• Videcommento a L'Esorcista

    locandina489
    Esorcizzate la vostra paura dell’Esorcista con questo nuovo episodio di “i videocommentatori“, la nostra serie video di intrattenimento per pochi. In questo episodio esploriamo L’Esorcista, uno di quei film dei quali non si può parlar male e che a dire di tanti “fa troppa paura”.
    Serviranno a qualcosa i miei tentativi di convincere Petar, compagno di visioni, nell’ardua impresa di rivalutare il film di Friedkin, il regista che crede che le possessioni demoniache esistano per davvero? (mpff!!!)
    Riusciremo almeno a spaventarci? Pazuzu, demone violento o burlone incompreso?
    Questo e i precedenti episodi li trovate seguendo questo link.
    PS: ecco la seconda e ultima parte. Risate e considerazioni su L’Esorcista.
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  • Mamma, ho riperso l’aereo – mi sono smarrito a New York: quest’anno il Natale è arrivato in anticipo!

    Vignetta di apertura sulle recensioni di Evit sul blog doppiaggi italioti
    Che il secondo film della serie “Home Alone” non sia all’altezza del primo lo intuii persino io in giovane età quando vidi Mamma, ho riperso l’aereo in un’arena estiva nel 1993 e mia cugina, di un anno più grande, mi chiese perché non ridessi alla scivolata cartonesca di Marv verso l’armadio delle vernici, oppure perché non ridessi a sufficienza della sua folgorazione con tanto di scheletro urlante.

    Marv viene folgorato e diventa uno scheletro, da Mamma ho riperso l'aereo
    OK, quella dello scheletro era esilarante, soprattutto abbinata all’urlo effemminato dell’attore Daniel Stern, ma la degenerazione di Mamma, ho riperso l’aereo con le sue gag da cartone animato purtroppo non gli consentono di rimanere eternamente e interamente godibile come il primo film.

    La premessa stessa è odiossissima. Infatti qui Kevin McCallister non è più vittima delle circostanze bensì pienamente artefice delle sue malefatte grazie alle quali si trasforma da subito in “villain” del suo stesso film, il peggior nemico di se stesso… perché quando capisci di aver sbagliato aereo, ti ritrovi all’aeroporto di New York con la borsa di tuo padre e decidi “si fotta la famiglia in Florida, me la spasso a New York con la carta di credito di papà”, non hai più l’innocenza del bambino che credeva di aver fatto sparire magicamente la propria famiglia e che cercava di difendere la sua dimora dai ladri in attesa che un miracolo la facesse ricomparire… sei solo un bambino stronzo e viziato, e a Natale riceverai solo tante botte.

    Kevin McCallister a New York

    Il cattivo del film

    Premessa a parte, dopo un primo tempo spassoso incentrato su Kevin a New York, trovo che il film affondi stile Titanic, spezzandosi in due prima di calare a picco. Il momento fatidico è quello dell’abbandono dell’hotel di lusso, seguito dalla replica dell’attacco in casa del primo capitolo, che non sarebbe stata neanche una brutta idea in un film simile (“Ghostbusters IIdocet) se non l’avessero condita però di situazioni sempre più improbabili: se nel primo film Marv veniva colpito in testa da un ferro da stiro che cadeva dal piano superiore di casa McCallister, qui viene invece colpito alla testa da svariati mattoni gettati energicamente dal quinto piano di un palazzo. Willy E. Coyote ne sarebbe stato soddisfatto. Neanche la scena in cui Joe Pesci viene catapultato a 10 metri d’altezza grazie ad una leva fatta con un bidone e un’asse di legno della ACME fa guadagnare al film molti punti ai miei occhi.

    Joe Pesci come ladro Harry che vola prima di cascare a terra

    Harry fa pratica nel “salto dello squalo”

    L’adattamento italiano di Mamma, ho riperso l’aereo

    Nonostante il film scada spesso in una sciocca parodia del precedente, l’adattamento italiano si mantiene a livelli alti e per dimostrarvi da subito (e incontrovertibilmente) che il seguito di Mamma, ho perso l’aereo gode di un adattamento italiano tanto ottimo quanto quello del primo capitolo, vi propongo subito questo dialogo preso dai primi minuti del film:

    Kevin McCallister che nel doppiaggio italiano di Mamma ho riperso l'aereo dice sono rimasto fottuto
    Altro che il “vietato ai minori non accompagnati” di Deadpool! Gli anni ’90 ridono in faccia alla Marvel del 2016. Far dire ad un bambino di 10 anni “fottuto” in un film destinato proprio ai bambini è un azzardo che forse non vedremo mai più, i primi anni ’90 erano gli anni d’oro per quel genere di commedia (il periodo del “le parolacce fanno ridere i bambini”).

    Ma passiamo subito alla lista di Evit, ovvero tutti gli elementi degni di nota riguardanti l’adattamento italiano. Questo adattamento italiano, nonostante torni nelle mani capaci di Silvia Monelli, direttrice di doppiaggio del primo film, perde di continuità in alcuni riferimenti al precedente capitolo ed eccoveli tutti, nella poco fantasiosa formula della “lista della spesa”.

    Riferimenti mancati al precedente Mamma ho perso l’aereo

    i ladri del nastro isolante
    Mentre Marv nel primo film proponeva il nome di “the wet bandits” (memorabilmente tradotto come “i banditi del rubinetto“), all’inizio di questo film se ne viene fuori con “the sticky bandits”, adattato come “i ladri del nastro isolante“. Per richiamare il precedente adattamento in realtà avrebbero dovuto proporre “i banditi del nastro isolante” piuttosto. Questo in teoria… magari nella pratica il labiale funzionava meno per via del primo piano di Marv quando lo dice, oppure si erano semplicemente dimenticati del primo adattamento, anche questo può capitare.

    Sul finale (in inglese) ritorna la storia dei banditi del rubinetto, ad emulazione della stessa scena dell’arresto nel primo film…

    mamma2stickybandits

    Nella versione doppiata, Marv diceva: ci pensi, Harry? Diventeremo famosi! ed Harry rispondeva famosi un accidente! (seguito da un calcio in culo), questa frase era al posto di “non siamo i banditi del nastro isolante, sta’ zitto!”.

    Merry Christmas, you filthy animal!
    Tutti voi ricorderete il film in bianco e nero che si guardava Kevin nel primo Mamma ho perso l’aereo, ciò che lo rendeva memorabile anche nel nostro paese era quella frase da annali di storia del cinema: “tieni il resto, lurido bastardo!“. All’interno di Mamma ho riperso l’aereo vediamo il seguito di quel film in bianco e nero (“Angels with Even Filthier Souls”, Angeli con l’anima ancora più sporca) dove lo spietato antagonista questa volta smitraglia la fidanzata infedele per poi tirar fuori un’altra perla delle sue: “Buon Natale, maledetto animale!“.

    In originale si trattava però della stessa battuta usata nel precedente film “ya filthy animal!“, letteralmente “lurido animale!”. Riferendosi adesso ad una donna però, il primo adattamento, “lurido bastardo”, non solo non era chiaramente riproponibile (“lurida bastarda” avrebbe travalicato le intenzioni della frase originale) ma cambiandolo al femminile non avrebbe comunque funzionato vista la scena successiva dove Kevin sfrutta quei dialoghi per scacciare il concierge dell’albergo. Si tratta dunque di uno di quei cambiamenti, purtroppo necessari, a svantaggio della continuità delle battute tra il primo film e il secondo. In italiano quel personaggio, semplicemente, ne tirava fuori un’altra delle sue; in inglese invece la comicità della scena viene anche dallo scoprire che la stessa identica battuta veniva riproposta a qualsiasi vittima, uomo o donna che fosse, chiamandoli tutti “luridi animali”.

    Me lo immagino un terzo film in cui vediamo il cattivone ripetere il mortale conto alla rovescia al suo cane per un crimine minore, tipo aver fatto la pipì sul tappeto, e poi concludere la sparatoria con un “stai a cuccia, lurido animale!”. Aspettate… mi è venuto in mente che esiste anche un terzo film ma io non l’ho mai visto, ditemi che c’era una scena simile!

    I due ladri di Mamma ho riperso l'aereo
    Un altro piccolo elemento ricorrente nella versione originale, ma alterato in fase di adattamento, è l’augurio che si scambiano i due ladri “crowbars up!” (letteralmente “su i piedi di porco”), una specie di cin-cin tra scassinatori che nel primo film era stato tradotto con il termine “presentatàrm” mentre nel secondo film viene tradotto come “onore alle armi”. Questo è solo un altro piccolo elemento che avrete sentito in entrambi i film e che magari non avreste potuto immaginare si trattasse della stessa battuta.

    Riferimenti che nel 1992 forse non avreste capito e quindi sono stati cambiati

    Quando i due ladri svaligiano il negozio di giocattoli e si ritrovano davanti ai soldi destinati all’ospedale pediatrico esclamano…

    Merry Christmas, Harry. Happy Hanukkah, Marv! Home alone 2
    Nell’adattamento italiano troviamo un più familiare scambio di auguri al suo posto:

    – Buon Natale, Harry.
    – Felice anno nuovo, Marv.

    Scommetto che non avreste mai sospettato che Marv fosse ebreo.

    Riferimenti che non avreste capito comunque

    Gesto scaramantico dei genitori di Kevin che bussano sul legno, da Mamma ho riperso l'aereo
    Quando il padre dice “sembrerà strano ma i bagagli non li perdiamo mai” vediamo i due genitori bussare sulla scrivania davanti a loro. Per chi non avesse familiarità con i gesti scaramantici americani, “bussare” sul legno (“knock on wood” per gli statunitensi o “touch wood” in Gran Bretagna) è praticamente l’equivalente del nostro “tocca ferro”. Alcuni sostengono che il gesto scaramantico derivi dalla tradizione pagana germanica dove si bussava sugli alberi (e per estensione sul legno) per invocare la protezione degli spiriti benevoli che in essi dimorano. Secondo altre fonti serviva invece, all’opposto, a scacciare spiriti malevoli. Qualunque sia l’origine, il gesto serve a scongiurare un possibile evento infausto a cui si è appena fatto riferimento (in questo caso la perdita di bagagli).

    Per il pubblico italiano tale gesto non sembra altro che una manifestazione dell’eccentricità dei genitori in un momento di stress, quasi volessero scaricare la tensione in maniera comica dopo la brutta battuta del padre su come si perdano continuamente Kevin mentre i bagagli invece non li perdevano mai. In un film italiano avremo certamente visto il gesto delle corna.

    Mentre alcune battute possono essere adattate meglio o peggio di altre, gesti simili restano “intraducibili”; del resto l’atto di bussare sul legno a mo’ di scongiuro ci è così poco familiare che tutt’ora quella scena credo vada spiegata a gran parte degli spettatori italiani ma, se volete vederla da un altro punto di vista, lo scongiuro fatto bussando sul legno è comune a così tante culture nel mondo che potremmo dire di essere noi italiani la mosca bianca, cioè l’unico popolo che tocca ferro al posto del legno.

    Altri cambiamenti degni di nota

    “Quello ha le pigne nel cervello”

    Mentre in inglese Buzz continuava la sceneggiata del ragazzo per bene dicendo “che giovanotto inquieto” (what a troubled young man), in italiano diventa la scusa per l’ennesima, comica, offesa fraterna (quello ha le pigne nel cervello).

    Buzz che dice: quello ha le pigne nel cervello
    “Tutta la famiglia è contro di me”

    Questo è uno di quei momenti comici dove il bambino usa la parola “jerks”, ne avevo già discusso nel precedente articolo su Mamma ho perso l’aereo dove sottolineavo come “jerks” non sia un’espressione traducibile sempre allo stesso modo, cambia molto da contesto a contesto invece. L’equivalente della frase originale di questa scena teoricamente sarebbe “sono tutti degli stronzi”, ma nel contesto non funzionerebbe benissimo (Kevin lo dice con resentimento e rassegnazione, ma quando gli italiani dicono “stronzo” non è mai detto con rassegnazione). Come tutte le battute contenenti “jerk” (elencate nel precedente articolo), anche questa frase richiede l’analisi del contesto… ricordate quando i film doppiati venivano anche “adattati” e non solo tradotti alla lettera? Ecco. Ricordate che se non dice la stessa identica cosa non vuol dire automaticamente che sia una cattiva traduzione e questa battuta ne è un ottimo esempio.

    Tutta la famiglia è contro di me, da Mamma ho riperso l'aereo
    In questo caso Kevin era stato mandato in camera dopo aver subito un processo domestico ingiusto dove sentiva tutti contro di lui, così in italiano si trasforma nella constatazione “tutta la famiglia è contro di me”. Forse non sarà divertente quanto “sono tutti una manica di stronzi” ma è funzionale alla scena e, comunque, così come l’uso di “jerks” in inglese, anche l’espressione italiana fa sorridere perché rappresenta ciò che spesso percepiscono i bambini di quella età quando vengono incolpati di qualcosa. Kevin, in breve, anche in italiano, si esprime come un bambino vero e non come un bambino tradotto in doppiaggese.

    Hai la carta d’imbarco? Bravo chi la trova

    In originale: è qui da qualche parte.

    Kevin McCallister non trova la carta di imbarco
    Cerca di scoprire tutto quello che puoi su quella mezzacartuccia

    Cerca di scoprire tutto quello che puoi su quella mezzacartuccia
    Qui la piccola miglioria sta su “that young fellow” (quel giovanotto) che in italiano diventa “quella mezzacartuccia”. L’alterazione non solo è più comica ma si addice perfettamente al personaggio e lo introduce alla perfezione.

    Seccherebbe a qualcuno se facessi un tuffo acrobatico?

    Il tuffo in piscina, da Mamma ho riperso l'aereo
    In originale il ragazzino chiedeva letteralmente “seccherebbe a qualcuno se mi esercitassi sul tuffo a bomba?”. Ovviamente l’ironia originale sta nel fatto che non serve far pratica per raffinare l’arte del uffo “a bomba”. In italiano la battuta risulta più divertente visto che preannuncia un tuffo acrobatico prima di eseguirne uno “a bomba” (o “a cofanetto”, come si dice in certe regioni).

    Guarda che sta dicendo una balla!

    Kevin McCallister che commenta la visione di film non adatti ai minori
    Mentre Kevin guarda un film troppo violento per la sua età, partecipa attivamente ai dialoghi (come capita non di rado anche a certi adulti alle prese con film che li spaventano), commentando tra sé e sé che la donna nel film è spacciata (“she’s rat-bait” – per farvi capire il senso lo tradurrò come “è già bella che morta” / i sottotitoli del DVD propongono “è cibo per vermi”). Anche in italiano Kevin partecipa attivamente ai dialoghi del film ma, invece di parlare tra sé e sé, sembra addirittura parteggiare per lo spietato antagonista dal grilletto facile suggerendogli che le parole della donna fossero tutte balle. Un’alterazione che non solo si adatta perfettamente al labiale (“balla” sta benissimo su “bait”) ma che trovo anche più divertente di un più semplice “è spacciata”, tanto meno “è cibo per vermi” suggerito nei sottotitoli.

    Conclusione va’, oggi chiudiamo prima del solito!

    Nei dialoghi italiani ci sono tanti altri piccoli momenti comici come l’esclamazione “l’artrosi!” di pozzettiana memoria, detta dopo una caduta per terra, oppure Kevin che dice “cavolo, sei stato un razzo!”, frase rivolta a Babbo Natale dopo la comparsa della madre sul finale, proprio quando aveva espresso il desiderio di rivederla al più presto. In generale, insomma, l’adattamento di questo film si rivela ottimo, persino migliore del primo se contiamo che ha molti meno errori del capostipite, che già era fenomenale (l’articolo sul primo film lo trovate qui).

    Dipendenti dell'hotel caduti con la schiena per terra nel tentativo di catturare Kevin in Mamma ho riperso l'aereo

    Ahhh, l’artrosi!

    Difatti in questo film di veri errori non mi pare di averne trovati, tutte le differenze elencate qui ricadono nelle scelte di adattamento e non in errori a monte del processo interpretativo, e c’è una bella differenza tra le due cose.

    Chiudo con dire che Mino Caprio risulta sempre più comico nei panni di Marv, il suo ruolo in assoluto più memorabile… almeno fino all’avvento di Peter Griffin.

    adesso basta con questa svenevole manifestazione di giubilo

    “Be’, adesso basta con questa svenevole manifestazione di giubilo”

    E per terminare l’articolo citando le parole del fratello Buzz: be’, adesso basta con questa svenevole manifestazione di giubilo (che ovviamente non era così memorabile in inglese) e buona visione a tutti, perché lo so che adesso avete voglia di rivedervi lo scheletro di Marv che urla con voce acuta: Ahhhh! Ahhhh! Ahhhh!

    Alla prossima recensione, salvo imprevisti.

    knock on wood

  • Liebster Blog Award 2016 per Doppiaggi Italioti

    LiebsterAward_logo
    Mi comunicano che quest’anno sono stato nominato per il Liebster Award, un premio dedicato ai blogger e rilasciato arbitrariamente da altri blogger. Cassidy, autore del blog La Bara Volante, mi ha generosamente trascinato in questo giro di vicendevoli strette di mano (per non dire di peggio) portandomi a collezionare il primo premio on-line mai ricevuto da questo blog. In 5 anni non mi si è cagato nessuno insomma, tranne voi lettori ovviamente… che in realtà bastate e avanzate come “riconoscimento”, ma torniamo a noi. Il suddetto premio Liuuubensteiner (mi pare si dica così, con voce fantozziana) viene dato da blogger ad altri blogger purché questi non siano già stranoti. Quest’anno infatti la regola limita i premi ai blog fino ad un massimo di 200 iscritti, quindi con i miei 389 iscritti è già evidente che questa coccarda sia frutto di qualche imbroglio, raccomandazioni e minacce. Sebbene io sia teoricamente incandidabile, in pieno stile italico ho deciso di pigliarmelo lo stesso, tie’!
    [Per chi conosce l’inglese, questa clip dalla serie Father Ted si addice alla situazione.]
    Ma la mia incontenibile gioia per aver ricevuto qualcosa è stata subito smorzata dallo scoprire che suddetto premio include anche un set interminabile di regoline che quasi quasi lasciavo perdere tutto ma visto che di recente non ho curato moltissimo il blog perché troppo occupato in attività dietro le quinte, come il recupero di film rari da pellicola 35mm e il restauro digitale di altri, ho deciso di accettare il premio e scrivere questo post obbligatorio che qualifica per l’affissione della coccarda che adesso trovate nel menù laterale.
    Le regole del Liebster Award 2016 sono semplici ma tanto tanto scassacazzi… eccovele (ai partecipanti nominati, vi prego di riverificarle su altri siti, non fidatevi di me e delle mie reinterpretazioni):

    1) Ringraziare il blog che ti ha assegnato il premio.
    2) Scrivere qualche riga (150-300 parole) sul blog che preferite (non il vostro) spiegando perché vi piace.
    3) Rispondere alle 11 domande poste dal blog o dai blogger che ti hanno nominato (qui è facile perché chi mi ha nominato era così sfaticato da non propormi alcuna domanda).
    4) Scrivere, a piacere, 11 cose di te.
    5) Premiare a tua volta 5-11 blog con meno di 200 follower.
    6) Formulare le 11 domande per i blogger nominati.
    7) Informare i blogger del premio assegnato.

    Quindi per cominciare devo ringraziare il mio amico di tastiera Cassidy, il cui vero nome è assolutamente sconosciuto ma trattasi dell’autore del blog di cinema La Bara Volante, che avrò certamente citato alcune volte ma probabilmente mai abbastanza, dato che è il blog che seguo più spesso e sempre con piacere (tranne i tuoi articoli sul basket, Cassidy, quelli avrebbero anche scassato eh!). Ci accomunano molti gusti cinematografici e ci fa sempre piacere spammarci pubblicizzarci a vicenda nei commenti. Grazie ancora per questo premio, Cassidy, ti meno quando passo da Torino.
    2) Scrivere qualche riga (150-300 parole) sul blog che preferite (non il vostro) spiegando perché vi piace.
    150 parole minimo… uccidetemi subito! Va be’, iniziamo.
    Scegliere un blog preferito quest’anno non è cosa facile perché i pochi che riesco a seguire li considero tutti come “preferiti”, quindi farò una mossa forse poco ortodossa, ma più logica, andando a consigliare, tra i tanti, il meno conosciuto (gli altri li troverete elencati comunque alla risposta numero cinque). Il mio suggerimento per il 2016 è Il Gerliotti – Il cinema ripensabile (la mazzetta la incasso dopo, Gerliotti). Grafica pulita e recensioni cinematografiche adornate dalla sola locandina, il Gerliotti punta più sulla sostanza che sulla forma, proponendosi come l’alternativa on-line e gratuita ai vecchi “dizionari del cinema” che forse i trentenni di oggi ancora ricorderanno e gelosamente conserveranno, tenendoli a portata di mano nonostante odino TUTTE le opinioni in essi contenute; l’autore propone anche un voto finale da 1 a 10 come alla scuola dell’obbligo, inclusi i mezzi voti. Scorrendolo noterete una quasi assoluta assenza di recensioni “acchiappa-click” ed una sovrabbondanza di articoli su film di nicchia che conosce solo lui, insomma un sito di critica cinematografica serio. Inoltre, come tutti i critici del mondo, anche il Gerliotti, proteggendosi dietro lo scudo dei grandi classici del bianco e nero che sostiene di adorare, dice un po’ il cazzo che gli pare. Ciononostante, i giudizi sembrano essere sempre “onesti”, brevi quanto basta e ben esposti, mai adorni di vocaboli cliché tipici del critico italico professionista come “giocattolone”, “fumettone” e “chiassoso”. Questi per fortuna mancano nel Gerliotti. Si vocifera anche che collabori come ghost writer per altri critici professionisti ma ciò che fondamentalmente contraddistingue questo critico da molti altri è che il Gerliotti è conscio dei propri limiti umani (cosa rara nel settore) e ritiene comunque che qualsiasi critica sia “ripensabile”, quindi magari tra 10 anni si rivede Natale a Miami e, siccome nel frattempo si sarà certamente rincoglionito, la potrebbe trovare una commedia sottile ed innovativa. Il suo regista preferito: Lubitsch(!), esclamato ovviamente alla Paolo Villaggio. Quindi se volete rompergli i coglioni andate a dirgli che i remake dei film di Lubitsch sono meglio degli originali! Apprezzerà.
    Concludo rivolgendomi direttamente al Gerliotti e alle sue basette: mo son cazzi tuoi!
    3) Scrivere, a piacere, 11 cose di te.
    Che palle… vado a caso:
    1 – Indosso scarpe taglia 45 e mezzo, nonostante sia alto “solo” 1,78m.
    2 – Non so niente di calcio, non mi interessa il calcio, non parlo di calcio, non voglio sentir parlare di calcio, non mi piace il calcio.
    3 – Corro veloce. Vi pare niente? Una volta fui convocato ad un qualche campionato studentesco dove tutti gli altri concorrenti superavano i due metri di altezza con falcate mostruose e, ovviamente, arrivai clamorosamente ultimo nello scatto (o forse penultimo, non ricordo)… ma il solo fatto di essermi classificato tra dei mostri qualcosa lascia intendere.
    4 – A disegnare me la cavo piuttosto bene, a 10 anni guadagnai 25.000 lire vendendo fotocopie dei miei fumetti ai compagni di classe, avevo anche escogitato una raccolta punti per incentivare le vendite delle mie serie che andavano meno. Li posseggo ancora tutti.
    5 – Ho suonato il pianoforte. Niente di che eh, ma il “Chiaro di Luna” della sonata per pianoforte n°14 di Beethoven sono arrivato a farlo… e qualche anno fa ho anche sperimentato brevemente anche la tromba, perché sì.
    6 – Per essere uno che non ha alcuna aspirazione da attore (o comunque non brama apparire “davanti” la telecamera) ho già partecipato a diverse produzioni: dai video sul mio canale YouTube ad un film di Ron Howard.
    7 – Il mio scrittore preferito probabilmente è Dino Buzzati, scoperto autonomamente soltanto dopo le superiori, non ricordo neanche come.
    8 – Preferisco le raccolte di storie brevi ai romanzi e adoro i film antologici (a episodi).
    9 – Secondo un analisi del DNA fatta tramite 23andme.com sono per lo 0,03% giapponese e, in generale, sono italiano soltanto all’83% ma non so di alcun legame storico tra il Giappone e la mia famiglia, quello rimane un mistero… sarà un errore!
    10 – Mai toccato una sigaretta in vita mia.
    11 – Le mie sane (e direi rigide) abitudini alimentari derivano quasi unicamente dalla mia profonda svogliataggine, infatti prediligo cibi sani e una dieta consigliata dai medici così da potermi mantenere normopeso senza necessità di andare in palestra. In questo modo mi basta camminare regolarmente per tenermi almeno in forma. Non è la filosofia di vita più svogliata che abbiate mai sentito? Mi rappresenta benissimo.
    4) Premiare a tua volta 5-11 blog con meno di 200 follower.
    Ovviamente mi limiterò al minimo sindacale perché sono sfaticato, come vi ho appena accennato, quindi ecco i 5 blog che nomino per il premio Liuuuuubenstainer!

    1. Del Gerliotti ne avete già sentito parlare. Qua sta!
    2. Anche di La Bara Volante di Cassidy si è già parlato in abbondanza. Qui il link
    3. Poi abbiamo Terminologia etc. il blog di Licia Corbolante, un vero e proprio punto di riferimento sull’uso errato di termini anglosassoni infilati sempre più spesso e con sempre maggiore ignoranza nella lingua italiana. Anche lei sa essere spiritosa, insomma ci siamo trovati subito e mi sono innamorato di ciò che scrive, un vero e proprio servizio alla comunità… anche perché quando devo rispondere ai commenti ignoranti adesso mi basta cercare sul suo blog il vocabolo o la traduzione incriminata e so già che ci troverò un articolo di approfondimento, breve, simpatico e soprattutto autorevole. Se usate Twitter vi consiglio di seguirla anche da lì.
    4. Numero 3: Laputa – Geografia insolita di Silvio Dell’Acqua (no, non è un blog di geografia. Cioè… anche, ma non solo), che già aveva inserito il mio blog tra i suoi collegamenti consigliati, ovvero tra i “collegamenti a siti o blog affidabili, che come noi trattano con cura argomenti riguardanti la storia, la geografia, la cultura, approfondiscono o danno rilievo ad aspetti molto specifici, più insoliti e meno noti”. Qui finalmente gli ricambio il favore parlando del suo interessante sito/blog. Egli stesso, tramite Laputa, dovrebbe istituire un annuale Premio Laputa (con tanto di coccarda virtuale) da consegnare a blog e siti che rientrano nella descrizione sopra riportata.
    5. Ultimo, ma non per importanza (anzi, un po’ me lo sono tenuto come perla finale), il blog MalastranaVHS, dedicato alle recensioni di film sconosciuti, rari, assurdi e dimenticati, rigorosamente da nastro VHS… e ogni tanto anche qualcosa di più recente grazie a saltuari collaboratori esterni. L’autore, il professionista Andrea Lanza, è così bravo a scrivere di film brutti che vi farà venire la voglia di ricercare e vedere persino quelli più osceni da lui recensiti, anche se sapete che ve ne pentirete. Indimenticabili persino le recensioni dei film pornografici anni ’80-’90, elevati dal Lanza ad intrattenimento letterario (come è possibile infatti trattenere una risata quando scopri che l’ultima recensione pubblicata tratta di un film chiamato “l’assicuratrice di cazzi“?). Quando ha un po’ di tempo (raramente) il Lanza latita per casa, pesca un film a caso dalla sua vasta collezione domestica di nastri VHS e sforna una nuova recensione per il giubilo di tutti gli amanti dei filmacci, del resto è più divertente leggerne ciò che ne dice il Lanza che vederli in prima persona. L’unico problema è che tra l’una e l’altra recensione possono passare svariati mesi, ma almeno non vi intasa la posta di articoli che non avrete tempo di leggere!

    Fine della lista. Se mi sono dimenticato qualcuno è probabilmente per via del limite di quest’anno a 200 seguaci o magari perché ho la testa altrove e mi sono tornati in mente solo quelli che ho letto più di recente, niente di personale.
    5) Formulare le 11 domande per i blogger nominati a cui loro dovranno rispondere nel proprio articolo sul Liebster Award ricevuto.
    1) Da quanto tempo hai aperto il blog?
    2) Cosa ti ispira di più a scrivere un articolo?
    3) L’argomento trattato nel tuo blog è in qualche modo legato al tuo lavoro o ai tuoi studi?
    4) Cosa ti ha spinto ad aprire il tuo blog?
    5) Scrivi su altri blog?
    6) Se avessi più tempo libero a disposizione apriresti altri blog? E se sì, su quali argomenti?
    7) Cosa ne pensano i tuoi familiari della tua attività di blogger o dei contenuti del tuo blog?
    8) Come hai scelto il titolo del tuo blog?
    9) Che libro stai leggendo al momento?
    10) Hai dei progetti futuri in mente per il tuo blog?
    11) Credi che avrebbe senso un evento dedicato ai blog di piccole e medie “dimensioni”?

  • Non comprate quel biglietto #11: Captain America Civil War

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    La discussione iniziata nel precedente video su Batman v Superman procede con Captain America: Civil War, commenti a caldo sull’ultimo film della Marvel. Per vedere questo episodio basta cliccare sull’immagine sopra.
    Prossimi articoli su adattamenti e doppiaggio a breve, come già detto di recente sono impegnato nel salvataggio di film rari nelle loro versioni localizzate in italiano ed è un’attività che richiede molto tempo e molta cura, specialmente quando si maneggiano pellicole 35mm. Spero di potervi aggiornare in merito molto presto.

  • #AlienDay 26/4 (o 4/26?)


    Il reparto vendite della 20th Century Fox ha decretato che oggi è la giornata mondiale della saga di Alien, o #AlienDay (se vi chiedete “ma perché oggi?” ve lo spiego nei commenti dato che si tratta di una cosa così scema da non necessitare di ulteriore spazio o approfondimenti. Suggerimento: riguarda la data di oggi scritta all’americana), e per festeggiarla ci anticipano che nel prossimo Alien 5 il regista Blomkamp (Chappie, Elysium) stuprerà anche il personaggio di Newt (because fuck Alien3!).
    Per festeggiare insieme a Doppiaggi Italioti vi invito a scoprire (o riscoprire) i miei articoli sugli adattamenti italiani di Alien (-> Alien (1979) – L’alieno è siliconato) e di Aliens (-> Aliens – scontro finale (1986)) e per l’occasione vi ricordo che spariamo scemenze anche su Twitter (@doppita) e, controvoglia, persino su Facebook.
    Quindi buona giornata mondiale di Alien che serve ad alimentare la campagna pubblicitaria delle prossime porcate, ehm, capolavori indiscussi di Scott e Blomkamp.

  • Videocommento a Lo Hobbit – La Desolazione di Smaug

    lo-hobbit
    Siamo arrivati al trentaseiesimo episodio della serie “i videocommentatori”, un nostro divertissement, pubblicato saltuariamente su YouTube, nel quale guardiamo un film e lo commentiamo in diretta… e che non ha niente a che fare con doppiaggi e adattamenti.
    Per vedere l’episodio basta fare click sull’immagine di copertina.
    Il precedente commento a Lo Hobbit 3 lo trovate qui.

  • Django Unchained – La D è muta ma l'adattamento lascia ammutoliti

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    Quando Django Unchained uscì nei cinema italiani, il popolino di internet ebbe un moto intestinale e cacò fuori l’argomento più arido e ritrito dal 2005 a questa parte e che ciclicamente torna a far parlare di sé grazie ai social network e grazie ad articoli acchiappa-click: versione originale o versione doppiata?
    Casus belli: la notizia internettiana che descriveva di come, nei primi giorni di proiezione a Roma, il film avesse incassato più nelle sale dove veniva proiettato in inglese (sottotitolato in italiano) che in quelle dove girava la versione doppiata del film; da questo “fatto” poi ogni articolista/blogger (chiamarli “giornalisti” sarebbe un offesa persino per il giornalismo italiano) ci aggiunse le sue considerazioni personali sottolineando come questo fosse significativo di qualcosa (lasciamo perdere che a questo “qualcosa” ci arrivavano con ragionamenti in stile teologia medievale) …e l’internet si divise in fazioni: chi sosteneva energicamente che il film doppiato fosse una pallida e indegna versione del capolavoro linguistico di Tarantino, nel quale si possono trovare letteralmente dozzine di differenti modi di parlare l’inglese [ovviamente non tutti “riproducibili” in un doppiaggio italiano] e a chi non gliene fregava assolutamente niente ed è andato a vedere il film nella lingua a lui o lei più comprensibile.
    Come spesso accade, per un po’ i più chiassosi fecero parlare di sé, vendendo l’idea che i film in lingua originale avrebbero venduto sempre meglio perché l’italiano medio era stufo dello spregevole doppiaggio italico che tradisce i sacri dialoghi originali, perché il doppiato non è bello come l’originale, è sempre una piatta reinterpretazione etc, etc… salvo poi necessitare di sottotitoli per capirlo, come dimostrato dalla proiezione di The Hateful Eight all’Arcadia di Milano dove il tardivo annuncio che il film in lingua originale non avrebbe avuto sottotitoli ha causato una corsa alla rivendita, en masse, dei biglietti incautamente acquistati in anticipo.
    Insomma nel 2013, ad informarsi sul web, sembrava che l’avvento della grande lettura collettiva in sala buia fosse quasi alle porte ma, ovviamente, nessuna rivoluzione in questo senso accadde perché, nel bene e nel male, il cinema straniero è il più venduto in Italia anche in virtù della sua enorme facilità di fruizione data dal doppiaggio, a beneficio di qualsiasi spettatore: dall’ipovedente all’ottantenne, a quello che a scuola ha studiato francese, al dislessico, a chi è semplicemente conscio dei limiti del proprio inglese. Anche loro sono spettatori paganti del resto.
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    Come tutte le sterili disquisizioni che nascono da articoli acchiappa-click e finiscono per essere trampolino di lancio per baggianate da sparare su Facebook e su forum non inerenti all’argomento –con i disquisitori che vorrebbero arrivare a discutere dei massimi sistemi a suon di frasi fatte del calibro di: all’estero non doppiano e sanno tutti l’inglese / il doppiaggio in Italia è il migliore del mondo! / I sospiri originali!!! / Luca Ward mi ti farei!– così anche questa discussione su Django Unchained, presunta cartina tornasole dell’Italia che vorrebbe i film solo in lingua originale, si espanse finendo per gravitare su cose che secondo me lasciano un po’ il tempo che trovano, come ad esempio la somiglianza delle voci e delle interpretazioni, l’espressività, il suono delle parole, etc… ma perdendo di vista il vero problema di questo film in italiano: il suo adattamento.

    NOTA: in risposta alla menzionata lamentela sterile esplosa nel 2013 all’uscita del film: sì, certo, la varietà di accenti presenti nel film non è interamente riproducibile in una localizzazione italiana dei dialoghi. Ed è una novità? Guardando Titanic avete provato un’emozione diversa prima di sapere che i ricchi parlavano diversamente dai poveri? È ovvio che l’adattamento linguistico e quindi il doppiaggio, nel suo complesso, abbia limiti intrinseci e per aggirarli c’è solo un modo: imparare la lingua e la cultura del paese di origine del film, ma a livello “nativo”, non abbisognando di sottotitoli per capirci qualcosa!

     
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    Se il precedente Bastardi Senza Gloria aveva già fatto parlare di sé in questo stesso blog per via di quei dialoghi multilingue discutibilmente adattati, a Django Unchained non andrà molto meglio! Questo a causa del suo adattamento incostante (perché non saprei come altro definirlo) che, è vero, ci regala dialoghi splendidamente e canonicamente tarantiniani come “l’unico che ci deve vedere è il cavallo del cazzo!” e “io non vendo i negri che non voglio vendere” (solo Tarantino sa essere così piacevolmente pleonastico) oppure quelle azzeccate scelte linguistiche come il “gnorsì” detto dalla servitù ai propri padroni bianchi, ma tali lodevoli sforzi di adattamento vengono subito deturpati da elementi d’intrusione come gli inutili inglesismi di cui spesso mi lamento nel blog ed appartenenti ad una delle abitudini linguistiche nostrane più infime e deprecabili, quelle degli italiani che subiscono, anche linguisticamente, la globalizzazione invece di cavalcarla per espandere le proprie conoscenze. Scelte lessicali post-moderne che poi fanno a cazzotti con il genere e con l’ambientazione di Django: il western.
    Perché di deturpamento si tratta quando nei dialoghi italiani viene mantenuto un soprannome come “Big Daddy” (così la schiava nera chiamava il suo padrone) in quanto, non solo un fantomatico rispetto delle fonti risulta insensato nel doppiaggio di un film di questo genere ma, al generico spettatore italiano, il sentire “big daddy” venir fuori dalla bocca di una persona di colore è più facile che possa rimandare alla subcultura rap americana moderna da videoclip, piuttosto che allo schiavismo dell’800.
    Una scelta che fa leva su un linguaggio che, per quanto ovvia a molti di voi che mi leggete, non può arrivare a tutti. Chi non sa l’inglese, né conosce la cultura americana, glissa su quel nomignolo, forse non interpretandolo nemmeno come tale. Lo capisco io come bilingue? Certamente. Lo capisce lo spettatore medio dai 14 ai 45? Molto probabile! Ma c’è una qualche necessità narrativa o linguistica che porti ad esigere che un nomignolo rimanga identico al copione americano? Assolutamente no, specialmente quando lo si accosta poi ad un termine storicamente appropriato: “Gnorsì, Bid Daddy“.

    bigdaddy

    Boh… sarà un western!


    Similmente, non si capisce il bisogno di tanta fedeltà ai nomignoli originali neanche per “Old Ben” (così veniva chiamato il servitore nero di fiducia della famiglia Candie) oppure nella scena in cui gli australiani chiamano il protagonista “blackie” (rimasto “blachi” anche in italiano, la “e” è muta ;D ), specialmente in un film dove poi si nomina Isacco Newton. Il generico pubblico italiano cosa dovrebbe trarne dall’improvvisato appellativo “blackie” (dispregiativo di “black”, nero, ma non forte come “negro”) detto in un paio di battute dirette a Django? (“affare fatto, blackie“)
    Per lo spettatore di lingua inglese, questo appellativo sottolinea un modo di parlare britannico ma in italiano cosa starebbe a sottolineare? Assolutamente niente. Per questo gli appellativi dovrebbero essere adattati in italiano, perché altrimenti non significano niente; per alcuni finiscono per essere solo suoni vuoti, per altri sono suoni che “forzano” la mente dello spettatore a pensare “ah già, perché in inglese black è nero, quindi sarà stato l’appellativo con cui lo chiamavano in lingua originale”… un brevissimo flusso di pensieri che, per quanto inconsciamente possa avvenire, se avviene, rappresenta il fallimento dell’idea stessa di “doppiaggio”. La differenza è ancora più lampante quando lo confrontiamo col recente The Hateful Eight a cura di Valerio Piccolo dove NIENTE dei dialoghi viene lasciato in lingua inglese (meno che mai gli appellativi!) e in cui nessuno viene chiamato “blackie”, né “big daddy”; in parole povere nessun elemento dei dialoghi di The Hateful Eight vi fa mai pensare a “ah già, ma nella realtà loro parlano inglese!”.
    In italiano, semplicemente, non c’è modo di rendere l’idea che il personaggio che diceva “blackie” parlasse con accento e modi di dire da australiano e questo, come ho detto, è uno dei limiti più noti del doppiaggio. Ma il far sì che almeno ciò che dicono i personaggi sia comprensibile a tutti (e sottolineo “a tutti”) fa parte proprio delle basi dell’adattamento! Indurre nello spettatore certi ragionamenti del calibro di “blackie sarà black, cioè nero, quindi forse è un appellativo perché Django è di colore” non trovano spazio in un sistema comunicativo che deve essere tanto immediato quanto lo è in lingua originale per l’orecchio anglosassone. Aggiungiamoci poi che in italiano “blacky” è un nome da animale domestico…
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    Mettiamo in questa lista di orrori anche anche un bel “marshal” (“ora potete chiamare il marshal” / “lo iù-es-Marshal“), perché se non avete familiarità con la giustizia americana, magari non avete idea di che cosa sia uno “U.S. Marshal”! Se però ve lo descrivessi come uno “sceriffo federale” (come lo traducevano nel film Il Fuggitivo) vi sarebbe subito più chiaro e, almeno intuitivamente, chiunque può capire che si tratti di un ruolo di grado superiore a quello dello sceriffo di città. Capisco sempre l’esigenza di rispettare i tempi delle battute ma non la giustifico. Dovremmo forse pensare che il doppiaggio debba anche svolgere una funzione educativa, insegnandoci a pronunciare i nomi originali di ruoli istituzionali americani solo perché chi ha adattato i dialoghi ritiene sia bene conoscerli? Non è meglio favorire invece l’immediata comprensione dei dialoghi per tutti? Non è certo la prima volta che sentiamo parlare degli “U.S. Marshals” nel cinema doppiato ma, come sempre in questo campo, c’è da valutare anche il contesto, se c’è tempo e modo per far comprendere a tutti di cosa si stia parlando e altre cosette così che sembrano da poco ma non lo sono; in questo western, la parola Marshal piomba come un macigno per chi non l’ha mai sentita prima, viene ripetuta 11 volte nel giro di 2 minuti e poi non la sentiamo pronunciare mai più per tutto il resto del film, ergo se ne poteva fare anche a meno.
    django-unchained-Schultz …continuiamo?
    Quando sentiamo parlare di una banda di fuorilegge chiamata i Brittle brothers, è proprio necessario questo “assaggio” di cultura americana? Che senso ha questo fritto misto dove “brothers” rimane in inglese? È il nome di una banda di fratelli malviventi oppure di una banda musicale? L’allitterazione era così fondamentale da giustificare una non-traduzione? Emblematica la reazione dei miei genitori (ultrasessantenni) quando videro il film e non colsero niente di quel “Brittle Brothers”. Quando ti ritrovi a dover “spiegare” (o ripetere) alcune parole di un film western doppiato a degli ultrasessantenni (che di western ne hanno visti a bizzeffe ai loro tempi) qualche domanda sulla qualità dell’adattamento me la porrei a prescindere.
    Passando oltre, che senso ha dire “ammetto che siamo un bel team” in ambito western? Erano ad una riunione aziendale del 2013?
    Ancora. Quando Django fa lo spelling del suo nome a Franco Nero, che senso ha che lo faccia con alcune lettere pronunciate all’inglese e altre all’italiana? “Di-gei-a-en-gi-o”. Passi anche quel “gei”, dall’inglese “jay” (che comunque non esiste in italiano), ma in Italia la lettera “n” si legge “en”? E da quando? In quale universo parallelo accade ciò? Nell’Italia dei shish forse.
    Django-Unchained-Sorry

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    Google Translate 1 – Adattamento italiano 0

    Ad aggravare il tutto, ci sono dialoghi in cui si sente il peso di una traduzione pedissequa come quando ci dobbiamo sorbire “200 dollari, morto o vivo” dall’iconico “dead or alive” americano che in Italia è sempre stato tradotto con l’altrettanto iconico “vivo o morto”. In entrambe le lingue l’ordine delle parole è probabilmente dettato dalla sonorità, oltre ad essere un’assodata formula storica, ma nel doppiaggio di Django Unchained si è deciso di reinventarla per chissà quale insensata “ricerca dell’originale”.
    Inizialmente lo dice il dentista tedesco e lo spettatore italiano viene portato a pensare che sia parte del suo stravagante modo di parlare, difatti, durante la sopra citata visione con i miei genitori (oh, qualsiasi scusa è buona per rivedersi Tarantino), mia madre rise per l’inaspettato modo di dire del Dr. Schultz tetesco di Cermania… in realtà ci sarebbe da piangere quando dopo si scopre che anche personaggi madrelingua dicono “morto o vivo” al posto di “vivo o morto” ed è chiaro che è stato scelto (per non si sa quale motivo) di tradurre alla lettera la frase americana.
    django_wanted
    Siccome poi piove sempre sul bagnato, quando Django legge il manifesto di alcuni ricercati, in italiano dice “Wanted morti o vivi…” quando poteva tranquillamente dire “Ricercati vivi o morti…“. Certo, “wanted” è facilmente comprensibile da gran parte del pubblico moderno ma, ancora una volta, era necessario? E a che pro? Il fatto che in quella scena il pubblico abbia modo di vedere chiaramente il manifesto con la scritta WANTED non deve certo essere la scusa per propinarci un italiano con cui, onestamente, gli italiani hanno poca familiarità (mi riferisco all’inversione “morto o vivo”) e che sembra tradotto da qualcuno che non ha mai visto un solo film western (doppiato) in vita sua.
    djangotranslate
    Insomma, quando Google Translate fa meglio di voi, ancora una volta, io qualche domanda me la porrei.

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    Battute dubbie

    Passiamo alle frasi che è facile identificare come scelte poco sensate anche senza il testo originale a fronte:
    django-unchained-vicesindaco
    Dopo aver liberato gli schiavi, il dentista tedesco suggerisce loro di fuggire verso aree del paese più tolleranti e dice “e nel remoto caso che vi siano degli appassionati di astronomia in mezzo a voi, la stella polare è quella” (e se ne va).
    Ora, questa frase in italiano non può che lasciare gli schiavi allibiti, quasi avesse fatto loro una piccola supercazzola (anzi dovrei dire “supercàzzora“). A cosa può servire a degli schiavi (che molto probabilmente erano del tutto ignoranti) una simile informazione? Azzarderei a dire che nel 2016 anche qualche italiano potrebbe non sapere che la stella polare indichi il nord.
    In inglese la stella polare si chiama North Star, il suggerimento per aiutare gli schiavi in fuga stava dunque nel nome stesso della stella indicata, a prescindere dal “remoto caso che vi siano appassionati di astronomia” tra i suddetti schiavi (una frase che ovviamente era una battuta! Infatti non serviva che ci fossero tra loro degli appassionati di astronomia per capire il messaggio implicito). Avrebbe avuto più senso inserire qualche parola in più nel dialogo italiano affinché questa frase avesse senso nel contesto: “la stella polare che indica il nord è quella!” (o “la stella che indica il nord è quella!”).

    NdA: se pensate che tutto ciò siano solo inutili minuzie non conoscete ancora bene il mio blog e non avete idea di quante altre piccole lamentele ho eliminato in fase di correzione bozze perché apparivano troppo pedanti persino per me. 😉 Ai nuovi lettori, benvenuti a Doppiaggi Italioti.

    Poi ancora…” (cit.) quando Django trova i “Brittle brothers” dice alla schiava della piantagione “va’ da quel bianco che è venuto con me“, frase che per chi parla italiano significa implicitamente “vai da quel bianco e restaci”. In realtà avrebbe dovuto dire “va’ a chiamare quel bianco che è venuto con me” e lo si intuisce anche senza andare a verificare che in inglese diceva infatti “go git that white man I came here with“. Per rientrare nei tempi della frase al massimo si poteva sacrificare il “che è venuto con me” in favore di “che era con me”, ma certamente non il verbo “chiamare” [lasciamo perdere il fatto che comunque “I came here with” avrebbe dovuto essere tradotto come “con cui sono arrivato”].
    Il “va’ da quel bianco” lascia sottinteso un po’ troppo (al contrario della lineare frase originale) e alla prima visione passa inosservato ma diventa palese nelle successive, quando già sappiamo cosa intendesse dire.
    Django-shootout

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    Casi con scusanti e qualche elogio

    L’unico momento in cui lo spelling all’inglese non stona lo abbiamo quando il dentista tedesco afferma che non aveva “intenzione di morire a Chickasaw County, Mississippi, U.S.A.” (pronunciato “iù-es-ei”), questo funziona unicamente perché a pronunciare queste parole è uno straniero, il dentista tedesco, il quale si può supporre stia canzonando il modo di scrivere gli indirizzi postali americani, così sottolineando in modo spregiativo il luogo in cui non aveva intenzione di morire. Lo avesse detto un personaggio americano allora sarebbe l’ennesimo caso di non-adattamento, ma in bocca al tedesco funziona. Come vedete è sempre una questione di contesto. [Tolto il fatto che un personaggio madrelingua, nel doppiaggio, avrebbe dovuto dire perlomeno “nella contea di Chickasaw” e non “a Chickasaw County”]
    Il resto dell’adattamento di questo film non manca di momenti veramente azzeccati come il “positive?” tradotto come “persuaso?” di cui Django non conosceva il significato, come il linguaggio del dentista tedesco che risultava troppo raffinato per i bifolchi americani i quali replicavano con “speak English, goddamit!” (-> Parla cristiano, perdio!), oppure per altre espressioni similmente memorabili (to parley with you -> per avere un abboccamento).
    Ho volutamente evitato l’argomento “doppiatori e interpretazioni” ma se devo sbilanciarmi per dire almeno una cosa in merito, voglio che sia qualcosa di positivo: voglio quindi sottolineare la insita comicità nell’interpretazione di Mario Cordova sul personaggio di “Big Daddy” dove ogni frase è degna di un riavvolgimento con tasto rewind per poterla risentire una seconda volta e ridere di nuovo. Per fare un parallelo con un precedente film di Tarantino doppiato in italiano, un momento equivalente a questo, ovvero un momento dove un personaggio doppiato rende molto bene le intenzioni comiche originali (e le supera?), lo troviamo in Kill Bill 2 dove Marco Mete doppiava Larry, il volgare proprietario di strip club con il suo “è l’ora del calendario di Budd“… e probabilmente non è un caso che le interpretazioni più memorabili originino proprio da quei doppiatori che vengono dalla “vecchia scuola” di doppiaggio.
    larry kill bill
    CONCLUSIONE – Sì, ci siamo arrivati
    In conclusione, ribadisco ciò che già ho detto all’inizio dell’articolo: il film in italiano ha molte frasi memorabili (sarei sciocco a sconsigliarvene una visione in italiano perché non è tutto da buttare) quindi mi spiace davvero che anche questo adattamento sia dovuto finire nella mia lista nera a far bella compagnia a Star Wars VII – Il risveglio della Forza e ai Bastardi senza gloria (e se gli appellativi lasciati in inglese e gli anglicismi inutili vi hanno ricordato il recente Star Wars VII non è un caso) ma certi futili inglesismi, certe frasi tradotte pedissequamente che nemmeno google translate si azzarderebbe a proporvi e, addirittura, lo spelling mezzo all’inglese e mezzo all’italiana(!), sono tutte cose che meritano di essere fatte saltare in aria con la dinamite.

    Per l’adattamento di Django Unchained… BOOM!

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  • Non comprate quel biglietto #8: STAR WARS VII – Il Risveglio della Forza (2^ parte)

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    Seconda e ultima parte della discussione tra me e il mio amico Petar sull’ultimo sforzo di J.J. Abrams. Tra parti serie e meno serie, continuiamo con Star Wars VII – Il risveglio della Forza in questo video registrato pochi giorni dopo la visione al cinema. Non perdetevi la tradizionale clip dopo i titoli di coda.
    Qui trovate la prima parte del video e qui l’articolo sull’adattamento del film, nel caso ve lo foste perso.

  • Non comprate quel biglietto #8: STAR WARS VII – Il Risveglio della Forza

    Per tentare di ridurre il numero di iscritti sul canale YouTube di Doppiaggi Italioti, ecco finalmente la nostra discussione su Star Wars VII – Il Risveglio della Forza, registrata a dicembre e pubblicata solo adesso, a febbraio, per via dell’estrema svogliatezza che ci caratterizza e il disinteresse che proviamo verso gli “acchiappa-click”.
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    A breve anche la seconda (e ultima) parte.