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  • La questione Laurel & Hardy

    All’appassionato non far sapere… quant’è buona l’opinione di Leo con le pere

    L’arrivo online (pochi giorni fa) del trailer del film di imminente uscita, Stan & Ollie di Jon S. Baird, non può che risvegliare curiosità legittime su come questo film verrà doppiato in italiano ed è quindi giunta l’ora di parlare di un argomento che mi sembra a questo punto inevitabile.

    Questo film biografico su Laurel & Hardy ha come protagonisti Steve Coogan e John C. Reilly, entrambi detentori di candidature all’Oscar, e verrà presentato in anteprima al BFI Film Festival questo 21 ottobre. Uscirà poi ufficialmente nei cinema britannici a partire dall’11 gennaio 2019. Al momento in cui si scrive questo articolo non si sa nulla di una eventuale uscita italiana, ma si ipotizza al più tardi una proiezione primaverile.

    Stanlio e Ollio nell’immaginario collettivo italiano

    La coppia comica per eccellenza ha una presenza ancora forte nell’immaginario collettivo nostrano e in gran parte è dovuta ai memorabili doppiaggi storici, interpretazioni fortemente caratterizzate da un accento inglese/americano. La storia di queste versioni è ampiamente documentata ed è possibile saggiare alcuni dei doppiaggi arrivati fino a noi grazie a questo filmato antologico sulla storia delle voci di Stanlio e Ollio, estratto da un documentario del 2002 curato da Benedetto “Enciclopedia” Gemma dell’Oasi 165 dei “Figli Del Deserto”, la società internazionale dedita all’apprezzamento di L&H.

    [youtube https://www.youtube.com/watch?v=4f_AVjtGZEU?rel=0&showinfo=0]

    Gli accenti di Stanlio e Ollio nacquero quando, agli albori del sonoro, non era stato ancora inventato il doppiaggio. La nascente industria cinematografica era già attentissima ai mercati stranieri e, non volendo perdere vendite in quei paesi (finita l’era muta non bastava più cambiare le didascalie!), escogitò uno stratagemma: girare lo stesso film più volte in lingue diverse. A seconda dei casi potevano rimanere fissi i protagonisti e cambiare soltanto i comprimari, in altri frangenti si sceglieva di sostituire tutto il cast con attori che parlassero bene la lingua di destinazione, quello che è successo con Dracula del 1931, dove gli stessi set venivano usati di giorno per girare il film in inglese con Bela Lugosi e, nottetempo, la sua versione spagnola con Carlos Villarìas.

    Due scene a confronto di Dracula (1931) nella sua versione americana con Bela Lugosi e la versione in spagnolo

    Stesso film, stessi set, attori e lingue diverse

    Nel caso invece che gli interpreti americani rimanessero gli stessi, questi dovevano leggere da lavagne poste fuori campo sopra cui venivano scritte foneticamente le battute in lingua straniera. Ciò vuol dire che gli attori leggevano frasi scritte approssimativamente “come si dovevano leggere”, senza conoscere la lingua e quindi senza sapere veramente ciò che dicevano, scena per scena.
    Così fu infatti per Laurel & Hardy, che girarono tra il 1930 e il 1931 le versioni “fonetiche” di alcuni cortometraggi (nonché un lungometraggio) in spagnolo, tedesco, francese… e italiano.

    Ecco un esempio tratto dalla versione ri-girata in spagnolo (ed espansa) di Chickens Come Home (1931), intitolata Politiquerìas dove è possibile vedere Oliver Hardy che recita in spagnolo.

    [youtube https://www.youtube.com/watch?v=qIODS_dkYBo?rel=0]

    Sono certo che anche quelli di voi non ferratissimi in spagnolo avranno notato il forte accento americano. Ebbene, immaginate dunque che qualcosa di molto simile fu ciò che si poteva sentire nei cinema del Bel Paese quando uscì da noi la versione ri-girata per il mercato italiano del loro primo lungometraggio, Pardon Us (1931), qui intitolata Muraglie.
    Sì, immaginate e basta! Ad oggi questa versione “alternativa” del film è considerata perduta. Stesso destino è presunto per Ladroni, versione italiana del corto Night Owls (1930).

    Il resto, per usare un cliché già vecchio ai tempi di Gutenberg, è storia. L’accento straniero fece ridere gli italiani che videro Muraglie, e qualche anno dopo arrivò il doppiaggio e con esso il film Fra’ Diavolo nel quale, per la prima volta i loro personaggi vengono chiamati “Stanlio” e “Ollio”, sensatamente direi, perché la storia era ambientata proprio in Italia. Da allora Laurel & Hardy vennero sempre doppiati con accento straniero e si chiamarono sempre Stanlio e Ollio, anche se l’ambientazione non era più italiana.

    Per approfondimenti sulla storia delle voci italiane, rimandiamo a questi due ottimi articoli: Introduzione alla storia delle voci di Stanlio e Ollio (di Andrea Ciaffaroni, 2012) e La vera storia delle voci italiane di Stan Laurel e Oliver Hardy (di Antonio Costa Barbè, 2000).

    La pratica del doppiaggio con accento straniero si è estesa perfino ai film in cui Oliver Hardy recitava senza Laurel e il personaggio non era per niente (nella versione originale del film in questione) quello di “Ollie”; non solo dando la voce e l’accento buffo di Sordi a un personaggio che non li richiedeva, ma arrivando anche a chiamarlo “Ollio” e a stravolgere completamente il copione, come nel caso del film Zenobia (1939) poi ri-titolato per il mercato italiano Ollio, sposo mattacchione (nel quale gli dà la voce Carlo Croccolo). Un vecchio caso di titolo italiota e sequel apocrifo!

    Locandina italiana del film Zenobia (1939), intitolato in italiano come Ollio sposo mattacchione

    In questo film Hardy interpreta il dottor Henry Tibbett, medico condotto in una commedia ambientata ai tempi della guerra civile americana. La distribuzione italiana ha pensato bene di chiamarlo Ollio Hardy, di affiancargli una moglie che parla come Stanlio e di inserire la foto dell’amico magro nell’album di famiglia. Ah, e non dimentichiamo gli schiavi neri ghe barlano gozì, badrone, che in un doppiaggio del dopoguerra erano ancora considerati cosa normale.

    Nel film Il ritorno del kentuckiano (1949) poi si è voluti affiancare “Ollio” addirittura a John Wayne, quando in realtà il personaggio interpretato da Oliver Hardy si chiamava semplicemente “Willie”. Ormai Oliver Hardy e il suo personaggio “Ollio” erano un’entità unica e inseparabile… in Italia.

    Il doppiaggio “buffo” per tradizione è continuato fino ai giorni nostri quando, in ultimo, Mediaset richiamò nel 2008 il duo Ariani e Garinei, che aveva già prestato le voci ai S&O negli anni ’80, per doppiare il film I maestri di ballo (1943), il cui doppiaggio storico è andato perduto.

    Qui vorrei tirare una riga immaginaria con la matita. Perché è arrivato il momento di parlare della eventuale uscita italiana di questo tanto atteso film biografico su Laurel & Hardy, un progetto dalla lunga gestazione che finalmente sta vedendo la luce. Inutile dire che tutti i fan e gli appassionati sono in attesa e fiduciosi, vista la risposa ampiamente positiva al trailer. Resta l’incognita italica dell’adattamento e del doppiaggio i quali, qualunque sarà la direzione intrapresa, si porteranno dietro non pochi problemi.

    Stan & Ollie (2018) coming soon poster

    Stanlio e Ollio nel film biografico del 2018

    Chi conosce le voci originali di Laurel e Hardy può constatare con piacere che Coogan e Reilly, a giudicare dal trailer, hanno fatto un eccellente lavoro di ricalco vocale.
    Il film, da quello che si sa già, parlerà del periodo finale della loro carriera di coppia e della loro relazione personale lontano dalle cineprese. Nell’ottobre del 1953 Stan Laurel e Oliver Hardy si imbarcano in quello che sarà il loro terzo e ultimo tour teatrale nel Regno Unito, terminato bruscamente a causa di un improvviso malore di Hardy nel maggio del 1954.

    Una pellicola biografica, dunque, che si suppone drammatizzerà, romanzerà e dipingerà, magari con qualche libertà artistica, la vicenda umana di due persone veramente vissute. Ci si aspetta momenti in cui si sorride, ma lungi dunque dal voler essere una commedia “slapstick”.

    Cosa aspettarci dalla versione italiana di questo film?

    Tutto ciò che si sa, per il momento, è che la distribuzione sarà di Lucky Red (secondo il sito Mymovies) quindi si deve presumere per forza di cose che il titolo “tradotto” che troviamo su IMDb (Stanlio e Ollio) sia venuto da loro ma altri dettagli su una versione italiana non sono pervenuti, tutti i siti di informazione hanno semplicemente riportato il trailer (al momento soltanto in inglese, senza sottotitoli) facendo poi un copia&incolla di notizie generali sul film e ripetendo ciò che già sappiamo.

    Non ci è dato di sapere a questo punto se il titolo italiano sia definitivo o provvisorio, messo lì intanto per battere un po’ il tamburo e svegliare chi potrebbe essere interessato all’uscita del film. Non ci è dato neanche di sapere, ancora, che linea prenderà l’adattamento dei dialoghi e il doppiaggio, e dunque se anche in questo film biografico faranno capolino i vecchi accenti “buffi”, anche solo per le scene in costume.

    Immagine dal film Stan and Ollie (2018), Stanlio e Ollio in posa

    Opinione di chi scrive è che sarebbero assolutamente fuori posto in un film come questo, rappresentano ormai un anacronismo, una tradizione della quale non tutti ricordano l’origine e che ormai si è ridotta a una catena di imitazioni dell’attore che lo ha preceduto, sempre più sbiadite. E, ad ogni modo, sarebbero un madornale errore di tono all’interno di quello che, a tutti gli effetti, vuole essere comunque un film “serio”. Allo stesso tempo c’è il problema della nostalgia che in Italia è legata indissolubilmente al doppiaggio con voci buffe.

    Chiunque concorderà con il fatto che non potranno farli parlare in modo macchiettistico anche nelle scene “fuori dal set”, ma c’è sempre la possibilità che li doppino con i familiari accenti inglesi nelle scene in cui Coogan & Reilly sono “nel personaggio”. Non è una prospettiva così lontana perché ancora oggi, come è stato rimarcato spesso su questo stesso blog, quando si vuol indicare un cambio di codice, la risposta più veloce e semplice per il doppiaggio italiano è usare un accento, che sia esso straniero o regionale. Vedasi per esempio il controverso caso de Il concerto di Radu Mihăileanu: un film che nasce bilingue, parlato sia in francese che in russo. La maggior parte degli interpreti parla appunto in russo, e i comprimari in francese. Allora per quale ragione si è dato l’italiano standard ai francesi, e l’italiano accentato in russo ai russi? Forse la spiegazione sta nel fatto che i russi in questo film rappresenterebbero “gli stranieri” in Francia e quindi il codice vorrebbe indicare “l’altro”, ma resta il fatto che il risultato sia grottesco perché questa operazione è stata fatta nel 2009 e non in piena guerra fredda con gli ufficiali sovietici che domandano a Totò se è veramente lui l’ammiraglio Canarinis.

    È forse giunta l’ora di scrollarci di dosso queste abitudini? Sarà ormai superato il trovare “buffo” l’accento straniero di una persona che si sforza di parlare nella nostra lingua?

    Stan & Ollie, poster del film su Stanlio e Ollio, in uscita nel 2018

    L’opinione fuori dal coro

    Chi scrive ha imparato la lingua inglese grazie, in primo luogo, proprio a Stan & Ollie, avendo avuto la curiosità, più di dieci anni addietro, di andarmi a cercare i loro film in lingua originale. Imparando l’inglese ho imparato ad amare questa coppia comica che, come tanti della mia generazione, avevo comunque conosciuto in televisione, in film doppiati in italiano e spesso attraverso copie super tagliuzzate, sbiadite, col contrasto a mille o magari colorate male al computer; e voglio che sia chiaro, apprezzo i doppiaggi italiani dei loro film… ne apprezzo molti ma non tutti (quelli anni ’80 in particolare sono di un trash puro quindi chi ama Stanlio e Ollio in italiano dovrebbe sempre specificare esattamente quali film include nella sua lista di adattamenti da difendere). Conoscendoli più approfonditamente in lingua originale però ho compreso che effettivamente non avrebbero bisogno di questi accenti per essere divertenti, erano due “clown” che facevano uso (venendo dal cinema muto) principalmente del linguaggio fisico.

    A proposito dei doppiaggi anni ’80 di Stanlio e Ollio, se il nostro amato Evit scoprisse la qualità degli adattamenti anni ’80 firmati da un tale Guido Leoni, fautore di molti infausti adattamenti televisivi “italioti” (La tata è uno dei suoi, ma anche Pappa e ciccia), potrebbe dare un nuovo nome al suo dolore.

    Il fatto che le loro voci originali abbiano funzionato è stata la loro salvezza a cavallo tra il 1928 e il 1930 perché tanti loro colleghi non riuscirono a fare il salto al sonoro. In lingua originale ci hanno dato tantissime battute memorabili, ma resta il fatto che Stan & Ollie possono essere visti anche senza il sonoro e fanno cascare lo stesso giù il teatro dalle risate!

    Provate però a proporre a un fan italiano di Stanlio e Ollio di sentirli doppiati “normali”. Vi dirà che nessuno li vuole così o al peggio vi chiamerà “stupìdi”.
    E posso anche capirlo, so benissimo di essere un fan atipico, una voce fuori dal coro tra gli appassionati del duo comico, in minoranza, specie perché realizzare nuovi (ulteriori) doppiaggi delle vecchie comiche con il pretesto di doppiarli “normali” sarebbe sempre una operazione bislacca vista l’età di questi film. D’accordo, lasciamo in pace i doppiaggi storici (e magari impegniamoci a preservarli e restaurarli ove ancora possibile) ma, per quanto riguarda il nuovo film, direi che quella dell’accento “buffo” è una tradizione che possiamo lasciarci alle spalle, e salutare con un bell’arrivedorci!

    John C. Riley nei panni di Oliver Hardi che saluta con un arrivedorci. Photo by Joan Wakeham/REX/Shutterstock (8595101y) John C Reilly 'Stan and Ollie' on set filming, Bristol, UK - 10 Apr 2017

  • [Video] Prequel-sequel-reboot 2017

    In preparazione alla visione di Alien: Covenant e di dozzine di altri film tra sequel e reboot (seguiti e rifacimenti) tra i quali Blade Runner 2049, IT, The War – Il pianeta delle scimmie (qualcuno alla distribuzione italiana la deve proprio detestare questa nuova serie sul pianeta delle scimmie perché ogni singolo titolo è sbagliato o stupido), abbiamo pubblicato una breve conversazione di svago cinematografico a tema.
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    Seguiranno articoli sui loro adattamenti italiani se necessario.

  • "Nome in codice? Rogue Uno" – L’adattamento italiano di Rogue One

    rogueone_logo
    La cosa più liberatoria dello sbattersene di come dagli anni 2000 espandano una trilogia iniziata alla fine degli anni ’70 e finita agli inizi degli anni ’80 è che si comincia anche a fregarsene della qualità dell’adattamento italiano e del doppiaggio. Ed eccoci qui a parlare dell’ennesimo “Star Wars” della Disney.
    C’è poco da girarci intorno, anche Rogue One prosegue lo stesso adattamento italiano che avevamo già trovato in Episodio VII… i nomi che compaiono nei titoli di coda sono infatti sempre quelli ma se avevo fatto un lungo articolo in merito a Star Wars 7 – Il Risveglio della Forza e al suo adattamento “da videogioco”, non credo che Rogue One meriti la stessa energia.

    Adattare senza adattare, a Disney Story

    I problemi sono sempre gli stessi: in una saga in cui si aggiungono sempre più episodi che vanno a disporsi prima e dopo gli eventi di quei tre film su cui si regge tutta questa baracca e in cui è palese lo sforzo da parte degli attuali possessori dei diritti nel cercare di realizzare nuovi film che si integrino senza soluzione di continuità con quelli girati quasi 40 anni fa, è curioso che la stessa attenzione non venga data anche ai dialoghi tradotti.

    Già con Episodio III ci fu un veto aziendale sull’opzione, per altro intelligente, suggerita dal direttore di doppiaggio (Francesco Vairano) di aggiungere una piccola battuta in cui si ordinava il cambio di matricola dei due famosi droidi, così da unificare anche nel doppiaggio italiano due trilogie già di per sé difficili da percepire come un tutt’uno. Ma evidentemente all’epoca i piani erano altri, la Lucasfilm nella prima metà degli anni 2000 già bramava di far ridoppiare la trilogia classica così da riprendere pienamente in mano le redini di un universo fatto soprattutto di nomi stampati su confezioni di giocattoli e prodotti videoludici da localizzare grazie all’ausilio rapidi e quindi economici sistemi automatizzati, croce e delizia dei traduttori professionisti.

    I marchi registrati hanno la precedenza sulla traduzione

    Quando i titoli dei film diventano marchi registrati e quando i nomi dei personaggi sono poco più che loghi intorno ai quali tradurre dialoghi in centinaia di altre lingue, così da semplificare la vita a chi si occupa di tradurre per i mercati esteri milioni di prodotti di consumo, è chiaro che si semplifica tanto la vita anche agli strateghi del marketing di un’azienda multimilionaria… ieri la Lucasfilm post-1997, oggi la Disney, la quale già da decenni ci propina nomi come Aladdin ed Hercules (e più recentemente Rapunzel) in quanto marchi registrati di un vasto franchising e non per via di qualche contorta aspirazione didattica mirata ad insegnare l’inglese all’estero, né tanto meno per uno zelante rispetto artistico verso la scelta dell’autore nella creazione dei suoi personaggi, come qualcuno ingenuamente potrebbe credere.

    Scena di Rogue One: A Star Wars Story, con Donnie Yen che impugna un bastone circondato da soldati imperiali. La vignetta fa dire a Donnie Yen: ora iniziano le mazzate. Il soldato risponde: posa il bastone, Evit. Sei vecchio.
    Se questo mese, come è capitato di fare a me, andaste al cinema in Spagna ad esempio, ci trovereste un film dallo spiccato senso artistico non appartenente al genere “di questo ne facciamo sequel fino al 2046”, come ad esempio Arrival di Villeneuve. Film simili vengono ancora distribuiti con titoli tradotti (La Llegada) mentre Star Wars sarà Star Wars ovunque, in Spagna come in Italia, come in Turchia… né più né meno come per i McDonald’s.
    Anche il nuovo McRogueOne arriva in Italia con gli ingredienti già assaggiati nel doppiaggio di Episodio VII diretto da Cosolo: “Veider” non ve lo toglie più nessuno e poco importa se quando li andrete a guardare in ordine “cronologico” (Ep.1⇒Ep.9) vi ritroverete il Fener di Episodio III seguito da “Veider” in Rogue One, poi si ritorna a Fener della trilogia classica (4⇒6) ed infine di nuovo “Veider” nella trilogia Disney (7⇒9, si presume che anche i futuri episodi 8 e 9 cadranno nella trappola dei nomi originali a tutti i costi).

    Ma se, come sembra, l’unica preoccupazione è quella di riportare i nomi alla sacralità dell’originale allora, forse, cara Disney, sarebbe il caso di ridoppiare proprio tutto, dal 1977 al 2005, e togliersi il pensiero. Pensate che ne sarei contrario? Io attendo quel giorno più di qualsiasi altro, sarà il giorno del vero trionfo! Così anche nei vecchi film, in cambio della correzione di un paio di errori storici (rimando a futura data l’analisi degli adattamenti della trilogia classica), potremo finalmente goderci le più deliziose perle del peggior inglesorum che va di moda in questi anni: via quindi i folgoratori, o fulminatori che dir si voglia, e ben vengano i blaster, perché la giustificazione degli sprovveduti è che così già viene riportato da tanti anni in dozzine di videogiochi derivativi e che ormai i fan “ci sono abituati”… un modo di pensare l’adattamento (e persino la propria lingua) che è proprio delle menti più piccole.

    Scena da Rogue One dove compare una giovane Mon Mothma, nascosto in secondo piano c'è un anziano con la barba che rappresenta Evit l'autore di questo articolo

    Evit è evidenziato da un cerchio rosso.

    Ben vengano (sono ironico) gli Star Destroyer al posto dei “caccia stellari”, abbreviativo di “cacciatorpediniere” ovviamente, altra definizione che sentiamo nella trilogia classica. In Rogue One si opta per menzionare il marchio registrato invece di proporre alcun adattamento, così dopo aver visto il film potrete ordinare a colpo sicuro i giocattoli su Amazon senza il rischio di confondere un caccia monoposto della ribellione con un caccia(torpediniere) stellare dell’impero. Un gran bel vantaggio.

    È esemplare come su Wikipedia Italia qualcuno ci renda partecipi della sua ignoranza quando scrive impunemente:

    Star Destroyer: nel doppiaggio italiano chiamato “Caccia Stellare” o “Torpediniera Stellare”, sebbene la traduzione letterale sia “Distruttore Stellare”.

    Star Destroyer descritto su Wikipedia come Distruttore stellare

    ad imperitura memoria

    Come se “distruttore stellare” fosse la traduzione corretta, alla lettera! Alla lettera un bel cavolo, “destroyer” in inglese è una classe di navi che in italiano si traduce proprio, manco a dirlo, come cacciatorpediniere. E qui riciclo una mia vecchia battuta, consentitemelo… quella del volete raccontarla proprio a De Leonardis (dialoghista della vecchia trilogia) che prima di diventare adattatore aveva studiato all’Accademia Navale per seguire le orme del padre ammiraglio? Se vi sembra che dire “cacciatorpediniere” sia un italiano un po’ da pezzenti e che non c’entri molto con l’avventura spaziale di Guerre Stellari o che travisi il significato originale, consiglio a voi e ai più ferventi curatori di pagine di Star Wars su Wikipedia di non frenare la vostra voglia di approfondire la conoscenza della lingua inglese (se di voglia ne avete) fermandovi alla superficialità del “so l’inglese perché gioco ai videogiochi e guardo film sottotitolati da quando avevo tot anni” perché potreste scoprire di credere di sapere bene una seconda lingua ma di dare molto per scontato, è così che si giunge alla mentalità di subalternità culturale di chi pensa che in inglese è tutto più “cool” e alle figure di merda su Wikipedia.

    A chi vende McRogueOne andrà certamente bene che Star Destroyer rimanga invariato anche in italiano, serve così una doppia funzione: facilita operazioni di marketing su scala globale e in più, per le piccole menti italiche che pensano di sapere la lingua inglese, suona come un DISTRUTTORE DI STELLE, vuoi mettere? Molto più imponente! Molto più cool.

    Gag di Guzzanti nei panni della presentatrice Fulvia che dice: distruttori di stelle, su rieducational channel.

    Adattare senza coerenza, a Disney Story

    Inutile dunque aspettarsi che l’adattamento di Rogue One nella nostra lingua da subumani possa proporre una traduzione per quella corvetta “hammerhead”, qualsiasi traduzione risulterebbe troppo… “pizza e mandolino”, secondo alcuni. Anzi, a ben pensarci, perché nel doppiaggio si parla di “corvetta”? Non dovrebbe essere anche quella all’inglese, “corvette”? Se il cacciatorpediniere rimane “destroyer” non si capisce perché altre classi di navi si debbano tradurre, ma del resto parliamo di adattamenti Disney-Cosolo e abbiamo già visto che non brillano per coerenza interna. Forse della corvetta non ci sono dei giocattoli in vendita quindi non c’era bisogno di lasciarla in inglese? Oppure si è voluto tradurla perché corvette ricordava troppo un’automobile? Eppure non dovrebbe essere un problema quando poi si fa credere che un destroyer possa essere un DISTRUTTORE.

    Ma è rincuorante sapere che nell’adattamento per il cinema si continua a preferire una coerenza con i videogiochi e le serie animate, piuttosto che con gli altri titoli con cui questi film dovrebbero integrarsi.

    CGI Tarkin is not amused, meme. Rogue One

    Questa battuta ve la traducete da soli.

     

    Le tanto lamentate voci nel doppiaggio di Rogue One

    Parlando solo brevemente del doppiaggio e della scelta delle voci, è curioso leggere una marea di critiche sulle interpretazioni o sulla scelta dei doppiatori, scatenatasi da subito su internet prima ancora di vedere l’originale e quindi non basate su un confronto ma su una sensazione. Per carità, le scelte bislacche ci sono sempre state da quando esiste il doppiaggio e non nego a priori che le lamentele possano essere in parte fondate, ma qui voglio porre una domanda provocatoria: non sarà che la recitazione del doppiatore, se fatta troppo a fotocopia di quella originale, possa essere la causa principale delle sempre più numerose lamentele mosse da subito, all’uscita dalla sala cinematografica, contro il doppiaggio e la scelta dei doppiatori?

    Forse sapete già che, per varie concause (più o meno comprensibili), il doppiaggio italiano moderno tende ad essere una fotocopia (in quanto a espressività e spesso modo di recitare) delle interpretazioni originali (per lo meno di quelle americane). Se questo a molti potrà sembrare un vantaggio incredibile, in realtà porta con sé un grosso problema: l’espressività di altri popoli non è sempre equiparabile alla nostra.
    “Voci assurde… voci tremende…”, esclamazioni elargite un po’ gratuitamente (spesso seguite da un “devo ancora rivederlo in inglese ma…”) che sottolineano come certi modi di recitare di attori di altre culture non siano sempre immediatamente “trasferibili” al modo di recitare italiano, e così a molti spettatori italiani, giustamente, risultano istantaneamente… strani.

    Dunque, siete proprio sicuri che ciò che a pelle vi dà fastidio siano davvero le interpretazioni dei doppiatori quando vi lamentate delle… voci? Io non ne sarei così sicuro. Un doppiatore che fa voci “strane”, oggi, di solito lo fa perché deve imitare ciò che ha sentito nel film in lingua originale, non c’è né tempo né l’intenzione di fare in altro modo e di reinterpretare più di tanto. Se proprio volete lamentarvi subito di qualcosa quando uscite dal cinema allora consiglio piuttosto di lanciarvi contro la pratica di proporre la fotocopia di recitazioni estere che non sempre viene accettata dalle nostre orecchie perché proviene da una cultura che, globalizzazione e tutto, non ci appartiene.

    Whitaker in Rogue One, la vignetta legge: il cattivo con la voce grassa. Un omaggio a CarlettoFX dei Gem Boy che parlava del cattivo con la voce grossa

    Planet-killer non si traduce come Pianeta killer… e altri ridicoli errori nell’adattamento di Rogue One

    Nome in codice? Rogue Uno (cit.)

    Piccole note positive (ogni tanto arrivano anche quelle), ho sentito nominare una “camera di equilibrio” e, visto l’andazzo, temevo quasi potessero mantenere il termine “airlock”, come successe con Interstellar (uno dei suoi pochi errori). Ma airlock in questo caso non è un marchio registrato e non aveva esigenze di labiale quindi abbiamo avuto il lusso di sentirlo nominare nella nostra lingua. Wow, mi state proprio viziando!

    Le note positive sono poche in realtà, inutile sottolineare i tanti calchi dall’inglese come il “serve una mappa – vuoi che non ne troviamo una per terra? (???), l’espressione sarcastica really? che diventa “davvero?” (quando uno “scherziamo?” sarebbe subito più comprensibile), oppure ancora il “fatelo!” (do it!) del crudele ufficiale imperiale che ordina l’esecuzione sommaria della madre della protagonista (non è spoiler se accade nei primi 90 secondi di film). Dico che è inutile sottolinearli perché cose simili ormai sono all’ordine del giorno, non una peculiarità di questo film in particolare (sebbene qui abbondino più del solito), ma questi due o tre valgono da esempio per tanti altri.

    There is no try, just do it. Meme del video motivazionale di Shia La Beouf che compare a Luke Skywalker come fantasma mentre Luke cerca di sollevare l'X-Wing dalla palude
    Nel film si sentono anche delle frasi familiari come “iniziare ignizione preliminare” e “iniziamo la corsa d’attacco“, frasi prese pari pari dal doppiaggio dell’originale Guerre Stellari del 1977, un simile rispetto delle fonti è quasi comico all’interno di un adattamento come quello di Rogue One (e di Episodio 7 prima di esso) dove vengono meno forse i riferimenti più importanti alla trilogia storica, come il nome di Fener, ma anche i blaster, etc… tutto tranne la Morte Nera però. La Morte Nera, per qualche non ben precisato motivo, può rimanere Morte Nera e non torna ad essere Death Star™, né viene ritradotta più “fedelmente” in Stella della Morte come magari qualche estremista potrebbe esigere. Io propongo Mortestella™, non credo che sfigurerebbe vicino ad altre scelte di adattamento del calibro di “a planet killer” che in Rogue One viene tradotto alla lettera come “un pianeta killer” (e qui forse la parola “distruttore” sarebbe tornata utile per davvero). Non mi resta che da chiedere… a quando “cold” tradotto come “caldo”?

    Certo è facile dire a posteriori che il “pianeta killer” si riferisce alla Morte Nera in quanto piccolo “pianeta” che “uccide”, ma l’originale “planet killer” è un “distruttore di pianeti”, letteralmente un ammazzapianeti e non un “pianeta che ammazza”, tutt’altra cosa. Giusto giusto quelle regole DI BASE dell’inglese che imparano i bambini già dalle elementari insomma, mica chiediamo tanto.

    Scena in Rogue One della Morte Nera che spara il suo raggio della morte sul pianeta Jedha

    Ammazzapianeti-pianetammazza is the new “allacciascarpa-scarpallaccia”

    Ironia a parte, voglio sottolineare che anche “pianeta killer” è comunque funzionale alla trama, è un’alterazione accettabilissima e sicuramente un’ottima scelta sia per il labiale che per i tempi della battuta. Se esagero il tutto è solo per sottolineare quanto sia assurda l’idea stessa di un esasperato rispetto delle fonti a scapito della continuità con un precedente film (quello del 1977) che cronologicamente si pone CINQUE MINUTI DOPO gli eventi di questo Rogue One… quando poi senza criterio si può decidere di ignorare il “sacro testo originale” dicendo ad esempio “un pianeta killer” oppure preservando il nome “Morte Nera” mentre tutti gli altri nomi sono già stati riformati.

    Inoltre è detestabile la svolta anglofona che ha preso l’adattamento della serie da quando è in mano a Cosolo/Disney, un adattamento che non fa alcuno sforzo di amalgamarsi con i doppiaggi precedenti se non in un paio di “copia e incolla” d’ufficio mentre calca la mano con anglicismi superflui e fuori luogo che già ci era toccato sopportare nel genere western con Django Unchained e che in generale dimostrano un’incapacità di discernere tra forestierismi utili o insostituibili e quelli invece superflui o addirittura dannosi nel contesto dell’opera che si traduce/adatta.
    Comunque, da colui che in un western ha il coraggio di proporre “wanted, dead or alive” tradotto alla lettera come “wanted, morto o vivo”,  non risulta difficile pensare che possa aver realmente considerato “un pianeta killer” come la giusta traduzione di “a planet killer”, ma chi può dirlo. Del resto, ho già fornito io stesso un’ottima scusa per salvare la dignità di quella scelta… una critica più magnanima di questa non credo ci possa essere, sarà il periodo di Natale che mi addolcisce.

    Chiudo con una frase di questo Rogue One che trovo molto ironica nel contesto di questo adattamento scriteriato e allo stesso tempo molto significativa:

    “La chiamiamo La Morte Nera, non c’è nome migliore”

    Obama mic-drop meme

    BUON 2017

  • Independence Day: Rigenerazione – L’adattamento italiano che non risorge

    Independence day rigenerazione, locandina con vignetta che chiede rigenerazione di cosa?
    No, seriamente, rigenerazione di cosa? Quando sono uscito dal cinema il mio iniziale dubbio sul titolo era ancora lì. Rigenerazione di cosa? Apriamo il dizionario:

    1 Azione e risultato del rigenerare o del rigenerarsi, spec. di tessuti animali o vegetali distrutti: la r. dei tessuti consente la cicatrizzazione delle ferite
    SIN. riproduzione

    Mmh, non ricordo tessuti animali distrutti che venivano rigenerati.

    2 Rinvigorimento: un buon farmaco ricostituente è quello che ci vuole per la tua r.
    || fig. Rinascita, rinnovamento spirituale e morale: r. dal peccato; r. civile e morale del popolo

    Mmh, sicuramente gli alieni avranno avuto un rinnovamento morale e spirituale pensando di poter riprendere la Terra ma non mi sembrava proprio un elemento così importante da dedicargli il titolo del film.

    3 RELIG. Stato di grazia spirituale che si ottiene, per i cattolici mediante il battesimo, per i protestanti attraverso l’accettazione del vangelo

    Che gli alieni tornino sulla Terra per essere battezzati? Hanno trovato il Vero Dio? Ma sono protestanti o cattolici?

    4 TECN. Trattamento di una sostanza logorata o alterata dall’uso al fine di riportarla alla sua primitiva efficienza: sottoporre un materiale al processo di r.

    Mmh, no.
    Insomma il sottotitolo tradotto in italiano non ha senso. Vediamo cosa significa “resurgence“:

    Rinascita, ripresa, ritorno, revival.
    Es. “Le cause di questo ritorno della malaria sono riconducibili all’uomo”

    Insomma, è uno di quei casi dove  persino un banalissimo “Independence Day – Il ritorno” avrebbe avuto più senso, perché è esattamente ciò che significa resurgence.
    Independence Day – Rigenerazione è un titolo incomprensibile prima di andare a vedere il film e resta incomprensibile anche dopo averlo visto. Paradossalmente, il titolo sarebbe stato più chiaro a molte più persone se fosse rimasto in inglese, non pensavo che avrei mai potuto arrivare ad un’affermazione simile.
    Anche la trama ufficiale del film è stata riportata ovunque con un ingenuo errore di traduzione:
    ingenuity tradotto come ingenuità invece di ingegnosità
    Se il film in italiano inizia con queste premesse, l’adattamento di Marco Guadagno, colui che vedo come il yes-man dei grandi distributori americani (sua la firma sull’adattamento di Captain America: Winter Soldier), non delude, regalandoci un prodotto perfettamente in linea con altri pasticci moderni.

    adattamento italiano di Independence Day 2

    L’adattamento… se di adattamento si più parlare

    È chiaro ormai che chi lavora ai cosiddetti blockbuster (non la catena di negozi), in primis il direttore di doppiaggio e il dialoghista, ha spesso le mani legate da scelte che altri fanno per loro e che gli vengono imposte.
    Quindi non mi sorprende affatto la presenza dell’ennesimo termine immodificabile per questioni di marketing (o qualunque altro inutile motivo ne sia la scusa): la nave “harvester” deve rimanere così anche in italiano, punto. Senza contesto, senza spiegazioni. I ragazzini giocano ai videogiochi e sanno già che cosa significa (forse), non rompete le scatole voi vecchiardi che nel 1996, già da adulti, avete visto Independence Day, cazzi vostri che in vent’anni non vi siete aggiornati e non avete ancora capito che l’inglese può capitarvi tra capo e collo in qualsiasi momento mentre parlate in italiano con altri italiani (si percepisce la mia ironia? Bene). Dagli Stati Uniti dicono che non si può cambiare perché harvester è già un marchio registrato ed è un peccato sprecarlo adattandolo con altre parole non di proprietà intellettuale della Fox, e poi i cartonati delle action figures sono già in stampa con quella parola… insomma va lasciata così anche in italiano.

    Idem con la parola “blaster” eh, basta lamentarsene! E poi ha già un precedente famosissimo e innegabile con Star Wars 7 – Il risveglio della forza, quindi ormai è una parola con pedigree, accettabilissima in qualsiasi contesto sebbene in Italia non la usi nessuno nel parlato quotidiano. Troglodita chi non la accetta. Torna a zappare, Evit, che hai osato parlar male dell’adattamento di “Star Wars 7”.

    Foto di una mietitrice

    L’harvester con cui Evit torna alla terra

    E pensare che avevo iniziato a guardare il film con pieno ottimismo verso l’adattamento italiano! Ci avete voluto lasciare i motori con il fusion drive? Benissimo! Tanto ci fanno vedere subito in cosa consiste (una specie di spintona come l’iniezione di protossido di azoto per le auto – vedi Fast & Furious, Mad Max) e il contesto aiuta. I dialoghisti italiani, per testare le vostre conoscenze di inglese, insieme a fusion drive ci lasciano anche l’hard drive, cioè due tipi diversi di drive, entrambi facilmente sostituibili con eleganza in lingua italiana ma perché sforzarsi, giusto? Il primo inteso come “spinta”, il secondo drive invece lo conoscete già, è l’abbreviazione di “hard disk drive” che oggi non va più di moda chiamarlo hard disk ma si è deciso di cambiare tipo di abbreviazione colloquiale e adesso è hard drive. Sì, l’interrogazione finale verterà anche su questi argomenti.

    Come sempre, e non mi stancherò mai di dirlo, è il contesto che rende un termine inglese accettabile in un film e di dubbio gusto in un altro. Volete chiamare le armi aliene blaster anche in italiano? Bene, ho capito che oggi in italiano non si adatta più niente (a volte non si traduce nemmeno più) e in questo film tale scelta è comunque meno grave che in Star Wars 7 dove la tecnologia che sentiamo nominare aveva già un adattamento stranoto per il quale uno spettatore potrebbe anche esigere una cosetta da niente che forse avrete sentito nominare qualche volta, mi pare si chiami CONTINUITÀ. Nel precedente Independence Day non si parlava delle armi aliene (sono una novità di questo nuovo capitolo) quindi c’è stata carta bianca sull’adattamento di questo termine e, in linea con lo stile moderno, non si è adattato il termine. OK. Vedete che non sono così vetusto? Mi va bene, mi va bene.

    Va bene, va tutto bene!

    Va bene, va tutto bene!

    Passiamo alla prossima lamentela da vetusto pedante quale sono.

    Le informazioni contenute nell’hard drive di un misterioso dispositivo alieno, si poteva tranquillamente dire che fossero contenute nella sua memoria ad esempio, che poi è la soluzione più elegante a prova di obsolescenza tecnologica ma anche in questo caso vaaaaaaa bene! Va tutto bene! Si è deciso di lasciare hard drive? Bravi! Mi va bene, mi va bene, mi va be-ne [tic nervoso agli occhi]! Ma il problema in quella frase è un altro. In inglese lo scienziato parla di “proverbial hard drive” che non è, come invece hanno avuto il coraggio di tradurlo, adattarlo e doppiarlo: “il suo famoso hard drive“. Quella è la traduzione a cui potrebbe giungere chi traduce con google. Chi conosce veramente l’inglese invece riconoscerebbe che “proverbial” è usato in maniera insolita per indicare una cosa che non è propriamente un hard disk come lo intendiamo noi ma che di fatto lo è, quindi era un hard disk “di fatto”, il suo “cosiddetto” hard disk, non certo un hard disk “famoso”! Ma che cazzo stiamo sentendo?

    A concentrarsi solo sulle parole inglesi ci si dimentica che le frasi italiane dovrebbero avere anche un senso. Nessuno infatti durante tutto il film aveva sentito parlare dell’hard disk di quel marchingegno alieno, quindi l’hard disk non aveva nessuna reputazione e nessuna fama, viene letteralmente introdotto dal nulla come “il famoso hard drive”. Prego, gettate cacca in direzione dello schermo.

    Reazione di Jeff Goldblum in Independence Day 2

    La mia reazione

    Vogliamo ritornare a parlare della nave harvester? No? E invece sì.

    Ricordate quando parlavo del contesto? Di come certe scelte possono essere ancora accettabili e altre meno, di come ad esempio blaster è ancora accettabile qui in Independence Day ma non altrettanto accettabile in Star Wars 7, ricordate? L’ho detto un attimo fa.
    Ebbene, “nave harvester” qui non ha alcun senso, porcaccia di quel dio alieno infame!

    Spieghiamo brevemente il contesto: un misterioso dispositivo tecnologico alieno (che ricorda la nave di 2001: Odissea nello Spazio e mille altri film di fantascienza dal 1968 fino a Oblivion passando per la Guida Galattica per Autostoppisti) ascoltava le conversazioni umane decifrandone il linguaggio in modo da poter finalmente comunicare con noi in maniera comprensibile, nel nostro caso doveva parlare agli americani, quindi in lingua inglese. Semplice, no? Logica vuole che in questo complesso mondo del doppiaggese si trasli tutto ciò alla lingua italiana. Semplice, no? No. La scelta di fargli dire “nave harvester” è insensata nel contesto.
    Abbiamo dunque un alieno che decifra la lingua inglese (per noi doppiato in italiano) e, una volta acquisita, si rivolge agli scienziati parlando loro in inglese, che viene giustamente doppiato per noi in italiano ma con una commistione di italiano e parole anglosassoni? Ma che cazzo stiamo sentendo?

    La reazione dell'attore Brent Spinner in Independence Day 2

    La mia reazione

    Sulla carta, l’ordine dei supervisori americani “harvester ship deve rimanere nave harvester” è purtroppo quanto di più ordinario avvenga nel doppiaggio italiano di questi tempi, almeno per i grandi film hollywoodiani, ma in certe occasioni (come questa) va proprio a stridere con l’intero concetto di adattamento introducendo un vero e proprio cortocircuito di insensatezza. Non aiuta che lo stesso androide alieno insista su questo concetto parlando anche di regina harvester nella nave harvester. Bleah! Abbiate pietà di noi poveri spettatori italioti.

    La regina aliena in Independence Day 2

    La regina dei raccolti

    E dire che stavano andando così bene, con il programma di difesa Earth Space Defense tradotto in italiano (Difesa Spazio-Terra o qualcosa del genere) e con un cast di doppiatori niente male a parte il droide-palla alieno che sembrava l’annunciatrice sarcastica di Theme Hospital, ma in generale tutti capaci; per eventuali lamentele sulla piattezza di alcune interpretazioni rifatevela con lo stile di interpretazione-fotocopia che per svariati motivi impera da una quindicina d’anni.

    Nota curiosa: il ragazzo che interpreta il figlio di Will Smith sembra sia riuscito a riprodurre molto bene il modo di recitare di Will Smith, una piccola accortezza da parte dell’attore di cui ovviamente non avrete neanche il minimo sospetto guardandolo in italiano, ma ci sono qui io a togliervi dubbi e interrogativi che non sapevate neanche di avere.

    La prima mezz’ora insomma procede senza problemi lessicali, poi si comincia con piccole cose come “la devastazione sull’East Coast sarà incalcolabile” e “iniziare il countdown simultaneo” che da sole non danno alcun fastidio sebbene siano di facile traduzione e lasciare questi termini in inglese non porta nessun significato addizionale (cioè, lo fate tanto per! E vabbè, se è di moda… contenti voi). Peccato però arrivare a fine film con qualche calco dall’inglese di troppo, un paio di enormi scelte insensate e quella idiozia dell’hard disk famoso, roba che non sentivamo più da decenni, da epoche passate in cui comunque l’errore umano non era facilmente risolvibile con una ricerca su internet perché internet non c’era, oggi invece si può e in tempi inferiori al minuto… sempre a patto di sapere cosa si stia cercando. È quello il guaio, la ricerchina su internet aiuta fino ad un certo punto, oltre c’è bisogno di gente che l’inglese lo conosca per davvero. Lo stesso vale per altre lingue.


  • Post Scriptum su Star Wars: quando le mie battute più stupide diventano triste realtà

    potrebbe piovere

    Mi fanno notare come nel 2014 feci una stupida battuta che due giorni fa si è tristemente trasformata in realtà con l’uscita italiana di Star Wars VII – Il Risveglio della Forza (di cui ho ampiamente discusso in questo precedente articolo).
    Nel maggio 2014, all’interno dell’articolo sull’adattamento di Batman (1989) scrissi queste profetiche parole:

    _________________________________________

       Nel 1984 il direttore di doppiaggio Mario Maldesi perse il suo collaboratore di lunga data, Roberto De Leonardis, il quale, per decenni, aveva adattato i dialoghi dall’inglese all’italiano, regalandoci lavori di classe così ben fatti da risultare difficile anche soltanto indovinare le battute originali in inglese. Sì perché, come mi è capitato di spiegare di recente, quando, nel sentire le frasi di un film doppiato, risulta facile immaginarsi la battuta originale in inglese allora potete stare sicuri che chi si è occupato dell’adattamento si è limitato a tradurre i dialoghi piuttosto che ad adattarliper il pubblico italiano.
    Difatti, sfido chiunque non abbia mai visto Guerre Stellari (1977) in lingua originale ad ascoltare questa frase doppiata:

    È la spada laser di tuo padre. Questa è l’arma dei cavalieri Jedi. Non è goffa o erratica come un fulminatore.

    …ed indovinare quale fosse la battuta originale! Quali parole tradurranno “goffa”, “erratica” o persino “spada laser”? Laser sword? Erratic?
    La frase originale era:

    Your father’s lightsaber. This is the weapon of a Jedi Knight. Not as clumsy or random as a blaster.

    e se dovessimo immaginarla tradotta oggi, nel 2014, allo stesso modo in cui doppiano cose brutte come Captain America 2, avreste certamente udito cose tipo:

    È la lightsaber di tuo padre. Questa è l’arma di un cavaliere Jedi. Non è brutta o imprecisa come un blaster.”

     
    jurasicparkreview-01

  • L'adattamento di "Star Wars – Il Risveglio della Forza" è goffo e erratico come un blaster!

     

    Risvegli

    Non ho mai avuto contatti con Carlo Cosolo, autore dei dialoghi italiani e della direzione del doppiaggio di questo nuovo film di “Star Wars”, quindi premetto di non sapere con certezza cosa (o chi) abbia influenzato l’adattamento di questo Episodio VII, tuttavia è logico che chi firma dialoghi e direzione doppiaggio finisca in qualche modo per essere la persona contro cui puntare un eventuale dito.

    E dito dovrà essere puntato per questo Risveglio della Forza.

    poster il risveglio della forza

    Guarda quanti colori!


    Non parlerò della trama né delle mie impressioni del film (di quello forse arriverà un video), qui tratterò unicamente dell’adattamento italiano, come da tradizione del blog. Vi chiederete: qual è l’entità del danno?
    Iniziamo da lontano.
    lukeguerrestellari
    Tanti anni fa c’era Guerre Stellari e c’era un suo adattamento a cura di De Leonardis e Maldesi, due che intesero subito che l’opera di Lucas non fosse mera fantascienza, non parlava del futuro dell’umanità, bensì che si trattasse di un fantasy con ambientazione spaziale. Del resto, il “tanto tempo fa…” chiarisce dai primi secondi del film il tono favolistico della storia.
    I due si apprestarono ad “adattare” (tenete ben presente questa parola) questa opera né più e né meno come si adattano i prodotti del genere fantasy, e quindi con alcuni nomi che rimangono in originale, alcuni nomi che vengono alterati e, perché no, a volte anche italianizzati: pensate a Pipino del Signore degli Anelli. Bene, se non vi dà fastidio quello non può darvi fastidio nemmeno Leila al posto di Leia; se non vi ha fatto infuriare Grampasso al posto di Strider, sempre nel Signore degli Anelli, non può farvi infuriare neppure C1-P8 al posto di R2D2… gli esempi potrebbero andare avanti virtualmente all’infinito e non solo limitati al Signore degli Anelli, è così per qualsiasi favola e racconto fantasy. Potremmo fare lo stesso discorso con Biancaneve e i sette nani.
    È possibile dibattere fino alla nausea di questa tematica ma il succo della questione è questo: se il fantasy lo si guarda o lo si legge in italiano bisogna saper accettare una certa “fantasia” anche nell’alterazione dei nomi, alterazione che ha sempre uno scopo, quello di rispecchiare il più possibile l’effetto che il suono di certi nomi ha sulla mente dello spettatore. Se R2 in inglese si pronuncia “artoo” (artù), questo aiuta, quasi in maniera vezzeggiativa, a far adorare il personaggio, un robot la cui matricola pronunciata ad alta voce sembra quasi un simpatico nome, è quasi “arturo”, che carino. Se R2 lo pronunciamo in italiano rimane ERRE DUE che non ha alcun impatto emotivo, al contrario invece della scelta di De Leonardis/Maldesi di rinominarlo C1 (ciuno), che poi ritorna in scene come “Artoo-Detoo! It’s you! It’s you!” che diventava “Ciuno? Ci-uno pi-otto, stai bene! Non sei rotto!” mantenendo la rima e l’emozione.
    L’alterazione del nome porta lo stesso effetto emotivo allo spettatore americano che lo chiama Artù e a quello italiano che lo chiamerà Ciuno, simpatia verso il personaggio. Se prendete il Signore degli Anelli troverete una lista molto più lunga di esempi simili che, mi pare, nessuno abbia mai contestato, né per il libro né tanto meno per il film.
    Yavin_base_briefing_room
    Voler controbattere questo concetto vuol dire essere in antagonismo con l’intero concetto di adattamento nel doppiaggio in generale (che è pur sempre una rispettabile scelta individuale se fatta con coerenza) e, come dico spesso, chi ha modo di guardarsi i film in lingua originale è SEMPRE invitato a farlo.
    Io che non so una parola di tedesco, ahimè, non potrò mai venire a sapere della gioia infinita che si prova leggendo (e guardando) La Storia Infinita in tedesco (forse dovrei chiamarla Die unendliche Geschichte), così da poter scoprire i veri nomi di tutti i personaggi così come furono originariamente concepiti e con le loro intrinseche implicazioni emotive date dalla scelta lessicale di ciascuno di essi!

    Insomma, se sapete una lingua straniera a livello madrelingua e non vi importa niente delle versioni italiane, è lecito dare per scontato che non vi importi neanche di lottare contro questa o quella scelta di adattamento italiana. “In inglese è meglio” non dovrebbe essere neanche un’argomentazione da presentare quando si parla di doppiaggio, adattamento, etc… .
    Fatte queste dovute precisazioni, torniamo a noi, a Guerre Stellari e al nuovo Star Wars.
    niennunb
    La cosa più grave che si poteva fare con la nuova serie è quella di alterare i nomi di personaggi stranoti. Ebbene sì, è stato fatto e voglio tirare anche a indovinare sui possibili motivi di questa operazione:
    1) cedere alle richieste dei fan più chiassosi “sull’internet”, quelli che aprono gruppi Facebook su gruppi Facebook richiedendo che i nomi non vengano cambiati perché l’originale è mejio (ma che poi senza l’ausilio dei sottotitoli non riescono neanche a seguire un film in lingua originale);
    2) cedere alle richieste della Disney che così risparmierà $3 l’anno in inchiostro grazie alla rimozione di quella seconda “L” dalle confezioni dell’action figure di Leila.
    3) o possibilmente entrambi, cioè che sia la Disney stessa ad essere stata influenzata dai soliti percentili chiassosi che si danno tanto da fare su internet per lamentarsi di cose che percepiscono come sbagliate, ognuno poi a modo suo, senza molto criterio, senza una base culturale alle spalle e, spesso, senza neanche una buona conoscenza della lingua inglese (necessitare di sottotitoli in inglese per capire tutto ciò che viene detto nel film in lingua originale, mi dispiace ma non qualifica come “buona conoscenza della lingua”).
    Non so cosa spinga ad alterare parzialmente l’adattamento del seguito di una serie storica, di cui fan conoscono il nome di ciascun personaggio, oggetto, concetto e creatura aliena a memoria! Fatto sta che siamo in presenza di un adattamento inconsistente, a volte inesistente, a tratti direi demenziale. È giunta l’ora di tirare fuori un’abusata gif animata, perché vi potrebbe tornare utile più e più volte. O forse è solo come mi sento io, sapete che tendo ad esagerare…
    Darth-Vader-gif
     

    Le NON traduzioni e i NON adattamenti

    Cosa può portare a pensare che “blaster” possa essere lasciato in lingua inglese? Cosa può mai indicare la parola “blaster” ad un generico pubblico italiano? Una sabbiatrice forse? Certamente niente di più che “quella specifica arma che appare in Star Wars“?
    La parola è introdotta con la frase…

    Sottoponi il tuo blaster a ispezione.

    …aprendo così la strada ad una sequela di “sai sparare? – Blaster soltanto.” e “porte anti-blaster“.
    La parola in sé, in originale, indica qualcosa “che spara”. To blast away vuol dire spazzar via, tanto per capirci. È una parola piuttosto forte. Un americano che sente chiamare un arma laser come “blaster”, gli associa subito concetti ben precisi e familiari. In italiano, nel 1977, si optò per tradurlo con “fulminatore” (o in alcuni casi “folgoratore”).

    “Non è goffa o erratica come un fulminatore… è elegante invece, per tempi più civilizzati.”

    Obi Wan, 1977

    Che vi piaccia o no la scelta lessicale di “fulminatore” o “folgoratore” (io la trovo perfetta), possiamo in ogni caso affermare che di scelta lessicale si tratta! La parola “blaster” non porta alcun concetto alla mente dello spettatore italiano, come invece la porta al pubblico americano, per questo motivo non si tratta di un adattamento… e non è neanche una traduzione! Non è niente. È una non-traduzione.

    I nomi

    Come accennavo e come forse molti di voi già sapranno, i nomi di questo Risveglio della Forza sono stati lasciati in inglese ignorando lo storico adattamento. Quindi Ian resta Han, Leila resta Leia, C1-P8 resta ERRE-DUE DI-DUE, etc, etc…
    I droidi li avevamo già trovati nella nuova trilogia (episodi I-III) con i nomi originali e tutti si aspettavano che il direttore di doppiaggio e dell’adattamento inserisse una frase del tipo “cancella la memoria e cambia la matricola a questi droidi” sul finale di Episodio III, cosa che era effettivamente nelle intenzioni del direttore di doppaggio Francesco Vairano e che non gli fu permesso dalla Lucasfilm la quale, suppongo, all’epoca già progettava di ridoppiare i vecchi film, tanto per dimostrare ulteriormente quanto poco rispetto Lucas abbia per i suoi stessi film (e lo si era già capito dalle demenziali alterazioni introdotte negli anni dallo zio Jorge).
    Quindi cerchiamo di capire la logica di questo adattamento… Han, Leia ed il più bello di tutti, Dart VEIDER (un nuovo personaggio?), sono pronunciati all’inglese e le sigle (R2D2 etc) rimangono quelle originali (pronunciate logicamente in italiano). Fin qui vi seguo. Blaster abbiamo detto che rimane blaster perché gnegné… Poi però arrivano i Wookie che mi pronunciate uòki come nella trilogia storica e non wùki all’inglese? Le “razze” dunque rimangono con la pronuncia del vecchio adattamento. Quelle si adattano e i nomi no? Mmh, OK… però Chewbacca rimane all’italiana? Sono un tantino confuso.

    Vader_Lando

    C’è una logica nella scelta di adattamento o si procede a caso? Quello che piace in inglese rimane in inglese, quello che piace meno si adatta? Blaster è più cool?
    A questo punto sono stato quasi sorpreso nello scoprire che Stormtrooper sia stato lasciato come “assaltatore”, che gli X-Wing siano rimasti “Ala-X” (non era tra le traduzioni più lamentate dagli sciocchi?), che Chewbecca sia pronunciato come nella vecchia trilogia (dov’è la coerenza nel “Veider” sì ma “Ciubàca”/”Ciùwi” no?) e che The Death Star sia rimasta La Morte Nera. Sono venute meno le palle sul momento di cambiare Death Star in qualche nuovo abominio (Stella della Morte?) oppure quando si era paventata l’opzione di lasciarla direttamente in inglese? Blaster è meglio in originale ma Death Star no? Com’è che Death Star va bene tradurla Morte Nera? Perché “nera” poi? Che c’entra il nero? Non era grigia? (le mie domande sono volutamente provocatorie e ironiche, per chi non mi conoscesse).
    Del resto, della coerenza nei riferimenti ai precedenti film a chi potrà importare? Se Dart Fener diventa Darth “Veider” tra una trilogia e un’altra, a chi importerà mai? I tempi erano proprio maturi per lanciarsi nella traduzione di The Death Star come La Stella della Morte o, ancora meglio, lasciarla in inglese… MUAHAHAWANAGANA!!!

    Altre traduzioni dubbie

    Per coronare questa torta di incoerente diarrea, la ciliegina arriva anche con un paio di termini di per sé accettabili in una normale traduzione di un normale film ma non in un fantasy, per quanto tecnologico e “spaziale”. Parlo di quando C3PO, ehm, scusate, D3BO fa riferimento ad un backup quando dicenel suo backup. [C’era anche un qualche “iperscan a indicator termico” ma questa la dovrò verificare con esattezza.]
    Quelli che mi conoscono già stanno alzando gli occhi al cielo fino a mostrare solo la sclera (attenti che poi passa l’angelo e dice “Amen”).
    LO SO che backup fa parte dell’italiano noto a tutti, ma la trovo un tantino dubbia come scelta lessicale per un film che prosegue una trilogia adattata negli anni ’70-’80. L’italiano evolve, certo, ma a poco vale questa giustificazione quando vi andrete a fare una maratona dove non solo i nomi cambiano nel corso della storia, ma anche il lessico usato. E non è che i vecchi film abbiano un italiano degli anni ’30 da giustificarne un radicale rinnovamento.
    Questa è una lamentela minima, non volevo neanche portarla in tavola perché È NIENTE rispetto a ciò che viene dopo…
    Star-Wars-The-Force-Awakens-trailer-screenshots-3
    Sempre parlando di droidi, mi domando come si sia classificato il nuovo droide rotolante BB-8. Che abbia raggiunto la serie A o sia rimasto in B? Quando la pseudo-protagonista gli dice “ah, sei classificato” forse alludeva al fatto che anche i robot sono stati classificati nei taxa di un Linneo galattico? Oppure il robottino si era classificato terzo nel campionato regionale di pispola a bocca da richiamo?
    Certamente non sarà stata la traduzione del termine inglese “classified“, vero? Perché nessuno può essere così ignorante in un film di tale entità, nessuno!
    Classified = classificato fa scattare il…
    Darth-Vader-gif
    Visto che sarebbe tornata utile questa gif animata?
    A chi già vorrebbe correre a dirmi che “classificato” lo usa anche il nostro governo a livello ufficiale consiglio di leggere questo articolo della linguista Licia Corbolante che spiega bene l’uso contestualizzato di “classificato” come traduzione di “classified” e la distinzione tra parola e termine, che non sembra essere chiara a tutti. L’uso che se ne fa in questo film lo pone alla stregua di un “falso amico”, un brutto calco dall’inglese. La sola presenza nel dizionario di “classificato” come traduzione di “classified” di per sé non basta ad eleggerla automaticamente a scelta ideale. Saper contestualizzare è essenziale nel lavoro di traduzione e adattamento.
    In breve, un adattamento che lascia il tempo che trova… così come il film stesso.
    lucascorna

    _____________________

    Conclusione (il rimbambito ha quasi finito di blaterare)

    Alle chiassose minoranze, ai percentili, mi congratulo con voi! Sarete felici finalmente di sentire Dart Fener “finalmente” pronunciato Dart Veider nel doppiaggio italiano. Il coronamento di un sogno malato di chi non si decide a imparare l’inglese ma non si decide neanche a rinunciare al doppiaggio italiano, bensì persevera nell’esigere traduzioni che non sono traduzioni, doppiaggi che non sono doppiaggi e adattamenti privi di una coerenza interna, adattamenti insomma che non adattano un bel niente… perché, tanto, il film è mejio in inglese (coi sottotitoli).

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    yourfather

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  • Italioti al cinema 2015

    Anche quest’anno venimmo e vedemmo. Sebbene non abbia avuto tempo di scrivere approfonditamente (in bene o in male) di tutti i film di lingua inglese arrivati nei cinema italiani quest’anno e da me visti, voglio farne una piccola lista prima che il 2015 giunga al termine. E non mi lamenterò soltanto, prometto!
    ilpontedellespieLa settimana scorsa sono stato all’anteprima gratuita (lode a tutti i dèi) dell’ultimo film di Spielberg (scritto dai fratelli Cohen), Il ponte delle spie (Bridge of Spies), dialoghi e direzione doppiaggio di Fiamma Izzo. Devo dire, un ottimo lavoro che, a giudicare dalla scheda su Antonio Genna, si è avvalso di numerosi consulenti. L’unica parola lasciata in inglese che io ricordi è stata “check-point”, in riferimento ad un posto di controllo americano al confine di Berlino Est, durante la costruzione del muro. Insomma, uno splendido lavoro su un thriller politico a sfondo storico a mio parere molto azzeccato, la cui sfortuna è quella di uscire oggi 16 dicembre, insieme al nuovo Star Wars.
    Di solito non commento sulla performance dei doppiatori, ma ho trovato Angelo Maggi (doppiatore ufficiale di Tom Hanks dai tempi di Cast Away) abbastanza irriconoscibile, almeno nella prima mezz’ora, tanto che nei primi minuti del film ho dovuto verificare chi fosse al doppiaggio di Hanks. Magari mi saprete dire se anche voi avete avuto questa sensazione. Niente da dire sulla sua recitazione, bravissimo come sempre. Solo la voce mi è sembrata difficile da identificare, eppure ho familiarità con essa.
    Chi non è appassionato della guerra fredda o dei thriller politici con zero azione può tranquillamente saltare questo film, Batman Vs. Superman arriverà presto in vostro aiuto.
    madmax-furyroad1Il 2015 ha fornito un’occasione rara per riscoprire i fasti dell’adattamento italiano di qualità con Mad Max: Fury Road, in occasione del quale sono venuto a conoscenza di un ottimo adattatore di dialoghi per il cinema, Valerio Piccolo. Parlammo dell’adattamento di questo capolavoro in un’intervista di qualche mese fa (intervista a Valerio Piccolo).
    Cari detrattori del doppiaggio italiano, sappiate che Valerio concorda con voi sul criticare l’esistenza stessa di film doppiati, eppure ciò non gli impedisce di realizzare adattamenti italiani privi di inutili anglicismi e con dialoghi che sembrano essere nati in lingua italiana.
    A riconferma della sua bravura, sempre quest’anno è uscito Black Mass – L’Ultimo Gangster, che mi aveva lasciato ancora una blackmass1volta positivamente sorpreso per l’assenza di parole inglesi inutili nel doppiaggio italiano, cosa che invece sembra quasi la norma in moltissimi film odierni (tanto che sono arrivato a sorprendermi quando non ne trovo nemmeno uno!). Quando torno a casa e cerco su internet, chi ti ritrovo all’adattamento e ai dialoghi? Sempre lui, Valerio Piccolo.
    Credo che continueremo a sentir parlare di lui qui a Doppiaggi Italioti e a questo punto spero che gli tocchino film sempre più importanti. Che su Tarantino possa lavorarci lui? Speriamo.
    Quando leggerete “Dialoghi italiani: Valerio Piccolo” saprete di avere un certificato di garanzia, dato che ormai è diventato il nuovo punto di riferimento per gli adattamenti moderni fatti bene.
    Valerio Piccolo, da me contattato dopo la visione di Black Mass ebbe da aggiungere soltanto:

    un film “classico”, quindi per certi versi facile dal punto di vista dell’adattamento, anche se tutti quei primi piani sono sempre difficili da affrontare per il sync… e poi, come al solito, diretto molto bene da Rodolfo Bianchi

    avengers-ageofultron1Sempre rimanendo nelle lodi, mi fa piacere notare che Avengers – Age of Ultron (mi raccomando, non traducete più i titoli manco per sbaglio!) non avesse un adattamento italiano demenziale come invece era successo con Captain America 2, di cui ho sparlato in più occasioni. Tale film è diventato su questo blog l’emblema del doppiaggio italiano moderno fatto male. Voglio credere che le mie critiche e il mio ridicolizzare quei dialoghi indegni di Captain America 2 abbiano dato una mano a Marco Guadagno (ai dialoghi e alla direzione doppiaggio di tutti i film Marvel) nel poter controbattere i suggerimenti malsani dei “supervisor” americani, i quali sembrano fiatare sul collo dei direttori di doppiaggio affinché quasi ogni parola rimanga in lingua inglese, anche contro ogni logica e buon senso. Insomma, in Avengers – Age of Ultron sono scomparsi gli helicarrier e non ricordo frasi insensate.
    Inutile rivangare le mie critiche a The Martian – Il Sopravvissuto che colpivano sia il titolo, presentato in un “formato” poco sensato, sia l’adattamento stesso, principalmente per un solo aborto di traduzione. Qui trovate l’articolo completo.
    Quest’anno abbiamo visto anche il ritorno non richiesto di Terminator con Terminator Genisys (articolo qui), un film con un adattamento italiano molto sopra le mie aspettative sebbene non esente da errori evitabili con una semplice ricerca su internet, cosa che certamente era impossibile nel 1985 per il primo Terminator, come discusso in questa mia dissezione.
    Per il resto, posso solo ricordare a spizzichi e bocconi altre scelte discutibili nei film di quest’anno: da Run All Night – Una Notte per Sopravvivere, dove veniva citato “un Applebee’s” (elemento che richiede una ricerca su google durante la visione del film, perché chi non ha vissuto all’estero difficilmente ne avrà sentito parlare) e di cui abbiamo un commento video su YouTube, a Mission Impossible: Rogue Nation, dove si parlava di un sindacato che non era quello dei lavoratori (non avendo visto il film mi limito a citarlo con la speranza che tale nome sia giustificato nella trama, anche se ne dubito) e, per finire, 50 Sfumature di Grigio nel quale si è deciso di lasciare la parola “safeword” anche nei dialoghi italiani (cosa accennata anche nel nostro video), come se le pratiche sadomasochistiche fossero solo di importazione e facciano unicamente appello ad un vocabolario estero che in Italia non trova corrispondenti.
    Schiocco di frusta su questa mentalità!
    Ora vediamo se Star Wars entrerà nella lista delle lamentele prima della chiusura dell’anno. Lo saprete presto!
    Mi sono dimenticato di citare qualche film? Quali adattamenti italiani del 2015 vi hanno infastidito?

  • Abortiamo o lo teniamo? L'adattamento italiano di "Sopravvissuto – The Martian"

    sopravvissuto1
    Rispondo subito alla domanda che vi gira per la testa, sì, il titolo Sopravvissuto non mi dispiace di per sé, ma ahimè questo non è il titolo del film, infatti dovrei dire che Sopravvissuto non mi dispiacerebbe se fosse il titolo del film, ma il titolo del film è Sopravvissuto – The Martian ed è sbagliato per molte ragioni.
    Vogliamo partire dal fatto che mettere il titolo originale come sottotitolo sia una brutta abitudine in voga nell’ultimo decennio? Brutta abitudine semplicemente per via della nostra poca familiarità con questa forma di titolazione, s’intende. Certo non ci sono regole scritte su come titolare un film per la distribuzione italiana e, negli ultimi anni, abbiamo visto questi tentativi post-moderni di reinventare lo stile di titolazione, con un titolo italiano seguito da quello originale che viene però usato come sottotitolo… questo contro la consuetudine e, perché no, la logica, che vorrebbe un titolo solamente in italiano oppure, in alternativa, il titolo originale seguito da un esplicativo sottotitolo in italiano.
    themartianVogliamo sottolineare come il titolo del romanzo pubblicato in Italia fosse L’Uomo di Marte? Non mi pare per niente un brutto titolo.
    Vogliamo evidenziare come il tentativo di dare al film un titolo italiano (“Sopravvissuto”) venga totalmente vanificato dalla scelta di lasciare il titolo originale (“The Martian”) come sottotitolo? Vanificato perché tutti parleranno di questo film chiamandolo solamente “The Martian”, e quindi il “Sopravvissuto” a che serve se non a fare un autogol verso la coraggiosa scelta commerciale di dargli anche un titolo italiano? Coraggiosa per essere nel 2015, intendiamoci. Non avrebbe avuto più senso allora chiamarlo solo Sopravvissuto? Era l’occasione buona di rispolverare antiche tradizioni, ma si sa, ai tempi dell’internet sulla tazza del cesso poi si rischia di confondere i bambini di tutte le età che si solleverebbero al grido di “perché non chiamarlo semplicemente Il Marziano? Mapecché in Italia cambiano sempre i titoli? Pecchépecché??? Maledetti!”.
    Insomma tutta questa smenata ve l’ho scritta per dire semplicemente che è inutile e controproducente proporre un titolo come Sopravvissuto – The Martian, dove un coraggioso titolo IN ITALIANO (ripeto, coraggioso per il 2015) viene vanificato dall’uso del titolo originale come sottotitolo. A questo punto o usate solo quello originale, “The Martian”, o solo quello italiano, “Sopravvissuto”, oppure la più familiare e logica forma moderna del titolo originale e sottotitolo italiano: The Martian – Sopravvissuto. L’inverso non serve assolutamente niente.

    L’adattamento

    Passiamo alle note dolenti, l’adattamento del film. Qui vado a memoria perché l’ho visto qualche giorno fa al cinema e non ho intenzione di rivederlo almeno per i prossimi due anni, non perché sia un film brutto ma semplicemente non è di quei film che esigono una seconda visione, quindi non sarà una recensione dettagliata sull’adattamento di Massimo Giuliani (che ritroviamo sia ai dialoghi che alla direzione del doppiaggio) ma solo una breve osservazione pesata.
    Sorvolo rapidamente sul fatto che alcune delle voci scelte per il doppiaggio italiano siano state a mio parere scelte male o, probabilmente, solo “dirette” male (e si vocifera che sia Ridley Scott stesso ad avere l’ultima parola sulla scelta dei doppiatori). Sorvolo su questo argomento perché, e chi mi segue da molto tempo lo sa bene, tendo il più possibile ad evitare opinioni puramente estetiche e personali sul doppiaggio, limitandomi agli errori contenuti negli adattamenti (questi sì incontrovertibili). Quindi che Edoardo Purgatori faccia un pessimo accento teutonico sul suo personaggio tedesco è opinione puramente personale! Che la voce di Rossa Caputo sulla donna in sala controllo della NASA sia troppo adolescenziale, anche quello è puramente personale!
    Avevo altre lamentele puramente personali ma adesso me le sono dimenticate. Meglio così.
    Ciò che invece non ricade nell’opinione personale ma nella triste verità è l’uso, anzi, il NON uso dell’italiano. Perché quando nei primi minuti sento cose come…

    A che livello si abortisce?
    Abortiamo, è un ordine!

    …beh, questo non è italiano.
    Non è italiano neanche quando sentiamo:

    Alle 7 Central Standard Time
    Alle 7 Central Time.

    Certo, quando si parla della NASA e volendo dare un realismo al film (come del resto accadeva anche in Apollo 13), è accettabile e normale che si sentano parole come Mission Control, ma l’ora nel fuso orario americano “CST” che senso ha? E, soprattutto, è davvero necessaria? Ancora peggio poi, l’uso di parole come “abortire” come traduzione di “abort” che, invece, esige di essere tradotto come “annullare” o “interrompere“! Cos’è, gli astronauti nel futuro prossimo parlano per senso figurato?
    Se già l’adattamento di Interstellar di Marco Mete ci aveva abituati all’idea che, per ragioni più o meno giustificabili, persino i migliori, nel mezzo di doppiaggi altrimenti immacolati, possono finire per usare parole come airlock, Mad Max Fury Road di Valerio Piccolo ci aveva rimesso sulla retta via, ricordandoci la filosofia fondante di questo mio blog, ovvero che il buon doppiaggio italiano si… può… FA-RE! e dobbiamo esigerlo, sempre.
    E anche se si trattasse di quel solo caso sopra menzionato, un buon doppiaggio non può avere ben due battute sull’abortire una missione. Non può.
    abortiamo

  • TITOLI ITALIOTI: Un'occasione da Dio

    Absolutely-Anything_poster_goldposter_com_11-400x593
    Terry Jones, ex-membro dei Monty Python, quest’anno porta al cinema un film con Simon Pegg chiamato Absolutely anything, in cui altri membri del gruppo comico britannico Monty Python, in veste di extraterrestri, conferiscono al protagonista il potere di fare qualsiasi cosa egli desideri. Nel trailer c’è anche un cane che siede a tavola e nella locandina porta gli occhiali in posa comica.
    È l’occasione in Italia di spacciare questo titolo come un film appartenente alla serie iniziata con Una settimana da Dio (Bruce Almighty, 2003) e proseguita con Un’impresa da Dio (Evan Almighty, 2007) in cui Morgan Freeman, in veste di Dio, conferiva poteri e responsabilità divine a Jim Carrey e Steve Carell rispettivamente.
    Così Absolutely anything viene distribuito da noi come Un’occasione da Dio… e sapete una cosa? Non ho verificato e potrei sbagliarmi ma voglio scommettere che questo film è distribuito in Italia dalla Eagle Pictures.
    Perché, vi chiederete, mi passa per la testa questo pensiero bislacco e apparentemente casuale? Perché un uccellino mi disse una volta che l’individuo che nel 2004 si inventò il titolo di Se mi lasci ti cancello come versione italiana di Eternal Sunshine of the Spotless Mind, adesso lavora alla Eagle Pictures.
    Se fosse vero si parlerebbe comunque solo di prove indiziarie e niente più… andate voi a controllare nel trailer italiano, a me non interessa.
    In ogni caso voglio ricordare che la filosofia del marketing è di vendere un prodotto a più persone possibili, con tutti gli artifici possibili. Un film, agli occhi dei distributori e dei produttori (ma anche dei registi, a meno che non si parli di gente tipo Jodorowsky), è un prodotto da vendere. Quindi, così come avviene in America, anche in Italia i titoli vengono scelti da chi li distribuisce perché il loro unico scopo è di attrarre più persone possibili al cinema, perché l’arte senza qualcuno che la paga rimane solo un hobby. Per questo esistono i “se mi lasci ti cancello” (in quanto all’epoca andavano di moda le commedie romantiche che erano immediatamente identificabili con quel genere di titolo) e per questo esistono le “occasioni da Dio”.
    Così va il mondo. Vuol dire che la cosa debba piacerci? No. Lamentatevi quanto vi pare, ne avete facoltà.
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    Se vi piacciono i “titoli italioti”, scopritene altri nella rubrica apposita.