• Punto di non ritorno (Event Horizon, 1997) – Liberate tutemet ex VV.S. Andersonis

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    Punto di non ritorno (Event Horizon, 1997) in italiano è un curioso assortimento di esempi positivi su come adattare bene i dialoghi per il cinema di fantascienza ed esempi negativi su come non si dovrebbe tradurre e adattare un copione, regalandoci così allo stesso tempo errori faciloni vecchio stile e perle per i posteri.
    Iniziamo con il dire che questo film rientra nei limiti di un’epoca nella quale ancora non era comune l’abuso di termini superflui in lingua inglese come maschera del provincialismo, del conformismo e sintomo di una scarsa conoscenza delle lingue (come ben spiegato in questo articolo in lingua inglese). Il suo adattamento italiano, sebbene non privo di errori e traduzioni dubbie, non pecca di un uso scorretto del linguaggio… la lingua parlata nel film è effettivamente “italiano” (oggi, 20 anni dopo, questa osservazione non è poi così ovvia) e da quel punto di vista caga in testa a qualsiasi The Martian, Captain America, Star Wars della Disney, etc… difatti we’re aborting non diventa “abortiamo” come accadeva in The Martianoverride e airlock non rimangono “override” e “airlock” anche in italiano come abbiamo sentito in Interstellar (una delle poche cose di cui peccava); persino offline non rimane all’inglese ma trova un suo corrispettivo funzionale alla trama con “non più attive”… eppure, guarda un po’, il film è riuscito a riportare ugualmente il loro significato nella nostra lingua con estrema naturalezza perché non sono elementi intraducibili come qualcuno potrebbe credere oggi, nel 2017, a neanche vent’anni di distanza.
    Stabilito dunque che in questo film doppiato si parli un italiano plausibile e non un calco dei dialoghi in lingua inglese, privo anche di termini lasciati in inglese con la scusa d’essere “tecnici”, vediamo quali sorprese ci riserva l’adattamento di Punto di non ritorno e cominciamo, come sempre, dal titolo.
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    Un titolo bivalente in entrambe le lingue

    Il titolo originale, Event Horizon, non è un nome casuale assegnato dagli sceneggiatori all'(astro)nave fantasma che funge da ambientazione per il film. Il nome fa riferimento ad un concetto della relatività generale riferita ai buchi neri, l’orizzonte degli eventi che su Wikipedia in lingua inglese viene descritto in parole povere (in layman’s terms) come the shell of “points of no return“, i punti oltre i quali l’attrazione gravitazionale diventa così grande da rendere la fuga impossibile, anche per la luce. I buchi neri sono l’argomento principe nel film dato che il motore della nave Even Horizon sfrutta proprio i buchi neri (creati artificialmente) per viaggiare oltre i confini della galassia. [È curioso notare che nei dialoghi originali qualcuno chieda a Sam Neill di spiegargli il concetto proprio in “layman’s terms”… richiesta che dopo porterà alla battuta “Fuck layman’s terms, do you speak English? / Parole povere un cazzo, potrebbe parlare come noi?”]
    event-horizon-singularityÈ adesso chiaro che la scelta del titolo non è così casuale come potrebbe apparire di primo acchito a molti ma, al contrario, è stata ben ponderata e mira a riportare un doppio senso nel titolo: se in originale questo includeva sia il nome della nave che il concetto fisico relativo ai buchi neri, in italiano (e direi molto appropriatamente) il titolo fa sia riferimento al concetto fisico dell’orizzonte degli eventi che ad un più generico “punto di non ritorno”, che ben si adatta al genere horror. Simili sforzi sono lodevoli se valutati oggi, nell’era di titoli sputacchieri alla CaPTain America. Direi che i paesi di lingua spagnola si siano impegnati molto meno con la loro nave de la muerte, sebbene abbiano ingarrato perfettamente il corretto sottogenere horror, cosa per altro ben spiegata in questo approfonditissimo articolo del nostro blog amico Il Zinefilo, vero ispiratore della mia analisi sull’adattamento.

    L’adattamento

    Seppur in generale molto buono e con dialoghi che non sono mai traduzioni letterali (nel 2017 questa sola frase potrebbe concludere la mia analisi), l’adattamento rimane un po’ altalenante purtroppo.
    A volte frasi secondarie e tutto sommato inutili vengono cambiate con altrettanta inutilità, come hats off in the tank (niente cappelli nelle vasche) – detto dal capitano prima di togliere il cappello ad un membro dell’equipaggio che lo stava ancora indossando mentre entrava nella “vasca ionica” – che diventa “apri il portello delle vasche“(?). Altre volte i dialoghi tendono alla semplificazione (probabilmente per questioni di tempi del labiale), già nei primi 5 minuti infatti troviamo espressioni colorite (molto comuni negli horror americani di quegli anni) che con una traduzione diretta avrebbero confuso lo spettatore: “I haven’t got more than my hand in weeks” (letteralmente: “non ho avuto altro che la mia mano nelle ultime settimane”) diventa più comprensibilmente “sei settimane senza sesso“.
    Altre volte ancora la presenza di battute è intuibile solo dalle espressioni degli attori, come quando la spalla comica di colore (altro elemento tipico degli horror di quell’epoca) dice ad un collega in procinto ad uscire in esplorazione: “oh, calmo, calmo, dimentichi la valigetta“, mentre invece in inglese recitava “caro, caro, dimentichi la valigetta” (honey, honey, don’t forget your briefcase!), una frase stereotipata da moglie casalinga anni ’50 che aiuta il marito a prepararsi ad andare a lavoro. E non si capisce infatti perché in italiano l’altro debba ridere visto che effettivamente poi gli viene passata una valigetta con la strumentazione.

    In generale l’adattamento se la cava bene con il gergo da piloti spaziali e, come ho già accennato, risulta privo di inglesismi superflui laddove anche “are off-line” diventa “non sono più attive” e dove non ci sono “airlock esterni” (outer airlocks) bensì “ingressi esterni” ma alcuni piccoli momenti offrono occasione di dire “eh, cosa?”:
    Originale: We have a lock on Event Horizon’s navigation beacon.
    Doppiato: Stiamo ricevendo il riflesso luminoso della Event Horizon.

    Eh, cosa? Avete tradotto navigation beacon come “riflesso luminoso” invece di “radiofaro”? Mai visto Alien e Aliens a cui questo film si ispira PESANTEMENTE, tanto da esserne quasi una fotocopia? (tranne nei momenti in cui diventa “Hellraiser in space” ovviamente)

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    Quando controllano le bombole di refrigerante ancora funzionanti (sempre ad emulazione di una scena in Alien) uno esclama “shot!” per tutte quelle che trova vuote o, suppongo, non funzionanti. In italiano esclama “chiuso” sebbene non ne capisca bene il motivo della scelta di questa parola, sarebbe stato più chiaro un “andato” (o “vuoto”) per ciascun cilindro che scarta gettandolo per terra. La parola shot era anche già stata utilizzata in una precedente frase dove si parlava di filtri di CO2 “the CO2 filters on the Event Horizon are shot” che in italiano era riportata come “i filtri di CO2 della Event Horizon sono saltati“, quindi dire “chiuso!” non ha proprio alcun precedente nei dialoghi.
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    L’allarme di prossimità, il proximity warning, viene enunciato come manovra di aggancio (eh, cosa?).
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    Ribadisco di non voler dare l’impressione che il gergo tecnico sia costantemente sbagliato, tutt’altro! Il film brilla in moltissimi momenti, è proprio per questo che le piccole sviste risaltano ancora di più.
    Quando in inglese viene accennata la “singolarità” (singularity), ad esempio, in italiano si parla di eccentricità (eh, cosa?). Non c’è dubbio che alla fine degli anni ’90 questo termine associato ai buchi neri fosse ancora sconosciuto ai più, difatti soltanto da pochi anni ha cominciato a farsi strada tra le masse anche in Italia, proprio grazie al cinema di fantascienza. Negli Stati Uniti il termine singularity è generalmente più noto e da molto più tempo ma di solito viene usato nei film quasi fosse una parola magica da buttare lì, in mezzo ai dialoghi, per fare linguaggio tecnico con poco e, sebbene non sia automaticamente sinonimo di “buco nero”, di solito nei copioni lo diventa. In questo film però il termine è usato volutamente come “parolone” quando Sam Neill (il fisico a bordo) deve fare la gag della spiegazione tecnica che nessuno degli altri personaggi (e degli spettatori) può capire:
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    “Si usa un trattenitore di campo magnetico per mettere a fuoco un fascio luminoso di gravitoni in modo che pieghino lo spazio tempo conformemente alla legge della dinamica tensiva di Weyl, finché la curvatura dello spazio-tempo non diventa infinitamente grande producendo un’eccentricità…”
    Insomma, non sappiamo a cosa si riferisca quell’eccentricità ma forse è proprio questo il punto… non serve saperlo, anzi, non DOVETE saperlo! Poco dopo infatti arriverà la spiegazione “per tutti” che nomina i buchi neri con l’esempio del foglio di carta piegato su sé stesso e attraversato da una penna (Interstellar, non pensavi mica di passarla liscia), quindi tutto sommato non perdiamo niente da questa curiosa sostituzione di singolarità con eccentricità, ma con la prima forse il film in italiano sarebbe risultato ancora più attuale oggi.
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    Continuando con le alterazioni degne di nota…

    Il “drive” che tanto fa fantascienza

     Il mio più grande problema con le scelte di adattamento di questo film ruota intorno al termine “drive” che, in generale, si riferisce ad un tipo di propulsione, letteralmente una spinta. Già dall’inizio, il film ci introduce al suo vocabolario fantascientifico e sentiamo parlare di astronavi normali spinte da una “ion drive” e della sperimentale “gravity drive” che invece spinge la Event Horizon attraverso buchi neri.
    Il problema è la scelta italiana di tradurre quel drive come trasferitore (eh, cosa?). Abbiamo dunque un trasferitore ionico (ion drive) ed un trasferitore gravitazionale (gravity drive)… ma cosa trasferisce esattamente? Potremmo dire che, trattandosi di fantascienza, trasferirà ioni (???) in una maniera a noi sconosciuta e quindi insondabile ma che in qualche modo fa funzionare quella tecnologia, praticamente l’equivalente di un motore a cosi ionici, è fantascienza… che ce ne frega, giusto? Ma il “drive” non è poi così insondabile e di difficile comprensione per gli americani, è semplicemente una “propulsione”. Ricordate la propulsione silenziosa (silent drive) di Caccia a Ottobre Rosso? Anche quella era tecnologia fantascientifica ma di significato immediatamente comprensibile e avrei preferito che lo fosse anche qui. Una propulsione ionica e una propulsione gravitazionale non sfigurerebbero affatto nei dialoghi italiani di Event Horizon. Peccato fu deciso di tradurlo con un “coso” invece.
    I fan del film mi potranno dire: e che dire delle grav tanks che diventano vasche ioniche? In questo caso non c’è un errore e, anzi, ci dimostra che chi ha lavorato alla versione italiana è stato molto attento alla trama. Le vasche nelle quali l’equipaggio dormiva durante tutto il viaggio, come viene spiegato nel film, servono ad annullare gli effetti dell’accelerazione dovuta alla spinta della propulsione ionica (scusate se non la chiamo “trasferimento ionico”) che altrimenti schiaccerebbe l’equipaggio alla partenza e all’arrivo. Quindi sono le vasche da usare durante la spinta ionica… “vasche ioniche”. È un’ottima trovata con un suo lato pratico: abbrevia ottimamente la frase italiana che altrimenti sarebbe dovuta essere con tutta probabilità “vasche gravitazionali”, di lunghezza veramente eccessiva per qualcosa di così breve come “grav tanks”
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    Ma passiamo alla vera supposta spaziale. Pronti? Occhio che arriva….
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    Ahia!

    Il latinorum spaziale

    In un blog in cui parlo di traduzione dall’inglese all’italiano è curioso che mi ritrovi a parlare di latino. Nel film sentiamo una registrazione audio che inizialmente viene scambiata come richiesta di aiuto e solo successivamente viene correttamente interpretata come un messaggio di avvertimento (tutti i riferimenti ad Alien sono puramente casuali). In questo caso il messaggio non è alieno ma è in latino, quindi in teoria è il genere di situazione che dovrebbe facilitarci durante l’adattamento italiano… e non portare al suicidio della logica.
    Liberate me (ex inferis)“, sembra recitare il messaggio in inglese, molto disturbato e smozzicato anche dopo un’ardua pulitura tramite magici filtri audio. La rivelazione arriva dopo quando si scopre che in realtà il messaggio diceva “libera tutemet (ex inferis)“, salvatevi dall’Inferno. Sebbene la frase originale già fa discutere in quanto a correttezza del latino stesso, in italiano si va oltre.
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    Un fan di Terenzio

    Nel doppiaggio italiano il messaggio dice chiaramente (e forse più correttamente) “liberate vos“, ma il nostro traduttore della domenica, il personaggio che riconosce il latino laddove nessun esperto sulla terra era riuscito nell’impresa, ci sente erroneamente “liberate me“, che poi traduce agli altri come salvatemi. Un momento di raccoglimento… Sicuri che non avrebbe dovuto sentirci “liberate nos” e quindi tradurlo con salvateci? Perché sarebbe giustificabile scambiare vos con nos in un audio disturbato e giustificare il colpo di scena che arriva a tre quarti del film.
    Questa è la situazione:
    MESSAGGIO REALE / MESS. PERCEPITO (lingua originale)
    Libera tutemet / liberate me
    ______
    MESSAGGIO REALE / MESS. PERCEPITO (doppiato)
    Liberate vos / liberate me
    ______
    Come sarebbe dovuto essere…
    MESSAGGIO REALE / MESS. PERCEPITO (doppiato)
    Liberate vos / Liberate nos
    Come nos/vos possa essere scambiato con “me” non è chiaro, la spiegazione secondo me è solo una: l’unico di loro che parlava latino era anche sordo come una campana… in italiano. Il labiale chiaramente NON era il problema principale visto che nella rivelazione finale il “liberate me” della traccia audio inglese diventa tranquillamente altro.
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    Insomma, al latino da cono in testa dietro la lavagna degli americani ci aggiungiamo anche del nonsenso tutto italiano? La frittata è completa.
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    In conclusione, un adattamento decisamente interessante. Peccato solo per quella frase in latino e per qualche altra scelta dubbia, perché per il resto rimane veramente un lavoro esemplare con ottimi interpreti.
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  • "Nome in codice? Rogue Uno" – L’adattamento italiano di Rogue One

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    La cosa più liberatoria dello sbattersene di come dagli anni 2000 espandano una trilogia iniziata alla fine degli anni ’70 e finita agli inizi degli anni ’80 è che si comincia anche a fregarsene della qualità dell’adattamento italiano e del doppiaggio. Ed eccoci qui a parlare dell’ennesimo “Star Wars” della Disney.
    C’è poco da girarci intorno, anche Rogue One prosegue lo stesso adattamento italiano che avevamo già trovato in Episodio VII… i nomi che compaiono nei titoli di coda sono infatti sempre quelli ma se avevo fatto un lungo articolo in merito a Star Wars 7 – Il Risveglio della Forza e al suo adattamento “da videogioco”, non credo che Rogue One meriti la stessa energia.

    Adattare senza adattare, a Disney Story

    I problemi sono sempre gli stessi: in una saga in cui si aggiungono sempre più episodi che vanno a disporsi prima e dopo gli eventi di quei tre film su cui si regge tutta questa baracca e in cui è palese lo sforzo da parte degli attuali possessori dei diritti nel cercare di realizzare nuovi film che si integrino senza soluzione di continuità con quelli girati quasi 40 anni fa, è curioso che la stessa attenzione non venga data anche ai dialoghi tradotti.

    Già con Episodio III ci fu un veto aziendale sull’opzione, per altro intelligente, suggerita dal direttore di doppiaggio (Francesco Vairano) di aggiungere una piccola battuta in cui si ordinava il cambio di matricola dei due famosi droidi, così da unificare anche nel doppiaggio italiano due trilogie già di per sé difficili da percepire come un tutt’uno. Ma evidentemente all’epoca i piani erano altri, la Lucasfilm nella prima metà degli anni 2000 già bramava di far ridoppiare la trilogia classica così da riprendere pienamente in mano le redini di un universo fatto soprattutto di nomi stampati su confezioni di giocattoli e prodotti videoludici da localizzare grazie all’ausilio rapidi e quindi economici sistemi automatizzati, croce e delizia dei traduttori professionisti.

    I marchi registrati hanno la precedenza sulla traduzione

    Quando i titoli dei film diventano marchi registrati e quando i nomi dei personaggi sono poco più che loghi intorno ai quali tradurre dialoghi in centinaia di altre lingue, così da semplificare la vita a chi si occupa di tradurre per i mercati esteri milioni di prodotti di consumo, è chiaro che si semplifica tanto la vita anche agli strateghi del marketing di un’azienda multimilionaria… ieri la Lucasfilm post-1997, oggi la Disney, la quale già da decenni ci propina nomi come Aladdin ed Hercules (e più recentemente Rapunzel) in quanto marchi registrati di un vasto franchising e non per via di qualche contorta aspirazione didattica mirata ad insegnare l’inglese all’estero, né tanto meno per uno zelante rispetto artistico verso la scelta dell’autore nella creazione dei suoi personaggi, come qualcuno ingenuamente potrebbe credere.

    Scena di Rogue One: A Star Wars Story, con Donnie Yen che impugna un bastone circondato da soldati imperiali. La vignetta fa dire a Donnie Yen: ora iniziano le mazzate. Il soldato risponde: posa il bastone, Evit. Sei vecchio.
    Se questo mese, come è capitato di fare a me, andaste al cinema in Spagna ad esempio, ci trovereste un film dallo spiccato senso artistico non appartenente al genere “di questo ne facciamo sequel fino al 2046”, come ad esempio Arrival di Villeneuve. Film simili vengono ancora distribuiti con titoli tradotti (La Llegada) mentre Star Wars sarà Star Wars ovunque, in Spagna come in Italia, come in Turchia… né più né meno come per i McDonald’s.
    Anche il nuovo McRogueOne arriva in Italia con gli ingredienti già assaggiati nel doppiaggio di Episodio VII diretto da Cosolo: “Veider” non ve lo toglie più nessuno e poco importa se quando li andrete a guardare in ordine “cronologico” (Ep.1⇒Ep.9) vi ritroverete il Fener di Episodio III seguito da “Veider” in Rogue One, poi si ritorna a Fener della trilogia classica (4⇒6) ed infine di nuovo “Veider” nella trilogia Disney (7⇒9, si presume che anche i futuri episodi 8 e 9 cadranno nella trappola dei nomi originali a tutti i costi).

    Ma se, come sembra, l’unica preoccupazione è quella di riportare i nomi alla sacralità dell’originale allora, forse, cara Disney, sarebbe il caso di ridoppiare proprio tutto, dal 1977 al 2005, e togliersi il pensiero. Pensate che ne sarei contrario? Io attendo quel giorno più di qualsiasi altro, sarà il giorno del vero trionfo! Così anche nei vecchi film, in cambio della correzione di un paio di errori storici (rimando a futura data l’analisi degli adattamenti della trilogia classica), potremo finalmente goderci le più deliziose perle del peggior inglesorum che va di moda in questi anni: via quindi i folgoratori, o fulminatori che dir si voglia, e ben vengano i blaster, perché la giustificazione degli sprovveduti è che così già viene riportato da tanti anni in dozzine di videogiochi derivativi e che ormai i fan “ci sono abituati”… un modo di pensare l’adattamento (e persino la propria lingua) che è proprio delle menti più piccole.

    Scena da Rogue One dove compare una giovane Mon Mothma, nascosto in secondo piano c'è un anziano con la barba che rappresenta Evit l'autore di questo articolo

    Evit è evidenziato da un cerchio rosso.

    Ben vengano (sono ironico) gli Star Destroyer al posto dei “caccia stellari”, abbreviativo di “cacciatorpediniere” ovviamente, altra definizione che sentiamo nella trilogia classica. In Rogue One si opta per menzionare il marchio registrato invece di proporre alcun adattamento, così dopo aver visto il film potrete ordinare a colpo sicuro i giocattoli su Amazon senza il rischio di confondere un caccia monoposto della ribellione con un caccia(torpediniere) stellare dell’impero. Un gran bel vantaggio.

    È esemplare come su Wikipedia Italia qualcuno ci renda partecipi della sua ignoranza quando scrive impunemente:

    Star Destroyer: nel doppiaggio italiano chiamato “Caccia Stellare” o “Torpediniera Stellare”, sebbene la traduzione letterale sia “Distruttore Stellare”.

    Star Destroyer descritto su Wikipedia come Distruttore stellare

    ad imperitura memoria

    Come se “distruttore stellare” fosse la traduzione corretta, alla lettera! Alla lettera un bel cavolo, “destroyer” in inglese è una classe di navi che in italiano si traduce proprio, manco a dirlo, come cacciatorpediniere. E qui riciclo una mia vecchia battuta, consentitemelo… quella del volete raccontarla proprio a De Leonardis (dialoghista della vecchia trilogia) che prima di diventare adattatore aveva studiato all’Accademia Navale per seguire le orme del padre ammiraglio? Se vi sembra che dire “cacciatorpediniere” sia un italiano un po’ da pezzenti e che non c’entri molto con l’avventura spaziale di Guerre Stellari o che travisi il significato originale, consiglio a voi e ai più ferventi curatori di pagine di Star Wars su Wikipedia di non frenare la vostra voglia di approfondire la conoscenza della lingua inglese (se di voglia ne avete) fermandovi alla superficialità del “so l’inglese perché gioco ai videogiochi e guardo film sottotitolati da quando avevo tot anni” perché potreste scoprire di credere di sapere bene una seconda lingua ma di dare molto per scontato, è così che si giunge alla mentalità di subalternità culturale di chi pensa che in inglese è tutto più “cool” e alle figure di merda su Wikipedia.

    A chi vende McRogueOne andrà certamente bene che Star Destroyer rimanga invariato anche in italiano, serve così una doppia funzione: facilita operazioni di marketing su scala globale e in più, per le piccole menti italiche che pensano di sapere la lingua inglese, suona come un DISTRUTTORE DI STELLE, vuoi mettere? Molto più imponente! Molto più cool.

    Gag di Guzzanti nei panni della presentatrice Fulvia che dice: distruttori di stelle, su rieducational channel.

    Adattare senza coerenza, a Disney Story

    Inutile dunque aspettarsi che l’adattamento di Rogue One nella nostra lingua da subumani possa proporre una traduzione per quella corvetta “hammerhead”, qualsiasi traduzione risulterebbe troppo… “pizza e mandolino”, secondo alcuni. Anzi, a ben pensarci, perché nel doppiaggio si parla di “corvetta”? Non dovrebbe essere anche quella all’inglese, “corvette”? Se il cacciatorpediniere rimane “destroyer” non si capisce perché altre classi di navi si debbano tradurre, ma del resto parliamo di adattamenti Disney-Cosolo e abbiamo già visto che non brillano per coerenza interna. Forse della corvetta non ci sono dei giocattoli in vendita quindi non c’era bisogno di lasciarla in inglese? Oppure si è voluto tradurla perché corvette ricordava troppo un’automobile? Eppure non dovrebbe essere un problema quando poi si fa credere che un destroyer possa essere un DISTRUTTORE.

    Ma è rincuorante sapere che nell’adattamento per il cinema si continua a preferire una coerenza con i videogiochi e le serie animate, piuttosto che con gli altri titoli con cui questi film dovrebbero integrarsi.

    CGI Tarkin is not amused, meme. Rogue One

    Questa battuta ve la traducete da soli.

     

    Le tanto lamentate voci nel doppiaggio di Rogue One

    Parlando solo brevemente del doppiaggio e della scelta delle voci, è curioso leggere una marea di critiche sulle interpretazioni o sulla scelta dei doppiatori, scatenatasi da subito su internet prima ancora di vedere l’originale e quindi non basate su un confronto ma su una sensazione. Per carità, le scelte bislacche ci sono sempre state da quando esiste il doppiaggio e non nego a priori che le lamentele possano essere in parte fondate, ma qui voglio porre una domanda provocatoria: non sarà che la recitazione del doppiatore, se fatta troppo a fotocopia di quella originale, possa essere la causa principale delle sempre più numerose lamentele mosse da subito, all’uscita dalla sala cinematografica, contro il doppiaggio e la scelta dei doppiatori?

    Forse sapete già che, per varie concause (più o meno comprensibili), il doppiaggio italiano moderno tende ad essere una fotocopia (in quanto a espressività e spesso modo di recitare) delle interpretazioni originali (per lo meno di quelle americane). Se questo a molti potrà sembrare un vantaggio incredibile, in realtà porta con sé un grosso problema: l’espressività di altri popoli non è sempre equiparabile alla nostra.
    “Voci assurde… voci tremende…”, esclamazioni elargite un po’ gratuitamente (spesso seguite da un “devo ancora rivederlo in inglese ma…”) che sottolineano come certi modi di recitare di attori di altre culture non siano sempre immediatamente “trasferibili” al modo di recitare italiano, e così a molti spettatori italiani, giustamente, risultano istantaneamente… strani.

    Dunque, siete proprio sicuri che ciò che a pelle vi dà fastidio siano davvero le interpretazioni dei doppiatori quando vi lamentate delle… voci? Io non ne sarei così sicuro. Un doppiatore che fa voci “strane”, oggi, di solito lo fa perché deve imitare ciò che ha sentito nel film in lingua originale, non c’è né tempo né l’intenzione di fare in altro modo e di reinterpretare più di tanto. Se proprio volete lamentarvi subito di qualcosa quando uscite dal cinema allora consiglio piuttosto di lanciarvi contro la pratica di proporre la fotocopia di recitazioni estere che non sempre viene accettata dalle nostre orecchie perché proviene da una cultura che, globalizzazione e tutto, non ci appartiene.

    Whitaker in Rogue One, la vignetta legge: il cattivo con la voce grassa. Un omaggio a CarlettoFX dei Gem Boy che parlava del cattivo con la voce grossa

    Planet-killer non si traduce come Pianeta killer… e altri ridicoli errori nell’adattamento di Rogue One

    Nome in codice? Rogue Uno (cit.)

    Piccole note positive (ogni tanto arrivano anche quelle), ho sentito nominare una “camera di equilibrio” e, visto l’andazzo, temevo quasi potessero mantenere il termine “airlock”, come successe con Interstellar (uno dei suoi pochi errori). Ma airlock in questo caso non è un marchio registrato e non aveva esigenze di labiale quindi abbiamo avuto il lusso di sentirlo nominare nella nostra lingua. Wow, mi state proprio viziando!

    Le note positive sono poche in realtà, inutile sottolineare i tanti calchi dall’inglese come il “serve una mappa – vuoi che non ne troviamo una per terra? (???), l’espressione sarcastica really? che diventa “davvero?” (quando uno “scherziamo?” sarebbe subito più comprensibile), oppure ancora il “fatelo!” (do it!) del crudele ufficiale imperiale che ordina l’esecuzione sommaria della madre della protagonista (non è spoiler se accade nei primi 90 secondi di film). Dico che è inutile sottolinearli perché cose simili ormai sono all’ordine del giorno, non una peculiarità di questo film in particolare (sebbene qui abbondino più del solito), ma questi due o tre valgono da esempio per tanti altri.

    There is no try, just do it. Meme del video motivazionale di Shia La Beouf che compare a Luke Skywalker come fantasma mentre Luke cerca di sollevare l'X-Wing dalla palude
    Nel film si sentono anche delle frasi familiari come “iniziare ignizione preliminare” e “iniziamo la corsa d’attacco“, frasi prese pari pari dal doppiaggio dell’originale Guerre Stellari del 1977, un simile rispetto delle fonti è quasi comico all’interno di un adattamento come quello di Rogue One (e di Episodio 7 prima di esso) dove vengono meno forse i riferimenti più importanti alla trilogia storica, come il nome di Fener, ma anche i blaster, etc… tutto tranne la Morte Nera però. La Morte Nera, per qualche non ben precisato motivo, può rimanere Morte Nera e non torna ad essere Death Star™, né viene ritradotta più “fedelmente” in Stella della Morte come magari qualche estremista potrebbe esigere. Io propongo Mortestella™, non credo che sfigurerebbe vicino ad altre scelte di adattamento del calibro di “a planet killer” che in Rogue One viene tradotto alla lettera come “un pianeta killer” (e qui forse la parola “distruttore” sarebbe tornata utile per davvero). Non mi resta che da chiedere… a quando “cold” tradotto come “caldo”?

    Certo è facile dire a posteriori che il “pianeta killer” si riferisce alla Morte Nera in quanto piccolo “pianeta” che “uccide”, ma l’originale “planet killer” è un “distruttore di pianeti”, letteralmente un ammazzapianeti e non un “pianeta che ammazza”, tutt’altra cosa. Giusto giusto quelle regole DI BASE dell’inglese che imparano i bambini già dalle elementari insomma, mica chiediamo tanto.

    Scena in Rogue One della Morte Nera che spara il suo raggio della morte sul pianeta Jedha

    Ammazzapianeti-pianetammazza is the new “allacciascarpa-scarpallaccia”

    Ironia a parte, voglio sottolineare che anche “pianeta killer” è comunque funzionale alla trama, è un’alterazione accettabilissima e sicuramente un’ottima scelta sia per il labiale che per i tempi della battuta. Se esagero il tutto è solo per sottolineare quanto sia assurda l’idea stessa di un esasperato rispetto delle fonti a scapito della continuità con un precedente film (quello del 1977) che cronologicamente si pone CINQUE MINUTI DOPO gli eventi di questo Rogue One… quando poi senza criterio si può decidere di ignorare il “sacro testo originale” dicendo ad esempio “un pianeta killer” oppure preservando il nome “Morte Nera” mentre tutti gli altri nomi sono già stati riformati.

    Inoltre è detestabile la svolta anglofona che ha preso l’adattamento della serie da quando è in mano a Cosolo/Disney, un adattamento che non fa alcuno sforzo di amalgamarsi con i doppiaggi precedenti se non in un paio di “copia e incolla” d’ufficio mentre calca la mano con anglicismi superflui e fuori luogo che già ci era toccato sopportare nel genere western con Django Unchained e che in generale dimostrano un’incapacità di discernere tra forestierismi utili o insostituibili e quelli invece superflui o addirittura dannosi nel contesto dell’opera che si traduce/adatta.
    Comunque, da colui che in un western ha il coraggio di proporre “wanted, dead or alive” tradotto alla lettera come “wanted, morto o vivo”,  non risulta difficile pensare che possa aver realmente considerato “un pianeta killer” come la giusta traduzione di “a planet killer”, ma chi può dirlo. Del resto, ho già fornito io stesso un’ottima scusa per salvare la dignità di quella scelta… una critica più magnanima di questa non credo ci possa essere, sarà il periodo di Natale che mi addolcisce.

    Chiudo con una frase di questo Rogue One che trovo molto ironica nel contesto di questo adattamento scriteriato e allo stesso tempo molto significativa:

    “La chiamiamo La Morte Nera, non c’è nome migliore”

    Obama mic-drop meme

    BUON 2017

  • 1997: Fuga da New York – Jena, non Snake. Psicologia di un nome

    JenaPlissken
    Ho già parlato di 1997: Fuga da New York, nel lontano 2011, in un articoletto che, tutto sommato, era molto più completo e a trecentosessanta gradi di molti altri dello stesso periodo e in cui le osservazioni più salienti furono riportate in maniera sintetica… il dono della sintesi, questo sconosciuto. Tale articolo è ancora valido e molto adatto al lettore occasionale privo di pazienza, quello abituato a leggere soltanto vuoti acchiappa-click condivisi su Facebook. Oggi invece parliamo in maniera poco sintetica dell’adattamento italiano del film in tutte le sue minuziose finezze, negli errori e nei pregi. Insomma, il solito approfondimento la solita rottura di balle come se ne vedono già da molti anni su questo blog.

    Ma prima, partiamo con l’offendere dozzine di potenziali lettori! Come diceva il dottor Frankenstein in Frankenstein Jr.: si va?

    Quando si parla dell’adattamento di Fuga da New York, l’unico argomento che emerge è seeeeempre il solito: il nome del protagonista nella versione doppiata è diverso dall’originale e blablabla…

    blahblahblah
    Per fortuna il film non è popolare come, diciamo, Guerre Stellari, quindi è più infrequente incappare in qualcuno che tira fuori l’argomento “Snake è meglio di Jena“, nonostante questa alterazione sia ben più sostanziosa rispetto a, diciamo, Fener Vader. Ma, come vedrete, è molto più motivata.

    I più arditi tra i detrattori del doppiaggio in generale lo additeranno certamente come uno dei tanti esempi di alterazione che conferma la loro idea maturata su internet secondo la quale il doppiaggio dovrebbe essere abolito domani mattina per tutti oppure, se proprio deve esistere, che sia almeno una copia diretta dei dialoghi stranieri, con tanto di costruzione grammaticale estera e vocaboli non tradotti. Nell’era in cui anche la lingua è diventata, come tutto il resto, un’opinione e in cui al grido di “così si parla oggi, aggiornatevi!” si giustifica la propria ignoranza radicalizzata all’interno di forum e pagine Facebook ricolme di menti adolescenti, anche la trasformazione di Snake in Jena capisco che possa diventare per qualcuno l’ennesima riprova del fallimento del doppiaggio, proprio come accade nel complottismo dove qualsiasi dichiarazione “ufficiale” diventa una riprova di accordi segreti tra il governo ed extraterrestri.
    Se invece siete curiosi di capire perché Jena ha più senso di Snake in italiano, procedete pure con la lettura.

    slegate

    Se mi slegate inizio il mio approfondimento

     
    Psicologia di un (sopran)nome

    Gli appassionati più accaniti di Carpenter forse sapranno che il nome del personaggio deriva da un qualche bullo di scuola che conosceva un amico di Carpenter, un bullo che si faceva chiamare “Snake”, viveva a Cleveland ed aveva un tatuaggio a forma di serpente… una storia del genere. simpsons-snakeChiedendo che fine avesse fatto Snake, qualcuno poteva tranquillamente rispondere “credevo fosse morto” e, anche se questa battuta origina da un film con John Wayne, supponiamo che si applicasse benissimo anche a quel Snake di Cleveland, una sorta di mito di periferia. Da qui nascono le basi di un personaggio che praticamente si è scritto da solo e spero che il vero Snake di Cleveland sia ancora vivo per apprezzare il contributo fondamentale che i suoi pochi anni di scuola hanno portato al cinema mondiale, prima della sfavillante carriera da benzinaio.

    “Snake” nella cultura americana è un tipico soprannome da criminale ed uno statunitense non dubiterebbe di ciò per un istante.

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    “Snake” (e varianti) nella cultura americana

    La scelta di Iena al posto di Snake nell’adattamento italiano si rivela forse tra le più riuscite della storia del doppiaggio. Non solo per via del labiale PERFETTO (dato che il movimento delle labbra è assolutamente identico nella pronuncia dei due nomi) ma anche perché è servita a consolidare istantaneamente l’epicità di un personaggio in cui è prima il (sopran)nome, più che le sue azioni, a farci capire la cosiddetta “psicologia del personaggio” e a dargli spessore. A breve capirete come e perché.

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    Serpenti americani e serpenti italiani

    L’uso del “serpente” come soprannome è fortemente evocativo nella cultura anglosassone e in particolare quella americana: indica una persona pericolosa, sempre pronta a pugnalarti alle spalle per tornaconto personale e di cui di conseguenza ci si può fidare poco. È il tipico soprannome da criminale che si addice bene anche al nostro Plissken e, sebbene molti dizionari indichino un’equivalenza con il nostro “serpe”, in questo caso, come vedremo, non è un opzione praticabile.
    L’alterazione (anzi, l’adattamento) di “Snake” in italiano diventa una necessità quando si vuole ottenere un equiparabile impatto culturale in una lingua diversa da quella originale. Infatti, se volessimo immaginare l’ipotetico caso di una traduzione più alla lettera per “Snake”, ci scontreremmo con due situazioni problematiche.

    La prima è quella di movimenti labiali impraticabili come nel caso di “cobra”. Tra le alternative possibili, Cobra ovviamente porta con sé l’invidiabile vantaggio di giustificare quel tatuaggio addominale che vediamo al protagonista durante lo scontro gladiatorio a torso nudo. Una scelta di adattamento su cui puntò la Corea a quanto pare ma è un’opzione che funziona soltanto sulla carta, difatti se ai coreani non importa molto di ricreare un labiale plausibile che “illuda” lo spettatore, in Italia invece questo è sempre stato fondamentale per rendere credibile l’illusione del doppiaggio, perché di illusione si tratta… e quando si slega troppo ce ne accorgiamo subito (questo vale anche per i film italiani).

    cobra
    La seconda situazione problematica è quella di “serpe”, ovvero una parola che si avvicina sufficientemente a “Snake” sia per significato che per lunghezza (entrambe parole brevi che iniziano per esse ed indicano dei crotali) e quindi apparentemente la scelta ideale ma, ahimè, del tutto inadeguata nel caso specifico.
    In italiano, infatti, “serpe” suggerisce una persona malvagia e subdola, che trama alle spalle, capace di fare del male nascondendosi sotto un’apparente gentilezza (questa è la definizione di “serpe” nel suo senso figurato, idem per “vipera”), ovvero l’esatto opposto di Plissken che non fa mai finta di essere gentile e non lo nasconde di certo (cit. “non me ne frega un cazzo del vostro Presidente“) ma allo stesso tempo sappiamo che non è una persona malvagia, dietro la sua aria da duro prova molta più compassione di quanta ne potranno mai provare i suoi carcerieri e meno che mai il Presidente… loro sì infidi e subdoli, delle vere serpi!

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    Citazione che rispunta sempre fuori durante le elezioni presidenziali americane

    Quindi abbiamo un “cobra” che non sta bene sul labiale ed un “serpe” che però è ben diverso dalle intenzioni di quello “snake” del copione americano ma che, soprattutto, non c’entra assolutamente niente con il nostro eroe! Plissken non è un personaggio di Beautiful.
    Sono sicuro che avranno anche tentato un “chiamami Serpente” come del resto hanno fatto anche gli spagnoli (“chiamame Serpiente“) ma nella nostra cultura italica non sembra un soprannome realisticamente proponibile per un personaggio simile. Sottolineo quello che dicevo prima, ovvero che “Snake”, nel cinema e nella televisione, è un soprannome tipico del criminale americano, se vogliamo anche un po’ cliché. In Italia però “Serpente” non è culturalmente equivalente a “Snake” e se negli Stati Uniti (e suppongo nei paesi di lingua spagnola) qualcuno può farsi chiamare Serpente ed apparire immediatamente “figo”, non si può dire che questo avvenga altrettanto facilmente anche da noi.
    L’intuizione di chi ha adattato, e che trovo molto azzeccata, è stata quella di spostare l’attenzione su un animale differente, con un labiale proponibile anche sui primi piani e che fosse comunque adeguato al personaggio.
    Anche se il “iena” della soluzione adottata in italiano non porta lo stesso identico significato che “snake” ha per gli americani, gli si avvicina comunque moltissimo e, cosa basilare, descrive accuratamente il personaggio: una persona di cui non fidarsi e con cui non è bene abbassare mai la guardia perché si approfitterebbe subito di un momento di debolezza dell’avversario, una vera carogna insomma… questo sempre dal punto di vista delle autorità o, come dicono gli americani, “the Man!“.

    Un nome che si presenta da solo

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    Il livello di epicità del personaggio alla sua apparizione viene superato pochi istanti dopo, quando sentiamo come si fa chiamare.

    La scelta di “iena” in sostituzione di Snake è, come scelta di adattamento, molto più lontana di quanto Fener lo fosse da Vader in Guerre Stellari ma allo stesso tempo è anche più giustificata, dal momento che il cambiamento non è da ricercare in un volersi allontanare da un nome immaginario dal suono anglosassone troppo reminiscente di una tazza del cesso. In questo caso invece si tratta a tutti gli effetti di un soprannome con un suo preciso (ed evocativo) significato che contribuisce in maniera sostanziale al film nel suo insieme e quindi è importante che “arrivi” a tutti gli spettatori italiani così come in inglese arriva a tutti gli spettatori del mondo anglosassone.

    Qualcuno si sarà già posto la fatidica domanda… e lasciarlo “Snake” anche in italiano?

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    In 1997: Fuga da New York, un film dove tutti i criminali hanno un soprannome con cui sono conosciuti nell’ambiente (o che hanno assunto una volta in carcere) – menzione d’onore per Mente (Brain), il Tassista (Cabbie) e il Duca (the Duke) – anche Plissken possiede il suo: Jena (Snake). Non veniamo mai a conoscenza del vero nome di Snake ma dubito che quelle iniziali lette da Lee Van Cleef sulla scheda del detenuto, “S. D. Plissken“, stiano per “Snake Delano Plissken”. Che mamma Plissken abbia potuto fare un tale sgarbo da chiamarlo davvero Snake alla nascita? Non è molto plausibile.
    La prima risposta di Plissken è, infatti, “call me Snake” (chiamami Jena, in italiano), perché non vuole essere associato al suo vero “nome” da ex-eroe di guerra, una guerra combattuta per un paese per il quale non vale più la pena combattere da quando si è trasformato in una distopia fascista, un governo con il quale Plissken non vuole aver più niente a che fare. Egli preferisce essere chiamato con il suo soprannome da criminale perché, in un paese simile, essere contro lo Stato è un atto di eroismo, non di tradimento.
    Poche parole e abbiamo già capito quasi tutto del suo personaggio. Queste poche battute sono già degne di essere insegnate in tutti i corsi di sceneggiatura.

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    “soprannome”

    Durante tutto il film, Hauk (Lee Van Cleef) continua a chiamarlo “Plissken” come farebbe con uno qualsiasi dei suoi soldati/sottoposti così da ricordargli costantemente chi è che comanda. Solo sul finale, quando vuole offrirgli un lavoro, Hauk lo appella finalmente con il suo soprannome preferito, Snake(/Jena). Non è altro che un viscido tentativo di distensione per convincerlo ad accettare un futuro lavoro per quelle stesse autorità che Plissken disprezza (“the Man”). Jena però mostra il suo rifiuto chiudendo la gag del nome con un “mi chiamo Plissken” così da distanziarsi dai tentativi di finta amicizia dell’Alto Commissario Hauk. Un’esclamazione che potrebbe essere tranquillamente letta come un “non ci penso neanche” o qualcosa di ancor più diretto e più volgare.
    Quindi la storia del nome fa un cerchio dove Plissken inizialmente chiede di essere chiamato con il suo soprannome per mantenere le distanze dal suo passato da eroe al servizio del suo paese e dall’autorità da lui ora disconosciuta (cit. “Presidente di cosa?“) e poi finisce per chiedere di essere chiamato per cognome per il medesimo motivo.
    Un “chiamami Snake” lasciato così in italiano avrebbe rotto questo sottile meccanismo psicologico dato che lo spettatore italiano sarebbe stato indotto a considerare “Snake” come un nome proprio di una lingua straniera, non più come un palese soprannome dunque, e tutto il gioco tra il “chiamami con il mio soprannome da criminale/chiamami con il mio vero nome” sarebbe stato vanificato in una gag per molti inafferrabile e nella quale il protagonista inizialmente vuole essere chiamato per nome proprio e successivamente per cognome, senza una ragione specifica. Scelta che risulterebbe insensata nella trama stessa… perché mai, infatti, Plissken dovrebbe desiderare una certa informalità iniziale con i suoi carcerieri chiedendo di essere chiamato per nome proprio?
    Per questo motivo Snake non è rimasto Snake in italiano. È un soprannome che svolge una propria e importante funzione narrativa e introduttiva al personaggio. È un soprannome che deve essere adattato per portare allo spettatore italiano gli stessi sottintesi che arrivano allo spettatore americano. E non solo! Nello stesso film, come ho già detto, ci sono altri personaggi che, come spesso capita tra criminali e detenuti, hanno un loro soprannome che è stato italianizzato (e di cui nessuno si è mai lamentato, a riprova che gran parte di queste lamentele derivano da pensieri maturati a posteriori, FUORI dalla visione di un film e non sono mai contestualizzate), quindi dare a Snake un corrispettivo italiano non è che una logica conseguenza di un adattamento fatto con una buona dose di coerenza interna. Ve li ricordate gli adattamenti con una coerenza logica interna? No? Lo so, i troppi Captain America™ e i vari Django Unchained hanno fatto danni alle orecchie e alla mente.
    Rimane un solo dubbio sul soprannome…

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    Evit che vi inocula il dubbio

    …perché “Jena” scritto con la i lunga alla Pirandello?
    La prima indicazione su come si scriva il nome del personaggio la troviamo nelle recensioni pubblicate sui giornali italiani del 1982, si suppone che fosse dunque riportato in tal modo sul “press kit” fornito all’anteprima stampa. Si tratta indubbiamente di una scelta stilistica deliberata da parte di chi ha adattato il film, ma perché? La risposta semplice: è italiano!
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    la I e la J condividono gran parte della loro storia, prima di essere distinte in due lettere diverse […] La lettera J faceva parte dell’alfabeto italiano, ma cadde quasi completamente in disuso fra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento.
    In italiano pochissime parole vengono tutt’ora scritte utilizzando la J (jella, jena, jota, juta, fidejussione ecc.), oltre a un certo numero di nomi propri di persona o di luogo (Jacopo, Jannacci, Jesolo ecc.)

    fonte

    Se ignoriamo ciò che è venuto dopo (romanzi, fumetti, il suo seguito a Los Angeles) e ci concentriamo solo sul film così come uscì all’epoca, l’unica indicazione sulla grafia del nome poteva venire unicamente dal “cartello” sui doppiatori nei titoli di coda del film, una cosa però IMPOSSIBILE da trovare tranne che su pellicola italiana in 35mm!
    Tuttavia sono riuscito a trovarvi anche questo riferimento visivo. Tiè! Beccatevi questa rarissima esclusiva, anzi, questo vero e proprio miracolo dato che non è mai apparso né in VHS, né in televisione ma solo al cinema!

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    Correte ad aggiornare il Genna va’!

    Purtroppo, come potete vedere, non solo manca il nome di Plissken, ma il cognome ha uno spelling diverso, mancando di una “s”. E anche qui è difficile stabilire a posteriori se si fosse trattato di un refuso o se effettivamente nell’adattamento italiano Snake Plissken fosse diventato Jena Plisken, con una sola esse. Sarebbe curioso adesso trovare uno dei copioni che veniva dato ai doppiatori così da verificare quale nome fosse annotato lì ma… un altro miracolo non è stato possibile. Qualcuno chiami Carlo Valli, magari ce l’ha ancora e lo usa occasionalmente come sottobicchiere.

    L’impatto culturale del nome “Jena”

    Cito parte di un articolo del 15 settembre 1982 dove si parla proprio dei nomi italiani:

    La frase che sgrana a mezza bocca sul finire di 1997: Fuga da New York è già diventata famosa come una di Clint o uno champagne d’annata di James Bond. ‘Chiamami Plissken’ dice, finalmente libero, al poliziotto Van Cleef; e noi ci ricordiamo che appena un’ora prima, all’inizio del film, questo nerboruto criminale scampato alla prima guerra atomica, e ridotto a numero carcerario, aveva ghignato in faccia a un secondino ‘chiamami Jena‘. In ogni caso, Jena è un gran bel nome per un eroe che si presenta in canottiera nera, pantaloni mimetici, scarponi militari, capelli lunghi e benda sull’occhio. Se ci fate caso, sono azzeccati anche i nomi di tutti gli altri eroi di celluloide che il cinema d’oltre oceano ci ha regalato in quest’ultimo anno.

    Lode a Sergio Jacquier (di cui già parlai negli articoli su Aliens – Scontro finale e Batman, oltre che in questo piccolo “trafiletto”) e alla donna che ne diresse il doppiaggio: Fede Arnaud. Costoro ci hanno deliziato con dialoghi tanto memorabili quanto lo erano quelli originali per il pubblico anglosassone perché, diciamocelo, i film di Carpenter sono resi epici all’80% proprio dai dialoghi (la sola battuta “Hai pilotato il Gullfire su Leningrado“, ispirando lo scrittore William Gibson, ha letteralmente portato alla creazione dell’intero genere della fantascienza cyberpunk. Oh, da una sola mezza frase di poca importanza buttata lì si arriva fino a Matrix, mica cazzi!) ed è compito dell’adattamento quello di trasporre tali dialoghi in modo che siano altrettanto memorabili quando vengono localizzati in altre lingue… e Fuga da NY ha dialoghi memorabilissimi in italiano così come in lingua inglese, a partire dal “nome” stesso di Jena, la cui notorietà è stata consolidata da subito, come abbiamo visto da quell’articolo del 1982 (ed è rimasta indiscussa per decenni a venire), fino alle singole battute, tutte citabili e che funzionano in qualunque lingua decidiate di guardare il film.

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    In questa foto rubata altrove troviamo Mauro Di Francesco che si fa chiamare Jena nel film “Il Ras del Quartiere” (1983)

    Nel panorama europeo, siamo stati uno dei pochi paesi in cui chi ne curò il doppiaggio intuì che proprio di soprannomi si trattava (Snake, Brain, the Duke, etc…), per questo motivo Snake (serpente) è stato italianizzato in un animale che si potesse adattare al personaggio di Plissken e che funzionasse bene sul labiale anche nei primissimi piani (nel nostro caso una iena), lasciando che il tatuaggio addominale (un cobra) diventasse soltanto l’ennesimo addobbo stilistico come lo sono la benda sull’occhio e la giacca di pelle consunta; una “perdita” che però non detrae niente dall’epicità personaggio.

    In Francia optarono per un adattamento misto e meno coerente: Snake, Brain e gli altri soprannomi rimasero tutti in inglese tranne le Duc. In Germania dell’Ovest invece optarono (non inaspettatamente) per una americanizzazione totale, lasciando tutti i soprannomi inalterati sebbene il titolo tedesco del film sia Die Klapperschlange (“il serpente a sonagli”). La Spagna ha il suo Serpiente ma durante la lotta gladiatoria non si sono curati di doppiare i cori che inneggiano a “Snake! Snake! Snake!”. Tenete presente che stiamo pur sempre parlando di un film essenzialmente a basso costo distribuito in maniera indipendente e l’unico paese in cui i film indipendenti venivano doppiati con la stessa cura di quelli più blasonati era proprio l’Italia degli anni ’80.

    Insomma, a posteriori è molto facile lagnarsi su internet al grido di “perché Jena e non Snake? Doppiaggi italiani infami!” e chi non ha capito le ragioni di questo adattamento, quelle che ho spiegato prima, si merita di ritrovare “Snake” nel doppiaggio dell’immancabile rifacimento senz’anima (remake) che si suppone arriverà nel 2017.
    Per fortuna il periodo d’oro del doppiaggio italiano è capitato quasi esattamente in concomitanza del periodo d’oro del cinema americano moderno, il meglio sembra che sia già stato dato da entrambi! Quindi, per quanto mi riguarda, nel remake possono anche metterci Snake, Brain, Cabbie e The Duke con tanto di articolo determinativo in inglese. Fate del vostro peggio, poco importa… tanto è un remake! E mi raccomando, che Maggie non sia più la squinzia di Mente, bensì la “squeeze” di Brain. Si parla così oggi, vero Captain America 2?

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    Un altro celeberrimo “Brain”


    L’adattamento italiano di Fuga da New York

    Entriamo dunque nel merito della versione italiana di Sergio Jacquier e della nostra Fede Arnaud, fondatrice della famosa Cine Video Doppiatori (CVD) – donna talentuosa ma dall’oscuro e mai rinnegato passato [link] – e parliamo dell’adattamento! Ecco una bella lista di errori e presunti errori. Lo so, sono ore che la aspettavate.

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    Il volo in aliante

    Durante la discesa su New York, dopo una brusca virata con l’aliante, Plissken dice:

    Originale: It’s been a while.
    Doppiato: Erano anni che non vedevo New York.

    escape_from_new_york_wireframeOriginariamente però, egli non si riferisce al fatto di non aver visitato New York da tanto tempo, bensì al non aver pilotato da tanto tempo. Anche perché non ha mai avuto molto senso dire che non vedeva New York da anni, visto che Plissken fino a quel momento aveva osservato la città principalmente attraverso una rappresentazione stilizzata sugli schermi del computer di bordo. Tuttavia, l’alterazione onestamente non è così rilevante e c’è da chiedersi quanto fosse intenzionale.
    new-yorkQui permettetemi una sottile osservazione; anche se si trattasse di una svista di chi ha tradotto i dialoghi originali (il che è possibilissimo a partire da quel generico “it’s been a while”, cioè “è passato un po’ di tempo”), il nominare New York, dicendo che erano anni che non la vedeva, pone l’attenzione proprio sull’aspetto della città, propriamente post-apocalittico, non illuminato, in totale rovina e con le strade vuote… cioè l’esatto opposto di ciò che nell’immaginario di tutti è la città di New York. Questo aiuta lo spettatore ad immedesimarsi ancor di più con il protagonista che si trova spaesato alla vista di una New York ben diversa da quella che tutti immaginano o ricordano. Quindi, se di svista si tratta, non ha poi influito molto; anzi, a suo modo funziona perfettamente nel contesto di quella scena.

    La rasatura del presidente

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    Se ho fornito una giustificazione postuma per la storia dell’aliante, non c’è giustificazione che tenga per la seconda svista nell’adattamento del film.
    Quando sul finale il Presidente degli Stati Uniti si sta facendo truccare e radere la barba, vede Plissken che si avvicina e dice in inglese “it’s all right!“. Sta parlando a qualche guardia del corpo fuori campo che probabilmente si sarebbe mossa per fermare l’avvicinarsi di qualsiasi persona non autorizzata; tradotto per chi non sa l’inglese sarebbe alla lettera “è tutto a posto”, ma traducibile nel contesto come “lasciatelo passare”. In italiano questa battuta è stata scambiata per un apprezzamento del taglio della barba o sul trucco, diventando quindi un “mh, così va bene“.
    Potremmo sempre sospettare una scelta voluta in fase di doppiaggio in quanto “lasciatelo passare” sarebbe risultato troppo lungo sul labiale di “it’s all right” ma, vista la vicinanza tra “it’s all right” ed il nostro “così va bene” mi viene facile pensare che si fosse trattato di una svista bella e buona. Anche in questo caso, per fortuna, non incide per niente sul film, anzi, probabilmente non l’avevate mai notata prima.

    Un Presidente americano… britannico(?)

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    Parlando sempre del Presidente, Donald Pleasance, in lingua originale questo personaggio ha un accento britannico che non viene mai giustificato nel film e che lascia interdetti molti spettatori americani. Questo ovviamente non avviene in lingua italiana dove il Presidente parla un italiano “standard”, togliendoci così da qualsiasi impiccio sulla credibilità del personaggio. La spiegazione di quell’accento britannico la fornì Carpenter anni dopo in un’intervista; egli infatti aveva immaginato il personaggio di Donald Pleasance come il figlio illegittimo della Margaret Thatcher (e il padre si presume fosse Ronald Regan, ovviamente!).
    Ho letto che anche Donald Pleasance diede una sua versione della storia, inventandosi che dopo la guerra tra USA e Unione Sovietica, l’Inghilterra thatcheriana aveva approfittato dell’indebolimento statunitense per soggiogare nuovamente gli americani e farli ritornare allo status di colonia britannica. Questa visione è smentita da Carpenter che ovviamente aveva dato all’attore britannico Pleasance quel ruolo unicamente perché apprezzava la bravura di Pleasance come attore, non perché necessitasse di un attore britannico a tutti i costi, l’idea del figlio illegittimo della Thatcher è stata nient’altro che una giustificazione a posteriori; un po’ come il fossato illogico di Jurassic Park che appare e scompare… sta lì soltanto perché Spielberg voleva che ci fosse una parete da scalare a tutti i costi. Punto e basta.
    In italiano mai avremmo sospettato tante seghe mentali derivate dal solo modo di parlare del Presidente, eppure gli americani se le sono fatte. Detto da me poi!

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    Il logo alternativo di Doppiaggi Italioti

    Il cabarè dei prigionieri

    Nel teatrino improvvisato che vediamo nella città-prigione di New York assistiamo ad una recita molto gaia dei detenuti che cantano una canzone spassosa chiamata “Everyone’s coming to New York” ma che purtroppo non fu adattata in italiano e non sentiamo mai per intero sebbene sia possibile da recuperare nella colonna sonora del film. È un ottimo esempio di “world building”, ovvero tutti quei piccoli dettagli inseriti di sfuggita in un film ma che ne espandono la trama, rendendo più credibile il mondo che ci viene presentato. Un po’ un peccato per chi non sa l’inglese perché la canzone è piuttosto comica.
    Solo nel Blu-Ray italiano la canzone è sottotitolata per la prima volta nella storia, difatti non lo è mai stata in precedenza, né al cinema né in VHS e DVD. Sulla qualità della traduzione però… mmh-mmh, nzomma.
    Per cultura vi copio qui il testo originale (anni fa lo avevo anche adattato in italiano per svago ma non riesco proprio a ritrovare il documento).

    Shoot a cop, with a gun, the Big Apple is plenty of fun!
    Stab a priest, with a fork, and you’ll spend your vacation in New York.
    Rob a bank, take a truck, you can get here by stealing a buck.
    This is bliss, it’s a lark! Buddy, everyone’s coming to New York!
    No more Yankees, strike the word from your ears.
    Spin the roulette, there’s no more opera at the Met.
    This is hell, this is fate, but now this is your world and it’s great!
    So rejoice, pop a cork, buddy, everyone’s coming to New York!

    Lascio a voi il gusto di tradurlo con Google Translate, la qualità non sarà troppo lontana da quella dei sottotitoli in commercio.

    Proprio questa scena dello spettacolo teatrale dei prigionieri è legata indirettamente ad un altro errore sicuramente a monte del processo di traduzione quando il tassista, giunto in soccorso di Jena, dice di trovarsi in quei brutti paraggi solo perché era venuto ad assistere allo spettacolo, quello dei prigionieri che cantavano e ballavano, perché quella roba era una rarità nel carcere di New York.

    Usually I’m not down around here myself, but I wanted to catch that show.
    This stuff is like gold around here, you know.

    Il problema è che la seconda frase la dice mentre sta per lanciare una molotov e proprio in un periodo storico segnato dalle crisi petrolifere (non dimenticate che Mad Max era negli stessi anni), così la frase è stata mal interpretata e la sua seconda battuta diventa “Questa vale come oro qui, caro.“, con ovvio riferimento alla bottiglia di benzina e non più allo spettacolo a cui aveva assistito. Avrebbe dovuto dire qualcosa del tipo “roba simile è una rarità da queste parti, sai?”. L’errore è facilmente comprensibile perché anche in inglese può essere interpretata come riferita alla bottiglia di benzina, ma dal contesto è facile capire che così non sia.

    The “Man”

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    The Man sent him in here / Hauk l’ha mandato qui

    Come accennavo prima, nel film ricorre spesso il termine “the Man”, un termine inventato negli anni ’60, figlio delle proteste studentesche e della generazione hippie, che è diventato parte del gergo americano ed era ancora molto in uso negli anni ’80. In italiano corrisponde al nostro “il sistema”, come quando si dice “ribellati al sistema” o “abbasso il sistema” (down with the Man). The Man è la generica autorità che opprime le libertà individuali del cittadino americano e si estende a varie figure autoritarie fino al proprio datore di lavoro dal momento che in qualche modo fa parte anch’egli del “sistema” che opprime l’uomo comune.
    Ricordate la canzone Proud Mary di CCR/Tina Turner? “Left a good job in the city, working for the Man every night and day…“. In quel caso the Man è traducibile in italiano come “il capo” o anche meglio con “il padrone” (parola che già implica una condizione di subalternità sociale). Uno che lavora per il governo invece lavora per “il sistema”, “il potere” o per dei generici “loro”: “lavori per loro adesso?” (you work for the Man now?).
    Questo per far capire che non c’è un modo univoco ed ovvio di tradurre “the Man”, dipende da… dai che ormai lo avete capito tutti… [in coro] dipende dal contesto.

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    Down with the Man!

    Non è difficile capire perché “the Man” si è dunque trasformato nel meno generico (ma più istantaneamente comprensibile) “Hauk”, l’Alto commissario che aveva inviato Jena a New York per salvare il Presidente e che era il diretto rappresentante dell’odiata autorità e il capo delle operazioni. Il personaggio di Mente lo cita due volte e tutto sommato la battuta funziona, è diretta e non sbagliatissima di per sé ma… i detenuti avevano mai visto Hauk o sapevano di lui? Perché questo cambierebbe un po’ le cose.

    Come spettatori vediamo Hauk in capo alle operazioni ma ricorderete che lui è lì soltanto per via della faccenda del velivolo non identificato (poi scopertosi essere l’Air Force One) che si dirigeva verso lo spazio aereo di New York e il suo titolo, “Alto commissario”, indica una persona investita di speciali funzioni che quindi non si occupa regolarmente del penitenziario di New York, né tanto meno dell’accoglienza detenuti (tra l’altro un ottimo adattamento di “Police Commissioner” che tradotto alla lettera come “commissario di Polizia” sarebbe stato invece un errore madornale).

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    Io credo che i detenuti non sapessero dell’esistenza di Hauk e, sebbene comprenda la ragione del cambiamento da “the Man” a “Hauk”, non penso abbia moltissimo senso all’interno della trama. Forse un “lo hanno mandato loro” non si abbinava altrettanto bene ma sarebbe stato più logico. Poi magari mi sbaglio e Hauk era stranoto tra la popolazione carceraria di New York, in tal caso “the Man=Hauk” va benissimo.

    Piccole osservazioni

    Il labiale sul Presidente è forse quello che funziona meno, sarà per il modo in cui Donald Pleasance muove la bocca oppure perché a furia di lavorare alla sincronizzazione dell’audio per la preservazione italiana di questo film ho osservato la sua bocca molto più approfonditamente di quanto farebbe un generico spettatore. Visto il livello eccelso sugli altri personaggi, penso sia proprio l’inevitabile conseguenza di un modo di muovere le labbra da parte dell’attore, non è il primo film in cui il labiale di Pleasance doppiato in italiano mi convince poco.

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    Nel combattimento al Madison Square Garden sentiamo la folla che acclama “JENA! JENA! JENA!” ma di sottofondo è facilmente udibile “SNAKE! SNAKE! SNAKE!”, evidentemente gli americani non avevano fornito alla ditta di doppiaggio una traccia audio pulita e senza le voci della folla (forse supponendo, a torto, che nessuno all’estero avrebbe alterato il nome del protagonista oppure, molto più probabilmente, per risparmiare sui costi). C’è da considerare però che nessun italiano nel 1981 avrebbe potuto sospettare il vero nome di Plissken e quando l’orecchio non si aspetta di sentire “Snake” non ce lo sente di sicuro, al massimo viene percepita come una strana eco. [Nel doppiaggio spagnolo, dove neanche si sono curati di sostituire “Serpiente!” ai cori, dubito che gli espectadores del 1981 possano aver colto che i criminali inneggiassero al nostro protagonista dopo la sua vittoria contro il gigante]. Sono quei momenti in cui aver familiarità con l’inglese detrae dalla visione del film in lingua italiana (come accadeva in Mamma ho perso l’aereo quando Kevin urla “I’m free!”).

    A proposito di iene, non avete provato un brivido quando in Hateful Eight doppiato in italiano vi siete ritrovati con questa battuta che nel nostro paese diventa inavvertitamente anche una citazione?

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    Mi aspettavo quasi che Kurt Russell si girasse verso gli spettatori per lanciare una strizzatina d’occhio… ma solo sulla pellicola italiana.

    Il restauro storico di Doppiaggi Italioti

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    Scusate la filigrana

    Da diversi anni ormai sono impegnato nella preservazione storica dei film così come si presentavano agli spettatori che li videro al cinema per la prima volta. In tutto questo tempo mi è capitato di incontrare altri malati come me che condividono la medesima passione, quella di poter scoprire o riscoprire i film così come arrivarono al cinema, con i titoli tradotti in italiano, il missaggio audio dell’epoca etc… ma in un formato moderno, in alta definizione se possibile. Tra questi mi si è presentato un tale Roberto (che mai finirò di ringraziare) il quale mi disse di avere una videocassetta pirata d’epoca riversata direttamente da pellicola 35mm. efny_cart1Grazie a questo raro cimelio è arrivata fino a noi una testimonianza di come il film apparisse al cinema in Italia e su questo riferimento si basa la mia opera di ricostruzione della versione cinematografica italiana originale in alta definizione, un lavoro certosino che non solo restaura i titoli tradotti ma ricrea l’intera esperienza cinematografica con tracce audio italiana, inglese (e anche tedesca) nel loro missaggio stereo originale (vi ricordo che nel 1981 non esisteva il 5.1), qui presentate alla massima qualità disponibile.

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    i lavori certosini

    Gran parte del tempo è stato destinato a sistemare tremendi errori presenti sui Blu-Ray disponibili in commercio, centinaia di ore spese su “poche” sequenze di fotogrammi come avevo già accennato in questa intervista.

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    Quelli con monitor sufficientemente luminosi potranno notare una linea blu verticale nell’ovale giallo che ho inserito a sinistra. Questa affliggeva l’intera sequenza ed è stata rimossa con molta, moltissssssssima pazienza, fotogramma per fotogramma.

    Come tutte i progetti di preservazione storica in cui il gruppo di Doppiaggi Italioti si cimenta (parlo al plurale perché sono opere che coinvolgono necessariamente più collaboratori anche se il grosso del lavoro poi viene svolto da una sola persona, in questo caso me), anche questo è dedicato esclusivamente ai possessori di copia originale in alta definizione del film, di cui questo disco rappresenta nient’altro che una copia privata con una copertina più bella (sempre di mia creazione e basata sul poster originale).
    È dedicato a chi vuole rivivere l’esperienza cinematografica del 1981, ai cultori che hanno piccole fissazioni come quella di esigere un missaggio audio storico inalterato, colori il più possibile fedeli alla pellicola 35mm, la grana originale… cosette così che mi rendo conto non sono per tutti ma del resto neanche questo blog lo è.

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    La copertina che sarà. È ancora in lavorazione ma siamo lì.

    Il nostro Blu-Ray di preservazione storico-culturale sarà disponibile relativamente breve e ne riparlerò in questo stesso blog e sulla nostra pagina Facebook, dove avrò modo di andare più nei dettagli e mostrare molte più immagini e tutti i difetti che ho dovuto correggere.


    Un desiderio finale

    Di questo film esiste un’intera sequenza di apertura, tagliata poi dal montaggio finale, in cui Jena ed un suo complice rapinano una banca, ciò che poi conduce alla cattura del nostro protagonista. È una scena molto significativa che mostra tutta l’umanità di Jena quando decide di lasciarsi catturare pur di non abbandonare un amico. Da anni la si trova in molte edizioni home video estere e non dubito che un giorno sarà presente anche su future edizioni Blu-Ray italiane, interamente restaurata. Il mio desiderio è che la facciano doppiare a Carlo Valli prima che sia troppo tardi… Capisc’a me!

    E da Evit di Doppiaggi Italioti

    questo-e-tutto
    ____________
    Letture consigliate
    -La recensione completa di Cassidy del blog La Bara Volante.
    -L’articolo di Priscilla Page (in inglese): The Criminal Heroes Of ESCAPE FROM NEW YORK And THE WARRIORS
    -L’articolo (uno dei tanti) sull’importanza di questo film per la fantascienza cyberpunk (in inglese): “You flew the Gullfire over Leningrad…” Observations about a recurring motif in Cyberpunk media
    Per rimanere in tema Carpenter: il mio precedente articolo sull’adattamento italiano di La Cosa: Cosa? L’adattamento e il doppiaggio di La Cosa (1982)
    -Tutti i ritagli di giornale italiani del 1981 su Italian Pulp Movie Poster.

  • Videocommento a Kickboxer (1989) + BLOG TOUR

    Il nuovo episodio della nostra serie video di svago cinematografico è disponibile come sempre sul canale YouTube di Doppiaggi Italioti. In quest’ultima puntata troverete il commento alla visione di Kickboxer (1989), di e con  Jean-Claude Van Damme.
    locandina
    Si sono uniti alla commemorazione di questo film altri tre blogger che qui sono ormai di casa:

    Il blog tour di oggi si chiama: ARRIVANO LE KICKBOTTE!
    img_9095-0
    ______
    Per chi se lo fosse perso, il precedente episodio della nostra serie video era su Ant-Man (2015)…
    copertina
    …con tanto di scene eliminate
    copertina_scenetagliate

  • 30 anni di Cobra (1986): Videocommento al film + BLOG TOUR

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    Copertina del “blog tour” su Cobra


    Scommetto che non sapevate che oggi è l’anniversario dei 30 anni dall’uscita italiana di Cobra con Sylvester Stallone, eh? Magari non avete mai neanche sentito parlare di Cobra, eh? È semplicemente il vostro nuovo classico di Natale. Per puro caso avevo già preparato un episodio della nostra serie “i videocommentatori” dove siamo andati alla riscoperta di quest’altra opera della Cannon Films di Golan e Globus.
    Ecco la mia trama breve:

    L’agente di polizia Natale Giuseppe Maria Cobretti deve difendere una modella qualsiasi da una gang di operai metalmeccanici squilibrati che l’hanno presa di mira. La salverà tra frasi noiosamente epiche e sequenze musicali scartate da Rocky IV.

     

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    Click sull’immagine per andare al video


    Cobra è uno di quei film dagli aneddoti e dai dietro le quinte che sono molto più interessanti del film stesso, quindi per questo blog tour vi consiglio un paio di letture, in primis l’articolo “Cobra: trent’anni di cura”  (sul blog Il Zinefilo) che ha preparato il blogger Lucius Etruscus, divulgatore di questo sconosciuto anniversario, e anche Cassidy dal blog La Bara Volante commemora le trenta candeline del film con una sua recensione completa intitolata Cobra (1986): Qui gli anni ’80 si fermano e comincio io. Si unisce al “blog tour” persino Il Cumbrugliume con una retrospettiva sul film: Un caso di cretinismo premeditato? Trenta anni di Cobra!
    Per gli appassionati di questo film (lo so, siete in pochi, stoici!), sappiate che in questo mondo anche nell’alta definizione del Cobra esiste anche in Blu Ray (in realtà esiste solo in Blu-Ray visto che il DVD italiano è ormai fuori catalogo da tempo) che vale anche soltanto per quella copertina ed è inclusivo di un commento audio del regista George P. Cosmatos (regista fantoccio, perché è chiaro che alla regia c’era principalmente Stallone); sarei proprio curioso di sentire quale spiegazione abbia offerto al mondo per giustificare l’esistenza di questo film. Mi è parso di leggere che derivi da ciò che Stallone voleva fare con Beverly Hills Cop, film per il quale era originariamente in gara  come protagonista finché non lo cacciarono fuori quando gli prese la fissa di voler rimuovere qualsiasi elemento di commedia. E da lì… Cobra.

  • Doppiaggi Italioti è su Patreon

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    Grazie.

  • Videocommenti: Avengers Age of Ultron (2015) e Capitan America (1990)

    L’esplorazione del brutto continua sul nostro canale YouTube con nuovi episodi della serie di intrattenimento i videocommentatori, dove io e il mio amico Petar guardiamo film e li commentiamo.
    L’episodio di questo mese riguarda Capitan America. No, non Captain America, avete letto bene stavolta…

    copertina

    Basta fare click sull’immagine per vedere l’episodio

    In questa nuova puntata esploriamo la trasposizione cinematografica di Capitan America del 1990, il film diretto da Albert Pyun per la Cannon Films di Menahem Golan e girato a risparmio in Jugoslavia all’insegna del motto nazionale: nema problema! (nessun problema). Curiosità e impressioni sul film che in pochi ricordano o hanno visto.
    Non mancano osservazioni sul doppiaggio quando sentiamo Teschio Rosso che ci delizia con perle tipo “the pen is on the table” ed un più misterioso “the pen of my hount(???)”. Decisamente un doppiaggio di cui forse dovrò parlare in futuro.
    Scopro adesso che esiste addirittura in Blu-Ray in una Collector’s Edition su Amazon
    con scene aggiunte e sono molto tentato di comprarlo!
    L’episodio precedente invece riguardava sempre la Marvel ma non quella della Cannon: Avengers: Age of Ultron.

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  • Blog tour: 30 anni dall'uscita italiana di Aliens

    L’apprezzamento dei miei due articoli, uno sull’adattamento di Alien (1979) e un altro su Aliens (1986), da parte dei fan della serie mi ha trascinato nella celebrazione congiunta con altri blogger per il trentennale (proprio oggi) dell’uscita italiana di Aliens di James Cameron. Prima di fare il tour di raccomandazioni, una breve nota.
    bishopIl mondo si divide in due categorie, quelli che amano di più Alien di Ridley Scott e quelli che amano di più Aliens di James Cameron; io sto tra i primi ma mentirei se non vi dicessi di aver destinato centinaia di ore anche a ripetute visioni di Aliens.
    Per me Aliens però è il genere di film da amare in segreto, senza dichiararlo in pubblico, per paura di trovare altri fan… perché il fan di Aliens, diciamocelo, è di solito un po’ squilibrato, tipicamente possiede una cornucopia di statuine dei personaggi del film, orride mani stupratrici sugli scaffali, spesso anche in forma di peluche, DVD della saga contenuti in aberranti cofanetti raccogli-polvere a forma di alieno, magliette nere con ristampe di Giger con cui si presenta la domenica a pranzo dai nonni e non si fa mancare neanche il pupazzetto con la testa a molla sul cruscotto dell’automobile. I più hipster collezionano anche le action figures dei primi anni ’90, quelle della Kenner che dovevano uscire insieme al cartone animato poi cancellato ma che ci ha portato personaggi assurdi come Bishop che praticamente è un Terminator con il mitragliatore da Predator.
    I peggiori poi si vestono da alieno o da marines.
    Infine ci sono quelli come me che segretamente sognano tutto ciò e snobbano i precedenti ma si fanno tutte le foto possibili e immaginabili quando vedono uno in costume oppure i gadget del film.

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    Tali individui, i più malati, sono gli stessi che poi acquistano costosi orologi vintage della Seiko e ancor più rare scarpe della Reebok di serie limitatissime… ma mi dicono che dovrei parlare di altri blogger e dei loro articoli a tema Aliens quindi iniziamo questo blog tour innanzitutto con una bella auto-celebrazione, ovvero con i miei scritti riguardanti questo film:

    • Il mio articolo sull’adattamento italiano di Aliens (1986), corredato dei tipici fumetti…

    Ease down!

    • …e l’episodio della serie “critica alla critica”, datato ma sempre valido, con la più celebre fonte di recensioni vaticane (“Segnalazioni cinematografiche”) in cui l’autore descrisse Aliens di James Cameron come mortalmente noioso e ripetitivo.

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    Si passa dunque ad altri blog con Italian Pulp Movie Posters – Locandine italiani d’annata dove il blogger Lucius Etruscus ci porta una storica rassegna di ritagli di giornale dell’epoca. Eccone un esempio dal titolo in puro stile cronaca locale:
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    Non sarei io se non vi facessi notare la stupidità del titolo di questo pezzo, per come è scritto potrebbe far intendere che una donna, particolarmente avversa al film Aliens, si sia armata e abbia fatto il diavolo a quattro per protestare contro il film. Avrà sparato ad un’anteprima?
    Sempre Lucius nel suo Il Zinefilo ci porta una reclame del film registrata nel 1992, oltre ai suoi ricordi personali.
    Ci spostiamo dunque ad un altro blog che mi suggeriscono, il Cumbrugliume, dove, con l’articolo ri-escono dalle fottute pareti!, l’autore invita alla riscoperta di questo grande classico.
    Non manca in questo tour un articolo del critico cinematografico più tronfio del web, il Gerliotti, su Il Gerliotti – Il cinema ripensabile [link qui].
    E come ciliegina sulla torta vi consiglio l’approfondimento di Cassidy sul suo blog La Bara Volante, che ormai è patria delle migliori retrospettive sui film di tre decadi fa.