• Jurassic Park – Quando Steven dominava la Terra e noi il doppiaggio

    t-rex nel finale di Jurassic Park

    Il 17 settembre 1993 arrivava in Italia Jurassic Park di Steven Spielberg. Erano anni in cui Spielberg era ancora un Dio sceso in Terra per intrattenerci e Jurassic Park è un film che ho visto al cinema, che ho visto e rivisto in una sfuocata VHS pirata in attesa che uscisse quella ufficiale e, una volta uscita anche quella, mi sono visto e rivisto pure la VHS originale! Non che fossi in favore della pirateria, ero solo JP-dipendente e non potevo attendere un anno intero per l’uscita ufficiale. È da quelle ripetute visioni che i dialoghi italiani sono stati impressi a caldo nel mio cervello, probabilmente per sempre. Non solo le parole in sé, ma anche le inflessioni, le pause, etc… questo ancora prima di avere coscienza di cosa fosse il doppiaggio. Molti di voi avranno sicuramente familiarità con l’esperienza di guardarsi un film fino ad impararlo a memoria, un fenomeno reso possibile solo con la diffusione dell’home video che ha permesso a bambini drogati (come lo ero io di Jurassic Park) di “farsi” dei loro film preferiti a piacimento fino a saperli recitare a memoria.

    A 8 anni ovviamente non potevo immaginare che un giorno avrei avuto un blog dove recensire gli adattamenti di film doppiati, all’epoca volevo solo diventare genetista e lavorare al Jurassic Park se ne avessero mai aperto uno. Palesemente la lezione del film di non ‘giocare a fare Dio’ non mi era arrivata neanche per sbaglio. E non ero uno di quei bambini che già prima di JP conoscevano i nomi dei dinosauri a memoria, non ho mai prestato molta attenzione alla paleontologia, ma la parte del DNA e delle “tecnologie fantascientifiche“… uau! Insomma ero un bambino strano persino tra gli appassionati del film. Solo dopo l’esame di biologia (e quello di genetica) all’università finalmente scoprii esattamente perché non si potevano riportare in vita i dinosauri. Non credete agli articoli acchiappaclick, non si potrà mai.

    Passata la mia ‘fase Jurassic Park’ preadolescenziale, per molti anni mi sono concentrato su altri film, quindi sono state poche le occasioni di riscoprirlo. Oggi Jurassic Park non è un film che rivedrei ogni settimana come facevo all’epoca e le rare volte che mi capita di vederlo non sento la voglia di rivederlo subito il giorno dopo (quello accade solo con Caccia a Ottobre Rosso). Nelle poche volte che mi è capitato di riscoprirlo però, mi sono sempre ritrovato a pensare “questo sì che è un signor film!”, e di recente si è aggiunta un’ulteriore osservazione: “questo sì che è un signor doppiaggio!“.

    Ma parlare di un doppiaggio e di un adattamento perfetti non è per niente facile. Che cosa dovrei fare, ripetere “quant’è bell’, quant’è bell’” fino a che non avrò raggiunto le 5000 parole?

    A ben pensarci, questo è l’unico modo di farlo!

    Quant’è bell’, quant’è bell’!

     

    L’adattamento di Jurassic Park. Quant’è bell’! Quant’è bell’!

    Senza ancora saperlo, il me bambino di allora ampliava la propria conoscenza dell’italiano grazie a questo e ad altri film del decennio anni ’80/’90, quando per fortuna mia e di tutti noi, ai dialoghi ci lavoravano ancora persone che l’italiano lo conoscevano molto bene e quindi un film della portata di Jurassic Park ha potuto godere anche di un adattamento competente di alto livello (di Alberto Piferi) e di doppiatori al loro apice.

    Infatti quando nelle primissime battute del film senti Michele Gammino (sul guardiacaccia Robert Muldoon) che dice “squadra di alaggio, ai vostri posti” (pushing team, move in there in originale) sai già che questo copione italiano sarà roba di classe dall’inizio alla fine.

    Alaggio: 2. Operazione per tirare a secco, con manovra manuale o meccanica con o senza appositi carrelli o slitte, un galleggiante di limitata grandezza, sulla spiaggia, ovvero su un piano predisposto (scalo di a.), leggermente inclinato e generalmente normale alla riva. (Treccani)

    Qui non si tratta di un ambito marittimo, non è una barca che viene tirata in secco o rimorchiata da un argine, ma il processo che vediamo non è molto dissimile. Alaggio nel film viene infatti usato per descrivere l’operazione di spostamento della gabbia del velociraptor su di uno scalo in cemento dotato di binari e con l’ausilio di un carrello elevatore. Il sito tiguidoio.it descrive così il servizio di alaggio: “Il servizio di alaggio consente il sollevamento di barche a vela e a motore attraverso l’utilizzo di gru e di un apposito carrello idraulico motorizzato, per il trasporto nell’area di rimessaggio“.

    scena di inizio di Jurassic Park, gabbia del raptor che viene caricata, nel doppiaggio italiano è chiamato alaggio

    Una soluzione interessante per una frase molto breve e per evitare di cadere in guzzantiani “spingitori di velociraptor”. E questa è letteralmente una delle prime battute del film.

    Allacciate le cinture dunque, si parla del fenomenale adattamento e doppiaggio di Jurassic Park. Ma vi assicuro che il giro del parco sarà relativamente breve perché il doppiaggio, così come il film stesso, rasenta la perfezione e posso sottolineare solo un numero finito di volte quanto sia fatto bene, dalla scelta degli interpreti, all’adattamento, alla ricerca del labiale.

    Quindi più che riportare le battute più memorabili (che sarebbero praticamente tutte), mi concentrerò su quelle che in qualche modo deviano dall’originale (e del perché lo fanno) o semplicemente su quelle che offrono uno spunto per qualche approfondimento. Per una recensione vera e propria del film, con la trama e tutte quelle cose che io non tratto, vi consiglio sempre di dare un’occhiata all’articolo su La bara volante di Cassidy, che non lesina sulle citazioni memorabili come:

    “Ma che ci tengono lì dentro, King Kong?”

    “Senta, è previsto che si vedano dei dinosauri nel suo parco dei dinosauri?”
    [sostituendo “dinosauri” con altre parole, questa ve la potete giocare in qualsiasi situazione]

    “Dio ci scampi! Siamo nelle mani degli ingegneri.”
    [la preferita di fisici e matematici]

    “Guarda si muovono in branco, si muovono in branco”
    [Questa battuta ha trovato nuova vita al tempo dei social]

    Ma io aggiungo (così da toglierceli subito di torno) anche: Ah-ah-ah! Non hai detto la parola magica”, “ti metto sotto la macchina quando ritorno”, “Dodgson! Dodgson! È arrivato Dodgson! Non gliene frega niente a nessuno” [da qui la mia autoironica vignetta], “È buono! / Qui non si bada a spese.” [se non la usate in risposta a un “è buono” che vi viene detto state sprecando le occasioni migliori che la vita vi mette davanti], “C’è qualcuno che gira per il parco ad alzare le sottane delle dinosaure?”, “L’hai fatto. Brutto figlio di puttana!”, “Sei furba, eh?” [questa è più celebre nel mondo anglosassone: clever girl! In italiano non ha la stessa riconoscibilità], “Qui non si può mica andare a spasso”, Quelli sono degli anima…erotics? [“are these characters auto-erotica?“, comico in entrambe le lingue, l’avvocato voleva dire animatronics]. Sicuramente ne ho saltate molte altre. Come dicevo, i dialoghi di questo film sono memorabili in entrambe le lingue dall’inizio alla fine.

    Molte di queste battute sono tranquillamente utilizzabili (e sono da me utilizzate) nella vita quotidiana. E se avete la mia età e non vi viene automaticamente in mente il suono della mucca mangiata dal raptor quando vedete delle fitte foglie tropicali non vi voglio conoscere. Punti aggiuntivi a chi la imita pure.

    Ma passiamo alle osservazioni. Come dice la voce di Marco Mete nel film: Si parte, si parte!

    Partenza del tour del Jurassic Park

    “Si parte, si parte!”

     

    “Life finds a way”

    Life finds a way è sicuramente tra le espressioni più significative e memorabili dell’intero film. La sentiamo per ben due volte, prima da Ian Malcom quando lancia la sua profezia sull’uso che viene fatto della scienza al Jurassic Park, e poi da Alan Grant quando si trova a constatare che Malcom aveva pienamente ragione.

    Life finds a way nel doppiaggio italiano di Jurassic Park

    (dopp.) La vita vince sempre.
    (orig.) Life finds a way.

     

    Life found a way nella versione italiana dal doppiaggio di Jurassic Park

    (dopp.) La vita alla fine ha trionfato.
    (orig.) Life found a way.

    Entrambe corrette per la situazione in cui si trovano.

    L’espressione “Life finds a way” tornò a fare la sua comparsa nel trailer di Jurassic World – Il regno distrutto, (Jurassic World – The Fallen Kindgdom, 2018), sempre per bocca del personaggio di Ian Malcom che nella versione italiana recita “la vita trova una strada“, una traduzione letterale piuttosto bruttina, poco naturale, e che ha senso solo se la ritraducete mentalmente in inglese. Lasciamo che Google Maps trovi una strada, e lasciamo che la vita trionfi o vinca. Chi direbbe mai che la vita “trova una strada”? Semmai la vita avrebbe potuto trovare “la sua” strada, che comunque rimane un’espressione inusuale. Ma perché stare a cambiare ciò che Piferi aveva già reso in maniera così elegante e naturale in ben due varianti?

    Alla fine, nel film Il regno distrutto, questa frase non è neanche comparsa, era stata inserita solo nel trailer per stimolare l’effetto nostalgia e farci credere che Malcom sarebbe tornato come personaggio attivo nel film (non è successo), ma sarà difficile innescare alcuna nostalgia quando si va a cambiare la formula originale.

    Il nostro cordon bleu Alejandro e le Connection Machine

    Scena dal film Jurassic Park dove si parla del Cordon Bleu Alejandro

    Il nostro Cordon Bleu Alejandro…

    Our gourmet chef, Alejandro” diventa nel film in italiano “il nostro cordon bleu, Alejandro“. Potrebbe sembrare una battuta di spirito ma non sta dicendo che ‘Alejandro’ è un tipo di cotoletta alla costaricana, cordon bleu è invece l’esatta traduzione di “gourmet chef”, come ci ricorda la Treccani:

    cordon bleu 1. Titolo con cui si riconosce grande abilità, grande merito; nell’uso internazionale designa un cuoco o una cuoca particolarmente abili, o alcune qualità di champagne particolarmente pregiato. (Treccani)

    È facile immaginare come oggi probabilmente sarebbe rimasto “gourmet chef” anche in italiano, soprattutto se lasciato in mano a certi direttori di doppiaggio che negli ultimi 15 anni si sono autoproclamati (=improvvisati) dialoghisti e hanno riempito i cinema di film con brutti calchi dall’inglese e anglicismi superflui. Magari avrebbero tenuto in inglese anche parole come “padlock”, oppure “dock”, che in questo film è “l’imbarcadero”.

    imbarcadèro (o embarcadèro) s. m. [dallo spagn. embarcadero, attraverso il fr. embarcadère]. – La banchina o il pontile a cui accostano i bastimenti per imbarcare o sbarcare i passeggeri. (Treccani)

    Non che con questo voglia dire che la versione italiana di Jurassic Park rifugga a tutti i costi dall’uso di parole inglesi, solo che sa dosarle bene e sa usarle quando necessario. Addirittura c’è una frase che ne aggiunge una non presente in originale:

    Dennis Nedry nel film Jurassic Park

    (dopp.) Conosce uno in grado di collegare Connection Machine e fare il debug a due milioni di linee per la miseria che mi dà?
    (orig.) You know anybody who can network eight machines and de-bug two million lines of code on my salary?

    Sembra un’aggiunta un po’ casuale e invece se andate a vedere la descrizione di “Connection Machine” scoprirete non solo che è il nome di una serie di supercomputer (quindi rimane invariato anche in italiano), ma sono proprio quei supercomputer che vediamo nella sala di controllo dove viene detta questa battuta (le lucine rosse alle spalle di Dennis Nedry nell’immagine sopra). In particolare al J.P. usavano il modello CM-5, scelto dagli scenografi per via del suo look “hi-tech” che ancora oggi funziona.

    Questa informazione l’ho trovata su Internet in pochi minuti ovviamente, ma che ne sapevano nel 1993? È probabile che l’informazione sia arrivata al dialoghista Piferi grazie a delle annotazioni che alcune produzioni forniscono insieme al copione, o tramite la collaboratrice di Spielberg che ha seguito da vicino l’intero lavoro di doppiaggio (come si capisce da questa intervista), oppure che Piferi stesso fosse appassionato di informatica o forse sarà bastato anche solo dare un’occhiata ai titoli di coda.

    Connection machine dai titoli di coda di Jurassic Park

    Nel 1993 i CM-5 erano i supercomputer più potenti al mondo. Ma del resto lo sappiamo che al Jurassic Park non si bada a spese, e il livello di attenzione nel copione italiano non è stato certo da meno. Altro che “la vita trova una strada”.

    Quant’è bell’, quant’è bell’!

    A proposito di informatica, programmatori e hacker…

    Samuel Jackson in Jurassic Park che si arrabbia al computer

    (dopp.) Piantala! Maledizione. Che stronzi questi programmatori.
    (orig.) Please! God damn it. I hate this hacker crap.

    Qui la scelta italiana supera il copione originale che invece usava un po’ impropriamente la parola “hacker“. Chiaramente era percepita dagli sceneggiatori come sinonimo di “qualcuno che incasina i computer”. Solo che Dennis Nedry non aveva hackerato un bel niente, il programma era suo e aveva inserito dei sistemi di protezione che ai troppi tentativi di accesso innescavano la sua faccia ridente che fa “ah, ah, ah! Non hai detto la parola magica“. Si può parlare di “hacking” in caso di auto-sabotaggio? È opinabile.

    Oggigiorno quel “I hate this hacker crap” dei dialoghi originali (alla lettera potrebbe essere: ‘le odio queste stronzate da hacker’) fa ancora ridere perché Samuel Jackson dice la sua frase proprio ‘alla Samuel Jackson’, ma come battuta è invecchiata maluccio, sembra proprio da sceneggiatura degli anni ’90. Al contrario, la frase italiana “che stronzi questi programmatori” rimane ancora valida e non rischia di farci impelagare in diatribe sulla definizione di ‘hacker’, che comunemente è percepita in modo negativo ma dovrebbe avere una connotazione neutra. Su questo argomento rimando all’articolo della linguista Licia Corbolante Tanti hacker: buoni, cattivi, etici, “maliziosi”).

    Nedry era un programmatore stronzo, non ci sono dubbi. Da questo punto di vista i dialoghi di Jurassic Park sono invecchiati meglio in italiano.

    Quant’è bell’, quant’è bell’!

    La parola hacker non è stata però “censurata” dai dialoghi italiani, più tardi infatti abbiamo Lex che dichiara di essere un hacker. In questo caso la ragazza è o si crede una hacker e quindi non solo viene mantenuta la parola anche in italiano (qui ha senso tenerla) ma in qualche modo viene anche spiegata a chi avrebbe potuto non conoscerla (“non sono una secchiona, sono un’esperta in computer”). C’era tempo e modo di farla capire a chiunque, quel tanto che basta per comprendere il perché alla fine la ragazzina riesce a riattivare il parco con un computer che certamente non era usuale nelle case di comuni mortali (un Silicon Graphics da $86.000, l’equivalente di $160.000 oggi, con sistema operativo IRIX, specifico di quelle macchine e basato su UNIX, con interfaccia 3D per esplorare le cartelle).

    Nel doppiaggio:
    – Starà chiusa dalla mattina alla sera a giocare con il computer.
    Io sono un hacker.
    – E io che ho detto? Sei una secchiona.
    – Non sono una secchiona, sono un’esperta in computer.

    In originale:
    – She’ll sit in her room and never come out and play on her computer.
    I’m a hacker!
    – That’s what I said! You’re a nerd.
    – I am not a computer nerd! I prefer to be called a hacker!

    Tre anni dopo sarebbe arrivato in Italia Hackers, con Angelina Jolie, piano piano la parola hacker si diffondeva fino ad arrivare sulla bocca di tutti, anche se spesso interpretata male (al negativo). Attenti che gli informatici si arrabbiano! Con “programmatori stronzi” invece non si offende nessuno.

    grafico di incidenza della parola hacker nella lingua italiana

    incidenza della parola “hacker” nella lingua italiana dal 1980 al 2019

    Ah, se volete giocare anche voi a fare gli hacker, sappiate che esiste un sito che replica il sistema del Jurassic Park. Si chiama Jurassic Systems, da “giocare” direttamente su browser. E così anche voi potrete definirvi ‘hacker’, secondo il linguaggio del cinema anni ’90. Un suggerimento: date subito il comando “music on”. Non si hackera senza la musica giusta.

    Giornate a prezzi popolari

    Scena delle giornate a prezzi popolari dal doppiaggio italiano di Jurassic Park

    – Possiamo prevedere delle giornate a prezzi… popolari.
    – Well, we’ll have a coupon day… or something.

    Un’altra perfetta frase adattata che rende esattamente il senso di ciò che voleva esprimere l’avvocato Donald Gennaro in lingua originale. Per chi non lo ricordasse o non avesse visto il film, in questa scena l’avvocato immaginava che avrebbero potuto sparare qualsiasi cifra come prezzo di ingresso al parco (“possiamo far pagare quello che vogliamo, 2000 dollari, 10.000 dollari al giorno, e la gente li pagherà“), ma il creatore John Hammond gli ricorda che “il parco non è stato creato solo per i super ricchi” e che “tutte le persone di questo mondo hanno il diritto di godersi questi animali”. A questo l’avvocato risponde (in inglese) che potranno esserci dei coupon day, ovvero delle “giornate a sconto” (accessibili tramite coupon).

    E avrebbe potuto certamente dire “giornate a sconto” anche in italiano al posto di “giornate a prezzi popolari“, ma riflettiamo sul diverso impatto di queste frasi. Il personaggio dell’avvocato in questa scena deve passare da pezzo di merda, sta immaginando già di poter speculare al massimo sul Jurassic Park ma quando gli viene detto che il parco dovrebbe essere accessibile a tutti e non solo ai super ricchi, Gennaro è disposto a scendere a un compromesso: concedere il parco per pochi giorni anche ai non ricchi, cioè avere delle giornate “per i poveracci” essenzialmente. Questo in inglese è reso con quel “coupon day”, che automaticamente fa pensare alle classi sociali meno abbienti che fanno la spesa ritagliando coupon dalle riviste da parrucchiere, un’attività che non si immagina possano fare i super ricchi [e invece una ricerca del 2011 ha dimostrato che i ricchi sono quelli che li usano di più, così sfatando un vecchio mito]. Quindi se avesse detto “giornate a sconto” non sarebbe arrivato l’insulto insito in quelle parole e il distacco elitario che si voleva ottenere. Del resto a una generica giornata scontata possono accedervi anche i super ricchi, e non sarebbe stato come sentir parlare di “giornate per poveracci”, che poi è ciò che sottintende Gennaro con il suo coupon day.
    Per questo le “giornate a prezzi popolari” sono la perfetta sintesi del concetto espresso in inglese con “coupon day”.

    Quant’è bell’, quant’è bell’!

    Di’-di-no sauro

    di-di-no-sauro

    (dopp.) Sa come si chiama un dinosauro disobbediente? Di’-di-no-sauro
    (orig.) What do you call a blind dinosaur? Do-you-think-he-saurus.

    (dopp.) E un dinosauro obbediente? Di’-di-sì-sauro.
    (orig.) What do you call a blind dinosaur’s dog? A Do-you-think-he-saurus Rex.

    Se vi piacciono le freddure, sarete tra quelli che ridono a queste due battute. Per limiti miei, non ho mai sopportato queste sequenze con i ragazzini ma non nego che nella versione italiana siano state adottate delle buone soluzioni per il gioco di parole “do-you-think-he-saurus” che gioca sul suono di “saurus” avvicinandosi a “do you think he saw us?” (pensi che ci abbia visto?), usata come nome del dinosauro cieco. Oppure per il nome del suo cane, che aggiunge solo il suffisso tassonomico ‘Rex’ ( tipico nome da cane).

    Inoltre, in entrambe le lingue il meccanismo della battuta è simile, cioè si basa sul cambiamento di una piccola porzione della frase (in inglese aggiunge ‘Rex‘ alla precedente, in italiano cambia un no con un ) ma, come si dice… quando la spieghi non fa più ridere! Ciò che voglio dire è che sono diverse nel contenuto, ma equivalenti nell’effetto. Frasi sceme per allentare la tensione e concludere una scena.

    I pirati dei Caraibi prima di Johnny Depp

    Scena di Jurassic park in cui Malcom parla del villaggio dei caraibi nel doppiaggio italiano

    – Quando aprirono Disneyland nel 1956 non funzionava niente.
    – Sì, però, se il villaggio dei Caraibi va in tilt, i pirati mica si mangiano i turisti.

    – If the Pirates of the Caribbean breaks down, the pirates don’t eat the tourists.

    I pirati dei Caraibi, prima di diventare dal 2003 una fortunata serie cinematografica con Johnny Depp vestito da Johnny Depp, era la più famosa attrazione di Disneyland popolata di pirati animaerotics animatronic e anche ispirazione per il videogioco Monkey Island. L’attrazione era tanto famosa in America quanto sconosciuta in Italia. Chiaramente la battuta non poteva rimanere tale e quale. Ottima dunque l’idea di far riferimento al “villaggio dei Caraibi” di Disneyland. Anche questa battuta dunque è invecchiata più che bene visto che modernamente in Italia la prima cosa che ci viene in mente sentendo parlare di “pirati dei Caraibi” non è certo l’attrazione di un parco giochi negli Stati Uniti ma i film con Johnny Depp.

    La sentiamo quasi identica anche nel trailer italiano (“Ma se c’è un guasto al villaggio dei Caraibi, i pirati mica si mangiano i turisti“) che, come tutti i trailer, è stato adattato e doppiato separatamente, prima ancora di aver visto il film, di conseguenza ha battute un po’ diverse da quelle che ritroviamo nel film, e anche una “distribuzione” diversa (così si chiama l’assegnazione dei doppiatori ai personaggi). Nel trailer Michele Gammino è la voce del dottor Grant invece che del guardiacaccia Muldoon, Marco Mete è su Ian Malcom invece che sull’avvocato Gennaro e John Hammond ha la voce di Sergio Graziani e non di Cesare Barbetti.
    Il trailer che segue viene da YouTube, qualcuno deve aver preso l’audio del vero trailer italiano registrato dalla TV e lo ha montato sul video del trailer americano.

    Se qualcuno ha il trailer di qualità audio migliore lo tiri fuori che questo fa schifo.

    Pochissime scelte infelici

    Ci sono giusto un paio di frasi sulle quali ho qualcosa da ridire, ma noterete che sono osservazioni su dettagli così minori che in nessun modo vanificano o intaccano i miei precedenti complimenti a quello che, ci tengo a precisare, ritengo uno tra i migliori adattamenti di quegli anni.

    Tecnologie fantascientifiche

    zanzara nell'ambra di Jurassic Park

    Una frase che non mi è mai andata a genio è la seguente: “servendosi di tecnologie fantascientifiche gli scienziati hanno estratto il sangue conservato nelle zanzare“, al posto di “using sophisticated techniques” del copione originale. In italiano sembra che il documentario di Mr. DNA stia prendendo per il culo i propri spettatori. È vero che in inglese si rimanda genericamente a tecniche sofisticate, ma nel momento in cui il film cerca di creare un mondo “credibile” o “plausibile” (già di per sé la sfida più grande per qualsiasi film), non può andare a sottolineare che ciò che stiamo vedendo sia fantascienza. Per dirla meglio, un film di fantascienza non dovrebbe letteralmente dirti che quello che stai vedendo “è roba da fantascienza”, non so se mi spiego.
    Capisco le intenzioni, era un filmato destinato ai bambini che si approcciava a loro con simpatia, ma un “servendosi di sofisticate tecnologie” sarebbe bastato.

    Computers e files

    Usare parole inglesi al plurale (es. “Super computers” con la s finale come dice Mr. DNA nel film) andava tanto di moda già negli anni ’80 e ce lo ritroviamo anche qui nei primi anni ’90, limitatamente a quelle poche parole di informatica che compaiono nel film. Anche la ragazzina Lex parlerà di “files di tutto il parco“. Per quanto abituale in quei decenni, era un errore all’epoca e lo è anche adesso. Per fortuna è uno di quegli “abusi” andato poi a svanire col tempo. Infatti, per quanto oggi piaccia lasciare parole in inglese a caso, è molto raro che qualcuno dica “computers”. L’abitudine non è morta definitivamente (in TV si sente parlare di “rumors” ad esempio e sono sempre i giornalisti i principali diffusori di ignoranza), ma il plurale con “s” sembra almeno non inquinare più i film doppiati.

    sistema unix in Jurassic Park

    “Questo è un sistema Unix, io lo conosco. Ci sono i files di tutto il parco.”

    Come scrive Licia Corbolante sul suo blog Terminologia Etc.

    I forestierismi non adattati entrati nel lessico italiano, al plurale rimangono invariati: si dice le omelettei croissant, i leitmotiv, i sudoku, i manga, i golpe, gli sport, i quiz, i rider. Eppure molte persone sono convinte che per indicare il plurale degli anglicismi sia preferibile aggiungere una finale. Quasi sempre è un’imprecisione dovuta non solo al desiderio di dimostrare di avere familiarità con l’inglese ma anche ad alcuni equivoci sui meccanismi di formazione del plurale. […] La s aggiunta agli anglicismi per dimostrare che si conosce l’inglese rischia di diventare un segno dell’ignoranza della grammatica italiana. […] Per non sbagliare ed evitare figuracce basta quindi trattare tutti i forestierismi, qualunque sia la lingua di origine, come nomi invariabili.

    L’articolo per intero lo trovate qui: Anglicismi: al plurale senza la s finale!.

    Come ho già detto qui e in passato, il plurale con la “s” era molto comune nei doppiaggi anni ’80 e ’90, all’epoca andava di moda parlare così a quanto pare, ed è tra le poche cose invecchiate male nei dialoghi di quei due decenni (notate che ho usato decenni e non ho detto decadi che invece vuol dire dieci giorni).

    Errori che non sono errori: “Etciù! Dio ti benedica.”

    Timmy che dice Dio ti benedica nel doppiaggio italiano di Jurassic Park

    Quando il brachiosauro starnutisce su Lex riempiendola di muco giurassico, il fratellino Timmy dice al dinosauro “Dio ti benedica“, come traduzione di “God bless you“, che normalmente tradurremmo invece come “salute!” in risposta a uno starnuto. Questo è il modo corretto di tradurre “God bless you” nel caso di starnuti.

    Non penso però che la decisione di tenere una traduzione letterale (Dio ti benedica) sia dovuta al non sapere che in inglese si risponda “God bless you” a uno starnuto, piuttosto è probabile che il movimento della bocca di Timmy potrebbe non avrebbe permesso un cortissimo “salute!”. Con “Dio ti benedica” sembra che Timmy, da vero fratello, gioisca del fatto che quello starnuto abbia creato disagio alla sorella, facendole essenzialmente un dispetto. E non è questo, dopotutto, il motivo per cui lo vediamo ridere dopo aver detto “salute” al dinosauro? Alla fin fine, quello che potrebbe sembrare una svista, porta allo stesso risultato.
    Non si tratta di un errore banale ma di una scelta precisa che non cambia la psicologia del personaggio anche se apparentemente sembra una traduzione letterale. Sapete, quella cosa che una volta si chiamava ADATTAMENTO?

    Scozzesi, inglesi sudafricani, neozelandesi… c’è qualche americano nel suo parco degli americani?

    Questo film è senza dubbio godibile in entrambe le lingue in maniera equivalente. L’unica battuta che mi manca davvero della versione in inglese è l’espressione “bloody move!” che il guardaparco Muldoon, terrorizzato, usa per intimare a Malcom di spostarsi dalla leva del cambio (lasci libero il cambio!). L’accento inglese del Sud Africa lo rende ancora più spiritoso.

    Una piccola parentesi su una parola apparentemente semplice come “bloody”. Bloody, dal 1750 al 1920, era diventata la peggior parolaccia che si potesse dire in Inghilterra (e fino al 1960 il suo uso era ancora molto controverso). Come tutte le parole tabù, era usatissima ed era così tipica dell’epoca vittoriana che ancora oggi viene usata abitualmente in molte delle ex-colonie britanniche del Commonwealth, in quelle stesse situazioni in cui magari un americano avrebbe detto invece “fucking”. In India addirittura hanno adottato “bloody” come parolaccia a sé stante (praticamente come noi potremmo dire “fanculo!”), invece che come aggettivo. Questo video di due indiani che si ripetono “Bloody! / You bloody!” ne testimonia l’uso bizzarro specifico della regione indiana. A parte questa deviazione inusuale, la formula è sempre quella del “bloody qualcosa” che in tempi moderni è più un modo per non dire qualcosa di peggio, così come noi diciamo cacchio.

    Ma se il guardiacaccia Muldoon fosse stato americano e non sudafricano avrebbe sicuramente detto “fucking move!”.

    Scena del cambio in Jurassic Park

    – Lasci libero il cambio!
    – Get off the stick! Bloody move!

    In Italia, in una situazione simile [quella tipica di un T-Rex che insegue la tua Jeep e sta per mangiarti perché un passeggero terrorizzato si è spostato sulla leva del cambio mettendo in folle. A chi non è successo almeno una volta?], al posto di “bloody move!” forse avremmo detto “si tolga, cazzo!“. Questa (o un’espressione equivalente) chiaramente non c’era tempo di infilarla nei dialoghi italiani vista la brevità della frase originale, e l’avrebbe resa più volgare del necessario visto che oggi “bloody” nel Commonwealth è da 100 anni che non scandalizza più nessuno a sentirlo, e in America non è mai neanche diventata una parolaccia, è solo una cosa che gli americani sentono nei film dove ci sono persone inglesi (es. in Titanic).
    In italiano “lasci libero il cambio!” non è tra le frasi più memorabili del film ma, come succede in qualsiasi doppiaggio, avremo sempre frasi che rimangono più impresse in una lingua piuttosto che nell’altra. Al netto di tutto, il film in italiano forse ha più frasi memorabili dell’originale. Questa nello specifico rimane più memorabile nella sua forma originaria “Bloody move!”.

    Parlando d’accenti, il personaggio del vecchio John Hammond è scozzese, nel film in lingua originale parla con un marcato accento scozzese nelle prime scene per poi ripiegare su un “inglese aristocratico”, da riccone. Ma quando ricorda la sua prima attrazione (un circo delle pulci) e dice che questa aveva un piccolo trapezio, usa l’espressione “a wee trapeze“. ‘Wee‘ è una parola usatissima in Scozia al posto di “little” per identificare qualcosa di piccolo e carino, Hammond la usa mentre ricorda le sue origini e quindi la sua mente ritorna ad espressioni familiari del posto in cui è nato, la Scozia appunto. L’attore Richard Attenborough se lo era studiato bene il personaggio, non c’è che dire. Sono piccole curiosità che necessariamente sfuggono ad una visione solo in italiano ma a cui ora potrete fare caso se vi trovaste a guardarlo in lingua originale.

    John Hammond in Jurassic Park

    Ho visto le pulci, mammina, tu le vedi le pulci?

    Al neozelandese Sam Neill, criticato in passato per un poco convincente accento americano, venne concesso da Spielberg di recitare con il suo accento nativo, salvo poi ritrattare e chiedergli di fare una via di mezzo tra l’americano e il neozelandese. Questo lo ha raccontato Sam Neill stesso in un recente documentario su Netflix (“I film della nostra infanzia“, stagione 2, ep. 3, 2021). Nel film in lingua originale potreste sentire alcune frasi dette all’americana e altre alla neozelandese, sempre che le sappiate distinguere. Io personalmente non ho esperienza con australiani e neozelandesi quindi non ci avevo mai fatto caso.

    Altre curiosità sull’adattamento di Jurassic Park

    L’importanza di chiamarsi Wu

    Samuel Jackson che parla di lisina nel film Jurassic Park

    (orig.) Wu inserted a gene that creates a faulty enzyme in protein metabolism.
    (dopp.) Abbiamo creato un gene che altera il metabolismo proteinico

    Questa battuta è di Samuel Jackson quando spiega la storia della lisina. Nella versione italiana si perde il rimando al dottor Henry Wu, il genetista che avevamo visto solo all’inizio film durante la schiusa dell’uovo di raptor. L’omissione del riferimento a Wu è stata fatta chiaramente per i tempi della battuta e non sarebbe neanche degna di nota se non fosse per il fatto che adesso il dottor Wu è tornato con la nuova trilogia di Jurassic World, ottenendo un ruolo sempre più rilevante, ma già da questa frase del primo film si capisce (in inglese e se non avete letto il romanzo) che il dottor Wu non era soltanto uno dei tanti genetisti al servizio di Hammond bensì il responsabile dell’intero progetto di creazione dei dinosauri. Colui che “gioca a fare Dio”. Ed ha ancora più senso che in futuro torni come “cattivo” della serie.

    dr henry wu in Jurassic Park e Jurassic World

    In tutti i film in cui compare (Jurassic Park, Jurassic World, Jurassic World – Il regno distrutto), il personaggio del Dr. Wu è stato doppiato da Loris Loddi. Tanto di cappello a Sandro Acerbo, direttore di doppiaggio dei nuovi film, che deve aver deciso di chiamarlo a reinterpretare lo stesso ruolo, dando così una continuità sui personaggi minori.

    “La voce che state ascoltando è di Richard Kiley”, ma chi è Richard Kiley?

    Kiley era un attore diventato negli anni ’90 narratore di documentari della National Geographic. Un nostro equivalente italiano di quegli anni sarebbe stato Claudio Capone che era la voce narrante nei documentari di Superquark. Ma Capone sembra non aver mai lavorato per la società che invece ha doppiato Jurassic Park, quindi forse era esclusiva di altre società di doppiaggio (?). Sarebbe curioso sapere se lo avessero considerato al tempo.

    Nel film Richard Kiley è doppiato da Saverio Indrio, una scelta che si sarebbe rivelata azzeccata molti anni dopo (1998), quando Indrio diventò il narratore della serie documentaristica Il magico mondo degli animali, della Disney.

    Lo potete sentire in questo video:

    Non vi aspettate che da un momento all’altro dica che il dilofosauro sputa il suo veleno alle sue prede causando cecità seguita da paralisi? Io sì.

    Curiosamente, al giorno d’oggi la voce narrante per eccellenza nei documentari naturalistici in lingua inglese è David Attenborough, fratello di quel Richard Attenborough che nel film interpreta il creatore del parco John Hammond. Ma nel 1993 David Attenborough non era ancora un nome così noto agli americani. Inoltre la scelta di Kiley viene direttamente dal romanzo di Crichton (scritto negli anni ’80), che per fortuna loro era ancora valida all’inizio degli anni ’90.

    Per i trekkies tra di voi, Richard Kiley è comparso anche in Star Trek Deep Space Nine (doppiato da Luigi Montini). Wikipedia riporta queste sue altre voci italiane Giuseppe Rinaldi (in Luci sull’asfalto), Pino Locchi (in Mano pericolosa), Cesare Barbetti (in Il piccolo principe), Renato Mori (in Amore senza fine), Massimo Rinaldi (in Un anno nella vita), Sergio Tedesco (in Phenomenon).

    Richard Kiley in Star Trek Deep Space Nine

    “paralisi seguita da cecità”

     

    Scheda di doppiaggio di Jurassic Park

    Direttore di doppiaggio: Manlio De Angelis

    Dialoghista: Alberto Piferi

    Società di doppiaggio: C.D.C.

    Il cast di doppiatori

    Stefano De Sando: Dr. Alan Grant (Sam Neill)
    Isabella Pasanisi: Dr. Sattler (Laura Dern)
    Roberto Chevalier: Dr. Ian Malcom (Jeff Goldblum)
    Cesare Barbetti: John Hammond (Richard Attenborough)
    Michele Gammino: guardiacaccia Robert Muldoon (Bob Peck)
    George Castiglia: Tim (Joseph Mazzello)
    Valeria De Flaviis: Lex (Ariana Richards)
    Claudio Fattoretto: Ray Arnold (Samuel L. Jackson)
    Vittorio Stagni: Dennis Nedry (Wayne Knight)
    Marco Mete: Avv. Donald Gennaro (Martin Ferrero)
    Loris Loddi: Dr. Henry Wu (B.D. Wong)
    Maurizio Reti: Dr. Harding (Gerald R. Molen)
    Eugenio Marinelli: Juanito Rostagno (Miguel Sandoval)
    Simone Mori: Dodgson (Cameron Thor)
    Paolo Vivio: bambino del Montana (Whit Hertford)
    Dario Penne: Mr. DNA (Greg Burson)
    [fonte Antoniogenna.net]

    Saverio Indrio: voce della guida interattiva (Richard Kiley) [da Wikipedia]

    Alessandro Rossi: capo manovre [non ha nome, è il tizio con la pettorina arancione nella scena di apertura ed è la prima persona che parla in Jurassic Park]

     

    Questa lista di nomi non penso riesca da sola a far capire quanto sia azzeccata la scelta degli interpreti in questo doppiaggio, ogni personaggio è caratterizzato alla perfezione, ogni voce è giusta sul personaggio, nessuno è fuori posto. Di solito mi limito all’analisi dell’adattamento e non parlo mai delle voci, perché non è materia mia e perché, personalmente e salvo rarissimi casi, trovo che quasi tutti i doppiatori che ritroviamo al cinema e in TV siano bravi attori e quando diretti bene diano davvero il massimo. Forse negli anni ’90 questo doppiaggio neanche spiccava tra i tanti altri suoi contemporanei, altrettanto ottimi, ma a vederlo oggi e mettendolo a confronto con la recitazione moderna dei film americani e di conseguenza dei doppiaggi italiani, è ancora più sorprendente.

    Vittorio Stagni su Dennis Nedry personalmente è il mio preferito. Potreste ricordare la sua voce su Lord Casco di Balle spaziali, Mama Fratelli nei Goonies (sì, era di un uomo), il papero in Howard e il destino del mondo, il capo delle faine in Chi ha incastrato Roger Rabbit, e questi solo per nominarne alcuni. Aveva già doppiato lo stesso attore Wayne Knight in JFK – Un caso ancora aperto (1991) e qui in Jurassic Park, è quasi inutile sottolinearlo, riesce a caratterizzarlo alla perfezione. Degna di nota è la scena in cui balbetta mal celando ansia e colpevolezza prima di mettere in moto il suo piano di fuga. È facile dare per scontata una buona recitazione e anche una buona “distribuzione” delle voci quando queste sono così perfette, perché tendono a non farsi notare (questo è il loro scopo del resto), lo spettatore pensa al personaggio e non a chi lo “reinterpreta”. In quanto a interpretazione, i film di quegli anni ci hanno abituato bene. E Jurassic Park del 1993 è tra quelli che ci hanno abituato troppo bene.

    Mistero. Chi è la voce del tizio al molo che aiuta Nedry?

    Scena della diretta video con il cospiratore al molo, dal film Jurassic Park

    “Non te lo posso promettere”

    La scheda del cast di doppiaggio presente sul sito Antonio Genna per questo film è bella corposa, mancano giusto un paio di voci minori. Una di queste compare in quella della “diretta video” di Nedry (lo so, palesemente un video riprodotto con Quicktime, la sappiamo tutti questa) con il tizio al molo che nel cast è chiamato “The Mate” ed è interpretato (lo scopro solo mentre scrivo questo articolo) dal famoso direttore della fotografia Dean Cundey!
    Una voce italiana molto familiare, di sicuro qualcuno della “scuderia” C.D.C., eppure non mi viene in mente chi potrebbe essere. Se avete idea, fatemelo sapere nei commenti.

    L’utente ‘Catoblepa’ nei commenti suggerisce che possa essere nuovamente la voce di Simone Mori (che già dà la voce a Dodgson) e in tanti altri concordano con questa scelta. ‘Giacomo’ suggerisce che potrebbe essere invece una ripetizione di Loris Loddi.

    Un’altra voce ancora non identificata è quella di Billy, il “volontario” (così lo definisce IMDb) dello scavo in Montana che si occupa dell’analisi sonar dei resti del raptor. Questo è lo stesso personaggio (scopro anche questo solo adesso) che in Jurassic Park III è stato poi interpretato dall’attore Alessandro Nivola, il “ladro di uova” per chi ricorda il film.

    ‘Antonio L.’ nei commenti suggerisce che la voce di Billy possa essere di Lucio Saccone mentre ‘Giacomo’ punta su Massimiliano Virgilii. Il mio collaboratore Finarolli (il mio “orecchio ufficiale” per queste cose) concorda al 100% su Virgilii.

    Poi nell’inquadratura successiva ci sarebbe un “brusio”, molto familiare ma purtroppo molto breve, di qualcuno fuori campo che dice “quel ragazzino è incredibile“. Potrebbe essere nuovamente Massimiliano Virgilii?

    Se riconoscete questi doppiatori fatevi vivi nei commenti, cercheremo di confermare la loro identità, se possibile.

    Un articolo lungo 65 milioni di anni, lo so.

    Da che doveva essere un rapido giro del parco ho finito per approfondire fin troppo come faccio sempre, ma siamo arrivati alla fine della gita. Tremo al pensiero di come potrebbe essere adattato oggi un film del genere, specialmente in mano a certi personaggi già noti alle cronache di Doppiaggi italioti. Avremmo forse sentito frasi come “non capisco questa mentalità luddista” al posto di “mentalità retrograda”, perché oh, in originale dice così! E il parco sarebbe stato “riportato on-line” invece che “riavviato”? Di certo “gourmet chef” sarebbe rimasto “gourmet chef” e la vita avrebbe sicuramente trovato “una strada”, perché “più fedele”… qualunque cosa significhi fedele.
    Se non altro tutti i seguiti di questo film, che io ricordi, sono rimasti in buone mani. I trailer non fanno testo.

    Tornando a colui che scrive questo articolo, me, me stesso medesimo, sebbene alla fine non sia mai diventato genetista (ci sono andato abbastanza vicino), è curioso che la vita poi mi abbia portato a diventare dialoghista invece, e proprio per la stessa società che si occupò del doppiaggio di Jurassic Park nel 1993, a contatto con alcuni dei professionisti che avevo tanto ammirato in questo film, quando ancora non sapevo neanche chi fossero o cosa fosse il doppiaggio, l’adattamento etc…; sono agli inizi ma l’ascesa è stata rapida (sono stato messo a lavorare quasi subito con nomi famosi, cosa che ancora stento a credere) e se quello che faccio viene apprezzato dai miei superiori è solo perché mi appoggio sulle spalle di giganti (anche questa è una semi-citazione del film), ovvero dei dialoghisti degli anni ’80 e ’90 che ho tanto studiato senza neanche rendermene conto. Oggi che rivedo Jurassic Park con occhi diversi, queste frasi di Malcom assumono per me un altro significato, molto personale: “voi avete letto quello che altri hanno fatto e di lì siete partiti. […] Siete saliti sulle spalle di altri“.
    E che spalle, direi!

    Anche se non siete (o non siete stati) malati di Jurassic Park come me, penso che sia evidente che l’intero lavoro di localizzazione di questo film sia da capolavoro, da manuale direi anzi. Insomma, tornando all’argomento di questo articolo e concludendo, dopo attenta considerazione ho deciso di avallare l’adattamento di Jurassic Park.

    Tararà-ra-ra, tararà-ra-ra, tararaaà ra ra raaaaaaa!

    Finale di Jurassic Park

    Mille ritocchi inutili in digitale e quella maledetta ragnatela alla fine del film sta sempre lì!

  • Programmato per schiaffeggiare… ehm, per uccidere (1990)

    Locandina italiana di Programmato per uccidere (1990) con Steven Seagal

    Il terzo film della carriera di Seagal è uno di quelli che una carriera la dovrebbero interrompere (per fortuna non è successo perché Trappola in alto mare è ancora là da venire). Il film inizia con il protagonista Steven Seagal, qui dimenticabilmente chiamato John Hatcher, che ha una sola missione da compiere: schiaffeggiare chiunque si trovi nella Repubblica del Messico. Antipatico come non mai anche per gli standard di Seagal, John Hatcher schiaffeggia tutti, dai narcotrafficanti fino ai colleghi poliziotti non convintissimi delle sue missioni suicide.

    Scene iniziali di Steven Seagal che prende a schiaffi il collega in Programmato per uccidere

    Scapaccioni marziali

    Il suo dovrebbe essere il personaggio del poliziotto che ha lavorato troppo a contatto con i criminali fino a diventare egli stesso quasi un criminale. Non sappiamo perché ce ne dovrebbe fregare qualcosa ma Seagal ne ha abbastanza “di questo schifo”. Forse parla del film. Si considera un bravo cattolico ed è sentitamente pentito della sua vita da agente antidroga che prende a schiaffi la gente, quindi dopo una confessione al proprio parroco si piglia la sua baby pensione e si ritira a vita tranquilla nei sobborghi, a casa di mamà. E non so perché la scena di lui che ingrassa una pistola storica dovrebbe essere magica e sentimentale ma così ci viene presentata.

    Steven Seagal che pulisce una pistola da pugno storica, scena dal film Programmato per uccidere

    Per i membri dell’NRA questo è il momento magico del film

    Avrebbe avuto senso se la pistolina da polso tornasse ad avere un ruolo nel film e invece no. Boh.

    Neanche nei sobborghi si può stare tranquilli però, perché c’è Tonino Accolla (o meglio, un attore da lui doppiato) che spaccia crack agli adolescenti. Qui inizia la parte involontariamente comica del film, dove Seagal vede spacciatori ad ogni angolo di strada e si impegna attivamente a non fare niente, anzi chiede all’ex-commilitone amico suo di chiudere un occhio, “Lascia perdere” diventa la sua frase ricorrente. Questo è il nostro eroe della DEA, signore e signori! E mentre i boss del narcotraffico si sfidano a colpi di occhio-malocchio-prezzemolo-e-finocchio (ovvero a colpi di pallosi riti vudù, per parafrasare Predator 2), Seagal, per esattamente quaranta minuti, non fa assolutamente niente. Si può avere un po’ di azione in questo film d’azione? Chiaramente no.

    “La mia filosofia è che bisogna stare a casa, badare ai propri affari e cercare la pace”.

    Anche il nonno di Seagal campò cent’anni perché si faceva i cazzi suoi praticamente.

    Dai, lascia perdere. Ti ho mai raccontato di mio nonno?

    Verso i 50 minuti (il film ne dura 93) finalmente la gang di narcotrafficanti giamaicani condanna a morte il protagonista (marked for death, come dice il titolo in inglese) e ancora il famoso maestro di Aikido non ha fatto una sola mossa che sia una.

    Il film d’azione più o meno inizia in questo momento, a quasi 30 minuti dalla fine. In pochi momenti si consumano un inseguimento in auto, sparatorie e poi botte da orbi in una gioielleria. Solo che per arrivarci ci siamo dovuti sorbire l’inedia del poliziotto più svogliato del mondo e i misteriosi pallosi riti vudù, che altro non sono che una banale scusa del produttore del film, Steven Seagal, per far spogliare le sue attrici.

    Scena della fattura vudù in Programmato per uccidere

    Lino Banfi lo faceva meglio

    In realtà ho mentito quando scrivevo che l’azione inizia a 50 minuti di film, perché in realtà l’azione muore subito dopo l’apice della gioielleria, da quel momento in poi ci spostiamo in Giamaica per andare a sentire un po’ di musica del posto e a fare passeggiatine nei mercati locali, soffermandoci a sottolineare come non tutti i giamaicani siano degli spacciatori trocati. Menomale che ci sei tu a dirci queste cose, Seagal.

    Il film si trattiene fino all’ultimo quando arriva a regalarci ben due finali, come faceva Aliens di James Cameron, ma entrambi abbastanza mosci e con un colpo di scena che può stupire solo un bambino. La fortuna di Seagal è che quanto i cattivi attaccano lui non usano mai armi da fuoco (la scusa è che lo vogliono vivo per un rito vudù), dandogli così una buona scusa per sfoggiare altro aikido da manuale (l’intero esame di 1° dan, 3 contro 1) e ben due duelli con la spada, che però finiscono sbrigativamente. Evidentemente anche il montatore di questo film si era annoiato come me e voleva chiuderla il più presto possibile.

    Seagal contro Screwface, duello di spade dal film Programmato per uccidere

    Hai sbagliato, amico. Hai portato una spada a uno scontro a mano con Seagal

     

    Negli Stati Uniti il film arriva a ottobre 1990 e in Italia ottiene il visto censura in data 23 maggio 1991, con un bel bollino VM14 “in considerazione delle numerose e reiterate scene di violenza che possono turbare la particolare sensibilità di detti minori“. Gli occhi cavati e le teste mozzate non devono essere piaciute un granché alla commissione. Sempre da fonte Italiataglia.it, sembra esistere una versione censurata (con più di un minuto di tagli) datata 1994 a cui è stato concesso il nullaosta senza limiti d’età. Altri paesi europei hanno subito tagli simili. Insomma è un film palloso e pure truculento.

    A prescindere dal mio personale gradimento del film (che si limita a due scene), i dati parlano di un successo commerciale. Chiaramente la Warner aveva tra le mani un cane dalle uova d’oro.

    Ritaglio di giornale sul film Programmato per uccidere

    Seagal quando era “attore del momento”. Beccati questo, Balla coi lupi! (da La Stampa, 9 giugno 1991)

    Quando i giornali parlano di “ennesima variante del giustiziere della notte” fanno evidentemente riferimento al giustiziere della notte 3, il più divertente di quelli prodotti dalla Cannon Films, quello in cui Charles Bronson si fa mandare mitragliatori da guerra e bazooka per sgominare la gang di strada che terrorizza il quartierino. Ma Programmato per uccidere se lo sogna di essere il Giustiziere della notte 3. SE-LO-SO-GNA!

    Peccato che in un film così noioso si sprechino alcune delle battute migliori di Seagal:

    – Uno si credeva invincibile, l’altro pensava di poter volare.
    – E allora?
    – Avevano torto.

    E questo mi porta al consiglio di visione. Come vedere il film, in inglese o in italiano? (Sempre che vogliate vederlo!)

    Testa mozzata in una scena del film Programmato per uccidere

    Rubare i colpi di scena da Aliens… lo stai facendo malissimo

    L’adattamento italiano

    Una visione italiana di questo film è decisamente preferibile alla lingua originale perché, oltre a non doversi sorbire la recitazione bisbigliata del nostro sensei S.S. (molto buona la scelta Massimo Corvo su Seagal), con il film doppiato in italiano ci godiamo alcune battute che nella nostra lingua sono riuscite un po’ meglio:

    Jimmy Fingers: Tu ormai sei un uomo morto, Hatcher, ricordatelo. Sì, te lo dice Jimmy Fingers, e Jimmy Fingers è uno che si è fatto da solo.

    [John Hutcher spara in testa a Jimmy Fingers]

    John Hatcher: e che si è distrutto da solo.

    In lingua originale la battuta post-uccisione era “God made men” (letteralmente: Dio ha fatto gli uomini), una frase chiaramente non utilizzabile dal momento che l’espressione biblica God made men, sebbene nella Genesi esistano anche frasi che fanno uso verbo “fare” (Dio disse: “facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”), ci è più familiare con il verbo “creare” della famosa “Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza“. Quindi la battuta non poteva essere resa alla lettera come risposta all’uomo ‘che si è fatto da solo’ (self-made man)… e forse non avrebbe neanche avuto senso farlo. Difatti, la risposta di Seagal in lingua originale è essenzialmente una sorta di invito a non bestemmiare. Ma ergersi a paladino della religione dopo aver sparato in testa a un cristiano mi sembra che stoni un tantino.
    La battuta italiana è più adeguata a prescindere. La dialoghista di questo film, Carla Vangelista, sa scrivere meglio degli sceneggiatori stessi (non a caso Vangelista è anche scrittrice e sceneggiatrice quindi di sicuro avrebbe qualcosina da insegnare agli sceneggiatori di Programmato per uccidere).

    Faccia di Steven Seagal in Programmato per uccidere

    Seagal, fai le faccette!

    È vero, vedendolo doppiato viene meno il dialetto creolo giamaicano, come del resto accade per qualsiasi film doppiato in cui è presente una qualsiasi variante dell’inglese. Da una visione in lingua originale ad esempio ho scoperto l’offesa “bloodclaat” (= blood cloth in inglese standard) che i giamaicani usano al posto dello statunitense fuck/fucking e origina da un panno in cotone usato nei giorni del ciclo mestruale prima dell’invenzione degli assorbenti moderni, o del loro arrivo in Giamaica. Nel film in italiano questa offesa si trasforma correttamente “pezzo di merda”, “bastardo”, “stupido bugiardo” etc… a seconda della situazione. Dopotutto, sarebbe molto strano sentire qualcuno che dice “sei un panno assorbente!”.

    Stesso destino per altre parole come raas, raasclaat o per bumbaclaat che invece è l’equivalente di “carta igienica” (bum cloth in inglese), o battyhole per asshole (che ricorda molto l’appellativo fiorentino buho di hulo). Il creolo giamaicano è derivativo dell’inglese britannico e possiede espressioni molto curiose, ma un film di Seagal non è certo il modo migliore per approfondire l’argomento linguistico.

    Per quanto possano sembrare spiritose, queste appena menzionate sono espressioni molto offensive per i giamaicani quindi attenti a non usarle alla leggera.

    E la battuta migliore del film? Decisamente questa:

    Tu sarai il mio baciaculo

    (In originale “You a be the mule!”)

    Assolutamente perfetta. Attribuiamo dunque il merito a coloro che hanno sfornato questo doppiaggio, cioè Tonino Accolla con la sua azienda Cinema Cinema…

    Scheda di doppiaggio di Programmato per uccidere

    Direttore di doppiaggio: Tonino Accolla

    Dialoghista: Carla Vangelisti

    Società di doppiaggio: Cinema Cinema

    Il cast di doppiatori

    Massimo Corvo: John Hatcher (Steven Seagal)
    Fabrizio Pucci: Screwface (Basil Wallace)
    Diego Reggente: Max (Keith David)
    Francesco Prando: Charles (Tom Wright)
    Susanna Javicoli: Leslie (Joanna Pacula)
    Rosalba Oletta (???): Kate Hutcher (Bette Ford) [fonte Wikipedia da confermare. Il sito antoniogenna.net segnala erroneamente Silvia Pepitoni. Qui il file mp3 per chi volesse provare a riconoscerla]
    Tonino Accolla: Nesta (Victor Romero Evans)
    Stefano Mondini: Monkey (Michael Ralph)
    Bruno Conti: Nago (Jeffrey Anderson-Gunter)
    Mario Bombardieri: Tenente Roselli (Kevin Dunn)
    Domenico Maugeri: Dottor Stein (Earl Boen) [fonte Wikipedia]

    Altre voci non precedentemente segnalate che aggiungo io:

    Silvia Pepitoni: Melissa (Elizabeth Gracen)
    Sandro Iovino
    : Jimmy Fingers
    Alessandro Tiberi: Ricky (il nipote)
    Federica De Bortoli: Tracey (la nipote)
    Leila Lasmi: Carmen, la fattucchiera vudù (Elena Sahagun)

    Leila Lasmi è una mia supposizione. Attrice francese, fidanzata o sposata con Tonino Accolla, che all’epoca compariva come voce di personaggi “esotici” e che avevamo già identificato in esclusiva ne’ Il silenzio degli innocenti grazie ad una “soffiata” interna. Quando c’è una voce esotica in un doppiaggio di Tonino Accolla dei primi anni ’90 è facile ipotizzare che si tratti sempre di Leila Lasmi. Al contrario del suo ruolo nel silenzio degli innocenti però, qui il suo accento straniero sulla fattucchiera vudù ha senso.

    Il titolo italiano

    Il titolo in inglese, Marked for Death, si riferisce all’ordine di morte che pende sulla testa del protagonista, lo sentiamo in una frase del film “The cow’s tongue means that you’ve talked or exposed them and have been marked for death“, che nei dialoghi italiani diventa: “la lingua di mucca significa che chi ha parlato mettendoli in pericolo è stato condannato a morte“. E poi “your family has been marked” che diventa: “la sua famiglia è stata condannata“.

    Il titolo italiano, Programmato per uccidere, pare invece riferirsi alle abilità “ammazzatorie” di Seagal ed è un palese (e un po’ paraculo) rimando al suo precedente successo Duro da uccidere. Per tenere traccia dei titoli generici dei film di Seagal servirebbe un tabellone di riferimento, perché i suoi titoli italiani sono quasi peggio di quelli dell’ispettore Callaghan. Difatti Programmato per uccidere io lo chiamo “quello di Seagal con i giamaicani”, solo così riesco a ricordare quale sia tra i tanti.

    Taglio della testa del cattivo Screwface nel film Programmato per Uccidere con Steven Seagal

    Conclusione

    Per qualche motivo, anche nella mia ‘fase Seagal’, questo film non mi ha mai preso. Seagal inizia il film nel modo più antipatico possibile e non muove un dito fino allo scoccare della prima ora, quando si degna di regalarci una scena abbastanza celebre tra i suoi fan, ovvero quella dello scontro in gioielleria. In questa sequenza due criminali decidono di non scappare più da Seagal e si autoconvincono di essere forti al grido di “noi abbiamo il potere!”,  ma come spettatore che ha già visto almeno mezza volta un suo film, sai già che Seagal mostrerà loro tutti i gioielli nel negozio mettendogli la testa dentro ogni singola vetrina.

    Qui, finalmente, il nostro tira fuori delle mosse di aikido da manuale, salvo aggiungerci i soliti finali con spezzamenti di arti e in questo caso anche pugnali nel petto (hanno sparato alla sua nipotina, concediamoglielo). E non mancano ovviamente i soliti suoni di ossa rotte, ma del resto che film di Segal sarebbe senza la violenza dei rumoristi al missaggio audio? Quando tira fuori un po’ di aikido però, quelli sono i momenti che danno soddisfazione ad un ex-aikidoka come me, ma non c’è bisogno di sprecare 93 minuti per guardarsi l’intero film, basta una clip su YouTube. Infatti eccovela. Prego.

     

    Qualche altra mossa arriva sul finale ma non c’è molto altro che mi porti a consigliare una visione di questo film. E se proprio volete farlo, ve ne consiglio la versione italiana.

    Comunque c’è un film ancora peggiore nella carriera anni ’90 di Seagal, cioè il successivo: Giustizia a tutti i costi. Lo so che arrivati a questo punto di questa mia maratona Seagal non ci sperate più, ma giuro che poi dopo arrivano quelli buoni!

    Buon “schiò!” a tutti.

    Mossa di Steven Seagal per spezzare il braccio, da Programmato per uccidere

    Programmato per fare… SCHIÒ!

     


    Se vi siete persi gli altri articoli:

  • I sequel apocrifi di Arancia meccanica

    Ritaglio di giornale che legge Torna in libertà la Gang dell'Arancia Meccanica

    A seguito del celebre film di Stanley Kubrick, di cui ho già parlato in passato, il termine “arancia meccanica” è entrato nell’italiano giornalistico —cioè in quell’abominevole lingua inventata di sana pianta dai titolisti dei giornali— quando si parla di gruppi di giovani che commettono furti caratterizzati da particolare violenza contro le vittime. Solitamente si estende a furti e rapine con percosse e quasi mai alle violenze sessuali, quindi è un’espressione che ha trovato vita propria slegandosi sempre più dal film di Kubrick.

    uso giornalistico dell'espressione arancia meccanica

    Un esempio recente

    A partire dalla fine degli anni ’90 i titolisti di giornali se ne inventarono un’altra che oggi è forse più comune e (ab)usata: “baby gang“! Espressione che fa ridere i madrelingua inglesi, che sicuramente si immaginano una banda di poppanti col biberon vestiti da punk che gattonano verso la prossima rapina. Baby gang è un’invenzione tutta italiana con anche una sua pagina su Wikipedia che ovviamente non ha un corrispettivo in lingua inglese.

    Ma prima delle baby gang imperavano le rapine all’arancia meccanica. Ed è grazie a questo uso giornalistico dell’espressione “arancia meccanica” che un’altra razza di diseducatori, i titolisti della distribuzione cinematografica italiana, si sono potuti permettere di “creare” dei seguiti di Arancia meccanica di Kubrick, ovviamente tutti apocrifi, una strizzatina d’occhio al Maestro e una tentata fregatura al pubblico.
    Ce ne sono pochi, non temete. La lista sarà molto breve, ma da non credere.


    La gang dell’arancia meccanica (Çirkin dünya, 1974)

    Çirkin dünya è un film turco del 1974, co-produzione italo-turca dicono alcune fonti, distribuito in Italia con il titolo fuorviante La gang dell’arancia meccanica a suggerire un qualche legame con il film di Kubrick;
    La distribuzione italiana, della sconosciuta Danny Film, è databile al 1975 grazie alla locandina e al visto censura datato 18 dicembre 1975, VM18 ovviamente. Un po’ di ultraviolenza giusto in tempo per il Santo Natale! [vai con le zampogne!]

    Copertina DVD del film La gang dell'arancia meccanica

    L’operazione truffa però non è limitata alla distribuzione italiana, l’intero film chiaramente nasce per sfruttare il successo di altre pellicole di genere e fa da subito strizzatine d’occhio ad Arancia meccanica quando i balordi bussano alla porta di notte dicendo che un loro amico sta male e che devono usare il telefono. Da questo momento in poi inizia una trama che niente ha a che fare con Arancia meccanica e piuttosto si avvicina più a film come Cane di paglia (1971) e L’ultima casa a sinistra (1972). Non a caso all’estero è stato distribuito anche con il titolo di “Last House in Istanbul”, chiaro rimando a The Last House on the Left di Wes Craven.

    Locandina italiana del film La gang dell'arancia meccanicaCioè… gli piacerebbe(!) avvicinarsi a film simili. In realtà è di una noia mortale e non ha né la cattiveria di L’ultima casa a sinistra, né lo spessore di Cane di paglia. In questo film di “rape & revenge” non ci sono né rape, né tantomeno revenge, solo la minaccia di violenze ai proprietari di una villa che si trovano ad ospitare forzatamente tre balordi durante il fine settimana. Solo sul finale ci scappa qualche sganassone.

    La versione italiana del film, mi scriveva l’utente ‘Devilman87’ in un commento nel lontano 2011, sembra essere stata purgata di alcune scene arrivando a una durata di 78 minuti (che sembrano comunque troppi). Cambiano le musiche (migliori nella versione italiana e probabilmente riciclate da qualche altro film) e gli attori vengono presentati con nomi fittizi, così come facevamo noi italiani per vendere in America. Vincent Dawn e Bob Robertson ne sanno qualcosa.

    Nota curiosa: il nullaosta del ministero descrive un finale non presente nella versione che ho visto io in DVD (e che comunque viene da pellicola italiana 35mm). Secondo me quelli della censura si sono addormentati durante la visione e hanno immaginato un finale migliore, quello di vendetta che mi aspettavo anche io ma che non arriva mai.

    Oltre al titolo italiano ingannevole dove persino i caratteri del titolo cercano di illudere lo spettatore italota suggerendo un qualche legame con il capolavoro di Kubrick, c’è anche il doppiaggio italiano che non demorde nel cercare di farvi pensare ad Arancia meccanica. Nel film in italiano infatti, i nostri “drughi” (40 anni per gamba) usano espressioni come “sorella” quando si rivolgono alla donna e ci sono altri piccoli accenni ai quali onestamente non avrei neanche fatto caso se il film mi fosse stato presentato con un titolo diverso.

    A tutti gli effetti un titolo italiota della sottocategoria sequel apocrifi!


    …L’arancia meccanica continua… (Queen City Rocker, 1986)

    Locandina cinematografica di Strada violenta, anche noto come L'arancia meccanica continua

    Mentre i turchi la strizzatina d’occhio a Kubrick la facevano almeno in qualche scena, i neozelandesi di Queen City Rocker invece sono vittime ignare della nostra distribuzione videocassettara. Di questo film non esiste un visto censura, il che farebbe pensare che non sia mai arrivato al cinema in Italia nonostante l’esistenza di locandine italiane etichettate come esclusività della NORDITALIA CINEMATOGRAFICA che lo distribuiva con il titolo Strada violenta (da non confondere con Strade violente, 1981). Si tratta del film neozelandese Queen City Rocker (1986) che arriva in VHS, prima per la PlayTime nel 1989 e poi per la Center Video nel 1992, in entrambi i casi con un nuovo titolo “…L’arancia meccanica continua…“. Sì, i puntini di sospensione fanno parte del titolo, (per dare un senso di… continuità? Boh)

    L'arancia meccanica continua, copertina VHS

    Cosa lo renda degno di essere associato ad Arancia meccanica di Kubrick non è chiaro ma vagamente intuibile: nel film ci sono delle gang di ragazzi che si menano tra loro e compiono dei furti (senza violenza). A questo aggiungiamoci pure un tentativo di stupro e l’arancia meccanica è servita. Mwah!

    Ovviamente Queen City Rocker non c’entra assolutamente niente e racconta la storia di “Ska”, un giovane ladruncolo sfruttato che sogna una vita migliore per i propri fratelli e sorelle, orfani di madre, che vivono in miseria a Auckland. Ska si farà aiutare dalla sua gang di “ladri buoni” per allontanare la sorella dalla prostituzione d’alto bordo e vendicarsi del pappone, un boss della malavita locale che ha le mani in tutti gli affari loschi della città. Un po’ Guerrieri della notte ma nichilista, un po’ Febbre del sabato sera ma senza balli e molto film britannico, quasi di denuncia sociale. Molto realistico nella sua messa in scena, basato su alcuni fatti di cronaca in cui bande di strada si erano ritrovate a combattere in Queen Street a Auckland, cioè la strada principale della Auckland “bene”.

    Ma no, prego, appiccicateci questo titolo scemo con una titolatrice elettronica…

    L'arancia meccanica continua, titolo italiano da VHS

    In America ha avuto un altro titolo, Tearaway, ovvero “scavezzacollo”, “scapestrato” o un altro dei suoi sinonimi che sanno di titolo da film neorealista italiano. In Italia invece si punta al riferimento a Kubrick, nonostante arrivi quasi vent’anni dopo (!) Arancia meccanica, e quindi ormai fuori tempo massimo. Ma ho una mia teoria sul perché di questa scelta: il titolo italiano con cui è arrivato in VHS potrebbe essere stato pensato (e qui sto solo supponendo) proprio come l’ennesimo titolo di giornale italiano: “…l’arancia meccanica continua…”. In Italia siamo ad un livello di autoreferenzialità così spinto che non è del tutto insensato immaginare che il riferimento più che a Kubrick fosse diretto prima di tutto al linguaggio della carta stampata.

    Fossi stato nei panni di Kubrick mi sarei fatto in quattro per assicurare alla giustizia i colpevoli di tutti questi titoli.

    Kubrickate bonus

    Parlo sempre dell’Italia ma anche all’estero non scherzano. Il film spagnolo “Una gota de sangre para morir amando” che ruba a piene mani da Arancia meccanica è arrivato nel mondo anglosassone con il titolo “Murder in a Blue World” ma in VHS anche come CLOCKWORK TERROR (chiaro rimando a A Clockwork Orange), con la dicitura ruffiana “dopo Arancia meccanica arriva…”.
    Una “kubrickata” migliore (o peggiore?) di questa non la trovate.

    Clockwork Terror, copertina VHS

     

    In Italia invece del legame a Kubrick si è preferito sfruttare il filone erotico con le parole chiave che andavano di moda all’epoca: “vizi” e “infermiera”. Infatti è stato intitolato: I vizi morbosi di una giovane infermiera. Il film ha avuto anche un altro titolo italiano: Blu notte: appuntamento shock. Insomma tutto tranne Kubrick.

    Isola meccanica 1978 di Bruno PischiuttaPoi ci sono i film italiani che strizzano l’occhio a Kubrick come nel caso dell’introvabile Isola meccanica (1978) di Bruno Pisciutta. Rubo un pezzo di recensione dal sito Davinotti.it: “isola deserta sulla quale collidono una banda di malviventi che ha rapito una rampolla dell’alta borghesia e un ex professionista che ci vive da eremita dopo aver fatto un massacro“.
    È l’isola della violenza insomma, l’isola… “meccanica” (?). È chiaro che nelle menti bacate dei distributori, cioè di quelli che non guardano i film che vanno a citare, la parola “meccanica” fosse diventata sinonimo di “violenza”, nello specifico quella commessa da balordi. Un trasferimento di significato che trova ragione d’essere solo nella titolazione italiana dei film, ma non nel parlato comune.

    E poi ci sono quelli che semplicemente usano il font di Arancia meccanica, perché niente ispira più violenza della pop art anni ’60.

    Locandina italiana di Un minuto a mezzanotte del 1989

     

    Un minuto a mezzanotte, film francese precursore di Mamma ho perso l’aereo, parla di un bambino ricco che deve difendere il suo castello da uno squilibrato vestito da Babbo Natale. Il film è molto più violento di Mamma ho perso l’aereo e se è questa caratteristica che ha fatto considerare l’uso di un font alla Arancia meccanica per la locandina italiana non lo so, ma è l’unica spiegazione plausibile, perché ovviamente il film non c’entra assolutamente niente con quello di Kubrick.

    Un minuto a mezzanotte è stato protagonista di una visione di gruppo in una diretta di Natale per i nostri iscritti al canale YouTube (un canale che usiamo unicamente per svago, per commentare film brutti) e anche di un episodio della nostra rubrica “La scatola della videotortura”, sempre su YouTube.


    In questa lista ho voluto evitare i titoli direttamente “parodistici” tipo la commedia francese Banana meccanica (1973), quindi con questo ho terminato e spero di non aver dimenticato nessun altro suo seguito apocrifo. Buona arancia meccanica a tutti.