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[Italian Credits] Frankenstein (1931)

Nel gennaio del 1818 vedeva la luce il romanzo Frankenstein, or The Modern Prometheus: sebbene originariamente senza firma, era il primo passo per il successo immortale di Mary Shelley. Per festeggiare i duecento anni della “creatura”, i media italiani hanno spesso utilizzato le immagini di Frankenstein Junior (1974), perché la sensazione è che ad essere noto è il personaggio parodico, non l’originale.

L’idea di Frankenstein entra subito nell’immaginario collettivo appena nasce, e per capire quanto sia altamente “contagiosa” basti pensare che nei primi anni Trenta del Novecento il suo spunto – la creatura che si rivolta contro il creatore – viene citato nei quotidiani italiani quando addirittura il film non è ancora uscito nel nostro Paese. Quando addirittura si ignora che esista un romanzo con quel titolo e che esista un’autrice di nome Mary Shelley. Perché Frankenstein sa giocare bene le sue carte: le carte del mito.
Il mito di Prometeo non è mai tramontato e la Shelley specifica già nel titolo che la sua storia vi fa palese riferimento. Il personaggio che vuole rubare la sapienza agli dèi è parte integrante della cultura occidentale, tanto da essere in pratica un archetipo. La Shelley è stata in grado di prendere un elemento-base e invece di limitarsi a sfruttarlo pigramente è riuscita a creare un nuovo elemento-base: qualcosa per nulla scontato e che non riesce a molti.
Capita per esempio che un autore ormai alla frutta, in cerca di facili consensi perché non più in grado di creare nulla, decida di sfruttare lo stesso tema della Shelley e si inventi un personaggio che rubando la conoscenza agli dèi finisca a creare mostri, magari xenomorfi, che sfuggono al suo controllo. Questa fotocopia-sbiadita dell’archetipo potremmo benissimo chiamarla Prometheus (senza Modern), ma questa è un’altra storia…

Come festeggiare dunque questo bicentenario? Parlando del mito che tutti conoscono… o del film che in Italia è più “sentito dire” che “noto”? Visto che è altamente probabile che la maggioranza degli italiani abbia visto la parodia di Mel Brooks ma non l’originale, è dell’originale che voglio parlare. E della frase che lo rende più Prometeo di Prometeo.
Il personaggio greco voleva aiutare gli umani donando loro la conoscenza degli dèi, rendendo pubblico quel sapere segreto che pochi custodiscono per detenere il potere: il dottor Frankenstein del 1931 invece vuole diventare un dio egli stesso… e questo suo intento è stato sin da subito censurato.
Troverete scritto dappertutto che alcuni tagli apportati all’epoca alla pellicola sono stati in seguito restaurati: ma “in seguito” quando? E da chi? E come hanno reagito i doppiaggi esteri? Tenetevi forti, perché il temporale è arrivato e i fulmini cominciano a scrosciare: sarò il vostro Fritz in quest’opera di creazione blasfema…

Colin Clive e Dwight Frye in “Frankenstein” (© 1931 Universal)


Premessa

Per la storia della lavorazione del film di James Whale mi sono basato sul saggio The Genius of the System: Hollywood Filmmaking in the Studio Era (1988) di Thomas Schatz, storico del cinema a cui di solito fanno riferimento i critici successivi, integrando con altri saggi e altre fonti, tutte citate nel testo. Quando esprimo un’opinione lo dico chiaramente: tutto il resto è frutto di ricerca.

Se avete altre fonti, o testi più precisi ed accurati, sarò felicissimo di integrare o correggere, accreditandovi.


La creazione del mostro

Il 1931 è un anno strano per la Universal Pictures. A marzo esce Dracula e comincia a riscuotere subito un successo immenso, eppure i debiti della casa sono ingenti: si parla addirittura di due milioni di dollari dell’epoca. Una cifra esorbitante. Il capo Carl Laemmle, che ha creato la Universal con le proprie mani, comincia a licenziare centinaia di persone per consentire al figlio di proseguire nella sua politica di presentare film ad altissimo budget.

Set del film (© 1931 Universal)

Tutti i critici sono convinti che il successo del tutto inaspettato di Dracula sia un unicum, l’operazione non riuscirà di nuovo e questi film costosi manderanno in rovina la casa. Laemmle junior non ne vuol sapere di rinunciare alla sua filosofia e vuole partire con il suo progetto ambizioso, che pare avesse sulla propria scrivania già prima che Dracula iniziasse le riprese. Un progetto che gli aveva segnalato John L. Balderston, sceneggiatore che lavorava per il teatro – autore della versione teatrale di Dracula – e che qualche anno prima aveva adattato per i palcoscenici americani un testo del 1927 della londinese Peggy Webling. Un testo dal titolo Frankenstein.
Nell’aprile 1931 Laemmle junior acquista i diritti dell’adattamento di Balderston e paga 20 mila dollari alla Webling, più l’1% dei ricavi di ogni film tratto dal suo lavoro. La donna non lo sa ancora, ma sta per diventare leggermente ricca…
Così come Dracula, anche Frankenstein ha ben poco a che vedere con il testo originale, ma scrivere “tratto dal romanzo” in locandina è sempre un grande richiamo pubblicitario.

A fine agosto del 1931 iniziano le riprese del film. Sono previsti trenta giorni di lavorazione: si sfora solamente di cinque, così come si sfora il budget iniziale di 262 mila dollari. (Il regista James Whale dirà che comunque si è rimasti sotto i 300 mila.)
Laemmle junior è presente e pressante nella fase di montaggio, e quello stesso ottobre ha in mano una versione completa del film da far “testare”.


La proiezione di prova

Proprio dal 1931 la Universal adotta il sistema di organizzare delle anteprime per tastare il polso al pubblico, e nel caso tagliare o rigirare scene a seconda delle reazioni e dei suggerimenti degli spettatori, quindi Laemmle junior organizza una proiezione di prova: il 29 ottobre 1931 gli spettatori chiamati a fare da test vedono qualcosa che non aveva alcun tipo di precedente.
Filmati fantastici e horror ce n’erano già stati parecchi, ma il Frankenstein della Universal può contare su un effetto totalmente devastante: il sonoro. Per la prima volta il pubblico in sala assiste a personaggi che muoiono urlando, ascolta l’agonia e il disumano grugnito di una creatura immonda, l’acuto strillo di una donna in balìa d’un mostro… L’effetto è devastante, unito poi a scene di cadaveri dissezionati e cervelli in bottiglia. Laemmle junior è ormai sicuro che sarà un successo, anche perché ottiene il visto censura della MPPDA (Motion Picture Association of America): può proiettarlo in sala… ma c’è una piccola nota di cui tenere conto.

Jon Towlson nel suo The Turn to Gruesomeness in American Horror Films (2016) riporta un estratto della lettera che Fred Beetson della MPPDA invia il 2 novembre 1931 a Laemmle junior:

«Alcuni censori probabilmente avranno da obiettare al grido di Frankenstein, dopo che ha creato l’uomo: “In nome di Dio” e lui dice “Dio, ora so cosa si prova ad essere un Dio“. Siamo dell’opinione che questa frase si possa utilizzare perché non è pronunciata in modo profano, ma è molto probabile che non sarà accettata da alcuni censori.»

Qui l’ambizioso produttore si sta giocando tutto: Carl Laemmle jr. ha solo 23 anni eppure l’intera Universal dipende da lui. Grazie alla fiducia del padre l’ha portata al limite, ma se Frankenstein fallisce c’è solo il baratro.
La concorrente Paramount sta montando il girato del Dr. Jekyll and Mr. Hyde – in uscita il 3 gennaio 1932 – che sarà un antagonista molto difficile da affrontare, e se disgraziatamente il pubblico comincia a boicottare Frankenstein per quella frase su Dio… è la rovina.
Il produttore decide di andarci con i piedi di piombo.


La manomissione post-test

Laemmle jr. richiama Edward Van Sloan, che nel film interpreta lo scienziato che cerca di salvare il protagonista, e gli fa recitare un prologo in cui mette in guardia gli spettatori:

«Il signor Carl Laemmle ritiene che non sia opportuno presentare questo film senza due parole di avvertimento. Stiamo per raccontarvi la storia di Frankenstein, un eminente scienziato che cercò di creare un uomo a sua immagine e somiglianza, senza temere il giudizio divino. È una delle storie più strane che siano mai state narrate, tratta dei due grandi misteri della Creazione: la vita e la morte. Penso che vi emozionerà, forse vi colpirà, potrebbe anche inorridirvi. Se pensate che non sia il caso di sottoporre ad una simile tensione i vostri nervi, allora sarà meglio che voi… Be’, vi abbiamo avvertito.»

L’effetto è duplice: stuzzicare la curiosità degli spettatori e allo stesso tempo mettere in chiaro con i sensibili e i moralisti che «vi abbiamo avvertito» (well, we warned you…).
Il 25 ottobre 1990, al momento di inaugurare la fortunata consuetudine de “La paura fa novanta” (Treehouse of Horror), la serie animata I Simpson pensa bene di usare Marge in una scena palesemente ispirata al warning di Van Sloan.

Marge Simpson che, nel 1990, rifà l’Edward Van Sloan del 1931

Il secondo passo è tagliar via la scena in cui la creatura getta in acqua la bambina: è una scena di grande emozione ma è troppo forte per l’epoca.

Il terzo passo è cambiare il finale. Com’è stato appurato in seguito, l’effetto più soddisfacente per l’epoca è quando una vicenda dai toni truculenti si conclude bene e con la composizione di un nucleo familiare tradizionale. (A fine film, insomma, il protagonista uomo deve sposare la donna.) Non importa le mostruosità fatte da Henry Frankenstein, a farlo finire tra le fiamme del mulino – come prevede il primo girato – si manda a casa gli spettatori con il magone. Lasciarlo in vita e nel tepore familiare è invece la formula perfetta.
Laemmle jr. ignora il regista Whale che vuole mantenere il finale tragico e gira un happy end: il film esordisce in sala il 21 novembre 1931 ed è il successo di cui la Universal ha disperatamente bisogno, rimanendo negli annali della storia e dando vita ad un filone cinematografico più che prolifico.

E la frase su Dio? Che fine ha fatto?

Curiosamente i saggisti ben informati da cui ho tratto le informazioni fin qui raccontate non ne fanno parola. Scott Essman nel suo Frankenstein: 80th Anniversary (2011) dice che la battuta è stata tagliata nelle prime copie del film e poi riattaccata nelle versioni successive. La cosa è abbastanza ovvia, il problema è rimediare informazioni più precise di questa.
Ci affidiamo dunque a John T. Soister, che nel suo Of Gods and Monsters (1999) specifica:

«Vennero fatti alcuni cambiamenti aggiuntivi dettati dall’indignazione pubblica [public outrage]: il riferimento di Henry Frankenstein al fatto di sapere cosa si provi ad essere Dio, per esempio, colpì molti spettatori come assolutamente blasfemo. Il rimedio fu di inserire un rombo di tuono che mascherasse i suoni frammentari superstiti al taglio della scena.»

Quindi la soluzione adottata da Laemmle junior è quella di tagliare la frase incriminata, e per mascherare il fatto che la scena ne rimane monca si va giù di fulmini e si sfuma in dissolvenza. Questa è probabilmente la versione vista dagli spettatori dell’epoca, almeno negli Stati in cui il film è stato proiettato in versione censurata.
Dopo la prima di New York del dicembre 1931 è il momento di attraversare l’oceano: bisogna portare il film in Europa. Il 25 gennaio 1932 Frankenstein esordisce al Tivoli di Londra (ce lo racconta il primo numero della rivista britannica “Hammer’s House of Horror” nel 1978), ma intanto si va anche dall’altra parte del globo: si va in Australia.


L’esperienza australiana

il 10 giugno 1932 il “The Telegraph” di Brisbane (Australia) ci informa che durante una proiezione mattutina del film ben tre donne ed un uomo sono stati portati fuori dalla sala ed accuditi da un’infermiera, ingaggiata appositamente in previsione di quell’evento. (Come a dire che il proprietario se l’aspettava.) Altri spettatori sono stati rifocillati con acqua e “sali” (a sniff of smelling salts) ma – ci tiene a specificare il signor E. Lane, dirigente del celebre Tivoli Theatre di Brisbane – tutti poi hanno voluto tornare in sala e proseguire la visione.
Questo è niente in confronto a come il film è stato anticipato nel Paese.

“The Sun” del 13 maggio 1932, con la frase “incriminata”

Venerdì 13 (giorno perfetto!) maggio 1932 il “The Sun” esce con una pubblicità quasi a tutta pagina dedicata all’imminente uscita di Frankenstein, con tanto di avvertimento «Non osate vederlo!»
Mentre alcune scritte avvertono che i Lloyd di Londra hanno mandato di pagare 1.000 dollari in contanti al parente più prossimo di chi morirà durante la visione del film (!!!), ci sono due fra le scritte più furbe della storia del cinema. Dietro sembra avvertibile il pensiero di Laemmle jr.: mi avete fatto togliere due scene potenti? E allora io… ve le racconto in pubblicità!

Un intero box racconta la “scena del lago” «che vi rimarrà in mente», cioè la scena in cui la creatura getta la bambina in acqua, un altro ci racconta l’operato del dottore finché

«egli proclama al Cielo il suo primo spasmo di trionfo: “Ora so cosa si provi ad essere Dio!” grida.»

“The Sun” del 13 maggio 1932

E così, anche se la scena è tagliata, il pubblico ne è venuto a conoscenza in altro modo e tanto basta. Ma è davvero tagliata, in questa prima proiezione australiana?

Forse no, perché un mese dopo l’uscita australiana il reverendo N. Claridge Goss di Sydney cita la pellicola addirittura in un sermone, riportato l’8 giugno sempre dal “The Sun”, dove viene citata di nuovo la frase relativa a Dio. «[Il film] dipinge il terribile quadro di come sia la natura umana quando si perde il divino».
Il pubblico australiano ha potuto udire la frase incriminata… o come al solito ci si è limitati a citare una frase in bocca a tutti, senza aver visto il film?

Ora, però, è il momento di andare a casa nostra. È il momento di sbarcare in Italia.


L’arrivo in Italia

Nell’agosto del 1932 la Biennale di Venezia decide di inaugurare un nuovo settore, dedicandolo alla “nuova arte” di successo: il cinema. Quel mese dunque nasce la Mostra del Cinema di Venezia, «il primo festival cinematografico mai organizzato nel mondo», specifica ancora oggi il sito ufficiale: forse ci si riferisce al fatto che venissero presentati film da tutto il mondo, perché gli Academy Awards (il Premio Oscar) c’era già dal 1929…

Al Lido di Venezia giungono attori italiani ed americani, con film presentati in anteprima… ma in quale lingua? Va ricordato che solo da pochissimo (dal 1927) il cinema ha inaugurato il sonoro, e solo dal 1931 sembra nascere la pratica del doppiaggio italiano: è plausibile pensare che i film proiettati in anteprima durante questo festival siano sottotitolati invece che doppiati.

Boris Karloff (© 1931 Universal)

Come hanno reagito i nostri connazionali all’epoca ce lo racconta “La Stampa” del 10 agosto 1932:

«Il film più giallo sinora proiettato pare sia Frankenstein che è il nome di un bandito mostruoso: gente scannata e trucidata ve ne è a josa, ma il peggio si è che tutta questa gente, per via del sonoro, prima di morire urla, singulta, sbraita, strepita, suscitando emozioni facili ad intuirsi. Tant’è che spesso gli spettatori e più di frequente le spettatrici, atterrite e suggestionate, fanno coro e allora la sonorità meccanica e umana nella sala diviene indescrivibile. Ma che stupendo spettacolo…»

Il film piace ma c’è un problema: dopo quella proiezione… scompare. I giornalisti lanciano appelli perché si spieghi il motivo di questa assenza dai cinema, loro che adoravano il tema molto prima che il film sbarcasse da noi.

«Adesso la vecchia Europa si meraviglia che la gentile creatura uscita dal suo seno sia diventata un pauroso colosso, nel timore che esso, come il mostro di Frankenstein, si rivolga contro il proprio artefice.»

Come fa Amerigo Ruggiero a scrivere queste parole su “La Stampa” il 12 giugno 1929… cioè due anni prima che nascesse il film e ben 15 anni in anticipo rispetto alla prima edizione italiana nota del romanzo di Mary Shelley? Forse aveva letto il romanzo in lingua originale o magari ci sono state edizioni italiane poi dimenticate.
Comunque rimane il fatto che molti lo evocano ma il film non spunta nei nostri cinema.

Finalmente viene annunciato il 2 dicembre 1935, distribuito dalla Artisti Associati. È «il film del terrore che il pubblico italiano attende da due anni», anche se in realtà gli anni sono di più. Purtroppo non sappiamo altro, di quell’arrivo in sala.

Manifesto del 1936 (visto il riferimento al film con Paula Wessely)

L’autorevole Mario Praz il 4 marzo 1938 presenta un ritratto di Mary Shelley – talmente ignota all’epoca che il film in sala viene presentato come «tratto da una novella di Percy Shelley»! – e l’uscita del romanzo nel 1944 non sembra lasciare molte tracce nell’opinione pubblica, visto che ancora il 18 novembre 1952 Leo Pestelli scrive su “La Stampa”:

«Non tutti sanno che Frankenstein, uno dei più popolari spauracchi dello schermo, non è farina di Hollywood, ma come il suo confratello dottor Jekill, un derivato letterario. L’orrendo mostro dagli occhi acquosi e non finiti, è figlio di mamma gentilissima, e prende sulfurea pappa da due autentici geni.»

Il pubblico del 1935 ascolta il dottor Frankenstein parlare con la voce di Giulio Panicali (stando ad Antonio Genna), e quel doppiaggio italiano della CDC gira per alcuni anni nelle sale italiane… per poi scomparire nel nulla.

Perché però quel ritardo, fra il 1932 e il 1935?


Visti censura

Quando ci sono dubbi, mi piace andare alla fonte, e Frankenstein come tutti gli altri film è passato per il Catalogo AFI (American Film Institute), la cui pagina ufficiale è sciabordante di incredibili informazioni.
Per esempio ci racconta che negli archivi della Academy c’è una lettera della MPAA (Motion Picture Association of America) datata 18 agosto 1931 in cui l’ufficio del Codice Hays (quel codice che dal 1930 imponeva una certa “morale” al cinema) informava la Universal delle scene considerate sensibili, che molti Stati avrebbero potuto censurare. Il Kansas per esempio fece tagliare un primo piano di una siringa che entrava nelle carni della creatura, durante la lotta con il dottor Waldman, mentre il Quebec bloccò l’intero film a meno che la casa madre non facesse pesantissimi tagli.

Scopriamo così che nel 1932 il film fu vietato nell’Irlanda del Nord, in Svezia… e in Italia. Ma come, se proprio nell’agosto del ’32 venne proiettato a Venezia! Che sia stata quell’occasione a far nascere il bando, così da slittare l’arrivo in sala fino al 1935?

Per saperne di più andiamo a consultare il sito del Ministero dei Beni Culturali dedicato al cinema, e più precisamente la banca dati della revisione cinematografica (Italia Taglia). Un meraviglioso PDF fotografa un documento rilasciato il 27 maggio 1941 che duplica il nulla osta che il Ministero della Cultura Popolare, Direzione Generale per la Cinematografia, nel XV anno dell’èra fascista rilascia riguardo al film “Frankestein”. (Va be’, una “n” si è persa per strada, ma in fondo chiama “Collin Cliv” l’attore protagonista.)
Quindi solamente il 19 novembre 1935 il film ottiene il nulla osta dell’autorità italiana per essere distribuito in sala: perché tre anni di attesa dalla proiezione di Venezia del 1932? Magari possiamo ipotizzare che, seguendo quanto dice il documento citato sopra, la commissione di censura italiana abbia in primo momento bloccato il film per poi consertirne la proiezione a patto di far rimuovere alcune scene troppo forti – per esempio è stata tagliata con l’accetta la scena che mostra il povero Fritz impiccato dal mostro – ma forse l’attenzione italiana non è così opprimente come potremmo pensare.

Visto censura del 1935

Merita di essere riportata la “descrizione del soggetto” riportata da questo documento del 1935: lascio intatti anche gli errori.

«Frankenstein, studente in medicina, crede di poter scoprire, il segreto della vita. Si ritira in una torre isolata, nella quale ha installato il suo laboratorio, e, mediante l’elettricità atmosferica, in una notte di tempesta, riesce a dar movimento alle membra irrigidite di un morto. Ma il suo maestro nega che quella sia vera vita. Non si possono infatti violare le leggi della natura. L’automa ha, d’un tratto, delle reazioni violentissime, minacciose. I due scienziati decidono di togliere a quel corpo la fittizia energia e ci riescono con un narcotico. Frankestei convinto dell’impossibilità di crescere una nuova vita, ritorna alla casa paterna. Ma l’energia chiusa nell’automa non si è spenta. Egli si risveglia, si alza ed esce all’aperto. Mentre Frankenstein, felice, stà per passare a nozze, l’automa entra nella sua casa, atterrisce la fidanzata e fugge. Tutto il paese è in subbuglio. E’ organizzata una caccia, guidata llo stesso Frankestein. Mentre tutti si disperdono per la campagna, Frankenstein si trova faccia a faccia con l’automa che lo afferra e lo porta in un mulino a vento. Nella lotta Frankenstein riesce a liberarsi mentre l’automa scompare nell’incendio del mulino. Frankenstein guarisce ben presto dalle ferite riportate e, sopratutto, dal suo folle sogno.»

Nessun accenno a Dio, addirittura si parla di «violare le leggi della natura», frase quanto mai laica visto che di solito quando si critica l’operato del protagonista si parla di violare le leggi di Dio. Inoltre l’approvazione non richiede alcun intervento aggiuntivo: per spiegare cosa questo significhi, prendo per esempio il nulla osta del 31 dicembre 1927 del film Metropolis di Fritz Lang, “approvato con riserva”.

«Nel 1° atto, la sequela di scene di operai che vanno al lavoro a passo lento, sia appena accennata.
Nel terzo atto siano soppresse le didascalie: “Fratelli io vi dico: Colui che compirà il miracolo è in cammino; Quegli ch’è in cammino vi darà la felicità senza macchia”.
Nel 6° atto sia soppresso l’ultimo periodo: “Tra il cervello e le braccia”: ecc…»

Queste sono le “condizioni” (chiamate così proprio dal documento) perché il film possa essere proiettato: nulla del genere si legge nel caso di Frankenstein.

“Famous Monsters Filmland” n. 57 (1969) mostra la scena tagliata della morte di Fritz

Il suddetto documento ci informa che l’edizione approvata per la proiezione nei cinema misura 1.659 metri di pellicola, e stando a Wikipedia:

«per la pellicola in formato 35 mm, proiettata alla normale frequenza di 24 fotogrammi/secondo, un minuto di proiezione corrisponde a 27,36 metri e un’ora a 1.641,60 metri.»

Il calcolo sembra confermato dai forum che ho spulciato, e stando anche a questa tabella i 1.659 metri del Frankenstein vistati si riferiscono a circa un’ora. Il problema è che le copia giunta miracolosamente fino a noi dura 53 minuti: sarà stata tagliata rispetto a quella cinematografica o si tratta semplicemente di differenza di velocità dei fotogrammi?


Ritrovamento e recupero

da “Fangoria” 72 (1988)

Nei citati archivi della Academy c’è anche la corrispondenza con la PCA (Production Code Administration) in cui scopriamo che nel 1937 la Universal accetta il consiglio di tagliare il punto in cui si nomina Dio quando Fritz tormenta il mostro con una torcia: malgrado non venga citata, la frase ben più scabrosa su Dio avrà plausibilmente subìto lo stesso destino.

Infine la AFI ci informa che le scene tagliate sono state ritrovate nel 1986, “riattaccate” dalla Universal che subito ha presentato in video la nuova versione del film, con la nuova durata di 72 minuti.
La rivista “Castle of Frankenstein” (2000) dice che risale al 1987 la pellicola con le scene tagliate (fra cui il mostro che getta la bambina nel lago). Ecco invece la presentazione del Frankenstein (restored), targato MCA, da “Fangoria” n. 72 (1988):

«Sì, fan dell’horror golden age, ci siamo! Il classico, com’è stato concepito per esser visto, alla fine è sfuggito alle catene del terribile Codice Hayes, gli autoproclamati custodi della moralità su celluloide che costrinsero la Universal a tagliare alcuni “spettacoli gratuiti” dal capolavoro.»

Riguardo alla frase incriminata, ecco cosa dice:

«Curiosamente, quella batttuta non è stata montata nel film originale ma in una ristampa successiva.»

L’edizione 1988 della “Video Movie Guide” di Mick Martin e Marsha Porter, compilata 1987, ci informa che ora il film

«può essere visto nella sua interezza per la prima volta in oltre cinquant’anni, visto che la Universal Pictures ha finalmente dissotterrato [unearthed] la scena mancante dove la creatura getta la bambina nel lago nella speranza che galleggi.»

“Video Movie Guide 1988” di Mick Martin e Marsha Porter

Nel 1989 su alcune riviste di settore, come “Slaughterhouse Magazine”, “Fangoria” e lo speciale “Horror Video”, la Fantaco Enterprises pubblicizza l’uscita della VHS del film a $ 29,95, ma per saperne di più dobbiamo rivolgerci ad Allan Kozinn, che sul quotidiano “The New York Times” così scrive il 5 febbraio 1989:

«La versione video del compact disk, registrata sotto il nome di CD video, è appena uscita e già ha un catalogo di migliaia di film, musica e documentari di alta qualità del suono.»

Il giornalista sta presentando il CDV (Compact Disk Video), il progenitore del DVD che in realtà la Philips e la MCA hanno inventato nel 1978 con il nome Magnavision. Ora è il momento di rispolverare questa tecnologia per i puristi di video e suono, e Allan ci racconta delle case che stanno puntando su questa tecnologia per ripresentare film storici. La CBS/Fox per esempio ha già sfornato la trilogia di Star Wars (sui 50 dollari di prezzo), «per quelli che vogliono studiare gli effetti speciali da vicino», mentre la stessa MCA Home Video che ha inventato il formato mette a disposizione film classici a 35 dollari.

«Questi dischi inoltre contengono i trailer cinematografici e in alcuni casi (come per esempio in Frankenstein) materiale aggiuntivo in precedenza tagliato dalla versione originale. [restored footage cut from the original release

“Monsters Attack!” n. 5 (dicembre 1990)

Sul numero 5 (dicembre 1990) della rivista “Monsters Attack!”, interamente dedicato al cinema di Frankenstein, Kevin McMahon ci informa:

«Per anni ci sono state due scene chiave tagliate dalla versione originale del film. La prima è quando il mostro dopo aver gettato fiori nel fiume con la giovane Maria (Marilyn Harris) e averli guardati andare alla deriva, prova a fare lo stesso con la bambina. Questa, non sapendo nuotare, affoga e la creatura si dà alla fuga presa da sgomento. Carl Laemmle, capo della Universal, all’epoca pensò che la scena fosse troppo violenta, e anche le proiezioni di prova testimoniarono il turbamento degli spettatori, così la scena venne tagliata, spezzando il grande impatto della sequenza che rivelava il lato vulnerabile della creatura e la sua natura infantile.
L’altra scena tagliata era quella in cui Henry Frankenstein (Colin Clive) al culmine dell’eccitazione, durante la creazione del mostro, grida “È vivo! È vivo!” e poi esclama “Ora so cosa si provi ad essere Dio”. Questa frase fu accusata di blasfemia da censori bacchettoni [religious minded censors].»

Quindi possiamo azzardare una cronologia: nel 1986 la Universal ritrova le scene tagliate dal film (le due grandi citate da quest’ultima rivista e plausibilmente tutte quelle brevi sforbiciate nei vari Stati americani); la notizia gira per anni finché solo nel 1988 la VHS (o addirittura il laserdisc) di Frankenstein (restored) viene effettivamente messa in vendita, presentata a spron battuto dalle riviste specialistiche fino al 1990.

E in Italia? Quando arriva in Italia questa videocassetta? Ma soprattutto… è arrivata?


La breve vita in TV

Quando gli italiani iniziano a ridere di gusto davanti alla parodia di Mel Brooks, nessuno ha ormai più idea di cosa sia il film Frankenstein, scomparso dagli anni Trenta.

A sorpresa nel luglio 1982 viene presentato al XX Festival del Cinema di Fantascienza di Trieste, nell’ultima edizione prima che il festival venga soppresso per molti anni. Malgrado non esista menzione nel sito ufficiale dell’evento, il giornalista Piero Zanotto ce ne dà notizia il 14 luglio su “La Stampa”, annunciando che in quella edizione del festival ci sarà un ciclo “Dal romanzo al film”. Frankenstein in questa occasione è proiettato in lingua originale o con doppiaggio italiano? E quale versione è stata presentata? Nessuno sembra occuparsene.

Novelization del film uscita in tre puntate nel 1969 su “Famous Monsters of Filmland”

Il primo segno di ritorno in vita del film si ha venerdì 29 ottobre 1982, quando viene trasmesso su Reteuno alle 21,20. Vista la data, questa versione non può essere quella restaurata, risalente almeno al 1986, allora è quella vista al cinema nel 1935?
Domenica 17 luglio 1983 Reteuno replica alle 14,00, poi sabato 30 settembre 1989 ripresenta il film all’interno del contenitore “Sabato Club”. Domenica 30 dicembre 1990 tocca a Raidue presentarlo, alle 1,05, finché la pellicola passa a Rete4, che lo trasmette mercoledì 29 settembre 1999 alle 1,25. Tutta qua la vita televisiva provata di uno dei film che hanno scritto la storia del cinema…

Che versione è stata trasmessa dalla Rai? E quando il film è passato a Mediaset nel 1999 presentava le scene censurate o no? A meno che qualche lettore non abbia registrato all’epoca uno di questi passaggi, purtroppo è impossibile rispondere.

L’unico ad essere arrivato fino a noi – per vie “traverse” – è un passaggio su StudioUniversal, canale a pagamento che ha trasmesso il film per la prima (e forse unica!) volta domenica 15 novembre 1998 alle 9,00 del mattino. (Ringrazio di cuore Francesca della NBC Universal per l’informazione!) La versione del film trasmessa è identica alla prima VHS italiana: che lo siano state anche le versioni trasmesse dalle altre emittenti?


La misteriosa vita in VHS

Per l’arrivo in home video italiano del film purtroppo non esiste alcuna fonte se non la mia testimonianza personale, di quando nel luglio 1990 con i miei genitori siamo andati alla sede romana della Skema Video per comprare alcuni film visti in un catalogo.

VHS Skema 1990 (circa)

Al ragguardevole prezzo di 25 mila lire cadauno, mia madre acquistò Ivan il terribile, La congiura dei boiardi ed Aleksandr Nevskij, tutti di Sergej M. Ejzenštejn e in un caso (Ivan) riversamento da splendida pellicola italiana con tanto di italian credits: io invece mi limitai al solo Frankenstein, che la paghetta di 16enne non mi permetteva altro. (Né in fondo altro volevo). Plausibilmente era la prima edizione VHS italiana del film, a quanto mi è dato sapere: purtroppo non c’è alcuna datazione sulle prime videocassette del film.
Se qualche lettore ha informazioni più complete – supportate da prove – è il benvenuto.

 

Questa VHS della Skema ha lo stesso audio che tutti possiamo ascoltare anche nelle varie attuali edizioni DVD e Blu-ray, un doppiaggio di cui si ignora TUTTO: sia i nomi degli attori sia quando sia stato fatto. E perché. Qui entra in scena mia madre come testimone: interrogata sulla questione, ricorda perfettamente che all’epoca la Skema si occupava di riversare pellicole in VHS, vendendole poi per corrispondenza. Essendo noi di Roma, invece di usare la posta siamo andati di persona a comprare dunque prodotti derivanti da pellicole cinematografiche.
Sottolineo che questa non è una fonte, bensì un semplice ricordo: rimango in attesa un giorno di poterlo confermare in qualche modo.

Questa misteriosa edizione italiana è stata prodotta nel 1982 per il primo passaggio RAI? Oppure, se ha ragione mia madre, deriva da una pellicola proiettata nei cinema in tempi non meglio definiti? Come dicevo, tutto ciò che riguarda l’edizione che ancora oggi potete acquistare in digitale è totalmente ignoto.

Una cosa è sicura: questa edizione non è la Frankenstein (restored). Manca tanto la scena del lago quanto la frase su Dio, però è assente il prologo di Van Sloan che invece era persente nelle vecchie copie americane: nel luglio 1969, quando la rivista “Famous Monsters of Filmland” n. 56 presenta il cine-racconto del film, lo fa iniziare proprio con l’avvertimento di Van Sloan, che quindi almeno all’epoca faceva parte integrante della pellicola.

VHS CIC Video 1994

Dall’Archivio MCA scopriamo che prima dell’edizione del dicembre 1986, con le scene inedite riattaccate, Frankenstein risultava in catalogo nell’ottobre 1980: è possibile che sia quest’ultima edizione ad essere stata acquistata dalla Rai per trasmetterla nel 1982? Magari per l’occasione è stato organizzato un doppiaggio che poi è stato riciclato per il mondo dell’home video anni dopo? Purtroppo, in mancanza di qualsiasi tipo di informazioni e fonti, rimaniamo nel campo delle ipotesi.

Risultano almeno sei edizioni VHS del film, tutte difficilissime da datare:

  • Skema
  • Fonit Cetra Video
  • Pantmedia (Gruppo Editoriale Bramante)
  • CIC Video (finora l’unica con data certa)
  • Mondadori Video
  • AVO Film

Chiunque abbia notizie sicure è il benvenuto.


Tagli e ritagli

Dall’avvento del digitale esiste un’unica edizione di Frankenstein, che ogni Paese ha adattato con il proprio doppiaggio precedente. Il problema è che la frase su Dio era assente fino a che non è stata ritrovata nel 1986, quando ormai ogni Paese aveva già doppiato il film: cosa hanno fatto? In occasione del DVD hanno doppiato quei secondi di film? Ovviamente no: ognuno ha messo una toppa a modo proprio. Solo l’edizione italiana attuale lascia un “buco” talmente lungo da cui si può sentire il doppiaggio originale sottostante…

Lascio però la parola ad un filmato esplicativo di mia produzione: è caricato su GoogleDrive quindi potete scaricarlo facilmente, se volete.


Titoli di testa

È giunto il momento di presentare i meravigliosi cartelli italiani del film, nell’edizione del 1935 miracolosamente ritrovata e presentata dalla Sinister Film (Cecchi Gori) nel 2013: dove l’ha trovata? Dov’è stata tutti questi anni? Ovviamente nessuno l’ha detto né qualcuno l’ha chiesto…

Ringrazio di cuore Matt sal e javriel per aver messo questo splendido materiale a disposizione.

La lettera

Il dottor Waldman, prima di procedere alla dissezione della creatura (o comunque a provarci), prende una breve nota su carta che però nell’edizione italiana diventa un momento per tranquillizzare il pubblico: il mostro di Frankenstein non è proprio vivo, è più un…

«corpo saturo di una energia sconosciuta, di origine elettrocosmica, che ha dato apparenza di vita ad un cadavere».

Lettera originale del dottor Waldman

Versione italiana del 1935

Titoli di coda

L.

P.S.
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[Italian credits] Il grande cielo (1952)

L’attento e disponibile lettore javriel regala al blog questi splendidi cartelli italiani tratti dal film Il grande cielo (The Big Sky, 1952), distribuito dalla RKO e diretto del mitico Howard Hawks.
Il prolifico sceneggiatore Dudley Nichols – che ha curato un numero impressionante di capolavori del cinema negli anni Trenta e Quaranta, da Ombre rosse (1939) a Dieci piccoli indiani (1945) – adatta per lo schermo il romanzo omonimo del 1947 di A.B. Guthrie jr., portato in Italia da Mondadori nel 1950 (“Medusa” n. 264), rispolverato da Rizzoli nel 1978 (BUR n. 224) e riscoperto da Mattioli 1885 nel 2014.

Hawks adorava Guthrie e il suo stile, ma sapeva che non si confondono mai stima e soldi. Comprati i diritti del romanzo e pronto a produrne un film con la sua casa Winchester Pictures, mise nero su bianco che Guthrie non avrebbe mai potuto mettere bocca sulla sceneggiatura: qualsiasi cosa avesse scritto Nichols, quand’anche avesse totalmente stravolto il romanzo, era insindacabile… anche perché su schermo non si poteva portare una ragazza indiana femme fatale dodicenne!
Il saggio antologico Fifty years after the Big Sky (2001) calcola che giusto un terzo del romanzo di Guthrie sia stato realmente utilizzato per la pellicola di Hawks.

Il film arriva in Italia il 27 novembre 1952 (fonte: IMDb) e di sicuro è in sala il 2 gennaio 1953: sembra incredibile, ma gira i cinema italiani per più di dieci anni! Ancora nel 1964 lo si può trovare in cartellone, finché il 22 gennaio 1968 viene trasmesso in TV dal primo canale (Raiuno), iniziando una lunga e prolifica vita televisiva.

da “La Stampa”, 2 gennaio 1953

Risulta uscito in edizioni VHS della Panarecord e Ricordi Video, di datazione ignota. La MHE (Mondo Home Entertainment) lo porta in DVD dall’ottobre 2003 mentre Elleu dal novembre 2008 presenta un’edizione con 2 dischi, contenente anche la versione colorizzata del film. Infine nel luglio 2013 la Quadrifoglio lo presenta in un DVD che promette d’essere una “versione restaurata”. (NdR: un’occhiatina ai prezzi dell’usato e la risata è garantita.)

poster italiano del film: il grande cieloSi fa presto a dire “western” e a dividersi fra gli amanti e i detrattori del genere, ma in realtà qui siamo davanti ad un prodotto “generico”, termine che è l’esatta antitesi del cinema di genere. L’irrefrenabile ed istrionico Kirk Douglas interpreta l’irrefrenabile ed istrionico Kirk Douglas visto in mille film: esagera ogni espressione (credo che gli itanglesi lo chiamino overacting), sorride a 34 denti (se ne fa prestare un paio per l’occasione), mostra le sue fossette che conquistano, balla, canta, ama e fa tutto ciò che il tipico cinema hollywoodiano dell’epoca preferisce. Che faccia tutto questo in un’ambientazione bucoclica di fine Ottocento comune al genere western è puramente secondario.
La cosa incredibile è che prima di arrivare a Kirk siano stati presi in considerazione Gary Cooper, John Wayne, Montgomery Clift, Robert Mitchum e Charlton Heston. Nessuno di questi mostri sacri ce lo vedo a ballare, cantare e a fare boccacce in overacting

Affiancato da Boone Caudill (un Dewey Martin che riesce ad andare in overacting addirittura più di Kirk), il protagonista viaggia nel Misùri (pronuncia italiana dell’epoca per Missouri) al seguito di una allegra comitiva di contrabbandieri che trafficano con i Piedi Neri, comprando da loro pellicce di alta qualità.

Foto di Elizabeth Threatt

La mezza cherokee Elizabeth Threatt

Per evitare di essere massacrati dai fieri selvaggi – che come capita spesso in questo tipo di opera, sembrano più matti del villaggio che fieri guerrieri – la comitiva porta con sé la figlia del capo indiano, salvata e protetta lungo il viaggio: un lasciapassare sicuro per avere l’esclusiva del commercio dai Piedi Neri.
La ragazza indiana è interpretata dall’esordiente Elizabeth Threatt, attrice di madre cherokee: è davvero raro che un personaggio nativo americano sia interpretato da un attore che abbia lo stesso sangue nelle vene, anche se in parte: due anni dopo per il ruolo protagonista de L’ultimo apache (1954) verrà scelto quel tipico sangue indiano di Burt Lancaster!
Comunque la Threatt non dev’essere rimasta soddisfatta di questa esperienza, visto che non ha recitato mai più.

Un po’ si balla, un po’ si canta, c’è un po’ d’avventura, un po’ d’azione, un po’ d’amore, un po’ di caro vecchio razzismo d’annata, il mito del buon selvaggio che serve a mascherare altro razzismo, un dito mozzato a Kirk Douglas come se fosse una semplice procedura di profilassi medica, paesaggi cartonati particolarmente fittizi – magari sono veri, ma sembrano finti – personaggi tagliati con l’accetta e tutto ciò che rende datato un film. Questa però è una critica (condivisibile o meno) che si può muovere solo oggi, visto che appena uscito nell’agosto 1952 il film è un successone, e nel settembre successivo è al secondo posto fra i più grandi incassi degli Stati Uniti. Il problema è che è stato anche fra i più costosi.

Il film alla sua uscita piace e non si discute, ma allora com’è che non è rientrato neanche dei costi? Perché in contemporanea inizia a girare per i cinema americani un filmetto di cui potreste aver sentito parlare. Un certo Mezzogiorno di fuoco (High Noon, 1952): contro lo sceriffo Gary Cooper, che affronta da solo tutti i cattivi senza muovere un sopracciglio, l’istrionico Kirk non può nulla.

Il citato saggio del 2001 racconta che dopo due mesi dall’uscita in sala la RKO dovette prendere una decisione importante. Il film guadagnava, sì, ma non quanto sperato e Mezzogiorno di fuoco era una concorrenza imbattibile. Come se non bastasse, 128 minuti di durata costringevano le sale a fare pochi proiezioni al giorno. C’erano due alternative: far allungare l’orario di apertura delle sale così da consentire una proiezione in più, o andare giù di forbici. La RKO optò per la seconda, togliendo sedici minuti totali da cinque scene.
La pellicola tagliata è stata ritrovata negli anni Ottanta – decennio ricco di scoperte di questo tipo – ma era in 16 millimetri e di qualità pessima. Al 2001 il saggio lamenta che non esista alcuna versione home video completa del film, ma che sia passato in TV, colorizzato per Turner Classic Movies: proprio quest’ultima versione a colori si può trovare in italiano, quindi se qualcuno volesse oggi può vedere il film nella sua interezza, con però le scene riagganciate prive di doppiaggio italiano.

Howard Hawks è un mito ad alti livello ma non è certo per questi film che è ricordato ed amato da tanti fan ancora oggi: mi basta ricordare che qualche anno dopo gira Un dollaro d’onore (Rio Bravo, 1959) per far capire quanto siamo lontani dal regista che è entrato nella storia del cinema. Lì però può contare su un cast in grande spolvero e una spettacolare sceneggiatura – scritta dall’autrice di fantascienza Leigh Brackett che, su mandato di Hawks, crea espressamente una “parodia” di Mezzogiorno di fuoco – mentre ne Il grande cielo ci sono solo le fossette di Kirk Douglas…

Titoli di testa

Titoli di coda

L.

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[Italian credits] Caccia a Ottobre Rosso (1990)

La7 ci ha fatto un altro regalo, mandando in onda il 10 gennaio 2018 un “classico moderno” in splendida edizione localizzata italiana: sto parlando del mitico Caccia a Ottobre Rosso (The Hunt for Red October, 1990) del troppo sottovalutato John McTiernan, tratto dal romanzo La grande fuga dell’Ottobre Rosso (The Hunt for Red October, 1984) di Tom Clancy (Rizzoli 1986): chi l’ha letto mi dice che l’estrema dovizia di particolari inficia il piacere della storia, quindi è meglio il film. Non ho letto il romanzo, mi limito a riportare quest’opinione.
Di sicuro non è stato facile adattare il romanzo per il cinema, ma Larry Ferguson – uno degli sfortunati sceneggiatori che misero un dito in quel pastrocchio di Alien 3 – aveva un buon curriculum, avendo co-firmato Highlander (1986) e Beverly Hills Cop II (1987), ed avendo scritto da solo l’ottimo Il presidio. Scena di un crimine (1988), anch’esso con Sean Connery.

Il saggio Friend Or Foe?: Russians in American Film and Foreign Policy, 1933-1991 (1997) fa notare come il periodo fra l’uscita del romanzo e quella del film sia stato particolarmente fertile. Quando Clancy vendette cinque milioni di copie non era ancora arrivato Michail Gorbačëv, mentre quando il film uscì al cinema (2 marzo 1990) addirittura era caduto il Muro di Berlino (9 novembre 1989): erano due mondi totalmente diversi, quelli che hanno accolto il soggetto dei due media, quindi la storia non poteva essere la stessa. Andava adattata alla perestrojka e alla glasnost’.

La Paramount Pictures dà fondo all’arsenale di attori e comparse: rivisto oggi, in pratica non esiste una sola scena del film dove non sia inquadrato un grande attore o un grande caratterista dell’epoca. Tutti in splendida forma e al loro massimo.

Il film esce nelle sale italiane il 14 settembre 1990 distribuito da UIP. La CIC Video rilascia la VHS del film già nel 1991, presentando poi nel 1993 l’edizione economica. La sola Paramount ristampa poi la videocassetta del film, pare addirittura nel 2000 ma non sono certo della data. Molto poche risultano le edizioni DVD: nel gennaio 2002 lo presenta la Paramount ma poi il titolo passa alla Universal, che nel 2010 lo ripresenta in DVD e dal 2011 in Blu-ray.

Titoli di testa

Mi preme far notare lo splendore dalla scelta che ha portato a tradurre casting con “selezione attori”. Altri tempi…

Titoli di coda

Come al solito l’emittente ha tagliato i titoli di coda, ma ha fatto in tempo a mostrare questa splendida edizione italiana.

L.

P.S.
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Gli Aristogatti, “note” sulla versione italiana

by

 

Titolazione italiana del film Gli Aristogatti

Prendo lo spunto delle feste appena trascorse – a proposito, tanti auguri! – e mi sostituisco ad Evit, l’autore del blog, per parlare di un film Disney tanto caro a noi appassionati del Topo, uno di quelli, per intenderci, della vecchia collana dei classici in VHS che mi auguro abbiate visto anche voi fino alla nausea: sto parlando de’ Gli Aristogatti (The Aristocats, 1970) di Wolfgang Reitherman.

Antefatto sulla canzone di apertura

Durante la messa in onda della sera di San Silvestro, il nostro caro Evit si ricorda di non aver mai visto prima questo classico d’animazione (sull’animazione Disney è orgogliosamente scarso, per questo mi tiene a portata di mano) e mi sveglia dal torpore del cotechino facendomi notare come la canzone d’inizio del film sia in lingua inglese. Ma negli anni ‘70 non le cantavano in italiano? – mi domanda – Si tratta del solito parto di sconsiderate edizioni home video moderne dove si perdono le canzoni italiane del maestro Pietro Carapellucci?

Vignetta da Ghostbusters dove Peter Venkman dice "ben arguito ma errato"

Sebbene tali dubbi siano solitamente più che legittimi, questa volta bisogna correggere la mira leggermente e tornare indietro. Siediti orsù, che ti racconto una storia di gatti jazzisti, scimmie, cantanti, pittori e compositori…

Maurice Chevalier e la pensione interrotta

Cartolina con foto di Maurice Chevalier. Proprietà di Paramount. Pubblicata da Ross-Verlag.Chevalier era un cantante e attore francese che ebbe un bel successo in Europa e negli Stati Uniti nella prima metà del ventesimo secolo. Interpretò numerosi film musicali entrando di diritto, paglietta in testa e accento francese, nella cultura popolare americana. In Monkey Business (1931) i fratelli Marx si spacciavano per lui dopo avergli rubato un documento; due anni dopo appare una sua caricatura a introdurre, cantando, Topolino in Mickey’s Gala Premier insieme agli stessi Marx e tanti altri attori Hollywoodiani; l’eco della sua fama si sente ancora agli inizi degli anni ‘80 in La Pazza Storia Del Mondo (1981) di Mel Brooks nel quale i personaggi del segmento sulla rivoluzione francese, in una delle tante battute meta-linguistiche del film, lamentano con accento “franscioso” che:

– Siamo talmente poveri che hélas non abbiamo neanche una lingua! Sentite che stupido accento!
– Ha ragione! Ha ragione! Parliamo tutti come Maurice Chevalier!! Hon Hon Hon!!”

Rimanendo sempre in campo Disney, il personaggio di Lumiére nel La bella e la bestia degli anni ’90 è un chiaro omaggio a lui.

Insomma il cantante con la paglietta in testa era il primissimo nome che sarebbe venuto in mente a un americano sul finire degli anni ‘60 se gli avessimo chiesto di nominare un famoso intrattenitore francese. Nella stessa epoca in Italia, alla stessa domanda, magari avreste avuto come risposta Charles Trenet, Aznavour oppure ancora Yves Montand… che però era di Monsummano Terme.
Proprio al famoso Chevalier i fratelli Sherman, compositori storici di Walt Disney, chiedono di prendersi una piccola pausa dal pensionamento per cantare il tema di un film animato che parla di alcuni gatti parigini canterini!

Non che Chevalier fosse sconosciuto alla famiglia Disney visto che proprio nel 1967 (quando Gli Aristogatti era già in produzione) uscì uno dei tanti mezzi flop della Disney con attori in carne e ossa, Scimmie, tornatevene a casa! (Monkeys, go home), che aveva Chevalier proprio come protagonista. Assicuratogli che non si trattasse di un altro film con le scimmie, Chevalier accettò di prendersi una piccola pausa dalla pensione per registrare la canzone “Les Aristochats”, sia in francese che in inglese “francioso”.

Ora, evidentemente il contratto con Disney prevedeva che cantasse solo quelle due versioni (e chiedergliene di più suppongo sarebbe stato eccessivo visto come si è sforzato per decenni di onorata carriera a cantare in inglese con quel suo forte accento) perché le altre versioni della canzone nelle altre lingue di cui abbiamo testimonianza non sono cantate da lui. Quella tedesca infatti è cantata da un certo Paul Kuhn, cantante e pianista evidentemente molto noto in patria. Più di Chevalier? Forse. Fatto sta che in Germania la canzone ha pure il suo “credit” sotto al titolo del film. Nella versione italiana c’è scritto invece “La canzone dei titoli è cantata da MAURICE CHEVALIER” quindi si presume che ci fosse del prestigio associato al suo nome anche nel Bel Paese, sicché qualunque sostituzione con un cantante italiano (in un film così legato a Parigi, poi!) sarebbe stata fuori luogo.

Titolazione italiana del film Gli Aristogatti, scritta che legge "Gli aristocratici"

Maurice Chevalier citato nei titoli localizzati in italiano

La versione italiana, dunque ha sì i titoli localizzati in italiano con i nomi dei doppiatori a grandi caratteri, ma la canzone è la versione francese cantata da Chevalier. Dunque per tornare alla domanda che mi faceva Evit, “hanno mandato in onda la sequenza sbagliata?”, sì, ma non per il motivo che credi: la canzone nella versione cinematografica italiana è sempre stata in francese e se vi capitasse di sentire una versione cantata in inglese con accento “francioso” (come quella che passa in TV) vuol dire che vi trovate davanti alle solite versioni rivedute e corrette dalla Disney.

Titolazione tedesca di Gli Aristogatti con canzoni di Paul Kuhn

Versione tedesca dei titoli di apertura dove viene nominato Paul Kuhn

Vogliamo fare jazz” o “esser gatti”? Una questione di intenzioni.

Ad opera del classico duo Maldesi-De Leonardis, l’adattamento italiano presenta alcune particolarità forse inattese per l’orecchio d’oggi.

Salta immediatamente all’orecchio la presenza di dialetti italiani, in particolare su uno dei protagonisti del film, il gatto randagio Romeo, “er mejo der Colosseo”. Il nome e il nomignolo di “Thomas O’Malley “the swinging cat of the alley” (così descritto nella locandina statunitense) viene adattato in italiano come era tradizione dell’epoca per tutti i personaggi Disney… e non erano vezzi artistici dei direttori di doppiaggio italiani bensì la politica che la Disney applicava in tutto il mondo, ove necessario.

In Italia la rima O’Malley/alley viene resa con Romeo/Colosseo, ma non finisce qui! Quel “catdi alley cat, come viene poi chiamato nel film (alley cat vuol dire gatto randagio), dovrebbe essere scritto tra virgolette così come tanti altri termini “felini” presenti nella pellicola perché l’intero film gioca molto con il gergo da jazzisti dove “cat” definisce un appassionato di musica jazz (sia egli musicista o semplice fruitore) che spesso si riconosce in alcuni dei seguenti tratti caratteristici: parla in gergo jazz, fa uso di cannabis, ha un atteggiamento rilassato, un humor sarcastico, è povero per scelta ed ha una condotta sessuale più libertina.

La cannabis dei “cat” (o “hepcat” o “hipcat”) non è presente nel cartone perché siamo sempre nel regno della Disney ma per tutto il resto Romeo/Thomas è chiaramente quello che in gergo jazzistico (poi ereditato, insieme a tanti altri termini, dai beatnik di qualche tempo dopo) definiremmo un “cool cat”, che non vuol dire letteralmente “gatto ganzo” bensì un “tipo” ganzo o, più appropriatamente, “un tipo jazz”.

La banda di Scat Cat dal film Gli Aristogatti

gatti jazz, o meglio, tipi jazz

Ed è proprio un jazzman che gli dà la voce in inglese, Phil Harris, già Baloo ne’ Il libro della giungla e in seguito Little John in Robin Hood, che qui come negli altri film interpreta un po’ se stesso, e il personaggio è quello del “cool cat”, il tipo “swing”, con un orecchio al ritmo (ricordate Baloo?) e un occhio alle “pupe”, che parla con i termini dei neri d’America poi entrati praticamente nel linguaggio di tutti: cool, hip, groovy, chick, square e cat sono solo alcuni di questi (a voi il gusto di ritrovarli nelle canzoni del film).

Qui sta la simpatia di questo classico dell’animazione, approfittare del gergo swing con riferimenti “felini” e riproporlo in un film dove troviamo dei gatti jazzisti, si parla di gatti intendendo il jazz. Ecco quindi il senso di “Everybody wants to be a cat” che non è affatto tradito nella canzone italiana: “Tutti quanti voglion fare il jazz”. Il rispetto delle intenzioni viene anteposto alla traduzione letterale, come la Disney stessa ha sempre professato in quei decenni.

Gatti che suonano e cantano "Tutti quanti voglion fare il jazz" nel film Gli Aristogatti

Romeo, er mejo der Colosseo

Abbiamo visto che il randagio irlandese diventa un randagio italiano, più specificatamente romano e l’origine viene giustificata anche all’interno della sua canzone interpretata dall’attore Renzo Montagnani:

“Pe’ arivacce qui da Roma ho fatto l’autostop
e ‘n Francia è già m’ber pezzo che ce sto…
Ma pure da emigrato, mica so cambiato: io so’ Romeo, er mejo der Colosseo!”

Rimane una sola domanda: perché proprio Roma? Qui entriamo nel regno delle supposizioni, le mie.

Ci vedo una eco di cinema italiano, il personaggio ricorda vagamente quello del pappagallo romano, penso ai protagonisti di Poveri ma belli, o il Gassmann di I soliti ignoti, il classico giovanotto con le mani in tasca che racconta una barzelletta alla ragazza di turno e la conquista coi suoi modi magari rozzi, ignoranti, ma spesso sinceri. Un carattere che in fondo viene dalla vita reale e che ha trovato posto nell’immaginario collettivo/culturale italiano.

Un parallelo più che accettabile per il nostro “cool cat” irlandese giramondo che invece non avrebbe corrispettivi culturalmente comprensibili (un conquistatore irlandese non ha basi in Italia). Quel “er mejo” può essere dunque una trasposizione di quel “cat” (spiegato prima) di “alley cat”.
Inoltre il Colosseo è noto per essere casa di numerosi gatti randagi, quindi quale miglior provenienza per un gattone piacione? Romeo è il nome dell’innamorato per antonomasia, si adatta bene alla storia di due gatti che si conoscono e si innamorano e, per inciso, il nome Thomas non è scelto a caso, visto che tomcat (il gatto Thomas -> Thomas the cat -> tom-cat… l’avevate capita?) è il nomignolo che si dà in inglese al gatto maschio ma che in gergo significa anche, provate a indovinare… “sciupafemmine”.

Romeo e Duchessa, gatti protagonisti di Gli Aristogatti

Romeo, il gatto “pappagallo”.

Doveva essere proprio romano? Non poteva essere semplicemente un gatto piacione doppiato “normalmente”? Potremmo rivolgere la stessa domanda all’originale, doveva essere proprio un gatto con cognome irlandese che parla come l’americano Phil Harris?

La mia è una contro-domanda volutamente provocatoria perché se parliamo di accenti, da questo punto di vista la versione originale ha anche meno senso. Perché mai, difatti, Duchessa in lingua originale dovrebbe parlare con un accento ungherese se in teoria sono tutti parigini o in generale francesi? Semplicemente perché la doppiava Eva Gabor e lei parlava così. Per gli americani il discorso finisce qui (ma ci ritorneremo).

Quei cani dei milanesi!

Un altro dialetto presente nel film è quello milanese con cui parlano i cani di campagna Napoleone e Lafayette ed è probabile che si tratti di una scelta presa (rimanendo nell’ambito delle supposizioni) per assonanza. Ascoltando le voci americane infatti non è del tutto strampalato riconoscerci suoni e vocalità del dialetto meneghino.

Cani Lafayette e Napoleone dal film Gli Aristogatti

Lafayette e Napoleone nella nebbia padana

Le voci in questione, nella versione originale, sono fornite da Pat Buttram (che poco dopo ritroveremo come Sceriffo di Nottingham in Robin Hood) e George Lindsey (anche lui tornerà in Robin Hood nel ruolo di uno degli avvoltoi) e le loro caratterizzazioni sono una continuazione dei ruoli che li hanno resi popolari in America.
Il primo noto per il ruolo di Mr. Haney nel telefilm La fattoria dei giorni felici (dove ritroviamo Eva Gabor), il secondo noto per avere interpretato Goober, il cugino scemo nella serie The Andy Griffith Show (mai arrivato in Italia). Entrambi attori originari dell’Alabama, e quelli di voi che hanno qualche nozione del panorama statunitense sapranno già che è uno degli stati del sud dell’unione, orgogliosa patria di contadini, zotici, incesto, Forrest Gump, ma sopratutto di gente che lavora sodo. L’accento dell’Alabama, scherzi a parte, è da sempre percepito dai parlanti inglese come un accento “incolto”. Non a caso è anche il modo di parlare “da cowboy”.

Trovare un corrispettivo italiano per l’accento incolto sarebbe stato di cattivo gusto per qualsiasi regione che si fosse sentita rappresentare in tal maniera, per questo (e qui siamo sempre nel regno delle supposizioni) si è puntato alla città d’Italia meno incolta per antonomasia, Milano. Il milanese su due zotici campagnoli fa ridere per contrasto e non offende nessuno… ma queste sono soltanto altre supposizioni, probabilmente era solo una questione di assonanza tra milanese e alabamanese, come detto prima. Del resto esisteranno anche Milanesi zotici, no? Chiedete al ragazzo di campagna.

Dite che ha comunque poco senso far parlare i cani della campagna parigina come dei milanesi? È una domanda tanto lecita quanto l’idea di gatti che parlano e suonano il jazz.

Raffigurazione di gatti che impugnano strumenti musicali

“Gli Aristogatti” secondo i puristi

Diciamocelo, in originale abbiamo il personaggio di Duchessa che parla con un accento ungherese semplicemente perché la Disney aveva assegnato tale ruolo a Eva Gabor, la quale avrebbe fornito al personaggio una dose di eleganza e, azzarderei, sensualità! Perché la sua voce era popolarmente associata a tali attributi. Come dice anche la linguista Rosina Lippi-Green nel suo English with an Accent: Language, Ideology and Discrimination in the United States:

“la Disney probabilmente sperava che il pubblico associasse il personaggio [di Duchessa] con l’immagine pubblica dell’attrice, scavalcando qualsiasi considerazione logica”

e sebbene all’epoca un critico poco perspicace (miope, direi io) fece notare proprio questa incongruenza logica della gatta parigina che parla con accento ungherese, possiamo dire che il resto del mondo anglosassone abbia accettato da subito l’associazione attrice-personaggio senza soffermarsi sulla coerenza, così come hanno accettato che i personaggi di Schwarzenegger possano parlare con un forte accento austriaco pur passando da eroi americani con nomi quali John Kimble, Howard Langston, Ben Richards e John Matrix. È il classico caso del personaggio definito dagli americani come “bigger than life”, il sopra le righe che per qualche motivo funziona lo stesso.

Mettetevi dunque nei panni del pubblico americano adulto che portava i figli al cinema a vedere The Aristocats e sul poster del film vedeva nomi come Eva Gabor, Phil Harris, Pat Buttram e George Lindsey, tutti attori (e voci) a loro stranoti, sapevano già cosa aspettarsi. Nessuno si domanda quindi perché Duchessa abbia un accento ungherese o perché i cani francesi parlino come dei bifolchi dell’Alabama.
Inutile dire che questo discorso vale per qualunque altro film animato dove recitano voci note al pubblico USA.

Di tutti i casi storici in cui viene usato il dialetto nel doppiaggio questo è di sicuro uno dei film che più si presta a simili scelte. La linea editoriale della Disney di quegli anni era trovare un’equivalenza e la scelta degli adattatori italiani ha semplicemente seguito tale politica. Che vi faccia storcere il naso ora, da adulti, nel 21° secolo è lecito, ma non ci venite a dire che in originale era migliore o più sensato. Perché non lo è mai stato.

Vignetta con i protagonisti del film "Gli Aristogatti" che dicono "miao"

“Gli Aristogatti” secondo i puristi

Nomi originali e nomi adattati

Sempre seguendo la politica Disney, anche i nomi di altri personaggi animali sono “adattati” per la cultura italiana dell’epoca. Prima di, permettetemi di inventare un modo di dire, “lamentarsene Wikipedia alla mano” bisognerebbe forse considerare il contesto storico, cosa che facciamo sempre qui a Doppiaggi Italioti.

Passiamo dunque in rassegna i personaggi con nomi alterati per la versione italiana:

Micetti del film Gli Aristogatti: Matisse, Minou e Bizet

Matisse, Minou e Bizet

 

  • La gattina Minou, che si ispira alla madre come esempio di eleganza, nella versione originale si chiama Marie.
    Gli
    sketch preliminari durante la lavorazione del film sembrano accennare all’origine del nome: Maria Antonietta! Chiaramente un nome francese che per gli americani è associato ad un’idea di aristocrazia, alle brioche e poco altro. Possiamo ipotizzare che, visto la fine che ha fatto Maria Antonietta, in Italia si sia optato per un più innocente Minou, che in francese sta per “micetto” per l’appunto. Erroneo pensare, come fanno molti, che il nome di Marie sia da ricercare in Maria Callas, questa diceria proviene da una voce senza fonti riportata impunemente su Wikipedia Italia (e dove altro sennò?) e regolarmente rimossa.
Concept art per i gatti del film Gli Aristogatti

bozze preliminari

  • Matisse è il gattino arancione con la passione per la pittura. Nella versione originale il suo nome è Toulouse, come il pittore e artista grafico (sue le celebri stampe del Moulin Rouge) Henri de Toulouse-Lautrec.
    Qui, come in altri casi, sono dell’idea che si sia andati per familiarità di un nome rispetto ad un altro. Perché sebbene Toulouse-Lautrec sia stato una importante figura nel panorama artistico di fine ottocento, evidentemente l’avanguardista Henri Matisse era un nome più immediato e familiare per l’orecchio italiano. E poi diciamocelo, non trovate che il ritratto di Edgar sia più assimilabile alla corrente dei fauves (di cui Matisse era esponente) che ai lavori di Lautrec?
Gli aristogatti, dipinti di Matisse a confronto

Matisse vs. Matisse

 

  • Veniamo adesso al micio di pelo scuro Bizet, il gattino con la passione del pianoforte. Il nome originale era Berlioz come il compositore francese Hector Berlioz, altro artista estremamente influente ma, si suppone, meno familiare allo spettatore italiano di un George Bizet, compositore di una piccola opera che forse avrete sentito parlare, una cosetta così chiamata Carmen… che, ehi, compare pure nel film!
  • Anche il topino Groviera, amico dei gatti d’alto borgo (d’altronde perché mangiare un sorcio quando in casa ti servono come un re?) ha un altro nome in inglese: Roquefort. Quanti di voi hanno mai sentito nominare questo formaggio? Qualcuno lo ha sentito nominare? Nessuno? Nessuno? Bueller? Bueller?
    Il formaggio dalla Svizzera francese ha sopperito ampiamente nell’adattamento del nome del topo. Per inciso, è Oreste Lionello a doppiare Groviera, un personaggio che ha in originale la voce di Sterling Holloway, veterano Disney, già Winnie Pooh di cui Lionello è voce storica italiana. A proposito… ehi, Disney! Che fine hanno fatto i doppiaggi di Winnie Pooh con Lionello? Escili!
    Il topolino Groviera e la gang di Scat-cat, dal film gli Aristogatti
  • I già citati cani da guardia mantengono i nomi di Napoleone e Lafayette, e voglio sottolineare come il nome di quest’ultimo sia rilevante anche per il pubblico americano (che apparentemente se ne dovrebbe sbattere della rivoluzione francese) perché il generale Lafayette combatté prima ancora nella guerra d’indipendenza americana.
  • Veniamo alle sorelle oche, Adelina e Guendalina Blabla, che nella versione originale del film sono interpretate dalle stesse attrici che interpretarono le sorelle Cecily e Gwendolyn Piccioni del film La Strana Coppia (The odd couple, 1968) con Lemmon e Matthau. Ve le ricordate? Se avevate notato delle somiglianze sappiate che sono assolutamente volute!
    Per le nostre oche animate, il cambiamento dei nomi da Abigail & Amelia Gobble a Adelina & Guendalina Blabla denota anche qui un voler proporre dei nomi più familiari e adatti al personaggio, come da tradizione Disney. I nomi di Adelina e Guendalina sono facilmente associabili all’idea di due vecchie zitelle (se tra le lettrici ce n’è qualcuna che porta uno di questi nomi chiedo umilmente scusa ma molti nomi di una volta che finiscono in “ina” ne sono presto diventati sinonimo), ottimi quindi per delle “oche” ficcanaso propense al riso “in ore stultorum”.
    Il cognome originale Gobble richiama l’onomatopea dell’animale da cortile (è più spesso associata al tacchino in verità), uno starnazzare, e Blabla è una sua giusta traslazione, in richiamo al carattere chiacchierone delle pennute inglesi.

    Le sorelle oche Adelina e Guendalina Blabla del film Gli Aristogatti

    Adelina e Guendalina

     

  • Zio Reginaldo dal film Gli AristogattiChiudiamo in bellezza con lo zio Reginaldo, il cui nome originale è Waldo.
    In un film dove si adatta tutto per familiarità culturale o almeno uditiva, non sorprende che la Disney all’epoca permettesse (o addirittura esigesse) che anche quei nomi che per noi non sono nomi (il nome Waldo nel 1970? Mai sentito) venissero “familiarizzati”. Da Waldo a Reginaldo è un attimo, non c’è da strapparsi i capelli per questo.

Soltanto i nomi degli animali sono stati adattati. Trattamento diverso per personaggi umani come il maggiordomo Edgar, la padrona di casa Madame Adelaide Bonfamille ed il notaio George Hautecourt a cui sono riservati una parvenza di realismo, contestualmente alla città in cui vivono.
È palese che in queste scelte ci sia una coerenza interna, il cambiamento dei nomi o la loro italianizzazione non avviene a caso ma è riservato agli animali parlanti, protagonisti della vicenda. La parvenza di realismo data agli umani del film non è una mera supposizione, se fate caso alle scene in cui gatti e umani appaiono insieme è possibile notare che i gatti sono disegnati in modo leggermente meno cartoonesco, meno antropomorfo.

L’adattamento italiano (e il doppiaggio) semplicemente si adegua alla visione Disney. Quindi buona visione.

Romeo degli Aristogatti che dice "se vedemio"

Se vedemio, tigri.

 

LETTURE CONSIGLIATE (tutte in inglese)

From the US to Rome passing through Paris, accents and dialects in The Aristocats and its Italian dubbed version della Prof.ssa Silvia Bruti (Università di Pisa), un articolo fondamentale pubblicato sulla rivista Intralinea On-Line Translation Journal, 2009.

Jive Talkin’: The Origins of Cool Dudes, Groovy Chicks and Hip Cats, articolo breve che esplora l’origine e il significato di alcuni dei termini del gergo jazzistico, molti dei quali oggi comunemente usati in America. Di Bill Demain, 2012.

English with an Accent: Language, Ideology and Discrimination in the United States, della linguista americana Rosina Lippi-Green, 2011. Dall’estratto che ho letto on-line sembra davvero un libro fenomenale. Costicchia un po’, un bel po’, ma c’è anche una versione kindle leggermente meno costosa.

TITOLISTA, CI VEDIAMO ALL’INFERNO! (LA SELEZIONE DEI MIGLIORI TITOLI WESTERN IN SALSA ITALICA) – PARTE 1

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Un articolo dell’amico Gerliotti che, con la necessaria ironia, quasi ci riporta ai primi anni di Doppiaggi Italioti con una sua lista di titoli scemi di film western, dei veri e propri “titoli italioti”.

IL GERLIOTTI - Il Cinema Ripensabile

Pubblicando su Facebook il famigerato articolo sui più deliranti titoli italiani anni settanta, un gentile lettore mi segnalava come nel genere western italico (e non) ci fossero chicche assolutamente degne di essere analizzate. Eccoci dunque qui, stavolta non vi aspettiate che li abbia visti perché non ho lo stomaco, ma cercherò di scrivere battute idiote comunque. Noterete agilmente che, addentrandosi negli anni settanta, la deriva si fa sempre più delirante nella ricerca spasmodica di qualche titolo che potesse colpire lo spettatore. Via!


1968


GIURO’… E LI UCCISE AD UNO AD UNO… PILUK IL TIMIDO
piluk
Quel che mi piace qui è l’aver dovuto specificare non solo parte della trama, ma anche nome e soprannome del protagonista, così per non fa mancare nessuna informazione utile allo spettatore, anticipando quella che sarà la mania di tutti i titoli del genere. Vi immaginate ogni film così? Negò… e li prese ad asciate senza…

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[VIDEO] Non comprate quel biglietto #21: Star Wars VIII – Gli Ultimi Jedi

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Per chi segue le nostre discussioni di svago cinematografico, ecco il nuovo episodio della rubrica non comprate quel biglietto, oggi dedicata a Star Wars 8: Gli ultimi Jedi.

 

[Italian credits] Via col vento (1939)

Il 2018 è iniziato con un regalo inaspettato: come preannunciato anche dal nostro lettore Francesco, il 1° gennaio scorso Rete4 ha mandato in onda in prima serata Via col vento (Gone with the Wind, 1939), il cult movie di Victor Fleming tratto dal romanzo omonimo del 1936 di Margaret Mitchell, che le valse un Premio Pulitzer, una candidatura al Nobel e la fama eterna. Mica male, per un’opera prima!
In Italia la Mondadori riconosce subito le potenzialità del romanzo e presenta Via col vento già nel 1937: date un’occhiata alle vostre cantine, che quest’edizione vale “qualcosina”…

L’uscita italiana

da “La Stampa” del 4 marzo 1951

I giornali italiani seguono da vicino la lavorazione del film, finché nel gennaio 1940 informano i lettori che è stato presentato a New York, per la durata di tre ore e 45 minuti. Si inseguono notizie di incassi favolosi, notando come dei 4 milioni di costo del film solo 50 mila dollari siano andati all’autrice del romanzo. (I quotidiani degli anni Quaranta parlano tranquillamente di dollari, tanto per ricordare che gli italiani del passato non sono così ignari del mondo anglofono come li vorrebbero gli italiani del presente.)

Dal 4 marzo 1951 cominciano le prevendite per l’arrivo a Torino del film, il 15 successivo.

“La Stampa” del 16 marzo commenta piccata: «Con un ritardo paragonabile soltanto a quelli che stanno subendo i lavori di rifacimento della stazione di Porta Nuova, è giunto anche ai nostri schermi il film-record, il film-mammouth, il film-tour de force

La MGM distribuisce il film in VHS nell’ottobre del 1985 ma non è sicuro quando esattamente quest’edizione sia arrivata in Italia. Invece pare affidabile il novembre 1991 come data dell’uscita della ristampa economica “Gli Scudi”.
La Warner Bros lo presenta in DVD dal dicembre 2000 e lo ristampa più volte, anche in edizioni speciali, fino all’edizione Blu-ray del luglio 2010.

Un ricordo

Il film è troppo titanico per poterne parlare, visto poi che ho sempre fatto di tutto per NON vederlo: a mia discolpa, ho molto amato e letto più volte Paperino e il vento del sud, la versione Disney della storia firmata dal mitico Giovan Battista Carpi e apparsa sul settimanale “Topolino” a puntate: dal n. 1396 (29 agosto 1982) al n. 1400 (26 settembre 1982). Sono abbastanza vecchio da aver letto la storia appena uscì in edicola (avevo 8 anni) e sebbene non mi interessasse il film l’ho apprezzata.

Il ricordo personale consiste nel fatto che Rete Due (l’odierna Rai2) martedì 12 e mercoledì 13 aprile 1983 trasmise il film in prima serata, in due puntate, mentre io stavo finendo la seconda elementare. Un ricordo che è ancora fresco in me è il mio stupore davanti alle affermazioni entusiaste di un mio compagno di classe, che gongolando fiero annunciava a gran voce che quella sera avrebbe visto il film: lo diceva come se fosse un appuntamento imperdibile e lui fosse orgoglioso di potervi partecipare.

Io lo guardavo allibito e mi chiedevo che accidenti ci fosse mai da essere contenti, di vedere “quella roba”.

Ignoro perché io all’epoca avessi un’opinione precisa sul film, visto che la mia unica fonte di informazione era il citato “Topolino”, ma di sicuro non si vedeva a casa mia quindi sarebbe stato per me impossibile imporre quattro ore di televisione ai miei. Quando fui abbastanza grande per potermi vedere i film da solo, era rimasta intatta la mia indifferenza verso questo titolo, indifferenza che perdura visto che nel citato passaggio di Rete4 mi sono limitato a registrare senza guardare. Dopo il primo insopportabile dialogo ho tolto l’audio e ogni tanto mi limitavo ad assicurarmi che stesse andando tutto bene. (Difficile, visto che ogni volta che controllavo c’era uno spot pubblicitario.)

Rimane per me un mistero come un bambino di circa 9 anni potesse essere così eccitato all’idea di vedere un drammone romantico di quattro ore su una donna del “caro vecchio sud”…

Titoli di testa

Con quattro ore totali di visione, Rete4 presenta una splendida versione localizzata del film, con tanto di scritte, manifesti e missive scritte a mano tutte trasformate in italiano con una cura ormai dimenticata.

Scritte all’interno

Se avete schermate dell’edizione VHS italiana siete i benvenuti: io mi limito a paragonare l’edizione trasmessa il 1° gennaio 2018 da Rete4 con un originale, sicuramente rimasterizzato in tempi recenti. Mi preme infatti mostrare l’eccellente e certosino lavoro svolto nell’Italia del 1951. (Cliccate sulle immagini per zoomare)

Da notare gli errori di ortografia: da “quercie” con la i, a “fa” (imperativo) senza apostrofo.

 

Titoli di coda

Misterioso e inspiegabile questo “The End” lasciato originale, dopo un intero film ricostruito a mano…

L.

P.S.
Se simili resoconti vi interessano continuate a seguirci ogni due venerdì qui su Doppiaggi Italioti e vi invito a venire a trovarmi anche sul mio blog Il Zinefilo: viaggi nel cinema di serie Z.

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