolo parodistico sulla falsa riga di Angels with Dirty Faces, in italiano Angeli con la faccia sporca), che Kevin si guarda in assenza dei genitori, ha un doppiaggio che ricorda quello degli anni ’50-’60 e che ben si adatta allo stile del film. In questo finto noir compare il personaggio di “Snakes”, italianizzato in un più familiare e funzionale “Cobra”, al quale il cattivo Johnny fa la conta da uno a dieci (one… two… ten!) per far sparire la sua brutta faccia gialla. In italiano mi è sempre sembrato che il doppiatore dicesse “uno, due, tie’!“, probabilmente per rimanere nel labiale del “ten”, sebbene a scapito dell’ironia di una conta da uno a dieci composta da tre numeri. Sempre che non si tratti di un problema di missaggio audio in cui il suono del mitragliatore va a coprire il finale di “dieci” (die—).

    Tieni il resto, lurido bastardo. Film noir da Mamma ho perso l'aereo
    Come tutti saprete sicuramente, la scena si conclude con l’immortale “tieni il resto, lurido bastardo!“, adattamento di “keep the change, ya filthy animal!“. Questa scelta memorabile purtroppo non funzionò altrettanto bene nel seguito quando la stessa frase veniva usata riferendosi ad una donna e quindi il “Merry Christmas, ya filthy animal!” torna ad essere più fedelmente “Buon Natale, maledetto animale“, ma adiós riferimento alla battuta del primo film. Ne riparleremo con il secondo film.

    Sul titolo italiano di “Home Alone”

    Joe Pesci che dice he's home alone
    Potrei forse associarmi alle più inutili lamentele sul web/gruppi Facebook e lagnarmi del titolo italiano? “Mamma, ho perso l’aereo” è un titolo anni ’90 che ancora oggi funziona alla perfezione. Al contrario di molti altri titoli dell’epoca, alterati unicamente per attirare gli spettatori al cinema in modo truffaldino, con scelte che non c’entravano niente con la trama (Balle Spaziali 2 – La vendetta docet), “Mamma, ho perso l’aereo” dà al consumatore esattamente ciò che promette e non fa finta di essere un film diverso per poi tradire le aspettative di un qualsivoglia potenziale spettatore.

    Paradossalmente, un letterale “Solo in casa” avrebbe avuto un effetto diametralmente opposto, suggerendo un film potenzialmente sconsigliato ai minori. È logico che sia stato cambiato e non mi sorprende affatto scoprire che non siamo stati di certo l’unico paese a farlo (Maman, j’ai raté l’avion! / Mi pobre angelito / Kevin sam w domu sono alcune varianti che troviamo in altri paesi). La vicinanza al titolo francese in realtà mi fa supporre che siano stati gli stessi produttori a suggerire titoli alternativi per il mercato estero, altrimenti quale incredibile coincidenza avrebbe portato sia la Francia che l’Italia a scegliere, per puro caso, la medesima inconsueta formula?

    Urla autentiche

    La tarantola sul volto di Daniel Stern in Mamma ho perso l'aereo
    Quasi tutte le urla (di dolore o di gioia) che sentiamo nel film sono state lasciate in originale e, vista l’eccelsa scelta degli interpreti, si nota relativamente poco se non fosse per quei “whoa!” di Kevin che certamente in Italia suonavano leggermente stravaganti nel 1990 ma, in ogni caso, attribuibili ad un modo di esprimersi di uno specifico bambino (il protagonista). Nella mia esperienza personale da bambino che nel 1990 aveva pressappoco la stessa età del protagonista, ricordo che all’epoca risultava molto curioso (e molto “americano”) quel modo di esternare estrema sorpresa.

    L’unica distrazione — mai notata in più giovane età, ma palese adesso — viene dalla scena in cui Kevin corre per la casa dopo aver fatto “sparire” la famiglia e urla “I’m free! Free!” (sono libero). Per un orecchio italico impreparato può sembrare semplicemente che Kevin stia urlando di felicità (qualcosa come “iiiiiiii!”), col senno di poi ci sento benissimo “I’m free!!!” e mi sembra così strano che non sia stato doppiato che, memore di esperienze come l’audio 5.1 di Terminator, mi domando se non si tratti di una clip audio “perduta” nel missaggio per DVD. Non sarebbe la prima volta.

    Il sale intacca i cadaveri e altre frasi più memorabili in italiano

    Il vecchio vicino che sparge il sale, dal film Mamma ho perso l'aereo
    Come tutti i film della propria giovinezza visti in italiano, è facile avere delle battute rimaste impresse che poi, andandole a scoprire in lingua originale, possano risultare meno memorabili o di minor impatto.
    Questa è la mia personale lista:

    Il sale intacca i cadaveri e li trasforma in mummie.
    (The salt turns the bodies into mummies.)

    Le famiglie rompono!
    (Families suck!)

    Erano anni che mi perseguitava [il seminterrato].
    (It’s bothered me for years.)

    Larry le vuoi parlare tu? C’è una signora che mi sembra un po’ suonata.
    (Larry can you pick up? There’s some lady on hold, sounds kind of hyper.)

    seguito da:

    Rose? La suonata sulla due.
    (Rose? Hyper on two.)

    [“la suonata” fa più ridere di “l’isterica”.]

    Poi ancora…

    La mamma che cerca di vendere i suoi orecchini in cambio di un biglietto aereo, in Mamma ho perso l'aereo
    Quando la mamma di Kevin offre i suoi orecchini alla coppia di anziani, il marito della coppia le risponde che la moglie ne ha tanti che non sa che farsene, ne ha una scatola da scarpe piena, sembra un albero di Natale e dicendo questo si mette la mano all’orecchio e muove le dita. In realtà in inglese sottolineava soltanto come la moglie ne avesse già tanti di orecchini, inclusi quelli “a pendente” (dangley ones). Il gesto che il vecchio fa con la mano all’orecchio serviva a prendere in giro la gestualità della mamma di Kevin intenta a vendere i suoi orecchini (che erano del tipo “a pendente” per l’appunto).
    La battuta del “sembra un albero di Natale” la trovo più spassosa ed ispirata rispetto ad un banale “a pendente”, ed è anche a tema natalizio. Ovviamente è Mario Milita (lo conoscete sicuramente come nonno Simpson) che dà la voce al vecchio scorbutico, chi altri poteva essere? Sarà forse quello che l’ha resa memorabile nel doppiaggio italiano.


    Un’altra piccola battuta viene adattata quando un presentatore televisivo legge delle comiche lettere indirizzate a Babbo Natale: “l’anno scorso ho avuto una sorellina, quest’anno preferirei un robot“, con robot in sostituzione di clay dough (quello che ai miei tempi si chiamava didò). Trovo l’alterazione non soltanto leggermente più spassosa, ma che sia rimasta anche più duratura dal momento che in Italia quel materiale ha assunto nomi diversi a seconda delle varianti e dei periodi storici (DAS, pongo, plastilina…). Un robot invece sarà sempre un robot.

    Scelte di adattamento molto dubbie

    Queste le lascio sempre per ultime e stavolta si tratta di poca roba, ed il fatto che sia poca roba la dice lunga sulla qualità di adattamento di questo film in generale.

    Quando il “re della polka” (John Candy, doppiato dal sempre spassoso Paolo Buglioni, già elogiato in Tremors) racconta di aver lasciato suo figlio alle pompe funebri, in italiano narra di come il bambino fosse rimasto chiuso dentro con la madre morta quando in realtà in inglese parla di un generico cadavere (si può supporre un parente, forse un nonno?). L’errore deriva forse da una frase lasciata a metà nel momento in cui John Candy nomina la moglie (“the wife and I…”). Mi domando se non fosse anche in questo caso una scelta voluta per aumentare l’effetto tragicomico della storia che John Candy raccontava, in modo del tutto fuori luogo (come spesso accade ai personaggi comici di Candy), alla madre di Kevin “per farla sentire meglio”.

    John Candy che racconta la storia del bambino chiuso all'obitorio, da Mamma ho perso l'aereo
    Un’altra frase che mi lascia allibito (e che da giovane non avevo mai neanche capito perché non avevo familiarità col termine usato) è quella della madre che, tornata a casa il giorno di Natale, esclama:

    qualcuno corra al drugstore, non abbiamo nemmeno il latte.

    (in originale: someone has to find an open store. We don’t have milk.)

    Onestamente mi domando quale fosse il fascino perverso nei primi anni novanta per questa parola “drugstore” (tra l’altro pronunciata anche correttamente “dragstor”). Difatti, la stessa parola l’avevamo già trovata ne’ Il silenzio degli innocenti (1991) e si può dire che ad oggi sia effettivamente scomparsa dal vocabolario del doppiaggese, in netta controtendenza moderna a mantenere tutti i riferimenti possibili e immaginabili in inglese (a volte portando i dialoghi italiani al limite della farsa). Posso solo supporre che in quegli anni, “drugstore” identificasse, con una sola parola importata, un tipo di negozio che in Italia non aveva alcun corrispettivo: quelli che rimangono aperti tutta la notte e che vendono un po’ di tutto (oltre a fare da farmacia). Forse l’evoluzione delle attività commerciali italiane ha reso molto presto obsoleta questa parola d’importazione.

    Evit, giustifichi sempre tutti i doppiaggi “del passato”, non hai nessuna vera lamentela?

    Mettiamocele va’, sennò mi dicono che sono nostalgico (ignorando che mi sono già lamentato di grandi classici del passato).

    Il grinch nel cartone animato1) Ho sempre trovato curioso, già dalle prime visioni di questa pellicola, che i classici di Natale che Kevin si guarda in TV siano tutti doppiati tranne il cartone animato del Grinch. All’epoca ovviamente non sapevamo cosa fosse il Grinch ma avrei apprezzato che anche quello comparisse doppiato (magari ricostruendo la canzone che sentiamo nel cartone animato, perché no!), giusto per non spezzare quella illusione che durante tutto il film, eccetto quando compare il cartone animato del Grinch, non viene mai meno!

    [Mi riferisco ovviamente all’illusione creata dal doppiaggio che ci permette di guardare un film straniero facendoci credere di star assistendo alle vicissitudini di persone che parlano altre lingue diverse dalla nostra ma che noi, “per magia”, riusciamo a capire e blah-blah, blah-blah, blah-blah…! Dai su, lo sapete già ormai, non mi fate dire sempre le stesse cose.]

    Il cartone del Grinch torna anche nel secondo film e anche lì non è doppiato.

    La sorella di Kevin McCallister
    2) La frase della sorella (o cugina?) preoccupata “ma è così piccolo, secondo te è un po’ picchiato?” mi è sempre sembrata stramba (sebbene il labiale sia sopraffino e forse ne è la sua unica giustificazione). In originale era “but he’s so little and helpless. Do you think he’s flipped out?” che significa “ma è così piccolo e indifeso. Secondo te è spaventato a morte?”.
    Capisco quale possa essere l’origine dell’errore, scambiare “he’s” come abbreviazione di “he is” quando invece lo è di “he has”, da questo assunto errato hanno presumibilmente interpretato “flipped out” come sinonimo di “impazzito”. Un errore a suo modo comprensibile, sebbene non giustificabile. Perché dovrebbe essere “un po’ picchiato” se la colpa è loro per averlo lasciato a casa? Ovviamente la domanda della ragazza non combacia poi molto bene con la risposta del fratello.

    Kevin in chiesa con l'anziano vicino di casa, da Mamma ho perso l'aereo
    3) C’è un’altra battuta che penso sia stata alterata per un errore umano in fase di traduzione, quando il vecchio incontra Kevin in chiesa e gli chiede se è stato buono. Kevin inizialmente dice di sì ma quando il vecchio incalza con un “puoi giurarlo?”, Kevin nega. Il vecchio allora gli risponde “yeah, I had a feeling” (letteralmente: “già, ne ho avuto il presentimento”, traducibile semplicemente come “già, lo immaginavo” o “lo avevo capito”). La risposta nel film doppiato invece riporta un “io mi sentivo triste” che poi continua con la storia di come la chiesa fosse il luogo ideale per chi è scontento di sé.
    È lecito pensare che abbiano voluto affrettare il discorso dato che nella frase successiva c’era effettivamente poco tempo per far entrare tutte le parole che il vecchio dice in inglese, tuttavia mi domando se quel “I had a feeling” non sia stato mal interpretato a monte e quindi sia stato poi tradotto erroneamente come “io mi sentivo triste”.
    Tra parentesi, chi doppia il vecchio è il mitico Nando Gazzolo, di cui già parlai nell’articolo sulla trilogia del dollaro di Sergio Leone.

    Comunque, ho parlato anche troppo! Terminao qui le mie osservazioni.

    CONCLUSIONE!

    Mi resta solo da dispensare un paio di complimenti al gruppo che ha lavorato al doppiaggio di questo film, a partire dalla direttrice di doppiaggio Silvia Monelli e dalla sua scelta degli interpreti, all’incredibile prova di Ilaria Stagni su Macaulay Culkin, lei poco più che ventenne all’epoca ma che nello stesso anno arrivava in Italia anche come voce di Bart Simpson. Un complimentone anche a Mino Caprio che in questo film non solo è lontano da altri suoi personaggi (come Peter Griffin in cui sembra esserti fossilizzato di recente) ma, in generale, ci dona un’incredibile interpretazione comica che si integra anche molto bene con gli strilli non doppiati di Daniel Stern. In proposito, sarebbe carino vedere una versione doppiata da Caprio di questo video che Dainel Stern ha pubblicato su YouTube come risposta a quest’altro video di Macaulay Culkin (basta che non la faccia alla Peter Griffin, s’intende).
    Qualcuno faccia in modo in modo che accada.

    Ci rivediamo a New York.

    Kevin che si appresta a mangiare un piatto di macaroni cheese accompagnato da un bicchiere di latte. La vignetta dice: Macaroni cheese, m'hai provocato e io te distruggo adesso. Ad imitazione della famosa frase di Alberto Sordi.

  • Ehi, ma che cazzo è? È Terminator Genisys

    Non sapete quanta voglia io abbia di parlare nuovamente di Terminator Genisys… spero che la mia ironia sia palese, siamo tra il “così me lo tolgo dai piedi” e il “lo faccio perché mi è stato chiesto da uno sull’internet“; siccome qualcosa da dire dopotutto ce l’ho, ecco l’articolo su Genisys ed il suo adattamento italiano. Contenti, no? Parliamo ancora di Genisys! Fate cadere i palloncini.
    scena della festa di capodanno nel parco di Grattachecca e Fighetto, dai Simpson
    Terminator Genisys, per come è ideato, ci mette davanti ad una situazione curiosa per il doppiaggio italiano: il misto tra alcune battute adattate 31 anni fa ed il resto delle battute adattate oggi, nel 2015; Genisys infatti ripropone tantissimi dei dialoghi originali mettendoli in bocca a nuovi attori, dalle frasi più famose fino a quella del monnezzaro che impreca contro il suo camion.
    Scena dal film Terminator dove Bill Paxton vestito da punk urla in facci al robot minacciandolo con un coltello. La vignetta legge: sciacquati la bocca con il sapone quando citi Terminator del 1984
    In particolare, la sequenza del monnezzaro della versione americana di Genisys fa leva su un’imitazione della frase del primo film mentre la versione italiana, tristemente, reinterpreta in chiave “moderna” ma ci ritorno su questa scena, eh se non ci ritorno!
    Ciò che mi ha subito sorpreso dei dialoghi presi dal primo film e qui “riproposti” è stato il coraggioso rispetto delle fonti. Difatti i dialoghi italiani che originano dal primo Terminator, quelli creati dalla Letizia Ciotti Miller, sono riportati fedelmente in questo adattamento di Terminator Genisys a cura di Fabrizio Pucci, il quale Pucci troviamo sia ai dialoghi che alla direzione del doppiaggio.
    Oggi giorno, tale fedelissima attenzione è cosa abbastanza rara e l’unico comprensibile cambiamento pare sia avvenuto per la storica “I’ll be back” che in questo film diventa “tornerò” (mentre nel doppiaggio del 1984 era stata tradotta con il tanto lamentato “aspetto fuori“), ma non è neanche un vero cambiamento in realtà! Potremmo infatti sostenere che “tornerò” sia stata presa dal doppiaggio del secondo capitolo della saga, altro film citato in Genisys, e quindi che omaggi T2 più che Terminator nello specifico.
    Anche non ricordando precisamente i dialoghi italiani del 1984, potrete facilmente identificare le battute “storiche” della Ciotti-Miller perché sono le uniche frasi che stonano leggermente con il resto dell’adattamento moderno; del resto in 31 anni lo stile e i metodi di lavoro nel mondo del doppiaggio sono cambiati in maniera totale e in questo film si scontrano verbalmente, se avete le orecchie per farci caso.

    Nuova versione della scena dei punk in Terminator Genisys

    Fate click sull’immagine per vedere la scena


    Un’altra occasione unica per gli appassionati del doppiaggio è stata quella di ritrovare Alessandro Rossi che va a ridoppiare Schwarzenegger anche nelle sequenze del 1984, regalandoci un grandissimo “ma se…?”: ma se Rossi avesse doppiato Schwarzenegger anche nel primo Terminator al posto di Glauco Onorato? Queste sono occasioni rare per i fanatici del doppiaggio.
    Sapete già dal mio articolo sull’adattamento di Terminator che la voce di Onorato su Schwarzenegger in quel film non mi è mai andata a genio, per le ragioni che ho già spiegato nell’articolo stesso, quindi ritrovare Rossi nelle sequenze del 1984 è stato certamente… interessante.
    Purtroppo i miei complimenti a Genisys terminano qui.

    MONNEZZARO 1984 vs. MONNEZZARO 2015

    Il monnezzaro di Terminator (1984)

    Fate click sull’immagine per vedere le scene a confronto


    versione 2015 in inglese : What the hell?
    versione 1984 in italiano: Ehi, ma che diavolo gli prende a questo maledettissimo figlio di puttana? Ehi, ma che cazzo è? (voce di Carlo Marini IDENTICA a quella originale)
    versione 2015 in italiano: Ma che cazzo è (con tono molto rabbioso, assente in inglese, e voce impostatissima)
    Tale scena viene riproposta in Genisys leggermente abbreviata, così non mi sorprende scoprire che, sia in inglese che in italiano, abbiano mantenuto unicamente il secondo “what the hell?” (quello che in italiano era “ehi, ma che cazzo è?“). La lieve differenza è che quel “ma che cazzo è” era riferito ai lampi e non al camion che smette di funzionare. Ad ogni modo, quella che è a tutti gli effetti una frase insignificante del film originale, per me rimane immortale sia in inglese sia per come fu resa identicamente in italiano da Carlo Marini e il sentirla banalmente riproposta con la tipica voce rabbiosa e molto impostata che oggi giorno mettono su CHIUNQUE, si tramuta nell’ennesimo promemoria su come il nuovo modo di recitare sia spesso tremendamente standardizzato, stereotipato, piatto e neanche necessariamente fedele all’originale come si potrebbe credere.
    Se al lettore occasionale questa sull’esclamazione del monnezzaro può sembrare una critica puntigliosamente inutile, sicuramente non mi conosce ma forse non si rende neanche conto che tale minuscola espressione presente in Genisys è tremendamente rappresentativa di come si doppia oggi; che se mettiamo un doppiatore della “vecchia scuola” accanto ad un doppiatore “odierno”, questi due strideranno da morire. Non è solo la mia opinione ma lo era anche del fu-Glauco Onorato in questa intervista del 2011 (dal minuto 10:02) e di Michele Kalamera in questa lunghissima intervista (da 3:52:40 a 3:56:38).

    IL MESSAGGIO DI JOHN ALLA MADRE

    versione 1984

    Grazie Sarah per il tuo coraggio negli anni oscuri. Io non posso aiutarti in quello che presto dovrai affrontare se non dicendoti che il futuro non è deciso. Tu devi essere più forte di quanto immagini tu possa essere. Tu devi sopravvivere, altrimenti non potrò esistere.

    versione 2015

    Grazie Sarah per il tuo coraggio negli anni oscuri. Io non posso aiutarti in quello che dovrai affrontare ma il futuro non è deciso. Non c’è alcun fato se non quello che creiamo noi stessi. Devi essere più forte di quanto immagini tu possa essere. Tu devi sopravvivere, altrimenti io non potrò esistere.

    La vera differenza sta nella frase sul fato, aggiunta nei dialoghi originali (in inglese) per far riferimento, a posteriori, anche a Terminator 2.Altre alterazioni sembrano più dovute a questione di “tempi” che a scelte stilistiche.

    John Connor stringe la mano a Kyle Reese e nella vignetta gli dice salutami a mammeta

    I DIALOGHI DEL TERMINATOR

    Non l’ho ucciso. Fra poco il T-1000 scopre la nostra posizione.

    Dopo oltre 30 anni il Terminator non ha ancora imparato la lingua sufficientemente bene da poter dire “fra poco scoprirà la nostra posizione”? Sempre questione di tempi? Chi sa. Non è propriamente un errore, ma neanche ciò che direbbe naturalmente una persona in… “italiano”. La scusa che si tratti di un robot non regge come giustificazione. Anzi, sembra che nonostante la trentina d’anni passati a contatto con gli umani, il terminator si sia rincoglionito ancora di più, specialmente quando poco dopo esclama cose tipo…

    Terminator che esclama: siamo stati recuperati

    Fate click sull’immagine per vedere la scena

    we’ve been reacquired

    che in italiano diventa incomprensibilmente…

    siamo stati recuperati

    …quando il T-1000 li raggiunge con l’automobile.
    Sebbene comprendo che si volesse rendere in qualche modo il dialogo simil-militare del terminator che parla di essere stati “riacquisiti”, trovo che l’uso della parola “recuperati” sia una scelta piuttosto ambigua e confusionaria. Il termine “re-acquired” difatti deriva dal termine militare del “target acquisition” che in italiano si traduce con “localizzazione dei bersagli”; con una traduzione meno bella questo potrebbe diventare “acquisizione dei bersagli” (termine che comunque è stato anche usato in passato), ma certamente è difficile da ricondurre ad un “recupero dei bersagli”, che indicherebbe piuttosto la cattura dei bersagli e non la loro individuazione.
    Una battuta che trovo più divertente in italiano è la seguente:

    Kyle: Sei già stato qui?
    T-800: Mi sono infiltrato tra gli operai che ci hanno lavorato.
    Sarah: Hai un lavoro nell’edilizia?
    T-800: Sono un esubero.

    In inglese alla richiesta “hai lavorato nell’edilizia?”, Schwarzenegger rispondeva semplicemente “until I was laid off”, ovvero “finché non mi hanno licenziato”. La scelta della parola “esubero” è particolarmente azzeccata perché negli Stati Uniti, patria del licenziamento senza giusta causa, c’è differenza tra “laid off” e “fired”.
    Mentre “fired” si usa quando una persona viene licenziata per ragioni personali (non lavora bene, ha offeso il capo, ruba o simili)…

    Scena da Ritorno al Futuro 2 con Marty McFly che guarda il fax di licenziamento con scritto YOU'RE FIRED

    (Ritorno al Futuro 2)


    …”laid off” viene usato invece quando si perde il lavoro per via della situazione economica dell’azienda (recessione, tagli al personale)…
    Scena dal film Chi ha incastrato Roger Rabbit nella quale vediamo la scritta laid-off

    (Chi ha incastrato Roger Rabbit?)


    …ovvero in tutti in quei casi in cui si viene licenziati per un eccedenza di personale rispetto alle necessità/disponibilità economiche dell’azienda (e di solito si finisce in cassa integrazione).
    Quindi “laid off” vuol dire letteralmente “licenziato per eccedenza di personale”, che poi è l’esatta definizione di esubero. Chapeau!

    I DIALOGHI DI KYLE REESE

    Kyle Reese che chiede chi è il lavoro in pelle? Ovvio riferimento a Blade Runner

    Reese: Chi è il lavoro in pelle?

    Questa battuta era identica in inglese purtroppo (“skin job”) quindi non possiamo dare la colpa all’adattamento italiano in questo caso. Con questo termine non viene fatto riferimento ad un precedente capitolo della saga di Terminator ma ad un altro film di culto degli anni ’80, Blade Runner. Starete pensando “cavolo, Genisys si appiglia così tanto alla nostalgia anni ’80 che comincia a citare anche altri film di quel periodo!”. A me invece piace pensare che sia un intenzionale indizio per farci presagire l’orrore che si presenterà a noi tra un paio di anni… ebbene sì, l’ennesimo seguito non richiesto dell’ennesimo film di culto anni ’80: Il Secondo Tragico Blade Runner. Abbiate paura, abbiate molta paura.
    Ad ogni modo, i fan accaniti di Blade Runner non hanno apprezzato la strizzatina d’occhio fuori luogo.
    Continuiamo con le frasi di Kyle Reese:

    Skynet è soltanto un programma. Finché è in sviluppo, è bloccato. Ma appena viene caricato sul server… non può più essere fermato.

    Dato che non sono proprio ignorante del mondo del computer e conoscendo la trama del film, quel “appena viene caricato sul server” mi puzzava un po’ quando lo sentii al cinema. Skynet caricato SUL server? Quale server? Su un solo server? Quindi sono andato a verificare e in originale diceva:

    Skynet is a computer program. As long as it’s still being coded, it’s contained. Once is uploaded from the servers… it can’t be stopped.

    Come volevasi dimostrare, la situazione è la seguente:

    1. ci si dovrebbe riferire ai server al plurale;
    2. Skynet (sotto forma di sistema operativo “Genisys”) si trova nei server della Cyberdyne in attesa di essere rilasciato, quindi l’upload dovrebbe avvenire “DAI server” e non “SUL server”.

    Un “ma una volta messo in rete” sarebbe stata una soluzione di gran lunga più elegante ma avrebbe voluto dire omettere la parola “server”, allontanandosi TROPPO dalla frase originale secondo gli standard odierni… e tale pratica sappiamo che è diventata tabù nel mondo del doppiaggio moderno dove la creatività viene disincentivata (solitamente dai supervisori americani) in cambio di frasi-fotocopia.
    Scena dal film Fantozzi quando al ristorante cinese gli implorano di non chiedere pane. Nella vignetta si dice che la creatività è proibita
     

    ERRORI DEL 1984 INCONTRANO QUELLI DEL 2015 E SI RICONOSCONO

    Abbiamo un poliziotto anziano che cerca di convincere un giovane agente del 2017 che l’apparizione di Kyle e Sarah in una sfera di luce sia la prova di ciò che sostiene da oltre trent’anni, ovvero che esistono dei viaggiatori del tempo. Questo a riprova di quanto vide nel 1984 da giovane poliziotto di pattuglia che era.
    Per questo la battuta…

    è la prova di quello che ti dico da ormai… da 30 anni

    …puzza pure questa di errore. Che TI dico? Come fa ad averglielo detto per 30 anni se collega a cui si rivolge ne dimostra appena 35 e non è suo parente?
    Difatti in inglese diceva:

    this is proof of what I’ve been talking about for 30… whatever years.

    cioè è la prova di quello che l’anziano poliziotto cerca di dire da 30 anni e passa… ma non è indirizzato a nessuno in particolare. Curioso che siamo nel 2015 e vengono commessi errori PRATICAMENTE IDENTICI a quelli che si commettevano nel 1984 (quando Kyle Reese diceva “tu ancora non mi credi” invece di “voi ancora non mi credete”); solo che nel 2015 si hanno molte meno scuse di 30 anni fa.
    Scena del film Terminator Genisys. Un poliziotto cerca di convincere altri due

    IL FINALONE

    – Papà! Credevo che fossi morto!
    – No, solo app-gradato!

    Ed Evit in lacrime dalle risate, tanto ormai…
    In un film dove sono stati sempre attenti a non cadere nella trappola dei termini informatici (“caricato” al posto di “uploaded” ve ne dà un’idea), un trattamento di cui non tutti i film moderni possono vantarsi (pensate all’osceno “posso uploadarmi nel mainframe della nave” di L’Uomo d’acciaio), ecco che si presenta sul finale una battuta dove hanno optato di far dire ad Alessandro Rossi quel termine italianizzato: upgradato (che tra l’altro suona proprio come “app gradato” a me che non ho l’abitudine di pensare “giovane”).
    Ad ogni modo, visto che la frase era comunque una battuta, direi che sono riusciti nello scopo di farmi ridere (sebbene non per lo stesso motivo per cui si ride in lingua originale). Quasi comprendo la necessità di optare per “upgradato” ma non la giustifico, né la approvo, né la apprezzo. Peccato sciupare un record invidiabile per un film di fantascienza altrimenti scevro da inglesismi e neologismi. Proprio sul finale… ce l’aveva quasi fatta.
    Foto sul set: un uomo da indicazioni ai membri della troupe. La vignetta parla di una supercazzola di Amici Miei

    In conclusione, un film adattato discretamente bene rispetto alle mie iniziali aspettative (insomma non è Captain America 2) con la curiosa “intromissione” di frasi adattate invece 30 anni fa e che stanno lì a sottolineare (per i più attenti e sensibili all’argomento) come siano cambiati i tempi anche per il doppiaggio italiano. In ogni caso si tratta di una invidiabile prova di fedeltà verso le fonti che probabilmente riflette proprio una volontà dei produttori americani, visto che l’intero film altro non è che una massiccia “operazione nostalgia”.
    Resta la presenza di alcuni errori nell’adattamento di Genisys i quali, seppur numericamente inferiori agli errori dell’adattamento del primo film del 1984, sono ancor meno giustificabili di quelli di trent’anni fa.

    Però ce l’aveva quasi fatta.

    Foto dal set, Schwarzenegger guarda le foto della sua copia digitale e la vignetta ricorda Johnny Stecchino con la sua battuta storica: non mi somiglia per niente

  • “AMMIRATELO!” – Una conversazione col dialoghista Valerio Piccolo

    AMMIRATELO!!!

    Il grande Piccolo

    Evit: Piacere di conoscerti Valerio e benvenuto. Come forse avrai avuto modo di notare, il blog Doppiaggi Italioti è un blog di critica al doppiaggio italiano condito da una vena comica e con la parola “critica” intesa nel senso più neutrale possibile, difatti elogiamo sempre i doppiaggi ben fatti con la stessa energia con cui critichiamo quelli meno riusciti.
    Nel mio blog (e qui parlo al plurale estendendolo anche ai miei lettori e pochi collaboratori) siamo i cultori dei dialoghi tradotti che sembrano nati in lingua italiana e non di quelli pedissequamente tradotti dall’inglese, a volte direttamente con costrutti anglosassoni, conditi da parole non tradotte e altamente estranianti. Questa mia fissazione per i doppiaggi ben fatti mi ha portato a trovare te, Valerio, dato che sono molti anni che ritrovo il tuo nome nei titoli di coda di film di cui ho apprezzato molto i dialoghi italiani (lista dei suoi lavori → qui).
    Ci racconti le tue origini professionali e come sei entrato nel mondo dell’adattamento dei dialoghi per film doppiati? Perché mi pare di capire dal tuo sito web che questa attività di dialoghista sia secondaria rispetto alla tua vera professione.

    Valerio: Diciamo che la mia vita si divide a metà, tra musica e doppiaggio. Sono infatti anche un cantautore e chitarrista con 3 dischi alle spalle e vari progetti musical-teatrali in piedi tra Italia e Stati Uniti. Professionalmente però “nasco” traduttore, e dopo anni di lavori in campo letterario, nel 2000 ho avuto un’occasione per cimentarmi nel mondo del doppiaggio. Casualmente, quasi. Un amico, che all’epoca lavorava da fonico di doppiaggio e che sapeva del mio lavoro di traduttore, mi disse che una società cercava traduttori/adattatori “giovani”, e allora pensai: “Perché no?”. Era un società coraggiosa, che evidentemente credeva in me e non ebbe paura di lanciarmi sul mercato: contrariamente alla gavetta classica di un dialoghista, il mio sesto adattamento in assoluto fu già un film di circuito!

    Valerio Piccolo con Suzanne Vega

    Valerio Piccolo con Suzanne Vega

    E: come si diventa dialoghista di professione e a quali regole non scritte ti attieni per produrre ciò che ritieni un buon dialogo adattato?

    V: Come forse saprai, a tutt’oggi non esiste un vero e proprio iter “ufficiale” per diventare dialoghisti. Non esistono diplomi o lauree “ufficiali” e i vari master e corsi di cui sento parlare lasciano (almeno per la mia piccola esperienza) il tempo che trovano. Nel mio caso si è trattato praticamente di un percorso da autodidatta, e ho imparato quasi tutto sul campo. Dopo quella “chiamata” da parte della società di doppiaggio di cui parlavo prima, ho avuto un paio di “lezioni” da una dialoghista, e poi ho dovuto fare da solo. Secondo me, resta un lavoro in cui le regole non scritte sono maggiori di quelle scritte. E non è per forza un male, se lascia spazio alla creatività individuale. Certo è che ci vogliono alcuni requisiti di base che, a mio parere, sono indispensabili: la conoscenza dell’inglese, almeno, e un’ottima proprietà dell’italiano. Ma anche ritmo, musicalità e cultura cinematografica, indubbiamente.

    E: Spesso che chi dirige i doppiaggi è anche responsabile dell’adattamento, nel tuo caso invece possiamo dire che tu sia uno specialista di soli dialoghi e adattamento. Quanto fedelmente viene rispettato il lavoro di traduzione e adattamento dal direttore del doppiaggio?

    V: Io mi aspetto che un direttore di doppiaggio rispetti il lavoro di un dialoghista, soprattutto per quanto riguarda la fedeltà all’originale e il registro stilistico. Per il resto, però, penso che il doppiaggio sia un vero e proprio lavoro d’equipe, per cui ben vengano i cambiamenti in sala, se in quel momento si trovano soluzioni più felici. Il copione che io adatto poi passa l’esame di tanti altri occhi: i cambiamenti sono inevitabili e, nella maggior parte dei casi, scelte che migliorano il prodotto finale.

    E: La casa di distribuzione (e per estensione la celeberrima figura del supervisor americano) ha una qualche influenza su colui o colei che adatta il copione in italiano oppure questa interagisce soltanto con i direttori di doppiaggio in sala?

    V: Da una seria società di distribuzione mi aspetto sempre un confronto sui dialoghi, ancor prima che il copione da me adattato entri in sala di doppiaggio. Per fortuna, ho a che fare con responsabili delle edizioni italiane molto professionali, e quindi questo succede quasi sempre. Più un copione arriva in sala “perfetto”, più il lavoro del direttore di doppiaggio sarà facilitato. Poi, certo, supervisor e responsabili hanno il compito (il dovere?) di relazionarsi con il direttore, e ovviamente assistere in sala ai turni di doppiaggio, per intervenire dove sia necessario.

    E: hai mai avuto conflitti creativi in merito ad un tuo lavoro? E come si sono risolti, se si sono risolti?

    V: È successo, può succedere, e probabilmente succederà ancora. A volte i conflitti si risolvono costruttivamente e, come ho detto prima, possono anche portare ad un migliore prodotto finale. A volte, invece, una delle due parti deve abbozzare, magari. Ma questo vale per tutti i lavori, no?

    E: Molti italiani si lamentano, spesso motivatamente (ma non sempre), dell’alterazione dei titoli e sappiamo che l’ultima parola ce l’hanno i pubblicitari dell’ufficio marketing della distribuzione italiana il cui lavoro è attirare al cinema il maggior numero di persone. Tu, come dialoghista e adattatore, proponi titoli tuoi?

    V: No, mi sarà successo al massimo un paio di volte di essere interpellato al riguardo. I titoli restano una prerogativa del marketing. E a volte – in questo do ragione ai “molti italiani” – non è una buona notizia.

    Valerio Piccolo in concerto

    Valerio Piccolo quando non è impegnato a creare dialoghi per il cinema

    E: Cosa ne pensi in generale di chi si pone a favore di una distribuzione cinematografica straniera esclusivamente sottotitolata, volendo abolire il doppiaggio completamente?

    V: In linea di principio sono favorevole. Personalmente mi piace vedere i film in lingua originale, e penso che una distribuzione in tal senso sottolineerebbe tra l’altro un miglioramento linguistico degli italiani. Chi però è favorevole a questo “estremo” troppo spesso dimentica che per una “rivoluzione” del genere non basta portare al cinema i film in lingua originale. Il primo passo va fatto in televisione, a mio parere. Se non abitui un popolo QUOTIDIANAMENTE a vedere le cose in lingua originale, non puoi aspettarti poi che sia favorevole ad andare al cinema e trovarsi improvvisamente a dover leggere i sottotitoli. Chi fa questo pur giusto discorso spesso dimentica che il doppiaggio dei film di circuito rappresenta solo una piccola percentuale di tutto il settore. Cambiamo pure, sono assolutamente d’accordo. Ma partiamo dalla base, non dalla punta dell’iceberg.

    E: mi sorprende che questa presa di posizione venga da un dialoghista così bravo come te. In un epoca in cui i film in TV vengono trasmessi con l’opzione della lingua originale e in cui nei multisala delle grandi città trovi sempre qualche proiezione in lingua originale (solo a Firenze abbiamo almeno 4 cinema che lo fanno regolarmente), non pensi che ipotizzare una “rivoluzione” che inizi dai salotti di casa sia non solo controproducente (dato che i sottotitoli stessi sono adattati, talvolta difficili da seguire e comunque sempre molto riduttivi, tanto per dirne alcune) ma ormai fuori tempo massimo?

    V: Forse non mi sono espresso bene. La mia non è una presa di posizione. E il discorso è molto, molto complesso. Perché va a toccare internet, lo streaming, la fruizione ormai facilitata di opere in lingua originale, e tanti altri piccoli aspetti. Poi andrebbero fatti anche degli altri distinguo, perché una cosa è parlare dell’inglese, un’altra è pensare a prodotti cinesi, coreani, ecc. Insomma, ci vorrebbero pagine e pagine per analizzare la questione. Io dico soltanto che la mia preoccupazione principale è che non vengano fatte delle rivoluzioni “cialtrone”. Vogliamo abolire il doppiaggio? Per me può andare bene, a patto che si faccia una riforma strutturale, che tocchi tutti i settori, per una transizione concreta e corretta. È vero che, come dici tu, a Firenze ci sono cinema che programmano regolarmente film in lingua originale. Ma per una rivoluzione del genere non si può fare l’esempio di Firenze, e neanche di Roma (dove comunque non abbondano i film in lingua originale). Io ad esempio so che già a Milano non è facile trovare proiezioni in lingua originale. Ma, a prescindere da questo, non è a Firenze e a Roma che bisogna pensare quando si fa un discorso del genere. Penso a Caserta (dove sono nato), a Catania, a Forlì. Quanta gente – soprattutto quella di una certa età – in queste città è davvero disposta a pagare euro per vedere una proiezione in lingua originale, se non viene prima “abituata” quotidianamente dalla tv? E siamo sicuri che in queste città tutti vedano film trasmessi dalle pay-tv e usino l’opzione doppio audio? Ti faccio un esempio: le amiche di mia madre, che ovviamente hanno una certa età ma amano cinema e teatro, andrebbero a vedere “Youth” di Sorrentino in lingua originale? Io ho dei dubbi. E allora chi glielo spiega al gestore del cinema, con tutti i soldi che è costretto a pagare per avere una prima visione, che perde il gruppo delle amiche di mia madre? Ecco, lo dico solo per considerare tutti gli aspetti di una vicenda molto, molto complessa. In cui a volte si perde il senso di quello che succede davvero nelle piccole città con, ad esempio, UN SOLO cinema per tutti. 

    Ace Ventura che si gira per dire c'è solo un piccolo particolare

    C’è solo un piccolo particolare…

    E: Qui però tocchi uno degli argomenti che mi stanno più a cuore, ed apriti cielo [i lettori che mi conoscono staranno già facendo roteare gli occhi]. Dici che saresti favorevole ad una abolizione del doppiaggio, se questo fosse unito ad una rivoluzione culturale “non cialtrona”. Il problema è che tale rivoluzione, da alcuni anelata (specialmente membri di certi gruppi Facebook), non potrà che essere (in mancanza di miglior temine) cialtrona, anche per i motivi che hai correttamente elencato tu stesso.

    Ribadisco che oggi giorno tra DVD/Bluray e canali free-view (in qualsiasi parte d’Italia) non è che manchi la scelta di potersi vedere film in lingua originale, se si desidera farlo. Ovvio che le sale cinematografiche con proiezioni in lingua originale siano limitate alle grandi città, perché comunque interessano una ristretta percentuale della popolazione, che in un centro urbano minore sarebbe sovra-rappresentata anche con un solo cinema dedicato (il caso di Firenze è particolare perché abbiamo molti istituti di lingua inglese e turisti americani).

    _______APERTE PARENTESI_______

    (i non interessati all’argomento “doppiaggio in Italia” possono scorrere fino al segnale di chiusura parentesi)

    E: Ti spiego il motivo principale perché una rivoluzione in tal senso non la trovo auspicabile: semplicemente trovo che il prodotto “originale”, nelle sue intenzioni, arriverebbe allo spettatore anche più difficilmente, e sarebbe ancora più snaturato che in qualsiasi doppiaggio italiano.
    Prendo l’esempio dei film giapponesi: potrei anche pensare “che bello sentirli in lingua originale” (sottotitolati); potrei supporre che vedendomeli in originale possa “arrivarmi” di più rispetto ad una versione doppiata ma, non conoscendo né la lingua né la cultura giapponese, per me e per le mie orecchie ignoranti di giapponese, qualsiasi emozione esprimano gli attori nipponici verrà percepita solo come frasi di rabbia più o meno contenuta. La prosodia di quella lingua, come di qualunque altra, non corrisponde alla mia e vice versa, e questo è un altro fattore da non trascurare dello straniamento dell’ascoltare una lingua diversa dalla propria.
    Quindi mi sto vedendo un prodotto sì in lingua originale ma delle cui intenzioni originali non mi arriva assolutamente niente dato che l’espressività degli interpreti è per me incomprensibile; a questo aggiungici pure che i sottotitoli che leggo (e che ci auguriamo siano tradotti e adattati sempre alla perfezione) sono immancabilmente e necessariamente riduttivi…
    Insomma, già da questo semplice esempio puoi capire perché trovo incredibilmente improbabile che avvenga alcuna rivoluzione che porti la lingua originale nelle case di tutti gli italiani a scapito delle versioni doppiate, ora, nel 2015.
    Chi non è già a suo agio con la cultura del paese di origine del film (o programma TV che sia), potrà solo guardarsi un prodotto le cui intenzioni originali arrivano ancora più difficilmente, se arrivano. Quantomeno con il doppiaggio hai la comodità di un prodotto culturale adattato (ci si augura) in maniera adeguata, mutatis mutandis, per la cultura di destinazione, recitato da attori che forniscano interpretazioni vocali equivalenti.
    E ti parlo da bilingue quindi, vista la predominanza americana nella distribuzione cinematografica, io personalmente sarei proprio l’ultimo a soffrire per un simile cambiamento. Ma solo perché io personalmente mi trovo a mio agio con la lingua del 90% dei film importati in Italia, non mi sentirei di augurarlo ad altri. Il mio pensiero va a mio padre, ad esempio, il quale adesso non ci vede più molto bene e i sottotitoli non li riesce a leggere in tempo; per il “Trono di Spade”, di cui è un grande appassionato, deve necessariamente attendere che venga trasmesso doppiato perché, semplicemente, non riesce a seguirlo con i sottotitoli.
    Non si può augurare un cambiamento totale, a scapito di coloro che non sono interessati ma soprattutto che non possono leggere i sottotitoli (un numero non indifferente, tra difficoltà visive e dislessici), specialmente perché non c’è modo di fare una simile rivoluzione in un modo che non sia cialtrona.
    Difatti, l’unica alternativa “non cialtrona” a questa rivoluzione sperata da alcuni sarebbe che tutti gli italiani imparassero prima tutte le lingue presenti sul mercato cinematografico, lo stesso discorso che poi vale anche per la letteratura: per leggere I fratelli Karamazov dovremmo imparare prima il russo ed apprezzarne le scelte lessicali e le intenzioni originali dell’autore.
    In un paese dove la lingua ufficiale è l’italiano… scritto.

    _______CHIUSE PARENTESI_______

    Comunque, tornando a noi [sospiro di sollievo dei miei lettori], il tuo primo grosso film mi risulta che sia stato Mulholland Drive di Lynch (2001) e da lì in poi è stato un alternarsi di titoli più o meno noti: Il mistero dei templariA Scanner DarklyTerminator SalvationGrindhouse di Tarantino e tanti, tanti altri! Ce n’è qualcuno di cui sei più orgoglioso e altri di cui lo sei meno?

    V: Sì, mi ritengo molto fortunato a poter mettere mano ogni anno a tanti film importanti di registi che amo. Ci sono sicuramente tanti film che ho amato, tra quelli che ho adattato, e anche tanti in cui penso – senza falsa modestia – di aver fatto un buon lavoro. Un film che ancora mi piace guardare oggi è il mio primo lavoro su film di circuito, “Y tu mamà tambien” di Alfonso Cuaron, con un giovanissimo Gael Garcia Bernal (con il quale, tra l’altro, mi ubriacai clamorosamente di tequila alla festa della produzione del film dopo la proiezione al Festival di Venezia). È un film che mi resta nel cuore e che, quando lo rivedo, mi sorprende per il “realismo” e la veridicità dei dialoghi, nonostante fossi chiaramente alle prime armi.

    E: Quando ti trovi davanti a film con origini letterarie come, ne prendo uno a caso, A Scanner Darkly, o comunque film che derivano da famosi precedenti (Terminator SalvationIl Grande e potente OzA-Team etc…) vai a ricercarne la versione italiana del libro, o film originario che sia, per assicurarti di mantenere una certa continuità nell’adattamento? Ne hai il tempo e soprattutto ne senti la necessità?

    V: Cerco sempre di risalire alle origini, certo. Ma queste cose – fare ricerche, documentarsi, spulciare la rete in cerca di curiosità e riferimenti – fa parte di una predisposizione che tutti noi traduttori coscienziosi abbiamo. In questo, credo, il mio passato di traduttore letterario mi aiuta. Mi aiuta nell’inseguire una ricerca a tutto tondo e una profondità che, con i tempi stretti del doppiaggio, non sempre sono facili da ottenere.

    E: Quanto tempo richiede un buon adattamento dei dialoghi e quanto tempo effettivamente ti danno?

    V: Partiamo da quanto effettivamente ci danno: 15 giorni per un film. Che purtroppo a volte – e sempre più di frequente – diventano anche meno. 15 giorni a buoni ritmi quotidiani possono forse essere anche sufficienti, se sei sufficientemente veloce. Ma è vero che ci sono film più complicati che hanno sicuramente bisogno di un tempo che si avvicina ai 20 giorni.

    E: La tua esperienza nel campo della musica ti avrà aiutato in titoli come Sweeney Todd di Tim Burton, ma anche film più inaspettati come Una Notte Da Leoni in cui uno dei protagonisti improvvisava un pezzo al pianoforte che descriveva le loro disavventure. Quanto è importante e quanto è utile, nel campo dell’adattamento dei dialoghi, una preparazione a tutto campo, musicale, teatrale… etc?

    V: Sicuramente la musica e la musicalità sono importantissime per il mio lavoro. Questo perché il ritmo è uno degli aspetti tecnici FONDAMENTALI del lavoro di dialoghista. Per essere efficace in quella che io chiamo “mostruosità innaturale” (far parlare in italiano un uomo che, di fatto, sta parlando UN’ALTRA LINGUA!!!), devi entrare nel ritmo dell’attore e incollarci un ritmo identico fatto di parole italiane. Un’impresa non sempre facile. Più ti incolli all’attore, meno lo spettatore farà caso alla manipolazione. E per fare questo, la musica aiuta eccome.

    E: ma ti permettono di vedere il film in anticipo? Prima di iniziare l’adattamento intendo.

    V: Spesso, ma non sempre, si organizza una proiezione con i responsabili della distribuzione, il direttore del doppiaggio e il dialoghista, di modo che si possa subito fare una riunione per decidere gli aspetti generali del film in questione. 

    Scena doppiata dal film Role Models del 2008

    Role Models (2008) – Click sull’immagine per vedere la scena

    E: Dal 2009 ti vengono assegnati anche alcuni titoli di quel genere che io personalmente definisco la nuova commedia americana, sto parlando della sopracitata serie di Una Notte Da Leoni (Hungover) e, ad esempio, Role Models di cui sei sempre l’autore dei dialoghi.
    A mio parere questi film sono particolari per la resa comica dei dialoghi in italiano, non è solo mio parere ma anche della mia partner britannica che ha scoperto tali film proprio in lingua italiana trovandoli “brillanti” e sottolineando come non sempre siano altrettanto divertenti nella versione originale.
    Vuoi dire qualcosa in merito al genere commedia/comico da te adattato? Quanta libertà di manovra hai nell’inventarti battute? Ti diverti con questi lavori? Il nome “Artonio” ti dice niente?

    V: La commedia di regola lascia a noi dialoghisti un margine maggiore di “creatività”. Bisogna stare attenti, però, perché se ti fai prendere la mano poi tendi a snaturare l’idea originale del film. E invece – non mi stancherò mai di dirlo – la fedeltà al testo e al registro originali sono sempre da rispettare. Mi spiego: se un film, in originale, pur essendo etichettato come “commedia”, fa sorridere MA NON ridere, dev’essere così anche nella versione italiana, e non bisogna snaturare il prodotto originale cercando di far sganasciare di risate lo spettatore laddove il regista magari cercava un più elegante sorrisetto. In effetti, però, come dici tu, mi è capitato di vedere film da me adattati e accorgermi che facevano ridere di più nella versione italiana che in quella originale. Ma se questo succede, non è detto che sia per forza un bene. Almeno nel senso del rispetto dell’idea originale del film.

    E: Non dico che si debba cambiare registro comico, ma se è possibile migliorare un prodotto trovando una soluzione lessicale che sia più memorabile in italiano (pur rispettandone le intenzioni originali), non credi che sia lecito farlo?

    V: Come in tutte le cose della vita, è una questione di buon senso, di misura. Se non si esagera, tutto è lecito. Senza mai dimenticare che la nostra è una “forzatura”, un procedimento innaturale che già di per sé, inevitabilmente, stravolge l’opera originale.

    E: Più che “stravolgere”, a me piace dire semplicemente che si “adatta” l’opera originale, credo che in questa parola sia racchiuso il vero significato, scevro da connotati elogiativi o negativi. Del resto lo si fa anche nella traduzione letteraria.
    Questo mi porta anche al recente Mad Max: Fury Road di cui hai creato i dialoghi italiani e che mi ha spinto originariamente a contattarti. Devo ammettere che ero molto in apprensione prima di andarlo a vedere in italiano, visto l’andazzo sul doppiaggio di grossi film come ad esempio quelli della Marvel, ed ero pronto al peggio. Sorprendentemente ho trovato un adattamento veramente ben fatto, dove praticamente tutto è stato adattato e non solo “tradotto” (scavengers -> saprofagi; war rig -> blindocisterna; “witness me!” -> “ammiratelo!” etc…) e dove solo il minimo indispensabile è rimasto in lingua originale: i luoghi (come “Bullet Farm” e “Gas Town”), alcuni nomi (es. “Immortan Joe”), un paio di parole di slang australiano. Del resto l’ambientazione non è fantasy ma si tratta di un’Australia post-apocalittica dove ha senso che persone e luoghi abbiano nomi propri in lingua inglese.
    Scelte di adattamento, tra l’altro, in linea con il precedente film dove avevamo Bartertown, Master-Blaster, eccetera. Che goduria nel sentire tutto il resto ADATTATO! Perché nel doppiaggio moderno si sta quasi perdendo il senso di questa parola, adattamento. Vuoi parlarci di come hai affrontato questo film, dal punto di vista dei dialoghi e dell’adattamento?

    V: Su questo film è stato fatto un lavoro splendido da tutti (primo fra tutti Massimiliano Alto, che ha sfoderato come sempre una grande direzione), ed è stato un film che, per una volta, ha avuto giusti tempi di lavorazione (più dei famosi 15 giorni, per intenderci) e anche tanti confronti con la distribuzione sui termini da utilizzare. In più, caso davvero unico, George Miller ha mandato a noi adattatori di tutto il mondo un suo “commentary” di tutto il film, pezzo per pezzo, con le spiegazioni delle origini di ogni termine che era stato inventato per il film. Un’esperienza stupenda che – almeno credo – ha dato un notevole valore aggiunto alla versione italiana del film.

    Mad Max Fury Road vignetta che splendido adattamento
    E: Un valore che si percepisce e ci possiamo considerare veramente fortunati (noi, pubblico italiano) se la tua presenza e una simile (ed inaudita) attenzione da parte della distribuzione e del regista hanno portato al prodotto che poi abbiamo visto al cinema! Di questi tempi è cosa rara per film simili.
    Voglio concludere ribadendo quanto apprezzi il tuo lavoro, nei film visti fino ad ora in cui tu hai lavorato mai mi è capitato di storcere il naso, mai! Ed è un peccato che in siti come Antonio Genna tu (così come molti altri dialoghisti) non abbia una scheda personale perché, ancor prima dei doppiatori, ciò che rende un film ben realizzato nella sua versione italiana sono proprio l’adattamento e i dialoghi.

    V: Grazie davvero di questi complimenti. Faccio questo lavoro da 15 anni, e lo faccio ancora con l’entusiasmo del primo giorno. La traduzione, la manipolazione della parola, sono il mio pane quotidiano. Posso quasi dire che, dopo 15 anni, pur lavorando mediamente 10 ore al giorno, ancora non mi sembra un “vero” lavoro, non so se mi spiego.

    E: Chiarissimo! Hai consigli da dare per chi volesse diventare dialoghista di audiovisivi?

    V: Consigli per chi vuole fare questo mestiere? Trovare un dialoghista che sia molto bravo, e che sia anche molto disposto a insegnarvelo. O almeno a spiegarvi le basi, per poi farvi trovare un metodo che per voi funzioni.

    E: Hai avuto modo di dare un’occhiata al blog, cosa ne pensi?

    V: Penso che sei pazzo! [ride] E che le cose fatte con passione sono quanto di meglio si possa trovare in questo mondo così difficile. Per cui ben venga un posto come questo dove interagire con gli appassionati innanzitutto di cinema.

    Scena di Mad Max Fury Road adattato da Valerio Piccolo

    Continua così Piccolo, nel Valhalla dei dialoghisti già ti attendono.

  • Interceptor, il guerriero della strada – Un doppiaggio d'altri tempi per un film d'altri tempi

    mad-max-road-warrior-blu-ray

    Il secondo Mad Max si rivela un seguito essenzialmente diverso e migliore. È l’equivalente post-apocalittico de’ La Casa 2, ovvero contiene tutto ciò che il regista avrebbe voluto mettere nel primo film, ma finalmente con i soldi per poterlo fare!
    Gli diedero il budget più alto mai speso in Australia fino ad allora per un film. L’Australia non è Hollywood, quindi un budget simile rimane comunque nel limite del “ti aggiungiamo uno zero al costo del tuo primo film… e ci stiamo dissanguando”; il quale film, ricordiamo, era stato finanziato praticamente da Miller stesso attraverso turni extra di guardia medica (a quei tempi Miller era appena laureato in medicina). Ciononostante, anche quel solo zero in più sull’assegno permise a George Miller di fare tutto ciò che aveva in mente di fare.
    Basta(!) quindi con la retribuzione degli stuntmen non professionisti a suon di casse di Peroni gelate e mai più sarebbe ricorso al furto con destrezza di cartelli (e oggettistica varia) presi “in prestito” dai portici dei negozi dell’outback australiano prima dell’orario di apertura. Adesso Miller poteva permettersi un vero e proprio set futuristico costruito nel bel mezzo del deserto australiano (e di farlo poi saltare in aria alla fine del film), poteva permettersi anche dei veri costumi, un numero maggiore di veicoli da sfasciare, dei veri stuntmen… e con gli spiccioli avanzati, qualche scatolone su cui farli cascare.

    Speriamo abbiano messo abbastanza scatoloni

    Speriamo abbiano messo abbastanza scatoloni


    Le ossa rotte in questo film non sono mancate, ma sullo schermo si ripagano da sole! A certi voli che si vedono su schermo c’è da prendere il cellulare al volo e controllare Wikipedia solo per assicurarsi che non sia morto nessuno durante le riprese del film. Colonna sonora e fotografia di questo film sono a livelli inaspettati di spettacolarità. Non è un caso che il secondo capitolo di Mad Max sia il più amato dei tre a livello mondiale.
    Quello che nel 2015, agli occhi dei più giovani, potrebbe sembrare un film da poco, in realtà supera in azione (e in tensione) la maggior parte dei polpettoni “action” che sfornano oggi come il pane toscano: insipido e spesso già stantio.
    Addio lettori toscani, è stato bello avervi conosciuto.

    ___________________

    Vi piace la locandina rubata ad un altro sito?

    Vi piace la locandina rubata ad un altro sito?


    In un precedente articolo avevamo visto come il primo film di Mad Max, da noi intitolato Interceptor dal nome dell’auto “supercarburata” che guida il protagonista, contenesse alcune strambe scelte di adattamento, un paio di errori di traduzione (errare humanum est), alcuni nomi alterati accanto ad altri mantenuti in inglese – ma pronunciati in maniera curiosa. Tutto sommato però si trattava di un lavoro eccellente, recitato alla vecchia maniera (forse anche troppo alla vecchia maniera, secondo l’opinione di Carlo Marini che doppiava Mel), con frasi mai e poi mai tradotte pedissequamente… insomma un vero e proprio doppiaggio vecchio stile. Difatti nonostante le pecche ne consigliavo una visione esclusivamente in lingua italiana!
    Dopo aver conversato con Carlo Marini, voce di Mel Gibson, sono venuti alla luce dettagli fino ad ora non noti riguardo l’adattamento dei primi due film della serie (aspettate però che io pubblichi l’intervista completa con Carlo Marini prima di precipitarvi ad aggiornare Wikipedia e Antonio Genna come dei forsennati):
    in primis che la direzione del doppiaggio del primo film era in mano a Emilio Cigoli, classe 1909, noto come voce italiana di John Wayne e di molti altri eroi americani degli anni ’50-’60. Insomma, uno che non si sarebbe mai sognato di lasciare un vocabolo inglese ignoto in un film doppiato, ma che allo stesso tempo impediva a Marini di esprimersi liberamente nell’interpretazione di Mel Gibson, specialmente nelle scene del primo film in cui lo vediamo affaticato/disperato e ciononostante con una voce inflessibile, dato che, secondo Cigoli, “un eroe non si affatica mai!” citazione necessaria
    Neanche la scalinata di Pai Mei piegherebbe Mad Max in italiano.

    Neanche la scalinata di Pai Mei farebbe venire il fiatone Mad Max in italiano.


    Quindi anche se Mad Max dovesse correre la distanza da Maratona ad Atene sotto il peso di un’armatura, nella traccia italiana lo sentireste pronunciare “abbiamo vinto” in un bellissimo italiano, calmo e impostato. Inutile fu lo sforzo di Marini nel far notare al direttore, Cigoli, che Mad Max non è esattamente il prototipo di eroe senza macchia, in stile vecchia Hollywood. È un uomo accecato dalla vendetta nel primo film e indifferente alle sofferenze umane nel secondo, nel quale aiuta i “buoni” solo per suo tornaconto personale.
    Il ritorno, anche nel secondo film, di Carlo Marini su Mel Gibson consente alla serie di proseguire la strada e di far tesoro dell’eredità di Cigoli, con adattamento e recitazioni ancora in stile anni ’50-’60 (con tutti i pregi e i difetti che ne seguono) ma, se nel primo film questo tipo di adattamento altro non è che una piacevole aggiunta, è nel secondo che il doppiaggio in stile “vecchio western hollywoodiano” trova tutta la sua ragione d’essere!
    Awanagana!

    Awanagana!


    Difatti, mentre il primo “Mad Max” può ricordare più un road movie indipendente degli anni ’70, con il secondo capitolo vediamo una trama classicheggiante ripresa dall’Iliade e una caratterizzazione dei personaggi che sembrano invece presi direttamente dai western di Sergio Leone (il protagonista taciturno e solitario) e da quelli di John Ford (i barbari motorizzati come indiani pellirossa)… quale miglior connubio potevamo desiderare tra un film che richiama fortemente ad uno stile “classico” ed un doppiaggio italiano tipico proprio di quei generi che Mad Max ripresenta in chiave post-apocalittica?
    Amazzoni post-apocalittiche

    Amazzoni post-apocalittiche


    Il solo prologo di questo secondo film rasenta la poesia se confrontato con il testo originale, vi cito solo un piccolo frammento invitandovi a cercarvelo per intero su YouTube:

    Ordinary men were battered and smashed.
    I deboli scomparivano senza lasciare neanche il segno di una croce… su delle misere pietre.

    Questa sola frase ci ricorda come dovrebbe essere l’adattamento dei dialoghi di un film e di come invece non è più. Frasi che sembrano nate in lingua italiana e non la traslitterazione parola per parola, con costrutti anglosassoni, come ahimè accade sempre più spesso nei film doppiati di oggi! Questa è la chiave di un buon adattamento… e non il far dire a Captain America che c’è bisogno di un pararescue (a cui piace l’Ultimate Fighting) per bypassare il blade server di targeting e per fare il back-up dell’hard drive degli helicarrier Insight, grazie ad un software tracer.
    Ah, se solo questi fossero dialoghi di mia immaginazione e non la cruda realtà dell’adattamento moderno.
    Torniamo a noi.
    Il prologo appena citato, che apre il film Interceptor – Il guerriero della strada, è narrato da Mario Milita il quale, un decennio più tardi, sarebbe divenuto molto celebre come voce di nonno Simpson nell’omonima serie. Difatti, riguardando oggi quella scena di apertura di Mad Max 2, per quanto poetica, viene un po’ da ridere ripensando al personaggio di nonno Simpson che parla a vanvera.
    Proprio per questo vi ho preparato una chicca narrata dal nostro Leo:
    Nonno Simpson narra l’introduzione di Interceptor – Il Guerriero della strada
    copertina-blog
    Un’altra voce nota che compare all’inizio del film è quella di Claudio Sorrentino sul personaggio del pilota. Ironia vuole che Sorrentino sia poi diventato la voce “ufficiale” di Mel Gibson neanche pochi anni dopo, immortalandone i personaggi da Arma Letale in poi. È un po’ strano sentire la sua voce provenire da un personaggio che parla proprio rivolgendosi a Mel Gibson. Un po’ come quello che successe con La Febbre del Sabato Sera in cui Sorrentino doppiava l’amico di Travolta, prima che diventasse la voce “ufficiale” di Travolta stesso e finisse anche per doppiarlo nel ridoppiaggio per DVD/Bluray, facendo dimenticare così a tutti che la prima voce di Tony Manero fu del grande Flavio Bucci.
    Lo stesso personaggio del pilota ritorna nel terzo film di Mad Max con la voce, forse anche più adeguata, di Mino Caprio (oggi noto come voce del personaggio animato Peter Griffin).
    Mad Max Sorrentino
    Parliamo della versione italiana… ci sono errori degni di nota?
    In realtà… no! Una cosa che forse non è ben chiara in italiano, così come lo è in inglese, è l’omosessualità di molti dei barbari, pressoché impercettibile nella nostra versione.
    Difatti, mentre in italiano la voce del cattivo “Humungus” declama a ripetizione “io sono il grande Humungus. Per la gloria del grande Humungus, datemi la benzina“, nella traccia audio inglese sentiamo anche altro, ad esempio:

    Smegma crazies to the left!
    Gayboy berserkers to the gate!

    Una cosa che potrebbe tradursi molto liberamente con qualcosa come “ragazzi smegma, attaccate da sinistra! Checche isteriche ai cancelli!“.
    In realtà un qualche riferimento a quelle battute si trova anche nei dialoghi italiani ma le parole sono indistinguibili perché coperte dagli effetti sonori di quella scena. Quindi qualcosa c’è, ma non perviene.

    Le checche isteriche

    Checche isteriche post-apocalittiche


    Le eventuali differenze nella versione italiana non sono da imputare a errori, bensì a scelte di adattamento:
    Il Mostruoso

    Il Mostruoso “Lord Enorme”

    Nothing can escape! The Humungus rules the Wasteland!
    A noi non sfugge nessuno! I padroni delle terre perdute sono gli Humungus.

    There has been too much violence, too much pain.
    La vita degli Humungus è troppo preziosa.

    l’ll talk to this Humungus!
    Vado io a parlare con quel capo Humungus!

    Dai dialoghi italiani capiamo che la banda di barbari motorizzati si chiama “Humungus” e il tizio con la maschera da hockey è il loro Signore, Lord Humungus. In realtà tali barbari non hanno un nome in inglese, è solo il loro capo che si chiama Humungus (in inglese la parola “humungous” è un superlativo alla maniera fantozziana, che suona come “mostruosamente enorme”), un nome usato al modo di un titolo regale o militare (tipo Shogun), quindi la traduzione corretta di quella prima frase sarebbe dovuta essere “Lord Humungus è il padrone delle terre perdute“, e non “i padroni delle terre perdute sono gli Humungus“.
    Nel resto del film sentiamo parlare degli “Humungus” con riferimento a questo gruppo di vandali del dopobomba. Vista la coerenza con cui viene usata questa parola durante tutto il film doppiato, non lo considero un vero e proprio errore, quanto piuttosto una scelta di adattamento che conferisce un nome alla banda nemica (altrimenti senza nome).

    Sogni mostruosamente post-atomici

    Sogni mostruosamente post-atomici


    Altre alterazioni che non sono errori…
    Non menzionato in italiano (e a buon ragione), il capitano Valiant, leader del villaggio, che si chiama “Pappagallo”… quindi se leggete una recensione del film dove si parla di un tale “Pappagallo” vuol dire che l’hanno copiata da una recensione scritta in inglese; il bambino selvaggio (“feral kid” nei titoli di coda) viene nominato come “kid” nel doppiaggio italiano (“boy” in originale), ma considerando che Superman degli anni ’50-’60 in Italia si chiamava Nembo Kid, la cosa non mi sorprende. È uno di quei vocaboli inglesi adottati nella lingua italiana dei giovani del boom economico e poi caduti praticamente in disuso. Un po’ come “bounty killer“.
    Senza contestualizzazione storica, lo spettatore moderno occasionale potrebbe supporre che il nome del bambino sia “Kidd”, il che non creerebbe neanche troppi problemi, quindi funziona per qualsiasi generazione di spettatori.
    Il Parrocchetto

    L’uomo-parrocchetto


    Ci sarebbe da notare che nella scena del discorso di “Pappagallo”, una delle battute sembra essere tagliata e poi l’intera traccia audio va fuori sincrono. Questo credo sia da attribuirsi alla distribuzione Warner. Infatti, originariamente, al cinema arrivò una versione più lunga che poi la Warner tagliò negli Stati Uniti per la distribuzione home video. Il problema tutto italiano origina dalla brutta abitudine della Warner di distribuire in Italia le versioni americane dei propri film, su cui poi ci “appiccicano sopra” l’audio doppiato. Trovandosi per le mani dunque una versione americana più breve dell’audio italiano dalla versione cinematografica, avranno dovuto tagliare e appiccicare in malo modo frasi non nate per essere tagliuzzate, introducendo anche un fuori sincrono fastidioso che ancora oggi persiste nelle versioni DVD e BluRay.
    E i tanti nomi storpiati del primo film dove sono finiti? Scomparsi nelle terre perdute.
    Mentre il primo film era pieno di piccoli errori abbastanza curiosi, questo secondo capitolo è qualitativamente migliore dal punto di vista dell’adattamento. Difatti, data l’ambientazione post-apocalittica dove la vita non è data per scontata e i nomi importano poco (il cane di Mel in inglese era chiamato semplicemente “dog”, così come il bambino era chiamato “boy”), il film Mad Max 2 presenta pochi nomi stranieri e in generale pochi dialoghi (Mel Gibson apre bocca appena 16 volte), quindi anche meno occasioni di errori.

    “Dog” (personaggio che parla più di molti altri nel film)


    Voglio fare una piccola parentesi storica sull’adattamento e che deriva dalla mia conversazione con Carlo Marini:
    È imperativo sottolineare che, come mi raccontava Marini, ai tempi di Mad Max, il ruolo del direttore del doppiaggio era quello di ricordare a memoria le intonazioni e le intenzioni delle battute originali, in modo da dirigere al meglio la recitazione dei doppiatori, i quali leggevano le loro battute italiane su un copione tradotto ma non avevano alcun ausilio audio.
    Piccole variazioni sui concetti, sulla pronuncia dei nomi, etc… sono quindi da imputare, nel caso di film di quel periodo, non solo ad umani errori di chi traduce il copione originale, ma anche al fatto che non era disponibile l’audio originale da riascoltare prima di registrare la propria battuta. Gli anelli su cui registrare le battute doppiate difatti erano muti, stava al direttore “dirigere” gli attori su quella che si potrebbe definire una “tela bianca”, il tutto basato sulla memoria di ciò che era stato visto dal direttore in fase preliminare.
    Ovviamente rimando all’intervista con Carlo Marini di prossima pubblicazione. Abbiate pazienza, a Doppiaggi Italioti abbiamo la mente più veloce delle mani.
    Molto comici però rimangono due piccoli momenti segnalati da un mio lettore: 1) la voce del ragazzo che nella notte dei preparativi per la partenza risponde “Bene, non ti preoccupare”, non può essere un vero attore! A detta di chi me l’ha segnalata “pare un commercialista genoves”; 2) l’assistente di Pappagallo che scivola clamorosamente sul romanesco dicendo “abbiamo perso altri otto uomini STAMMATINA”.

    Conclusione

    Per concludere, Mad Max 2 è un altro film adattato bene, pieno di voci dal familiare allo stranoto anche su ruoli minori, praticamente senza errori di traduzione (qualsiasi incongruenza è attribuibile a scelte di adattamento) e in questo caso ne consiglio la visione in entrambe le lingue perché, al contrario del primo film, i dialoghi qui sono comprensibili anche in inglese. Tuttavia, quando lo vedrete in italiano, fatelo come se steste guardando un vecchio western hollywoodiano doppiato in italiano, il film ne guadagna.

    La faccia di Evit quando gli chiedete di parlare di Mad Max 2

    La faccia di Evit quando gli chiedete di parlare di Mad Max 2

    ______________________

    TITOLO ITALIOTA BONUS

    Parlando di sequel apocrifi, nel 1983 qualche “indipendente regionale” ebbe la faccia tosta di prendere un film del 1977 chiamato “Speed Trap” e distribuirlo in Italia come SPEED INTERCEPTOR III (o “Speed Interceptor III°), cercando dunque di spacciarlo come il terzo capitolo della serie.
    speed interceptor III
    Confrontatelo con la locandina originale…
    interceptor
    Fate un po’ voi.
    Il vero terzo capitolo della serie con Mel Gibson sarebbe arrivato soltanto nel 1985 con il titolo di Mad Max – Oltre la sfera del tuono. Ma questa è un’altra storia.

  • La trilogia del dollaro di Sergio Leone? Meglio guardarsela in italiano

    Christine (partner di Evit) proclama improvvisamente: “Evit, ci vediamo i western di Sergio Leone?“.
    Evit si commuove. “Ma certo!” – e corre a mettere il primo film.
    Christine dopo un po’: “ma non ce l’hai in inglese?
    Evit:

    Clint Eastwood che digrigna i denti e dice: in inglese non esistono

    Spesso sentiamo dire “i film, meglio in originale“, che “i sospiri degli attori americani sono mejo recitati dei sospiri doppiati” oppure cose tipo “vuoi mettere, sentire la veramente vera voce dell’attore americano?“, quando non si scade poi nei falsi miti che all’estero è tutto migliore (“in Italia siamo nel medioevo. Nel nord europa invece…“) e le solite cose già sentite milioni di volte…

    Mario Brega che fa il segno delle corna
    …poi tiri fuori nel discorso la trilogia del dollaro di Sergio Leone e qualsiasi teoria su cui si basano i soliti generici pregiudizi immaturi contro il doppiaggio crolla dalle fondamenta e diventa indifendibile (rivelando spesso un infondato fondamentalismo dei sostenitori).
    Infatti, nonostante gli attori principali di questi tre film siano americani, guardarsi la trilogia del dollaro di Sergio Leone in lingua inglese non ha alcun senso ed è anzi deleteria per lo spettatore, come vedremo a breve. Provo pietà e compassione per gli americani che non possono godersi questi film in italiano. Li amano tantissimo eppure, per una volta lasciatemelo dire, non possono goderseli appieno.

    I film di Sergio Leone ci ricordano sempre che la magia del cinema si compie solamente a film ultimato e, per “ultimato”, intendo dire inclusivo di adattamento e doppiaggio. Poco importa quale lingua parlino gli attori sul set, bensì importa il risultato finale alle orecchie dello spettatore, le emozioni che ne derivano. Questo è un messaggio che può arrivare solo da registi veramente capaci come lo erano Leone e Kubrick, i quali davano eguale importanza alle versioni internazionali dei propri film già a partire dalla fase di pre-produzione e non soltanto come un ripensamento dell’ultimo momento o delegandoli senza importanza a chiunque si offra di produrne una versione estera con il maggior risparmio di denaro.

    Sergio Leone dà consigli a Clint Eastwood sul set di Per un pugno di dollari. Nella vignetta che ironizza sul doppiaggio Leone dice: tu parla, parla. Parla come te pare, tanto ti aggiustiamo in italiano.
    Ma, mentre Kubrick si avvaleva di De Leonardis/Maldesi per le sue versioni italiane, sfruttando la ben rodata macchina del doppiaggio italiano negli anni ’60, le versioni in inglese dei primi film di Leone, seppur ben adattate, si sono scontrate con tanti problemi come ad esempio l’incapacità degli americani di fare un buon lavoro di doppiaggio e tanti altri di cui parlerò.
    Vediamo dunque i motivi per i quali guardarsi la trilogia del dollaro in inglese ha poco senso!


    Attori che doppiano se stessi

    Come tutti i film italiani dell’epoca, anche questi erano girati senza suono, vuol dire che Eastwood and friends sono dovuti tornare in sala di registrazione a doppiare se stessi. Doppiare, in generale, è una capacità in più che non tutti gli attori del cinema posseggono (le “guest star” italiane nella serie I Simpson dovrebbero darvene una vaga idea, voci totalmente su un altro piano rispetto a chi doppia di professione, oppure le fiction italiane a confronto con i film doppiati). Difatti per doppiare se stessi bisogna saper ricreare l’emozione che da attori avevate espresso sul set… in questo caso però mentre si è davanti ad un leggio, al buio, concentrati ad azzeccare i tempi giusti e magari s’è pure scassato il condizionatore (situazioni vere da sala doppiaggio, non mi invento niente).
    Non tutti lo sanno fare e spesso i risultati sono un po’ piatti. È il caso di Eastwood che, sebbene avesse già qualcosa sul curriculum, era alle prime armi come protagonista, e non aveva certo esperienza di doppiaggio. Per fortuna il suo personaggio era stato studiato ad hoc: parla poco e in maniera piatta. Così nessuno se n’è veramente mai accorto. Eli Wallach (il “brutto” del Buono, il brutto e il cattivo) si salva alla grande perché era un attore fenomenale, Lee Van Cleef rimane passabile, Gian Maria Volontè (in inglese) è di un’atrocità senza pari.

    Vignetta da Per un pugno di dollari: il mio mulo saprebbe doppiarvi meglio
    Quindi la recitazione degli attori americani in questi film di Leone, una recitazione che molti potrebbero definire “reale” o “vera”, non è altro che un prodotto registrato a posteriori in uno studio e non in presa diretta sul set. Per questo non ha senso parlare di “lingua originale” in un film di Leone, si parla invece di versione doppiata in italiano e versione doppiata in inglese… e se le mettiamo a confronto, quella doppiata in inglese ha moltissimi difetti.


    Alcune scene sono state doppiate in inglese solo dopo quarant’anni!

    Nel caso de’ Il buono il brutto e il cattivo, gli americani hanno sempre visto una versione ridotta, in cui mancavano certe scene. Queste scene sono state reinserite solo per l’edizione DVD del 2004 (ora disponibili anche su Blu-Ray) e doppiate ex novo perché all’epoca non ebbero la lungimiranza di doppiare l’intera pellicola. Questo vuol dire che gli americani, attualmente, si “godono” una versione del film dove, nelle scene aggiunte, i personaggi hanno voci incredibilmente invecchiate (se gli attori erano ancora vivi per doppiare se stessi), oppure completamente nuove nel caso dei personaggi doppiati da imitatori degli attori deceduti.
    In questi casi le voci non solo soltanto nuove, sono palesemente nuove… sono tragicamente nuove!

    Copertina del Blu Ray di Il buono, il brutto e il cattivo, con aggiunta la scritta: edizione restaurata con voci completamente nuove


    Se sono doppiati a posteriori sia in inglese che in italiano, allora non è meglio scegliere il doppiaggio americano che include le “vere” voci degli attori? Cosa cambia?

    Cambia il fatto che in america i doppiatori fanno generalmente schifo perché non c’è una grande esperienza/storia/scuola. Non è una questione di “il mio paese è meglio del tuo”, perché negli Stati Uniti fanno bene tante altre cose, ma il doppiaggio non è una di queste e sono loro i primi ad ammetterlo.

    Nota: pensate ad esempio ai film di animazione americani che non hanno dei doppiatori”, bensì dei “voice actors“, ovvero interpreti vocali che recitano al microfono le loro battute e dalle quali poi i disegnatori sono in grado di far vivere i personaggi animati dotandoli di un accurato labiale e movimenti espressivi. Il lavoro di questi interpreti vocali è giustamente lodato, perché sanno creare delle performance a volte superiori (a livello recitativo ed espressivo) rispetto ai colleghi attori. Ma non sono doppiatori di post-produzione.
    I pochi prodotti doppiati disponibili sul mercato statunitense (classicamente i cartoni giapponesi) sono snobbati dagli stessi americani che preferiscono a quel punto la versione sottotitolata piuttosto che sentirsi le voci del calibro di un dipendente delle ferrovie che vi prenota un posto in treno da dietro lo sportello della biglietteria. Esagero, ma non troppo.

    Il risultato finale (nel doppiaggio americano) è un film con gli attori principali interpretati quasi decentemente (almeno quelli che hanno saputo ridoppiare se stessi passabilmente) mentre tutti quelli di contorno sono dei cagnacci che in Italia potrebbero solo passare lo straccio per terra in sala di doppiaggio, oppure hanno modi di recitare piuttosto strani per gli americani, con voci tipiche da trasmissioni radiofoniche o interpreti di audiolibri.
    Per non parlare poi della quasi totale mancanza di sincronia labiale di molti personaggi, cosa che nella traccia americana assume connotati tragici, distraendo spesso lo spettatore, il quale penserà di aver acquistato una copia difettata del film.

    Scena da Per un pugno di dollari, pistolero che sputa prima di prepararsi ad uno scontro a fuoco. La vignetta legge: sputo d'autore

    20 anni di teatro dietro a quello scaracchio

    Al contrario, nel nostro paese, il doppiaggio di questi film è stato fatto non solo con cura di particolari, ma anche in un decennio dove il doppiaggio era ancora una vera e propria arte più che un mestiere. Quindi anche il rumore di uno scaracchio era certamente creato da qualche incredibile attore con anni di teatro alle spalle. Puah!

    Non solo!

    Come spesso accadeva all’epoca, in sala di doppiaggio in Italia si aggiungevano battute originariamente non in copione, al solo scopo di migliorare il prodotto finale, perché alla fine è solo il prodotto finale che conta quando si giudica un film, non le intenzioni. Prendiamo ad esempio questa battuta di Eastwood, la cui risposta del fuorilegge è assente nella versione americana:

    Scena da Per qualche dollaro in più, Eastwood chiede di scegliere vivo o morto e dei pistoleri alle sue spalle rispondono: sceglie vivo, buffone

    Nella versione americana manca completamente la battuta “sceglie vivo, buffone“.

    Aggiungiamoci poi il dramma di Gian Maria Volonté che non spiccicava una parola di inglese e si è doppiato per la traccia americana con l’ausilio di trascrizioni fonetiche (così almeno dice Wikipedia), il risultato ahimè è piuttosto tragico nella maggior parte delle sue battute e se dovessi scegliere tra un teatrale Nando Gazzolo che doppia Volonté in italiano ed un quasi incomprensibile Gian Maria Volonté che doppia sé stesso in inglese, indovinate chi preferirò?
    Questo non toglie niente a Volonté come attore, rimane un fantastico attore italiano, ma in italiano. Anche il più grande attore avrà difficoltà a dimostrare le proprie capacità se costretto a recitare in una lingua a lui sconosciuta. Sempre che si tratti di Volonté! Qualcuno ha posto dubbi su chi doppi effettivamente Volonté e per ora ci dobbiamo accontentare soltanto di resoconti tramandati fino ad arrivare su Wikipedia e difficilmente verificabili oggi. Chiunque sia a doppiare, la sua recitazione in inglese rimane pessima e il pesante accento non è giustificabile forse con l’origine ispanica del personaggio perché siamo anni luce da come si doppiava Eli Wallach nel Buono, il brutto e il cattivo, che pure era un personaggio messicano.
    Joseph Egger nei panni di Profeta, nel film Per qualche dollaro in piùAnche Joseph Egger (il “Piripero” del primo film, il “Profeta” nel secondo), in italiano è assolutamente eccezionale, divertente al solo sentirlo parlare. Chi lo ha doppiato in inglese, invece, credo non abbia mai sentito parlare di sincronia labiale, il suo doppiatore non riusciva ad “ingarrare un tempo giusto manco a spararlo. Nella scena dei “dannati treni” non sembra neanche che le parole escano dalla sua bocca.
    La sua voce italiana è data dal padre del sopracitato Nando Gazzolo, tale Lauro Gazzolo, anche lui tra i membri della CDC, che all’epoca era il punto di riferimento del doppiaggio italiano. Nessun personaggio, insomma, è stato trascurato in fase di doppiaggio italiano e se pensate che mettere padre e figlio nel doppiaggio dello stesso film sia un’operazione tipicamente italiana dovreste ricredervi, sono entrambi così azzeccati nei loro ruoli che l’accusa di raccomandazione familiare è semplicemente impensabile.

    Gian Maria Volonté in Per qualche dollaro in più, sfida l'avversario con un orologio a carillon. La vignetta dice: quando faccio partire l'anello, cerca di andare a tempo... se ci riesci!
    Quindi per via di doppiatori americani diversamente competenti, la traccia in inglese di tutti e tre i film ha molte meno frasi memorabili. Gli americani infatti citano spesso il terzo film, Il buono il brutto e il cattivo, e qualche battuta dal primo mentre, in italiano, le frasi che rimangono impresse sono molte, molte di più, da qualsiasi film della trilogia. Questo è un vantaggio apportato da un buon doppiaggio.

    Mi sarebbe piaciuto caricare sul mio canale alcune clip ma non vorrei seccature con YouTube. Basta che vi cercate qualsiasi scena con Gian Maria Volontè doppiato da Nando Gazzolo per avere un’idea. Specialmente quella della parabola in “Per qualche dollaro in più”. Poi andatevi a cercare le stesse scene in lingua inglese e venitemelo a raccontare.
    Qui trovate la scena della parabola in inglese e in italiano (attenzione, i link potrebbero non durare in eterno).

    Scena dal film Per qualche dollaro in più, una vittima viene tenuta per i capelli davanti ad un orologio. Vignetta dice: lo vedi che la battuta parte prima?


    Un copione nato in italiano

    I copioni di questi film erano sempre scritti in italiano (da Sergio Donati, anche se mai accreditato) ed adattati in inglese e ci tengo a precisare che sono stati adattati in inglese benissimo perché molte battute funzionano ugualmente in entrambe le lingue… pur sempre con tutti i limiti del caso. Vediamo dunque il limite del caso, passando direttamente alla scena ESEMPLARE!
    Gli americani non sanno che l’ultima battuta in Il buono, il brutto e il cattivo combacia perfettamente con la colonna sonora di Ennio Morricone, un trucchetto che rende ancora più divertente la scena finale del film ma che ha meno senso in inglese.
    Mi riferisco a quando Tuco, sul finale, esclama:

    Scena finale del film Il buono, il brutto e il cattivo, quando Eli Wallach urla: Ehi Biondo, lo sai di chi sei figlio tu??? Sei figlio di una grandissima PUTTA-

    Scena in italiano (fate click per vederla)

    Ehi Biondo, lo sai di chi sei figlio tu??? Sei figlio di una grandissima PUTTA-****

    Da qui il pezzo di Ennio Morricone si lega alla “A” della parolaccia interrotta, proseguendola comicamente.
    Che questa scena fosse già stata ideata in questo modo, a priori, da Leone o che sia stata creata in post-produzione poco importa. Ciò che importa ai fini di questo articolo è che in inglese la battuta non si lega altrettanto bene alla colonna sonora e viene meno l’effetto comico. Il pezzo musicale suona piuttosto come un banale bip di censura, orchestrato.

    Scena finale del film Il buono, il brutto e il cattivo, quando Eli Wallach urla: Ehi Biondo, lo sai di chi sei figlio tu??? Sei figlio di una grandissima PUTTA-

    Scena in inglese (fate click per vederla)

    Hey Blondie! You know what you are? Just a dirty son of a…***

    Per aggiungere ingiuria al popolo anglofono, il labiale di quella scena, così in primo piano, funziona molto meglio (perfettamente direi) nella traccia italiana che in quella americana perché quel “hijo de puta” pronunciato da Eli Wallach mal si adatta alla battuta in inglese.
    Sulla carta posso capire come volessero unire l’urlo tarzaniano, con cui inizia il pezzo di Morricone, alla “a” di “son-of-a“, ma questo sembra aver funzionato soltanto sulla carta. Nessun madrelingua inglese ha mai percepito che il pezzo di Morricone “proseguisse”, o in qualche modo si “legasse”, alla battuta “son-of-a…“; la scena in inglese risulta moderatamente divertente solo dal contesto, così come potrebbe risultare divertente una qualsiasi brusca interruzione o un bip di censura su una nota parolaccia.


    CONCLUSIONE

    Non pensavate che ci sarei arrivato, eh? Dunque cosa rende questi film degni di essere visti in inglese esattamente? L’interpretazione non in presa diretta dei protagonisti e le scadenti voci dei personaggi di contorno? Le battute adattate dal copione italiano e che, in un caso specifico, “sciupano” un finale perfetto oppure che risultano sottotono? Le scene restaurate con voci in inglese palesemente diverse da quelle nel resto della pellicola? Una sincronia labiale in alcuni casi così sconnessa da distrarre lo spettatore? Attori italiani che doppiano sé stessi in un inglese incomprensibile?
    Purtroppo non riesco a trovare una buona ragione per consigliarvene la visione in inglese, semplicemente non ne trarreste alcun beneficio. Per questi principali motivi, secondo me, la visione in lingua inglese di questi tre film non ha alcun senso! Del resto queste opere di Leone non hanno una “lingua originale” in quanto nascono essenzialmente muti, e gli americani non sono in grado di fare un doppiaggio qualitativamente all’altezza del film.
    Se non concordate, attaccatevi!

    Scena di Il buono, il brutto e il cattivo. Eli Wallach guarda il cappio che lo aspetta


    Nota a piè di pagina: i nomi “americanati”

    Una cosa che fa infuriare dai forum americani (e che poi capita di ritrovare nelle pagine enciclopediche tradotte dall’inglese all’italiano) è la questione del nome del protagonista. Il protagonista non ha un nome e solo perché il vecchietto nel primo film lo chiama “Joe” (nome generico che si da agli americani, come “the average Joe“, ovvero “l’uomo qualunque”) non vuol dire che quello sia il suo “vero” nome. Né tanto meno lo è “manco“, vocabolo spagnolo equivalente al nostro “monco“, il nomignolo che aveva il personaggio di Eastwood quando faceva finta di essere storpio per avere un vantaggio sui nemici. È soltanto un soprannome, non il suo vero nome. Burini americani!
    Sono gli stessi che chiamano Leone: liòn, lione o lioni. Se sentite qualche un “esperto” di cinema storpiare il nome di Leone, fategli un favore e correggetelo.

  • Interstellar – a domanda, Marco Mete risponde

    Vignetta con scene dal film Alien (1979) dove la parola airlock viene lasciata in inglese
    Vignetta con scene dal film Aliens (1986) dove la parola airlock viene lasciata in inglese

    …come nessuno disse mai nella saga di Alien.

    Avrei voluto parlare di Interstellar dal primo giorno di proiezione nelle sale cinematografiche, quando cominciai ad abbozzare questo articolo, e se lo lasciavo un altro po’ a frollare nella sezione “incompiuti” avrebbe fatto in tempo ad uscire in Blu-Ray. Scusate per l’attesa.
    Voglio perdere un po’ di tempo a sottolineare come finalmente Christopher Nolan abbia diretto un film che mi garba assai dopo quelle cagate fascistoidi di Batman che sembrano piacere a tutti tranne che a me, dopo The Prestige il quale si basava interamente sullo svelare i barbatrucchi di due illusionisti in competizione, salvo poi scoprire, sul finale, che la magia esiste per davvero, la magia della scienza…


    Infine c’è Inception, carino ma alla stregua di un libro best-seller, di quelli che vengono spalmati su 4000 pagine per far sentire gli ignoranti di tutto il mondo molto intelligenti ad aver letto un libro così “grosso”. La gratificazione del qualunquista aiuta sempre le vendite. Lascia perdere che poi i caratteri di stampa usati hanno dimensioni da abbecedario.
    Quest’anno invece arriva Interstellar che vado a vedere da appassionato di fantascienza che sono, nonostante le molte riserve visto il mio scarso amore per Nolan e, miracolo, non fa schifo! Anzi, finalmente un film di fantascienza che non prende gli spettatori per imbecilli come faceva Gravity (da subito “capolavoro amatissimo” dal popolo). Perché solitamente i film che si spacciano per fantascienza “realistica” come Gravity poi mi fanno esclamare…
    Scena dell'estintore dal film Gravity Scena di George Clooney appeso ad una fune nello spazio, nel film Gravity
    Vignetta dal film L'allenatore nel pallone dove Lino Banfi esclama: mi avete preso per un coglione
    Gli spettatori con un istruzione scientifica alle spalle non si sentono presi per il culo da Interstellar e, mentre  guardo il film, già sospetto che in America possa essere un mezzo flop perché non ci sono robot che impazziscono e che mettono in pericolo i protagonisti, non ci sono rientri sulla navetta usando l’estintore (alla Gravity), né gente appesa ad un appiglio e che rischia di cadere nel “baratro” dello spazio così come in un burrone (sempre alla Gravity). In compenso, i dialoghi di Interstellar toccano tematiche le cui basi scientifiche sono completamente ignote allo spettatore medio americano, lo stesso spettatore medio che solitamente fa un tifo indiavolato da stadio quando va a vedere l’ultimo film della Marvel.
    Quindi gli americani, riassumo per voi il responso del pubblico e della critica USA, hanno detto: bello a vedersi ma è pieno di buchi nella trama, dove i “buchi nella trama” sono in realtà soltanto gli elementi del film che non avevano capito perché a digiuno di qualsiasi nozione di fisica; gli appassionati di scienza (e fantascienza) a cui non è piaciuto il film invece si sono concentrati di più a lamentarsi della scarsità di trama e degli archi narrativi, il che ha più senso.
    Apparentemente questo è un film soltanto per uno dei due tipi di nerd in esistenza…
    Scena da un quiz televisivo dove il presentatore chiede di completare la frase: che la forza sia...; il concorrente risponde: la massa per l'accelerazione

    DUE TIPI DI NERD: “Che la forza sia…” “la massa per l’accelerazione”

    Interstellar – un film destinato ad esser criticato

    In Italia la gente è molto più particolare, con critici che scopiazzano il sentimento generale del pubblico americano e ripetono a pappagallo “bello a vedersi ma pieno di buchi nella trama” senza tuttavia elencarli mai perché non sanno neanche loro quali siano, ma hanno sentito dire che ce ne sono… da qualcuno… sull’internet. Nel blog i400calci non sono stati da meno questa volta, suggerendolo nel titolo ma delegando poi l’impresa di elencare questi eventuali “buchi” ad un link in lingua inglese dove infatti non viene elencato alcun buco della trama.
    Insomma, coloro che elencano buchi della trama in realtà spesso li confondono con ciò che non hanno capito di fisica. I più vaneggiano di “supercazzole scientifiche” o “spiegoni” per via di un paio di dialoghi “realisticheggianti” tra astronauti, mentre erano rimasti pressoché muti davanti alle supercazzole che in italiano ci siamo sorbiti con Captain America 2 e Pacific Rim, due film di ben altro genere e spessore, mi rendo conto, ma con recensioni molto più positive di Interstellar nonostante i loro dialoghi italiani fossero a tratti incomprensibili. In Interstellar invece, i dialoghi con una dose di realismo tra astronauti professionisti sono percepiti come “supercazzole”, mentre i momenti resi comprensibili ai più (come l’omaggio a Event Horizon), in cui si cerca di far capire almeno le basi al pubblico più becero americano, allora lì gli italiani parlano di spiegazioni “facilone”… lamentandone l’estrema semplicità. Mah!
    Scena dal film Interstellar dove Matthew McConaughey piange mentre una vignetta parafrasa il film Amici Miei: le senti le emozioni? Le senti come stuzzicano e prematurano anche?
    Interstellar, in breve, è uno di quei film di cui va di moda parlarne automaticamente male perché 1)non è Batman, quindi viene meno l’opinione del pubblico a cui piace vedere il fascinema, viene meno l’opinione del pubblico di 13enni e anche degli eterni 13enni; 2)non fa sentire intelligenti gli scemi così come faceva Inception, qui viene meno il pubblico degli spettatori più mediocri a cui piace credere di aver capito un film “difficilissimo”.
    [Non sto offendendo in modo generico coloro a cui piace Inception ma solo quelli che lo reputano un filmone “difficilissimo” e si compiacciono di essere riusciti a seguirlo tutto. Anche a me è piaciuto Inception alla prima visione, non vuol dire che mi aspetto una medaglia per essere riuscito a seguirlo dal sogno più superficiale a quello più profondo. Leggo di certa gente invece che si sente intelligentissima perché “ha capito” Inception, pensando che altri possano non essere riusciti a seguirlo altrettanto argutamente… se non siete tra questi illusi, le mie parole non si riferiscono a voi.]

    Vignetta basata su una scena dal film Interstellar dove un attore di colore dice: nello spazio ho visto cose da farla diventare bianco! Così parafrasando una battuta di Ghostbusters - Acchiappafantasmi

    Nei primi 20 minuti di visione di Interstellar mando un messaggio scherzoso al mio amico Petar “sono al cinema, sto guardando Contact 2” [Contact è quel film che vorremmo amare ma è strapieno pieno di messaggi stupidi sulla fede ed ha una risoluzione insoddisfacente con connotati da zimbello galattico], ma in realtà è un mio scherzone da cinefilo perché so già che Petar apprezzerà tantissimo questo Interstellar, così come lo hanno apprezzato altri laureati in fisica come lui.

    NOTA CURIOSA: Il cognome di Matthew McConaughey si legge “meccònahi”, adesso ne sapete di più di qualsiasi giornalista in TV e potete andare a fare gli sboroni con gli amici.

    Il film attira subito la mia attenzione con un futuro dove nella scuola pubblica americana si insegnano teorie complottistiche degne di Alieni: nuove rivelazioni e dove ovunque nel mondo si respira un’aria pesante come quella di mille scorregge in un sacco a pelo (perché questo è ciò che accadrà realmente in un futuro abbastanza prossimo), immaginate di andare nel Parco Nazionale d’Abruzzo e respirare ovunque un’aria viziata tipo ufficio postale in inverno all’ultimo del mese… un incubo quasi peggiore dei complottisti che insegnano nelle scuole pubbliche.
    Quasi.
    Comunque non voglio raccontarvi niente della trama, dico solo che questo film (e non quella baracconata di Gravity) si sarebbe dovuto chiamare Gravity. Gravity invece dovrebbe chiamarsi “Momento Angolare – Una serie di inverosimili eventi” per rendere veramente giustizia alla pellicola.
    Finto poster del film Gravity intitolato: Momento angolare


    L’adattamento italiano di Interstellar

    Parliamo invece del doppiaggio (ma più in particolare dell’adattamento italiano) che è l’unico motivo che mi ha spinto a scrivere di Interstellar, del resto è di questo argomento che si parla qui a Doppiaggi Italioti.
    Tutto procedeva bene (splendida la scelta dei doppiatori, specialmente sui robot) finché non sono spuntati alcuni termini anglosassoni (in realtà soltanto due). Me li segno lì per lì e attendo i titoli di coda per scoprire Marco Mete ai dialoghi e alla direzione del doppiaggio. Decido quindi di interrogare direttamente il signor Mete (perché quando posso, lo sapete, vado sempre alla fonte) e attraverso minacce, estorsioni e raccomandazioni riesco a farmi dare la sua e-mail, il suo numero di telefono, indirizzo della casa al mare, codice fiscale, il 730…
    Questo è un estratto dal nostro scambio di e-mail:

    Evit: Nel film ho sentito parole anglosassoni in tre o quattro momenti del film e volevo chiederle se queste sono state imposte dal committente americano, suggerite dagli esperti che lei ha consultato per l’adattamento del film oppure se sono state scelte personali dovute ad esigenze di labiale/tempi. Le frasi “incriminate” sono:
    “…quando ti espello dall’airlock
    “se apre il portello, l’airlock si depressurizza”
    e
    Override!

    La risposta di Marco Mete

    Mete: Per quanto riguarda Interstellar e le parole in inglese, le confesso che neanch’io, in genere, sono un estimatore della moda di recepire tali termini nella nostra lingua senza cercare un termine italiano equivalente. In questo caso specifico ho ritenuto, con il conforto degli esperti e della distribuzione, di lasciare “airlock” in originale perché la traduzione è molto più lunga e macchinosa e anche perché si legge sul computer del Dottor Mann quando tenta di sbloccare il portello. Per quanto riguarda “override”, come vedrà nella pagina allegata, non sono stato l’unico ad avere avuto il problema di trovare un termine sintetico. Dal momento che viene ripetuto più volte in un momento di grande concitazione, ho ritenuto più semplice lasciarlo in originale. Le confesso che comunque la traduzione e l’adattamento (e anche la direzione del doppiaggio) di Interstellar, hanno obbligato me e i gentilissimi consulenti, a una grandissima attenzione per poter riprodurre fedelmente, nei tempi del labiale, un linguaggio estremamente tecnico e dai significati complessi.
    Spero di aver soddisfatto la sua curiosità. La ringrazio comunque per il suo interesse e per l’attenzione e lo stimolo che il suo blog offre al mondo del doppiaggio. E non esiti a contattarmi se dovesse avere altri quesiti.

    Fa piacere confermare Mete un estimatore della lingua italiana ma non avevo dubbi che lo fosse perché, se ci pensate, DUE vocaboli anglosassoni in un film doppiato della durata di tre ore, oggi, nel 2014, è quasi da medaglia al valore.
    Mentre sull’ordine “override!” in realtà non ho avuto molti problemi (del resto era detto una sola volta, urlato velocemente al computer, ed è effettivamente un termine tecnico informatico adottato dalla lingua italiana) non sono altrettanto contento di “airlock“.

    La (non-)traduzione di “airlock”

    Mi rendo conto che gli equivalenti italiani di “airlock” sono più lunghi (“camera d’equilibrio”, “camera stagna” o, come tradusse Maldesi in Alien, il meno adeguato “serbatoio d’aria”) ma avrei preferito che l’equivalente italiano fosse stato possibile integrarlo nella frase, magari alterando la lunghezza di altre parole nella stessa per farcelo entrare, così come accadeva negli anni ’70 e ’80 nei vari Alien, Aliens, eccetera.
    Comprendo anche le motivazioni degli interpellati sulla scelta di lasciare la parola “airlock” in inglese: i docenti universitari di ingegneria sicuramente utilizzano termini anglosassoni che trovano nei libri di testo americani (in ambito scientifico universitario funziona così) ed il committente, difronte alla scelta “lascio in inglese o traduco?”, sceglierà sempre “lascia in inglese”. Rimane soltanto la fetta di pubblico italiano che non mastica l’inglese o che non conosce la parola “airlock” e non vedo come possa comprendere tale vocabolo che non è spiegato all’interno film né risulta di facile comprensione dal contesto concitato delle scene in cui emerge.

    Un adattamento e un doppiaggio d’altri tempi

    A parte questo “airlock”, ripetuto solo due volte, voglio sottolineare come sia forse l’unica occasione nel 2014 in cui io sia riuscito a vedere un film senza storcere il naso durante i dialoghi doppiati. La scelta delle voci era adeguata, i dialoghi adattati non distraevano ricordandoci di stare guardando un film nato originariamente in un’altra lingua… potremmo dire di trovarci davanti ad un adattamento e doppiaggio vecchio stile, con rarissimi (uno o due) momenti controversi. Insomma, un prodotto ottimo.
    Conclusa questa mia personale considerazione, ringrazio infinitamente Mete per la sua disponibilità e gentilezza, si sentiva che ci teneva particolarmente a rispondere a questa domanda e spero di risentirlo presto in merito a tanti altri capolavori di doppiaggio da lui diretti e/o doppiati.
    Vignetta dal film Interstellar con il protagonista che abbraccia la figlia che piange perché nel doppiaggio ha sentito la parola airlock

  • Il grande Lebowski – l’ultimo dei grandi doppiaggi

    Il giornalista cinematografico Michele Traversa, italiano ma residente a Los Angeles, ha continuato a tartassarmi di piacevoli e-mail nelle quali ha dimostrato di essere una possibile risorsa per Doppiaggi Italioti e così ne ho approfittato subito chiedendogli di scrivermi una di quelle “cose” di cui parlava nelle sue e-mail, ma in formato articolo. Ed ecco la prima collaborazione “professionale”.
    L’autore si fa chiamare Michael soltanto perché altrimenti in Ammeriga lo chiamano Michelle col rischio poi di non buscare più donne durante i festini selvaggi di Hollywood. Perché mi piace immaginarmelo così il caro Michael, tra una premìere e un’altra, seduto a Starbucks con un “latte” in tazza grande mentre scrive recensioni di film che in Italia vedremo solo dopo sei mesi ed in attesa del quotidiano invito ad un party di neo-ricchi.
    Questa è la sua recensione di Il Grande Lebowski, perché ci tenevo tanto che condividesse con voi ciò che io stesso avrei voluto scrivere da tanto tempo… solo che non sarei mai riuscito ad essere altrettanto sintetico, come è chiaro da questa introduzione.
    Le vignette esprimono il mio sentimento personale.

    Evit

    Scena del film Il grande Lebowski con Jeff Bridges in estasi, la vignetta dice: lo hanno adattato come si deve.
    Il Grande Lebowski è stato l’ultimo doppiaggio ancora al pari con gli ottimi lavori degli anni ‘70 / ’80… ed eravamo nel 1998! Proprio nel pieno declino qualitativo del doppiaggio italiano spunta questa perla “retrò”. Il film è diventato un classico, è uno dei film più citati negli Stati Uniti e ci sarà un perché. Non era facile renderlo altrettanto memorabile in italiano. A parer mio il lavoro sull’adattamento dei dialoghi e sul doppiaggio è pari a quello di Arancia Meccanica, ecco l’ho detto!

    Drugo, Drughetto o Drugantibus

    Io sono Drugo, è così che deve chiamarmi, capito? O se preferisce Drughetto oppure Drugantibus oppure Drughino, se è di quelli che mettono il diminutivo ad ogni costo…

    Gif animata di una scena del film Il grande Lebowski, Jeff Bridges che dice: I'm the Dude, man.
    A qualcuno ha dato fastidio che The Dude diventasse Drugo, la rete è piena di lamentele in merito. Forse perché per sempre legati all’uso dell’appellativo in Arancia Meccanica, forse perché speravano in una traduzione più fedele, pedante. E come avrebbero dovuto chiamarlo? Tipo? Tizio? Non avrebbe fatto ridere neanche i polli. Ah si, lo dovevano chiamare Dudo (come in Easy Rider). Infatti già allora Jack Nicholson chiedeva: “e cos’è un Dudo? Un ballo?”.
    Come avrebbe detto Totò: ma mi faccia il piacere!

    Sono il solo da queste parti, meme dal film Il grande Lebowski con John Goodman che carica la pistola e dice sono il solo da queste parti a cui piaccia Drugo come traduzione di Dude?

    Un signor adattamento

    La cosa particolare de Il Grande Lebowski, ciò che reputo davvero un colpo di genio, è il fatto che spesso l’adattamento dica una cosa di significato diametralmente opposto per ottenere lo stesso effetto. Per esempio:

    “Duder or El Duderino, if you’re not into the whole brevity thing

    Una frase letteralmente traducibile come: “o il Duderino, se non sei il tipo da abbreviativi” che è stata invece tradotta come:

    “Drughino, se è di quelli che mettono il diminutivo ad ogni costo”.

    In inglese il diminutivo al signor Lebowski non piace, in italiano gli piace un sacco. Oppure:

    Scena dal film Il grande Lebowski, Philip Seymour Hoffman parla con Jeff Bridges

    “Racially he’s pretty cool?”

    traducibile come “non si fa problemi di razze eh?“, che diventa nel doppiaggio italiano:

    “Lui del razzismo se ne sbatte, mmm?”

    Il concetto viene ribaltato, ma la sostanza non cambia. Poi ancora:

    “Look, we all know who is at fault here”

    traducibile come “Guarda, sappiamo tutti di chi è la colpa” che invece diventa:

    “Guarda, lo sappiamo tutti da che parte sta la ragione”.

    Loro, gli americani, a puntare il dito sul colpevole, noi a farci belli di aver ragione. Geniale!

    Donny interpretato da Steve Buscemi che canta: sono il tricheco, nel film Il grande Lebowski
    Poi ci sono degli accorgimenti culturali sottili e necessari che dimostrano quanta attenzione sia stata dedicata al lavoro. Ce ne fosse un briciolo di questa passione negli adattamenti moderni. Durante una delle partite al bowling, Donny, il personaggio di Steve Buscemi, capisce una cosa per un’altra e continua ad interrompere il discorso sperando che qualcuno gli dia un po’ di soddisfazione. Così continua a ripetere/cantare “I am the Walrus”, che in italiano diventa “Obladì, obladà”. Entrambe sono canzoni dei Beatles, ma con I am the Walrus nessuno in Italia avrebbe capito che Donny alludeva a John Lennon. Obladì obladà invece la conoscono tutti, dai novantenni ai bambini di due anni. Si tratta, signore e signori, di un adattamento eccellente, che non traduce alla lettera e che trova equivalenti altrettanto efficaci e divertenti, senza snaturare il testo di partenza.

    Sono il solo da queste parti, meme dal film Il grande Lebowski con John Goodman che carica la pistola e dice sono il solo da queste parti che abbia a cuore la localizzazione delle battute?
    Qualcuno lo saprà già, qualcuno forse non lo ha mai notato, ma Drugo si esprime con delle frasi ripetute per sentito dire. Per esempio, sente alla tv il presidente Bush dichiarare: “This aggression will not stand”, “Questa aggressione non può essere tollerata”. Poco dopo usa la stessa espressione a colloquio con il signore Lebowski aggiungendo in coda il suo colloquiale “man!“. Walter poi gli dice: “She kidnapped herself”, “Si è rapita da sola”, ed ecco che Drugo la prende come verità assoluta, la fa sua, e la ripropone alla prima occasione.
    Era fondamentale, in fase di adattamento, trovare il giusto modo per rendere queste frasi, al fine di trasmettere il modo di Drugo di assorbire ciò che lo circonda. Obiettivo centrato! Chi c’è dietro a questo minuzioso lavoro? L’Immenso Carlo Valli. In suo onore andiamo a vedere alcune di queste frasi, entrate nel lessico americano e che, nella loro traduzione, hanno reso il film quell’oggetto di culto che è oggi:

    • “You are entering a world of pain” / “Stai per entrare in una valle di lacrime”.
    • “Shut the fuck up, Donny” / “Zitto e vaffanculo, Donny”.

    Meme dal film Il grande Lebowski con John Goodman con pistola in mano che dice in inglese: shut the fuck up Donnie, you're out of your element

    • “The bag man”/ “Il postino”, quando devono consegnare la valigetta con il denaro per il riscatto.

    …e forse la più bella di tutte, praticamente intraducibile:

    • “Sometimes you eat the bar, and sometimes, well, he eats you” / “A volte sei tu che mangi l’orso, e altre volte è l’orso che mangia te”.

    In America ancora si chiedono cosa volesse dire Sam Elliott con quel “bar”. E, no, non dice “bear”, dice proprio “bar”.
    sono il solo - Valli
    In breve, un adattamento magistrale, eco dei lavori di fino di 30-40 anni fa e che è riuscito nel non facile intento di rendere in pieno la memorabilità di dialoghi che, in lingua originale, sono già entrati a far parte della cultura popolare americana.

  • Frammenti di doppiaggio (13) – Robocop (1987)

    Chi mi segue da almeno qualche mese sa già qual è la mia scena preferita del film RoboCop doppiato in italiano. È una scena che avevo già condiviso facendo un confronto con la ben più piatta versione originale… una scena da Oscar del doppiaggio per via del labiale impeccabile e per la spassosità della battuta che la mette molte spanne sopra l’originale:

    Clicca per vedere il video

    Clicca per vedere il video


    Dietro il microfono c’era Luciano De Ambrosis, classe 1938. Ringraziamo De Ambrosis per questo momento indimenticabile. 😉

    SCENA BONUS

    Gianni Marzocchi che si incazza…
    boddicker
     

  • Kick-ass – Un calcio in culo? Non proprio

    motherfucker
    Quando prendete un film degli ultimi 5 anni, mi dite che parla di super eroi e mi dite anche che è stato doppiato lasciando ai personaggi i nomi originali (tra i quali: Kick-ass, Big Daddy e Motherfucker) sapete già che partirò in quarta per demolire il suo adattamento italiano.
    Contro ogni aspettativa, ciò non accade con Kick-ass (e con il suo seguito Kick-ass 2).

    Il contesto: regazzini che si menano

    La serie inizia con un regazzino non particolarmente furbo che si domanda perché nessuno nella vita reale abbia mai deciso di vestirsi da super eroe e comoprtarsi da tale. Gli amici gli rispondono: perché moriresti il primo giorno di lavoro. Lui non li ascolta e quasi muore il primo giorno di lavoro… ma siccome è poco furbo non sarà certo una simile lezione a frenare il suo immotivato nerdesiderio.
    L’intera serie gravita intorno al regazzino (che indossa una muta da sub di colore verde e che si fa chiamare Kick-Ass), al suo crescente seguito di improvvisati eroi-amici, ad una regazzina addestrata dal padre degenerato a diventare un’assassina e ad un nemico in crescita che forse è ancora più scemo del protagonista. Cancellate il “forse”.
    Il tutto è condito da una violenza reale ma portata così all’eccesso da essere quasi “fumettistica”… quasi.

    Mazze da picchiatore fascista, passamontagna da brigatista, colore verde da ronda leghista… il nostro eroe, signore e signori.


    Il messaggio del film non è ben chiaro… forse che a voler fare i super eroi si beccano tante di quelle mazzate che dovresti essere proprio stupido a volerlo fare, o che le ronde di “vigilanti” servono solo ad amministrare una giustizia iniqua degna di Hammurabi, o forse che se lasci fare alla polizia quella ti lavorerà meglio di un adolescente vestito di verde, o forse ancora che le scelte stupide di un adolescente poi le pagano, care e amare, soprattutto i familiari e chi gli vuole bene.
    [È mia opinione personalissima che il film si classifichi nella categoria “drammatico”. Il divertimento e le risate dello spettatore originano soltanto dalla giustapposizione di situazioni orribili, uno stile eccessivo e le azioni di persone profondamente stupide]

    Soppesiamo l’adattamento italiano

    In tutto ciò abbiamo un adattamento italiano che lascia invariati quasi tutti i nomignoli che i regazzini decerebrati danno ai loro “eroici” alter ego. Chi ha letto la mia cornucopia di furiosi articoli incentrati sull’adattamento di Captain America, saprà che solitamente questo tipo di adattamenti sono quelli che più disprezzo. Eppure in questo film la cosa funziona quasi sempre.
    Paradossalmente, la scelta di lasciare i nomi in lingua inglese in Kick-Ass ha abbastanza senso. Voglio cercare di dare una giustificazione sul perché non sono stato disturbato minimamente.
    Pensiamoci su un attimo prendendo come esempio opposto i film Marvel… i film della Marvel si svolgono in tempi moderni ma in un mondo palesemente alternativo dove:

    • Un genio, rapito da terroristi, riesce a creare una fantascientifica fonte di energia pulita grazie ad un assemblaggio inedito di componenti messi a disposizione per lui in una grotta in Afghanistan.
    • Esseri di altri universi e dalle sembianze umane (ma non ben precisati poteri) arrivano sulla Terra e si proclamano divinità, salvo essere presi comicamente a calci in culo da Hulk (umano con poteri i cui limiti non sono mai ben definiti).
    • New York e Londra vengono invase da alieni provenienti da altre dimensioni.
    • Il partito nazista, come in una trama di Roberto Giacobbo, aveva a disposizione armi così avanzate e fantascientifiche che non si sa come abbia potuto perdere la guerra.
    • Etc… etc…

    Insomma avete capito, i film della Marvel sono praticamente dei fantasy moderni. I loro personaggi hanno tutto il diritto di ricevere un adattamento dei nomi, dove possibile e specialmente quando ci sono già dei precedenti nella serie a fumetti storica (dove per esempio “Captain America” si chiama giustamente Capitàn America).
    kickass02
    In Kick-ass invece non c’è niente di tecnologicamente e improbabilmente avanzato (a parte il volo in jetpack alla fine del primo), gli eventi mostrati nel film potrebbero tranquillamente essere riportati da RaiNews domani senza che nessuno batta ciglio… a tutti gli effetti è un film che si svolge nella vita reale, come potrebbe esserlo Little Miss Sunshine.
    I personaggi sono persone vere, la New York è la vera New York, dove se sfotti un teppista mentre indossi una muta da sub verde quello ti riempirà di botte e coltellate e finirai minimo minimo all’ospedale. Ciò che vediamo su schermo è ciò che presumibilmente sta avvenendo nella vera New York di oggi… non può disturbare più di tanto il sentire che questi ragazzi americani si scelgano nomi come Kick-ass, Red Mist, Big Daddy, Hit-girl, Battle Guy, Night Bitch, Ass-Kicker, Mother Russia, Gengis Carnage e persino Mother Fucker.
    Ci sono poche eccezioni alla regola e queste sono fatte esclusivamente per portare a termine una battuta come il divertente “Morte Negra” (da “Black Death”), il nome affibbiato ad un scagnozzo di colore. Geni! Scommetto che il direttore del doppiaggio ha dovuto lottare contro il responsabile del marketing americano per poterlo tradurre.
    kickass-2-hitgirl-russia-1024x576
    È vero che viene meno la comprensione di molti di questi nomi per gli over-45 (indicativamente), di contro potremmo dire che il film ha un target di età comunque molto limitato, ma c’è anche da considerare che questi nomi da super eroi improvvisati non è che poi offrano chissà quale elemento comico in lingua originale (con eccezione di “Mother Fucker” nel secondo film e lì purtroppo non c’era neanche spazio per aggiunte tipo “Mother Fucker, il fotti-madre” o simili).
    Anche “Toxic Mega Cunts”, il gruppo di anti-eroi fondato da Mother Fucker, forse non era poi così comprensibile (potremmo tradurlo come i Megastronzi Tossici, ma sono davvero dettagli poco determinanti).

    Nomi degni di nota

    Kick-ass origina dal lessico popolare americano, l’equivalente del nostro “fortissimo”; un qualcosa “che spacca”.

    In Die Hard, alla richiesta d’irruzione della SWAT, quello spaccone del vice-capo di polizia ordina “kick ass!” (tradotto come “dateci dentro“), l’equivalente di “rompiamogli il culo” che però non rientrava nei tempi della battuta.

    Hit-girl è una variazione di “hit-man”, ovvero “sicario”. Hit-girl sarebbe come dire “sicarietta”.
    Big Daddy potrebbe essere “Grande Paparino” o anche soltanto “Paparino”.
    Tutti gli altri nomi sono facilmente comprensibili con una banale ricerca su Google Translate. Per Mother Fucker rimando ad un vecchio articolo.

    Paparino e Sicarietta

    Paparino e Sicarietta

    Piccoli dettagli fanno la differenza

    Sono i piccoli dettagli che salvano la scelta di lasciare i nomi in inglese!
    Coloro che hanno lavorato alla direzione del doppiaggio, infatti, (Silvia Pepitoni nel primo, Oreste Baldini nel secondo) se non altro hanno avuto l’accortezza di mantenere i nomi originali dei personaggi in maniera NON sconsiderata, al contrario di cose come Captain America e Pacific Rim dove persino i gradi militari erano in inglese (Captain e Marshal rispettivamente).
    Difatti non solo “The Mother fucker” e così ” The Tumor” diventano più semplicemente “Mother Fucker” e “Tumor”, con la perdita dell’articolo determinativo inglese (che sarebbe stato stupido lasciare), ma persino nomi tipo “Mother Russia” ci vengono giustificati nei dialoghi italiani quando possibile. Vediamo l’esempio:
    Nel momento in cui “Mother Fucker” sta dando nomi da “eroe” ai suoi nuovi scagnozzi gli viene presentata un’assassina, ex-KGB, a cui lui deve dare un nome, allora lui ci pensa un po’ su e dice “Madre Russia, eh? Mother Russia!” (pronunciato “mader ràscia” all’inglese, giustamente).
    Infine “Colonel Stars and Stripes” diventa il Colonnello “Stars and Stripes”… il grado di colonnello è stato tradotto a differenza dei due film sopra citati dove nei dialoghi italiani permanevano anche i ranghi di “Captain” e “Marshal” lasciati in inglese… da aggiungere al già ampiamente discusso e vomitevole fiume di supercazzole amaragane come: drop, pararescue, carrier, helicarrier, software tracer e blade server di targeting. [NdA fanculo!]
    Sono questi piccoli dettagli che fanno la differenza tra una scelta cosciente nel lasciare dei nomignoli in inglese (e se non è cosciente almeno è una scelta che aggiunge “auto-giustificazioni” all’interno dei dialoghi) ed una scelta incosciente, ingiustificata, imposta senza se e senza ma dai distributori americani, che più che imposta è supposta.

    kick-ass

    …ma con i baffi


    Anche il nome del gruppo di eroi, “Justice Forever” (traducibilissimo insieme a quello dei Toxic Mega Cunts), riecheggia di adattamenti moderni come quello del gruppo “Avengers”, lasciato tale e quale nel film doppiato in italiano (nonostante esistessero già nella letteratura di settore come “Vendicatori”).
    Essendo Kick-Ass in parte una parodia di molti film di supereroi, potremmo interpretare in parallelo anche il suo adattamento italiano come una parodia… una parodia dei doppiaggi italiani moderni, di doppiaggi come Captain America, The Avengers ma anche Oblivion e Pacific Rim. Una presa in giro verso la sciatteria dei “geni” del marketing americani che forzano la mano dei direttori di doppiaggio costringendoli spesso ad un lessico innaturale, estraneo, insensato, a tratti abominevole.
    Così mi piace interpretare l’adattamento di Kick-Ass. Voglio crederci.
    credici
    Proprio per questo l’uso di nomi in inglese non mi ha fatto né caldo né freddo in questo film: non detrae molto dall’esperienza, sono comunque adattati almeno un po’ (con la perdita dei “the” e traduzione dei ranghi militari), alcuni sono stati tradotti se era necessario sfruttarli per una risata (“Morte Negra”) e, dove c’è stato spazio per farlo, sono stati anche giustificati modificando lievemente i dialoghi (come il caso di Mother Russia)… i pochi altri casi, lasciati in lingua originale seppur facilmente traducibili, non possono altro che essere imposizioni irrifiutabili da parte dei responsabili esteri (perché per i direttori di doppiaggio sempre da barcamenarsi tra le richieste stupide del pagante e la voglia di fare il proprio lavoro per bene), ma a me piace vedere questi elementi come una parodia dei doppiaggi moderni sui film di supereroi.
    Certo sarei curioso di sapere come lo avrebbero adattato negli anni ’80, quando c’era un po’ più di libertà per i direttori di doppiaggio. Probabilmente avrebbe avuto tutto un altro gusto e battute più memorabili dello stesso copione originale… ma chissà! Rimane comunque un prodotto di questa epoca, nel bene e nel male.
     

    Curiosità finale

    È anche l’unico film dove sentire la parola “bimbominkia” mi ha fatto ridere invece di farmi innervosire come mio solito… mi starò ammorbidendo! Devo dire che, solo per questo piccolo ma non sottovalutabile miracolo, l’adattamento di questa serie potrebbe forse essere considerato piccolo capolavoro di meta-linguaggio.
    Adesso avete il diritto di accusarmi di tutto ciò che volete e di rompermi il culo, virtualmente parlando. Sono disponibile cioè a qualunque “ass-kicking” mi vogliate sottoporre, ne avete facoltà!

    ____________________

    Santo Nicolas veglia su di voi, traduttori capaci ed eroici direttori di doppiaggio.

  • Trappola di Cristallo (Die Hard, 1988) – Quaranta piani di splendido doppiaggio

    intro-die-hard
    “Trappola di Cristallo” è probabilmente il film d’azione perfetto: un protagonista ordinario (nel quale tutti si possono identificare) che si ritrova nel posto sbagliato al momento sbagliato, intrappolato in un grattacielo in mano ai terroristi e, all’esterno, solo forze dell’ordine incapaci! Spetta a lui risolvere la situazione per riuscire a salvare sua moglie ma, dato che è un protagonista ordinario, ad ogni scontro si ritrova sempre ad un passo dalla morte. La battuta pronta e una dose di sbruffonaggine completano il personaggio di John McClane.
    Questo è tra i miei film d’azione preferiti e, forse, potrei azzardare a dire che sia addirittura il primo della lista! Se io fossi un regista di film d’azione vorrei aver girato questo film. Insomma avrete capito che sono particolarmente affezionato a “Trappola di Cristallo“.
    Una domanda ormai comune tra alcuni lettori di questo blog è la seguente: “Evit, te lo guardi in inglese o in italiano?“. Be’, da quando uscì in DVD nel lontano 2002 non l’ho più visto in italiano se non nei rari passaggi televisivi. Cos’ha di brutto la versione italiana? Niente, è solo che mi sono affezionato alla versione in lingua originale dalla primissima visione… talvolta capita! Tuttavia non denigrerei il doppiaggio italiano, tutto il contrario… ci sono molte parti del film che ritengo necessitino il cambio di lingua con il telecomando del lettore DVD, così da godersi certe battute doppiate.
    Cari miei, questa sarà una di quelle analisi abbastanza neutrali e senza troppo livore 😉, quindi preparate i cuscini e la copertina perché si parla dell’adattamento di Trappola di Cristallo… o almeno di tutto ciò che io reputo degno di essere citato.

    MUORI DURO – Una storia di titolisti indecisi

    Come da tradizione, partiamo parlando del titolo perché questo film ha più titoli del Re d’Italia:
    Titolo uno…Prima locandina italiana del film Die Hard del 1988, mostra il titolo originale A un passo dall'inferno e tra parentesi Trappola di cristalloA un passo dall’inferno e tra parentesi “trappola di cristallo”, stampato sull’immagine più anonima che potevano trovare e che sembra essere stata fotocopiata trecento volte! Questo fu, presumibilmente, il titolo provvisorio adottato durante la campagna pubblicitaria del 1988-89 e poi ripensato all’ultimo momento. Difatti il secondo titolo, adottato per il “vero” poster cinematografico, fu semplicemente Trappola di cristallo.

    Locandina italiana di Trappola di cristallo, Die Hard, 1988. Slogan del film: 40 piani di autentica avventura
    La mia supposizione è che i due titoli italiani volessero fare un richiamo intenzionale al popolare film catastrofico degli anni ’70 “L’inferno di cristallo” (The Towering Inferno, 1974), un film al quale Die Hard del resto presta alcuni omaggi. A riconferma di ciò, il Morandini accusò proprio il titolo d’essere fuorviante:

    “Il titolo originale ‘Die Hard’ è meno fuorviante di quello italiano: si riferisce proprio al protagonista e alla feroce lotta che deve intraprendere. Non è un catastrofico, è uno stringato avvincente film d’azione.” (Laura e Morando Morandini, Telesette)

    Anche il secondo film, al momento dell’uscita cinematografica, ebbe un titolo molto differente da quello originale. Era noto come 58 minuti per morire e sulla locandina, come sottotitolo, aveva anche: “Die Harder” (scritto molto piccolo e largamente ignorato).
    Niente legava i due titoli. Non a caso il dizionario Mereghetti descrive “58 minuti per morire” come:

    Seguito di “Trappola di Cristallo” con lo stesso protagonista.

    Con le uscite in VHS (a partire dal 1990-1991) e con l’aggiunta di un terzo capitolo alla serie, i distributori italiani hanno pensato bene di dare una qualche continuità ai tre titoli facendogli precedere la dicitura “Die Hard” e così, per l’home video, abbiamo il nostro terzo (e ultimo?) titolo: Die Hard – Trappola di cristallo.

    Copertina VHS del film Die Hard Trappola di cristallo
    Nessun’altro paese al mondo ha così tanti titoli alternativi per “Die Hard”, è un record italiota molto duro a morire. Personalmente trovo giusta la scelta di aggiungere la dicitura “Die Hard” all’inizio di ogni capitolo della serie; purtroppo però, la continuità postuma di “Die Hard – Trappola di cristallo” e “Die Hard 2 – 58 minuti per morire” è un po’ interrotta dalla titolazione di casa CecchiGori che, invece di chiamare il terzo capitolo “Die Hard 3 – sottotitolo italiano” ha optato per una via di mezzo fuori dai ranghi, ovvero “Die Hard – Duri a morire“, un titolo che ho sempre trovato ridondante (“die hard” è un gioco di parole traducibile appunto come “duro a morire”) e che non da l’idea di essere un terzo episodio, bensì un capostipite.
    Per sistemare la cosa sarebbe bastata l’aggiunta del numero “3” sulla copertina dell’edizione home video! Invece, così facendo, CecchiGori ha creato un precedente che porterà i successivi episodi a chiamarsi semplicemente “Die Hard – qualcosa qualcosa“, e così adios alla pratica numerazione… ma sappiamo che CecchiGori fa sempre le cose a cazzo. Pensate che ancora oggi, nel 2014, ha il coraggio di pubblicare il Bluray di Die Hard 3 riciclando la stessa copertina oscena che produssero nel 1995 con Microsoft Paint.
    Scusate, ho perso il filo… è che CecchiGori mi fa sempre uscire fuori dai gangheri! Ah, si…

    ADATTAMENTO, ERRORI E ALTRE CURIOSITÀ

    Vediamo dunque l’adattamento italiano, tra scelte di doppiaggio, un po’ di errori e qualche pregio, in ordine cronologico come le troverete nel film (più o meno).

    Niente “Merry Christmas” per noi

    Nella prima scena del film, John McClane (Bruce Willis) è su un aeroplano. In inglese sentiamo la voce di un assistente di volo che da il benvenuto a Los Angeles e augura a tutti un buon Natale. Al termine di questa frase, parte la musica natalizia drammatica a base di sonaglini da slitta di Babbo Natale che sentiremo anche in altre parti del film.
    Nella traccia audio italiana quella frase di benvenuto è completamente assente rendendo così dubbiosa la scelta della musica natalizia; solo qualche scena più tardi capiremo che è Natale.

    buon natale

    Questa frase la troverete in lingua italiana soltanto nei sottotitoli del DVD/Bluray che traducono direttamente quelli inglesi.

    Gennarì, bella di zio, come ti chiami?

    Gli americani e le loro pronunce! Succede che la moglie di John McClane faccia di cognome “Gennaro”, o almeno così appare scritto nei titoli di coda.
    gennaro titoli
    Anche all’inizio del film vediamo lo stesso cognome su uno schermo touch-screen ma, come per magia (o meglio, per errore di qualcuno agli effetti speciali), il nome cambia dopo la selezione.

    Scena dal film Die Hard in cui lo schermo inquadrato mostra un nome diverso, Gennaro diventa Gennero quando McClane preme il bottone
    Poco dopo ritroviamo lo stesso nome (Gennero) sulla porta dell’ufficio

    L'insegna sulla porta di Holly Gennaro legge H. M. Gennero
    Non è ben chiaro quale sia il nome vero e quale quello errato. A mio modestissimo parere “Gennaro” sarà stato il nome vero e, siccome gli americani lo pronunciano “Gennero”, immagino che qualcuno, durante l’allestimento del set, avrà detto: “Alan! Com’era il nome da mettere sulla porta?“, “Gennaro (pronunciato all’americana), vuoi che ti faccia lo spelling?“, “no grazie“, “sicuro?” “si, si, a posto così… G-E-N-N-E-…“.
    Credo che lo stesso sospetto sia venuto anche al direttore di doppiaggio Maldesi che nel film doppiato in italiano ha fatto pronunciare tale cognome sempre come “Gennaro”. Nessun aiuto giunge dal copione originale sul quale tale nome appare scritto in entrambi i modi purtroppo. Ma, se può essere di qualche importanza, nel romanzo da cui è tratto il film si parla ovviamente di…

    Foto di una pagina del romanzo dove il nome è Miss Gennaro
    Sì, perché ho anche il libro da cui è tratto il film, sia in inglese che in italiano… vi avevo accennato che adoro il primo Die Hard?

    Copertina italiana e copertina inglese del romanzo di Roderick Thorp, Nulla è eterno Joe (in inglese: nothing lasts forever) su cui è basato il film Trappola di cristallo
    Quindi, sì, non facciamoci illusioni, il cognome è Gennaro, solo che le troppe pronunce awanagana si sono intromesse nel “dietro le quinte” generando così sottotitoli, schermate di computer e nomi su porte che riportano erroneamente “Gennero”.

    Il personaggio di Holly Gennaro in piedi davanti alla porta che riporta l'insegna Gennero

    ‘tacci loro!

    Takaghi, Takagi o Akagi?

    Un altro nome, per così dire, problematico è quello del presidente della Nakatomi, Takagi, che in lingua originale viene pronunciato come “takaghi” mentre nel doppiaggio italiano viene pronunciato così come si scrive, con la g dolce. Tra le due, la pronuncia errata, mi dispiace dirlo, è proprio quella italiana… se vogliamo dar retta a queste indicazioni di grammatica giapponese:

    G” è sempre dura, come “Ghiro”
    Es. “Tochigi = tocighi. Non tokigi!

    Piccola curiosità aggiuntiva sul nome: in molti si domandano (e lo citano pure come errore!) perché sul computer compaia il nome “Akagi” quando il nome sappiamo essere “Takagi”. La risposta è molto semplice: quello non è il suo nome, bensì è la sua password per accedere al caveau. Ciò è anche confermato dal commento audio al film ma senza perdere tempo a cercare spiegazioni nei contenuti extra dei DVD (che uno può avere come più non avere) vediamo la scena con i nostri occhi…

    Computer che mostra la scritta Akagi
    Osservando bene, vediamo su schermo la scheda personale di Takagi in cui viene mostrata la biografia del padre. Si presume che sia il padre perché, prima di tutto, la foto non è quella dell’attore che interpreta Takagi, inoltre si può leggere “military record: assigned aircraft carrier Akagi“, ovvero “servizio militare: assegnato alla portaerei Akagi nel luglio del 1940“. Alan Rickman ci aveva rivelato all’inizio del film che Takagi era nato nel 1937, un po’ giovane per imbarcarsi nel 1940 su una portaerei… quindi il tizio che compare sullo schermo del computer altro non può essere che il padre di Takagi.
    [Altra curiosità aggiuntiva: la portaerei Akagi era una nave realmente esistente che fu usata dai giapponesi nell’attacco a Pearl Harbor. Nel film è la seconda volta che viene citato questo evento.]

    Nella scena in questione vediamo dunque i terroristi che, non avendo ottenuto la password del caveau dal presidente Takagi, provavano a inserire tutte le parole chiave possibili e immaginabili, estrapolandole dalla sua biografia e da quella della sua famiglia. Gli hacker nel 1988!

    Il direttore della Nakatomi, Takagi, affiancato allo schermo del computer che mostra al scritta Akagi
    Capisco che molti, vedendo quel “AKAGI” lampeggiare su schermo, abbiano pensato che fosse il nome scritto male del presidente Takagi… ma avete visto che la foto è di una persona diversa dall’attore??? E, più che altro, non avrete davvero creduto che il presidente di una potente multinazionale giapponese usasse il suo cognome come password!? Sarebbe la password più stupida dai tempi di Balle Spaziali!

    password

    Dettagli senza tempo

    Chi dice che gli adattamenti italiani peggiorino sempre i prodotti finali? Quando sentiamo il presidente della Nakatomi che fa la battuta “Pearl Harbor non è servita… e vi battiamo nell’elettronica” ci troviamo di fronte all’adattamento della frase “Pearl Harbor didn’t work out, so we got you with tape decks” che sarebbe divenuta molto presto obsoleta se l’avessero tradotta direttamente come “Pearl Harbor non è servita, così vi battiamo con i mangianastri“.

    Italiani doppiati educatamente

    cornuto
    Frase originale:

    Marco: A sinistra dai, a sinistra dietro l’angolo.
    Uli: This way?
    Marco: On the left! On the left! A sinistra, cazzo! Dietro l’angolo, dai!

    Il terrorista “Marco” era interpretato dall’attore di soap americane Lorenzo Caccialanza di Cologno Monzese. L’accento del nord è facilmente percepibile ma viene sostituito da un italiano pulitissimo di Fabrizio Pucci che recita:

    Marco: svelto dai, a sinistra. Dietro l’angolo
    Uli: di qua?
    Marco: A sinistra! A sinistra! Dietro l’angolo, dai!

    Lasciarlo in originale (in un film dove tutti parlano perfettamente) avrebbe stonato per le orecchie italiane, generando uno strano momento in stile “Alex l’ariete” e strappandovi fuori dall’illusione del doppiaggio.
    Strano che non gli abbiano dato il solito accento americapoletano per farci capire che si tratta un “italiano” in un film doppiato.
    Riguardo al “cazzo” mancante non ho niente da dire, l’espressività del doppiatore Francesco Pucci evidentemente non aveva bisogno di esclamazioni volgari rafforzative.

    Le cene davanti alla TV

    tv-dinner

    A cosa pensa per davvero John McClane quando parla di cene davanti alla TV

    Mentre John McClane striscia nei condotti di aerazione esclama:

    Mi ricorda tanto le cene davanti alla TV.

    Questa frase in italiano non ha mai avuto molto senso. Perché strisciare in un condotto di aerazione dovrebbe ricordargli le cene davanti alla TV? La frase originale era:

    I know what a TV dinner feels like.

    Ovvero: adesso so cosa prova un “TV dinner”.
    Ora, i “TV dinner” sono semplicemente delle vaschette multicompartimentate contenenti pasti precotti pronti per essere scaldati al forno/microonde, nacquero negli anni ’50 come pasto da scaldare velocemente e da portarsi davanti alla TV (che solitamente era in salotto, non in cucina dove si mangia). Il cibo all’interno è molto compattato, da qui il riferimento al “sentirsi come un pasto precotto” di John McClane, costretto all’interno di una conduttura di alluminio.

    Tv dinner

    TV dinner

    L’equivalente italiano sarebbe potuto essere, anzi, DOVEVA essere: “adesso so cosa prova una sardina in scatola“. Purtroppo credo che sia mancata, a monte, la comprensione di cosa fosse un “TV dinner”, credo.
    Difatti mi suggerisce un lettore che la battuta italiana può essere intesa (e forse proprio questa era l’intenzione) come continuazione di quella precedente “Vieni in California, vedrai che bello, ci divertiremo da matti.”. Come a dire che gli era stato prospettato un tranquillo Natale in famiglia ed invece si ritrova in un fottuto condotto d’areazione.

    È possibile che chi ha tradotto non sapesse cosa fossero i “TV dinner” ed abbia pensato alle “cene davanti alla TV”, cioè una promessa di relax familiare da legare al precedente invito a venire in California. Per espandere bene la battuta precedente però sarebbe stato meglio qualcosa del tipo “mi ricorda proprio il cenone” detto con sarcasmo (visto che l’invito era natalizio) oppure “mi ricorda proprio le cene in famiglia”… abbandonando quel riferimento alla TV perché, onestamente, a me questa battuta delle “cene davanti alla TV” rimaneva sfuggevole anche molto prima di conoscere la battuta originale. Per gli italiani la TV nelle orecchie mentre si mangia è una triste realtà quotidiana che non si collega automaticamente ad un’idea di relax familiare.

    È uno di quei casi in cui “si poteva fare un po’ meglio”, sia che si scegliesse un adattamento più fedele sia che si decidesse di andare nella direzione opposta, più creativa, dell’inventarsi una nuova battuta che si lega ad una precedente. [grazie a Davide Serra]

    Esclamazioni che sembrano bestemmie

    gesu

    Una scena che mi ha sempre fatto ridere in inglese è l’esclamazione “Jesus H. Christ!” del poliziotto di Otto sotto un tetto, mentre gli sparano addosso con l’artiglieria pesante. Quando ero più giovane e ancora non conoscevo bene molte espressioni americane mi domandavo cosa potesse voler dire quella “H.” (maiuscola e puntata) posta tra “Jesus” e “Christ”, quasi ad abbreviare un nome. Ho poi scoperto che sta per “Holy” (Santo)… ma ancora oggi mi piace pensare che Gesù Cristo per gli americani possa avere un insospettabile secondo nome… non so, Harold o Henry.

    “YIPPEE YA-YEH, PEZZO DI MERDA”

    yippee

    Hans: Sei uno dei tanti americani che hanno visto troppi film di avventure? Un orfano di una cultura in rovina che crede di essere uno sceriffo, John Wayne, o Rambo?
    McClane: Sono sempre stato un grande ammiratore di Roy Rogers, mi piacevano le sue giacche coi lustrini.
    Hans: Credi sul serio di avere qualche speranza, povero cowboy?
    McClane: Yippee ya-yeh, pezzo di merda.

    Frequente domanda italiota (da leggere con voce petulante): perché “yippee ki-yay” è stato cambiato in “yippee ya-yeh“? Risposta veloce: Perché al doppiaggio c’era Mario Maldesi e sicuramente l’avrà reputata una valida scelta di adattamento linguistico, perché dubitarne? Per gli italiani suona meglio yippee ya-yay, parola di Maldesi!
    La domanda più interessante è invece: cosa vuol dire “yippee ki-yay“?
    È un espressione derivante dalla cultura americana sviluppatasi negli anni ’40-’50 intorno al mito dei cowboy, solitamente è usata come espressione di gioia e deriva dai versi che facevano i mandriani per interagire con i loro animali. Ce lo spiega lo stesso Maldesi quando fa dire a Hans “qual è quel verso tipico dei cowboy…?” (al posto di “What was it you said to me before…?“, cioè “com’era quella cosa che mi avevi detto prima…?“).

    Questo “verso tipico” lo troviamo nel ritornello della canzone “I’m an old cowhand” cantata nel 1943 da Roy Rogers che recita per l’appunto “yippie ay-yo ka-yay“. Il riferimento di McClane era appunto al già citato Roy Rogers.
    Aggiungo un’altra curiosità, troviamo un’altra traccia di questa espressione nella canzone Ghost Rider in the Sky cantata nel 1948 da Burl Ives; il ritornello recita “yippee ay-yoh, yippee ay-yeh” (tra l’altro senza la “k” in questo caso). Questa canzone deriva da una famosa marcia ottocentesca chiamata “When Johnny comes marching home” divenuta popolare anche grazie a tantissimi film di Hollywood… tra i quali figura, guarda caso, Die Hard 3 (di cui è il tema principale!).

    La curiosità forse più interessante è che la frase in questione (“yippee ki-yay, motherfucker“) era stata improvvisata sul momento. In un intervista del 2013 alla domanda “avresti mai pensato, all’epoca, che quella tua battuta sarebbe rimasta famosa per oltre 25 anni?” Bruce Willis risponde:

    “I have to tell you, it was a throwaway. I was just trying to crack up the crew and I never thought it was going to be allowed to stay in the film.”

    Traduco liberamente: Pensa che era buttata là. L’avevo detta solo per far ridere la gente sul set, non pensavo che poi l’avrebbero tenuta nel film.
    happy trails
    Un altro riferimento a Roy Rogers compare nel finale quando McClane spara al cattivo, soffia sulla canna della pistola e dice “Happy trails, Hans“. Happy trails vuol dire esattamente ciò che hanno tradotto nel doppiaggio italiano, ovvero “fai buon viaggio” ed era la canzone di chiusura del The Roy Rogers Show.
    Come vedete, siamo nelle mani di Maldesi che la sapeva lunga la canzone e la sapeva anche cantare.

    In formazione di copertura

    two-by-two
    Durante l’irruzione della polizia, Theo, il tecnico del gruppo, segue i movimenti della squadra d’assalto descrivendoli in “standard two-by-two cover formation” (ovvero in formazione standard di copertura “a due a due); questo dettaglio è errato perché gli agenti di polizia si avvicinano senza comporre alcuna formazione (e questo errore è anche citato in vari siti americani) ma in italiano la battuta viene cambiata più semplicemente in “in formazione di copertura” (senza “a due a due”), quindi in italiano c’è un errore in meno. Un punto in più per la versione doppiata.

    Geronimo, pezzo di merda!

    geronimo

    Sottotitoli DVD

    Geronimo, motherfucker!” è stato alterato in “con i miei saluti, pezzo di merda” che è carino e memorabile ma non ha lo stesso impatto comico. “Geronimo” poteva rimanere e sarebbe stato ugualmente divertente.
    “Geronimo!” è ciò che dal 1940 urlano i paracadutisti americani prima di lanciarsi. È stato suggerito che l’origine sia da ricercare in un’omonima canzone, molto popolare a quel tempo, che i paracadutisti adottarono sostituendola all’urlo di battaglia “Currahee!”.
    In Die Hard, John McClane la esclama prima di gettare dell’esplosivo C4 giù per la tromba dell’ascensore.

    “Hans… bubi!”

    hans bubi

    Hans… bubby! I’m your White Night!” è traducibile come “Hans… bello mio! Sono il tuo salvatore!” o “Hans… tesoro! Sono il tuo salvatore!“.

    In italiano invece la battuta recita “Hans, bubi! Sono il tuo salvatore!” e per me che conosco soltanto italiano e inglese non ha alcun senso. Perché “bubi”? In italiano “bubi” ha un unico corrispondente nel nome di un popolo africano. Dubito che c’entri qualcosa. A portare luce nell’ombra della mia ignoranza di altre lingue, un lettore, Fabio, nei commenti mi fa notare che bubi è tedesco, sta per “ragazzino”, da context-reverso possiamo vedere che in alcuni casi si traduce proprio come “tesoro”, “dolcezza”, “amato”, etc…; insomma sembrerebbe proprio un equivalente di quel “bello mio” che suggerivo come traduzione dell’inglese “bubby”. Poco prima Ellis si era fatto portare dal capo dei terroristi “europei” proprio esclamando “Sprechen sie Deutsch?”, quindi al momento giusto gli hanno fatto usare (solo nella versione italiana) un’altra espressione tedesca. Molto carino.

    La famosa puntualità delle aperture a tempo

    timelock

    Hans: Sono quelli dell’FBI. Daranno l’ordine di togliere la corrente all’edificio. Tutto puntuale come un orologio.
    Theo: o un’apertura a tempo!

    Le battute originali erano “regular as clockwork“, “…or a time lock!“.
    In italiano risulta più esile il nesso logico che porta Theo a pensare ad una “apertura a tempo” dalla frase “tutto puntuale come un orologio“, ma ci si può stare. Di meglio non si poteva fare.

    “Nein, questo è mio”

    nein

    Sottotitoli DVD

    La frase “nein, this is mine!” viene lasciata in lingua originale, spacciandola per tedesco. In realtà avrebbe dovuto dire “nein, questo è mio” (o anche solo “questo è mio“). Lo stacco dal doppiato di Massimo Foschi alla voce originale di Alan Rickman è così improvviso e le due voci sono così diverse che ad una prima visione si potrebbe avere il dubbio su chi abbia pronunciato quella frase (nell’inquadratura non compare colui che la pronuncia sebbene si possa indovinare per esclusione).
    Purtroppo il film è pieno di scene in cui si possono udire nettamente le voci originali, specialmente in momenti come Alan Rickman che canticchia nell’ascensore, molti dei gemiti di Bruce Willis, le urla sguaiate della moglie sul finale e tantissimi altri.

    urla sguaiate

    urla sguaiate

    La frase più “italiana” del film

    ginnasio

    Agente Speciale Johnson: Yee-hah! Just like fucking Saigon, eh, Slick?
    Agente Johnson: I was in Junior High, dickhead.

    Agente Speciale Johnson: Aaaah-ha! Sembra di essere tornati a Saigon, eh, volpina?
    Agente Johnson: Io andavo ancora al ginnasio, testa di cazzo.

    Inizialmente considerai un errore quello di tradurre “junior high” (l’equivalente americano delle nostre “scuole medie”) come “ginnasio” (che nella mia esperienza si riferisce ai primi due anni di classico) ma c’è da considerare che Maldesi si riferiva ovviamente alla sua esperienza personale, di quando aveva lui 12-13 anni e il ginnasio comprendeva anche le scuole medie… quindi non facciamogliela pesare. Per “ginnasio” si intendevano i cinque anni dopo le elementari che poi, più tardi, si sarebbero trasformati in tre anni di “scuole medie” (unificate) e i due restanti furono accorpati alle “scuole superiori” (il ginnasio del liceo classico).
    Tuttavia suona strano sentire un americano che parla di “ginnasio” e già nel 1988 la battuta era invecchiata prematuramente.

     

    Alcune delle frasi più belle in italiano

    ammazza quel maiale

    “Ammazza quel maiale!”

    “Ammazza quel maiale!”
    (“Nail that sucker!”)

    maledetto porco

    “O’ maledetto porco. Ti ammazzo… poi ti cucino… e poi ti mangio! E POI TI MANGIO!”
    (“You motherfucker, I’m gonna kill you! I’m gonna fuckin’ cook you, and I’m gonna fuckin’ eat you!”)

     

    I doppiatori di Trappola di cristallo

    Roberto Pedicini su Bruce Willis (una strana scelta oggi giorno) si è rivelato adattissimo al ruolo e, in molte scene, ritengo che sia anche più bravo del Bruce Willis originale. I suoi momenti “esasperati” sono comici al punto giusto da regalarci tante frasi memorabili e non stona neanche più di tanto come voce giovanile dell’attore. Dall’interpretazione di Pedicini, il passaggio a Claudio Sorrentino (che doppierà Willis da Die Hard 3) non è traumatico come invece lo è stato quello a Oreste Rizzini che lo doppiava discutibilmente in Die Hard 2 (con tutto il rispetto per Rizzini, che amo in tanti altri ruoli, ma la sua voce ha letteralmente rovinato il secondo film).
    Non dimentichiamoci poi che la frase più divertente del film è detta proprio da Pedicini: “o’ maledetto porco, ti ammazzo, poi ti cucino e poi ti mangio! E POI TI MANGIO!“. Tale frase risulta più memorabile in italiano e occasione di qualche rewind di troppo.

    ti cucino e poi ti mangio
    Personalmente avrei fatto sempre ritornare Pedicini sui successivi Die Hard (o almeno sul secondo), in ogni caso Claudio Sorrentino ha fatto uno splendido lavoro nel terzo film, pur rischiando di ricordarci un po’ troppo il suo Mel Gibson di Arma Letale.
    Sul debuttante attore britannico Alan Rickman (che interpreta il cattivo principale, Hans Gruber) abbiamo Massimo Foschi, famoso per la sua voce di Darth Fener in Guerre Stellari. Detto questo spero di non avervi rovinato la visione di Die Hard durante la quale immaginerete ogni battuta di Alan Rickman come se fosse pronunciata da Fener.
    Come al solito Foschi riesce a dare un’ottima caratterizzazione da “cattivo” ed è davvero eccezionale… purtroppo i momenti in cui sentiamo la voce originale di Alan Rickman (negli stacchi in tedesco) la differenza è troppo netta, tanto che in certi momenti (quando parla ma non è inquadrato) risulta difficile credere che sia lo stesso personaggio a parlare. Avrebbero dovuto prestare più attenzione in fase di doppiaggio a questi stacchi o, ancora meglio, avrebbero dovuto far improvvisare un po’ di tedesco a Foschi, tanto non è che Alan Rickman sapesse parlare tedesco visto che in Germania lo hanno ridoppiato perché, a detta loro, non se poteva proprio senti’.
    Il 1988 non era ancora il periodo di Francesco Vairano (che ha doppiato Rickman nei film di Harry Potter nei panni del Professor “Severus Piton”) e, devo dire la verità, è un vero peccato perché, nonostante Rickman offra interpretazioni quasi sempre inarrivabili in lingua italiana (mancando queste dell’accendo britannico che lo caratterizza), trovo che Vairano sappia imitarlo alla perfezione e sarebbe stato azzeccatissimo in questo ruolo. Sarei curioso di sentire una sua interpretazione di questo personaggio… ma non diamo adito a tentativi di ridoppiaggio, sono solo curiosità personali!

    Hans
    Riguardo all’accento di Alan Rickman, sul sito Antonio Genna viene riferito che, in lingua originale, l’accento tedesco di Hans viene perso nella scena in cui si trova faccia a faccia con il protagonista e che, al contrario, in italiano Hans parla sempre senza accento.
    Devo farvi notare invece che tutto ciò è semplicemente errato. Difatti l’accento originale di Hans Gruber è un accento britannico (quello proprio di Alan Rickman) e non tedesco! L’accento britannico nel cinema americano è usato da sempre per dare un senso di elitarietà e/o di arroganza al cattivo di turno (non a caso gli ufficiali imperiali in Guerre Stellari erano tutti interpretati da attori inglesi mentre i ribelli erano tutti americani). La giustificazione di questo accento britannico in bocca ad un personaggio tedesco è forse da ricercare nella storia stessa del personaggio, il quale dichiara di aver ricevuto un’educazione classica e di vestire a Londra, suggerendo che possa aver studiato a Oxford (o Londra stessa) perché di buona famiglia.

    alan rickman

    [PIANGE IN TEDESCO]

    Sempre sulla stessa pagina web sopra citata viene sostenuto che: “nella versione italiana tale differenza (di accenti) non viene resa, ma non c’è un cambio di adattamento del dialogo: come in originale, McClane si prende gioco dell’accento usato da Gruber.” ma anche questo è errato. Il “cambio di adattamento del dialogo” sulla battuta dell’accento “da televisione” c’è. C’è eccome!
    Frase originale:

    McClane: That’s pretty tricky with that accent. You oughta be on fucking TV with that accent.

    (Traduzione: “Non è stato facile con quell’accento. Dovresti essere in televisione con quell’accento.“)
    Il riferimento è al finto accento americano che Hans aveva interpretato ritrovandosi davanti a McClane, fingendo di essere uno degli ostaggi. Il suo “americano” era pulito (forse anche troppo perfetto) e degno di un presentatore televisivo. La battuta sul copione originale infatti era: “È stato difficile (scoprirti) con quell’accento. Scommetto che potresti imitare Ed Sullivan” (“That was tricky, with the accent. I bet you do a great Ed Sullivan.”).
    La battuta doppiata è decisamente diversa:

    McClane: ma chi vuoi imbrogliare col tuo tedesco, avresti successo in televisione con quell’accento?

    Nella versione doppiata, il riferimento cambia: non più all’imitazione di un impeccabile accento americano (che ovviamente noi nel doppiaggio italiano non possiamo sentire), bensì alle precedenti scene in cui Hans parlava tedesco. Con la seconda frase McClane insinua che Hans non potrebbe avere mai successo sulla TV americana parlando tedesco.

    jolly
    Per finire l’argomento “doppiatori”, il premio “Doppiatore Jolly” va a Fabrizio Pucci con ben tre ruoli accreditati (il tizio sull’aereo all’inizio del film; Marco, il terrorista italiano; il presentatore del telegiornale Harvey Johnson). Tra un po’ gli facevano anche doppiare la tosse di Mr. Quaggott.

    Ridoppiaggio delle scene aggiuntive

    estesa

    L’edizione speciale in Blu-Ray contiene una scena estesa (62 secondi) al momento in cui l’FBI stacca la corrente. Le scene aggiunte, già presenti dall’edizione speciale del DVD del 2002 (ma solo in lingua originale come contenuti extra), sono state reinserite nel film e doppiate ex-novo. È improprio parlare di ridoppiaggio visto che non erano mai state doppiate prima e aggiungo che sembrerebbero doppiate dagli stessi doppiatori originali ma sono così poche battute che non saprei dirlo con esattezza.
    Di sicuro abbiamo Massimo Foschi che ritorna su Alan Rickman e solo la sua voce si amalgama benissimo al resto del film (ma Foschi oggi ha ancora la stessa voce che aveva nel 1988? È un mostro!); chi doppia invece l’operatore Theo è molto diverso, non so se è cambiato il doppiatore ma se è lo stesso dell’epoca allora la sua interpretazione non è sufficientemente simile a quella del 1988.
    In generale, tutte le nuove battute sembrano assai piatte e stonano in un film doppiato nel 1988 quando la reinterpretazione (e non la banale fotocopia) delle battute originali era cosa comune e, direi, necessaria. Comunque si tratta di poche battute in totale, un problema veramente da poco.

    shish


    NOTE FINALI

    Come in tutti gli adattamenti su cui ha lavorato Maldesi, anche in Die Hard sentiamo battute ed espressioni che ci suonano naturali e che sembrano essere nate in lingua italiana, segno di un ottimo lavoro di adattamento. Tutte le eventuali alterazioni dei dialoghi originali sono giustificabili (non le ho neanche elencate in dettaglio perché sarebbe stato superfluo) e tutti gli interpreti che hanno partecipato al doppiaggio erano all’altezza del compito.
    Perché allora me lo guardo sempre in inglese? Semplicemente perché adoro molte battute per via della loro memorabile espressività. Mi riferisco a qualsiasi battuta di Alan Rickman (una delle più famose nel mondo anglosassone è “shoot the glass“, non particolarmente memorabile in italiano), ma ce ne sono molte altre: il furioso “I want blood!” (“voglio il suo sangue!” in italiano), la moglie che risponde “tell that to Takagi” (“raccontalo a Takagi”) e l’ordine di irruzione dell’ispettore capo spaccone “kick ass!” (“dateci dentro” in italiano)… la lista potrebbe davvero andare avanti in eterno e ovviamente è una preferenza del tutto soggettiva, dategli quindi il giusto peso.

    Oggettivamente, invece, l’intero film è adattato benissimo ed ha tante battute memorabili anche in italiano, qualcuna persino meglio riuscita della controparte originale! Quindi per chi conosce bene l’inglese consiglio di godersi, almeno una volta, il film in lingua originale. Per quelli che non possono, c’è ancora tanto da apprezzare nella versione doppiata che si rivela essere adattata quasi alla perfezione e con voci adeguate. Un privilegio di cui il seguito, Die Hard 2, purtroppo non ha goduto.